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gianluigi balsebre

il territorio dello spettacolo

Nuova edizione con illustrazioni dell’autore


Il territorio dello spettacolo

INTRODUZIONE Questo testo è frutto dell'elaborazione di alcuni miei articoli, pubblicati sulla rivista bimestrale "Altrispazi", che indagavano alcuni aspetti significativi delle trasformazioni urbane e territoriali contemporanee. La lente attraverso la quale queste trasformazioni venivano lette era quella situazionista così come essa si era andata definendo - principalmente nelle opere di Debord, ma anche negli scritti di altri appartenenti all' Internationale Situationniste - in un arco di tempo che va dalle esperienze pre-situazioniste degli anni '50 sino ad oggi. La teoria situazionista rappresenta l'analisi più attuale, lucida, stringente ed implacabile delle trasformazioni della nostra epoca, quella in cui il capitale è giunto ad un tale grado di accumulazione da divenire immagine. Anche riguardo al tema specifico della città e del territorio tale teoria è riuscita ad indagare, a fondo ed in maniera organica ed incisiva, il ruolo svolto dalle strutture urbane e territoriali e la funzione che l'urbanismo, effettivamente, svolge all'interno della società dello spettacolo. In un ventaglio teorico-pratico di esperienze che va dalla deriva alla psicogeografia, sino all'urbanismo unitario, i situazionisti propongono una critica in atto dell'urbanismo contemporaneo. Una critica radicale capace di disvelare le contraddizioni reali dello spazio urbano e dei modi di vita che in esso si svolgono e di praticare nuove forme di vita urbana quotidiana che prefigurano nuove relazioni tra lo spazio ed il desiderio, tra lo spazio ed il gioco, tra lo spazio ed il tempo di vita, individuale e sociale. Una critica-pratica in grado di sottomettere lo spazio al tempo vissuto, in grado di riappropriarsi dell'intero spazio-tempo dell'esistenza quotidiana. Contrariamente a quanto ha fatto la teoria situazionista, la teoria urbanistica contemporanea ha, significativamente, evitato di trarre dalle trasformazioni urbane le debite conseguenze, limitandosi ad una critica superficiale dei soli effetti che tali trasformazioni producevano. Evitando accuratamente, inoltre, di riconoscere all'urbanismo il ruolo di tecnica e di ideologia della separazione e dell'isolamento. Del resto l'urbanismo non può giungere a questa consapevolezza senza negare se stesso come teoria specialistica e come tecnica al servizio del dominio mercantile-spettacolare. Sull'onda del rinnovato interesse verso l'I.S., che è andato crescendo negli ultimi anni, numerose sono state le pubblicazioni riguardanti il movimento situazionista. Questi libri, per la maggior parte, hanno espresso un interesse parziale, superficiale e falsato. Sia confinando il pensiero situazionista nel recinto, rassicurante delle teorie estetiche contemporanee, sia leggendo l'analisi relativa allo spettacolo solo come una critica dei mezzi "mediatici", solo come uno studio degli strumenti di comunicazione di massa e dei suoi effetti, senza volerne cogliere la complessità. Anche quegli autori, soprattutto di area anglosassone, che hanno rivolto il loro interesse all'analisi situazionista dell'ambiente urbano, hanno mostrato gli stessi limiti (1). Tutte queste pubblicazioni - così come i cataloghi delle esposizioni tenutesi a Parigi, Londra, Boston e, recentemente, a Barcellona (2) - si configurano come una vasta operazione di recupero, cioè di disinnescamento delle potenzialità dirompenti delle teorie situazioniste. La cultura accademica si appropria, in questo modo, di alcuni aspetti parziali e distorti, estratti dal contesto della critica radicale situazionista, nel tentativo di disarmarne il potenziale rivoluzionario. Professori, esperti, critici e situazionologhi di ogni risma - con la buona compagnia di burocrati vecchi o rinnovati, palesi o travestiti, dell'est o dell'ovest - continuano, in questo modo, la loro funzione di falsificazione ed occultamento della critica radicale con il solito zelo maniacale. In questo contesto il mio, modesto e personale, contributo si è limitato a raccogliere in un testo organico le fondamentali idee situazioniste sul territorio ed a proporre alcuni esempi, recenti e significativi, delle trasformazioni che la società dello spettacolo - nella sua forma più attuale, quella integrata - produce nella struttura urbana e territoriale del mondo intero.

Paradossalmente questo testo ha conosciuto, dal 1997 ad oggi, due edizioni (3). La prima, poco più di un opuscolo fotocopiato, è stata letta soltanto da un pugno di amici e conoscenti. La seconda, pubblicata su 2


Il territorio dello spettacolo una rivista di architettura in rete, da cinquanta o sessanta persone al massimo; che non sono poche di questi tempi, e trattando di questioni così gravi. Lo ripropongo oggi, a distanza di dieci anni, con solo qualche modifica parziale, soprattutto negli esempi più attuali, le tesi di fondo essendo ancora pienamente valide. Ho conservato soltanto ciò che non sono stato tanto abile da migliorare o tanto ingegnoso da ampliare. Gianluigi Balsebre, Firenze 2007

(1) Un esauriente elenco di queste pubblicazioni è rintracciabile in: Simon Ford, The realization and Suppression of the Situationist International. An Annotated Bibliography 1972 - 1992, AK Press, Edinburgh - San Francisco, 1995. (2) Vedi: AA.VV.,(Elisabeth Sussman, a cura di), On the passage of a few people through a rother brief moment in time - the Situationist International 1957 - 1972, MIT Press/ ICA, Boston Mass., 1989. AA.VV., Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unité de temps: à propos del'I.S. 1957 - 1972, Centre Georges Pompidou, Paris, 1989. AA.VV., (Libero Andreotti, Xavier Costa, a cura di), Situacionistes art, politica, urbanisme, MAC-BA, Barcelona, 1996. (3) Prima edizione: Potlatch, Nowhere, 1997, pp.35. Seconda edizione: www. archimagazine.com, 2002.

1. LO SPAZIO DELL'ISOLAMENTO

" Con i mezzi di comunicazione di massa su grandi distanze, l'isolamento della popolazione si è dimostrato un mezzo di controllo molto più efficace." (Lewis Mumford, La città nella storia ) " L'isolamento e, per così dire, la separazione delle persone sono stati altamente perfezionati. Tutto ciò che poteva attentare, più o meno direttamente, alla tranquillità dell'ordine sociale, ciò che riuniva delle comunità particolari, corporazioni, quartieri di antiche città o villaggi, ed anche clientele abituali di caffè o di chiese, si è dissolto pressoché completamente con l'affermarsi delle nuove condizioni della vita quotidiana contemporanea e del suo nuovo paesaggio urbanistico. " (Censor [Gianfranco Sanguinetti], Rapporto veridico sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia)

Se la società dello spettacolo (1) è il regno della separazione, dell'isolamento degli uomini e del rovesciamento della vita 3


Il territorio dello spettacolo concretamente vissuta in pura rappresentazione, l'urbanismo (2) rappresenta la base generale di questa separazione. Esso è, infatti, il mezzo principale attraverso cui si determina l'atomizzazione degli individui, pericolosamente riuniti e concentrati dalle forme di produzione urbana del capitalismo. Ciò che i mezzi di comunicazione di massa permettono - l'isolamento - l'urbanismo lo realizza rinchiudendo la gente nelle loro case/terminale, davanti ai ricevitori del messaggio spettacolare che riducono la vita quotidiana a semplice consumo di merci, ad una partecipazione illusoria, ad una pseudo-comunicazione, che proprio in virtù di quell'isolamento acquistano tutto il loro potere. Tutto lo spazio costruito, dalle fabbriche ai villaggi turistici, dalle case ai grandi magazzini, è realizzato ed organizzato ai fini di questa pseudo-collettività in cui di comunitario non c'è altro che l'illusione di essere insieme.

2. LO SPAZIO UNICO

"La produzione capitalistica ha unificato lo spazio (...). Questa unificazione è nello stesso tempo un processo estensivo ed intensivo di banalizzazione." (Guy Debord, La società dello spettacolo)

Lo spettacolare concentrato era quella forma di spettacolo, propria del capitalismo burocratico dei paesi dell'est, in cui la produzione di merci, meno sviluppata, si presentava anch'essa in forma concentrata: la merce detenuta dalla burocrazia era il lavoro sociale totale. Lo spettacolare diffuso era, invece, quella forma dello spettacolo, tipica dell'occidente, caratterizzato dall'abbondanza delle merci, là dove ogni merce presa a sé è giustificata in nome della grandezza della produzione della totalità degli oggetti, di cui lo spettacolo è un catalogo apologetico. Lo spettacolare integrato è, infine, la forma attuale dello spettacolo che si manifesta al tempo stesso come concentrato e diffuso. Essa è la combinazione ragionata delle due forme precedenti dello spettacolo, 4


Il territorio dello spettacolo sulla base generale di una vittoria di quella che si era mostrata più forte, la forma diffusa. Tale forma si è ormai imposta su scala mondiale. Nell'epoca dello spettacolare integrato la divisione mondiale dei compiti spettacolari viene superata attraverso la fusione delle due forme precedenti del dominio (3). Poiché questa fusione si è già prodotta nella realtà economico-politica del mondo intero, ora il mondo può proclamarsi ufficialmente unificato. Oggi il mondo intero partecipa, come un solo blocco, alla stessa organizzazione consensuale del mercato mondiale, falsificato e garantito spettacolarmente. Nell'epoca della produzione immateriale l'economia si libera di ogni restrizione spaziale, superando ogni limitazione di ordine geo-fisico e geo-politico. L'economia postindustriale ridisegna l'intero spazio planetario secondo le proprie regole, abbattendo le barriere fisiche tra i paesi e demolendo i confini politici degli stati. Tutto il mondo è omologato nello spazio unico del profitto. Seguendo la forma stessa della produzione in epoca post-fordista, caratterizzata dall'immenso flusso reticolare delle informazioni, il territorio si struttura come rete che relativizza le distanze spaziali, che annulla differenze e specificità fisiche, che supera contiguità e continuità dei luoghi, che rompe linearità e gerarchie. Tutto il mondo è unificato nello spazio globale del capitale. L'economia del capitalismo maturo realizza pienamente, così, il passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale dello spazio al capitale. Vale la pena sottolineare, qui, che se nel 1900 la percentuale di popolazione mondiale che viveva in aree urbane era del 14%, oggi il numero degli esseri umani che vivono nelle città ha superato quello di coloro che vivono in campagna. In Europa, America ed Asia il 70% della popolazione è urbana. Negli USA questa percentuale è dell’80%, in Italia è di poco superiore al 50%, in Francia è di circa il 60%. E’ un fenomeno che riguarda sia le aree più sviluppate del pianeta sia quelle sottosviluppate. Insomma il mondo si è completamente urbanizzato. L’umanità abita ciò che gli urbanisti chiamano città diffusa o sprawl urbano: una città infinita che si spalma, senza forma, nel territorio circostante inglobando ettari di suolo e di paesaggio; accorpa città un tempo distanti tra loro; si slabbra senza confini apparenti. La dissoluzione dell'autonomia e della qualità dei luoghi è il risultato di questo processo di unificazione dello spazio prodotto dal capitalismo. Tutti gli spazi di vita quotidiana vengono banalizzati, omologati ed unificati nello spazio astratto del mercato. Questo spazio libero della merce si ripropone, incessantemente, sempre identico a se stesso, malgrado le apparenti differenziazioni e le modifizicazioni e ricostruzioni a cui è perpetuamente sottoposto. L'urbanismo è, dunque, la "glaciazione visibile della vita", la presa di possesso dell'ambiente naturale ed umano da parte del capitalismo, della società burocratica del consumo, che, in tal modo, ridefinisce la totalità dello spazio come suo proprio scenario: il territorio dello spettacolo. Un territorio che modella, attraverso lo spazio, l'organizzazione stessa della vita quotidiana come alienazione e costrizione. L'astratta pianificazione, che rende l'habitat sempre più misero e banalizzato, sia dal punto di vista formale che sostanziale, riduce il territorio a territorio dell'astrazione, a luogo , cioè, della separazione, del controllo e del consumo. A guidare, infatti, questo processo di trasformazione del territorio sono proprio gli imperativi del consumo, sia materiale che immateriale.

3. LO SPAZIO DELLE MERCI

All'equivalenza delle merci corrisponde l'equivalenza ed intercambiabilità dei luoghi, divenuti banalmente simili e svuotati di ogni forma di vita vera e di ogni gradevolezza. La circolazione delle merci è il modello della circolazione umana. La velocità che sottrae il tempo dal viaggio, sottrae da esso anche la realtà dello spazio. La dittatura dell'automobile, che ha determinato il dominio incontrastato dell'autostrada, immobilizza uomini ed oggetti dentro un mondo di cose, di merci circolanti, sconvolgendo ciò che è sopravvissuto dei vecchi centri e disperdendo sempre più produzione e consumo nel territorio. E' proprio per ridurre ed impedire ogni forma di vera socialità e comunicazione che molte delle più vitali strade e piazze cittadine sono state trasformate in veri e propri scoli di traffico. La circolazione, infatti, è l'organizzazione dell'isolamento di tutti. Essa è il contrario dell'incontro, è l'assorbimento delle energie disponibili per gli 5


Il territorio dello spettacolo incontri o per qualsiasi tipo di partecipazione. Proprio questa partecipazione, divenuta impossibile, viene compensata nell'habitat e nello spostamento in quanto posizione sociale espressa nell'abitazione e nei veicoli personali. Abitazioni, automobili e città mirano ad immobilizzare gli individui nei loro ruoli. In questo modo non si abita la casa, il quartiere e la città, ma il potere; si abita una gerarchia sociale. L'urbanismo organizza scenicamente lo spettacolo di questa vita quotidiana immiserita, progettando lo spazio in modo che ognuno viva nel quadro corrispondente al ruolo che questa società gli impone; isolando ed educando ognuno a riconoscersi illusoriamente in una materializzazione della propria alienazione. I mall (4) nordamericani, così come, in scala più ridotta, i nostrani "centri commerciali" si caratterizzano ormai come uno dei nodi più importanti della svilita vita urbana, uno dei luoghi dove si evidenzia l'essenza stessa del territorio dello spettacolo. Luoghi dove ogni forma di socialità è definitivamente sussunta nella dimensione della merce. In questi "templi del consumo" si ripete il rito di una vita quotidiana sempre più misera e falsa, anche se riempita di merci di ogni tipo. In queste "fabbriche di distribuzione" - in cui la gente passeggia, mangia, dorme e passa i weekend - consumo e pseudosocializzazione legata ad esso rappresentano l'unica forma permessa dello stare insieme contemporaneo. Questi luoghi, infatti, accanto a tutti quelli del consumo del cosiddetto tempo libero, sono gli spazi in cui gli individui isolati sono isolati insieme. Essi sono gli unici spazi di aggregazione di quella pseudo-collettività che caratterizza la società attuale. Questa società, infatti, che organizza la riduzione di tutta la vita sociale a spettacolo, è incapace di offrire un'altro spettacolo che non sia quello dell'alienazione. Tutta la pianificazione urbana e territoriale, in questo quadro, si spiega solo come campo di pubblicitàpropaganda di questa società, ovvero come organizzazione della partecipazione a qualcosa a cui è impossibile partecipare. I mall sono anche una delle forme del consumo del territorio, essendo essi stessi in fuga nel movimento centrifugo che li allontana sempre più ogni volta che determinano una ricomposizione parziale dell'agglomerato, con la conseguente saturazione dell’area su cui gravitano. Area che solitamente è formata o da un insieme, rado ed esteso, di case unifamiliari: una città senza città; oppure da una edge city, una micro-città nata dalla frammentazione e dalla partenogenesi delle megalopoli. Anche da noi, recentemente, attorno ai nuclei originari si è formata un'ampia area indistinta, un non luogo nel quale si è concentrata la crescita urbana degli ultimi anni. Ma i mall americani sono solo l'avanguardia di un processo di dissoluzione generale che conduce il territorio e le città a consumare se stessi. Nelle zone in cui questo processo 6


Il territorio dello spettacolo è attivo si assiste ad una mescolanza eclettica di elementi decomposti risultanti dall'usura reciproca dell'ambiente costruito e di quello naturale. Questo non è il superamento della scissione storica tra città e campagna, ma la loro distruzione simultanea. Da un lato le campagne vengono invase da masse informi di residui urbani di ogni tipo, dall'altro, quello stesso processo che distrugge contemporaneamente città e campagne, ricostruisce una pseudo-campagna in cui si perdono sia i rapporti naturali della campagna che quelli sociali diretti della città. La dispersione, l'isolamento e la mentalità ristretta, caratteristiche un tempo della classe contadina, divengono condizione generalizzata a tutta la popolazione di quel territorio ibrido che è il territorio dello spettacolo. In esso la storica apatia del mondo contadino fa posto alla passività spettacolare, facendone il luogo in cui nulla, realmente, succede ed è mai successo, e tutto è pura e semplice rappresentazione. Tutto il battage sull'inquinamento e sul traboccare planetario delle pattumiere è messo in scena, oggi, dagli stessi responsabili della distruzione ecologica, come vero e proprio spettacolo della fine del mondo. Con esso la società dello spettacolo tende a dissimulare l'unico, vero, spreco essenziale: quello della vita umana. E' tutta l'esistenza che è diventata puro scarto, semplice rifiuto prodotto dal metabolismo delle merci. Se in passato il capitalismo - parzialmente e nella sua logica - aveva garantito un certo miglioramento delle condizioni di vita generali, ora questa sua funzione progressiva si è definitivamente interrotta. Esso è ormai incapace di proporre qualsiasi progresso; anzi, con la sua pura e semplice esistenza, minaccia la sopravvivenza stessa del pianeta e deteriora, irreversibilmente, ogni forma di vita. E' per questo che, oggi, l'economia mercantile-spettacolare, allo stremo, tenta di salvarsi salvando il mondo che essa stessa ha distrutto. Al vecchio sfruttamento sterilizzante del pianeta sostituisce il nuovo mercato della ricostruzione ecologica, ma questo neo-capitalismo verde, che continua ad avere come imperativo la merce, è incapace di sottrarre l'economia dalla logica del consumo che consuma, ovvero che logora ed esaurisce, secondo il suo stesso significato letterale, la natura umana e quella terrestre.

4. LA DISTRUZIONE DELLO SPAZIO PUBBLICO “Non ci sono più panchine, non ci sono più giardini, dove sedere a perdere il tempo” (R.Bradbury, Farenheit 451)

Il processo teso a controllare ogni forma di vera socialità e comunicazione ed a rovesciarle nella isolata passività del consumo mercantile-spettacolare si riflette, a livello urbano, nella distruzione dello spazio pubblico. L'apparente distinzione della vita sociale nelle due sfere del "pubblico" e del "privato" nasconde, in realtà, una sostanziale identità di queste sfere. Sia lo spazio "pubblico" che quello "privato" sono, essenzialmente, spazi della produzione e del consumo in cui la vita quotidiana viene trasformata nella miseria piena di merci del presente. Ogni forma di vita diviene, così, terreno della separazione e dello spettacolo. Tutta l'esistenza quotidiana diventa vita privata, nel senso della privazione, della sottrazione, cioè, da essa di ogni qualità umana sia sociale che personale. La vita è privata di ogni vera forma di comunicazione sociale e di ogni possibile realizzazione personale. E' facile misurare, nelle nostre città, il grado sempre più alto di invivibilità di spazi e strutture pubbliche, che non è dovuto ad un generico 7


Il territorio dello spettacolo decadimento, ad incuria, disattenzione o altro, ma è, invece, deliberatamente progettato ed organizzato. Piazze, logge, sagrati, chiostri sono recintati e resi, con vari artifici, inaccessibili. I parcheggi di autovetture che affollano piazze e strade le rendono, di fatto impraticabili. William Whyte, in un suo studio sulla vita sociale in spazi urbani ristretti, sottolineava come la qualità di un qualsiasi ambiente urbano fosse misurabile in base all'esistenza di posti dove i passanti potessero sedersi comodamente e liberamente. Oggi le panchine vengono completamente rimosse o sostituite con capolavori di design studiati per offrire una superficie minima per sedersi, scomodamente e per poco tempo. Esse, inoltre, sono concepite in maniera da rendere impossibile ogni bivacco, nel tentativo di dissuadere "barboni" e "sfaccendati" e di limitarne ogni utilizzo prolungato. In alcune zone di Los Angeles un elaborato sistema di innaffiamento, che si attiva automaticamente ad intervalli irregolari, impedisce la permanenza notturna degli homeless nei parchi. Questo sistema è stato prontamente imitato dai commercianti delle zone frequentate dai senza casa, per impedirne la sosta sui marciapiedi vicini ai negozi. E' una pratica questa adottata anche dai bottegai fiorentini di Ponte Vecchio che, manualmente, innaffiano i marciapiedi prospicienti i negozi e le bancarelle. Arredi urbani vengono appositamente progettati, realizzati e collocati per impedire ogni sosta o assembramento. In Italia, la transennatura del sagrato del duomo di Milano ed il divieto di sostare sulla scalinata di Trinità dei Monti di Roma sono gli esempi, recenti, più eclatanti, ma simili iniziative si stanno rapidamente diffondendo in ogni città della penisola. Si tende, in questo modo, a negare agli spazi pubblici urbani ogni normale funzione di vita di relazione che non sia direttamente legata al lavoro, al consumo e al tempo libero mercificato.

5. L'URBANISMO POLIZIESCO "L'aria delle città rende liberi" (proverbio medievale tedesco)

Non si fa altro che ricordare un'evidenza quando si dice che l'urbanismo è poliziesco e che il poliziotto si fa facilmente urbanista. Ma se, fin dalle sue origini, l'urbanismo ha espresso tale vocazione, la teoria urbanistica contemporanea ha accuratamente evitato di riconoscere la militarizzazione della vita cittadina così cupamente evidente a chi percorre le strade. Nell'epoca dello spettacolare integrato, poi, essa ridefinisce ed approfondisce questa sua funzione. Basterà soltanto sfogliare il libro di Mike Davis su Los Angeles (5) per rendersi conto di come, ad esempio, in quella città "si può osservare la fusione senza precedenti della progettazione urbana, dell'architettura e dell'apparato di polizia". "Apartheid urbano", "mall-come-prigione-panottica", "casepopolari-come-avamposto-strategico" sono alcuni dei termini con cui Davis descrive questa realtà fatta di quartieri fortificati, di città-fortezze, di cinte murarie, di controlli di polizia diretti ed elettronici, di guardie private, di sorveglianza aerea, di dipartimenti 8


Il territorio dello spettacolo di polizia protagonisti diretti della progettazione urbana. L'immaginario hollywoodiano, nelle sue rappresentazioni cinematografiche, pare indicare, in maniera più evidente e consapevole dei teorici dell'urbanistica contemporanea, quanto la militarizzazione del territorio e la fortificazione delle aree cittadine abbiano, definitivamente, soppiantato ogni tentativo di "riforma urbana". Questo territorio militarizzato si estende dalle aree del Nord America a tutto il pianeta. Il recente coprifuoco decretato, in alcune città americane tra cui Los Angeles, per i minori di 17 anni e l'approvazione, in Inghilterra, del Criminal Justice Act che limita, in maniera drastica, le libertà di riunione e circolazione e ridefinisce, in senso restrittivo, il concetto di "ordine pubblico" evidenziano quanto questa tendenza al controllo urbanistico-poliziesco si stia sviluppando e diffondendo. Questa "haussmannizzazione" tecnologicamente evoluta, consente di mantenere l'ordine stabilito senza ricorrere all'indelicatezza delle mitragliatrici. Le case popolari sono la versione attuale, soft, dei campi di concentramento. Le città-dormitorio sono la materializzazione fisica del rincoglionimento soporifero a cui la società dello spettacolo ci sottopone. Ricevitori del messaggio spettacolare, case, città, territorio pianificato, sono le camicie di forza, individuali, collettive e tecnologicamente perfezionate con cui si imbriglia ogni possibilità di vivere liberamente e pienamente. Le città sono i laboratori sperimentali di questa società soffocante. Esse sono i luoghi di soggiorno obbligato di milioni di persone controllate - nel loro isolamento, nella loro passività e nella loro sopravvivenza piena di merci del presente - dall'azione coordinata di urbanismo, spettacolo e polizia. Tutto il mondo è sorvegliato. Echelon (la rete di satelliti spia organizzata dagli Stati Uniti con l’appoggio di Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda e con antenne, oltre che in questi paesi, anche in Giappone, Germania, Spagna, Danimarca, Svizzera, Olanda, Svezia…) è in grado di filmare tutto ovunque e di intercettare le comunicazioni telefoniche, il traffico web, le e-mail, i fax, ecc. Una rete simile ad Echelon è stata creata da Europol (l’ente di polizia della Comunità Europea). Un sottomarino americano, appositamente attrezzato, è in grado di intercettare tutte le comunicazioni veicolate dai cavi a fibre ottiche adagiati sul fondo marino. Dati ufficiali affermano che nel 2004, in Italia, ci sono stati 100mila telefoni sotto controllo della magistratura; si calcola che, sempre in Italia, ogni giorno, ci siano circa 13.000 telefonini intercettati, per un totale di circa 250.000 intercettazioni annue. Negli Stati Uniti operano tre società che gestiscono banche dati in grado di vendere il profilo di 220milioni di consumatori. Sull'esempio di quel modello associativo del prossimo millennio rappresentato da Los Angeles, le città di tutto il mondo adottano forme di sorveglianza tecnologicamente evolute che si basano sulla fusione di elettronica, informatica, reti telefoniche e sistemi di satelliti. Si calcola, ad esempio, che in Gran Bretagna ci siano due milioni e mezzo di telecamere. Londra ne conta 150.000. Secondo il garante della privacy italiano nella penisola sono attive un milione di telecamere. Ci sarebbero 315 telecamere nel centro di Roma e 213 in quello di Milano. Il comune di Firenze dichiarava, nel 2002, 44 telecamere nel proprio territorio cittadino (questi ultimi dati italiani ci sembrano, decisamente, sottostimati) . In Francia sono attivi più di un milione di apparecchi di videosorveglianza. A Parigi, dove questo tipo di controllo e' iniziato circa vent'anni or sono, nella sola metropolitana funzionano più di 100.000 telecamere. E' un processo che riguarda non solo le metropoli o i grandi centri urbani, ma anche le città più piccole ed i centri più periferici. A LevalloisPerret, cittadina francese di soli 50mila abitanti, ad esempio, la videosorveglianza "pubblica" può contare su 100 telecamere dislocate nel territorio cittadino.

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Il territorio dello spettacolo Accanto a questa telesorveglianza, cosiddetta "pubblica", gestita direttamente da istituzioni ed amministrazioni, vi è, inoltre, quella "privata", relativa alla difesa della proprietà di beni mobili ed immobili. Pubblico e privato, anche in questo caso, collaborano ed interagiscono approfittando mutuamente dell'interconnesione delle reti di controllo. La videosorveglianza, diventata economica ed accessibile ad ogni tasca, si diffonde rapidamente anche nei piccoli negozi e nei singoli edifici, ampliando così a dismisura quella "prigione panottica" in cui siamo costretti a vivere. Avete mai provato a contare le telecamere visibili installate nella vostra città ? Può essere un esercizio utile ed istruttivo ! Se, per esempio a Firenze, percorrete la cerchia dei viali e poi imboccate via Cavour fino a piazza del Duomo potrete constatare come ogni crocevia è telesorvegliato da numerose videocamere che - apparentemente destinate a controllare una sempre più ingovernabile e caotica circolazione stradale - vigilano, in realtà, su ogni cosa o persona rientri nel loro campo visivo. In alcune scuole campane, ultimo un istituto tecnico di Frattamaggiore in provincia di Napoli, sono state installate telecamere che controllano, con una scansione di 10 secondi, tutto ciò che avviene nei corridoi attraverso monitor collocati nella presidenza. In ogni momento della nostra vita un occhio vitreo ci scruta. Nei parcheggi, sui viali, nelle piazze e nelle strade, in banca, al lavoro, al supermercato, al museo, alla stazione, all'aeroporto, allo stadio...l'obiettivo di una telecamera ci segue, cattura i nostri gesti, registra la nostra immagine, la memorizza e può modificarla ed utilizzarla in mille modi, senza che noi ce ne accorgiamo. Le telecamere di nuova generazione, di dimensioni molto ridotte, sono in grado di mettere a fuoco e seguire, in un campo visivo di 360°, qualsiasi cosa. Dissimulate sotto forma di lampada o lampione, esse si mimetizzano facilmente sia all'interno che all'esterno degli edifici. Questi strumenti sono in grado di attivarsi automaticamente in presenza di comportamenti anomali (ad esempio un uomo che corre) oppure, coadiuvate da opportuni programmi software, sono in grado di riconoscere i volti (risalendo quindi, in tempo reale, all'identità del soggetto filmato) o le targhe delle autovetture (identificando, altrettanto rapidamente, il proprietario); oppure di analizzare la carta di identità unica ed individuale costituita dallo schema dell'iride dell'occhio umano. Non è fantascienza, a Chicago un analizzatore retinico di questo tipo e' in funzione da tempo. Per le Olimpiadi di Atlanta del 1996 era attivo uno scanner che analizzava e riconosceva l'impronta del palmo della mano di tutte le persone autorizzate ad entrare nelle aree riservate. Un bracciale elettronico, capace di segnalare alla polizia gli spostamenti, in ore proibite, di adulti e minori soggetti a restrizioni domiciliari, è stato proposto, recentemente, dal governo britannico. Sempre in Gran Bretagna diecimila 10


Il territorio dello spettacolo lavoratori, di una trentina di aziende, sono costretti ad indossare un bracciale-computer che, non solo registra i loro spostamenti, ma calcola anche i ritmi di lavoro ed impartisce ordini. Pare che un simile sistema sia universalmente diffuso nelle aziende americane. A Los Angeles, nel centro commerciale di Watts, sensori a raggi infrarossi sono in grado di individuare ogni eventuale intrusione sfuggita alla sorveglianza delle telecamere. Interi edifici sono sottoposti a sistemi di sensori in grado di analizzare e controllare, non solo otticamente, le condizioni di luminosità, temperatura, umidità, di rilevare il movimento di cose e persone e di comandare il funzionamento di porte, ascensori, ecc. E' ciò che avviene, ad esempio, in alcune costruzioni di Nancy, dove si sperimentano tali forme di videosorveglianza, 24 ore su 24. La società dello spettacolo non si limita a spiarci, ma utilizza, anche, le nostre immagini rubate per venderle. E' ciò che è accaduto in Inghilterra dove alcuni video, tratti da registrazioni tramite telecamere di sorveglianza, sono stati messi in commercio. Gli spezzoni di registrazione raccoglievano, assemblati per tema, una serie di infrazioni automobilistiche (Police-Stop!), una serie di condanne a morte (Executions) ed infine una serie di situazioni, catturate in luoghi pubblici, che andavano dalle dita nel naso fino alla coppia che fa l'amore in ascensore (Caught in the Act). Una società privata americana offre, a prezzi accessibili, foto scattate da un satellite spia il cui livello di definizione giunge a rendere leggibile ad occhio nudo la targa di un'automobile. Ma questa pratica si è fatta ancora più sofisticata in un programma televisivo americano, che è stato imitato anche dalla tv italiana. Tale trasmissione riuniva sotto lo stesso tetto, appositamente affittato, predisposto ed arredato, un gruppo di persone che, per un periodo di tempo abbastanza lungo, venivano seguite dalle telecamere che registravano minuziosamente la loro convivenza. Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo scrutato; ogni discussione ed ogni dinamica collettiva filmata. Una sorta di registrazione in vitro dell'esistenza banalizzata, immiserita e priva di comunicazione e di senso che caratterizza il vivere contemporaneo. La rappresentazione della routine quotidiana, ridotta a pura sopravvivenza, è messa in scena al solo scopo di soddisfare il voyeurismo di uno spettatore ormai incapace di vivere realmente la propria esistenza. Il settore della distribuzione di merci, supermercati in testa, è stato all'avanguardia nell'utilizzo degli strumenti di sorveglianza televisiva. Ogni frequentatore di supermercato, infatti, e' soggetto a quello che i socio-psico-poliziotti definiscono "furto d'impulso", cioè l'appropriazione istintiva degli oggetti che sono astrattamente disponibili, ed in bella mostra, sugli scaffali. Il consumatore, in questo caso, prende alla lettera la propaganda dell'abbondanza capitalistica, messa in atto nell'esibizione smisurata di beni di ogni tipo, impadronendosene e negando, proprio attraverso il furto, la stessa razionalità oppressiva dei prodotti in quanto merci ed il loro valore slegato dall'uso. La videosorveglianza e' usata oggi, nei supermercati, non solo per prevenire e controllare questi furti, ma anche per studiare i comportamenti di acquisto, per verificare la vendibilità delle merci, per sondare i gusti e le preferenze dei consumatori, per monitorare l'appetibilità dei nuovi prodotti. Nella periferia parigina è stato allestito un finto supermercato per poter studiare con precisione persino gli sguardi e le esitazioni di chi si aggira tra gli scaffali, in maniera da "ottimizzare" l'allestimento, la disposizione, il colore, il marchio delle merci e poter dirigere, così, l'attenzione dell'acquirente direttamente sull'oggetto evocato dalla propaganda pubblicitaria. La videosorveglianza partecipa, dunque, in questo modo, alla messa in produzione dello stesso consumatore, laddove i suoi comportamenti - registrati dalle telecamere ed analizzati - divengono immediatamente produttivi e finiscono per incrementare i profitti delle aziende. La telesorveglianza del lavoro e' ormai tradizione consolidata. Essa 11


Il territorio dello spettacolo si sviluppa e diviene sempre più efficace attraverso l'utilizzo di videocamere collegate a computer. Nel caso dei supermercati, ad esempio, un sistema di questo tipo e' in grado di controllare il lavoro delle casse, proiettando sullo schermo del sorvegliante ogni singola registrazione effettuata, consentendo così uno stretto controllo dell'efficienza e della produttività di ogni lavoratore, oltre che a verificare la sua precisione ed onestà. Ma l'applicazione più recente della videosorveglianza e' quella dell'autocontrollo sociale elettronico. Case popolari, quartieri ed intere città vengono concepite, progettate ed affittate o messe in vendita appoggiandosi alla videosorveglianza, che viene propagandata come un indispensabile servizio, con il motto: "l'occhio di ciascuno diventa l'occhio di tutti". In Francia, gli alloggi HLM (Habitations à Loyer Modere) di St.Pierre du Periay, di Louvier, del quartiere nord di Marsiglia, dell'intera città di Bagnolet, nella regione parigina, sono forniti di un sistema di controllo televisivo delle parti comuni collegato con i citofoni ed i televisori dei singoli appartamenti. Sullo schermo casalingo scorrono le immagini dei coinquilini che entrano od escono, che parcheggiano la macchina o che prendono l'ascensore. Tutti possono sapere se il vicino di casa e' rientrato tardi, magari sbronzo, la sera prima e tutti sono potenziali attori-spettatori di questa rappresentazione. Anche in questo caso si sviluppa un vero e proprio voyeurismo della vita quotidiana, immiserita e ridotta a pura sopravvivenza spettacolarizzata. Questo autocontrollo sociale non e' limitato alla sola Francia, ovviamente. Anche negli USA, ad esempio, "i progetti di case popolari (...) stanno cominciando ad assomigliare agli infami <villaggi strategici> che furono usati per incarcerare la popolazione rurale del Vietnam"(6). L'auto-tele-sorveglianza ed i programmi di Community Policing e di Neighborhood Watch, infatti, trasformano i quartieri cittadini in giganteschi network di vicini di casa diventati vigilanti e confidenti delle forze dell'ordine. L'attuazione di questi programmi denominati "osservatorio di vicinato", emulati ormai da molte città nordamericane ed europee, e' simile ai "modelli della ex Germania dell'Est o della Corea del Sud, dove gli informatori della polizia di ogni isolato indagano sui loro vicini e spiano i forestieri sospetti"(7). Il futuro della telesorveglianza e' legato all'integrazione dei sistemi televisivi con quelli satellitari. Entro la fine degli anni '90 le più grandi aree metropolitane degli Stati Uniti utilizzeranno il satellite Landsat, connesso con il Sistema Informativo Geografico, con lo scopo dichiarato di dirigere la congestione 12


Il territorio dello spettacolo del traffico e supervisionare la pianificazione fisica del territorio. In realtà, tale tecnologia, connessa con i sistemi informativi delle forze di polizia, può sorvegliare milioni di individui e/o le loro autovetture contrassegnate elettronicamente (8). Il livello di definizione di tali strumenti di sorveglianza e', infatti, enorme. Si pensi, ad esempio, che i satelliti denominati Key-Hole (buco della serratura), in orbita tra i 320 e gli 800 km di quota, riescono a riconoscere oggetti della dimensione di un'arancia. Costantemente attivi, essi controllano regolarmente ogni zona del pianeta e possono essere manovrati, da terra, per stabilire le migliori condizioni di osservazione. Una applicazione nostrana di questa tecnica di telerilevamento e' stata proposta, recentemente, a Bologna. Un satellite, collegato alla centrale operativa dell'azienda comunale di trasporti, dovrebbe controllare i singoli autobus fornendo, in tempo reale, il rapporto tra il volume complessivo di passeggeri in circolazione ed il numero di obliterazioni effettuate. In questo modo sarà possibile calcolare il numero di "clandestini" circolanti, consentendo ai controllori di effettuare interventi esattamente mirati a quei mezzi che, effettivamente, contengono passeggeri senza biglietto. Gli stessi bus, inoltre, saranno equipaggiati di videocamere in grado di filmare le targhe di quelle automobili che viaggiano sulle corsie preferenziali riservate ai mezzi pubblici. A Firenze l'azienda comunale di trasporto progetta di attivare un sistema simile di telerilevamento capace di controllare il volume e la frequenza del traffico, la quantità di passeggeri su ogni linea e su ogni vettura, il numero dei passeggeri ad ogni fermata. Con la sostituzione del normale biglietto con una carta elettronica sarà possibile, inoltre, calcolare automaticamente salite e discese dai bus e controllare, con accuratezza, i passeggeri che non pagano. Il regno mondiale del terrore, che goveda ossessione della sicurezza. “Il XXI secolo si prepara ad assomigliare esattamente ad un film catastrofico realizzato da idioti, pieno di rumore oscurantista e di furore terrorista, che non significa niente.” (9) Tutto questo spiegamento di forze e di mezzi viene messo in piedi dal capitale spettacolare nel tentativo di impedire il rovesciamento della sopravvivenza in vita vera, nel tentativo di impedire la trasformazione dell'isolamento e della separazione delle persone in vera comunicazione e socialità, nel tentativo di ritardare il più possibile la trasformazione della passività spettacolare nella costruzione diretta di una vita quotidiana liberata. Ma non c'e' tecnologia, per quanto evoluta e sofisticata, in grado di sopprimere il desiderio di vivere, pienamente e felicemente, un'esistenza sottratta al bisogno, al dominio, al lavoro, alla mercificazione, allo sfruttamento ed al controllo.

6. LA MERCE CITTA'

Accanto a questa profonda opera di rimodellazione territoriale ed urbana si afferma la tendenza, complementare, a ripristinare alcuni vecchi nuclei cittadini come oggetti di spettacolo e consumo turistico, come semplici estensioni del museo, dove interi quartieri diventano monumenti capaci di innalzare il valore delle merci, materiali ed immateriali, messe in vendita in queste città-supermercato. L'intero patrimonio artistico e culturale di queste città è utilizzato come moltiplicatore del valore delle merci e dei servizi venduti come pacchetto per gli operatori commerciali, turistici, industriali ed imprenditoriali. Sono le stesse città nel loro complesso che vengono, così, vendute secondo una pratica di urban marketing che le vede competere tra di loro per attrarre flussi turistico-commerciali e per incentivare la localizzazione delle cosiddette funzioni 13


Il territorio dello spettacolo superiori sul loro territorio. Ma se, in Europa, la tendenza è quella al recupero mercantile-spettacolare degli antichi centri storici, che trasforma le città in veri e propri supermercati urbani, in America si costruiscono intere città private dove ad essere messa in vendita è una vita urbana artificiale, ridotta alla illusionistica finzione dello spettacolo. Luoghi in cui isolarsi, all'interno di una realtà quotidiana del tutto illusoria, nel tentativo di sottrarsi al degrado ed allo svilimento di ogni forma di vita associativa.

7. CLAUSTROPOLIS “ Ma oggi la prigione diviene l’abitazione modello(…). Ecco il programma: la vita definitivamente frammentata in isolati chiusi, in società sorvegliate; la fine delle possibilità di insurrezione e di incontri; la rassegnazione automatica.” (Internationale Lettriste, Les gratteciel par la racine) ”Nella città la solitudine ha preso il posto dei carri armati, con effetti analoghi” (Paco Ignacio Taibo II, Eroi convocati)

Se la produzione capitalistica ha unificato lo spazio, questo spazio globalizzato non è, però, uno spazio indifferenziato. Esso è lo spazio unificato dal profitto, ma risegmentato in nuove e più profonde parzialità e particolarità. Esso è lo spazio delle divisioni irriducibili tra chi detiene il potere e tutti coloro che non hanno alcuna possibilità di modificare lo spazio-tempo della propria esistenza. I centri del potere economico mondiale stabiliscono una fitta rete di comunicazione reciproca, attraverso cui circola la ricchezza della produzione immateriale post-fordista, rompendo di fatto le contiguità lineari che li connettevano alle rispettive periferie. Le metropoli del nord, così come quelle del sud del pianeta si strutturano come arcipelaghi di zone isolate le une dalle altre. Si moltiplicano quartieri e città, private e fortificate, dove i privilegiati - protetti da polizia, vigilantes e sistemi di sorveglianza tecnologicamente avanzati - vivono e lavorano tentando di ripararsi dalla miseria che li assedia. Le città tendono a configurarsi, così, come insiemi di aree, ben distinte tra loro, all'interno delle quali si concentrano gruppi socialmente omogenei, rigidamente separati gli uni dagli altri. La struttura urbana contemporanea è caratterizzata da comunità recintate, vere e proprie claustropolis. Da un lato i vecchi e nuovi ghetti-carcere, 14


Il territorio dello spettacolo in cui è segregato il proletariato urbano, dall'altro i quartieri-bunker dei potenti, al riparo dalla miseria, dal degrado e dalla violenza che li circonda. Il confino delle comunità e le comunità al confino rappresentano i due poli, complementari, della vita urbana contemporanea. Ma questa caratteristica, finora interna agli stessi spazi urbani, si va sviluppando nella creazione di vere e proprie città-bunker, fisicamente separate dal resto del territorio. Molti milioni di americani vivono, oggi, in queste città-fortezze recintate e protette in cui tutto è privato: dalle strade alle scuole, dai parchi alla polizia, dalle fognature ai centri ricreativi. Nel sud della California un terzo di tutti i complessi residenziali costruiti in questi ultimi anni sono protetti da barriere ed amministrati da società private. Si calcola che più di 30milioni di americani (il 12% della popolazione degli USA) vivono oggi in una delle 150.000 zone governate da queste comunità private (le cosiddette CID: Common interest developements). Comunità di questo tipo si stanno diffondendo nell'intero territorio degli Stati Uniti. Ce ne sono in Arizona (Leisure World, Sun City), California (Hidden Valley, Canyon Lake, Rancho Mirage), Florida (Boca West), Texas (Las Colinas), Carolina del Nord (Challis Farm), Illinois (Crystal Tree), ecc., ecc. Se nel 1962 esse erano meno di cinquecento, si prevede che, nei prossimi anni, saranno più di 225.000, con circa 50milioni di residenti. Esse sono completamente costruite e gestite da società di proprietari che funzionano come governi autonomi di fatto, in grado di amministrare le tasse destinate a coprire le spese di gestione, protezione e manutenzione delle città-bunker. Alcune di queste comunità hanno operato una vera e proprsecessione dalle autorità locali, proclamandosi indipendenti. E' il caso di Canyon Lake, nella California del Sud, una delle più grandi città private statunitensi. Gli urbanisti americani prevedono il moltiplicarsi di queste città-bunker, da essi stessi pianificate come blocchi uniformi e integrati, facili da difendere come fortezze medievali e moderne ed efficienti come strutture ad alta tecnologia. Così sono concepite, ad esempio, le diciassette comunità di Dove Canyon: con un unico ingresso sorvegliato e barriere di acciaio che perimetrano i dieci chilometri quadrati del complesso. "Un mondo più perfetto" è lo slogan pubblicitario che propaganda la città privata di Waterford Crest. E' ciò a cui aspirano i ceti abbienti volontariamente rinchiusi in queste fortezze imbellettate in cui - come a Hidden Hills, Bradbury, Rancho Mirage o Palos Verdes - è difficile entrare senza un invito da parte di un residente. Questo nuovo "stile di vita", desiderato dai gruppi sociali privilegiati americani ed emerso da attente ricerche di mercato, è alla base della costruzione di Celebration in Florida, concepita dalla Disney. La più recente e la più grande città privata degli USA ed il maggior esempio della "nuova" urbanistica americana. Ma simili esempi si diffondono anche in Europa. In Francia, in particolare, sono sorte recentemente numerose comunità recintate. Se ne contano ventidue nell’agglomerazione di Toulouse, due a Tour, tre ad Avignon ed a Nantes, quattro a Montepellier, altre tre a Lyon e Bordeaux, una a Marseille; senza contare quelle in via di realizzazione ad Alfortville ed a Marne-la-Vallée. Terre Blanche Resort , nell’entroterra della Costa Azzurra è una comunità recintata di 100 ville supercontrollate. Un mondo più perfetto dove vivere ibernati, in questo illusionistico e dorato apartheid, al riparo dagli esclusi, imprigionati nelle galere delle nuove città-ghetto, destinate al degrado ed alla bestialità di una vita inumana. Eccolo il mondo più perfetto: città-bunker e città-carcerarie, perfette claustropolis, che si contendono una terra ormai priva di una vita degna di questo nome. Ma se l'aspirazione della borghesia è quella di difendersi, in questo modo, dall'odio e dalla violenza che la circonda, essa sa anche che non esistono muri abbastanza alti e tecnologie di sicurezza abbastanza sofisticate da proteggerla dall'assalto di quanti desiderano uscire dalla sopravvivenza quotidiana per vivere pienamente.

8. SIMULACRI URBANI

"Tutto il mondo è Disneyland o Disneyland è ormai tutto il mondo" (Manuel Vázquez Montalbán, La Rosa di Alessandria) "Considerato secondo i propri termini, lo spettacolo è l'affermazione dell'apparenza e l'affermazione di ogni vita umana, cioè sociale, come mera apparenza. Ma la critica che raggiunge la verità dello spettacolo lo scopre come la negazione visibile della vita; come una negazione della vita che e' divenuta visibile." 15


Il territorio dello spettacolo (G.Debord, La società dello spettacolo)

Il processo di trasformazione della realtà urbana in pura rappresentazione è un processo che non si limita, ovviamente, solo a modificare lo spazio fisico delle città, ma che investe l'intera esistenza all'interno delle metropoli. I grandi parchi a tema sono nati come diretta trasposizione dell'universo cinematografico e dei cartoon. In essi l'architettura e l'urbanistica sono concepite come strutture portanti di un racconto tridimensionale in cui i film ed i fumetti diventano realtà. Essi propongono simulazioni tridimensionali di luoghi irreali, finora esistenti soltanto nella rappresentazione. Essi concretizzano, rendendole tangibili e reali, forme urbane originariamente effimere, destinate alla finzione scenica. Un intero immaginario urbano, estratto da queste finzioni, assume così la corporeità fisica della realtà in queste città del tempo libero mercificato. Vere e proprie città parallele, simulacri urbani, esse vendono l'illusione dell'iperrealtà. Esse consentono - a pagamento, per un giorno o per un week-end - di sfuggire alla sopravvivenza urbana fatta di isolamento, sopraffazione e pseudo-socialità e di rifugiarsi nella scintillante illusione dello spettacolo. Un vero e proprio turismo pubblicitario muove folle di spettatori estasiati verso questi spazi e verso gli stessi scenari artificiali degli spot propagandistici. Vivendo immersi nell'irrealtà produttiva dello spettacolo si giunge, così, a viaggiare solo per toccare con mano la realtà delle illusioni. Nell'identità e nella realtà delle merci e del loro spettacolo si riconosce, così, la stessa identità e realtà umana ridotta a merce. La glaciazio ne visibile della vita è, in questi luoghi, appetibile perché il consumo di merci, materiali ed immateriali, è l'unica forma di socialità consentita dalla società dello spettacolo. E' proprio la condizione fittizia di questi spazi, privi di abitanti, che riunisce, esemplarmente e didatticamente, numerosi contenuti e temi del pensiero urbanistico americano contemporaneo. Nel 1965 Charles Moore parlava già di Disneyland come di un esempio di ritrovata identità di piccolo centro urbano all'interno dell'immensa distesa dei suburbia californiani. In questo senso i parchi a tema disneyani possono essere considerati come le più "interessanti" new town americane. Città fatte di strade, negozi, ristoranti e teatri; frequentate da gente di ogni età che circola a piedi. Città in cui nessuno, però, vive veramente. Città prive di abitanti ed in cui le persone si riversano nelle strade solo dopo aver pagato il biglietto di ingresso. Il ruolo di queste nuove città quali opere di riferimento nella storia del planning americano è oramai riconosciuto. Molte delle nuove urbanizzazioni residenziali statunitensi, da Seaside a Leisure World, hanno molte affinità con il master plan disneyano. A Disneyland si riproduce un mondo più vero del vero, una iperrealtà più reale di quella quotidiana. Una realtà fatta di divertimento spettacolare, di ludica eccezione all'abitare di ogni giorno, di evasione dalla quotidianità. E' per questo, forse, che numerosi sondaggi 16


Il territorio dello spettacolo affermano che le città di Topolino sono i luoghi preferiti in cui l'americano medio sognerebbe abitare, ritrovando in esse caratteri urbani a scala più umana. Quando la città reale è, ormai, invivibile essa simula se stessa proponendosi come rifugio sostitutivo. In USA, nella San Fernando Valley è nata, nel 1993, City Walk. Al prezzo di una manciata di dollari, migliaia di visitatori quotidiani visitano una simulazione di Los Angeles, passeggiando in una replica di Venice o di Santa Monica, senza inquinamento, bande giovanili o mendicanti. Queste realtà non sono solo statunitensi, naturalmente, ne esistono in Giappone, in Spagna e altrove nel mondo. Un progetto del 1997 (che spero non abbia avuto seguito) prevedeva la costruzione in Italia, nei pressi del lago di Bolsena, di una Roma Vetus di plastica, un parco a tema ispirato alla antica Roma. Questo processo di fondazione di simulacri urbani, inaugurato dai parchi a tema, si spinge oggi ancora più in profondità. Oggetto della simulazione diviene la stessa idealizzazione spettacolare della città. La sospensione nell'irrealtà non è più limitata ad un fine settimana, ma si dilata all'intera esistenza. In Florida, nei pressi di Orlando, la Disney ha progettato e sta costruendo Celebration. Seguendo le indicazioni emerse da un'analisi di mercato la multinazionale del topolino ha deciso di passare dalla costruzione di un mondo di fantasia alla costruzione di un mondo reale completamente fantastico. Non un parco a tema o una nuova Disneyland, ma una vera città di ventimila abitanti. Questa città, secondo i suoi ideatori, "sarà immacolata, ordinata, civile, felice come Disneyland". Una vera e propria sperimentazione della "nuova" vita urbana. Un modello esemplare di new town in cui l'urbanistica e l'architettura padroneggiano le tecniche illusionistiche dello spettacolo per concretizzare un vero e proprio modello di città del futuro. Il nucleo centrale di Celebration esiste già, con la sua Main Street e gli edifici principali progettati da architetti di fama internazionale ( Rossi, Graves, Venturi, Johnson, Moore, Stern...). I primi lotti, relativi alle residenze, sono già stati messi in vendita a partire dal 1995. A Celebration si concretizza un esperimento di ingegneria sociale più raffinato di quelli adottati nei paesi dell'est. Un programma di vita totalizzante in cui tutto - abitazione, educazione, lavoro, tempo libero - è stato accuratamente e rigidamente pianificato. Val d’Europe a Marne-la-Vallée è la Celebration Europea, la Disneyville francese; una cittadina di 20.000 abitanti (che dovrebbero raddoppiare entro il 2017) costruito sul modello della Celebration statunitense. Il progetto di ibernazione della vita quotidiana, di svuotamento di ogni vera forma di vita, si è spinto così in profondità nelle realtà urbane contemporanee da determinare la realizzazione di queste vere e proprie città della vita artificiale, di questi non-luoghi dove si consuma - in un ambiente fisico illusionistico, ma concreto - lo spettacolo di una vita ormai definitivamente svilita e mercificata. Il progetto dello spettacolo, teso ad impedire ogni vita vera e ad organizzare, al contempo, la sopravvivenza piena di merci del presente si esprime in queste nuove forme di cittadinanza per cui si può alloggiare, tranquillamente e felicemente, in un rifugio antiatomico a Ginevra (10) o abitare l'illusoria realtà di Celebration in America. Queste realtà rappresentano il punto culminante della concezione urbana contemporanea che ha raggiunto, nel processo di congelamento dell'esistenza, la perfezione della bomba al neutrone: la città, finalmente, svuotata di tutte le esperienze di vita umana e completamente priva di ogni traccia di desiderio, di gioia e di vita autentica. 17


Il territorio dello spettacolo

9. IL TERRITORIO VIRTUALE: SUPERMERC@NET La stessa, immateriale, città cablata non pare discostarsi dalle logiche della vecchia città materiale. Le "autostrade elettroniche" sbandierate, non solo in America, come strumenti di vera democrazia in realtà rappresentano, semplicemente, le infrastrutture di base indispensabili alla produzione postindustriale. Così come le vecchie autostrade di asfalto e cemento favorivano la circolazione delle merci e delle persone - necessaria all'industria manifatturiera, anche le nuove autostrade cablate devono garantire la circolazione e la diffusione delle informazioni e delle idee, necessarie alla produzione immateriale post-fordista. Questa rete universale di comunicazioni, che sopprime radicalmente la distanza tra le cose, aumenta indefinitivamente la distanza tra le persone, negando la loro fisicità. Le persone circolano meno, mentre viaggiano le informazioni, ma queste persone sono ancora, come un tempo, isolate e rimangono semplici ricettori passivi di una comunicazione mercificata (11). Nella società dello spettacolo, dove lo sguardo non incontra che le merci ed il loro prezzo, anche l'atto stesso di guardare il video - ieri della tv, oggi del computer - si configura, immediatamente, come lavoro e come consumo. Come lavoro perché tutte le conoscenze, le informazioni e le abilità indispensabili per utilizzare gli strumenti informatici rappresentano una sorta di corso di formazione permanente necessario a sviluppare tutte quelle attitudini funzionali alla produzione in epoca post-fordista. Sviluppando questo savoir faire, infatti, non solo ci autoaddestriamo al lavoro immateriale ma produciamo anche, direttamente, sapere e comunicazione, fondamentali materie prime della fabbrica postindustriale. Come consumo perché mentre rimaniamo, immobili ed isolati nelle nostre case-terminale davanti al monitor del computer, non solo utilizziamo merci, hardware e software, ma siamo anche immersi dentro l'enorme ipermercato immateriale, frequentato da milioni di consumatori, rappresentato dalla stessa rete. Una recente indagine evidenziava come gli host (12) del settore commerciale rappresentavano, nel gennaio del 1995, la percentuale più alta fra tutti gli host statunitensi di internet. Dietro il settore commerciale seguivano quello educativo (scuole, università, ecc.), quello governativo (ministeri, ecc.), quello militare, delle organizzazioni (Nazioni Unite, associazioni, ecc.) ed infine quello relativo alle reti di accesso ad internet. Un'inchiesta, condotta sempre negli Stati Uniti, ribadiva come il 57% degli utenti della rete utilizza internet per fare acquisti. Intanto, mentre si acquista tramite internet, uno speciale programma nascosto all'interno dei sistemi di "navigazione" nella rete, scheda i nostri acquisti, le nostre curiosità, i nostri gusti, i nostri dati personali, il nostro numero della carta di credito, ecc. pronto a rivenderli alle banche dati. La "libera" circolazione delle informazioni ha sostituito, nella società dello spettacolo, la "libera" circolazione delle merci materiali. E' per questo che molti difensori dell'astratta libertà di comunicazione (vedi ad es. la Electronic Frontier Foundation / EFF) vengono finanziati direttamente da società quali la At&t, Mci, Bell Atlantic, Ibm, Sun Microsystems, Apple o Microsoft. " La spiegazione corrente sottolinea 18


Il territorio dello spettacolo una convergenza di interessi: ogni ostacolo alla libertà di comunicare intralcerebbe anche lo sviluppo dei mercati di queste società. Ma se certe ditte, non particolarmente note per la loro battaglia in favore della libertà di espressione (...) possono appoggiare la lotta dell'EEF, è perché questa fondazione difende una <libertà di comunicare> che non valica la soglia dell'azienda" (13). Nella società dello spettacolo - dove il capitale è ad una tale grado di accumulazione da divenire immagine - l'informazione e la comunicazione divengono merci nel momento stesso in cui entrano in circolazione. Internet, la rete planetaria di comunicazione, sopprime radicalmente la distanza tra le cose in un mondo in cui, ormai, tutto (oggetti e persone) è ridotto a cosa, a merce materiale e/o immateriale. Un mondo in cui l'unica socialità possibile è quella del consumo. Gli unici luoghi dove, oggi, è ancora permessa una parvenza di socialità, gli unici spazi, fisici, di aggregazione sono quelli commerciali e quelli del tempo libero mercificato. Ma nel momento in cui è possibile trascorrere il proprio "tempo libero" e/o acquistare qualsiasi cosa, via modem, stando seduti davanti al computer, si dissolve anche la fisicità di questi luoghi e gli strumenti telematici non fanno altro che approfondire quell'isolamento e quella "segregazione volontaria", già sperimentati con la tv, per cui gli uomini sono dei semplici ricettori passivi di una comunicazione che ci raggiunge, come spettatori, comodamente a domicilio ("ce soir spectacle à la maison"). Un passività spettacolare che non viene minimamente intaccata dalla cosiddetta interattività della comunicazione telematica. L'apatia, l'inerzia, il disinteresse e la noia che caratterizzano, ormai, ogni fruizione spettacolare e che rischiano di compromettere le stesse necessità produttive, mercantili e di formazione del consenso che lo spettacolo persegue viene aggirata proprio attraverso le nuove tecnologie. Esse tentano di proporre la nuova illusione di una partecipazione più diretta e coinvolgente, meno unidirezionale, più reciproca e scambievole, l'illusione di una "nuova" comunicazione interattiva. La cosiddetta interattività dei prodotti multimediali e delle realtà virtuali si riduce a puro intrattenimento ludico; più coinvolgente che nel passato, ma sempre all'interno di una realtà fittizia e separata, più partecipativo ma soltanto come scelta tra opzioni prestabilite. Un'agire pseudo-interattivo e pseudo-comunicativo che è tutto dentro la logica dello spettacolo. E' così che si ridà smalto alla soporifera industria dell'intrattenimento. Cinema e tv, musei e teatri ed ogni altro luogo del tempo libero mercificato ricevono nuova linfa dalle nuove tecnologie. Questa interattività del consumo spettacolare ha come scopo il tentativo di risvegliare l'interesse, sempre più sopito, dello spettatoreconsumatore. Anche la comunicazione più personale (le chat), le piazze virtuali e gli altri spazi di dibattito pubblico interni alla rete, in questo processo, tendono drasticamente a diminuire assediate dal proliferare dell'enorme mall telematico, vero e proprio ipermercato immateriale planetario. Quando poi una, sia pur residuale, comunicazione interpersonale sopravvive essa è condannata ad una marginalità ineffettuale che la riduce a semplice rumore di fondo del network. Per quanto attiene, infine, alle garanzie di "libero accesso" alla rete, anche qui valgono le regole della democrazia di mercato: l'accesso è garantito a chiunque sia in 19


Il territorio dello spettacolo grado di pagarlo (14). Disparità economiche, geografiche (tra nord e sud del mondo) e culturali; dislivelli di reddito, di accesso, di norme e di regole, di connessione e di tariffe condizionano, infatti, pesantemente, la presunta democrazia di internet. Definitivamente esaurita l'epoca della sperimentazione, dei cyberpionieri, si apre, per internet, l'epoca del mercato. La festa è finita, comincia il bu$ine$$ ! L'intreccio di lavoro, consumo e tempo libero mercificato - che mette in produzione l'intera esistenza e che riduce la vita a sopravvivenza - caratterizza ogni aspetto di questa società. E' una realtà che non lascia fuori niente, nemmeno la "Rete".

10. RIVOLTE URBANE

In questo quadro l'unica forma concreta di critica dell'urbanismo è rappresentata dalle rivolte contro la merce e la vita svuotata di senso che infiammano, periodicamente, città e metropoli planetarie. Gli abitanti di queste città, in queste occasioni, prendono alla lettera la propaganda del capitalismo moderno, la sua pubblicità dell'abbondanza. Essi vogliono subito tutti gli oggetti che gli vengono mostrati e che sono astrattamente disponibili, perché ne vogliono fare uso. Attraverso il furto ed il dono, infatti, essi ritrovano un uso che immediatamente smentisce la razionalità oppressiva della merce. I veri desideri - non gli pseudobisogni imposti dallo spettacolo - si esprimono in queste forme di festa, di affermazione ludica collettiva e di potlatch distruttivo. L'uomo che distrugge le merci, infatti, tende ad affermare e dimostrare la superiorità umana su di esse. E' per tutto ciò che la società dell'abbondanza trova la sua risposta naturale nel saccheggio, poiché quell'abbondanza non era affatto naturale ed umana ma, esclusivamente, abbondanza di merci. Ad un osservatore superficiale queste riots appaiono basate su motivazioni parziali e contingenti, futili o, addirittura, inesistenti. In realtà esse esprimono, in modo violento ed episodico, tutta l'insoddisfazione delle popolazioni verso l'esistenza svilita e mercificata delle città contemporanee. Sono rivolte contro la merce e lo spettacolo che si collocano a livello della totalità, perché, anche quando si producono in un solo quartiere o distretto, esse rappresentano la protesta degli uomini contro una vita inumana. Ma la stessa natura sporadica di tali rivolte le rende incapaci di mutare, radicalmente, le condizioni di vita ed esse finiscono per rappresentare, soltanto, una valvola di sfogo temporaneo alla noia, all'insensatezza ed al vuoto riempito di merci che caratterizzano le condizioni di vita urbana attuale.

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11. LA CRITICA PRATICA DELL'URBANISMO

La sola, vera e possibile, critica pratica dell'urbanismo è, dunque, quella capace di creare, collettivamente, tutt'altre condizioni di vita. Se la, misera, condizione attuale dell'architettura e dell'urbanistica è quella di riprodurre e perfezionare secondo criteri esclusivamente estetici e funzionalistici questo mondo dell'isolamento mercificato, perpetuandone il dominio, tutt'altre possibilità si aprono ad una pratica, collettiva, di trasformazione dello spazio e del tempo, individuale e sociale, della vita quotidiana. Per tutti coloro che intendono, davvero, liberare l'esistenza e porre le basi di una civiltà del tempo liberato, del desiderio e del gioco, si dischiudono nuove possibilità creative collettive, rivolte non più alla semplice organizzazione di edifici e di spazi, ma alla rivoluzione dell'ambiente umano e dei modi di vita che in esso si svolgono. Si dovrà, concretamente, sottomettere lo spazio al tempo vissuto e rendere l'architettura, realmente, una pratica appassionante in grado di rispondere alle passioni, ai desideri ed alla felicità degli esseri umani. La nuova architettura ed il nuovo urbanismo unitario al quale aspiriamo - inseparabile dal radicale rovesciamento delle condizioni di vita presente - dovrà rispondere alla riappropriazione dell'intero spazio-tempo della esistenza quotidiana; alla riconquista del senso vero della vita ed alla ricostruzione integrale del territorio secondo gli effettivi bisogni degli esseri umani. Lo sviluppo avanzato di tecnologia, scienza e forze produttive, come quello attuale, che ci consente di disporre delle risorse materiali ed immateriali per vincere la scarsità e liberare dal lavoro salariato la vita umana, può permetterci di realizzare, concretamente, questo nuovo spazio della vita liberata. Scienza e tecnologia, così come architettura e urbanistica, possono essere trasformati, per questo scopo - da strumenti di oppressione e dominio quali sono - in mezzi disponibili per la ricostruzione di una vita vera e di un ambiente unitario in cui questa vita possa esplicarsi liberamente e felicemente.

NOTE (1) I concetti di spettacolo e società dello spettacolo sono qui utilizzati nella accezione di Guy Debord, La società dello spettacolo, Vallecchi, Firenze, 1979. (2) Al temine italiano urbanistica abbiamo preferito urbanismo, derivato dal francese urbanisme (Etude des méthodes permettant d'adapter l'habitat urbain aux besoin des hommes; ensemble des techniques d'application de ces méthodes) che, in questa lingua, è distinto da urbanistique (Qui trait à l'urbanisation, à l'urbanisme) e che meglio si adatta al contesto del nostro scritto. Del resto, come riporta il Dizionario 21


Il territorio dello spettacolo etimologico Zanichelli, anche urbanismo ci viene dalla Francia (urbanisme nel 1842) e dapprima si ricalca pari pari: si distingue urbanismo da urbanesimo (F. Tajani, “Corriere della Sera”, 14/09/1929). Poi si fa strada urbanistica (Cfr. una nota di “Cultura” intitolata Urbanismo del maggio 1930, p.392 e la sua continuazione intitolata Urbanistica del dicembre 1930, p.1036). Il comune di Firenze, aveva ancora, fino a qualche anno fa, una Direzione lavori pubblici ed urbanismo (Cfr. Bruno Migliorini, Saggi sulla lingua del Novecento, Firenze, 19633, 99, n.3). (3) Cfr.G.Debord, Op.Cit., pp. 56 e segg. e G.Debord, Commentari sulla società dello spettacolo, Sugarco, Milano, 1990, pp. 16 e segg. (4) "A differenza dei vecchi shopping centers che assolvevano solo una tra le funzioni dei centri cittadini quella commerciale - il mall ambisce ad assolverle tutte: luogo di divertimento (cinema, teatro), di incontri sociali (ristoranti, night club, bar), di passeggiata (lungo i suoi viali coperti e riscaldati). I mall più grandi comprendono uno o due grandi alberghi (...). Il mall funziona da corso e da piazza. E' questo che fa la sua peculiarità: mentre un centro commerciale in piena periferia resta un centro commerciale suburbano, un mall diventa il centro di una nuova agglomerazione urbana, indipendente dall'antico centro cittadino." Marco D'Eramo, Shopping nel deserto, in "il manifesto", 30/12/1992, p.11. Si calcola che, negli USA, ci siano più di 50.000 centri commerciali, molti dei quali sono shopping malls, ovvero centri di grandi dimensioni. I mall in Europa sarebbero circa 10.000; ne esistono, naturalmente, anche in India, Brasile, Kenia, Cile, Polonia, Cina, ecc. Il Mall of America, a Minneapolis (il più grande degli USA), ogni anno ha più visitatori di Disney World, Graceland e Gran Canyon messi insieme. Il West Edmonton Mall, di Alberta, in Canada, è uno dei mall più grandi del mondo. Una vera e propria shopping city, autentica città del consumo comprendente vari parchi di divertimento, attrezzature sportive, ottocento negozi, undici supermercati, centodieci ristoranti, un hotel con 370 stanze, la chiesa, i night club e venti cinema. Il più grande shopping mall del pianeta è, oggi, Jin Yuan (il Mall delle Risorse d’oro) nella zona nord-ovest di Pechino, in Cina. Nei suoi 650mila metri quadrati di superficie coperta contiene mille ipermercati, supermercati, negozi e boutique, duecento ristoranti, cinema multiplex da 1.300 posti, club privati con night, discoteche, karaoke-bar, sale per fitness e massaggi, ecc. Nella corsa alla edificazione di queste immense shopping city la Cina ha strappato ogni primato agli U.S.A. ed al Canada; proprio nel paese di Mao, negli ultimi anni, sono sorti più di quattrocento shopping mall di dimensioni sette o otto volte superiori a quelli che si costruiscono negli Stati Uniti. Vanno citati qui anche gli outlet che emulano le strade commerciali e le piazze europee ma in scala molto ridotta rispetto ai mall. Ad esempio quello di Serravalle Scrivia, in Italia, uno dei più grandi d’Europa, che si estende su circa quattro ettari e simula, in Piemonte, l’architettura di un centro storico veneto. Si 22


Il territorio dello spettacolo stima che questo outlet sia visitato ogni anno da tre milioni di persone, più dei visitatori degli scavi di Pompei. (5) Mike Davis, La città di quarzo, manifestolibri, RM, 1993, p.122. Vedi in particolare tutto il capitolo intitolato "Fortezza Los Angeles", pp.121-150 ed anche, dello stesso autore, Agonia di Los Angeles, Datanews, Roma 1994. (6) Davis 1994, pp. 55-56. (7) Davis 1994, p. 68. (8) Cfr. Davis 1994, p. 63. (9) Nosotros, Brave New World, in: http://www.geocities.com/jf_martos /index.html)

(10) Nel 1995, in questa città svizzera, un centinaio di visitatori, che non avevano trovato posto in albergo, hanno accettato di alloggiare, a pagamento, in un rifugio antiatomico. A titolo di curiosità, però, possiamo aggiungere anche altri luoghi simili. In Giappone, ad Osaka, nel 1978, apri i battenti il primo hotel a capsule (la capsula è un loculo tecnologico di circa 3mq., con apertura frontale, in cui dormire); nel paese del sol levante sono numerosi gli alberghi di questo tipo, il più grande dei quali ha 700 capsule. In Germania si può soggiornare, nel castello di Hoheneck, in una cella dell’ex carcere della Stasi (la famigerata polizia segreta della DDR). In Svizzera si può acquistare un bunker (se ne vendono 10.000 dei 30.000 presenti in territorio elvetico); sempre in Svizzera i cunicoli del Gottardo, di recente, sono diventati La Claustra, un hotel a quattro stelle di 4000 mq. Nella ex Unione Sovietica un bunker di Stalin è stato trasformato in “centro polivalente” con pista da ballo, bar e centro benessere. (11) Cfr. Andrew L. Shapiro, Street Corner in Cyberspace, in "The Nation", 3/7/1995, p.10. Trad.it. in "Internazionale" n.86/1995, pp.2-5. (12) Gli host, pur non coincidendo con gli utenti (infatti ad ogni host può far capo uno o migliaia di indirizzi), rappresentano, nella complessità della rete, gli ultimi "rami" calcolabili con una certa attendibilità. La fonte è: Network Wizards, The Economist. (13) A. Torres, Internet al rogo?, in: "Le Monde diplomatique/il manifesto", n.11, nov.1995, p.3. Cfr. anche: Y. Eudes, L'odissea dei pirati nella giungla di Internet, in "Le Monde diplomatique/il manifesto", giugno 1995. 23


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(14) "Il vice presidente Gore reclama un '<accesso garantito> ai servizi, il che significa che i fornitori saranno costretti a offrire servizi gratuiti a certi clienti. Nei fatti, gli individui hanno già un accesso garantito a qualunque servizio disponibile sul mercato, fin che essi pagano per ottenerlo". The Cato Handbook for Congress, Cato Institute, Washington, 1995. Brano citato in: A Torres, Internet al rogo?, Op.cit.

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Š Gianluigi Balsebre ---------------------------------------ultimo aggiornamento: 03/12/2007 Info: rebelbas@virgilio.it gianluigibal@tiscali.it

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GIANLUIGI BALSEBRE, Il territorio dello spettacolo (illustrato)  

Una analisi delle trasformazioni urbane alla luce delle teorie situazioniste. Con illustrazioni dell'autore.

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