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L’uomo,
nello
stato
creativo,
è
tratto
fuori
da
se
stesso.
E’
come
se
facesse
scendere
un
secchio
nel
 proprio
subcosciente
e
tirasse
su
qualcosa
che
normalmente
è
fuori
dalla
sua
portata.
 Edward
Morgan
Forster
 


Siamo vissuti da una vita che ci trascende 


Creatività


energia
divina
 


CENNI
DI
FILOSOFIA
 
La
creatività
è
una
funzione
divina
che
filosoficamente
implica
un
nulla
preesistente
e
un
qualcosa
che,
in
 seguito,

appare
da
questo
nulla

come
una
forma
determinata:
l’oggetto
creato.
Se
così
non
fosse,

non
si
 tratterebbe
di
creazione
bensì
di
trasformazione
o
modificazione
di
un
qualcosa
preesistente.
Dunque
la
 divinità
di
quest’atto
è
dovuta
al
fatto
che
noi
uomini
non
dominiamo
questo
nulla
né
conosciamo
 apparentemente
le
maniere

per
cacciare,
dal
cilindro

del
nulla,
una
bella
colomba
o
tanti
fazzoletti.

 Filosoficamente
ancora
vi
sono
due
maniere
di
intendere
questo
processo
divino
creativo:
il
Dio
Giudaico
 cristiano
che
sostanzia
la
prima
maniera
di
intendere
la
creazione

(quella
appena
descritta);
mentre
l’altro
 modello
di
creatività
è
quello

emanistico

,
di
origine

neoplatonica
che
trova
in
Plotino
la
sua
migliore
 espressione
.


CREATIVITA’
INFERIORE
E
CREATIVITA’
SUPERIORE
 La
Vita
è
creazione
continua
infinita
e
smisurata….
Guardando

la
natura
o
guardando
noi
stessi
ci
rendiamo
 conto
che
siamo
un
processo
creativo
continuo
a
livello
fisico
come
a
livello
psichico:
emozioni,
pensieri
 movimenti,
azioni
ecc.

 Eppure
dobbiamo
distinguere

 La
creatività
si
manifesta
attraverso

molte
modalità
e
a
livelli
diversi
dalla
creazione
biologica
a
quella
 artistica.
C’è
sempre

creazione
in
atto;
se
vogliamo
ad
esempio
usare
la
classificazione
dei
chakras
vi
sono

 processi
creativi

da
primo
chakra
e
processi
creativi
da
coronario
o
da
laringeo.
Dal
diaframma
in
giù
i
 processi
creativi
sono
piuttosto
biologici
e
seguono
leggi
precise
e,
in
qualche
modo,
predeterminate
dal
 funzionamento
organico:
è
cioè
un
funzionamento
automatizzato
in
maniera
che
non
dobbiamo
essere
 consapevoli,
cioè
pensare
e
volere

ogni
atto
vitale:
grazie
all’automatizzazione
delle
funzioni
vitali
 possiamo
dedicarci
ad
altro:
vivere
con
i
centri
superiori
aperti
e
funzionanti.
Il
primo
tipo
di
creatività
è
 divina
e
ce
ne
rendiamo
conto
osservando
al
meraviglia
del
corpo
della
natura
o

del
nostro
corpo
,
ad
 esempio,
non
siamo
tuttavia
chiamati
in
prima
persona
a
manifestare
la
nostra
creatività,
possiamo
solo
 ammirare
la
grandezza
della
creatività
divina
operante
attraverso
il
nostro
organismo
e
amministrare
al
 meglio
il
suo
funzionamento.
In
quest’ordine
di
cose

entrano
le
scelte
alimentari,
i
lavori
sulla
respirazione
 1
 



e
tutte
quelle
pratiche
che
hanno
ad
oggetto

il
corpo
e
la
sua
salute.
Non
mi
soffermerò
su
questi
aspetti
 che
pur
ci
toccano
direttamente
come
operatori
di
tecniche
corporee;
ovvero,
ce
ne
interesseremo
ma
 come
conseguenza
e
sinergia
riguardo
al
tema
della
creatività
dei
centri
superiori
quando
essi
operano
 servendosi
del
corpo
e
delle
sue
funzioni.
 A
partire
dal
centro
cardiaco,
comincia
a
diventare
importante
l’individualità
che
comporta
un
aspetto
 negativo
quando
ci
fa
perdere
la
coscienza
di
unità
con
gli
altri
e
con
il
tutto,
coscienza
che
possiamo
 riscattare
grazie
alla
funzione
principale
del
cardiaco:
l’amore.
Se
invece

l’individualità
la
consideriamo

 nella

sua
valenza
positiva,
significa
che
ogni
individuo
esprime,
a
modo
suo,
il
potere
creativo
divino
 moltiplicando
all’infinito
la
quantità
di
manifestazioni
particolari
del
potere
stesso,
di
Dio
in
espressione
.
 Ognuno
di
noi
dunque
rappresenta
una
sfumatura
di

colore
o
un
suono
particolare

del
grande
quadro‐
 sinfonia
della
Manifestazione.


 Il
tema
che
vogliamo
trattare
qui
è
proprio
quello
della
creatività
umana

superiore,
come
forza
divina
di
 moltiplicazione
di
forme
che
esprimano
la
ricchezza
e
la
bellezza
della
creazione

tout
court
(Umana‐divina)
 Questa
funzione
peraltro
non
è
causata
e
non
ha
una
ragione:
come
per
tutte
le
cose
essenziali
è
fine
a
se
 stessa

e
dunque

la
nostra
ragione,
la
nostra
capacità
di
capire
è

impotente.
Ci
torneremo
più
avanti
 Non
possiamo
dunque
comprendere
il
processo
ma
abbiamo
il
privilegio
di
poter
partecipare
al
processo
 creativo
divino:
questo
credo
sia
il
dono
più
grande
ed
il
mistero
più
immenso
del
rapporto
tra
creatore
e
 creato.
La
creatura,
noi
insomma,
ha
poteri
creativi
come
il
creatore
di
cui
è
espressione.
Questo
credo
 avvenga
perché
in
realtà
le
forme
create
sono
pur
sempre
parte
del
creatore,
dell’Assoluto
in
 manifestazione,
ma
pur
sempre
l’assoluto
giacché
non
vi
è
null’altro.
E
dunque
tutte
le
caratteristiche
del
 creatore
sono
trasfuse
in
ogni
creatura
che
ne
manifesta
ora
un
aspetto
ora
un
altro.
Cioè
noi

 rappresentiamo,
rispetto
a
Dio,
una
creatura
e
allo
stesso
tempo
un
microcosmo
che
lo
riflette

 completamente,

e
dunque
riflettiamo
anche
la
caratteristica
della
creatività.

 Ma
se
tutto
è
creazione
continua
perché
parlare
di
questo
tema
come
di
qualcosa
da
fare
meglio,
da
usare
 con
maggiore
efficacia.
E’
qui
che
la
distinzione
tra
centri
alti
e
bassi,
tra
la
parte
alta
e
la
parte

animale
 dell’uomo
ha
un
senso.
 La
Personalità
meccanica
è
tale
perchè,
al
di
la
della
sua
origine
e
della
sua
formazione
(materia
 ampiamente
appresa
e
“lavorata”
a
livello
di
lavoro
psicologico)
nel
suo
funzionamento,

ripete
meccanismi
 reattivi
sul
modello
delle
risposte
biologiche:
emozioni
reattive,
meccanismi
di
difesa
ecc.
In
altri
termini,
se
 analizziamo
bene
ogni
aspetto
della
falsa
personalità
(o
personaggio
o
altra
terminologia
che
vogliamo
 usare),
esso
si
struttura
e
funziona
sul
modello
delle
risposte
biologiche
che,
avendo
una
sperimentazione
 di
centinaia
di
migliaia
di
anni,
funzionano
perfettamente.
Ad
esempio
le
emozioni
reattive,
nascono
e
si
 manifestano
come
difese
dell’organismo
fisico
(es.
la
paura,
l’aggressività),
ma
continuano
a
funzionare,
 alla
stessa
maniera,
se
si
tratta
di
difendere
l’io,
cioè
l’apparato
psichico.
Altro
esempio
è
il
meccanismo
 della
censura
,
che
alla
stessa
stregua
dell’apparato
immunitario,quando

impedisce
che
un
elemento
 dannoso
si
prolifichi
nell’organismo
e
dunque
viene
eliminato
così
come
eliminiamo
dalla
coscienza
un
 evento
o
un’emozione
o
un
pensiero
pericoloso
per
la
vita
psichica.
Ma
soprattutto
i
processi
della
 personalità
hanno
in
comune
con
i
processi
vitali
animali
l’inconsapevolezza:
buona
per
i
processi
vitali;
 meno
buona
per
la
vita
superiore
dell’uomo.
 2
 



Vi
è
dunque
una
parte
meccanica
che
esegue
una
creatività
divina
a
livello
vitale

ed
un’altra
altamente
 creativa
che
nutre
sia
l’uomo

sia

l’Universo
di
bellezza
e
intelligenza
di
forme

infinite;
non
solo,
ma
di
 infinita
bellezza
e
infinita
intelligenza.
Ecco
dove
entrare,
dove
possiamo
sperimentare
la
gioia
e
la
luce
 della
creatività.

 Siamo
creati
e
creatori
dunque:

ci
si
può
limitare
a
rimanere
solo
creati,
cioè
dando
espressione
alla
Vita
 soltanto
attraverso
le
funzioni
meccaniche
sia
fisiche
che
psichiche
ed
allora
più
che
vivere
stiamo
 funzionando,
bene
o
male,
ma
come
una
macchina.
Oppure
rispettando
ed
onorando
il
funzionamento
 meccanico
della
macchina
uomo,
ci
offriamo
alla
vertigine
della
creatività
(superiore)

ed
allora
saremo
 oltre
che
creati,
creatori.
E’
qui
che
comincia
ad
aver
senso
la
parola
“VIVERE”.
 
 E’
su
quest’aspetto
che
possiamo
evolvere
ancora:
entrare
con
sempre
maggiore
presenza
nella
nostra
 parte
superiore
fatta
di
consapevolezza,
coscienza,
amore,
luce.
Insomma
riconoscere
ed
esprimere
le
 funzioni
più
alte
della
nostra
anima
che
presuppongono
un
atteggiamento
sveglio
e
consapevole,

fatto
cioè
 di
presenza
e
volontà,
di
centramento
in
azione.

 Tutto
il
lavoro
che
da
secoli
portiamo
avanti

sul
vivere
centrati
,
sull’essere

presenti,
consapevoli,
in
 contatto
con
i
livelli
spirituali,

ebbene,
ha
a
che
fare
anche
con
il
ns

potere
creativo.
 La
creatività
non
dipende
dal
nostro
piccolo”
io”
ma
lo
trascende
e
lo
include
:
anche
il
ns
piccolo
io
è
frutto
 della
creatività
divina
e
della

nostra
creatività
personale
(Blay
diceva
che
il
personaggio
è
un
capolavoro
 della
nostra
intelligenza
e
del
nostro
amore
per
noi
stessi

per
far
fronte
all’angoscia
infantile)
:
ma

solo
 attraverso
il
nostro
Centro,
la
nostra
anima
possiamo
contattare
quella
creatività
che
è
trascendenza
della
 personalità
(il
ns
personaggio,
il
piccolo
io,
la
falsa
personalità
ecc.).
Soltanto
così
possiamo
avere
accesso
 alla
Fonte
creativa
Divina.
 La
C
è
dunque

un
esercizio
attivo
di
trascendenza:
quanto
più
siamo
attaccati
alla
nostra
maschera
meno
lo
 saremo
alla
creatività
 La
creatività
è
un
approccio
della
nostra
anima
alla
divinità
intesa
come
origine,
fonte
creativa
universale,
 Dio
insomma,

nella
sua
denominazione
classica
di
“Creatore”.
Per
questo
la
creatività
è
un
atto
spirituale,
 sia
che
ne
siamo
coscienti,
sia
che
lo
viviamo
senza
renderci
conto
della
sua
natura
(di
atto
spirituale).

 Lasciare
che
funzioni;
lasciare
che
la
creatività
operi
attraverso
di
noi.
Questo
è
un
atto
di
volontà
.
Il
 processo
creativo
avviene
e
noi
ne
siamo
testimoni
in
qualche
modo
passivi,
in
quanto
a
individui,
attivi
 soltanto
se
ci
riconosciamo
nel
potere
creativo
universale,

non
personale.
Questo
è
un
atto
di
presenza,

di
 consapevolezza.

 
 La
C
è
impedita
proprio
dalla
credenza
di
credere
attiva,
creativa
la
parte
personale.
Quest’ultima
è
solo
un
 insieme
di
abitudini
e
di
ricordi
e
dunque
non
può
se
non
riattivare
un
qualcosa
di
precedente:
ricordi
e
 abitudini
riguardano
il
passato
e
l’atto
creativo
è
una
finestra
sul
divenire,
sul
presente
che
si
apre
al
futuro.
 3
 



La
C
è
dunque
una
funzione
transpersonale
che
può
dunque
funzionale
soltanto
e
a
condizione
che
la
 nostra
parte
personale,
la
sola
che
in
genere
riconosciamo
come
la
nostra
autentica
identità,
si
metta
da
 parte,
non
interferisca,
non
entri

con
i
suoi
dubbi
e
le
sue
insicurezze,
col
suo
Io‐Idea,
nel
processo
 creativo.
Spesso
è
per
insicurezza
che

deleghiamo
il
nostro
piccolo
io
,
il
nostro
personaggio

a
trovare
le
 soluzioni
ai
temi
ed
ai
problemi
del
nostro
vivere
e

del
creare
le
risposte
alla
vita,

al
lavoro
ecc.
 L’esercizio
della
creatività
è
dunque
una
forma
di
centratura,
un’occasione
di
trascendenza
della
 personalità
o
personaggio
che
dir
si
voglia.
Ecco
dunque
una
prima
“
utilità”
dell’esercizio
della
creatività.
 Indipendentemente,
cioè,
da
quel
che
creiamo,
ci

stiamo
centrando,
stiamo
riconoscendo
la
nostra
parte
 spirituale
e
le
stiamo
dando
espressione.
Da
questa
angolazione
conviene
che
la
persona,
si
renda
conto
 della
sua
inettitudine,
come
persona,
e
si
renda
conto
che
le
cose
funzionano
meglio
se
lasciamo
fare
a
Dio,
 alla
nostra
anima
,alla
fonte
unica
di
ogni
creazione
e
noi,
come
personalità,
restiamo
lì,
attoniti
e
 meravigliati
di
un
processo
che
ci
trascende
e
che
non
avremmo
mai
potuto
compiere
come
piccolo
io,
 personaggio.

 Sembra
un
paradosso:
sembra
che
per
essere
creativi
dobbiamo
far
qualcosa
ma
in
realtà
quel
che
ci
mette
 in
contatto
con
la
creatività
è
proprio
un’astensione,
un
non
fare,
o
meglio
essere
semplicemente
presenti
 a
un
fare
diverso,
non
governato
dalla
nostra
persona,
un’alienazione
insomma
sempre
che
confondiamo
 noi
stessi
con
quel
che
crediamo
di
essere.


L’ANTIDOTO


Uno
degli
antidoti
più
grandi
allo
sviluppo
della
funzione
creativa,
avviene
quando
il

nostro
piccolo
io,
il
 personaggio,
profondamente

convinto
della
propria
mancanza
di
capacità,
delega
ad
altri
il
proprio
potere
 creativo
.
Qualcuno
o
qualcosa,
un
ideologia,
un
Sistema,

un
insegnante
o
un
maestro,
una
rivelazione
o
 uno
spirito
che
ci
parla
attraverso
qualcuno
che
lo
canalizza,
insomma,
dicevo,
qualcuno
o
qualcosa
viene
 visto
e
sentito
come
la
fonte
normativa
(non
creativa)
del
nostro
pensare,
sentire,
agire.
Questo
oltre
a
 determinare
la
fortuna
economica
e
di
fama
di
tante
persone,
impoverisce
infinitamente
il
nostro
essere.
 Infinitamente
perché
così
facendo
rinunciamo
alla
nostra
dimensione
infinita
per
rimanere
in
uno
spazio

 esistenziale
governato
dai
nostri
meccanismi
psichici
e
da
qualcuno
o
qualcosa

che
è
oggetto
creato
e
non
 atto
creativo.
L’importante
è
l’atto
creativo
e
non
l’oggetto
creato.
L’oggetto
creato
lo
possiamo
comprare
 al
seminario
di
pinco
pallino
che
ce
lo
offrirà
a
450
euro.
Ma
che
valore
può
avere
una
collezione
di
bei
 principi,
di
sante
verità,
di

americane
rivelazione
di
segreti,
di
simboli
iniziatici
o
altra
cianfrusaglia
del
 genere
se,
in
cambio,
ho
rinunciato
al
mio
proprio
potere
creativo.
Ripeto
il
concetto:
l’essenziale
è
la
mia
 capacità
creativa
non
quel
che
creo.
Ma
in
una
civiltà
di
consumo,
oggettuale
tutta
l’importanza
è
data
agli
 oggetti:
anche
la
mamma
per
la
psicanalisi
diventa
un
oggetto
e
la
si
definisce
oggettuale
(
non
è
un
 particolare
irrilevante
è
indicativo
di
una
visione
della
realtà
che
vede
tutto
come
res
extensa,
anche
l’uomo
 con
la
sua
infinita
complessità,

e
non
si
indaga
sulla
vera
natura
della
res
cogitans).
 Un
altro
antidoto
della
creatività
è
l’uso
non
appropriato
delle
generalizzazioni
o
tipologie…
i
napoletani,
i
 milanesi,
la
precisione
svizzera,
il
2
o
il
quattro
che
soffre:
comodo
dividere
l’umanità
in
nove
o
in
12
 oppure
in
tre
e
così
via.
Le
categorie,
quali
sono
le
tipologie,
vanno
bene
come
orientamento,
come
dire,
a
 livello
fisico,
i
biondi
,

bruni,

castani
o
rossi…
poi
c’è
qualche
albino…(poverino!).
E’
così
che
a
livello
 psicologico
possiamo
individuare
caratteristiche
di
fondo
di
una
categoria
di
persone:
è
vero
che
ci
sono
 tante
persone
che,
similmente,
amano
soffrire,
o

hanno
paura
di
tutto,
o
sono
orgogliose;
ma
guai
a
 perdere
di

vista
l’unicità
della
persona,
sarebbe
un
torto
che
faremmo
alla
grandezza
creativa
divina
che
 4
 



non
a
caso
mi
ha
voluto
in
un
corpo‐mente
diverso
dal
tuo
o
dal
suo.
Di
fronte
ad
un
essere
umano
al
quale
 vogliamo,
ad
esempio
offrirci
,in
una
relazione
di
aiuto,
che
facciamo?
Lo
consideriamo
una
categoria
o
un
 unicum?
Gli
offriamo
un
rimedio
psicologico
di
categoria,
un
contratto
collettivo
psicoterapeutico
del
4
o
 del
6,

oppure
guardiamo
la
persona
nel
profondo
della
sua
anima
e
nell’unicità
della
sua
storia
e
della
sua
 natura,
delle
sue
tendenze,
eccetera…
Solo
in
questo
modo
il
rimedio
sarà
unico
e
rapportato
all’unicità
 della
persona.
Un
po’

come
fa
l’Omeopatia
che
di
fronte
ad
una
stessa
infermità
offre
rimedi
diversi
a
 seconda

della
persona,
salvando
le
diversità.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


OLTRE
LA
RAGIONE
 Dicevamo
che
la
creazione
è
la
manifestazione
d’infinite
forme
che
ci
rimanda
alla

creazione
divina;
sicchè
 le
guerre,
la
stupidità
dirompente,
le
ingiustizie,
gli
egoismi
e
tutto
quel
che
di
brutto
e
cattivo
ci
sembra
di
 riconoscere
come
brutto
e
cattivo,
in
realtà
fanno
parte
del
processo
divino
della
creazione
continua.
 Accettare
ciò
è
difficile,
ci
conviene
di
più
credere
in
un
potere
creativo
solo
al
positivo.
Ma
il
concetto
di
 bene
o
di
positività
è
un
concetto
riguardante
la
mente
duale
e
la
necessità
sociale
di
convivenza.
Tuttavia
 non
possiamo
fare
a
meno
di
riconoscere
che
anche
la
nostra
mente
e
la
nostra
società
sono
una
 manifestazione
del
potere
creativo
che
è
molto
più
grande
ed
è
logicamente
antecedente
alla
mente
stessa
 e
alla
sua
logica
duale
e
morale:
la
morale,
il
concetto
di
bene
e
male,
di
giusto
e
ingiusto
e
tutto
quanto
è
 parametro
di
nostri
giudizi
è
forma
creata
e
non
un
assoluto
previo.
Di
previo
c’è
solo
il
principio
creativo
o
 Dio
se
preferite
chiamarlo
così.
Nessuna
forma
creata
può
mai
contenere
la
Fonte
Creatrice;
l’oggetto
 creato
non
può
mai
comprendere
(nel
duplice
senso)
il
Creatore
e
dunque
la
mente
non
potrà
mai
 comprendere
il
processo
creativo
e
il
perché
degli
atti
creativi.
 
La
fonte
di
ogni
cosa
creata,
d’altra
parte,
non
è
qualcosa
che
possiamo
comprendere,
vedere
,
addirittura
 concepire:
è
l’indifferenziato,
l’amorfo
(senza
forma),
l’irrazionale
non
perché
vada
contro
la
ragione
ma
 perché
è
prima
della
ragione
e
delle
categorie
della

comprensione
(spazio
tempo,
principio
di
causalità
 ecc.).
Schopenhauer,
cos’
vicino
a
noi
per
la
sua
adesione

alla
filosofia
Induista
dei
Vedanta
la
individua
in
 una
pulsione
irrefrenabile
della
vita
che
vuole
manifestarsi,

e
che
chiamava
direttamente
volontà
e
che
 caratterizzava
come

quella
forza
della
natura
che
vive
attraverso
di
noi
e
che
spinge
l’agire
e
l’operare
 dell’uomo
al
di
là
e
prima
di
una
spiegazione
della
ragione
riguardo
al
senso

di
tale
operare.

Oggigiorno
 questa
maniera
di
vedere
l’origine
delle
cose
e
del
nostro
agire,
così
poco
razionale
e
così
poco
 consequenziale,
è
agli
antipodi
sia
dell’atteggiamento
scientifico
sia
di
quello
magico:

il
primo
antepone
la
 spiegazione
al
fenomeno
che
ne
discende,
il
secondo,
tipico
della
new
age,

superficiale
o
profonda
che
sia,

 vede

il
principio
di
causalità
come
il
presupposto
necessario
di
ogni
cosa:
del
karma,
delle
mostre
malattie
 dei
nostri
comportamenti
(esempi).
Il
principio
di
causalità
è
il

migliore

e
più
antico
ansiolitico
di
tutti
i
 tempi:

rappresenta
una
difesa
nei
confronti
dell’imprevedibilità
del
destino.
Conoscere
la
causa

significa
 prevedere
l’effetto
,
prepararsi
al
suo
evento,
sottrarsi
all’accadimento
imprevisto.
Gli
antichi
invece
 rispettavano
il
destino,
il
fato
come
una
forza
che
era
al
di
sopra

degli
dei
e
a
cui
gli
dei
dovevano
 sottostare:
non
potevano
cioè
impedire
il
decorso
del
fato,
potevano
aiutare
in
ogni
modo
un
essere
 umano
a
loro
caro,
ma
non
potevano
evitare
che
si
compisse
il
loro
destino.
Credo
che
dovremmo
re‐ imparare
a
rispettare
il
destino
che
spesso
non
si
svolge
secondo
un
prevedibile
sistema
di
cause
ed
effetti
 che
dunque
possiamo
governare
con
la
ragione,

prevedere;
insomma

metterci
l’animo
in
pace
di
fronte
ad
 5
 



uno
tsunami
o
a
un
cancro
spiegando
il
karma
collettivo
o
le
emozioni
negative
come
eziologia
della
 malattia.
Attenzione,

non
voglio
dire
che
le
cause
che
noi
scopriamo

non
siano
rilevanti,
esse
collaborano
 con
il
destino,
ne
sono
anch’esse
un’espressione,
la
maniera
attraverso
la
quale
il
destino
si
compie
,
ma
 non
rappresentano
la
spiegazione
ultima
come
ingenuamente
tendiamo
a
credere
per
la
paura
 dell’imprevedibile
e
dell’indeterminato.
 Se
vogliamo
dunque
aprirci
alla
creatività
dobbiamo
avere
il
coraggio
di
aprirci
a
questa
dimensione
 incomprensibile
che
ne
è
la
fonte
e
oltrepassare

la
ragione
con
le
sue
categorie
che
ben
conosciamo:
 spazio,
tempo
e
soprattutto
la

causalità,
ma
anche
il
principio
di
diversità
e
di
uguaglianza
(A=A
e
diverso
 da
B)
eccetera.

Insomma
se
volgiamo
essere
creativi
non
possiamo
neanche
“spiegare”
il
processo
stesso
 perché
dobbiamo
innanzitutto
mettere
da
parte,
privarci
degli
strumenti
della
ragione
che
potrebbero
 spiegarci
il
perché
e
il
per
come,
qual
è
la
causa,
come
il
processo
si
determina
nel
tempo
e
così
via.

 Nisargadatta

,
da
tutto
un
altro
versante
culturale
e
spirituale
dice:


 




…
Perché
preoccuparci
tanto
della
causalità?
Che
importanza
hanno
le
cause,
se
tutto
è
transitorio?
 Accogli
ciò
che
viene
e
lascia
ciò
che
va:
A
che
scopo
attaccarsi
alle
cose
e
cercarne
la
causa?
 
 Per
ogni
cosa
vi
sono
innumerevoli
fattori
causali.
Ma
la
fonte
di
tutto
ciò
che
esiste

è
l’Infinita
Possibilità,
 la
Realtà
Suprema
che
è
in
te
e
che
diffonde
il
suo
potere,
la
sua
luce
e
il
suo
amore
su
ogni
esperienza.
Ma
 questa
Fonte
non
è
una
causa
e
nessuna
causa
è
una
fonte.
Perciò
ti
dico
che
tutto
non
è
causato.
Puoi
 tentare
di
risalire
al
modo
in
cui
accade
qualcosa,
ma
non
puoi
scoprire
perché
una
cosa
è
com’è.
E’
com’è
 perché
l’Universo
è
come
è.
 L’infinita
Possibilità:
non
ho
mai
trovato
espressione
più
completa
e
significante
per
qualificare
l’Origine,
la
 Fonte
,la
Realtà
Suprema,

Dio
o
ciò
che
ci
fa
essere
quel
che
siamo
e
ci
fa
operare
così
come
operiamo.
La
 nostra
mente
poi
si
arrampica
sugli
specchi
per
trovare
nella
ragione
una
spiegazione
(
ragionevole
 appunto)che
riduca
tutto
ad
un
processo
che
la
ragione
stessa
può
concepire
e
comprendere:
come
se
un
 bicchiere
volesse
accogliere
in
se

tutto
l’oceano.



 La
Creatività
è
dunque
un
processo
misterioso,
al
di
là
della
ragione
e
dunque
folle
!

 “I
beni
più
grandi
–
dice
Socrate
nel
Fedro‐
ci
vengono
dalla
pazzia”.
Ovviamente
da
sempre
c’è
chi
 distingua

due
tipi
di
pazzia:
quella
patologica
dovuta
a
malattia
del
corpo
o
della
mente
e
quella
 soprannaturale
alla
quale
ci
riferiamo.
Ma
comunque
nelle
civiltà
più
arcaiche
qualunque
tipo
di
pazzia
era
 considerata
come
divina…
Ancora
oggi
possiamo
osservare
che
i
cosiddetti

pazzi
si
rendono
conto
e
 vedono
cose
che
…ma
lasciamo
perdere.



I
4
tipi
di

mania:
 
 Il
primo
tipo
di
mania
è
quello
delle
sacerdotesse
di
Apollo
che
predicevano
oppure
offrivano
chiavi
di
 lettura
del
presente
per
i
suoi
aspetti
occulti
all’uomo.
E’
dunque
un
tipo
di
creatività
che
ci
fa
vedere
di
più
 oltre
lo
spazio
occupato
da
elementi
che
nascondono
certe
verità
e
oltre
il
tempo.
Oggi
lo
potremmo
 ipotizzare
come
la
creatività
nell’ambito
della
psicoterapia
o
del
counceling:
la
capacità
di
vedere
oltre:
 6
 



nuove
Pizie
della
salute
mentale
insomma.
Scherzi
a
parte
per
una
ottimale
relazione
di
aiuto
non
possiamo
 prescindere
dall’aspetto,
abbiamo
sempre
detto
intuitivo,
ma
oggi
possiamo
dire
divinamente
folle
del
 “terapeuta”
che
si
apre
ad
una
visione
che
non
parte
dagli
occhi
della
personalità
e
della
sua
ragione,
ma
 dalla
propria
anima
“profetica”.
Non
che
non
servano
i
corsi
di
psicoterapia
o
di
counceling,
ma
non
 possiamo
permettere
che
il
nostro
operare
in
una
relazione
di
aiuto
sia
solo
il
frutto
di
schemi
precostituiti
 che
appresi
una
volta
funzionano
ogni
volta
con
chiunque.
Attenzione
alle
teorie,
ai
sistemi:
essi
devono
 essere
un’apertura
della
mente
che,
al
suo
orizzonte,
trovi
il
superamento
della
mente
stessa
ed
il
diritto
 dovere
di
andare
oltre
queste
colonne
di
Ercole
della
ragione,
dell’esperienza
previa,
della
teoria
di
 riferimento.
Le
teorie,
i
sistemi
sono
delle
strade
dove
allenarci,
ma
non
possono
mai
darci
la
meta
perché
 essa
è
ignota
e
sarà
nota
solo
dopo
che
l’avremo
trovata
e
solo
allora
ci
renderemo
conto
che
era
la
meta,
 un
punto
di
arrivo,
un
insight
nella
nostra
relazione
di
aiuto.
 Jaspers

si
chiede
se
il
compito
della
psicologia
sia
quello
di
comprendere
l’uomo
oppure
trovare

nell’uomo
 la
conferma
delle
teorie
pre‐poste

alla
sua
spiegazione
:la

comprensione
è
del
tutto
diversa
dalla
 spiegazione:
ancora
Jasper
dice
che
è
possibile
spiegare
pienamente
qualcosa
senza
comprenderla.
La
 comprensione
si
avvicina
all’oggetto

o
alla
persona

che
vuole
comprendere
entrando
in
questo
per
 cercarne
e
trovarne
il
suo
significato,
la
sua
essenza,
e
non
la
conferma
di
un
presupposto
che
appartiene
al
 conoscitore
e
non
alla
persona
o
all’oggetto
da
conoscere.
(spiegare,
esempi)

 Umberto
Galimberti,
si
spinge
ancora
oltre
e
mette
in
discussione
addirittura
concetti
di
psicologia

 assolutamente
consolidati
come
il
concetto
di
proiezione,
quello
di
somatizzazione
,
o
di
transfert:
 “L’idea
freudiana
di
“proiezione”,
per
esempio,
ci
è
divenuta
così
familiare
che
rischiamo
di
non
vedere
le
 difficoltà
teoriche
implicite
in
essa.
Ma
come
può
un’entità
psichica,
appartenente
a
uno
spazio
psichico
 soggettivo,
interiore
e
privato,
come
per
esempio
un
mio
sentimento
ostile,
essere
estratta
dalla
mia
psiche,
 per
fissarsi
su
cose
e
uomini,
fino
a
fondersi
con
essi
al
punto
che
gli
elementi
costitutivi
della
mia
psiche
 vengano
percepiti
come
realtà
esteriori….”
 Oppure
a
proposito
del
transfert
e
della
somatizzazione:
 “Freud
ci
ha
abituato
a
pensare
alle
qualità
psichiche
come
a
oggetti
fisici,
perché
solo
così
si
può
pensare
di
 spostare
un
sentimento,
come
si
spostano
le
cose.
L’idea
di
tranfert
è
ancora
troppo
legata
alla
fisica,
e
 finchè
mantiene
questo
legame
non
è
un
concetto
psicologico,
così
come
non
lo
è
il
concetto
di
conversione
 o
somatizzazione
con
cui
si
cerca
di
spiegare
il
trasferimento
di
una
malattia
psichica
agli
organi
corporei.
 
 


 Il
secondo
tipo
di
mania

è
il
furore
rituale,
che
è
ispirato
da
Dioniso.
E’
un
po’
simile
alla
pratica
di
 movimento
che
sbagliamo
a
credere
che
sia
stata
inventata
negli
anni
’50.
In
realtà
tale
pratica
è
 testimoniata
da
testi
greci
e
latini
di
parecchi
secoli���prima
di
Cristo:
è
un
ventaglio
di
esperienze
che
 avevano
effetto

terapeutico,
come
le
cure
coribantiche
e
quelle
propriamente
dionisiache:
ambedue
 proclamavano
di
operare
la
catarsi
(purificazione
dagli
stati
emotivi
negativi)
mediante
una
contagiosa
 danza
“orgiastica”
(ne
parla
Aristofane
e

Platone
e
poi
Plutarco)
accompagnata
da
musica
orgiastica
della
 stessa
specie,
melodie
di
modo
frigio,
sul
flauto
e
sul
tamburello
(non
c’erano
gli
stereo).
(Il
termine

 “Orgiastico”
si
riferisce
non
tanto
ad
un’attività
sessuale
promiscua
quanto
al
clima
disinibito
e
al
di
la
delle
 7
 



convenzioni
e
delle
regole
del
vivere
secondo
la
razionalità.
)
Gli
effetti
di
queste
pratiche

comprendevano
 crisi
di
pianto,
trance
e
roba
simile.
L’aspetto
terapeutico
della
danza
dionisiaca
(da
noi
recepita
nella
 tradizione
della
tarantata
Si
legga
De
Martino),
tuttavia
non
è
il
solo
della
mania
rituale.
L’aspetto
più
 importante
di
Dioniso
è
che
egli
è
Lysios,
cioè
liberatore:per
breve
tempo
pone
ciascuno
in
condizione
di
 non
essere
più
se
stesso.
A
parte
il
valore
terapeutico
di
deresponsabilizzazione
,
l’uscire
da
se
stessi
è
una
 trascendenza
dal
proprio
personaggio.
Quando
nelle
pratiche
di
movimento
si
ha
l’impressione
di
aver
 abbandonato
la
mente
e
poi
ne
usciamo
rigenerati
è
perché
abbiamo
disgiunto
la
nostra
identità
dal
 personaggio
che
crediamo
di
essere
e
siamo
entrati
in
un’altra
dimensione
del
nostro
essere,
una
 dimensione
difficilmente
descrivibile
ma
intensamente
reale.
La
creatività
trova
dunque
nella
pratica
di
 movimento
una
sua
strada
maestra
a
patto
che
noi
istruttori
siamo
disponibili
ad
entrare
in
quello
spazio
 non
mentale
che
ci
conduce
verso
il
nostro
Centro
e
dunque
verso
la
nostra
creatività.

 La
terza
mania
è
il
furore
poetico,
ispirato
dalle
muse.
La
creazione
artistica
dunque
dove
più
che
mai
 immaginiamo
risieda
la
creatività.
Su
questo
punto
torneremo
per
concludere
questo
mio
intervento.
 Quanto
al
furore
erotico
,
che
è
la
quarta
mania,
ispirato
da
Afrodite
e
da
Eros,
esso,
per
la
filosofia
 socratico/platonica
rappresenta
un
ponte
tra
gli
uomini
e
gli
dei.

 
Dobbiamo

avere
un
approccio
di
sacralità,
di

rispetto
verso
questa
follia
o
mistero
che
ci
trascende.

 D’altra
parte
tutti
siamo

creativi
in
un
ambito
o
in
un
altro
e
dunque
tutti
abbiamo
la
possibilità
di
ricordare
 che
un
atto
davvero
creativo
nasce
da
una
non
causa,
nasce
da
un
apparente
nulla
,
un
raggio
di
luce
che
 non
posso
sapere
come
e
da
dove
viene
ma
che
mi
permette
di
vedere
quel
che
non
ho
mai
visto,
di
fare
 quel
che
non
ho
mai
fatto,
che
mi
riempie
di
piena
soddisfazione
come
ogni
atto
che
viene
dal
nostro
 centro
divino.

 Affidarsi
al
mistero,
all’inconoscibile,
rinunciando
a
governare
la
nostra
vita
ed
il
nostro
agire
dalla
 previsione,
dalla
predisposizione
di
cause
per
ottenere
quegli
effetti
desiderati

è
un
atteggiamento
difficile
 coraggioso,
forse
troppo
per
la
nostra
personalità
ma
certamente
spontaneo
e
naturale
per
la
nostra
 essenza,
il
nostro
Centro.

Affidarsi
alla
Fonte
Unica
della
creatività
significa
infatti
rinunciare
in
partenza
a
 perseguire
specifici
effetti
che
la
nostra
piccola
mente
concepisce
come
auspicabili,
buoni
o
che
ci
daranno
 consensi.
Essere
creativi
significa
non
aspettarsi
nulla,
ma
aprirsi
al
massimo,
gioiosamente
fiduciosi,
alla
 Fonte
inconoscibile.
E’
scontato
dire
che
un
obiettivo
lo
dobbiamo
avere:
un
qualcosa
che
dobbiamo
fare,
 risolvere,
cerare
per
l’appunto.



Creazione
e
ricreazione
 Forse
qualcuno
ricorderà
ancora
che
il
tema
è
parte
di
un
capitolo
del
mio
libro
sul
sistema:
Bach
e
la
 creatività………
volendo
lo
si
può
rileggere:
pag.74
 Ricreazione
dunque
!
ricreare
è
pur
sempre
creare:
creare
di
nuovo
un
ulteriore
esemplare
riguardo
al
 modello
che
è
l’idea
della
cosa
che
stiamo
creando
e
che
è
nella
mente
divina.
Ecco
dunque
un
nostro
 compito
come
creati..

Il
mistero
della
creazione
quindi
è
più
nel
“come”
che
nel
“cosa”:
è
altrettanto
 creativo
inventare
qualcosa
di
mai
visto
prima
come
reinterpretare
qualcosa
di
già
detto,
scritto,
insegnato.
 Pensate
nel
nostro
ambito:
le
materie
che
ci
interessano:

psicologia,
movimento,
spiritualità
e
connessi.
 C’è
forse
qualcosa
di
assolutamente
nuovo
di
???


8
 



C’è
una
bella
differenza
tra
ricreare
qualcosa
e
copiare
qualcosa;
la
stessa
differenza
che
c’è
tra
il
buon
 padre
di
famiglia
che
fotografa
i
suoi
figli
e
il
fotografo
artista
che
ci
offre
una
visione
nuova
della
realtà
che
 fotografa
 Creare
significa
dare
una
nuova
risposta
agli
stimoli
che
la
vita
ci
offre.
Stimoli
che
possono
essere
esterni
o
 interni
come
‘affiorare
di
un
pensiero
o
di
un’emozione
.
La
novità
della
risposta,
allora,
non
corrisponde
 alla
novità
oggettuale
di
quel
che
creiamo:
in
musica,
ad
esempio,

una

vecchia
melodia
può
diventare

un
 atto
creativo
nuovo
e
sorprendente
in
una
versione
rifatta
da
un
musicista
che
non
ne
è
l’autore.
Uso
 quest’esempio
perché
nell’ambito
delle
canzoni
che
usiamo
per
la
pratica
di
movimento…….
In
questo
caso
 allora
la
creazione
di
una
canzone
X
che
è
un
atto
creativo
dell’autore
Y
e
dunque
una
risposta
ad
un’idea,
 un’emozione
del
suo
autore,

diventa
uno
stimolo
per
il
nuovo
autore
che
la
arrangia
di
nuovo.
 Sappiamo
d’altra
parte
che

stimolo‐risposta,
impressione
espressione
;
passivo
attivo
insomma
 rappresentano
una
inscindibile
unità
che
possiamo
percepire
come
una
continuità.
Allora
potremmo
 pensare
che
la
creatività

risiede
nel
momento
dell’espressione,
della
risposta:
il
momento
attivo
insomma
 dell’insieme.
Ma
se
riflettiamo
in
profondità,
la
qualità
creativa
non
può
non
riguardare
anche
il
momento
 dello
stimolo
e
forse,
poiché
lo
stimolo
viene
prima
della
risposta,
anche
se
di
pochissimo,
è
lì
che
nasce
la
 creatività.
In
realtà,
affinché
dal
nostro
centro,
dalla
nostra
anima
nasca
una
risposta
creativa,
dobbiamo
 aprirci

allo
stimolo

con
occhio
nuovo,
con
quella
freschezza
della
prima
volta.
Non
considerare
lo
stimolo
 come
qualcosa
di
consueto,
di
scontato:
nulla
di
nuovo
insomma;
ma
piuttosto
guardare,
sentire
lo
stimolo
 come
se
fosse
assolutamente
nuovo.
In
realtà
lo
è:
mai
la
stessa
acqua
passa
sotto
il
ponte,
sembra
uguale
 a
quella
si
un
attimo
fa
o
di
un
anno
fa
ma
in
realtà
è
nuova.
Saper
riconoscere
l’unicità
del
momento,
 sempre
nuovo
fa
si
che
anche
la
risposta
sia
nuova,
unica
e
non
importa
se
sembra
consueta,
sarà
nuova
 nella
misura
in
cui
nascerà
dalla
coscienza
dell’unicità
e
della
novità
dello
stimolo.
Ad
esempio
se
siamo
 annoiati,
questo
momento
di
noia
non
ha
niente
a
che
fare
con
altri
simili
momenti
di
noia
del
passato:
è
 una
nuova
noia,
è
un
nuovo
sentimento,
è
un
nuovo
pensiero.
Il
potere
creativo
necessita
dello
sguardo
 creativo
che
è
il
saper
riconoscere
l’unicità
dietro
l’uguaglianza
degli
elementi
che

compongono
un
 qualcosa.
Sembra
così
ovvio
quando
non
confondiamo
Maria
con

Giovanna
eppure
hanno
entrambe
due
 occhi,
un
solo
naso,
due

seni
e
così
via…
Dunque
se
ad
esempio
vogliamo
essere
creativi
nel
nostro
lavoro,
 prendi
ancora
ad
esempio,
una
lezione
di
movimento,
dobbiamo
partire
dall’essere
creativi
già
dal
 momento

iniziale
della
pratica
come
un
qualcosa
di
unico,
speciale,
nuovo.
Quest’atteggiamento
sarà
 fecondo
di
una
risposta
davvero
creativa.
 La
creatività,
dunque,
è
una
luce
e
non
la
materia
che
illumina;
una
luce
che
ci
permette
vedere
l’unicità,
 riconoscere
la
magia
della
molteplicità
e
la
bellezza
di
ogni
minimo
elemento
di
questa
molteplicità.


L’arte
e
la
visione
dell’artista
 Esercitiamoci
dunque
a
guardare
la
realtà
con
sguardo
nuovo,
come
fanno
gli
artisti
che
non
si
 accontentano
di
rilevare
dalla
realtà
soltanto
l’aspetto
più
superficiale
di
questa
realtà,
ma
vedono
,
anche
 di
una
realtà
abituale
e
scontata
qualcosa
che
la
rende
unica
e
ci
offrono
un
atto
creativo
che
ci
risveglia
 una
nuova
visione
di
quella
cosa
di
cui
noi
magari
non
ne
vedevamo
nessun
aspetto
interessante…..
 Proiezione
diapositive
 Conclusione
verbale
 9
 



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Creatività energia divina