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il Brigante www.ilbrigante.it

Alan Friedman, Alan Friedman, il il killer killer dei dei “Gattopardi” “Gattopardi”

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Sud, Salviamo il Salvabile

Sud: Sud: laurea laureati, ati, occupazio occupazione ne ed ed opportu opportunità nità

Spec Speciale ciale Yacht Med Festival cht Me Festival tra storia storia e turismo turismo


Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci.

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er lunghi anni non ci hanno degnato neanche della più insignificante considerazione, tronfi e sicuri com’erano di non poter essere messi in discussione dalle loro posizioni privilegiate. Ma le usurpazioni non sono eterne, come ci ricordava Francesco II andando via da Gaeta, e quando è iniziata la lenta rimozione dei complessi dei meridionali che hanno riscoperto il loro passato, allora l’hanno buttata in burletta. Ci hanno definiti nostalgici, monarchici, antistorici, neoborbonici (ma quella è un’associazione che esiste e resiste da venti anni, altro che chiacchiere), ma la rete, negli ultimi anni e nel bene e nel male, ha fatto si che il senso di appartenenza ad una identità precisa e storicamente dimostrabile con dati di fatto, crescesse nei meridionali in misura esponenziale.

Non devono meravigliare, quindi, gli Alessandro Barbero de “I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle” o la Maria Teresa Milicia, ricercatrice storica dell’Università di Padova, ma di origini calabresi, che esce in questi giorni con il suo “Lombroso e il brigante”. Entrambi i testi, il primo finalizzato a ridurre la vergogna del lager di Fenestrelle a mera quotidianità, il secondo a contestare il Lombroso e le sue teorie

GINO GIAMMARINO

razziste, da una parte, a rimarcare la figura del brigante calabrese Villella (di Motta Santa Lucia) come quella di delinquente comune e non eroe dall’altra, sono i figli naturali di una doppia strategia. Innanzitutto, pubblicizzare i libri.

E qui c’è poco da scandalizzarsi perché anche il “Terroni” di Pino Aprile fu ben orchestrato nei tempi e nei modi dalla casa editrice (del Nord, naturalmente – ndr), preceduto da una sapiente ricerca di mercato che ha professionalmente costruito il successo dell’opera a tavolino. In quest’ottica, i due libri “neonordisti” hanno scatenato le ire e le immediate proteste dei gruppi meridionalisti (anzi, “neomeridionalisti”, come li definisce anche La Repubblica in un articolo che definire diffamatorio appare un eufemismo), facendo il gioco pubblicitario per i due libri. Dunque, stiamo attenti a non fare il “loro” gioco con le “nostre” proteste: sarebbe l’ultimissima beffa per il Sud. A questo punto, dopo le prime due tappe (non considerazione e derisione), è facile ricollegarsi al terzo punto della strategia non violenta del Mahatma Gandhi, ricordate? “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. Ed è proprio così, adesso ci stanno combattendo, passando alle vie di fatto, ma se sapremo

l’Editoriale

giocare bene le nostre carte, allora l’ultima fase sarà la nostra vittoria. Non ci resta che evitare le trappole. Da oltre centocinquanta anni ci fanno litigare tra noi, dividendoci per meglio “imperare”, in lazzari e giacobini, garibaldini e borbonici, fascisti e comunisti: fate pure, volete prendere la pillola rossa o quella nera? Tanto il veleno è nel bicchiere… Insomma, il Sud del terzo millennio non può accontentarsi di una semplice vittoria. Troppo a lungo abbiamo atteso una riscossa economica e sociale per godere di una riduttiva alzata di spalle.

La nostra vittoria deve essere costituita da un futuro di proposta e di attuazione di progetti, dall’economia del mare a quella del turismo, settori nei quali disponiamo di quantità inestimabili di materia prima, la ricchezza di ogni nazione autonoma. Perciò, possiamo fare benissimo da soli, senza pietire o elemosinare da uno Stato, distante quanto inadempiente, che ha già cancellato il nostro Mezzogiorno dalla sua agenda politica, suddita dell’Europa e del mito dell’Euro: sono “loro” i veri nostalgici! Noi siamo meridionali, ci siamo sempre arrangiati: o lo abbiamo dimenticato?


il Sommario

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in questo numero: L’IMBOSCATA

ALAN FRIEDMAN

il Brigante

SERVIZIO A PAGINA 6

ANNO 14 - NuMERO 36

www.ilbrigante.it - info@ilbrigante.com Tel. 081 19339716

MAGAzINE PER IL sud dEL tERzO MILLENNIO DIRETTORE RESPONSABILE GINO GIAMMARINO VICE DIRETTORE sIMONA BuONAuRA

HANNO COLLABORATO A qUESTO NUMERO: EttORE d’ALEssANdRO dI PEsCOLANCIANO GIuLIANA CALOMINO GABRIELLA dILIBERtO RICCARdO GIAMMARINO VALENtINA GIuNGAtI ROsI PAdOVANI FERNANdO RICCARdI RAFFAELE sANtILLO LINO sORABELLA CANIO tRIONE CARLO zAzzERA

EDITORE Piazza Stazione Centrale

Piazza Garibaldi, 136 - 80142 Napoli PROGETTO GRAFICO FRANCEsCO GALLO FOTOGRAFO C. ANdREOttI STAMPA

ARtI GRAFIChE NAPOLItANO - NOLA (NA) La rivista è stata chiusa il giorno 8 Aprile 2014 alle ore 14:00

Autorizzazione tribunale Napoli n. 5159 decreto 22/11/2000

LO SPECIALE

YACHT MED FESTIVAL SERVIZIO A PAGINA 8

L’UNIVERSITà

INTERVISTA AL RETTORE DELL’ATENEO DI BARI SERVIZIO A PAGINA 20


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il Sommario

L’IDENTITà

STORIA DI UN MARCHESE BRIGANTE SERVIZIO A PAGINA 22

IL CINEMA

M’BARKA BEN TALEB NEL FILM DI TURTURRO SERVIZIO A PAGINA 35

L’EVENTO

IL 2° SEMINARIO TEATRALIZZATO SUL 1799 SERVIZIO A PAGINA 24

IL FUMETTO

DYLAN DOG MADE IN SUD SERVIZIO A PAGINA 36

SLOW FOOD IL NUOVO PRESIDENTE CAMPANIA E BASILICATA SERVIZIO A PAGINA 30

LA STORIA 1799 LA RIVOLUZIONE DELLA DEA RAGIONE SERVIZIO A PAGINA 40


ALAN FRIEDMAN, KILLER DEL GATTOPARDO

l’Imboscata

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GINO GIAMMARINO

’ nato a New York il 30 aprile del 1956, ma il suo libro parte da una delle più conclamate citazioni del meridionalismo riguardo l’unità d’Italia, ripresa dal celebre romanzo “Il Gattopardo” di Giuseppe Tommasi di Lampedusa: quella di Tancredi Falconeri che recita letteralmente “Se vogliamo che tutto rimanga

«Il Gattopardo è la mentalità, e viene preso dal famoso libro di Tommasi di Lampedusa, di chi vuol tenere lo status quo e non cambiare, facendo delle misure finte. Veramente, chi legge questo libro trova almeno due gattopardi nell’ultimo capitolo: non dico chi sono in questa intervista, ma sono qua dentro (e indica il libro).

come è, bisogna che tutto cambi”. Naturalmente, stiamo parlando del giornalista Alan Friedman, del quale è appena uscito il fortunatissimo libro “Ammazziamo il gattopardo”, i cui capitoli aprono uno squarcio inquietante sul sistema politico-finanziario italiano, e non a caso partono dalla “Milano da bere” degli anni ’80. Una Milano che, tra griffe e televisioni berlusconiane, si sente capace ed autorizzata a tutto. Il party a casa Monti è disegnato con l’arguzia propria di un grande professionista dei salotti che contano, ma proprio la visione salottiera del potere gli fa mancare un anello fondamentale per il nostro Sud. Ancora una volta non è un caso, infatti, che proprio in quegli anni nasca, cresca e si sviluppi il sentimento di insofferenza verso i meridionali, quei “Terroni” troppo a lungo sopportati, ed oggi di peso per una città rampante che si vuole elevare, nella sua pochezza morale, all’ambizioso ruolo di capitale economica europea. Di questo anelito d’immenso sarà figlia anche la nascita del partito della rappresentanza della cosiddetta “questione Settentrionale”: la Lega – Nord, che aprirà prepotentemente l’istanza secessionista. La “Colonia-Sud” non serve più, tantomeno il passaggio obbligato e centralista attraverso le sabbie immobili della “Roma-ladrona”. Ma torniamo a Friedman, autore di questo libro che consideriamo “obbligatorio” leggere e vittima dell’imboscata di questo numero…

Alla fine l’Italia deve cambiare la testa: non è solo questione di IMU, IRAP e IRPEF, ma di arrivare ed adeguarsi al ventunesimo secolo, e voi potete farlo perché l’Italia è un grande Paese, è la terza economia d’Europa, un grande Paese nel mondo. Ed è una tragedia che in questi ultimi venti anni abbia fatto solo del male a sé stesso, o la classe politica abbia fatto male a sé stesso».

Cominciamo dal titolo: chi è il gattopardo?

ha fatto male anche perché ha conservato gran parte dei suoi bizantinismi: non a caso in America si definisce “vecchia Europa” questa parte del Continente. In Italia è più vecchia che mai perché il potere è saldamente in mano ai vecchi: si continua a dire “largo ai giovani”, ma il Presidente italiano ha novant’anni… «Non sono qui ad attaccare o a criticare il Presidente. Certamente nel mio libro si rivelano alcuni accadimenti, a dir poco discutibili. Mario Monti ha confessato in video di essere stato contattato dal Capo dello Stato già cinque mesi prima della sua nomina: si trattava di prudente e ragionevole mossa del Presidente o piuttosto era, come io lo chiamo, il “piano del Presidente”? Lascio al lettore la libertà di decidere».

tante cortine fumogene, finte le leggi, finto il consenso: la democrazia della rappresentanza assomiglia sempre di più ad un teatro dove va in scena, puntualmente, una “rappresentazione della demo-


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crazia”… «L’Italia è stata per troppo tempo un teatrino della politi-

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non è accaduto, ma addirittura fino a qualche anno fa (ed in qualche caso come di recente per il lager di Fenestrelle, neanche oggi) non se ne poteva nemmeno parlare. Qual è la sua idea, dall’esterno, di un Paese dove il Nord è ancora egemone e colonizzatore rispetto alle situazioni economiche ed alle logiche dei poteri forti? «Personalmente, sono del parere che Napoli è il centro, il fulcro, di quello che potrebbe essere una rinascita, un nuovo rinascimento, ed è anche vero che ci sono troppe politiche nordiste, non c’è dubbio. Io non parlo di poteri forti, parlo della realtà economica. Però, ci sono delle cose che il governo può fare per aiutare i giovani disoccupati ed i giovani imprenditori di Napoli e del Sud. Per esempio considero una vera e propria disgrazia che l’Italia e il Sud non abbiano una banda larga degna del ventunesimo secolo, perché con la banda larga si può creare business e occu-

ca, con tanti politici ed anche tanti colleghi giornalisti che nel palazzo a Roma stavano li a vivacchiare. quello che stanno facendo è sprecare e mangiare i nostri soldi, quelli dei contribuenti, e quindi c’è la necessità di rottamare, cambiare, anche buttare fuori alcuni dei vecchi. E quando parlo di vecchi non mi riferisco solo all’anagrafe, ma mi riferisco anche a quelli come Enrico Letta, che sono giovani anagraficamente, ma vecchi nella testa, vecchi democristiani che non hanno combinato nulla. quelli vanno buttati fuori dalla politica e si deve cercare di fare qualcosa di nuovo che premi una democrazia parlamentare, e che creda anche nel capitalismo».

Per concludere, vorrei riportarla al tema irrisolto della questione meridionale. Gli stati uniti d’America hanno fatto i conti con l’invasione dei territori degli indiani e con la loro storia, riequilibrandola. In Italia tutto questo, non solo

pazione. La e-commerce è un business che non richiede risorse naturali, non richiede industria, richiede solo la testa. quindi io sono ottimista e sono convintissimo che anche il Sud può cambiare se Renzi e questo governo pensano anche alla giustizia sociale». dobbiamo dedurne che l’Italia sta perdendo più tempo e fatica nella conservazione dello “status quo” che dedicando risorse ad un reale cambiamento? «Le forze della conservazione in Italia sono fortissime. Non escludo una guerra spettacolare nei prossimi mesi fra chi vuol conservare tutto per sé e i nuovi che vogliono cambiare le cose. Nel Belpaese ci vogliono “glasnost” e “perestrojka”, ci vuole un’apertura, ci vuole… non una rivoluzione, ma trasparenza. Riusciremo?! Secondo me, a metà. Ma metà sarà sempre meglio di niente».


UN MARE DI PROPOSTE PER FAR CRESCERE L’ECONOMIA

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Le idee di Vincenzo Zottola per il futuro della filiera del mare

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CARLO zAzzERA

egli ultimi anni Gaeta è diventata il punto di riferimento degli operatori legati all’economia del mare. Lo Yacht Med Festival è cresciuto diventando un’eccellenza del Sud d’Italia, proponendosi come uno dei punti di riferimento del settore per tutto il Paese. Al timone dell’iniziativa c’è Vincenzo Zottola (nella foto), presidente della Camera di Commercio di Latina e della filiera della nautica di Unioncamere, eletto da poche settimane presidente di Unioncamere Lazio, che ha avuto l’idea vincente di far diventare il salone un festival dell’economia del mare. È lui a spiegarci l’importanza della filiera del mare, che include la nautica ma non si risolve in essa, e le idee che potrebbero farla crescere ulteriormente. da pochi giorni lei è diventato presidente di unioncamere Lazio. Che ruolo svolge il rapporto tra le diverse camere di commercio di una regione per lo sviluppo economico del territorio? «Il Sistema delle Camere di Commercio ha un ruolo prioritario nelle attività economiche e imprenditoriali che si sviluppano nei territori. Basti pensare che, essendo presente in tutte le province italiane, è di fatto una rete ampia e omogenea al servizio del paese. Temo che ci sia molta confusione in merito alle funzioni e alle potenzialità che gli enti camerali esprimono, probabilmente anche a causa di una scarsa comunicazione da parte nostra nel corso degli anni. Oltre ad essere enti di servizio a sostegno delle imprese, insostituibili anche in termini di efficienza, le Camere di Commercio svolgono un ruolo decisivo di coordinamento territoriale ed extraterritoriale intorno alle progettualità più ampie e importanti di sviluppo strategico. Sostanzialmente contribuiscono a determinare le politiche economiche del nostro paese ed, essendo l’unica rappresentanza delle imprese a prescindere dalle appartenenze associative, sono una sintesi di fatto degli orientamenti del mercato». Quale sarà l’azione che proverà a svolgere in veste di presidente di unioncamere Lazio e quali saranno i vostri principali interlocutori? «La priorità del nuovo corso di Unioncamere Lazio è di avviare un confronto serrato con la Regione, finalizzata alla costituzione di un vero e proprio partenariato che possa diventare modello nazionale nel rapporto tra sistema camerale e istituzioni regionali. La Giunta, guidata dal presidente Zingaretti, è oggi positivamente impegnata su temi cruciali, come l’economia del mare, la semplificazione, la programmazione dei fondi comunitari, l’internazionalizza-

zione, il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione. Siamo certi di poter instaurare dinamiche costruttive intorno a politiche di sviluppo comuni e utili alle imprese del Lazio, partendo ad esempio dalle opportunità di Expo 2015. Stiamo già lavorando ad un piano condiviso di internazionalizzazione in favore delle imprese della nautica». dal suo osservatorio privilegiato, che cambiamenti ha notato nell’industria nautica in questi anni di Yacht Med Festival? «La nautica sta certamente vivendo un momento di difficoltà, dovuto al restringimento del mercato interno e ad alcune iniziative governative passate che certamente non hanno aiutato. Le conseguenze della tassa di stazionamento sul sistema italiano sono la prova che la nautica non può più ragionare in termini di comparto ma di filiera e di rete. È un cambiamento che le imprese stanno compiendo gradualmente, anche cogliendo gli spunti innovativi che il progetto Yacht Med Festival ha messo in atto, in maniera ormai incontrovertibile: la nautica è il cuore di un più ampio sistema che coinvolge il turismo, la portualità, l’ambiente, la formazione, la valorizzazione dei territori». da anni si parla di creare delle filiere per rilanciare l’industria in Italia, specialmente al sud e nel settore della nautica. A che punto è questo percorso e quali risultati concreti ha dato? «Il percorso è solo all’inizio. Si deve passare da un tema distrettuale a un tema di filiera interregionale, se non nazionale. I primi risultati raggiunti si possono vedere in progettualità come quelle che, in collaborazione con il sistema camerale di Lazio e Campania, le imprese stanno portando avanti in materia di charter nautico. Un ragionamento complessivo che unisce alla cantieristica, il refitting, i servizi a bordo, l’accoglienza, la portualità, la promozione del territorio, le produzioni tipiche». Le nuove tecnologie quanto possono aiutare il rilancio della nautica e con quali modalità? «L’innovazione tecnologica è uno degli elementi primari di competitività per l’intero sistema imprenditoriale del nostro paese. questo ha un valore ancora più grande nella nautica e più in generale nell’economia del mare, che trovano nel mercato internazionale il loro sbocco primario. La clientela straniera sceglie l’industria italiana del mare principalmente per la grande qualità delle sue produzioni. La nuova frontiera tecnologica della cantieristica, sia nautica che navale, è oggi quella ambientale, principalmente riferita


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alla propulsione e ai combustibili». Qual è al momento il ruolo dell’economia del mare in campo nazionale e internazionale? «Un recente studio Unioncamere attesta in 42 miliardi di euro il contributo al PIL del cluster marittimo. questo contributo sale a 118 miliardi se si considera l’effetto moltiplicatore dei settori coinvolti, arrivando a rappresentare l’8,4% dell’economia nazionale. In termini di occupazione, l’incidenza è del 3,2% rispetto al livello nazionale, per ammontare, in termini assoluti, a 800.000 unità. Sono più di 210.000 le imprese coinvolte, la maggioranza delle quali ruotano intorno al turismo. Sono numeri che, pur non rappresentando ancora del tutto la molteplicità dei settori legati all’economia del mare, già fanno emergere la sua centralità nel panorama italiano». Quanto e come aiuterebbe un impegno del governo, che dopo anni è tornato a riportare, almeno nella dicitura di un ministero, la parola mare, scomparsa per anni? «Il lavoro che i Governi italiani devono fare per riconoscere l’economia del mare è ancora lungo. qualcosa si sta muovendo, però, nella sensibilità istituzionale se pensiamo, ad esempio, alla recente mozione trasversale del Senato in favore della Crescita Blu. Noi proseguiremo nel nostro lavoro, consapevoli che la grande occasione per l’Italia è oggi, anche in virtù del prossimo Semestre Europeo. Per questo condividiamo l’iniziativa della rivista Economia del Mare, di un manifesto che coinvolga tutte le rappresentanze imprenditoriali, associative e istituzionali in un appello in favore del settore». turismo e nautica possono essere i veri motori del rilancio economico del paese e in particolare del sud? «Di fatto già lo sono. Nel Sud del nostro Paese risiede già il cuore della tradizione dei due settori, sia in termini produttivi sia di conoscenza. Penso in primis a Napoli, vera capitale della marittimità italiana. Certamente nel corso del tempo si è rischiato di perdere il know-how che ha reso queste zone leader nel mondo. Ma le imprese hanno continuato ad operare, a prescindere dalla politica. Sono certo che la vera sfida del rilancio del Paese passi proprio per il Sud. E al Sud l’economia del mare è ancora più sentita, come parte integrante del proprio patrimonio, prima di tutto culturale, e del proprio immaginario». L’Italia è sempre carente sul piano portuale, nonostante diversi progetti realizzati nello scorso decennio. Il

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momento di stallo è legato solo alla crisi delle vendite del settore? «Nell’ambito della portualità turistica ci sono, proprio al Sud, investimenti privati importanti che hanno voluto sfidare sia la crisi del settore sia la tassa di stazionamento. È questo, però, il momento per ragionare in termini di rete nazionale e di innalzamento della qualità dei servizi. Sono gli unici due modi per riportare i diportisti stranieri in Italia.

Noi lo stiamo facendo, insieme ad Assonat, Assonautica e Unioncamere, con i progetti Port in Italy e quality Marine». Per anni si è detto che un posto barca creava quattro posti di lavoro nell’indotto. È ancora vero? «Oggi è vero ancora di più. Non è un caso, infatti, che i più importanti cantieri italiani di superyacht vendano insieme alla barca tutto l’indotto che ne deriva, dal refitting, alla portualità, dal ristorante alla fornitura tecnica. Intorno a un’imbarcazione si muove tutto un mondo, che arriva fino a una diversa qualità della vita». In Italia c’è poca attenzione nello sviluppo della cultura marinara, non solo tra i giovani. Quali interventi sarebbero possibili per farla crescere? «Il percorso culturale è, paradossalmente, quello più difficile, perché per troppi anni in Italia imprese, istituzioni e cit-


Speciale YMF tadini non hanno considerato il mare come la risorsa più preziosa. Il lavoro nel sistema camerale e la rete di istituzioni e associazioni che si è sempre più ampliata intorno al progetto Yacht Med Festival sicuramente conferma che alcuni risultati sono stati raggiunti. Ora occorrono azioni di riconoscimento pubblico dell’economia del mare, ma anche progettualità che vadano verso la qualificazione della filiera. Il percorso culturale, però, parte già dai giovani ed è per questo che, come ogni anno, durante la manifestazione dedicheremo particolare attenzione alle attività con le scuole italiane». Nel settore commerciale un ruolo fondamentale dovrebbero svolgerlo le “Autostrade del mare”. Crede che si sia sviluppato a sufficienza il settore in Italia e quali altre iniziative sarebbero necessarie per incrementare questo sistema di trasporti che genera risparmio di spese e di inquinamento, velocizzando i traffici? «Il tema dei trasporti marittimi in Italia è cruciale. Lo è per le ricadute infrastrutturali, ambientali, sociali ed economiche che avrebbe un incremento dell’utilizzo del mare quale principale vettore sia per le merci sia per i passeggeri. Le autostrade del mare, nello specifico, rappresentano una grande innovazione del nostro Paese di qualche anno fa e godono ancora dei favori degli operatori del settore. Ma il loro compito non si esaurirà solamente se le politiche legate ai trasporti in Italia cominceranno ad avvicinarsi di più al mare, a scapito di gomma e ferro. La nuova frontiera del trasporto potrebbe essere quella delle metropolitane del

mare, istituendo veri e propri percorsi regionali pubblici di traffico passeggeri alternativi alla mobilità tradizionale». Legato a questo aspetto c’è, anche in questo caso, quello della portualità. soprattutto al sud i grandi porti incontrano diversi problemi, a partire da Napoli. Quali possono essere le soluzioni per valorizzarli e rivitalizzarli? «Il tema della riforma dei porti è non solo attuale ma fondamentale. Nonostante i punti di vista diversi, tutti sono concordi nel dire che occorre una ridefinizione di ruoli e strumenti delle varie realtà portuali italiane. Io sono convinto che uno sviluppo potrà avvenire solo con una ridefinizione delle aree retroportuali e con un adeguamento infrastrutturale alle nuove esigenze degli armatori internazionali. L’auspicio è che si possa arrivare a una definizione unitaria di una strategia portuale italiana, che individui chiare specializzazioni territoriali e ne determini le prospettive di sviluppo».

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a crescita costante in termini di partecipazione e qualità ha ormai attestato lo Yacht Med Festival, giunto alla settima edizione, come uno dei più importanti appuntamenti nazionali. Gli oltre 200.000 visitatori, i 28.000 operatori coinvolti e i 16 milioni di euro di indotto stimato della scorsa edizione, sono numeri da grande evento. Per l’edizione 2014, che si svolgerà dal 24 aprile al 1° maggio, è stato confermato il partenariato che vede, insieme alla Camera di Commercio di Latina, ente ideatore e organizzatore, la Regione Lazio, il Comune di Gaeta, l’Autorità portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta, Unioncamere, Unioncamere Lazio, le Camere di Commercio di Roma, Napoli, Caserta, Salerno e Viterbo, Assonautica italiana e Assonat. Una rete ormai consolidata di attori, il cui lavoro in favore dell’economia del mare trova sintesi proprio nel progetto Yacht Med Festival. Il lavoro finalizzato al sostegno e alla valorizzazione della filiera del mare e al riconoscimento della sua economia quale settore strategico di sviluppo per il paese è costante e vede impegnate tutte le più importanti realtà associative, imprenditoriali e istituzionali. “Il 2014 - spiega il presidente della Camera di Commercio di Latina, di Unioncamere Lazio e della filiera della nautica di Unioncamere, Vincenzo Zottola - segnerà un passo importante nel progetto in favore dell’economia del mare, grazie alla realizzazione di alcuni progetti specifici, dedicati al turismo nautico, alla semplificazione nella pesca e alla qualificazione della nautica. Il lavoro svolto nell’ambito del sistema camerale, avviato proprio durante la scorsa edizione dello Yacht Med Festival, sta dando i primi concreti risultati in favore delle imprese. Il percorso di riconoscimento dell’economia del mare quale settore trasversale e di filiera è ormai consolidato, ci auspichiamo


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soltanto che il prossimo governo italiano finalmente possa farlo suo e iniziare realmente a lavorare per il suo sviluppo”. Grazie alle sue caratteristiche che ne fanno un modello fieristico unico e innovativo, all’evento di Gaeta trovano lo spazio e la platea adatti per presentare le proprie attività e le proprie iniziative molte tra le più importanti realtà italiane. “Il Comune di Gaeta è orgoglioso di ospitare un evento internazionale e di assoluto prestigio come lo Yacht Med Festival – aggiunge il sindaco di Gaeta, Cosmo Mitrano (nella foto a sinistra, con Vincenzo Zottola) -. Grazie al lavoro che in questi anni il presidente Zottola ha portato avanti, Gaeta ha acquisito consapevolezza del ruolo centrale che l’Economia del Mare ha sempre avuto nella sua storia. La fiera internazionale rappresenta un format unico che promuove nel modo migliore le

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nostre enormi ricchezze e pone la nostra città nel cuore del Mediterraneo”. Il Villaggio sarà costruito intorno ad aree tematiche, arricchite da specifici eventi e attrazioni: ci saranno la nautica con il suo Yacht Village, il Charter nello Yacht Charter Expo, i sapori mediterranei in Eat Med, la Cambusa nello spazio Assonautica, le tradizioni italiane in Piazza Italia, l’artigianato artistico nel Med Village, la portualità turistica, i trasporti marittimi, lo sport, l’ambiente, la pesca. Tra le imbarcazioni, ormeggiato sulla Banchina Caboto, l’imponente pattugliatore “CP 940 Dattilo” della Capitaneria di Porto e la splendida Signora del Vento.

IL PROGRAMMA dEGLI EVENtI

L’edizione 2014 dello Yacht Med Festival ospiterà eventi e convegni di caratura nazionale: - Assemblea Nazionale della Lega Navale Italiana – dal 25 al 27 aprile - Salone della Portualità Turistica Italiana di Assonat, che si arricchirà della Convention internazionale con le Federazioni dei porti di Francia, Spagna, Corsica e Inghilterra (26 aprile ore 11.00). - Convegno in collaborazione con la Camera di Commercio Tuniso-italiana “Il Mediterraneo: un mare di opportunità tra l’Italia e la nuova Tunisia alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia a Tunisi (27 aprile ore 11.00) - Seconda Conferenza di Sistema delle Assonautiche d’Italia – 27 e 28 aprile

- 3° Forum Nazionale sull’Economia del Mare – 28 aprile ore 10.00 - 5° Convegno Nazionale Istituti Nautici (dal 28 al 30 aprile) - Secondi Stati Generali delle Camere di Commercio sull’Economia del Mare – 30 aprile ore 10.00 - Convegni organizzati da Fondazione Symbola, Touring Club Italiano, Borghi più Belli d’Italia. (foto Francesco Rastrelli)


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UN SALTO NEL PASSATO TRA LE BELLEZZE DI GAETA

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LINO sORABELLA

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aeta e il suo giacimento di beni culturali e ambientali si mostra ai turisti attraverso molteplici punti di vista di primaria importanza. Per l’archeologia, in Gaeta si riscontrano innumerevoli evidenze: resti di ville patrizie e imperiali che occupavano l’intera costa. L’imperatrice Annia Galeria Faustina, alcuni parenti di Ottaviano Augusto, Marco Tullio Cicerone, Lucio Munazio Planco, Lucio Sempronio Atratino, Scipione l’Africano e altri personaggi potenti della romanità avevano scelto questo territorio per passare momenti di svago al cospetto di un mare cristallino e di spiagge dorate e finissime, alcuni di questi personaggi decisero di rimanere a Gaeta per l’eternità: oggi possiamo immergerci in quel momento epocale passeggiando in alcuni siti archeologici, uno su tutti il mausoleo di Lucio Munazio Planco, costruito nel 22 a.C. sulla sommità di monte Orlando dove, secondo Virgilio, era il tumulo di Cajeta, la nutrice di Enea. La tomba risulta tra le meglio conservate dell’intera romanità con il suo fregio dorico formato da 120 metope. Il mausoleo racconta, tutt’oggi la potenza e la ricchezza di un uomo, Planco, che è riuscito a stare sempre al fianco del vincitore, passando indenne

da Cesare in Gallia, a Marco Antonio, ad Augusto. La maggior parte degli insediamenti romani, escluso la toma del console Planco, diverranno cave di materiali per la costruzione di molti edifici medievali: il più famoso è il campanile del Duomo che mostra un basamento ricco di fregi ed epigrafi, che rendono unica la scala di accesso al Duomo. La torre campanaria, costruita tra il 1148 e il 1279, presenta i livelli superiori realizzati in laterizio: quasi unico è il torrino ottagonale decorato con scodelle arabo-moresche. Tale decorazione testimonia il crogiuolo culturale e sociale che solo il porto e le varie dominazioni hanno potuto imprimere alla città: maestranze cristiane e musulmane lavorano insieme per il campanile, quasi a non considerare lo scontro di civiltà che è in atto da secoli. questo bipolarismo, quanto mai attuale, stride o coincide con il rapporto che ha Gaeta con l’Islam: proprio da qui nel 1571, salpò parte della flotta che sconfisse gli infedeli nelle acque di Lepanto e proprio qui, nel Museo Diocesano, si conserva lo stendardo cristiano della nave ammiraglia che sventolò durante quello scontro epocale quale simbolo della Santa Romana Chiesa di Papa Pio V Ghislieri.

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LA FEstA dELLA MAdONNA dI PORtO sALVO

a seconda domenica di agosto a Gaeta si festeggia la Madonna di Porto Salvo. È considerata la protettrice dei marittimi, che riconduce salva la gente di mare alla terra. In occasione dei festeggiamenti si svolge una processione sul mare. La statua della Madonna, ricoperta di seta e oro, viene condotta su di una imbarcazione con al seguito altre, tutte decorate e imbandierate. La processione arriva presso punta Stendardo. qui viene lasciata in acqua una corona per commemorare i caduti del mare. La tradizione vuole che nel 1655 la Madonna apparve a dei naufraghi durante una burrasca, soccorrendoli. La celebrazione religiosa ha per protagonisti principalmente i pescatori e i naviganti.


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Ma Gaeta è sede vescovile dall’alto medioevo e arcivescovile dal 1848: la cattedrale, oggi in restauro, dimostra tutta la ricchezza di un florido passato. Oggi è visitabile soltanto la cripta barocca, costruita per conservare le reliquie dei santi protettori: uno scrigno interamente decorato in marmi policromi, madreperla, lapislazzuli, corallo; con affreschi e stucchi di Giacinto Brandi. Sempre dalla cattedrale proviene una croce bizantina dell’XI secolo in oro e smalti, oggi esposta nel Museo Diocesano, dove sono conservati anche gli Exultet, preziosi rotoli membranacei dei secoli XIXIV, una collezione di oreficerie e argenterie che si datano tra l’XI e il XVIII secolo, una serie di pitture che vanno dal XIII al XIX secolo.

Restando nell’ambito religioso, da non perdere il Santuario della SS. Annunziata dei secoli XIV-XVII, con la cinquecentesca Cappella d’Oro dove il Papa Pio IX ebbe l’idea del Dogma dell’Immacolata Concezione. Spettacolare è un altro Santuario, quello della Trinità alla Montagna Spaccata, dove fede, natura e tradizione si intrecciano in un connubio mozzafiato. Ma Gaeta nel corso dei secoli è stata individuata come “chiave” del meridione d’Italia, da qui la necessità, per chi occupava il territorio, di proteggerla sempre meglio: così si originano le cinte murarie del ducato (sec. X-XI), degli Svevi (sec. XIII) degli Aragonesi (sec. XV), degli Spagnoli (sec. XVI), dei Borbone (sec. XVIII); stesso discorso vale per il maniero di Federico II di Svevia (1223), per il castello reggia di Alfonso d’Aragona (1436), per le postazioni difensive

del Regno d’Italia (1885). Oggi sono visibili numerosi brani di murature, che quasi dialogano con il complesso del castello, con le polveriere nel Parco di Monte Orlando, sia borboniche (sec. XVIII) che dello Stato Italiano (sec. XIX). Tutte queste difese del territorio hanno condizionato l’epopea di ben diciassette assedi, lasciando indelebile nell’immaginario collettivo quello del 1860-61 durante il quale si

concluse il processo di unità nazionale e si ebbe la nascita della Marina Militare Italiana, proprio nelle acque del Golfo; per tutte queste motivazioni Gaeta rimane l’ultimo lembo di terra del Regno borbonico, quasi una reliquia per coloro che continuano ad accarezzare idee meridionaliste. Ma la città, oltre al passato, guarda al presente e al futuro, con mostre artistiche temporanee di altissimo livello, quali, ultima in ordine di tempo, Scipione Pulzone (estate 2013), oppure, tutt’ora in corso, installazioni di Alvaro Siza (fino all’11 maggio) e Lucio Del Pezzo (fino al 30 aprile); senza dimenticare che la Pinacoteca di Arte Contemporanea offre al pubblico in maniera stabile opere di Hans Hartung, Alberto Magnelli, Ladislas Kijno, A-Sun Wu; da segnalare che nell’estate del 2014 sarà aperta al pubblico un’esposizione temporanea dedicata ad Alberto Burri. Alla città non resta che proseguire con il piano di promozione e visita di tutti i suoi monumenti, aprire a breve il Palazzo della Cultura, dove verrà ospitata la biblioteca comunale, l’archivio storico e il museo civico con particolare riferimento al mare e all’archeologia subacquea.

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INFORMAzIONI PER I tuRIstI

er fruire di tutto ciò che Gaeta offre il riferimento è la Pro Loco (www.prolocogaeta.it). Il piano di promozione e visita di tutti i suoi monumenti si può trovare su www.tesoriarte.it. Per chi vuole approfondire la visita è possibile acquistare un biglietto unico integrato per la visita dei monumenti cittadini.


Speciale YMF

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GAETA, REPUBBLICA MARINARA

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a posizione geografica rende Gaeta una città necessariamente legata al mare. Il ruolo del promontorio, che permette di guardare a Nord e a Sud controllando tutta l’area marina circostante, ha reso la città uno snodo strategico, nel corso della storia, soprattutto sul piano militare. La storia di Gaeta, però, inizia da lontano. Il mito racconta, infatti, l’arrivo dell’eroe troiano Enea che, lungo il viaggio che gli dei decisero per lui verso la fondazione della città di Roma, si fermò per offrire degna sepoltura alla sua nutrice, Caieta, come racconta Virgilio nel passo del settimo libro dell’Eneide: la nutrice del grande eroe, morendo, assegna “fama eterna ai nostri lidi” e lascia il suo nome a questo luogo, come indelebile segno dell’appartenenza della città al versante culturale romano e alla sua antichità e grandezza. questo passaggio, in realtà, vuole esaltare l’importanza di tutto un territorio, quello designato con il nome di “Latium adiectum” (Lazio aggiunto), perché conquistato e gradualmente annesso dai Romani al cosiddetto “Latium vetus” (antico), cioè la regione che corrispondeva alla zona di origine di Roma con il suo territorio circostante. questa area meridionale del Lazio che, ieri come oggi, si congiungeva in maniera indistinta alla Campania Felix, rappresentava proprio il trait d’union tra due culture, tra due mondi, quello romano e latino con quello italico e, più a Sud, quello della Magna Grecia. L’etimologia del nome di Gaeta risale, in realtà, non al versante romano ma è ancora più antico: “Kaietas”, infatti, è un toponimo greco che significa cavità, come ricorda il geografo greco Strabone nella sua descrizione dell’Italia, e designerebbe le spaccature che si formano nel terreno in seguito a fenomeni sismici. Poiché è ampiamente noto che i coloni greci che arrivavano in Italia per fondare nuove città assegnavano a queste fondazioni nomi desunti dalle caratteristiche del territorio, Gaeta deve probabilmente la sua denominazione originaria all’impressione che i Greci, provenienti dal mare, devono aver avuto alla vista delle tante spaccature che si ammirano nella sua

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costa, una su tutte la Montagna Spaccata. Successivamente, questa tradizione ellenica venne volutamente spazzata da via dall’epica latina, che intese diffondere la cultura romana in tutti i luoghi conquistati da Roma. Poco distante dalla Montagna Spaccata si trova, invece, la più importante traccia del grandioso sviluppo di cui la città è stata protagonista in età romana, il mausoleo di Lucio Munazio Planco, sulla cima di monte Orlando che, insieme a tanti altri resti, conferma l’importanza dell’abitato e in particolare del porto gaetano in età romana, testimoniata anche da autori dell’epoca: è Cicerone, ad esempio, a scrivere nel 66 a.C. “portus Caietae celeberrimus atque plenissimus navium” (Il porto di Gaeta famosissimo e ricchissimo di navi). Se in età romana è, quindi, testimoniata la vivacità dell’abitato e soprattutto del suo porto, essa resta immutata anche nei secoli successivi, quando diverse tracce, come ad esem-

pio la costruzione stessa del Castello, databile probabilmente nelle prime forme al VI secolo d.C., testimoniano l’esistenza di un “castrum” che sopravvive allae difficoltà che segnano la fine dell’Impero romano d’Occidente, e rimase notevolmente attivo nei primi secoli del Medioevo, altro periodo storico che vide Gaeta ottenere e mantenere un ruolo di primo


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piano nelle dinamiche storiche di tutto il Mediterraneo. Per comprendere ancora meglio questa evoluzione basti pensare alla vicenda del Ducato di Gaeta, una formazione politica che deve farsi risalire ai primi decenni del IX secolo e che, nel tempo, riesce ad acquisire autonomia dal sovrano di Costantinopoli e dall’impero bizantino, a cui si unisce inizialmente per contrapporsi al regno e alle mire del papato. La

forza politica, commerciale e marittima della città in questa fase è tale che navi gaetane parteciparono, già nell’812, alla battaglia di Lampedusa e nel 915 a quella del Garigliano, entrambe contro i Saraceni. In questi secoli Gaeta si dota di una propria moneta e di un sistema politico autonomo che tramonta solo nel 1140, quando il Ducato fu annesso al regno di Sicilia. Nuovo lustro e importanza politica Gaeta assunse poi con la dominazione angioina tra il 1266 e il 1435, periodo in cui

nascono alcuni tra i più bei monumenti che ancora oggi è possibile ammirare. Non meno importanti per Gaeta sono gli sviluppi successivi all’età angioina e alla conquista aragonese, a partire dal 1435, quando Alfonso V d'Aragona rese Gaeta quello che è stato per secoli, la base per la conquista del regno di Napoli, sconfiggendo, proprio grazie all’apporto strategico della città, l’ultimo sovrano della dinastia angioina nel 1442. In questa fase la città venne dotata di un altro castello, il cosiddetto “Alfonsino”, che ampliò la precedente costruzione angioina, e di nuove cinte murarie, oggi purtrop-

Speciale YMF po scomparse. All’ombra di queste fortificazioni e delle successive, per molte volte la città fu costretta a combattere e sostenere i tanti assedi che si compirono nella sua storia ad opera di dominatori che da essa puntavano alla conquista del meridione. questo ruolo fu ancora meglio definito a partire da un altro periodo storico fondamentale, quello della dominazione spagnola iniziata nel 1504, quando Gaeta conquistò il ruolo di piazzaforte del Regno di Napoli. Tra il 1506 e il 1538, prima Ferdinando il Cattolico e poi Carlo V chiusero definitivamente gli orizzonti della città e appartiene proprio a questa fase un altro episodio che spiega l’importanza culturale e politica di Gaeta nel panorama internazionale: quando nel 1571 papa Pio V promosse la Lega Santa contro gli Infedeli, fu proprio a Gaeta che l’ammiraglio Marcantonio Colonna decise di lasciare lo stendardo che era stato realizzato per accompagnare le imbarcazioni verso la battaglia. Dopo che la flotta cristiana sbaragliò a Lepanto quella musulmana, il 7 ottobre di quello stesso anno, di ritorno, il Colonna lasciò a Gaeta il vessillo quale testimonianza della vittoria e come ex voto a Sant’Erasmo (oggi lo stendardo è custodito nel Museo Diocesano, nel cuore di Gaeta medievale). Un secolo e mezzo dopo questi avvenimenti, nel 1734, Gaeta fu conquistata da Carlo III di Borbone, è fece parte del regno fino alla proclamazione dell’unità d’Italia, nel marzo del 1861, ma solo dopo che, proprio a Gaeta, tra il novembre 1860 e il febbraio del 1861, fu combattuto l’ultimo assedio che sconfisse l’estremo baluardo dei domini stranieri nella penisola e ancora una volta fu Gaeta a giocare un ruolo determinante nelle sorti della storia. quando il 13 febbraio 1861 Francesco II di Borbone lasciò a bordo di una nave francese il porto di Gaeta, il Meridione entrò a far parte del Regno italiano e la lunga storia gaetana, costellata da tante dominazioni, finì lasciando indelebili sia nella

città che nelle vicende storiche dell’Italia il ruolo che essa ebbe nel disegnarlo e definirlo attraverso i secoli. Non si può a questo punto non ricordare che all’ombra dell’abitato medievale e del suo sviluppo si è andato formando nei secoli il borgo di Gaeta, che ha raccolto nei secoli lavoratori della terra e del mare e vide gradualmente crescere e fiorire una fervente attività culturale e artistica.

(si ringrazia per la collaborazione Sabina Mitrano, assessore alla cultura del comune di Gaeta)


LE PROPOSTE DAL SUD PER L’UNIVERSITÀ DEL FUTURO

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CANIO tRIONE

e difficoltà che l’economia e l’intera società occidentale stanno attraversando pongono un imperativo inderogabile alle comunità accademiche di tutto il mondo: servono risposte! Serve che immediatamente si individuino proposte efficaci nel dare lavoro a milioni di persone, a riavviare lo sviluppo, a dare fiducia e futuro ai giovani,… serve che si individui un modello economico nuovo, arditamente proiettato al futuro, perfettamente radicato nella realtà economica effettiva e quindi realistico. Non è un compito impossibile e solo le Università

Si deve chiarire come si deve rispondere ai problemi della “crescita senza nuova occupazione” che è il malefico frutto dell’avvento delle nuove tecnologie. Si deve dire come si può lasciare che alcuni paesi si fondino su surplus strutturali verso l’estero mentre altri rimangano preda di deficit anch’essi strutturali senza possibilità di invertire il fenomeno. Si deve capire perché la moneta debba essere espressione di una minoranza non espressione di nessuno, mentre sempre nella Storia la quantità e il prezzo del

possono dare le giuste risposte; tra le tante Università esistenti, proprio quelle radicate nei territori svantaggiati hanno le cognizioni giuste per elaborare le teorie e le pratiche necessarie. Al contrario le Università blasonate del nord d’Italia e d’Europa -che hanno pesantemente influito sulle recenti ed odierne scelte di politica economica- hanno fallito platealmente. L’esperienza governativa di Monti ha chiarito oltre ogni dubbio la fallacia delle tesi econometriche così care ai tecnocrati europei. Non è più possibile fidarsi di tali Università che vanno superate come sono state superate dai fatti concreti; e invece i nostri giovani accorrono ancora copiosi proprio lì dove si è costruito il nostro fallimentare presente e dove si è preparata la distruzione del loro futuro. L’alternativa non può non partire dalle Università che fino ad ora sono state tenute fuori dal giro che conta. Peraltro la necessaria futura rivoluzione teorica e pratica se deve essere espressione delle società mediterranee come può non partire proprio da quelle? Un forum delle Università del sud di Europa alternativo a quello di Davos (e altri), e che si fondi su una concezione alternativa, non può che essere benefico per tutti e rilanciare l’immagine ed il ruolo delle Università meridionali. Si deve rispondere alla questione sulla natura del debito pubblico in una situazione finanziaria che assicura oltre ogni dubbio, la impossibile sua riduzione anche nel lungo termine.

danaro sono stati appannaggio del mercato e quindi della gente comune. Si deve fermare la invadenza dello Stato nella privacy della gente e delle imprese motivata dalla necessità de reperire danari che in altro loco e per altri scopi si creano a milioni.


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Si deve restituire rappresentatività a tutte le fasce di popolazione e si deve restituire senso alla vita di ognuno e non solo alle poche lobby che entrano nei Palazzi senza bussare. Si deve pensare ad una nuova cittadinanza che sostitui-

della ribalta mediatica e che sono presenti nelle aree più in ritardo o più danneggiate dalla crisi che stiamo vivendo, si impone una sfida senza uguali alla quale si devono dare le necessarie risposte. Peraltro il corpo docente c’è ed è fortemente motivato perché più di ogni altro proprio

sca alla neo-sudditanza di cui siamo rimasti preda. In sintesi: si deve ritrovare la centralità della persona per porre termine immediatamente alla centralità della macchina amministrativa e burocratica che tutto eguaglia ed asfalta. Sono questioni teoriche di economia e di filosofia non risolte e sono contemporaneamente questioni pratiche gravissime la cui portata sistemica fa capire che stiamo uscendo da una fase che non riesce più a sostenersi; ma manca la successione. Come nel ’29 si usciva inconsapevolmente dalla plurimillenaria signoria della monetamerce per entrare in un mondo sconosciuto, così oggi si sta uscendo dalla tecnocrazia -certamente non più adatta alle sfide contemporanee- mentre non è ancora pronta la nuova strada. Adesso come allora questo trapasso avviene con crisi epocali senza le quali la comunità finanziaria e accademica non si rende conto con la sufficiente drammaticità della importanza delle sfide in atto. quindi alle Università che non hanno ancora beneficiato

chi lavora nelle Università i cui discenti non trovano lavoro, avverte la importanza di dare le risposte alle questioni dette. Certamente mancano i mezzi ed è necessario che vengano reperiti; ma è altresì vero che non saranno mai sufficienti a garantire il necessario rilancio qualitativo e quantitativo che le nostre Università meritano. quindi va recuperata la centralità della cultura anche e soprattutto proprio con la cultura stessa; che abbiamo e non abbiamo ancora bastevolmente valorizzato. Le Università hanno certamente un ruolo didattico e di ricerca, ma ugualmente devono essere il giusto propellente alla crescita culturale della dirigenza politica. Il vuoto di informazione qualificata e di formazione della classe politica deve essere riempito; e deve essere riempito da idee forti e risolutive; e serve che questo avvenga oggi. Il resto cioè i finanziamenti pubblici, quelli privati, il consenso degli studenti,..- verrà e sarà sempre più copioso e convinto.

PROSSIMAMENTE il nuovo quotidiano ON LINE www.ilBrigante.it


il Convegno

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LE MENTI ECCELLENTI DEL SUD ITALIA L’IDENTIKIT DEL LAUREATO IDEALE VALENTINA GIuNGAtI

on la crisi economica che attanaglia la società è diventato un luogo comune parlare dei giovani e della disoccupazione. La precarizzazione della popolazione più giovane, unita ad un lungo percorso di licenziamenti, di lavoratori con contratti non a norma o sottopagati rappresenta l’Italia di oggi. Il disfacimento economico del Paese, colpendo tutte le fasce d’età e tutti i settori conta oltre 74,5 milioni di under 25 disoccupati, un milione in più rispetto l’anno precedente. In Italia il tasso di disoccupazione si aggira sul 42,2% con picchi soprattutto al Sud, nonostante i giovani laureati siano moltissimi. Dalla ricerca Almalaurea emerge come questo titolo sia ancora oggi un investimento contro la disoccupazione, i laureati godono di vantaggi occupazionali rispetto ai diplomati. Nonostante i dati allarmanti, molto spesso dietro le costanti problematiche e la recessione del Mezzogiorno si dimentica come le giovani generazioni siano la vera spinta al cambiamento. Le conoscenze e le competenze restano punto fondamentale su cui investire, soprattutto perché ancora oggi le origini socio-economiche continuano a esercitare un peso elevato sulle opportunità occupazionali. Importante è quanto emerso dal rapporto dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (Anvur): lo studio riassume i dati sul sistema universitario. Ne emerge un quadro non di certo agevole, il finanziamento al sistema accademico si è ridotto in soli cinque anni di oltre un miliardo, la riduzione di risorse e personale registra uno scompenso generale. Il Rapporto annota l’aumento del numero dei laureati, poiché l’istruzione universitaria ha rinunciato al carattere elitario per divenire di massa, giungendo così alla falsa credenza che vede l’Italia un paese dove i laureati eccedono. Guardando il resto d’Europa e la situazione interna-

zionale affiora come vi sia uno scarto eccessivo tra laureati e giovani occupati ma non una crescita smisurata di persone con un titolo accademico. Tuttavia è importante sottolineare come proprio al Sud, oltre all’eccellenza degli Atenei nelle varie città, primeggianti per numero e qualità, vi sia anche il maggior numero di laureati. Le università si impegnano per facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro di laureandi e laureati attraverso tirocini, stage ed opportunità anche all’estero presso enti, imprese e aziende ma non sempre tali occasioni si concretizzano in finalità lavorative reali. In merito le importanti iniziative promosse al Sud Italia per valorizzare le menti brillanti, artefici di progetti ed idee per il Paese, è da annoverare l’iniziativa del Suor Orsola Benincasa di Napoli, volta a creare una rete tra rappresentanti del mondo del lavoro, laureati e diplomandi. L’ateneo ha ospitato un dibattito sui laureati eccellenti, cercando di inquadrare la figura del professionista che le aziende ricercano e sono pronte ad assumere.


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A commentare le loro esperienze Antonio Areniello, Presidente del Consiglio Notarile Dei Distretti Riuniti di Napoli, Torre Annunziata e Nola, Laura Valente, Musicologa e Manager culturale, Alessio Romeo Founder e CEO Face4Job e i laureati eccellenti che negli anni hanno ricoperto ruoli di successo.

marcia in più è la capacità di essere fortemente volitivi, di sapersi guardare attorno, di saper approfittare del dialogo, dei docenti, di saper approfittare delle occasioni che una struttura formativa, in questo caso un’antica università, dà.” Abbiamo chiesto ad Antonio Areniello in che modo

“Il laureato che vorrei assumere” è il titolo dell’iniziativa volta a creare un perfetto identikit di laureato ideale. L’incontro ha voluto mettere a confronto generazioni passate, presenti e future. Il rettore dell’ateneo, Lucio D’Alessandro, nel corso dell’evento ha ribadito “In quest’università lavoriamo con il preciso intento di trasferire delle competenze in diversi settori ma anche di creare attorno a

le università siano innanzitutto istituti formativi per i ragazzi: “questa sinergia, questa collaborazione tra teoria e prassi è importantissima perché lo studente diventa eccellente, nel senso che riesce in qualche modo a non rimanere ancorato alla visione teorica dello studio ma ad integrarla sin dall’università con quella che può essere una prospettiva operativa”. Paola Villani, responsabile dell’ufficio orientamento, ha fatto presente come a tutti gli imprenditori sia stato chiesto di rispondere ad un questionario per meglio comprendere le esigenze del mercato del lavoro ed i profili ricercati “quello che richiedono sono soprattutto le cosiddette soft skills cioè competenze trasversali, chiedono proprio caratteristiche di personalità quindi: flessibilità, capacità di leadership. Noi come istituto universitario cerchiamo di farli crescere anche in questo”.

questi giovani un network, un insieme di relazioni che possano in qualche modo aprire dei canali, creare dei contatti che consentano loro di entrare nel mondo del lavoro […] La mia esperienza mi dice che il dato veramente importante che dona una


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IL RETTORE DI BARI ANTONIO FELICE URICCHIO: “POCHE RISORSE PER GLI ATENEI DEL SUD”

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RAFFAELE sANtILLO

a crisi, non solo economica, che vive l’Italia ormai da troppi anni ha avuto, inevitabilmente, delle ripercussioni negative a tutti i livelli. I tagli imposti dai vari governi centrali che si sono susseguiti negli ultimi decenni hanno coinvolto, in maniera inspiegabile, degli

organismi di fondamentale importanza per lo sviluppo del Paese. Tra questi spicca l’università italiana, tanto gloriosa quanto arretrata rispetto a quelle del resto d’Europa. Per conoscere il presente e capire quello che può essere il futuro degli atenei nostrani, abbiamo intervistato il rettore dell’Università di Bari Antonio Felice Uricchio. L’Ateneo che dirige, il principale di tutta la Puglia per numero di studenti (ne conta oltre 51mila), fu fondato nel 1925, durante il periodo fascista. Non a caso, è stato intitolato a Benito Mussolini fino al 15 gennaio del 2010, quando ha assunto la denominazione di Università di Bari ‘Aldo Moro’. Ha sede presso il palazzo storico di Piazza Umberto I nel cuore del moderno centro cittadino, e conta 13 facoltà (Agraria, Economia, Farmacia, Giurisprudenza, Lettere e Filosofia, Lingue e Letterature Straniere, Medicina e Chirurgia, Medicina Veterinaria, Scienze Biotecnologiche, Scienze della Formazione, Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, Scienze Politiche e Scienze Motorie). Antonio Felice Uricchio, nato a Bitonto, è professore ordinario di diritto tributario ed è rettore dell’Università di Bari dal primo novembre del 2013. Vanta un curriculum di altissimo profilo. È stato, infatti, titolare di insegnamenti presso le Università Uade di Buenos Aires (Argentina), Valladolid (Spagna), Lodz (Polonia), Innsbruck (Austria). E’ professore onorario dell’Università di Conception de l’Uruguay e la Matanza (Argentina). Ha ricoperto e, in parte ancora ricopre, incarichi di insegnamento di diritto tributario, diritto finanziario e scienza delle finanze presso le facoltà di Giurispru-

denza, Economia e Scienze Politiche della Seconda Università di Napoli. Uricchio è docente nei più importanti master e corsi italiani di diritto tributario (Università Bocconi, Cattolica, Statale di Milano, Alma Mater Studiorum di Bologna, Federico II di Napoli, Suor Orsola Benincasa, Salerno, Messina, Palermo). Insomma, ci troviamo di fronte ad una persona dotata di una cultura immensa e ad un grandissimo conoscitore del mondo accademico. Lo scorso 14 marzo Uricchio è stato uno dei relatori della giornata di studi ‘Le politiche per l’Italia digitale’, organizzata dal gruppo parlamentare del Partito democratico, di Sinistra Ecologia e Libertà e dal Forum Innovatori di Sel, che si è tenuta presso la Sala delle Colonne della Camera dei deputati a Roma. Proprio in questa occasione, abbiamo avuto la possibilità di avvicinare il rettore dell’Università di Bari, il quale ci ha concesso una detta-


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gliata intervista. Qual è lo stato dell’università italiana? «La nostra gloriosa università ha tantissimi meriti, ma oggi, più che in passato, attraversa un periodo di grande difficoltà. I problemi degli atenei italiani non attanagliano solo gli studenti, ma anche i ricercatori e i responsabili delle attività scientifica». Qual è la natura di tali difficoltà? «Tutto nasce dalla grave crisi finanziaria che ha letteralmente messo in ginocchio il nostro Paese. Lo stato comatoso dell’economia italiana ha ridotto di molto le risorse pubbliche concesse agli atenei. Ma questo non è l’unico problema. Uno dei mali più gravi che affligge l’università italiana è sicuramente l’età media troppo elevata degli studenti rispetto a quella del resto d’Europa». se le cose non funzionano, ci sono dei responsabili. Qual è l’errore più grave commesso dagli addetti ai lavori? «Secondo il mio punto di vista, i problemi nascono soprattutto dall’incapacità da parte dell’istituzione-università di immettere nel mondo del lavoro i giovani laureati. Nella maggior parte dei casi, i ragazzi che finiscono gli studi, una volta fuori dalla scuola, non sanno ancora quello che vogliono fare da grande. Anche i ricercatori, troppo spesso, vengono abbandonati al proprio destino». Lei dirige una delle università più importanti e grandi del sud Italia. Gli atenei meridionali affrontano più difficoltà rispetto a quelli del resto del paese?

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«Purtroppo la mia risposta non può essere che affermativa. Le università meridionali soffrono particolarmente la gravi crisi economica che vive in questo momento il nostro paese». Perché, secondo lei, anche nell’università c’è questa discrepanza tra Nord e sud dell’Italia? «Tutto nasce dai criteri utilizzati nella ripartizione delle risorse tra i vari atenei del Paese. Dal ‘decreto Profumo’ in poi, le regioni meridionali vengono penalizzate più che in passato. Infatti, si utilizza il criterio secondo il quale più tasse vengono richieste agli studenti più finanziamenti vengono elargiti all’ateneo dal ministero competente. Tutto questo favorisce, senza ombra di dubbio, il centro-

nord a scapito del sud». Qual è il suo auspicio per il futuro? «Mi auguro che il nuovo Governo decida di investire di più sull’università rispetto ai precedenti esecutivi». In che modo si può cercare di rilanciare l’università italiana? «Occorre investire sulle innovazioni tecnologiche, come accade nel resto del mondo. Purtroppo, in Italia, sotto questo punto di vista, siamo nettamente indietro rispetto agli altri Paesi non solo europei». secondo lei qual è la risorsa principale per avviare il processo di rinnovamento del settore? «Bisogna dare molto più spazio ai giovani, i quali rappresentano la nostra vera risorsa, indispensabile per il rilancio definitivo dell’università italiana. Abbiamo dei ragazzi con delle grandissime capacità e delle elevate competenze. Purtroppo, mancano le risorse per metterli in condizione di operare nella massima serenità. Fino a quando non riusciremo a risolvere questo problema, il gap esistente tra gli atenei italiani e quelli del resto d’Europa e del Mondo non può che aumentare. La difficile situazione, inoltre, farà incrementare la percentuale di ‘cervelli’ in fuga dall’Italia per approdare in isole felici capaci di esaltare le loro immense qualità. Non possiamo più consentire che ci sia ancora un massiccio esodo di giovani dal nostro Paese all’esterno: occorre intervenire presto e in maniera incisiva».


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ALFRED DE TRAZEGNIES, TRAGICA FINE DI UN MARCHESE-BRIGANTE

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FERNANDO RICCARdI

opo il 1860 le regioni dell’Italia meridionale furono sconvolte da un violento fremito di ribellione popolare passato alla storia come “brigantaggio”. Braccianti, contadini, artigiani, ex soldati del disciolto esercito napoletano, imbracciate le armi, iniziarono a contrastare, in nome del deposto re borbonico, l’incedere delle truppe piemontesi che ultimavano l’occupazione del sud. Il “fuoco” della rivolta, fra recrudescenze e assopimenti, si protrasse per un intero decennio, ed anche di più, provocando, sull’uno e sull’altro fronte, un autentico bagno di sangue. In quel drammatico decennio da tutti i paesi dell’Europa cattolica affluirono nel meridione tantissime persone desiderose di dare aiuto e sostegno a quelli che i piemontesi chiamavano “briganti”.

Il loro intento era nobile e disinteressato, almeno nella gran parte dei casi: si trattava, infatti, di sostenere la lotta strenua e senza quartiere di uomini coraggiosi che non avevano piegato la testa di fronte alla tracotanza dell’invasore piemontese che, tra l’indifferenza delle potenze del continente europeo, si apprestava ad impossessarsi “manu militari” delle terre, delle ricchezze e della dignità delle genti del sud. Un’impresa disperata in virtù della quale non si ricevevano medaglie dorate o sontuosi appannaggi ma solo una mortale scarica di pallettoni. questi uomini ardimentosi, sempre pronti ad accorrere là dove la libertà di un popolo era in pericolo e ad offrire la loro vita per una giusta causa, erano i cosiddetti “legittimisti”, uno stuolo variegato di rampolli di famiglie altolocate, nobili in cerca di avventure forti, militari di ogni genere e grado, avventurieri, scrittori, poeti, romanzieri e letterati che fecero a gara, con encomiabile slancio, per partecipare a quella che era diventata una vera e propria guerra civile.

E furono in molti a non fare ritorno a casa. Come il marchese belga Alfred De Trazegnies fucilato a San Giovanni Incarico, in alta Terra di Lavoro, l’11 novembre del 1861. Nato a Namur nel 1832, era il primogenito di una famiglia imparentata con la migliore nobiltà europea: il padre Carlo era affine della contessa di Nassau della casa reale di Olanda, mentre la madre Raffaella apparteneva ai De Romrée,

tra le famiglie più in vista del Belgio. Terminati gli studi Alfred iniziò a frequentare i salotti buoni dell’epoca. Le cronache lo descrivono come un giovane dotato di grande fascino “di bella e distinta presenza, di maniere disinvolte e nobili, alto e ben preso di vita, pallido, con capelli e barba nera, vestito elegantemente e di moda in costume da caccia”. All'improvviso, nell’ottobre del 1861, decise di scendere in Italia con l’intenzione di portarsi nelle Calabrie per prendere parte all’insurrezione antipiemontese da “uomo devoto totalmente alla legittimità dei governi e di voler correre dove il bisogno ed il poter essere utile lo chiamava”. Alla decisione non dovette essere estranea una delusione d’amore: la famiglia, infatti, osteggiava la sua relazione con una nobildonna belga. Fatto sta che il giovane marchese (non aveva ancora trent’anni) abbracciò con entusiasmo la causa borbonica. Giunto a Roma, agli inizi di novembre entrò a far parte della banda di Luigi Alonzi, detto “Chiavone”, che agiva nel sorano e in quella porzione di territorio posta a cavallo del fiume Liri che segnava il confine fra il nuovo regno italiano e lo stato della Chiesa. L’11 novembre i “chiavonisti” andarono all’assalto di San Giovanni Incarico. Dopo un primo effimero successo culminato con la conquista del castello di Isoletta, i reparti italiani tornarono in forze e sbaragliarono i briganti che, nel frattempo, avevano occupato il paese. Parecchi rimasero uccisi nello scontro a fuoco, altri presi prigionieri: tra questi anche il marchese belga. I militari italiani predisposero subito la fucilazione sul posto dei briganti catturati. Invano De Trazegnies provò a chiedere un rinvio vantando le sue nobili parentele. Il maggiore Savini fu inflessibile e ordinò che l’esecuzione fosse portata a termine. Prima di morire scrisse un biglietto nel quale dichiarava la sua stretta parentela con la contessa di Montalto, moglie dell’ambasciatore del Re d’Italia, Vittorio Emanuele II, presso la corte del sovrano del Belgio. quindi, mostrando una sorprendente fermezza d’animo, il giovane marchese fu condotto nella Piazza dell’Annunziata (dove oggi ha sede il Comune) e qui fucilato alle spalle. Nel suo portafoglio si rinvennero alcune non disprezza-


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bili note letterarie e scientifiche scritte di suo pugno, molti recapiti di persone note, qualche lettera di creditori del suo paese e, infine, una missiva molto affettuosa e malinconica della sorella Erminia, una ciocca di capelli e il ritratto “di una bella e nobile e distinitissima signora”. Messo completamente a nudo, il suo corpo venne gettato in una fossa comune assieme agli altri briganti. La morte di una persona così conosciuta, però, non poteva passare inosservata. E così il 19 novembre una delegazione francese comprendente il maggiore Gregoire, comandante delle truppe di stanza a Frosinone, il capitano Bauzil che comandava il distaccamento di Ceprano, l’abate Bryan, colui che aveva accolto il belga al suo arrivo

a Roma e due ussari “con guidone spiegato ed in grande tenuta”, si portò a San Giovanni Incarico per reclamare la consegna del corpo del marchese che doveva essere restituito alla famiglia.

Dopo qualche baruffa che stava per creare un caso diplomatico con la Francia, il governo italiano, sia pure malvolentieri, acconsentì alla richiesta. Prelevato dalla fossa comune il corpo del giovane fu deposto in una cassa di legno “chiuso, fatto processo verbale della esumazione e della rimessione, pagate le spese al Municipio e, dopo scambiate le quietanze, avviato a Ceprano”. Di qui fu trasportato a Roma dove venne tumulato con tutti gli onori nella chiesa di San Gioacchino e Sant’Anna, in via del quirinale, in quello stesso luogo dove riposano altri belgi che, nel corso del decennio 1860-1870, persero la vita per difendere lo Stato Pontificio. Significativa l’epi-

l’Identità

grafe posta sulla tomba: “In questo luogo trasferito il corpo dalla terra fregellana di San Giovanni dove fu ucciso l’11 novembre 1861 dalle truppe subalpine che invasero il regno di Francesco II, riposa Alfredo Gillo Gisleno Marchese De Trazegnies e D’Ittre, figlio di Carlo e Raffaella De Romrée, della città di Namur. Tre giorni prima a Roma si era rinnovato nel corpo consacrato di Cristo Signore. Cristo ti accolga nella sua pace”.

questa la tragica fine del marchese Alfred De Trazegnies, uno dei tanti valorosi legittimisti che si immolarono nel tentativo, ahimè vano, di contrastare il sacco piemontese del meridione. qualche anno fa, era il 2009, un pugno di irriducibili legittimisti del terzo millennio, capeggiati dall'indomito coman-

dante Giovanni Salemi, decise di ricordare il sacrificio del giovane belga affiggendo una elegante lapide marmorea a San Giovanni Incarico, nei pressi della piazza dove fu così brutalmente assassinato. questo il testo inciso sulla candida e gigliata epigrafe: “In questa piazza di San Giovanni Incarico / in Terra di Lavoro / il giorno 11 novembre 1861 / furono uccisi / 57 insorgenti / seguaci di Luigi Alonzi “Chiavone” / e tra loro / il legittimista belga Alfred De Trazegnies / accorso a difendere / l'indipendenza delle Due Sicilie. Li 9 maggio 2009. I compatrioti riconoscenti. L'assessore Daniele Piccirilli. Il sindaco Antonio Salvati”. Alla solenne cerimonia, mentre la banda cittadina intonava le note struggenti dell'inno di Paisiello, partecipò anche il sindaco Antonio Salvati con tanto di fascia tricolore. D'altra parte di fronte al coraggio ed alla limpidezza degli ideali non può esserci distinguo che tenga.


l’Evento

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1799, SEMINARI DE IL BRIGANTE: UN SECONDO GRADEVOLE SUCCESSO 24

RICCARDO GIAMMARINO

ontinuano i seminari teatralizzati sulla Repubblica Napoletana del 1799 promossi ed organizzati dalla rivista Il Brigante. Venerdì 4 aprile si è svolto il secondo dei tre appuntamenti culturali alla sconsacrata chiesa della Santa Croce e Purgatorio al Mercato che per l’occasione ha riaperto le porte alle nostre vicende storiche, anche grazie al Comune ed alla Provincia di

do i molti presenti e presentando lo spettacolo “Viva ‘o Re” che ha emozionato il pubblico per un’ora e dieci minuti circa. Scritto da Sesso e D’Ambrosio e portato in scena magnificamente da Gennaro Di Colandrea e Michele Schiano di Cola, il testo ha per protagonisti il poeta giacobino Giacomo Antonio Gualzetti ed il lazzaro Carmine detto "sette facce", entrambi arrestati e finiti

Napoli che hanno concesso l'uso del sito e permesso la realizzazione dell’evento. L’antica chiesa ha infatti visto passare eventi straordinari della nostra storia, ancora oggi custodisce il ceppo su cui fu decapitato Corradino di Svevia nel 1268. La serata è iniziata alle 21 con il vicedirettore della testata, Simona Buonaura, a fare gli onori di casa, ringrazian-

nella stessa cella, ma quest’ultimo con l’incarico di spiare il filofrancese. Risulta evidente, anche in questa interpretazione, la convinzione giacobina di immaginare un bene assoluto non recepito dal popolo poiché troppo ignorante per potersi elevare ai principi della rivoluzione francese, ma si evince anche un altro aspetto troppo spesso trascurato: la


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l’Evento

ed un gradevole buffet reso possibile dagli sponsor tecnici (Pasticceria Sirica, Ciro Connola, Gay Odin, Caffè Borbone ed Erreduesse) hanno avuto modo di scambiare le proprie opinioni su ciò che ha rappresentato il 1799 interagendo con il nostro direttore Gino Giammarino, il Sen. Luigi Compagna, il Presidente del Consiglio Provinciale Luigi Rispoli, il presidente di Confartigianato Napoli Enrico Inferrera, il presidente di Antiche Botteghe Tessili Claudio Pellone ed ancora il presidente della Fondazione Campi Flegrei Salvo Iavarone testimoniando che la sensibilità della città verso un periodo storico ancora vivo nel male e nel bene.

consapevolezza dei lazzari nell’affrontare il tradimento di una élite celato dietro le belle parole di libertà, fratellanza ed uguaglianza. Al termine dello spettacolo risulterà trionfante l’aspetto umano di Sette facce che, comprendendo l’attaccamento a quell’idea del giacobino, deciderà di non venderlo al giudice che lo aveva corrotto dietro la promessa di un compenso economico. Alla chiusura del sipario, gli ospiti, tra un bicchiere di vino

L'evento ha consentito ai presenti di brindare alla nascita dell'AS.CO.MER., l'associazione che promuove il consumo tra i meridionali, con il primo atto concreto: la possibilità di acquistare il biglietto d'ingresso al concerto di Eddy Napoli e Francesca Schiavo, in programma al Teatro Augusteo di Napoli per il prossimo Mercoledì 16 Aprile, al prezzo scontatissimo di 18,00 € contro i 25,00 richiesti dal botteghino. L’appuntamento di chiusura è fissato per giovedì 24 aprile sempre alla storica chiesa di Piazza Mercato con in scena l'originale testo di Manlio Santanelli intitolato “Il Baciamano”.


l’Incontro

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PICCOLE E MEDIE IMPRESE: LA CRISI E LE POSSIBILI SOLUZIONI 26

SIMONA BuONAuRA PMI Oltre la crisi. Proposte e strumenti per affrontare Questa iniziativa nasce dunque per avvicinare magla nuova realtà economica” è questo il titolo dell’in- giormente il cittadino al Governo? contro, promosso dal senatore del Movimento 5 Stel- «Non facciamo altro che continuare il nostro modo di le Sergio Puglia presso “La Terrazza di ottocento napo- fare politica, ovvero ascoltiamo le istanze direttamente letano” a Portici, a cui hanno preso parte , tra gli altri, gli degli attori di quel determinato settore e li trasformiamo esponenti del Movimento 5 Stelle Barbara Lezzi (Vice in provvedimenti legislativi. In particolare in questa occapresidente Commissione Programmazione Economica, sione presentiamo il nostro disegno di legge che abbatte Bilancio), Mattia Fantinati (Membro Commissione Attività totalmente l’IRAP alle microimprese, ovvero quelle che Produttive, Commercio E Turismo) e soprattutto impren- hanno fino a 10 dipendenti, ed altri provvedimenti fondaditori che hanno presentato le loro proposte ed eviden- mentali come la sospensione delle cartelle esattoriali di ziato quelle che secondo loro sono le pecche della tutte quelle imprese che hanno crediti nei confronti della gestione del Governo nei loro confronti. Tra questi anche Pubblica Amministrazione. Illustreremo inoltre come funSalvatore Mignano l’imprenditore protagonista del film ziona il fondo di garanzia per la piccola e media impresa documentario “Solving” di Giovanni Mazzitelli che ha ovvero dove confluiscono i nostri stipendi ai quali abbiaportato la sua testimonianza in merito. Ad introdurre e mo rinunciato. Da ultimo un disegno di legge ancora non consegnato ma già articolato che riguarda i commercianti e gli artigiani in particolare i contributi che li riguardano».

Mattia Fantinati, deputato

moderare il dibattito il portavoce del M5S Portici, Giovanni Erra. Abbiamo chiesto ai protagonisti della giornata di darci il loro punto di vista sulla situazione:

sergio Puglia, senatore

si parla di Piccole e Medie Imprese c’è bisogno di più comunicazione per superare la crisi? «Assolutamente sì. In verità la piccola e media impresa è l’ossatura dell’imprenditoria italiana. Bisognerebbe in primo luogo pensare a loro e poi alle multinazionali. Lo Stato deve dare un apporto fondamentale alla piccola e media impresa perché è fatta da tantissimi lavoratori, il popolo della Partita Iva che noi sosteniamo con ogni provvedimento ed emendamento in Parlamento. Tenendo conto che siamo all’opposizione anche se molto costruttiva perché leggiamo i provvedimenti proposti dalla maggioranza, verifichiamo se va bene per i cittadini e votiamo con parere positivo se l’emendamento è per noi giusto. Il 26% dei voti sono favorevoli ai loro emendamenti ecco perché non siamo i signori del No ma solo coloro che vogliono concretamente costruire».

L’azienda Italia potrebbe risollevarsi dalla crisi proprio con il turismo? «Deve risollevarsi con il turismo che è rappresentato come il primo settore produttivo dell’Italia paritetico a quello manifatturiero. Purtroppo però il nostro Paese risulta al 63° posto nella gestione e spiega come il Governo concepisca la risorsa turismo. Noi abbiamo un patrimonio inestimabile, luoghi storici di grande interesse, basti pensare che la maggior parte dei siti protetti dall’Unesco è nel nostro Paese così come i musei più visitati al mondo. questo deve fare riflettere sulla gestione che i Governatori hanno seguito sino ad ora e che deve cambiare ampliando l’organizzazione non solo al turismo in senso stretto ma su tutta la filiera come l’agroalimentare e le strutture ricettive. Investendo lì si potrebbe far ripartire l’Italia perché è una risorsa già disponibile ed ha solo bisogno di essere degnamente


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valorizzata». Bisogna dunque ricorrere ai ripari con interventi anche tempestivi. Molte infatti delle nostre bellezze rischiano di sgretolarsi. uno su tutti facciamo l’esempio del millenario sito Archeologico di Pompei che sta cadendo a pezzi… «Ma Pompei cade a pezzi non certo perché non vengano dati i finanziamenti ma perché questi non vengono utilizzati o vengono utilizzati male e comunque il bene non è valorizzato a dovere. Il dato allarmante che deve far riflettere sta nel fatto che la mostra dedicata a Pompei al British Museum di Londra fa molti più visitatori della Pompei vera! Deve essere un campanello d’allarme perché vuol dire che abbiamo un patrimonio che non sappiamo valorizzare e se non riusciamo ad uscire da questo impasse qualche altro Stato farà meglio di noi».

l’Incontro

salvatore Mignano, imprenditore

Lei è un imprenditore del sud che ha vissuto in prima persona la crisi. In quei momenti che cosa le è mancato maggiormente? «Mi sono mancate le istituzioni, mi è mancata la comprensione delle banche nonostante all’epoca ero un imprenditore sano e solvente. La burocrazia uccide l’imprenditore così come è organizzata. Ogni fine anno ad esempio le banche controllano il tuo rating e se ritengono che tu non abbia guadagnato abbastanza per ottenere il fido richiesto non te lo concedono. Nonostante dunque un imprenditore ha pagato gli interessi con rating più

Paola Lezzi, senatrice

Come lo stato oggi può aiutare gli imprenditori ad uscire dalla Crisi? «Per adesso il Governo si muove sulla scia degli altri Governi in maniera piuttosto ostile, a nostro avviso, nei confronti delle piccole e medie imprese. Per noi c’è una sola ed unica soluzione ovvero dare aria alle PMI abbassando la pressione fiscale di almeno 8-9 punti. Solo così potrebbero rimettersi in piedi ricominciando a produrre, mantenendo i dipendenti aldilà dei piani normativi che continuano ad essere modificati di continuo, ed anche questo crea incertezza. Devono avere ossigeno per produrre ed investire, in questo modo anche lo Stato incasserebbe di più. Ad esempio i dati dell’ultimo trimestre sull’iva parlano di 4 miliardi in meno percepiti nonostante l’aumento». Lei parla di ossigeno da ridare agli imprenditori. Non sarebbe il caso in questo senso di ridisegnare anche il ruolo dei sindacati? «Il Movimento ha sempre visto con un po’ di sospetto

alti come 8% invece del 3% loro ti condannano lo stesso perché non hai guadagnato a dovere. Io ho fatto grandi sacrifici per mantenere 30 dipendenti ai quali non ho voluto far mancare lo stipendio, di questi 4 sono miei figli che lavorano anche 14 ore al giorno per aiutarmi a tirare su le sorti dell’azienda. Forse ho sbagliato avrei dovuto incitarli a trovare un altro lavoro più sicuro. Il problema di un imprenditore sta anche nel fatto che quando fallisce la tua azienda come rientri nel mondo del lavoro visto che ormai sei marcato come imprenditore?». tecnicamente parlando secondo lei concretamente cosa si dovrebbe fare per aiutare un imprenditore a non soccombere alla crisi? «Non bisogna abbassare il credito perché è la linfa per fare andare avanti l’imprenditore che investe».

Giovanni Mazzitelli, regista

l’operato dei sindacati. Noi vorremmo che ci fosse una concertazione direttamente con i dipendenti. Prima di avere questo incarico in Parlamento ho lavorato per 22 anni in una piccola azienda, tra l’altro del Sud perché sono pugliese, e devo dire che eravamo una famiglia: ci accordavamo in base alle reciproche esigenze. Mi ha dato da mangiare, ho potuto comprare casa e potevo anche pensare al Movimento; vorrei ritrovarla sana al mio ritorno da questa esperienza».

Quanto è importante oggi comunicare alle gente quello che gli imprenditori stanno vivendo? «Noi abbiamo trasmesso il film alla commissione tributaria di Napoli che ha evidenziato un errore di comunicazione: quando un figlio sta male segnala alla madre i propri malanni tempestivamente, gli imprenditori invece quando “si ammalano” prima di comunicare a coloro che potrebbero aiutarli a risolvere il problema lasciano che si aggravino maggiormente le condizioni. Il consiglio è quello di chiedere aiuto subito a coloro che potrebbero soccorrerli come avvocati, commercialisti. Anche perché il suicidio non deve essere la soluzione».


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lo Studio

RIVOLUZIONE DIGITALE & COSA PUBBLICA, IL DIBATTITO ALLA SALA DELLE COLONNE RAFFAELE sANtILLO

Le politiche per l’Italia digitale’: è questo il titolo della giornata di studi che si è tenuta lo scorso 14 marzo nella Sala delle Colonne di via Poli, presso la Camera dei Deputati a Roma. Il convegno si è svolto in due sessioni, dedicate all’ecosistema digitale e a tutti gli ambiti in cui si intersecano, al suo interno, democrazia e innovazione. Dall’ambito dei diritti, con le implicazioni per la privacy e il copyright, si è passati a quello, altrettanto ampio, che riguarda il mercato e la regolazione. L’attenzione dei relatori, poi, si è spostata sulla necessità di una internet governance all’altezza delle opportunità della democrazia elettronica rendono indispensabile la piena attuazione dell’Agenda digitale. Insomma, argomenti di grande attualità che hanno coinvolto i tanti uditori giunti nella splendida Sala delle Colonne di via Poli. La giornata di studi, promossa dal gruppo parlamentare del Partito democratico, da quello di Sinistra Ecologia e Libertà e dal Forum Innovatori di Sel, è stata caratterizzata dalla partecipazione di autorevoli personaggi della politica, del mondo accademico e da esperti del settore digitale. Stefano Rodotà, i parlamentari Vincenzo Vita, Paolo Coppola, Linda Lanzillotta, Antonio Palmieri e Paolo Gentiloni, il presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini, il rettore dell’Università di Bari Antonio Uricchio, Antonio Nicita dall’Agcom, il magistrato Antonio D’Angelo, il presidente di ‘Forum PA’ Carlo Mochi Sismondi, Guido Scorza, Giulio De Petra della fondazione ‘Astrid’, sono solo alcune delle personalità che hanno illuminato, con i loro interventi, le menti delle persone presenti in sala. L’introduzione del convegno è stata affidata ad Arturo Di Corinto, il quale, attraverso un messaggio, ha lanciato un interrogativo: a quanto un ministero per Internet? La domanda è rivolta soprattutto al presidente del Consiglio Matteo Renzi: “Il nuovo premier – riferisce Di Corinto – è sempre stato attento alle politiche digitali. Renzi potrebbe intervenire efficacemente sui ritardi dell’Agenda digitale, certificati da uno studio della Camera dei Deputati. Inoltre, il presidente ha a disposizione il complesso studio di ‘Caio’ sulla Banda Larga da cui emerge che l’industria ha avviato un piano di investi-

menti significativo che porterà, se realizzato nei tempi e nei modi illustrati dagli operatori, ad un aumento della qualità e della banda disponibile a circa il 50% delle linee entro il 2017. Nonostante tutto, l’Italia è ancora in forte ritardo. Affinché non si perda l’ennesimo treno i soggetti, a vario titolo coinvolti con la ‘riprogrammazione digitale’ del sistema del paese, devono imparare a fare squadra, mettendo da parte gelosie ed egoismi e partecipare al rilancio dell’Italia”. Dello stesso parere è Guido Scorza di e-Lex che ha affermato: “Il nostro Paese è rimasto fermo ad anni fa. E’ necessaria una riforma digitale della pubblica amministrazione”. Giulio De Petra della fondazione ‘Astrid’ non ha dubbi: “Senza una rivoluzione digitale non ci saranno cambiamenti nelle Pubbliche amministrazioni. Come spesso accade nel nostro Paese, ci sono tanti progetti annunciati e non realizzati, finiti e mai usati. Occorre fare presto”. Il presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini indica una strada da seguire per cercare di risolvere i problemi: “La scuola deve diventare il luogo in cui si insegna a governare gli strumenti digitali. E’ necessario digitalizzare i servizi della Pubblica amministrazione e per non gravare sul bilancio dello Stato, si possono utilizzare i fondi messi a disposizione dall’Europa”. Pure i politici presenti nella Sala delle Colonne, anche se appartenenti ad avversi schieramenti politici, non hanno dubbi sulla necessità di attuare l’Agenda digitare. Paolo Coppola del Partito democratico ha affermato: “Il mondo intero è stato stravolto, in tutti i settori, dalla rivoluzione digitale. Il nostro Paese non può restare indietro e deve attrezzarsi il prima possibile per partecipare attivamente a questa rivoluzione”. Anche le dichiarazioni di Antonio Palmieri di Forza Italia vanno nella stessa direzione: “L’Agenda digitale deve diventare una realtà”. Linda Lanzillotta di Scelta civica, invece, lancia un invito al premier Renzi: “Mi aspettavo che il tema della digitalizzazione fosse un argomento centrale delle linee programmatiche del nuovo presidente, invece sono rimasta delusa. Ritengo che Renzi abbia l’energia giusta per attuare la tanto attesa rivoluzione digitale nel nostro Paese”.


la Nomina

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SLOW FOOD CAMPANIA E BASILICATA , IL NUOVO PRESIDENTE È GIUSEPPE OREFICE

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iuseppe Orefice, 38 anni, è il nuovo Presidente di Slow Food Campania e Basilicata. Ad eleggerlo sono stati i 76 delegati presenti al Congresso

regionale di Benevento, in rappresentanza delle Condotte Slow Food campane e lucane, che si sono espressi all'unanimità a favore della squadra da lui capitanata. Giuseppe Orefice, già Fiduciario della Condotta Slow Food Massico e Roccamonfina e responsabile regionale del Progetto "Educazione", succede a Gaetano Pascale che ha retto l'Associazione regionale per gli 8 anni appena trascorsi, ora candidato alla Presidenza di Slow Food Italia. La nuova Segreteria Regionale di Slow Food Campania per il quadriennio 2014-2018 sarà formata, oltre che dallo stesso Orefice, da Giancarlo Capacchione, già Fiduciario di Slow Food Cilento, nel ruolo di Segretario; Alberto Capasso, già Fiduciario di Slow Food Vesuvio,

Madre. A salutare l'elezione del nuovo Comitato Esecutivo Regionale sono stati il Vice Sindaco di Benevento, Raffaele Del Vecchio e il Presidente di Slow Food Italia, Roberto Burdese. Nel suo primo discorso da Presidente, Giuseppe Orefice ha affermato: «Lasciatemi iniziare questo percorso con le parole di una persona che ha sempre ispirato il mio impegno politico, una persona che da 20 anni non c’è più, una persona che non taceva. Don Peppe Diana a proposito dell’idea di comunità disse un giorno: “Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili”. Noi di Slow Food partendo dal piacere e mettendo al centro il cibo vogliamo proporre nuovi modelli, essere testimoni credibili delle nostre comunità, per le nostre comunità». A proposito della cultura alimentare, fondamentale per educare alla giusta alimentazione Orefice ha poi aggiunto: «La nostra cultura del cibo assurge compiutamente al ruolo di politica del cibo quando si parla - come noi parliamo - di accesso al cibo e non solo di sicurezza alimentare; di sovranità alimentare e non solo più di prezzi; quando parliamo di diritto al piacere e non solo più di raffinate, tipiche, contadine e genuine bontà; quando parliamo di spreco alimentare, quando parliamo di sottrazione delle terre all'agricoltura, di diritto di accesso ai pascoli, di necessità di introduzione dell'educazione alimentare nelle scuole dei nostri bimbi, del risveglio negli adulti dei ricordi di quella alimentazione mediterranea di cui tanto si parla ma che nessuno di noi pratica più, quando parliamo di Orti in Condotta, di Mercati della Terra. Ma facciamo politica innanzitutto con le nostre

nel ruolo di Vice Presidente; Rosamaria Esposito, già Fiduciaria di Slow Food Matese, nel ruolo di Tesoriere; Maria Giovanna De Lucia, già Fiduciaria di Slow Food Valle Telesina, nel ruolo di Responsabile della Comunicazione. Sono inoltre candidati al Consiglio Nazionale di Slow Food, oltre a Giuseppe Orefice, Lucio Napodano (già responsabile del Tesseramento), Nicola Sorbo (già Fiduciario Slow Food Volturno) e l'agricoltore Bruno Sodano. Il Congresso ha infine eletto anche i Responsabili di progetti per le Aree Educazione, Tesseramento e Terra

azioni, a cominciare da quelle quotidiane - le nostre scelte di acquisto - per arrivare ai nostri progetti: dalla creazione di un Presidio al finanziare un Orto in Africa». Un pensiero infine non è mancato sul territorio dove opera ed alla sua appartenenza: «Il Diritto al Piacere dunque fa parte del nostro essere gente del Sud. Diritto al Piacere che noi coniughiamo con la difesa dell’agricoltura familiare e di autosussistenza nelle zone rurali più lontane da noi, nei Paesi in via di sviluppo, nel difendere la legalità nei nostri territori, nello stare al fianco di chi la costruisce, di chi non tace, di chi non delega».


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PAPERE E FAVE E’ PRIMAVERA, SVEGLIATEVI BAMBINE… 31

la Gastronomia

a cura di ROSI PAdOVANI brellino nella reggia di Versailles, dove le ritrovammo al Fave….fave fresche!!... La voce correva per i vicoli rimbalzando in migliaia di eco tramonto, tra gli occhiolini dei fiori sotto i baccelli, dopo in dissolvenza da un muro all’altro, come vento caldo una intera giornata di ricerche affannate chiedendo a desta e manca ai contadini se avessero visto una passava di finestra in finestra, da famiglia a famiglia, comitiva di papere a passeggio. anticipata da un sonoro fischio del carretto Ah! Le fave…. Fave galeotte sul tavolo che portava al tramonto questi deliziosi della grande cucina, fresche e crocbaccelli appena raccolti dalle campacanti nella cesta accanto alla gne della provincia, dalla terra dal caciotta di pecora e alla pancetta sole. Era il segnale: la primavera paesana; una fava, un pezzetto è arrivata, Pasqua è alle porte. di formaggio, un dadino di panquel mattino uno strano silencetta, giù un sorso di vino zio faceva rumore nel pollaio genuino, e il pane cafone … vuoto, dove le sei papere, tancosì ho conosciuto mio suocete quanti i nostri bambini, una ro, così ci fidanzammo ufficialper uno, tutti per tutte, avevamente. no abbandonato la casa in preFave servite alla tavola di da non si sa a quale istinto di Pasqua, fresco aperitivo coi forfuga spinto da qualche gallina maggi di capra, il capocollo, i invidiosa, (noi non le avremmo mai finocchi aromatici, le uova sode tutte e poi mai cucinate, come non si cucicolorate dipinte dai bambini, fave a na un cugino, una sorella, uno di famiincorniciare il casatiello, ad ingannare il glia), lasciando una quiete insolita, e qualtempo snocciolandole, nell’attesa che arrivi a tavoche uovo regalato qua e là. ( che sono ottimi per cucinare deliziosi dolci). Ma il sole era alto e caldo e le la il primo piatto, che a casa mia era una maestosa “Crosei marchesine per cercare frescura si erano riparate in stata di tagliolini”, diventata poi “Timballo di tagliolini alla un gran campo di fave fresche, dame eleganti sotto l’om- Rosi”… ah, mio padre! ma quella è un’altra storia … Ingredienti

pasta lingue di passero 500 gr besciamella 1 lt

glassa di carne 1lt

prosciutto cotto 300 gr

provola fresca affumicata 600 gr

piselli 1barattolo, rosolati con cipollina e pancetta polpettine 500 gr

funghi 1 barattolo, scottati con olio aglio e prezzemolo burro q.b.

pangrattato q.b.

parmigiano grattugiato 300 gr

LA CROstAtA dI tAGLIOLINI PROCEdIMENtO

ungiamo una teglia e cospargiamo con il pangrattato, tagliamo la provola a fettine sottili, spezzettiamo il prosciutto e mettiamo da parte. Lessiamo la pasta molto al dente, e condiamo con la glassa di carne preparata in precedenza (rosolando un pezzo di lacerto con olio, un po’ di burro, cipolle e vino bianco). Adagiamo con forchettate leggere una quantità di pasta giusta a coprire il fondo, sulla quale distribuiamo, alternandoli: polpettine, funghi e piselli, stendiamo il prosciutto cotto e la provola, irroriamo con qualche mestolata di besciamella, e su tutto facciamo cadere una nevicata di parmigiano grattugiato. secondo strato: come il primo, e ancora un altro, con la pasta a chiudere sontuosamente la confezione, sempre con leggerezza, irrorata ancora con tanta glassa, e tanto parmigiano mischiato a pangrattato, e nuvole di fiocchetti di burro, legando armoniosamente il tutto, a sancire una sinfonia che pochi altri piatti si possono consentire. Mettete in forno riscaldato a duecentoventi gradi per quarantacinque minuti, affinché tutto si sciolga e si amalgami, poi fate dorare la crosta, così, croccante e bionda, sarà ammaliante quando sfornata e bollente la porterete in tavola. Buona Pasqua!

CIBO & ChAt La posta di Rosi rosi@ilbrigante.com


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FESTA DELLA PRIMAVERA 33

o scorso 22 marzo dalle 10,00 alla 14,00 si è svolta la “Festa della primavera” presso il parco Viviani alla quale anche la nostra testata ha preso parte con uno stand nel quale erano distribuite copie gratuite del giornale che sono andate a ruba! Dalle 8,30 in poi la protezione civile MSP INSIEME ha cominciato ad operare assieme agli operatori del centro sub S’Erasmo e della protezione civile Stella Polare

il Benvenuto

danza gratuiti, danze popolari mediterranee che raccoglievano le culture di Napoli, Grecia e Cipro.

montando il campo. Tra le diverse attività che si sono svolte durante la giornata la dimostrazione dell’apertura di una scala alta circa 12 metri controventata. Man mano sono arrivati altri protagonisti della giornata come i referenti del mercatino biologico, gli scout e le guardie ambientali con autombulanza veterinaria. Dalle 10,30 in poi il parco è stato raggiunto da tante famiglie che hanno piacevolmente riempito il parco. I volontari di Legambiente hanno accompagnato i presenti in una visita al parco. Successivamente è stato il turno della protezione civile che ha fatto salire i bambini sulla scala controventata ottenendo l’interesse dei piccoli scalatori che hanno voluto ripetere più volte l’esperienza. Al termine della giornata si sono svolti degli stage di

L’ASSOCIAZIONE BRIGANTI E LA GIAMMARINO EDITORE HANNO SIGLATO UNA CONVENZIONE NEL SEGNO DELLA COLLABORAZIONE E REALE VOLONTà DI FARE RETE OFFRENDO AI PROPRI ISCRITTI LA POSSIBILITà DI ABBONARSI AL MAGAZINE

il Brigante

SECONDO LE MODALITà CHE SEGUONO: “LIVELLO BRIGANTE” - € 15,00 ANZICHè € 24,00 “LIVELLO LUOGOTENENTE” - € 30,00 ANZICHè € 50,00 (CON OMAGGIO SPILLINO DEL BRIGANTE IN ARGENTO)


il Confronto

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LA PARLATA NAPOLITANA E GLI ANGLICISMI NEL SUO LESSICO 34

GABIELLA dILIBERtO

resso l’aula magna del Liceo artistico statale Boccioni-Palizzi di Napoli si è tenuto un convegno intitolato “Gli Anglicismi nella parlata napolitana”, a cura di Laura Bufano e Umberto Franzese. Nell’incontro, moderato da Fiorella Franchini, si è discusso degli influssi nel napoletano della lingua inglese per ricostruire le nostre radici, con lo scopo di tutelare e valorizzare una parlata che, finalmente, l’Unesco ha riconosciuto come lingua e non dialetto, seconda solo all’italiano tra quelle presenti nella nostra penisola. Dopo i saluti di Giuseppe Lattanzi, dirigente scolastico del liceo, sono intervenuti studiosi, appassionati e artisti che hanno arricchito il dibattito e incuriosito i giovani studenti con le loro opinioni e il loro prezioso e originale contributo. La tavola rotonda è iniziata e si è conclusa con le suggestive esibizioni di Romeo Barbato cha ha suonato la tammorra, il caratteristico strumento musicale a percussione anticamente utilizzato, soprattutto, per annunciare la mietitura. Il poeta e scrittore napoletano Claudio Pennino ha sottolineato l’importanza della promozione del napoletano a lingua: “L’Unesco ha posto fine a un’antica e fastidiosa diatriba. Il napoletano rappresenta uno strumento di dialogo e di riconciliazione con cui si riescono egregiamente a fare arte e poesia. Purtroppo – ricorda Pennino - la nostra lingua ha vissuto momenti poco felici quando, in seguito all’unità d’Italia, ha iniziato a perdere la sua identità ed è stata da molti ritenuta frivola, non all’altezza di esprimere concetti difficili. Ora, dopo questo importante riconoscimento, non è più ammesso tacere sul suo valore e poiché c’è molta ignoranza su questo nostro patrimonio e, addirittura, gli stessi napoletani non sanno leggere e scrivere correttamente la loro lingua, la grammatica e l’ortografia napoletana dovrebbero essere insegnate nelle scuole”. Lo scrittore Sergio Zazzera, vero e proprio cultore della lingua napoletana, si è soffermato sul notevole contributo linguistico offerto dalla lingua inglese al lessico napoletano: “In seguito alle numerose occupazioni inglesi e, dunque, ai contatti che Napoli ebbe con soggetti anglofoni, molti vocaboli della lingua inglese sono pervenuti a quella napoletana come nel caso di quàcquaro. Dalla lunghezza dell’abito degli esponenti della setta dei quakers, o Pentecostali, infatti, il vocabolo è passato a designare un soprabito fuori misura. Il bisenìsso, derivato dall’inglese buisness e pervenuto attraverso il gergo della malavita americana, sta ad indicare un affare di dubbia liceità o

anche un movimento di donne. Il cresemìsso, affermatosi con l’arrivo dell’albero di Natale, quale alternativa al tradizionale presepe, indica il dono natalizio e deriva direttamente dall’inglese Christmas. Ancora pullmànno – prosegue Zazzera - è l’autobus, ovvero il pulman degl’inglesi, col suo diminutivo, pulmandìno, ovvero, pulmino. Bisogna, inoltre, notare la fuorviante proposta etimologica del vocabolo Cràstula (= scheggia), che qualcuno vorrebbe ricondurre all’inglese crumb (= briciola, frammento), piuttosto che al greco γάστρα (= vaso di terracotta)”. L’architetto Franco Lista non si è definito un linguista, ma un dialettofono che, in quanto tale, usa abitualmente il sistema linguistico napoletano: “ Come la lingua di un individuo ne rappresenta la personalità e la formazione, così quella di un popolo rappresenta una mentalità, un modo di guardare alla vita. La mia visione delle cose è, infatti, frutto della mia cultura, quella napoletana. Ogni lingua – spiega Lista - è un sistema finito con modi infiniti di essere utilizzata e il napoletano, rispetto alle altre, ha un valore aggiunto. Come ci insegnano Raffaele Viviani, Eduardo De Filippo, Totò, Troisi e tanti altri, la lingua napoletana è fatta anche di mimica e gestualità, dunque, non è solo musica di fonemi, ma è anche altro e un pentagramma non basta a descriverla”. A concludere il dibattito è stato il professore di linguistica italiana Nicola De Blasi: “Le parole vanno rispettate poiché nella lingua di un popolo sono conservati e tramandati il passato e la storia. A mio parere, non abbiamo bisogno dell’Unesco per comprendere il peso specifico del nostro patrimonio linguistico e, a differenza di quello che si è potuto temere, in seguito all’unità d’Italia, il napoletano, non solo non ha perso dignità, ma è diventato uno strumento adatto anche a temi e contenuti impegnati. Anche oggi – sottolinea De Blasi – continuo a riscontrare nel napoletano parlato dai ragazzi influssi della lingua inglese da cui abbiamo adottato, inoltre, numerosi generi musicali tra cui il rap, mai come adesso attuale”. Al termine dell’evento, di cui è stato partner “Il Brigante”, sono intervenuti brevemente in merito alla questione, i noti artisti partenopei presenti in aula, come Tullio Del Matto, Anna Donato che ha recitato ‘O Napulitano di Nazario Napoli Bruno, Antonella Cioli, Lara Sansone e il comico professore Enzo Fischetti che, direttamente dal programma Made in Sud, ha suscitato particolarmente l’interesse degli studenti.


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il Cinema

“GIGOLÒ PER CASO” CONTINUA LA “PASSIONE” DI JOHN TURTURRO PER M’BARKA BEN TALEB GIULIANA CALOMINO

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'abbiamo vista, sentita, ammirata in “Passione” di John Turturro, la sua energia dirompente, i riccioli sparsi sulla testa, potenza e grazia, tradizione e modernità direttamente dal Mediterraneo. Ma nessuno si aspettava di vederla in un film con Woody Allen, Sharon Stone, Sofìa Vergara, Vanessa Paradais e Liev Schreiber. M’Barka Ben Taleb, cantante e artista del profondo e ardente Sud, che confonde suoni arabi con melodie napoletane, approda a New York con un cast stellato e internazionale, protagonista dell'ultima pellicola di Turturro, “Gigolò per caso”, in uscita il 17 aprile nelle sale italiane. “In verità – confessa M’Barka Ben Taleb- non me l'immaginavo neanche io! Dopo “Passione” non mi sarei mai aspettata un'occasione del genere. Comparire con star come Woody Allen o Sharon Stone era impensabile fino a questo momento. quando ho ricevuto da Turturro la notizia, sono rimasta a bocca aperta, è stata un'emozione difficile a spiegarsi. E per questo gli devo una gratitudine infinita”. Il film racconta di due amici per la pelle, entrambi ebrei, Fioravante (John Turturro) e Murray (Woody Allen), sempre in bilico per le loro precarie condizioni economiche. Le continue difficoltà a sbarcare il lunario, li portano alla decisione estrema: cimentarsi con il mestiere più antico del mondo; l'uno nei panni di un gigolò, l'altro nel ruolo di manager. Fioravante attrae le donne con la sua dignità e la sua costanza. Murray gli procura i contatti con donne in cerca di avventure erotiche o carezze amorevoli. Con il nome d'arte Virgil, Fioravante si destreggia tra un ménage a trois con due avvenenti signore (Sharon Stone e Sofìa Vergara) alla ricerca di emozioni forti e con incontri ben più casti con Avigal (Vanessa Paradais), vedova di un rispettato rabbino, rimasta sola con i figli, alle prese con i ricordi di una vita vissuta nel mondo chiuso della comunità chassidica e un disperato bisogno di scoprire cose nuove. Se Murray tiene il conto degli affari, Fioravante non ha messo in conto di innamorarsi, così si

innamora per Avigal, ignaro della gelosia di Dovi (Liev Schreiber), chassidico cotto d'amore per lei fin da quando era ragazzo. Murray scoprirà così che non è poi così facile essere un protettore. “Nella pellicola- spiega Ben Taleb- io recito in un cammeo con Turturro. Interpreto la parte di una cantante che ha avuto una relazione con lui. Sono la sua ultima amante, che non è stato in grado di trattenere, come tutte le donne che incontra. Il mio personaggio si chiama Mimou, vive in Italia e non parla inglese. Può comunicare con Fioravante solo in italiano, una lingua che lui capisce appena. Nonostante questo, romantico com'è, potrebbe arrivare ad amarla, pur senza capire esattamente quello che dice, ma rovina tutto”. Fedele a “Passione” e alla sua potente voce, M’Barka Ben Taleb non recita solamente: “Interpreto due canzoni – continua l'artista. “Luna Rossa” in primis eppoi un brano della trazione araba”. Sul set M’Barka Ben Taleb ha conosciuto direttamente una gigante del cinema, Sharon Stone: “Ho un aneddoto divertente da raccontare su di lei- confessa Ben Taleb. Io parlo molte lingue, ma proprio l'inglese no. Non so perchè, ma ho una resistenza enorme nell'apprenderlo. quando ho incontrato Sharon, così, mi sono trovata in imbarazzo. Non sapevo come comunicare. Ma lei mi ha messo subito a mio agio, parlando un italiano perfetto! Non solo, mentre io chiedevo allo staff di farmi delle foto, lei ha preso di sua spontanea volontà la macchina fotografica ed ha cominciato a scattare! Alcune volte uno immagina queste stelle del grande schermo lontanissime ed inavvicinabili, invece lei è stata di un'umiltà senza fine. È la stessa cosa che mi ha colpito di Turturro, tanto sono la sua grandezza, tanto la sua semplicità”. Ma la pellicola non è l'unica promessa di M’Barka Ben Taleb, che non si ferma mai. In concomitanza con “Gigolò per caso” uscirà anche un singolo: “Non è collegato al film – conclude la cantante- e soprattutto è una sorpresa. Non posso svelare niente, perchè voglio stupire tutti. Solo una cosa posso dire, sarà un brano francese”. Mancano ormai pochi giorni allora per lasciarsi meravigliare, tra note e settima arte, con sempre nel cuore il calore del Meridione.


NE “LA MORTE NON BASTA” DYLAN DOG È MADE IN SUD

il Fumetto

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SIMONA BuONAuRA

’ Albo mensile n.331 di Dylan Dog dal titolo “La morte non basta “ ha visto all’opera un team di artisti meridionali in quanto soggetto e sceneggiatura sono a cura del palermitano Giovanni Di Gregorio, i disegni dei fratelli gemelli napoletani Gianluca e Raul Cestaro, e la copertina dello storico fumettista barese Angelo Stano primo a disegnare le fattezze di Dylan ispirandosi all'attore Rupert Everett su richiesta di Tiziano Sclavi. Il personaggio dell’immaginario, nato dalla mente di Sclavi ispirato dal personaggio di John Silence dello

scrittore inglese Algernon, questa volta è alle prese con una serie di personaggi deceduti denominati i Ritornati. Tra questi Gloria, la fidanzata di Dylan cui le fa seguito una schiera di altri zombi che uccidono senza preavviso né paura di essere visti portando con sé nella tomba qualcun altro ed abbandonandosi nuovamente nelle braccia della morte. A Bloch dunque non resta che ricorrere all’aiuto di Dylan per far luce su questo terribile enigma. Abbiamo chiesto al fumettista Gianluca Cestaro, classe 1975 e studi effettuati prima all’istituto d’Arte e poi all’Accademia di Belle Arti, come si è trovato ad affrontare un personaggio così mostruosamente famoso e come è cominciato il suo percorso artistico… Per iniziare raccontaci qualcosa di te in particolare il personaggio dei fumetti preferito… « Tra i personaggi dei fumetti preferiti ce ne sarebbe più di uno: durante l’infanzia era certamente Paperino, dav-

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vero unico! Poi durante l’adolescenza mi sono avvicinato al fumetto più adulto e il personaggio preferito è diventato via via Corto Maltese, Ken Parker fino allo stesso Dylan Dog che lo è ancora oggi». Come siete approdati alla sergio Bonelli Editore? « L’ arrivo alla Sergio Bonelli Editore è avvenuto presentando direttamente in redazione alcune tavole di prova realizzate sui personaggi della casa editrice che trovavamo a noi più congeniali, tra i quali Nick Raider, Nathan Never, e in primis Dylan Dog. queste nostre prime prove piacquero ai vertici della Bonelli, un paio di mesi dopo ci comunicarono che eravamo entrati a far parte della casa editrice ed in particolare della testata Zona X di recente uscita e bisognosa di disegnatori». C’è qualche fumettista a cui vi ispirate? « I fumettisti che abbiamo come punti di riferimento sono in verità più di qualcuno. Inizialmente il nostro stile grafico era più vicino alla cosiddetta "ligne claire" di origini francesi, quindi il riferimento grafico era per disegnatori come Moebius, Manara, Giardino, Dall’Agnol anch’egli disegnatore di Dylan Dog. Successivamente però i nostri gusti si sono indirizzati maggiormente verso uno stile grafico caratterizzato da un contrasto violento tra luci e ombre e di conseguenza verso il caposcuola di questa linea grafica cioè l’argentino Alberto Breccia e altri come Jorge Zaffino, Domingo Mandafrina, Jordi Bernet fino al nostrano Ivo Milazzo». un fumetto, a differenza di un romanzo o uno scritto generico, punta principalmente all’immagine, talvolta i protagonisti però vengono illustrati in modo diverso, a seconda del disegnatore, ovvero pur mantenendo le caratteristiche principali ne cambiano l’aspetto. Pensi che sia un valore aggiunto o un torto offerto al lettore? «Personalmente penso che le rappresentazioni grafiche varie e personali di un protagonista non siano fuorvianti per i


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lettori, ma anzi siano un fattore positivo. Ogni disegnatore ha una propria personalità ed è giusto che abbia la possibilità di interpretare un protagonista secondo la propria personale sensibilità grafica pur rispettandone le caratteristiche principali, penso inoltre che i lettori gradiscano questa varietà di interpretazioni diverse e che ognuno di loro si possa affezionare ad esempio al "pro-

prio" Dylan Dog ovvero alla versione del protagonista che più corrisponda alla loro personale visione». Avete realizzato molte tavole anche per la saga di tex Willer quale secondo te sono le caratteristiche più simili e quali meno dei due personaggi? « La maggiore difficoltà sta proprio nel trovare similitudini tra questi due monumenti del fumetto, che pur provenendo dalla stessa casa editrice sono personaggi totalmente opposti. Le caratteristiche meno simili sono proprio quelle caratteriali e caratterizzanti. Tex è l’uomo delle certezze assolute. È il “raddrizzatorti” per eccellenza e l’amico forte che tutti vorremmo avere, quello su cui contare quando veniamo prevaricati nella vita. Un uomo dai forti valori morali e con un grande senso della giustizia, sempre contro ogni tipo di discriminazione, ostile ai poteri forti e costantemente a favore della difesa dei più deboli. Invece Dylan è forse l’uomo che tutte le donne vorrebbero avere! È un sognatore, è romantico, affascinante e quando va con una donna lo fa sempre per amore. E contrariamente a Tex è l’uomo delle assolute incertezze. Se Tex ha sempre le risposte a tutto, Dylan non ha risposte ma solo domande. È l’ uomo del dubbio e a volte anche molto fragile. Credo che la maggiore caratteristica in comune tra loro sia soprattutto il forte carisma che entrambi possiedono determinato proprio dai loro due caratteri così diversi eppure ugualmente coinvolgenti». I personaggi dei fumetti sono immortali e nel caso specifico di dylan viaggiano spesso tra il sogno e la realtà. Esiste un codice anche nel disegno per rappresentare gli stati d’animo del personaggio? « Il codice per rendere graficamente al meglio le emozioni di Dylan Dog penso consista nel calarsi totalmente

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nell’anima di questo personaggio anzi di questa persona. Penso che un buon disegnatore non possa non essere anche un bravo attore non nell’ accezione di autore di una finzione ma proprio nell’ottica della capacità che l’attore possiede di "diventare" quel personaggio e di riuscire a tirare fuori le sue emozioni più autentiche. Dylan Dog in particolare è un personaggio capace di esprimere emozioni sempre molto forti e contrastanti, dunque stimola molto le capacità introspettive di un disegnatore». Oggi si parla molto di difficoltà nel comunicare. un fumetto può essere, secondo te, un canale per offrire messaggi ed esempi ai giovani e non? « Penso che un fumetto sia certamente in grado di lanciare dei messaggi e di far riflettere giovani e meno giovani. Hugo Pratt definiva il fumetto "Letteratura disegnata" quasi a voler restituirgli dignità e valore ma penso che il valore del fumetto sia proprio quello di chiamarsi tale e di essere un linguaggio capace di suscitare emozione e riflessione grazie alla fusione magica tra parole e immagini. Dylan Dog in particolare attraverso le sue storie e le sue campagne ha spesso lanciato messaggi e fatto molto riflettere su questioni etiche anche importanti come l’eutanasia, la droga, la discriminazione dei deboli e disabili, il maltrattamento degli animali…dunque mi sembra l’esempio più significativo della forte capacità che il fumetto possiede di esprimere messaggi ed esempi importanti». Una simpatica curiosità sul protagonista dell’albo a fumetti horror della Sergio Bonelli Editore: il napoletano autore satirico Francesco Burzo, grande estimatore del personaggio , realizza da qualche anno le “Copertine rivisitate di Dylan Dog” ovvero rimaneggia i titoli originali delle copertine dell’albo in chiave umoristica la maggior parte delle volte in dialetto napoletano.


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la Lettura

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icollegandoci all’editoriale del nostro direttore circa la manovra di attacco frontale alle verità storiche lungamente nascoste, partiamo dai suggerimenti per le letture di questo mese da "Il sud dalla Borbonia Felix al carcere di Fenestrelle - Perché non sempre la storia è come ce la raccontano" (AddictionsMagenes Editoriale pp 149 - € 12,00) del presidente del Movimento Neoborbonico Gennaro de Crescenzo, con prefazione di Lorenzo del Boca. Nel consolidato stile e con tanti dati e documenti a certificare la tesi della non arretratezza del Regno delle due Sicilie, De Crescenzo pone l’ennesimo sacchetto in difesa della trincea meridionalista. Un testo decisamente in controtendenza avverso a quel “neonordismo” che da qualche tempo muove in rappresentanza della cosiddetta questione settentrionale. (E di qualche cattedra universitaria…).

4 dimensioni nell’arte napoletana. La scoperta di una prospettiva spazio-tempo” (Editore Tullio Pironti – pp 260 - € 18,00) del quale ha parlato il quotidiano americano in lingua italiana “America Oggi”. Intervistata nel nostro Brigantiggì dal vicedirettore Simona Buonaura, l’autrice ha spiegato il senso di questa sua geniale intuizione che costituisce l’asse portante dell’opera. “Vorrei portare il lettore, attraverso le illustrazioni (ce ne sono 120), a scoprire questa quarta dimensione che, poi, sarebbe il tempo”. E’ un libro che abbraccia non solo la pittura e l’arte, ma anche la filosofia, la sociologia. “La prospettiva è un modo di guardare la realtà, quindi è una mentalità. Quando osserviamo un’opera, quello che manca è la percezione prospettica del tempo” - ha concluso l’autrice di questo originalissimo libro, immancabile per ogni appassionato di arte del nostro amato Sud.

La seconda proposta è quella di un testo che analizza il biennio 1848/1849 in relazione alla concessione della Costituzione ed alla successiva restaurazione monarchica. Il titolo è “Il Re, il Parlamento e le barricate di Napoli (1848-1849)” di Guido Jetti (Kirke - pp 132 - € 14,00) con prefazione di Mario Di Domenico. Sotto esame il rapporto tra Ferdinando II di Borbone e la classe politica interna allo Stato Borbonico, tra l’intervento contro l’Austria ed i moti siciliani in direzione secessionista. Fatti che avrebbero poi indirizzato alla realizzazione dell’unità d’Italia secondo quelle dolorose dinamiche coloniali, da tutti i nostri lettori tristemente conosciute.

In chiusura vi segnaliamo “L’ultima notte dei fratelli Cervi – Un giallo nel triangolo della morte” di Dario Fertilio, (Marsilio pp. 254 - € 17,00). Il romanzo, uscito nel 2012, ricostruisce fatti reali alla presenza di fantasia del personaggio del partigiano “Archimede” contribuendo a riaprire e smitizzare lo scenario eroico del primo dopoguerra. Appassionante nello svolgimento, squarcia numerosi veli sull’italietta dove si mescolano in maniera inquietante, ex fascisti e compagni dalla condotta non sempre cristallina. Insieme al libro di Friedman, un contributo intelligente ad un Paese che, prima o poi, i conti con tutta la sua storia dovrà pur farli per archiviare i passati nella giusta luce e pensare, finalmente, ad un futuro senza scorie e senza falsi miti. Arrivederci al prossimo numero e…buona lettura.

Terza proposta quella dell’originalissimo testo di una stimata collega, Adriana dragoni, quel “Lo spazio a


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1799, LA RIVOLUZIONE NAPOLETANA DELLA DEA RAGIONE

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DI ETTORE D’ALESSANDRO dI PEsCOLANCIANO ll’indomani della prima campagna d’Italia (1796- 1799 con il sostegno dei democratici filogiacobini.La 97) dell’esercito repubblicano francese, il cui spontanea resistenza dei popolani “Lazzari”, fedeli al governo aveva portato alla ghigliottina i reali Bor- sovrano rifugiatosi in Palermo e messi al servizio del bone di Francia, re Ferdinando IV di Napoli e Sicilia ade- preposto Vicario generale, il conte Francesco Pignatelrì alla coalizione antirivoluzionaria (1793-97) delle li,non riuscì a produrre altro che 3000 vittime uccise dagli monarchie europee. Del resto, la decapitazione del cugi- stranieri occupanti.La postuma Repubblica napoletana no francese, re Luigi XV°, il 21 gennaio 1793 e la suc- franceseggiante,insediatasi dopo la caduta dell’ultima fortezza realista di Castel Sant’Elmo, si organizzò in sei Comitati (militare,legislativo,centrale,finanza, polizia generale,amministrazione) e con 20 membri governativi (tra cui Pagano,Cirillo,Delfico) appartenenti al ceto medio. La breve Repubblica giacobina napoletana che ordinò una sanguinaria repressione di controrivoluzionari, tra cui i fratelli Baccher, giunse ad approvare la Costituzione di Mario Pagano su modello francese, nonché ad abolire i fidecommessi,la primogenitura (il 29 gennaio 1799) e legiferare l’eversione della feudalità (25 aprile 1799) sotto il controllo della dittatura del generale Championnet. questi sconvolgimenti politici napoletani e quelli francesi-buonapartisti furono poi argomento disquisitorio dell’opera del cavaliere gerosolimitano Giuseppe Franciani Vespoli, dal titolo “Saggio politico sulle Rivoluzioni”(Napoli 1824).

cessiva feroce soppressione della ribellione realista in Vandea, seguita dalla bellicosa avanzata dei rivoltosi francesi, indusse il governo napoletano borbonico ad attuare opportune azioni repressive contro ogni faziosità filogiacobina nel regno.

Tra l’altro, a Napoli erano già presenti, dagli inizi del settecento, sette massoniche, inneggianti ai principi razionali illuministi, nonché club filo francesi, sostenitori della rivolta intransigente e radicale ad ispirazione del sanguinario Maximilien de Robespierre (come la società segreta ROMO, Repubblica o Morte). Dopo il tentativo fallito di re Ferdinando IV Borbobe di liberare Roma dai francesi e dai loro sostenitori della Repubblica Romana (nata nel 1798), a causa della sconfitta dell’esercito napoletano presso Civita Castellana (1798), le truppe rivoluzionarie dello Championnet entrarono in Napoli il 23 gennaio


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L’autore analizzò criticamente la natura di cotali ribellioni “all’antico regime” societario, con le sue tradizioni,valori e costumanze identitarie di un popolo. L’immagine secolare delle popolazioni napoletane, volte ad essere “sottomessi così alla Religione, divoti alla Monarchia, e fedeli

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gione”(p.18).Tra i predicatori della democrazia, rivendicata dai giacobini, vi fu lo studioso Rousseau, autore del “Contratto Sociale”, il quale è “nato per l’ambizione, e cittadino di Ginevra…il quale se a fianco di un Monarca avesse brillato come un Richelieu, o un Colbert avrebbe scritto come Macchiavello…cercò di riformare la società, perché questa gli rendesse giustizia.Volle distrutto il potere legislativo ed esecutivo, che forma l’eminente dritto de’troni, per ottenere quello che sperava comunicare gli potessero i suoi talenti”(Malipiero, “Il trionfo della verità nella difesa dei diritti del Trono, ossia Confutazione del Contratto Sociale di G.Giacopo Rousseau, T.2, p.233).quel “patto sociale”,enfatizzato dalle fronde rivoluzionarie giacobino-liberiste fu solidale nell’opera distruttiva dei simboli e norme appartenenti agli “affamatori dei Popoli”,in virtù della “pretesa uguaglianza fra gli uomini in tanta disparità di caratteri di talenti e di forze”(p.23). La calunnia spianò la strada “all’eccidio nel quale fu involta la Francia”, così come Napoli, tanto da far sollevare un grido d’indignazione così espresso: “O Voi che filosofaste senza calcolare il risulta mento de’vostri sistemi, se dalle ora poco onorate tombe sorgeste, potreste dipingere con i ridenti colori il quadro d’una nazione sovrana?”. La filosofia egalitaria della “Dea Ragione” fu messa sotto accusa quale causa per la quale “le generazioni della Francia erano messe a taglio regolato, come gli alberi di una foresta:ogni anno si troncavano 80.000 giovani… Buonaparte negli undici anni del suo regno fece perire più di cinque milioni di Francesi” (p.33), ed altrettanto accadde in Italia e nel regno di Napoli.

all’onore”(p.9), fu macchiata dalla rivoluzione del ’99.Ne derivò che anche i “Napoletani - dettero – all’Europa intera il grato spettacolo d’un popolo, che non degenere da’ suoi maggiori avidamente cerca le occasioni per cicatrizzar le piaghe, che le politiche circostanze han fatte alla nostra bella Patria,pingendo sulla faccia di lei il delitto, e la sciagura”.

L’anarchia, introdotta nel Regno dalla Repubblica napoletana, portò all’occupazione delle proprietà feudali e demaniali, ai frequenti delitti di persona per il possesso ed il governo della ricchezza, tanto da fare “asserire che una nazione in massa abbia diritto di governare, mentre ha bisogno di essere governata?Se non ci fossero leggi e governo, la volontà particola di ciascuno, se ancor onesta (il che è moralmente impossibile) si supponesse, non avrebbe un centro di norma, una regola ferma di direzione, e sconvolta fin dalle sue fondamenta sarebbe la società”. Lo stesso autore dimostrò nella citata opera che “il dominio monarchico non solo è la più antica, ma è la sola forma di governo, che si fosse conosciuta dall’antichità”. Sul governo monarchico, colpito dalla rivoluzione, si espressero a favore vari scrittori, quali Aristotele, Herzio, Giustino fino a Loche, mentre solo i “presuntuosi filosofi” dell’illuminismo razionalistico, a metà del XVIII secolo, maturarono dottrine con “il folle disegno di abbattere tutti i Troni di Europa…e di distruggere la Reli-


APPUNTAMENTI DEL MERIDIONALISTA

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MERCOLEdÌ 16 APRILE presso laFeltrinelli Libri e Musica, Via Melo 119 Bari, alle ore 18.30 Presentazione dell’autobiografia immaginaria “Meraviglioso” Vita e amori di Domenico Modugno di Fulvio Frezza Una biografia attraverso le canzoni. Dodici canzoni per raccontare la vita di Domenico Modugno, ricostruirne la parte più intima e nascosta, quel mondo interiore che solo i versi possono rivelare. Saranno presenti Costantino Foschini e l'autore Fulvio Frezza.

Che cosa hanno in comune tra loro Janara, giovane popolana avvizzita prima del tempo, e il gentiluomo che, legato mani e piedi, le è stato portato in casa dal marito? Assolutamente nulla, nemmeno l’essere nati entrambi a Napoli li unisce. Come mai, allora, due creature tanto lontane l’una dall’altra si scoprono infine partecipi dello stesso destino, che in qualche modo ne parifica la condizione, le fa apparire solidali ancorché inchiodate a ruoli fatalmente contrapposti? Della risposta a quest’ultimo interrogativo si fa carico “Il baciamano”, testo di Manlio Santanelli che chiude i Seminari Teatralizzati organizzati da Il Brigante.


il Brigante  
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