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Direttore Mauro Spagnolo Anno 1 - N° 2 - DICEMBRE 2016

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IL CORAGGIO DI CAMBIARE L’EDITORIALE di Mauro Spagnolo

Secondo lo studio “Deadline 2020” presentato pochi giorni fa al vertice messicano C40 Conference of mayors, un terzo delle emissioni globali è legato direttamente alle città (infrastrutture, urbanistica, trasporti). Se le metropoli dovessero continuare a crescere, come peraltro è inevitabile che sia, i gas serra rilasciati nei prossimi cinque anni porterebbe il Pianeta direttamente oltre la soglia dei 2°C di aumento della temperatura. E ormai conosciamo tutti le conseguenze di questo surriscaldamento, anche perché alcune di esse sono già abbondantemente in atto. Una presa di posizione forte, rispetto a questa terribile emergenza, ancora una volta la prendono le amministrazioni locali, in barba ai tentennamenti dei grandi che, nonostante gli impegni assunti recentemente con l’Accordo sui cambiamenti climatici, non riescono a liberarsi dalle pressioni delle lobby industriali e dalle miopie nazionali. I sindaci di Atene, Parigi, Madrid e Città del Messico hanno annunciato, nel corso del C40, il programma per vietare la circolazione di auto e furgoni diesel sulle loro strade entro il 2025. Una decisione presa per “migliorare la qualità dell’aria dei cittadini” e per la quale i quattro sindaci promettono di “fare tutto quanto in

loro potere per sostenere l’uso delle auto elettriche, ibride o a idrogeno”. Ancora una volta prendiamo lezioni da interventi coraggiosi - ma purtroppo locali – di Amministrazioni che superano, con programmi virtuosi, ciò che i Governi nazionali non riescono a fare, anche se sarebbero obbligati a farlo. La prima cittadina di Parigi, Anne Hidalgo, gioca addirittura al rilancio: nella sua città i mezzi inquinanti saranno off limits dal 2020. “I sindaci – spiega Anne Hidalgo - si sono già alzati in piedi in passato per dire che il cambiamento climatico è una delle più grandi sfide che abbiamo di fronte. Oggi, dobbiamo rialzarci in piedi per dire che non tollereremo più inquinamento atmosferico, problemi di salute e le morti che provoca, in particolare nei nostri cittadini più vulnerabili“. Il confronto tra Parigi e Roma è inevitabile. E non solo perché anche noi abbiamo una sindaco donna. Innanzitutto mi domando: perché la nostra capitale non partecipa attivamente, ma solo a livello di rappresentanza, al C40 Conference of mayors, Il vertice che attualmente riunisce 90 città del mondo, tra cui Rio, Caracas, New York, Dakar, Addis Abeba, Seoul, Pechino e Shanghai e che ha fatto della lotta climatica la sua priorità? Forse perché i nostri

amministratori non reputano la salute dei cittadini una priorità assoluta? O perché è troppo scomodo prendere iniziative che pestino i piedi a categorie e interessi di settore? Da quando ero giovane ascolto il ritornello che Roma “è una città troppo grande e urbanisticamente complessa per essere gestita correttamente”. Traffico e qualità dell’aria sembrano problemi ormai talmente radicati nella nostra esistenza urbana da farne parte in modo permanente, al pari del Colosseo e del cupolone. E non c’è nulla di più pericoloso di un problema che diventa abitudine. Allora io mi chiedo: perché dobbiamo cedere alle abitudini, anche se storiche, o trovare giustificazioni solo perché altri non sono mai riusciti a risolvere questi maledetti problemi? Perché dobbiamo dare per scontato un così basso livello di qualità della vita nella nostra amata città? Ecco, appunto, qualità della vita. E’ ormai un parametro di confronto tra le grandi megalopoli del mondo, nel quale concorrono qualità dell’aria, tempi di percorrenza, rapporto abitante/ verde e decine di altri fattori. E dove si colloca Roma, in questa classifica, ve lo lascio immaginare. Anzi, qualsiasi cittadino che vive quotidianamente la nostra città lo può immaginare. L’unica strada per realizzare un reale cambiamento è il coraggio, quello che è mancato ai nostri amministratori precedenti e, fino a prova contraria, a quelli attuali. Solo il coraggio di sradicare completamente situazioni ormai cristallizzate, andando contro gli interessi di pochi a favore di quelli di tutti, può comportare una svolta reale. Alludiamo alla politica della viabilità, dei parcheggi, delle emissioni dei motori termici e delle caldaie domestiche, delle piste ciclabili e decine di altre iniziative che potrebbero restituire la voglia di vivere, intendo vivere bene, nella nostra meravigliosa Roma. Allora, sindaco Raggi, dimostri davvero la lontananza dai suoi predecessori – ragione per la quale ha ottenuto gran parte dei voti – e regali ai cittadini romani politiche nuove, straordinariamente nuove, che distruggano l’immobilismo a cui siamo abituati. Ci dia solo un segno di questo cambiamento reale; sarebbe il regalo più bello che potrebbe far trovare ai suoi cittadini sotto l’albero di natale.


ALIMENTAZIONE

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Perché le uova no? La risposta dei vegan

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di Andrea Biello, iVegan.it​

Prodotte in allevamenti intensivi o “biologici”, le uova sono frutto di un sistema che predestina gli animali a un ciclo vitale scandito dalle esigenze dell’uomo. Anni fa discutendo di animali da reddito, mi venne l’ispirazione per scrivere un racconto dal titolo: “La pianta delle uova”. É la storia di un pulcino nato femmina e quindi selezionato per diventare gallina ovaiola. “Trasformare mangime in uova è quello che so fare”, recitava la piccola gallina appena messa in produzione. Quel pulcino, felice di non essere finito nel “trita-pulcini” avrebbe potuto vivere una vita al servizio dell’uomo e sarebbe stato utile alla società trasformando il mangime in uova e l’investimento dell’allevatore in profitto. Così, anche chi è sfruttato fino alla morte, sentendosi parte di un sistema allevia in qualche modo il suo status: “finché sarò necessario verrò trattato bene”, ma è proprio questo il punto cardine della storia. Ogni sfruttato, di qualsiasi genere, specie o razza viene usato dal sistema finché utile al profitto per poi essere abbandonato al proprio destino. E per le galline ovaiole il destino è diventare, dopo una produzione forsennata, carne da macello. Questo perché non è possibile mantenere animali in vita se non sono produttivi. Vale per i grandi allevamenti intensivi quanto per i piccoli allevamenti “familiari”. Una gallina è costretta a produrre uova altrimenti il mangime e le cure che riceve si tramutano in perdita finanziaria. Così, dopo un breve periodo di produzione

(da 1 anno e mezzo a circa 3 anni), gli animali vengono avviati al macello e alla vendita. Anche nel caso di allevamenti cosiddetti “biologici” il triste destino di questi animali è il medesimo. La produzione delle uova, inoltre, è una forzatura imposta da anni di selezione da parte degli uomini. La femmina del pollo rosso della giungla (l’antenato selvatico della gallina) fa circa 20 uova l’anno. Negli anni ‘40, l’industria avicola è riuscita a creare una gallina da 100 uova l’anno, ben lontana da quello che sono riusciti a fare oggi: 260 uova l’anno di media.

Il gelato a Natale? Sì, ma d’autore

Questo livello di produzione richiede una quantità di calcio altissima che esaurisce tutte le loro riserve, causando fratture per l’inesorabile osteoporosi. Questi animali arrivano a fine ciclo produttivo spremuti, esausti e malati, la morte che li aspetta sarà solo una grande liberazione. Spezzare la catena produttiva degli allevamenti è un nostro preciso dovere una volta compreso il valore della vita che ogni essere vivente, umano o no, porta intrinsecamente dal momento della nascita. Diventare vegani è l’unico, più efficace e immediato, modo per farlo.

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di Enrico Palacino

Nella continua ricerca di un gelato alternativo, ma sempre delizioso, Olive Dolci ha meritato l’attenzione del Gambero Rosso. Lo chef Francesco Ranucci ha elaborato - con l’affiancamento di un mastro gelatiere - una specifica proporzione tra grassi vegetali, proteine e zuccheri, per la creazione della ricetta del gelato perfetto che, oltre ad essere buono come quelli

tradizionali, è più attento a un bilanciamento delle calorie. L’innovativa gelateria/pasticceria di Olive Dolci sostituisce ai grassi l’olio d’oliva: la grande passione per la qualità e la leggerezza diventa così un successo di pubblico e di sapori. Francesco Ranucci, dopo il diploma alberghiero, ha frequentato la scuola di Gualtiero Marchesi. Ha quindi iniziato a fare esperienze come cuoco nei ristoranti di diverse regioni italiane approdando infine in una cucina stellata di Milano. L’approccio alla pasticceria vegana avviene con l’incontro con Antonio Guerra, da cui nasce l’interesse e lo studio di un prodotto-gelato nuovo e che nulla abbia da invidiare, in termini di gusto, a quello tradizionale. Con Olive Dolci, infatti, nasce la prima gelateria-pasticceria 100% vegan dove la base dei grassi è olio di oliva. Il prodotto di Olive Dolci ha un apporto del 35% in meno in termini di Kilocalorie. Le proteine animali vengono sostituite da quelle dei legumi, esclusa la soia OGM. Questa è chiaramente una scelta ottimale per un pubblico che non è solo quello dei vegani, ma anche di intolleranti, celiaci e dei salutisti convinti. L’attenzione alla qualità è dimostrata dal fatto che l’80% delle materie prime sono di provenienza biologica e gli zuccheri provengono da colture eco-sostenibili. Il 90% delle “basi” di preparazione sono italiane: gli agrumi e le mandorle sono di Sicilia, la liquirizia calabrese, il pistacchio è di Bronte e le nocciole sono piemontesi. Anche i frutti esotici o tropicali, come il mango, vengono acquistati da produzioni presenti sul territorio italiano. La stagionalità è un must nella produzione: gelati e dolci sono creati solo ed esclusivamente con frutta di stagione. Dall’insieme di questi fattori nasce il successo del lancio del marchio Olive Dolci, che in poco tempo apre il secondo punto vendita nei pressi di Piazza Cavour. Nel 2015 la gelateria viene annoverata nella guida Gambero Rosso e vi rimane anche nelle edizioni 2016 e 2017. La scelta del gelato è davvero ampia: 32 gusti che spaziano dal classico al provocatorio gelato all’Aloe, al the nero, al sesamo nero, alle bacche di goji, allo zibibbo e, re fra tutti, quello all’olio d’oliva. Anche la pasticceria subisce il fascino degli ingredienti innovativi: per i dolci, lo chef Ranucci ha ideato un burro ottenuto dalla lavorazione del cacao e dell’olio d’oliva, privo quindi di grassi idrogenati.

Per Natale la produzione dolciaria si orienterà verso una biscotteria delle feste dove pan pepati e panforti riempiranno le ceste regalo totalmente vegan. In pratica Olive Dolci è un’oasi di prelibatezza e attenzione per ogni tipo di cliente nel pieno centro di Roma, dove dalle due finestre interne, appositamente create per l’attività, è possibile affacciarsi su un bell’ulivo e un melograno. Nel regno dello chef Ranucci ci si può anche rilassare: l’attività vanta anche una caffetteria che offre pasticceria secca e centrifugati con ortaggi biologici e stagionali acquistati presso il mercato settimanale di Campagna Amica, dove la Coldiretti raggruppa produttori e prodotti del territorio. L’approccio etico, che è alla base di un elevato standard qualitativo, riguarda anche l’utilizzo di un packaging di materiale riciclato e di macchinari a basso consumo energetico. Infine una considerazione non banale: la scelta di prodotti di qualità non incide sui prezzi. Olive Dolci riesce comunque a proporre un prodotto speciale ad un prezzo normale confermando che investire sulla qualità non significa necessariamente alzare i costi.


GAS

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Gruppi d’Acquisto Solidale nel Lazio: storia di un cambiamento possibile

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di Dario Pulcini

Dai primi incontri, 16 anni fa, all’attivazione di una Rete per riunire i GAS presenti sul territorio: vita e filosofia di uno dei fenomeni sociali più interessanti del nostro tempo. La storia della Rete G.A.S. nel Lazio - I primi Gruppi di Acquisto Solidale nel Lazio si formano nella seconda metà degli anni novanta. Un primo incontro dei G.A.S. attivi nei diversi territori avviene in occasione della manifestazione Equoroma a dicembre 2000, cui fa seguito, nel dicembre 2001, un seminario sul tema dei G.A.S., organizzato nell’ambito della Festa dell’Altra Economia. Ma è solo nel 2006 che alcuni Gruppi di Acquisto Solidale decidono di costituirsi in rete per coordinare le proprie attività e iniziative; a tal fine si crea una mailing list alla quale aderiscono in quel momento oltre quindici gruppi. Ad oggi sono circa sessanta i gruppi aderenti alla Rete, coinvolgendo oltre duemila nuclei familiari. Gli attuali strumenti di confronto, coordinamento e comunicazione sono, oltre alla mailing list, le riunioni periodiche e il sito internet (www.gasroma.org). L’esperienza - La Rete ha contribuito a sostenere centinaia di esperienze di cittadinanza attiva, realizzando molteplici occasioni d’incontro e di confronto tra gli attori dell’economia locale: dalle istituzioni alle aziende, dalle associazioni ai gruppi d’acquisto. La formazione di canali di vendita e distribuzione alternativi alla G.D.O. (Grande Distribuzione Organizzata) ha consentito di stabilire prezzi equi e sostenibili per produttori e

consumatori. La scelta di prodotti biologici, naturali e locali ha consentito, a migliaia di famiglie, di adottare stili di vita a minor impatto ambientale. L’organizzazione di filiere locali e solidali ha permesso la riduzione del confezionamento, dei passaggi distributivi e dei trasporti, consentendo acquisti a prezzi decisamente inferiori al mercato dominante. È l’economia delle relazioni, quella in cui al centro sono le persone e l’ambiente, non il profitto. Per portare alcuni esempi concreti, oltre l’instancabile attività di promozione e coordinamento, la Rete ha avviato da quattro anni un progetto di prefinanziamento al produttore biologico “Fattoria Il Papavero”, consentendo all’azienda di poter programmare la produzione ed evitare di richiedere un prestito a un istituto bancario. Ora i lavoratori possono lavorare mezza giornata pur mantenendo lo stesso compenso, mentre le famiglie possono acquistare al medesimo vantaggioso prezzo del primo anno prodotti realizzati nel rispetto di ambiente e persone. Da quattro anni la Rete organizza anche un acquisto collettivo di diversi prodotti in carta riciclata dell’azienda Lucart: l’ordine coinvolge circa trenta gruppi e oltre mille famiglie, riducendo l’impatto ambientale del trasporto, aumentando la diffusione di prodotti ecologicamente sostenibili, pur con una riduzione del loro prezzo. L’etica - Nell’ambito dell’economia solidale la dimensione economica viene posta a servizio di quella sociale. L’obiettivo comune è costruire una comunità resiliente, solidale, capace di creare economia in funzione dei bisogni delle persone, senza escludere nessuno. Il soddisfacimento dei bisogni reali delle persone, quindi, diviene il fine delle attività economiche. Significa agire concretamente con la consapevolezza dell’importanza del mutuo aiuto, della solidarietà reciproca, dell’uso delle risorse naturali in maniera sostenibile, per costruire una comunità ricca e felice, dove benessere e benavere non

Kalulu, gli straordinari vantaggi di un GAS digitale

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siano un ossimoro. La vera ricchezza non sono i soldi: la vera ricchezza sono le persone, i loro talenti e le loro capacità, insieme alle risorse naturali del territorio. La più grande sfida del progetto è cambiare la mentalità dominante per cui non c’è alternativa al sistema economico e sociale in essere, basato sull’egoismo, la competizione, lo sfruttamento delle persone e delle risorse naturali. L’obiettivo è raggiungere a livello sociale l’unità armonica nella diversità, in luogo dell’attuale sistema gerarchico e conflittuale, impegnandosi quindi a costruire quotidianamente una comunità che superi i limiti intrinseci della società industriale basata sul liberismo economico, sull’avidità, sull’individualismo. La vita è una rete di relazioni inscindibili. Il miglioramento della qualità delle relazioni costituisce il principio cardine delle speculazioni teoriche e delle azioni pragmatiche necessarie a un oggettivo miglioramento della qualità della vita di tutti gli esseri umani. Sostenendosi l’un l’altro si costruisce una comunità in cui può coesistere la soddisfazione dei bisogni individuali e collettivi. Non si tratta di una strada già disegnata, ma di un percorso che si costruisce insieme giorno dopo giorno, attraverso il dialogo costante e l’azione concreta, imparando con sincerità dagli errori commessi con l’obiettivo di superarli insieme, consapevoli dell’indivisibilità della propria felicità da quella altrui. Creare una rete di relazioni di valore tra gli esseri umani è il presupposto fondamentale per una comunità armonica, pacifica, evoluta. Grazie all’economia solidale si può fare tutto questo in prima persona, iniziando da dove si vive. Dario Pulcini - www.dariopulcini.it

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MENSILE Anno 1 - N° 2 DICEMBRE 2016

Sapevate che l’80% del prezzo finale di un prodotto agroalimentare è da imputare alla logistica e all’intermediazione? Sono possibili meccanismi che superino questo sistema a favore dei consumatori? Kalulu c’è riuscito.

D: Quali opportunità offre un GAS digitale? R: Non ci sono differenze sostanziali: si prenotano i prodotti e ci si incontra con il produttore che viene pagato direttamente al ritiro della merce. Abbiamo semplicemente riprodotto questa dinamica sul web, rendendo l’accesso immediato per chiunque e allargando così il bacino di utenti. Mentre il gruppo di acquisto classico dipende dall’impegno di singoli che supportano tutte le fasi del processo, Kalulu ci consente di scegliere se partecipare o meno al gruppo, decidere con un click e vedersi in piazza per il ritiro! D: Cosa offre Kalulu di diverso rispetto ad altri GAS digitali? R: La trasparenza e l’immediatezza. Su Kalulu sai da chi compri, compri da chi vuoi, quando vuoi e paghi direttamente chi ha prodotto quello che porti in tavola. Non ci sono intermediari o figure di “collegamento” che guadagnano in base a quello che acquisti. A Kalulu è riconosciuta una

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GAS

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BENESSERE

Kalulu è un servizio che mette in contatto diretto consumatori e produttori locali eliminando tutte le intermediazioni. Chi compra su Kalulu, compra, direttamente dal contadino, prodotti di provenienza certa, freschissimi e con il minimo impatto ambientale. D: Quando nasce Kalulu? R: L’idea nasce nel 2008, dopo una puntata di “Report” che descriveva il sistema perverso della filiera agroalimentare: sia i produttori che i consumatori vengono schiacciati dalla logica della massimizzazione dei profitti. L’80% del prezzo finale è costituito da spese di logistica, trasporto e intermediazione. A quei tempi, facevo parte di un G.A.S. e lì è nata l’idea: portare la stessa logica virtuosa del gruppo di acquisto su internet.

ALIMENTAZIONE

NATALE GREEN

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MOBILITÀ SOSTENIBILE

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ITALIA SOSTENIBILE piccola percentuale sul venduto per le attività di promozione e organizzazione che si fanno sul territorio. Mettere su un sito e promuoverlo richiede delle competenze e del lavoro. La nostra missione è di sostenere tutti i piccoli produttori - Carlo Petrini li ha definiti magnificamente “guardiani del territorio” - fornendogli al minor costo possibile una piattaforma di vendita moderna ed efficiente che possa renderli competitivi. D: Perchè non fate il porta a porta? R: Perché secondo noi non è sostenibile su grande scala, sia da un punto di vista ambientale, che da un punto di vista economico. Per fare le consegne a domicilio servono mezzi, personale e celle frigorifere poco sostenibili. Con il porta a porta una cassetta costa il doppio. Noi vogliamo lavorare sulla democrazia del cibo, sul concetto che un cibo sano, fresco, che rispetti l’ambiente da ogni punto di vista, sia alla portata di tutti e non di un elite. D: Quali sono i vostri numeri? R: Abbiamo quasi 40 mila utenti iscritti, diverse centinaia di punti di consegna in 3 regioni italiane e tutto è trasparente e consultabile su www.kalulu.it. In confronto alla G.d.o, la nostra filiera cortissima abbatte anche del 90% le emissioni. Abbiamo stimato un taglio di circa 150 tonnellate di CO2!

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RICICLO

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ECOFASHION

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COSMESI

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BIO EDILIZIA

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RINNOVABILI

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TEMPO LIBERO

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RUBRICA VEGAN OK

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IL SOMMARIO


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BENESSERE

Comprensione e ascolto: le vie d’accesso alla riscoperta del proprio corpo Ristabilire un dialogo tra emozioni, pensieri, muscoli e intenzioni: questo l’obiettivo dell’Antiginnastica®. L’unione tra corpo e mente è un concetto discretamente diffuso nelle nostre società. Tuttavia, siamo ancora restii ad attuare tale connessione nella vita di tutti i giorni: difficilmente colleghiamo disturbi fisici a situazioni di difficoltà emotiva o di stress; altrettanto raramente concepiamo l’attività fisica come un momento di sviluppo della mente, della conoscenza di sé e delle proprie capacità. Esistono alcune discipline, ancora poco diffuse, che puntano a reintegrare la scissione tra corpo e mente. Un chiaro esempio è l’Antiginnastica®, un metodo di benessere ideato in Francia negli anni ‘70. Per capire meglio di cosa si tratti e di come operi l’Antiginnastica®, abbiamo intervistato Enrico De Luca, esperto attivo a Roma e nel Lazio. Perché è tanto difficile tenere in considerazione la correlazione tra il corpo e la mente? Generalmente, ci accorgiamo del nostro corpo solo quando fa male, non funziona come dovrebbe e quando i suoi cambiamenti fisiologici ci sorprendono e scuotono. Questo atteggiamento trova le sue radici nella nota dicotomia corpo-mente, connotazione dell’esistenza nel paradigma culturale e scientifico occidentale. Quando la ragione della mente non

Sulla tavola imbandita, durante una serata in famiglia o mentre ci concediamo un bagno rilassante: a Natale ogni istante sembra perfetto per accendere una candela profumata, creare atmosfera e goderci dolci fragranze; ma in quanti hanno consapevolezza del prodotto acquistato? E in particolare, cosa bruciamo quando accendiamo una di queste candele profumate? La maggior parte delle candele in commercio, infatti, sono composte di cera di paraffina, un composto di idrocarburi

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Cosa significa e perché dobbiamo imparare ad “abitare il nostro corpo”? Abitare e conoscere meglio il proprio corpo consente di vivere meglio la relazione con noi stessi e l’altro e di avere accesso a una coscienza corporea che facilita i processi di autoguarigione possibili, già esistenti nel nostro essere. Si parte dal corpo come luogo di memoria, “una casa della quale abbiamo scordato o non troviamo più le chiavi per entrarci” per usare le parole di Therese Bertherat. s’incontra con le ragioni del corpo diventa difficile fare il passaggio da avere/possedere un corpo ad essere corpo. Quali sono gli strumenti che utilizzi per accompagnare i tuoi interlocutori in questo percorso di riscoperta? Le vie d’accesso privilegiate per entrare in contatto profondo con il proprio corpo sono il movimento e l’ascolto. Attraverso movimenti basati sulla conoscenza accurata e rispettosa dell’anatomia umana si ha la possibilità di ristabilire un dialogo, riportare armonia tra muscoli, emozioni e intenzioni adottando quello speciale “sentire” chiamato propriocezione o percezione del sé corporeo.

Vanessa Ferreri 347 787 2900 – Roma Enrico De Luca 334 113 7414 – Roma Francesca Soldini 333 427 9598 – Castelli Romani www.antiginnastica.com

Qual è il ruolo di comprensione e ascolto nell’Antiginnastica®? Spostando il focus sull’ascolto e lasciando, per un po’, quel famoso “fare” che intrappola gli slanci vitali e creativi, emergeranno gradualmente le relazioni tra le parti, le relative tensioni e le nostre personali biografie.

Candele di soia: alternativa ecologica (e conveniente) alle tradizionali di paraffina

Bruciano più lentamente, non rilasciano sostanze nocive e sprigionano aromi più intensi: il segreto nella miscela 100% naturale.

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ottenuto tramite lo sbiancamento industriale dei residui della produzione di diesel, benzina, olio motore, cherosene. Facile intuire quali siano i rischi che si corrono nel momento in cui simili candele vengono accese in ambienti chiusi come le nostre case. Esistono, tuttavia, alternative salutari alle candele industriali e con la stessa capacità di creare “atmosfera”: stiamo parlando delle candele di soia, naturali al 100%, ecosostenibili e compostabili. Moltissimi i vantaggi di un simile prodotto: convenienza, perché una candela di soia brucia a temperature molto più basse di quelle di paraffina, dura più a lungo e consuma la cera uniformemente (senza lasciare residui sui bordi e il consueto buco al centro); benessere, perché le candele di soia bruciano in maniera più pulita e non rilasciano la fuliggine tipica di quelle a base di derivati petrolchimici; ecologia, perché provenendo da fonti vegetali, le candele di soia, pur bruciando, non aumentano il livello di CO2 nell’atmosfera; piacevolezza, infatti grazie alla bassa temperatura di fusione, gli oli essenziali impastati nella cera di soia non subiscono forti alterazioni e possono sprigionare tutte le loro qualità aromatiche. Non è un caso se diverse aziende stanno scegliendo di investire sempre più su simili prodotti. Un esempio interessante è costituito dalla nuova linea Heart&Home, che proprio per il Natale 2016 ha scelto di lanciare una serie di candele di soia dedicata alle festività. Dal profumo di prati in fiore

Terapie antitumorali dal succo delle mele

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all’aroma dei dolci fatti in casa, dai forti sentori di legni a fragranze più femminili, le candele di soia di Heart&Home hanno la capacità di accendere i sensi di chi le utilizza pur mantenendo costante l’attenzione alla sostenibilità ambientale. Così abbiamo scoperto che le candele di soia di Heart&Home a Roma sono un’esclusiva di Biocity, un minimarket bio, anzi una vera e propria piccola città del benessere in zona Spinaceto specializzato, oltre che in biocosmesi e prodotti eco per la casa anche in tutte le varianti della spesa consapevole e sostenibile, profumatissime candele di soia comprese.

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di Barbara Falcomeni

Un gruppo di ricerca italiano, dell’Isa-Cnr, ha analizzato i processi con cui alcune varietà di mele riescono ad agire in qualità di antiossidanti sulle cellule tumorali. “Ho messo in tasca una piccola mela... Ho messo in tasca una piccola mela”: così suonava una celebre canzone di Francesco De Gregori di qualche anno fa; un ritornello che dovremmo tenere bene in mente, visti gli sviluppi dell’ultima ricerca di un gruppo di studiosi dell’Istituto di Scienze dell’alimentazione del Cnr, in collaborazione con il Dipartimento di chimica e biologia dell’Università di Salerno. Protagonista indiscussa è la mela, fonte inesauribile di proprietà benefiche, e la sua ben nota ricchezza di antiossidanti: da diversi anni, infatti, la letteratura medico-scientifica annovera la mela come un alimento di

fondamentale importanza, anche nella prevenzione dei tumori al colon. Sulla base di queste teorie, il gruppo di ricerca dell’Isa-Cnr, per la prima volta, ha cercato di capire i processi molecolari che sarebbero in grado di agire sulle cellule malate. Concentrando l’attenzione sul succo delle mele, i ricercatori del Cnr hanno analizzato i polifenoli in esso contenuto per cercare di carpirne la funzione antitumorale: “Abbiamo studiato, per la prima volta in modo specifico, quali molecole antiossidanti vanno ad agire e su quali specifiche proteine della cellula”, spiega Angelo Facchiano, uno dei ricercatori coinvolti nel progetto. Dopo i test di laboratorio è emerso come le varietà di mela Annurca, Red Delicious e Golden Delicious siano tra le specie con una maggiore concentrazione di polifenoli. “Il succo con i suoi polifenoli è capace di ostacolare la replicazione ed espressione del DNA nelle cellule cancerose

del colon, impedendo loro di duplicarsi e di far crescere la massa tumorale - spiega il dottor Facchiano - Inoltre, abbiamo scoperto che le proteine su cui i polifenoli potrebbero agire sono le stesse su cui agiscono alcuni farmaci antitumorali recentemente sviluppati”. Per studiare i composti della mela, potenzialmente con azione preventiva, e le loro interazioni con le proteine dell’uomo, i ricercatori si sono avvalsi di tecniche di bioinformatica e di simulazione molecolare, oltre a quelle di chimica analitica. La metodologia, innovativa sotto molti aspetti, ha permesso un gran numero di esperimenti, limitando l’utilizzo di reagenti costosi e di strumentazioni complesse. Concretizzata la scoperta scientifica, ora si apre la strada a ulteriori indagini che possano portare, in tempi prossimi, alla messa a punto di terapie mirate che utilizzino le qualità antitumorali delle mele.


BENESSERE

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Oli essenziali, segreto di bellezza per la cura della pelle Cosmetici aggressivi compromettono la funzione protettiva della cute. Trattamenti a base di oli essenziali, e mani esperte, possono ripristinare la salute della nostra pelle. Come restituire elasticità e salute alla cute? Facile: basta applicare il giusto prodotto idratante affinchè la pelle possa assorbirlo in profondità e ripararsi automaticamente. Questa l’immagine che diverse campagne pubblicitarie ci propongono basandosi, però, su un presupposto errato: quello secondo il quale per la pelle sia “naturale” svolgere la funzione di assorbimento dei cosmetici. In realtà, quando si tratta di cute non si dovrebbe parlare di assorbimento: la pelle, infatti, non è un organo deputato a tale funzione bensì un organo di barriera e secrezione. La superficie cutanea è rivestita da una miscela di sostanze grasse e idrofile (chiamata film idrolipidico) utili a mantenere stabile il grado di acidità della pelle, preservarla da batteri e funghi, a regolare permeabilità e idratazione, svolgendo una funzione protettiva imprescindibile per la nostra salute. I tensioattivi e gli emulsionanti di derivazione petrolchimica (sls-sles) sono in grado di rendere permeabile la cute favorendo, però, anche la penetrazione di sostanze dannose. Esistono invece delle sostanze in grado di accedere agli strati più profondi della pelle attraverso i follicoli piliferi:

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tra queste, gli oli essenziali, importanti in cosmesi per la capacità di sollecitare l’attività della pelle, e la sua rigenerazione, stimolando la circolazione sanguigna e linfatica, aiutando lo smaltimento delle tossine e delle scorie. Trovare veri esperti nei trattamenti a base di oli essenziali dotati di una profonda conoscenza della cute, e delle sue problematiche, non è facile: a Roma, in zona Ottaviano, una garanzia in materia è il salone di bellezza Cypro’s. Attivo da 10 anni ha fatto la scelta, coraggiosa per il settore, di bandire i prodotti di derivazione petrolchimica e di affidarsi a sostanze costituite da oli essenziali e ricavate da piante e fiori ottenuti da coltivazioni biodinamiche. Da qui è nato un vero e proprio programma per la purificazione, il riequilibrio e la ricostruzione di cute e capelli: i “rituali di bellezza”. Ingredienti botanici ed estratti puri al 100% compatibili con la nostra pelle, rimozione delle impurità depositate a causa dell’uso di prodotti di derivazione petrolchimica (lacche, mousse, etc.), trattamenti per regolare le secrezioni sebacee in eccesso e “calmare” la cute, nutrienti a base proteica per ritonificare i capelli, ricostituenti a base di cheratina vegetale o di erbe: questi solo una piccola parte dei trattamenti studiati dagli esperti di Cypro’s, nella convinzione che la bellezza nasca dalla salute della pelle e dalle scelte consapevoli che facciamo per prendercene cura.

Feste natalizie a tavola: i consigli per viverle in leggerezza

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di Claudia Arganini

Mangiare quello che piace di più, selezionare le occasioni speciali, evitare l’eccesso di alcolici e passeggiare: i suggerimenti della nutrizionista per un fine d’anno di vero benessere.

(ad es. tartine con hummus, cappelletti ripieni di verdure, polpette vegetali, maionese vegana, dolci a base di frutta...). Ne guadagnerà l’ambiente e la salute di tutti i commensali. Selezionate le occasioni “speciali” Godetevi la convivialità cercando di limitare gli “stravizi” ai reali giorni festivi. Imparate a scegliere le occasioni “speciali”: ogni incontro con amici, colleghi e parenti per augurarsi buon Natale non dovrebbe diventare occasione di mangiate e bevute extra. Inoltre, se eccedete con il cibo la sera della Vigilia, potrebbe essere un buon compromesso quello di limitarsi il giorno di Natale o viceversa, considerando che probabilmente anche il giorno di Santo Stefano sarà un’altra occasione per festeggiare a tavola in compagnia.

Dolci, torroni, spumanti e leccornie dei più svariati generi sono parte integrante della tradizione durante le festività di fine anno. Un lungo periodo e tanta abbondanza che, in alcuni casi, si trasformano in eccesso con conseguenti disturbi per corpo e spirito. Per evitare simili inconvenienti abbiamo chiesto consiglio a Claudia Arganini, nutrizionista e ricercatrice presso il Crea - Consiglio per la ricerca in agricoltura: “Durante le feste qualche strappo alla regola bisogna pure concederselo - spiega la dottoressa - ma con alcuni semplici accorgimenti si può facilmente evitare di arrivare all’Epifania appesantiti e con inutili sensi di colpa”. Ecco le semplici indicazioni da seguire per delle feste di benessere e leggerezza.

Evitate di arrivare ai pasti natalizi con troppo appetito Mangiare della frutta o delle verdure (ad es. carote o finocchi) e bere 1 o 2 bicchieri di acqua prima di iniziare i pasti aiuta a evitare di avventarsi sulle invitanti pietanze ipercaloriche con troppa voracità finendo per abbuffarsi non godendosi il pasto. Ascoltate il vostro segnale di sazietà Spesso durante i pasti festivi si finisce per mangiare quantità esagerate di cibo pur non avendo più appetito. Cercate di mangiare lentamente, masticando e assaporando ogni pietanza. Sarà più facile capire quando vi sentite sazi.

Mangiate solo ciò che vi piace di più Data la varietà della scelta ai pasti natalizi, un buon consiglio è quello di selezionare solo ciò che vi piace di più evitando di fare il “bis”, soprattutto dei piatti più “pesanti”. Non preoccupatevi di contrariare il cuoco, anche se il cibo è ottimo, prima di tutto viene la vostra salute! Limitate il consumo di bevande alcoliche e zuccherate Inutile privarsi di panettone, torroni e dolcetti vari se poi non si sta attenti ai bicchieri di vino, aperitivi e quant’altro. Un grammo di alcool apporta circa 7 kcal, definite “calorie vuote” in quanto prive di sostanze nutritive. In più, l’eccesso di alcolici, oltre a far salire vertiginosamente l’introito calorico, al contrario di quanto si creda, rallenta la digestione. Passeggiate all’aria aperta dopo i pasti E’ un errore molto comune, durante le feste, abbandonare l’attività fisica alla quale ci si dedica durante il resto dell’anno. Un’ottima idea è quella di fare delle belle camminate a passo sostenuto all’aria aperta dopo i pasti, il beneficio sarà duplice: da una parte consumerete qualche caloria in eccesso e dall’altra vi sentirete più leggeri e di buon umore. Dott.ssa Claudia Arganini Facebook: Nutrizionista Dott.ssa Claudia Arganini e-mail: c.arganini@gmail.com

Proponete dei menù a base prevalentemente vegetale Sia che siate a casa vostra che ospiti da amici o parenti provate a proporre gustose alternative a base vegetale ai classici piatti delle feste ricchi di prodotti di origine animale

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NATALE GREEN

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Cotechino vegan, una buona alternativa per la cena di capodanno

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di Francesco Brasco

Lo Chef Francesco Brasco ci illustra la ricetta per il cotechino vegan: originale, leggero e facile da preparare. Arriva la cena più attesa dell’anno, siete pronti? Trascorrerete il 31 dicembre a casa con gli amici e la famiglia e avete bisogno di un’idea originale? Lo chef Francesco Brasco ci suggerisce una ricetta deliziosa che va bene per tutti. COTECHINO VEGAN CON LENTICCHIE Stupite i vostri ospiti e festeggiate il nuovo anno con un cotechino vegan. E’ semplice da realizzare con il seitan istantaneo e il tofu affumicato per rendere ’effetto granuloso e lasciare un retrogusto insolito, il pomodoro e il succo di barbabietola per creare la giusta sfumatura di colore e le spezie per caricarlo di gusto. PROCEDIMENTO Mettete nel mixer il seitan con la patata, il vino, il marsala, il sale, l’agar agar e le spezie macinate e frullate il tutto più finemente possibile. Mettete il composto in una terrina e unite il tofu sbriciolato in modo grossolano con una forchetta e amalgamate bene il tutto. Modellate l’impasto a formare un salsicciotto, arrotolatelo ben stretto con la pellicola per alimenti resistente alle alte temperature o un canovaccio, mettetelo in una pentola piena d’acqua con il fondo coperto sempre con un canovaccio, in

modo da impedire il contatto della pellicola con la pentola, portate ad ebollizione e far cuocere per una mezzora circa. Una volta cotto estrarlo delicatamente dalla pentola e lasciarlo freddare prima di toglierlo dalla pellicola/canovaccio. Tagliatelo a fette e “ripassatelo” qualche minuto in tegame con le lenticchie in umido in bianco o al sugo. PER LE LENTICCHIE: Lavare il prezzemolo, selezionarne le foglie e tritarle finemente con la mezzaluna su un tagliere. Mettere in una pentola l’olio, assieme alla cipolla spellata e tritata finemente e l’aglio intero. Portare sul fuoco e far dorare a fiamma media. Unire un paio di cucchiai di brodo e proseguire la cottura per 4-5 minuti. Regolare di sale. Aggiungere il pomodoro, mescolare, quindi aggiungere le lenticchie, un cucchiaio di prezzemolo tritato, mescolare e lasciare che riprenda il bollore. Aggiungere il brodo caldo, un pizzico di sale, abbassare la fiamma e cuocere per 40 minuti con coperchio, mescolando di tanto in tanto. Eliminare l’aglio a metà cottura. Trascorso il tempo di cottura le lenticchie dovranno essere belle tenere. In caso proseguire la cottura, anche fino ad un’ora.

INGREDIENTI 400 grammi di Preparato per seitan 80 grammi di Tofu, affumicato 100 grammi di Patate 1 cucchiaio da tavola di Sale integrale 1 pizzico di Noce moscata 1 cucchiaio da tè di Cannella 2 cucchiai da tè di Paprica 5 Chiodi di garofano macinati 1 cucchiaio da tavola di Pepe nero 3 Spicchi di aglio 2 cucchiai da tè di Agar Agar (Kanten) in polvere 20 centilitri di Vino rosso 20 centilitri di Marsala, secco 3 pizzichi di Prezzemolo 200 grammi di Lenticchie rosa 50 grammi di Olio di oliva 1 Cipolla 500 millilitri di Brodo vegetale 100 grammi di Pomodori pelati in scatola

Unite il cotechino con le lenticchie, servite con un filo d’olio a crudo e una macinata di pepe. Scoprite sul nostro sito tutto il menù e la ricetta della panna cotta.

Regali natalizi amici dell’ambiente Il Natale può essere un’occasione per confermare la nostra sensibilità all’ambiente attraverso regali originali ed ecofriendly. Natale è alle porte, e con le feste arriva il momento di scegliere i regali per amici e parenti. L’occasione è giusta per trasformare questo rituale in un momento di sostenibilità: l’importante resta scegliere tenendo bene a mente a chi vogliamo destinare il nostro regalo e capire come possiamo stimolarlo, in futuro, a fare scelte ecologiche ed etiche. Con un budget sostanzioso possiamo sicuramente orientarci alla scelta di piccoli elettrodomestici legati ad una cultura alimentare più genuina, ad esempio un mulino-macina cereali potrebbe essere anche un’ottima soluzione per chi è appassionato di cucina: il fortunato potrebbe preparare (anche per voi) deliziosi e leggeri manicaretti con della farina integrale appena macinata. In alternativa un Estrattore è lo strumento giusto per gustare deliziosi e colorati cocktail di vitamine e fibre, che piacciono ai bambini e rendono anche le verdure molto più digeribili. Se invece non vogliamo spendere troppo ma fare comunque

felpa cotone biologico Re-Bello un bel regalo possiamo orientarci sulla moda ecologica e cruelty free. Un jeans in cotone bio di Par.co Denim è sicuramente un regalo gradito, ma lo potrebbe essere anche una felpa Re-Bello. Se invece vogliamo scegliere degli accessori come borse, zaini, cinture, esistono tanti marchi che creano interessanti prodotti partendo da materie in upcycling, ad esempio il design delle borse BeltBag, Erareclam, Cingomma, Neomeo e Nyom. Con budget più limitati possiamo scegliere un classico come la cosmesi, purché sia certificata l’origine biologica e cruelty free. Potremo così regalare preparati sostenibili e di alta qualità

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(non siliconi e vaselina) capaci di stupire le donne (e anche gli uomini) più esigenti per l’efficacia e la delicatezza. In alcuni negozi online è possibile anche creare il vostro box-regalo personalizzato, per far recapitare un inaspettato scrigno, ricco dei migliori prodotti. Un ricettario vegetariano o vegano è poi sempre un modo semplice e diretto per ribadire l’importanza di uno stile di vita sano e sostenibile. Come lo è anche un sacchetto di bombe di semi, un’idea originale per solleticare l’attivista che è in ognuno di noi. Facili da preparare, le bombe, si possono anche acquistare online da Emporio Ecologico. Siete degli eterni indecisi e temete di sbagliare regalo anche quest’anno? Niente panico, esistono tanti negozi, come Gogreen Store, che vi danno la possibilità di spedire dei buoni regalo digitali per permettere ai vostri amici di scegliere, quando vogliono e in piena libertà, i migliori prodotti sostenibili. Se invece siete dei veri sostenitori dell’impatto zero potete sempre decidere di regalare le vostre creazioni. Per esempio, seguendo qualcuna delle tantissime guide che trovate in rete, potrete realizzare delle decorazioni natalizie con quello che trovate in casa e in natura. Più sostenibile di così?

Anche i mercatini di Natale possono essere green? Da quest’anno, gli storici mercatini del Trentino Alto Adige hanno ottenuto la certificazione regionale di Green Event: energia pulita, zero sprechi e grande impegno, i segreti del successo. E’ sempre più facile trovare nei mercatini natalizi stand dedicati al cibo biologico, al riuso creativo, all’artigianato locale e a prodotti provenienti dalla cosiddetta filiera corta. Una tendenza che dà credito alla diffusione di una mentalità ecosostenibile a diversi livelli, sia da parte dei produttori che dei consumatori. In pochi, tuttavia, pensano alla parte organizzativa: che fine fa la spazzatura prodotta durante questi eventi? Da dove proviene l’energia usata per illuminare gli stand e rifornire le varie apparecchiature? Qual è l’impatto ambientale dei tanti mezzi di trasporto necessari a raggiungere i mercatini? In pochi si pongono queste domande, ma un approccio davvero sostenibile dovrebbe tenere in considerazione anche simili aspetti. Se un tale approccio non si è ancora concretizzato a Roma e nel Lazio, ci sono Regioni italiane che stanno scegliendo questa strada. Una prova su tutte: il Trentino-Alto Adige.

Qui, ad esempio, gli organizzatori degli storici mercatini di Bolzano, Merano e Bressanone, tra i più famosi e visitati in Italia, si sono impegnati a rispettare una serie di regole per garantire il massimo di ecosostenibilità: stand in moduli di legno riutilizzabili nelle successive edizioni, cibi e bevande stagionali, locali, vegetariani e con ingredienti biologici, stoviglie e posate riutilizzabili, raccolta differenziata e riduzione del volume dei rifiuti tramite compattatore in loco, lampadine a led che si accendono solo dopo le 15.30, bibite servite in contenitori a rendere o alla spina (vietato l’uso di lattine), queste alcune delle misure green adottate. E ancora: informazioni per organizzare il viaggio con mezzi di trasporto sostenibili, bus navetta e adeguata formazione dei collaboratori sull’iniziativa eco. Un impegno che ha garantito a questi mercatini la certificazione Green Event da parte dell’Agenzia provinciale dell’ambiente, l’Ecoistituto Alto Adige. Discorso simile per il mercatino di Natale di Trento, il più grande della Regione, che ha ricevuto la certificazione Dolomiti Energia “100% energia pulita”, impegnandosi a utilizzare rifornimenti elettrici provenienti da sole fonti rinnovabili. Mappe

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riciclate, eco point per lo smaltimento dei rifiuti, borse di carta frutta per gli acquisti, piatti di pane e incentivi per la sharing mobility gli altri aspetti che rendono l’evento sostenibile a 360°. Un approccio da seguire al più presto anche a Roma e dintorni, per fare in modo che il Natale sia un momento di felicità e condivisione nel massimo rispetto dell’ecosistema.


MOBILITÀ SOSTENIBILE A spasso con Monica: lo smog tracker portatile sviluppato dall’Enea Piccolo e facilmente ancorabile a bici o passeggini, il sistema permette di misurare in tempo reale la qualità dell’aria, creare mappe e seguire percorsi smog-free. Monica ha un gran fiuto e le piacciono le lunghe passeggiate: non stiamo parlando di un cane da compagnia ma dell’ultimo progetto del centro di ricerca Enea. Sviluppato a Portici (NA) e in fase di collaudo proprio a Roma, Monica è un misurasmog (smog tracker) portatile: una scatoletta di 8 cm per 12 cm, facilmente attaccabile a una bicicletta o un passeggino, che permette di misurare in tempo reale la qualità dell’aria e la presenza di agenti inquinanti quali ozono, monossido di carbonio e biossido di azoto. Il funzionamento è relativamente semplice: i sensori presenti nel dispositivo “annusano” l’aria e trasmettono i dati raccolti a un server centrale che li analizza e ritrasmette in forma di mappa sullo smartphone dell’utente. In questa maniera, chi va a spasso con Monica è immediatamente informato della qualità dell’aria cui è esposto e, consultando i tracciamenti ottenuti grazie alle “passeggiate”

Il primo Rapporto nazionale sulla mobilità condivisa registra un’impennata del servizio in Italia. Scegliamo sempre più di muoverci utilizzando servizi e mezzi condivisi: ad affermarlo è il primo Rapporto nazionale sulla Sharing Mobility, presentato a fine novembre dall’Osservatorio Nazionale Sharing Mobility in collaborazione con Ministero dell’Ambiente, Comune di Roma e Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Un successo merito soprattutto della gran varietà di servizi: bike sharing, car pooling, car sharing ma anche bus, scooter, persino park sharing e nuove App che permettono l’accesso a diversi gestori integrandone l’offerta. In questo variegato mondo, a farla da padrone sono ancora le auto condivise, presenti ormai in 29 città e scelte da 700 mila italiani (di cui 200 mila solo a Roma): il numero di veicoli condivisi in Italia tra il 2013 e il 2015 è quadruplicato, mentre quello degli iscritti e dei noleggi è cresciuto rispettivamente di 12 e 30 volte. Un’accelerazione dovuta all’ingresso nel mercato di operatori che adottano la formula free floating in cui l’utente può affittare il veicolo e decidere di lasciarlo ovunque invece di riportarlo in aree riservate (come accade per la modalità station based). Discorso a parte per le bici condivise: se il Rapporto segnala

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la grande diffusione sul territorio nazionale del servizio, presente in 220 comuni (record in Europa), ne sottolinea anche la polarizzazione a Nord, dove si concentra il 64% dei servizi e l’81% delle 13.770 bici condivise italiane e il funzionamento a singhiozzo, gravato da scarsi investimenti nelle spese di manutenzione, in diversi comuni. Caso emblematico è proprio la città di Roma, rimasta ormai l’unica capitale europea sprovvista di un simile servizio. Torna di moda l’autostop, ma solo nella sua versione digitale: il car pooling. Proprio nel servizio di condivisione di auto private per tratte concordate, il Rapporto Nazionale sulla Sharing Mobility indica il canale con il maggior potenziale di crescita: non a caso in questo segmento si stanno moltiplicando le piattaforme che permettono di condividere auto e scooter per tratte urbane, extra urbane e per il percorso casa-lavoro. Un’espansione, quella della sharing mobility a tutto tondo, che produce anzitutto sostenibilità: secondo i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale, infatti, utilizzando mezzi condivisi si abbattono le percorrenze di veicoli privati del 16-20% con una conseguente diminuzione di CO2 immessa nell’ambiente. Percentuale che sale fino al 30% per i percorsi brevi condivisi tramite car pooling. Dati che legittimano una volta di più il valore sociale, economico e ambientale della sharing mobility e fanno immaginare un prossimo futuro più sostenibile e soprattutto condiviso.

In Polonia la pista ciclabile che si autoillumina

Una pista ciclabile che si illumina di notte senza consumare alcun tipo di energia elettrica: in via di sperimentazione in una piccola città del nord della Polonia, il suggestivo percorso luminoso sta riscuotendo plausi da tutto il mondo. La tecnologia alla base dell’invenzione, realizzata nella città di Lidzbark Warminski dal TPA Instytut Badan Technicznych, è relativamente semplice: al normale asfalto con cui sono costituite le piste ciclabili sono state aggiunte delle particelle sintetiche capaci di assorbire luce durante il giorno e di restituirla la notte per una durata fino a 10 ore. L’idea nasce da un’altra pista luminosa, quella realizzata nella regione di Eindhoven nel 2014 dallo Studio Rooseegaarde che, però, aveva ottenuto lo stesso risultato sfruttando lampadine led collegate a impianti fotovoltaici. In quella circostanza, ad ispirare gli affascinanti disegni prodotti dalle luci era stato il dipinto di Van Gogh “Cielo stellato” (non a caso la pista ciclabile dello Studio Rooseegaarde si chiama Van Gogh Path).

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degli altri utenti, può scegliere percorsi smog-free. Un sistema innovativo, si potrebbe quasi definire un “navigatore antismog”, che si pone come complementare - e non sostitutivo, sottolineano i ricercatori Enea - rispetto alle attuali centraline di monitoraggio urbano. Ma il tasso di innovazione del progetto non si esaurisce qui: il sistema Monica, acronimo per MONItoraggio Cooperativo della qualità dell’Aria, è uno dei primi dispositivi italiani a utilizzare sensori di rilevamento in mobilità, ma è anche il primo progetto Enea che punta su normali cittadini nella fase di collaudo e sviluppo, seguendo i principi della Citizen Science già molto attiva in Nord America. Partecipando alla campagna di crowdfunding lanciata sulla piattaforma Eppela da Enea, a seconda dell’importo versato, ogni sostenitore entrerà a far parte del progetto di ricerca: potrà scaricare la mappa realizzata dai “cacciatori di smog”, analizzare i dati, visitare i laboratori in cui è nato il sistema di rilevamento o persino essere inserito nel circuito di sperimentatori sul campo e testare le qualità di Monica a passeggio per la città eterna. Un perfetto esempio di come scienza e cittadini (attivi) possano collaborare insieme per migliorare la qualità della vita in una grande città.

Tutti pazzi per la Sharing Mobility

Correre in bici su piste fosforescenti sfruttando la capacità di immagazzinare la luce del sole di particolari particelle sintetiche miscelate con l’asfalto tradizionale.

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Più pratica la motivazione che ha spinto i progettisti polacchi: la pista, infatti, è stata realizzata per garantire un percorso ben visibile ai ciclisti che percorrono, dopo il tramonto, le strade della regione evitando così numerosi incidenti. Per la pista polacca è stato scelto un colore blu per meglio adattare il percorso alla buia campagna circostanze in modo da ridurre al minimo l’impatto ambientale, ma la gamma di colori che possono emettere le particelle luminofore è molto ampia: in altri contesti, come quelli urbani, la scelta potrebbe cadere su colori più vivaci come il giallo o il rosso. Al momento la pista ciclabile luminosa è ancora in fase di sperimentazione ed è lunga solo qualche centinaio di metri. I responsabili del progetto hanno spiegato di voler testare il materiale durante il rigido inverno polacco per poi valutare la possibilità di allungare la pista e hanno sottolineato come la miscela di asfalto e particelle sintetiche non abbia costi aggiuntivi significativi rispetto ai tradizionali materiali. Chissà che nei prossimi anni non potremo vedere anche sulle strade romane, oltre che un consistente aumento delle piste ciclabili, anche dei percorsi simili a quello messo a punto nella piccola cittadina polacca che unisce tecnologia, rispetto dell’ambiente e un innegabile fascino.

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Buone pratiche, belle idee e buona amministrazione

DICEMBRE 2016

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8 IX

Incontro con Adalberto Barreto, padre della Terapia Comunitaria Integrativa di Massimo Giorgini, traduzione di Don Massimo Ruggiano

Tempo di lettura 15 min.

Cominciamo dalla storia. Come è nata la Terapia Comunitaria Integrativa? Tutto è nato 35 anni fa quando seguivo dei pazienti psichiatrici nell’Ospedale dell’Università di Fortaleza in Brasile. Il Centro dei Diritti umani della favela mi mandava alcuni casi nel mio ambulatorio ed io li mettevo insieme ad altri pazienti che avevo in lista. Il numero dei pazienti continuava ad aumentare ed è arrivato il momento in cui non ce la facevo più a seguire tutti i pazienti in ospedale. Allora ho proposto al Centro dei Diritti Umani di creare uno spazio nella favela dove sarei andato insieme agli studenti di medicina dell’Università. Quando sono arrivato la prima volta all’incontro nella favela c’erano 30 persone e tutti volevano degli psicofarmaci per superare i loro problemi. Appena arrivato ho voluto dire chiaramente per quale motivo ero lì. Ho cominciato col chiedere cosa volevano e loro hanno risposto che volevano medicine per curare i loro disturbi perché erano malati. Allora ho detto “Bene, anche io sono malato e vengo qui per curarmi.” E loro mi hanno chiesto qual era il mio disturbo, la mia malattia ed io ho risposto: “Vorrei curarmi dall’alienazione universitaria.” Ho continuato chiedendo: “Siete soddisfatti dei dottori che vengono a curarvi?”. E loro hanno risposto: “No, perché hanno sempre fretta, ti danno semplicemente una ricetta per comprare la medicina; non sono venuto qua per risolvere i vostri problemi.” ho detto io, “Sono venuto per risolvere il mio: sono un professore dell’Università di medicina ma anche io non sono soddisfatto con i professionisti della Medicina. Sono venuto qui da voi per imparare un modo per diventare un Per me questa frase è stato uno “schiaffo energetico”. Quella medico più umano. Sono qui per risolvere il mio problema volta ho potuto capire che in quella comunità non potevo ed ho bisogno di voi. Spero che ognuno di voi venga qua esercitare il mio essere psichiatra nello stesso modo in cui lo per risolvere il proprio problema e che voi scopriate che la esercitavo nell’Ospedale. Mi sono fermato a respirare ed ho soluzione dei vostri problemi passa attraverso la relazione sentito una voce dentro di me: “Tu non puoi ma la comunità con gli altri. Voi non mi dovete nulla. Io vengo per dare e può.” E mi è venuto in mente di fare questa domanda: “Chi imparare. Non sono candidato a nessun ruolo politico. Non di voi ha avuto problemi di insonnia.” E 12 persone hanno vengo per darvi qualcosa e per chiedervi dei voti in futuro. alzato la mano. “E come avete fatto?” Una donna ha detto: Non sono neppure qua per guadagnare il Paradiso in futuro. “L’ho avuta quando un figlio è partito e non mi ha inviato più 9221 -Castel S.Pietro Terme-www.lynphavitale.com notizie.” Sono più preoccupato di evitare l’Inferno in questaHerborea vita.” Srl -Via Viara “E come hai fatto a dormire?” “Mi sono fatta un the con un’erba” e ha dato a tutti la ricetta Perché hai avuto bisogno di presentarti in questo modo? Perché quando si entra in uno spazio di esclusione, per preparare questo infuso. Un’altra persona ha raccontato: generalmente noi arriviamo come salvatori della patria o “Ho camminato molto per stancare il corpo.” Un’altra “Ho come illuminati e questo genera una dipendenza e la gente voluto cominciare a ridere.” Un’altra “Ho iniziato a leggere di valorizza così un aspetto negativo. Per questo era importante più.” Un’altra “cantando”, un’altra “pregando”. l’orizzontalità: siamo tutti esseri umani e cerchiamo insieme E lì ho capito che era vero: avevano i problemi, ma insieme avevano anche le soluzioni. E allora mi sono chiesto: “Ma la soluzione dei nostri problemi. perché devo venire qua come un vecchio colonizzatore o missionario, per dare a loro quello che loro già hanno.” Ed ho Poi come è andato avanti l’incontro? La prima volta che sono andato c’erano queste 30 persone e non capito che il mio ruolo era più quello di stare ad ascoltarli e sapevo che cosa fare. Ho aperto una specie di consultazione di far mescolare le soluzioni, facendo in modo che ciascuno pubblica ascoltando i problemi di queste persone. Una donna, scoprisse le proprie risorse che sono all’interno della ad esempio, ci raccontò che aveva problemi di insonnia propria cultura. perché aveva assistito alla morte violenta di suo marito ed era rimasta impressionata. Voleva una medicina per dormire. Che cosa ti ha spinto ad andare nella favela e fare queste Allora ho preso in mano il ricettario per scrivere il nome della esperienze? medicina. E la donna mi disse: “Mi da un altro foglio anche lei? Ci sono stati 2 fatti importanti che mi hanno spinto ad andare Io non ho soldi per comprare da mangiare ai miei figli e quindi nella favela. non ho soldi nemmeno per comprare una medicina cara.” Il primo fatto è accaduto quando nel mio ambulatorio

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personale è arrivata una famiglia molto povera dalla favela; un uomo, insieme a 2 figlie ed 1 figlio, sosteneva che una figlia era posseduta dal male. Il figlio era del padre avuto con un’altra donna. Sembrava che una figlia avesse un attacco psicotico. Il fratello va in trance in quel momento e si rivolge a me dicendo: “Le vorrei chiedere qualcosa. Io voglio che lei curi questa bambina, mia sorella.” Ed io ho risposto: “Si, io voglio curare lei ma anche te.” E lui: “Ma io non sto male. Ho lo spirito in me, ma non sto male.” Allora ho detto: “Scusa, la mania di noi dottori è di pensare che tutti abbiano bisogno di medicine. Ma io voglio occuparmi di lei.” In quel momento ho potuto capire che questa famiglia povera per chiedere aiuto ad un professionista affermato doveva passare attraverso la violenza della possessione. Come se noi vivessimo in un mondo spirituale, distante da loro e solo lo spirito potesse essere allo stesso livello dei medici. Quando ho notato questo ho capito che c’era qualcosa di sbagliato: questa medicina così verticistica e inaccessibile doveva abbassarsi per raggiungere il livello dell’altro. Il secondo fatto è avvenuto quando sono tornato in Brasile dopo essere stato per 6 anni in Europa. Sono andato a trovare mia mamma e lei mi ha detto: “Ho avuto un sogno con te. C’è una parte bella e una parte brutta. Ho visto una moltitudine di persone e sul palco una persona parlare. Io mi sono avvicinata ed ho visto che quella persona eri tu. Questa è il lato buono. Il lato brutto del sogno è che tu non mi hai riconosciuta.” E questo è stato un altro “schiaffo energetico”. Ho trascorso 6 anni in Europa, sono tornato con 2 dottorati e sono tornato per aiutare i poveri del Brasile. Ma il sogno mi stava indicando una cosa, non è tanto che non riconoscessi mia madre, ma che non ero più capace di riconoscere la mia patria, il mio popolo. Fu in quel momento lì che decisi di andare nella favela. Quali sono state le idee che ti hanno ispirato? Le idee che mi hanno aiutato molto sono quelle del pensiero sistemico. Ogni persona, indipendentemente dal suo livello culturale, sociale ed economico, ha un sapere che può essere utile agli altri. E la Terapia Comunitaria è un luogo dove condividere questi saperi individuali. Un’altra idea che mi ha aiutato è che il sapere accademico non ha l’egemonia del sapere. C’è un sapere che viene dall’esperienza di vita che può essere preso in considerazione. In quali paesi nel mondo è conosciuta ed utilizzata la Terapia Comunitaria Integrativa? Attualmente i paesi nei quali è conosciuta ed utilizzata la Terapia Comunitaria sono 19: tutta l’America Latina, Mozambico in Africa e 9 paesi in Europa. Un metodo nato nelle favelas come può essere utile anche in un paese occidentale ed industrializzato come l’Italia? Nelle favelas brasiliane ciò che disumanizza le persone è la miseria materiale: non avere casa, non avere cibo, non avere diritti.

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DICEMBRE 2016

9 Buone pratiche, belle idee e buona amministrazione

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In Europa, quello che io ho osservato, ciò che disumanizza è la miseria affettiva: le relazioni sono molto fredde, le persone hanno perso il significato della comunità, il senso di appartenenza. La Terapia Comunitaria non è una psicoterapia, ma è uno spazio di condivisione e di esperienze di vita. Per esempio, se una persona molto ricca, come può essere un Dottore, condivide in una ruota che ha perso la speranza di far uscire suo figlio dalla droga, questo dolore non è del Dottore, è di un uomo. Questo dolore può permettere una risonanza nelle persone che vivono in una favela o nelle persone che vivono sulla strada, senza fissa dimora. In questo senso lo spazio serve per creare legami tra le persone, indipendentemente dalla classe sociale a cui appartengono. Tutti gli esseri umani, sia chi ha molto, sia chi ha poco, lì di fatto sono uguali: possono comunicare tra di loro, accogliere, essere accolti. Perché si chiama Terapia Comunitaria Integrativa? Dopo 6 anni dagli inizi nella favela ho dovuto strutturare la parte teorica e dare un nome a questo lavoro. Perché ho usato la parola “terapia”? Perché la parola terapia deriva dal greco “therapeia” che significa accogliere in modo caloroso. Per questo la terapia non è privilegio del mondo degli psicologi. Qualsiasi persona può accogliere. Nella psicoterapia soltanto le persone che hanno certi titoli possono intervenire (psicoterapeuti, psichiatri). Ma la sofferenza appartiene a tutti. Qualsiasi persona con le risorse che possiede può accogliere il dolore dell’altro. Da qui la parola terapia. La parola “comunitaria” deriva da persone che hanno qualche esperienza in comune: tossicodipendenza, mancanza di lavoro, violenza, o quello che è. Non è semplicemente l’individuo che accoglie e che è terapeutico, ma è la comunità che accoglie e che è terapeutica. E perché integrativa? Perché la persona integra all’interno della comunicazione la propria storia, la propria cultura. Come funziona e quali sono gli obiettivi della Terapia Comunitaria Integrativa? La metodologia è semplice. Si parte da una situazione,

problema o tema. Ad esempio può essere il problema della persona che ha perso la speranza di far uscire il figlio dalla droga. Dopo che la persona ha parlato e che abbiamo contestualizzato insieme, il conduttore chiede alle persone presenti: “Chi di voi si è trovato in situazioni in cui ha perso la speranza? E cosa ha tentato di fare quando ha perso la speranza?” A quel punto appaiono delle perle: ho perso la speranza di trovare lavoro e in questo modo l’ho trovato, ho perso la speranza di sposarmi e alla fine ci sono riuscito, ecc. L’obiettivo non è una psicoterapia di gruppo, ma socializzare i saperi costruiti attraverso le esperienze della vita. Permettere di dare visibilità alla sofferenza, affinché le persone possano poi ricevere un appoggio da parte del gruppo. Permettere al gruppo di creare reti di solidarietà affinché le persone abbiamo più autonomia dai professionisti e dalle medicine. In questo giornale il tema centrale è il vivere sostenibile. In che modo la TCI può rendere la nostra vita più sostenibile? E’ vero che la comunità ha problemi ma anche soluzioni. Ciò che succede di brutto in una comunità offre anche allo stesso tempo una possibilità di cambiamento. Le persone in una comunità possono appoggiarsi uno all’altro, condividendo strategie di sopravvivenza, condividendo valori. La Terapia Comunitaria permette alle persone di valorizzare ed utilizzare le proprie risorse. Le persone condividono ciò che fanno, ciò che mangiano. Si canta ciò che le persone cantano. Ogni volta che c’è una distruzione materiale o una frattura affettiva (separazioni, lutti) grazie alla Terapia Comunitaria costruiamo dei nuovi legami. Più distruzioni e sofferenze ci sono, più occasioni di costruire legami ci sono, che permettono di superare le sfide che il contesto presenta. Non dobbiamo dipendere da tecnologie straniere: abbiamo il problema, abbiamo anche le soluzioni. Questa è una metodo per sostenersi a vicenda, un modo per vivere in modo sostenibile. Chi può diventare un conduttore di ruote della TCI? Siccome la Terapia Comunitaria non è una psicoterapia, non richiede nessuna formazione precedente. Con la TCI non facciamo nessuna analisi, né interpretazione, né diagnosi. Faccio una formazione per imparare a fare le domande giuste e ad approfondire l’ascolto attivo.

Il terapeuta comunitario può essere qualsiasi persona che abbia buona volontà e che desideri far parte di un movimento di condivisione. In Brasile abbiamo terapeuti comunitari che sono o leader di una comunità della favela o di una chiesa e anche professori universitari. Il suo compito è quello di condurre una ruota (ci si dispone in cerchio), essere il guardiano delle regole facendo in modo che siano rispettate durante lo svolgimento dell’incontro, non avere un ideologia che gli impedisca di aprirsi agli altri. Grazie per le risposte Adalberto e arrivederci ai prossimi incontri dedicati alla TCI in Italia. Adalberto Barreto, Dottore in psichiatria (Università Rene Descartes di Parigi); Dottore in antropologia (Universitá De Lyon 2 Francia); Laureato in filosofia e teologia (Università San Tommaso d’ Aquino in Roma e Università Cattolica di Lione); Docente della Facoltà di Medicina dell’Università Federale del Cearà (Fortaleza – Brasile), Coordinatore del Progetto “4Varas” e del MISMEC Cearà Movimento Integrato di Salute Mentale Comunitaria; fondatore della metodologia di Terapia Comunitaria Sistemica Integrativa. A Bologna lo scorso ottobre 2016 è stato condotto da Barreto il corso di formazione “UNA COMUNITA’ CHE CURA. Prendersi cura di chi si prende cura” per conduttori di “ruote” della Terapia Comunitaria Integrativa. Il corso di formazione è stato promosso e realizzato da A.S.Vo - VOLABO - Centro Servizi per il Volontariato di Bologna in collaborazione con: • Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche AUSL di Bologna • Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche AUSL di Imola • Caritas Diocesana di Bologna • Comune di Bologna • Istituzione per l’inclusione sociale e comunitaria don • Paolo Serra Zanetti del Comune di Bologna • Comune di San Lazzaro di Savena.

Fermati, vivi: impariamo ad essere felici sbattendocene

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Continua il viaggio della nostra panchina gialla. Questa volta ci siamo fermati con Sarah Knight, autrice del best seller Il magico potere di sbattersene il ca**o e le abbiamo chiesto di raccontarci il suo personale segreto della felicità. La nostra campagna “fermati, vivi” è già di per sé un invito a rallentare, a prendersi il giusto tempo per vivere una vita piena e autentica, quindi felice. In controtendenza rispetto al buonismo stucchevole che spesso dilaga durante le festività natalizie, il metodo di Sarah Knight propone un approccio di vita

decisamente alternativo. Le abbiamo fatto qualche domanda per capirne qualcosa di più. Puoi raccontarci qualcosa del tuo libro? Il magico potere di sbattersene il ca**o è un libro che parla di come imparare ad amministrare il proprio tempo, la propria energia e le proprie finanze allo scopo di vivere meglio. Se siete stressati e super impegnati e se il vostro conto è in rosso, non potete apprezzare tutte le cose belle della vita. Sbattersi meno e meglio (in termini di tempo, energia e denaro), vi darà la libertà di essere persone più felici, più sane e più divertenti: per

voi stessi e per quelli che vi circondano. Ho voluto scrivere qualcosa di divertente e liberatorio, e al tempo stesso fornire consigli utili. Che differenza c’è tra sbattersi il ca**o e essere str....? Dobbiamo

rinunciare alla gentilezza? Ottima domanda! Per sbattersene senza diventare degli str.... occorre essere SINCERI e GENTILI rispetto alle proprie intenzioni. Se dite «No» con sincerità e

gentilezza alle cose che non volete fare, non avrete fatto niente di male, e non sarà necessario che vi scusiate del vostro comportamento. L’ho chiamato il “metodo NotSorry” per la riorganizzazione mentale, perché seguendolo passo dopo passo, alla fine non si è per nulla spiacenti. Si può essere gentili con gli altri e al tempo stesso mettersi al riparo da obblighi indesiderati. Cosa consiglieresti a chi vive di sensi di colpa? Penso che siano tanti quelli che si auto-creano il senso di colpa prima che ci pensino gli altri. Molti non provano nemmeno a dire «No» perché sono

troppo presi dal loro disordine mentale. Se si riesce a riordinare la propria mente, si riesce anche a eliminare il senso di colpa. So che funziona perché lo faccio tutto il tempo. Basterà dire no in modo sincero e gentile, e gli altri lo accetteranno! Ci fai un esempio di grandi della storia, oppure di persone famose, che si sono sbattuti il ca**o? La cantante Madonna è un ottimo esempio: ha avuto un enorme successo nella sua carriera, e non gliene potrebbe sbattere di meno di quello che la gente pensa di lei. LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA su: bit.ly/intervista-knight.

Al Sana di Bologna abbiamo presentato i nuovi prodotti della linea EcoNano Green. Sei una farmacia, erborista o negozio bio? Richiedici la campionatura gratuita di tutti i prodotti nel fantastico formato show product!


DICEMBRE 2016

Buone pratiche, belle idee e buona amministrazione

Regaliamoci un mondo nuovo I lettori di Vivere sostenibile conoscono bene l’importanza che hanno le scelte individuali nel dare forza a modelli di vita, di consumo e di sviluppo a misura d’uomo e in armonia con la natura. Stiamo infatti attraversando un’epoca di grandi responsabilità fatta anche di piccoli gesti quotidiani. Abbiamo i mezzi per cambiare quello che non ci piace! S e m p l i c e m e n t e esercitando il nostro potere di consumatori, possiamo premiare e alimentare le economie fondate sul rispetto per la vita e disincentivare quelle che si basano sullo sfruttamento e l’ingordigia, portando inquinamento e conflitti sociali. I semi del cambiamento possono diventare giardini. Quando, per esempio, nel 1992 la Azienda Remedia nasceva su un “greppo” appenninico, i fondatori Hubert Boesch e Lucilla Satanassi erano visti come pazzi, tipi “strani” che inseguivano un sogno che non sarebbero stati in

grado di tradurre in qualche utile realtà. Ma quello che fecero non è stato altro che credere fermamente in ciò che la terra suggerisce a chi le rimane accanto: viverla, amarla, raccontarla, nutrirla per esserne nutriti. Chi ha la fortuna di vivere in relazione con la natura ne apprende una forma di saggezza che inevitabilmente chiede di essere liberata, condivisa, affermata. Così oggi Remedia, come altre e sempre più numerose realtà, offre diversi preparati di alta qualità che mettono in relazione le persone con il messaggio delle piante. Perché questo messaggio sia il più puro possibile, non alterato da elementi o modi alieni alla bontà della natura, si impiega la massima attenzione nel modo di coltivare, di sostenere l’equilibrio delle piante, dell’ambiente e delle persone che vi lavorano. La raccolta è una richiesta vissuta con estrema gratitudine, trasformarle è preparare qualcosa di unico e prezioso; consigliarle e spedirle, un diffondere il loro gioioso e salubre messaggio nel mondo.

Per chi vive la natura, una pianta non è il suo principio attivo ma l’intera gestualità di un essere vivente. Quando l’uomo si prende così cura della terra e dei suoi frutti, lo scambio è felice e le piante riescono a dare il miglior aiuto per il nostro benessere di anima e corpo. E il sogno si è realizzato! Cosa c’entra questo col Natale? Al di là del credo o delle abitudini di ciascuno, il periodo natalizio può essere una occasione particolare per fermarsi e onorare gli affetti più sentiti, da quello per i nostri cari a quello per se stessi. In fondo quello è il periodo dell’anno in cui si celebra, in natura, il ritorno della luce. Con le confezioni natalizie proposte da Remedia c’è l’opportunità di donare una fetta di intenti nobili e attuali, sostenere progetti rivolti al bene comune, far giungere l’efficacia di preparati erboristici fatti con amore anche a chi altrimenti non avrebbe l’occasione di incontrarli, dando così anche ad altre persone l’occasione di... migliorare il mondo.

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11 Buone pratiche, belle idee e buona amministrazione

XII XII Libri&C. Libri&C. VALUTAZIONE VALUTAZIONE DI DI VIVERE VIVERE SOSTENIBILE: SOSTENIBILE:

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Amare in consapevolezza

L’arte dei desideri

Art therapy e fiori di Bach

Autore: Autore: Thich Thich Nhat Nhat Hanh Hanh Editore: Terra Editore: Terra Nuova Nuova Pagine Pagine 128 128 – – prezzo prezzo di di copertina: copertina: 10 10 € €

Autore: Autore: Andrea Andrea Colamedici Colamedici e e Mauro Mauro Gancitano Gancitano Editore: Macro Video Editore: Macro Video Durata: Durata: 200 200 minuti minuti – – prezzo prezzo di di copertina: copertina: 19,50 19,50 € €

Autore: Autore: Lucilla Lucilla Satanassi, Satanassi, illustrazioni illustrazioni di di Stefania Stefania Scalone Scalone Editore: Macro Editore: Macro Pagine: Pagine: 96 96 – – prezzo prezzo di di copertina: copertina: 12,90 12,90 € €

E’ E’ il il terzo terzo volume volume della della collana di tascabili collana di tascabili dedicati dedicati alla alla pratica pratica della presenza della presenza mentale mentale in in ogni ogni aspetto aspetto della della quotidianità. quotidianità. Con Con la la consueta semplicità consueta semplicità Thich Thich Nhat Nhat Hanh, Hanh, il il monaco zen fondatore monaco zen fondatore della della comunità comunità di di Plum Plum Village, si confronta Village, si confronta con con una una delle delle nostre nostre emozioni emozioni più più forti forti – – l’amore l’amore – – analizzando analizzando ii quattro quattro elementi elementi cruciali cruciali per viverlo per viverlo pienamente: pienamente: per per amare amare gli gli altri altri bisogna innanzitutto bisogna innanzitutto amare amare se se stessi; stessi; l’amore l’amore è comprensione; è comprensione; la la comprensione comprensione è è compassione; compassione; ascolto ascolto profondo e parole d’amore sono manifestazioni profondo e parole d’amore sono manifestazioni essenziali essenziali dei dei nostri nostri sentimenti. sentimenti. Non Non c’è c’è amore amore senza senza felicità; felicità; si si coltivi, dunque, la felicità fin da piccolissimi, coltivi, dunque, la felicità fin da piccolissimi, fin fin dalla dalla nascita. nascita. Così, Così, si si coltiverà coltiverà anche anche l’amore. l’amore. Non Non trascuriamo, trascuriamo, poi, il nostro corpo, perché l’amore passa poi, il nostro corpo, perché l’amore passa anche anche attraverso attraverso di di esso; esso; non non nascondiamolo, nascondiamolo, non non vergognamocene, vergognamocene, ascoltiamolo ascoltiamolo e e ascoltiamo ascoltiamo e e rispettiamo rispettiamo anche anche il il corpo corpo della persona che amiamo. Amare in consapevolezza, della persona che amiamo. Amare in consapevolezza, ricco ricco di di pratiche pratiche meditative meditative da da fare fare da da soli soli o o con con il il partner, partner, è è un un regalo regalo unico unico per per chi chi desidera desidera accrescere accrescere la la propria propria capacità capacità di di amare, amare, indipendentemente indipendentemente dalla dalla religione religione o o dalla tradizione spirituale di appartenenza. dalla tradizione spirituale di appartenenza.

Non Non ci ci si si stupisce stupisce mai mai abbastanza, siamo abbastanza, siamo ancora ancora lì, lì, inchiodati inchiodati aa una croce da una croce da noi noi stessi, stessi, dal conformismo, dal conformismo, dalla dalla paura, paura, dal dal vuoto vuoto improduttivo, dal improduttivo, dal pensiero positivo pensiero positivo che che ci ci vuole vuole buoni buoni e sonnecchianti. e sonnecchianti. E E invece invece Igor Igor Sibaldi, Sibaldi, come sempre fa come sempre fa da anni, ci sprona da anni, ci sprona aa VIVERE, VIVERE, aa DEDESIDERARE (dalla SIDERARE (dalla parola parola Sidera=stella, Sidera=stella, significa significa “accorgersi “accorgersi che che nel nel tuo tuo cuore cuore c’è c’è qualcosa di più qualcosa di più di di quel quel che che le le stelle stelle stanno stanno concedendo concedendo all’umanità”), all’umanità”), ad ad andare andare oltre oltre il il con-siderare con-siderare (agire come altri ci dicono sia giusto), per superare (agire come altri ci dicono sia giusto), per superare il il demone demone del conformismo, verso il cambiamento, cominciando del conformismo, verso il cambiamento, cominciando realmente realmente ad ad ESSERE ESSERE COME COME CI CI AMIAMO, AMIAMO, non non ad ad amare amare come siamo. Oltre alla bella intervista a questo come siamo. Oltre alla bella intervista a questo vulcanico vulcanico pensatore pensatore di di una una nuova nuova saggezza, saggezza, nel nel DVD DVD troviamo troviamo una una bella conferenza in cui è affiancato da Andrea bella conferenza in cui è affiancato da Andrea Colomedici Colomedici e e Maura Maura Gancitano Gancitano (autori (autori e e ideatori ideatori di di Tlon), Tlon), in in cui cui gli gli argomenti sono la differenza tra spirito e anima, l’idea argomenti sono la differenza tra spirito e anima, l’idea del del futuro, futuro, del del coraggio coraggio e e della della libertà, libertà, ricordando ricordando Platone Platone in in un mondo di social network e di consumismo un mondo di social network e di consumismo applicato applicato anche anche al al mondo mondo spirituale. spirituale.

C Co on no o ss cc o o L u c L u c ii ll ll aa da anni da anni e sapevo e sapevo che anche che anche questa questa volta volta ci ci avrebbe avrebbe rr e eg g aa ll aa tt o o un un piccolo piccolo capolavoro: capolavoro: un un libro libro che che nasce nasce “dal “dal d de e ss ii d de e rr ii o o di un di un b be en ne e ss ss e e rr e e semplice semplice e e n n aa tt u u rr aa ll e e ,, ss e e n n zz aa trucchi trucchi o o magie… magie… Si Si tratta tratta solo solo di di attingere attingere al al potere potere delicato della natura e di chiederle aiuto in delicato della natura e di chiederle aiuto in momenti momenti difficili.” difficili.” Ne Ne nasce nasce un un viaggio viaggio alla alla riscoperta riscoperta di di noi noi stessi stessi attraverso l’uso del colore e la contemplazione attraverso l’uso del colore e la contemplazione della della natura. natura. Le Le 38 38 schede schede sui sui fiori fiori di di Bach Bach sono sono le le dichiarazioni dichiarazioni che che ogni ogni fiore fiore ci ci fa fa di di sé, sé, il il motivo motivo per per cui cui lo lo potremmo potremmo interpellare e lo stato raggiunto dopo che ci interpellare e lo stato raggiunto dopo che ci ha ha aiutato, aiutato, più più la la parte parte del del corpo corpo in in cui cui lo lo si si ritrova ritrova e e una una breve breve meditazione meditazione da da abbinare. abbinare. A A lato lato di di ogni ogni fiore fiore una una tavola tavola illustrata illustrata aa mano, mano, tutta tutta da da osservare, osservare, per per il il giusto giusto tempo, tempo, e poi colorare e interiorizzare: uno strumento e poi colorare e interiorizzare: uno strumento unico unico per per recuperare recuperare la la nostra nostra vera, vera, preziosa preziosa bellezza. bellezza. Buon Buon viaggio, viaggio, ci ci augura augura Lucilla, Lucilla, alla alla ricerca ricerca del del fiore fiore che che è in ognuno di noi. è in ognuno di noi.

Viaggio camminato in portogallo Fatti Fatti avvolgere avvolgere da da un un sogno, sogno, contattando contattando te te stesso. stesso. Vieni Vieni con con noi, noi, Walkinglife Walkinglife e e Surfness Lodge Peniche, attraverso il Portogallo. Surfness Lodge Peniche, attraverso il Portogallo. “SEGUENDO “SEGUENDO II PROPRI PROPRI PASSI. PASSI. CAMMINO CAMMINO E E SURF” SURF” è è un’esperienza un’esperienza alternativa, alternativa, in in consapevolezza, dove movimento e stanzialità s’intrecciano in un’onda consapevolezza, dove movimento e stanzialità s’intrecciano in un’onda sinuosa. sinuosa. Dove Dove natura, natura, cammino, cammino, yoga, yoga, meditazione, meditazione, surf surf e e internazionalità internazionalità infondono infondono una una carica carica di di energia per l’anima e per il corpo. energia per l’anima e per il corpo. Walkinglife Walkinglife vuole vuole diffondere diffondere un un modo modo di di vivere vivere conscio conscio e e sostenibile sostenibile attraverso attraverso progetti di benessere in movimento. progetti di benessere in movimento. Surfness Surfness Lodge Lodge Peniche Peniche è è una una struttura struttura recettiva, recettiva, scuola scuola di di surf, surf, yoga, yoga, sport sport e e terapia terapia sull’oceano. sull’oceano. Walkinglife Walkinglife e e Surfness Surfness Lodge, Lodge, insieme, insieme, ti ti invitano invitano ad ad un’esperienza un’esperienza differente differente dal dal solito viaggio. solito viaggio. Per Per Natale Natale regalati regalati o o regala regala 55 giorni giorni sul sul Camino Camino Portogues Portogues da da Lisbona Lisbona ad ad Arneiro Arneiro das das Milharicas e 3 giorni di relax a Baleal di sport e meditazione sull’Oceano. Milharicas e 3 giorni di relax a Baleal di sport e meditazione sull’Oceano. Date Date viaggio: viaggio: 27 27 maggio maggio -5 -5 giugno giugno 2017 2017 Per Per info: info: Annalisa Annalisa Nicolucci Nicolucci (walkinglife) (walkinglife) 347.9751094, 347.9751094, nicolucci73@hotmail.com nicolucci73@hotmail.com


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RICICLO

Dagli innovativi Repair Café alle tradizionali Ciclofficine: Roma (ri)scopre il valore del riciclo Anche nella Capitale si attivano centri in cui imparare ad effettuare riparazioni, oltre che condividere i saperi artigianali. Tendenza ormai molto diffusa in Europa.

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tendenza che ha contagiato anche gli States che già contano una quarantina di caffé-officine, ma anche Brasile, Cile, Azerbaijan, Egitto, India e Giappone. Realtà sviluppate grazie al supporto della Repair Café Foundation, fondata direttamente da Martine Postma con lo scopo di incentivare sempre più persone ad aprire un Repair Café fornendo supporto logistico e tecnico nella fase di progettazione e realizzazione. Solo 4 i “café delle riparazioni” in Italia, di cui 1 ha aperto lo scorso maggio proprio a Roma (il Repair Café Aggiustotutto in zona Conca D’Oro). Tuttavia il rapporto della Capitale e dei suoi abitanti con il riuso non è una novità. Roma è da sempre terreno fertile per iniziative di riciclo creativo e recupero di materiali: ne sono una testimonianza lampante le ciclofficine popolari. Nate dall’esigenza per i cicloamatori di condividere spazi e strumentazioni tecniche per riparare o costruire biciclette, l’obiettivo delle ciclofficine è presto diventato la diffusione di uno stile di vita più consapevole, meno legato al consumo e aperto ad alternative in termini di mobilità e trasporti. A Roma ce ne sono in tutto 16, la maggior parte delle quali concentrate in zona Sud-Est. Aperte a precisi orari e in determinati giorni, le ciclofficine afferiscono spesso ad associazioni impegnate nel sociale (e in diversi casi si trovano all’interno di edifici occupati da collettivi). Recandosi in ciclofficina popolare con la propria bicicletta è possibile ripararla utilizzando pezzi di ricambio raccolti grazie agli scarti donati da altri utenti, oppure assemblare laboriosamente il proprio mezzo unendo componenti di bici altrimenti inutilizzabili o ancora, semplicemente, imparare le tecniche per una corretta

manutenzione della due ruote. Il tutto completamente gratis, in cambio di un contributo libero o iscrivendosi all’associazione cui la ciclofficina svolge la propria attività. Un sistema completamente aperto alla cittadinanza: non a caso le ciclofficine romane, pur rimanendo autonome, hanno scelto di fare rete e unire gli intenti per diffondere il loro messaggio di riuso e recupero. Nasce così il progetto ciclofficinepopolari.it, un blog che racconta la storia delle 16 ciclofficine romane, ne riporta tutti i contatti e diffonde le iniziative programmate in autonomia da ciascuna di esse. Un mondo attivo da anni che vale la pena di conoscere e frequentare non solo per recuperare materiali altrimenti destinati a divenire rifiuti, ma anche per condividere esperienze, conoscenze e aprire la mente.

CICLOFFICINA

INDIRIZZO

ORARI D’APERTURA

Ciclofficina Donchisciotte

Via Prenestina, 173

LUN 16 - 20 GIO 17 - 21

Ciclofficina Ciclosoccorso

Via caboto, 15

MAR, MER, VEN, SAB 16 - 19.30

Ciclofficina Ex Lavanderia

Piazza Santa Maria della pietà, padiglione 31

MER 21.30 - 23.30 (Saldatura) SAB, DOM 15 - 19

Ciclofficina Centrale Ciclonauti

Via baccina, 37

LUN, MAR, GIO 20 - 22.30 VEN 19.30 - 21.30

Ciclofficina del Forte

Via Federico Delpino

MER, GIO, VEN 16 - 20.30 e 3° domenica del mese

Ciclofficina Macchia Rossa

Via Pieve fosciana, 82

SAB 11 - 15

Ciclofficina di Fisica

Piazzale Aldo Moro, 5 (Dip. di Fisica, Università Sapienza)

MER 15 - 19

Ciclofficina Luigi Masetti

Via della resede, 5

LUN, MER 17 - 20

Ciclofficina Pirata del Quadraro

Via selinunte, 57

SAB 18 - 21

Ciclofficina La scatenata

Casale Alba 2, all’interno del parco di Aguzzano

SAB, DOM 16 - 19

Ciclo Casale

Via della primavera, 319 b

MER, GIO 17 - 20 e 2° domenica del mese 10.30 - 14

Riciclofficina Villaggio Olimpico

Via Norvegia, 2

MAR, GIO, SAB, DOM 11 - 13.30

Ciclofficina La Gabbia

Largo Ferruccio Mengaroni

GIO 15 - 18

Ciclo delle ciliegie

Via delle ciliegie, 42

SAB 12 - 13

Ciclofficina La Torretta

Via Filippo Serafini, 53

LUN 18.30 - 21.30 GIO 15 - 18 VEN 15 - 17

Ciclofficina popolare La Strada

Via Francesco Passino, 24

MAR 17 - 20

Buttare via non è più l’unica alternativa: vuoi per crisi economica o per il diffondersi di una mentalità più attenta ai problemi ambientali, la cara vecchia soluzione consumistica che prevede di disfarsi degli oggetti rotti per acquistarne di nuovi sta perdendo il suo appeal a favore di un approccio votato al recupero e al riuso. Non a caso, negli ultimi anni stiamo assistendo a una vera e propria esplosione di iniziative ecologiche e anticonsumistiche di vario genere, una su tutte: i Repair Café. Nati nel 2009, ad Amsterdam, dall’iniziativa di Martine Postma, un ex giornalista olandese stanca di dover sottostare alle regole implicite di un sistema basato sull’obsolescenza programmata, i Repair Café hanno rapidamente colonizzato tutta l’Europa. Concepiti come luoghi di condivisione, nei Repair Café i soci si incontrano per scambiarsi idee, consigli ed esperienze. Chiunque può portare elettrodomestici non funzionanti, giocattoli rotti, capi d’abbigliamento fallati, mobili traballanti o altro e affidarsi a chi, tra i soci, ha maggiori competenze nel settore, attivando così uno scambio di saperi (invece che di denari), magari accompagnato da una piacevole bevanda calda o da un rinfrescante aperitivo. Nel vecchio continente se ne contano più di 1100, con le punte massime in Olanda (oltre 500), Belgio (circa 150), Germania (intorno ai 200) e Francia (poco più di 50). Una

Da pneumatici usati a diesel per auto: in Australia è già realtà Emette meno ossidi di azoto senza perdite di efficienza per il motore: la miscela diesel della start up australiana GDT fa importanti promesse e scalpita per arrivare sul mercato internazionale.

La seconda vita dei copertoni auto ha già ottimi esempi applicativi con cui dimostrare di poter essere un asse portante della circular economy. A sancirne il ruolo è ora la start up australiana Green Distillation Technologies (GDT), produttrice della prima miscela di carburante ottenuta da PFU e diesel tradizionale. Gli ingegneri meccanici Richard Brown e Farhad Hossain avevano iniziato a testare la loro idea all’interno di laboratori del Queensland University of Technology quasi dieci anni fa. Dalla sperimentazione è venuto fuori un nuovo approccio al problema dei rifiuti da copertoni e gomme auto che ha permesso ai due scienziati di lanciare nel 2009 la loro start up. Il loro lavoro si concentra sulla distillazione distruttiva come processo d’elezione per il riciclo dei vecchi pneumatici. Simile alla pirolisi, la distillazione distruttiva è una tecnica utilizzata per convertire materiali organici grezzi in sostanze chimiche utili attraverso il calore e in un ambiente privo d’ossigeno. Il processo permette ad esempio di convertire il legno in carbone o, come in questo caso, i PFU in olio sintetico, carbonio e acciaio. Le gomme non devono subire nessun trattamento iniziale e l’olio che il processo restituisce è in parte re-inserito nel sistema per

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3 min

alimentare la distillazione, e in parte miscelato a normale diesel. Il mix risultante, spiegano gli scienziati, possiede un impatto ambientale minore del diesel “puro”. “Abbiamo testato l’olio ottenuto con la GDT da pneumatici in gomma naturale e sintetica riciclati in miscele al 10 e 20 per cento” ha affermato Farhad. “Abbiamo riscontrato una riduzione del 30 per cento degli ossidi d’azoto”, senza perdita d’efficienza del motore. “Il processo ricicla pneumatici a fine vita in olio, carbonio e acciaio, senza lasciare nulla sprecato”, aggiunge il chief operating officer della società, Trevor Bayley. “Il potenziale di questa nuova fonte di produzione di biocarburanti è immenso, ed è più sostenibile rispetto ad altri bio-oli ottenuti da piante”. E’ già in fase di realizzazione il primo impianto su scala commerciale, a 5 km dalla città di Warren, nel New South Wales. A regime sarà in grado di elaborare 19.000 tonnellate di PFU annualmente, ossia circa il 3% degli pneumatici a fine vita che vengono generati in Australia ogni anno. (fonte: Rinnovabili.it)


ECOFASHION Nyom Roma, ovvero come trasformare una cintura di sicurezza in design

Il laboratorio artigianale, ideato da una coppia romana, che utilizza principalmente cinture di sicurezza per creare sorprendenti oggetti di moda, design e arredo. Le cinture di sicurezza servono a garantirci incolumità quando siamo in auto. Ma perché fermarsi qui? Perché non usarle per portare a spasso il cane, trasportare soldi, documenti, chiavi, arredare casa? Questo devono aver pensato Patrizio Orlandi e Daniela Nardo quando hanno deciso di lanciarsi nel progetto Nyom: aprire un laboratorio sartoriale che realizza oggetti di design, accessori d’abbigliamento e complementi d’arredo

lavorando materiali di recupero, in particolare provenienti dagli autodemolitori. Il progetto nasce nel 2014, quando Daniela ha appena ottenuto la laurea in ingegneria, mentre Patrizio ha appena perso il lavoro da operaio specializzato. Nessuno dei due ha un background sartoriale, ma entrambi sono animati da una forte attenzione all’ambiente e al riciclo. Sono completamente autodidatti e non hanno altro aiuto oltre a quello delle loro mani, della loro creatività e della loro cagnetta Sara (il cui musetto, non a caso, è divenuto il marchio del brand). I ragazzi di Nyom scelgono di concentrarsi sull’upcycling delle cinture di sicurezza. Un tema già frequentato, ma che loro riescono a portare su un livello mai visto prima. Da una parte le scelte di design: prodotti dall’estetica accattivante, combinazioni di linee e colori moderni e un risultato finale che, pur dichiarando il materiale di cui è costituito, si distacca di molto dall’oggetto iniziale; dall’altra quelle progettuali che portano a una straordinaria varietà di oggetti accomunati tutti dall’altissima qualità della realizzazione artigianale. Nascono così borse, portafogli, guinzagli, portachiavi, cinture, ma anche portariviste, portavasi calamitati da attaccare al frigorifero, separé, pouf e cuscini per gli animali domestici. “L’ispirazione è il mondo: siamo sempre state due persone curiosissime - spiega Daniela a VS Roma - Trasformiamo ogni stimolo in idee che progettiamo, sperimentiamo e poi immettiamo in produzione: così nascono le nostre idee”.

filati GOTS è un prodotto dall’alto valore ecologico e sociale: si crea con un basso impatto ambientale e chi ha contribuito a realizzarlo riceve un compenso equo. Molti tra i marchi più celebri della moda ecologica ed etica utilizzano filati garantiti da questa certificazione, come ad esempio Re-Bello, Ethletic, Popolini, Quagga, solo per citarne alcuni. Per capire meglio cosa voglia dire GOTS vediamo nel dettaglio le norme che disciplinano la certificazione,

GOTS è l’acronimo di Global Organic Textile Standard, lo “standard globale” del tessile biologico. Con questa sigla si indica quella che al mondo è universalmente riconosciuta come la certificazione più importante per garantire la provenienza biologica delle fibre e dei tessuti utilizzati per produrre moda eco. Il GOTS definisce i criteri ambientali e sociali che tutta la filiera produttiva deve rispettare per poter realizzare prodotti tessili sostenibili sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale. Secondo le regole i controlli devono essere effettuati sin dalla raccolta delle materie prime grezze, proseguendo durante le varie trasformazioni, fino al prodotto ultimato. Un capo d’abbigliamento che può vantare di utilizzare

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in pvc e altri materiali altrimenti destinati allo smaltimento. I progetti per il futuro? “Non sapremmo delineare una prospettiva futura. Quella presente ci coinvolge totalmente - conclude Daniela - Siamo innamorati della nostra attività. La prospettiva migliore che possiamo immaginare è quella di continuare con questo entusiasmo e cercare di trasmettere la nostra passione.”.

Creatività senza confini: oltre alle cinture di sicurezza, infatti, recuperate grazie alla collaborazione con la Romana Autodemolizioni, la coppia di Nyom sta creando nuovi prodotti sfruttando camere d’aria, tessuti di recupero (come ad esempio i campionari dei negozi tessili), ma anche banner pubblicitari

GOTS, quando la moda diventa ecofriendly

Se trovi il marchio GOTS significa che hai tra le mani un capo di abbigliamento sostenibile, sia da un punto di vista ambientale che sociale.

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Cominciamo dividendole in due macro categorie: “criteri ambientali” e “criteri sociali”. I criteri ambientali prevedono, come primo step, che il produttore differenzi attentamente le “materie prime” biologiche da quelle convenzionali: tracciando questi passaggi si evitano molte frodi. Per questi stock selezionati le tinture utilizzate saranno a-tossiche e biodegradabili. Nelle successive lavorazioni é assolutamente vietato impiegare sostanze pericolose come metalli pesanti, formaldeide, solventi aromatici, nano particelle funzionali, organismi geneticamente modificati (OGM) e altri enzimi. Tutte le sostanze chimiche utilizzate durante i processi di lavorazione delle materie prime saranno molto limitate: gli oli che si usano per la tessitura e le lavorazioni a maglia non devono contenere metalli pesanti. Gli sbiancanti devono essere a base di ossigeno attivo (non candeggina). Sono vietati inoltre i coloranti azoici che rilasciano composti di ammine cancerogene, i metodi di stampa che prevedono l’uso di solventi aromatici e i metodi di stampa con plastisol che prevedono l’uso di ftalati e PVC.

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Gli accessori utilizzati nella produzione dei capi hanno delle restrizioni, ad esempio non è ammesso il PVC, il nickel o il cromo, e dal 2014 tutto il poliestere impiegato è riciclato. I controlli sono anche sui contesti produttivi: tutti gli operatori devono avere una sensibilità ambientale attestata da procedure operative volte a ridurre al minimo i rifiuti e i consumi energetici e di acqua. Anche i materiali di imballaggio dei capi GOTS non devono contenere PVC. Dal 2014 qualsiasi carta o cartone utilizzato per l’imballaggio è riciclato o certificato FSC o PEFC. Oltre ai criteri ambientali, i prodotti con filati certificati GOTS soddisfano anche dei criteri sociali minimi, a garanzia che anche per i lavoratori impiegati siano rispettati diritti e dignità. Le norme da rispettare sono quelle dell’Organizzazione Internazionale Lavoro (ILO), che sono le stesse previste dalla certificazione FWF (Fair Wear Foundation, un’altra importante certificazione). In breve i lavoratori della filiera devono essere impiegati liberamente e non costretti al lavoro, non devono essere fatte distinzioni di sesso, religione, posizione politica o appartenenza ai sindacati (deve essere tutelata la libertà di assemblea, di associazione e di contrattazione pubblica). I turni di lavoro devono essere quelli previsti per legge nel paese di riferimento e bisogna garantire le condizioni di sicurezza sul lavoro. Assolutamente bandito è, ovviamente, il lavoro minorile. Grazie al rispetto delle ferree regole del disciplinare sapremo che, quando nell’etichetta del prodotto c’è il logo GOTS, l’acquisto che stiamo per fare sarà una scelta reale di sostenibilità ambientale e responsabilità sociale.

SEI UN’AZIENDA GREEN? LA SOSTENIBILITÀ È IL TUO SETTORE? Se vuoi che Vivere Sostenibile parli della tua attività contattaci alla mail vsroma@viveresostenibile.net o visita il nostro sito www.roma.viveresostenibile.net


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COSMESI

Noccioli di albicocca: una sorpresa per la pelle secca Di solito buttiamo una delle parti più importanti dell’albicocca: i noccioli spremuti a freddo hanno delle ottime proprietà cosmetiche soprattutto per le pelli delicate. L’olio di noccioli di albicocca è idratante, nutriente, antiossidante e protettivo, sono queste le sue principali qualità cosmetiche. Ottenuto dalla spremitura a freddo dei noccioli dei frutti della pianta, contiene vitamine A ed E considerate responsabili della bellezza e della elasticità della pelle, acido oleico e linoleico (acidi grassi essenziali), e fitosteroli. L’albicocco, Prunus armeniaca, è un albero da frutto della famiglia delle rosacee; originario della Cina, è giunto in Europa dall’Armenia durante l’Impero romano. L’olio di noccioli di albicocca viene utilizzato nella cosmesi naturale principalmente perché ha delle proprietà protettive ed emollienti: è capace di stimolare la produzione di sebo nelle pelli secche e delicate. Inoltre idrata a fondo la pelle e combatte i radicali liberi, ha quindi un’azione

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elasticizzante, che serve a prevenire rughe e smagliature. I fitosteroli aiutano la pelle anche a proteggersi dai raggi UV. Come se non bastasse, l’olio di albicocca ha un effetto calmante sulla cute infiammata o irritata, aiuta a ridurne lo stress e può essere usato come struccante naturale. L’olio è molto delicato, si assorbe rapidamente e non unge. Mescolandolo con oli essenziali o creme, è possibile ottenere anche cosmetici per la cura completa del corpo e per massaggi drenanti profondi. Molto valido per fare impacchi e maschere, rende morbidi e lucenti i capelli: si unisce l’olio di albicocca all’olio di lino, si applica sui capelli leggermente inumiditi prima di fare lo shampoo, si lascia agire dai 20 ai 30 minuti. Questo rimedio naturale è adatto a chi ha i capelli sfibrati e spenti. L’olio di colore giallo tenue, dal sapore dolce simile a quello delle mandorle, è molto buono da usare anche come alimento. In commercio esistono diversi marchi che commercializzano olio di semi di albicocca biologico spremuto a freddo, tra i più economici abbiamo trovato quello di EkolifeNatura, con certificazione biologica, in formato da 250ml.

Alla scoperta della fitocosmesi, meglio se BIO! di Marinella Riccò

Cosa si intende per fitocosmesi e come garantire il consumatore che un cosmetico sia effettivamente naturale? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Si definisce fitocosmesi quella cosmesi che utilizza prodotti di origine vegetale. E’ detta biologica quando utilizza estratti di piante da agricoltura biologica, materie prime pure e senza residui di pesticidi. Per essere seriamente considerata, tale cosmesi non può prescindere dal tener conto con uguale importanza della base cosmetica (eccipiente) e dei principi attivi vegetali (fitocomplessi). La percentuale di ingredienti di origine vegetale deve essere consistente; non basta un 1% di principio attivo vegetale per poter dire che un cosmetico è naturale! Gli Eccipienti - In un fitocosmetico che si reputi tale, oltre al principio attivo, anche la base (eccipiente) deve essere di origine vegetale. Solo dopo 30 giorni di utilizzo di un prodotto di fitocosmesi si può dare un reale giudizio sulla sua bontà ed efficacia. La pelle ha bisogno di sostanze che riescano a far penetrare i principi attivi in profondità. Tra tutti uno dei più utilizzati fin dall’antichità è stato l’olio di oliva, così come il burro di karatè e l’olio di argan spesso usati nelle preparazioni di fitocosmetici bio. ll fitocomplesso - È l’insieme dei principi attivi del vegetale “in toto”, essendo la pianta una “unità terapeutica” nella quale i principi attivi formano dei fitocomplessi caratteristici. Lo studio di un singolo principio attivo non porta a scoprire le proprietà della pianta. L’azione della pianta è dovuta all’estratto totale della pianta stessa, non ai suoi costituenti chimici isolati. In altri termini, l’insieme dei principi attivi dell’estratto è superiore all’attività delle varie molecole considerate singolarmente. Ecco perché le piante, usate nella loro totalità, producono effetti diversi da quelli ottenuti utilizzando i loro singoli principi attivi. Questo “insieme” di cui stiamo parlando, responsabile della specifica attività di una pianta, e spesso formato da centinaia di molecole diverse, costituisce un’entità biochimica unitaria, che agisce grazie all’azione complementare e di reciproco potenziamento dei singoli costituenti. Tale sinergia è all’origine dell’attività più dolce e soprattutto più armonica che molte piante hanno rispetto ai prodotti di sintesi poiché la tossicità di alcuni loro costituenti viene mitigata da altri. Per chi si appresta ad un primo utilizzo dei prodotti bio ecco alcuni suggerimenti per non rimanere delusi e scegliere al meglio. Anzitutto i prodotti bio escludono determinati ingredienti come petrolati, siliconi, condizionanti ittiotossici, addensanti sintetici. La notizia positiva è che sono tutte sostanze inquinanti e quindi meno se ne usa meglio è. Con le creme bio, a volte anche se si stendono con più difficoltà e i risultati che danno si vedono dopo qualche applicazione, la pelle del corpo non è più desquamata, il colorito del viso è più salutare sulle gote e la zona T del viso è visibilmente meno lucida. Per non parlare del fatto che essendo più concentrate, le biocreme vanno usate in quantità più ridotte. Come vedete, i vantaggi sono più degli svantaggi!

Gli ingredienti dei cosmetici sono catalogati dall’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients), denominazione internazionale nata agli inizi degli anni ‘70 - utilizzata per indicare in etichetta i diversi ingredienti del prodotto cosmetico. Questo facilita l’identificazione delle sostanze alle quali si può essere allergici e non rende registrabili come marchi da una sola industria i nomi di specifici ingredienti. Questo codice contiene alcuni termini in latino, molti in inglese, sigle e numeri. È unico per tutti i paesi della UE, e ha una grande diffusione internazionale. Solo dal 1997 nella UE è obbligatorio elencare tutti gli ingredienti del cosmetico sul prodotto. Non tutti gli ingredienti cosmetici registrati nell’INCI sono inclusi nel Glossario degli Ingredienti

Cosmetici Europeo. L’elenco deve essere in ordine decrescente, con al primo posto l’ingrediente presente alla concentrazione più alta. Gli ingredienti con concentrazione inferiore al 1% possono essere elencati in ordine arbitrario in fondo all’elenco. L’assegnazione di un nome INCI a una sostanza o miscela di sostanze non comporta che siano sicure o efficaci. Il glossario europeo degli ingredienti cosmetici non costituisce una lista limitativa degli ingredienti che possono essere utilizzati in un cosmetico. Ci sono tanti prodotti in commercio che sono garantiti da organi, come ICEA, AIAB, ECO CERT, ECO GARANTIE, LAV, che si occupano di certificazioni bio e quindi il lavoro di analisi dell’INCI risulta di gran lunga semplificato… almeno siamo certi che in quel cosmetico non c’è nulla di nocivo.


BIO EDILIZIA

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Allergie e patologie respiratorie, come difenderci dall’inquinamento indoor delle nostre case Sono in aumento i soggetti affetti da Sensibilità Chimica Multipla. Il maggior imputato? La qualità dell’aria che respiriamo in casa, ufficio, scuola e palestra. Luoghi dove trascorriamo il 90% della nostra esistenza.

La MCS (Sensibilità Chimica Multipla) è una malattia di recente sviluppo che deriva spesso dalle cattive condizioni ambientali, sia degli spazi aperti sia di quelli confinati. I sintomi più frequenti, altamente lesivi della qualità della vita, sono quelli di tipo allergico come difficoltà respiratoria, nausea, emicrania, dermatiti da contatto, vertigini, ipersensibilità agli odori, elettro-sensibilità. Il gran numero di coloro che soffrono di MCS rappresenta una spia d’allarme su cui riflettere. La malattia, infatti, si sta diffondendo in modo direttamente proporzionale alla presenza di diversi fattori: l’incremento di nuove abitudini sociali, l’utilizzo di materiali da costruzione, la presenza di sostanze e trattamenti in elementi di arredo. Proprio gli ambienti chiusi, quali casa, ufficio, scuola, palestra, etc. sono a volte quelli più carichi di inquinanti verso cui sempre più persone mostra intolleranza. L’inquinamento indoor è dovuto a componenti strutturali, tecnologiche e di arredo come le resine di urea formaldeide nelle colle presenti in quasi tutti i mobili, i prodotti della combustione del metano nei fornelli in cucina, le fibre di amianto e le polveri di piombo, i campi elettromagnetici, batteri e funghi. Considerando che passiamo il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi o circoscritti, è facile intuire come i disturbi più disparati possono originare, nei soggetti sensibili, dai luoghi che dovrebbero essere sicuri, ossia

Dati statistici affermano che ogni italiano consuma in media 150 litri d’acqua potabile al giorno. Di questi, ne beviamo solo un paio, mentre i restanti vengono impiegati per la cura del corpo (39% del totale), la pulizia della casa (12%), l’utilizzo dei sanitari (20%) e la preparazione di vivande (6%). Se alcune di queste attività richiedono acqua potabile, per altre non è un requisito indispensabile: per lavare casa, scaricare i sanitari, caricare la lavatrice, ad esempio, potremmo utilizzare tranquillamente acque meno depurate e provenienti da fonti diverse rispetto agli acquedotti comunali. Una delle alternative possibili è quella generata naturalmente dalle cosiddette acque meteoriche, ovvero piogge e temporali. I sistemi di raccolta e riuso delle acque piovane, infatti, consentono di abbattere i consumi di acqua potabile fino a circa la metà delle

utenze domestiche, garantendo un forte risparmio sulle spese mensili e soprattutto una riduzione di spreco di risorse preziose. Facili da installare e relativamente economici, tali impianti si compongono di quattro elementi: una superficie di raccolta (nelle normali case, il tetto), un sistema di convoglio (le grondaie), un condotto di drenaggio e un contenitore di stoccaggio (generalmente una cisterna interrata). L’acqua piovana raccolta può essere utilizzata senza ulteriori lavorazioni per le pulizie domestiche e l’irrigazione di orti, giardini o balconi, mentre va trattata con un debatterizzatore nel caso venga impiegata per la lavatrice o la scarico del wc. Un sistema che oltre ad un impatto immediato sugli importi delle bollette, genera ulteriore guadagno indiretto dal momento che garantisce una vita più lunga per elettrodomestici come la lavatrice: le acque piovane sono infatti più “dolci” rispetto a quelle potabili e riducono la formazione di calcare. Pensati appositamente per un uso intensivo, i sistemi di riuso delle acque meteoriche richiedono poca manutenzione: a parte una puntuale pulizia delle grondaie, i serbatoi di raccolta sono generalmente dotati di un filtro che impedisce

Un edificio si può definire sano se tutte le sue componenti, dalla struttura alle finiture, rispondono a requisiti di bioecologicità, qualità indispensabile per un corretto costruire in funzione dell’uomo. Il bioarchitetto si propone, nella sua competenza, di ridurre al minimo i fattori di disturbo che una struttura edilizia può arrecare a un organismo: la riduzione degli inquinanti all’interno degli ambienti è un passaggio fondamentale per una vita più sana e meno esposta a pericoli. Studio oba – Officina Bio Architettura info@officinabioarchitettura.it 3403484935

Il professore Andrew Adamatzky e il suo team, dell’University of West of England, è dal 2015 al lavoro su Living Architecture (LIAR), progetto europeo nato con l’obiettivo di creare pareti

modulari di bireattori. E a poco più di un anno dall’avvio, la squadra ha sfornato i primi mattoni di LIAR: unità intelligenti in grado di riciclare le acque reflue domestiche e trasformarle, con l’aiuto del sole, in energia elettrica. Il progetto ha messo insieme diverse competenze, dall’architettura all’informatica passando per l’ingegneria, al fine di creare una “muratura vivente” facilmente integrabile in edilizia. E il termine “vivente” ben descrive questi nuovi mattoni sfornati dall’università britannica: minuscoli reattori modulari creati per la coltivazione di batteri e microalghe e in grado di autoadattarsi alle condizioni ambientali. In ogni unità è stata inserita una cella a combustibile microbica, sistema bio-elettrochimico che genera corrente grazie all’azione catabolica dei batteri su una serie di nutrienti. Ad alimentare le celle in questo caso sono le stesse acque reflue dell’edificio in cui il muro vivente è inserito. I microrganismi – spiegano gli scienziati – sono stati appositamente scelti affinché siano in grado di pulire l’acqua, recuperare il fosfato, generare elettricità e facilitare la produzione di nuovi detergenti, tutto all’interno dello stesso processo. Le MFC, che costituiranno il motore vivente della parete di mattoni smart, avranno anche

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il passaggio di elementi ostruttivi ed elimina parte dei batteri contenuti, mentre i detriti normalmente presenti su tetti e gocciolatoi non finiscono nei serbatoi dal momento che il sistema, nella maggior parte dei casi, non raccoglie la pioggia di prima acqua (i primi 5mm di pioggia per metro quadro).

Con la “muratura vivente” l’acqua reflua si trasforma in energia Pareti viventi costituite da minuscole celle a combustibile microbico monitorano la qualità dell’aria domestica e producono energia dalle acque reflue e dai rifiuti. Così il progetto LIAR vuole far respirare l’edilizia.

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le nostre case e gli ambienti di lavoro. L’industrializzazione su larga scala ha alterato quelle maniere di costruire e di arredare “di una volta” che, se pur inconsapevolmente, erano molto più sane: quasi tutti i materiali sono stati sostituiti con surrogati di origine petrolchimica e quelli esistenti fin dall’antichità sono stati additivati con sostanze sintetiche. Studi scientifici sostengono che evitare di immettere sostanze chimiche nell’ambiente, nell’alimentazione, nei prodotti per l’igiene della persona e della casa, sia necessario per abbassare il carico tossico totale contenendo le risposte allergiche.

Abbattere del 50% i consumi d’acqua potabile? E’ possibile utilizzando quella piovana Ancora poco diffusi, i sistemi di recupero e riuso delle acque meteoriche garantiscono risparmi sia economici che ambientali. Sono semplici da istallare e molto economici. Vediamo come funzionano.

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un lato intelligente: dovranno infatti saper percepire l’ambiente circostante e rispondere agli stimoli esterni attraverso una serie di meccanismi coordinati digitalmente. La funzione smart servirà per programmare la loro produzione energetica ma anche per assolvere ad alcuni compiti secondari come monitorare la qualità dell’aria indoor e in caso migliorarla. Ogni bioreattore può essere programmato per utilizzare una varietà di fattori quali acque grigie, comunità microbiche (alghe e batteri) e CO2 atmosferica e rilasciare acqua filtrata, fertilizzanti, detergenti biodegradabili ed elettricità. Spiega Ioannis Ieropoulos, direttore del Centro Bioenergia di Bristol dell’Università: “Le celle a combustibile microbiche sono trasduttori di energia che sfruttano l’attività metabolica dei microbi per abbattere i rifiuti organici e generare elettricità. Utilizzarle come elementi vivi all’interno delle strutture murarie costituisce una applicazione nuova per le MFC. Questo ci permetterà di esplorare la possibilità di trattare i rifiuti domestici come fonti di energia elettrica, creando pareti attive programmabili per i nostri ambienti”. (fonte: Rinnovabili.it)


RINNOVABILI

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Dalla svizzera il modulo fotovoltaico dalla resa record del 36% Una start up svizzera ha sviluppato un modulo a concentrazione, producibile su larga scala, ottenendo una resa quasi doppia rispetto alla tecnologia convenzionale. Più performanti, iper tecnologici e con costi finalmente accessibili: i moduli fotovoltaici a concentrazione si preparano ad invadere il mercato del residenziale. L’innovazione arriva dalla Svizzera, nello specifico dalla start up Insolight con sede presso l’Innovation Park del Politecnico di Losanna: il team elvetico, infatti, ha sviluppato un modulo fotovoltaico composto di celle multigiunzione con resa al 36,4%, quasi il doppio rispetto ai tradizionali moduli con resa non superiore al 20%. Un sistema composito che sfrutta tecnologie finora utilizzate quasi esclusivamente per applicazioni spaziali: grazie a micro lenti inserite in un sistema ottico spesso pochi millimetri e prodotto interamente in plastica grazie ad una stampante 3D, la luce solare viene catturata e concentrata su celle multi junction, unità costituite da materiali diversi, in strati, capaci di assorbire radiazioni con differenti lunghezze d’onda.

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“Funziona come una doccia - spiega Laurent Coulot, ceo di Insolight, a proposito del sistema di concentrazione della luce - tutta l’acqua finisce in un piccolo scarico e non c’è ragione per cui quel piccolo scarico debba essere grande quanto tutto il pavimento della doccia”. A completare il modulo, un sistema di tracciamento dei raggi solari che permette all’innovativo progetto di Insolight di catturare il 100% della luce a prescindere dall’angolo di incidenza. Grazie ad un telaio metallico motorizzato, le lenti presenti nel sistema ottico si spostano di pochi millimetri durante tutto l’arco della giornata, così da seguire la parabola del sole. Il risultato finale è un modulo piatto, di dimensioni simili a quelli attualmente in commercio, ma con una resa quasi doppia. “Tutte le componenti sono state progettate per essere facilmente prodotte in massa”, spiega il cto di Insolight, Mathieu Ackermann. Un cambio di impostazione, quindi, che sceglie di contenere i costi massimizzando la fonte energetica - i raggi solari - anziché la tecnologia di trasformazione, la cella fotovoltaica. In questa maniera, la tecnologia a concentrazione, finora troppo costosa per esser prodotta su larga scala, si renderà compatibile con il mercato residenziale.

Biorenova, ovvero come trasformare gli scarti di plastica in idrocarburi di Davide Iannotta di Invitalia, Biorenova ha messo a punto l’impianto CAT-C, un innovativo sistema capace di trasformare i residui dei principali composti plastici in idrocarburi liquidi, evitando lo smaltimento per combustione degli stessi e dando nuova vita a materiali altrimenti destinati alla discarica. Per dai in dei

La giovane start up abruzzese ha sviluppato una tecnologia per produrre idrocarburi liquidi partendo da residui plastici altrimenti destinati allo smaltimento. Produrre nuove fonti energetiche grazie agli scarti della plastica: questo l’ambizioso obiettivo di Biorenova. Start up abruzzese selezionata nel programma “Smart&Start”

capire meglio come funziona l’impianto sviluppato ricercatori della start up nata a Montorio al Vomano, provincia di Teramo, abbiamo intervistato uno fondatori della giovane società, Pierpaolo Papilj.

Come vengono smaltiti tradizionalmente gli scarti di plastica? Possono essere destinati a tre distinti sistemi di trattamento: riciclo meccanico, conferimento in discarica o recupero energetico. Per avere un’idea delle dimensioni del mercato basti pensare che in Europa sono state raccolte circa 26 mln di tonnellate di rifiuti plastici nel 2014: solo il 30% di queste è stato riciclato, mentre il restante 70% è stato conferito in discarica o destinato a recupero energetico. Per non parlare dei danni provocati dai rifiuti plastici abbandonati direttamente nell’ambiente: la Ellen MacArthur Foundation prevede che nel 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesce, prefigurando così una vera e propria emergenza globale.

Come funziona esattamente l’impianto CAT-C? CAT-C rappresenta una soluzione concreta e innovativa poiché consente di trattare tutti i rifiuti plastici che, per proprie caratteristiche, non possono essere destinati al riciclo, trasformandoli in idrocarburi raffinati. Dai test effettuati una percentuale tra l’85% e il 90% del peso delle plastiche in immissione viene trasformato in idrocarburi, certificati nella classe del cherosene. La commercializzazione di tali idrocarburi rende l’impianto economicamente autosufficiente, favorendo così la riduzione dei costi di smaltimento a carico del sistema. Inoltre, l’innovativa tecnologia impiegata non prevede alcuna combustione diretta dei rifiuti plastici e consente di superare tutti i problemi ambientali connessi ai sistemi tradizionali, attribuendo così all’impianto una carbon footprint estremamente positiva. Avete già trovato aziende o amministrazioni interessate a implementare la vostra tecnologia? Sono diverse le manifestazioni d’interesse ricevute e che confidiamo di concretizzare già a partire dal 2017, anno in cui è previsto il termine del processo di industrializzazione del primo impianto CAT-C con una capacità lavorativa minima di 1.500 tonnellate/anno di rifiuti plastici.

Tralci di potature e scarti di legno come combustibile: le grandi prospettive della cogenerazione In commercio da diversi anni, i cogeneratori producono contemporaneamente energia elettrica e termica. Vere mini centrali domestiche che possono essere alimentate da biomasse per abbattere l’impatto ambientale e contenere i costi. Le tradizionali caldaie utilizzano risorse contemporaneamente in due diverse maniere: da una parte consumano, per il loro funzionamento, energia elettrica proveniente da centrali termoelettriche, dall’altra bruciano combustibili pregiati, come metano o gasolio, per convertirli in calore. Per risolvere questo problema, cioè quello della cosiddetta generazione separata, la soluzione appare relativamente semplice: produrre entrambe le tipologie di energia (elettrica e termica) attraverso uno stesso dispositivo. Nascono così i cogeneratori: macchine capaci di produrre contemporaneamente energia meccanica (che viene poi trasformata in energia elettrica) e calore. Tra le varie tipologie di cogeneratori esistono quelli

alimentati con biomassa che, bruciando componenti organiche, non immettono nell’atmosfera altra CO2 oltre a quella assorbita dalle stesse durante il loro ciclo vitale. In questo campo, una menzione particolare va all’impianto ECO 20 dell’azienda campana CMD e distribuito in Italia dall’azienda veneziana San Marco Energia (www.sanmarcoenergia.com): selezionato per partecipare al prossimo Expo 2017 - Future energy, questo cogeneratore sfrutta come biomassa scarti di forestazione, tralci di viti, tralci di potatura, gusci di noci, gusci di cocco, gusci di nocciole, gusci di castagne, gusci di mandorle, noccioli di oliva, noccioli di albicocca, noccioli di pesca, stocchi di tabacco, stocchi di granoturco, residui di canna ed è in corso di sperimentazione l’uso di altri materiali di scarto di origine naturale. Il sistema ECO 20 consente evidenti benefici ambientali, e una migliore efficienza con un rendimento di sfruttamento del combustibile pari a 3 volte quello ottenuto attraverso la generazione separata e una produzione fino a 20 kWe e 40 kW di calore. Anche i rendimenti economici non sono trascurabili: l’impianto, infatti, consente la cessione in rete dell’energia elettrica prodotta oltre a garantire indipendenza

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dalle tradizionali forme di approvvigionamento elettrico. La macchina, già industrializzata è in fase di ulteriore sviluppo da parte dell’Unità di Ricerca Aerel (www.aerel.info) con la finalità di estendere l’utilizzo dalle imprese agricole e dalle industrie anche nei nuovi progetti di Smart Building e Smart Cities. La CMD, con il supporto dell’unità di ricerca sta inoltre studiando un processo di localizzazione dell’attività di produzione in Emilia Romagna, nella zona depressa di Marzabotto, con il fine di dare un nuovo impulso al livello economico e sociale del territorio.


TEMPO LIBERO Explora: il museo dei bambini che racconta, divertendo, la sostenibilità

Attivo da oltre 15 anni, Explora propone numerose percorsi che, tramite un approccio ludico ed esperienziale, aiutano i bambini a sviluppare coscienza etica e ambientale. Imparare tramite l’esperienza, il gioco, il divertimento; scoprire il valore creativo del riciclo, le buone pratiche ecosostenibili, quelle del consumo etico - consapevole, avvicinare il mondo scientifico tramite un approccio ludico, mettere le “mani in pasta”, letteralmente, in quello dell’alimentazione: questo è Explora - Il museo dei bambini a Roma. Nato nel 2001, è stato il primo Children’s Museum privato no profit d’Italia: a gestirlo una cooperativa onlus, a prevalenza

femminile che, dopo aver ottenuto in concessione dal Comune l’area in cui sorgeva il vecchio deposito tramviario Atac di via Flaminia 80, a due passi da piazza del popolo, ha deciso di trasformare il fatiscente sito industriale in uno splendido padiglione in vetro e ghisa, operando un vero e proprio recupero di archeologia industriale. Il risultato è uno spazio concepito per stimolare fantasia, apprendimento e divertimento in cui bambini di tutte le età possono esperire e approfondire svariate tematiche: dall’alimentazione consapevole (grazie a un piccolo supermercato dove capire cosa vogliono dire termini come filiera, sicurezza alimentare, giuste porzioni, dieta bilanciata) al riciclo creativo, dall’uso oculato del denaro (con bambini

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Per molti, le festività natalizie coincidono con un periodo di stacco dagli impegni abituali, lavoro o studio che sia: quale momento migliore, quindi, per programmare un piccolo viaggio? Meglio ancora se si tratta di un viaggio sostenibile! Turismo e sostenibilità non è un binomio molto conosciuto nel nostro Paese; eppure la tendenza a progettare spostamenti concepiti per limitare i danni per i luoghi e la popolazione locale si è sviluppata in maniera organica dalla fine degli anni ‘80 soprattutto in contesti di viaggio legati ai Paesi del Terzo Mondo, dove si concentrano enormi risorse ambientali (da salvaguardare anche con un approccio ecologista al turismo) e popolazioni in difficoltà (da aiutare anche con un approccio equo al turismo). Un approccio che sta rapidamente prendendo piede anche in Italia dove viene spesso declinato in termini di ecosostenibilità, zero emissioni e riscoperta del patrimonio artistico e culturale dei luoghi. Sul web cominciano a trovarsi i primi network che raccolgono esperienze di volenterosi eco turisti fai da te, ma anche tour

operator specializzati, bed&breakfast certificati, percorsi per veicoli a basso impatto ambientale e molto altro. Ne è un esempio l’Associazione italiana turismo responsabile (Aitr) che ha da poco lanciato una piattaforma in cui raccogliere indicazioni utili per chiunque intenda pianificare un viaggio sostenibile: tantissime proposte dei soci dell’Associazione, ma anche approfondimenti e una breve lista di tour operator specializzati. Completamente dedicato agli alloggi sostenibili è da segnalare il portale ecobnb.it: nato come community dedicata al turismo sostenibile (Viaggi Verdi), si è sviluppato grazie al cofinanziamento europeo EcoDots. Ospita migliaia di annunci di strutture che rispettino almeno 5 su 10 criteri di sostenibilità (cibo biologico, bioarchitettura, elettricità da fonti rinnovabili al 100%, pannelli solari per l’acqua calda, prodotti ecologici per la pulizia, accessibilità senza auto, lampadine a basso consumo, riduttori di flusso per l’acqua, recupero e riuso delle acque meteoriche). Da consultare anche l’elenco di operatori che parteciperanno all’edizione 2017 di “Fa la cosa giusta” a Milano, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibile che avrà come tema proprio il Turismo sostenibile e il viaggio a zero emissioni: decine di tour operator e associazioni, dal Nord al Sud, per promuovere l’idea che viaggiare possa essere arricchimento per tutti, ambiente compreso.

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che simulano il lavoro di meccanici, ricercatori o postini, guadagnano denaro e imparano a spenderlo, risparmiarlo o donarlo consapevolmente) alla sostenibilità ambientale (tramite l’illustrazione dei cicli di recupero di pneumatici e quelli di produzione di energia rinnovabile o grazie alla scoperta di come “vive” un orto) passando per coloratissimi percorsi tattili, giochi d’acqua (con una vasca attrezzata di tubi, dighe magnetiche, vortici, pompe e leve), camion dei pompieri, veicoli bionici e tante altre fantastiche installazioni interattive. “Ogni exihibit, ogni percorso che facciamo qui non vuole raggiungere solo i bambini, ma, tramite di essi, anche i genitori, i cittadini - spiega Patrizia Tomasich, direttrice del museo - Diverse analisi di mercato e campagne marketing hanno evidenziato l’importanza strategica dei bambini nelle scelte economiche e di consumo degli adulti. Anche per questo hanno bisogno di vedere e sperimentare buone prassi: così possono indicare percorsi migliori ai loro genitori”. Di qui la scelta della sostenibilità come punto cardine del progetto Explora: dal recupero di un sito di archeologia industriale all’introduzione dell’impianto fotovoltaico, passando per un continuo processo di efficientamento energetico che porta benefici all’ambiente e contiene le spese del sito: “Siamo stati uno dei primi musei in Europa ad avere un impianto fotovoltaico - continua Patrizia Tomasich - Nel 2001 era quasi avveniristico: basti pensare che avevamo scelto di costruire l’impianto principalmente per usarlo come exihibit. Facevamo vedere ai bambini come funzionava e spiegavamo loro la funzione delle celle fotovoltaiche. Nel 2007 abbiamo aggiunto un altro impianto da 18 kWh che, combinato con il primo, sostiene il consumo energetico di tutti gli uffici, di diversi exihibit e giochi, dello shop e della biglietteria”. Un progetto che guarda al domani in tutti i sensi possibili: “Nel futuro c’è l’ampliamento di 2.000 metri quadri, di cui 700 al coperto e 300 all’aperto, previsto nel nostro progetto “Explora Cresce” (che comprende una piazza, un teatro all’aperto, orti didattici, pareti interattive, un giardino verticale, una serra bio-climatica oltre all’ampliamento di spazi espositivi e dei laboratori, ndr) - continua Patrizia Tomasich - ma anche tanti nuovi exihibit come ad esempio il nuovo percorso “Economiamo” incentrato sull’economia circolare e la collaborazione con nuove aziende, che ci permette di scoprire realtà interessanti e mette a disposizione del nostro pubblico percorsi e tematiche che altrimenti non avremmo approfondito, come ad esempio il percorso che scopre i “perché” dell’alimentazione “Feed your mind” sviluppato da Nestlé e riproposto dopo il successo ottenuto all’Expo di Milano”. “So che può sembrare un paradosso, ma come museo non possiamo permetterci di essere inerti, non fare nulla e continuare solo a riproporre quello che c’è già - conclude la direttrice di Explora - Dobbiamo necessariamente innovarci, continuare ad essere dinamici”.

E-Turism: la grande scommessa del turismo sostenibile Progettare viaggi a zero emissioni, in pieno rispetto del luogo, della cultura e delle popolazioni residenti: la nuova frontiera del turismo si sta sviluppando anche in Italia. Vediamo come orientarci e a chi rivolgerci.

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Cos’è Vivere Sostenibile Roma? È un progetto divulgativo sui temi della sostenibilità economica, ambientale, sociale e culturale che si sviluppa come una rivista mensile, un sito web, una news­letter e un circuito di social network.

A cosa serve Vivere Sostenibile Roma? A creare uno spazio d’incontro tra domanda e offerta di servizi e prodotti eco­ sostenibili. A informare un target attento e sensibile a questi temi su: novità, nuovi prodotti e servizi, eventi e iniziative di aziende, Enti e associazioni. A fare aumentare la consapevolezza dei cittadini sull’urgenza di un cambiamento del paradigma di sviluppo ed a orientare acquisti e comportamenti quotidiani, verso un modello basato su efficienza, economia circolare, equità sociale ed economia collaborativa.

Come viene distribuito Vivere Sostenibile Roma? Il magazine mensile stampato: nei negozi e ristoranti BIO, nelle sedi di associazioni, cooperative onlus, nei mercatini a km0 e di agricoltori BIO, nelle feste/festival, fiere di salute, benessere, ecologia, BIO ecc, nelle biblioteche comunali di Roma e provincia, negli URP comunali, in molte attività (idraulici, pannelli solari, edilizia BIO, infissi ecc.) eco­sostenibili. COPIE MENSILI DISTRIBUITE 15.000 Il magazine on­ line: inviato in formato PDF direttamente agli iscritti alla news­ letter e agli iscritti delle associazioni aderenti all’iniziativa. Consultabile online direttamente dal sito o dai social-network COPIE MENSILI CONSULTATE 100.000

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Grafica e Impaginazione Matteo Svolacchia Stampa Centro Stampa delle Venezie - Padova Hanno collaborato a questo numero: Mauro Spagnolo, Andrea Biello, Enrico Palacino, Davide Iannotta, Dario Pulcini, Barbara Falcomeni, Caudia Arganini, Francesco Brasco, Marinella Riccò Informativa ai sensi dell’Art.13 del D.lgs. 196/2003 sul trattamento dei dati personali. Gogreen Edizioni S.r.l.s. ­Titolare del trattamento – ha estratto i Suoi dati da banche dati proprie e acquistate da terzi. I dati di cui non è prevista la diffusione, sono trattati con procedure automatizzate e manuali solo dai dipendenti incaricati del trattamento, per fini promozionali e commerciali. Tali dati possono essere comunicati, in Italia e all’estero, ad aziende e professionisti che li richiedono a Gogreen Edizioni S.r.l.s per le stesse finalità. Potrà rivolgersi a Gogreen Edizioni S.r.l.s. Via Stalingrado, 12 ­40126 Bologna (BO) per avere piena informazione di quanto dichiarato, per esercitare i diritti dell’Art. 7 del D.lgs 196/2003, e perciò consultare, modificare e cancellare i dati od opporsi al loro utilizzo nonché per conoscere l’elenco dei responsa-

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La rubrica di Renata

di Renata Balducci, Presidente di Associazione Vegani Italiani Onlus

Vivere sostenibilmente porta alla consapevolezza del fatto che è impossibile pensare di andare avanti consumando le risorse del pianeta, rischiando l’esaurimento delle stesse, anche con la scelta dell’alimentazione. Dicembre è per antonomasia il mese delle festività: in gran parte del mondo occidentale si celebra il Natale, festa di Amore e Pace.

E’ anche, però, un periodo in cui si registra l’aumento della domanda e del consumo di alimenti di origine animale, con tutto quello

19 dicembre 2016

che ciò comporta in termini di sfruttamento animale e ambientale.

Oggi, le cose stanno cambiando e sempre più persone scelgono di vivere con la consapevolezza che anche una piccola azione, come la scelta della spesa, può fare la differenza per qualcun’altro, umano o animale che sia. Per queste festività, quindi, vi propongo una ricetta sfiziosa e facile da preparare, senza il bisogno di portare in tavola il dolore di nessuno.

Ravioli ROSSI …al cavolo NERO (2 persone) Impasto

Preparazione

- 100 gr di farina 0 - 1/2 rapa rossa già lessata - Sale

Frullare la rapa rossa e ricavare il liquido colorato passando al setaccio il composto ottenuto. Unire al liquido la farina e il sale, per ottenere un impasto ben modellabile. Evitare che appiccichi e mettere da parte. Mondare il cavolo nero, sfilando le foglie,lavare accuratamente e tagliarlo a striscioline. Lessarlo in abbondante brodo vegetale, in cui faremo anche riprendere morbidezza ai pinoli. Scolare il cavolo nero e saltarlo per insaporirlo,in un tegame di coccio con cipolla affettata, olio, aglio peperoncino, e fior di sale per aggiustare. Non appena sarà pronto togliere l’aglio ed aggiungere un paio di cucchiai di lievito in scaglie e mescolare bene e lasciare che si raffreddi un po’. pieno e tagliando con l’apposita rotella taglia ravioli Appena raffreddato, tritare il tutto grossolanamente. della forma preferita. Lasciare i pinoli nell’acqua per il condimento finale. Scolare i pinoli lasciati nell’acqua di cottura del caStendere la sfoglia di pasta. volo nero Distribuire il ripieno sulla pasta stesa in modo equi- Sciogliere la margarina vegan insieme alla salvia. distante e ricoprire con altro nastro di pasta. Impiattare condendo con i pinoli, la margarina, la Ricavare ora i ravioli, schiacciando intorno al ri- salvia e dei semini di papavero.

Ripieno - Cavolo nero - Lievito in scaglie - Brodo vegetale - Olio E.V.O. - Cipolla - Fior di sale q.b. - Peperoncino - Aglio Condimento - Pinoli - Semi di papavero - Margarina vegan - Salvia


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N°2 Dicembre 2016 - Vivere Sostenibile RomaVs roma numero 2 web  

Nel numero natalizio tanti consigli per trascorrere le feste in maniera più sostenibile e salutare. Ma anche tantissime curiosità e novità d...

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