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VINCENZO VAVUSO

Un patrimonio per tutta la Città, per tutta la società. Franco Bruno Vitolo Giornalista e Addetto Stampa

L’ORO DE “LA CITTÀ” E il giornale diventa opera d’arte L’ORO DE “LA CITTÀ”

Un artista, Vincenzo Vavuso, che negli ultimi anni si è caratterizzato per sculture e cromostrutture in cui, modellando oggetti reali, contesta con forza il degrado della Cultura, causato dall’indifferenza, dall’ignoranza e dalla corruzione. Un giornale, la Città, che ha nel suo DNA il rilancio dell’informazione, della Cultura e dell’Etica sociale nel territorio. Un incontro, tra l’Artista e il Giornale, che produce, mette in Mostra e fa partire alla ricerca dell’Oro sperduto sedici opere d’Arte stupefacenti, fatte di pagine, frammenti e copie intere del quotidiano.

PERSONALE D’ARTE VISIVA SALERNO, 3- 13 DICEMBRE 2015


VINCENZO VAVUSO

L’ORO DE "LA CITTÀ" Personale d’arte visiva Saggio critico a cura di

Angelo Calabrese

Descrizione ed analisi delle opere

Franco Bruno Vitolo Interventi di

Enzo D’Antona Vincenzo Boccia Valeriano Forte Fotografie

Gaetano Clemente

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Vincenzo Vavuso è un artista di Salerno, pittore e scultore. Alla regolare frequenza degli studi specifici d’arte, ha coniugato il lavoro formativo presso i maestri di cui ha seguito le lezioni scolastiche, ma ha ricevuto poi un impulso fortissimo dall’emozionante impatto visivo con la Costa d’Amalfi e con i paesaggi straordinari che contornano il Salernitano. Il suo primo amore è stato per la pittura figurativa e paesaggistica dell’800 e per i fermenti di avanguardia del primo Novecento. I frutti delle sue ricerche saranno poi raccolti nel volume La pittura: l’espressione di noi stessi (Ed. Terra del Sole”, 2013), un emozionato incontro a distanza ravvicinata con i grandi maestri dell’Arte in Campania e nel Meridione. Contestualmente, anche per la svolta innovativa derivante da una visita alla Biennale di Venezia, Vavuso ha concretizzato il transito verso un nuovo linguaggio, che in un primo tempo si concentra sulla produzione di opere figurative, poi informali con forti elementi materici e con rappresentazioni naturalistiche e/o cosmiche, che narrano il lirico smarrimento dell’uomo nel Tutto. Infine egli effettua la scelta di campo dell’Arte realistico-concettuale, con un impegno che coniuga esigenze estetiche e sociali e nello stesso tempo non perde mai di vista le potenzialità di comunicazione. È nato così il ciclo Rabbia e Silenzio, incentrato in gran parte su cromostrutture e pittosculture dal sapore realistico, con un messaggio forte e provocatorio. È l’urlo di “opere parlanti”, ove si assemblano pagine di libro bruciate e gualcite, o tagliate da seghe, o schiacciate da colpi di martello, o calpestate da scarponi, e via dicendo. Alcune di queste opere (che prefigurano la successiva serie, denominata Spider Art) si presentano prive di ogni supporto, con ragnatele, eseguite a mano con fusione di materiali e infine cristallizzate, che colmano lo spazio pittorico, pronte ad imprigionare fogli di libri, o meglio pezzi di cultura. È un grido incessante ed intenso contro l’offesa che la società attuale, travolta da idoli ingannevoli e appassita dalla Corruzione, dall’Ignoranza e dell’Indifferenza, arreca nei confronti di valori fondamentali come la Cultura e la Bellezza. Un grido che riafferma la necessità di una palingenesi umana, prima ancora che artistica. Questa è la rivoluzione che l’artista sente viva nel suo animo ed è pronto a manifestarla con tutta la sua forza. Con tali premesse, l’incontro sinergico con il quotidiano La Città e con la Mostra raccontata in questo catalogo è intervenuto naturale, diremmo quasi spontaneo. Vincenzo Vavuso ha già al suo attivo un curriculum di tutto rispetto. Tra le pubblicazioni, da segnalare, oltre a quella già citata, il volume d’Arte Rabbia e silenzio (Cervino ed., 2014), ricco tra l’altro di vuoti polemicamente chiaroscurali e provocatori che sublimano il messaggio delle opere della serie omonima. Oltre che a Salerno e dintorni (la mostra più recente a Palazzo Fruscione nel 2015), ha esposto a Londra (Trispace Gallery), Roma (Galleria Rosso Cinabro), Dubai (Hotel Hilton), Tokio (Chiyoda Art Center), Venezia (Officina delle zattere), Gualdo Tadino (Museo Rocca Flea), Torino (Galleria 20), Firenze (La Pergola Arte), San Giorgio A Cremano (Piano Nobile di Villa Bruno), Pozzuoli (Galleria Controsegno). Le sue opere sono collocate in permanenza in Musei, Enti istituzionali ed importanti collezioni private. 3


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L’ORO DE "LA CITTÀ"

il giornale diventa opera d'arte

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Un giornale quotidiano è sempre provvisorio. Vive poche ore, una volta si diceva che i suoi fogli sarebbero serviti l’indomani ad avvolgere il pesce al mercato e noi giornalisti di questo eravamo abbastanza orgogliosi. Vive come su una zattera, galleggia sopra le notizie che si muovono molto velocemente. Attinge in quel mare infinito scegliendo ogni giorno quali notizie rappresentare ai lettori, approfondendole e spiegandole, cercando di codificarle nella maniera più esatta e chiara. A volte anche commentandole. Ma per fortuna un giornale quotidiano non è solo questo. Esso è frutto di un lavoro intellettuale, di un gruppo di piccoli e grandi intellettuali impegnati a leggere la realtà e a dirci in che mondo viviamo. E’, insomma, un prodotto culturale. E in certi casi diventa persino una sorta di agenzia culturale nel suo territorio di diffusione, un punto di riferimento di lettori affezionati, di giovani che vogliono apprendere questo mestiere ancora in qualche modo artigianale, di scrittori, di imprenditori e amministratori della cosa pubblica, di artisti. C’è tutto un universo che ruota attorno a un giornale e alla carta stampata, a dispetto della modernità del web e dei social network. Per chi ci lavora dentro, un quotidiano di carta ha un fascino enorme. La sua produzione è legata a logiche di tipo industriale: ci sono i conti da rispettare, la tipografia, le rotative, i tempi molto rigidi da osservare, la diffusione nelle edicole da curare. Ma la sua creazione, affidata in toto a una redazione, fa sì che questa sia la vera proprietaria del prodotto perché depositaria dei saperi necessari a costruire ogni giorno un giornale mai uguale a quello precedente. Originale e, appunto, totalmente e irrimediabilmente provvisorio. Orgogliosi come siamo della nostra piccola zattera a Salerno e provincia, noi della “Città” guardiamo dunque con piacere e non poca curiosità queste opere di Vincenzo Vavuso. Che cosa ha fatto Vincenzo? Certamente un’operazione artistica importante. Di denuncia, come dice lui e come altri ci spiegheranno nel corso della mostra. Ma ha fatto anche un’altra cosa che ci piace molto. Si è divertito e ci ha fatto divertire, si è entusiasmato e ci ha trasmesso tutto il senso del suo furore creativo. Dopo che ha progettato di utilizzare la carta del nostro giornale per realizzare la sue sculture – e di questo ovviamente lo ringraziamo senza perderci in troppe smancerie – è venuto più volte in redazione a prendere quintali e forse tonnellate di giornali. Abbiamo sottratto al macero le copie invendute, le cosiddette “rese”, e lui paziente veniva ogni tanto a prenderle. Noi lo abbiamo fornito di carrellino, e lui ha fatto su e giù con l’ascensore. A volte veniva con la moglie Isabella, poi anche col figlio. Poi ci ha portato in redazione le prime sculture, giusto per farcele vedere, con altri impegnativi su e giù con l’ascensore. Alla fine con Vincenzo siamo diventati amici, com’è giusto tra persone che amano i giornali. Noi della “Città” gli dobbiamo qualcosa, la cosa più ovvia: con le sue sculture ha cancellato per un momento tutta la provvisorietà del nostro lavoro. La “Città” è lì, fissata tra vernici e collanti e chissà quali altre diavolerie, a farsi un po’ beffe di noi che pensavamo ancora che servisse solo, metaforicamente, ad avvolgere il pesce al mercato. Enzo D'Antona Direttore del quotidiano "la Città"

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Le opere di Vincenzo Vavuso per una realtà come la nostra, per un'Azienda cioè che da oltre 53 anni produce tradizionalmente stampe industriali e non solo, hanno colpito fin dal primo momento. Vari sono stati i motivi, le sue opere per noi hanno assunto un significato ben preciso, in esse i nostri occhi vedono il valore della carta stampata quale luogo della riflessione, del pensiero e della memoria. Le opere lo segnalano, lo denunciano, lo ricordano. Le chiavi nei libri, gli occhiali sulla carta, le scarpe che calpestano i giornali, sono messaggi di un Artista che ci fa riflettere sull’importanza della Cultura, della Conoscenza, della libertà dell’Informazione ma ancora di più dell’idea di una Società Aperta che include, di condividere con gli altri le nostre qualità nelle nostre diversità, dell’importanza dello studio, dell’approfondimento del senso e del gusto della sfida, del pensare il pensiero. Oscar Wilde diceva che “le cose vere della vita, non si imparano, nè si studiano ma si incontrano”, noi siamo grati ad Enzo D’Antona direttore del quotidiano La Città per averci coinvolto in questa iniziativa che è per noi anche un modo di vivere più da vicino la nostra Città e per averci fatto incontrare un Artista che attraverso la Carta ci invita a pensare, riflettere, sognare, immaginare, ricordare, imparare e agire con coerenza. Vincenzo Boccia Amministratore Delegato delle Arti Grafiche Boccia SpA

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«Le parole sono importanti», recita una battuta di un famoso film di Nanni Moretti. Ebbene, in questo preciso periodo storico, in cui tutto sembra inutilmente svuotato ed incerto, le opere di Vincenzo Vavuso rivendicano l’importanza di una riconquista, continua e quotidiana, della Parola. Soltanto l’Arte, infatti, può creare nuovi significati e, perché no, nuove parole che riescano a scuotere le coscienze, attraverso gesti formali ispirati dalla disperata forza dei sogni. Nelle opere di Vavuso, grazie all’utilizzo della carta “quotidiana”, materiale sul quale si svolge il racconto cronologico e costante dei fatti che caratterizzano il tratto della nostra appartenenzaterra-identità, avviene proprio questo. Il quotidiano “La Città” e la “Fondazione Culturale Alfonso Gatto”, come soggetti strettamente legati alla Parola, non possono che ritrovarsi inevitabilmente uniti al filo del racconto che le opere di Vavuso vogliono significare, sostenendole nella speranza che presto da quel germoglio calpestato dal tempo, possano rinascere nuovi fiori di Vita. Valeriano Forte FONDAZIONE CULTURALE ALFONSO GATTO

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Al mattino lo si compra in tutta fretta piegato sul banco in forma perfetta. Lo si sfoglia sul bus andando al lavoro sul tavolo del bar durante il ristoro. Ma si sa il giornale ha vita corta il giorno dopo è già cosa morta. Chi lo usa per imballare pacchi chi lo butta nei neri sacchi. Ma c’è chi con genialità ed inventiva delle pagine stampate ne fa cosa viva ci parla, le accarezza, le modella anche la cronaca nera diventa bella. Pian piano l’idea prende forma plasmando la notizia della riforma un insieme di fogli e di nozioni si trasformano in intime emozioni. Rigenera i quotidiani in disuso l'arte creativa di Vincenzo Vavuso. Alfonso Gargano Vice Presidente dell'ordine dei commercialisti di Salerno

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L’Oro della Città è una rassegna d’arte visiva che, fatta salva la sospensione estetica, attiva l’insopprimibile esigenza di porre quesiti: impegna a comprendere e partecipare, a mettere a frutto anche quello che della comunicazione si è appena intuito. Vale soprattutto per quelle risonanze che contribuiscono a indirizzare il circostante e a mutarlo attraverso nuovi parametri di spostamento di pensiero, stimolando, quindi, alla modernità, che è un modo nuovo d’esserci al mondo. Insomma anche questa volta la creatività di Vincenzo Vavuso assolve una funzione estetica che punta all’essenziale, evocando e testimoniando processi sostanziali di cultura intesa nel senso di spazio che comunica. E’ sempre, quindi, questione di convergenza per presa di coscienza, perché, secondo il nostro impegno, la comunicazione, rivolta ad una presa d’atto consapevole, cui dovrebbe seguire un’azione comune, cum unica actione, s’incentra su di una particolare materia che attiva atteggiamenti e comportamenti derivanti dal comunicare, cum unica re, data la specificità del fatto da cui non si può prescindere. Dalla necessità di far luce s’irradiano, così, processi di evocazioni e testimonianze che si trasmettono al tempo della continuità. Aggiungiamo a queste considerazioni che mai si potrebbe trarre dall’arte una teoria intellettuale separata dalla vita. Ce lo conferma l’indimenticabile Ernesto Saquella trattando degli ulteriori livelli di significati celati all’interno delle creazioni artistiche, “perché l’arte è lo spazio comune, il crogiuolo in cui si fondono le forme molteplici dell’esistenza”. In quella hanno peso rilevante gli incontri. Enzo D’Antona, direttore responsabile de La Città, l’organo salernitano d’informazione quotidiana, si è interessato all’opera di un artista pensoso e ribelle, strenuo difensore della natura e della cultura, nei cui orizzonti la tradizione è vissuta come aria che si respira e l’identità locale, regionale e nazionale, nel contesto dell’Europa dei popoli e del mondo, ci propone non confusi e non divisi. Vavuso è pervenuto ad un suo stile eloquente. Da gran lavoratore ha elevato congerie di oggetti comuni ad opere d’arte, assemblandoli alla percezione globale del fatto nel farsi, sicchè si percepisce l’evento nel continuum, nell’incursione drammatica della disumanità che suscita rabbia impotente. Questo accade intanto nel silenzio connivente e nell’accettazione supina di chi è escluso dalla storia ed è emarginato dalle prerogative che consentono agli uomini umani di viversi, di aspirare alla qualità della vita, che nel degrado acquiescente si riduce alla tragedia del lasciarsi vivere. D’Antona ha letto le pittosculture e le cromostrutture di Vavuso e lo ha sollecitato a porre la sua arte a servizio della Città, come Civitas civilis, e della testata del quotidiano salernitano, per proporre riflessioni d’etica dell’umanità all’intelligenza collettiva. Da un incontro fortunato è stata, dunque, posta in essere la rassegna L’ Oro della Città, alla quale dedichiamo le ragioni interpretative dei procedimenti e delle valenze, perfettamente aderenti a quel pensare per immagini che denuncia le crisi del nostro tempo, giusti moniti per le responsabilità future. L’annunciato predominio dell’oro, come patina e sedimento, come allusione all’architettura che non è solo quella degli scavi profondi per rendere stabili le strutture edificate, vale soprattutto a chiarire il senso del documento storico e civile che all’arte del progettare e costruire riconosce il merito di trasformare il tempo nello spazio cristallizzato. Solo così l’orgoglio civico apprende e motiva, nei secoli, i percorsi della civiltà che ha realizzato la metamorfosi del tempo nello spazio. Chi ne prende coscienza, apprende a riconoscere i dialoghi che nei millenni sono avvenuti tra la genialità dei costruttori d’umanità e le tensioni abitative che confluiscono nei luoghi del cambiamento. La Città è storia e progresso civile, intuisce le opportunità che si vengono prospettando e l’antivedere è insito nella prerogative della comunicazione. 14


Vavuso ha voluto che L’angelo quotidiano si impennasse, strillone antico e sempre nuovo, sulla sua bicicletta che gli consente d’essere più celere nell’offrire l’oro delle notizie quotidiane. L’atleta giganteggia come quei messaggeri d’altri tempi, che erano attesi con il carico dei loro fogli infittiti degli accadimenti freschi di giornata. L’opera va letta nei minimi particolari. Le ruote documentano come le notizie si allarghino a cerchi concentrici, come accade quando un sasso cade in uno stagno. I piedi sono quelli che pigiano sui pedali, ma si elevano da quella posizione, hanno ali mentali, perché La Città annunciata esige che dalla rete topografica del territorio, con tutti i segni evidenti degli stappi inveterati, si colga finalmente l’invito all’impegno partecipativo, al superamento dell’indifferenza e dell’omologazione. L’opera è pervasa da un fremito allusivo agli echi che hanno diversi riverberi tra i pieni ed i vuoti, riscontrabili tra consapevolezza storica e civile e disamore frutto di cinica manipolazione. L’oro patina e cristallizza le altre volumetrie, rese variamente plastiche e funzionali all’etica progettuale che si propongono interferenti e sempre aderenti alle finalità comunicate. Si coniuga all’anghelos sui pedali L’urlo della città che finalmente trova la voce collettiva, decisa a rivalutare i suoi reperti, a riscattarsi, a svegliarsi dal sonno indolente, ad esigere giustizia ed equità. Quell’urlo abbatte barriere e sceglie di agire e sperare. Pensiamo all’urlo collettivo e non possiamo dimenticare quello che, invece, rompe la serenità domenicale, scuote i pensieri e i dialoghi domestici e si teme per un infausto accadimento. Poi l’urlo si giustifica: ha segnato la squadra del cuore. La gioia sportiva è contagiosa, bella, ma quanto distante dalla difesa dei diritti dell’uomo e delle leggi della natura. Nelle manipolazioni d’arte di Vavuso la materia prima è sempre quella cartacea: sovrappone, intreccia, articola in forma di rocce, cime, discontinuità in bilico le pagine del quotidiano di Salerno. Diventano solide forme di naturale architettura, spaziano in aeree volute, convergono all’alto tra evidenze sacrali e profanazioni, andirivieni, tornanti, effetti tellurici, gravi come i terremoti che scatenano le notizie dal mondo in fiamme. Gli equilibri estetici propongono allevamenti di polvere, grumi attrattivi tra gli onnipresenti pieni e vuoti nei quali l’occhio gode dei particolari che conferiscono quel senso del solenne che tra Città e notizia assume La chiave giusta, quella che tutti si attendono dall’interpretazione della notizia, comunque in precedenza riportata. La speranza è sempre nella chiarezza e nella sempre desiderata, invocata trasparenza. Vigila intanto sulla smemoratezza e sulle manipolazioni, operate sui fatti antichi e su quelli recentissimi, L’occhio della storia, ammonendo che il passato meglio si legge con la vista acuta del presente. Le notizie vengono alla luce, si ri-trovano scavando negli accumuli, investigando tra le radici e sempre Oltre la notte che cela, complice, tracce e segreti. Chi investiga Il peso della Città, avverte il senso degli accumuli, delle rinfuse e quello delle ragnatele che dovrebbero prendere forma per l’azione. Un’allusione all’informazione intesa come cura della notizia, cui fanno riferimento i curatissimi particolari dell’opera: la città, se è sinonimo di civiltà, ha la certezza di risorgere. Ne è certo l’artista che, avvalendosi di utilizzi polimaterici, conferma che tutto ci che si eleva converge all’alto. Basta possedere Le chiavi di lettura per muoversi tra accumuli e superfetazioni di notizie in circumvoluzioni palesi ed occulte. Una volta assimilati i procedimenti mentali dell’artista viandante, che sdegna la lanterna di Diogene e sceglie d’esserci e appartenerci, agendo con, per, e tra gli altri, è più agevole l’interpretazione. Ne L’attesa si chiariscono le valenze delle incrostazioni e degli squarci, della polvere accumulata nel tempo, degli occhiali di chi non si arrende. Intanto affascinano le pagine dei Tesori in cristallo con le loro geometrie segrete, allusive alle regole ineludibili mentre in Primavera d’autunno spumeggiano quei ritagli che fioriscono a nuova vita con le loro sorprese: è come riaprire un caso, una ricapitolazione inattesa nella stagione avanzata. L’aquila in volo di Liber-arsi propone il 15


superamento delle lacerazioni; le pagine-ali si elevano dalle esperienze negative, la città è anche questo, ma per avere ali integre occorre investigare In fondo al sottobosco, ri-sacralizzare, trapanando, scavando tra marciscenze e fermenti, per riscattare alla storia la cronaca della disarmonia. Solo così potranno anche venire alla luce Tesori dimenticati o trafugati: la grande chiave disserra fatti e luoghi dell’anima, ricordi e memorie. Poi c’è una raccomandazione, un invito alla solerzia: Occhio alla Città! E’ necessaria una costante attenzione alle cavità, ai pieni che rischiano d’essere vuoti, perché nessuno potrebbe prendere il massimo dalla vita e neppure il minimo, se prendono il sopravvento le condizioni che condannano a lasciarsi vivere. Plaudendo alla lungimiranza di Enzo D’antona e tributando il giusto merito a Vincenzo Vavuso, che ha inteso appieno come leggere, in arte, la Città, nell’ampiezza degli orizzonti di una comunicazione impegnata come quella del quotidiano La Città, troviamo opportune alcune considerazioni. La Città è un libro immenso; le sue strutture profonde hanno le prerogative della fermentazione trasformazionale. Si rigenerano infatti nel gioco delle energie, i cui ritmi, sempre vari, transitano nei fatti urbani. La Città è un prodotto della comunità umana ed è pertanto coinvolta nei processi della gente che la compone. Conveniamo con Lewis Mumford: “Funzione della città è quella di trasformare il potere in forma, l’energia in cultura, la materia morta in simboli viventi dell’arte, la produzione biologica in creatività sociale”. Vincenzo Vavuso ha dimostrato nelle sue opere che nell’avanzato progresso tecnologico tutto questo non è mai accaduto. Le successioni delle svolte, proliferanti in quelle epocali, non hanno contribuito a darci maggior comprensione delle leggi che regolano la natura e a progettare, verso il possibile, l’ipotesi di una comunità futura. L’ignoranza, il fanatismo e la superstizione non agevolano, nel tempo della globalizzazione, una civiltà sulla terra come prodotto della comunità umana. Il dissidio incolmabile tra natura vituperata e cultura, vissuta come progresso scientifico e tecnologico, vieta un unitario coagulo delle umane energie. Forse solo un’unitaria idea superiore, una religiosità eticamente avvertita nel nome dell’umanità, potrebbe consentire l’accesso ai diritti dell’uomo a venire, ma dal nostro sterminato immondezzaio, al presente è vagheggiata solo una fuga verso le stelle da cui veniamo. Tornarvi in cerca di un’antica madre potrebbe accadere e sarebbe privilegio di pochi, che avrebbero gestito a loro piacimento le sorti di popoli destinati alle estreme miserie in espansione geometrica. Noi non rinunciamo alla Città, all’Oro delle nostre radici profonde è delle chiome estese. Siamo consapevoli debitori del nostro contesto non umano, della naturale energia metamorfica che sa opporre la ferocissima innocenza del caos primordiale agli estremi disastri, voluti dalla disumanità dissennata e perpetrati contro le armonie della natura mirabile, di cui mai potremmo fare a meno. Concordiamo con Vavuso, che ha coniugato la sua creatività con l’arte della comunicazione, sulla necessità di recuperare il senso della Città e della società civile. Quelle dovranno necessariamente ritrovarsi nelle tensioni abitative che già fecero illustri i grandi progetti voluti come felicità del buon governo, quando si aveva a cuore il felicitare dei concittadini. Noi non rinunciamo a L’Oro della Città, cioè ad un’adeguata sicurezza,”bisogno essenziale dell’anima”, secondo Simone Weil, all’ordine che regoli le relazioni sociali, alla libertà che è rispetto delle regole necessarie all’utilità comune, al senso della proprietà come diritto alla partecipazione ai beni collettivi e soprattutto all’uguaglianza che garantisce ai meritevoli l’accesso alle possibilità realizzative della persona umana. Angelo Calabrese Critico e storico d’arte 16


OPERE “La Città”, il quotidiano di Salerno, ha scelto Vincenzo Vavuso quale artista impegnato a trattare la Comunicazione ed il rapporto che un organo di informazione, di forte presenza sul territorio, deve avere in ambito cittadino, regionale, e non solo, con il vasto pubblico, diventando così la voce di chi si riconosce come erede della sua storia, dalle radici, e del progresso per il tempo della continuità. L’artista salernitano si è dedicato ad una serie di opere significative a chiarire il senso del civis civilis e dell’orgoglio che identifica la Città con la Civiltà. Vavuso, senza allontanarsi dalla linea di ricerca che investiga il discrimine tra natura e cultura, intensifica nell’immaginario la rappresentazione palpitante della sua rabbia, che contrasta con il silenzio dell’acquiescenza, già trattato esemplarmente nel libro d’arte “Rabbia e Silenzio”, Cervino Ed. Le opere dedicate a “La Città” sono pittosculture, sempre a tre dimensioni, da parete o da piedistallo, oltre ad esemplari di caratteristiche monumentali, in cui la comunicazione, “cum unica actione”, sollecita a diventare operativi per riconquistare dimensioni umane. L’arte è impegnata quindi a dare un volto responsabile alla globalizzazione, in cui fermentano ignoranza e superstizione fanatica. Con questa più recente rassegna dedicata a Salerno che s’infutura, l’artista, alludendo chiaramente ai drammi della nostra società, esalta l’essenza della vita, valore unico e irrinunciabile. Angelo Calbrese

OPERE 17


L’angelo quotidiano Scultura con le strutture in ferro e pagine del giornale La Città, ora isolate ora raggruppate, tutte cristallizzate. Da una base compatta di pagine bruciacchiate e logore, circondata da frammenti isolati, bruciacchiati, come sospesi ai suoi lati, esplode la figura di una grande bicicletta che si impenna sulla ruota anteriore, rivestita, come anche quella posteriore, da prime pagine integre de La Città. Sul portapacchetti a molla posteriore è ben incastrata una copia del giornale. Alle spalle del ciclista emerge un grande titolo a otto colonne sulla denuncia di Vincenzo Vavuso rispetto al degrado sociale della Cultura. La bicicletta è guidata da un ciclista ben ritto sul sellino, che, pur se col petto colante tracce rosso sangue, nella mano sinistra solleva con aria di soddisfatta vittoria un blocco color ferro, formato da un gruppo di giornali rassodati e ricompattati e ben ondulati. L’opera, che è l’immagine simbolo della Mostra L’oro de la Città, si colloca in linea di continuità con lo spirito della serie Rabbia e silenzio, caratterizzata da pagine di libro o da libri interi sottoposti a bruciature e maltrattamenti da oggetti logoranti o contundenti o secanti, a denunciare il degrado della Cultura e dell’Arte a causa dell’Indifferenza e dell’Ignoranza. Rispetto a questa serie, si innova stilisticamente per l’accentuazione e la plasticità delle volute scultoree, per il cambio d’oggetto (non più libri ma giornali) e per l’utilizzo originale della carta di giornale, che nel suo trattamento di consolidamento diventa essa stessa opera d’arte. Inoltre, il colore dominante è la doratura, che si colloca in contrapposizione al nero delle bruciature, ad esprimere la speranza e la possibilità di una rinascita. Una lirica tensione in quest’opera nasce proprio tra la base in degrado e la luce reale e metaforica emergente nel pacco di giornali sollevati a mo’ di trionfo. Artefice di questa rinascita simbolicamente è L’angelo quotidiano, cioè il ciclista che distribuisce il giornale, ma di fatto il vero angelo è il giornale, quotidiano per vocazione, che riesce a veicolare con forza e slancio i valori portanti della Cultura, a difenderla quando viene attaccata, a farsi essa stessa seme di una società conforme alla Dignità dell’uomo. Un angelo che propone e attende la collaborazione di tutta la Città per volare insieme. Ed offrire l’immagine confortante di una Città in corsa…

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L’angelo quotidiano

installazione cm 305x100x175, anno 2015

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In fondo al sottobosco Scultura plurimaterica realizzata con tecnica mista e formata sia da pagine del giornale grezzamente strappate, gualcite e bruciacchiate, sia da un blocco luminoso, sinuoso e compatto di copie del giornale dorate e cristallizzate, sia da un trapano dorato e vigoroso. Le pagine bruciacchiate si trovano nella parte bassa, poggiate su una base dorata rettangolare. Sono cristallizzate in modo da sembrare un cespuglio ampio e folto di foglie morte e/o inaridite. Da questo gruppo emerge verso l’alto il blocco lucente e dorato delle copie de La Città, che sembra quasi generato dall’azione travolgente del trapano, la cui punta penetra nel cespuglio più o meno nel punto da cui prende vigore il blocco ripulito e vincente. La tensione tra le parti è esplosiva nelle tonalità cromatiche, mentre le connessioni tra loro si sviluppano in un unico discorso formale, che dona all’insieme la forza di un’elettrica bellezza. L’opera si inserisce nel tema portante della mostra, evidenziando il passaggio dalla pagina bruciata alla pagina salvata e salvatrice e quindi dai valori calpestati a quelli finalmente vincenti anche grazie alla presenza salvifica della lettura e del giornale. Come in Primavera d’autunno il messaggio finale diventa quello dell’energia intellettiva in crisi e poi, grazie alla volontà ed alle qualità dell’uomo, sottoposta a benefica resilienza fino al recupero di tutte le sue potenzialità, o almeno di quelle più necessarie. Più che in quell’opera, essa offre indicazioni forti sull’operazione decisa e radicale che deve fare l’uomo, individualmente e socialmente. Lo fa attraverso la simbologia del trapano, che va a scavare fino alla base del marcio, In fondo al sottobosco, per ripulire il bosco ed il terreno dalle radici e gettare le basi per la trionfante ed aerea emersione vincente, di cui il giornale La Città e la libera stampa in generale sono a pieno titolo i primi attori, dopo aver corso il rischio di essere spettatori più o meno passivi del degrado.

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In fondo al sottobosco

scultura plurimaterica, tecnica mista cm 61x59x62, anno 2015

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La chiave giusta Scultura plurimaterica formata da pagine del giornale La Città, dorate, unite e cristallizzate tra loro in modo da formare un blocco irregolare, ad onda, poggiato orizzontalmente su una base ideale. Tra le volute dell’onda di carta si insinuano spazi vuoti e sfrangiature, che sembrano quasi ragnatele. Nella parte posteriore è conficcata una chiave, anch’essa dorata, in modo tale da sembrare quasi un centro motore dell’insieme, che offre una sensazione in parte di degrado andante, in parte di armonie non recondite, anzi ancora ben conservate. Quest’opera crea un’ideale trilogia con altre due esposte nella mostra: Chiavi di lettura e Tesori dimenticati. Come in quelle, viene evocata, attraverso le contorsioni della forma, la situazione di disagio in cui si trovano i giornali quotidiani, mentre la ricopertura in oro evidenzia il valore di ciò che si trascura ed a volte si maltratta come i tanti reperti archeologici ormai alla mercé di tutti. La chiave è da una parte il monito della “prigionia” a cui sono sottoposti, dall’altra è l’ipotesi della Chiave giusta, lo strumento che può essere usato per riconquistare questo mondo gravido di ricchezze immateriali e perciò anche più vere ed accessibili. Come le altre opere, l’insieme assume una dimensione estetica che colpisce ad un primo impatto con le volute ed il gioco dei vuoti e dei pieni, evidenziando come la forza del messaggio si possa coniugare con la qualità tecnica ed emozionale della dimensione artistica.

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La chiave giusta

scultura plurimaterica, tecnica mista cm 42x25x32, anno 2015

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L’urlo della Città Scultura formata da pagine di giornale cristallizzate. Su una base rettangolare, formata da un blocco di giornali macchiato da bruciature che coprono l’originaria doratura, si poggia pesantemente un altro grosso blocco di pagine, gualcite, bruciacchiate, disordinatamente ripiegate, con vuoti oscuri nella zona della contrazione centrale, ricoperte nella parte liscia da una testata del quotidiano La Città altrettanto maltrattata e dal frammento di una pagina, sempre del quotidiano La Città, incentrato su un solo grido: Cultura! Il tutto offre un’immagine desolata e desolante, in cui l’unico spiraglio sembra rappresentato dalla sopravvivenza di una testata e di una parola ancora capaci di donare spiccioli di speranza. Il degrado della Cultura e la decadenza della lettura, caratteristica dell’intera mostra, sono rappresentate dalle bruciature e dalle gualciture che pervadono quasi indistintamente e con forte intensità tutte le parti dell’opera, tanto da dare l’impressione di un residuato dopo una catastrofe. La presenza di quell’urlo, inneggiante alla Cultura, è tuttavia l’indicazione di una possibile palingenesi rigenerante. La liberazione non può avvenire se non attraverso un rinascimento culturale ed un rilancio della lettura dei giornali, in cui La Città può svolgere un ruolo demiurgico. L’artista si fa interprete di questo grido di dolore e di questo angosciato appello, non avendo timore di proporre un’opera dai sottintesi infernali, ma con la coscienza netta che l’urlo della Città non è del giornale, ma di un’intera comunità di fronte alla visione del proprio degrado. Di riflesso è un urlo epocale, che scatena un defatigante pessimismo dell’intelligenza, ma non rinuncia a proporre le allettanti scintille emanate dall’ottimismo della volontà.

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L’urlo della CittĂ

scultura plurimaterica, tecnica mista cm 30x33x34, anno 2015

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L’attesa Scultura formata da pagine di giornale modellate e cristallizzate. Partendo da una base irregolare, formata da un blocco dorato di giornali attorcigliati su se stessi, si slanciano verso l’alto due altri blocchi altrettanto asimmetrici, gualciti e qua e là irrorati da polvere nera di bruciatura, sulla cui cime si erge un quarto blocco, non più ondulato, in cui è chiaramente riconoscibile una pagina culturale del giornale La Città. L’insieme è sostenuto nel retro da un blocco similare, seminascosto. Il tutto forma una sorta di onda, capace di preparare il raddrizzamento finale, che assume così il sapore del successo di una scalata. Il degrado della Cultura e la decadenza della lettura, caratteristica dell’intera mostra, sono rappresentate dalle bruciature e dalle gualciture che pervadono quasi indistintamente tutte le parti dell’opera, con intensità però decrescente a mano a mano che le forme si innalzano verso l’alto. In questa dimensione il messaggio prende corpo unitamente al gioco di parole del titolo. Liber–arsi è composto dalla parola latina liber, che significa libro, e dal participio aggettivale arsi, che sia in latino che in italiano significa bruciati. I due termini grammaticalmcnte non sono compatibili, ma concettualmente sì, in sintonia con la denuncia vavusiana dell’attacco sociale alla Cultura. Letti insieme, però, formano la parola liberarsi, che è la chiave di lettura delle forme in volo della parte superiore. La liberazione non può avvenire se non attraverso un rinascimento culturale ed un rilancio della lettura dei giornali, in cui La Città può svolgere un ruolo demiurgico. Se questo messaggio rimane nella mente dello spettatore, nell’occhio si imprime con forza il vorticoso impatto visivo delle forme che progressivamente si riavvolgono in volo in una artistica dimensione di aerea levità.

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L’attesa

scultura plurimaterica, tecnica mista cm 41x52x54, anno 2015

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Chiavi di lettura Scultura plurimaterica formata da pagine di giornale, ricoperte di una linda doratura, unite e cristallizzate tra loro in modo da formare sette blocchi appoggiati l’uno sull’altro ma solidamente accorpati. Nella parte più alta il blocco di giornali emerge sulla parte posteriore, a cima ed a sostegno. Nella loro ascesa verso l’alto i blocchi non posano su nessuna base, ma fanno forza su se stessi e sulla loro capacità di restare uniti. Le pagine sono ripiegate in ampie ed artistiche volute, che, nonostante l’asimmetria della posizione di alcuni giornali, rendono l’insieme di bell’effetto, come note di musicale impetuosità ascendenti verso i toni più alti. Nel cuore dell’opera, nel corpo complessivo dei giornali sono conficcate tre chiavi, due ai lati ed una al centro, con la parte larga posta in posizione longitudinale. Come in altre opere della mostra, domina la doratura nella ricopertura del corpo di scultura, ma in questa essa assume un ruolo più dominante. Non sono bruciacchiati o gualciti, i giornali: sono semplicemente ripiegati ed avvolti, come a tenerli pronti per l’uso, ma con la consapevolezza che in questo momento essi sono poco dispiegati per essere letti. Sono tesori dorati, quelli offerti dalla stampa, e Vavuso insiste molto su questo punto. Non possono essere tenuti sotto chiave. Anzi, le chiavi occorre usarle per aprire le porte e penetrare nel mondo aureo della Cultura e della Lettura. Un mondo d’oro quotidiano che può durare tutta una vita. La nostra consapevolezza e la nostra energia sono quindi le chiavi di lettura giuste per aprire le sbarre che ci separano dalla conquista, o dalla riconquista, della Grande Bellezza dell’Intelletto e della Partecipazione.

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Chiavi di lettura

scultura plurimaterica, tecnica mista cm 52x61x65, anno 2015

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Tesori dimenticati Scultura plurimaterica formata da pagine di giornale, unite e cristallizzate tra loro in modo da formare blocchi solidi e nello stesso tempo artisticamente modellati. Le pagine della base, assemblate con ordine ma volutamente senza tagli di precisione, formano un tappeto a più strati, su cui poggia la struttura, il cui corpo è formato da due blocchi dorati di carta di giornale solidificata, ripiegati in ampie ed artistiche volute, con segni di sfrangiature, gualciture e bruciature e con piccole fenditure che mostrano più nettamente l’essenza della carta di giornale de La Città. Il blocco a sinistra è leggermente più basso e più squadrato in orizzontale, quello a destra è più slanciato in verticale, verso l’alto. Più o meno nel punto di congiunzione delle volute dei due blocchi è conficcata una chiave di antico stampo, un po’ arrugginita ma evidentemente ancora funzionale. Come in altre opere della serie, Vavuso denuncia il degrado della lettura, qui rappresentato dalle pagine contorte e bruciacchiate e dalla loro identificazione come carta di giornale. Come in altre opere della serie, domina la doratura nella ricopertura del corpo di scultura. Tale doratura però non è fine a se stessa, ma vuole evocare, in tutta la serie, il senso della ricchezza possibile, rappresentata dalla lettura e dalla cultura. E qui ha anche una sfumatura legata alle prigioni dorate che noi sappiamo costruire, ammantando la violenza e l’indifferenza con il brillio di discutibili forze attrattive. Il titolo, Tesori dimenticati, evoca proprio questa colpevole ed autolesionistica trascuratezza dell’uomo di oggi. L’individuazione del giornale tra la scalfittura del blocco e della doratura è il segno di una realtà che non può proprio essere imprigionata e spinge forte per liberarsi della prigionia del conformismo. L’opera infatti, vuole rappresentare quei luoghi simbolo del tempo, della storia e della cultura, come musei, templi, siti archeologici e biblioteche che ogni giorno rischiano la chiusura per mancanza di volitività da parte degli organi competenti. Non è facile, però, date le durezze ostili di una società degradata. Occorre trovare la chiave giusta, magari andando a scavare nelle radici passate della nostra identità e liberarle dalla loro condizione sottochiave. Con l’uso appropriato della chiave giusta (vale a dire con utilizzo costante e saggiamente critico delle nostre facoltà) si potranno riscoprire tante cose, a cominciare naturalmente da quei tesori dimenticati, non solo monumenti e siti artistici, ma anche libri e giornali. L’invito è solido, come l’effetto dei blocchi di giornale, che tra un messaggio e l’altro si fanno ammirare come vere e proprie “sculture di carta”.

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Tesori dimenticati

scultura plurimaterica, tecnica mista cm 46x44x54, anno 2015

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Il peso della città Scultura plurimaterica realizzata con tecnica mista e l’utilizzo anche di pagine di giornale, cristallizzate tra loro e artisticamente modellate. Poggiando solo in parte su una base dorata rettangolare, in modo tale da accentuare il disequilibrio complessivo, esplode una informe e voluminosa massa totemica, formata da pagine di giornale dorate, gualcite, bruciacchiate, ritagliate a mo’ di foglie, con al centro in alto un volto dallo sguardo immoto, sospeso a metà tra il sorriso e la maschera. Alle spalle, emerge integro un blocco formato da pagine del giornale La Città. Dal punto di vista del contenuto e del messaggio, l’opera si inserisce nel tema portante della mostra e del recente cammino di Vincenzo Vavuso (vedi la serie “Rabbia e silenzio”), evidenziando l’orrore della pagina bruciata e quindi dei valori calpestati ed auspicando il passaggio alle pagine salvate ed ai valori vincenti dell’Informazione e della Cultura grazie anche alla presenza salvifica della lettura e del giornale. Esteticamente, si colloca invece su un piano di diversità, quasi di unicità, e non solo per la forma debordante. Insieme con L’angelo quotidiano, è l’unico lavoro con un volto umano, ma senza lo slancio ed il realismo del ciclista dell’altra opera. Di fatto, con quel volto che emerge a fatica dalle foglie in rovina, è un totem, che però non fa parte della “catastrofe” formale espressa dall’insieme, ma sembra proprio che emerga dall’insieme e sia pronto a spazzare via tutte queste impurità che esprimono il degrado morale e culturale di un’intera società. Quella maschera dorata esprime ancora l’ipocrisia di un mondo che fa sembrare oro ciò che invece è solo l’anticamera del putridume, ma quel vago sorriso che fa capolino tra le foglie lascia sperare nell’inizio di tanto auspicata palingenesi liberatoria. E allora Il peso della Città cessa di essere opprimente, ma diventa determinante, soprattutto se agiscono in sinergia La Città giornale e la Città tutta come collettività. Così, tra inquietudini e speranze, tra putride deformità e germoglianti linearità, l’impatto dell’opera esplode anche sulla pupilla, generando un’elettricità interiore che, in fondo, è uno degli obiettivi di qualsiasi opera d’arte che voglia dialogare con lo spettatore.

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Il peso della cittĂ

scultura plurimaterica, tecnica mista cm 90x80x90, anno 2015

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Liber-arsi Scultura formata da pagine di giornale modellate e cristallizzate. Occupando spazi fisicamente e percettivamente molto più ampi della base rettangolare di appoggio, sottile e non particolarmente estesa, erompono in plastico movimento sette blocchi dorati di giornali più o meno ripiegati, gualciti e bruciacchiati, uniti tra loro in modo da formare un insieme molto solido e compatto e nello stesso tempo artisticamente modellato. Il blocco inferiore forma quasi un secondo appoggio, ma decisamente più alto e meno geometrico di quello rettangolare. Ortogonale a questo, un secondo blocco fa da sostegno all’intreccio dei tre superiori, di cui due, collocati parallelamente alle due basi, sono uniti tra loro in un incavo sottile, nel quale, in direzione ortogonale, si colloca un quinto blocco, formato da giornali avvolti su se stessi, quasi arrotolati, e più visivamente identificabili come copie de La Città. Le tre parti superiori, viste nel complesso della scultura, assumono così le sembianze di ali in volo. Il degrado della Cultura e la decadenza della lettura, caratteristica dell’intera mostra, sono rappresentate dalle bruciature e dalle gualciture che pervadono quasi indistintamente tutte le parti dell’opera, con intensità però decrescente a mano a mano che le forme si innalzano verso l’alto. In questa dimensione il messaggio prende corpo unitamente al gioco di parole del titolo. Liber – arsi è composto dalla parola latina liber, che significa libro, e dal participio aggettivale arsi, che sia in latino che in italiano significa bruciati. I due termini grammaticalmcnte non sono compatibili, ma concettualmente sì, in sintonia con la denuncia vavusiana dell’attacco sociale alla Cultura. Letti insieme, però, formano la parola liberarsi, che è la chiave di lettura delle forme in volo della parte superiore. La liberazione non può avvenire se non attraverso un rinascimento culturale ed un rilancio della lettura dei giornali, in cui La Città può svolgere un ruolo demiurgico. Se questo messaggio rimane nella mente dello spettatore, nell’occhio si imprime con forza il vorticoso impatto visivo delle forme che progressivamente si riavvolgono in volo in una artistica dimensione di aerea levità.

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Liber-Arsi

scultura plurimaterica, tecnica mista cm 70x86x62, anno 2015

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Primavera d’autunno Cromostruttura plurimaterica realizzata con tecnica mista e formata da pagine di giornale, irrorate di sfumature dorate, unite e cristallizzate tra loro in modo da formare blocchi solidi e nello stesso tempo artisticamente modellati. Le pagine della base sono incollate in modo da sembrare gruppi di foglie morte e leggermente gualcite e bruciacchiate, ammucchiate e disposte in chiave ascendente, ma ancora dotate di una svolazzante levità artistica. Da questo gruppo emerge verso l’alto a mo’ di tronco, un braccio ricoperto da frammenti di pagine di giornale e con la mano solleva vittorioso una copia del quotidiano. Si sviluppa così, nella parte superiore, un ulteriore blocco orizzontale quasi a formare una sorta di “martello con le ali”. Rispetto alla base, è anch’esso costituito da fogli dorati ed in parte gualciti e bruciacchiati de La Città, ma offre un senso di maggiore solidità e garantisce la capacità di lievitare verso l’alto, di resistere agli attacchi esterni, di rimanere in posizione verticale, di posizionarsi per volare oltre. La tensione, potenzialmente disarmonica, tra le due parti, si stempera in una sostanziale unità formale, in cui la danza leggera delle foglie morte alla base si trasforma naturalmente in una ricomposta rinascita, con un’energia interna che viene sfruttata fino al volo finale. Da una parte l’opera si inserisce nel tema portante della mostra, evidenziando il passaggio dalla pagina bruciata alla pagina salvata e quindi Dall’altra, come e più che in altre opere della serie, riesce ad andare oltre, perché, se si prescinde dall’individuazione specifica della testata, il messaggio finale diventa quello dell’energia in crisi e poi, grazie alla volontà ed alle qualità dell’uomo, sottoposta a benefica resilienza fino al recupero di tutte le sue potenzialità, o almeno di quelle più necessarie. Come suggerisce il titolo, Primavera d’autunno, anche nella decadenza suggestiva ma disperata dell’autunno ci sono i semi per la primavera: per la primavera naturale, che verrà dopo sei mesi, e per quella cercata e voluta “gettando il cuore oltre l’ostacolo”, che potrebbe permettere perfino di scavalcare l’inverno. Insomma, un cammino che dal particolare riesce ad affacciarsi sull’universale. Come nelle migliori tradizioni dell’Arte di sempre.

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Primavera d’autunno cromostruttura, tecnica mista cm 55x94x93, anno 2015

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Oltre la notte Cromostruttura plurimaterica realizzata con tecnica mista e formata da pagine di giornale, schizzi di smalto color oro, rami di legno e un paio di occhiali. Da una base nereggiante e compatta di pagine di giornale bruciacchiate e logore, che nella parte superiore presenta una disarmonica ascendenza piramidale, emerge in forte contrasto cromatico e con deciso slancio verso l’alto, una serie di rami chiari color legno, fortemente ricurvi, senza foglie, uniti alla radice tra loro, ma poi disarticolati e contorti. Quasi verso la cima, da una delle propaggini si aggancia, come nascente da essa, una copia piegata ed integra del giornale La Città. Sulla parte più alta, sostenuti dal ramo come da due dita in tensione tra loro, un paio di occhiali, rivestiti in piccola parte dallo stesso materiale legnoso con una sola stanghetta, un po’ malandati, rivolti verso il basso, in particolare verso il giornale. L’opera si colloca nella dimensione ideale che caratterizza tutta la mostra, basata sulla denuncia del degrado e dell’indifferenza a cui sono sottoposti la cultura in generale e la lettura in particolare e nello stesso tempo sulla fondata speranza che lo stimolo offerto da media di buona qualità, come può essere appunto La Città, possa dare lo slancio per una rinascita. In questa cromostruttura il degrado è manifestato dalla base scura, formata di copie de “La Città” compattate e solidificate, ma bruciacchiate e maltrattate in partenza. La speranza è offerta dall’emersione rispetto al corpo nereggiante del gruppo chiaro di rami, la cui disarticolazione indica appunto le difficoltà di uscire dal tunnel dell’Ignoranza e dell’Indifferenza per certi valori base. Lo slancio verso l’alto è la chiara espressione della forza stimolante di questa voglia di rinascita, individuabile nella presenza della copia ora integra e non più danneggiata del giornale, che è collegata ai rami come se fosse una foglia o un fiore. Gli occhiali in alto, una presenza non rara in Vavuso fin dai tempi di “Rabbia e Silenzio”, rappresentano la necessità di aprire gli occhi ed usare bene la nostra vista oggi appannata, per vederci meglio nel cammino dalla consapevolezza del degrado alla conquista di una realtà più luminosa e confortante. Il tutto viene poi sintetizzato nel titolo, Oltre la notte, che nella sua metafora, non priva di venature esistenziali “giornalistiche “ (il giornale si stampa di notte e dà i suoi frutti “oltre”), coglie pienamente il significato di questo cammino della speranza.

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Oltre la notte

cromostruttura, tecnica mista cm 54x42x46, anno 2015

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Occhio alla Città! Scultura plurimaterica formata da pagine bruciacchiate e malandate del giornale La Città, ricoperte da leggere dorature, unite e cristallizzate tra loro, in modo da formare un blocco compatto, ad angolo aperto verso l’alto a sinistra, con i due lati leggermente inclinati. Nella parte bassa è appoggiato un paio di occhiali rossi, contorti e malandati, ma ancora funzionali. Il dispiegamento delle pagine accorpate è irregolare e disarmonico e non poggia su nessuna base. Il corpo dell’opera sembra quasi sospeso nello spazio tempo, in una smarrita dimensione di disagio. Come in tutte le opere della mostra, e nell’insieme della sua produzione più recente, cominciata con la serie Rabbia e silenzio, Vavuso denuncia il degrado della Cultura e l’abbandono progressivo della lettura, qui rappresentato dalla condizione di disagio e di isolamento in cui si trovano le pagine di quello che dovrebbe essere il primo tesoro di ogni giorno, cioè il quotidiano. Eppure, se si riuscisse ad aprire gli occhi, con quegli occhiali tipicamente vavusiani e con l’energia mentale ed emozionale necessaria, non ci lasceremmo sfuggire le ricchezze dei tanti tesori che offre la stampa, come espressione del pensiero e della creatività in generale e dell’informazione in particolare. Occhio al giornale, quindi, la cui presenza e la cui tradizione sono una garanzia dorata; occhio alla Città da esso raccontata, perché anche con l’aiuto del quotidiano mantenga vive ed accresca la, dignità, l’ immagine e la qualità della vita civica; occhio alla Cultura, che rappresenta da sempre la specificità dell’uomo sulla faccia della terra. Se anche l’occhio fosse ferito e color sangue come gli occhiali, non cambierebbe molto: l’obiettivo è tale da ridare energie per guarire da questa pericolosa tendenza verso l’abisso. Un occhio, quindi da tenere sempre aperto e vivo.

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Occhio alla CittĂ ! scultura, tecnica mista cm 25x25x36, anno 2015

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Tesori nel cristallo Scultura plurimaterica formata da pagine gualcite e spiegazzate del giornale La Città, ricoperte da leggere dorature, unite e cristallizzate tra loro, in modo da formare un blocco compatto. Anche se nel titolo e in parte nel messaggio l’opera richiama Tesori dimenticati, di fatto se ne distacca, soprattutto per la struttura formale. Mentre nella prima le pagine erano più numerose e si avvolgevano attraverso una modulazione impregnata di armoniosa ed aerea leggerezza, in questa il dispiegamento del corpo è volutamente disarmonico e per certi versi sgraziato. Una disarmonia accentuata dalla mancanza di una base ferma e rassicurante. Non è casuale la scelta. Infatti, le pieghe senza appoggio diventano quasi un contorcimento e la cristallizzazione così sospesa determina un senso di soffocata prigionia. Ancora una volta, Vavuso denuncia il degrado della Cultura, qui rappresentato dalla “prigionia”, dalle gualciture e dalle latenti bruciacchiature del giornale, la cui testata, bene evidenziata nel frontale, appare così più nobile e più dolorosamente maltrattata. Questa nobiltà, però, nonostante la prigionia, è ancora perfettamente visibile attraverso la cristallizzazione che l’imbraga. E si mostra in tutto il suo splendore di tesoro sperduto, ma non ancora perduto: il tesoro della lettura, dell’informazione, della libertà mentale che nasce dalla conoscenza. Un tesoro nel cristallo… Un tesoro da riscoprire e da recuperare. Occorre solo trovare il punto giusto per rompere il cristallo e permettergli di ritrovare la giusta ripiegatura.

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Tesori nel cristallo scultura, tecnica mista cm 25x18x34, anno 2015

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Fermenti Scultura plurimaterica formata da pagine del giornale La Città, ricoperte da leggere dorature, riavvolte su se stesse a mo’ di libro, unite e cristallizzate tra loro, in modo da formare un blocco compatto, ad onde progressive, in potenziale movimento. La base è un parallelepipedo rettangolare dorato, formato di pagine e strutturato con regolarità geometrica. Il dispiegamento delle pagine accorpate, pur esprimendo un doloroso contorcimento, è proporzionato e sostanzialmente armonico, ma caratterizzato da un intenso plasticismo cinetico. Il corpo dell’opera sembra ben collocato nello spazio, sia per la base solidamente definita sia per la posizione della cima di destra, che sembra quasi rappresentare l’obiettivo delle onde. Come in tante opere della mostra, pregne di propositiva denuncia, Vavuso denuncia le difficoltà in cui si trova la lettura, in particolare quella del quotidiano, e di riflesso la crisi del libro, alla cui figura le increspature delle pagine si ispirano. Ma, come è nello spirito della mostra stessa, egli mira ad evidenziare, estrarre ed utilizzare l’oro in essa sotteso, che parte proprio dal rapporto stretto con il giornale quotidiano, per arrivare poi a ricostituire il corpo globale della conoscenza e dell’informazione. L’onda proiettata verso la cima, composta un po’ più visibilmente da copie del giornale, rende bene l’energia che da esso ancora promana ed i fermenti che esprime e può ancora generare. Fermenti, del resto, già fortemente evidenziati dal titolo. E così questi accartocciamenti si finisce col vederli non come il ripiegamento dello sconfitto, ma come il raccoglimento delle forze per scattare verso il recupero pieno delle facoltà intellettive individuali e sociali.

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Fermenti

scultura plurimaterica, tecnica mista cm 50x41x31, anno 2015

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L’occhio della storia Cromostruttura plurimaterica realizzata con tecnica mista e formata da vari elementi, smalto color oro e un paio di occhiali. Da una base nereggiante di pagine di giornale bruciacchiate e logore, che nella parte superiore presenta una leggera ascendenza piramidale, emerge un lungo e sottile sostegno, tale da sostenere il peso del composito e più voluminoso corpo dell’opera. Esso parte da due basi rettangolari, di cui quella più in alto è un libro, l’altra composta da giornali dorati, cristallizzati e compatti, in condizioni migliori rispetto a quelle della base inferiore, ma ancora ricoperti di fogli bruciacchiati. Ne emerge una figura umana piegata su stessa, in uno sforzo evidente di fatica e di sofferenza, mentre ai piedi della stessa è presente un trapano dorato e luccicante. Dalle mani, esile ma forte, si libra in orizzontale con evidente solidità un blocco di pagine del giornale La Città, che sembrano aprire una nuova strada, anche perché su di loro poggia un paio di occhiali in discreto stato di conservazione. Il messaggio principale è imperniato sul cammino lungo e difficile da una situazione di degrado totale alla speranza di un recupero, se accompagnato da una sostanziale lucidità della coscienza e da adeguata voglia di ribellione e di lotta. In piena coerenza quindi con il tema e lo spirito della Mostra. Le forme della rappresentazione sono però più complesse rispetto al resto delle opere. Il recupero dal mucchio bruciacchiato in basso avviene infatti attraverso una strada stretta ed in costante rischio di non poter sopportare il peso della reazione e della lotta, come testimonia il lungo e sottile sostegno che si erge verso l’alto. Eppure è una salita vincente. Il sostegno è capace di sorreggere una base larga come quella del rettangolo di pagine già più dorate. A questo punto ci sono le forze per andare oltre, ma anche gli strumenti per sfondare, come testimoniato dal libro della base, segno di Cultura ritrovata, e dalla fatica dell’uomo vicino al trapano e dall’azione decisa del trapano stesso. In questo andare oltre, la figura umana che ne deriva si erge stilizzata, quindi non ancora del tutto riformata, ma diritta ed “in piedi”, fino a sostenere il blocco più consistente e lucido. Merito del libro – Cultura, indubbiamente, e di quegli occhiali. O anche un monito che è giunta l’ora di usare gli occhiali per vederci meglio? Il libro e le lenti sono L’occhio della storia: servono comunque per leggere la storia di ieri e quella di ogni giorno e capirla meglio e quindi servono anche per “fare storia”, perché le scelte di oggi incideranno sul mondo di domani. Il giornale La Città, con il suo contributo di informazioni e di opinioni, e la Città, intesa come collettività, con la coscienza più lucida ed un conseguente rispetto dei valori più conformi alla Dignità etica ed intellettiva dell’Uomo, potranno insieme contribuire alla formazione di un futuro decisamente più “dorato”.

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L’occhio della storia cromostruttura, tecnica mista cm 160x53x51, anno 2015

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Identità Pittoscultura formata da un rettangolo di fili scuri intrecciati con larghezza, a mo’ di ragnatela, ma con più ampi varchi. All’interno, come imprigionata dai fili, una pagina del giornale La Città e piccoli frammenti bruciacchiati, e strappati. La cornice, nera, diventa parte integrante dell’insieme. L’intero rettangolo, poggiato idealmente sul lato più corto, è come sospeso, senza una tela d’appoggio, grazie anche all’effetto dei fili di materia fusa e cristallizzata. È questa la sospensione nel vuoto in cui l’artista percepisce la vita dell’attuale società, tanto è vero che la mancanza della tela crea buchi reali e l’ipotetico bianco di sfondo assume identità e colore solo se trova il punto d’appoggio, nel nostro caso su una parete necessariamente bianca. L’opera richiama la serie creativa di Vincenzo Vavuso denominata Spider Art, con richiamo alla ragnatela che imbriglia la Cultura e la Lettura, ma anche alla nostra possibilità di tessere ragnatele creative e costruttive in nome dell’Arte. È l’evoluzione ideale rispetto alla serie “Rabbia e Silenzio”, che intende denunciare il violento attacco a cui sono sottoposte le qualità migliori dell’Uomo: la sua Dignità, la sua Creatività, la capacità di produrre Cultura, di vivere attraverso la sensibilità il sogno dell’Arte. In quest’opera si richiama l’idea della “prigionia” della pagina e della violenza da essa subita, ma la larghezza delle maglie e la posizione defilata, quasi verso l’esterno, del foglio più grande, lasciano presupporre la possibilità dell’uscita. Occorre però che ci diamo da fare per allentare queste maglie ed evitare che continui l’azione di “imprigionamento”. Come è stata lenta, quasi impercettibile, stile ragno e ragnatela, l’azione imprigionante, così potrebbe anche essere lenta l’azione di recupero, che idealmente avverrà solo a pagine integre e lette. Bisogna insomma prevenire, con la coscienza e l’operatività. Sarà quella la conquista più profonda e più duratura della Libertà. Sarà un recupero di quell’identità che diventa sempre più sfuggente ed indefinibile.

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IdentitĂ

pittoscultura cm 120x60x4, anno 2015

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La decadenza della Lettura, della Cultura, dell’Arte è la decadenza dell’uomo. Il mio io, oscurato dal tempo, mi genera un grido di denuncia e di rabbia, a cercare condivisioni per creare un comune sentire contro la decadenza. La mia rabbia viene dall’energia liberatoria che dona vita ad oggetti nati integri, ma disintegrati dai germi di questo mondo malato. Il mio urlo viene da lontano e guarda lontano. Non voglio adeguarmi al potere diffuso del danaro, dell’indifferenza, dell’incultura. Ho vissuto d’arte, mi nutro del fuoco dell’arte e crederò nella forza del suo sogno. E continuerò ancora a sperare nell’uomo. A sperare che il mio piccolo io diventi presto un grande “noi”.

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Esposizioni più recenti: L‘Oro de "la Città" - Arco Catalano - Palazzo Pinto, Salerno - 2015 Donkey ArtPrice - Galleria 3331 Chiyoda art centre, Tokyo - 2015 Strutture estreme - Reperti e profezie - Galleria Controsegno, Pozzuoli (Na) - 2015 Rabbia e Silenzio - Palazzo Fruscione, Salerno - 2015 Rabbia e Silenzio - Museo Campano, Capua (Ce) - 2015 Rabbia e Silenzio - ArtGallery, Londra - 2014 Rabbia e Silenzio - Museo Rocca Flea, Gualdo Tadino (Perugia) - 2014 Il principio e la materia - GAMeC Centro d’arte Moderna, Pisa - 2014 Materia Madre - Officina delle Zattere, Venezia - 2014 Re-Forme - Galleria 20, Torino - 2014 Florete Flores - Castello di Casapozzano, Caserta 2014 Primo Vere - Studio ArteGallery, Benevento - 2014 From Italy to London - Trispace Gallery, Londra - 2014 Natale a Napoli - Pinacoteca D’Arte Moderna, Napoli - 2014 Rabbia e Silenzio - Pinacotaca Provinciale del Palazzo Pinto, Salerno - 2013 Rabbia e Silenzio - Galleria d’arte Contemporanea RossoCinabro, Roma - 2013 Pennello d’oro - Sharsajah Uae Emirati Arabi Hotel Hilton, Dubai - 2013 Palermo Felicissima - Palazzo Sant’Elia, Palermo - 2013 Natale e continuità - Museo Diocesano, Teggiano (Sa) - 2013 Singles - Galleria RossoCinabro, Roma - 2013 Altrove lo straniero - Palazzo Mezzacapo, Maiori (Sa) - 2012 L’infinito Oltre - SkineWine, Salerno - 2012 Emotion - Galleria La Pergola Arte, Firenze - 2012 Avalon in Arte - ex opificio Salid, Salerno - 2012 Artisticamente - Club Monti, Roma - 2012 Oltre gli schemi - Villa Bruno, San Giorgio a Cremano (Na) - 2011 Arte a Salerno - Palazzo Genovese, Salerno - 2011 Colorissimamente - Club Monti, Roma - 2011 Giornata del Contemporaneo - Galleria La pergola Arte, Firenze - 2011 Piè Monti - Villa Mabulton Chiasiellies, Mortigliano Udine - 2011 Nel segno del colore - Galleria La Pergola Arte, Firenze - 2010 52


Opere in permanenza: Fiore Mediterraneo - olio su masonite cm 90x80, Villa Bruno, collezione permanente “Premio Massimo Troisi”, San Giorgio a Cremano (Na) Sarno 1998 - olio su tela cm 100x150, collezione permanente Ente Ministeriale Alieno - olio su tela cm 50x50, collezione permanente Basilica San Marco di Firenze Saper vedere - cromostruttura 43x21x20, Galleria d’arte Contemporanea RossoCinabro, Roma 1944 - olio su tavola cm 80x80, Galleria d’arte Moderna e Contemporanea La PergolaArte, Firenze Senza remore - olio su masonite cm 60x60, Galleria d’arte Moderna e Contemporanea La PergolaArte, Firenze Il tallone di achille - olio su tavola cm 151x105x22 Auxilia Museo di arte contemporanea di Udine, patrimonio Unesco L’onnipotente - olio e smalto su tela cm 70x100, collezione permanente del Comune di Tursi (MT)

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Riconoscimenti: • 2015 Premio alla Cultura, Premio dei Musei, Milano • 2015 Finalista premio Donkey Art Prize con esposizione a Tokyo • 2014 Premio Antigone alla carriera, Benevento • 2014 Trofeo per le arti premio Megaris, Napoli • 2014 Targa di merito per l’opera Rifiuto di natura, Salerno • 2014 Targa di merito per l’opera Rifiuto di natura, Fisciano (Salerno) • 2014 Targa di merito al XXV concorso l’ecologia e l’ambiente, Fisciano (Salerno) • 2014 Premio della critica a cura di Salvatore Russo, Palermo • 2013 Certificate participation Golden Award Brush - Pennello d’oro, Dubai • 2013 Targa EA Editore per la sensibilità e il valore artistico manifestato, Palermo • 2013 Targa EA Editore per la profondità stilistica espressa, Palermo • 2012 Comitato Unesco di Napoli “giornata della poesia” targa di merito per la Pittura: l’espressione di noi stessi, Napoli • 2012 Medaglia d’argento accademia Internazionale Arte e Cultura, Salerno • 2012 Medaglia al Concorso Nazionale Incostieraamalfitana, Salerno • 2012 Medaglia d’argento XXIII Concorso Nazionale di pittura “Clelia Sessa” Fisciano (Salerno) • 2011 Medaglia d’oro al Concorso Internazionale “Lilly Brogi”, Firenze • 2011 Medaglia d’argento XXII Concorso Nazionale di pittura “Clelia Sessa” Fisciano (Salerno) • 2010 Giornata del Contemporaneo, Medaglia d’argento LA Pergola Arte, Firenze

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PERSONALE D’ARTE VISIVA SALERNO, 3 - 13 DICEMBRE 2015 Arco Catalano - Palazzo Pinto Via dei Mercanti, 63

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L'oro de "La Città"  

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