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dal 30 agosto al 9 settembre 2012 Il Mauriziano

(via Pasteur, 11 - Reggio Emilia)

Orari di apertura al pubblico: tutti i giorni 9:00 - 12:00 (in altri orari solo su appuntamento)

Sì caro all’Ariosto E a noi?

Una mostra per appaesarsi, di nuovo nel Mauriziano Credits Testi Antonio Canovi Carlo Baja Guarienti Vida Borciani Roberta Pavarini Progetto grafico

Per informazioni ed aggiornamenti sulle attività del Cds e dell’associazione Eutòpia Ri-generazioni territoriali

villacougnet.it

Daniele Castagnetti Iconografia

a cura della Circoscrizione Nordest in collaborazione con Centro Documentazione Storica di Villa Cougnet

…per raccontare come se la passa il suo “Mauricìan” in buona compagnia con quanti, amici del Poeta e del Fresco Rio, tengono a una rigenerazione di questo sito

Daniele Castagnetti Piero Taddei Reggioemiliaturismo.provincia.re.it Wikipedia.org Si ringraziano Eletta Zanzanella (Biblioteca municipale “Panizzi”) per la consultazione e riproduzione della Cartella Prospero Minghetti Roberto Macellari (Musei Civici di Reggio Emilia) per la consulenza e riproduzione prestata relativamente alla parte archeologica

R AVE R DE TU

Carolina Di Maria e Marina Notari operatrici culturali della Circoscrizione Nordest

C IN

Gianluca Galuppo (Servizio Urbanistica) per le foto aeree del sito

Paolo Dallari, Giancarlo Canova e Fabrizio Sassi volontari e appassionati documentatori del sito storico del Mauriziano Marina Bartoli volontaria della Circoscrizione Nordest La scuola dell’infanzia comunale “Gulliver” per le notizie relative alla propria “carta d’identità”

con il contributo di

eutopia


1. I

Il sito geostorico del Mauriziano

l Mauriziano se ne sta adagiato “fuori porta”, al di là dal torrente Rodano, la soglia storica che contrassegna a ovest il passaggio dalla città al forese.

Prende il nome dalla Villa in cui sorge, con la bella chiesa parrocchiale dedicata a San Maurizio: “di guardia” sul lato nord della Statale n. 9 “Emilia”, nei pressi del ponte sul Rodano, tradizionale posto di sorveglianza della città. Non a caso il luogo riverbera la memoria di armigeri e battaglie, da quella combattuta tra austro-napoletani e napoleonici (tuttora ne sono visibili i segni sulla facciata della chiesa) agli scontri consumati nell’imminenza della Liberazione tra partigiani e nazifascisti. Sul lato sud della statale, in sinistra Rodano, sorgeva un importante mulino (detto “dell’Ariosto”) e magazzini di granaglie, quindi la borgata popolare detta “Venezia” per via dei canaletti che la solcavano. Siamo in un territorio storicamente ricco di risorgive e fontanili, come testimonia tuttora la sopravvivenza dell’Ariolo (che funge a ovest da confine del Mauriziano). La collocazione geostorica liminale - alla via consolare che ha generato la regione, al sistema anfibio matrice dell’insediamento padano, alla proiezione storica della città medievale - fa del Mauriziano un luogo baricentrico in relazione alla morfologia della città contemporanea. Qui sta la suggestione primaria del sito: un luogo che si offre al visitatore, nonostante le reiterate significazioni monumentali perseguite dall’Unità ad oggi, come “non finito”. Al Mauriziano, sospesa o incompiuta che ne sia la narrazione pubblica, si continua ad andare. Questa è la notizia. Si va come ad una sorgente pietrificata di poetiche grandezze, verso cui serbare silenziosa ammirazione; ma poi, quando si abbia modo di prestare orecchio all’aritmia di quel respiro, vi si ritorna.

Accesso al sito

Abitare una geografia di confini spazio-temporali. Farne esperienza. Il “non finito” insito nella narrazione del Mauriziano va accolto come il connotato più autentico e originale di un luogo matrice generativo, che sa farsi metafora e proiezione della città contemporanea, per definizione cangiante.

L’accesso storico al sito del Mauriziano è sul lato nord, dalla via Emilia, percorribile in via ciclopedonale tra pioppi cipressini: un punto di vista imperdibile, per chi voglia lasciarsi conquistare dal respiro geostorico del luogo. Un secondo accesso ciclopedonale, realizzato a sud-ovest, ha il merito di operare il raccordo “gentile” - per tramite del ponticello in legno che scavalca il Rodano - con il sistema storico circostante delle risorgive.

Vi è ancora un terzo accesso, a sud-est, pensato per la mobilità su gomma: s’incunea a ridosso del Parco come strada di servizio dei lotti edilizi ivi edificati nel corso degli anni ’70 e ’80. In prospettiva, con la ristrutturazione del fabbricato rurale acquistato dal Comune di Reggio Emilia, costituisce un elemento di criticità che domanderà un intervento di riqualificazione paesistico.


2. N

La famiglia Malaguzzi Valeri

el 1473, sposando la ventenne Daria, il ferrarese Niccolò Ariosto si lega a una delle più illustri famiglie reggiane: i Malaguzzi Valeri.

Il padre di Daria, Gabriele, dottore in medicina e filosofia e poeta laureato, è già morto lasciando un cospicuo patrimonio ai cinque figli avuti dalla moglie Taddea Valeri: Girolamo, Lodovico, Valerio, Matteo e Daria, unica femmina. Assieme a Daria vivono tre dei quattro fratelli con le rispettive famiglie, la nonna Giovanna (vedova del nobile parmigiano Valerio Valeri), la madre Taddea, tre cameriere, quattro servi, la moglie e le tre figlie di un domestico, un fattore e un precettore. Famiglia antica e agiata, i Malaguzzi occupano da tempo un posto di rilievo nella società cittadina, segnalato anche dalla posizione del trecentesco palazzo di famiglia, che guarda l’ingresso del Duomo dal lato opposto della grande piazza. Pietro Malaguzzi, padre di Gabriele e nonno di Ludovico Ariosto, ha fatto parte del consiglio degli Anziani di Reggio fin dal 1402 e anche i fratelli di Daria manterranno alto il nome della famiglia: Lodovico sarà podestà in varie città italiane e Valerio sarà sepolto nel Duomo di Reggio in un pregevole monumento realizzato nel 1510 dal massimo scultore reggiano dei tempi, Bartolomeo Spani. I Malaguzzi conservano per tutto il Cinquecento, grazie alle fiorenti attività commerciali e all’eredità di Valerio Valeri, un’agiatezza e un prestigio sociale sconosciuti alla famiglia Ariosto. I cugini di Ludovico Ariosto sono, al pari di tanti loro antenati, uomini di successo. Annibale, nato nel 1482 da Valerio - fratello di Daria - e da Antonia Tacoli, dedicatario delle Satire III e V e nominato nell’Orlando Furioso, ricopre incarichi di responsabilità a Reggio (tesoriere della comunità, membro del Consiglio degli Anziani, presidente del Monte di Pietà) e prende parte attiva agli scontri fra guelfi e ghibellini dei primi anni del Cinquecento; sposato con Lucrezia Pio, appartenente alla famiglia dei signori di Carpi, muore probabilmente nel 1545. Sigismondo, fratello di Annibale e dedicatario della Satira IV in cui Ludovico Ariosto rievoca con nostalgia le estati trascorse durante l’infanzia al Mauriziano, esercita con successo il commercio di panni in seta, ma è anche podestà di Carpi dal 1519 al 1521; nel 1522, ponendo nel giardino della villa un monumento funebre di epoca romana rinvenuto in un suo possedimento (oggi conservato ai Musei Civici di Reggio), dà inizio alla creazione della passeggiata antiquaria che diventerà uno dei tratti caratteristici del Mauriziano. Nella generazione successiva Orazio, vissuto fra il 1531 e il 1583, è conte di Monte Obizzo e conte palatino; figura di rilievo della corte estense, letterato e cultore di filosofia politica e teologia, viaggia come ambasciatore presso Filippo II di Spagna ed è uomo di fiducia di papa Pio V. A lui si devono importanti restauri al Mauriziano e, probabilmente, la costruzione dell’arco d’ingresso. Orazio è ricordato come uno dei membri più illustri della famiglia Malaguzzi e la sua ambasciata presso la corte spagnola è oggetto di uno degli affreschi che decorano le stanze al piano terra del Mauriziano, voluti nel Settecento da Prospero Malaguzzi per celebrare le glorie proprie e della famiglia. Gli altri affreschi raffigurano l’investitura dello stesso Prospero a cavaliere dell’Ordine di Malta e dell’Ordine di San Giorgio di Baviera, lo scontro sanguinoso fra Malaguzzi e Ruggeri avvenuto nel 1233 nella piazza del Duomo di Reggio, Lodovico Malaguzzi intento ad amministrare la giustizia come podestà di Siena e di Firenze nel Quattrocento e la galea capitanata da Alfonso Malaguzzi alla battaglia di Lepanto. Allo stesso intervento settecentesco sono riconducibili alcuni medaglioni con ritratti di avi illustri, fra i quali spicca Ludovico Ariosto.


3.

L’Ariosto I luoghi della vita (I) Già mi fur dolci inviti a empir le carte li luoghi ameni di che il nostro Reggio, il natio nido mio, n’ha la sua parte. Il tuo Mauricïan sempre vagheggio, la bella stanza, il Rodano vicino, da le Naiade amato ombroso seggio, il lucido vivaio onde il giardino si cinge intorno, il fresco rio che corre, rigando l’erbe, ove poi fa il molino.

[...]

Erano allora gli anni miei fra aprile e maggio belli, ch’or l’ottobre dietro si lasciano, e non pur luglio e sestile. (L. Ariosto, Satira IV, vv. 118-123, 130-132)

C

osì Ludovico Ariosto descrive nella Satira IV, composta nel 1523 in forma di lettera al cugino Sigismondo Malaguzzi, i giorni trascorsi durante l’infanzia al Mauriziano: un’infanzia ormai lontana che il poeta rappresenta come una primavera felice contrapposta all’autunno del presente. Durante la scrittura delle Satire Ariosto si trova, suo malgrado, a governare per ordine del duca Alfonso I d’Este la Garfagnana: il possedimento più remoto, selvaggio e turbolento del ducato di Ferrara, un luogo «vuoto d’ogni iocundità, d’ogni orror pieno» dove il poeta è costretto a occuparsi di «furti, omicidii, odi, vendette et ire», a tenere le redini di una terra dove le bande di predoni sono tanto numerose e agguerrite che i drappelli di soldati durante le ronde non osano neppure «trar del sacco la bandiera». Ludovico Ariosto nasce a Reggio l’8 settembre 1474, primo di dieci figli, dal ferrarese Niccolò Ariosto e dalla reggiana Daria Malaguzzi. Il padre, che ha un passato di intrighi politici orditi fra Ferrara e Mantova, si trova in città dal 1472 come capitano della guarnigione stanziata nella cittadella: un incarico ottenuto grazie alla fedeltà dimostrata a Ercole d’Este l’anno precedente, durante la lotta per la successione al trono ferrarese seguita alla morte del duca Borso. Ludovico nasce forse proprio nella casa del capitano entro le mura della cittadella, che sorgeva nell’area oggi occupata dai giardini pubblici e dal teatro “Valli”, oppure in una delle case della famiglia materna: il palazzo sulla piazza del Duomo, dove il generale francese Miollis fece apporre una lapide commemorativa il 12 ottobre 1800, o più facilmente quello - ora scomparso - situato nella vicinia di Santa Maria Maddalena fra le attuali vie Squadroni, Fornaciari, del Cristo e del Folletto. L’infanzia di Ludovico è segnata dai trasferimenti dovuti alla tumultuosa carriera del padre: Niccolò Ariosto, infatti, appare come una figura non del tutto limpida e più di una volta è costretto a lasciare gli incarichi prima del tempo. Dopo il periodo alla cittadella di Reggio Niccolò è inviato con un incarico simile a Rovigo, ma deve fuggire quando i Veneziani attaccano la città nel 1482. È poi giudice dei Savi a Ferrara dal 1486 al 1488, ruolo che gli attira l’odio della cittadinanza e accuse di corruzione, capitano a Modena e nel 1496 commissario in Romagna; sollevato da questo incarico per l’eccessiva durezza nei confronti della popolazione governata, muore nel 1500.


4.

L’Ariosto I luoghi della vita (II)

A

Ferrara il giovane Ludovico intraprende (senza entusiasmo) gli studi di Legge. Sono gli anni degli studi e delle amicizie con i letterati che frequentano la corte estense, piccolo ma splendido centro di fioritura della cultura rinascimentale: uomini come Alberto Pio da Carpi, Ercole Strozzi e Pietro Bembo. Il ritorno a Reggio è legato alla morte del padre e alle conseguenti difficoltà economiche della famiglia: Ludovico è costretto a trascurare la poesia per accettare i primi incarichi di governo e nel 1501 è capitano della rocca di Canossa. Questo gli dà l’occasione per frequentare nuovamente le casa dei cugini Malaguzzi e in particolare il Mauriziano, dove il poeta è ospitato nell’estate del 1503. Alla fine dell’incarico, nel 1503, l’Ariosto ritorna a Ferrara dove prende gli ordini minori ed entra al servizio del cardinale Ippolito d’Este, fratello del duca Alfonso I, con il quale avrà un rapporto estremamente tormentato. Proprio durante il servizio presso il cardinale, uomo dal carattere difficile e poco incline alla poesia, lavora alla prima stesura del suo capolavoro, l’Orlando Furioso. Dalle righe di questa prima redazione del poema, pubblicata nel 1516, esce con drammatica evidenza il ritratto di un’età di guerra e violenza che lascerà un segno indelebile nella memoria degli italiani: il poeta appartiene infatti a quella generazione che assiste, con l’invasione francese del 1494, alla fine di un intero sistema politico e culturale d’avanguardia, l’Italia del Quattrocento. Per conto del cardinale Ludovico Ariosto svolgerà difficili missioni diplomatiche, soprattutto a Roma presso papa Giulio II: l’Italia è divenuta il terreno dello scontro fra le due maggiori potenze europee del tempo, Francia e Spagna, e la politica filofrancese dei duchi di Ferrara costituisce un rischio costante per la stessa sopravvivenza dello stato. Ma nel corso degli anni trascorsi al servizio di Ippolito d’Este l’Ariosto ha anche modo di rivedere i luoghi della sua infanzia: è a Reggio nell’estate del 1507, nell’autunno del 1510 - come testimoniano sue lettere dalla cittadella un tempo governata dal padre - e nel 1517. In quell’anno Ippolito d’Este è nominato vescovo di Buda, ma l’Ariosto si rifiuta di seguirlo in Ungheria: è la rottura e il poeta, in difficoltà economiche sempre maggiori, passa alle dirette dipendenze del duca Alfonso I. Per suo ordine, nel gennaio del 1522, dopo aver fatto testamento l’Ariosto partirà per la Garfagnana dove rimarrà fino alla primavera del 1525. Ritornato a Ferrara, investito di cariche non troppo gravose, può finalmente ritornare alla vita di corte e alla letteratura: come cortigiano sovraintende a festeggiamenti e rappresentazioni teatrali, accompagna il duca in visite ufficiali incontrando anche l’imperatore Carlo V, ma soprattutto cura la redazione definitiva dell’Orlando Furioso. Questa terza versione del poema (una intermedia è stata completata nel 1521) esce a Ferrara nel 1532 e diviene subito un punto di riferimento imprescindibile per la poesia rinascimentale e per la stessa lingua italiana. Pochi mesi dopo, il 6 luglio 1533, l’Ariosto muore lasciando due figli: Giovanni Battista, nato nel 1502 o 1503 da Maria, forse una domestica amata durante il soggiorno a Canossa, e Ludovico, figlio prediletto e poeta a sua volta, nato nel 1509 dalla domestica Orsolina Sassomarino.


5.

Il Mauriziano, villa di spasso

Quel podere che fa per i dotti, di questa maniera se lo eleggono i letterati, et vuole essere una mezza giornata, et non più lontano dalla città, et non avere in tutto del selvatico, ma misto… Per i forestieri, per il Castaldo et famiglia sua, con le stalle, magazzini, et luoghi agiati per tenere le cose in uso di tutta la casa… V’è l’entrata di casa poi una comoda et breve scala da salire nelle honorate stanze… Orti, frutti, pergole, et boschetti, attorno alla casa….

C

osì il fiorentino Anton Francesco Doni descrive nella sua opera ”Le Ville” - dedicata a Orazio Malaguzzi (“splendor della città di Reggio…”, come si legge nel manoscritto recante data 3 novembre 1565, ora conservato presso la Biblioteca Municipale Panizzi) - il “Podere di Spasso”, la residenza di campagna deputata agli svaghi di nobili e cortigiani, in cui trascorrere il tempo tra musica, letteratura, arte.

La possessione del Mauriziano ha origine dalle acquisizioni di Valerio Valeri, ricchissimo gentiluomo di Reggio, il quale nel 1432 è investito del feudo di Bazzarola dai marchesi Este di Ferrara e costruisce, o più facilmente ricostruisce, magari su preesistenze a carattere difensivo di epoca tardo medievale, come starebbe ad indicare la stretta feritoia sul muro di ponente del Palazzo Vecchio, la corte nota poi come Mauriziano. Quel che oggi permane della villa, è frutto in buona parte dell’intervento di due personalità importanti della famiglia Malaguzzi: Orazio Conte di Monte Orbizzo, vissuto tra 1531 e 1583 e Prospero, vissuto tra 1698 e 1750. Il palazzo di Orazio A pianta rettangolare, con copertura a spioventi e paramenti esterni in mattoni a vista, all’epoca di Orazio e dell’Ariosto il Mauriziano fu soprattutto un “luogo ameno”: per descriverlo ci serviamo delle rime del poeta reggiano vissuto tra XVI e XVII secolo, stimatissimo dai suoi contemporanei, Alessandro Miari, autore tra le altre, di una Favola Pastorale in cinque atti qui ambientata e intitolata “Il Mauritiano”: …per se stesso vago, idoneo ad ospitar ogni spirito gentile... …per gli aprici campi regna Cerere altera e Bacco scorre di maturi racemi coronato per larghi piani e su per gli alti colli, Meraviglia non è, s’ancor d’Arcadia Hor qui si vede boscareccia schiera… Il palazzo di Prospero Prospero eredita il palazzo dal padre Valerio e decide di intervenire in modo sostanziale sulla struttura architettonica; annulla completamente le preesistenze in tutta la parte centrale, possiamo immaginare per uniformare il palazzo alle mutate esigenze abitative e di gusto. I piccoli ambienti cinquecenteschi, infatti, mal si accompagnavano ai nuovi stilemi improntati alla grandiosità (a fungere da modello era la reggia di Versailles). Si sacrificano così i due piani della struttura originaria per ricavare un doppio volume per il salone dei ricevimenti chiuso da un’unica volta a botte. Anche le finestre sono modificate, diventano più ampie, alte e incorniciate, così come le porte. L’abitabilità, la “misura d’uomo” vi sono dunque sacrificate per l’esigenza di rappresentatività (come testimoniano gli affreschi che adornano le pareti di questo salone e della sala successiva).


6.

La possessione Malaguzzi Valeri

I

possedimenti dei Malaguzzi Valeri nel Reggiano erano numerosi. La possessione in località San Maurizio si estendeva a nord e a sud della via Emilia, con il Palazzo Vecchio, la chiesuola, il Palazzo Nuovo, la fornace, il mulino, la bottega della ferraia attaccata al mulino, diversi casamenti per i mezzadri e per il giardiniere, diversi ricetti per le masserizie e gli animali. Nelle fonti del secolo XVIII il sito prende il nome di “Olmara”, dal contesto alberato nel quale si trovava immerso (all’olmo, nelle campagne emiliane, era tradizionalmente “maritata” la vite). Mulino Viene così descritto nell’inventario del 1583, steso dal notaio Claudio Gabbi alla morte di Orazio: ...un molino nella villa di San Maurizio presso il ponte del Rodano con casa et mezza biolca di terra livi attaccata confina le ragioni di M. Paolo Raimondi da mattina et la strada regale de sotto, et de sopra et da sirail detto M. P. Raimondi…con duoi rodi, et un arbore de rota, et tre palmenti et molle numero quattro da macinare, et due altre molle desmisse, et con tre pali de ferro da molino… Arco trionfale Costruito per volere di Orazio a somiglianza di quelli romani, si affaccia per oltre nove metri di altezza sulla via Emilia. Sulla trabeazione, sostenuta da quattro lesene doriche in cotto, originariamente si leggeva “Horatius Malagutius”. Chiesa Si dà notizia dell’esistenza di un edificio preposto alle funzioni religiose sia nelle cronache della parrocchiale di San Maurizio che negli atti notarili di famiglia. Leggiamo dal testamento di Gerolamo (1788): …un palazzo posto nella villa di San Maurizio, con Casetta da Ortolano, Ghiacciaia e colombario, come pure il Palazzo Vecchio con la Cappella Pubblica… Ghiacciaia Manufatto essenziale per l’autonomia agronomica della possessione, fondamento del ciclo produttivo in grado di conservare le derrate alimentari deperibili, non sempre è citata in quanto probabilmente considerata una presenza ovvia. L’attuale struttura, ricostruita nei decenni scorsi, riprende la forma e la dimensione di quella originale, con la sua struttura circolare ipogea e l’apertura rivolta a nord per garantire all’unico lato fuori terra ed esposto al caldo dei mesi estivi l’affaccio più fresco (l’originale porta d’accesso era un semplice pertugio). Così per la pavimentazione: oggi ricostruita in piano, all’origine dobbiamo supporla concava in modo da permettere il riempimento con ghiaccio e neve anche sotto il piano d’accesso, probabilmente costituito da una passerella lignea.


7.

Le stanze di Levante

il “cuore” del Mauriziano

F

ranca Manenti Valli, che del Mauriziano ha fatto uno studio approfondito, descrive le tre stanzette di levante come un perfetto esempio di tipologia edilizia cinquecentesca, con forme pure che a differenza di quelle in voga fino a pochi decenni prima rispondono a canoni metrici razionalizzanti, ritmi classici scanditi dalle coperture a vela che poggiano su quattro unghie per lato, creando lunette chiuse da capitelli pensili.

Si tratta di tre stanze completamente affrescate: non sono mancati, nel tempo, i conflitti di attribuzione. In un primo tempo, gli studiosi si sono trovati d’accordo nell’attribuirle al noto pittore di origine modenese Nicolò dell’Abate. Ne scrive Naborre Campanini, nel 1883. Vi ritorna sopra Adolfo Venturi, che nel 1933 si dice certo dell’attribuzione per via delle piccole figure che adornano le lunette, così inusuali nella tecnica ad affresco, ma così caratteristiche in Nicolò. Anche la Soprintendenza, con Augusta Ghidiglia Quintavalle, nel 1935 li attribuisce all’Abate. Da ultime arrivano le conferme dell’attribuzione di Armando Quintavalle, nel 1960, con la piena adesione del Bellocchi e di altri studiosi locali. In effetti, grande è la somiglianza con gli affreschi, certamente abateschi, di casa Fiordibelli (in città) e della rocca Boiardesca di Scandiano (qui, in particolare, con il ciclo delle lunette nel “Camarino dè Poeti” dove si racconta la vicenda di Griselda, tratta dal Decamerone di Boccaccio. Ma la ricostruzione filologica condotta dalla Manenti Valli smentisce tali ipotesi: i lavori furono avviati nel 1552, mentre Nicolò è attestato a Reggio tra il 1540 e il 1542 (quando Orazio era ancora bambino), quindi prenderà la via della corte di Francia (dove morirà, a Fontainebleau, nel 1571). Il “Camarino de’ Poeti” E’ la stanza centrale, cui si accede per una scaletta in cotto. Fu dedicata all’esaltazione dei grandi protagonisti della letteratura: su dolci declivi poeti e scrittori, divisi per genere letterario praticato (lirica, epica, tragedia, commedia, satira), sono seduti ad altezze diverse; purtroppo in numerosi casi, l’originale nome sul cartiglio è stato modificato, probabilmente perché nel corso dei secoli si sente l’esigenza di aggiornare questa “classifica” letteraria. La Favola pastorale del Miari, redatta alla morte di Orazio, documenta la presenza dell’Ariosto in ben tre generi letterari. Il “Camerino dell’Ariosto” È la stanzetta posta sul lato nord (a sinistra), la preferita di Ludovico che vi soleva dormire, perciò dedicata alla sua memoria già nell’inventario Gabbi redatto alla morte di Orazio (1583). Gli affreschi parietali, come appare dal confronto con le restituzioni grafiche realizzate nel 1820 dall’incisore e artista Prospero Minghetti, appaiono ampiamente rimaneggiati nel corso degli interventi di ristrutturazione seguiti all’acquisto del Comune di Reggio Emilia. Migliore la corrispondenza con gli originali (e anche lo stato di conservazione) delle lunette. La stanza degli “Orazi” Anche di questa stanza si conserva un repertorio restitutivo, sempre degli anni venti del 1800, per mano dell’architetto Domenico Marchelli. Completamente rifatto, ad esempio, è l’albero genealogico della famiglia Malaguzzi Valeri (ma qui vi sopperisce l’analoga documentazione conservata presso l’Archivio di stato di Reggio Emilia). Ad una disamina storico-artistica, inoltre, è apparso che due tra i riquadri parietali (presentano rovine tra la vegetazione) sono di stampo settecentesco.


8.

La fortuna dell’Ariosto

I

contadini di Empoli, annota nel 1581 Michel de Montaigne nel suo Viaggio in Italia, hanno sempre il liuto in mano e le pastorelle di quella terra conoscono il poema dell’Ariosto a memoria. «Questo - chiosa il grande letterato francese - si vede in tutta l’Italia». Non c’è dunque da meravigliarsi se la contadina Divizia, conosciuta dallo stesso Montaigne ai Bagni di Lucca, pur essendo povera e analfabeta compone e recita versi di sorprendente eleganza ed erudizione: durante l’infanzia, in casa del padre, ha ascoltato e amato i versi ariosteschi letti ad alta voce da uno zio.

L’Orlando Furioso è, fin dalla sua prima comparsa nella redazione definitiva nel 1532, una delle opere più lette e celebrate della letteratura italiana. Concepito da un aristocratico per un pubblico di aristocratici, il poema esce subito dai saloni affrescati della corte ferrarese per conquistare il volgo che vive e lavora nelle strade di città e di campagna; dalla capitale estense viaggia insieme alle merci dei commercianti, risale sul Po tutta la Lombardia e attraversa l’Appennino con i carrettieri. Letto ad alta voce e recitato, probabilmente cantato dai cantastorie ambulanti, il capolavoro ariostesco diviene presto un serbatoio di storie cui la letteratura popolare ama attingere: nascono così le parafrasi, le sintesi e le prosecuzioni, le riscritture dei singoli episodi e i “lamenti” dei personaggi più amati dal pubblico. Opere come il Lamento di Bradamante cavato dal libro dell’Ariosto al suo canto, e tradotto in lingua bolognese del grande cantastorie bolognese Giulio Cesare Croce - l’inventore delle gesta di Bertoldo e Bertoldino - che a cavallo fra XVI e XVII secolo traduce nel dialetto della sua terra le imprese di Orlando e dei paladini per il pubblico delle fiere e delle piazze. Anche Bernardo Tasso, padre dell’autore della Gerusalemme Liberata e poeta a sua volta, testimonia la passione del popolo per l’opera di Ariosto e in anni vicini lo stampatore veneziano Comin da Trino afferma che il volgo ama ascoltare le gesta di Orlando. Capita anche che siano gli stessi lettori a dichiarare, come la Divizia conosciuta da Montaigne, la propria ammirazione per l’Ariosto: a Venezia un apprendista spadaio, una prostituta e un mercante di seta confessano all’Inquisizione di aver letto l’Orlando Furioso e nella Ginevra di Calvino un viaggiatore italiano è denunciato per aver definito il poema «la sua Bibbia». Ma le rielaborazioni ariostesche non circolano solamente presso un pubblico popolare: il re di Francia Enrico III possiede nella sua biblioteca un’opera intitolata Bellezze del Furioso, probabilmente un’antologia di passi tratti dal poema, e probabilmente molti cortigiani e signori leggono le gesta dei paladini in versioni rielaborate e reinventate dalla vena poetica di volgarizzatori e cantastorie. Anche nel resto d’Europa l’Orlando Furioso è accolto con favore e le ottave ariostesche sono presto tradotte quasi in ogni lingua: nei due decenni successivi all’edizione ferrarese del 1532 compaiono una traduzione in prosa francese e una in spagnolo, opera del poeta Jerónimo de Urrea, cui segue la versione inglese di John Harington. Nel secolo successivo arrivano quella in tedesco di Diederich von dem Werder e quella in fiammingo di Everart Siceram. Attraverso i secoli e le molte versioni - italiane e straniere, in poesia e in prosa, fedeli all’originale o reinventate - l’Orlando Furioso, celebrato dai letterati come uno dei più alti esempi di poesia rinascimentale, assume dunque un posto di grande rilievo nella cultura popolare. In particolare, nell’Appennino emiliano il poema ariostesco diviene una delle fonti privilegiati del “maggio”, antica forma teatrale che fonde recitazione, poesia e musica: per i più importanti autori di maggi fra Otto e Novecento il Furioso è - come ha scritto lo studioso e “maggiarino” Romolo Fioroni - «sillabario, manuale, testo sacro». Ultimo, ma solo in ordine di tempo, fra i grandi rielaboratori dell’Orlando Furioso, nel 1970 Italo Calvino - dopo aver preso in prestito l’universo narrativo dei paladini di Carlo Magno per Il cavaliere inesistente (1959) e aver dedicato al poema una serie di trasmissioni radiofoniche - lavora alla sua rilettura del capolavoro di Ariosto: il suo Orlando Furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino, sospeso fra la narrazione e l’esegesi, è un viaggio nel testo, un volontario perdersi nei labirinti letterari del poema, un errare simile a quello degli stessi personaggi ariosteschi. Un atto d’amore di un narratore novecentesco - uno dei più grandi del secolo - nei confronti di un testo che più di quattro secoli prima ha cambiato irreversibilmente il paesaggio letterario europeo.

Da destra in alto, in senso orario: Ruggero salva Angelica (Jean-Auguste-Dominique Ingres, 1819) Orlando Furioso (Arnold Böcklin, 1901) Rappresentazioni del “maggio” ispirate al poema ariostesco Sotto: Frontespizio della prima stampa dell’Orlando Furioso (1536) Frontespizio dell’edizione inglese curata da John Harington (1634)


9.

Da “Casino Ariosto” a “Mauriziano”

L’elezione a patrimonio culturale della città

A

ttraverso il grande arco trionfale prospiciente la via Emilia, scorrendo il lungo viale di pioppi cipressini, l’occhio guadagna il primo scorcio della casa dell’Ariosto.

La realizzazione dell’impianto monumentale che sostiene tale scelta prospettica risale a Orazio Malaguzzi (morto nel 1583). Sostanzialmente immutato per tre secoli, all’arco rimette mano l’Amministrazione comunale di Reggio Emilia nell’occasione celebrativa del quarto centenario della nascita dell’Ariosto (1874). Ne risulterà, come d’uso all’epoca, un intervento di radicale restauro, con la costruzione del cornicione che gira tutt’attorno e la sovrapposizione di un attico. Per l’occasione sono apposte alcune iscrizioni. In sostituzione dell’originale, viene apposto un verso commemorativo: “VIII settembre MDCCCLXXIV / Commemorazione della nascita / di / Ludovico Ariosto” Quindi i due vasi in marmo bianco di Verona in linea classica, con manici, ricolmi di frutta, opera dello scultore reggiano Riccardo Secchi; mentre negli sfondati sovrastanti le nicchie sono poste le famosissime terzine della Satira IV, indirizzata nel 1523 al cugino Sigismondo Malaguzzi per raccontare della grande malinconia che di quel luogo prova, trovandosi lontano dalla famiglia (Castelnuovo Garfagnana, dove era stato inviato come commissario ducale) in un luogo che reputa ostile. Nel riordino decorativo del 1933, c’è un elemento innovativo che va sottolineato. Viene dipinta sul fregio la scritta “ONORATE L’.ALTISSIMO POETA”, poi sostituita per deterioramento nel 1933, in occasione del quarto centenario della morte dell’Ariosto, con la targa marmorea che si legge oggi: IL MAURIZIANO. Non è un semplice aggiornamento. Questa targa rappresenta l’indizio di un mutamento semantico intervenuto nel frattempo: consegnate alla storia le odi al Poeta, si approda nel presente al riconoscimento nominale di questo luogo, attribuendogli il valore patrimoniale di sito culturale. Ciò che, peraltro, già si era cominciato a riconoscere dalla fine del XIX secolo negli apparati storico-artistici dedicati al “tour” del Bel Paese. Il cambio di paradigma, dalla retorica classicista delle “rovine” alla loro riorganizzazione urbanistica in chiave “patriottica”, aveva preso avvio dopo l’Unità. Se guardiamo ai materiali e alle soluzioni decorative utilizzate per tale restauro, ritroviamo una sostanziale analogia con l’intervento di radicale restauro realizzato qualche anno prima alla Porta S. Croce. Medesimo è anche il committente, l’Amministrazione comunale, la quale era entrata in possesso del complesso del Mauriziano nel 1863. Il Consiglio Comunale venne infatti riunito in seduta pubblica per votarne l’acquisto - sotto la presidenza del Sindaco Pietro Manodori, dopo aver raccolto il parere favorevole del Re d’Italia Vittorio Emanuele II -, accordandosi con il Conte don Girolamo Malaguzzi Valeri, prevosto della basilica di San Prospero (pagandolo quasi 8.000 lire). La procedura pubblica scelta per l’acquisizione è un indizio chiaro della centralità accordata al Mauriziano, nel momento in cui il comune di Reggio veniva ad assumere il ruolo di capoluogo provinciale. In una città lungamente sottomessa a Modena, e pure mai davvero subalterna, l’unità d’Italia rappresentava la prima reale prospettiva (dopo la breve stagione napoleonica) di un riscatto. Per questo sito fu dunque prescelta una ristrutturazione in sintonia “monumentale” con le esigenze solenni del momento storico; tra l’altro con la preoccupazione (mai sopita) di richiamarne la reggianità, quando era noto al mondo come “ferrarese”. Il decoro paesistico del viale conferma questa intenzione: lungo 250 metri, era costituito (prima della gelata del 1956) di siepi di bosso, in perfetta simmetria con la residenza rinascimentale dell’Ariosto, tuttora ombreggiata da due platani secolari.


10.

I marmi dei Malaguzzi

I

n epoca romana fuori dal perimetro cittadino, nella zona di San Maurizio, era ubicata la necropoli orientale di Regium Lepidi, la città nata a partire dall’arrivo dei militari romani intorno al 187 a.c., lungo la direttrice della costruenda via Emilia. Possiamo solo immaginare quali fossero le condizioni della necropoli dopo la caduta dell’Impero; probabilmente i monumenti funerari erano in parte interrati e in parte scoperti; certo è che ben presto si iniziò ad apprezzare gli antichi ed istoriati frammenti che affioravano con grande facilità e che in moltissimi casi presero le tortuose vie del collezionismo cinquecentesco. I signori di San Maurizio, i Malaguzzi, uomini di ingegno e di lettere non furono da meno. Nel 1516 Sismondo Malaguzzi, alla moda di Roma, dove i giardini antiquari sono il corredo fondamentale delle ricche dimore di signori e cardinali, decide di adattare e sovrascrivere per leges hortorum un marmo romano rinvenuto nella sua proprietà. Il pezzo in origine era un cippo delimitante un’area funeraria; ora serve al padrone di casa da epigrafe augurale nei confronti dei propri amici e ospiti. Il frammento ci informa inoltre della originaria disposizione dei reperti lungo il viale del giardino. Oltre a questo, sono conservate presso i Musei Civici altri tre reperti che provengono dal Mauriziano: la stele figurata di Pettia Ge; un cippo con iscrizione; un miliario frammentario in “marmo macigno”. Successivamente Orazio Malaguzzi, Conte di Monte Obizzo, con l’aspirazione di elevarsi a punto di riferimento culturale della vita cittadina, deciderà di spostare sull’esterno della facciata rivolta ad oriente i reperti che erano prima dislocati nel giardino.

Due secoli più tardi il generale napoleonico Miollis, come si evince esaminando l’acquaforte dell’incisore parmense Luigi Rados, li ritroverà nella medesima posizione, poggianti su basamenti in muratura. Solo sul finire del XIX secolo, dopo l’acquisto del sito da parte dell’Amministrazione comunale di Reggio Emilia, i marmi verranno trasferiti per volere dell’allora direttore Gaetano Chierici presso i Civici Musei. A tutt’oggi sono esposti nel Portico dei Marmi dei Musei Civici di Reggio Emilia.

… / MALAGUTII SUO(RUM) / AMICORUM Q(UE) / COMMODO / PROSPICIEN(TEM?)… (M)DXVI


11.

In margine al Mauriziano

Il Mauriziano, luogo di impegno poetico

Repertorio documentalistico essenziale A stampa

Q

uesta mostra mette in evidenza un luogo della città che risuona di memoria e ambisce a rigenerarla, un sito che sta a significare una volontà di rifondare un senso di appartenenza. Il Mauriziano è luogo, più che conosciuto, da conoscere; racchiude una capacità evocativa ed educativa concreta e su questa potenzialità in questi anni ci è sembrato giusto e doveroso lavorare, a noi che abbiamo il mandato istituzionale di occuparci dell’interesse generale, del bene comune, della crescita individuale e collettiva a anche perché no della felicità delle persone. Nelle descrizioni dei pannelli che precedono trovate senz’altro una storia che ci accomuna e che ci inorgoglisce come reggiani e anche, a mio avviso, un motore di curiosità verso un personaggio, un’epoca, un mondo culturale denso che io non trovo così lontano. Scopriamo un uomo, prima che un poeta ed un ufficiale di governo, con un po’ di pianto in fondo all’anima, un uomo direi cortigiano per necessità, ma libero interiormente, che sopporta con filosofia le rinunce che reputa inevitabili. Dalla mano che ha scritto di cavalieri, armi ed amori non ci aspetteremmo forse un ancoraggio così forte ed una rassegnazione così lucida e responsabile di fronte alla realtà. Da amministratrice pro tempore della cosa pubblica mi ha colpito leggere di un Ariosto che così si confessa: «…io non son uomo da governare altri uomini; ché ho troppa pietà e non ho fronte di negare cosa che mi sia domandata». Un parallelismo che credo si confronti non solo con una dimensione personale, ma più ampia, che m’interroga. Trasmettere questa dialettica tra fantasia e realtà, tra pensiero ed azione, tra stare ed andare rimanda alla condizione umana di abitare sulla soglia di un presente che vogliamo vivo, partecipato, cui ci si attacca pur nelle difficoltà per avanzare verso prospettive nuove e di necessario cambiamento. Sta in questa tensione universale che io ho sentito nell’avvicinarmi alla casa Malaguzzi la ricchezza di un luogo poetico che cattura chiunque ne faccia esperienza, un luogo quindi che non solo merita attenzione, ma impegno e sogno.

Roberta Pavarini Presidente Circoscrizione Nordest

Gasparo Sardi, Historie ferraresi, Ferrara, 1556 Francesco Miari, Il Mauriziano. Favola pastorale, Reggio Emilia, 1584 Descrizione della Festa celebrata in Reggio al 20 Vendemmiale anno IX in onore dell’Ariosto, Reggio, Stamperia Michele Torreggiani, anno IX (bilingue italiano e francese) Agostino Cagnoli, La villa dell’Ariosto presso S. Maurizio, in Prospero Viani e Agostino Cagnoli, Ricordanze reggiane, Reggio Emilia, 1842 “Gazzetta di Reggio nell’Emilia”, 16 aprile 1861 “Gazzetta di Reggio nell’Emilia”, 25 aprile 1861 Guido Ferrari, Guida della città di Reggio nell’Emilia, 1878 Naborre Campanini, Per una decorosa conservazione del Mauriziano, in Atti e memorie della Deputazione, serie III, vol. I, 1883, pag. XXI Naborre Campanili, Il Mauriziano e monte Jaco, 1883 “Il Mauriziano”, Reggio Emilia, n. 1, gennaio-marzo 1920 Andrea Balletti, Storia di Reggio nell’Emilia, 1925 (Multigrafica, 1968 - Bonsignori, 1993) Andrea Balletti, Deliberato del Comune relativo al Mauriziano 24 gennaio 1925, in Atti e memorie della Deputazione, serie VII, vol. IV, 1927 Armando Zamboni, L’Ariosto, Reggio e il “Mauriziano”, in Orme luminose, Reggio Emilia, 1930 Aldo Cerlini, Dove nacque l’Orlando Furioso, “Le Vie d’Italia”, Rivista mensile del Touring Club Italiano, a. XXXVII, n. 1, gennaio 1931 (anno IX), pp. 31-38 Il Mauriziano. Guida alla visita del monumento e alla mostra, Omaggio del Comune di Reggio nell’Emilia agli intervenuti alla celebrazione Ariostesca - 18 giugno 1933-XI Fernando Fabbi, Le onoranze a Messer Lodovico nel passato, “Il Solco Fascista” (numero speciale per il IV Centenario della morte), Reggio Emilia, 18 giugno 1933 Aldo Cerlini, La villa dell’Ariosto, “L’Illustrazione Italiana”, Milano, 2 luglio 1933 Franca Ferrari Casini, Luoghi della memoria. Macina per l’arte il Mulino del Mauriziano, in Nuove lettere emiliane, Reggio Emilia, n. 1, gennaio 1962, p. 51 Tommaso Corbelli, Discorso celebrativo nel primo centenario di di storia patria per le antiche provincie modenesi, in Atti e Memorie Indici e delle bibliografie, vol. I, Indice generale per autori, Modena, 1963

fondazione della della Deputazione,

Deputazione Serie degli

Il Mauriziano, EPT, 1966 Ugo Bellocchi, Il Mauriziano, gli affreschi di Nicolò dell’Abate nel “nido” di L. Ariosto, Poligrafici spa, Reggio Emilia 1967 Ugo Bellocchi, Le ville di A. F. Doni, Bibl. Deputazione di Storia Patria per le Antiche Prov. Mo. N.S. numero 12, MO 1969 Franca Manenti Valli, Restauri al Mauriziano, “Bollettino Storico Reggiano”, VII, 1974, fasc. n. 27 G. Adani, M. Foschi, S. Venturi, Ville dell’Emilia Romagna, Milano, 1982, vol. I Rea Silvia Motti, Note letterarie intorno alla villa cara a Ludovico Ariosto, “Strenna Artigianelli”, 1993 Franca Manenti Valli, Note architettoniche: la vicenda costruttiva, “Strenna Artigianelli”, 1993 Gabriella Bertani, Un museo per Ludovico Ariosto, “Reggio Storia”, nn. 64-65, nuova serie, XVII, n. 3-4, lugliodicembre 1994, pp. 17-24 Claudio Franzoni (a cura di), “Il Portico dei Marmi”. Le prime collezioni a Reggio Emilia e la nascita del Museo civico, Musei Civici, Documenti per la storia delle Arti dell’Archeologia e delle Scienze a Reggio Emilia, 1999 Fondi archivistici e manoscritti A. S. Re. Archivio Malaguzzi Valeri u. v. Archivio Comunale di Reggio Emilia: Consiglio comunale, anno1863; titolo XI, Patrimonio, titolo XIII, pubblica istruzione; Documenti riguardanti il Mauriziano o Casino di villeggiatura di Lodovico Ariosto a Villa S. Maurizio per il IV Centenario ariosteo, in Fondo Chierici, scatola 17.3., Biblioteca Muncipale “Panizzi”


Sì caro all’Ariosto. E a noi?