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dall’Italia

Matteo Renzi e l’illusione della vittoria Angelo Cioeta Matteo Renzi era riuscito a costruirsi un’immagine da uomo vincente, quasi un Achille che potevi uccidere solo colpendolo al tallone, l’unica parte del corpo che la madre non bagnò durante l’immersione nel fiume Stige, per renderlo invulnerabile. Le premesse di una carriera politica costellata soprattutto da successi sembravano esserci tutte, per il politico proveniente da Rignano sull’Arno: Primo Cittadino di Firenze, il cui governo della città sarà portato come un cavallo di battaglia per ottenere ulteriori riconoscimenti; Presidente della provincia omonima; rapida scalata del Partito Democratico, culminata con la sua elezione a Segretario Nazionale nel 2013; Presidenza del Consiglio e storica vittoria 4

alle Europee, con il PD che va oltre il 40% dei consensi, un punto mai raggiunto in passato. Eppure, passare dalle stelle alle stalle basta poco. D’altronde, un conto è presentarsi come il nuovo che avanza, ben altro è poi applicare idee e programmi una volta che si ottengono ruoli. Renzi si è presentato come colui che avrebbe “fatto”, a differenza di un passato in cui si parlava tanto e ben poco si realizzava, come la persona che avrebbe rottamato buona parte della classe dirigente politica. Ad oggi, fine giugno 2017, il bilancio della sua attività non sembra essere tanto lusinghiero: una riforma elettorale (Italicum) mozzata dalla Corte Costituzionale; un’altra (il modello tedesco) che, almeno per il momento, è stata bocciata da non ben definiti “franchi tiratori”; una riforma costituzionale voluta a tutti i costi salvo poi essere respinta da un referendum; una linea sui voucher ▶

Frequenze Giugno  
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