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ASSESSORATO ALLA CULTURA SPETTACOLO E SPORT

29 novembre 2008 Roma, Auditorium Parco della Musica


12 novembre 2008 Roma, via Frattina - happening cittadino


100 uomini al giorno viaggio in tre atti intorno al mestiere più antico del mondo: il cliente - canzoni, lettere, discorsi parlamentari uno spettacolo di Viola Buzzi ATTO ZERO 29 gennaio 1958, viene approvata la legge 75, che prende nome dalla senatrice Lina Merlin, prima firmataria. Pochi mesi per la smobilitazione e il 20 settembre le Case di tolleranza chiudono i battenti. Passano 50 anni. 29 novembre 2008. Riprendiamo in mano i documenti che Lina raccolse, tra 1949 e 1958, per suggerire un punto di svolta nel costume, nella storia, nelle abitudini di un Paese che non condivise quella scelta. Il discorso che accompagnò il disegno di legge contro la regolamentazione della prostituzione di Stato. Le lettere, intense, strazianti, indirizzate alla “signora deputatrice” dalle tremila italiane che lavoravano nelle Case. E vien voglia di riscoprire chi  sia stata  Lina Merlin: perché, se lo chiedi in giro... la solita filastrocca… “quella che chiuse i casini”. Leggiamo la sua vita in un’autobiografia che è un pezzo di storia d’Italia. Rileggiamo le lettere, il discorso, c’è una testimone che dice: “Ci guardi signora, la più giovane ha 28 anni, la più vecchia 32.

Siamo sfatte. In via dei Coronari 100 uomini al giorno per ognuna…”. Colpisce il numero 100. Quanti minuti hanno a testa 100 uomini in una giornata lavorativa? 100, però, ci riporta anche al presente. Dove domina un “ricordo maschile unico” (perché nessuna “donna perduta” sarà disposta a parlare dei suoi dolorosi ricordi): “Via dei coronari, un altro stava a via del Tritone, uno a via dei Soldati…, le maitresse in provincia si chiamavano ‘madre badessa’, le carte false per entrare prima dei 18, i casi ‘andati a buon fine’, le bolognesi imbattibili”. 100 uomini al giorno è un evento-spettacolo in ascolto. Delle voci di uomini e donne per cui la prostituzione va affrontata come “questione maschile”. Non in termini di sola sicurezza o di ordine pubblico. Se esiste un’oscurità è proprio intorno alla domanda di prostituzione. Ignorare questo fatto significa spostare il problema: dall’aperto al chiuso (o viceversa). Come dire: giocare a scacchi con la vita di chi - le vittime, oggi come allora - non ha voce in capitolo.


“Preferisco signora” ATTO PRIMO teatro realtà con Anna Maria Zanetti - Lina Merlin Ascanio Celestini - poeta del popolo Antonello Ricci - narratore Riccardo Tesi - organetto Nella seduta antimeridiana del 12 ottobre 1949 Lina Merlin pronuncia in Senato un ampio discorso per sostenere la legge che abolirà la prostituzione di Stato. Quel discorso tocca e sviscera i punti focali di un complesso ragionamento, ancora oggi determinanti: salute pubblica, progressi internazionali dei diritti umani, educazione della persona, sicurezza. Un appassionato intervento, quello di Lina, ricco di approfondimenti scientifici e giuridici, ma anche di testimonianze

delle “donne perdute” che nelle Case chiuse vivevano e “lavoravano”. Per comprendere una storia che coinvolgeva la vita tutt’intera di tante nostre concittadine, è oggi fondamentale tornare ad ascoltare la carica oratoria di Lina, le sue provocazioni letterarie ed etiche, i suoi sapienti paradossi. Magari in contrappunto con altre voci, altre prospettive. Come chi, magari da una regione poverissima del mondo, ci racconta di una prostituzione minorile diffusa, pane da ricchi, e immaginando “scioperi del canestro” e un “risveglio di uomini” che esorti le donne a riprendersi qualcosa di sé. In un’intervista del ‘69, a Enzo Biagi che le chiedeva come preferisse essere chiamata, Lina rispose con semplicità: “I miei familiari mi chiamano per nome. Gli altri senatrice. O signora. Preferisco signora”. Viola Buzzi


Il desiderio maschile ATTO SECONDO confronto a più voci Conduce Concita De Gregorio Ospiti Sandro Bellassai – storico Maria Rosa Cutrufelli – scrittrice Vittoria Tola – ricercatrice Intervengono l’Assessore Giulia Rodano il Senatore Roberto Di Giovan Paolo In cinquant’anni tutto è cambiato: la prostituzione, le prostitute, i clienti, i comportamenti sessuali, le identità, maschile e femminile. Un dato di fondo resta immutato: l’offerta di prostituzione viene dalle donne, la domanda dagli uomini. Ma discorsi pubblici e senso comune diffuso sembrano fermarsi solo sulla prima, sull’offerta, sulle prostitute: rimosso è il cliente, il suo desiderio sessuale e sessuato, il suo immaginario.

La prostituzione, oggi come ieri, sembra esistere solo perché esistono le prostitute. Loro sarebbero il problema: forse perché guardare ai 9 milioni di clienti significherebbe ammettere l’esistenza di una questione maschile. Ammettere che proprio questo desiderio maschile sta all’origine della questione. Per una volta, allora, prendiamo la prostituzione dal suo verso più oscuro, più vero e profondo. Proviamo a riflettere, dal palco di un teatro, sul reale protagonista della prostituzione, il desiderio maschile. Proviamo a smontare il teatro di una clamorosa rimozione collettiva, che illumina con gli abbaglianti i corpi seminudi delle donne, mentre protegge l’uomo, lasciandolo nell’ombra. E l’ombra, si sa, è uno dei privilegi del potere. Anche questo, soprattutto questo, intendiamo quando parliamo di desiderio maschile. Allora parliamone, per una volta... Sandro Bellassai


Concerto d’amore ATTO TERZO teatro-canzone con Viola Buzzi - signorina “p.” Ascanio Celestini - poeta del popolo Antonello Ricci - narratore Claudio Giuliani - chitarra Riccardo Tesi - organetto Frammenti dalle mille lettere indirizzate alla “Signora Deputatrice” ai tempi dell’aspro e surreale dibattito sulla legge. Lettere imbustate dalle tante anonime “signorine p.” già sfatte, a neanche trent’anni, dalla schiavitù della prostituzione. Dall’abisso delle Case esse invocano aiuto. Ritmi da catena di montaggio, prestazioni che “tacere è bello”, stupefacenti e malattia. Stigma sociale. Ma, a differenza della vita, la natura non conosce puttane. Solo donne. Se hai qualcuno che ti ama. Salvezza e desiderio.

D’altra parte: storie di violette, dal melodramma ottocentesco alle cronache in camicia nera all’oggi. Storie di corpi e solitudine, amore e morte. Anche qui: salvezza e desiderio. In forma di canzone. Violetta Traviata, assassinata dalla sifilide. Violetta Irlandese che sparò sul naso al duce e per questo finì in manicomio. Violetta parricida di Francia, mandata al patibolo, ma il boia s’innamorò di lei, scarcerata, mise su famiglia. Viola Buzzi infine. Dall’incantata solitudine del suo casello ferroviario sperso nelle campagne viterbesi, quel Passaggio 19 dove ha trascorso la sua infanzia e dove vive, Viola si finge anche lei una signorina “p.”. Scrive fuori tempo massimo alla senatrice Lina. Da fata Violina, insomma, a maga Merlin. Un’improbabile autobiografia cantata, affollata da capitreno e vecchie contadine. Sogni e speranze consegnati a monetine da dieci lire messe a spiaccicare sui binari. Voglia di futuro. Voglia di amare. Antonello Ricci


Postfazione Metti una sera con Lina di Eugenio Manca Una sera con Lina Merlin. Una sera di musica, parole, riflessioni, scoperte e forse, per qualcuno, di ricordi. A trent’anni dalla morte della parlamentare socialista. Ma soprattutto a cinquant’anni dal varo della legge che porta il suo nome, e che ebbe il merito di incendiare l’Italia per una ragione che non riguardava fame, sete, guerra appena alle spalle, patti militari, ideologie politiche: no, riguardava la dignità umana. La dignità delle donne non meno di quella degli uomini. La dignità dell’intero nostro

Paese. Nell’Italia nuova questo accadeva per la prima volta. Questo evento si colloca dentro la più viva attualità: polemiche, sofferenze, recriminazioni, ambiguità e inganni che da sempre abbondano in materia. Ma non può essere teatro di inganni. Possiamo non ammetterlo, ma la sessualità è cosa che ci tocca nell’intimo, e non perdona la menzogna. Vale per tutti, per gli uomini in primo luogo. Anzitutto per quelli che pigramente amano ripetere: “La prostituzione esiste da che mondo è mondo…”. Dunque possiamo cambiare in tutto tranne che in questo? Lina Merlin mostrava più fiducia: “La moderna


società deve andare oltre la legge e i costumi del passato, perché la vita è un continuo trascendersi, porsi dei limiti e superarli”. “Addio Wanda”: così Montanelli salutava le “signorine” dei casini e, con esse, un’epoca. In Italia i “bordelli di Stato” furono chiusi nel 1958. Un decennio di contese aspre, in Parlamento e nel Paese: il prezzo da pagare per la liberazione di un esercito di schiave; perché lo Stato ripudiasse il proprio ruolo di prosseneta, perché l’Italia si allineasse con le grandi democrazie europee. C’è da sperare che dietro quel congedo non si celasse una nostalgia per la condizione di segregazione, di violenza, di oltraggio riservata a quelle donne che esercitavano il “mestiere più antico del mondo”. Certo non avremmo voluto che Wanda fosse nostra figlia, nostra sorella, nostra madre. Chiudere i bordelli non significò abolire la prostituzione. Questo Lina lo sapeva bene. Occorreva però rifiutare l’idea stessa di uno stato moderno che regolamentasse con visti, licenze, registri, carte bollate, controlli fiscali, una pratica infamante, che marchiava nelle carni e nell’anima migliaia di “donne perdute”, ricavandone orridi proventi. Premessa, di una sessualità matura, consapevole, non predatoria né mercificata, ma paritaria e libera. Di più: doveva essere il punto di partenza per

una riflessione autocritica coraggiosa, severa, intorno alla responsabilità maschile quale molla primaria di indizione e alimento del fenomeno prostituivo. Scuole, atenei, caserme, canali editoriali, centri formativi, luoghi della socialità e della cultura: questi dovevano essere, sostenuti dalle istituzioni, gli strumenti di una grande moderna opera collettiva volta a disseccare e recidere le radici – nuove e antiche, materiali e immateriali – di cui si alimentava la prostituzione. A distanza di mezzo secolo questo resta un obiettivo lontano. E proprio in questa imperdonabile diserzione, in questa “rivoluzione mancata” sull’accidentato terreno della sessualità, sta il peggior contributo al persistere di un fenomeno che, pur suscitando allarme sociale, non potrà essere contrastato con ipocrite misure di “ordine pubblico” o di mero ripristino del “decoro urbano”. Una sera, dunque, per ritrovare il bandolo di una matassa ingarbugliata; per riascoltare voci e storie di donne non così lontane né così diverse da quelle che affollano oggi la penombra delle nostre città; per ripensare alle ragioni che cinquant’anni fa portarono a una liberazione importante ma parziale; per gettare uno sguardo nella nostra coscienza di uomini di un tempo che si vorrebbe migliore.


La legge “Merlin” 75/58 di Sandro Bellassai La legge Merlin, approvata nel gennaio 1958, abolisce la prostituzione di Stato a un secolo di distanza dalla prima normativa nazionale in materia di regolamentazione. Chiudono per sempre i bordelli, tornano libere le donne che la coraggiosa battaglia di Lina Merlin ha rivelato vittime disperate di un sistema infame; si limitano i pesanti interventi degli organi polizieschi e giudiziari sulla libertà e sul corpo delle donne, vietando la schedatura delle prostitute in quanto tali, nonché l’umiliante visita ginecologica coatta per le donne sorprese in strada in atteggiamento “sospetto”. Non si elimina certo la prostituzione, ma si pone fine a un meccanismo di sfruttamento spietato su cui hanno lucrato in molti (Stato compreso), e costruito su misura per le esigenze “fisiologiche” di un unico soggetto: il cliente.


Lina Merlin di Anna Maria Zanetti vincitrice del premio “Il Paese delle donne” IX Edizione 2008

Dal 1948, anno della sua prima elezione al Parlamento, fino alla morte, sopraggiunta nel 1979, Angelina Merlin fu conosciuta da tutti gli italiani come “la Senatrice”. Non solo perché unica donna eletta al Senato nella seconda legislatura ma soprattutto per la decennale battaglia, condotta in Parlamento e nel Paese, per porre termine alla schiavitù di Stato sulla prostituzione. Tutta la vicenda pubblica di Lina, dalla militanza politica antifascista al confino, dalla Resistenza alla Costituente a tutto l’arco dell’esperienza parlamentare, esprime al meglio le sue doti di rappresentante del popolo: coraggio, determinazione, senso della giustizia individuale e sociale, rettitudine personale e politica, coscienza delle istituzioni e del bene pubblico. Tutto ciò concentrato in una donna veneta minuta e tenace, di forte temperamento e profondamente consapevole del valore

del proprio impegno. Ma ingiustamente dimenticata. Del tutto rimossa, infatti, la sua azione per eliminare dai documenti d’identità l’infamante marchio “NN”, obbligatorio per i figli illegittimi. Ma anche la battaglia per impedire il licenziamento delle donne che si sposavano o restavano incinte, o quella condotta nell’ambito della Costituente sugli articoli riguardanti la famiglia e la posizione delle donne (fu lei a ottenere che l’articolo 3 della Costituzione riportasse la dicitura “senza distinzione di sesso” a proposito di uguaglianza fra i cittadini). Prima donna a parlare in Senato (10 giugno 1948), Lina fu socialista d’impeto risorgimentale, limpidamente laica. In occasione del 120° anniversario della sua nascita (1887, 15 ottobre Pozzonovo di Padova) si è costituito un Comitato per le celebrazioni nazionali con l’obiettivo di ridarle voce e di riconoscerne il giusto ruolo nelle vicende politiche, sociali e culturali del nostro Paese e le battaglie attraverso cui intese affermare la dignità e l’avanzamento sociale delle donne e dei più deboli.


tratto da

Le prostituzioni in Italia di Vittoria Tola Dalle testimonianze dirette sappiamo che ogni donna deve guadagnare in una sera almeno 500 euro da consegnare ai suoi aguzzini e non “lavora” mai meno di sei giorni a settimana, anche in precarie condizioni di salute. Questo dato è quasi sempre poco considerato, mentre prevale la tendenza a massimalizzare

i numeri della tratta, sia per la volontà di presentare l’immigrazione come realtà criminale nella forma più odiosa della prostituzione coatta sia per la tentazione di pensare alle donne straniere della prostituzione di strada come tutte trafficate, vittime vulnerabili e innocenti cui portare aiuto; chiudendo così l’imbarazzante dibattito sulle donne immigrate o povere che volontariamente si prostituiscono e su quelle forti ed emancipate che come escort di lusso, sul web o in certi settori dello spettacolo, decidono di “scegliere” la prostituzione. Fenomeni molto diversi, omologati in modo fuorviante sotto un’unica etichetta. Fenomeni da risolvere eliminandone la visibilità. La soluzione più ricorrente e condivisa sembra quella di pulire le strade e portare al chiuso la prostituzione. É in questo contesto che, da diversi fronti, si sono espresse nostalgie (peraltro mai veramente sopite qui in Italia) per le case chiuse, da riaprire come antidoto allo scandalo della prostituzione di strada e per un più efficace controllo sanitario sulle immigrate, in quanto soggetti a rischio per i clienti, “naturalmente” sani, e da collocare in ambienti più protetti e controllati. Di scarso peso, nonostante il crescente interesse, l’altra idea: attaccare il fronte della domanda


e colpire i clienti come corresponsabili della prostituzione (in particolare quella coatta) e come complici dei trafficanti, sia con forme dissuasive amministrative sia con sanzioni penali sul modello svedese. Visioni del problema apparentemente assai distanti tra loro, ma unite dalla incapacità di mettere a fuoco la molteplicità delle “prostituzioni” esistenti e le differenti domande e offerte che nel mercato del sesso a pagamento si manifestano e sulle quali occorre intervenire con strumenti differenziati e, soprattutto, con rispetto dei diritti umani delle persone coinvolte. É necessario riuscire a “vedere” un mondo che si presenta nomade per scelta e per necessità, dove i soggetti non hanno stesso valore, uguali diritti e opportunità. Dove chi ha più potere mal sopporta presenze estranee e “devianti” e chiede (o è sollecitato a chiedere) politiche di sicurezza e certezze per sé soltanto. Non a caso, quindi, il discorso pubblico sulla prostituzione immigrata ondeggia tra allarmi interessati, richieste di repressione e proposte di regolamentazione, soprattutto volte a rendere invisibile la troppo “scandalosa prostituzione di strada”. Scandalosa perché visibile, non perché esistente o per le cause che la determinano. La soluzione del proble-

ma consisterebbe allora nel renderla “invisibile” e farla praticare al chiuso, in modo “più confortevole”, anche a costo di legalizzare lo sfruttamento. Poche, non a caso, le parole pubbliche sugli sfruttatori e sulle opportunità che questa linea politica concede loro (...) É importante ascoltare le donne e, più in generale, le persone, e costruire con loro legami di fiducia, come è avvenuto con i progetti di protezione sociale senza cui non sarebbero state possibili in Italia la conoscenza e il monitoraggio in tempo reale della tratta e dei suoi mutamenti, permettendo, dal 1999 a oggi, grazie al lavoro locale, nazionale, associativo e istituzionale del programma italiano, risultati tanto positivi che hanno fatto del nostro Paese un punto di eccellenza a livello mondiale. Risultati che oggi, politiche esclusivamente repressive e securitarie rischiano di mettere seriamente in discussione, annullando i diritti umani dei soggetti più deboli. Bisogna ripartire dalle importanti esperienze accumulate e coniugarle con i capisaldi giuridici e culturali che la legge Merlin pose a proprio fondamento e che rappresentano il rispetto della Costituzione e delle Convenzioni dell’Onu sui diritti umani, principi da cui una società veramente democratica non potrà mai prescindere.


Viola Buzzi Autrice di teatro-canzone e di eventi culturali, nel 1990 conosce Fabrizio De Andrè e con lui apprende la narrazione musicale “concept” e un metodo di scrittura basato su una curiosità storico-letteraria tra arte, poesia e temi sociali. Nel 2005 vince il premio Grinzane Cavour al Festival Musicultura per il miglior testo in concorso (“Tu che passi”). Canta nell’ultimo album di Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano” (2003). Dal 2004 scrive progetti che hanno alla base il binomio memoria-attualità; eventi di spettacolo che raccontano “storie” attraverso la multidisciplinarietà artistica e scientifica degli ospiti invitati a partecipare. www.violabuzzi.it

L’associazione culturale “iTusci” (Acquapendente, VT) realizza iniziative culturali seguendo un metodo di ricerca che fonde la storia con l’attualità, la musica con il teatro, l’analisi del passato con l’inchiesta giornalistica. Con questo approccio originale porta sul palcoscenico eventi “vivi”, che avvicinano i documenti alle testimonianze dei protagonisti e degli esperti, le risposte della storia alla ricerca sul campo, la parola cantata a quella recitata.


100 uomini al giorno progetto di Viola Buzzi e Eugenio Manca con il prezioso contributo di Francesco Unali consulenza testi e regia Antonello Ricci consulenza storica Sandro Bellassai, Lea Nocera Evento realizzato con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio. Assessore Giulia Rodano. I brani di Lina Merlin sono tratti dal discorso parlamentare del 12 ottobre 1949. Il brano del poeta del popolo è tratto da Teresa Batista, stanca di guerra di Jorge Amado. I brani Penombre e Batticuore sono di Riccardo Tesi. I brani Ugo Zatterin e Preferisco signora sono tratti da “Dicono di lei” di Enzo Biagi – 1969 (Teche rai). Le interviste audio a “ex-clienti” sono a cura di Lea Nocera e Daria D’Antonio. Le interviste raccontate sono a cura di Maria Rosa Cutrufelli. Le storie raccontate da Ascanio Celestini sono tratte da Lettere dalle case chiuse di Lina Merlin. Le canzoni sono di Viola Buzzi. Le storie raccontate da Viola Buzzi sono ispirate alle vite di Violet Gibson, Violette Noziere, Violeta Parra, Violette Valery. La regia del video 100 uomini al giorno è di Pier Paolo De Sanctis. L’immagine 100 uomini al giorno è di Andrea Pinchi Le foto dell’“happening cittadino” sono di Daniele Vita. Le foto di Lina Merlin sono tratte da La Senatrice - Lina Merlin, un pensiero operante a cura di Anna Maria Zanetti. Il quadro Le demoiselles d’Avignon è di Pablo Picasso. Tecnici del suono e regia di sala Raniero Terribili, Daniele Di Giovanni. Aiuto regia Elisa Tonelli. Organizzazione: Stefania Minciullo Ufficio Stampa: Emilio Sturla Furnò In collaborazione con Melting Pot Edizioni e Tuscia Film Fest. Dipartimento welfare Legacoop Lazio. Consorzio Il Cerchio, Alice, Radici cooperative sociali Grazie a: Roberto Di Giovan Paolo, Giuseppe Parroncini, Pino Bongiorno, Vincenzo Vasile, Piero Fabretti, Monica Moriconi. Fabrizio De Andrè, Pier Paolo Pasolini, Angelo Vitali. Ringraziamo i 100 uomini testimoni di un universo maschile che “esiste”, a cinquant’anni dalla legge Merlin.


Con il contributo PROVINCIA DI ROMA PROVINCIA DI VITERBO AICCRE LAZIO COMUNE DI ACQUAPENDENTE Con il patrocinio del

PROVINCIA DI ROVIGO

www.itusci.it

100uominialgiorno@gmail.com

100 Uomini al giorno - opuscolo  

Pubblicazione realizzata in occasione dell'evento "100 Uomini al giorno" del 29 Novembre 2008 - Roma Auditorium Parco della Musica. Progetto...

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