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Franco Chirico, nato a Vallo della Lucania il 30/1/1934, oltre a fare l’avvocato, ha ricoperto i seguenti incarichi: • presidente del Consorzio Irriguo di Miglioramento Fondiario di Vallo della Lucania dal 1964 ad oggi; • presidente del Consorzio Velia dal 1978 al 28/7/2002 e successivamente dal 2005 ad oggi. Il Consorzio Velia, con la presidenza Chirico, pur partendo da una situazione di totale inesistenza, senza personale, né mezzi, in pochi anni, ha realizzato il sistema Palistro, costituito dalla diga Fabbrica e due laghetti collinari e il sistema integrato Alento, costituito dalla diga Alento e da numerose altre opere. Il Consorzio Irriguo, invece, ha realizzato il sistema Carmine-Nocellito. È stato fondatore e presidente della Banca del Cilento dal 1990 a giugno 2011, nonché cofondatore della Fondazione Alario per Elea – Velia. Infine ha costituito ex novo una rete di soggetti nuovi con finalità di pubblico interesse tra cui si ricordano il Consorzio Centro Iside; la società Idrocilento S.c.p.A., S.r.l. SIPAT, la Cooperativa Cilento Servizi ecc. Nello svolgere i suddetti incarichi, Franco Chirico ha dimostrato di possedere capacità programmatorie, organizzative, amministrative e gestionali. La lettura del libro può costituire l’occasione per la scoperta di quanti fatti e risultati siano stati realizzati, di quante idee innovative siano state messe a frutto, e di quanti processi diversi siano stati portati avanti fino a creare un sistema coerente e virtuoso, aperto ad una visione di un futuro possibile del territorio. L’augurio a tutti coloro che leggeranno il libro è che esso riesca a fornire loro gli elementi per cogliere il disegno e per far loro capire che è necessaria la presenza di altri protagonisti, e non solo spettatori, per promuovere nuovi progetti di sviluppo sostenibile.

Approfondimento on line Esprimete le vostre opinioni Invito i lettori, attraverso il blog ilcilentodevecambiar.blogattivo.com (e-mail ilcilentodevecambiar@tiscali.it) a voler commentare il libro e le proposte fatte nei diversi settori facendo anche obiezioni e controproposte e suggerendo ricette, nella prospettiva di aprire un dibattito sullo sviluppo del Cilento. In particolare invito i giovani, disponibili a collaborare con la Fondazione Alario per dare una spinta alla crescita non solo economica, ma anche sociale della realtà cilentana.

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Indice introduzione Contrastare la tendenza al declino, guardare avanti

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capitolo primo I punti di debolezza e i punti di forza del territorio cilentano Le condizioni esterne al sistema imprenditoriale Elementi critici del sistema delle imprese Atteggiamenti e conseguenze I punti di forza del territorio Il “capitale fisso” Altre tre opportunità. La “dieta mediterranea” Il contesto economico e sociale I settori produttivi L’agricoltura L’industria e l’artigianato Il turismo e il commercio

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capitolo secondo Una questione di mentalità investire sul “capitale sociale”

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capitolo terzo Fare il primo passo: la “Fondazione Alario” La Fondazione Alario per Elea-Velia Le diverse fasi della Fondazione: il grande contributo di Ubaldo Scassellati La missione della Fondazione Le attività culturali svolte dalla Fondazione Non solo cultura

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capitolo quarto Idrocilento, la società capofila Il Consorzio di Bonifica Velia Il Consorzio di Miglioramento Fondiario di Vallo della Lucania Una intuizione strategica

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La società Idrocilento oggi Uno sguardo alle società partecipate Le attività a favore dello sviluppo locale

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capitolo quinto Il Laboratorio per lo sviluppo locale Nucleo tecnico sviluppo imprese Elea Congressi, un vuoto da colmare Cooperativa Cilento Servizi Confidi Cilento La Banca del Cilento

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capitolo sesto Non solo Fondazione Alario e Idrocilento Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano

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capitolo settimo Premessa sulla proposta di un disegno di sviluppo del Cilento Far ripartire l’agricoltura cilentana Investire sulla dieta mediterranea Giocare la carta dei consorzi tra i produttori E adesso parliamo della formazione

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capitolo ottavo Artigianato, commercio e servizi: il sistema delle piccole e medie imprese Come migliorare la finanza aziendale: il potenziamento del Confidi Cilento Risorse per il capitale di rischio delle PMI Fondo di garanzia per il microcredito Un altro motore per la crescita delle PMI: la formazione delle risorse umane

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capitolo nono La grande leva del turismo, carta vincente per il futuro Il turismo rurale e quello enogastronomico Rafforzamento dell’offerta di servizi Il campo da golf e il villaggio agrituristico Il “prodotto congressuale”

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capitolo decimo I “cani sciolti� del Terzo Settore e il possibile ruolo della Fondazione Alario Limiti patrimoniali della Fondazione Alario La possibile autonomia finanziaria della Fondazione Alario Riposizionamento del ruolo della Banca del Cilento nel sistema territoriale Un giornale locale e un sito web per comunicare e informare

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conclusione

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postfazione Pasquale Persico

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Introduzione

Contrastare la tendenza al declino, guardare avanti E

bbene sì. Più di ogni altra cosa, questo libro è un appello. Un accorato appello a non rimanere indietro, a non perdere ulteriori occasioni di sviluppo, a rafforzare la base produttiva del territorio. Ma per combattere il ritardo bisogna avere la consapevolezza piena che esso esiste, è intorno a noi e continua da molti decenni. Non basta nemmeno la sola consapevolezza, perché poi bisogna comprenderne le cause, odierne e remote, che lo hanno determinato. Riconoscere apertamente, con grande coraggio, che la nostra terra – la terra dove l’uomo ha trovato ospitalità da almeno mezzo milione di anni, che ha ispirato poeti e cantori ed allevato menti eccelse – non sta reggendo il passo con il resto dell’Italia e con gran parte d’Europa. I numeri, chiari e inequivocabili indicatori quantitativi, testimoniano la continua e progressiva emarginazione del Cilento in ambito economico. E ci sono svariati segni, difficili da esprimere in cifre, che pure preoccupano, perché la tendenza al declino non riguarda solo la sfera economica ma è come una grigia nebbia sottile che coinvolge la società, la politica, la cultura, l’ambiente. D’altra parte, capire è il primo passo per guardare avanti e individuare i passi che conviene fare. Ecco allora lo scopo di questa pubblicazione: sollecitare, stimolare, riproporre all’attenzione degli amministratori locali, delle forze politiche e della società civile la questione chiave che mi sta a cuore: lo sviluppo del Cilento. Si tratta di un tema così complesso, che mi coinvolge ed appassiona da quasi cinquant’anni. Io non sono un economista di professione. Ma per una serie di ragioni che mi accingo a esporre, penso di essere in una posizione privilegiata di osservazione, che mi consente di individuare con una certa chiarezza dove ha origine la crisi e quali sono i possibili rimedi. In questi ultimi anni mi sono sempre più convinto che il Cilento, la terra dove sono nato io, mio padre, mio nonno, il mio bisnonno, mia moglie e i miei figli, è in affanno perché il suo tradizionale modello di sviluppo non è più adeguato alle sfide poste dalla globalizzazione dell’economia e dalla società della conoscenza. E mi sono convinto che non abbiamo più tempo. Urge una rapida inversione di rotta e ci sono le condizioni per imprimere al Cilento una svolta capace di fargli bene, ma bisogna affrettarsi e unire le forze, perché altrimenti il Cilento rischia di pagarne le conseguenze per decenni e le future generazioni avranno tutto il diritto di giudicarci, biasimarci e condannarci per la nostra incapacità, la nostra indolenza, la nostra sciatteria.

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Perché questo non accada, occorre una strategia globale di sviluppo, un complessivo sforzo di modernizzazione e, in sintesi, un progetto che possa indicare la nuova direzione di marcia e di crescita per gli anni a venire. So bene che è un lavoro immane. Un lavoro che per essere attuato in maniera efficace richiede – preliminarmente – una conoscenza aggiornata del territorio, dei suoi bisogni, delle sue risorse e delle sue vocazioni, dei suoi punti di debolezza e di forza, delle infrastrutture e di tutto quanto – per poco o molto che sia – è stato realizzato. Ma richiede anche un esame profondo della missione dei nuovi soggetti nati negli ultimi anni e una valutazione delle iniziative da mettere in campo per dotare il Cilento di uno strumento di crescita che passi attraverso l’allargamento della base produttiva e, quindi, dell’occupazione. Vi confesso che non sono mancati i dubbi sull’opportunità di cimentarmi su un tema così difficile quale si configura lo sviluppo locale. Ma, a convincermi, sono state una serie di motivazioni che sintetizzo qui di seguito in maniera schematica: • la volontà di offrire, dopo le numerose iniziative di interesse generale portate a termine, un ulteriore contributo di idee e di proposte per ampliare, potenziare e diversificare l’apparato produttivo locale, mettendo a frutto la pluriennale esperienza da me maturata nei settori delle grandi opere idrauliche, degli impianti di irrigazione, della difesa del suolo e in quelli del credito, della formazione e della cultura; • la consapevolezza e la conoscenza dei punti di forza e di debolezza del territorio; • l’opportunità di mettere in luce che, a differenza di altri territori a maggiore esposizione mediatica, ma a minore “tasso realizzativo”, il Cilento dispone oggi di una robusta filiera istituzionale costituita dal Parco Nazionale, dalla società Idrocilento, dalla Fondazione Alario, dalla Banca del Cilento, dal Confidi Cilento, dalla Società Sistema Patto Territoriale e da altri organismi minori. Una realtà unica, dunque, perché composta dai tasselli di un mosaico capace di concorrere allo sviluppo socio-economico e di integrare l’azione degli enti locali e territoriali. Alle suddette motivazioni se ne sono aggiunte anche altre: • la constatazione che le cospicue risorse dei POR Campania, dei PIT, dei GAL e del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, arrivate sul territorio, da queste parti sono state impiegate secondo la vecchia e improduttiva logica della distribuzione a pioggia dei progetti, fatta comune per comune, senza raggiungere alcun risultato positivo sul piano dell’avanzamento complessivo del territorio; • la constatazione che la proposta intersettoriale di sviluppo, elaborata dal Consorzio Velia e dalla Fondazione Alario, con la collaborazione di Ubaldo Scassellati

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nel 1994, in occasione della redazione del Patto Territoriale – proposta capace di innescare nell’area un processo di crescita auto propulsivo –, è finita nel dimenticatoio benché su di essa si fosse realizzata un’ampia convergenza locale; • il desiderio di non essere spettatore inerte di fronte alla crisi e all’emarginazione geo-politica che sta vivendo oggi il Cilento e la convinzione di poter contribuire ad un percorso di crescita e di sviluppo dell’area; • la certezza che il processo di decentramento in atto imporrà agli enti locali di trasformarsi in soggetti economici attivi sul territorio in cui operano. Confesso di essermi forse distratto o di non essere adeguatamente informato, ma non ricordo di aver visto negli ultimi anni, dopo la pubblicazione ad opera del Consorzio Velia e della Fondazione Alario dei volumi Un Cilento possibile, Cilento domani (1996), Per il Patto Territoriale del Cilento Centrale (1994), nessun serio progetto di sviluppo complessivo del territorio, nulla che potesse rappresentare un quadro di riferimento per lo sviluppo del Cilento e che avesse la finalità di abbracciare in un unico disegno comportamenti e risorse pubbliche e private. È accaduto invece che nel Cilento ognuno ha continuato ad andare per la propria strada. Il motivo? Forse perché un

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progetto comune per lo sviluppo del territorio non è mai diventato un percorso analizzato, dibattuto, messo a punto e condiviso. Sono rimasti del tutto inascoltati gli inviti a superare il campanilismo esasperato e a concentrare le risorse su progetti di grossa rilevanza ed impatto, capaci di ridurre la marginalità del Cilento e di contenere il drammatico spopolamento dei paesi di alta collina e dell’interno. Purtroppo, sopravvive ancora – perché è dura a morire – la logica degli interventi isolati, avulsi dal contesto ed episodici. A ciò va aggiunto l’inconveniente dell’eccessiva frantumazione della comunità locale e della debolissima propensione a mettersi insieme, a darsi forza, a fare rete. Voglio ricordare che la nostra realtà geopolitica è caratterizzata dalla presenza di piccoli comuni sparsi su un territorio molto vasto. Ogni comune si limita a considerare il suo particulare, cioè i propri problemi, e a procedere per proprio conto, e così ignora quelli del territorio più ampio che lo circonda. Senza vedere che l’attuale assetto istituzionale è penalizzante e frenante perché nessun comune, a causa delle sue ridotte dimensioni, è in grado di svolgere un ruolo effettivo di autogoverno del territorio, né tantomeno di guida del comprensorio partendo proprio da tutte quelle funzioni che richiedono un’unità di azione fra più enti locali, come la politica agricola, turistica, industriale, culturale, formativa, etc. L’aspetto più grave, poi, è che, oltre a non aver fatto nulla di ciò che venne proposto e suggerito al momento del lancio del Patto territoriale, non si avvertono neppure segnali di svolta, di inversione di tendenza, né si registra un impulso a costruire le condizioni per accelerare il cambiamento e diventare artefici del proprio futuro. Troppo spesso, in questi anni, si è tirato a campare senza stimoli, senza dinamismo, senza spirito d’iniziativa. Col risultato che non è maturato uno sforzo di coesione istituzionale, una politica di coordinamento unitaria tra le comunità locali, una coscienza collettiva capace di scuotere l’apatia, di sconfiggere la rassegnazione e perseguire obiettivi di interesse generale. Ovunque si guardi, nessuno sembra intenzionato ad abbandonare il vecchio e sonnolento modo di amministrare la cosa pubblica: il piccolo favore, il sussidio, la raccomandazione, la clientela. E il tirare a campare… Ancora una volta, quindi, è prevalsa l’inerzia, l’apatia, l’abulia. A quella antica delle istituzioni, si è via via aggiunta quella della cosiddetta società civile, generando così un senso di frustrazione e di impotenza ad affrontare le difficoltà. È noto infatti che tra i cilentani è ancora molto diffuso il rifiuto a priori di ogni stimolo al mutamento, la fatalistica rassegnazione ad una sopravvivenza che si accetta così com’è, per come viene, come se fosse generata dalla volontà celeste, e perciò immodificabile. Ancora è raro scoprire nei cilentani la consapevolezza che, malgrado tutto, si percepiscono anche segni non trascurabili di un processo evolutivo, sia pure lento e faticoso, ma fondato su presupposti e potenzialità reali.

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¯ La prolungata attenzione a tutto ciò che accade nel territorio e l’analisi approfondita degli avvenimenti cilentani, alla fine, mi hanno indotto a scrivere questo saggio che ha un solo obiettivo: sollecitare un dibattito, spingere, provocare una discussione che coinvolga la società civile, le forze politiche e i giovani nella speranza di una svolta, di un percorso nuovo. È questa l’ultima possibilità che ha il Cilento per rimuovere le cause del ritardo, per ammodernare la scarsa produttività del suo sistema e realizzare un ambiente adatto all’innovazione e al dinamismo economico. So bene che non è facile vincere le difficoltà politiche ambientali e culturali che frenano il cambiamento. Non siamo in Val d’Aosta o nel Triveneto. Ma senza cambiamento e senza innovazione – sia ben chiaro a tutti – il Cilento non andrà da nessuna parte, anzi non avrà futuro. La crisi dell’Italia incrocia un’economia debole con gravi ripercussioni sull’occupazione, sui consumi, sul tenore di vita delle famiglie e sulla capacità di acquisto dei prodotti. Viviamo in un momento nel quale si verifica una progressiva riduzione di risorse finanziarie pubbliche. Certo non piace a nessuno assumersi il ruolo di Cassandra o di catastrofista, ma io avverto la chiara sensazione che, a livello di decisori locali, non vi sia consapevolezza di quanto grave sia la situazione, né del fatto che le casse pubbliche non hanno più risorse per lo stato sociale e che dunque non si può più fare conto sulle famose sovvenzioni del passato. Per invertire questa rotta e lasciare il tempestoso mare della crisi è opportuno reagire da subito con una riflessione sui problemi e con l’individuazione di valide alternative. In altre parole, occorre mettersi intorno a un tavolo e trovare l’accordo sulle azioni da intraprendere per rilanciare un progetto organico che sia su misura per il Cilento. Questo è il punto cruciale. So bene che è una cosa più facile a dirsi che a farsi. Ma, proprio per questo, sono essenziali i passi concreti che propongo con questa mia pubblicazione. Che non è, né vuole essere, il libro dei sogni, perché io – e dopo tutto non sono il solo – ho la concreta speranza che il declino del Cilento possa essere arrestato, che i cilentani riconosceranno e accetteranno le nuove sfide, e che alla fine inizierà un nuovo ciclo di sviluppo sostenibile. L’esperienza che ho maturato in tanti anni, fino a fare i capelli bianchi, mi dice che, per quanto lontano, l’obiettivo sembra maturo nella coscienza della nostra comunità, specie dei giovani. L’ambizione di riaprire un confronto, una riflessione, e magari di introdurre una logica nuova, mi ha spinto a fermare sulla carta queste mie idee nella speranza di indurre la classe dirigente locale ad impegnarsi di più per valorizzare le risorse del territorio. E

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poi a dare spazio a nuove imprese, maturando una consapevolezza reale dei problemi, delle difficoltà del Cilento e della necessità di nuove e più efficaci azioni. Niente luci della ribalta, dunque, nessun protagonismo fine a se stesso. Non ho più né la voglia né l’età. Mi anima soltanto l’orgoglio di poter offrire alla mia comunità, alla gente in mezzo a cui sono cresciuto, una proposta di sviluppo per i decenni a venire, per farla guardare avanti. Il mio desiderio, la mia speranza è di consegnare alle nuove generazioni – questa mirabile gioventù così assetata di giustizia e di verità – un territorio migliore.

¯ Per avviare, dunque, il territorio verso la crescita bisogna anzitutto capire bene che cosa sta succedendo e che cos’è che frena lo sviluppo del Cilento. Perciò bisogna anche andare a vedere in dettaglio quali sono i punti di debolezza e i punti di forza del territorio. Fatto questo, arriverà il momento di individuare quelle iniziative che sono sia praticabili sia promettenti. In tal senso, sottopongo alla riflessione comune e all’attenzione delle forze politiche e sociali del Cilento una ricerca complessiva sulla situazione e le sue cause, le risorse sulle quali possiamo obiettivamente contare, e una serie di proposte concrete. Ecco una breve sintesi. All’inizio viene fornita un’analisi del contesto socio-economico, fondamentale per verificare se esistono le condizioni per promuovere lo sviluppo. La descrizione è seguita da un’analisi dei singoli settori produttivi, da una diagnosi territoriale nella quale vengono individuati i punti di forza e di debolezza dell’economia locale e, in terzo luogo, dall’illustrazione della corrente di pensiero secondo cui il Mezzogiorno non è cresciuto a sufficienza soprattutto per carenza di capitale sociale. In questo modo la diagnosi finisce per portarmi all’individuazione degli obiettivi da raggiungere e delle linee di azione da intraprendere per eliminare i punti di debolezza. Una seconda parte del volume si sofferma su una serie di importanti realtà organizzative e imprenditoriali che costituiscono una risorsa e un vanto della nostra zona: la Fondazione Alario, la società Idrocilento, la Banca del Cilento, il Consorzio Velia e non pochi altri soggetti nati negli ultimi anni, illustrandone le caratteristiche e l’attività svolta da ciascuno di essi dalla nascita ad oggi per servire i bisogni del Cilento. Come vedremo, sono imprese ed altre organizzazioni che danno già un contributo importante al progresso della zona, e costituiscono una risorsa qualificante. Verso la fine del volume, invece, mi concentro sulle proposte: un pacchetto di interventi e di azioni coordinate che riguardano i vari settori produttivi. In esso ho sintetizzato un nuovo modello di sviluppo che si fonda sulla valorizzazione delle risorse lo-

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cali e sul rafforzamento dei settori produttivi. Questo modello di sviluppo dovrebbe incidere in profondità sull’attuale contesto economico-sociale, caratterizzato dallo spopolamento dei centri dell’interno, dalla fragilità della cultura imprenditoriale, dal lavoro che manca, dall’agricoltura in sofferenza e dall’emigrazione dei giovani. Come potete vedere, ho messo molta carne a cuocere. Ma ce la possiamo fare solo se agiremo tutti insieme con determinazione e rigore.

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Capitolo primo

I punti di debolezza e i punti di forza del territorio cilentano Il mondo corre. E il Cilento non tiene il passo, arranca, non cresce. Perché? Per rispon-

dere potrei appellarmi a un’intera costellazione di autorevoli osservatori. Secondo le loro analisi, le motivazioni che hanno frenato lo sviluppo economico del nostro territorio sono molteplici e di diversa natura. Ma quelle principali sono almeno tre: le condizioni esterne al sistema imprenditoriale; l’esistenza di elementi critici del sistema delle imprese; l’impatto dei fattori culturali sulle modalità di sviluppo del territorio. Vale la pena analizzarle singolarmente per meglio comprenderle e, possibilmente, superarle. Le condizioni esterne al sistema imprenditoriale • la localizzazione marginale dell’area rispetto alle principali vie di collegamento e comunicazione della Campania contribuisce ad accentuare l’isolamento geografico delle imprese e ad incidere sui costi di gestione. Ancora oggi gli imprenditori lamentano condizioni di scarsa accessibilità, e hanno ragione, visto che la linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria attraversa longitudinalmente il territorio nella fascia costiera e che la variante alla SS.18 lascia sostanzialmente immutate le condizioni di accessibilità di gran parte del territorio interno; • la morfologia accidentata e il diffuso dissesto idrogeologico; • la penuria d’acqua nel periodo estivo ed autunnale, sia perché le precipitazioni sono scarse, sia perché il Cilento è privo di sorgenti che danno luogo a corsi d’acqua perenni. Fanno eccezione l’area dell’Alento, la conca di Vallo della Lucania e quella del Palistro, dove il problema dell’acqua è stato ampiamente risolto con la realizzazione di tre sistemi idrici multisettoriali; • la difficoltà del sistema territoriale, costituito da piccoli comuni, distinti fra loro e poco disponibili a condividere gli obiettivi. La società cilentana, nel suo complesso, non ha mai fatto squadra né ha saputo puntare sui grandi progetti come premessa per nuovi orizzonti; • le dinamiche demografiche. Nel Cilento si vive a lungo, ci sono molti ultracentenari e l’indice di vecchiaia è superiore alla media nazionale. Ma se questo è positivo per un verso dall’altro scoraggia la propensione agli investimenti in attività ad elevato dinamismo. Ne consegue la forte emigrazione dei giovani;

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• l’assenza di una concreta politica regionale di valorizzazione delle aree interne della Campania; • la mancanza di “capitale sociale”; • la carenza di “capitale umano” qualificato; • il deficit di servizi reali alle imprese; • il mancato ricambio generazionale nel settore agricolo e in quello artigianale; • la cultura del posto fisso da trovare tramite raccomandazioni o l’intervento dei politici. Tutti questi fattori si traducono in diseconomie esterne che incidono negativamente, e non da oggi, sulla competitività delle imprese e del sistema economico nel suo complesso. Di qui l’urgenza di intervenire in tempi prevedibili. Elementi critici del sistema delle imprese Le debolezze che caratterizzano le imprese produttive e che influiscono negativamente sul loro sviluppo sono le seguenti: • l’eccessivo frazionamento della proprietà fondiaria. Chi non sa che spesso, in Cilento, la micro-azienda familiare può contare su 2-3 ettari di terreno coltivabile? Questa criticità non consente di gestire i fattori produttivi con criteri di economicità, non permette di accumulare risorse finanziarie da investire, impedisce di costituire una “massa critica” di prodotti da immettere massicciamente sul mercato nazionale e di conseguenza rende il prodotto agricolo cilentano “invisibile” in Italia. In una situazione del genere, l’azienda agraria finisce per non trovare radici per il suo sviluppo. Invece in molte altre parti d’Italia e dell’Europa si è capito ormai da tempo che per sostenere le spese fisse, consolidarsi ed avere una lunga vita produttiva ci vogliono aziende medie o grandi, o almeno aziende che facciano capo a valide strutture cooperative; • l’adozione di sistemi e tecniche colturali arcaici in agricoltura. Le famiglie contadine con il loro semplicistico meccanismo fanno direttamente gravare su un’economia gracilissima il costo di una trasformazione condotta con criteri arretrati e dispendiosi; • la ridotta predisposizione alla commercializzazione dei prodotti, sia sul mercato locale, connotato da rilevanti flussi turistici, sia sul mercato esterno attraverso confezioni protette da marchi riconoscibili. Si tratta di una debolezza che incide sulla redditività delle imprese e provoca una serie di conseguenze negative, tra cui quella di scoraggiare i giovani ad intraprendere un’attività in proprio; • la ridotta capitalizzazione delle imprese dei settori primario, terziario e PMI (piccole e medie imprese). Quasi tutte le aziende hanno livelli di indebitamento elevati, condizione che contribuisce a ridurre la propensione agli investimenti;

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• il basso ricorso all’innovazione tecnologica in tutti i settori produttivi. Tale carenza non riguarda solo il processo produttivo, ma anche quello commerciale. La mancata adozione di tecnologie innovative non consente di produrre nuovi prodotti e di conquistare nuovi mercati, e quindi di aumentare la capacità produttiva e il fatturato; • la mancanza di cultura imprenditoriale e, dunque, di iniziativa, di propensione al rischio, di assunzione di decisioni, di proiettarsi nel futuro e così via. Atteggiamenti e conseguenze A questo punto vorrei dare la parola al dottor Ubaldo Scassellati che, con l’acutezza e la sincerità che lo caratterizzano, negli anni addietro ha condotto un’articolata analisi di tipo socio-antropologico (cfr. Cilento domani,1996 pag. 44-48) arrivando ad identificare gli ostacoli allo sviluppo del Cilento che vanno, secondo lui, imputati a tre tipologie di fenomeni di natura culturale: 1) la tendenza degli adulti ad accettare la “modernizzazione” solo limitatamente alle forme del consumo; 2) la lentezza e l’occasionalità delle decisioni prese dalle autorità locali, che hanno privilegiato i rapporti di forza e i partiti politici piuttosto che la cultura dell’impegno ad agire per il territorio; 3) il consolidarsi, da molto tempo, di situazioni socio-economiche di manifesta decadenza e di estesa arretratezza nelle attività produttive, in assenza di azioni imprenditoriali e di impegno organizzativo su attività che prevedono ritorni non immediati. Ha scritto Scassellati: «Se la situazione di fatto – legata alla durezza del lavoro agricolo-contadino, alla sua bassa produttività e alle ritualità spesso “crudeli” che permeavano l’esistenza della famiglia contadina – si è venuta a modificare in Cilento negli ultimi 40 anni, essa continua a pesare nella memoria, nella mentalità degli anziani, nel rifiuto dei giovani, nella cultura diffusa della popolazione. Sui comportamenti diffusi degli abitanti pesano anche quasi tutti i fenomeni più importanti, che si sono verificati nello stesso periodo, molti dei quali sono stati vissuti come “vincoli” oggettivi e psicologici, come “coercizioni” pesanti sulle persone e sconfitte della comunità nel convincimento che negli anni 60 e 70 sia stata privilegiata la gestione del sottosviluppo per confermare nella popolazione comportamenti di dipendenza, di attesa, di rinuncia e di rassegnazione». Questo è un ostacolo di natura culturale, e non è il solo. C’è anche: • una bassa attitudine degli enti locali e territoriali, nonché dei cittadini e delle persone giuridiche, alla collaborazione e al coordinamento, all’agire insieme per il conseguimento di un fine comune. Purtroppo la comunità cilentana – non mi

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stancherò mai di ricordarlo – non è coesa ed unita, ma conflittuale, divisa e tendente all’individualismo. Il che significa, in altre parole, che non riesce a mettersi d’accordo sui grandi obiettivi, essendo prigioniera di invidie, gelosie e di un vasto campionario di altre meschinità. In effetti continua a predominare la cultura della separatezza, quel costume per cui ogni amministrazione pubblica o individuo agisce e spende senza coordinarsi e collaborare con quanto fanno gli altri enti. Manca la capacità di realizzare progetti di interesse generale e di coalizzarsi per il conseguimento di obiettivi strategici vantaggiosi per tutti; la mancanza di ambizione, di spinta propulsiva e di orgoglio per mettersi al passo con altre aree; l’arretratezza culturale, frutto di secoli di isolamento, che si manifesta nei diffusi atteggiamenti di scetticismo nei confronti dell’innovazione, delle novità tecniche e scientifiche, nella gestione della cosa pubblica e nel sistema di organizzazione e conduzione aziendale; la concentrazione delle aspirazioni personali su risultati a breve termine, elementari, di pura sopravvivenza e strettamente individuali; l’inesistenza di una cultura di impresa, organizzativa e finanziaria; il diffuso senso di impotenza di fronte al sottosviluppo locale percepito come vincolo fatalistico, ineluttabile, senza spazi riconosciuti di movimento e di iniziativa; il permanere di una diffusa soggezione al potere, anche verso coloro che dovrebbero solo assicurare l’esercizio di un diritto; la mancanza di una vera classe dirigente degna di questo nome, cioè di un gruppo di persone di riconosciuta dignità con attitudine a guidare una comunità, capace di elaborare prospettive strategiche, e di avere una visione generale.

Continua ancora Scassellati: «La predetta situazione socio-culturale comporta: • la cultura del lamento più che del fare e dell’agire; • la cultura del “sospetto” come costume intellettuale, e della “separatezza”; • l’inerzia, indolenza ed approssimazione di molti amministratori; • il privilegio alle opere materiali e non ai progetti che introducono meccanismi di attività; • un clima di conflittualità fra enti locali, interessati più alla tutela delle proprie competenze che allo sviluppo della comunità locale; • il convincimento che tocchi ai politici risolvere i problemi della società cilentana. A sua volta, l’uso di puntare tutto e sempre sulla politica ha prodotto come conseguenza:

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• un clima di conflittualità tra gli enti locali e gli enti tecnici economici, più interessati alla tutela di una autonoma amministrazione delle proprie modeste risorse, che alla ricerca della pubblica utilità; • una assenza di programmazione considerata più come vincolo che come condizione favorevole al reperimento delle risorse e alla loro successiva gestione; • una inadeguatezza tecnico-progettuale delle Comunità Montane che non sono riuscite ad elaborare progettazioni e, spesso, a realizzare i lavori; • un gran numero di interventi occasionali, con livelli occupazionali scarsi e limitati nel tempo e nessuna prospettiva di sviluppo economico. Infine, il permanere per anni di situazioni socio-economiche di non sviluppo e arretratezza ha oggi come conseguenza: • la crisi, in prospettiva, dei trasferimenti dall’esterno; • i costi crescenti e non sopportabili dei servizi; • un continuo abbassamento della produttività locale; • l’abbondanza di risorse locali non sfruttate (culturali, agricole e turistiche); • la totale e persistente mancanza di ogni presenza industriale e, a livello artigianale, delle attività manifatturiere; • la penuria di denaro che possa operare come capitale; • la difficoltà di ottenere denaro per chiunque non abbia ereditato beni immobiliari dalle generazioni precedenti; • la conseguente debolezza del mercato.» Quelli appena descritti sono i problemi che hanno concorso e concorrono al sottosviluppo e all’arretratezza culturale e socio-economica del Cilento. Dobbiamo inserire anche questi punti tra i nodi che vanno affrontati e risolti per incamminarci sulla via dello sviluppo. Infatti queste sono le coordinate per capire il territorio e chi lo popola. Ritornerò sull’argomento, ma un primo dato già emerge ed inquieta: non vi sono risposte serie o interventi specifici a livello locale per eliminare i predetti punti di debolezza. I punti di forza del territorio Naturalmente, ponendo tutta una serie di questioni, corro il rischio di assolvere al ruolo di Cassandra. E invece no. Il Cilento non ha solo punti di debolezza, cioè elementi socio-culturali negativi, ma anche numerosi punti di forza che meritano di essere richiamati anche perché rappresentano la base di partenza per il rilancio dell’area: 1) Il territorio. Il tesoro del Cilento è la sua unicità, la sua irripetibile storia, il suo territorio. In una logica di valorizzazione, la prima risorsa – quella più a portata di mano – è il territorio stesso. Per secoli, data la sua natura accidentata, l’uomo ha potuto

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intervenire con molta difficoltà e sforzo. Forse è stato un bene. Perché questa è la ragione per cui il Cilento rimane ancora oggi un’area della Campania, posta tra il golfo di Salerno e quello di Policastro, capace di trasmettere al visitatore che arriva tante, tantissime emozioni. Negli ultimi venti anni, però, c’è stato un certo sonnacchioso ‘lassismo’ nell’uso del territorio. Vi fornisco qualche dato per capire meglio. Nei soli comuni di Ascea, Casalvelino, Castelnuovo Cilento, Omignano, Stella Cilento e Vallo della Lucania, grazie al Consorzio Velia tra il 1970 e il 1987, è cambiata la destinazione agricola originaria di ben 5.000 ettari di pianura e di bassa collina. È una dimensione enorme, che invita a riflettere. Qualcuno ha detto che negli anni ’80 abbiamo visto fiorire uno sviluppo urbanistico inaspettato. I frutti di questo sviluppo, ci accorgiamo adesso, erano avvelenati. Sul territorio è stata realizzata un’edilizia qualitativamente spregevole e spesso economicamente disastrosa. Venti anni dopo ci troviamo con problemi ancora più gravi di quelli di prima. E mentre la fascia costiera si affolla di seconde case disposte in rigide file, (lontane mille miglia dalle case dei vecchi paesi, anguste magari, ma racchiuse in uno scenario di solenne decoro) nei centri dell’interno si perpetua la stasi di una vita sociale depressa ed elementare, dominata da un pauperismo endemico. D’ora in avanti, occorre quindi valutare con grande attenzione gli usi alternativi del territorio. Essendo scarsamente popolato, il territorio cilentano va valorizzato perché rappresenta la principale risorsa su cui si può costruire lo sviluppo. E la principale risorsa non può essere sprecata, sfregiata o mortificata ma, al contrario, tutelata e salvaguardata.1 2) Le risorse ambientali, paesaggistiche ed archeologiche. Il Cilento non ha pianure né industrie; ma per un dono del Signore dispone di una molteplicità di risorse naturali: mare, monti, paesaggi, biodiversità. A cui si sono aggiunti prodotti e tradizioni locali, clima mediterraneo, varietà gastronomica, aree naturali di pregio, siti di interesse comunitario, due parchi marini (quello di Punta degli Infreschi e quello di Santa Maria di Castellabate). Per non parlare dei siti archeologici di Paestum e Velia che hanno 1. «In un contesto di cultura diffusa di tradizione contadina, c’è molto lavoro culturale da compiere affinché la popolazione consideri l’ambiente naturale come una risorsa positiva da migliorare e da valorizzare e non come antagonista, con cui, giorno dopo giorno, combattere con fatica o verso cui avvertire soggezione. Occorre imparare a saper interrogare l’ambiente, analizzando integranti di paesaggio, di bosco, di colture, di luoghi storici della memoria. Ma occorre soprattutto tanto impegno e tanta cultura per operare correttamente, perché proprio l’ambiente di maggior pregio, soggetto alla tutela, va gestito con più intelligenza e più sensibilità. È opportuno, pertanto, non dimenticare la differenza di atteggiamento culturale e di conoscenze sostanziali tra la coltura povera tradizionale e la coltura ecocompatibile, anche se molti dati comportamentali sembrano analoghi. Di recente, la popolazione ha cominciato a rivolgere considerazione alla realtà ambientale e ai monumenti della storia locale, antica e meno antica: da questo fenomeno di tipo “immateriale” si potranno in futuro ricavare, forse, esiti di grande momento, oggi ancora non prevedibili»” (Scassellati 1996, pp. 48-49).

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portato al riconoscimento complessivo dell’area cilentana come “paesaggio culturale” incluso nel Patrimonio mondiale dell’Umanità. C’è un parco di 181.000 ettari, il più grande d’Italia, inserito nella rete mondiale MAB (Riserve della Biosfera) e facente parte del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. C’è il lago e l’Oasi Alento, straordinario habitat per numerose specie migratorie. L’esistenza di questo inestimabile patrimonio, che non è omologabile né delocalizzabile, è indubbiamente in grado di fare da traino al sistema economico locale, in particolare al comparto turistico e a quello agro-alimentare, per ipotizzare la possibilità di attrarre nel prossimo futuro grandi flussi turistici. Alla luce di tutto questo, dunque, appare realistico dire che il nostro territorio ha molte carte da giocare. 3) La variante alla SS 18. 4) Il miglioramento della vivibilità dei numerosi centri rurali con il risanamento dei centri storici ad opera delle amministrazioni comunali. 5) Le riserve d’acqua. Negli ultimi 30 anni sono stati realizzati tre sistemi idrici, Carmine-Nocellito; Palistro e complesso Alento, mentre un quarto impianto è ora in fase di studio. Le stesse acque piovane e superficiali che un tempo provocavano frane, alluvioni e allagamenti, vengono oggi raccolte nei mesi invernali, in ragione del 50%, in sei invasi per produrre acqua potabile, acqua per gli usi civili non potabili, acqua per gli usi artigianali ed industriali, per l’energia. E soprattutto per l’irrigazione di 7.000 ettari ricadenti in quattro aree: quella di Vallo della Lucania e comuni viciniori, di Castelnuovo Cilento, del Palistro, della piana dell’Alento e colline circostanti. La costruzione dei tre sistemi idrici – ai quali, ripeto, nei prossimi anni si potrà aggiungere un quarto sistema, – rappresenta per il territorio una svolta, il passaggio da un periodo caratterizzato dalla carenza idrica ad un altro periodo, in cui il predetto problema è stato risolto, nonché il passaggio dell’agricoltura dallo stadio di agricoltura secca e cerealicola ad agricoltura irrigua. È incontestabile che senza i predetti tre sistemi idrici, il comprensorio dell’Alento sarebbe stato in crisi profonda, come era molti anni fa, quando nella stessa identica situazione si trovavano le altre zone interne, senza acqua per gli usi produttivi. L’arrivo dell’acqua ha avuto davvero una portata storica. Perché ha innescato il miglioramento della qualità della vita della popolazione (grazie alla disponibilità di un elemento vitale di base), ha impresso una svolta all’igiene personale e ambientale, e ha dato il via alla diversificazione delle fonti di reddito, grazie alla possibilità di poter portare sul mercato prodotti cilentani e di avviare attività turistiche all’interno del territorio. 6) I prodotti tipici: fichi, miele, castagne, produzioni casearie, olio di oliva, vini ecc. esaltati dalla dieta mediterranea. 7) Le risorse umane: giovani, imprenditori. 8) I bassi tassi di criminalità: il territorio non registra fenomeni di infiltrazioni mala-

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vitose da parte della criminalità organizzata né la presenza di fenomeni di microcriminalità. 9) L’accresciuta visibilità di Elea a livello nazionale e internazionale, un fatto nuovo di grande portata, su cui avrò modo di soffermarmi in seguito. 10) la modifica del rapporto della comunità locale con l’ambiente grazie al Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, mentre si sta facendo strada la tesi che la qualità dell’ambiente è un fattore strategico dello sviluppo. Il “capitale fisso” Ai predetti punti di forza va aggiunto il fatto che una parte del territorio cilentano ha aumentato, negli ultimi cinquant’anni, il capitale fisso, costituito dalle opere realizzate. Opere che, come ho già accennato, hanno risolto cinque problemi: • la sicurezza idraulica del territorio; • l’acqua per tutti gli usi; • la qualità delle condizioni igieniche personali e ambientali;

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• la distribuzione irrigua; • la viabilità rurale. Rispetto al lungo ciclo che arriva fino al 1950, il Cilento ha realizzato un notevole miglioramento della situazione preesistente, imboccando una direzione decisamente innovativa rispetto alla tradizione e divergente rispetto alla realtà di altri territori interni. Risolto il problema dell’acqua, tra i traguardi raggiunti c’è stata la valorizzazione di un’altra risorsa strategica: i risparmi dei cilentani. Fino alla fine degli anni Ottanta, i risparmi venivano comunemente depositati presso gli uffici postali e presso il Banco di Napoli. Dagli inizi degli anni Novanta, invece, grazie alla Banca del Cilento e alle altre Banche di Credito Cooperativo presenti sul territorio, si è verificata un’inversione di tendenza. Col risultato che gran parte dei risparmi raccolti sono investiti in loco a favore dei piccoli operatori, gli stessi che in precedenza avevano subito, in silenzio, un pesante razionamento del credito. Si tratta di un fatto rilevante se si considera che non si è visto nessun sistema economico crescere così velocemente e radicarsi nella comunità territoriale, senza istituzioni finanziarie orientate a sostenere il predetto sistema. A tutto questo, si è aggiunta, infine, la nascita di una rete di soggetti operativi nuovi che sta concorrendo senza clamori al cambiamento della realtà economica. Ecco quali sono: - il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano; - la Fondazione Alario, - la società Idrocilento, - la Società del Patto Territoriale, - il Confidi Cilento, - la Società Elea-Congressi. Si tratta di soggetti strumentali essenziali, come vedremo, per l’avvio di un quel concreto processo di sviluppo che rimane l’unica via per andare oltre la stagnazione. La lettura dei punti di forza sta a dimostrare che il Cilento, malgrado le molte ombre, non parte affatto da zero. I progetti completati e realizzati con le potenzialità esistenti, opportunamente valorizzati, possono rappresentare una solida base per l’avanzamento del territorio verso uno sviluppo endogeno ed autopropulsivo. Altre tre opportunità. La “dieta mediterranea” Come ho cercato di spiegarvi, il Cilento non è quindi un malato in fase terminale, ma ha anche energie sopite, punti di forza, infrastrutture e strumenti che potrebbero avviarlo verso un concreto e auspicabile sviluppo sostenibile. Peraltro entrano in gioco anche tre nuove condizioni esterne al territorio:

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• la forte crescita del turismo ambientale, che comporta l’aumento delle presenze turistiche verso le aree che hanno conservato la “naturalità”; • la crescita del consumo dei prodotti tipici; • il riconoscimento della “dieta mediterranea” come patrimonio dell’Umanità. Come è noto, la “dieta mediterranea” è il regime alimentare povero ma sano dei contadini: olio di oliva come condimento, ortaggi e frutta, legumi al posto delle proteine animali, carne bianca nei giorni di festa, pasta fatta in casa, pochi dolci. Questo regime alimentare è un modello riconosciuto dalla comunità scientifica come elemento in grado di generare effetti positivi sulle malattie del cuore e cardiovascolari. Gli studi scientifici, che si sono susseguiti a partire da quelli dello scienziato americano Ancel Keys intorno agli anni ’50-’602, evidenziano gli effetti benefici sulla salute per coloro che si attengono alle abitudini alimentari della dieta mediterranea. Per non disperdere il valore di questa dieta, è opportuno che l’Ente Parco e le istituzioni locali si facciano promotori di iniziative per la sua diffusione ed attuazione a livello locale in ristoranti, agriturismi, alberghi ecc. Infatti si sta facendo ancora poco per far conoscere una risorsa così significativa come merita. Il contesto economico e sociale Comunque lo si voglia considerare, il Cilento sta vivendo una fase di transizione tra il vecchio assetto economico-sociale, fondato sull’agricoltura, e un nuovo assetto che però stenta ad affermarsi e a connotarsi. Quello oggi vigente si fonda ancora su un notevole trasferimento di risorse esterne e dunque su un’economia in larga misura assistita, ovvero in ritardo, che comunque andrà rapidamente a finire. La conseguenza di ciò ci deve impensierire, perché il nostro territorio, dal mare ai monti, è un’area marginale che continua a bruciare, in maniera irrazionale, più risorse di quante ne produca; continua a consumare i trasferimenti provenienti dall’esterno sotto forma di stipendi, pensioni, sussidi e contributi, e nel contempo rappresenta un buon mercato per moltissimi prodotti importati da altre aree. La società cilentana è costituita, nel suo complesso, da un folto ceto impiegatizio, da una rilevante componente di disoccupati, da un gruppo di imprenditori che operano nel settore degli appalti e delle forniture pubbliche, da un esiguo nucleo di imprenditori veri che operano e si confrontano col mercato, da una borghesia professionale ed intellettuale abbastanza lontana dai circuiti produttivi e da una residua schiera di addetti all’agricoltura. 2. Attualmente, per ottenere un’ampia informazione su Ancel Keys e intorno alla dieta mediterranea, basta andare su Google e digitare “Ancel Keys”.

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Osservo inoltre che, accanto al ceto delle professioni tradizionali (avvocati, ingegneri e medici), si sono diffuse nuove figure: commercialisti, fiscalisti, architetti, informatici, ecc. Essi rappresentano il terziario moderno e in un’area largamente assistita, quale è quella cui ci riferiamo, risultano contigui ai centri amministrativi e quindi al potere locale, che spesso rappresenta il committente di maggiore consistenza. Il sistema produttivo del Cilento rimane comunque molto debole e apparentemente incapace di formare persone con particolare apertura imprenditoriale. Il tessuto delle imprese è a maglia larga ed è poco incisivo sul sistema economico. Che si tratti di una questione strutturale e non congiunturale non ci sono dubbi. Negli ultimi anni la forbice tra il Cilento e l’Europa ha continuato ad allargarsi. E tutto questo mentre il mondo continua a crescere a ritmi sostenutissimi. Persino l’Africa, che per decenni ha avuto un’economia stagnante, negli ultimi tempi sta crescendo al ritmo del 5,5% annuo. Invece il Cilento non corre affatto. E si capisce. Come può correre se la dimensione dell’impresa oscilla tra la micro e la piccola? Se le medie imprese sono poche e le grandi non esistono? L’attività delle poche aziende esistenti è prevalentemente incentrata sull’industria agro-alimentare e sull’edilizia. Pochissime le industrie manifatturiere. Inoltre va considerato che l’economia è sempre meno dipendente dal lavoro in agricoltura. Allo stato, quello che era una volta il settore primario, la fonte esclusiva di reddito della popolazione, è diventato un’attività marginale, integrativa del reddito, con il conseguente abbandono di molti terreni agricoli. Inoltre le imprese, mettendo a confronto i loro dati, fanno registrare un rapporto molto elevato tra debiti e fatturato. A ciò si deve aggiungere un altro elemento di carattere strutturale: la minore capacità di autofinanziamento delle imprese derivante dalle loro ridotte dimensioni. Ma, nonostante le storture e le strozzature, negli ultimi 40 anni il territorio ha fatto qualche timido passo avanti sulla strada giusta, ha cominciato a crescere. Sono nate e cresciute numerose imprese che ruotano soprattutto attorno alle attività turistiche stagionali. Si tratta, a volte, soltanto di segnali, che tuttavia esistono e sono significativi. Essi lasciano immaginare un contesto che potrebbe essere tonificato, stimolato e recuperato rispetto alle aree più dinamiche della Provincia. Tuttavia gli indicatori del ritardo sono ancora presenti in tutti i settori della vita socio-economica. I dati sociali ed occupazionali del Cilento, ad essere sinceri, mantengono tutto il loro valore drammatico. Infatti la disoccupazione giovanile raggiunge addirittura il 60%, mentre un terzo dell’occupazione esistente si svolge in condizione di irregolarità. Io non credo che i nostri giovani siano, in media, più fannulloni dei loro coetanei milanesi, veneti o emiliani. Semplicemente hanno minori occasioni di lavoro.

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Le piaghe del Cilento – che qui richiamo ancora – sono storicamente note e dibattute. C’è un lungo campionario in proposito. Mi riferisco allo spopolamento dei centri urbani dell’interno; all’invecchiamento della popolazione; al lavoro che manca; all’emigrazione giovanile; alla ridottissima dimensione delle imprese; alla fragilità della cultura imprenditoriale; alla disaffezione per il lavoro agricolo da parte dei giovani. Tutto questo ha diminuito, per chi vive nei comuni cilentani, le opportunità di valorizzare e sfruttare le risorse locali. Grazie, comunque, ai sussidi, alle pensioni, alle rimesse degli emigranti, agli afflussi, senza precedenti, di denaro pubblico per l’esecuzione di opere pubbliche vi è stata una lievitazione dei consumi e una certa crescita del tenore di vita. Tale risultato è il frutto della politica assistenziale dello Stato (e della Regione) che ha stimolato i consumi, ma contemporaneamente ha bloccato lo spirito di iniziativa verso l’economia produttiva. Questa politica, oltre ad impedire l’avvio dello sviluppo “endogeno” ed “autopropulsivo”, ha provocato l’abbandono delle campagne e delle attività agricole, trasformando il territorio in mercato di consumo di beni prodotti nel Nord del Paese. Attualmente, però, si assiste a un calo sempre più vistoso dei trasferimenti sociali e dei lavori pubblici, e anche la domanda di beni di consumo ne sta risentendo. La debolezza, poi, del sistema produttivo ed il rifiuto dei giovani di proseguire il lavoro nei campi ha provocato un eccesso di manodopera e, quindi, l’aumento della disoccupazione (che oggi ha raggiunto davvero livelli elevati) e dell’emigrazione, che ancora spinge la gente del Cilento a cercare con disperato coraggio un destino diverso in paesi lontani. In conclusione, dunque, lo scenario socio-economico degli ultimi quarant’anni è cambiato profondamente, ma senza sviluppare adeguatamente la capacità di produrre ricchezza attraverso l’ampliamento della base produttiva. E ciò perché l’aumento dei soggetti attivi in economia è rimasto molto ridotto. Purtroppo, non è stato affrontato in alcun modo il problema dell’accesso ai processi economici da parte dei residenti. Vi è una percentuale elevata di persone che continuano a “battere la fiacca”, inattive, ma – altro fatto preoccupante – si registra anche la contrazione delle nascite, mentre una massa di giovani fa la valigia e lascia il territorio. Un fenomeno drammatico che ha portato quasi al dimezzamento della popolazione residente. Una piaga sociale che mette sotto accusa i gestori della cosa pubblica. Diviene pertanto prioritario accompagnare e sostenere la crescita con altri strumenti: cioè garantendo al territorio l’espandersi di nuova cultura e nuove conoscenze, le uniche in grado di creare valore. Emergono ed inquietano, infine, i seguenti punti critici, che possono essere analizzati secondo varie prospettive, con un approccio analitico:

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• in molti casi i giovani, specie quelli nella fascia dai 20 ai 35 anni, sono scettici sul proprio futuro, inteso come costruzione, fatica, impegno, sudore, responsabilità. Svuotati di fiducia, non puntano sulle proprie forze per utilizzare il patrimonio di risorse che il territorio possiede; • la carenza di cultura imprenditoriale, già più volte richiamata. Una capacità, tra l’altro, che non può essere oggetto di trasferimento attraverso la formazione; • la mancanza di ruolo della società civile e di senso della responsabilità comune; • la mancanza di quel senso di appartenenza condivisa che spinge a sacrificare gli interessi di parte per un futuro più solido per tutti; • l’assenza di ricambio nella conduzione delle imprese agricole. I settori produttivi Dopo questo primo giro d’orizzonte vediamo ora più da vicino qual è la situazione delle aziende che operano nel Cilento. L’agricoltura Come ho già accennato, l’agricoltura tradizionale ha subìto una flessione notevole. Le cause sono da addebitarsi sia alla forte emigrazione e sia al fatto che i ricavi provenienti dalla vendita dei prodotti non coprono sempre i costi di produzione. In tal modo l’agricoltura, un tempo fiorente, differenziata e remunerativa, si è trasformata da attività principale in attività marginale e per l’autoconsumo, rendendo l’area cilentana fortemente dipendente dalle importazioni di prodotti provenienti dalla Piana del Sele e da altre località. L’abbandono delle aziende agricole, l’invecchiamento progressivo ed inarrestabile degli addetti e, tra i giovani, il rifiuto di continuare l’attività dei padri sono la logica conseguenza di una legge economica: la scarsa remunerazione del lavoro prestato e quindi la mancata percezione di un reddito annuale adeguato. Ma anche la causa e l’effetto della mancanza di una strategia a livello locale per organizzare la produzione, la trasformazione e commercializzazione dei prodotti sul mercato. Voglio qui ricordare che, a partire dagli anni cinquanta, il Cilento è passato da area di produzione e di esportazione di prodotti agricoli ad area di importazione. Con la conseguenza che esso oggi, nel campo agroalimentare, consuma più di quanto produce. Ma l’aspetto più grave è costituito dal fatto che l’attività agricola delle campagne non è stata sostituita come fonte di reddito da un’altra attività produttiva, ad esempio da quella industriale, manifatturiera o turistica. L’esodo della nuove generazioni dai campi ha solo prodotto un pericoloso abbassamento del PIL (Prodotto Interno Lordo). La crisi dell’agricoltura e la mancanza di lavoro negli altri settori produttivi ha creato due ceti: i vecchi che, godendo di pensioni, rappresentano il ceto che dispone di un

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reddito stabile e sicuro, ancorché ridotto, e i giovani che, essendo disoccupati, vivono fruendo del risparmio di nonni e genitori. Eppure, le condizioni per imprimere all’agricoltura cilentana una nuova vitalità ed un ruolo importante nell’ambito del tessuto economico generale vi sarebbero. Ma a patto che si superino alcuni punti di debolezza che oggi contrassegnano più che mai la realtà agricola locale e che, dall’altro lato, si distingua l’area collinare interna, non irrigabile e difficilmente meccanizzabile, da quella collinare e di pianura che è stata resa irrigua. Per il futuro immediato mi immagino quindi due possibili scenari: quello negativo è il rischio di un’ulteriore caduta del comparto agricolo; quello positivo è immaginare che l’agricoltura possa divenire il motore trainante e un vero asse portante del sistema produttivo del Cilento attraverso la valorizzazione dei prodotti tipici e dei prodotti alimentari di qualità, un sempre più frequente confezionamento dei prodotti in azienda e il miglioramento della rete distributiva. L’industria e l’artigianato Oltre ad essere contraddistinto da un’agricoltura in crisi, il Cilento non dispone di una struttura industriale intesa secondo gli schemi moderni. Le attività manifatturiere, infatti, sono molto limitate, non svolgono un ruolo propulsivo né hanno un peso rilevante nel contesto economico locale, se si eccettuano alcuni singolari casi. L’assenza dell’industria è attribuibile alle diseconomie di cui ho già detto in precedenza, ma che è utile ancora una volta ribadire: • marginalità geografica rispetto al resto dell’area regionale; • morfologia del territorio; • mancanza di capitali e difficoltà di una loro accumulazione; • mancanza di aree PIP; • mancanza di servizi alla produzione e difficoltà a gestire l’acquisto degli stessi; • difficoltà del trasporto su strada; • dipendenza dalla domanda locale; • carenza di energia. Da questo quadro d’assieme si deduce che il Cilento soffre di un palese sottodimensionamento del settore manifatturiero e dell’industria, collocandosi in tal modo lontano dagli indici di industrializzazione delle altre aree del Mezzogiorno. È infatti l’edilizia il comparto attorno a cui ruota quasi tutto il settore secondario. L’attività edile ha costituito fino ad oggi un importante sbocco, una valvola di sfogo per la manodopera espulsa dall’agricoltura. La pluralità delle imprese, per lo più artigiane, operanti in questo settore consente di occupare un numero abbastanza elevato di addetti, che, al di fuori dell’orario lavorativo, sono occupati part-time anche in agri-

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coltura, evitandone la completa scomparsa e mantenendo le produzioni a livello di autoconsumo. In realtà accade che, nel nucleo familiare, il cumulo dei redditi di provenienza diversa (agricoltura, edilizia, turismo, sussidi di varia natura) e il contenimento delle spese per i bisogni alimentari e abitativi rendano conveniente la permanenza in loco di una parte della popolazione. Questo è un fenomeno che, se letto in positivo, fa capire il raggiungimento di un certo livello di benessere, passivo ma comodo. Letto in chiave diversa, esso appare come la causa – di natura socio economica e psico-antropologica – che maggiormente limita lo sviluppo del territorio. È cioè la dimostrazione della bassa capacità imprenditoriale che fin qui ho più volte richiamato. A mio modo di vedere, la mancanza di un’esperienza industriale è contemporaneamente causa ed effetto di una diffusa incapacità organizzativa. In pratica, manca la capacità di organizzare le risorse per trasformare i desideri in progetti e i progetti in opere concrete. Ma, se il nostro territorio continua ad essere un’area di inarrestabile e forte emigrazione, la ragione va ricercata proprio nella mancata ristrutturazione, riorganizzazione e crescita dei suoi settori produttivi. Il tessuto imprenditoriale è costituito oggi da oltre 3.000 micro e piccole realtà, operanti prevalentemente nel campo delle costruzioni, dell’agro-alimentare, delle lavorazioni metallurgiche e del turismo. La dimensione media di queste imprese non supera i 2-5 addetti, per cui è legittimo affermare che il sistema produttivo manifesta uno scarso assorbimento di manodopera locale. Infatti nel Registro ditte della Camera di Commercio figurano solo 50 imprese con più di 10 addetti presenti. Nel complesso l’immagine che si ricava è quella di un apparato produttivo rachitico ed arretrato, caratterizzato dalla prevalenza dei settori tradizionali. Ciò significa che il territorio non genera alcuna attrazione di investimenti esterni. Sui temi dell’innovazione tecnologica emerge che le micro e piccole imprese, non potendo contare su risorse di una certa consistenza, fanno ricorso al lavoro di bassamedia professionalità mentre le alte professionalità restano disoccupate o vanno altrove. Inoltre le ridotte dimensioni aziendali e le dotazioni tecnologiche inadeguate limitano non solo l’attuale capacità produttiva, ma anche la possibilità di crescita futura, in quanto gli esigui margini di guadagno non consentono la formazione di capitali da reinvestire per l’adeguamento tecnologico e per il potenziamento delle perfomance produttive. Fatta eccezione per le pochissime imprese che riescono ad essere presenti sul mercato nazionale, la maggior parte di esse produce per soddisfare il mercato locale. Del resto, l’esiguità della struttura industriale non è compensata neppure da una forte presenza dell’artigianato produttivo. Anzi questo comparto è ormai in via di estinzione. Anche

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l’artigianato artistico è quasi del tutto scomparso, mentre non mancano gli artigiani di servizio (meccanici, parrucchieri, idraulici, elettricisti ecc.). Altre attività artigianali, presenti nell’area, sono collegate alla trasformazione dei prodotti agricoli. In particolare, esistono molti frantoi per la produzione olearia e aziende che provvedono all’impacchettamento dei fichi. Il turismo e il commercio Al confronto, le attività del settore terziario sono abbastanza sviluppate. In particolare si sta assistendo ad una rapida e forte espansione dell’apparato distributivo, delle attività connesse con il turismo e del numero degli occupati nel settore dei servizi e della Pubblica Amministrazione. Lo sviluppo del terziario testimonia però un’ulteriore manifestazione della debolezza della struttura produttiva. Infatti, la crisi dell’agricoltura, specie nell’area interna, combinata con la scomparsa di forme di artigianato tradizionale, dell’artigianato produttivo e con l’assenza del comparto industriale, ha provocato la crescita abnorme dei piccoli esercizi commerciali, dell’apparato distributivo, di quello burocratico e dei servizi. Tra le attività del terziario, il turismo costituisce una delle maggiori risorse per l’economia dell’area, essendo diventato la fonte principale di reddito per molti degli operatori economici e dei lavoratori cilentani. Il flusso turistico, però, è ancora concentrato lungo la fascia costiera e solo negli ultimi tempi, in maniera marginale, ha iniziato ad interessare i comuni interni prossimi alla costa. Inoltre, presenta le caratteristiche proprie del turismo di massa ed è tipicamente balneare, con la stagione turistica ristretta sostanzialmente ai mesi di luglio ed agosto e marginalmente ai mesi di maggio, giugno, settembre ed ottobre. In aggiunta al turismo balneare, si sta sviluppando rapidamente l’agriturismo, una forma di turismo nella quale il turista è ospitato presso un’impresa agricola e l’accoglienza è organizzata in connessione con l’attività agricola. Nelle aree interne, le attività legate al tempo libero sono limitate prevalentemente a quelle della ristorazione, mentre la presenza di strutture di ospitalità è molto ridotta ed offre una gamma di servizi di livello ancora non adeguato. Il sistema, comunque, appare agli analisti debole per due motivi: • per la forte stagionalità della domanda che, come già detto, presenta picchi elevati solo nei mesi di luglio ed agosto; • perché attorno al turismo balneare non è cresciuto adeguatamente un altro formidabile attrattore: il turismo congressuale, sportivo, ambientale e culturale. Dobbiamo parlare, infine, della grande carta costituita da Elea-Velia e dalla celebrità mondiale di personaggi come Parmenide e Zenone. Questa è una carta che finora

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non è stata giocata, che non si è saputo giocare perché non è facile giocarla. In effetti, solo da pochissimi anni la riflessione su questa straordinaria risorsa è ritornata alla ribalta grazie alle iniziative prese dalla Fondazione Alario, in particolare con i convegni di “Eleatica” ed una serie di eventi collaterali. Ma c’è un ragionamento elementare che dobbiamo fare: in tutto il mondo ci sono più di 500 professori universitari di filosofia, ognuno con assistenti, laureandi, dottorandi e studenti, che si occupano professionalmente di Parmenide o di Zenone e che in teoria potrebbero organizzare viaggi a Elea con i propri allievi, per poi portarli anche a Paestum e altrove. Se poi guardiamo all’Italia e agli innumerevoli licei dove c’è un insegnante di filosofia per ogni sezione, capite che ogni anno sono centinaia di migliaia di studenti a occuparsi dei maestri della Scuola eleatica. Per di più abbiamo la fortuna di ritrovare negli scavi proprio l’ambiente descritto da Parmenide nel suo Poema (la strada, la porta, l’effetto giornonotte), tutte cose che colpiscono la fantasia, e questa è una risorsa che non può vantare nessun altro sito archeologico. Ad Elea si determina perciò il singolare abbinamento dell’alta cultura, dei siti archeologici che colpiscono la fantasia e dei famosi paradossi di Zenone, costruzioni mentali che non solo hanno il potere di mettere in difficoltà le migliori intelligenze speculative, ma sono anche note in tutto il mondo. E potrei continuare (lo farò in un altro capitolo). Qui mi accontenterò di ricordare, con soddisfazione, un piccolo libro che è stato pubblicato nel 2009 con il contributo della Fondazione Alario e della Banca del Cilento: I sophoi di Elea: Parmenide e Zenone, di Livio Rossetti. Si tratta di un breve testo pensato per chi va a visitare gli scavi e vuole rinfrescarsi le idee sulla vita e le opere dei due grandi maestri di Elea. Un libro come quello dovrebbe servire addirittura da supporto alle guide per non limitarsi a descrivere le pietre una ad una, ma per dare almeno un’idea di quel che è stata Elea nel V Secolo a.C. e di quel che significa oggi, in modo da riscoprire e cominciare a valorizzare quell’autentica “miniera d’oro” che sono i filosofi eleatici. Ma ripeto, di questo riparleremo in seguito.

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Capitolo secondo

Una questione di mentalità investire sul “capitale sociale” L

a mia esperienza mi dice che il Mezzogiorno, e ancor più il Cilento, per arrivare allo sviluppo endogeno, ossia alla crescita che si autogenera, ha bisogno soprattutto di un cambiamento culturale. E questo prima ancora di infrastrutture, innovazioni ed incentivi finanziari. Come è noto, il Sud dell’Italia soffre di un tenace immobilismo, pur disponendo di risorse importanti: di università, di centri di ricerca e di eccellenze in vari settori produttivi. Come mai? Perché nel Nord del paese non si registra il medesimo immobilismo? Perché, come abbiamo visto prima, la strada dello sviluppo è ostacolata dai richiamati punti di debolezza, che sono principalmente di natura culturale. È stato detto che per arrivare allo sviluppo c’è una precondizione fondamentale da conquistare: l’eliminazione dei punti di debolezza. In che modo? La risposta degli studiosi è semplice e netta. Attraverso la crescita culturale e sociale degli individui. In sostanza, il Cilento, come del resto l’intero Mezzogiorno, per uscire dall’attuale dimensione negativa, ha bisogno non solo di infrastrutture, di innovazioni e di modernizzazione delle strutture ma soprattutto di “capitale sociale”, cioè quel corpus di regole che facilitano la collaborazione all’interno dei gruppi o tra essi.   Il capitale sociale si riferisce a quei beni intangibili che hanno valore più di ogni altro nella vita quotidiana delle persone: precisamente, la buona volontà, l’appartenenza ad organizzazioni, la solidarietà e i rapporti sociali tra individui e famiglie che compongono un’unità sociale. È questa la tesi di Scassellati e di altri insigni meridionalisti. Va purtroppo preso atto che in molti casi gli interventi pubblici non hanno trovato il substrato civile e culturale necessario per il consolidarsi delle iniziative sociali e imprenditoriali proposte e per trasformarle nel volano di un processo virtuoso di crescita. Per rilanciare lo sviluppo del territorio, emerge, dunque, un elemento scarsamente considerato dalle classi dirigenti politiche: il rafforzamento del capitale sociale. Vediamo meglio di che si tratta. In termini generali si può dire che l’espressione “capitale sociale” indica l’esistenza di una rete di relazioni capace di mobilitare l’azione collettiva e in particolare di promuovere l’agire cooperativo. Il “capitale sociale” è una risorsa collettiva. Una comunità dove prevalgono “buone relazioni” tra gli individui sarà una comunità coesa, in grado di mobilitarsi per il raggiungimento di obiettivi comprensibili e condivisi, capace di trovare un accordo su questioni d’interesse comune. La qualità di queste

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relazioni (franchezza, lealtà, onestà) è una risorsa collettiva: relazioni di fiducia, senso di gratitudine, reciprocità ecc. che aiutano a risolvere i problemi. Secondo un’autorevole corrente di pensiero, il mancato sviluppo del Sud sarebbe un problema di mentalità e non discenderebbe da fattori oggettivi. Il noto politologo e sociologo statunitense Robert Putnam, nel suo libro intitolato La tradizione civica nelle regioni italiane (1993), sostiene che il sistema di norme sociali che regola i comportamenti nel Mezzogiorno ha influito negativamente, rispetto alle regioni del Centro-Nord, sull’efficienza e l’efficacia delle istituzioni locali e sullo sviluppo. L’opinione del meridionale – ha osservato Putnam – è quella secondo cui l’unica istituzione in grado di fornire un aiuto è la famiglia allargata. È utile, al riguardo, riportare alcuni passi dell’articolo di Carlo Cipolla, grande storico economico, apparso in prima pagina sul Sole 24 Ore del 1° maggio 1996: «Pochi sono coloro che hanno capito e capiscono che il problema del Mezzogiorno non è un problema economico. È un problema di cultura con importanti risvolti economici. Proprio nel momento in cui nel resto d’Italia il feudalismo entrava in crisi e si assisteva al sorgere delle città mercantili, con i Normanni cominciò la carriera del Meridione come paese di baroni e contadini, dove non ci fu posto per un ceto medio, per una borghesia mercantile quale si andava affermando nelle città dell’Italia settentrionale. Il successo dell’azione normanna significò l’eliminazione delle incipienti autonomie cittadine e la creazione di una struttura baronale che concentrò il potere nelle mani di pochi grandi proprietari fondiari. La struttura sociale impiantata dai Normanni venne rafforzata a partire dal sec. XII, ma soprattutto nel sec. XIII, dalla gestione che i mercanti Pisani, Genovesi e Fiorentini fecero dei mercati del Mezzogiorno sino al sec. XVI: vendevano prodotti manufatti e compravano prodotti agricoli: grano, olio, vino, lana e seta. Quando, poi, nei sec. XVI e XVII l’Italia settentrionale decadde come potenza manifatturiera mercantile, il posto sui mercati dell’Italia del Nord fu preso da Olandesi e Inglesi. Poi nel sec. XIX vennero, come conquistatori, i Piemontesi e fu la stessa musica. Così nel corso di ben nove secoli, ondate successive di operatori invasero il Mezzogiorno, come conquistatori (i Normanni, i Piemontesi) o come mercanti (Genovesi, Pisani, Fiorentini prima e Olandesi e Inglesi poi) e tutti agirono sull’economia del Paese rafforzandone il settore agricolo mediante la domanda di prodotti agricoli e rendendo impossibile la creazione di industrie locali e la formazione di una borghesia mercantile. La struttura della domanda estesa di mercato ebbe conseguenze ovvie nel settore dell’economia, ma non meno ovvie furono le conseguenze sociali: il Paese fu e restò un Paese di pochi ricchi e potenti baroni e proprietari fondiari e una gran massa di

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contadini analfabeti. Questa infelice struttura sociale, incancrenitasi durante il periodo di nove secoli, portò alla formazione di una cultura e di una mentalità sfavorevoli a uno sviluppo di tipo moderno. L’ambiente fu e resta dominato da questa cultura ed è quindi un ambiente che penalizza e rende difficili le iniziative di chi vorrebbe il cambiamento. La riprova è fornita dai meridionali che lasciarono il Paese e trasferitisi in un ambiente culturale diverso dimostrarono capacità notevoli e ottennero successi rimarchevoli. La lezione della storia è dunque questa: che per smuovere il Mezzogiorno occorre mutare l’ambiente e la cultura che lo condiziona.» Parole sante, parole benedette, quelle del professor Cipolla. Il quale sottolinea l’esigenza di concepire azioni adeguate che abbiano un approccio storico e non solo economico, capaci cioè di influire su: • mentalità • modi di vita • codici di moralità. Dice ancora C.M. Cipolla: «Ma come si fa a mutare mentalità, modi di vita, codici di moralità, forgiatisi durante nove secoli di storia? Noi non sappiamo, (ma) ci vuole una buona dose di ingenuità accompagnata da una altrettanto buona dose di ignoranza per ritenere di poter raggiungere lo scopo spendendo qualche decina di miliardi in opere pubbliche o in infrastrutture o in sovvenzioni a qualche fabbrica. Quel che occorre sono interventi ben più complessi e articolati. Si badi bene: io non sostengo che non si possa fare nulla a proposito nel Mezzogiorno. Ma sostengo che l’approccio deve essere di carattere storico e non solamente economico: • che il problema del Mezzogiorno non è un problema economico, ma è un problema culturale; • che non si può pensare di disfare in sei o dieci anni quanto è stato martellato nel cuore della gente durante nove secoli di loro storia.» Naturalmente, Cipolla non è il solo studioso ad avere delineato in modo così netto i fattori socioeconomici (e culturali) alla base del sottosviluppo del Mezzogiorno. Vale qui riportare anche parte del contributo del sociologo Carlo Trigilia, apparso sul Sole 24 Ore del 12 aprile 1996: «Si tratta di un obiettivo difficile ma non impossibile. Per perseguirlo occorre prendere chiaramente le distanze sia dal liberismo che dall’assistenzialismo, e puntare con forza alla ricostruzione delle istituzioni locali e regionali come prerequisito essenziale dello sviluppo.

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Se è certo auspicabile un’espansione del ruolo del mercato nel Sud, non ci si può aspettare che esso possa funzionare efficacemente in mancanza di alcuni beni collettivi che il mercato da solo non è in grado di produrre: ordine pubblico, infrastrutture; scuola; formazione; servizi sociali.» Anche un giornalista attento alla “questione meridionale” come Gian Antonio Stella ha posto l’accento sui temi di natura socioculturali più che socioeconomici. Così, sul Corriere della Sera del 7 dicembre 2010: «In realtà, come sanno moltissimi meridionali che vivono con amarezza e sofferenza crescenti certe realtà insopportabili, larga parte della soluzione o della metastasi di tanti problemi dipende dal senso del bene comune della collettività, della responsabilità, dello stare insieme di tante comunità che appaiono sempre più sfaldate.» Poi aggiunge quanto ha scritto Putnam: «È impressionante che le regioni più ricche coincidono esattamente con quelle caratterizzate da impegno civico. Quelle dove il volontariato è più forte e le associazioni culturali, le cooperative e le società di mutuo soccorso erano più numerose. … Dove da sempre gli abitanti sentivano un ardente sentimento di lealtà verso la propria città, il dovere di contribuire a creare il proprio autonomo futuro politico.» Infine, così l’economista Massimo Lo Cicero scrive su Il Denaro (settembre 1998): «Il Mezzogiorno deve aprirsi finalmente al gioco cooperativo cioè migliorare la capacità di fare sistema anziché basarsi sull’individualismo familistico, perché altrimenti il confronto con i competitori stranieri lo vedrà puntualmente soccombere.» Anche il rapporto Mezzogiorno e politiche regionali, presentato nel 2009 dalla Banca d’Italia alla Presidenza della Repubblica, dopo aver sottolineato «il crescente divario tra il Sud e il Centro-Nord del Paese, in termini sia economici sia di capitale sociale», ha evidenziato l’opportunità di passare «da una stagione di sussidi allo sviluppo del capitale sociale, del capitale umano… Ciò significa un vero e forte investimento in educazione.» Ho voluto riportare queste lunghe citazioni d’autore sia perché evidenziano alcune situazioni sulle quali la Fondazione Alario da anni ha avanzato idee analoghe, sia perché appare prudente ed opportuno tener conto anche delle riflessioni e analisi di altri studiosi. Alla luce di quanto sopra, non è possibile affrontare seriamente la questione dello sviluppo del Mezzogiorno, e quindi del Cilento, se non viene affrontato e risolto il problema di una vera e propria ricostruzione delle istituzioni del governo locale e regionale (come non si è fatto in passato) e di un cambio di mentalità. Pensare semplicemente di saltare o di aggirare questi nodi non può che portare a nuovi fallimenti e a nuove frustrazioni. Non va dimenticato, comunque, che il passaggio del Cilento a una condizione di piena modernità non è legato solo al cambio di mentalità, ma resta

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legato anche al completamento della infrastrutturazione, allo sviluppo dell’agricoltura, del turismo e dell’industria minore. Tuttavia, la mancanza della cultura dell’impegno, dell’autopromozione, del sacrificio e l’incapacità di perseguire obiettivi globali rappresenta anche oggi una patologia sociale da curare. A tal proposito va detto che la classe politica cilentana non ha certo compiuto passi importanti per curarla. Emerge un’organica carenza di impegno politico, o almeno direzionale: non si riesce a identificare gli uomini e le idee che pur dovrebbero inserirsi attivamente nei processi economici e mettere in moto quella serie di provvedimenti di eccezionale portata. In definitiva si può affermare che gli errori dei politici hanno provocato una continua distorsione di prospettive e di interessi. L’incapacità di enucleare una classe dirigente capace di rompere la stasi è stato un modo per non spezzare la comoda e remotissima trama del conservatorismo. Purtroppo le invettive sulla incapacità della politica locale, sul malcostume delle amministrazioni, sugli intrighi localistici, non hanno quasi mai portato alla indicazione di una forza di ricambio, capace di ristabilire l’equilibrio democratico. Sono servite assai meglio per eludere, invece, le proposte di rinnovamento istituzionale. Anche il distacco degli intellettuali dai problemi concreti si è ripetuto fino a oggi con puntuale continuità e si ispira alla fatalistica persuasione che è impossibile un ricambio nella leadership del Cilento. Gli intellettuali, specialmente, hanno rinunciato a pretendere che il diritto alla cultura fosse riconosciuto a tutti i cilentani. Invece chi crede che si possa migliorare la condizione del Cilento senza cominciare col favorire il progresso della cultura è offuscato da strane illusioni. L’accesso alla vera cultura, che è corredo indispensabile della classe dirigente nel mondo contemporaneo, non è ancora diventata una priorità, un’esigenza, un bisogno. Da qui l’importanza di avere nel Cilento un’istituzione come la Fondazione Alario – di cui parlerò in modo particolare in un successivo capitolo – che ha come missione quella di sviluppare la cultura del cambiamento, della modernizzazione e della crescita attraverso la cultura, l’aggiornamento, la qualificazione delle risorse umane e la ricerca scientifica.

¯ Quello che sto cominciando a delineare è una politica di sviluppo e ho il dovere di ricordare che l’Unione Europea, partendo dalla finalità politica di portare le differenti aree territoriali dei vari Stati membri su un livello di pari sviluppo ed opportunità, è da tempo impegnata a promuovere una politica di sviluppo basata su strumenti operativi in grado di favorire la programmazione e la pianificazione degli interventi sui territori.

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Secondo l’Unione Europea i processi di sviluppo locale debbono ispirarsi alle seguenti linee guida: a) individuazione e integrazione dei punti di debolezza e di forza; b) valorizzazione delle risorse e dei punti di forza e trasformazione in opportunità dei suoi punti di debolezza; c) aderenza alla volontà e alla capacità degli attori locali, nel senso che, quanto più essi riescono ad individuare obiettivi specifici per il proprio territorio, tanto più essi sono vicini alle strategie che hanno successo; d) globalità della programmazione, che deve considerare tutti i settori; e) individuazione degli ostacoli tipici allo sviluppo (mancanza di una visione condivisa da parte degli attori locali, mancanza di risorse tecniche e di mano d’opera qualificata, difficile accesso alle fonti finanziarie, assenza di servizi alle imprese, infrastrutture inadeguate a sostenere lo sviluppo economico e assenza sul territorio di strumenti utili ad applicare le strategie di sviluppo locale). Queste idee-forza costituiscono una modalità ormai usuale, da tener presente per poter innescare su un territorio un processo di sviluppo che sia endogeno ed autopropulsivo. La Comunità europea ha anche individuato le condizioni per lo sviluppo, intendendo che si ha sviluppo se: a) a livello locale, gli attori pubblico-privati più rappresentativi sanno accordarsi per valorizzare le risorse esistenti, dopo averle riconosciute come tali, e se ciascun attore opera in modo convergente e sinergico fino a realizzare di fatto un partenariato attivo fra istituzioni e soggetti privati; b) si viene a realizzare un ambiente favorevole alla nascita, al rafforzamento e alla crescita delle imprese; c) si costruiscono filiere produttive omogenee, capaci di autodeterminarsi e di autorinnovarsi. Senza la presenza di queste condizioni non è realistico pensare di raggiungere l’obiettivo dello sviluppo. La metodologia dello sviluppo locale, adottata dall’Europa, è stata fatta propria dallo Stato, dalle Regioni e dagli operatori privati locali. Pertanto, non tener conto di queste idee-guida, da osservare in sede di redazione di un piano di sviluppo locale, significherebbe non solo “partire con il piede sbagliato”, ma anche mettersi in condizione di non essere finanziati dalla comunità europea. Bisogna comprendere, caro lettore, che queste affermazioni non sono chiacchiere, ma una indicazione precisa che ha già trovato conferma in molte trasformazioni già avvenute qua e là per l’Europa, e anche un criterio in base al quale accettare o meno di finanziare determinati progetti.

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Dalla stagnazione socio-economica si può uscire e l’Unione Europea può darci una mano, ma tocca a noi cilentani fare i passi necessari. Tocca in particolare alla classe dirigente cilentana organizzarsi e mobilitarsi per applicare la metodologia suggerita dall’Unione Europea d’ora in avanti, visto che non lo ha fatto in passato. Infatti, spiace dirlo, ma è incontestabile che finora il Cilento, pur avendo molte risorse e capacità attrattive, non ha saputo incamminarsi sulla via di uno sviluppo stabile, né ha saputo utilizzare le notevoli risorse finanziarie che vi sono state dirottate per risolvere i suoi mali antichi, ma curabili, come è avvenuto invece con il problema dell’acqua, della sicurezza idraulica e della viabilità rurale nel comprensorio di Vallo della Lucania e in quello dell’Alento. La classe dirigente cilentana ha manifestato: a) divisioni, contrasti e rivalità che sono state più forti delle ragioni di unitarietà e solidarietà; b) mancanza di uno spirito di squadra, della capacità di condividere una visione, un progetto, della passione civica e della capacità realizzativa; c) propensione ad accontentarsi di iniziative scollegate fra loro quando si tratta di valorizzare le numerose risorse del territorio (mare, natura, acqua, ambiente, risorse umane, beni culturali ecc.); d) scarso interesse per le strutture di servizio orientate alla formazione, alla ricerca e all’innovazione. Tutto questo ci testimonia di una classe dirigente che finora è stata incapace di indicare un senso di marcia per la società cilentana nel suo complesso e non ha espresso una cultura di governo degna del nome. Certo, le cose possono cambiare. Saranno i cilentani ad avere interesse a un cambiamento complessivo.

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Capitolo terzo

Fare il primo passo: la “Fondazione Alario”

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econdo i cultori delle scienze sociali, la superiorità del sistema economico-sociale dei paesi europei e del centro-nord d’Italia è da ascriversi, per buona parte, alla presenza sui loro territori di una pluralità di organismi no profit (associazioni, fondazioni, cooperative, volontariato ecc.) che hanno concorso a irrobustire lo spirito civico, fatto d’impegno, di responsabilità e di partecipazione diretta nella politica e nella società. Essi, con la loro attività, hanno contribuito a creare un ambiente, una cultura, delle abitudini alla collaborazione, alla cooperazione e alla concertazione. La presenza di tali soggetti organizzati si è tradotta nella capacità delle popolazioni di organizzarsi autonomamente, per i fini più banali, come per quelli più importanti, senza invocare l’intervento dello Stato o delle istituzioni pubbliche. Si è sviluppata, in altre parole, la capacità di autogoverno, fondata sulla fiducia reciproca e l’impegno individuale. Grazie alla costruzione del capitale sociale prodotto dalle istituzioni non profit, esiste nelle regioni italiane del centro-nord una società civile con forti capacità di autogoverno. Invece la società civile nel nostro Mezzogiorno langue essendo mancata, troppo spesso, la capacità di scommettere in iniziative “immateriali” finalizzate a valorizzare le risorse del territorio e in iniziative non profit. Come ho accennato, per fare questo non basta una ventata di ottimismo, bisogna essere disposti a guardare un po’ lontano, bisogna cominciare concretamente a unire le forze e partire… ma il primo passo è sempre quello più difficile. Anni fa, consapevole che il futuro del Cilento dipende in gran parte dal rafforzamento del capitale sociale e dalla presenza di strutture di servizio capaci di valorizzare economicamente anche le opere realizzate negli anni ’70-’90 dal Consorzio Irriguo e dal Consorzio di Bonifica Velia, mi posi l’obiettivo di rafforzare l’infrastrutturazione sociale del Cilento. Come? Con la nascita di una pluralità di nuovi soggetti che, benché senza scopo di lucro, condividessero una comune strategia di valorizzazione delle risorse del territorio. attraverso servizi ed iniziative imprenditoriali. Sono così nate: - la Fondazione Alario, - la Banca del Cilento, - la società Idrocilento, - la società del Patto Territoriale Sistema Cilento,

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- il Confidi Cilento, - la società Iside, - la società SIPAT, - la Cooperativa “Cilento Servizi”, - la società Elea Congressi. Ognuna di queste aziende cilentane è opportunamente collegata con le altre e tutte insieme, anziché muoversi in modo solitario e ciascuna per proprio conto, hanno deciso di agire in rete, di fare sistema, di fare massa critica e di ragionare insieme per giungere a condividere gli obiettivi da perseguire, come se costituissero “un’agenzia operativa di sviluppo per il territorio”, essendo consapevoli delle opportunità di agire in maniera sinergica. In particolare la società Idrocilento è stata pensata in modo tale da colmare tale vuoto, dopo aver preso atto della mancanza di iniziativa e di presenza che esiste a livello locale in alcuni settori di interventi rilevanti, dando vita ad una rete di soggetti nuovi. La nascita dei predetti soggetti trova la sua ispirazione nelle seguenti finalità: • dotare il territorio di istituzioni capaci di svolgere servizi innovativi e legittimati a partecipare ai bandi regionali e nazionali sulla ricerca, sull’innovazione tecnologica e sulla formazione, per catturare anche risorse finanziarie esterne che, diversamente, non sarebbero giammai arrivate sul territorio; • potenziare i servizi reali alle imprese; • investire in loco parte della disponibilità di Idrocilento per aumentare i beni pubblici e il capitale sociale; • incrementare il lavoro produttivo rispetto alla rendita (da pensione o da affitto di seconde case e/o di terreni); • rafforzare l’infrastrutturazione sociale per ridurre anche in questo settore il divario del Cilento con territori del Centro-Nord; • realizzare nella gestione dei nuovi soggetti una netta inversione di rotta rispetto alla gestione delle imprese pubbliche, che in Campania, anziché creare ricchezza, valore aggiunto, nuove opportunità di lavoro e di occupazione, hanno di fatto rinunziato alla loro funzione produttiva e privilegiato l’assistenzialismo; • promuovere lo sviluppo locale attraverso un ventaglio di più strumenti tenendo presente che esso è un processo complesso e che vede il concorso di diverse componenti. Pur svolgendo, ormai da tempo, funzioni importantissime in vari settori (acqua, elettricità, credito, cultura…) questi organismi sono sconosciuti alla stragrande maggioranza dei cittadini cilentani. È quindi opportuno comunicare il senso del loro ruolo, le ragioni della loro esistenza e della loro utilità sociale. Infatti la conoscenza è un passo

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importante per rendersi conto del ruolo sociale che questi organismi hanno svolto e svolgono nel promuovere lo sviluppo civile ed economico della comunità cilentana. Per cui non basta esserci ed operare, c’è anche bisogno di cominciare a far conoscere che essi costituiscono una serie di realtà importanti, dal momento che forniscono un concreto sostegno delle iniziative di utilità sociale per ovvie esigenze di trasparenza e motivazione delle scelte. Ora mi propongo, perciò, di portare la vostra attenzione su alcune di queste realtà positive del Cilento, e anzitutto sulla Fondazione Alario, che in un certo senso costituisce il perno del sistema. La Fondazione Alario per Elea-Velia Questa Fondazione è stata costituita, su mia proposta, con atto notarile del 6 giugno 1986 dalla signorina Gaetana Alario, ultima erede di un’illustre famiglia cilentana. Da allora sono passati appena venticinque anni, ma è bene ricordare che, all’epoca, nel Mezzogiorno le fondazioni non esistevano, men che meno quelle di natura culturale e formativa. L’obiettivo fu (ed è) di dotare il territorio di uno strumento dedicato alla crescita endogena attraverso la cultura, la formazione e la ricerca. L’intuizione nacque nel quadro dell’intensa attività infrastrutturale svolta dal Consorzio Velia e dal Consorzio Irriguo di Vallo della Lucania per dotare il territorio della risorsa acqua per tutti gli usi. All’indomani della realizzazione del sistema Carmine-Nocellito, del sistema Palistro e dell’avvio della costruzione della diga dell’Alento, si prese atto che il programma di opere realizzate e in corso di realizzazione non avrebbe consentito al Cilento di conseguire un sostanziale progresso, se non fosse stato integrato e completato da un’incisiva azione a livello culturale e formativo, nonché dall’efficacia dell’azione amministrativa e dall’avanzamento della società civile sul piano della consapevolezza del suo ruolo. Infatti nel Cilento, prima dell’avvio della Fondazione, mancava perfino ogni tradizione di formazione professionale che non fosse quella scolastica degli istituti secondari superiori. E la conseguenza era l’emigrazione proprio di chi ci teneva a qualificarsi, come se per potersi affermare fosse necessario emigrare come minimo a Salerno o meglio ancora a Napoli, a Roma o a Milano. In sostanza, alla fine degli anni Ottanta intuii che realizzare dighe, impianti irrigui, strade ecc. non poteva sbloccare la situazione se, nel contempo, non si operava un mutamento di mentalità e di comportamento, se non si incentivava la competizione imprenditoriale indirizzando le imprese lungo direttrici di efficienza e di produttività. Per promuovere lo sviluppo di un’area, le dotazioni infrastrutturali e le opere fisiche, i servizi finanziari e sociali, le opportunità che danno modo di produrre nuova ricchez-

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za e creare nuove opportunità di lavoro e di occupazione costituiscono una risorsa senza dubbio preziosa, ma non bastano. Ci vogliono anche le istituzioni che incidono sulle risorse umane, che contribuiscono al mutamento di mentalità e di comportamento delle persone. Infatti un’ormai lunga esperienza mi dimostrava che da soli gli interventi infrastrutturali e materiali non danno frutti se non sono preceduti o accompagnati da un’adeguata preparazione culturale e formativa. A questa prima motivazione se ne aggiunse un’altra: quella di valorizzare, nel ricordo della famiglia Alario, la memoria della grande civiltà eleatica. Il Cilento oggi è un territorio in ritardo di sviluppo, però la storia di Elea-Velia ci presenta un Cilento ben diverso, non sottosviluppato, ma anzi all’avanguardia. È vero che, a questo scopo, dobbiamo risalire indietro di duemila e cinquecento anni, ma a quell’epoca, a un passo da Ascea Marina, ci fu una città straordinaria, Elea, con personalità di prim’ordine come Senofane, Parmenide e Zenone, che veramente hanno dato un impulso straordinario non a Elea, non alla Campania, ma al mondo intero, per aver elaborato idee e teorie che hanno influenzato e connotato profondamente la civiltà occidentale moderna. Infatti è ormai assodato che la scuola filosofica di Elea e la cultura di avanguardia delle altre città magnogreche del Mezzogiorno hanno fatto da punto di partenza e di base della civiltà e della cultura di tutto il mondo occidentale. Non per nulla un grande studioso dei nostri tempi, il professor Barnes, ha potuto dichiarare che «la piccola cittadina di Elea ha dato alla filosofia un contributo maggiore di quanto abbia fatto la grande metropoli di Roma». Non per nulla all’inizio del 2011 si è presa la decisione di far incidere questa frase su una grande pietra collocata all’ingresso della Fondazione1. Questa iscrizione ci ricorda dunque che Elea ha uno straordinario valore immateriale da tutelare. C’è poi una seconda iscrizione, che è stata realizzata insieme alla prima ed è stata collocata nell’area interna della Fondazione. Questa seconda iscrizione è significativa da un altro punto di vista: ci ricorda che l’altro grande maestro di Elea, Zenone, non sentì per niente il bisogno di allontanarsi dalla sua città, e infatti non volle trasferirsi nella grande metropoli dei suoi tempi, Atene. Anche questa iscrizione dice una cosa importante: non è necessario che uno debba emigrare per qualificarsi ed esprimere il suo valore. Voglio però ricordare anche altre tre cose. La prima: da alcuni decenni non passa anno senza che venga pubblicato qualche nuovo libro su Parmenide, anzi ultimamente succede che si pubblichino addirittura tre o quattro libri su Parmenide in un

1. La realizzazione della preziosa incisione è stata affidata a un eccellente artista di Ascea, Pino Fortunato, con la supervisione dell’Arch. Antonio Irlando.

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solo anno. Anche questo è grande riconoscimento, perché vuol dire che il mondo sa bene chi è Parmenide di Elea. Ed ora la seconda cosa. Nel 2008 un famoso regista giapponese ha fatto un film che si intitola Achille e la tartaruga e l’ha presentato al Festival del Cinema di Venezia. Cosa significa tutto questo? Che in tutto il mondo la gente conosce la storia di Achille e la tartaruga, e si sa pure che è una storia inventata da Zenone (se così non fosse, egli non avrebbe scelto questo titolo!). Molti sanno perfino che Zenone era originario di Elea. Ma quanti sanno dove si trova Elea? Pochi, lo sanno solo alcune categorie di specialisti, archeologi e filosofi. Però – ed è la terza cosa – si è appurato che molti filosofi di tutto il mondo vorrebbero recarsi ad Elea e ogni tanto c’è qualcuno che realmente fa questa sorta di silenzioso pellegrinaggio. Ora poiché, su impulso della Fondazione Alario, il Comune di Ascea ha cominciato ad attribuire la cittadinanza onoraria di Elea ad insigni studiosi, questo anomalo pellegrinaggio si è rafforzato: molti specialisti accarezzano l’idea che forse un giorno toccherà anche a loro di ricevere l’ambita cittadinanza onoraria. È dunque evidente che per i cilentani è importante rendersi conto della miniera d’oro che hanno sotto i loro piedi da più di duemila anni e che si chiama Elea. Ma le miniere da sole non tirano fuori il loro oro. Bisogna organizzarsi per andarselo a prendere.

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Non basta. Bisogna fare qualcosa per inculcare nella mente dei cilentani l’orgoglio delle origini e portarli a trovare a poco a poco la strada giusta. È la popolazione che deve prendere cognizione del fatto che la Scuola eleatica costituisce il fondamento della sua specificità e della sua identità culturale. E questo è un motivo di grande orgoglio, troppo spesso ignorato, svalutato o addirittura incompreso. Di contro, invece, la scuola filosofica di Elea-Velia continua a richiamare ancora oggi l’attenzione e la riflessone degli studiosi del pensiero antico di tutto il mondo per aver dato un enorme contributo alla storia universale e per aver influenzato e connotato profondamente la civiltà occidentale moderna. Elea-Velia, essendo il luogo originario di una grande civiltà del mondo, va fatta conoscere così com’è oggi, con le sue bellezze e il suo messaggio ai giovani europei ed extra-europei. La valorizzazione della memoria di Elea-Velia finora è stata colpevolmente rimossa, trascurata e disattesa. È tempo di recuperare questo patrimonio perché rappresenta un formidabile punto di forza capace di aumentare in maniera considerevole il numero di visitatori e turisti nel Cilento. È un valore in sé che non ha bisogno di artifici pubblicitari per essere offerto. Ma, a ben vedere, fino ad oggi ha prodotto pochissimo in termini economici perché i visitatori, ahimé, si fermano ai templi di Paestum. La Fondazione Alario, consapevole della forza attrattiva e di richiamo che ha Elea– Velia, dopo aver svolto una pluralità di convegni su Parmenide e sugli altri antichi maestri, ha contribuito all’elaborazione del piano di interventi per Elea-Velia, come grande attrattore, senza trascurare la formazione di giovani con competenze adeguate per inserirli nelle attività di valorizzazione del patrimonio artistico e storico dell’area cilentana. Si è trattato, insomma, di impostare un’azione articolata su due piani: da un lato sostenere la formazione di giovani competenti, dall’altro riannodare i contatti con chi sa bene che grandi personaggi sono stati Parmenide e Zenone, e dove si trova geograficamente Elea. Le diverse fasi della Fondazione: il grande contributo di Ubaldo Scassellati Adesso permettetemi di fare un passo indietro e di parlarvi brevemente del percorso che ha portato alla nascita della Fondazione e alla sua configurazione attuale. Proprio la consapevolezza del formidabile potenziale che era legato alla cultura e civiltà eleatica mi spinse a suggerire alla signorina Gaetana Alario di dare al suo palazzo di Ascea una destinazione culturale e formativa. Avuto l’assenso della proprietaria, predisposi lo schema dello statuto e dell’atto costitutivo. Il 6 maggio 1986, nella sede del Consorzio Velia, in Salerno, venne redatto

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a mezzo del notaio Carlo Alberto Festa l’atto notarile di costituzione della Fondazione Alario. Si trattava di un nuovo soggetto che, oltre a proporre la conoscenza, la valorizzazione e la divulgazione della civiltà eleatica, si proponeva di promuovere la formazione e la qualificazione professionale dei giovani verso impieghi concreti nel mondo del lavoro e altre iniziative capaci di ampliare la base produttiva e l’occupazione attraverso la diffusione di cultura civica, di cultura di gestione d’impresa e di mercato, e la promozione di nuova imprenditoria. Nella fase di avvio, a dare un contributo di prim’ordine al corretto inserimento della Fondazione Alario nel sistema Cilento e al suo effettivo decollo fu il dottor Ubaldo Scassellati, una personalità di grande rilievo che, fra l’altro, era stato direttore della Fondazione Giovanni Agnelli a Torino. Ho incontrato per la prima volta il dottor Scassellati ai primi di settembre del 1993. Egli così descrive l’incontro nell’intervista sulla cultura dello sviluppo locale riportata nel Manifesto per lo Sviluppo locale di Giuseppe De Rita e Aldo Bonomi: «Arrivato a Salerno … ho dovuto cercare di capire quali fossero i problemi del territorio della Provincia di Salerno, e l’unica area dove ho incontrato chi avesse una visione dei problemi del territorio e di come affrontarli era il Cilento, nella persona dell’avvocato Chirico ... Il problema dell’acqua aveva in Cilento una sua realtà consistente, perché il territorio era sottoposto a una concentrazione delle piogge in periodi molto brevi e, quindi, doveva essere gestito contro le frane e le alluvioni. Basta dire che la città greca di Elea è stata distrutta più volte nella sua storia da alluvioni che hanno ricoperto di fango gli edifici. Chirico aveva capito che la cosa fondamentale era accumulare l’acqua di superficie e non gravare sulle sorgenti. Aveva quindi puntato sulle dighe, sull’uso plurimo, sulle condotte per il trasporto dell’acqua potabile e non potabile, e sulle reti di distribuzione interconnesse. Così otteneva vari benefici. Innanzitutto, eliminava il pericolo delle alluvioni; in secondo luogo, aveva l’occasione per sistemare la situazione idraulica del territorio; in terzo luogo, disponeva della risorsa, durante il periodo primaverile ed estivo, quando la domanda di acqua potabile e d’irrigazione diventa alta. Infine, l’acqua poteva essere utilizzata negli altri mesi dell’anno per generare elettricità, contribuendo al finanziamento della spesa della direzione del Consorzio. Chirico aveva capito, aveva formulato un programma e l’aveva attuato, via via utilizzando le occasioni e accumulando un adeguato know-how in materia di finanziamenti pubblici e della loro corretta gestione. Chirico, quindi, non disponeva solo della struttura del Consorzio di bonifica, ma era anche colui che aveva gli strumenti per finanziare e portare a termine le opere. Quando dico che Chirico aveva gli strumenti per fare questo, dico che è stato capace di organizzare un progetto integrato Alento, in cui via via ha recuperato fondi dall’Agensud, dall’Unione Europea e dal POR Campania, dalla Regione Campania, dal Ministero dell’Agricoltura. Tra due-tre

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anni tutte le opere necessarie per realizzare un esteso progetto d’irrigazione con le acque del fiume Alento e dei suoi affluenti saranno state portate a termine.» Ubaldo Scassellati è un grande protagonista dello sviluppo locale e verso di lui nutro stima ed ammirazione. È vero che il nome di Scassellati ricorre poche volte negli scritti dedicati allo sviluppo locale, però è pur vero che egli, insieme a Giuseppe De Rita, ha fatto militanza per lo sviluppo locale per moltissimi anni, a partire dal 1951, allorché cominciò a lavorare come responsabile delle ricerche sociali dell’INACASA, successivamente come collaboratore per i programmi di infrastrutture formative del Comitato dei Ministri presieduto da Giulio Pastore, poi come direttore della Fondazione Giovanni Agnelli (dal 1966 al 1974), ed infine come presidente della Fondazione Alario per Elea-Velia (dal 1994 al 2002). Egli è stato tra i primi a sostenere che, per risolvere la “questione meridionale”, non sono sufficienti le infrastrutture materiali, ma occorre un’azione integrata e globale che presti la dovuta attenzione al fattore umano e quindi alla crescita culturale e sociale nei singoli territori. Nel corso del mio primo incontro a Salerno con Scassellati, rimasi favorevolmente impressionato dalla tesi che sosteneva, secondo cui la “questione meridionale” era rimasta irrisolta perché l’intervento straordinario aveva puntato prevalentemente su interventi incentrati sulle dotazioni infrastrutturali (viabilità, dighe ecc.) e non sulle cause dell’arretratezza e del sottosviluppo. Interessato allo sviluppo dell’area cilentana, e preso atto dell’originalità della tesi di Scassellati, gli proposi di assumere la presidenza della neonata Fondazione Alario. La scelta fu quanto mai felice perché Scassellati ha avuto il grande merito di aver disegnato le linee della politica culturale e formativa della Fondazione, e di averla fatta operare come struttura avente come missione l’elaborazione e la diffusione della cultura orientata dallo sviluppo locale e cioè: • alla valorizzazione di tutte le risorse del territorio; • all’integrazione delle attività produttive – agricoltura, artigianato, turismo, servizi – così da generare reddito e migliorare la qualità della vita delle persone sul territorio cilentano; • alla creazione di occupazione; • al recupero di condizioni socio-economiche grazie alle quali le risorse umane non sono obbligate – per poter lavorare – ad andare a vivere fuori del Cilento. Nell’ambito di tali orientamenti, Scassellati aprì la Fondazione alla collaborazione con quasi tutti gli enti operanti sul territorio. A riguardo si ricordano le seguenti iniziative: 1) il Patto Territoriale del Cilento Centrale negli anni 1994-1997;

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2) la prima promozione della “Bandiera Blu” presso i comuni della costa cilentana nel 1997; 3) la collaborazione con i sei comuni dell’Intesa di Programma “Giasone” (Vallo della Lucania, Casal Velino, Gioi Ciento, Pisciotta, Pollica e Stella Cilento) per la attuazione del progetto formativo sperimentale “Chirone” per diplomati da tempo in cerca di prima occupazione; 4) l’elaborazione, per conto del Comune di Ascea, del progetto sul Grande Attrattore Paestum-Velia con riferimento all’area archeologica. Tale progetto ha individuato i detrattori urbanistici e paesaggistici da eliminare e le infrastrutture finalizzate da realizzare (2001); 5) la proposta di eliminazione del deficit di produzione locale allo scopo almeno di soddisfare la domanda interna di prodotti agro-alimentari durante la “stagione turistica”; 6) un modello per l’agricoltura basato su un uso razionale delle infrastrutture irrigue realizzate, funzionale alle concrete esigenze del mercato; 7) il laboratorio per lo sviluppo locale. Debbo pure dare atto che Scassellati ha operato, con un salario affettivo, avvalendosi di alcune collaborazioni per lo più volontarie, e che ha lasciato una grande eredità immateriale. Da ultimo, non si può non ricordare il libro Una storia cilentana (2004), nel quale ripercorre il ruolo da me svolto alla presidenza del Consorzio Velia, del Consorzio Irriguo e degli altri soggetti nati negli ultimi quindici anni. Sia per tale impegno, sia per l’attività svolta con dedizione, passione e professionalità prima come presidente della Fondazione e poi come direttore del Laboratorio per lo sviluppo locale, voglio esprimere pubblicamente gratitudine e riconoscenza a Ubaldo Scassellati. Il cammino percorso dalla Fondazione, dalla nascita ad oggi, non è stato affatto facile. Anzi l’avvio è stato molto difficile avendo dovuto definire preliminarmente il suo campo di attività. Tuttavia il percorso è contraddistinto da due periodi: a) il primo, che va dal 1986 fino al 1998, è stato utilizzato per: • far redigere (a cura dello studio Portoghesi-Gigliotti di Roma) il progetto di restauro del palazzo Alario e di costruzione dell’auditorium, del teatro all’aperto e della piazza; • acquisire la concessione edilizia ed il finanziamento per la realizzazione del progetto; • redigere un documento programmatico contenente le possibili linee di sviluppo e le attività della Fondazione;

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• dar vita ad un’organizzazione interna capace di perseguire gli obiettivi sopra indicati; • ottenere il riconoscimento giuridico della Fondazione da parte del Presidente della Giunta Regionale Campana con decreto n. 350/1988; • iscrivere la Fondazione nel Registro delle persone giuridiche presso il Tribunale di Salerno e farla inserire, da parte della Regione Campania, nella tabella degli «enti, istituti, centri, fondazioni, associazioni che operano, in ambito regionale, per la promozione di attività di rilevante interesse culturale ed educativo»; • procedere alla ristrutturazione del palazzo Alario e alla costruzione delle strutture di supporto (auditorium di 350 posti, teatro all’aperto ispirato a quello dell’Acropoli di Atene, foresteria, passeggiata filosofica, piazza monumentale, spazi verdi, parcheggio, cioè cinque tessere di un nuovo grande spazio). È rilevante pure la destinazione dei locali, resi agibili per le diverse tipologie di attività. Sono state realizzate sale convegni e aule didattiche, sale per lavori di apprendimen-

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to in gruppo, stanze di studio individuali, biblioteche per la consultazione di libri, di microfilm e predisposti strumenti informatici di accesso alle grandi banche dati nazionali ed internazionali. Invece i locali al piano terra – in passato scuderie, magazzini, mulino, frantoio, forno, officina – sono stati destinati ad attività di servizi culturali aperti alla fruizione attiva. Il secondo periodo, che va dal 1998 ad oggi, è stato utilizzato per affrontare e risolvere numerosi problemi, tra cui si ricordano i seguenti: a) la sottoscrizione di un accordo di programma tra alcuni organismi della società civile e la Provincia di Salerno per assicurare alla Fondazione le risorse finanziarie atte a sostenere i costi fissi e di funzionamento; b) l’acquisizione del know how necessario per operare in maniera autonoma, per elaborare progetti e farli finanziare con fondi europei, nazionali e regionali, e per assolvere alle rendicontazioni amministrative; c) l’avvio di attività varie e la gestione di numerosi progetti; d) la messa a norma ai sensi della legge sulla sicurezza dell’intero complesso e di tutti gli impianti; e) l’inserimento della Fondazione nell’elenco delle ONLUS; f) l’accreditamento della Fondazione come ente di formazione da parte dell’Assessorato all’Istruzione e alla Formazione della Regione Campania; g) l’approvazione di un nuovo Statuto della Fondazione che – oltre a rafforzare la previsione di molteplici opzioni possibili finalizzate a creare un ambiente favorevole e pre-condizioni adeguate al pieno utilizzo delle risorse del territorio – ha accentuato il carattere democratico dell’ente, prevedendo la partecipazione e il controllo degli enti locali; h) l’inserimento della Fondazione nella tabella degli enti, istituti, centri pubblici di ricerca, Dipartimenti, Fondazioni e Associazioni culturali di rilevante interesse regionale; i) la costituzione di una biblioteca specializzata sulla Magna Grecia e in particolare sui filosofi eleatici; l) l’organizzazione di un congresso specialistico annuale, denominato Eleatica. La missione della Fondazione Lo Statuto all’art. 2 definisce e determina i fini ultimi e le ragioni della sua esistenza. Gli scopi principali sono: • promuovere e diffondere la conoscenza della civiltà eleatica che ha fatto e fa sentire la sua influenza ed ispirazione fino ai giorni nostri, avendo dato un contributo di prim’ordine alla civiltà occidentale; • valorizzare la storia del Cilento come fondamento di identità culturale;

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• valorizzare i beni ambientali e paesaggistici che caratterizzano l’area del Cilento; • valorizzare le risorse umane attraverso la formazione permanente, la promozione imprenditoriale, la qualificazione professionale scientifica e tecnica contribuendo così allo sviluppo del territorio cilentano; • operare come organizzazione non lucrativa – ONLUS – finalizzata alla diffusione della cultura orientata allo sviluppo locale e cioè: - alla valorizzazione delle risorse del territorio; - allo sviluppo delle attività produttive così da generare reddito; - alla creazione di occupazione. La Fondazione Alario, dunque, oltre a perseguire l’obiettivo della conoscenza, valorizzazione e divulgazione della civiltà eleatica e della storia propria dei cilentani, si è autocandidata a favorire un salto di qualità della realtà cilentana promuovendo la formazione e la qualificazione imprenditoriale dei giovani e creando una diversa organizzazione del modo di essere cittadini a tutti i livelli: politico, amministrativo ed economico. È pacifico che il capitale umano sia una delle risorse critiche per lo sviluppo dell’economia. Il miglioramento del capitale umano alimenta le capacità produttive del lavoro locale e, di conseguenza, crea occasioni per promuovere la crescita delle produzioni, della domanda di lavoro, dei redditi e della domanda globale: ossia mette in moto un circolo virtuoso di sviluppo “autopropulsivo” di lungo periodo. Nell’ambito delle molteplici opzioni possibili previste dallo Statuto, l’obiettivo principale della Fondazione resta quello di favorire lo sviluppo socio-economico del territorio cilentano: • potenziando e arricchendo il capitale umano di conoscenze, competenze professionali ed esperienze; • potenziando la cultura d’impresa, di gestione, e di mercato; • coltivando il capitale sociale e l’etica della responsabilità attraverso iniziative formative, seminari, campagne di sensibilizzazione, studi e ricerche; • valorizzando le risorse economiche locali con particolare attenzione all’agricoltura biologica, al turismo, all’industrializzazione sostenibile; • promuovendo a livello nazionale ed internazionale le risorse culturali ed ambientali locali, quali fattori di crescita civile e di volano del turismo di qualità; • riannodando i legami con gli esperti di filosofia eleatica e altri intellettuali sparsi in tutto il mondo. Nell’ambito dei predetti settori, merita una particolare attenzione la crescita del capitale sociale perché solo con essa il territorio potrà superare le criticità che ancora

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ne impediscono lo sviluppo, quali l’individualismo, la sfiducia, la non collaborazione, il clientelismo, il municipalismo. Sin dalla costituzione, la Fondazione Alario è apparsa un fenomeno “insolito” perché ha fondato la sua missione su un concetto ampio di cultura, intesa come agente di cambiamento. La sua vocazione statutaria, infatti, è di cambiare la cultura della classe dirigente locale nelle sue manifestazioni politiche, imprenditoriali e di servizio. La Fondazione, nel suo atto di nascita, si configura in modo diverso rispetto alla maggioranza delle fondazioni esistenti in Italia o all’estero, tese fondamentalmente a promuovere azioni meritorie nel campo della cultura, dell’arte e della ricerca per celebrare la memoria dei fondatori. Si è voluta un’istituzione diversa, che cercasse di fare incontrare il pubblico ed il privato, in uno sforzo di collaborazione, per affrontare un tema concreto e reale: quello dello sviluppo dell’area che necessariamente presuppone anche il recupero e la conoscenza della cultura d’impresa, il recupero dei valori della tradizione e della propria storia, ed il rilancio della professionalità dei quadri locali, pubblici e privati. D’altra parte, chi meglio della Fondazione Alario può innescare una vera e propria reazione a catena finalizzata a mettere in valore il prestigio che viene comunemente riconosciuto a Elea? Infatti i cilentani se ne erano quasi dimenticati e ci sono voluti anni per riscoprire poco a poco l’importanza dell’area archeologica e l’altissimo valore culturale degli antichi maestri di Elea. Ma chi, in questi anni, si è mobilitato per tenere di nuovo alta la bandiera di Elea? Non c’è dubbio: la Fondazione Alario! La Fondazione, dunque, non è esattamente un centro di studio, ma un’istituzione che si adopera per affiancare ed aiutare gli enti locali a promuovere lo sviluppo attraverso la cultura e la formazione, nonché lo studio e la divulgazione della storia e della civiltà eleatica ed altre iniziative. Essa si configura come un centro di elaborazione ed attuazione di progetti finalizzati a irrobustire il tessuto economico, sociale e culturale del territorio, prevalentemente orientati alla formazione del capitale umano, alla ricerca applicata delle problematiche locali, alla valorizzazione della cultura. Infatti la Fondazione, convinta che il declino del Cilento sia causato soprattutto da una carenza di cultura e poi di economia, si è strutturata, come sarà evidenziato più avanti, per erogare servizi culturali e formativi alla società locale. La strada tracciata è poco nota ma, secondo gli studiosi delle scienze sociali e secondo molti meridionalisti, l’opera di trasformazione del Mezzogiorno, e specialmente delle zone più arretrate, non avrebbe validi effetti senza la memoria d’origine, senza una rinascita della cultura, che è poi il problema dell’istruzione, umanistica oltre che professionale, e dell’elevazione culturale di quelli che devono essere, prima che i beneficiari, i protagonisti del desiderato ed auspicato sviluppo dell’area cilentana: i suoi cittadini.

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È ormai pacifico che tra sviluppo culturale e sviluppo economico vi è un legame molto stretto: in un territorio che non sia culturalmente evoluto, non è possibile ottenere un grande sviluppo sociale ed economico. Non è necessario addurre esempi per dimostrare che, laddove vi siano situazioni di arretratezza culturale, vi è pure assenza di iniziative economiche, e quand’anche queste vi siano stentano a svilupparsi per l’inadeguatezza e l’impreparazione dei residenti. In conclusione si può affermare che il Cilento dispone oggi di uno strumento in più per la sua crescita culturale e quindi per lo sviluppo del territorio, per l’aggregazione e per il rafforzamento dell’etica sociale, oltre che per la valorizzazione del patrimonio culturale di Elea e la sua promozione turistica. È ormai assodato che la nascita della Fondazione costituisca un altro passo fondamentale verso la crescita endogena del Cilento, specie se si considera che essa ha iniziato il suo cammino da pochi anni, alimentando la diffusione del sapere, la veicolazione delle idee, il valore della memoria del passato, i contatti con un numero crescente di studiosi italiani e stranieri. Le attività culturali svolte dalla Fondazione È opportuno ricordare il contributo dato dalla Fondazione al fine dell’avanzamento della società cilentana dal 1994 ad oggi. Quando ancora non era pronta la sede di Marina di Ascea, la Fondazione ha iniziato la sua attività nel 1994 a Salerno presso la sede del Consorzio Velia e, a Vallo della Lucania, presso la sede del Consorzio Irriguo, partecipando all’elaborazione del progetto naturalistico-ambientale dell’Oasi Alento a valle e a monte della diga di Piano della Rocca. Successivamente e in collaborazione con il Consorzio Velia, ha contribuito alla promozione del Patto Territoriale del Cilento, effettuando la lettura del territorio, avviando la concertazione con le istituzioni locali, i sindaci e gli imprenditori, conducendo l’indagine conoscitiva e facendo ricerche sul campo. Il Patto Territoriale partì, nella fase di avvio, comprendendo solo gli 11 comuni con cui, all’epoca, il Consorzio Velia interagiva, in attesa che il comprensorio dell’ente venisse esteso a tutto il bacino comprendente 37 comuni. Il CNEL spinse ad allargare l’area del Patto e in successive fasi l’area interessata passò da 11 a 48 comuni, con l’ingresso delle comunità montane operanti sul territorio. Nel dicembre 1994 venne pubblicato il primo volume con il titolo Per il Patto territoriale del Cilento Centrale, e successivamente un nuovo documento di carattere orientativo con il titolo Programma di Sviluppo per il patto territoriale del Sistema Cilento. Grazie al lavoro di promozione, di sensibilizzazione e di elaborazione della Fondazione, il Cilento, per la prima volta, si è potuto dotare di un piano di sviluppo globale,

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cioè di un modello di sviluppo economico ed urbanistico, compatibile con le caratteristiche e la vocazione del territorio. Non si trattò di un lavoro semplice perché fu necessario un grosso sforzo di immaginazione e di analisi per delineare il disegno. Infatti il modello di sviluppo elaborato venne rivolto alla valorizzazione di tutte le componenti sociali e produttive che il contesto territoriale è in grado di esprimere. Con tale lavoro venne superata la logica dello sviluppo settoriale, individuando un insieme integrato di risorse di cui il settore primario non è che una componente, sia pure di peso rilevante. La Fondazione ha rapidamente “allungato il passo” una volta installata nella sua nuova sede nel 1997 ed è partita anzitutto l’offerta di corsi di formazione pensati per venire incontro alle più diverse esigenze dei cilentani, giovani e meno giovani. La Fondazione, inoltre, ha svolto una serie di corsi di formazione, tra cui si ricordano i progetti Materra, Aliante, Leucotea, Lisistrata, Chirone. Va però detto che nelle citate attività di formazione non si è riusciti a proporre il tema dei “beni sociali” né ad approfondire i bisogni del territorio per mancanza di risorse finanziarie. Ma è subito cominciata anche l’attività sul fronte della riscoperta dei grandi maestri eleatici. Già nell’estate del 1997 si è tenuta la prima edizione della “Scuola Estiva di Studi Superiori” in collaborazione con il Comune di Ascea e con il benemerito Istituto di Studi Filosofici di Napoli. Questi appuntamenti annuali sono continuati fino al 2003 dopodiché, nella sede della Fondazione, ha preso il via Eleatica, un incontro annuale che è rapidamente diventato importante, conosciuto e apprezzato. L’intenzione era di riportare a Elea professori e studenti, e così cominciare a utilizzare di nuovo la “miniera d’oro”, ossia l’universale prestigio di Zenone e Parmenide. La formula prescelta si è rivelata non solo originale ma anche valida e un po’ alla volta molte altre cose sono fiorite attorno a Eleatica. Ecco un primo elenco: - una media di cinquanta presenze ad ogni edizione di Eleatica, con abbondante partecipazione di stranieri, in particolare dall’America Latina; - pubblicazione di un libro corrispondente ad ogni edizione di Eleatica, libro che si pubblica addirittura in Germania; - pubblicazione sia di articoli sui giornali della Campania e nazionali, sia di svariate “cronache” di questi incontri in numerose riviste specializzate, italiane e straniere; - contatti sempre più regolari con i docenti di filosofia italiani; - premi per le tesi di laurea; - progressivo aumento dei libri di filosofia che arrivano in dono e vanno ad arricchire la biblioteca della Fondazione; - collaborazione con la Soprintendenza Archeologica. Oltre a questo, dobbiamo sottolineare l’importanza del conferimento della cittadi-

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nanza onoraria di Elea-Velia ad opera del Comune di Ascea e con l’attivo coinvolgimento della Fondazione. Questa iniziativa si è subito rivelata significativa non solo perché si tratta di una onorificenza molto ambita, ma anche perché è fonte di orgoglio per la popolazione; a chi non fa piacere constatare che un professore francese o americano ci tiene moltissimo a diventare concittadino ed è orgoglioso di mettere radici proprio nel Cilento? Infatti questo è esattamente il contrario che “scappare” dal Cilento per emigrare in altre terre, quindi è anche un simbolo, un messaggio per tutta la popolazione della zona. In questo senso è significativo che nel 2011, quando si è trattato di conferire la cittadinanza ad altri due studiosi, la scuola media “Parmenide” di Ascea si è esibita negli scavi con la sua dinamica orchestra giovanile, coinvolgendo anche le famiglie. Intanto si alimenta la curiosità tra i filosofi e il desiderio di venire da noi, di portarci i propri alunni e di venire a fare cose interessanti proprio qui. Per loro c’è un’attrazione specifica, il teatro, perché per le scuole è attraente fare una gita primaverile nel Cilento e, con l’occasione, venire a esibirsi nell’affascinante teatrino alla greca della Fondazione. Sempre in questo campo possiamo ricordare la “Winter School”, la scuola invernale sui filosofi Presocratici che si è tenuta una prima volta nel gennaio 2009 e che avrà un seguito, per cominciare, nel marzo 2012 per iniziativa, nientemeno, di due università portoghesi e di due università brasiliane. C’è da dire, poi, che sempre in questo campo si stanno prendendo anche iniziative simili ma indipendenti dalla Fondazione, come il “Festival di Filosofia della Magna Grecia” e i convegni di “Parmenideum” (che per ora sono in inglese). Anche la Biblioteca Alario si è resa utile, se non altro perché in zona non ci sono le biblioteche comunali. Ci sono state attività con i ragazzi, contatti con le scuole della zona, e intanto è stata avviata la catalogazione di un patrimonio librario non piccolo: oltre cinquemila volumi, tra i quali molti di numismatica e archeologia grazie al lascito del professor Furio Di Bello (l’autore di un famoso libro sulle monete dell’antica Elea), e molti sulla dieta mediterranea grazie alla donazione del professor Alberto Fidanza (dell’Università di Perugia). Segnalo inoltre – e con soddisfazione – che, da quando la presidenza della Fondazione è stata assunta da un autorevole esponente dell���Università di Salerno, il Prof. Pasquale Persico, essa ha moltiplicato le forme di presenza e dialogo con il territorio, adottando un gran numero di iniziative di promozione culturale che raggiungono sia i villeggianti, sia una sempre più vasta gamma di cittadini di Ascea e dei comuni vicini. Anche queste risorse meritano un commento. Il primo perché di un simile museo c’era proprio bisogno in piena Magna Grecia, ed è significativo che esso sia nato per

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iniziativa della Fondazione. Il secondo perché, come ho detto, arrivano sempre più spesso esperti e giovani che vengono qui a perfezionarsi. Ora questo non potrebbe accadere senza una poderosa biblioteca specializzata. Mi fa piacere ricordare che un decisivo contributo all’organizzazione della biblioteca si deve alla dottoressa Elisabetta Floreano, e che sempre più spesso gli studiosi che partecipano ad Eleatica arrivano qui con pacchi di libri sotto il braccio: libri da donare alla nostra biblioteca. Non solo cultura Ricordo infine che, a partire dal 2009, la Fondazione si è dotata di un piccolo museo dedicato all’uso dell’informatica nella rappresentazione dei beni archeologici e di una biblioteca sulla Scuola eleatica. La breve rassegna che vi ho presentato dovrebbe essere sufficiente per dimostrare che la Fondazione è stata fedele e coerente con la sua missione statutaria, che ha concorso al progresso del territorio e dato una testimonianza di come un soggetto espresso dalla società civile possa essere presente nel dibattito culturale locale in maniera attiva, propositiva ed autonoma. In effetti la Fondazione Alario si è rivelata, ben presto, un’iniziativa strategica, un essenziale filo logico con cui raccordare le molteplici realtà imprenditoriali che, parallelamente al decollo della Fondazione, si sono delineate nell’area cilentana. Il prossimo capitolo mi permetterà di illustrare in dettaglio questa complessa rete di aziende collegate.

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Capitolo quarto

Idrocilento, la società capofila

Nel 1994, ad otto anni dalla costituzione della Fondazione Alario, nel territorio cilentano ha preso forma un’azienda con caratteristiche fuori dal comune. È una società concepita come ente non profit obbligato perciò a impiegare gli utili per finalità sociali. L’eccezionalità di questa decisione merita di essere fatta conoscere, tanto più che la Idrocilento ha fatto da capofila per la nascita di un organico gruppo di aziende cilentane collegate fra loro, ognuna con caratteristiche e funzioni sue proprie. Parliamo di cinque società, e ogni cilentano ne conosce qualcuna perché gli è capitato di usufruire dei suoi servizi, ma ben pochi hanno una precisa idea dell’insieme. Mi pare perciò utile dedicare un intero capitolo alla presentazione di tutte queste aziende, una per una. Anche se questo capitolo è incentrato sulla società Idrocilento, è necessario cominciare dicendo due parole sugli enti fondatori: il Consorzio di Bonifica “Velia” e il Consorzio Irriguo di Vallo della Lucania. Il Consorzio di Bonifica “Velia” Agli inizi degli anni ’70, il Consorzio Velia era un ente fantasma, esisteva solo sulla carta, essendo privo di strutture, di uomini e di mezzi economici. Come uno dei più piccoli consorzi di bonifica d’Italia, si limitava allo spurgo di qualche canale di scolo e alla manutenzione delle poche opere idrauliche realizzate dal Genio Civile. Il comprensorio del Consorzio Velia, come il resto del territorio del Cilento, viveva nella marginalità, cioè in condizioni di abbandono e di arretratezza economica, culturale e civile. Dopo il mio ingresso nel Consiglio dei Delegati del Consorzio la situazione cambiò. Abbandonando la logica dell’intervento isolato, a pioggia, l’ente elaborò un disegno strategico che prevedeva i seguenti obiettivi: a) la sicurezza idraulica del territorio; b) il miglioramento della viabilità minore; c) la soluzione del problema acqua. Il disegno venne considerato agli inizi velleitario anche in rapporto alla mancanza di una struttura tecnica, all’assenza di tradizioni e di tecnici. Ma il disegno ha poi trovato

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via via piena attuazione utilizzando dapprima i fondi dell’Intervento Straordinario e poi quelli della Comunità Economica Europea. La sicurezza idraulica del territorio venne acquisita attraverso la regimazione dei corsi d’acqua, la realizzazione della rete scolante e la costruzione della diga dell’Alento. La rete scolante è stata portata ai migliori livelli della bonifica italiana, per cui oggi le acque meteoriche, anche quando sono abbondanti, vengono subito allontanate dalla piana dell’Alento. Il ristagno delle acque nella piena e il formarsi di aree sommerse per diversi giorni sono ormai un lontano ricordo. Gli interventi nel campo viario sono numerosi. Ricordiamo: la Pedementana; Casalvelino – Velia la Torre – Velia – Pattano o Vallo – mare; il Paino; la “Fornari” tra Stella Cilento e Casalvelino; “Vallurni”; Acquavella – Lacco – Torricelli – Conca d’oro e per ultimo la strada Diga Alento-Stio. Il maggiore merito, però, del Consorzio Velia, dopo aver focalizzato la propria attenzione sui problemi idraulici del comprensorio e sulla viabilità minore, è stato quello di aver risolto un problema antico e secolare: la mancanza d’acqua, intesa come bene primario e fondamentale per lo sviluppo economico e civile del territorio dotando lo stesso di una riserva d’acqua di oltre 60 milioni di litri. Tale questione, nel Cilento, è stata dibattuta per oltre 20 anni negli incontri e nei convegni, ma non era mai emersa la proposta, l’idea, la soluzione e, dietro l’idea, la volontà. La soluzione venne trovata dal sottoscritto attraverso la proposta di invasare le acque meteoriche e superficiali nel periodo invernale e primaverile. A distanza di tempo, posso affermare che fu indubbiamente una scelta innovativa e coraggiosa. Oggi l’acqua in casa non manca, è sempre disponibile 24 ore su 24, come l’energia elettrica. La cosa ci sembra ovvia e naturale. Ma vi assicuro che non è stato sempre così. Quelli tra voi avanti negli anni ricorderanno che fino agli anni ’80-’90 l’acqua potabile, specie lungo la fascia costiera, veniva concessa a turni. Nei fabbricati rurali, disseminati nella campagna, non veniva data da giugno a dicembre. Oggi, invece, l’acqua c’è. Ma non si ricorda chi ha concorso a risolvere il problema e, soprattutto, la quantità di impegno e di lavoro che è stato necessario svolgere per risolvere definitivamente la questione. Il passato è passato, dice Alberoni. Non si può negare che l’attività del Consorzio Velia è eccezionalmente positiva e ricca di risultati, avendo realizzato opere di grande rilevanza a favore della collettività locale. Queste opere non sono scese dal cielo ma sono il frutto di una serie di fattori che sintetizzo così:

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- l’elaborazione di un disegno strategico con l’abbandono della logica degli interventi isolati; - l’elevata qualità della progettazione delle singole opere; - la competenza dei tecnici coinvolti; - il fermo rispetto della legalità nella gestione degli appalti; - la capacità di relazione con gli interlocutori tecnici nelle sedi decisionali centrali e regionali. Non intendo però fare la storia dell’ente che si ritiene esaurientemente illustrata attraverso il volume Una storia cilentana di Ubaldo Scassellati. Qui mi preme solo ricordare che, dopo la costruzione dei tre sistemi idrici (Carmine; Nocellito; Palistro e Alento), il 1994 diventa l’anno di riferimento per l’avvio di uno sviluppo fondato sulla gestione plurima della risorsa acqua e di una nuova fase dell’attività consortile che si fondava sulla seguente idea guida: creare valore o ricchezza al fine di contribuire allo sviluppo del Cilento, attraverso la produzione di nuovi beni e servizi e la nascita di nuovi soggetti, che, come poi si vedrà, stanno contribuendo a cambiare e a rafforzare lo scenario istituzionale e infrastrutturale del territorio. Alla luce di tale deduzione, non è azzardato affermare che il Consorzio Velia è stato il protagonista operativo non solo per la costruzione di tre dighe, di cinque impianti di irrigazione, della rete di condotte destinate all’uso plurimo dell’acqua raccolta negli invasi, della rete scolante dell’Alento, della viabilità minore, ma anche la struttura propositiva attorno alla quale è nata Idrocilento e, tramite questa, altri soggetti, in un quadro, fra l’altro, di grande latitanza istituzionale. Non mi stancherò mai di dire che la valorizzazione della risorsa acqua, dunque, ha portato ad allargare l’orizzonte e a dar vita ad una rete di soggetti che potessero affiancare l’azione del Consorzio Velia per l’attuazione di un disegno finalizzato al sostegno del tessuto economico e dell’imprenditoria locale. È in questa logica che sono anche nate la Banca del Cilento e la Fondazione Alario per Elea-Velia. La società Idrocilento, a sua volta, come si è visto, è riuscita a creare una rete istituzionale che ha beneficiato di condizioni quali il senso di appartenenza al gruppo e la unicità del coordinamento, che sono alla base del successo di molti gruppi aziendali pubblici e/o privati. Benché il ruolo di tale rete rimanga ancora allo stato potenziale, i risultati della fase “pionieristica” sono ampiamente positivi: gestione imprenditoriale delle infrastrutture; importanti ritorni economici per i soci fondatori; ingresso di partner leader sul territorio nazionale; forte capacità di attrarre finanziamenti, nuova occupazione. Tutto ciò è stato realizzato in un territorio che presenta antiche difficoltà di sviluppo, e fenomeni di involuzione economica e sociale, quali la carenza di infrastrutture, l’im-

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prenditorialità vacillante, lo spopolamento e una continua perdita di risorse umane produttive, soprattutto fra i giovani. Molto ha già fatto il Consorzio Velia. Ma io sono convinto che moltissimo può ancora fare per un più deciso e innovativo sviluppo del territorio. A riguardo si indicano qui di seguito le linee programmatiche dell’ente a favore delle aree ricadenti nel nuovo comprensorio di bonifica. La legge regionale n.4/2003 ha esteso il perimetro del Consorzio Velia all’intero bacino dell’Alento, ai bacini del Lambro, del Mingardo e della Fiumarella, ampliando il comprensorio da 6.400 a ben 83.000 ettari. Grazie a questa nuova dimensione, è possibile trasferire l’esperienza del Consorzio Velia nei predetti bacini realizzandovi le opere che quest’ultimo ha realizzato nell’Alento. Va ricordato che l’area del nuovo comprensorio si trova nella stessa situazione di marginalità e di arretratezza in cui si trovava il comprensorio dell’Alento prima della costruzione dell’imponente patrimonio di opere che è stato realizzato. Si evidenzia che il Consorzio Velia, nel tracciare le linee guida del Piano Generale di Bonifica per il nuovo comprensorio, ha indicato come obiettivi strategici da perseguire: - la salvaguardia idrogeologica; - un piano invasi; - la gestione delle acque per gli usi plurimi; - la tutela e la valorizzazione dell’ambiente nella prospettiva di concorrere a creare un contesto favorevole allo sviluppo locale.

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In particolare, forte dell’esperienza accumulata, il Consorzio Velia è oggi pronto a replicare sui corsi d’acqua del Lambro, del Mingardo e della Fiumarella il collaudato “modello Alento”, sia per creare riserve idriche nel periodo invernale-primaverile (mettendole a disposizione nel periodo estivo per gli usi produttivi) sia per realizzare tre attrattori turistici–ambientali–naturalistici e ricreativi. L’attuazione del predetto programma, oltre a consentire l’accumulo di acqua piovana da distribuire nel periodo estivo ed autunnale, contribuirà a migliorare la qualità dell’immagine e la competitività del territorio. Il Consorzio di Miglioramento Fondiario di Vallo della Lucania Ritengo opportuno tracciare un quadro sintetico dell’attività e della storia di questo piccolo ente operante in un ambito territoriale collinare, non avanzato economicamente: la conca di Vallo della Lucania e comuni viciniori. Poche date sul nostro passato e sulla nostra storia che, per durata, coincide con gli anni della mia presidenza, infatti avevo appena 30 anni quando assunsi la carica di presidente mentre ora ho i capelli bianchi. Ecco le tappe più importanti dell’ente: • il Consorzio nasce in data 15/3/1936 con l’adesione di 180 utenti; • vivacchia stentatamente per oltre trent’anni, riuscendo a distribuire, attraverso una rete di canali in terreno battuto, circa 60 – 70 litri d’acqua al secondo delle sorgenti del Gelbison; • nel 1964 venne eletto presidente l’avv. Franco Chirico. Da allora il Consorzio cominciò a pensare in grande e a progettare il proprio futuro inviando alla CEE il progetto dello studio P.VV. di Napoli. Oggi, con il senno di poi e con l’esperienza acquisita a nostre spese negli anni successivi, possiamo dire che si trattò di una falsa partenza. • Nel 1971 finalmente l’incontro del presidente del consorzio con la Geotecna di Milano. Quella data segnò l’inizio di una svolta nella storia dell’ente perché rappresenta il punto di partenza per la costruzione di opere indispensabili per lo sviluppo del territorio; • Un’altra scelta strategica fu l’intesa con il Consorzio di Bonifica Velia avente ad oggetto la richiesta di utilizzare un terzo dell’acqua del sistema Carmine-Nocellito per irrigare 500 ettari di terreno del Comune di Castelnuovo Cilento esistente lungo la valle del Badolato; • In data 28 aprile 1972 la Cassa per il Mezzogiorno finanziò la costruzione della diga del Carmine per l’importo di due miliardi e mezzo; • Nel 1982 vennero ultimate le dighe Carmine e Nocellito e nel 1986 venne ultimata la costruzione dell’impianto di distribuzione irrigua.

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In quell’anno si concluse una fase importante del percorso affrontato dal consorzio che, pur essendo privo di mezzi, senza impiegati, senza direttore, dimostrò di saper realizzare e gestire una grande e complessa iniziativa che ha portato e porterà al nostro territorio concreti benefici. Vorrei che si tenesse conto della posizione di partenza e si considerasse che senza il Consorzio Irriguo non ci sarebbero oggi le opere che tutti vedono e che, senza di esse, ci saremmo trovati nella stessa situazione in cui si trovano le altre zone interne, cioè senza opere di sviluppo. Dopo la costruzione del sistema Carmine – Nocellito e l’attrezzatura irrigua, l’ente elaborò una serie di proposte e di iniziative per integrare le opere già realizzate, tra cui l’adeguamento e il miglioramento della rete interpoderale, la sistemazione idraulica dei corsi d’acqua, le opere per migliorare la gestione del potabilizzatore di Angellara, l’impianto idroelettrico del Nocellito per utilizzare il salto esistente tra l’invaso del Nocellito a quota 670 ed il lago Carmine a quota 600, mediante la costruzione di una centralina sulla sponda sinistra idrografica del lago Carmine. Va ricordato che gli impianti sono entrati in esercizio nella metà degli inizi degli anni 80 e che, anno dopo anno, le spese per il loro ripristino e il loro mantenimento in efficienza aumentano. Ai maggiori costi che vi sono per l’aumento degli interventi di manutenzione, si aggiungono i maggiori costi per la concessione delle acque, il contributo RID, i canoni per gli attraversamenti stradali, la spesa per l’energia elettrica, gli aumenti del costo del personale. Per far fronte alla nuova situazione, l’amministrazione del consorzio, onde evitare l’aumento della contribuenza consortile, si è adoperata per trovare nuove entrate. A tale scopo ha elaborato la seguente strategia: a) l’applicazione dell’uso plurimo delle acque per diversificare le sue fonti di entrata e ripartire i costi di esercizio e manutenzione delle opere fra i diversi usi; b) il risparmio della risorsa acqua nel periodo irriguo, grazie all’installazione dei contatori, per poterla trasferire alle altre utilizzazioni; c) la richiesta alla SIPAT di adeguamento del rimborso dei costi che l’ente sostiene per mettere a disposizione dell’utenza idroelettrica i superi d’acqua del sistema Carmine – Nocellito nel periodo invernale. Questa strategia si è rilevata molto valida perché consente di tenere bassa la contribuenza e di curare la manutenzione delle opere e degli impianti. Una intuizione strategica La società Idrocilento è nata come società consortile, senza scopi di lucro, ad opera e per iniziativa congiunta del Consorzio di Bonifica Velia e del Consorzio Irriguo di Miglioramento Fondiario di Vallo della Lucania.

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L’antefatto da cui nasce si può riassumere col cammino dell’ultimo quindicennio che tutti conoscono. Si tratta di 15 anni intrecciati di avvenimenti fittissimi e talvolta contraddittori, ma interamente permeati di un immutato spirito d’iniziativa. Ci sono voluti circa 30 anni di duro lavoro per portare a termine l’ambizioso progetto di costruzione di cinque dighe, di quattro impianti di irrigazione, di una rete idraulica e di una rete di strade interpoderali. La scelta di dar vita a tale società nel Mezzogiorno, venne fatta con i seguenti obiettivi: • separare l’attività di natura imprenditoriale, tipicamente strumentale ed accessoria, dai compiti istituzionali dei consorzi per evitare la qualifica di enti commerciali; • rimborsare ai soci fondatori parte del costo che questi ultimi sopportano per la gestione delle dighe, delle opere di prese e degli adduttori; • impiegare le risorse finanziare residue per la crescita di un territorio in forte ritardo. Alla base, dunque, della nascita della società Idrocilento vi fu l’intuizione di utilizzare i superi idrici convogliati negli invasi per produrre acqua ad uso potabile ed energia elettrica. E ciò allo scopo di ottenere risorse finanziarie da destinare ad investimenti di interesse della comunità locale. Come è noto, il Cilento ha una risorsa abbondante nel periodo invernale: l’acqua piovana. Per secoli questa risorsa non è stata sfruttata. Oggi, invece, l’acqua di supero delle dighe, prima di arrivare a mare, diventa risorsa economica grazie alla tecnologia e all’organizzazione finalizzate alla produzione di energia elettrica. La nascita, dunque, di Idrocilento fu una grande scelta strategica, di cui rivendico il merito e vado orgoglioso per i seguenti motivi: a) perché è un’azienda che ogni anno produce ricchezza utilizzando una risorsa naturale, l’acqua piovana che, per secoli, è stata sprecata, buttata a mare, senza che prima sia stata utilizzata dall’uomo, cosa che attualmente avviene per tutti gli altri corsi d’acqua del Cilento, come il Lambro, il Mingardo, il Bussento, il Fiumicello ecc.; b) perché è uno degli strumenti che ha consentito ai soci fondatori di poter contare sul rimborso parziale dei costi di gestione delle dighe, delle opere di presa e degli adduttori e quindi di poter mantenere bassi i contributi di bonifica e di irrigazione a carico dei consorziati. È opportuno ricordare che, senza il predetto rimborso parziale dei costi di manutenzione ed esercizio delle opere, i contributi a carico dei consorziati per la manutenzione, l’esercizio ed il funzionamento dei consorzi sarebbero stati più che doppi rispetto a quelli che attualmente pagano;

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c) perché il territorio è stato dotato di un soggetto nuovo che produce annualmente risorse finanziarie le quali, pur non costituendo profitto, possono essere utilizzate per promuovere la crescita del capitale umano e la nascita di nuove iniziative imprenditoriali da insediare sul territorio. La mancata destinazione dei dividendi annuali non è un’anomalia, ma una caratteristica delle imprese sociali. Si è abituati, infatti, a pensare che gli azionisti delle società, nella qualità di sottoscrittori del capitale di rischio, partecipino alla distribuzione periodica dei dividendi, allorché vi siano utili da distribuire. Nell’ipotesi invece, di società no profit, la distribuzione degli utili è esclusa perché per statuto i dividendi vanno reinvestiti in progetti che riguardano la comunità locale. Questo è il caso di Idrocilento, che utilizza il reddito prodotto dalla gestione delle sue infrastrutture idriche ed idroelettriche, sia per potenziare il suo core business sia per perseguire l’obiettivo dello sviluppo in molteplici direzioni, che spaziano dalla promozione del credito solidale (mediante la partecipazione al Confidi Cilento) allo sviluppo del tessuto delle imprese locali (Centro Iside, società Elea Congressi, cooperativa Cilento Servizi ecc.) e allo sviluppo del capitale umano (mediante il sostegno alla Fondazione Alario). Non si può non sottolineare che il disegno, strettamente industriale, di utilizzo plurimo della risorsa idrica è stato realizzato grazie agli utili derivanti dalla gestione delle attività industriali e ai contributi della finanza agevolata. Va preso atto che il territorio, con la costituzione della società Idrocilento e degli altri soggetti promossi da quest’ultima, ha imboccato per la prima volta una direzione innovativa avendo dato vita ad una importante filiera istituzionale che opera per lo sviluppo locale e va ad integrare l’azione degli enti locali attraverso l’utilizzo delle risorse finanziarie ricavate dalla produzione dell’energia elettrica e dalla gestione degli altri impianti. Questi brevi cenni di storia dimostrano che Idrocilento ha assunto sul territorio un peso ed un ruolo di grande rilevanza per l’evoluzione complessiva dello stesso. Mentre nel centro-nord vi sono istituti di credito e fondazioni che partecipano agli eventi culturali, nel Cilento è questo il soggetto collettivo non territoriale che svolge le medesime funzioni. A monte di esso, dunque, vi fu una visione giuridica, tecnologica, culturale e sociale che ha dato finora ottimi risultati. Per ultimo giova evidenziare che oggi il Cilento, grazie alle opere realizzate dal Consorzio Irriguo e dal Consorzio Velia, oltre a disporre della risorsa acqua per soddisfare gli usi agricoli, potabili, civili ed industriali, ha con Idrocilento una società che: • ha incrementato il patrimonio iniziale, pari ad € 100.000, fino ad oltre due milioni di euro, con partecipazioni strategiche in altre società per circa € 700.000 euro; • le centrali idroelettriche da due sono diventate cinque;

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• Idrocilento sta attuando il disegno imprenditoriale di trasformare la diga Alento, il parco e l’Oasi in un grande attrattore turistico-ambientale al servizio del Cilento interno e della fascia costiera Paestum-Sapri. Partendo dal nulla, i due enti fondatori non si sono dunque limitati a risolvere il problema dell’acqua per tutti gli usi, ma hanno dato vita ad una realtà imprenditoriale importante per il territorio che, oltre a creare occupazione, genera ricchezza per tutti. Nata come braccio operativo dei due Consorzi per la gestione imprenditoriale delle opere, per rafforzare il ruolo degli interessi pubblici in gioco e rendere più palese il fine di agire al servizio del territorio, Idrocilento venne trasformata da mera società di gestione in “agenzia operativa di sviluppo locale” con il verbale di assemblea straordinaria del 21/11/2001. Per consentirle di meglio perseguire i fini generali sanciti nello statuto, fu stabilito un incremento di capitalizzazione, un riequilibrio delle quote tra i soci fondatori, la rimozione parziale del vincolo di inalienabilità delle azioni per rendere possibile la partecipazione di altri soggetti pubblici e privati. In particolare, venne previsto (con la modifica dell’art.5 dello statuto) che «la residua quota minoritaria del 40% potrà essere ceduta ad altri soggetti, pubblici e privati, che perseguono scopi analoghi e che vengono ammessi a seguito di delibera favorevole dell’Assemblea dei consorziati in seduta ordinaria». Con questo importante atto si sono create le condizioni per la partecipazione di altri soci, ottenendo una duplice positiva finalità. Da un lato, consentire un controllo democratico sulla società da parte dei soggetti più importanti sorti negli ultimi anni (Banca del Cilento e Fondazione Alario) e sulla individuazione degli obiettivi di sviluppo da perseguire con i ricavi annuali e dall’altro per rafforzare i contenuti di agenzia operativa di sviluppo. In concreto i soci fondatori introdussero la modifica per due motivi: • evitare il rischio che in futuro gli amministratori di Idrocilento possano deviare dagli scopi d’interesse generale utilizzando i ricavi della gestione industriale degli impianti per finalità diverse da quelle previste; • consentire agli amministratori delle comunità locali di partecipare e concorrere alle scelte e alla definizione degli obiettivi da perseguire nel reinvestimento degli utili di gestione. L’ingresso nella compagine societaria di altri soggetti è un avvenimento importante perché il potere di indirizzo e di controllo della società, attualmente concentrato nei soci fondatori, viene riconosciuto anche ad altri organismi non profit del territorio. Fino ad oggi, Idrocilento, nel rispetto del richiamato art. 5, si è limitata a cedere il 20% del capitale sociale facendo acquisire, in uguale misura, alla Banca del Cilento e alla Fondazione Alario quote unitarie del 10%. Ha, invece, omesso di completare l’assetto societario con la cessione dell’altro 20% del capitale sociale a favore degli enti locali. Bisognerà, quindi, dare seguito nel prossimo futuro a quanto previsto dallo Statuto

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circa la cessione dell’altro 20% a favore dei comuni ricadenti nel comprensorio irriguo di Vallo della Lucania e nel vecchio perimetro del Consorzio Velia. La società Idrocilento oggi Come già ho ricordato, fino ad oggi la Idrocilento s.c.p.a. ha realizzato una strategia di presenza in molteplici settori di interesse, attraverso società controllate e partecipate, tutte accumunate dall’obiettivo di potenziare l’infrastrutturazione sociale colmando i vuoti di iniziativa esistenti sul territorio, nella prospettiva della sua crescita economica. Si tratta di una strategia che ha consentito non solo di soddisfare alcuni bisogni della società locale, e di rafforzare il pluralismo contribuendo al cambiamento locale, ma anche di partecipare ad altri enti nel campo dello sviluppo economico, sociale e culturale. Uno sguardo alle società partecipate Le società promosse sono state le seguenti: 1) la SIPAT s.c.a.r.l., costituita da Idrocilento (51%) e SEDET s.r.l., per la costruzione e la gestione della centrale idroelettrica di Pattano; 2) la S.r.l. Centro Iside per portare a compimento l’idea di costruire nel Cilento un centro di eccellenza nel campo del monitoraggio ambientale, capace di offrire servizi ad alto contenuto innovativo; 3) la Pluriacque s.c.p.a. che ha come soci il CONSAC di Vallo, l’ASIS di Salerno e la Idrocilento e che fra i suoi scopi prevede la gestione del laboratorio di analisi esistente presso la diga dell’Alento e degli usi diversi dal potabile; 4) la Cilento Servizi s.c.p.a; 5) la Confidi Cilento s.c.p.a. La società Idrocilento ha in portafoglio anche le seguenti partecipazioni: 6) Elea Congressi c.a.r.l. 7) Consorzio PRUSST Ospitalità da Favola, con una quota di € 5.000,00 allo scopo di entrare a far parte del contratto di programma finalizzato alla realizzazione di investimenti di ricettività sul territorio; 8) Sistema Cilento s.c.p.a. società del patto territoriale del Cilento, con una quota di € 51.000,00; 9) Fondazione Comunità di Salerno (nata nel 2009) con una quota di € 30.000,00 allo scopo di contribuire allo sviluppo di progetti con valenza sociale sul territorio. I predetti soggetti, tutti insieme, hanno dato vita ad una Agenzia operativa di sviluppo per il territorio, atteso che ciascuno di essi, pur operando in chiave strumentale,

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in specifici settori e con una chiara impronta gestionale di tipo imprenditoriale, dal punto di vista della finalità costitutiva è orientato allo sviluppo del territorio. La loro nascita ha risposto all’intento di stimolare la crescita economica e l’accumulazione del capitale sociale ed umano nel Cilento, sull’esempio di quanto al centro-nord viene perseguito da una ricca pluralità di enti non profit (cooperative sociali, associazioni di volontariato, fondazioni, associazioni di promozione sociale ecc.). Le attività a favore dello sviluppo locale Come ho già detto, lo Statuto della Idrocilento prevede la destinazione delle risultanze attive di gestione all’attuazione di nuove iniziative di produzione o alla promozione di programmi e di progetti sostenibili del territorio. L’Assemblea dei soci ha approvato, sin dal 2003, un programma di obiettivi che ha pubblicizzato ed ampiamente diffuso attraverso la sua pubblicazione nel volumetto recante il titolo: Idrocilento: la missione e il programma. Le azioni individuate e descritte in tale programma sono state raggruppate in quattro grandi obiettivi: 1) rafforzare il core business della società attraverso la realizzazione di altre centrali idroelettriche; 2) accrescere la collaborazione con i soggetti locali, pubblici e privati, per promuovere lo sviluppo sostenibile; 3) rafforzare la struttura istituzionale ed operative della società; 4) promuovere nel bacino dell’Alento un polo agricolo caratterizzato da tipicità, qualità, valore mercantile e sostenibilità. Oltre a portare avanti con energia le iniziative industriali, la società non ha mancato di attivare alcune iniziative per contribuire al potenziamento dell’imprenditoria locale e di dare anche alcune indicazioni sulle cose da fare per estendere nel Cilento la capacità di operare per lo sviluppo sostenibile. Le iniziative più significative poste in essere sono state le seguenti: 1) la nascita del “Laboratorio per lo Sviluppo locale” presso la Fondazione Alario; 2) la costituzione del “Nucleo Tecnico Cilento più imprese”; 3) la costituzione di “Elea Congressi s.c.a.r.l.”; 4) la costituzione della cooperativa “Cilento servizi”; 5) la costituzione del “Confidi Cilento”. Per eliminare le carenze di comunicazione fino ad oggi esistenti, ritengo necessario riportare più precise informazioni su ciascuna iniziativa e soggetto.

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Capitolo quinto

Il Laboratorio per lo sviluppo locale

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n territorio non vive solo di acqua ed elettricità. Molti altri bisogni richiedono di essere intercettati, ed è così che attorno al Consorzio Velia e a Idrocilento sono nati numerosi organismi complementari, ognuno con la sua particolare vocazione. Vediamo. La società Idrocilento ha voluto utilizzare la Fondazione – e specificamente il Laboratorio per lo sviluppo locale – per attività di ricerca e sviluppo di proprio interesse sui bisogni, le risorse, le modalità e i processi, nella prospettiva di poter sempre meglio individuare gli obiettivi dei propri investimenti, soprattutto immateriali, sul territorio. In particolare esso è nato per perseguire le seguenti finalità: • realizzare una “lettura” del territorio, delle sue risorse e delle sue potenzialità produttive; • individuare i fabbisogni di qualità di vita dei suoi abitanti; • svolgere azioni finalizzate al potenziamento dell’imprenditore locale per contribuire ad accrescerne la dimensione e il peso socio-economico. Il Laboratorio, nell’ambito delle suddette finalità, ha individuato nel settore agroalimentare dieci filiere produttive. I settori interessati sono stati: - olio, - lavorazione prodotti ittici, - marmellate, - formaggio caprino, - vino, - legumi. Per ogni settore il Laboratorio ha individuato anche gli imprenditori ai quali riferirsi. In aggiunta a quanto sopra ha elaborato numerosi progetti immateriali di interesse strategico per il territorio, tra cui il più importante è lo studio del progetto integrato Grande attrattore culturale Paestum-Velia. Infine il Laboratorio, grazie alle competenze ed alle esperienze accumulate dal suo direttore Ubaldo Scassellati, ha ottenuto finanziamenti per attività di formazione in partnership con prestigiosi soggetti terzi, dando così agli sforzi finanziari fatti la qualifica di investimento per la crescita del capitale umano locale.

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Nucleo tecnico sviluppo imprese Il Nucleo Tecnico è nato nel 2003 in seno alla società Idrocilento per accrescere la competitività del sistema produttivo locale e per sostenere le aziende esistenti nei loro percorsi di sviluppo innovativo. Il primo impegno del Nucleo è stato quello di costituire un Focus Group di imprenditori e manager nella prospettiva di impostare un percorso di valorizzazione del potenziale di crescita delle imprese cilentane. In tal senso, il Nucleo ha intervistato i responsabili di una quarantina di imprese per individuare i loro bisogni. Tutte le imprese intervistate hanno lamentato l’assenza di strutture di base sul territorio: aree attrezzate, zone industriali, laboratori di ricerca, incubatori d’impresa ecc. In seguito, ha supportato alcuni imprenditori locali che hanno, a loro volta, presentato progetti di ricerca applicata in partnership con strutture di ricerca e società di ingegneria elettronica ed elettrotecnica. Infine, ha redatto un rapporto su Problemi e prospettive delle piccole imprese nel Cilento centrale – crescita dimensionale, nuova impresa e competitività, che si allega in appendice. La lettura di tale rapporto consente di ricavare le seguenti impressioni: • esistono imprese cilentane che in campo industriale operano sul mercato aperto, dimostrando che le condizioni di marginalità del territorio sono superabili; • esistono imprese pronte ad investire, ove esistessero le possibilità di lotti attrezzati per rinnovare il loro impianto, e disponibili poi a collaborare alla gestione in rete di alcuni servizi logistici; • esistono imprenditori che hanno manifestato disponibilità non episodica ad avviare percorsi di aggiornamento professionale per superare i punti di debolezza della propria impresa e acquisire nuove abilità e metodi per qualificare e valutare il proprio lavoro. Ha poi promosso la costituzione dell’Associazione Cilento più impresa ed organizzato i forum Cilento d’impresa nel corso dei quali sono stati approfonditi e dibattuti i problemi delle imprese cilentane. Elea Congressi, un vuoto da colmare Tra le tante carenze che annovera, il Cilento è anche privo di una struttura a destinazione congressuale capace di soddisfare una domanda congressuale di dimensioni medio-piccole. Tra i segmenti che compongono il mercato turistico, quello congressuale rappresenta uno tra i più remunerativi ed interessanti. Basti considerare che la domanda di turismo congressuale cresce di anno in anno e che, allo stato, circa sei milioni di persone

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si muovono per partecipare a congressi provinciali, regionali, nazionali ed internazionali. Nel centro-nord gli operatori alberghieri, pur di aumentare il livello della loro attività nei periodi di bassa stagione, hanno organizzato una vastissima gamma di centri congressuali. A loro volta molti enti sovra-comunali (Camere di Commercio, Province ecc.) hanno creato centri congressuali d’avanguardia e società in grado di fornire tutti i servizi legati allo svolgimento degli eventi, in modo da esonerare il promotore da ogni incombenza, occupandosi di tutto e fornendo un servizio completo “chiavi in mano”. L’intento è quello di superare la stagionalità delle presenze ed estendere il soggiornovacanze in periodi diversi dai mesi di luglio-agosto, mentre in Cilento non esiste nessun centro congressi e quindi nessuna possibilità di catturare una parte del turismo congressuale. La società Idrocilento, preso atto della constatata mancanza sul territorio di una simile struttura, d’intesa con la Fondazione Alario, è venuta nella determinazione di colmare questo vuoto dando vita ad una società consortile avente ad oggetto la gestione dell’auditorium, del teatro all’aperto, del locale destinato a bar e della foresteria, realizzando così un Centro congressuale con l’uso di alcuni volumi urbanistici scarsamente utilizzati. Come è noto, la Fondazione Alario, oltre a disporre dell’Auditorium Parmenide (che ha una capienza di 350 persone), ha una serie di strutture di contorno, con possibilità di allestire tre sale per riunioni con una capienza da 40 a 60 persone e una sala stampa. Per adeguare queste strutture e dotare il territorio di un Centro congressuale di avanguardia occorre un investimento di circa un milione di euro. Al fine di conseguire il predetto obiettivo, si è dato vita alla società consortile “Elea Congressi s.c.a.r.l.” per consentire l’adesione della Provincia di Salerno, della Camera di Commercio, dell’Ente Parco, dei Comuni, degli albergatori, dei titolari di agenzie di viaggio, della ristorazione e di altri operatori turistici interessati a promuovere il territorio come nuova meta del turismo congressuale e d’affari. Allo stato la società Elea Congressi, nata nel 2004, è costituita da Idrocilento, dalla Fondazione Alario e da alcuni partner locali. Cooperativa Cilento Servizi Questa Cooperativa è stata costituita nel 2006 con la finalità di erogare servizi omnicomprensivi sia per la valorizzazione, in chiave turistica, dell’Oasi Alento, sia per la manutenzione. Essa è composta da nove cooperatori locali e importanti soci sovventori (Banca del Cilento, Cooperativa Deltambiente di Ravenna, Cooperativa Atlantide, Fondo Svilup-

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po, società Patto Territoriale Sistema Cilento) ed è dotata di capitali e mezzi finanziari proporzionati al core business. La cooperativa, essendosi strutturata sia dal punto di vista della compagine sociale sia in termini di dotazioni finanziarie, organizzative e strumentali, ha consentito da subito di fornire immediati riscontri operativi sul fronte della manutenzione e della valorizzazione dell’Oasi Alento e del Parco, raggiungendo significativi risultati sul fronte delle attività di fruizione degli stessi: in seguito ad attività ed azioni immateriali di marketing e formazione, è partita l’attività ricettiva dell’area verso la generalità degli utenti turistici e in particolare verso quelli del segmento del turismo scolastico. Confidi Cilento Costituito nel 2003, il Consorzio Confidi Cilento è stato ideato come un valido strumento di accesso al credito per il tessuto imprenditoriale ed artigianale del Cilento.

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Esso rappresenta il punto di arrivo di un’intensa attività progettuale attivata, sin dal 2002, per favorire l’accesso al credito delle PMI, mitigare il rischio delle banche e usufruire delle migliori condizioni di tasso. La sua nascita è stata possibile grazie al supporto finanziario e professionale di Idrocilento nell’indispensabile fase amministrativa. Come è noto, nell’attuale quadro normativo, le garanzie concesse dal Confidi sono di fatto assimilabili ad una fideiussione di un privato. Molte imprese, a causa della mancanza di beni immobili e di redditi, non vengono prese in considerazione dalle banche al fine di ottenere un mutuo. In questi ultimi anni i prestiti a favore dei soggetti deboli e svantaggiati sono aumentati di 4-5 volte grazie proprio al ruolo dei Confidi e del Medio Credito Centrale. Per far crescere, però, la capacità competitiva delle imprese, occorre patrimonializzare il Cilento Confidi per colmare il grande vuoto nel settore strategico dell’accesso al credito da parte delle PMI cilentane.

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Non deve sfuggire che l’accesso al credito rappresenta, per un sistema economico, l’ossigeno in grado di garantire sopravvivenza e sviluppo alle attività produttive. Il ruolo del Confidi, inoltre, è quanto mai importante nell’attuale momento di difficoltà economica e sociale per aiutare gli imprenditori e le aziende a superare la crisi. La Banca del Cilento Tra i soggetti che stanno dando al territorio un contributo concreto per la costruzione di un futuro migliore, la Banca del Cilento ha una rilevanza primaria. Ormai opera da ben 21 anni. In questo periodo è cresciuta, senza soste, sul piano dimensionale e territoriale, in qualità e quantità, avendo oggi 10 sportelli in piena operatività, più di duemila soci, 59 dipendenti, un patrimonio di 30 milioni di euro, impieghi per 158 milioni, una raccolta di 225 milioni e bilanci annuali di tutto rispetto in termini di utili. Nel panorama locale la Banca del Cilento viene da tutti considerata un’esperienza positiva, una storia di successo perché, pur lavorando in un contesto economico non favorevole, è riuscita a diventare una realtà economico-finanziaria di tutto rispetto per aver sempre posto alla base della sua operatività il fondamentale principio dalla sana e prudente gestione. Oltre a sostenere il sistema produttivo attraverso il credito in misura rilevante, la Banca non ha mancato mai di assicurare una concreta attenzione alla situazione delle persone e delle aziende, di dare impulso alla sua crescita dimensionale e territoriale, di ampliare i prodotti, di migliorare l’organizzazione, di raggiungere una efficienza al passo coi tempi, di realizzare un controllo severo sui costi e di perseguire la stabilità. Ovviamente, fin qui ho espresso una mia opinione che, pur essendo di parte, può suggerire una chiave di lettura del lavoro e dell’impegno svolto per dotare la comunità cilentana di un soggetto rilevante in un settore strategico, quale è quello del credito. Ma non è mia intenzione ripercorrere la strada che ha portato la piccola Cassa Rurale ed Artigiana di Vallo della Lucania a crescere con determinazione, gradualmente, filiale dopo filiale e a transitare dallo stadio di banca comunale a banca del territorio, con la denominazione attuale di Banca del Cilento-Credito Cooperativo. Mi limito qui solo a ricordare che la Banca del Cilento, nell’ambito della strategia di indirizzo pluriennale che si diede sin dalla nascita, ha sempre perseguito il rafforzamento delle sue posizioni sul territorio e la crescita della redditività annuale per continuare a sostenere l’economia locale, per rafforzare il patrimonio e per destinare almeno una parte degli utili al perseguimento di scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico rientranti nella sua missione statutaria. Ricordo che la funzione delle banche di credito cooperativo in Italia, pur essendo mutata rispetto alle origini, è sempre molto importante. Volendo sintetizzare, la finalità

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è oggi quella di far ricadere sul territorio dove si opera una parte sostanziale di quanto sul territorio si ottiene dal punto di vista dell’attività bancaria. Favorendo in questo modo la crescita sostenibile della comunità. La Banca del Cilento, dunque, nel portare avanti la sua attività, pur nella consapevolezza di dover mantenere adeguati equilibri tecnici, deve operare non tanto sulla base del tornaconto economico quanto sull’utilità che al territorio ne deriva. Purtroppo questo aspetto non sempre è stato tenuto nella dovuta considerazione, pur rappresentando il valore aggiunto che una banca di credito cooperativo offre rispetto alle altre imprese bancarie. La nostra Banca, però, pur essendo “virtuosa”, pur essendo cresciuta sul piano dimensionale e territoriale, rimane piccola, ha dimensioni inadeguate e non sufficienti a fronteggiare l’aggravio dei costi derivanti dal rispetto del nuovo quadro normativo che disciplina l’attività bancaria e dai cambiamenti del mercato caratterizzato dalla rarefazione del risparmio, dall’aumento dei crediti a rischio e dall’aumento dei costi operativi. Inoltre le attuali limitate dimensioni della Banca del Cilento non consentono di poter destinare adeguate risorse per lo sviluppo economico, culturale e sociale del territorio. Stante il contesto prospettico del mercato e del quadro normativo, va valutata, con molta attenzione, l’opportunità di portare avanti l’operazione di fusione con la BCC Lucania Sud perché, a seguito degli ultimi accertamenti, sono emerse passività perr 18 milioni di euro, cioè una passività notevole, che potrebbe indebolire la solidità della nostra Banca se si somma con quella della nostra Banca. Inoltre, in aggiunta all’entità delle passività, vi sono altri profili di criticità che sconsigliano, in modo netto, l’operazione, come ci riserviamo di evidenziare con un’altra pubblicazione. Invito, pertanto, i soci a stare attenti e a non dare l’assenso sul progetto di fusione senza accertarne a fondo la congruità. Prima di esprimere il voto, si deve riflettere molto sull’opportunità dell’operazione e verificare se non sia in contrasto con gli interessi della base sociale e del territorio.

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Capitolo sesto

Non solo Fondazione Alario e Idrocilento

La rassegna che ho fatto nel terzo e nel quarto capitolo riguarda soltanto le iniziative

nate attorno alla costruzione delle dighe e alla valorizzazione del lascito della famiglia Alario. Sono queste le iniziative nelle quali maggiormente mi sono impegnato in prima persona e si può capire perché abbia parlato prima di tutto di questo insieme di risorse a sostegno del territorio. Ma mi rendo perfettamente conto di non aver lavorato addirittura nel deserto. Anche se ho dovuto esprimere non poca insoddisfazione per come sono andate le cose, specialmente dal punto di vista della mano pubblica, non ho mai avuto la leggerezza di pensare che c’ero solo io a fare qualcosa di buono. Il territorio ha conosciuto e registrato un notevole programma di opere e lavori pubblici anche ad opera del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, delle Comunità Montane, dei Comuni, della società di gestione del Patto Territoriale del Cilento. In particolare, il Parco Nazionale ha negli anni accumulato un insieme di riconoscimenti internazionali che ne fanno un luogo davvero straordinario ed esclusivo. È infatti stato dichiarato Patrimonio UNESCO quale “paesaggio culturale” di valenza mondiale, Green Globe per il turismo, riserva di biosfera Mab-UNESCO, geoparco della rete europea e mondiale e patria della Dieta mediterranea. Sono stati realizzati inoltre porti, collegamenti viari, arredi urbani, strutture sportive, recupero di numerosi centri abitati, spazi polivalenti per accogliere appuntamenti musicali, teatrali e mostre, impianti per la depurazione delle acque luride ecc. Grazie a tali interventi sono confluiti sul territorio rilevanti finanziamenti pubblici. Non sono mancati pure gli investimenti di natura privata, finalizzati a realizzare aziende agro-turistiche, alberghiere, villaggi turistici, residence, impianti di raccolta e trasformazione di prodotti agricoli, come castagne, frutta, ortaggi, olive, fichi, torrefazione del caffè, allevamenti di suini, caseifici, falegnamerie, attività di produzione di cosmetici, di pannelli solari, di lavorazione del ferro e della pietra ecc. Ognuna di queste realizzazioni costituisce un altro punto di forza ed occasione per l’incremento dell’occupazione. Voglio anche aggiungere che, naturalmente, queste altre realtà non le conosco così bene, come quelle di cui sono stato promotore e responsabile. Quindi non potendole guardare dall’interno, come ho potuto fare nel caso della Fondazione e delle altre

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aziende che ho promosso, mi astengo dall’indicarle nominativamente, anche per evitare di dimenticarne qualcuna, senza volerlo. Infine il territorio è stato un protagonista attivo nell’ambito della programmazione negoziata ad opera della società di gestione del Patto Territoriale del Cilento con il finanziamento del Patto Territoriale Generalista del Cilento e del Patto Specializzato per l’Agricoltura e la Pesca del Cilento. Grazie ai due Patti sono state finanziate complessivamente n.111 iniziative imprenditoriali (di cui n.40 con il Patto Agricolo e n.71 con il Patto Generalista) e molte infrastrutture di supporto alle attività produttive come il potenziamento del sistema depurativo sulla fascia costiera, la realizzazione di aree di insediamenti produttivi, la ristrutturazione di un palazzo storico destinato a centro per la Dieta Mediterranea. Faccio quest’ultima riflessione per far comprendere ai cilentani che vi sono due tipi di amministratori: quelli in possesso di una “visione”, cioè di un progetto che impegna al massimo le proprie energie per realizzarlo, e quelli che considerano la carica come l’occasione per impadronirsi di ciò che altri, con impegno e dedizione, hanno contribuito a realizzare. In questo secondo caso si tratta per lo più di mediocri, di meschini, di invidiosi che nella vita non hanno costruito niente di importante, né per loro stessi, né per la società. Ho pure precisato che non esistono oggi sul nostro territorio solo la società Idrocilento, la Fondazione Alario e altre realtà collegate. Anzi riconosco volentieri che il Cilento vanta anche altre eccellenze di natura pubblica (come per esempio il Parco Nazionale) e di natura privata, che sarebbe stato interessante passare in rassegna, ma purtroppo da me conosciute solo in minima parte. Ha svolto, un ruolo di primo piano anche la Diocesi di Vallo della Lucania, che si estende su tutto il territorio cilentano, con l’azione di forti investimenti operata dal Vescovo Mons. Giuseppe Favale nel mondo dei beni culturali. Uno dei grandi meriti che si riconoscono a questo Vescovo è certamente quello di aver costruito il suo impegno pastorale sull’operosità, sulla progettualità, sulla fecondità di un’intelligenza viva e aperta al nuovo, infondendo coraggio e rivitalizzando la vita comunitaria dei piccoli paesi, diventati serbatoi di una gioventù sfiduciata per la cronica mancanza di lavoro. Per ultimo non posso non segnalare un altro elemento di novità: la Fondazione “G.B. Vico” nata ad opera del prof. Vincenzo Pepe, dopo il restauro del castello di Vatolla. Essa si propone il recupero di beni culturali e la promozione di una società a sviluppo sostenibile. Il Cilento, dunque, oltre al Consorzio Velia, alla Fondazione Alario e ad Idrocilento, dispone di altri soggetti organizzati che hanno operato bene per il territorio. Grazie ad essi, il Cilento, utilizzando i fondi europei, è riuscito a risolvere molti problemi e a creare alcune condizioni favorevoli per lo sviluppo, senza riuscire però a costruire

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un sistema produttivo forte e soprattutto duraturo. Esso è tuttora afflitto da un perdurante malessere per la presenza di alcune criticità socio-culturali e la carenza di dotazioni infrastrutturali. Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano Un’altra realtà istituzionale ed operativa importante del territorio è l’Ente Parco. Ad esso sono affidati grandi responsabilità e poteri. È il secondo in Italia per estensione, con i suoi 181.000 ettari. Coinvolge 89 comuni, 250.000 abitanti e otto Comunità Montane. Dopo 18 anni di operatività, l’ente è cresciuto nella coscienza dei cittadini per cui non viene più vissuto come un vincolo, come un’istituzione fredda e burocratica del “no”, ma come un’opportunità, uno strumento per promuovere lo sviluppo economico del territorio. L’Ente Parco è un vero punto di forza del territorio non solo per la sua valorizzazione ambientale ed economica, ma anche perché è un’occasione per inserirlo nella programmazione nazionale e regionale al momento della ripartizione delle risorse finanziarie. Esso, infine, ha molto credito al di fuori del territorio e partecipa attivamente ai tavoli di concertazione. Sono convinto che il Parco sia davvero uno strumento per promuovere lo sviluppo economico del Cilento, e perciò formulo una proposta nella prospettiva che venga condivisa dall’attuale governance del Parco. Una proposta che, tra l’altro, permetterebbe di incidere su alcuni dei più gravi fattori di fragilità del territorio: l’alto tasso di disoccupazione; l’abbandono del territorio da parte della popolazione a causa di un tessuto produttivo basato su un’agricoltura povera e su allevamenti in via di estinzione. La proposta-sfida è quella di creare posti di lavoro e nuove occasioni di reddito rafforzando le capacità turistiche del territorio interno, rivitalizzando i centri storici semi-abbandonati (e in una buona parte ristrutturati, grazie ai fondi comunitari), e valorizzandone le potenzialità energetiche. A mio avviso, il Parco deve acquisire la funzione di cabina di regia della pianificazione e degli investimenti finalizzati allo sviluppo e alla valorizzazione dell’intero territorio portando i comuni della costa e quelli dell’interno del territorio a condividere progetti e percorsi in un’ambiziosa strategia d’area vasta dello sviluppo, cioè di regia di un sistema di soggetti, pubblici e privati, puntando a valorizzare le risorse e le energie presenti in loco sul territorio. Ciò deriva dalla consapevolezza che, ai fini dell’attuazione del disegno di sviluppo territoriale delineato, non si possa prescindere dal Parco. In concreto dovrà proporsi di agire come protagonista locale, come soggetto sovracomunale per superare:

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1) gli inconvenienti derivanti dall’attuale assetto istituzionale dell’area fatta di tanti piccoli comuni; 2) la logica del campanile; 3) per bandire gelosie localistiche; 4) per coagulare intorno ai progetti strategici gli interessi della popolazione; 5) per presentare il progetto Cilento o il pacchetto Cilento come la risultante della volontà di tutte le forze del territorio. Più in dettaglio il Parco dovrebbe lanciare la proposta di tre contratti di bacino fluviale, uno per l’Alento, un secondo per Lambro, Mingardo e Bussento, ed un terzo per il Tanagro nel Vallo di Diano. Il Contratto di Fiume si configura come un accordo volontario fra soggetti pubblici e privati volto a definire obiettivi, strategie d’intervento, azioni da attivare e competenze. Gli assi strategici che accompagnano il processo relativo al Contratto di Fiume sono: la tutela, riqualificazione e qualità ambientale del corso d’acqua; la riqualificazione territoriale e paesaggistica delle aree del bacino; la promozione, fruizione e valorizzazione economica del territorio. Questi macro-obiettivi rappresentano i cardini sui quali si sviluppa il piano d’azione del Contratto di Fiume. Voglio qui ricordare che, in base alle esperienze francesi, piemontesi e lombarde, i Contratti di Fiume attivano una progettazione che mette insieme i corsi d’acqua e le risorse del territorio. I Contratti di Fiume rientrano, tra l’altro, nei programmi europei di finanziamento tra cui i Programmi di Cooperazione Territoriale che prevedono una copertura economica al 100%. Da queste considerazioni scaturisce la incongruenza di considerare in blocco il territorio del Parco per esigenze di carattere organizzativo e gestionale. Una cosa è mettere in moto una macchina snella e leggera, altra cosa è mettere in moto una macchina pesante e complessa. L’area sarebbe troppo ampia. La Direttiva quadro europea sulle acque 2000/60/CE assume i bacini idrografici, quali unità geografiche di riferimento, per il governo di tutte le azioni in materia di tutela delle acque e gestione integrata delle risorse idriche. Per ultimo si propone all’ente Parco un accordo avente ad oggetto la valorizzazione turistica, educativa – naturalistica dell’insieme costituito dalle risorse di alto pregio della diga Alento, della fascia arborata di rispetto circumlacuale, dei servizi al pubblico, dei percorsi didattici guidati nella galleria della diga e lungo il corso dell’Alento. L’obiettivo è quello di attrezzare, con il completamento della strada diga Alento-Stio,

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uno degli ingressi principali al Parco del Cilento nell’interesse sia dei turisti sia delle popolazioni dei comuni a valle della diga e a monte dell’invaso di Piano della Rocca. Infine vorrei qui ribadire che il Parco non può continuare ad ignorare la Fondazione Alario. Questa Fondazione, piaccia o no, è una realtà che il Parco dovrebbe avere interesse a valorizzare facendola diventare un soggetto attuatore delle attività immateriali nel settore ambientale e paesaggistico.

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Capitolo settimo

Premessa sulla proposta di un disegno di sviluppo del Cilento Fin qui ho fornito un sintetico quadro conoscitivo del contesto socio-economico del

territorio, individuato i punti di forza e di debolezza dell’economia locale e indicato la nascita di un’articolata filiera istituzionale impegnata a promuovere lo sviluppo della comunità locale. Ora vorrei contribuire con alcune idee e proposte concrete alla definizione di un disegno di sviluppo del territorio per offrire ai cilentani una visione più chiara per il futuro. In tale prospettiva provo ad esporre un insieme di proposte, coordinate fra loro, riguardanti i settori produttivi e le risorse che, a mio avviso, costituiscono le condizioni per elaborare un comune piano di azione. Naturalmente, senza la minima pretesa di esaurire, né di dettare soluzioni indiscutibili. Si tratta di proposte meditate, frutto delle esperienze e delle riflessioni maturate in tanti anni di impegno speso per realizzare la base strutturale del processo di sviluppo dell’area. Idee utili per contribuire al rafforzamento della competitività e produttività del territorio e per ridurre la persistente sottoutilizzazione delle sue risorse. Il futuro piano di azione deve essere, appunto, un programma in cui vengono descritte le idee per valorizzare le risorse locali, conseguire gli obiettivi fissati e mettere in piedi un vero e proprio progetto di sviluppo. La sfida dello sviluppo, oggi è più credibile perché, come ho già fatto presente, il territorio non parte affatto da zero, ha molte carte da giocare e dispone di strumenti che sono in grado di rimuovere i tanti ostacoli che hanno impedito fin qui la valorizzazione economica delle risorse: una rete di soggetti importanti, capaci di supportare un autonomo processo di crescita e di attuare forme di collaborazione e di sinergia con gli attori locali. Il futuro del Cilento, dunque, è nelle mani dei cilentani: solo chi vive in Cilento può iniziare un nuovo ciclo per spingere il territorio sulla via della modernizzazione e dello sviluppo. Come una persona punta tutto sulle sue capacità, si impegna, impiega bene le proprie risorse e il proprio tempo per emergere e primeggiare, allo stesso modo il territorio deve contare sulle proprie forze e, se c’è bisogno, liberarsi dal fatalismo, dall’inerzia, dalla passività, dalla rassegnazione, senza più lamentarsi della propria sfortuna. Aggiungo – ed è un principio fondamentale di politica economica e di politica dello sviluppo – che nessuna economia può davvero reggersi senza un nucleo duro di pro-

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duzione e di trasformazione di beni reali, ossia senza una base industriale moderna. Credere che servizi, artigianato, turismo o altro possono bastare al vigore di un’economia moderna è pura illusione. Nella speranza che la classe dirigente locale avverta la responsabilità di passare dalla stagione dei sussidi a quella del lavoro produttivo, e di proiettare il territorio verso una dimensione nuova, sottopongo alla vostra attenzione, qui di seguito, le mie proposte sui singoli settori produttivi. Inoltre indico le iniziative da intraprendere per valorizzare le risorse del territorio. Far ripartire l’agricoltura cilentana Bisogna dirlo con grande chiarezza: l’agricoltura tradizionale è superata ed antieconomica. L’abbandono delle aziende agricole, l’invecchiamento degli addetti e il rifiuto dei giovani a continuare l’attività dei padri costituiscono la logica conseguenza del fatto che il prezzo di vendita dei prodotti agricoli non remunera il lavoro svolto per produrli. Insomma, ci si va a perdere anziché a guadagnare. Sarà possibile riportare all’attività agricola una percentuale di addetti solo se il ricavato dalla vendita dei prodotti, oltre a coprire i costi di produzione, remunererà anche il lavoro. Per conseguire questo obiettivo, l’agricoltura dell’area, dopo i poderosi interventi infrastrutturali realizzati, deve superare l’assetto tradizionale riqualificandosi e ristrutturandosi secondo le esigenze del mercato. Perciò il fatto di poter contare, in pieno Cilento, su una importante attrezzatura irrigua di carattere pubblico, da solo non basta. Bisogna mettere in piedi un nuovo sistema agricolo territoriale fondato sulla qualità e sulla tipicità. Giova a riguardo ricordare che, nel bacino dell’Alento, sono stati realizzati tre sistemi idrici multisettoriali (sistema Carmine-Nocellito; sistema Palistro; sistema Alento) che, oltre a destinare un rilevante volume di acqua agli usi potabili, artigianali, industriali e civili non potabili, consentono di irrigare, con moderni impianti di distribuzione a pioggia, le seguenti aree: - la conca di Vallo della Lucania e dei comuni viciniori che va da quota 600 a quota 110 s.l.m. a Pattano; - la valle del Palistro, che va da Ceraso ad Ascea; - la Piana dell’Alento e le aree pedecollinari circostanti, dei comuni in destra e sinistra Alento fino a quote di 150-200 s.l.m. L’area attrezzata è di circa 7.000 ettari che, in un territorio semiarido, costituisce un’opportunità di grande valore economico perché consente di moltiplicare la produttività del terreno di almeno il 100% e quindi di riportare al lavoro produttivo un consistente numero di operatori. Sarebbe un grave errore non valorizzare o sotto-utilizzare questa importante innova-

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zione strutturale, che è indispensabile per far transitare l’agricoltura locale dal vecchio al nuovo modello proposto, e cioè farla entrare nella modernità e nella competitività del mercato, organizzando un nuovo ed autonomo distretto agroalimentare. Senonché tale obiettivo, pur essendo possibile, fino ad oggi non si è realizzato anche se il territorio, oltre a disporre dell’acqua, dispone di punti di forza che altre aree non hanno. In particolare, il territorio ha un ottimo clima, terreni non inquinati, prodotti tipici esaltati dalla dieta mediterranea. Inoltre, dispone di rilevanti flussi turistici e di un buon mercato locale specie durante il periodo estivo. In più fa parte del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano. I predetti punti di forza, uniti all’infrastrutturazione irrigua, essendo vantaggi competitivi, avrebbero dovuto far entrare l’agricoltura nella modernità e nell’economia di mercato facendole superare l’assetto tradizionale, fatto di bassi livelli di produttività e di reddito.

¯ Senonché, ad onta dell’infrastrutturazione irrigua realizzata, della disponibilità d’acqua, e dei predetti punti di forza, pur essendo passati molti anni dalla costruzione degli impianti, la nostra agricoltura non si è sviluppata, come era auspicabile e come era stato programmato. È vero che i benefici per il territorio ci sono stati, ma in relazione all’entità degli investimenti fatti, avrebbero dovuto essere molto più ampi e consistenti. Finora l’infrastrutturazione irrigua ha dato vita da un lato ad alcune aziende agricole e zootecniche, dall’altro ad un’agricoltura prevalentemente di autoconsumo, essendosi di fatto sviluppata di tipo part time, limitata all’orto, per consumi familiari, praticata dai sessantenni, dagli impiegati e dagli addetti ai settori produttivi, come è dimostrato dal fatto che circa 3.000 consorziati hanno chiesto al Consorzio Velia di poter utilizzare l’acqua per irrigazione. Inoltre, l’infrastrutturazione irrigua ha spinto alcuni proprietari di fondi rustici, ricadenti nel comprensorio irriguo, a considerare l’irrigazione non come un evento per creare un’azienda, ma come occasione per cedere a terzi i terreni ad un canone di fitto più elevato. In concreto, l’agricoltura dell’area non ha sfruttato l’infrastrutturazione, il sistema irriguo per dar vita, in provincia di Salerno, ad un nuovo e distinto distretto agro alimentare, fondato sulla qualità e sui prodotti tipici. Quali sono state le cause di tutto ciò? Perché l’agricoltura cilentana non si è saputa sviluppare? Purtroppo, a mio avviso, essa non ha imboccato la strada della modernizzazione e

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dello sviluppo per la presenza di punti di debolezza, che in larga parte ho già trattato nei primi capitoli di questo libro, ma che conviene qui ricordare: • le zone rurali, rette con sistemi di conduzione primitivi, tendono ad un regime statico ed illusoriamente equilibrato; • la crescente disaffezione delle nuove generazioni alle attività agricole dovuta all’errata convinzione che il lavoro in agricoltura è ancora degradante e poco remunerativo; • il frazionamento eccessivo della proprietà fondiaria; • la cultura dell’individualismo; • la carenza di iniziative da parte del potere politico, cosa che frena le possibilità di un intervento risanatore; • la mancanza di cultura d’impresa, perché per troppi anni in Cilento non si è parlato d’impresa, ma solo di posti di lavoro; • lo spopolamento delle aree interne; • l’assenza di una strategia a livello locale capace di organizzare la produzione, la commercializzazione e la trasformazione dei prodotti; • l’aumento dei costi di produzione; • la globalizzazione. Nasce da qui l’esigenza di realizzare un’intesa tra l’Ente Parco, le Comunità Montane e il Consorzio Velia finalizzata ad acquisire dalla Regione Campania le risorse necessarie per superare i fattori limitanti che oggi contrassegnano la realtà agricola cilentana, per rilanciarla verso la produzione di prodotti tipici e di qualità costituenti il fondamento della dieta mediterranea che, ricordiamolo, è stata riconosciuta “patrimonio dell’umanità” da parte dell’UNESCO e identificata come una caratteristica del Cilento. Gli obiettivi del nuovo assetto dell’agricoltura sono questi: • organizzare le produzioni in filiere agroalimentari; • conferire alle produzioni una particolare connotazione qualitativa diffondendo le pratiche dell’agricoltura biologica; • commercializzare i prodotti tipici esistenti, opportunamente riqualificati; • sviluppare la cooperazione e così rimuovere i peggiori inconvenienti di un eccessivo frazionamento della proprietà fondiaria; • valorizzare la dieta mediterranea a fini commerciali; • integrare l’agricoltura e gli altri settori produttivi, tra cui il turismo, come traino all’offerta. Si potranno raggiungere questi risultati? E come? La scommessa è quella di convincere gli operatori locali a costituire delle aziende che scelgano le colture giuste, che si organizzino in modo efficiente in collaborazione fra loro, così da poter entrare sul

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mercato con prodotti di qualità per il consumo fresco locale attraverso adeguate lavorazioni e confezioni da fare arrivare alla distribuzione regionale e nazionale. Senza un reale cambiamento di rotta, l’agricoltura continuerà forse a sopravvivere, ma anche ad essere un’attività marginale e a rimanere un settore in crisi. Come è noto, Il primo problema dell’agricoltura è determinato dal suo basso potere contrattuale, cioè dalle difficoltà che incontra per far valere la ricchezza della sua produzione nei confronti degli altri attori del processo produttivo. Basti tener presente che per ogni euro speso dal consumatore, solo 15 centesimi arrivano nelle tasche degli agricoltori, mentre il resto va all’industria, ai servizi e soprattutto alla grande distribuzione organizzata. Il meccanismo perverso dei prezzi bassi, che annulla la redditività del produttore ed incide sul potere di acquisto dei consumatori, può essere contrastato solo ricorrendo alla costruzione di filiere produttive “firmate”, nel senso che viene resa visibile e riconoscibile la “cilentanità” dei prodotti nei confronti del consumatore finale, basandosi sulla trasparenza della filiera, sull’indicazione dell’origine in etichetta e sul legame del prodotto con il territorio cilentano. La filiera è una modalità per dare più potere contrattuale agli agricoltori e più vantaggi ai consumatori. L’obiettivo delle filiere è dunque quello di tagliare le intermediazioni ed arrivare ad offrire al consumatore i prodotti agricoli cilentani attraverso cooperative, agriturismi ed imprese agricole che siano di carattere prevalentemente territoriale. La riduzione dei passaggi e delle intermediazioni, a vantaggio di un rapporto diretto

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tra produttore e consumatore, assicurerà acquisti convenienti alle famiglie e redditi adeguati agli agricoltori. In tutto il mondo gli agricoltori hanno abbandonato o stanno abbandonando l’uso di consegnare ai grossisti un prodotto ancora interrato e a volte sporco (penso in particolare alle uova), e comunque non lavato, non selezionato, non calibrato, non confezionato, non etichettato, non marchiato, non tracciabile, insomma del tutto senza regole. Ma quello è un errore madornale perché a creare gran parte del valore aggiunto sono proprio questi fattori di contorno, è insomma la “lavorazione” del prodotto ortofrutticolo. Perciò è urgente che l’agricoltore cilentano medio capisca che vale senz’altro la pena di produrre un ortaggio o due in meno, se così gli altri prodotti vengono preparati per la vendita direttamente dall’azienda agricola, e poi si affretti a cambiare strategia, cominciando con la costituzione di cooperative o l’adesione a qualcuna delle cooperative già esistenti. Bisogna avviare, attraverso aggregazioni successive e l’organizzazione dei produttori, attività di qualità soprattutto attraverso la preparazione e l’accettazione delle regole europee in tema di produzione (tracciabilità) e trasformazione dei prodotti. La ricerca ha individuato 10 produzioni agroalimentari che rientrano nella tradizione del Cilento e nella dieta mediterranea: - ulivo, - vite, - fico, - castagna, - legumi, - verdure. A queste colture si aggiungono gli allevamenti: bovino e bufalino, suinicolo e caprino. Investire sulla dieta mediterranea Oggi, la dieta mediterranea e la qualità dei prodotti opportunamente utilizzati in chiave commerciale possono dar luogo ad una buona redditività se si organizzano le seguenti linee di produzioni: • legumi e cereali rari (cicerchia, fagioli, ceci ecc.) da vendere secchi o confezionati sottovuoto; • legumi e ortaggi naturali prodotti con tecniche bio-compatibili in campo o sotto copertura, certificati, venduti lavati e stivati in cassettame (prodotti di seconda gamma); • ortaggi crudi, prodotti come sopra, lavati, tagliati e messi in buste (prodotti di quarta gamma).

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In aggiunta alle predette linee di produzione, bisogna mettere a punto un marchio di qualità e i controlli per garantire il rispetto degli standard fissati. In concreto, l’agricoltura dell’area, sfruttando appieno l’infrastrutturazione irrigua e gli altri fattori competitivi di cui dispone, può dar vita nel Cilento ad un nuovo e distinto distretto agroalimentare fondato sulla qualità e sui prodotti tipici. Un distretto così concepito disporrebbe di due mercati: quello locale e quello cosiddetto turistico, che, nel periodo estivo, è molto ampio.

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Attualmente, buona parte della domanda di prodotti agricoli sul mercato locale e turistico viene soddisfatta attraverso l’importazione di prodotti provenienti dall’esterno dell’area. Si valuta che la quantità di essi raggiunga un importo di oltre 150 milioni di euro annui. La semplice eliminazione dell’attuale deficit di produzione locale sarebbe già un buon passo in avanti per l’economia agricola perché consentirebbe di catturare e trattenere sul territorio la somma che attualmente va all’esterno per l’acquisto di prodotti che vengono consumati localmente. La spesa dei turisti provoca, come è noto, la domanda di beni e di servizi ma, in aree come il Cilento, che hanno un apparato produttivo di modeste dimensioni, alimenta invece le importazioni. Il che significa lasciare all’economia locale, a mala pena, i compensi del lavoro. Gli effetti della spesa turistica, su un territorio, dunque, sono positivi ed ampi se il predetto territorio dispone di un apparato produttivo efficiente, rilevante e settorialmente diversificato; se, invece, esso è privo di un apparato produttivo rilevante e diversificato, come il Cilento, gli effetti della spesa turistica vanno a disperdersi verso l’esterno. Non lavorare, dunque, per rafforzare il settore primario, non sfruttare l’opportunità costituita dall’infrastruttura irrigua per rendere il settore primario forte e competitivo costituisce un’omissione grave e penalizzante. È questo il tappo, la strozzatura da far saltare. La questione centrale del nostro territorio è quella di cominciare a crescere più rapidamente, di creare un’economia nuova di mercato, di ampliare la base produttiva e di conseguenza quella occupazionale, di incrementare il lavoro produttivo rispetto alla rendita da pensione, di affitto dei terreni e/o di seconde case. Il territorio, però, per incamminarsi davvero sulla via dello sviluppo, non può prescindere dal rafforzamento e dal rilancio del settore primario. Sarebbe pura utopia il pensare di poterne fare a meno. Cari lettori, non ci sono scorciatoie. Il conseguimento di questo obiettivo presuppone il recepimento del documento di orientamento dell’Unione Europea secondo cui la produzione agricola non deve puntare sulla quantità, ma sulla qualità, sui prodotti tipici e sulle produzioni ortofrutticole di pregio. Insomma, per avere successo si deve puntare, secondo le nuove linee di tendenza, sui prodotti puliti, sui prodotti tipici, sui cereali. A sua volta tale obiettivo presuppone cinque condizioni: a) organizzare la produzione nella logica dell’agricoltura ecosostenibile. b) superare il grave inconveniente derivante dalla frammentazione della proprietà fondiaria che consente produzioni ridicole. Associare, nelle varie filiere, i produttori per ridurre i costi fissi, per aumentare la forza contrattuale nei confronti dei clienti e la massa critica di offerta, ecc.;

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c) organizzare la commercializzazione sia sul mercato locale stagionale connotato da rilevanti flussi turistici sia sul mercato esterno attraverso confezioni protette da marchi riconoscibili ed inserite nelle catene distributive. È necessario, altresì, promuovere un’azienda che sia capace di piazzare sul mercato nazionale ed internazionale i prodotti tipici ad un prezzo remunerativo; c) trasformare parte dei prodotti in loco; d) aggiornare la professionalità degli operatori agricoli. So bene che il conseguimento di tutti questi obiettivi non è facile. Si tratta di un percorso complesso ed impegnativo che richiede la collaborazione non solo degli imprenditori ma anche degli enti pubblici, tra cui i Comuni, le Comunità Montane e il Parco. Fino ad oggi c’è stata una gran penuria di iniziative, sia da parte del Parco e delle Comunità Montane sia da parte dei Comuni per rimuovere le cause che frenano la nascita nel Cilento di un nuovo distretto agroalimentare, che sarebbe il terzo in provincia di Salerno, dopo quelli dell’agro nocerino-sarnese e della piana del Sele. Non vi è mai stato, infatti, un intervento sull’opportunità di valorizzare ed utilizzare l’infrastruttura irrigua per organizzare sul territorio un più moderno sistema agricolo, un nuovo ed autonomo distretto agro-alimentare. Eppure la missione degli enti pubblici è proprio quella di creare le condizioni per vincere i punti di debolezza che da sempre bloccano lo sviluppo locale. Purtroppo nessuno se lo ricorda e questo è assai grave. Di qui la mia proposta per la costituzione di un Comitato di Coordinamento, a livello locale, tra l’Ente Parco e gli altri enti operanti sul territorio per affrontare e superare le criticità indicate. Fondamentale è, dunque, puntare ad unire le aziende agricole operanti nello stesso settore in un unico brand per ridurre i costi di produzione ed aumentare i volumi del prodotto confezionato. Si pensi, ad esempio, al polo dell’olio, delle castagne, dei fichi, del vino ecc. Giocare la carta dei consorzi tra i produttori Bisogna sfruttare l’opportunità di costituire - nella filiera agro-alimentare dell’olio, del vino e della castagna - tre consorzi di piccoli produttori per ovviare all’inconveniente delle dimensioni ridotte delle aziende cilentane. La nascita dei predetti consorzi consentirebbe di conseguire i seguenti vantaggi: • la crescita della forza contrattuale dei produttori verso la distribuzione; • la creazione di marchi distintivi delle aree di produzione; • l’introduzione di tecniche innovative per il miglioramento della qualità dei prodotti;

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• la riduzione dei costi di produzione, di selezione e confezione dei prodotti. Invece che accade oggi? Accade che la quasi totalità dell’olio, del vino e delle castagne viene commercializzata attraverso mediatori, a prezzi non remunerativi, mentre questi ultimi realizzano prezzi più alti rivendendo i prodotti altrove. La creazione di consorzi dei produttori consentirebbe di avviare la distribuzione diretta, di dare ai prodotti il marchio “Cilento”, di promuoverne la qualità, di scommettere sulla specificità del territorio e di partecipare alle fiere specializzate in Italia e all’estero. Per stimolare l’aggregazione delle piccole aziende produttrici, voglio richiamare l’attenzione, per esempio, sull’olio di oliva. Attualmente la quasi totalità dell’olio prodotto in Cilento viene commercializzato attraverso mediatori pugliesi che lo pagano in ragione di due euro al litro! Un prezzo insignificante. Avviando, invece, la distribuzione diretta tramite il consorzio, sarebbe possibile venderlo anche a 10 euro al litro, cioè ad un prezzo cinque volte maggiore e molto remunerativo. Se si considera la superficie ulivetata e la capacità di produzione olearia, è facile misurare i vantaggi che ne potrebbero derivare per gli olivicoltori cilentani. E adesso parliamo della formazione Abbiamo detto “ripartire dall’agricoltura e dalla formazione”. L’abbinamento può sembrare strano, ma è evidente che la crescita delle giovani generazioni è un elemento decisivo per lo sviluppo di un territorio. Del resto, diciamocelo con chiarezza, nel Cilento c’è un limitato ricorso a quello strumento che si chiama innovazione tecnologica, sia nelle aziende agricole che in quelle dell’artigianato e nelle PMI. Non mi riferisco solo all’aspetto tecnico–produttivo, ma anche all’adozione di strategie competitive poco aperte all’innovazione ed a nuove tecniche di approccio commerciale ai mercati. In termini generali, per potenziare il settore primario e gli altri settori produttivi, occorre innalzare la qualità manageriale e le tecniche di conduzione agronomica e favorire l’adeguamento strutturale delle aziende agricole. Non c’è da illudersi. Le prospettive di sviluppo dell’economia locale si basano, preliminarmente, sull’innalzamento della cultura, sulle risorse umane e sulle tecnologie adottate. Questi e altri punti di debolezza si possono superare se aumentano le competenze dei giovani, se i giovani hanno modo di fare le loro esperienze e allargare per tempo i loro orizzonti. Infatti è acquisito che la cultura e la formazione sono le uniche insostituibili medicine per: • modificare l’atteggiamento nei confronti del lavoro facendolo passare dalla cultura del posto fisso a quello della cultura d’impresa;

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• favorire l’aumento dello spirito cooperativo o di gruppo e per diminuire l’individualismo; • aumentare il numero dei giovani disponibili a lavorare in proprio; • aumentare il sapere non solo cognitivo, ma essenzialmente operativo. Per avviare un territorio verso lo sviluppo endogeno e sostenibile non si può prescindere dalla crescita culturale della realtà locale in tutte le sue componenti nonché dal miglioramento del capitale sociale. La crescita culturale del territorio è una condizione obbligata per ampliare la base produttiva e ridurre il suo divario con le altre aree più forti del Paese in termini di ricchezza pro-capite, di produttività, di occupazione e di investimento. Ma questo obiettivo – come si può facilmente immaginare - non è facile da conseguire se il territorio non viene fermentato dal punto di vista culturale. Di conseguenza c’è un interesse del Cilento a migliorare e potenziare l’offerta formativa, e anzitutto quella scolastica con nuovi istituti di istruzione secondaria superiore.

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Capitolo ottavo

Artigianato, commercio e servizi: il sistema delle picccole e medie imprese Il Cilento ha espresso in questi anni un nuovo ceto imprenditoriale che, se pur cre-

sciuto, nel complesso è ancora gracile: la base produttiva si è ampliata, ma ancora non riesce ad assorbire la disoccupazione e valorizzare le risorse. Il territorio si presenta tuttora con un’offerta di lavoro scarsa, con una dotazione infrastrutturale insufficiente, e con istituzioni locali che non svolgono alcun ruolo attivo nel promuovere e potenziare il sistema produttivo locale. Inoltre le poche attività esistenti soddisfano solo in modestissima parte la domanda di prodotti. Purtroppo il Cilento ha pochi produttori, pochi trasformatori di prodotti, ma soprattutto nessuna tradizione nella commercializzazione. Infine la domanda interna è tuttora dipendente dalla spesa pubblica. L’esame della situazione, dunque, non autorizza slanci di entusiasmo perché l’apparato produttivo continua ad essere caratterizzato da una diffusa fragilità. Ciò significa che il territorio non può fare a meno di darsi una strategia per favorire la nascita e la crescita delle imprese industriali le quali, come è noto, rappresentano l’unica possibilità per ridurre la disoccupazione e per produrre beni e servizi che diversamente verrebbero importati con conseguente fuoriuscita di risorse finanziarie a favore delle aree esterne. Le imprese cilentane vanno aiutate a restare sul mercato, a crescere e a svilupparsi in termini competitivi perché così possono produrre reddito ed occupazione stabile. Creare un reticolo di imprese in buona salute sortisce l’effetto di una ricaduta positiva per tutti. Ma so bene che è più facile a dirsi che a farsi, essendo il percorso irto di ostacoli per la mancanza di una tradizione industriale. Manca del tutto ciò che in altre parti è già consolidato, la tante volte ricordata cultura di impresa, la voglia di mettersi in gioco di chi crede nelle proprie capacità. Manca anche un’area di insediamento industriale a servizio dell’intero Cilento, un’area di adeguate dimensioni e dotata di servizi (acqua, energia, telecomunicazioni, smaltimento rifiuti, incubatori ecc.). Mancano le azioni per potenziare le doti e le capacità dei giovani aspiranti imprenditori. Nel Cilento lo spirito imprenditoriale è spesso sopito nei giovani: per troppi anni non si è parlato di impresa, ma solo di posti di lavoro. È pertanto necessaria un’opera di educazione e di formazione adeguata. Spetterebbe alle istituzioni locali sostenere e favorire la crescita di un sistema di piccole e medie imprese, colmando gli handicap che mettono le imprese in posizione di svantaggio con il resto dell’Italia. Non possono continuare pilatescamente a lavarsene

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le mani e rimanere neutrali, né possono attendere che la transizione all’economia di mercato avvenga in maniera spontanea e in tempi rapidi. Esse hanno l’obbligo di creare le condizioni favorevoli per aiutare le PMI a raggiungere traguardi significativi di vantaggio competitivo attraverso: • la creazione di un’area intercomunale di adeguate dimensioni per l’insediamento delle imprese; • l’accesso al credito attraverso il rafforzamento e il consolidamento del Confidi Cilento; • l’attivazione di servizi reali: consulenza, formazione, aggiornamento professionale dei quadri e delle nuove leve; • diffusione di sistemi qualità certificabili: ISO 9001-2000 (per il miglioramento continuo) e 14.000 (ambiente); • contratti di rete; • piani di innovazione degli artigiani e delle PMI; • accordo di partenariato fra PMI e Istituti di Ricerca, Strutture di commercializzazione. Il problema di creare un ambiente più favorevole alle attività economiche rientra nei compiti degli enti locali. Fino a prova contraria, essi sono gli strumenti di amministrazione e di governo del territorio. Gli spazi per promuovere iniziative industriali in Cilento sono numerosi. Basti considerare la linea agroalimentare per la lavorazione dei prodotti agricoli, le industrie che utilizzano l’acqua come componente importante della lavorazione, la produzione di additivi naturali per alimenti, la preparazione di cibi pronti secondo la dieta mediterranea ecc. Cosa fare allora per far nascere nuove imprese ? Cosa fare per far crescere quelle esistenti? Cosa fare per trainare l’attuale sistema produttivo locale verso una nuova dimensione? Nelle pagine che seguono approfondiamo alcune proposte per aiutare le imprese a restare sul mercato, a crescere e a svilupparsi in termini competitivi per produrre più reddito ed occupazione stabile e di qualità. Come migliorare la finanza aziendale: il potenziamento del Confidi Cilento L’aspetto finanziario è per le aziende meridionali un punto di particolare criticità. Non è errato sostenere che l’insufficienza delle risorse finanziarie delle aziende ha minato, per un lungo periodo, la loro capacità di crescita. Tuttavia l’esperienza ricorda che alcune imprese, quelle minori in particolare, sono riuscite a crescere ricorrendo al debito bancario, spesso a breve termine, pur essendo sottocapitalizzate.

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Un aspetto problematico del modello finanziario basato sul debito è rappresentato da un’altra caratteristica negativa: quella del multiaffidamento. Questo modo di operare fa comodo alle banche e alle imprese. Per le prime vi è la finalità di frazionare le proprie esposizioni creditizie per ridurre i rischi; per le imprese, invece, avere più rapporti bancari significa disporre di una capacità di negoziazione che consente loro di mettere in competizione le banche. Il rapporto banca – impresa, inoltre, è caratterizzato da altri due elementi negativi: a) da una debole trasparenza informativa che pregiudica all’interno di un rapporto fiduciario, come quello del credito, la base di valutazione e di monitoraggio del rapporto di finanziamento; b) l’importanza delle garanzie collaterali come parametro di valutazione della finanziabilità di una impresa. In questo scenario, non certo positivo, si verifica l’applicazione delle normative indicate come Basilea 2 e Basilea 3 che hanno emanato nuove regole sui requisiti di capitalizzazione delle banche (cioè quanto capitale proprio debbono avere le banche a fronte della sommatoria dei rischi che assumono nello svolgimento della loro attività di intermediazione). Poiché il patrimonio proprio per una banca, come per ogni impresa, è una risorsa scarsa, si determina un clima di maggiore prudenza ed attenzione a livello di erogazione del credito e quindi un peggioramento delle condizioni di accesso al credito. In concreto, nel prossimo futuro, vi sarà da parte delle banche una crescente selettività nella concessione dei crediti e una più elevata attenzione al rischio. In tale contesto solo i Confidi possono essere per le imprese minori un fattore di compensazione dei predetti effetti negativi di Basilea 2 e 3. Consapevole di ciò, per dare una risposta positiva alle imprese cilentane, bisogna patrimonializzare in modo adeguato il Confidi Cilento. Allo stato la predetta società non sempre è in grado di dare il via libera ai finanziamenti chiesti dalle imprese prive di merito creditizio. La normativa di settore prevede tre tipi di soggetti abilitati a offrire alle imprese garanzie collettive sui fondi: le banche di garanzia collettiva; i Confidi vigilati (chiamati Confidi 107) e i Confidi cosiddetti minori. Per consentire alle imprese cilentane di accedere al credito, sarebbe opportuna l’iscrizione del Confidi Cilento nell’elenco speciale dei 107. Si tratterebbe di un passaggio di grande rilievo perché valorizzerebbe il ruolo del Confidi nell’ambito delle attività di finanziamento a favore delle PMI e consentirebbe di riconoscere le garanzie da esso prestate ai fini della mitigazione del rischio di credito in linea con quanto previsto da Basilea 2. La rigidità dei criteri introdotti da Basilea 2 nell’apertura di linee di credito alle im-

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prese e i più stringenti parametri di Basilea 3 rendono indispensabile l’irrobustimento del Confidi. Il suo mancato rafforzamento rende più difficile il ricorso al credito da parte delle imprese, specie di quelle più deboli. Il rafforzamento del Confidi, però, è possibile se alcuni soci della società Sistema Cilento entrano nell’ordine di idee di utilizzare gli importi delle loro quote sociali per irrobustire, sotto il profilo patrimoniale, il Confidi Cilento. Risorse per il capitale di rischio delle PMI Le piccole e medie imprese del territorio hanno in comune anche un’altra esigenza: quella di reperire risorse finanziarie adeguate per aumentare il loro capitale di rischio e quindi le loro dimensioni. Come già detto, la difficoltà ad accedere ai mezzi finanziari costituisce per le PMI un grande ostacolo. Il credito per loro è come il carburante per i motori. Da qui la necessità di far confluire nelle imprese maggiore capitale di rischio per aiutarle a crescere. Esse costituiscono un’importante base per evolversi attraverso un graduale processo di emancipazione, in medie imprese del domani. Negli ultimi anni, le piccole imprese o, per meglio dire, le micro-imprese che assicurano esclusivamente l’autoimpiego dell’imprenditore e di poche unità lavorative, sono cresciute sul territorio di numero e di peso. Da qui la necessità di aumentare il capitale di rischio.

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La Banca del Cilento per consentire alle imprese cilentane di aumentare le loro dimensioni e di favorire l’accesso al credito, si è avvalsa delle seguenti opportunità: • Fondo italiano d’investimento, nato su iniziativa del Ministero dell’Economia e delle Finanze; • Fondo rotativo PMI creato dalla Cassa Depositi e Prestiti; • Fondo di Garanzia per le PMI costituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico che presta garanzia a fronte dei finanziamenti destinati alle PMI per l’ammontare massimo di € 300.000. Ha pure stipulato una convenzione con il Confidi Province Lombarde, iscritto alla sezione di cui all’art.107 del T.U.B., che prevede il rilascio di fideiussioni a fronte di finanziamenti concessi alla clientela della Banca e alle società che hanno avviato il processo di rafforzamento. La convenzione in questione consentirà di erogare sul territorio un servizio di intermediazione della garanzia a condizioni di eccellenza e qualità. In concreto, a livello di territorio, c’è una Banca che può svolgere una funzione di sostegno per l’aumento del capitale di rischio delle imprese. C’è da augurarsi, però, che la Banca del Cilento non continui a rimanere alla finestra, rinunziando, come ha fatto fino ad oggi, a questa svolta a favore delle imprese. Purtroppo, va preso atto che la convenzione con il Confidi Province Lombarde, voluta fortemente dal sottoscritto, non è stata attivata. Fondo di garanzia per il microcredito Nel 2010 la società Idrocilento ha deciso di lanciare un fondo di garanzia per il microcredito per incentivare la nascita di micro iniziative imprenditoriali nel Cilento. Si sa che l’impresa per far fronte alle spese correnti di produzione (acquisto materie prime, costi energetici, pagamenti di fornitori ecc.) e per investire nella crescita di medio e lungo periodo (macchinari, partecipazioni in società) necessita di risorse finanziarie. Il fatturato sulla vendita di beni e servizi nella maggior parte dei casi non è sufficiente a compensare le uscite e produrre poi un profitto. Se l’imprenditore alle prime armi non ha i mezzi necessari ad autofinanziarsi, può fare affidamento solo sul microcredito. La società Idrocilento, consapevole della predetta criticità, ha già siglato con la Fondazione della Comunità Salernitana un protocollo d’intesa per determinare le condizioni per l’attivazione del Fondo di Garanzia per il microcredito. Allo stato si tratta di stipulare con la Banca del Cilento una convenzione per determinare l’avvio operativo del Fondo per il microcredito. Esso funzionerà nel modo seguente: i cittadini, residenti in Cilento, che non hanno accesso al credito e che hanno una buona idea imprenditoriale, possono rivolgersi

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alla Banca del Cilento per conoscere i documenti che debbono produrre. Il finanziamento può oscillare da un minimo di 2.000 euro ad un massimo di 20.000 e sarà garantito al 60%. Un altro motore per la crescita delle PMI: la formazione delle risorse umane La mancata crescita dimensionale delle PMI è dovuta non solo all’insufficienza delle risorse finanziarie e alla mancanza del capitale di rischio, ma anche alle carenze di tipo gestionale e alla mancanza in loco di una rete di servizi e di assistenza che, invece, esiste nelle aree economicamente più dinamiche a cui l’imprenditore può appoggiarsi per impostare i suoi business-plan e per individuare i giusti consulenti. La Fondazione Alario, consapevole che il rafforzamento della cultura d’impresa degli operatori cilentani è una condizione necessaria per promuovere la crescita dimensionale delle imprese ed aumentare la loro redditività e produttività, ha stipulato con la prestigiosa Scuola d’Impresa della Compagnia delle Opere – che associa in Italia più di 40 mila PMI – una convenzione per svolgere presso la sua sede, in Marina di Ascea, un’attività di formazione a favore di piccoli imprenditori, dirigenti, neo-imprenditori, manager e collaboratori del territorio cilentano. Questa scelta è stata fatta sia per consentire al Cilento di riagganciare i livelli nazionali dell’economia, della cultura e dell’organizzazione aziendale e sia per erogare una formazione di più alto livello. L’imprenditore deve prendere atto che la formazione è un fattore essenziale per il rafforzamento delle competenze e delle capacità delle persone. Non va dimenticato che non si smette mai di imparare. Questo principio vale anche per l’imprenditore che non deve mai sottovalutare l’importanza dell’aggiornamento continuo, dello studio, del confronto per arricchire la sua cultura imprenditoriale. È ora che l’imprenditore la smetta di ricorrere, come ha fatto fino ad oggi, all’arte di arrangiarsi e al suo “intuito”, convinto della bontà e della validità del suo “fiuto imprenditoriale”. Egli deve invece imitare i titolari delle P.M.I. del Centro Nord che per svolgere meglio il loro ruolo non mancano di impegnarsi in frequenti corsi di formazione continua. In conclusione, per superare il nanismo delle imprese, bisogna rimuovere diverse cause, tra cui l’incapacità di creare alleanze e di realizzare reti d’impresa; la scarsa preparazione e competenza nella gestione economico–finanziaria; la debolezza della forza vendita, nonché della capacità di guidare le persone e di organizzare le attività ecc. La rimozione delle predette cause consentirà, fra l’altro, una congrua riduzione dei costi aziendali e una maggiore produttività. Per conseguire, però, questo obiettivo occorre un management che conosca i processi produttivi e li sappia gestire ed ap-

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plicare. Al giorno d’oggi, il knowledge management, la gestione della conoscenza, rappresenta una delle idee più influenti nel mondo economico-aziendale. La logica è che, in un mondo del business caratterizzato da una continua accelerazione, la base di conoscenza aziendale rappresenta davvero il solo vantaggio competitivo sostenibile. Questa preziosa risorsa deve essere protetta, coltivata e condivisa da tutti i dipendenti. Ecco perché sono certo che l’istituzione della Scuola d’Impresa presso la Fondazione Alario ad opera della Compagnia delle Opere contribuirà a favorire il processo di rafforzamento e di crescita delle PMI cilentane e ad aumentare la cultura d’impresa. Per chi ha passione per le sfide e coraggio di affrontare il rischio, voglia di fare e spirito di intraprendenza, sarà uno stimolo all’innovazione, a produrre beni, a creare valore aggiunto, ricchezza e profitti. L’imprenditore vero è consapevole che il successo della sua azienda dipenderà dalla sua capacità di porsi obiettivi sempre più ambiziosi nella qualità, nell’organizzazione del lavoro, nel contenuto tecnologico e dei servizi. In una Pmi, le capacità imprenditoriali si identificano, il più delle volte, con il profilo dell’imprenditore. Per riassumere, possiamo dire che un imprenditore, nelle varie fasi di vita dell’impresa, deve far fronte fondamentalmente a quattro funzioni: organizzare, decidere, controllare e pianificare. Ovviamente tutto il processo è influenzato dalle  peculiarità  caratteriali e comportamentali proprie dell’imprenditore, nonché dall’insieme delle conoscenze, generiche e tecniche, che formano il suo bagaglio.

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Capitolo nono

La grande leva del turismo, carta vincente per il futuro Il Cilento ha anche una forte vocazione turistica. Come si è sviluppata, quali sono le

sue radici? Abbiamo già sottolineato come la vocazione del nostro territorio sia in prevalenza legata alla bellezza dello splendido paesaggio costiero e montano, alle sue tradizioni e al suo folclore, all’artigianato di qualità, alla presenza di una rete diffusa di ospitalità in strutture ricettive di diverso tipo, alla grande offerta di servizi di ristorazione di qualità. Tutto questo patrimonio però stenta ad allungare il passo perché si è concentrata l’offerta turistica sul modello balneare, trascurando il turismo congressuale, culturale, ambientale, naturalistico, sportivo, enogastronomico. Il sistema di accoglienza è migliorato dal punto di vista della qualità delle residenze, ma è ancora poca cosa. Il turista oggi richiede un prodotto turistico “globale” composto dall’insieme degli elementi di attrattiva e dai servizi che rispondono alla specifica motivazione e alle esigenze che muovono l’ospite. Un territorio che voglia configurarsi come destinazione turistica di qualità deve organizzarsi per rispondere a queste richieste, partendo dalla valorizzazione delle attrattive presenti e integrandole con i servizi richiesti dalla domanda turistica. Deve, cioè, darsi una consapevole politica turistica che ponga gli obiettivi da realizzare mediante una strategia di prodotto, di promozione e di commercializzazione condivisa con i diversi “attori” pubblici e privati. L’obiettivo è di fare dell’Amministrazione comunale il centro di “governante” del sistema di offerta turistico territoriale che è formato non solo dalle imprese turistiche, ma anche da tanti altri “attori” (commercianti, artigiani, operatori culturali e gestori di musei, operatori del settore sportivo, in particolare degli sport all’aria aperta, ecc.) che devono essere sensibilizzati e messi in sinergia fra loro.  Questo significa, in primo luogo, avere assessori (livello politico) e dipendenti (livello gestionale) dell’Amministrazione comunale consapevoli che, con il loro agire, vanno a influire in modo positivo o negativo sulle potenzialità attrattive del nostro territorio e sul successo di quanti operano per offrire servizi ai turisti, anche quando – assessori e dipendenti comunali – si occupano di materie a prima vista “non turistiche”.  Secondo questa visione gli interventi che si ritengono necessari sono: 1. riprogettazione delle modalità di relazione fra i vari uffici comunali rispetto ai temi a ricaduta turistica; 2. fare dell’Ufficio Cilentano Informazioni Turistiche non solo la struttura per la

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promozione turistica del territorio, l’informazione e l’accoglienza del turista, ma anche il centro di raccolta delle informazioni su domanda e offerta, necessarie per impostare una strategia di marketing turistico territoriale; 3. semplificare le relazioni amministrative fra imprese turistiche e amministrazioni pubbliche mediante lo “Sportello unico”; 4. rafforzare la collaborazione tra i comuni costieri e quelli dell’interno, e, più in generale, con le politiche turistiche della Regione Campania; 5. creare le condizioni per stimolare gli “attori” del sistema di offerta a creare prodotti turistici per specifiche nicchie di mercato, anche inserendosi in reti territoriali; 6. valorizzare i centri storici dell’interno come luoghi vitali e autentici di incontro fra l’ospite e il cilentano, intervenendo sulla pavimentazione dei “vicoli”, sulla cura dell’arredo urbano, sulla pulizia di strade e piazze, sulla raccolta differenziata dei rifiuti, sull’eliminazione di cavi elettrici e telefonici almeno negli scorci di maggiore valenza estetica e paesaggistica; 7. aumentare le aree pedonali, almeno per certi periodi stagionali e in certi orari, ricercando il consenso dei residenti; dobbiamo restituire ai cilentani e ai turisti il gusto di passeggiare nel centro di Acciaroli o di Palinuro godendo delle sue bellezze; 8. stimolare sinergie fra i diversi musei cittadini e promuovere eventi culturali e mostre d’arte, valorizzando a tal fine il patrimonio culturale di proprietà comunale; 9. sostenere l’artigianato artistico e tradizionale di qualità; 10. assicurare la qualità e autenticità del paesaggio rurale, la manutenzione della viabilità secondaria, ecc.; 11. migliorare la raccolta differenziata intervenendo per ridurre l’impatto estetico degli attuali punti di raccolta specie nelle immediate vicinanze dei centri storici; 12. investire nelle energie rinnovabili come elemento di attrazione di “turismi” sensibili alla problematica ambientale; 13. rendere ciclabili alcuni tratti di strada lungo la costa cilentana; 14. stimolare le associazioni sportive a organizzare eventi di rilievo nazionale sul territorio; 15. migliorare e ammodernare le infrastrutture sportive creando impianti capaci di ospitare gare di rilevo nazionale, anche di sport minori; 16. investire per rendere il Cilento e il suo territorio un caso di eccellenza nell’accoglienza di turisti con bisogni speciali (disabilità, fisiche e mentali, ecc.). Perciò viene spontaneo fare il confronto con la qualificazione e diversificazione dei servizi che c’è in altre regioni d’Italia per capire che molta altra strada si deve urgentemente fare.

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Perché – diciamocela tutta - pur avendo un grande potenziale turistico, il Cilento non è riuscito a qualificarsi come area di vacanza del centro-nord Italia e dell’Europa, non ha integrato l’offerta del mare e del sole con ciò che ci invidiano e che altrove non hanno: la storia, il mito, la natura incontaminata, la cultura locale e altre risorse. Tutti sanno che nel Cilento vi sono luoghi cantati da Virgilio (il Capo Palinuro); c’è Elea-Velia che custodisce un importante sito archeologico e le radici del pensiero occidentale. Che si aspetta a utilizzare questi lasciti come volani e attrattori di sviluppo? Quando si deciderà la classe politica ad aprire gli occhi? Oggi la concorrenza tra regioni è fortissima. Come nell’industria, non basta puntare solo sui prodotti tradizionali: perché il sole e il mare vengono offerti anche da altre aree del Mediterraneo e spesso a condizioni anche più economiche. Il Cilento, dunque, può diventare meta di vacanze se si impegna a mettere a sistema tutte le proprie risorse, non solo quelle balneari, con un’adeguata attività di promozione e con il miglioramento e la differenziazione della recettività. E se si capisce una volta per tutte che fra i segmenti che compongono il mercato turistico non c’è solo il mare e la spiaggia di luglio e agosto. Secondo le tendenze del mercato nazionale ed internazionale, queste risorse naturali sono ormai insufficienti per richiamare i turisti, essendosi diffuse nuove forme di turismo. Un territorio suggestivo come il Cilento, per attrarre il turismo internazionale tutto l’anno, deve integrare mare, spiagge, clima, bellezze naturali e beni archeologici con un’offerta ricca e variegata, comprendente più opportunità turistiche. Ciò che è stato fatto in altre zone, da noi non si è fatto o si è fatto un po’ troppo alla buona, e le conseguenze le stiamo pagando. Il Cilento interno con i suoi paesaggi, i suoi prodotti tipici, i suoi insediamenti, i suoi usi e la storia locale può diventare oggetto di un grande interesse da parte degli amanti della natura, e degli abitanti delle aree metropolitane rovinate da tante emergenze ambientali. Si va diffondendo un nuovo modello di turismo, fortemente legato al territorio e alle sue risorse che vede ormai milioni di persone viaggiare per conoscere nuovi territori, nuovi paesaggi e prodotti. In sostanza è cambiato il modo di scegliere, organizzare e vivere la vacanza. Nell’era post-industriale, la domanda di fondo che muoveva milioni di italiani verso le ferie “stessa spiaggia stesso mare” è stata ribaltata. Il modello delle vacanze nei posti dove andavano tutti è entrato in crisi. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo, il pacchetto “sole, mare e sabbia” o il pacchetto “tutto compreso” sono stati soppiantati da forme alternative di viaggio e da un diverso stile di vacanza. Si va affermando il concetto di “viaggio-esperienza”, del “viaggiare lento” che consente la scoperta di nuovi territori, di nuovi paesaggi, di attività sportive a contatto con la natura.

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Ecco, in questo scenario s’inserisce il territorio cilentano che deve sviluppare la cultura dell’accoglienza, la capacità di trattare bene il turista viaggiatore, offrirgli servizi di qualità per diversi tipi di turismo, nonché cibo tipico a prezzi equi. In conclusione, oggi si scelgono vacanze brevi in località dove si possono fare passeggiate e tour in bicicletta, andare a cavallo o soddisfare passioni come la pesca, il tiro con l’arco ecc. Il turismo rurale e quello enogastronomico La diffusione di questo nuovo modello turistico legato al territorio offre alle zone rurali del Cilento un’ampia prospettiva di sviluppo e quindi la possibilità di evitare il declino e lo spopolamento. Il turismo, dunque, può dare una mano alle aree interne e quindi alle comunità locali che vivono su di esse. Ma a patto che si diversifichino i prodotti e si rispettino le motivazioni dei vacanzieri. È necessario inserire il territorio interno nei grandi circuiti turistici incrementando le strutture ricettive e migliorando l’accoglienza. Nelle aree rurali non mancano certo le imprese agricole che dovrebbero essere interessate all’integrazione del loro reddito, concorrendo alla formazione dell’offerta turistica. La nota dolente resta comunque quella della ricettività, ancora insufficiente ed inadeguata. È in crescita, stando ai dati, anche il turismo legato all’enogastronomia. Ma non nel Cilento. Eppure è la patria della cucina mediterranea, potrebbe veleggiare tra le vette di questo settore. Perché sono molti i cittadini italiani e stranieri che amano passare i loro weekend e le loro vacanze alla riscoperta della buona cucina e dei buoni vini. C’è pure da sfruttare meglio il riconoscimento UNESCO alla Dieta Mediterranea che, come è noto, si fonda sul consumo di ortaggi, frutta, cereali, un bicchiere di vino, carni bianche. Si tratta di recuperare quindi la capacità di offrire piatti della antica tradizione contadina che si offrono solo in Cilento. Rafforzamento dell’offerta di servizi Nell’estate 2009, il Consorzio Velia, a seguito dell’avvio di un processo di confronto e di coinvolgimento dei sindaci dei comuni rivieraschi del fiume Alento, delle Comunità Montane del Gelbison-Cervati, dell’Alento-Montestella e delle Associazioni turistiche locali (sfociato nella sottoscrizione di tre accordi di collaborazione), lanciò un ambizioso progetto di valorizzazione turistica, ambientale, sportiva e ricreativa del complesso Alento per dare al territorio un nuovo corso nel campo turistico. Il sistema Alento, per chi non lo sapesse, è costituito da un lago che si estende per circa 3,5 Km su una superficie di 150 ha; dalla fascia di rispetto che circonda l’invaso

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per 13 Km; dall’ampia area a valle della diga sistemata a “parco attrezzato” dove è stato realizzato un altro laghetto artificiale esteso su 5.000 mq, con una fontana, una piazza, una cappella, un parco giochi per bambini, un campo per il tiro con l’arco, un bar, un ristorante, una sala-convegno, un parcheggio, una foresteria, la sede del Consorzio Velia e l’Oasi naturalistica, lunga 8 km, dove sono stati realizzati sette stagni fuori alveo ed uno in alveo. Tutto questo piccolo paradiso si caratterizza oggi da un lato come una grande area di attrazione e di svolgimento del turismo scolastico e dell’educazione ambientale, dall’altro come una grande palestra all’aperto per lo svolgimento di attività legate al settore del tempo libero. Per meglio cogliere la dimensione del sito, giova ricordare che la superficie del complesso è di ben 475 ettari. È stata pure realizzata la strada di collegamento Alento-Stio per 18,7 Km: di questi, 16 km sono già una realtà, mentre si attende solo il finanziamento dell’ultimo lotto, pari a 2,7 chilometri. Non si può negare che già oggi questo complesso, centrato sull’invaso dell’Alento, per le sue caratteristiche e la qualità degli interventi realizzati, costituisce una grande opportunità per l’avanzamento del territorio sulla via dello sviluppo turistico. Se verrà implementato con gli interventi indicati e descritti, quest’area attrezzata non mancherà di diventare un grande attrattore turistico-sportivo-ricreativo ed ambientale, in grado di richiamare nell’area un gran flusso di turisti vacanzieri in tutti i mesi dell’anno e quindi di ampliare la stagione turistica, almeno a sei mesi, attualmente concentrata su appena 30-40 giorni. Non sfuggirà, altresì, che il progetto ideato, una volta attuato, diventerà un’opera di svolta e di cambiamento per l’intero territorio, dalla collina interna al mare, perché, oltre a potenziare i servizi di educazione ambientale, accoglienza e ristoro e ad assicurare un’offerta integrata di servizi consentirà non solo una diversa organizzazione del territorio, spostando gradualmente la residenza turistica dall’area costiera ai comuni interni, ma anche il rafforzamento della sua competitività ed una crescita sostenuta e duratura della nostra economia. Va pure considerato che il complesso si trova in una privilegiata posizione geografica, cioè a pochi chilometri dalle principali attrazioni culturali della Campania: Velia, Paestum, la costa cilentana, i santuari naturalisti del Parco (area delle Gole del Calore, il sistema dei santuari, i siti rupestri della dorsale del Monte Chianiello, le falde boscate del Cervati, ricompresi nei siti Natura 2000 e nel patrimonio universale dell’UNESCO). Nessun altro luogo della Campania concentra in pochi chilometri un così ricco patrimonio storico, archeologico ed ambientale. Eppure, ancora non ci siamo. Per aumentare la forza attrattiva e di richiamo del complesso, è necessario realizzare una pluralità di interventi complementari ed arricchire l’offerta dei servizi per le varie tipologie di sport. Ecco a mio avviso quali:

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un campo di gara per la canoa con una tribunetta e i servizi igienici; il potenziamento del parco-giochi per bambini; campi di pesca sportiva; il completamento della pista attorno al lago nella zona a monte dell’invaso; il museo dell’acqua; l’estensione fino al mare dell’oasi naturalistica con inizio dal Comune di Lustra, comprendente la costruzione di un corridoio naturalistico ciclo-pedonale lungo il corso dell’Alento; - la costruzione del centro-visite per l’area nord del Cilento; - un’area attrezzata con punti di ritrovo e di partenze per escursioni; - un vivaio di piante autoctone; - la costruzione degli ultimi 2 Km della strada di collegamento diga Alento-Stio per consentire ai visitatori e ai turisti di raggiungere, in pochi minuti, i “santuari naturalistici” del Parco Nazionale del Cilento. Il turismo può diventare una risorsa sostituiva delle attività manifatturiere e quindi motore di rinascita economica e promozione sociale. A sua volta il Piano Territoriale della Campania considera la fascia fluviale dell’Alento un “corridoio regionale” da potenziare (fa parte della rete ecologica regionale e dei Siti di Interesse Comunitario nel quale si inserisce il complesso Alento). Per questi motivi le amministrazioni locali hanno convenuto sulla necessità degli interventi proposti. Dopo la stipula degli accordi di collaborazione anzidetti, il Consorzio Velia ha bandito addirittura un concorso internazionale di idee sul tema, sia per far transitare il disegno di valorizzazione turistica, sportiva ed ambientale del fiume Alento, dallo stadio di idea a quello di studio di fattibilità, e sia per individuare, nell’ambito delle proposte progettuali che sarebbero pervenute, la migliore. Il concorso ha suscitato un largo interesse a livello nazionale, come è testimoniato dalla partecipazione di ben 14 gruppi di professionisti multidisciplinari e dalla qualità delle proposte progettuali. Su quattordici elaborati pervenuti, la Commissione di esperti ha premiato come migliore quello del gruppo professionale “Sinergheia” di Salsomaggiore per aver dimostrato una buona conoscenza del contesto locale e degli strumenti urbanisti regionali e per aver delineato un piano integrato di azioni che prevede più di cento interventi concreti e fattibili, nonché diffusi sul territorio. Gli interventi previsti, una volta realizzati, daranno vita ad una grande attrezzatura pubblica che, per la molteplicità di funzioni e servizi che assicurerà, concorrerà a far crescere, in modo esponenziale, non solo la competitività del Cilento nello scenario turistico nazionale ed internazionale, ma anche la forza attrattiva e di richiamo dell’area per riequilibrare le presenze tra la zona interna e quella costiera onde superare il vincolo della stagionalità del turismo.

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Inoltre, la realizzazione del progetto consentirà ai singoli comuni rivieraschi di fare interventi complementari sul loro territorio (arredo urbano, aree a verde, sistemazione strade vicinali ed interpoderali, sentieri per passeggiate ecologiche, recupero, conservazione e riuso di immobili civili e rurali disponibili lungo i circuiti e loro utilizzo come basi logistiche e di accoglienza, aree di sosta, aree panoramiche attrezzate, cartellonistica, piste ciclabili, promozione di alberghi, pensioni e ristoranti nei centri storici, eco villaggi, ecc.) per migliorare il contesto locale sotto il profilo ambientale, paesaggistico e dell’accoglienza. Il progetto Alento, infatti, riguarda solo la fascia fluviale, dalle sorgenti alla foce, e non comprende la valorizzazione in termini ambientali e turistici del resto dell’area idrografica del bacino che rimane nella competenza dei singoli comuni.

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Il campo da golf e il villaggio agrituristico Voglio parlarvi adesso di un’altra carta che è possibile giocare alla grande. Alla fine degli anni ’80, il Consorzio Velia, che mi onoro di presiedere, prese l’iniziativa di chiedere alla Regione Campania il finanziamento della progettazione di più interventi, tra cui quello di un campo da golf ubicato nel fondo “Foresta”, in agro di Castelnuovo Cilento. Il sito fu scelto perché esperti del settore, dopo averlo ispezionato, convennero sulla opportunità di poter destinare il fondo ad insediamento turistico-sportivo, in funzione dei seguenti requisiti: • perché a ridosso della costiera cilentana nel tratto Paestum-Sapri; • per la grande disponibilità di acqua e per la morfologia del terreno; • perché dotato di un ottimo collegamento viario e ferroviario; • per la presenza del mare, non inquinato, a pochi chilometri; • per la presenza del centro polifunzionale della Fondazione Alario, in Marina di Ascea, e del polo sportivo, ricreativo-naturalistico ed ambientale dell’Oasi Alento; • per la vicinanza ai porti di Casal Velino e di Acciaroli, così come ai siti archeologici di Velia e di Paestum; • per l’ampiezza dell’area territoriale che offre ottime risorse climatiche, naturalistiche, ambientali, culturali, storiche ed archeologiche; • per il collegamento viario del territorio con l’aeroporto di Pontecagnano; • perché il fondo ha un’estensione tale da consentire la realizzazione di un programma coordinato di interventi. All’interno del fondo “Foresta” potrà trovare posto, da un lato, una struttura ricettiva delle dimensioni di 350-400 posti letto (che potrebbe essere articolata in due unità alberghiere da 100-120 posti letto ciascuna e da un residence per circa 100 posti letto) e, dall’altra, un complesso di strutture sportive complementari comprendenti campi da tennis, piscina, ecc. La realizzazione del campo da golf, in funzione degli elementi di sicuro successo che ne caratterizzano il progetto, presuppone l’individuazione di un imprenditore disponibile a gestirlo e a realizzare il villaggio agrituristico. Il progetto del campo da golf rappresenta una risposta concreta per creare, nel Cilento, una struttura turistica di livello nazionale ed internazionale, in linea con i segnali che provengono dal settore, in grado di superare il vincolo storico locale della stagionalità del turismo e di incentivare altri investimenti capaci di creare le condizioni per un generalizzato e moderno sviluppo dell’area e di ampliare l’offerta turistica. Il Consorzio, in questo caso, ha operato quale agenzia tecnica dei comuni di Castelnuovo Cilento, Casalvelino ed Ascea, che lo designarono a motivo delle conoscenze

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tecniche e amministrative necessarie alla realizzazione di interventi complessi, di forte connotazione interdisciplinare, maturate in lunghi anni di esperienza. In concreto, la responsabilità programmatica e politica dell’intervento in questione è degli enti locali, mentre l’attuazione del progetto è affidata al Consorzio che, com’è noto, è una struttura avente personalità giuridica pubblica. Questa impostazione, fra l’altro, venne recepita dalla Regione Campania, come si può evincere dall’autorizzazione del Ministero per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno del 27/6/1992, prot. n.5274/92, con la quale quest’ultimo, vista la proposta programmatica della Regione Campania, autorizzò l’Agenzia per la Promozione dello Sviluppo del Mezzogiorno a stipulare con il Consorzio Velia una convenzione avente ad oggetto una pluralità di interventi tra cui il campo da golf in questione. La Giunta Regionale della Campania, su proposta dell’Assessore Regionale al turismo, ha approvato (con deliberazione n.1343 del 06/08/2008) otto progetti per lo sviluppo turistico. Essi rientrano nell’Accordo di Programma Quadro “Sviluppo Locale”, approvato a seguito dell’Intesa istituzionale di programma della Campania, stipulata tra il Presidente della Giunta della Regione e il Presidente del Consiglio dei ministri in data 16/2/2000. Cinque progetti riguardano Napoli e provincia, gli altri tre rispettivamente Avellino, Caserta e Salerno. Per Salerno è previsto il campo da golf a Castelnuovo Cilento con la spesa di 15 milioni di euro. In data 1/10/2008 è stato sottoscritto un protocollo di intesa fra il Consorzio di Bonifica Velia e l’Assessorato al Turismo della Regione Campania. Si è in attesa del definitivo finanziamento dell’intervento. Il “prodotto congressuale” Allo stato il Cilento, come ho già fatto presente, non dispone di un vero e proprio centro congressuale al fine di promuovere il turismo congressuale e d’affari in aggiunta a quello balneare e agli altri turismi. La scelta del sito dove svolgere i congressi è influenzata dalla presenza, accanto al nucleo centrale rappresentato dalla struttura congressuale, di una serie di servizi che possono essere definiti come “accessori” facenti capo a competenze di attori diversi, che danno luogo al “prodotto congressuale”, così come inteso dalle esigenze dell’utenza. La prossimità di risorse turistiche tradizionali, la presenza di risorse culturali, la possibilità di praticare attività sportiva ecc vengono ad assumere un ruolo essenziale accanto alla sua capacità ricettiva. Normalmente un centro congressi è dotato di:

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• una sala principale per le riunioni plenarie; • due-tre sale per riunioni e seminari con una capienza da un minimo di 40 persone a 60-70; • un ufficio per gli esponenti del Comitato Organizzatore del congresso; • un centro stampa attrezzato con telefoni, fax, collegamento internet; • una zona di ristoro con bar; • un parcheggio ad uso esclusivo. La possibilità di realizzare in Cilento un centro congressi di avanguardia è offerta dal fatto che la Fondazione Alario, oltre a disporre dell’Auditorium Parmenide con 350 posti e del Teatro all’aperto con 300 posti, ha spazi sufficienti per portare a compimento le altre strutture appena elencate. Risulta già predisposto il progetto infrastrutturale che prevede l’integrazione delle strutture principali con la realizzazione dei servizi satelliti. L’investimento complessivo è stimato in circa un milione di euro. La realizzazione del suddetto progetto permetterà l’incremento dell’attuale standard infrastrutturale e di consentire al territorio di raggiungere un qualificato livello di dotazione tecnologica nel settore congressuale. Per trasformare, però, un territorio in un polo di attrazione turistico – congressuale, non basta la costruzione di un centro congressi e la costituzione di un Convention Bureau. Occorre che i componenti della filiera congressuale (alberghi, ristoranti, agriturismi, agenzie di viaggio, ecc), pur conservando la loro autonomia, si sentano parte di un territorio, di un sistema a rete. Il successo è dato dal lavoro di gruppo. Considerare solo la propria azienda, la propria perfomance è un approccio miope che non porta risultati durevoli nel tempo. Se fino a ieri l’obiettivo era vendere servizi di qualità, oggi per garantire un rapporto continuo di fedeltà con il cliente è necessario vendere la qualità complessiva della destinazione e del territorio. Ogni azienda fa parte di un tutto e non può pensare di affrontare da sola le sfide poste dal mercato. È necessario superare l’idea di concorrenza tra aziende all’interno di uno stesso settore e sostituirla con il concetto di collaborazione e di cooperazione per porsi sul mercato come un territorio che offre una molteplicità di servizi. La possibilità di trasformare, convertire un territorio in un polo di attrazione turistica e congressuale è legata, dunque, non solo alla qualità del centro congressuale e dei servizi congressuali singolarmente considerati, ma al livello di soddisfazione che l’intera filiera riesce e garantire ai clienti. Nel quadro appena descritto, è prioritaria la patrimonializzazione della società Elea Congressi-Convention Bureau in ragione di almeno 500.000 euro per costituire la quota privata di investimento al fine di poter beneficiare di un contributo pubblico,

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in capitale di pari importo, da valere sulle misure del POR Campania 2007-2013, onde acquisire le risorse finanziarie necessarie per completare il Centro Congressuale. L’obiettivo non sarebbe difficile da raggiungere se i componenti della filiera congressuale venissero nella determinazione di partecipare alla società Elea-Congressi sottoscrivendo una quota di capitale sociale. Sta, dunque, ai titolari degli alberghi, dei villaggi turistici, dei campeggi ecc. sfruttare il complesso della Fondazione Alario come nuova risorsa per catturare una parte del turismo congressuale.

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Capitolo decimo

I “cani sciolti” del Terzo Settore e il possibile ruolo della Fondazione Alario U

n altro aspetto importante riguarda, anche nel caso del cosiddetto terzo settore, il bisogno di fare squadra e di unire le forze per autopromuoversi. Andare ognuno per conto proprio, come cani sciolti, è il modo migliore per andare alla deriva e perdersi per strada. Aggregarsi in strutture che funzionano vuol dire, invece, tante cose: venire a sapere e a sapere per tempo, far sentire la propria voce, organizzare la promozione del territorio o di particolari eventi e poter contare su un addetto stampa, formare il personale, moltiplicare i servizi e perfino allestire un centro acquisti. Il soggetto che meglio saprebbe fornire questo tipo di servizi a tutti i livelli è la Fondazione Alario che, come ho cercato ampiamente di evidenziare, si è data, in base all’art. 2 dello statuto, più missioni, tra cui quella di accompagnare e supportare il processo di sviluppo socio-economico del territorio cilentano attraverso la crescita del capitale sociale e il superamento degli handicap elencati nel primo capitolo. In tale prospettiva si propone l’attivazione di un programma pluriennale di animazione, di promozione e di accompagnamento culturale diretto a: • promuovere tra i giovani e gli adulti la coscienza dei doveri e dei diritti, cioè di una “cittadinanza attiva”, fondata sul rispetto delle regole di una convivenza civile e di una sana amministrazione dei beni pubblici; • modificare gli atteggiamenti e i comportamenti che alimentano la cultura del sospetto e della separatezza; • valorizzare, di anno in anno, la memoria storica del Cilento e di Elea-Velia che costituisce il fondamento della “specificità” cilentana cioè del contributo originale dato allo sviluppo della civiltà occidentale; • accrescere la formazione culturale e professionale delle risorse umane, soprattutto dei giovani; • valorizzare le risorse naturali, culturali e paesaggistiche del territorio intensificando la collaborazione fra i soggetti locali (operatori ed istituzioni); • accrescere la consapevolezza dell’importanza della cultura e della formazione come agenti di cambiamento e di rafforzamento della società civile e come strumenti motori dello sviluppo locale attraverso la produzione di “beni relazionali”; • promuovere la cultura d’impresa (che è mix di creatività, innovazione, capacità di

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farsi carico di obiettivi sociali assieme al profitto), la cultura finanziaria e la conoscenza del mercato, stimolare i soggetti locali a coinvolgersi nelle iniziative che verranno avviate e accrescere la loro consapevolezza sulle cose da fare, sugli interventi da compiere. Tenendo presente che oltre alla crescita economica, occorre anche arrivare a risultati di crescita sociale e civile. E ciò è possibile se si opera secondo una strategia, un disegno, una programmazione evitando gli interventi isolati, fine a se stessi; richiamare l’attenzione dei cilentani sulla necessità di orientamenti e comportamenti personali e collettivi indirizzati allo sviluppo locale; acquisire al territorio “cultura di governo” liberandolo dalla tradizionale politica dell’assistenza; accompagnare gli organismi nati negli ultimi anni a sviluppare sinergie e a massimizzare le potenzialità dei loro programmi; realizzare un coordinamento tra i soggetti appartenenti al terzo settore per spingerli ad operare in modo congiunto ed in un’ottica di sistema per conseguire obiettivi condivisi; realizzare un nucleo di esperti per rispondere ai bandi di corsi di formazione nel contesto di un’intesa con gli enti locali.

La presenza, pertanto, della Fondazione Alario sul territorio colma una grave lacuna del nostro sistema sociale perché va ad integrare i sistemi culturali e di istruzione del territorio. Vorrei farvi rilevare che quest’ultimo aspetto è molto importante. A tale riguardo vi ricordo che l’attività culturale in Cilento, già di per sé modesta, non può essere più frantumata in un numero elevato di microattività per la mancanza di una regia, un tavolo di concertazione per avviare eventi importanti e condivisi. In concreto, come negli altri settori, anche in quello della cultura, finora non si è fatto rete, sistema, massa critica, si è operato invece in modo disgregato, episodico, scoordinato. Da qui l’opportunità che la Fondazione si faccia promotrice di un’unione, di un raggruppamento di tutti gli operatori del terzo settore per indurli ad agire in modo unitario mettendo insieme forze, idee e risorse. Limiti patrimoniali della Fondazione Alario La Fondazione Alario ha un notevole patrimonio immobiliare, ma non dispone ancora di risorse finanziarie per svolgere appieno la sua missione. Il patrimonio immobiliare, pur avendo una significativa consistenza, è funzionale alle attività statutarie, ma non è in grado di produrre reddito. Essa, pertanto, essendo

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priva di autonomia finanziaria, per lo svolgimento delle sue attività, è dipendente dalle risorse della Pubblica Amministrazione. Ha, infatti, partecipato fino ad oggi ai bandi statali e regionali e l’ha fatto con successo, pur risentendo di una certa discontinuità. Allo stato, però, a causa dell’attuale crisi economica e finanziaria, i bandi regionali e nazionali hanno subito una drastica riduzione per effetto del ridimensionamento degli stanziamenti pubblici per la cultura e la formazione, per cui il ruolo supplente della Fondazione viene messo a dura prova. Né è possibile contare sul finanziamento dei comuni cilentani. Purtroppo è amaro constatare che la cultura in Cilento non è stata mai ritenuta e considerata dagli amministratori locali un investimento o un’opportunità. E a questa mancanza di sensibilità si aggiunge un’altra considerazione: allo stato attuale anche una richiesta di modesto contributo cadrebbe sostanzialmente nel vuoto e non troverebbe alcuna risposta positiva. Ciò deriva, oltre che dall’obiettiva e critica situazione finanziaria di tali enti, anche del fatto che essi non sono ancora consapevoli dell’importanza di un’azione culturale e formativa e delle positive ricadute che essa avrebbe sulla collettività locale. Se confrontiamo la situazione della Fondazione Alario con quella delle fondazioni tipo Cini di Venezia, Agnelli di Torino, e altre, rileviamo che quelle istituzioni possono contare su delle rendite patrimoniali e finanziarie, mentre la Fondazione Alario non dispone di risorse finanziarie autonome che le consentono di svolgere la sua missione e quindi le attività per servire i bisogni del territorio. È evidente che senza risorse la Fondazione non è in grado di accompagnare e supportare culturalmente il processo di sviluppo socio – economico del territorio, né di promuovere a livello locale le condizioni culturali atte a provocare un cambio di mentalità. La crisi obbliga tutti a trovare nuove forme di impegno e nuove fonti di finanziamento. Il territorio deve prendere atto che, avendo bisogno di sviluppo, di crescita e di ampliamento dell’occupazione, non può prescindere da servizi culturali e formativi di un soggetto importante qual è la Fondazione Alario. Come ho già detto, per fare sistema, per diventare comunità, per innestare un autonomo processo di sviluppo territoriale, non si può prescindere dal superamento di quelle criticità che hanno condizionato fino ad oggi lo sviluppo locale. La possibile autonomia finanziaria della Fondazione Alario Per consolidare il ruolo attivo della Fondazione a fianco delle istituzioni locali, del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano e degli altri soggetti, per aiutarla a svolgere le attività che si rendono necessarie per incrementare il capitale sociale, è più che mai necessario garantirle la sostenibilità economica.

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Ovviamente la scelta non spetta a me, essendo coinvolto nella vita dell’istituzione, bensì alla società civile che deve decidere se, in sostituzione dello Stato e della Regione che non stanziano più risorse per la crescita culturale della società locale, intende finanziare la Fondazione Alario per metterla in condizione di soddisfare le esigenze culturali e formative del territorio e consegnare così ai giovani una comunità migliore. Questo obiettivo, però, ha bisogno di uomini e donne che guardano avanti con fiducia operosa, che avvertono l’ambizione di contribuire alla crescita della società locale e di concorrere alla sua modernizzazione, al suo cambiamento per avvicinarla a quella delle aree più forti. Naturalmente la speranza è che, aggiunto al sostegno che verrà dalla società civile, vi sia anche quello degli enti locali, del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano e delle imprese locali beneficiarie finali del capitale umano qualificato. In concreto, poiché lo Stato non dispone di risorse per fare investimenti in cultura, la società civile, le banche, gli enti locali, il mondo imprenditoriale e le aziende non profit debbono individuare la modalità giuridica più opportuna per poter sostenere finanziariamente in pool la Fondazione ed aiutarla a diventare un centro d’eccellenza, capace di sviluppare attività formative e culturali per la valorizzazione delle risorse del territorio. Per conseguire tale finalità, c’è ampia disponibilità a modificare l’assetto proprietario della Fondazione e a trasformarla in Fondazione di partecipazione che, come si sa, costituisce uno strumento di diritto privato molto flessibile perché consente l’adesione di soggetti assai diversi tra loro come istituzioni, imprese, enti pubblici, persone fisiche, banche ecc. I partecipanti alla Fondazione di partecipazione - che si obbligano a versare il previsto contributo annuo - hanno diritto ad eleggere i loro rappresentanti nel Consiglio Generale e nel Consiglio di Amministrazione. Allo stato i soggetti presenti sul territorio del Cilento, aventi la medesima missione (quella dello sviluppo locale) e che dovrebbero essere interessati alla Fondazione sono: il Parco Nazionale del Cilento, la Banca del Cilento, la Banca dei Comuni Cilentani, la società Idrocilento e gli enti locali. Nella missione dei predetti enti, con l’avvio del federalismo, diventa preminente l’assunzione di un ruolo attivo e propulsivo per lo sviluppo economico e per la crescita culturale e sociale dei territori in cui operano. È auspicabile, dunque, che i predetti soggetti, anziché operare da soli, ciascuno per proprio conto, agiscano in partnership per sommare le risorse di cui ciascuno può disporre, onde avere a disposizione una maggiore massa critica per consentire alla Fondazione di operare al meglio. Vorrei pure ricordare che la cooperazione tra le organizzazioni imprenditoriali e le

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amministrazioni pubbliche e i soggetti del terzo settore produce coesione, fiducia, progettualità, organizzazione, etica, ecc. Non deve altresì sfuggire che, con l’attuazione del federalismo e il conseguente trasferimento delle competenze dall’Amministrazione centrale alle Regioni e agli enti locali, l’autonomia decisionale sulle scelte strategiche per lo sviluppo economico del territorio si sposterà sempre di più dal centro alla periferia. In pratica si rovescia la piramide dell’assetto organizzativo dello Stato perché diventa centrale il ruolo della comunità locale con le sue esigenze e le sue speranze. Gli enti locali, dunque, diventano responsabili dello sviluppo socio – culturale – economico delle comunità amministrate e non semplicemente dell’efficiente erogazione dei servizi. È perciò opportuno da parte dei soggetti operanti sul territorio raccogliere l’invito a partecipare attivamente alla crescita culturale, sociale ed economica della comunità accettando di aderire alla Fondazione di partecipazione che, come già detto, è uno strumento elastico e duttile, previsto dagli artt.12 e 1332 c.c., perché permette ai soggetti pubblici e privati di cogestire gli interventi nei cosiddetti “settori rilevanti” secondo la disciplina civilistica. Essa, inoltre, consente di formare un soggetto misto (pubblico – privato) e quindi di far coesistere insieme imprese, banche, associazioni, soggetti privati e pubblici.

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Va ancora evidenziato che il soggetto che aderisce alla Fondazione, come socio, entra nel Consiglio Generale partecipando alla gestione ed alla definizione degli obiettivi e della strategia operativa del proprio contributo finanziario e di quello degli altri partners. La Fondazione, dunque, pur rimanendo un soggetto privato non profit, con la modifica proposta, condividerebbe con i rappresentanti delle istituzioni pubbliche e degli altri soggetti, il compito di elaborare e gestire la cultura del cambiamento e della modernizzazione. Il risultato complessivo di questa modifica comporterà un sostanziale ridimensionamento dell’attuale potere di nomina dei componenti degli organi della Fondazione e un’accentuazione del carattere democratico della stessa. La formula di cui sopra, infine, oltre ad aprire la Fondazione alle istituzioni del territorio, dovrebbe consentire di risolvere anche la copertura dei fabbisogni finanziari. Tra i vari soggetti che possono contribuire a dotare, in modo significativo, la Fondazione dei mezzi necessari a raggiungere i propri scopi ci sono la Banca del Cilento e la società Idrocilento, entrambe interessate a far diventare la Fondazione un loro soggetto strumentale e ad avvalersi di essa per perseguire lo scopo della promozione dello sviluppo economico fornendole una parte dei mezzi per raggiungere le finalità enunciate negli statuti.

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Come è noto, gli enti strumentali sono caratterizzati dal fatto di esercitare in proprio funzioni e servizi di spettanza di un altro ente. Ovviamente tale scelta darà diritto ai predetti soggetti di ottenere una presenza qualificata nell’assetto organizzativo e di governo della Fondazione, nonché il riconoscimento della responsabilità di assicurare, attraverso l’attività di direzione e di coordinamento, il raggiungimento dei fini statutari. Poiché, però, le risorse che la Banca, Idrocilento e le altre istituzioni possono mettere a disposizione, sono limitate bisogna anche attivare la raccolta fondi presso gli operatori economici dell’area cilentana. Tale raccolta darà i suoi frutti solo se dopo una progressiva diffusione di una sensibilità culturale favorevole al rafforzamento della società civile, l’opinione pubblica percepirà la Fondazione come una risorsa importante, uno strumento utile per la realizzazione di un cambiamento nel nostro territorio. In questa prospettiva, la Fondazione per soddisfare questa esigenza e svolgere proficuamente l’attività di fund raising, deve migliorare la qualità culturale dei propri collaboratori e delle iniziative proposte al fine di ottenere una maggiore attenzione e considerazione a livello territoriale e accreditarsi come uno strumento utile e moderno, anche attivando ampi partenariati con privati e istituzioni su grandi progetti di formazione o di interesse generale. Tra l’altro, un innalzamento della qualità e quantità dei progetti portati avanti dalla Fondazione, potrà anche essere da stimolo per gli enti locali che oggi non contribuiscono adeguatamente – o per nulla - alle sue attività (sia per mancanza di consapevolezza degli effetti benefici delle attività culturali sul territorio sia per mancanza oggettiva di fondi) ma che domani potrebbero tornare ad avvicinarsi vedendo le risultanze dell’attività svolta. Ma la domanda è: esiste oggi nel Cilento la volontà di utilizzare la Fondazione Alario per rimuovere le cause del sottosviluppo e della sottocultura? La risposta spetta ad altri, ma qui vale la pena di tener presente ciò che dice il Premio Nobel Gary Becker – uno degli economisti più autorevoli del mondo e protagonista del Festival dell’Economia di Trento – quando afferma che «nel prossimo futuro crolleranno i Paesi che non investiranno sulla conoscenza e sulla formazione continua e che nei prossimi anni, nei prossimi decenni, il successo e la crescita saranno di casa in quei Paesi che sapranno investire nei propri cittadini.» Riposizionamento del ruolo della Banca del Cilento nel sistema territoriale La crisi economica con la crescente difficoltà delle finanze pubbliche a contenere il grave deficit accumulato e a rientrare dallo stesso, ormai vicino al 120% sul PIL, la caduta dei volumi della spesa pubblica, la fine della politica assistenziale, la forte emi-

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grazione dei giovani, l’abbandono del lavoro nelle campagne, l’aumento della disoccupazione e l’analisi del contesto socio – economico obbligano la Banca del Cilento a ripensare e a rivedere il ruolo istituzionale svolto fino ad oggi, superando definitivamente la funzione di bancomat a sostegno di progetti, privi di benefici sull’economia del territorio. A mio avviso, la Banca, senza lasciarsi prendere da facili entusiasmi per i livelli di crescita acquisiti e continuando a rimanere con i piedi per terra, deve proporsi di svolgere sullo scenario locale un ruolo da protagonista più attivo, lavorando anche in partnership con altri soggetti e collaborando con istituzioni non profit. Oggi, come in passato, essere Banca di Credito Cooperativo significa diventare punto di riferimento del territorio e per esserlo compiutamente occorre partecipare ai processi di crescita della comunità, essere all’altezza del cambiamento. Il Presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, in un’intervista al Sole 24 Ore, affermava: «Queste finalità differenziano e caratterizzano la Banca di Credito Cooperativo nel sistema bancario e permettono ad essa di non venir meno alla relazione con il proprio socio – cliente e il territorio di competenza.» Convinto che l’orientamento strategico della Banca, indicato nell’art. 2 dello Statuto, rappresenta una grande opportunità per il suo futuro posizionamento, indico qui di seguito la missione che dovrebbe svolgere nell’attuale contesto economico-sociale. Ventun anni fa la Banca del Cilento è nata con la nobile missione di finanziare l’economia del territorio. In aggiunta a questo compito, ne ha un altro importante e strategico: favorire la crescita economica, culturale e sociale dell’area di competenza promuovendo iniziative e progetti di vasta ricaduta sociale. Negli anni passati, la Banca, ritenendo prioritario il suo rafforzamento patrimoniale, si è limitata a destinare 30-40mila euro annui per sponsorizzazioni culturali, manifestazioni sportive e attività non profit. Negli ultimi anni, invece, essendo diventata un asset fondamentale per il territorio, un’impresa che cresce annualmente, che aumenta le sue dimensioni operative, gli impieghi, le quote di mercato e gli utili, ha ampliato la dimensione del suo impegno sociale e culturale, aumentando le erogazioni annuali per cui, oltre a finanziare i piccoli eventi, ha pure finanziato progetti rilevanti e di interesse generale. Questo fino a ieri, perché oggi, a seguito del taglio dei fondi pubblici a favore della cultura e della formazione, la Banca, continuando nel solco della sua missione sociale, deve fare la scelta di mettere a disposizione della comunità più risorse per le attività che si prefiggono di creare le condizioni culturali affinché nella società locale si realizzi un processo di innovazione socio-culturale ed uno sviluppo socio-economico sostenibile e compatibile. La mia idea è che la Banca, avendo risorse limitate, fra le varie opzioni possibili, deve

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privilegiare la produttività sociale ed escludere gli interventi circoscritti al mero sostegno di una qualsiasi iniziativa. È arrivato il momento che il sistema locale venga aiutato ad eliminare o a ridurre le cause dell’arretratezza. Il territorio non può continuare a rimanere senza una strategia. Questo maggiore impegno deve essere vissuto dalla Banca come un dovere verso la comunità, come se fosse il suo azionista di riferimento territoriale. A riguardo si evidenzia che, in aggiunta all’art. 2 dello Statuto, c’è anche la legge n.59/92, secondo cui gli amministratori della società, nella relazione al bilancio di esercizio, debbono «indicare specificamente i criteri seguiti nella gestione sociale per il conseguimento degli scopi statutari in conformità con il carattere cooperativo della società.» La Banca, dunque, oltre a servire al meglio le piccole e medie imprese, oltre a mettere a disposizione del territorio risorse finanziarie a condizioni non onerose, deve anche concorrere al «miglioramento delle condizioni morali, culturali ed economiche dei soci, dei clienti e della comunità.» In concreto, come le Fondazioni bancarie sono altrove uno strumento importante della politica dello sviluppo territoriale, così le BCC debbono esserlo nell’area di loro operatività. In fondo le BCC, essendo banche locali, sono un patrimonio della comunità per cui è sacrosanto e giusto che esse promuovano iniziative per il suo sviluppo, partendo dai bisogni che essa esprime. È ormai definitivamente riconosciuto che il ruolo delle BCC non va circoscritto solo alla intermediazione creditizia e finanziaria, ma deve essere prevalentemente orientato alla crescita culturale, sociale ed economica della comunità. D’altra parte mentre per le banche di natura privatistica l’obiettivo fondamentale è il profitto e la distribuzione degli utili agli azionisti, per le BCC, invece, il fine primario è rappresentato dal miglioramento delle condizioni morali, culturali ed economiche dei soci, dei clienti e della comunità di riferimento. La vocazione delle BCC è di essere “differente per forza”, e l’utile è uno strumento per costruire un futuro migliore. Come le Fondazioni bancarie traggono le risorse per la propria attività istituzionale dagli utili che ricevono dalle partecipazioni nelle banche, così le BCC debbono darsi una strategia per avere, ogni anno, una buona redditività e bilanci con risultati positivi, in modo da poter destinare una parte degli utili della gestione, dopo l’assegnazione minima del 70% all’incremento della riserva legale, per finanziare iniziative finalizzate allo sviluppo locale. Essendo la Banca un patrimonio della collettività, del territorio, i suoi amministratori devono avvertire la responsabilità di incrementare la loro attenzione sulla riduzione dei costi operativi, sul ridimensionamento del grado di rischio con l’affinamento della valutazione dell’affidabilità creditizia delle controparti debitorie.

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In un territorio che ha problemi vecchi e nuovi, che ha imprese troppo piccole, l’agricoltura in crisi, una disoccupazione giovanile pari al 60%, il PIL per abitante inferiore del 50% rispetto a quello del centro nord, parte dell’occupazione irregolare, gli amministratori non possono rimanere indifferenti e disattendere la missione della Banca. Essi debbono impegnarsi a sostituire, in via parziale, i finanziamenti pubblici per aiutare tanti giovani con elevata scolarità e voglia di lavorare, a trovare un’occupazione in loco. Per centrare questo obiettivo bisogna attuare il programma indicato. Il management della Banca non può occuparsi della creazione di valore soltanto nella prospettiva più strettamente economica, trascurando la dimensione etico–sociale dell’attività. Viceversa deve rimanere preminente nella missione dell’azienda l’assunzione di un ruolo attivo e propulsivo per lo sviluppo economico e per la crescita dei territori in cui opera. Uno scopo, questo, che la Banca del Cilento intende raggiungere rafforzando e valorizzando la propria autonomia societaria e gestionale, in modo da conseguire apprezzabili livelli di efficienza, che sono funzionali, da un lato a soddisfare le esigenze della clientela, e dall’altro a realizzare risultati economici in linea con le aspettative dei soci. Per perseguire tale finalità, la Banca dovrà essere attenta alla migliore gestione del suo patrimonio e quindi, alla redditività degli investimenti: in caso contrario, non avrebbe risorse sufficienti per svolgere la sua funzione sociale, venendo meno quindi alla sua missione . Nel centro-nord, molte BCC, ritenendo il ruolo sociale strategico ed essenziale, hanno dato vita a Fondazioni di propria emanazione ovvero si sono unite per dar vita a una Fondazione unica a servizio di tutte le Banche socie. A titolo di esempio si ricordano le seguenti: • Fondazione BCC – CRA Provincia Treviso; • Fondazione BCC – CRA Provincia di Vicenza. Queste due Fondazioni sono nate per uscire dalla funzione di bancomat e per riunire sotto un unico coordinamento le molteplici iniziative di carattere sociale, culturale ed economico che svolgono nel territorio di competenza delle singole banche aderenti per accrescere il capitale sociale e la cultura. Non essendo proponibile la costituzione di una Fondazione unica a livello locale, l’ipotesi progettuale più credibile e percorribile rimane quella della modifica dell’attuale statuto della Fondazione Alario con un “azionariato” diviso in tre: un terzo alla Banca; un terzo alla Società Idrocilento; un terzo al successore della Fondatrice. Soffermarsi sui vantaggi dell’operazione per la Banca del Cilento è del tutto superfluo se si considera l’attuale valore di mercato del solo patrimonio immobiliare della Fondazione. La Banca del Cilento, considerato che le risorse che può mettere a disposizione sono limitate e modeste, anziché muoversi da sola e per proprio conto, deve valutare l’op-

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portunità di operare prevalentemente in sinergia con la Fondazione Alario e la società Idrocilento per far fermentare il territorio dal punto di vista culturale. Scegliere di sommare le risorse che ciascuno ente può mettere a disposizione è molto più saggio rispetto all’agire in modo solitario. Dobbiamo contribuire a modificare la cultura del Cilento perché i motivi del suo declino, come già detto, sono anche culturali. Un giornale locale e un sito web per comunicare e informare Tra le mie tante proposte, ce n’è una che mi sta particolarmente a cuore e che riguarda la creazione di un sito web e di un periodico mensile di informazione rivolto alla società civile del Cilento. Penso ad un giornale vero, dinamico e moderno, che non sia cioè la solita palestra di esercitazione a scrivere, e neppure un assemblaggio di pseudo articoli letti solo da chi li scrive. Il giornale e il sito web di cui sogno la realizzazione dovranno essere capaci di conseguire le seguenti finalità: 1) accelerare il processo di modernizzazione del Cilento su obiettivi di sviluppo sociale; 2) accrescere tra i cittadini la consapevolezza dell’importanza della cultura e della formazione, intese come agenti di cambiamento e di rafforzamento della società civile; 3) accreditare la Fondazione Alario, la società Idrocilento, il Centro Iside, i consorzi di bonifica che presiedo come strumenti utili e moderni; 4) modificare gli atteggiamenti e i comportamenti che mantengono in vita la cultura del sospetto; 5) avviare un dibattito sulle politiche da mettere in atto per sostenere la reale crescita del territorio; 6) pervenire ad una cooperazione tra i diversi livelli di governo locale, partendo dalla situazione di fatto nella quale mancano disponibilità e orientamenti alla coesione istituzionale; 7) stimolare i soggetti locali a coinvolgersi nelle iniziative che verranno avviate e accrescere la loro consapevolezza sulle cose da fare, sugli interventi da compiere perché, oltre alla crescita economica, occorre anche arrivare a risultati di crescita sociale e civile; 8) far acquisire al territorio una “cultura di governo”, liberandolo dalla tradizionale politica dell’assistenza; 9) produrre e pubblicare sul giornale servizi relativi alle attività svolte da enti pubblici e privati, corredati da interventi di esperti ed interviste ai protagonisti. Bisogna, insomma, far capire alla classe dirigente locale che il Cilento, per uscire dall’attuale situazione di silente sottosviluppo, deve fare assegnamento più sulla società civile che sui fondi pubblici; infatti l’attivazione dello sviluppo locale parte

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– come si legge in tutti i manuali di economia – dalla valorizzazione delle risorse esistenti. La Fondazione Alario potrebbe fungere da elemento propulsivo per questo tipo di giornale, ma per svolgere il suo ruolo e la sua missione, essa deve disporre di risorse finanziarie che le consentano di pianificare l’attività, secondo le decisioni degli organi, considerando aggiuntivi i fondi pubblici.1 In conclusione, credo che attraverso una corretta, vivace e puntuale informazione si possa far sedimentare nell’opinione pubblica locale gli obiettivi indicati affinché lentamente diventino pensiero, indirizzo ed infine azione. Ogni anno, però, sarà bene verificare se alle buone intenzioni sono seguiti fatti concreti, se ciò che si è seminato ha dato frutti, se almeno parte degli obiettivi sono diventati pensiero ed indirizzo comune e se con l’attività di informazione e di comunicazione si sono gettate le basi per un nuovo orientamento e un nuovo corso della comunità locale.

1. Voglio ricordare che la Fondazione dispone di un rilevante patrimonio immobiliare, adeguato a svolgere una funzione strategica nel campo della formazione e dell’innovazione culturale, ma attualmente non dispone di rendite finanziarie, come le fondazioni bancarie, né di flussi sufficienti per coprire i costi e finanziare le sue attività

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Conclusione

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ora fermiamoci un momento a raccogliere le idee. Partendo dal libro “Una storia cilentana” di Ubaldo Scassellati, ho fatto una ricostruzione delle finalità dei soggetti nati negli ultimi 25 anni e delle iniziative assunte fino ad oggi per far crescere culturalmente, socialmente ed economicamente il Cilento. In più ho cercato di spiegare perché è necessario che il territorio abbia un “disegno complessivo di sviluppo”. La finalità del presente saggio, dunque, è quella di informare la comunità locale, in modo corretto, di quanto è stato fatto in questi ultimi anni per dotare il territorio di un’importante filiera istituzionale e di ciò che si dovrebbe fare per promuovere lo sviluppo dell’area. A questa finalità si aggiunge un auspicio: al momento del passaggio del mio testimone, vorrei che si evitasse ogni forma di competizione o di contrapposizione fra gli eventuali aspiranti alla mia successione. Non ce n’è motivo. Quello a cui tengo di più è di trovare uno o più candidati in grado di assicurare la continuità della gestione, nel rispetto delle missioni statutarie. Dico questo perché ritengo di avere qualche modesto titolo per avanzare tale proposta, essendo stato l’artefice della loro nascita e crescita. Pertanto, chi aspirasse a prendere in mano il testimone dei soggetti che sto guidando e proseguire la corsa, come si fa nella staffetta, si faccia avanti senza indugi o timidezze. Sarà il benvenuto per affiancarmi e acquisire l’esperienza necessaria per guidare una realtà aziendale complessa e difficile. Ovviamente deve trattarsi di aspiranti che concepiscano la carica come una missione, un’opportunità per realizzare un programma di rinascita e non come un’occasione per ricevere indennità, prebende, riconoscimenti, visibilità ecc. Può darsi, però, che a questo punto qualche lettore si ponga la domanda: perché mai questo avvocato Chirico parla con tanta passione della Fondazione Alario che lui stesso ha fondato, della Banca che ha presieduto per 21 anni e delle altre aziende che fanno capo a lui? Che cosa ci vuol dire? Forse aspira ancora a qualche riconoscimento importante? No, cari amici. Non aspiro più a niente. Se avessi avuto l’ambizione, che so, di fare il deputato o il senatore, be’, mi sarei mosso almeno 20 anni fa. Non l’ho fatto perché non mi interessava la carriera politica. Se uno si impegna, deve farlo nell’ambito in cui crede di rendersi più utile. Io ho creduto e credo nell’impegno civile e nello spirito di servizio per la nostra comunità, che continuerò a portare avanti finché vivrò. Ho rite-

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nuto di poter dare un contributo lavorando sodo, testardamente, appassionatamente per il mio Cilento. Mi sono preoccupato di ottenere e gestire bene grandi finanziamenti pubblici per aumentare il patrimonio di infrastrutture pubbliche in settori strategici. Ho progressivamente dilatato il mio impegno dal tema iniziale dell’acqua e della bonifica a quello dello sviluppo non solo civile, ma culturale, formativo, creditizio e finanziario del Cilento, e sono anche lieto di aver contribuito a far riscoprire quella “miniera d’oro” che è l’antica Elea. Ciò che, dopo tanti anni, ancora mi appassiona, di fronte alla gravità dei problemi e delle sfide che ci incalzano, è di dare una mano a far crescere il nostro territorio con un disegno complessivo di sviluppo intorno a cui aggregare le forze imprenditoriali, economiche, sociali, istituzionali e politiche della realtà cilentana. Infine, prima di accingermi a uscire di scena, gradirei individuare e fiancheggiare, per un breve tratto, le figure giuste per favorire la mia successione. E infatti, l’avrete visto: ho parlato di Idrocilento, Fondazione Alario, Cilento Servizi, Elea Congressi ecc. per guardare avanti, non indietro, pensando a ciò che ancora manca e non a quello che mancava una volta (l’acqua, l’accesso al credito, ecc.). Dunque, se c’è una cosa che vorrei dire a tutti i cilentani è questa: impariamo a fare squadra e a non lasciarci sfuggire le occasioni. Il gioco di un collettivo è determinante nello sport, ma lo è anche negli altri settori. Smettiamola di essere divisi e incapaci di produrre le scelte coraggiose che si impongono. Dove sta scritto che la mancata valorizzazione delle risorse locali, l’irrazionalità dei sistemi di conduzione, lo spopolamento delle campagne, e la debolezza del sistema imprenditoriale devono continuare anche nel futuro? A questo riguardo mi sono preso la libertà non solo di indicare una rotta, ma anche un metodo di lavoro: quello della coesione delle forze sociali e delle proposte che possono costituire una base per aprire un vero dibattito sullo sviluppo dell’economia cilentana. E dico questo considerando che la crisi economica mondiale e i continui tagli delle manovre finanziarie potranno indebolire ulteriormente il nostro sistema territoriale. Dunque, come potete ben capire, il percorso avanti a noi è uno solo: ribaltare l’attuale modello di sviluppo e aderire a un modello più moderno, più dinamico, più al passo coi tempi. Il che significa, prima di tutto, far evolvere l’attuale sistema produttivo verso una nuova fase. Di questo processo di cambiamento, che non cade dal cielo, dovranno essere attori principali gli enti pubblici, i comuni, gli imprenditori, le forze sociali, i professionisti. E anche la politica dovrà fare di più, certo, molto di più di quanto abbia saputo fare fino a oggi. Mi auguro di tutto cuore di non rimanere inascoltato, pur avendo indicato obiettivi, linee di azione e aree di intervento.

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Come sarà il Cilento fra vent’anni? Sarà capace di reagire o sarà attratto irrimediabilmente nel gorgo degli emarginati diventando un grande parcheggio per vecchi centenari? E ancora: perché la ricchezza media di un cilentano è di molto inferiore a quella media di un italiano? Perché diventiamo più poveri degli altri? Ecco le domande che giriamo ai nostri politici e alla classe dirigente. I cittadini hanno il diritto di sapere il futuro che li aspetta prima del collasso definitivo o di un lento silenzioso tramonto. La politica (non quella di Roma o di Napoli, ma la nostra, quella locale) deve rendersi disponibile a un sistematico e più efficace dialogo con i cittadini per sintonizzarsi e intercettarne in maniera diversa i bisogni, le attese, le speranze. È un’impresa titanica? Forse, ma io resto fiducioso, anche se gli avvenimenti della cronaca quotidiana fanno di tutto per convincermi del contrario. Al punto in cui stanno le cose, sono convinto che sia assolutamente essenziale un impegno collettivo forte, emotivo. Occorre una ripresa di coscienza da parte di tutti i cittadini che credono nel futuro come costruzione e fatica, impegno e responsabilità. Occorre un programma forte, chiaro e condiviso. E questo, purtroppo, il Cilento non lo ha mai fatto, e forse non lo sa fare. Perché manca un’idea comune di futuro desiderabile, manca la capacità di trasformare le parole in fatti concreti, manca il senso di urgenza, manca un dibattito che investa e coinvolga l’intera comunità intorno alle sue sorti. Ma, come ho detto all’inizio: bisogna insistere, osare e perseverare. Partendo però da un’analisi vera e approfondita della situazione attuale. Dobbiamo essere in grado di prendere coscienza dei nostri ritardi, delle nostre manchevolezze, delle nostre meschinità e, senza più indulgere ai vizi antichi, gettare il nostro cuore di cilentani oltre gli ostacoli. Solo così prepareremo – come dice il grande poeta Paul Eluard – giorni e stagioni a misura dei nostri sogni. A mio avviso ci sono tutte le condizioni per varare, in questo difficile momento, una strategia di rilancio del Cilento partendo dalla cultura per alimentare la speranza e per battere la rassegnazione.

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Postfazione di Pasquale Persico

Per una rivisitazione non rituale di temi di tanta rilevanza voglio ricordare le premes-

se al libro fatte dallo stesso autore. Il suo è un appello a fare nuovamente il viaggio nel tempo e nello spazio nel suo Cilento, sapendo che qualsiasi mappa per descrivere ed analizzare il territorio non potrà mai rappresentarlo completamente nella sua complessità storica, culturale, economica e sociale. Non a caso il suo contributo è “un accorato appello a non rimanere indietro, a non perdere ulteriori occasioni di sviluppo, a rafforzare la base produttiva del territorio. Ma per combattere il ritardo bisogna avere la consapevolezza piena che esso esiste, è intorno a noi e continua da molti decenni. Ma non basta nemmeno la consapevolezza, perché poi bisogna comprenderne le cause, odierne e remote, che lo hanno determinato.” Nel linguaggio dell’autore le parole e le paure della grande crisi contemporanea sono lontane. Le parole Spread, Downgrading, Default, Double Dip, Recessione, Debito, Banche centrali non possono appartenere al racconto del viaggio già fatto per far nascere strutture ed infrastrutture intorno alle quali proporre una ripartenza decisa. Certo il presupposto di analisi è drammatico. “I numeri, chiari e inequivocabili indicatori quantitativi, testimoniano la continua e progressiva emarginazione del Cilento in ambito economico.” Ma i cinquantenni di storia personale raccontano che molte cose possono essere fatte, e “l’importanza di arrivare tardi” dell’economista Hirschman diventa lo stimolo normativo per entrare nel contemporaneo dalla porta principale. L’avvertenza, “Io non sono un economista di professione”, diventa il pretesto per parlare delle realizzazioni delle istituzioni economiche realizzate e della loro possibile evoluzioni in una visione di nuova governance strategica. Sì! Perché il libro parla della ricerca di una nuova scala di governance, politica, istituzionale ed economica per aggredire senza indecisione il tema della crescita e dello sviluppo vero del Cilento, per non perdere l’ennesima occasione di entrare nella storia contemporanea e sociale dell’ Europa a più velocità. Egli lo ha detto con chiarezza: “il tradizionale modello di sviluppo non è più adeguato alle sfide poste dalla globaliz-

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zazione dell’economia e dalla società della conoscenza. E mi sono convinto che non abbiamo più tempo.” Come dare valore allora alla sua ricetta che esce fuori dal coro degli economisti della crescita e dello sviluppo che oggi non fanno altro che parlare di “Finanzcapitalismo” e delle difficoltà di trovare i beni rifugio per salvare il salvabile? Per l’autore i beni rifugio sono legati alle mappe del suo Cilento, rifacendo le mappe con gli occhi della modernità sapremo trovare il nuovo Cilento, le mappe del potenziale includono il capitale fisico, il capitale umano, il capitale sociale e quello cognitivo. Il dato nuovo è il desiderio di trovare una nuova consapevolezza che dia forza a parole mai usate per scuotere il territorio. Il capitale cognitivo emerge dalle mappe del risveglio, della risorgenza, del potenziale invisibile, della rinascita dell’appartenenza, delle ripartenze possibili. “Il Cilento dispone oggi di una robusta filiera istituzionale costituita dal Parco Nazionale, dalla società Idrocilento, dalla Fondazione Alario, dalla Banca del Cilento, dal Confidi Cilento, dalla Società Sistema Patto Territoriale e da altri organismi minori. Una realtà unica, dunque, perché composta dai tasselli di un mosaico capace di concorrere allo sviluppo socio-economico e di integrare l’azione degli enti locali e territoriali.” Questa non è un’affermazione ingenua, ma è il punto di partenza per un ragionamento che riguarda la necessità di mettere a sistema l’esistente, prima di un salto di scala di area vasta, per far riconoscere il territorio del Parco come area significativa e a soggettività politica ed istituzionale rilevante. L’attenzione dei media sul Cilento è aumentata, la morte tragica di un sindaco orgoglioso e l’attenzione sui temi dell’Unità d’Italia (“Noi c’eravamo”) hanno fatto scoprire un paesaggio sublime accanto ad un altro che vuole entrare in campo con temi ed appartenenze diverse. Allora le istituzioni a cui fa riferimento il libro sono istituzioni simbolo di un modello di sviluppo che nonostante la crisi dello stato e delle istituzioni locali può trovare ancora accoglienza e credito. Le ricette dello sviluppo vanno in altre direzioni in questa fase di concentrazione delle ricchezza finanziaria, del potere politico e della distribuzione dei redditi; ma un economista e scienziato politico brasiliano sembra dare speranza alla ricetta del nostro autore. Luis Carlos Bresser-Pereira ha azzardato questa previsione: “il nuovo capitalismo che emergerà da questa crisi riprenderà probabilmente le tendenze ancora vitali che erano presenti nel capitalismo orientato, in particolare quello dei tempi gloriosi (1947-1977)”. In campo economico la globalizzazione continuerà ad avanzare nel settore del commercio e della produzione, in quello finanziario dovrà avere un freno; in campo sociale, le classi professionali ed il capitalismo basato sulla conoscenza dovranno emergere.

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Una nuova stagione democratica dovrà nascere e prospettarsi con nuove tipologie di scambio capaci di mostrare una politica più orientata socialmente ed in grado di fondarsi su nuovi istituti di partecipazione. L’autore attinge la sua speranza dalla storia del capitalismo e dalla speranza di una metamorfosi orientata verso la democrazia. La qualità della vita delle masse che oggi sembra arretrare dovrà riemergere come componente irrinunciabile dello sviluppo. In questo solco, il modello proposto da Chirico condivide con il noto autore economista la speranza dell’improbabile come laboratorio da perseguire sull’esempio delle realizzazioni già vitali. Pur volendo ammettere che errori siano stati commessi da governi locali e classi dirigenti ciò non impedisce di valutare lo stato dell’arte che vede l’area pilota di riferimento in grado di approfittare dell’efficacia delle istituzioni e delle imprese di riferimento. Alla società Idrocilento spetterà il compito di disegnare il percorso strategico che consente di ampliare la prospettiva dei servizi ecologici del bacino, da quelli legati all’uso dell’acqua a quelli dell’energia fino a considerare la Natura uno dei clienti privilegiati per una restituzione consapevole e la necessità di avere una resilienza alta di tutte le aree connesse. Alla Banca bisognerà garantire l’autonomia finanziaria ed economica perchè la sua missione di banca locale possa essere ampliata, una finanza etica e ben orientata a migliorare il tasso di accumulazione delle imprese è il ritornello fermo e poetico del nostro autore. Poi la Fondazione che mi onoro di presiedere deve svolgere un ruolo di sussidiarietà importante nei settori della cultura e della formazione. Un capitale cognitivo si forma nel tempo lungo e la scuola è il luogo di riferimento, ma anche il coinvolgimento della società civile deve essere una priorità. Le classi dirigenti nascono e crescono nei processi di cambiamento e per l’autore il cambiamento è ora diventato necessario. Il grido di Senofonte Talatta si è trasformato in un nuovo mare-patria che dovrà ispirare tutto il Cilento interno. Diventare anguilla è la metafora nascosta nelle raccomandazioni e nella conclusione, e non più capitone che cerca di vivere di rendita di posizione; affrontare il mare aperto per riprodursi e rinnovare i temi del viaggio verso lo sviluppo. Il viaggio di apprendimento è appena iniziato ed il libro ci indica una strada da percorrere senza la paura del labirinto; il sentiero dello sviluppo non è noto e le ricette adattive sono quelle più pericolose. Attingere al potenziale è perciò la strada giusta e il coraggio di mostrare il cammino già fatto non è in questo caso superbia espositiva ma propensione alla fiducia necessaria ad accelerare il passo, una vera motivazione al cambiamento è annunciata nel libro come grido d’allarme e d’amore per un territorio che ha un DNA a potenziale aperto.

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Franco Chirico

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Finito di stampare nel mese di ottobre 2011 Progettazione e realizzazione Segno Associati www.segnoassociati.it

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