Walliance Mag - Autunno 2021

Page 1

Autunno 2021

LIFESTYLE   FOOD   ARCHITECTURE&DESIGN   TECH

Il Salone del Mobile riapre le porte al design  4 Il termovalorizzatore di Copenhagen crea bellezza  12 Complotti e fake news: quanto ci facciamo ingannare dalla rete?  52

quando lo scalo vale la meta

© Emmanuel Campos

DESTINAZIONE AEROPORTO:

Edizione n.2

22


Sorprendenti prospettive TECNOLOGIA D’ECCELLENZA E DESIGN.

ANNI QUALITÀ

Da sempre abbiniamo la tecnologia più avanzata al design più ambizioso avvalendoci della nostra comprovata abilità artigianale. Il risultato? Finestre, facciate e porte-finestre che soddisfano anche le esigenze più raffinate. Venite a scoprire l’ampia gamma di possibili soluzioni. www.suedtirol-fenster.com


60 19 9 #architecture&design 4 8

Il Salone del Mobile riapre le porte al design Stefano Boeri: il supersalone e molto di più

#tech 12 Il termovalorizzatore di Copenhagen crea bellezza

#lifestyle 38 Il grande ritorno del Bulli

42 Dall’Hygge svedese al Gezellit olandese: questa sì che è dolce vita! 46 Non chiamatela pausa pranzo: è l’opportunità pranzo

48 Altro che open-space: ecco le nuove regole di design per l’ufficio! 52 Complotti e fake news: quanto ci facciamo ingannare dalla rete?

#travel

54 I locali di Milano buoni per mangiare, belli da godere

16 Borghi diffusi, gioielli di architettura

#food

19 Queste stazioni valgono il viaggio!

22 Destinazione: aeroporto – quando lo scalo vale la meta 28 Oltre la Natura: il lato stiloso della Svizzera

32 Marrakech con gli occhi di Yves Saint Laurent

57 G astronomia a consegna: l’esplosione delle Dark Kitchen 60 Gli chef stellati si fanno l’orto

63 A Londra si mangia (di lusso!) in hotel 66 La nuova era di gin e amari 68 Anche il menù è temporary


#architecture&design

Il Salone del Mobile riapre le porte al design testi Serena Palmese

La settimana del Salone del Mobile è una delle più importanti per tutte le aziende che si occupano di arredi ed è un appuntamento immancabile per gli amanti del design in tutte le sue forme. Creatività, innovazione e sartorialità sono le parole chiave della Fiera, che ogni anno si conferma un must del settore. 4


S

© Paolo Cattelan

enza dimenticare gli eventi collaterali che si svolgono in contemporanea, firmati dai più importanti artisti e progettisti internazionali, perché il Salone è anche sinonimo di business e di cultura. I partecipanti all’evento sono aziende produttrici di sedute e mobili per la casa (interno ed esterno) e materiali (sia di rivestimento sia strutturali). Sono presenti anche studi e prototipi sulle nuove tecnologie, oltre ad esercizi di stile e performance di designer famosi ed emergenti, ogni stand infatti sembra essere curato come una vera e propria mostra. Con Il Salone del Mobile sono tornate anche le novità e protagonista tra queste è stato il tavolo BUTTERFLY ideato dallo studio Nucleo+. Impossibile non notare la forma sinuosa della base in acciaio, che dona alla sala da pranzo uno stile scultoreo e funge da richiamo all’eleganza naturale. Il piano in cristallo contrasta con la combinazione di curve e angoli della base dallo stile deciso e sicuramente innovativo. E poi c’è Paolo Cattelan ideatore di due nuove sedute: Sedia Italia e Bombè. La prima presenta un design pulito ed essenziale, rivelandosi morbido e confortevole soprattutto grazie allo schienale imbottito. Le gambe e la seduta sono interamente rivestite a scelta fra tessuto, pelle o ecopelle. La seconda invece è caratterizzata da una seduta avvolgente e bombata, una poltroncina importante che conquista l’intera zona living per la sua efficienza e comodità.

© Nucleo+ per Cattelan Italia

Sedia Italia, ideata da Paolo Cattelan

Butterfly, il tavolo ideato dallo studio Nucleo+ per Cattelan Italia

5


© Paolo Cattelan

Sedia Bombè, ideata da Paolo Cattelan Minimal nell’essenzialità e pratico per le sue dimensioni, Delfo si distingue per la sua adattabilità spaziale. Ovviamente l’impatto estetico è accentuato dalla versione con mobile contenitore sospeso disponibile in eucalipto, rovere naturale, sbiancato, grigio e nero. © Ceramica Cielo

Ceramica CIELO invece ha presentato Delfo, il lavabo disegnato da Andrea Parisio e Giuseppe Pezzano. Nato dall’eleganza di linee fluide e forme sinuse, Delfo si esprime grazie alla potenza dei materiali, ceramica e legno, che danno contemporaneità al prodotto.

Delfo di Ceramica Cielo il lavabo dall’anima scultorea e sofisticata, disegnato da Andrea Parisio e Giuseppe Pezzano.

6


© Fiam Italia

Ancora Fiam Italia, eccellenza italiana nell’ideazione di elementi di arredo in vetro curvato, ha esposto la sua nuovissima collezione di tavolini EN disegnati dai designer Setsu & Shinobu Ito con piano in vetro fuso a gran fuoco e retroverniciato con colori metallizzati, e dei tavolini CORAL BEACH disegnati da Mac Stopa con base in metallo verniciato, disponibile trasparente o ancora metallizzato. All’evento non è mancato anche Kvadrat, che con la sua Storylines esplora le possibili connessioni tra texture, pattern e colori. Tutto è fluido e dinamico attraverso le trame, tant’è che le linee sembrano costruire uno spazio scultoreo. I colori per Storylines sono scelti prendendo spunto dalla luce naturale e dai cieli di mezzanotte. Una scala di tonalità divergenti che spaziano da neutri a pastelli moderni, a toni più freddi e a volte anche neri. Altrettanto innovativo è il prestigioso marchio tedesco Kymo, che con i suoi tappeti quest’anno si è fatto ispirare dalla New Wave musicale dei primi anni ’80 ideando FLOORWEAR®, un tappeto in grado di trasmettere l’atmosfera di quelle situazioni: ma-

Coral Beach, disegnato da Mac Stopa linconica e affascinante. La trama è formata da piccole increspature sovrapposte che sembrano quasi propagarsi come piccoli e poi grandi cerchi d’acqua, ideale infatti per spazi esterni. Non resta che addentrarci nell’immenso labirinto che è stato Il Salone del Mobile 2021! © Kymo

MARK 2 outdoor by Kymo

7


#architecture&design

Stefano Boeri: il supersalone e molto di più © Supersalone

testi Serena Palmese

La 59esima edizione del Salone del Mobile ha dato vita al Supersalone, un nuovo format pensato dall’architetto e curatore Stefano Boeri.

Q

uesto è stato il primo evento internazionale di design dopo la pandemia aperto tutti i giorni non solo agli operatori ma anche al pubblico. Si è trattato infatti di un evento di grande forza attrattiva e comunicativa il quale intento è stato quello di proporre

8

non più tanti stand ma un’unica grande biblioteca del design che potesse dare la giusta attenzione a tutti i prodotti, valorizzando anche gli spazi: un vero set scenografico fluido e propulsivo che ha consentito al visitatore di esplorare liberamente l’enorme offerta creativa, nazionale e internazionale.


Tutti i materiali e le componenti dell’allestimento sono stati pensati per poter essere smontati e riutilizzati successivamente. Inoltre tutto l’allestimento di Supersalone è stato organizzato in modo tale da poter usufruire anche di aree e percorsi tematici – pensati dallo Studio Stefano Boeri Architetti – per talk di condivisioni, approfondimento, incontri commerciali e accoglienza di istituti scolastici. Ma Stefano Boeri non è stato soltanto il curatore dell’ evento Supersalone ma è soprattutto architetto, urbanista e progettista di fama mondiale. Noto come il creatore del Bosco Verticale di

Milano, nella sua vita (professionale e non) c’è anche molto altro. L’arte lo accompagna per tutta la vita: la madre è infatti Cini Boeri, volto noto nel mondo dell’architettura. Boeri si laurea nel 1980 in architettura al Politecnico di Milano e otto anni dopo consegue il dottorato di ricerca in “Pianificazione Territoriale”, presso lo IUAV di Venezia. Dal 2018, ottiene la carica di Presidente della Fondazione “La Triennale di Milano”, un’istituzione culturale internazionale che produce mostre, convegni ed eventi di arte, design, architettura, moda, cinema, comunicazione e società.

Stefano Boeri è noto come il creatore del Bosco Verticale di Milano

9


Da sempre Stefano Boeri si impegna in maniera attiva nella ricerca concentrando maggiormente i suoi studi sulle possibili rivisitazioni dei territori urbani e delle forme, attraverso le quali vengono rappresentate le città contemporanee. Tra i progetti più importanti ricordiamo questi. • Solid Sea: un’indagine sulla nuova natura del Mediterraneo per disegnare un atlante aggiornato dei suoi paesaggi e delle turbolenze che lo attraversano. Grazie a una serie di casi e campionature di nuovi fenomeni sociali, economici e culturali Boeri ha disegnato una nuova mappa di questa area: un Mediterraneo che cambia a seconda delle identità che lo percorrono; • Road Map: una ricerca sui confini in Medio Oriente; • USE: un progetto di ricerca sull’Europa contemporanea indirizzato a scrutare il territorio materiale e fisico di questo territorio per capire qualcosa di più sulle scelte, le ragioni, i desideri e le intolleranze di chi lo abita e sulle energie economiche e culturali che lo attraversano;

• São Paulo Calling: una ricerca internazionale sulle favelas e sugli insediamenti informali in Roma, Nairobi, Medellín, Mumbai, Mosca e Baghdad, diventata poi una mostra. A Milano è direttore nel 2007 di Festarch, evento internazionale di architettura a cura del magazine Abitare ed ideatore e curatore di MI/Arch. Inoltre, è stato ideatore e direttore artistico della Milano Arch Week, promossa dal Comune di Milano e curatore di SUSAS, il più importante evento di urbanistica e arte pubblica di Shanghai. Dalla ricerca alla progettazione concreta, Stefano Boeri pone notevole attenzione al rapporto tra la città e la natura, tant’è che dopo l’ideazione del Bosco Verticale – primo esperimento di biodiversità sostenibile che contribuisce anche a un importante risparmio energetico - l’architetto ha ricevuto diverse proposte per esportare nel mondo questo tipo di costruzione: da Nanjing a Parigi, passando per Utrecht ed Eindhoven.

USE: un progetto di ricerca sull’Europa contemporanea che prova a scrutarne il territorio materiale e fisico

10



#tech

Il termovalorizzatore di Copenhagen crea bellezza

© Press/CopenHill

testi Emmanuel Campos

Le città moderne non smettono di estendersi e confinano ormai con le vecchie – e brutte — zone industriali, con i porti e i casermoni di cinquanta anni fa. Come valorizzarle con nuovi usi, nuove tecnologie e soprattutto nel rispetto delle attuali norme ambientali? Il termovalorizzatore di Copenhagen, inaugurato nel 2017, sembra aver ideato il prototipo della città 2030. 12


Zero emissioni entro il 2025: questo l’obiettivo del bruciatore di rifiuti che produce calore direttamente e quando necessario anche elettricità

L’

Tagliato su misura per la città

idea nacque dalla promessa fatta dieci anni fa dalla capitale della Danimarca: zero emissioni nel 2025. Per una città del Nord, senza risorse solari, ancora arretrata nel settore eolico, era necessaria una svolta nella comunità energetica. La situazione si presentava così: da un lato, tanti rifiuti (anche se in un secondo momento arriverà anche in Danimarca il movimento no waste), perché il compost gela in inverno e i detriti di legno marciscono d’estate; dall’altro, una forte domanda di energia termica per riscaldare 50 milioni di metri quadri. La soluzione? Un bruciatore di rifiuti per produrre calore direttamente, ed elettricità, se necessario. Ma in una città che si conforma a puzzle tra terra e mare, lo spazio era disponibile solo nella vecchia zona portuale.

© Ehrhorn Hummerston

Nasce da qui il progetto dell’ architetto visionario Bjarke Ingels, allo scopo di coprire il 98% del fabbisogno energetico del distretto: un termovalorizzatore conte-

nuto, autosufficiente, senza emissioni… e anche bello. Con un investimento di 500 milioni di euro, ovvero soltanto 1.500 euro per casa all’anno, Copenhagen si è dotata dell’impianto più avanguardista del mondo.

Non passa inosservato

Per sostituire il vecchio bruciatore, il distretto voleva quindi una soluzione integrata, ma invisibile: il quartiere residenziale dista soltanto alcune centinaia di metri. Anziché nascondere l’impianto, gli architetti di BIG hanno deciso di valorizzarlo. Ecco quindi una “collina” in gonna di alluminio, coronata da una cresta di verde e il cielo del Nord che si riflette sulle pareti. Nella pianura circostante, emerge come una vera scultura moderna! Non si nasconde nemmeno la funzione: tra i bacini di metallo destinati a raccogliere l’acqua piovana, le finestre in facciata lasciano intravedere gli “intestini” interni che digeriscono i rifiuti e portano luce naturale (quindi gratuita) all’interno. E come segnale a tutti i beneficiari dell’impianto, ogni quarta tonnellata di materiale bruciato, il camino rilascia regolarmente anelli di “fumo” (in realtà solo vapore) nel cielo danese. È un modo visivo e intuitivo di valutare il nostro impatto ecologico e il prezzo da pagare per il nostro moderno comfort.

Potete indossare gli sci per scendere la pista sintetica CopenHill aperta 12 mesi l’anno.

13


Piste aperte, circuito chiuso

Ma il progetto non si ferma all’estetica e si prefigura anche con uno scopo funzionale. La vera innovazione è il parco aperto sopra l’impianto: da lì potete indossare gli sci per scendere la pista sintetica CopenHill aperta 12 mesi l’anno! E poi, ricordate l’acqua piovana? Annaffia il giardino verticale della facciata. La stessa che accoglie anche un muro per l’arrampicata, con un’altezza record di 86 metri! Un bar a vista, una palestra, addirittura una piattaforma da birdwatching completano quello che può definirsi un vero e proprio centro sportivo. E quando non ci saranno più le macchine, il parcheggio diventerà una pista da pattinaggio! Fino a dimenticarsi che si tratta di un apparato ipertecnologico.

A prova di futuro

Il rinascimento delle fabbriche urbane

Con ettari immobiliari limitati, altre città vogliono sviluppare le soluzioni miste alla CopenHill, dove l’utilitario funge anche da estetico. Pioniera dieci anni fa, Nantes (Francia), si è riappropriata del porto fluviale trascurato per farne un’isola delle macchine, a metà tra nuovo quartiere hipster e istallazione artistica con elefanti meccanici. Insomma, come Roma ha fatto con la Centrale Montemartini, o Londra con la Tate Modern, ormai gallerie d’arte! In senso opposto, sia la Volkswagen (Dresden) che la BMW (Monaco di Baviera) hanno riportato le fabbriche in centro città, ma ben integrate con i trasporti, l’estetica e le funzioni di un centro abitato. Infine, per tornare ai termovalorizzatori, il più grande al mondo sarà a Shenzen (Cina), e anch’esso sarà dotato di un centro visitatori, un percorso interno e una piattaforma di osservazione. Con pannelli solari e un’architettura da galleria d’arte, ovviamente!

© Justin Hummerston

Anche all’interno regna una logica di integrazione. L’innovativa forma a pendio è dettata dal ciclo di produzione, dalla raccolta dei rifiuti interrata, fino alle alti torri di condensazione. Non si perde niente: i gas più caldi fanno girare le turbine elettriche, e il residuo di calore è distribuito nella rete municipale per riscaldare le case. E le ceneri, ovvero il 20% della massa restante? Filtrate e quindi trasformate in rive-

stimento stradale! E non è tutto: i metalli pesanti sono estratti e utilizzati anche per la facciata del complesso! E le uniche emissioni sono i vapori acquei. Così scompaiono 500.000 tonnellate di rifiuti all’anno, ovvero la produzione di 600.000 abitanti.

Il progetto non si ferma all’estetica Le finestre della facciata lasciano intravedere gli “intestini” interni che digeriscono i rifiuti.

14



#travel

Borghi diffusi, gioielli di architettura

© Gabriella Clare Marino

testi Elena Pravato

È un modo “diverso” di fare turismo. Più intimo e territoriale. Lontano dalle mete commerciali e cosiddette “di massa”, legato alle realtà locali, a cui si ispira e da cui prende linfa. E che, spesso e volentieri, fa tornare a vivere. L’albergo diffuso si sviluppa in più strutture (vere e proprie abitazioni o singole camere), in genere collocate a non oltre un centinaio di metri da quella che ospita l’area ricettiva, tutte custodite all’interno di un borgo. 16


I

l primo a concepirne l’idea fu Giancarlo Dall’Ara, alla fine degli anni ’80. Dall’Ara, che tra l’altro è oggi presidente dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei (APM) e dell’Associazione Nazionale Alberghi Diffusi, propose un modello lontano anni luce dal concept degli hotel-grattacielo pluristellati. Stava dando speranza a realtà spesso poco conosciute e dimenticate. L’idea era, inoltre, quella di uno scambio reciproco tra l’ospite e il luogo attraverso un’esperienza di svago unica nel suo genere.

Piccoli musei, botteghe artigiane e di prodotti enogastronomici: il borgo riporta il turista alla vita semplice, rispettosa dei naturali ritmi vitali, attenta al particolare e ai profumi di una volta e, soprattutto, in contatto con la gente del posto. Si possono valorizzare prodotti a chilometro zero e uno stile di vita a basso impatto, tanto che spesso e volentieri nelle stanze non c’è posto neppure per la TV.

© Sextantio

La differenza fra un albergo classico e uno diffuso? La colazione, ad esempio, che si può consumare al bar del paese; oppure il pranzo, da condividere a casa di una famiglia del luogo; o, ancora assaporare la cena piacevolmente intrattenuti da iniziative artistiche della pro loco. E, durante il tempo libero, passeggiare tra le viuzze del borgo seguendone e rispettandone i ritmi.

L’Italia è il paese dei borghi. Ce ne sono oltre ventimila. Si tratta di tante piccole perle incastonate in ogni punto della penisola, tra mari e monti, laghi suggestivi e mura medievali. Hanno tutte le carte in regola per poter ospitare turismo, investendo nelle bellezze storiche, panorami mozzafiato e cultura che “naturalmente” possiedono. Sono destinazioni in cui la mano dell’uomo interviene discretamente, senza modificare quello che storia e natura hanno concesso con generosità. Vi si affianca, certo, ma nel pieno rispetto di quello che ha trovato.

Le rondini, Sextantio Ci sono strutture che vantano particolari soluzioni dove suppellettili e accessori assenti sono stati creati artigianalmente.

17


È il caso dell’abruzzese Sextantio dove, ad esempio, l’imprenditore Daniele Kihlgren ha scelto sì di inserire elementi indispensabili alla vivibilità contemporanea (si pensi ai sanitari), ma caratterizzati da un design minimalista e formalmente semplice, evitando “tentazioni” contemporanee di certo fuori contesto. Tra i primi a sorgere è, invece, l’Albergo Diffuso Fogaria Monte Prat, tra chalet e baite “recuperate” in una location suggestiva tra le Dolomiti Carniche, paradiso di arditi biker.

© Sextantio

Da nord a sud, c’è anche Il Borro, gioiello toscano medievale circondato da un orto botanico. Arriviamo poi a Locorotondo, nel cuore della Valle d’Itria, poco al di sopra dei 400 metri sul livello del mare. Qui, in pieno centro storico, tra viuzze dai muri bianco latte, ad accogliere l’ospite è Sotto le Cummerse, dal nome dato ai tipici tetti spioventi che caratterizzano questa cittadina in provincia di Bari. Le isole maggiori non sono rimaste a guardare. Il Resort Borgo San Rocco, albergo diffuso con paesaggio sulla costa siciliana di Taormina, è ubicato nella cornice delle chiese di S. Nicolò e di S. Maria in Cielo Assunta, luoghi che Francis Ford Coppola scelse per “Il Padrino”; sulla costa nord occidentale della Sardegna, nel cuore di Bosa, antico

18

© Sextantio

Attenzione, però, a non credere che si tratti di strutture non al passo con i tempi. Dormire in un borgo diffuso non significa soggiornare in una casa sull’albero e tra mille difficoltà di tipo logistico. Ci sono strutture che vantano particolari soluzioni dove suppellettili e accessori assenti sono stati creati artigianalmente con materiali ad hoc e di riciclo in grado di colloquiare per forma, colore e, a detta degli esperti, odore, con l’identità del luogo.

La stalla, Sextantio borgo dai colori pastello affacciato sul fiume Temo, si trova Corte Fiorita con alloggi ricavati da vecchie case padronali. Nonostante sia un investimento per il turismo che ha alle spalle quasi mezzo secolo di storia, è oggi che l’albergo diffuso sembra essere al passo con i tempi. Le esigenze di chi si appresta a concedersi un viaggio lungo o semplicemente un weekend, infatti, sono cambiate. Il tema della sostenibilità è molto più sentito e, a questo, si aggiunge un crescente bisogno di relazionarsi con ambienti naturali, sicuri e lontani dal caos. Per ritrovare se stessi attraverso il contatto umano ed esperienze “vere”, come un pranzo dall’atmosfera familiare o una passeggiata tra vicoli antichi.


#travel

Queste stazioni valgono il viaggio! testi Elena Pravato

Stazione ferroviaria di Anversa, Belgio

19


Union Station, Chicago La sala d’attesa è divenuta celebre anche per la pellicola cinematografica “Gli intoccabili”.

Le stazioni dei treni hanno ispirato molti registi e la loro architettura da cinema ha accolto alcune delle scene indimenticabili dei grandi film hollywoodiani. Oltre alle strazianti scene di addio girate proprio davanti ad un treno in partenza, indimenticabile “Il Matrimonio del mio migliore amico” quando i protagonisti Julia Roberts e Dermot Mulroney si ritrovano nella sala d’attesa dei viaggiatori della Union Station di Chicago e iniziano un esilarante e indimenticabile dialogo sulle panchine della Hall.

L

a Union Station della Città del Vento fu inaugurata nel 1925 e in vista del centenario, l’attuale proprietario, la società Amtrak sta procedendo a restaurare proprio la Great Hall, la sala d’attesa divenuta celebre anche per un’altra pellicola cinematografica, “Gli intoccabili” (ricordate la scena della carrozzina?). Chi entra nella sala ne rimane affascinato per lo spazio architettonico, immenso in altezza e in ampiezza. Il colonnato imponente e il lucernario del soffitto a volta a botte concorrono a dilatare ancor più lo spazio. Lo splendido lucernario è stato interessato da recenti lavori di sostegno e restauro conservativo: il notevole sforzo economico (60 milioni di dollari) del gestore Amtrak ha permesso di aumentare la luce naturale negli interni di oltre il 50%. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, i quadrati del lucernario erano stati oscurati per rendere la stazione meno individuabile e sfuggire ai bombardamenti nemici. Sulla parete est campeggiano le due statue

20

d’arte, la prima raffigurante una donna con un gallo, la seconda con un gufo, un omaggio ai passeggeri diurni e notturni che affollano la stazione. Le scalinate ormai celebri, ora sono protagoniste assolute di selfie e scatti da parte dei viaggiatori in transito. Oggetto dei lavori di sistemazione è stata anche la Women’s Lounge (lato nord-ovest della Great Hall) tornata agli antichi splendori con il suo soffitto in gesso a cassettoni Art Déco, le colonne di marmo e gli elaborati murales. Addirittura sono stati utilizzati dopo accurati interventi di restauro, i lampadari originali, scovati in vecchie casse di legno dimenticate. La Women’s Lounge, ora Burlington Room, è stata trasformata in uno spazio per eventi di gala. Per i passeggeri premium e coloro cui spetta un viaggio in vagone letto è stata destinata la Metropolitan Lounge, una sala d’attesa dal design moderno che offre riservatezza e confort con tavolini e sofà talmente comodi che si rischia di perdere la coincidenza.


Stazione ferroviaria di Anversa, Belgio A volte, poi, ci sono delle stazioni che non si possono non visitare anche se il viaggio non c’è. Questo è il caso della “Cattedrale ferroviaria” ovvero la stazione di Anversa, capolavoro di architettura, costruita nel periodo del regno di Leopoldo II. Quest’ultimo (non a caso) venne ribattezzato “ il Re Costruttore”, un personaggio singolare che sarebbe perfetto come ministro per le infrastrutture, avendo commissionato e portato a termine innumerevoli opere pubbliche fra cui appunto la Antwerpen Central Station.

vo ai lati e sotto le finestre. I lampadari sono a forma di candeliere e sembrano usciti direttamente dal film Anastasia. La vera chicca, però, è la sala VIP con soffitti a volta e affreschi a tinte forti oro, blu cobalto e verde petrolio. Seduti sui comodi divani in pelle non si potrà fare a meno di rivolgere lo sguardo in su e in giù, ammirando il pavimento in marmo, con bordura e intarsi degno di un palazzo reale.

Se vi capitasse di dover attendere il vostro treno nella Città dei Diamanti, potete soffermarvi ed ammirare l’imponente cupola alta 75 m, lo sfarzo neobarocco con 20 tipi di marmo diversi, le scalinate immense che conducono all’interno della stazione che realmente potrebbe esser confusa con una cattedrale! Lo stile architettonico della stazione di Anversa è assai eclettico come il suo ideatore, il belga Louis De la Censerie, che visse in più Paesi europei e studiò l’arte classica latina e greca fino all’Art Nouveau. La sala d’attesa ci conduce poi alla zona più moderna della stazione sovrastata in un unicum inscindibile dalla volta in ferro e vetro. Oltre ad una galleria di ben 70 negozi, quest’area ospita i binari su tre livelli diversi! Una curiosità: è italiana l’azienda incaricata di illuminare la stazione e la magnifica cupola. Lasciato il Belgio, ci mettiamo il colbacco e un cappotto pesante per introdurvi un altro gioiello di architettura ferroviaria, anche se decisamente meno celebre rispetto alle prime stazioni citate. Stiamo parlando della stazione moscovita di Kazansky: come le altre stazioni delle città sovietiche è un mix di confort moderno. La Hall sembra un portico su cui affacciano le attività commerciali con pareti verdi e fregi in rilie-

Stazione Kazansky, Mosca, Russia

21


#travel

Destinazione: aeroporto – quando lo scalo vale la meta

© Emmanuel Campos

testi Emmanuel Campos

Il terminal liscio e anonimo, spazio di confine tra il centro città e una destinazione lontana, lascia il posto ai grandi aeroporti dove l’architettura è un’attrazione, un vero e proprio mondo autonomo dove vivere, cenare e incontrarsi. 22


23


B

erlino ha inaugurato l’anno scorso il suo nuovo scalo internazionale, codice BER, dopo 10 anni e 7 miliardi di riprogettazione. Al centro dei ritardi, per una delle poche capitali ancora senza scalo internazionale, c’è un conflitto sulla visione utilitaria proposta da Meinhard von Gerkan. L’architetto, genio delle infrastrutture della città, odiava infatti le aree commerciali dentro un aeroporto. Per lui, il terminale doveva essere solo un corridoio verso una destinazione – un sentimento opposto alle tendenze moderne che vogliono fare dell’aerostazione una destinazione a sé stante (sull’esempio di alcune sale d’attesa ferroviarie). Eppure c’è un’altra visione, quella che vede l’aeroporto come uno spazio centripeto anziché un luogo di passaggio.

Un design centripeto

Berlino ha inaugurato da poco il suo nuovo scalo internazionale que terminali sotto un vero e proprio monumento architettonico: The Jewel, una cupola di vetro da 1 miliardo che racchiude una foresta tropicale. Le nuove destinazioni in Cina adottano sin dall’inizio un design centrale e fanno appello agli starchitects, come Pechino-Daxing con la sua stella marina di cemento grezzo, valore 10 miliardi, disegnata da Zaha Hadid. Ma tutti questi sforzi di concentrazione non servono solo a uno scopo consumistico – il famigerato mood auto-indulgente che ci fa spendere molto di più quando siamo stanchi di aspettare. Gli aeroporti sono ormai un’alternativa alla città che servono.

© Wikimedia

Da alcuni anni, i nuovi hub mettono l’accento su una disposizione centrale, dove il mall dell’aeroporto distribuisce partenze e arrivi. Non più corridoi interminabili lungo i terminal come Roissy, Fiumicino o Heathrow: l’architettura ora privilegia i progetti in cui è possibile canalizzare l’intero flusso di passeggeri e gli ineluttabili del viaggio: sicurezza, dogana, immigrazione. Così Helsinki rivede il suo progetto da 900 milioni, per concentrare il traffico pedonale in un unico spazio, dominato da un’onda di legno, un omaggio allo stile scandinavo di Alvar Aalto. Singapore cerca l’effetto wow collegando i suoi cin-

© BER Airport/Günter Wicker

Dimenticati, i corridoi infiniti

Pechino-Daxing: una stella marina di cemento grezzo.

24


Il terminal, un viaggio in sé

In effetti, la tendenza degli ultimi anni è stata verso una maggiore permanenza nel terminal. Perché rischiare ore di traffico per andare in centro se ci si può incontrare, fare affari o cenare direttamente nel centro commerciale all’uscita dell’aereo? I grandi spot commerciali del 2010, dove i negozi duty-free e le grandi marche ci aggrediscono, lasciano il posto alla aerometropoli, un luogo fuori dal tempo, centrato sull’essere umano, con aree relax e giardini dove puoi esistere senza dover consumare. Ma come si fa ad accogliere 10 milioni di residenti e non più passeggeri? Prima di tutto, anche in uno spazio unificato, bisogna separare i flussi.

© Emmanuel Campos

Per chi ha fretta, la riduzione dei tempi di viaggio è essenziale. La progettazione concentrica è un aiuto, ma lo è anche la segnaletica intelligente e, soprattutto, la navigazione ordinata senza distrazioni commerciali. Ad esempio, l’enorme nodo aeroportuale statunitense di Salt Lake City (Utah) vuole integrare una Greeting Room, un collegamento diretto tra il parcheggio e il gate d’imbarco, dove i passeggeri e gli assistenti si incontrano prima della partenza.

Per chi è costretto a pazientare in attesa del volo, è meglio sedersi comodamente. Helsinki ha aperto le sue Sale Relax, mentre Dubai sta attualmente progettando la poltrona ideale per soddisfare tutte le morfologie. Ma soprattutto, si preferisce sedersi in un ambiente affascinante, non in una sala d’attesa cieca. A Long Beach (Los Angeles), si cammina su latte di legno tra “falò di spiaggia” e palme. Questa è la tendenza del Green Gateway, per prendere in prestito il nome del progetto vincitore da del nuovo terminal di Nuova Delhi: piante e giardini mischiano l’interno e l’esterno. A Heathrow (Londra), i giardini pensili popoleranno il terminal cattedralesco progettato da HOK, mentre come ad Hamad (Qatar), sono le fontane a rinfrescare il lounge. Infine, ecco The Jewel, a Singapore: non è più un giardino, ma una vera e propria foresta tropicale di 5000 alberi incentrata su una maestosa cascata che rapisce e incanta lo sguardo, e racchiusa sotto una monumentale cupola di vetro, dove si sviluppa un centro commerciale di 5 piani. Tutti direttamente collegati ai 5 terminal, e con check-in integrato per chi vuole sbarazzarsi dei bagagli e passeggiare a proprio agio in mezzo alla natura.

The Jewel, Singapore Tra giungla e cupola di vetro, chi avrebbe pensato che si tratti di un terminal?

25


Infine, c’è chi visita l’aeroporto senza viaggiare. La tendenza sta esplodendo: il terminal ha un fascino esotico e molto più spazio immobiliare per lo shopping di quanto un centro città possa sognare. Tampa (Florida) cerca quindi di affascinare i suoi residenti con offerte commerciali, parcheggi gratuiti e persino un’incursione nella zona duty-free il sabato. C’è un cinema multisala a Incheon (Corea del Sud), una piscina e una spa a Doha (Qatar), e anche alberghi, non fuori dall’aeroporto ma ben integra-

ti e collegati alla zona sbarco: Istanbul ha appena inaugurato il suo Yotel ipertecnologico nel nuovo terminal da 7 miliardi, e The Jewel, sempre lui, vi accoglie nel suo hotel con vista sulla giungla interna. L’aeroporto vale ora il centro della città.

Un’ode al paesaggio Inoltre, l’aeroporto è anche una vetrina per la città, un riflesso dello spirito del luogo. Mentre l’era post11 settembre aveva chiuso tutte le viste esterne dalla

Il nuovo terminal di Singapore Changi

26


sala d’imbarco, per ragioni di sicurezza, i terminal di oggi stanno tornando a vedute più libere, per integrare meglio il terminal e il paesaggio. Ecco quindi lo Sky Deck di Salt Lake City, per un drink mentre si guardano gli aerei. Il TWA Bar a JFK (New York) offre un’esperienza 5 stelle in un arredamento ispirato alla metropoli, tra il design streamline degli anni ’30 e i graffiti del Bronx. A Bali Denpasar (Indonesia) il lounge si affaccia sulla pista e una scultura monumentale di Garuda, la divinità induista alata, appare all’orizzonte. Alcuni progetti vanno oltre:

l’Arabia Saudita sta creando un miraggio nel deserto: il progetto a forma di rosa delle sabbie creato da Foster+Partners sarà il nuovo polo turistico sul Mar Rosso, e un perfetto riflesso delle forme e della cultura del luogo. The Jewel è l’esatto riflesso dell’iconico centro di Singapore: la stessa cupola di vetro di Gardens by the Bay, la giungla che evoca il famoso zoo-safari, e la monumentale cascata che ricorda il senso di dismisura del Sands Resort, l’hotel più alto del mondo e la sua piscina a sfioro sospesa.

27


#travel

Oltre la Natura: il lato stiloso della Svizzera

28


Natura d’incanto pronta a sorprendere. Poi il cioccolato, gli orologi e il famoso coltellino milleusi. Ma la Svizzera è tanto altro ancora. È una meta ricca di fascino e stile, con Zurigo, Ginevra e Berna tra le prime dieci città al mondo per la qualità di vita. Ecco a voi alcune mete da appuntare in agenda e alcune curiosità sul paese che ha dato i natali a Jean-Jacques Rousseau (e non solo). testi Elena Pravato

Il coltellino svizzero, un secolo di storia

C

hi non conosce l’inconfondibile coltellino svizzero? A idearlo fu, sul finire del XIX secolo, Karl Elsener. Per la sua Victorinox decise di sostituire la fornitura di coltelli prodotti in Germania con degli esemplari svizzeri destinati all’esercito. Avevano il manico in legno, un cacciavite, un apribottiglie, una lama e un punteruolo. Fu sua l’idea di aggiungere un meccanismo a molla, permettendo così al manico di contenere più utensili. Qual è, oggi, l’optional che fa tendenza in un coltellino svizzero? Contenere anche una memoria USB.

29


Il Paradiso dei golosi

Località top secret per la villa più costosa del mondo che, secondo voci ricorrenti, pare sia ubicata a Brione, sopra Minusio. A disegnarla l’architetto Stuart Hughes di Liverpool in collaborazione con lo Studio elvetico Exklusiv HAUS di Zugo, in Svizzera. Conta 8 stanze realizzate con oltre 200 kg di oro solido e rifiniture in platino. Il pavimento è in pietra di meteoriti con intarsi di fossili di dinosauro in ogni piastrella. È stata costruita in 5 anni e mezzo per un costo di 7,5 miliardi di dollari per un magnate arabo.

Lindt Home of Chocolate I visitatori sono accolti da una fontana di cioccolato alta nove metri e possono creare le loro opere d’arte di cioccolato.

Puntuale come un orologio svizzero

Al Musée international d’horlogerie (La Chaux-deFonds) l’occhio del visitatore rimane affascinato dalla bellezza e dalla genialità degli orologi in esposizione. Orologi di uso quotidiano e pezzi preziosi trovano posto nel museo dell’orologeria più grande del mondo. Tra grandi marchi, lusso e oggetti di prestigio si arriva nel centro di restauro degli antichi segnatempo, dove è possibile osservare gli orologiai all’opera. Musée international d’horlogerie (La Chaux-deFonds): dove è possibile osservare gli orologiai all’opera.

30

© G. Perret

© Lindt

Si chiama Lindt Home of Chocolate e ha aperto i battenti l’anno scorso a Kilchberg, cittadina affacciata sul lago di Zurigo. Un museo-laboratorio di oltre 1.500 metri quadri, con un’architettura sviluppata su tre piani, dove i visitatori sono accolti da una fontana di cioccolato alta nove metri, scale curve, camminamenti sospesi e suggestivi lucernari. Impossibile allontanarsi con facilità dalla sala degustazione, chiamata, non a caso, “Chocolate Heaven”.

La villa più preziosa del mondo


Montreux, la città dei Queen

Nel centro storico di Montreux trova spazio la città vecchia, dove – seguendo la via principale che porta a Rue du Marché – si giunge sulla cima di una collina da cui è possibile ammirare un panorama da sogno. Imperdibile, a Place du Marché, la statua di Freddie Mercury affacciata sul lago. Il cantante e frontman dei Queen aveva deciso di acquistare una casa nella città per passarci proprio qui gli ultimi anni della sua vita. Insieme al resto del suo gruppo musicale, acquistò anche gli studi di registrazione Mountain Studios, ancora ubicati dentro il Casinò.

Berna, patrimonio dell’Unesco

La capitale della Svizzera sorge su una piccola penisola creata dal fiume Aare. Da non perdere una visita alla casa di Albert Einstein, dove abitò tra il 1902 e il 1909 ed elaborò la sua teoria della relatività. Salendo poi i 254 gradini della torre della Cattedrale di Berna si raggiunge una vista panoramica sul paesaggio circostante, fino a vedere Rosegarten, il giardino delle rose. Tra i musei, il centro Paul Klee, su progetto dell’architetto Renzo Piano, è uno dei più frequentati della città. Per finire una giornata con un salto nel passato, perché non dirigersi verso il quartiere medievale Matte?

Zurigo, città lago

La città più internazionale della Svizzera si affaccia sull’omonimo lago, lungo le cui rive si trova il popolare giardino Blatterwiese, frequentato da chi fa sport o vuole semplicemente rilassarsi un po’. Per chi ama Chagall occhio ai finestroni della chiesa di Frumunster dove è possibile ammirare le decorazioni dell’artista. Per chi, invece, vuole rilassarsi con un po’ di shopping a cinque stelle, Bahnhofstrasse è la via da evidenziare sulla mappa.

31


#travel

Marrakech con gli occhi di Yves Saint Laurent Quando si arriva per la prima volta a Marrakech e ci si immerge nella chiassosa Medina, si comprende a pieno cosa deve aver rappresentato, per un grande creativo come Yves Saint Laurent, una città così intensa, colorata e ispirante. Sceglietela come meta di un viaggio autunnale, quando la freschezza dell’aria scende sulla città, e provate a indossare il suo sguardo. Potreste cadere vittime dello stesso sentimento. testi Manuela Longo

32


33

© Riccardo De Vito


La piazza Jamaa El Fna e i suoi artigiani

34

© Riccardo De Vito

S

ettembre era un mese speciale per Yves Saint Laurent. Era il mese in cui lasciava Parigi per andare a disegnare una nuova collezione a Marrakech. Perché, in fondo, il grande stilista l’Africa ce l’aveva nel sangue. Non era forse nato in Algeria, e non era stata forse sua madre la prima maestra del bello della sua vita? Certo, a nemmeno 30 anni aveva già la sua maison di haute couture à Paris, ma il gusto per i colori e i profumi del Sud, quello veniva dal Marocco, non c’era nulla da fare. Ecco perché ci tornava e ci tornava, con lui il compagno Pierre Bergé. Facevano lunghe passeggiate nella brulicante piazza Jamaa El Fna, tra gli artigiani, i loro manufatti di qualità, gli odori, le spezie e i pigmenti. Non smettevano mai di essere affascinati da tappeti, ricami, tessuti, zellige (tipiche maioliche marocchine in pietra levigata). A fare da sfondo il muezzin che con il suo canto richiamava i fedeli alla preghiera.


© Riccardo De Vito

Natura e architettura dei Giardini Majorelle

I giardini Majorelle: l’incontro di due artisti

© Riccardo De Vito

Poi, un giorno, quando avrebbero voluto solo riposare a La Mamounia, sublime palazzo Art Déco, una casa d’ispirazione cubista, pressoché abbandonata investì il loro sguardo. Un blu intenso e brillante in mezzo a un giardino sublime ma stanco. Era l’atelier di un pittore, un certo Jacques Majorelle, che si era rifugiato in quell’oasi di pace per curare la tubercolosi ma che, ormai in rovina, presto sarebbe stato venduto ad una ditta immobiliare per fare un hotel. Yves Saint Laurent aveva un altro investimento in mente, e decise di acquistarla. Nel suo cuore, la proprietà si chiamava già Villa Oasis, un quadro a cielo aperto, un paesaggio vivente. Andate senz’altro ai Giardini Majorelle, ormai ringiovaniti, e godetevi la passeggiata fra cactus, palme, bambù e piante acquatiche, il tutto immerso nelle ampie pennellate di giallo e di blu (detto appunto Majorelle).

35


Il fasto, la pietra, i mosaici

Poi tornate, concedetevi un hammam o un tè alla menta oppure pranzate con una tajine (pietanza a base di carne o verdure in umido preparata nella tipica pentola conica di terracotta), e ripartite. Magari dal Palazzo della Bahia, un sontuoso edificio con oltre 150 sale decorate con soffitti intarsiati o affrescati, marmi di Carrara, mosaici gialli e blu, sete preziose e vetri colorati. E non perdetevi le sfarzose Tombe dei Saaditi, costruite per volontà del principe Ahmed al-Mansour, tra il Cinquecento e il Seicento. Un tesoro ancora poco noto, accessibile attraverso la Moschea di Kasbah. Lasciatevi incantare anche dall’esterno della Moschea Koutobia, con le elegantissime decorazioni del minareto, la torre dell’XI secolo, le chiavi di volta e le merlature in pietra a vista.

Panorama della Moschea Koutobia

© Riccardo De Vito

Tornando al vostro riad verso sera potreste scoprire una Jamaa El Fna trasformata in teatro di incantatori di serpenti, giocolieri, artisti di strada e cantastorie. Questa è la magia di Marrakech, con le sue metamorfosi e i suoi contrasti. Come piaceva al grande stilista parigino.

Un esempio di architettura marocchina

36


37 © Riccardo De Vito


#lifestyle

Il grande ritorno del Bulli © Volkswagen

testi Emmanuel Campos

Chiamatelo il Bulli, il Combi, il Samba, il Microbus: nei suoi 70 anni di produzione, il “minivan Tipo 2” ha trasportato generazioni di fattorini, postini, passeggeri, surfisti e famiglie. Volkswagen, produttore del minibus icona della costa californiana e di un certo spirito Sixties, ha chiuso l’ultima linea di produzione brasiliana nel 2013. Ma oggi risorge in chiave moderna, pur mantenendo il suo fascino retrò. 38


A

Tavole da surf o seggiolini?

professionisti, che potrebbero rinunciare al loro furgone a favore di un veicolo urbano compatto ma spazioso. E soprattutto elettrico, un must per le nostre città congestionate.

© Volkswagen

Sulla base elettrica della berlina ID.4, ecco un monovolume solido con alcune sorprese sotto il cofano. Proprio come il suo illustre predecessore, VW gioca su due fronti: compattezza e convivialità. Ma se il buzz marketing del gruppo strizza l’occhiolino ai surfisti e ai nuovi nomadi, la speranza è quella di attrarre anche le famiglie (7 posti a sedere e un baule, sufficienti per una vacanza), le flotte di taxi (elettrico a tutta prova per i pick-up in aeroporto) e anche i

© Volkswagen

nnunciato nel 2017 al Salone di Ginevra, il Lieferwagen rinasce sotto il concetto ID.Buzz. Sulla scia della Fiat 500 o della nuova Mini, anche Volkswagen punta tutto sulla nostalgia e, dopo un timido approccio nel 2019 con l’e-Bulli Retromod (un Type 2 classe 1980 convertito all’energia elettrica), la piattaforma vuole attrarre una nuova generazione di Digital Nomad con un progetto completamente rivisto, “sempre groovy”, come il gruppo VW ama ricordare.

L’ID.Buzz è stato progettato per offrire un grande volume unificato

39


Un mercato maturo per il settore elettrico

Il tutto-pubblico elettrico è iniziato con la roadster di Tesla. Non proprio un minivan per famiglie. Ma dopo un coupé di lusso, il modello S, un SUV e una berlina di consumo, il boom elettrico ha finalmente conquistato il mercato quando i principali costruttori ci sono entrati volenti o nolenti. Tuttavia, c’è un’ultima categoria che non era stata toccata dalla tendenza: i minivan e i furgoni. Fino ad oggi, l’autonomia ridotta della batteria e il costo a lungo termine degli ioni rispetto al diesel avevano rallentato l’adozione e persino la produzione di una tale gamma. Ma ora VW ha deciso che il mercato è maturo, ed ecco ID.Buzz.

© Volkswagen

Come il suo predecessore, l’ID.Buzz è stato progettato per offrire un grande volume unificato che va dal cruscotto al bagagliaio, con spazio aperto su tutta la lunghezza, accentuato dalle ampie finestre laterali (con tende a fiori?), dal tetto minimalista e dai sedili rimovibili.

40

Prima di tutto la facilità d’uso, con volante opzionale

In vero stile anni ‘60, i sedili si muovono in righe per creare un piacevole faccia a faccia, perfetto per i picnic. Il costruttore attende la validazione della sua tecnologia di guida autonoma, sviluppata dalla filiale VW Autonomy, e prevista entro il 2025, per poter autorizzare la modalità lounge anche quando il furgone è in movimento. Immaginate di poter giocare a briscola con i vostri passeggeri mentre correte verso l’autostrada, in tutta sicurezza! Un concetto a prova di futuro, alcuni direbbero. Aspettiamo solo di vedere cosa ne pensano gli Instanomads – quei nuovi viaggiatori che ristrutturano furgoni per trasformarli in veri e propri camper. Infatti, dopo la versione dimostrativa “broom wagon”, in tour sulle strade americane quest’estate, la cargo potrebbe apparire sulle strade (urbane) già nel 2022, e integrare una modalità autopilota di serie e un volante opzionale negli ultimi progetti del marchio. Si sta quindi aprendo l’intero mercato delle consegne “dell’ultimo miglio”, con giganti del settore come UPS, DHL e persino Amazon alla ricerca di un furgone compatto, silenzioso e autonomo per equipaggiare flotte di migliaia di veicoli. Via le tavole da surf, il nuovo Combi sarà urbano o non sarà!


Autorizzato dalla Banca D’Italia, protocollo n.5007737- n. 5009402

LAVIS (TN) Via Roma, 27/33 | TRENTO Via Mazzini, 6 | Tel 0461 24 20 40 | info@obrelli.it www.obrelli.it | www.oro.obrelli.it |

gioielleria.obrelli |

gioielleria_obrelli


#lifestyle

Dall’Hygge svedese al Gezellit olandese: questa sì che è dolce vita! testi Manuela Longo

42

42


La colazione con cornetto e cappuccino, un aperitivo tra amici nel giardino di una grande casa di campagna, due chiacchiere al bar commentando la partita o, semplicemente, una “pennichella” d’estate, seguita da un buon caffè o da una fetta di anguria. Ma anche una passeggiata con i finestrini abbassati attraverso stradine di campagna assolate che costeggiano campi di grano o vitigni. Per qualche romantico è Dolce Vita, per i più è semplicemente “dolce far niente”. Quei piccoli piaceri tutti italiani che non cambieremmo mai con nulla. Eppure non siamo i soli a difendere con orgoglio una certa forma di otium.

I

I piccoli lussi danesi

n Danimarca, la parola Hygge esprime il vero e proprio senso della vita. Elemento fondamentale della filosofia e dell’architettura dell’Hygge è la luce, che, in mancanza di fonti naturali, i danesi ricercano nelle candele (il 28 % dei danesi le accende ogni giorno) da inserire in un ambiente rigorosamente pulito, cozy e moderno. Altro aspetto irrinunciabile è lo stare insieme senza aspettative e senza fare nulla di che, al massimo una cioccolata calda, una fetta di dolce e (soprattutto!) un buon caffè. Piccoli lussi che i danesi possono concedersi anche grazie all’arbejdsglaede, ovvero la felicità sul lavoro e la possibilità di organizzarlo in modo che non vada in conflitto con la vita privata. Questo sì che è vero lusso!

43


Riconoscere quando è abbastanza

In Svezia, l’otium fa rima con l’abbastanza, ovvero l’idea di Lagom che corrisponde all’avere un luogo nel quale rigenerarsi, fosse anche solo una cabina armadio (sì, non scherziamo!) o la cima di una collina e fuggirvi prima di raggiungere il punto di rottura. Il segreto è tutto qui: riconoscere quando è abbastanza, soddisfare i veri bisogni, gratificarsi (ma senza esagerare), condividere. Soprattutto, stare nella natura: gli svedesi corrono sotto la pioggia, investono

in case estive o cottage nei boschi e pronunciano parole meravigliose come gökotta che significa “alzarsi all’alba per andare in mezzo al verde ad ascoltare il canto degli uccelli”. Troppo romantico e un po’ noioso? Per niente, perché in realtà anche mangiare patatine fritte e street food è lagom. Concedersi qualcosa di sfizioso senza sensi di colpa è un must dei venerdì detti di conforto. Solo che gli svedesi lo fanno a lume di candela.

Gökotta significa “alzarsi all’alba per andare in mezzo al verde ad ascoltare il canto degli uccelli”.

La vita gezellit tra i mulini a vento

Anche gli olandesi hanno un loro modo di praticare il dolce far niente. Lo chiamano Niksen e corrisponde a una sorta di meditazione, che può essere anche il solo guardare fuori dalla finestra e restare in contemplazione, oppure ascoltare della buona musica o un podcast rilassante a letto o, ancora, disconnettersi e nulla di più. Qualcuno utilizza il termine più ampio di gezellit, estendendolo anche a una casa o un ambiente nel quale è gezellit trovare tante vecchie cose piene di storia che creano un’atmosfera accogliente. Ma è gezellit anche approfittare del momento, con un caffè accompagnato da una torta, o invitare gli amici per guardare la tv. Persino avere l’influenza è gezellit perché si può beneficiare dell’uitzieken, ovvero dello “sfogare la malattia” senza sognarsi nemmeno di andare in ufficio, ma piuttosto godendosi il dolce far niente sotto il piumone, in compagnia di tante deliziose tisane. Siete ancora sicuri che il dolce far niente ce l’abbiamo solo noi?

44


Finanziamo fino al w w w. c a s s a d i t r e n t o . i t


#lifestyle

Non chiamatela pausa pranzo: è l’opportunità pranzo testi Emmanuel Campos

Riunioni in piedi, orari ridotti e maggiore flessibilità: le nuove tendenze in materia di regole umane dell’ufficio si spingono solo fino a un certo punto. Quello che serve è anche una svolta sullo spazio e l’agenda, per permettere alle persone e alle idee di incontrarsi, di condividere e di rifocalizzare. E tutto inizia con la pausa pranzo: ecco alcune nuovi “lunch date” da provare. 46


I

Chiamate un traiteur

n una start up urbana, ritagliare una sala dedicata alla mensa sarebbe un pessimo investimento di spazio. Invece, invitare un ristoratore nell’angolo cottura dell’ufficio e servire il pranzo in una sala riunioni è il modo migliore per evitare sia il triste panino che sbriciola sulla tastiera che i disertori che pranzano fuori. Così ha fatto Warby Parker, la startup degli occhiali su domanda di New York: una volta a settimana, invitano uno chef e tutto lo staff per cucinare piatti unici, gourmet, direttamente nella cucina dell’azienda. Sono poi serviti nella lunga tavola dell’open-space, dove tutti si ritrovano a un’ora fissa, lasciando fuori ogni argomento collegato al lavoro. Un momento fuori tempo, per trovare più amici che colleghi! In Italia, uno studio legale milanese ha emulato il concetto, con l’aiuto di San Pellegrino e della nuova start-up di cena da asporto Foorban. Lo chef stellato Luigi Taglienti (Lume, Milano) si è invitato per un giorno nello studio, colonizzando una sala riunioni per un buffet tre stelle. Una sorpresa una volta tantum per gli associati, offerta da un cliente, ma di sicuro un’esperienza da riprodurre tutto l’anno! Così l’umore è migliorato, anche la coesione, e dai, possiamo finalmente sbarazzarci della solita insalata di tonno del martedì al self.

Organizzate uno speed date

È difficile creare legami con quei rigidoni del terzo piano? Allora, facciamo un appuntamento veloce! Durante il pranzo a buffet, organizzate un gioco di sedie musicale in cui diverse squadre si incrociano e chiacchierano, a turni di 7 minuti per esempio. Poi, ognuno prende la sua poke bowl e cambia tavolo. È veloce, efficiente e molto più divertente di una festa di Natale con champagne tiepido, no?

47


Questo è il vostro showroom

Non si lavora dove si mangia... Oppure sì? E se approfittaste dell’attenzione di tutti e di menti sconnesse per testare il vostro prodotto o servizio? Facile da dire se la vostra azienda produce utensili da cucina o inventa nuove ricette, ma il concetto può essere esteso a qualsiasi ambito. Vedete Reinhard Plank: dal cappelliere fiorentino, le materie, le tecniche, ma soprattutto il

lavoro di squadra si applicano al cucinare insieme, e il savoir-faire di ognuno rinforza l’altro. Allo stesso modo, uno studio di architettura reinventerà la sala da pranzo per un pasto a buffet, o una festa in giardino al coperto su sedie a sdraio! Lavorate nella moda? Ecco il vostro palco per una sfilata di moda improvvisata. Ma attenzione alle macchie di bolognese!

Invitate i vicini a pranzo! Se condividete lo stabile con altre aziende, ecco la vostra opportunità di far incontrare le persone.

Invitate i vicini

Stanchi dei saluti frettolosi in ascensore? Se condividete lo stabile con altre aziende, ecco la vostra opportunità di far incontrare le persone. Non in una riunione di condominio, naturalmente, ma con un dedicato pranzo in comune. Gli spiriti si collegano, le capacità e le competenze si combinano, e gli stranieri del parcheggio diventano amici, o anche possibili connessioni per l’azienda. A questo punto, perché non ne fate un incontro mensile?

Cucinate in ufficio

Insalate da tupperware per tutti, oppure... cucina sul posto a turni? Nella seconda ipotesi, l’idea è che i colleghi, a turno, si liberino alle 11, occupandosi del pasto per tutti. L’iniziativa è in atto da anni da Here Design, uno studio di progetti grafici di Londra, ben collegata con il mondo del food. Quando alcuni cucinano per molti, ci si ritrovano tutti: tanto i cuochi, felici di sfuggire al torpore di fine mattinata, tanto i commensali che possono mangiare caldo, fresco e conviviale intorno allo stesso tavolo. Avete solo un angolo cottura nel vostro open-space? Provate ad affittare una cucina: in tutte le grandi capitali, con il boom delle dark kitchen, noleggiare uno spazio esterno attrezzato e centrale per qualche ora o per un mese conviene. E non vi tocca nemmeno pulire dopo.

48

Insalate da tupperware per tutti? Oppure... cucina sul posto a turni!

Colazione copiosa e pranzo tardivo

E se poi guardiamo al futuro del lavoro, l’ideale sarebbe una giornata lavorativa di sei ore, come iniziano a fare la Germania e la Scandinavia, rimandando il pasto a fine turno! Si potrebbe iniziare la giornata con una colazione abbondante, a cura del boss, poi ci si mette tutti a lavorare sodo e finalmente ci si ritrova per un pasto curato. Ma anche un barbecue sul tetto, come fa l’agenzia di food branding Bureau F a Vienna! Così si libera il pomeriggio e si evitano le poco produttive ore di digestione. Audace, certo, ma il mondo sta cambiando, no?


#lifestyle

Altro che openspace: ecco le nuove regole di design per l’ufficio! testi Emmanuel Campos

I progetti vanno bene, la squadra si allarga: è tempo di cambiare ufficio. Prima di saltare sulla prima occasione in centro città, quella che piacerà solo ai clienti, ci sono più aspetti da considerare. Il benessere di ognuno, il telelavoro e la nuova scienza della produttività dettano le nuove regole nella progettazione di uno spazio lavorativo. Ecco alcuni appunti. 49


La nuova normalità: l’ufficio dentro casa

Q

uest’ultimo periodo l’avrà messo sotto i riflettori, ma il fenomeno dello smart working è in crescita ormai da decenni: la casa è il nuovo ufficio. E non parliamo solo del telelavoro, adottato ormai dal 50% degli Italiani, ma anche degli autoimprenditori che hanno aperto proprio lo studio in casa! Per non confondere le cose, è essenziale ricavare un angolo di “puro lavoro”, quindi con le sue regole anche in fatto di organizzazione. Punto primo: eliminare le distrazioni. Troppo cozy, la casa invita all’ozio. Troppo ingombrata, però, favorisce la procrastinazione. Ergo: il design minimalista è quasi d’obbligo. Arredate quindi l’angolo lavoro con mobili essenziali, dalle linee pulite, e soprattutto liberate le pareti e la vista. Oppure istallate l’ufficio in giardino!

Lo stare bene prima del lavorare bene

Per quanto riguarda l’ufficio vero e proprio invece, la chiave è ormai lo star bene. Il design gioca un ruolo fondamentale in questa ottica, ma di fatto le soluzioni sono semplici: tanta luce naturale, tanto spazio per non sentirvi mancare d’aria. Avete a disposizione solo una superficie urbana ridotta? Puntate sullo spazio verticale: la sensazione di cielo aperto può compensare i metri quadri limitati. Per la luce, meglio il bianco sulle pareti. Ma attenti a non creare un’atmosfera troppo asettica: potete aggiungere mobili in legno, caldi e accoglienti, per avere un minimo di contrasto.

50

L’open-office è morto, viva il design modulare

Se l’open-office concept ha fatto tanto per la comunicazione tra squadre, purtroppo ha aumentato anche lo stress da “mancanza di riservatezza” (dicono le ricerche). Meglio, allora, una via di mezzo: nel vostro nuovo studio, progettate sin dall’inizio spazi dedicati a piccoli team. Non uno sgabuzzino convertito, ma una sala vera e propria dove ci si ritrova per discutere a porte chiuse, senza disturbare il resto dell’ufficio, o anche per un pranzo tra colleghi!


L’ufficio non è tutto vetrina…

A meno che non siate uno studio di architettura, non tutto lo spazio lavorativo deve diventare uno showroom da mostrare ai clienti. Al contrario, lasciate gli interni come sono, già modellati dai collaboratori. In più, se la struttura è vecchia ma ha sempre fatto la sua parte così com’è, vuol dire che è valida. Meglio non rivoluzionare quel che funziona, inoltre i collaboratori si sentiranno un po’ più coinvolti se riusciranno a personalizzare lo spazio. D’altronde, l’ufficio giusto, tagliato a misura del team, e distribuito alla perfezione per il corretto equilibrio tra lavoro individuale e lavoro di squadra, resta una chimera. Tanto vale affidarsi alla creatività.

… ma una vetrina ci vuole comunque

Anche fosse solo l’ingresso o la scrivania della segretaria, lo “spazio pubblico” c’è sempre ed è la prima cosa che viene notata dai visitatori e dai clienti, quindi meglio pensarlo vivo, vero e funzionale. Pensate alla sala d’attesa di un aeroporto: è destinato a tutti e comunque ognuno ci si sente bene. Un perfetto mix di pubblico e privato, ampio e intimo, accogliente ma non soffocante. Lasciate sedie basse a vista: è un invito a accomodarsi ma non a pazientare. Questo spazio “di confine” dovrebbe permettere di gettare l’occhio sull’open-space vero e proprio: se si intravedono le persone lavorare, infatti, non sembra si essere nella sala d’attesa del dentista.

Cambiare aria in ufficio

Che ne dite di una vera e propria camera da letto, o addirittura una sauna in ufficio? Non parliamo di una sala fitness usata solo in pausa pranzo, ma di spazi ricavati laddove si lavora, e utilizzabili a qualsiasi ora del giorno. Una presentazione da preparare con calma e un pizzico di “isolamento”? Ecco la stanza da letto. Un brainstorming con i creativi? Per i più fortunati che hanno un o spazio esterno, perché non in giardino, sotto la serra o il gazebo? Poi, per le riunioni più impegnative, c’è sempre la pausa pranzo, che allora si farà in cucina!

51


#lifestyle

Complotti e fake news: quanto ci facciamo ingannare dalla rete? © Michael Herren

testi Serena Palmese

L’ondata del virus ha portato con sé uno tsunami di disinformazione che ancora oggi contribuisce ad aumentare sfiducia e preoccupazione fra i cittadini. Ma nel 2003 David J. Rothkopf, giornalista del Washington Post, già ci aveva visto lungo e ha coniato un nuovo neologismo destinato a diventare molto attuale ai giorni nostri: “infodemic”, sarebbe a dire infodemia, per descrivere il disagio psicologico che prova chi viene sommerso da una quantità troppo alta di informazioni ed è costretto a richiedere un aiuto per riuscire a distaccarsene in modo corretto. 52


Ricordiamo quella più famosa di sempre. È il 1938, la sera prima di Halloween negli Stati Uniti, e Orson Welles sta conducendo sulla CBS la trasmissione radiofonica Mercury Theatre on the Air, che ogni settimana propone commenti su alcuni romanzi e quella sera toccò a War of the Worlds, romanzo di fantascienza. Welles, per il suo programma, simulò un notiziario così da far credere di star interrompendo il servizio per raccontare di un atterraggio di astronavi extraterrestri a Grovers Mill, nel New Jersey. Molti radioascoltatori credendo fosse tutto vero furono travolti dal panico, fin quando il giorno dopo la notizia non fu smentita. Una fake più recente è quella riguardante il personaggio di Jonathan Galindo, con le fattezze di un Pippo antropomorfo della Disney, si presuppone il creatore del famoso “gioco della morte” che avrebbe spinto un bambino di 11 anni al suicidio. In base a quanto è emerso dal racconto mediatico, una o più persone presumibilmente identificabili come Jonathan Galindo, avrebbero inviato richieste d’amicizia ai profili Facebook di ragazzini tra i 12 e 15 anni, per poi contattarli in privato attivando una serie di meccanismi psicologici, simili a sfide, che sarebbero culminate con la morte dei “giocatori”. Con l’accertarsi delle indagini, Galindo si è rivelato solo uno dei tanti brevi e patetici racconti dell’orrore nati sul web. In Australia una blogger di nome Belle Gibson diventa virale per essere guarita da un tumore al cervello grazie all’aiuto di una dieta vegetariana. La presunta fama le ha consentito di pubblicare non solo un libro ma anche di creare un’app che riuscisse a dare consigli e indicazioni su come vivere in perfet-

© Little Plant

A

ttenzione! Nella moltitudine di notizie nella quale si trovano le buone informazioni, ci sono purtroppo anche le fake news che si nutrono dell’ingenuità della popolazione che tanto ama il web, posto in cui è facile imbattersi in ogni cosa. Dopo i primi casi di COVID-19, un’ampia gamma di fake news si è diffusa attraverso i media rendendo difficile identificare quali fossero le fonti affidabili con cui informarsi. Il problema è che a volte le fake news non sono facili da smascherare e si trasmettono per lungo tempo, facendo sorgere gravi conseguenze e la convinzione che esista una verità assoluta e indiscutibile, per di più falsata. In realtà la storia è piena di notizie false clamorose, quasi studiate ad hoc, ma il fatto è che oggi la loro diffusione attraverso i media ha una velocità sorprendente e prima che si riesca a rendersi conto che una notizia è falsa, questa ha avuto tutto il tempo di dare origine a vere e proprie polemiche globali, dibattiti e molto altro. Ma le notizie false non sono un fenomeno recente, sono sempre esistite a volte per fini politici altre solo per fare uno scherzo, spesso di cattivo gusto.

ta salute grazie a diete, ricette e a un corretto stile di vita, promettendo che tutti i soldi guadagnati sarebbero andati in beneficenza. Ma così non è stato e pochi mesi dopo la 27enne, che era perfettamente sana, è stata condannata dalla corte di giustizia dello stato di Victoria con una multa di 410 mila dollari. Qualcuno poi ha realmente creduto che il Wembley Stadium venisse trasformato in un enorme forno per cuocere una maxi-lasagna. Tutto è iniziato con un messaggio vocale inviato da Billy McLean, 29 anni e venditore di software, in una chat di una trentina di persone che è in breve tempo diventata una delle notizie più diffuse nel Regno Unito. Secondo il ragazzo, il piano sarebbe stato quello di utilizzare il sistema di riscaldamento utilizzato per il campo di Wembley e chiudere il tetto dello stadio, così da realizzare il più grande forno del mondo. Una notizia esplosa durante l’epidemia, ideata a pennello per sottolineare come in un’emergenza sanitaria si sentano cose paradossali, a cui a volte si crede, che rendono l’educazione al vero ancor più complessa. Ci sono voluti circa quarant’anni per scoprire che l’ominide a cui era stato dato il nome di Eoanthropus dawsoni non è mai stato l’anello mancante dell’evoluzione dell’uomo ma semplicemente un falso assemblato combinando la mandibola di un orangutan con frammenti di cranio umano moderno. Una fake news che ha coinvolto tutta la comunità scientifica e dalla quale sono state ottenute diverse pubblicazioni a riguardo, ricerche completamente errate, dispute e diatribe che rafforzavano addirittura convinzioni stupide e razziste, con l’obiettivo di ottenere un certo prestigio personale e nazionale nell’ambito delle scoperte. L’ingenuità a volte gioca brutti scherzi, soprattutto quando si tratta della corsa frenetica all’acquisto dell’ultimo modello di Iphone. Nel 2014 con un’immagine fasulla rilasciata su 4chan, costruita però sulla falsa riga di quelle utilizzate nel sito e nelle comunicazioni ufficiali della Apple, veniva annunciato che il sistema operativo iOS8 contenuto nell’iPhone 6 sarebbe stato in grado, grazie alla funzione wave, di ricaricarsi all’interno di un forno a microonde, se lo si lasciava per circa 70 secondi a 800w. Ovviamente la notizia si è sciolta subito!

53


#lifestyle

I locali di Milano buoni per mangiare, belli da godere © Trapizzino

testi Serena Palmese

In una città come Milano, è sempre più difficile trovare posti autentici, sani, dove si mangia bene e si spende poco, per cui mangiare fuori casa non è l’ideale; dopo varie degustazioni si è stufi dei prezzi esorbitanti che non coincidono minimamente con ciò che si consuma e quindi ci si riduce alla solita mensa o al bar take away. 54


C

‘è un tempo per mangiare bene e potersi permettere di non pensare al denaro e poi c’è la voglia più difficile: mangiare qualcosa di buono e spendere una cifra che non sia faticosa da mandar giù. Per fortuna le proposte milanesi sono tantissime: dai piatti bio alle tecniche di cottura più innovative, pas-

sando per i piatti gourmet ma tradizionalisti, senza mai dimenticare la velocità che deve avere il servizio, soprattutto se si è in pausa pranzo. Meglio ancora quando questi posti offrono un ottimo rapporto qualità-prezzo, in cui è possibile mangiare bene ma senza prosciugare la carta di credito. Ecco una lista di locali in cui il portafogli è al sicuro e anche lo stomaco gode di una certa felicità.

© Mare Culturale Urbano

© Mare Culturale Urbano

1 – Mare Culturale Urbano cambia totalmente il modo di fare impresa, fondendo linguaggi artistici e culinari. Mare nasce infatti come progetto di rigenerazione urbana a base culturale e parte dalla periferia ovest di Milano per attivare processi di inclusione sociale e sviluppo territoriale delle periferie. Il progetto non ha sede nei quartieri principali di Milano, ma nella storica cascina Torrette di Trenno del quartiere San Siro dove linee del bus e palazzi moderni sono a pochi passi. Il locale si anima tutto l’anno con concerti, performance, residenze artistiche, cinema all’aperto, festival, attività per bambini; e una cucina semplice ma con qualche pizzico di etnico. I prezzi vano dai 6 ai 15 euro, con proposte che spaziano da taglieri di salumi e formaggi, a tonnarelli cacio e pepe, fino a fritti di paranza o roast beef, e per finire un buon dolce.

55


3 – Trapizzino è lo street food romano per eccellenza, con 3 sedi a Milano: in via Marghera, sui Navigli e in Corso Lodi dove il locale, anche Vineria, ha preso il posto della storica insegna Mariposa ed è già diventato un punto di ritrovo in Porta Romana. Il Trapizzino è una fusione di tramezzino e pizza, più precisamente è un angolo di pizza farcito con le ricette simbolo della cucina internazionale, italiana e romana. I gusti storici e maggiormente richiesti sono il pollo alla cacciatora, le polpette al sugo e la parmigiana di melanzane. Il ripieno straborda e anche se si ha paura di sporcarsi la chiusura ai lati permette di gustare ogni morso con la giusta lentezza e goduria. Ogni Trapizzino ha un costo di 4 euro, il coperto non c’è e il servizio è estremamente veloce e in gamba. È possibile anche gustare un Trapizzino prima di cena e fare un aperitivo diverso, spendendo poco e accompagnando la magia con un buon vino o una birra artigianale.

© God Save The Food

4 – Faccio Cose Vedo Gente nasce dall’esperienza, la passione e l’impegno scaturito dall’incontro di tre ragazzi del suolo milanese. Si definiscono giovani ma non troppo, vecchi ma non abbastanza, con l’amore per il bere e il buon mangiare. Faccio Cose Vedo Gente, in via Fauchè vista lago, è un’ottima enoteca dove fare aperitivo, famosa soprattutto per le sue tartare sia di carne che di pesce (ma attenzione

© Trapizzino

2 – Trattoria da Nennella è la celebre trattoria napoletana dei Quartieri Spagnoli che approda a Milano in Largo Corsia dei Servi con la sua famosa pasta e patate con provola. C’è buon cibo, prezzi abbordabili ma soprattutto tanta convivialità e simpatia. La formula è semplice: due piatti a scelta, frutta, servizio, acqua e caffè a 14€, ma il prezzo fisso vale solo a pranzo. Per mangiare seduti, serviti, comodi in Duomo sembra una cifra onestissima. Ne hanno esportate tante di pizze, ma di piatti tradizionali così poveri di ingredienti e così saporitamente economici, ce ne sono ancora pochi.

Il trapizzino è una fusione di tramezzino e pizza a non sottovalutare i piatti del giorno, che spaziano dalla pasta alle zuppe, fino alle insalatone!). Il locale è semplice ma caldo, piacevole e lontano dal caos “navigliano”, è possibile anche cenare ma lo spazio è piccolo, quindi se si vuol rimanere anche dopo l’aperitivo bisogna prenotare in anticipo il tavolo per la cena. Le tartare oscillano tra i 12 e i 15 euro, un prezzo umile per porzioni più che generose. 5 – God save the food è un’idea nata in via Tortona, ad oggi con più punti vendita, con l’intento di proporre un menu healthy, leggero e con interessanti proposte vegetariane (insalate, cruditè, tartare, appetizer e soprattutto wok). L’attrazione del posto è la cucina a vista e sempre aperta, con piatti da assaporare giorno dopo giorno per gli ospiti che quotidianamente si dedicano una pausa anche solo per un caffè o perché cercano spazi dove lavorare al pc. Un salotto al centro di Porta Venezia dall’atmosfera calda e moderna. Ideale per qualsiasi momento della giornata: colazione, pranzo, aperitivo, cena, dopo cena e anche per il brunch del weekend e il prezzo medio è di circa 16 euro a pietanza.

56


#food

Gastronomia a consegna: l’esplosione delle Dark Kitchen testi Emmanuel Campos

Dark Kitchen: non è l’ultimo horror, bensì il fenomeno mondiale dei ristoranti invisibili, che hanno scelto di rinunciare alla sala, tenendo solo la cucina e affidandosi alle app di consegna per raggiungere i consumatori. Queste “botteghe oscure” non sono apparse ieri, ma la pandemia ha portato alla luce il trend, la sua logistica iconoclasta e le opportunità di crescita in più mercati. 57


II fenomeno mondiale dei ristoranti invisibili che hanno scelto di rinunciare alla sala

A

Usciamo… “dentro”

Sacramento, nel cuore della Silicon Valley, il venerdì sera è giorno di cena tra colleghi. Ma l’uscita al ristorante o al birrificio artigianale non valgono le ore di attesa nel traffico che va sempre peggiorando. Per fortuna, qui tutto si risolve con un’app, e i giovani techies proseguono la serata dentro l’ufficio supermoderno, a mangiare gourmet e bere raffinato con il resto del team. Il tutto consegnato in tempi record da uno stormo di fattorini. In un solo ordine, ce n’è per chi mangia vegan, hallal o burger. Come mai? Perché dietro la varietà dei piatti c’è una cucina sola. Un laboratorio anonimo, fuori centro ma ben collegato, con tanti brand, un unico spazio e un solo asporto.

L’ineluttabile spinta dei golosi

Cenare dentro vi ha stufato? Certo non se ne stanca la generazione Netflix & Chill, che ordina a casa fino a 3 pasti a settimana, 3 volte più spesso rispetto ai genitori! Ma chi ne beneficia sono innanzitutto i ristoratori. Sala, pulizie, una bella vetrina in un quartiere della movida, ma anche camerieri e maîtres d’hôtel: fino all’80% del budget di un ristorante non è certo il cibo e nemmeno il talento dello chef! È proprio per questo che sempre più operatori decidono di sacrificare del tutto la parte sala e investire piuttosto in una cucina che si fa iperfunzionale. È così che nasce la Dark Kitchen, o il ristorante fantasma, che esiste, in pratica, solo come un nome sull’app del telefono. Per di più, non c’è bisogno di uno spazio proprio per cucinare: basta mandare lo chef in una “centralina” attrezzata dove si concentrano dieci o più “ristoranti”, vicino alle rotte dei fattorini.

58

Tutto parte dall’app

Sono infatti i mastodonti della gig economy a scagliare il fenomeno. Glovo, Uber e tutte le app di sharing si precipitano sul settore che vedrà una crescita decuplicata entro 2030, secondo UBS. Così, a Singapore, Ebb & Flow punta sull’IA e la tecnologia per tirare fuori i trend dal cespuglio di dati e sfornare in tempi record i suoi piatti pronti. Travis Kalanick (ex-Uber) lancia l’appello agli chef per le sue Cloud Kitchens, mentre Google fornisce spazi ristorativi chiavi-in-mano con Kitchen United. In Italia, il mercato del take away vale oltre 3 miliardi, e Milano conta già una decina di piattaforme per le dark kitchen. Deliveroo stesso, oltre a supportare gli inespugnabili del fast food, ha deciso anche di lanciare più di 100 brand propri, raddoppiando le vendite. Glovo ha avuto fiuto prima del lockdown ed ha aperto per tempo una Cook Room a Milano, dove si concentrano nomi come Tomatillo, Pacifik Poke, Pescaria e BUN. UBS ci vede un’opportunità per gli investitori immobiliari: il risorgimento di zone industriali tralasciate. Tanto più che non c’è bisogno di vetrina, buon affaccio, o posizione “principale” che nel classico ristorante fornisce il 90% del traffico. Ormai, il marketing lo fa l’app, e la cucina si può spostare in locali sempre centrali ma finora tralasciati. Di qui il risveglio degli spazi morti in pieno centro. Una volta messi a norma, i locali ciechi, i cortili vuoti, i seminterrati non residenziali possono benissimo accogliere un ristorante fantasma. Per chi vuole investire nell’immobiliare, c’è una miniera d’oro da scavare.


Non solo Fast food

Il tutto sembra un incubo alla Brazil: solo corporazioni e piatti standardizzati? Un mondo uberizzato con cuochi stremati e fattorini sfruttati? Niente affatto, perché la dark kitchen si spinge oltre la solita pizza o il burger tiepido. Ormai, anche la gastronomia si prende da asporto. Ci pensa Foorban, che dal 2016 propone più di mille pietanze diverse agli affamati di Milano. Rose & Mary, il londinese, segue la traccia dal 2019 con le sue ricette fresche e ricercate. Addirittura gli chef cavalcano l’onda: Vincenzo Butticè vuole espandere il suo ristorante Il Moro (Monza) con una cucina remota, per servire tutta l’area milanese con piatti da chef e servizio curato, proprio da ristorante no waste. E senza vendere l’anima all’app iperpotente, ci sono sempre nicchie per delle realtà più locali. Frumento è una di esse: la pizzeria “d’arte” romana ha una sede sola in Appio Latino, tra il macellaio e il fruttivendolo. Dietro il bell’affaccio c’è però solo il forno. Ma le pizze sono ricette da chef, con emulsioni di broccoli o bacon infuso di whiskey scozzese. Il birrificio locale fornisce le bevande. E i fattorini sono tutti impiegati, mica pagati alla corsa! Prova che cibo gourmet, responsabilità sociale e spirito locale funzionano anche senza le app.

59


#food

Gli chef stellati si fanno l’orto testi Manuela Longo

Ci sono cucine nel mondo dove l’approvvigionamento della materia prima ha superato da un bel po’ il concetto di chilometro zero. In questi ristoranti gli chef coltivano verdure croccanti, germogli e fiori eduli direttamente nell’orto dietro il locale.

60


U

na novità, nella scia dell’agricoltura rigenerativa? Più che altro un’evoluzione o, se preferite, una piccola rivoluzione, iniziata nel 1980 da Michel Bras, chef a Laguiole in Aveyron, creatore del Gargouillou, un piatto composto da circa 60 ingredienti di origine vegetale preparati separatamente. Ogni mattina, piantine, erbe, fiori e germogli vengono raccolti direttamente dall’orto del ristorante e lavorati per ore da sette chef. Sembra una favola ma non lo è, così come non lo sono quelle che seguono. Storie di chef contadini per altrettanti ristoranti no waste di tendenza.

© Slippurinn

Il tiradito più bio del Perù si mangia senz’altro qui: da Astrid Y Gastón, nel quartiere degli affari di Lima. La prima cosa che si nota arrivando nel ristorante è il giardino, vero e proprio tripudio di piante aromatiche, erbe e fiori eduli che, grazie al clima temperato crescono praticamente tutto l’anno. Così, se in estate la carta del menu del celebre chef Gastón Acurio profuma di limone e di aji panca (peperoncino peruviano), l’inverno sa di spinaci e melissa. Certo, prendersi cura di un giardino come questo in piena città non è semplice ma il gusto dei piatti e lo spettacolo dei colibrì che vengono a far visita ripaga senz’altro lo sforzo.

© Astrid Y Gastón

Profumo di menta, tiradito e voli di colibrì

Sorbetti di piselli e picnic nell’orto

Abbandonate per il momento l’idea più classica dell’orto e pensate a qualcosa di più tecnologico e ultramoderno: un orto che vale tre stelle Michelin, per intenderci! Con Azurmendi, nei Paesi baschi, dove lo chef Eneko Atxa, ha voluto creare un ristorante bioclimatico che combina tecnologia e natura, gastronomia e fisica. L’orto è luogo di assaggi per l’ospite prima di mettersi a tavola, così come lo sono la cucina e la serra. Ma in carta non ci sono solo piatti vegetariani: le ricette tradizionali basche sono protagoniste assolute, anche se frutta e verdura spuntano da ogni dove trasformate in gelatine, sorbetti, pani…

Timo artico, bacche e un insolito negroni

Ristorante Slippurinn, Islanda Alghe, bacche ed erbe selvatiche sono raccolte giornalmente per valorizzare al massimo carne e pesce proveniente dai produttori locali.

Un orto è possibile anche su un arcipelago vulcanico. Lo dimostra lo chef Gísli Matthias Auðunnon del ristorante Slippurinn, nelle isole islandesi Vestmann. Il suo orto è a pochissimi chilometri dal locale ed è il vero protagonista dei piatti regionali in carta. Alghe, bacche ed erbe selvatiche sono raccolte giornalmente dalla sua famiglia e dagli altri collaboratori per valorizzare al massimo carne e pesce proveniente dai produttori locali. E se la stagione è particolarmente generosa, c’è sempre modo di trasformare quel che resta in sali aromatizzati, condimenti in polvere o conserve sotto aceto. Non rimane che mettersi comodi e godersi questa cucina semplice e profumata, a partire magari da un cocktail. Eh sì, anche i drink sono preparati miscelando erbe del posto, così vi capiterà di sorseggiare un negroni nel quale sono state lasciate in infusione delle bacche amare o un liquore di rabarbaro al posto del classico Campari.

61


Secondo lo chef e direttore del La Goccia Covent Garden, il menu dovrebbe essere rivoluzionato in base a ciò che offre la stagione, anche di giorno in giorno se necessario. Per questo la giornata della brigata inizia sempre in giardino, raccogliendo erbe, insalate e verdure ancora prima di pianificare la carta. Parte di questo raccolto diventerà il protagonista dei piatti principali, semplici e delicati al tempo stesso, un’altra parte si combinerà con more, mele, prugne o ciliegie provenienti dagli alberi da frutto della proprietà o con i fiori commestibili. Il resto, finirà in un fantastico pesto profumato di prezzemolo, basilico e pecorino. E gli scarti? La filosofia del ristorante fa sì che siano ben pochi, poiché si cerca di utilizzare ogni parte della pianta, ma quel poco diventa un compost straordinario che permette di portare avanti il metodo di orticoltura biologica alla base dello straordinario ecosistema de La Goccia Covent Garden.

L’orto, la Fassona e le Langhe

Torniamo in Italia ed accomodiamoci alla tavola di Enrico Crippa che a Piazza Duomo, ad Alba, propone una cucina perfettamente integrata con ciò che offre il suo orto. Una carta leggera, vegetale, quella di Crippa, ispirata ai ristoranti più innovativi che gli hanno fatto da maestri, come El Bulli in Spagna o Michel Bras a Laguiole in Francia, e che oggi vanta tre stelle Michelin. Sono ben 400 le varietà coltivate su un terreno di 4 ettari, comprendente anche una grande serra. Ed è proprio con l’orto il primo appuntamento mattutino dello chef che vi si ritrova con la sua squadra per raccogliere i prodotti di cui avrà bisogno per il servizio. E se è vero che la carne resta la protagonista indiscussa a Piazza Duomo, è altrettanto vero che il nome di ogni piatto ha come protagonista un vegetale. Preparatevi, allora, a deliziarvi con L’orto e la Fassona oppure con Insalata 21-31-51-41 che fa riferimento al numero dei vari ingredienti. Perché ognuno di essi, nell’orto, ha un suo posto d’onore.

© La Goccia Covent Garden

Fiori di zucca fritti, pesto e more

La Goccia Covent Garden, Londra. La giornata della brigata inizia sempre in giardino, raccogliendo erbe, insalate e verdure ancora prima di pianificare la carta.

© Lido Vannucchi

© Stefania Spadoni

Ristorante Piazza Duomo, Alba Sono ben 400 le varietà coltivate su un terreno di 4 ettari, comprendenti anche una grande serra.

62


#food

A Londra si mangia (di lusso!) in hotel testi Elena Pravato

È difficile trovare una metropoli come Londra. Il mix di vecchio e nuovo, la vivacità delle strade, la tranquillità dei suoi spazi aperti e l’affascinante e varia scena culturale la rendono unica. Così come i suoi ristoranti custoditi in alberghi a cinque stelle per palati raffinati e curiosi di scoprire il “gusto” di questa città. 63


© Coppa Club

L

Coppa Club, Tower Bridge

ondra è una destinazione da mettere in agenda se si ama la gastronomia. Con i suoi ristoranti eleganti, i pub informali, le rosticcerie superbe e i suoi caffè, è in grado di soddisfare tutti i palati. Le possibilità, infatti, sono a dir poco infinite: a Londra è rappresentata la cucina di

oltre settanta nazioni del mondo e ci sono seimila ristoranti tra cui scegliere, una cinquantina dei quali selezionati dalla guida Michelin. Lasciando il pub ad occasioni informali (bisogna solo scegliere tra oltre cinquemila locali!), dove possiamo scoprire menù da veri gourmet? Negli hotel di nicchia, naturalmente!

Il rito del tè

Il tè del pomeriggio è una tradizione nella città di Queen Elizabeth e Londra è anche il luogo più indicato per vivere questo particolare momento della giornata. Nella capitale britannica sono molti i luoghi dove poter ordinare un afternoon tea elegantemente servito secondo la tradizione. Come, ad esempio, nelle sale dei più esclusivi hotel della città: Ritz, Claridge’s, Savoy, Dorchester oppure Sanderson, dove l’atmosfera è presa in prestito ad “Alice nel Paese delle Meraviglie”.

64


Voglia di pie

A Londra, ma a dire il vero in ogni angolo della Gran Bretagna, nei menù sono presenti molti piatti salati il cui nome contiene la parola pie (torta). Dalla strafamosa apple pie (torta di mele), ovviamente dolce, alla salata pork pie (pasticcio di maiale). Nel caso della variante sapida, si tratta di carne tritata, condita e messa all’interno di un impasto, e il tutto assomiglia così a una torta. Dove gustarli? La versione dolce presso la Pasticceria dello storico The Connaught (che suggerisce di accompagnarla con calice di Champagne), quella salata al South Place (dove, da non perdere, sono anche i corsi di degustazione).

Made in Italy

© Bulgari

Avvolti dal tepore del caminetto e comodamente seduti su confortevoli poltroncine, gli ospiti e i visitatori del Lounge Bar custodito nel Bulgari Hotel possono staccare la spina gustando un caffè, un drink o un light lunch. Che, come vuole tradizione, deve concludersi con una delizia preparata dal maestro pasticcere Daniele Maresca. The Franklin Restaurant è, invece, un punto di riferimento per i gourmet londinesi e internazionali. Ospitato dal rinomato The Franklin, regala una magnifica esperienza gastronomica firmata dallo Chef stellato Alfredo Russo noto per la semplicità e l’eleganza delle sue creazioni.

Bulgari Hotel Londra

Vasocottura dello chef Loris Indri

Londra Hotel Palace ospita il Bistrot by Do Leoni. Elegante nell’atmosfera e sofisticato nelle proposte gastronomiche, si basa sulla ricerca di materie prime stagionali, territoriali e fresche. Comprende specialità prelibate di pesce e di carne, e proposte vegetariane. Da non perdere la ricca selezione di piatti cucinati in vasocottura, tecnica dalle origini antiche che consente di preparare pietanze in modo sano, mantenendo inalterate tutte le proprietà degli ingredienti utilizzati.

Carne dal Far West

Jumeirah Carlton Tower hotel

Chi ama bistecche e carne a stelle e strisce deve provare l’STK ubicato nel Me London. Il menù americano contemporaneo è dedicato al manzo USDA (ovvero testato e approvato dal Dipartimento dell’Agricoltura Statunitense), di prima scelta, con invecchiatura classica di 28 giorni, scelto per tenerezza, succosità, sapore e consistenza.

65


#food

La nuova era di gin e amari testi Serena Palmese

Il chilometro zero ha contagiato anche il mondo degli alcolici e dal piatto al bicchiere è bastato un attimo!

66


Gin MARCONI 46 viene distillato proprio da Crysopea, miscelando bacche di ginepro, uva moscata, pino mugo, pino cembro, menta, cardamomo, coriandolo e alcol con gradazione del 46%. In Irlanda invece, ispirati dalla bellezza fiabesca della penisola di Beara, i fratelli John ed Eileen decidono di intraprendere un viaggio alla scoperta dei segreti dei distillati per creare un gin che rappresenti la loro terra ma soprattutto l’amore per il mare. Beara Ocean Gin infatti è l’unico distillato fatto con acqua oceanica e alghe Kelp (Saccharina Latissima) del porto di Ventry che si bilanciano perfettamente con gli aromi di ginepro e agrumi, mentre la fucsia selvatica raccolta a mano con cardamomo, angelica e radice di iris aggiungono quel tocco in più al distillato.

Tra gli amari ce n’è uno nato dalla passione di una mamma che adora raccogliere le botaniche, e di un figlio che adora berle: l’Amaro VENTI. Un amaro che viaggia da Nord a Sud abbracciando tutta l’Italia con la scelta di venti ingredienti, uno per ciascuna regione: l’ulivo dalla Liguria, il mirto dalla Sardegna, l’arancia dalla Sicilia e limoni dalla Campania. All’assaggio il palato riconosce subito i sapori terrosi e caldi che si uniscono armoniosamente, prima che la genziana e altre botaniche alpine diano spazio a sapori più amari e pizzicanti. Inoltre è uno dei pochissimi distillati a esistere anche nella versione analcolica. Immaginate di alleviare lo stress facendovi travolgere dalla natura, siete in una fitta vegetazione, fra castagneti e faggeti, accompagnati da un sottobosco umido e selvatico. Al centro della Valle Maira, nella borgata di Palent, nasce l’omonima realtà che, proprio grazie alla natura da cui è circondata, produce alcuni dei migliori liquori del panorama italiano, tra cui l’amaro Achillea. Ricavato dalla lavorazione di una pianta amara e leggermente aromatica, appunto l’achillea da cui prende il nome, questo liquore si differenzia per un aroma più delicato in cui tutti i sapori sembrano racchiusi a creare un armonioso bouquet. Portandolo alla bocca il liquore di Achillea sembra all’inizio leggermente più zuccherino, rivelando solo dopo un intenso sapore erbaceo che ricorda la camomilla. Gli stessi intensi aromi che vivono quella terra si ritrovano purissimi, in ogni bottiglia dell’azienda, mettendo in risalto, per ogni prodotto, la passione della famiglia Laugero per la ricerca, la raccolta e la coltivazione di erbe, sempre nel rispetto delle trazioni e dell’ecosistema alpino.

© Palènt

Gin Marconi 46 della Distilleria Poli

Ocean Gin, di Beara

© VENTI

© Poli

A proposito di gin italici: una delle creazioni fortemente legate alla produttività locale, in questo caso il Veneto, è il MARCONI 46 della Distilleria Poli. Il loro alambicco, chiamato Crysopea, è il più innovativo perché è a bagnomaria sottovuoto. Grazie alle sue caratteristiche innovative è possibile mantenere tutti gli aromi fruttati e floreali che verrebbero persi facilmente utilizzando altri metodi di produzione.

© Beara

G

razie a infusioni, foraging locale e miscele selvatiche anche il mondo dei bar sembra diventare sempre più green, e più che locali da sera sembrano essere veri laboratori scientifici. In tutta Italia sono sempre di più i bartender che per le loro creazioni sono alla ricerca di erbe e ingredienti del territorio, sperimentando con la natura e la stagionalità dei prodotti locali, persino utilizzando verdura, fiori e frutta coltivati personalmente, nel proprio orto. La carta vincente più utilizzata nel mondo del mixology è quella dei botanicals meglio classificati come erbe, spezie, piante, radici e sostanze aromatizzanti, solitamente utilizzate in macerazione nei superalcolici. I bartender li utilizzano soprattutto con i gin per aromatizzare il drink dandogli un profumo inusuale e intenso ma anche con gli amari, non sempre facili da miscelare, ma che danno comunque un valore aggiunto al cocktail.

Amaro VENTI e Amaro Achillea Palent

67


#food

Anche il menù è temporary testi Serena Palmese

Così come un temporary restaurant apre e chiude rapidamente vivendo per brevi momenti per poi scomparire e cambiare location, allo stesso modo il menù diventa temporary ed alcune pietanze è possibile gustarle solo nella loro temporanea caducità.

M

eglio conosciuti anche come “fuori menù”, questi prodotti sono studiati con l’obiettivo di andare ad agire sulla sfera emotiva del cliente, creando quel forte impulso che spinge al consumo spasmodico e irrefrenabile per qualcosa che è unico e assolutamente non replicabile in futuro. È necessario per i brand e le aziende essere sempre al passo coi tempi, reattivi e attenti verso la moda del momento, provando a capire cosa un cliente comprerebbe all’istante e cosa potrebbe rivelarsi un fallimento.

68

Attuare una strategia potrebbe garantire la fiducia del cliente e soprattutto il consolidamento del brand, che molte volte fatica a reggere il peso della sfida con i competitors. Il “fuori menù” in edizione limitata è un vero e proprio elemento nella strategia di comunicazione aziendale poiché il suo carattere limitato gli conferisce un’aura di esclusività proprio perché il prodotto è disponibile in pochi esemplari e per pochissimo tempo, e noi tutti vogliamo essere tra i fortunati a degustarne l’unicità: è chiaro che tutto è marketing!


Phantom frappuccino by Starbuck Dopo il grande successo della pizza in edizione limitata creata da Antonio Pappalardo per il delivery della sua Cascina dei Sapori insieme allo chef Riccardo Camanini del Lido 84 di Gardone Riviera, Antonio si ripete e lo fa senza sbagliare un colpo. Infatti, la nuova proposta è stata realizzata con Gaggan Anand, lo chef indiano che ha conquistato, con il ristorante che porta il suo nome a Bangkok, il 4° posto al mondo della The World’s 50 Best, oltre a risultare dal 2015 al 2018 per 4 volte consecutive in vetta degli Asia’s 50 Best Restaurant e a ottenere il riconoscimento delle due stelle Michelin. La pizza in questione è stata nominata proprio “Gaggan” e a farne i sapori sono ingredienti come patate, gorgonzola dolce, peperoncino fresco, olio al rosmarino, pesche, acciughe e pinoli; ma Antonio per mantenere ancora lo stile che lo chef Anand utilizza nei suoi menù, inserisce gli ingredienti con delle emoticon che il cliente dovrà decifrare, perché è così che Gaggan si diverte a coinvolgere i commensali del suo ristorante. A Napoli si sa, il 19 settembre la città si ferma per festeggiare il Santo Gennaro aspettando il miracolo tra l’odore dei vicoli che portano fino al Duomo. In occasione della festa del santo patrono di Partenope, il mago dei lievitati Rocco Cannavino, meglio conosciuto come Zio Rocco, lancia in edizione limitata

il cornetto “O’ Miraculo”. Venduto per il solo giorno di San Gennaro e in una tiratura limitata per solo 30 fortunati, il cornetto è composto da una sfoglia ischitana al cioccolato di Modica mista ad impasto brioche con succo di lamponi selvatici, cuore di crema al latte di bufala e vaniglia del Madagascar, ragù di lamponi selvatici al pepe rosa e composta di pellecchiella del Vesuvio, a completare il tutto in superficie una polvere di liquirizia pura e foglie e scaglie d’oro purissimo 24 K, quest’ultimo per richiamare proprio il tesoro di San Gennaro. Il cornetto viene confezionato in una teca fatta a mano così da sembrare una vera reliquia da conservare e adulare, infatti il costo di € 25 lo classifica subito: un vero gioiello per il palato! In Giappone la primavera porta sempre una raffica di prodotti a tema sakura (fiori di ciliegio) perché ogni anno in occasione della fioritura le aziende e i brand fanno a gara per produrre serie limitate di dolci, panini, birre, perfino cioccolato e patatine. Pochissime volte, anzi quasi mai, il gusto è quello dei fiori di ciliegio, il più delle volte è solo il colore a ricordarlo. Ma avreste mai immaginato un cheeseburger rosa? McDonald’s Japan ha lanciato, per l’occasione della fioritura che concilia più o meno con l’inizio della primavera, il Sakura Hamburger: al panino Teritama, un grande classico in Giappone, è stato aggiunto il pastrami, simile a un prosciutto di manzo, morbido e saporito, così che tra le fette sembra che spunti un petalo di fiore di ciliegio dal colore rosa intenso. Chi sembra aver creato un altro gioiellino è anche Salvatore de Riso, pastry chef campano tra i più amati in Italia. Per festeggiare il Natale ha ideato in edizione limitata il suo ORO PURO, un panettone artigianale preparato con lievito madre e oltre 60 ore di lavorazione, arricchito con cioccolato fondente Venezuela Sur del lago di Domori (al 72% di cacao) e in superficie una pioggia di foglie d’oro commestibile per trasformare il dolce in una superficie riflettente e far in modo che il Sole della Costiera Amalfitana possa riflettersi anche sulle tavole del Natale, per un prezzo però non accessibile a tutti.

© Salvatore De Riso

© Starbucks

Tra i primi brand ad aver adottato una strategia di limited edition marketing c’è Starbucks che realizza, in occasione di alcune festività, le limited edition cups. La notte delle streghe e dei fantasmi è l’occasione per le aziende per coinvolgere il pubblico in collezioni ad edizione speciale. Un esempio è il lancio del Phantom Frappuccino dai colori spettrali e terrificanti in occasione di Halloween, con striature verdi e nere che ricordano un po’ il fantasmino di Ghostbusters, è un Frappuccino ma vegano con latte di cocco aromatizzato al mango e all’ananas, colorato di nero grazie al carbone vegetale, con sciroppo di lime e alga spirulina. Ideale per un dolcetto-scherzetto da brivido!

Panettone Oro Puro di Salvatore De Riso

69


Perché è sempre meglio imparare con semplicità.

Ti va di lasciarci la tua opinione?

Proprietario: Walliance SpA Realizzazione editoriale e progetto grafico: Edizioni 2.0 s.r.l. - Liscate (MI), Italia Hanno collaborato a questo numero: Tutti gli autori Crediti Fotografici:

Ascoltalo su

Emmanuel Campos, Paolo Cattelan, Nucleo+ per Cattelan Italia, Ceramica Cielo, Fiam Italia, Kymo, Supersalone, Press/CopenHill, Ehrhorn Hummerston, Justin Hummerston, Gabriella Clare Marino, Sextantio, BER Airport/Günter Wicker, Wikimedia, Lindt, G. Perret, Riccardo De Vito, Volkswagen, Michael Herren, Little Plant, Trapizzino, Mare Culturale Urbano, God Save The Food, Slippurinn, Astrid Y Gastón, Stefania Spadoni, La Goccia Covent Garden, Lido Vannucchi, Coppa Club, Bulgari, Poli, Beara, VENTI, Palènt, Starbucks, Salvatore De Riso, Unsplash, Shutterstock

Copyright © 2021 Walliance SpA

Scopri di più: www.mag.walliance.eu www.walliance.it

Tutti i testi e i contributi grafici di questa opera editoriale sono di proprietà di Walliance e sono tutelati dalle norme sul diritto d’autore. I contenuti di questa opera non possono essere - né totalmente, né parzialmente - riprodotti, archiviati, trasmessi o distribuiti in nessuna forma o attraverso alcun tipo di mezzo elettronico, meccanico, di registrazione o di qualsiasi altro genere, senza il permesso di Walliance.




Millions discover their favorite reads on issuu every month.

Give your content the digital home it deserves. Get it to any device in seconds.