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NUMERO 1 DICEMBRE 2009 IN QUESTO NUMERO: DOSSIER NO INCENERITORE La guerra dei crocifissi Un vuoto (legislativo) a rendere Giù le mani dall’ora di religione? Il retrobottega: NATALE

FORMA E SOSTANZA Tutto può essere ricondotto al dualismo forma e sostanza. Dietro la forma rassicurante dei “termovalorizzatori”, che paiono tanto utili al nostro benessere, si cela in realtà la sostanza tanto inquinante quanto inquietante degli inceneritori. Ci nascondiamo dietro alla forma anche quando, urlando allo scandalo, difendiamo strenuamente la presenza del crocifisso appeso al muro mentre nella sostanza stiamo calpestando i valori che quel simbolo rappresenta, o semplicemente non li viviamo. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito ma è la dinamica che ci deve far riflettere: sembra che ci interessi solo la forma. Non è fondamentale approfondire le questioni, trattarle con competenza per poi cercare delle soluzioni. Per state tranquilli ci accontentiamo di tutte le semplificazioni populiste che ci vengono proposte e ce le beviamo, senza chiederci se la realtà sia veramente questa. La forma plasma la nostra percezione, e la percezione muove le nostre scelte. Ma è la sostanza che poi ci ammazza, e quando ce ne rendiamo conto a volte è troppo tardi. La piccola criminalità è il problema del momento, soprattutto se proviene dallo straniero, che nella forma non si presenta bene. Nella sostanza

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però l’autoctona evasione fiscale mette mano al nostro portafogli molto più di scippi e rapine. Ma in carcere sbattiamo il trasandato, non di certo chi veste in giacca e cravatta. Una tale forma merita una protezione, uno scudo. Fiscale magari. Come si fa a dirgli di no? Da quando si girava con i jeans strappati e i capelli lunghi abbiamo imparato che è la forma quel che sembra contare. Ma noi non la pensiamo così. Proprio per questo in tempi di profonda ignoranza indotta da un potere mediatico la nostra pubblicazione vuole essere il più possibile sostanza. Una lettura critica della realtà libera da pregiudizi. La forma la lasciamo a chi utilizza le persone come un mezzo per i propri interessi, per noi sono il fine. Buona lettura. F.M.

NO INCENERITORE

Forse pochi sanno che nella nostra regione non esiste un piano per il trattamento di rifiuti speciali. Per questo motivo qualunque progetto che per la loro gestione venga proposto dev’essere preso in considerazione e valutato. > segue a pagina 2


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Nel 2003 Unindustria di Treviso ha presentato il progetto per la realizzazione di due inceneritori per rifiuti speciali, derivanti da attività produttive, da costruire a Bonisiolo di Mogliano V.to e a Silea. Proposta che nel 2007 è stata bocciata con voto bipartisan su mozione presentata in consiglio regionale. Unindustria non si è persa d’animo e ha ripresentato i progetti con delle lievi differenze: attualmente i progetti sono in fase di istruttoria preliminare da parte della commissione di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). I due nuovi impianti dovrebbero smaltire 250 mila tonnellate di rifiuti all’anno, quota che renderebbe il Veneto il più grosso polo europeo per lo smaltimento di tali rifiuti: la regione produce ad oggi circa 41 mila tonnellate di rifiuti speciali, va da se che per alimentare questi due impianti arriveranno rifiuti da altre regioni e pure da altri paesi. Non per niente a Bonisiolo è prevista un’apposita uscita del passante, che porterà quindi un esponenziale aumento del traffico di mezzi pesanti nella zona. L’interesse a realizzare questi impianti, più che per risolvere il problema dei rifiuti, sembra avere finalità di lucro per i costruttori: introiti derivanti dallo smaltimento di rifiuti per il quale le aziende clienti pagherebbero, introiti derivanti dalla produzione di energia elettrica, anche se questi impianti non hanno un’alta percentuale di efficienza energetica e parte dell’energia prodotta serve a sua volta per farli funzionare, oltre a godere di contributi per la produzione di energia da fonte rinnovabile e delle quote CIP6. Tutti i comuni interessati ai due impianti si son dichiarati contrari. Per quanto riguarda l’inceneritore di Bonisiolo, i comuni di Marcon, Casale Sul Sile, Quarto d’Altino, Mogliano Veneto e Preganziol hanno deciso di stipulare una convenzione tra loro con lo scopo di dare ai comuni la possibilità di stanziare a bilancio e mettere insieme le risorse per costituire un gruppo di esperti al massimo livello, ai quali sarà chiesto di predisporre il parere da presentare alla Commissione Valutazione Impatto Ambientale della Regione Veneto. Il lavoro dei tecnici servirà per dimostrare che la contrarietà delle Amministrazioni comunali e di una fascia molto ampia di cittadini è fondata su fattori tecnici, scientifici ed economici ben precisi.

In generale è dimostrato che gli impianti di incenerimento non sono in realtà economicamente vantaggiosi: il rapporto di posti di lavoro creati dall’industria del riciclo rispetto a quella d’incenerimento-discariche è di 15 a 1 inoltre l’incenerimento privato necessita di sussidi pubblici (tasse dei cittadini), non si sostiene da solo dal punto di vista economico e risulta essere il metodo più costoso di smaltimento. Gli inceneritori possono funzionare soltanto bruciando le frazioni combustibili dei rifiuti come carta, plastica ed eventualmente legno, impedendo così la possibilità di riutilizzarle e riciclarle. Riciclare la carta fa recuperare 4 volte l’energia che si produce bruciandola; riciclare le plastiche fa recuperare da 10 a 26 volte l’energia prodotta col loro incenerimento. Inoltre dalla combustione rimane un residuo di ceneri pari a circa il 30% del materiale introdotto, considerate come rifiuto tossico-nocivo, che va stoccato in discariche per rifiuti tossico-nocivi, come pure i filtri dell’impianto. Ripercussioni sulla salute delle persone e dell’ambiente non sono assolutamente da sottovalutare. Dallo studio delle caratteristiche meteorologiche della zona (in particolare direzione e velocità dei venti) è logico ipotizzare che le concentrazioni più elevate di sostanze tossiche disperse in atmosfera attraverso il camino dell’inceneritore progettato a Bonisiolo di Mogliano V.to ricadranno sul territorio di Marcon, Gaggio e San Liberale. È ragionevole anche pensare che le emissioni in uscita dagli impianti saranno contenute nei limiti fissati dalle norme, ma anche queste si andranno a sommare ad una condizione di fondo già oggi molto pesante. Tenendo conto delle analisi ambientali eseguite nelle aree circostanti agli impianti che adottano la stessa tecnologia e bruciano lo stesso tipo di rifiuti speciali, si può ritenere che sul territorio marconese verranno a ricadere diverse sostanze altamente pericolose per la salute delle persone e l’ambiente ed in particolare: polveri sottili, biossido di zolfo (SO2), monossido di carbonio (CO), biossido di azoto (NO2) e piombo (Pb). Non esistono studi appropriati che confermino che le quantità previste dalle normative siano innocue per l’uomo. Le sostanze contaminanti emesse da un inceneritore per via diretta o indiretta inquinano l’aria, il suolo e le falde acquifere. Nonostante i moderni sistemi di abbattimento degli inquinanti riescano a limitare ma non abbattere completamente le dispersioni atmosfe-

riche, molto spesso gli stessi inquinanti si ritrovano rilasciati in forma solida. Inoltre la natura della maggior parte degli inquinanti emessi è tale da porre problemi anche a bassa concentrazione e la loro caratteristica di resistenza alla degradazione naturale ne determina un progressivo accumulo nell’ambiente. Le emissioni degli inceneritori, sia sotto forma solida che gassosa, sottopongono l’ambiente e la popolazione ad una esposizione ai composti inquinanti il cui reale impatto potrà essere documentato solo fra decine di anni. Nota: Il 20 ottobre scorso, nell’ambito dell’inchiesta sulla bonifica dell’area Santa Giulia, è stato arrestato a Milano il titolare della Green Holding Spa Giuseppe Grossi, il maggior imprenditore italiano delle bonifiche ambientali di ex aree industriali. Era socio di Unindustria Multiutilities Srl nel progetto e doveva fornire la tecnologia per gli impianti.

SOLUZIONI E ALTERNATIVE

Innanzitutto urge un piano regionale che regoli il trattamento dei rifiuti speciali, per non cadere in balia del “primo che arriva” a proporre un impianto o una soluzione poco eco-compatibile. La realizzazione di questi impianti disincentiva la raccolta differenziata soprattutto quella porta a porta che permette di ridurre di molto il conferimento in discarica della parte non riciclabile. C’è da tener conto che una gran parte dei rifiuti che andrebbero avviati all’incenerimento, è riciclabile anche perché assimilabile al rifiuto urbano; infatti tra i codici CER destinati agli impianti (codici europei che definiscono il tipo di rifiuto) circa il 70% risulta poter essere riciclabile. Oltre a differenziare il rifiuto a monte, a differenza dei rifiuti urbani, per i rifiuti industriali si devono studiare e mettere in atto delle soluzioni personalizzate in base al tipo di rifiuto prodotto. Si

dovrebbe inoltre attuare la strategia della produzione a “ciclo chiuso”, ovvero: devo essere in grado di ritirare e trattare adeguatamente il prodotto che vado a fabbricare quando arriva a fine vita; il sistema è utilizzato, tra l’altro, da molti marchi di prodotti elettronici. È possibile minimizzare la produzione di ciò che non può essere riutilizzato e utilizzare materiali facilmente riciclabili o ecocompatibili, come i collanti naturali in uso in molti calzaturifici. Esistono diverse realtà e tecnologie specializzate nel trattare diversi tipi di rifiuti speciali: oli minerali, fanghi, vernici, batterie, inchiostri, toner, adesivi e sigillanti, scarti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, ecc… (*) In generale la strategia da seguire è quindi la cosiddetta strategia delle “Erre”: Riduzione alla fonte, Riutilizzo/Riuso, Raccolta differenziata porta a porta, Riciclo/Recupero dei materiali. Come per i rifiuti industriali anche per i rifiuti urbani, il campo di intervento sul lato della prevenzione (riduzione) è enorme. In Europa, e ora anche in Italia, si stanno sempre più diffondendo le positive esperienze di reintroduzione della vendita dei prodotti alla spina o con vuoto a rendere. Il vuoto a rendere non è limitato al solo vetro: in Germania, Olanda e Scandinavia per le bibite gassate vengono utilizzate bottiglie lavabili in plastica (PET) e riempibili nuovamente; ancora in Scandinavia, ma anche in Alto Adige il vuoto a rendere è usato su bottiglie in policarbonato per il latte. Sempre in tema di riduzione occorre rifiutare la cultura dell’usa e getta: possono essere usate ad esempio stoviglie lavabili e riutilizzabili oppure monouso, ma in materiale biodegradabile. Da qualche anno, fra l’altro, è stato introdotto il marchio “compostabile CIC” rilasciato dal Consorzio Italiano Compostatori (CIC) a quei manufatti biodegradabili che possono essere immessi sul mercato come riciclabili al 100%. Altri esempi di come poter prevenire la produzione di rifiuti sono la riduzione degli imballaggi (non sono rari i casi in cui l’imballaggio è più pesante e voluminoso dell’oggetto che contiene), la promozione del noleggio e del mercato dell’usato. Un ulteriore grande contributo alla riduzione dei rifiuti può venire dalla pratica dell’autocompostaggio domestico. Fatto il possibile dal lato della prevenzione, occorre poi passare alla raccolta differenziata, sia per le aziende produttive che per i singoli cittadini. L’obiettivo è quello di separare in flussi omoge-

DOSSIER NO INCENERITORE

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nei il maggior quantitativo possibile dei materiali contenuti nei rifiuti. Ottenere un buon materiale dalla raccolta differenziata significa aumentare le possibilità e la qualità della fase successiva, quella del riciclaggio. Il rifiuto peggiore, cioè difficilmente riutilizzabile, è infatti quello indifferenziato, in cui le varie frazioni si contaminano a vicenda. Le esperienze dimostrano che la raccolta effettuata con le campane stradali nelle migliori delle ipotesi permette di raggiungere circa il 30%. La vera svolta operativa che permette di far balzare in pochi mesi al 60, 70 e anche 80% la raccolta differenziata è il sistema “porta a porta” che permette di sottrarre dallo smaltimento finale fino ad oltre il 70-85% in peso dei rifiuti. Solo il 15-30% circa del rifiuto residuale (l’indifferenziato) prenderà una strada diversa dal riciclaggio. La raccolta “porta a porta” ed il conferimento nelle isole ecologiche permettono inoltre di controllare meglio quanti rifiuti ogni cittadino produce e quindi di applicare la tariffa puntuale. Il sistema tariffario permette di applicare il principio “chi inquina paga” facendo pagare in base alla quantità di rifiuti prodotti (e non in base alla superficie dell’abitazione e/o al numero dei componenti il nucleo familiare, come oggi diffusamente accade). Dopo l’attuazione di un sistema di raccolta differenziata spinta, il rimanente 15-30% circa dei rifiuti residuali indifferenziati può essere sottoposto ad un trattamento meccanico-biologico (TMB) che stabilizza e riduce ulteriormente la quantità e la pericolosità dei rifiuti da portare allo smaltimento finale. Consiste essenzialmente di due fasi. La prima, quella meccanica (attraverso setacci, magneti, correnti di aria, ecc.), serve ad estrarre la parte secca che ancora si trova nel rifiuto residuo, depurando la frazione organica da sostanze estranee alla sua stessa natura prima di avviarla alla seconda fase. Quest’ultima, la fase biologica (digestione aerobica e/o anaerobica), ha lo scopo di stabilizzare la frazione organica rimanente (FOS) da impiegare in usi non agricoli (diversi dal compost di qualità), quale materiale tecnico per coperture giornaliere di discarica (o di quelle in esaurimento) e/o come materiale per recupero paesaggistico di aree degradate e di ripristino ambientale in genere (es. recupero di ex cave). In ogni caso lo scopo è quello di rendere inerte qualsiasi materiale organico attivo e stabi-

lizzarne così il residuo il quale, una volta messo in discarica, avrà un impatto ridotto del 90% in termini di produzione di metano, CO2, formazione di percolato, odori e incendi. Un’altra ottima soluzione è la costruzione di moderni centri di riciclo sul modello di quello esistente a Vedelago, dove anche gli scarti residui non riciclabili (in primis quelli plastici-cartacei) appositamente selezionati sia meccanicamente che manualmente possono essere poi trattati tramite “estrusione” e trasformati in composti per l’industria del riciclo plastico o sabbie sintetiche per l’edilizia (evitando scavi in cave). Questi impianti possono costare il 75% in meno di un inceneritore e non inficiano la raccolta differenziata e la riduzione dei rifiuti. Anche a Marghera in questo periodo si sta discutendo di incenerimento di rifiuti, infatti esiste un progetto della Ste presentato in Regione che prevede lo stoccaggio e l’incenerimento, nella piattaforma ambientale del Petrolchimico ora di proprietà del consorzio Spm, di 100 mila tonnellate annue di rifiuti tossici provenienti da tutta Italia. Momentaneamente i rifiuti vengono stoccati nell’area di proprietà dell’Eni (ex Pa 1/2) in attesa di essere bruciati nell’inceneritore dell’Sg31, attualmente fermo e non utilizzato, nemmeno dalle industrie chimiche che ne sono proprietarie e preferiscono smaltire, a costi molto minori, i loro rifiuti in Germania. Anche se il progetto non dovesse essere autorizzato, l’Sg31 del Petrolchimico dovrà bruciare, comunque, le 100 mila tonnellate all’anno di fanghi e rifiuti tossici (che dovrebbero diventare 125 mila nel giro di tre anni) necessarie a farlo lavorare a pieno regime e senza perdite d’esercizio. Comitato NO inceneritori di Mogliano V.to http://moglianoinceneritorizero.wordpress.com Blog comitato rifiuti zero http://sommazero.blogspot.com/ Associazione eco volontari di Marcon http://www.ecovolontarimarcon.it/ (*) Centro di riciclo di Vedelago http://www.centroriciclo.com/ Andrea Zanchetta Riccardo Tamai

LA GUERRA DEI CROCIFISSI

Mi ha fatto sorridere ascoltare i diversi commenti fatti da politici, esponenti del Vaticano e normali cittadini riguardo la recente questione del crocifisso, riemersa in seguito alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha accettato l’istanza presentata dalla signora di Abano Terme Soile Lautsi, affinché si togliessero i crocifissi dai luoghi pubblici. Secondo i critici di questa sentenza, infatti, togliere il crocifisso dai luoghi pubblici sarebbe inaccettabile, poiché questo simbolo rappresenterebbe la nostra cultura, le nostre radici, le nostre tradizioni cristiane. La sentenza della corte europea dei diritti umani sarebbe, quindi, un tentativo per cancellare la nostra identità. Ma è davvero così? Basta davvero così poco per mettere in crisi la nostra identità? Rischieremo davvero di perdere ciò che siamo veramente? Ma soprattutto, la nostra identità è davvero così legata alla presenza di questo oggetto in un luogo pubblico? È chiaro che i simboli hanno un ruolo importantissimo nella definizione dell’identità di un determinato gruppo, di un movimento, di un partito e persino di un popolo, ma oltre a questo c’è dell’altro. Ci sono altre cose che rendono i simboli un fattore importante per la definizione dell’identità e sono proprio queste cose che, naturalmente, li caricano di valore. Quello che mi rammarica è che siano proprio questi fattori che mancano nel dibattito pubblico e che perciò rendono, in questa questione, il simbolo del crocifisso un semplice oggetto, di legno o di ferro, appeso al muro. Mi riferisco ai valori cristiani di cui i difensori del crocifisso appeso, sembra, che si stiano scordando. Sto parlando dell’amore, del perdono, della benevolenza, della solidarietà, dell’uguaglianza, fattori che rendono il crocifisso un simbolo carico di significati senza dei quali sarebbe solo un soprammobile. Ecco perché, da cattolico, non mi sento minimamente minacciato da questa sentenza, perché sono in questi gesti che si ritrovano le radici cristiane del nostro paese. Chi non riesce a riconoscere la propria identità (cristiana?) in questi, dovrebbe mettere in discussione ciò che crede sia davvero la sua identità invece di esser disposto ad “alzare muri” per difendere il crocifisso appeso alle pareti.

Quella della difesa del crocifisso, più che una difesa delle proprie radici, sembra una forma sottile di egoismo, nei confronti di tutto ciò che è “altro”, sia esso di un altro paese, un’altra religione o semplicemente la pensi in maniera diversa. Un egoismo che non ti permette il confronto e la negoziazione con l’”altro”, ma che predilige l’indifferenza o lo scontro. Per concludere, un’ultima nota di rammarico è nei confronti della sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo, non riguardo i suoi contenuti, ma riguardo il fatto che in questa maniera si è continuato con il gioco delle “imposizioni”. Prima la scuola frequentata dai figli della signora Soile Lautsi ha rifiutato la richiesta di togliere il crocifisso, poi il tar del Veneto, poi la Corte Costituzionale ed in fine il Consiglio di Stato. Ora, invece, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha imposto di rimuoverli. Due parti opposte che agendo allo stesso modo non fanno altro che alimentare lo scontro su questo tema senza risolverlo. La sfida che ci pone la società plurale nella quale viviamo è quella di fare uno sforzo per superare tutti questi piccoli conflitti che emergono di continuo, attraverso delle tecniche che, rifiutando proprio lo scontro, prediligano l’ascolto. Prima di tutto dovremo accettare la legittimità delle posizioni differenti che ognuno di noi ha su questo tema, successivamente ascoltarle, sforzarsi di capirle (facendosi anche aiutare da chi è portatore di queste idee così diverse dalle nostre), rispettarle e cercare di analizzare in questa maniera caso per caso. Il buonsenso ci porterebbe laddove vi sia, per esempio, una classe dove alcuni genitori o studenti non ritengano adeguata la presenza del crocifisso, a toglierlo. Nel caso contrario a tenerlo poiché la necessità di levarlo non si presenterebbe. Ahimè sembra molto facile a dire, ma a farsi.. Alessandro Maculan

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UN VUOTO (LEGISLATIVO) A RENDERE

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Ci troviamo a dover parlare di omofobia. “Dovere” è il giusto verbo da utilizzare perché è la nostra etica di giovani pensatori che ci induce a farlo. Da dove partire? Dalla derivazione etimologica del termine? Dall’evoluzione storica di questo concetto? Di come i trascorsi storici hanno influenzato l’odierna concezione di omofobia? No, noi vogliamo parlare del presente, il resto è già noto. L’Italia, culla della civiltà, dell’arte, della cultura, vanto e orgoglio dei suoi cittadini entro ma soprattutto al di fuori dei suoi confini, si dimostra ignorante, inerte e disinteressata di fronte a questo tema. Difficile sostenere che i diktat della Chiesa non influenzino l’opinione pubblica a questo proposito, e altrettanto difficile e doloroso è accettare questa realtà, in cui non si è mai sviluppata una coscienza civile, una sensibilità generale, il che si traduce in una politica menefreghista e lontana da quel progresso culturale di cui tanti si riempiono la bocca. Contro natura, deviante, ammalato, pederasta, vergognoso, mi fa schifo … Quanto altro si potrebbe continuare? La denuncia di questa situazione è lecita e doverosa, dal momento che esistono dei diritti ribaditi dalla Costituzione italiana, principi fondamentali universalmente riconosciuti; uno di questi diritti difende la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art.3 Cost.). Ma è sufficiente? Fare riferimento al quadro europeo in materia può essere utile per evidenziare come il nostro Stato si dimostri disinteressato alla questione, contrariamente a quanto accade negli altri stati UE. I Paesi Europei si comportano al momento seguendo sei diversi approci: • prevedono legalmente il matrimonio omosessuale Spagna, Belgio, Olanda, Norvegia, Svezia; • prevedono le unioni civili (quindi non il matrimonio in senso stretto) Regno Unito, Francia, Svizzera, Germania, Slovenia, Ungheria, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Islanda; • riconoscono parte delle convivenze Austria, Croazia, Portogallo;

• l’argomento è in discussione parlamentare in Irlanda, Estonia, Albania; • non c’è nessun riconoscimento o dati non disponibili in Italia, Slovacchia, Bosnia, Romania, Macedonia, Grecia, Turchia, Bielorussia, Russia; • il matrimonio omosessuale e le unioni civili sono proibiti in Montenegro, Serbia, Bulgaria, Polonia, Ucraina, Moldavia, Lettonia, Lituania. Serve precisare che con unioni civili  s’intendono tutte quelle forme di convivenza fra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono volontariamente all’istituto giuridico del matrimonio o che sono impossibilitate a contrarlo, ma che sono riconosciute come status giuridico. Nell’insieme variegato di regole che modellano le unioni civili nei vari paesi, viene ribadito però che esse possono riguardare coppie di diverso sesso e coppie dello stesso sesso. Ecco come, attraverso tale istituto, si intendano limare le differenze in termini di diritti tra persone eterosessuali e omosessuali. E l’Italia? L’Italia si trova nell’imbarazzante posizione di indifferenza. A dimostrazione dell’immobilità italiana, il 12 ottobre 2009 è stato affossato alla Camera il cosiddetto “testo Concia” che inseriva tra le aggravanti di un’aggressione i fatti commessi “per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”. Se la bocciatura di tale norma non fosse già di per sé grave, è importante sottolineare la mossa dell’Udc che attraverso la presentazione di una pregiudiziale di costituzionalità ha sostenuto che tale legge andasse contro i principi ribaditi dalla Costituzione e che quindi fosse illegittima. Non sono più possibili queste insensibilità e ostilità nei confronti dell’omosessualità. Questa non è una crociata, non abbiamo un nemico da combattere ma solamente un vuoto da riempire, delle proposte da fare, delle mete da raggiungere per non lasciare che le cattive vecchie abitudini possano ostacolare il progresso della nostra società civile. Esistono valori antichi come il rispetto che devono essere riscoperti e rispettati, abbandonando il virilismo ottuso e la cieca cattiveria. Sì, perché per odiare una persona solo perché ama incondizionatamente, bisogna essere cattivi e Noi non vogliamo vivere in uno Stato cattivo. Giulia Azin Davide Callegaro

GIÙ LE MANI DALL’ORA DI RELIGIONE?

La proposta del vice-ministro Adolfo Urso di istituire nelle scuole un’ora di religione islamica alternativa all’ora di religione cattolica,se da un lato può apparire come un passo avanti verso l’accettazione della società multiculturale e multiconfessionale che di fatto si sta costituendo nel nostro paese, dall’altro può invece sembrare una misura posticcia proposta per evitare di affrontare un problema che invece si pone alla radice di una questione più ampia. Questione che,dal mio punto di vista,si pone in questi termini: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di fatto esclude una larga fetta di studenti che non comprende solo studenti musulmani ma anche ragazze e ragazzi di altre religioni, atei , o che semplicemente scelgono di coltivare la propria credenza al di fuori dall’ambito scolastico. Proporre un’ora di religione islamica non toglie il fatto che parte degli studenti siano esclusi, una volta a settimana, dalla fruizione di un’ora scolastica, quindi dalla possibilità di “apprendere”. Si decide poi di introdurre proprio la religione islamica perché è la più diffusa in Italia dopo quella cattolica, la maggioranza quindi, anche se non assoluta, continua a vincere ribadendo che alle minoranze non spettano,nella pratica, gli stessi diritti. Si vogliono quindi aprire le porte delle scuola alla religione islamica, ma è quest’ultima un’iniziativa che rispecchia un’ onesta presa di coscienza dell’ evoluzione i termini di multiculturalità della società civile italiana o è semplicemente una provocazione,un “rimedio temporaneo” proposto per evitare una domanda scomoda ma di cruciale importanza ovvero: ”l’insegnamento della regione cattolica nelle scuole ha ancora un senso?” ? Per molti la risposta è assolutamente negativa; partendo da questo presupposto sarebbe forse il caso di pensare ad una riforma dell’intero sistema di insegnamento scolastico della religione,guardando all’alternativa di istituire un’ora di Storia delle religioni. Questa ipotesi per molti addirittura rivoluzionaria però non è contemplata perché “alla religione cattolica a scuola non si rinuncia! Questo mai! L’Italia è un paese cattolico per tradizione!” Questo mi suona strano, perché ho sempre creduto che lo Stato italiano, al di là delle sue innegabili radici cattoliche, fosse in realtà laico e che la scuola statale (laica anch’essa per logica deduzione) avesse il compito di formare cittadini e persone consapevoli, tutti

considerati in eguale misura senza la minima ombra discriminatoria. Sempre secondo questo mio bizzarro pensiero, credo che sia una soluzione realmente sensata e praticabile quella di convertire lo spazio ora destinato all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole in un’ora di Storia delle religioni che spieghi i messaggi d’amore e di pace che ogni religione trasmette a chi ha la pazienza di imparare, di conoscere prima di giudicare (tendenza particolarmente in voga ultimamente), un’ ora che rappresenti un momento di confronto e magari anche di scontro (stavolta almeno su basi conoscitive e non su ottusi luoghi comuni) e comunque un’ora di apprendimento che abbia come destinatario l’insieme unitario degli studenti. L’istituzione dell’ora di storia delle religioni rappresenterebbe un segnale importante di eguaglianza perché cancellerebbe una prassi di divisione e categorizzazione di bambini e ragazzi (e di riflesso dell’intera cittadinanza) a seconda del credo professato, riuscendo così a concretizzare lo spirito democratico che dovrebbe animare l’intera società e a maggior ragione proprio le scuole che accolgono bambini e ragazzi con storie e provenienze le più disparate, che possono non avere le stesse possibilità di sviluppo delle potenzialità individuali al di fuori, ma a cui spetta di diritto che queste stesse siano garantite all’interno di un’ istituzione scolastica laica come la nostra. L’ora di Storia delle religioni quindi non come passo indietro o rinuncia per fare posto ad “altro diverso da noi” ma come passo avanti in un percorso di crescita e di apertura che coinvolge positivamente tutti noi. Martina Tallon

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IL RETROBOTTEGA NATALE

Natale, Bianco Natale, White Christmas. “Per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità”. Così a Coccaglio (BS) l’assessore leghista alla Sicurezza Claudio Abiendi motiva l’iniziativa di ripulire entro il 25 dicembre il suo comune dalla presenza di immigrati che non abbiano le carte in regola. Problemi di sicurezza? No: “Da noi non c’è criminalità - precisa il sindaco Franco Claretti - vogliamo soltanto iniziare a fare pulizia”. Etnica forse? Chissà che penseranno i nostri quando alla messa di Natale sentiranno raccontare la nascita del Cristo, che ricordiamo fu migrante rifugiato in Egitto, con le parole “..poiché non c’era posto per loro..”. Tanti auguri amici migranti. Natale è famiglia, Natale è regali, Natale è pranzo di Natale! Evviva! Ma c’è anche chi non mangia e non mangerà. Il vertice Fao del novembre scorso a Roma doveva segnare un passo avanti verso la sicurezza alimentare mondiale ma l’impegno è stato preso talmente sul serio che i leader degli Stati che contano non si sono nemmeno presentati. Nonostante le puntuali barzellette del premier italiano è stato il vertice della disperazione: la Fao chiede 44 miliari di dollari l’anno per combattere la fame nel mondo ma i potenti fan-

no finta di non sentire. Le cifre però si fanno sentire, e anche bene: “oltre 17 mila bambini muoiono ogni giorni per la fame, uno ogni cinque secondi, 6 milioni all’anno – ha tuonato il segretario dell’ONU Ban Kimoon - Il mondo ha cibo più che sufficiente per tutti ma nonostante questo oltre un miliardo di persone sono affamate”. Tanti auguri amici affamati. Buon Natale e felice anno nuovo a tutti da WakeUp!

WAKE UP È UN’ASSOCIAZIONE COSTITUITA DA GIOVANI CHE, STANCHI DEL DECADIMENTO SOCIALE, POLITICO E CULTURALE, HANNO DECISO DI METTERCI LA FACCIA E DI AGIRE IN PRIMA PERSONA PER CAMBIARE UNA REALTÀ IN CUI NON SI RICONOSCONO. IL NOSTRO PROGETTO È QUELLO DI CREARE UNO SPAZIO DI CRESCITA, IN CUI LE NUOVE GENERAZIONI POSSANO SVILUPPARE UNA COSCIENZA CRITICA E SVINCOLATA DA MODELLI SOCIALMENTE IMPOSTI. ALBERTO FAVARETTO, ALESSANDRO MACULAN, ANDREA DAVANZO, ANDREA LONGATO, ANDREA SCARPA, ANDREA ZANCHETTA, ANGELA MARCON, ANTONELLA MARCON, CARLO CROSATO, CHRISTIAN LONGATO, DAVIDE CALLEGARO, ENRICO DALLA PIETÀ, FABIO MIALICH (GRAZIE!), FEDERICO MACULAN, FRANCESCO BEGOTTI, GAIA FAVARETTO, GIANLUCA CUSIN, GIOVANNA FILIPPI, GIULIA AZIN, LISA BARUZZO, LUCA SIMIONATO, MARGHERITA LACHIN, MARTINA TALLON, MAX CASONI, RICCARDO TAMAI, STEFANO VECCHIATO… MANCHI SOLO TU!

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WakeUp Release #1 December 2009