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uno sguardo al di là della siepe

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deliberatamente arrestare chicchessia per 6 mesi, rinnovabili sino alla morte, senza che sia necessaria un'accusa fondata, prove, e figuriamoci, un giusto processo). Naturalmente, data la densità demografica, sono assenti prati o spazi più estesi d'una rete interminabile di vicoli e palazzine, allineate come tessere d'un fatiscente domino. Gli unici colori sono quelli di vari artisti palestinesi che hanno ricoperto i grigi muri di murales rappresentando i sogni della popolazione: una vita normale. I vicoli emanano talvolta odori nauseabondi, con feci ed urine sommariamente scaricate in strada laddove il trattamento loro riservato dalle Nazioni Unite non abbia previsto soglie di decenza e di rispetto dell'essere umano. I campi nacquero come tendopoli provvisorie, il ritorno doveva essere imminente per persone private dall'oggi al domani di tutto. Ma la storia andò ben diversamente: tra gli anni '50 e i primi anni '60 le Nazioni Unite cominciarono a costruire case in muratura al posto delle tende. Poi arrivarono i servizi essenziali, ma con tempi, a volte, lunghissimi: a Azzeh il sistema fognario fu realizzato solo nel 2000. Di fatto, Aida è un centro di reclusione in condizioni di libertà ben meno che parziale e vincolata all'autorità israeliana che aprendo e chiudendo i check point fa il normale e il cattivo gioco sulla quotidianeità della popolazione. Qui l'occupazione è sui volti dei bambini, sradicati dalla loro terra e gettati in un cumulo di cemento per un tempo indeterminato, che loro sanno esser stato vitalizio di genitori e nonni. Ad Aida vivono cinquemila dei più di quattro milioni di palestinesi raccolti nei 59 campi profughi sparsi in tutto il Medio Oriente. Immaginarne altri 58, sparsi nel territorio, provoca vertigini di dolore.

Nel prossimo numero la terza ed ultima parte del Diario di Luca

Vox Populi 9°  
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