AFGHANISTAN - Fede.Cuore.Ragione

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f.ede c.uore r.agione

lorenzo merlo

victory project book


Date e dati_legenda Quando non specificato si tratta del 2010/11 • Nessuna pretesa di esaustività, anzi solo di provocazione d’interesse • Quando presente, il dato doppio riferisce la stima secondo fonti diverse • Alcuni dati fanno sospettare - più di altri - sulla loro attendibilità. Sono stati pubblicati per ricordarci che spesso la logica del conflitto d’interessi governa l’informazione • Questi dati sono in parte tratti dalla bibliografia presente in Libreria e dai siti in fondo riportati • Geografia Pop: 24/31 mln • 49 ab/kmq • Pop con meno di 14 anni: 14 mln • Confini: Iran/O, Pakistan/SE, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan/N, Cina/NE • Hindu Kush: catena montuosa tra le più alte al mondo, a NE del paese • 80%: territorio tra i 600 e i 3.000 m slm • Battria o Turkestan afghano: area pianeggiante a nord • 2.650 km: fiume Oxus, oggi Amu Darya, sfocia nel mare d’Aral e segna il confine tra Afghanistan e Tagikistan • Amu Darya, Helmand, Hari Rud, Morghab: fiumi • Fuso orario: Utc/Gmt +4:30 • Kabul: 34° 3’ N 69° 1’ E • 1.765: m slm, quota di Kabul • Pil (Ppa): 21.340 mln Usd (114º) • Pil pro capite (Ppa): 907 Usd (170º) • 36%: alfabetizzazione • 16%: mortalità infantile • 44/47 anni: speranza di vita negli uomini • 46 anni: speranza di vita nelle donne • 38 ºC: media della torrida e arida temperatura estiva • Principali prodotti di importazione: derivati del petrolio, alimentari, tessuti, macchinari • Posizione dell’Afghanistan nell’indice di sviluppo dell’Onu: 173° su 178 • Gruppi etnici: pashtun 42%, tagiki 27%, hazarà 9%, uzbeki 9%, aimak 4%, turkmeni 3%, baluci 2%, altri 4% • 70/80%: produzione di cereali sull’intera produzione agricola, oppio a parte • Capitale: Kabul, l’unica città con più di 500.000 abitanti • 3.573.000: pop di Kabul • 2,9 mln: abitanti di Kabul secondo l’istituto centrale di statistica; ovunque si legge 4,5 e più mln • 652.000 kmq: superficie dell’Afghanistan, Italia 301.336 • 49%: dominato dalle montagne, in buona parte deforestato • 370 Usd: reddito pro capite Afghanistan • 524 Usd: reddito pro capite dei paesi poveri • 24%: popolazione urbana • 33%: malnutrizione sotto i 5 anni • 42% sotto la soglia povertà nazionale • 5.529 km: lunghezza totale confine • Confini in km: Cina 76, Pakistan 2.430, Iran 936, Turkmenistan 744, Uzbekistan 137, Tajikistan 1.206 • 7.492 m slm: Noshaq, la vetta più alta dell’Afghanistan • Hindu Kush: catena montuosa • 7.690 m slm: Tirich Mir (Pakistan) vetta più alta dell’Hindu Kush • Paropamiso: catena montuosa a NO • Hindu Kush vero e proprio: c.a 600 km; la parte restante consiste di molte catene minori, tra cui i Koh-e Baba, i monti Salang, Koh-e Paghman, Spin Ghar (detti anche Safid Koh orientali), i monti Sulaiman, i Siah Koh, Koh-e Khwaja Mohammad e Selseleh-e Band-e Turkestan. I Safid Koh occidentali, i Siah Band e i Doshakh nel loro insieme sono anche chiamati Paropamiso dagli studiosi occidentali • Nelle montagne della parte centrale dell’Afghanistan sorge il fiume Rudkhaneh-ye Hari Rud, detto anche Hari Rud (fiume Hari) che, per 1.100 chilometri, si snoda fino al deserto Kara-Kum in Turkmenistan • Il fiume Kabul attraversa le città Kabul e Jalalabad, arriva in Pakistan passando vicino al passo di Khyber, sorge alle pendici dei monti dell’Indo Kush, confluisce nell’Indo nei dintorni della città di Peshawar • Pietre preziose come lapislazzuli venivano estratte, fin dai tempi antichi, nelle miniere della valle di Kowkcheh, smeraldi preziosi in quelle presenti nelle valli del Panjshir. Nella valle dell’Ab-e Panj si trovavano, invece, i rubini balas detti anche spinelli. Oggi pare che queste ricchezze naturali si siano esaurite completamente • 65 m: altezza Minareto di Jam, il più alto minareto in mattoni del mondo, eretto tra le montagne a 2.400 slm è scoperto da Sir T. Holdich nel 1886, nel 1957 è valorizzato da due archeologi francesi, nel 1979 a causa dell’invasione sovietica viene lasciato a se stesso, nel 1993 diventa monumento appartenente al Patrimonio dell’umanità dell’Unesco, fu costruito a fine XI sec. d.C. durante dinastia dei Ghuridi • 34: velayat, province dell’Afghanistan, con capoluoghi, Badakhskan/Feizabad, Badghis/Qala-i Naw, Baghlan/Pol-e Khomri, Balkh/Mazar-e Sharif, Bamiyan/Bamiyan, Daikondi/Nili, Farah/Farah, Faryab/Meymaneh, Ghazni/Ghazni, Ghowr/Chaghcharan, Helmand/Lashkar Gah, Herat/Herat, Jowzjan/Shebarghan, Kabul/Kabul, Kapisa/Mahmud-i Raqi, Khowst/Khowst, Konar/Asadabad, Konduz/Konduz, Laghman/Mihtarlam, Lowgar/Pul-i Alam, Nangarhar/Jalalabad, Nimruz/Zaranj, Nurestan/Parun, Oruzgan/Tarin Kowt, Paktia/Gardez, Paktika/Sharan, Panjshir/Bazarak, Parvan/Charikar, Qandahar/Qandahar, Samangan/Aybak, Sar-e Pol/Sar-e Pol Takhar/Taloqan, Vardak/Maidanshahr, Zabol/Qalat • Laghi di Band-i-Amir: nella regione di Bamiyan, sono 5 laghi, Band-i-Kahmar, Band-i-Gulaman, Band-i-Aibat, Band-i-Panir e Band-i-Pudina, Afghanistan settentrionale, c.a 190 chilometri a NO di Kabul a c.a 3.000 m slm, nasce qui: il fiume Kujruk: il fiume che nasce dai laghi di Band-i-Amir •

Date e dati

Storia 1219: invasione dei Mongoli di Gengis Khan • 1747: nascita Afghanistan • 1823: nascita Emirato dell’Afghanistan • 1839-1842: dominazione inglese • 1878-1880: seconda invasione inglese • 1893: tracciata la linea Durand tra Afghanistan e Pakistan • 1894: forzata conversione musulmana delle valli del Kafiristan (terra infedele), rinominate Nuristan (terra di luce) • 1919: nascita Regno dell’Afghanistan • 1946: ingresso nell’Onu • 1959: abolizione obbligo del velo • 1967: costruzione galleria del passo Salang • 1973: fine monarchia e nascita prima repubblica afghana • 27/04/1978: Rivoluzione d’aprile • 1979-1989: invasione sovietica dell’Afghanistan, la resistenza è finanziata da Stati Uniti (Jimmy Carter e Ronald Reagan), Pakistan e Arabia Saudita • Isi o Inter Services Intelligence: la più importante e potente delle tre branche dei servizi di Intelligence del Pakistan, che nel corso dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, con Cia e sauditi, aiuta e forma i mujaheddin contro l’Armata Rossa sovietica e il governo afghano filo-sovietico dell’epoca • 17/04/1992: proclamazione Repubblica Islamica dell’Afghanistan • 1996-2001: dominio talebano • 09/09/2001: attentato suicida contro Massoud • 07/10/2001: inizio Enduring Freedom (risposta americana all’11 settembre/Twin Towers e caccia a bin Laden, progettista e guida di al Qaeda • 30/05/2002: Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan firmano l’accordo per il gasdotto • 2004: elezione a presidente di Hamid Karzai • 2005/2006: ingente crescita del numero di attacchi suicidi, di fuoco diretto e di ordigni esplosivi improvvisati • C.a 600: ordigni umani nel 2001/2009 • 2006: ondata di azioni sull’Afghanistan meridionale per opera delle truppe Nato (Operazione Avanzata Montana, Operazione Medusa, Operazione Furia Montana, Operazione Falcon Summit) • 13/01/2007: la forza britannica, guidata dai Royal Marines, attacca un’importante rocca talebana nell’Helmand • 13/05/ 2007: morte del Mullah Dadullah • 12/2007: i talebani lasciano la città di Musa Qala nelle mani dell’esercito regolare • 07/2009: le forze della coalizione lanciano l’offensiva “Colpo di Spada” (Khanjar) nella valle di Helmand, roccaforte dei Talebani • 12/2009: Obama ordina un aumento delle truppe di 30.000 unità • 09/2010: elezioni parlamentari • 20/09/2011: Kabul, attacco kamikaze e uccisione dell’ex presidente afghano Burhanuddin Rabbani • Guerra 1.500.000: afghani morti durante l’occupazione sovietica • 15.000: caduti russi • 3.000.000: disabili e mutilati durante l’occupazione sovietica • 50.000: civili afghani morti nel 1994 (prima guerra civile) • 42.500: morti afghani dall’invasione dell’Afghanistan, dal 2001 fino a 10/2009, 11.000 civili (7.500 vittime delle truppe d’occupazione e 3.500 degli attacchi talebani), 6.000 soldati e agenti di polizia e 25.000 guerriglieri, a questi vanno aggiunti 1.350 soldati Usa e Nato • 2.777: morti civili dal 2001 al 2010 con aumento del 15 % nel 2010, 2/3 sono a carico dei talebani • 10 anni, 120 mesi e 3.652 giorni: durata della guerra all’ottobre 2011 • 2010, record vittime civili: 2.421, oltre 3.270 feriti (Afghanistan Right Monitor) • 4.300: anni che occorrerebbero per sminare completamente il territorio • 2 mln: profughi • 25: quantità minima di protesi applicate ai corpi di bambini feriti • 2001/2011: 34.000 morti civili e militari • 2003: gli scienziati dell’Uranium Medical Research Center, Washington Dc (Umrc, Centro di ricerca sull’uranio) hanno analizzato campioni di urina nei civili afghani; 100% dei campioni prelevati presentava livelli di Du tra il 400% e il 2.000% superiori rispetto ai valori normali • 12/2003: gli Usa sono incriminati dal Tribunale criminale dell’Afghanistan per l’uso di Du • Tribunale criminale internazionale per l’Afghanistan (Icta): tribunale popolare promosso dal prof. Akira Maeda, docente di legge internazionale alla Zokei University di Tokyo, istituito nel dicembre 2002 sulla base che “non vi è organizzazione internazionale che stia giudicando l’attività militare americana in Afghanistan”, il tribunale non ha poteri legali e ha sede a Tokyo • 02 e 03/07/2010: l’aeronautica Usa fa volare gli Avenger (Vendicatori), armi nate nel 1987, prodotte su larga scala nel 1990, nel 1994 vengono certificati per essere utilizzati, droni che sparano proiettili a uranio impoverito • 500/600 t di Du sono oggi sparse sul territorio afghano • Non si contano i militari, anche italiani, e loro progenie, affetti da patologie gravi dovute (con riserva) al Du • 4.500.000.000 (4 miliardi e mezzo) di anni: tempo che impiega l’uranio impoverito a dimezzare la propria radioattività • 2.027: nel 2010, morti per mano talebana e altri gruppi armati, aumento di oltre un quarto rispetto al 2009 • 33.877: vittime afghane 2001/2011 • 8.756: vittime militari afghane 2001/2011 • 10.000: insorti afghani 2001/2011 • 2.200: militari Nato


Allontanatevi un tiro di sasso a destra o a sinistra di questa strada bene tenuta su cui camminiamo, e subito l’universo assumerà un aspetto selvaggio, strano... Rudyard Kipling


a Graziana e Fausto per i loro sentimenti di fede cuore ragione


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Lorenzo Merlo Afghanistan fede.cuore.ragione. Idea, testo e foto di Lorenzo Merlo Progetto grafico e impaginazione di Eleonora Ambrosini Il copyright© di tutte le citazioni utilizzate è dei rispettivi autori e/o editori Date e Dati a cura di Alessia Delisi, Anna Mola, Cristina Righetti e Maria Rinaldi Copyright© 2011 Victory Project book/Lorenzo Merlo Via Bronzetti 20 – 20129 Milano victoryproject.net Prima edizione: Milano, ottobre 2011 ISBN: 978-88-906203-0-0 Stampa: APV Vaccani srl, Milano Copertina: Kabul, resti della piscina olimpionica di Bibi Mahru Hill. Un’opera dell’epoca sovietica. C’è sempre la voce, mai definitivamente confermata, sia stata luogo di esecuzioni sommarie. Pare avvenissero su una piattaforma dei tuffi. Poi è diventata luogo di ritrovo e gioco. Tre bambini giocano con un puchball realizzato con resti di copertoni. 1929: Re Amamullah introduce il tricolore nella bandiera nazionale, il nero indica il passato, il rosso il sangue degli eroi, il verde come simbolo dell’islamismo. IV di copertina: Fine del divertimento, si torna al canovaccio principale: una specie di lotta per la sopravvivenza mescolata alla tragedia delle tradizioni lacerate dalla modernità, imposta dalla guerra, dalle merci, dalla tv. Quale generazione sarà di nuovo in grado di tracciare una linea meno a rischio dell’attuale? Che forme mostruose prenderà qui l’opulente cultura che le ristrette lobby dell’oppio, del fondamentalismo e della guerra certamente si adopereranno a diffondere? Le foto alle pagine 8, 26, 116, 218 sono della ex piscina di Bibi Mahru Hill. Raccontano il passatempo di tre scugnizzi del posto, segnano l’inizio dei capitoli. Citazione IV di copertina: Nicolas Bouvier - Il pesce-scorpione - Marcos y Marcos, Milano 1991 Tutti i diritti relativi ai brani utilizzati nel capitolo Etica ed Estetica, in prima romana, in quarta di copertina e quella di pag 206 sono dei rispettivi autori e/o editori cui il titolo riferisce. Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta o archiviata in un sistema di recupero o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, fotoriproduzione, memorizzazione o altro, senza l’esplicito consenso da parte di Victory Project book/Lorenzo Merlo Finito di stampare nell’ottobre 2011


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Dati e date Legenda Etica ed estetica Domande afghane Libreria Tashakor/Manana


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testatina Poche pagine per indirizzare lo sguardo. Qualche nota dedicata alla dimensione fotografica di Afcr e qualcuna a quella intellettuale. Affinché quel sentimento, che sempre ci accompagna, che fa l’ambiente e la realtà, possa essere di soddisfazione, per la complicità raggiunta, per il dialogo realizzato, per lo scambio compiuto.

Legenda foto testo


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legenda testatina

Premessa, tanto non la legge nessuno ovvero una trinità per una interpretazione Fede cuore ragione non sono tre aspetti di ogni individuo. Sono ogni individuo. Non esistono divisi e forse non esistono del tutto, tranne che tutti insieme e si chiamano uomini. Afcr (Afghanistan fede.cuore.ragione.) è composto da più capitoli ed è di tre parti, disposte secondo un ordine che non sempre possiamo riconoscere. Fede, Cuore, Ragione sono momenti sempre pronti a fiorire in funzione della sollecitazione di ogni circostanza. Sono umori dai quali non possiamo separare gesti, scelte, sentimenti e comportamenti. Sono realtà che scaturiscono, poi... diventano oggettive. Così, senza preavviso, sgorgano da una pagina piuttosto che da un’altra. Per qualcuno di noi, ma non sempre, e non a tutti. E altrettanto senza preavviso verso noi stessi, saranno quei diversi richiami a fermarci su una pagina o a farci andare oltre.

Kabul, Karte Wali. Ambasciata italiana. Un giovane hazarà assiste gli ospiti dell’Ambasciata italiana a Kabul. La sua serietà, la sua etichetta, sono simbolicamente qui strumentalizzate per invitare ognuno a sentire l’Afghanistan, più che a capirlo. Non è progetto accessibile a tutti, non è una questione di volontà. È una questione di ascolto. Ricreare è necessario.

Per cultura, impariamo a credere ad una univoca realtà dei fatti. Poi, ci si emancipa dal preconcetto di poter raccontare la realtà. Quindi, viene quello che la realtà non è raccontabile. O meglio, quello che la realtà raccontata ne produce una diversa. Romanzieri e impostori lo sanno. Nonostante tali instabilità, inammissibili per chi deve scegliere e indispensabili ad ogni esploratore, alla fine il peccato di presunzione (credere di poter riferire) non è esorcizzato. L’alternativa è credere di poter evocare. Nulla più. Afcr vorrebbe evocare. Arido, rupestre, desolante. Ancestrale, feudale, scenografico. Nascosto, lontano, inaccessibile. Generoso, ospitale, accessibile. Monocromatico, variopinto, fotografico. Ognuna di queste trinità è Afghanistan. Basterebbero loro per fare cenno allo spessore che ne crea la distanza e, per alcuni, l’attrazione.


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Legenda foto Una premessa per valorizzare le ordinarie immagini di queste pagine. Una valorizzazione che può anche renderle straordinarie, almeno per chi - affiancato dalla potenza alchemica dell’empatia - arrivi a sentire la profondità delle storie che contengono. Che raccontano. Più d’uno di questi scatti è da solo una storia. Libera di scorrere in noi tanto più esplicita quanto più le saremo dedicati: con l’ascolto si può cogliere la loro concezione di noi, il loro sentimento di disponibilità o di astio, la loro benevolenza verso gli altri, verso i bambini, ben prima che qualcosa di esplicito venga ad urlarlo. Ammesso che venga. Ammesso ne abbia il tempo. Afcr è un libro fotografico. Dedicato soprattutto ai sentimenti. Storie di persone che l’empatia sa riconoscere da ogni sguardo. Quando ci predisponiamo all’ascolto abbiamo accesso ad una dimensione del nostro interlocutore altrimenti occulta. Viceversa, messe di informazioni, che tutti i media emettono ed esibiscono, non produce in noi un sapere organizzato. Manca di ascolto quel raccogliere avidamente le notizie, si riempie della sola soddisfazione provocata dal capire. Quelle innumerevoli quantità di dati ci hanno investito senza che noi ne sentissimo l’esigenza. Senza avere la nostra richiesta e perciò senza potersi depositare tra le maglie del nostro sapere, ed infittirle. Quanti di noi sono in grado di riformulare la recente storia afghana? Quanti di noi possono estrarre da quelle montagne di date, fatti, resoconti e sintesi, qualcosa che sia autentico, qualcosa che vada oltre il luogo comune? Cioè, qualcosa che ci metta in contatto con le loro fedi, i loro cuori e le loro ragioni. Afcr invita a sentirle. Disporre dell’estetica che le circostanze del quotidiano ci offrono permette di connotare più puntualmente le prospettive via via più profonde e nascoste di una realtà. È secondo questa logica che una parte delle immagini è stata selezionata. Sennò, come fai a cercare una risposta alle domande di spessore, se non hai idea su che superficie del reale si mostrano le verità delle loro concezioni? È a quelle domande superficiali, quelle che tutti inizialmente ci poniamo, che alcune di queste immagini offrono una risposta. (È vero, altre inevitabilmente nutrono e rafforzano i luoghi comuni duri a morire.) 12٠A f c r

Kabul, interno taxi. Curiosità, disponibilità e autenticità dentro lo sguardo di un comune co-passeggero di un qualunque taxi d’Afghanistan. Sospendendo il giudizio, potremmo sentire il peso e la spinta sovrumana della tradizione che uno sguardo o una situazione ci offrono in modo così plateale, autentico, inequivocabile. Purché gli si accrediti ragione, lo si ascolti con il cuore, gli si dedichi fede.



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Più che immagini, occhiate, a quelle situazioni di vita ordinaria mai troppo seriamente prese in considerazione dai politici, sempre le sole ad essere valorizzate dai pacifisti. Comunque le uniche in grado di farci sentire al cospetto di gente come noi. Al cospetto di una realtà oltre a quella del telegiornale e del comunicato governativo. Afcr, non ha la velleitaria ambizione di soddisfare tutte le primarie domande. Offre sì, qualche opinabile risposta. Certamente ha l’intendimento di privilegiarle. Spingendoci a cercare le risposte verso una piazza, o una casa privata, verso una scuola, piuttosto che verso un villaggio, un capraro o un camionista. Prima che verso una conferenza stampa, un Colonnello o un comunicato ufficiale. Ma ogni media ha il dovere e il limite di raccontare fatti orditi dal filo rosso di chi ce li riferisce. Inzuppato di buone intenzioni o di ideologia (e che differenza fa?), comunque obbligati a lasciar fuori dall’inquadratura tutta la realtà inutile al discorso. Esattamente come abbiamo fatto noi. Quindi, le immagini qui raccolte vorrebbero risuonare con qualcuno di noi così da percepire i sentimenti di un popolo o di qualcuno di loro. Riconoscerli come nostri e toccare la natura della solidarietà. Senza escludere i militari in gioco. Uomini. Come loro. Come noi. Tutte le immagini sono state riprese in due viaggi, entrambi nel 2005 tra Kabul, Herat, Farah, Paghman, Panjshir. verità oggettiva Checché se ne dica, fotografare è riferire. Riferire è mediare. Quello che fotografi è altro da quello che dalla foto esce ed entra in noi che la guardiamo. Il fotografo decide cosa includere/escludere dall’inquadratura. Il lettore amplia quanto nota e lo coniuga col suo personale ordine. Uno scolpisce, l’altro aggiunge, ma le parti possono invertirsi. Ma dipendentemente dalla natura che portiamo e di quella della quale abbiamo esigenza. Una questione di equilibrio. Di sopravvivenza identitaria. Anche andando direttamente sul posto - apparente unica soluzione al dilemma 14٠A f c r

Kabul, interno casa privata quartiere Hisayi Dowom, nord-est della città. Assistita dalla madre, dalle sorelle e dalla Croce Rossa Internazionale, questa madonna, madre e moglie, da anni priva dell’uso delle gambe grazie alla guerra, anzi, grazie ad un solo proiettile, mostra ancora nel portamento una forza piena, indispensabile per riempire di speranza e vitalità gli abissi della disperazione.



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della realtà unica o molteplice - non troveremmo univocità. Tranne che in un caso. Quando l’interlocutore delle nostre foto, non tanto ha la nostra stessa natura, quanto invece vive la nostra stessa esigenza. Allora si va d’accordo, ci si capisce, sembra di comunicare, o almeno, se ne vive il senso, la soddisfazione. Non siamo uomini, siamo contenitori di storie e la storia va dove il bivio e la spinta di tutte le cose ci obbliga. Così un romanzo è vero almeno come lo è la realtà che potremmo raccontare. Così la fotografia è anche un falso, almeno per chi crede che la realtà sia una soltanto. in altre parole I n our time. I l mondo visto dai fotografi di M agnum La fotografia documentaria, secondo un concetto diffuso, dovrebbe essere un mezzo espressivo di un’estrema veridicità e di una trasparenza meccanica. Da questo punto di vista, la macchina fotografica “non mente mai”, poiché è in grado di riprendere in dettaglio e con grande obiettività tutto ciò che gli si pone dinanzi. Si pensa spesso che i fotografi, ritenuti coraggiosi e perfino intrepidi, non facciano altro che scattare, a prescindere dalla loro perspicacia. Se fosse così, Magnum non sarebbe mai esistita, perché una tale visione non tiene conto né delle esigenze della fotografia quale mezzo interpretativo, né delle profonde differenze tra singoli fotografi. La maggior parte dei buoni fotografi, come Rodger, sanno che il rapporto intercorrente tra forma e contenuto è delicato, che si può eludere facilmente e che l’orrore e il fetore dei cadaveri possono essere trasformati in immagini particolarmente serene e perfino piacevoli. Quel che conta è non solo il soggetto fotografato ma è il modo di interpretare l’immagine che cambia il significato, e nonostante gli innumerevoli dettagli, accade spesso che il fotografo sottragga alla vista più di quanto mostri. Il fotografo sa che l’immagine contenuta nell’esiguità dello spazio di un rettangolo può risultare estremamente ambigua... Fred Richin, 1989 Lo sguardo neutrale è una menzogna, specie nel mio lavoro, dove basta spostare la macchina da presa di pochi centimetri perché tutto cambi. Vittorio De Seta, regista

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Kabul, interno casa privata quartiere Hisayi Dowom, nord-est della città. Fotografare donne richiede molto tempo, attesa e fortuna. L’assenza di diffidenza di questa giovane donna, sorella della madonna di pagina 14, non si è creata per merito mio. Accompagnando un medico della Croce Rossa Internazionale, ho avuto accesso a luoghi e situazioni che richiederebbero ben più tempo e ben più attesa. E nessuna sicurezza di successo.



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testi

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Legenda testo Buona parte dei testi di questo lavoro - le citazioni di Etica ed Estetica, le domande di Domande Afghane, gli argomenti delle didascalie - privilegiano le espressioni che vorrebbero evocare quale universo dovremmo scoprire, attraversare e essere per chetare la nostra arrogante e narcisistica voglia di dire agli altri come devono stare le cose. Fosse anche in forma di aiuto prima che di valori, merci, denaro, bombe. È vero, l’Afghanistan - o meglio, l’Afpak (Afghanistan e Pakistan, binomio per un solo geoproblema) - è anche una questione internazionale e per questo non possiamo evitare di prendere posizione e responsabilità. Nonostante ciò la prospettiva che dimostra quell’arroganza sussiste. Credendo, inconsapevolmente, nel principio che l’esperienza sia trasmissibile, non abbiamo ancora creato il binocolo giusto per riconoscere le architetture delle verità altrui. Primo passo della traccia che conduce al rispetto. Così, andiamo allegramente a esportare i prodotti della nostra storia senza avere idea di cosa sia un innesto, una coniugazione, una complicità, una comunicazione o una comunione di biografie. Arroganza ed allegria sarebbero più che accettabili se in forma di glasnost’. Ma si sa, siamo democratici e cristianamente caritatevoli solo entro un non dichiarato latente confine, oltre il quale sono invece le ragioni economico-lobbistiche a modulare i comportamenti e le scelte delle grandi politiche estere occidentali, e non.

Anabah, valle del Panjshir, Centro chirurgico di Emergency. Convalescenza senza più un occhio (e qualche dita in meno) per quest’uomo colpito dall’esplosione di uno degli innumerevoli ordigni dispersi su gran parte del territorio coinvolto nelle guerre degli ultimi trent’anni afghani.

Per queste premesse i testi di Afcr sono un concorso ad esorcizzare la solita - per altro legittima - dinamica dei buoni (noi) e cattivi (loro). Vorrebbero essere frammenti utili per l’esplorazione individuale, non invasiva, di quel cosmo nella sua trinità di fede, cuore, ragione. etica ed estetica Dalla bibliografia di oltre 150 titoli (vedi Libreria, pag 218) sono state selezionate molte decine di brani. Poi in parte utilizzati per le pagine di Etica ed Estetica. Ognuno di essi vanta un’efficacia, un’energia, una forza da offrire in nome del vero e del bello. È il nostro senso estetico, oltre all’intendimento


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di cogliere più aspetti afghani, che ha governato la loro selezione. È il nostro senso etico che ci ha spinto a privilegiare quelle meglio capaci di esprimere il loro punto di vista... con tutti i limiti del caso. Solo per ragioni di spazio, molti brani, seppur altrettanto efficaci, non sono riusciti ad essere presenti. Questa parte di Afcr è creazione di molte altre persone e concreta disponibilità di molti editori. A loro va dunque un particolare sentimento di riconoscenza. I dati completi dei libri citati sono disponibili in Libreria. domande afghane Dalla disponibilità di giornalisti, diplomatici, operatori sociali, fotografi, politici, docenti, giuristi, consulenti ministeriali, direttori di testata, militari, imprenditori, studiosi e di altre figure, abbiamo raccolto in forma d’intervista le opinioni di persone che si sono occupate e che si occupano della vicenda afghana. È la loro contemporanea presenza che rende fertile questo capitolo. È la loro personale, più o meno evidente, nota opposizione di vedute che dà alla sequela di domande una cadenza unica. Che ci offre una direzione esclusiva dalla quale osservare, scoprire e ricreare la nostra. Terroristi o patrioti, integralisti o devoti, crudeli o tradizionalisti. Sono le prospettive che emergono dalle risposte a dirci il lato della verità che hanno - giocoforza - prediletto. Lo scopo di Domande Afghane è di fornire qualche spunto più giornalistico, anche nelle foto, di quanto non possano fare le citazioni di Etica ed Estetica. Resta vero che l’intento di fondo è quello di considerare aspetti diversi della questione afghana. A tutti gli intervistati è stata chiesta una risposta di circa dieci righe. Non è sempre stata rispettata anche per colpa nostra, della consistenza di molte domande. Ringraziamo chi ci è riuscito e ci scusiamo con loro per lo spazio più ampio concesso ad alcuni. Sono 56 domande. Alcune, tra le più evidenti per chi segue la questione afghana e quindi tra le più obbligate, in certa misura poste anche per verificare quanto l’intervento occidentale sia condiviso e quanto invece sia criticato. 43 delle 56 domande hanno avuto la soddisfazione di trovare risposta. 20٠A f c r

Ali Abad, zona ovest di Kabul. Centro ortopedico Croce Rossa Internazionale. Ormai tipico, senza virgolette, giovane della capitale. La curva dei comportamenti cosiddetti emancipati è in crescita esponenziale. La guerra ha portato anche scambio culturale, denaro e valori, oltre che bombe e morti collaterali. Non resta che stare alla finestra per vedere l’impoverimento culturale che tanta ricchezza porterà.



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In Da evadere si trovano quelle rimaste in sospeso. Le proponiamo perché partecipano a mettere a fuoco aspetti che prima o poi ci vengono a mostrare la loro imprescindibilità. A chiedere una risposta, appunto. In Profili si trovano le identità professionali delle persone intervistate. In più casi, le categorie utilizzate per definirle, possono essere insufficienti. Ce ne scusiamo con gli interessati. Per esempio, più giornalisti hanno scritto libri, tuttavia spesso abbiamo utilizzato solo “giornalista”, senza aggiungere anche “scrittore”. libreria In questa bibliografia sono raccolti i circa 150 titoli dai quali abbiamo tratto i brani utilizzati in Etica ed Estetica. Sono suddivisi utilizzando categorie arbitrarie e del tutto solo indicative. Sotto la voce “Altri” ci sono circa quaranta titoli che non abbiamo potuto consultare per la nostra ricerca. dati e- date Qui si trovano questioni e dati liberi di catturarci o di essere scartati a seconda di dove l’occhio ha avuto la sorte di cadere. Liberi, nuovamente, di riempire un vuoto del tessuto di noi stessi, oppure di spingerci oltre, nonché di obbligarci a nuove domande, o di invitarci a riflettere su certe certezze. Cioè, di provocare considerazioni, di offrire prospettive e orizzonti ad hoc per ognuno. Nessun intento di completezza fa da sfondo a questa raccolta semidisordinata di dati. Non è un testo da lettura, vuole solo provocare attenzione. Quando non diversamente specificato i dati sono riferiti al 2010/2011. didascalie Lo spazio dedicato alle didascalie è spesso di doppia natura. Una, didascalica in senso stretto e uno per brevi considerazioni personali. Queste, in più d’una occasione, sono dedicate alla critica della società economica, a favore dei valori della decrescita, del bioregionalismo, della sglobalizzazione. Argomenti qui inopportuni per qualcuno, che possono sembrare a margine in questo contesto. Tuttavia, totalmente 22٠A f c r

Kabul, Chahr Chatta bazaar. Le basse e calde luci del pomeriggio ci obbligano a scrutare il proibito. Non basta la raffinata qualità del tessuto e dei ricami per non fermarsi a domandarsi ogni volta quale umanità, sentimento, fisicità, serenità o timore riempiano l’ombra appena dietro la fitta rete azzurra, a volte bianca, verde, arancio o ocra.



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attuali, almeno per coloro che ne vedono la presenza e ne sentono l’importanza ormai in ogni circostanza, anche in quella afghana. Nomi e toponimi utilizzati nelle dida sono a volte diversi nonostante indichino lo stesso luogo. La cosa non fa specie. In tutta la letteratura e ambiente afghano se ne ha a che fare. Tanto la traslitterazione in caratteri latini, quanto la compresenza del dari e del pashtu, portano alla molteplicità di forme. (La recente costituzione afghana dichiara il Dari e il Pashtu lingue ufficiali dell’Afghanistan e considera tutti gli altri idiomi parlati sul territorio afghano come terze lingue ufficiali. Un raro concentrato dedicato agli idiomi afghani si trova qui: www.faustobiloslavo.com/libri.php?act=details&id=24. Lo spirito della memoria è il tessuto dell’identità.) medium come verità Nonostante le migliori intenzioni qualcosa può andare storto. Per dire che, anche se non si vogliono qui considerare le ragioni occidentali, non necessariamente si riesce a essere quelle afghane. Cioè, che nonostante i più nobili sentimenti il “medium resta il messaggio”. Per dire che, raccontare riguarda anche la magia, anche se siamo concentrati sulla ratione. diario da kabul Gli afgani sono altro, sono lontani da noi, anche quando cerchiamo di raccontarli con la miglior intenzione del mondo. Emanuele Giordana, 2010

Nota sui criteri di trascrizione È stato scelto un sistema di trascrizione di termini dari e pashtu per facilitare la lettura. Le lettere enfatiche o lunghe non sono state evidenziate. Termini locali noti e diffusi in occidente quali, imam, sharia, ecc, non recano segni diacritici. I termini conservano la forma singolare anche laddove sarebbe necessario il plurale. 24٠A f c r

Kabul, Shahr-e Naw. Forse 14 anni, magari meno. Ma sufficienti per esprimere i tratti della fierezza. Un segno distintivo che tutti riconoscono nei popoli afghani.



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Momenti di vita, d’immaginazione e realtà, evocati da immagini e citazioni. Sguardi, paesaggi, scorci, situazioni. Tradizione, condizione, carattere. Senza un ordine né schema detto prima, proprio come ognuno di noi. Almeno là, dove o quando sentiamo la libertà di essere. E basta. In grigio, l’anno in cui è stato scritto il testo del libro dal quale è tratto il brano riportato, nonché l’evidenziazione del suo carattere primo, sempre opinabile, tra fede, cuore e ragione.

Etica ed estetica f.ede ... per la maggioranza delle persone con le quali abbiamo affrontato l’argomento, la religione non esiste in modo a sé stante perché si confonde con la coscienza nazionale dando forma ad un civismo religioso (o se si preferisce, ad una religione patriottica) quale forse non si riscontra in altra nazione al mondo. Riccardo varvelli _ afghanistan. ultimo silenzio 1966 F.c.r.

c.uore ... una società costituita da una miscela imprevedibile di cerimoniali, umorismo ed estrema brutalità. Rory stewart _ in afghanistan 2005 f.C.r.

r.agione Esistono numerose prove a sostegno della capacità degli esseri umani di superare ostacoli straordinari e sopportare tremende fatiche se pensano che quegli sforzi diano un senso alle loro vite. Il bisogno umano di “senso” è importante quanto quello del cibo. La vita di tutti i giorni offre alla gente poche opportunità per questo tipo di nutrimento. Tamin ansary _ un destino parallelo 2009 f.c.R.


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Amartya sen _ la democrazia degli altri 2004 F.c.r. Quando si prende in considerazione la possibilità della democrazia per un paese che ne è privo e per un popolo che forse non ha ancora avuto l’opportunità di concepirne un’attuazione pratica, si dà quasi per scontato che questo stesso popolo l’approverebbe non appena diventasse una realtà concreta della sua vita. Ian buruma, avishai margalit _ occidentalismo 2004 f.c.R Razionalismo significa credere che la ragione sia l’unico modo per immaginare il mondo, e ciò fa il paio con l’idea che la scienza sia l’unica fonte di conoscenza dei fenomeni naturali. Altre fonti di conoscenza, specialmente la religione, vengono bollate dai razionalisti come superstizione. Poi c’è il razionalismo politico, con la sua pretesa di governare la società - e risolvere tutti i problemi umani - con un programma razionale ispirato da principi generali e universali. Noam chomsky _ 11 settembre. le ragioni di chi? 2001 f.c.R L’uccisione gratuita di civili innocenti è terrorismo, non guerra al terrorismo. Alberto cairo _ mosaico afghano. vent'anni a kabul 2010 f.C.r. La democrazia occidentale è la strada giusta qui? - Davanti a lui ero rimasto a bocca aperta come uno sciocco, fra l’incapacità e l’emozione. La domanda di Terzani e le parole di Zaman Gul mi accompagnano ancora. Senza risposta.

Kabul, Shahr-i Naw Park. Una sete ineludibile. Siamo al cospetto di ciò che non può non farci sentire fratelli e solidali tra noi esseri umani. Un cospetto da dove non sono le differenze e le minacce a mostrarsi. Bensì, tutti quei normalmente occulti particolari che dimostrano quanto è vero che loro siamo noi. Non saremmo anche noi curiosi e assetati di esplorazione 28٠A f c r

e conoscenza, come dimostra l’attenzione di queste persone, verso l’inequivocabile senso della vita che ogni foto gli offre? La lungimiranza, di non so chi, ha permesso di allestire in un quartiere/parco storico della città una mostra di fotografie di territori della Terra ripresi dall’alto. Le immagini di Yann Arthus-Bertrand sono meravigliose e note in

tutto il mondo. Ma la cosa è un’altra. La cosa è l’attenzione, l’interesse e la soddisfazione che i numerosi passanti/ visitatori di ogni età sebbene quasi solo maschi - dedicavano e mostravano nella loro osservazione delle immagini e lettura delle didascalie. Un’esigenza spirituale ancor prima che estetica sembrava urlare la sua sete ineludibile di relazione e umanità.



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Rosario aitala _ limes 2/2010 f.cR. In Afghanistan un fossato divide i fatti dal modo occidentale di descriverli. A cominciare dalla presunta affermazione dello Stato di diritto, in realtà inesistente. La farsa elettorale. Le finzioni giuridiche, la cogenza delle tradizioni e le possibili alternative. Ian buruma, avishai margalit _ occidentalismo 2004 F.c.r. L’occidentalismo può essere visto come espressione di un amaro risentimento per l’ostentazione di superiorità dell’Occidente, basata su una presunta superiorità della ragione. Ancora più corrosivo dell’imperialismo militare, l’imperialismo della mente s’impone diffondendo la fiducia occidentale nella scienza, la fede nella scienza come unica via alla coscienza. Giulietto chiesa, vauro _ afghanistan anno zero 2001 f.c.R. Perché sotto le macerie della guerra combattuta ce n’è un’altra tra le multinazionali, tra gli interessi economici che vedono nell’Afghanistan un crocevia strategico per le loro politiche mondiali di dominio finanziario; il petrolio e il traffico di droga sono i perni intrecciati della sussistenza di questo Paese senza stato. Una guerra sotterranea, come le mine, e che come le mine reclama i suoi morti. Kabul, Chicken Street. Sembra l’emblema di un dramma e la sua disperata fuga. Era solo la corsa di una bambina. Però sufficiente per vederci la tragedia di un popolo. Che ne sarà della loro bellezza, autenticità, forza, valore e storia quando anche qui, dove finora ha regnato l’identità spirituale con la parola del Profeta, le sirene del consumismo, del possesso opulente e del valore supremo del dio denaro, inizieranno a mietere vittime? Siamo in tempo per accreditare un progresso diverso dal nostro? Siamo all’altezza di riconoscere che gli Ufo - altre culture - ci sono e che rispettarne la natura significa rispettare anche noi stessi? 30٠A f c r



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Mohsen makhmalbaf _ in afgha nistan. i buddha non sono stati distrutti sono crollati per la vergogna 2001 F.c.r. Nemmeno i mujaheddin sono riusciti a combattere i nemici stranieri unendosi; ogni tribù ha sempre esercitato la propria difesa sul proprio territorio. Durante le riprese di Viaggio a Kandahar, quando mi trovavo nei campi dei rifugiati alla frontiera irano-afghana, ho compreso che persino questi afghani rifugiati che vivevano in condizioni difficilissime non accettavano di essere degli afghani, di avere un’identità nazionale. Essi non riuscivano mai a superare i loro conflitti fra pashtun, hazara e tagiki.

Anabah, valle del Panjshir, Centro di maternità di Emergency. Yafta è la donna in piedi, pare, balia di un Ahmad Shah Massoud bimbo. Importanza e notorietà valligiana non hanno mortificato la sua anziana bellezza, il suo austero portamento. E, a conoscerla, la sua spontanea autorevolezza. 32٠A f c r



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Ahmed rashid _ talebani 2000 f.c.R. Mentre i talebani sostengono di stare combattendo una jihad contro i musulmani corrotti e malvagi, per le minoranze etniche essi si stanno servendo dell’Islam per giustificare lo sterminio dei non pashtun. Daniele mastrogiacomo _ i giorni della paura 2009 f.c.R. «In fondo, avete ottenuto molto più di un’intervista. Avete visto come viviamo e cosa pensiamo. Credi che riuscirai a raccontare la verità su di noi? Voi giornalisti non lo fate mai». Elisa giunchi _ afghanistan. storia e società nel cuore dell'asia 2007 F.c.r. Il gruppo di solidarietà primario (qaum) è, quindi, situazionale e relativo. Ne risulta un quadro estremamente instabile, in cui alcuni fattori identitari emergono a scapito di altri sulla base di considerazioni che spesso nulla hanno a che fare con la lealtà primordiale al proprio clan: i conflitti legati alla proprietà e all’uso della terra, ad esempio, dilaniano i clan, inducendo i suoi membri ad allearsi con altri clan o con gruppi di natura diversa (il vicino rispetto a un membro del proprio clan, ad esempio). Solo l’esistenza di una minaccia comune, sia essa costituita dal governo che tenta di imporsi sulla periferia o dall’esercito straniero che invade il paese, unisce le tribù e compone temporaneamente i conflitti e le tensioni che le attraversano, dando vita a un precario e momentaneo senso di appartenenza allargata.

Kabul, Kartayi Chahar. Taglialegna. Tutti hazarà. L’etnia che la storia ha sempre destinato ai lavori più umili e pesanti. La predominanza pashtun è temuta dagli hazarà. Da anni, attacchi, violenze, vessazioni varie sono perpetrate a nome del presunto diritto assoluto del quale molti pashtun ritengono di essere investiti dalla storia, appunto. 34٠A f c r



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Deborah ellis _ sotto il burqa. avere 11 anni a kabul 2000 f.C.r. «Kabul era il cuore dell’Asia centrale» dicevano sua madre e suo padre. «Passeggiavamo per le strade a mezzanotte mangiando il gelato. La sera andavamo a frugare nei negozi di libri e dischi. Era una città di luci, progresso, entusiasmo.» Jason elliot _ una luce inattesa 2001 f.C.r. Nulla ci poteva offuscare lo sguardo: nessuna situazione banale o di routine che potesse ipnotizzare i sensi. Ogni volto era differente, e non incontrammo nessuno di quegli sguardi vacui che riempiono le vie delle normali città, né i sintomi delle malattie nevrotiche, o i segni dell’apatia cittadina.

Kabul, ponte di Pul-i Khishti (Ponte di Mattoni). Ambulanti ciabattini lavorano quasi con qualunque tempo e temperatura sui marciapiedi della città. In questo caso, su quello di un ponte sul rio Kabul, tra i più antichi della città. Il freddo di quel giorno è evocato dallo sguardo - stile ritorno alla vita del signore con il particolare patu chiaro. 36٠A f c r



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2006 f.C.r. Elena croci _ herat arte e cultura Durante la mia permanenza in questa terra d’oriente ho capito che i veri tesori sono accessibili solo attraverso delle porte e i custodi, che possiedono le chiavi di questi cancelli, sono persone molto semplici, ma che osservano molto. Non bisogna sottrarsi al loro giudizio, ma è necessario trovare un mezzo universale che oltrepassi la barriera linguistica: l’arte, la storia, l’umiltà. 3/2007 f.C.r. Diego bolchini _ limes Parte dell’antropologia britannica tradizionale ha poi lasciato in eredità un’altra pesante tara ideologica: quella del disvalore percettivo della tribalità. Il concetto di tribù è stato spesso usato in maniera dispregiativa per piccoli gruppi etnici che vivevano come “sottosviluppati” (e dunque considerati primitivi o selvaggi), lontano dalla maggior età sociale secondo la prospettiva occidentale. Ma l’appartenenza ad un segmento tribale e alla tribalità stricto sensu è invece motivo di orgoglio e segno di nobiltà per tanti gruppi in Afghanistan. Niccolo' rinaldi _ droga di dio. afghanistan: la società dei credenti 2002 f.C.r. Gli incontri con i capi afghani erano, ogni volta, un viaggio nell’epica. Da dove venivano quei volti fieri, con la pelle pulita e ornata da splendide barbe? Da quali mondi giungevano quelle voci lente e calme, morbide nell’articolare le immancabili litanie sulla scarsità degli aiuti e sulla vittoria certa contro il nemico? Non ho mai visto un afghano parlare scompostamente, mai visto uno che non tenesse la testa alta, ben collocata sul collo, dritta; la postura denotava la nobiltà dell’aspetto e dei modi.

Kabul, Sarak-e Maidan-e Hawayee. Per oggi, fine delle lezioni. Bimba delle scuole primarie in divisa scolastica, piraahan nero, chador bianco. Alcuni compagni maschi stanno ad ammirare la grinta necessaria per affrontare un fotografo occidentale. 38٠A f c r



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Rosario aitala _ limes 2/2010 f.cR Stato di diritto, costituzionalismo, democrazia, eguaglianza, diritti fondamentali. Parole che descrivono un paese che non esiste e così nemmeno vuole o sa di poter esistere, viziate da un’interessata miopia occidentale che forgia l’oggetto della rappresentazione visiva con la parzialità del desiderio, che vede quello che desidera (e può più facilmente presentare alla propria opinione pubblica). Parole che agli afghani suonano incomprensibili e vane perchè mute sulla storia millenaria, la vita e l’anima di questa gente e questi luoghi. Provando a indagare cose e parole sembra risultare come l’architettura di cui il paese è stato dotato in questi anni risponda a frettolose e irrealistiche esigenze delle politiche interne occidentali. Ispirata a modelli, scuole di pensiero agevolmente comprensibili dalle pubbliche opinioni occidentali ma non compatibili nel breve periodo con gli schemi tradizionali afghani ovvero con una loro possibile, realistica evoluzione in senso progressista. In altre parole, pare che il paese, come è e può divenire, non sia pronto ad assimilare, sulla sola base di un tratto di penna, le forme della democrazia in senso sostanziale e dello Stato di diritto costituzionale, certamente non con le modalità e i tempi richiesti dalla politica internazionale. Peter levi _ il giardino luminoso del re angelo 2003 f.C.r. Non c’è nulla che individui i luoghi quanto la qualità della luce ... William langewiesche _ regole di ingaggio 2006 f.c.R. Le regole di ingaggio sono le norme scritte che sanciscono chi si possa e chi non si possa uccidere, sia alla luce dei fini tattici e strategici sia sotto il profilo del diritto internazionale.

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Kabul, Sarak-e Taimani. Resti di una lezione di chimica sulla lavagna alle spalle di un maestro ricco di modestia e soddisfazione. Il sistema scolastico prevede le scuole primarie e secondarie suddivise in dodici livelli. Seguono le scuole superiori per poter accedere all’università. In un’altra scuola (femminile) sulla lavagna c’erano elencati vocaboli inglesi. In una moschea (vedi pag 225) un giovane mostrava il libro di arte, scritto in dari, credo, interrotto qui e là da parentesi piene di caratteri latini dove si poteva leggere: Picasso, Thomas Mann, impressionismo, ecc. È da un simile immaginario che abbiamo costruito la nostra idea di Afghanistan? O, più facilmente essa, comprensibilmente, deriva da luoghi comuni ricamati di terrorismo, medioevo, fondamentalismo?



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Niccolo' rinaldi _ droga di dio. afghanistan: la società dei credenti 2002 F.c.r. E li vedevo, scoprendo attraverso di loro un modo di vivere e di sentire la trascendenza insospettato ed eccessivo per chi è abituato alla leggerezza delle campane. È una prospettiva che cambia il modo di concepire anche la politica e i rapporti internazionali e, naturalmente, la guerra. La pace, me ne dovetti rendere conto rapidamente, non è per forza di cose l’obiettivo ultimo e l’intera mappa dei valori; e la loro gerarchia è dettata non dalla storia dell’umanità, delle sue conquiste, delle esperienze maturate, ma da un messaggio che non permetteva sconti. Poco importa se ai nostri occhi appare come una prospettiva anacronistica ... Annemarie schwarzenbach _ dalla parte dell'ombra 1939 F.c.r. Imparammo che a lui e ai suoi simili del denaro importava poco e che l’ospitalità era sacra. Imparammo che a lui e ai suoi simili il termine “Francia” era sconosciuto, che non odiava gli stranieri, che aveva visto raramente, o mai, una macchina, e che aveva un umore così lieto che noi potevamo ridere insieme a lui e ai suoi simili pur non capendoci. Imparammo che era povero come la maggior parte dei suoi fratelli. Che allo hakim, al governatore o al più anziano del villaggio, egli non solo doveva obbedienza, ma anche tasse o corvée, oppure un agnello. E che ciò nonostante era felice. Imparammo a conoscere la relatività della povertà e l’incertezza della felicità umana.

Farah, ovest Afghanistan, aeroporto. Due militari danesi si avviano a condividere la loro ennesima missione logistica sotto il controllo di un sottufficiale che dà l’impressione di saper far bene il suo lavoro. 42٠A f c r



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Rory stewart _ in afghanistan 2004 Fc.r. «No, non qui. Noi non abbiamo mai visto né americani né inglesi. Qui non oserebbero venirci perché hanno paura di morire, e noi li uccideremmo all’istante. Hanno paura di morire perché sono senza Dio. Sono patetici, decadenti e corrotti. Perché hanno paura della propria morte, se non hanno niente per cui vivere? Io invece sono pronto a morire anche subito. Tutti qui siamo pronti a morire subito perchè sappiamo che andremo da Dio. È per questo motivo che non riusciranno mai a sconfiggerci. Per questo la loro civiltà verrà distrutta. Questa è la jihad».

Kabul, Sarak-e Kabul-Nangarhar anche detta Jalalabad road. I lati della strada forse più percorsa d’Afghanistan sono scrigni gonfi di ricchezza anche per un esteta. Questa carcassa di un probabile T-54, uno dei tanti carri sovietici colpiti, abbattuti e saccheggiati, riposa adagiato su un tappeto di sabbia, pietre e rocce color ocra, giallo, marrone. La sostanza e la cromia di buona parte del fascinoso paesaggio afghano. 44٠A f c r



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Rosario aitala _ limes 2/2010 f.C.r. Questo dato fondamentale della cultura sociale e politica afghana è la chiave di lettura di molti avvenimenti. Le tendenze tribali si sono regolarmente replicate nelle strutture istituzionali, che per norma vengono gestite arbitrariamente, come monadi caparbiamente incapaci di cooperare e organizzate su base clanica. Da questa consapevolezza, e dalle questioni concettuali accennate, dovrebbe verosimilmente ripartirsi per dare al paese un futuro istituzionale stabile. La visione occidentale della democrazia, costruita attorno all’individuo e all’individualismo, deve lasciare spazio a un’idea di democrazia della comunità, più consona al pensiero islamico.

Valle del Panjshir, tra Rokha e Baharak. Seduto su un rottame sciacallato di un vecchio mezzo sovietico, forse un BRT-50, un soddisfatto mujaheddin, con il suo fucile ad avancarica, ci regala tutto il suo orgoglio, tutta la sua identità, forza e bellezza. 46٠A f c r



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Mohsen makhmalba in afghanistan. i buddha non sono stati distrutti sono crol lati per la vergogna 2001 F.c.r. L’Occidente può far scaturire una tragedia sul destino di una statua, ma se si tratta di morti a milioni le statistiche sono sufficienti. Jason burke _ sulla strada per kandahar 2006 f.c.R. L’aver diviso gli ultimi dieci anni e più fra l’Occidente e il mondo islamico mi ha permesso di vedere come gli stessi eventi, quelli contemporanei e quelli storici, possano essere interpretati in modi diversissimi tra loro e anche, a proposito di coloro che credono nello scontro di civiltà, in maniera tragicamente simile.

Farah-Kabul, C-130 dell’esercito danese. Passeggeri di diversa provenienza del contingente internazionale attendono il decollo che li condurrà a Kabul, ai loro rispettivi reparti. Il C-130 è un mezzo militare tra i più noti ed impiegati. Nella sua pancia vengono caricati uomini, mezzi, armi, munizioni e merci logistiche o private. Ogni metro quadro può essere allestito in funzione del tipo di trasporto. 48٠A f c r



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Giulietto chiesa, vauro _ afghanistan anno zero 2001 F.c.r. Oltre al cambiamento del nome dello stato, ora denominato Emirato Islamico di Afghanistan, ben poco è emerso delle concezioni statuali e delle idee istituzionali di cui sono portatori i taliban. Al punto da rendere legittimo il sospetto di una loro assenza totale, salvo il ripristino di norme e pene medievali, il divieto di lavoro e di istruzione per tutte le donne, l’obbligo per gli uomini di portare la barba e il copricapo, l’obbligo per le donne di coprirsi in pubblico da capo a piedi con il burqa, il divieto di ascoltare la radio, di vedere la televisione, di suonare e ascoltare musica, di assistere a proiezioni cinematografiche e ad altre forme di spettacolo (tutti i cinema in Afghanistan sono stati distrutti materialmente o sono stati trasformati in luoghi di preghiera). Elisa giunchi _ afghanistan. storia e società nel cuore dell'asia 2007 F.c.r. I talibani non avevano un piano dettagliato di ricostruzione istituzionale e politica, e tanto meno un programma socioeconomico. Con una visione estremamente semplicistica, pensavano che l’osservanza della sharia avrebbe automaticamente risolto ogni problema. La loro inerzia politica ed economica, insieme alla diffidenza che nutrivano nei confronti di burocrati e intellettuali, accusati di essere il prodotto di una società, quella occidentale, immorale e corrotta, causarono il continuo deterioramento della situazione umanitaria e nuove ondate di profughi verso i paesi confinanti. Ciò nonostante gli studenti coranici continuarono a destinare somme irrisorie alle attività di sviluppo, privilegiando il finanziamento dell’esercito e della polizia religiosa. Kabul, Centro chirurgico di Emergency. Dal 1999 al 30.06.2011 Emergency ha curato in Afghanistan due milioni ottocento sessanta cinquemila 213 persone. In questa immagine, un piccolo paziente nel reparto di terapia intensiva si gode una competenza e una tecnologia normalmente non disponibili nel resto del paese. Tre dei cinque letti erano occupati da piccoli 50٠A f c r


o superpiccoli uomini. (Vedi pag 199) Dormivano, al massimo ti guardavano negli occhi cercando con lo sguardo di raccontare una storia dal loro punto di vista. Una di quelle storie che quando capitano a noi fanno sentire quanto è duro il dolore e quando capitano agli altri sembrano accettabili.


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Luigi baldelli, pierre cambon, farinelli franco, ettore mo _ afghanistan 2002 f.C.r. In effetti, a guardarlo su di un atlante il suo profilo è proprio quello di una foglia, nel senso che i suoi confini disegnano il contorno di tale forma. All’estremità nord-orientale si trova il gambo, il corridoio del Vakhan: un sottile istmo, lungo 300km e largo da 20 a 70, insinuato tra il sistema montagnoso dell’Hindukus e il “tetto del mondo”, il nodo orografico del Pamir che salda quest’ultimo alle ancor più imponenti catene del Tian Shan, del Kunlun Shan, del Karakoram e dell’Himalaya, le cui bastionate racchiudono a nord la depressione a forma di mandorla del Taklimakan, e costituiscono a sud la sterminata regione ghiacciata del Tibet. Mohsin hamid _ il fondamentalista riluttante 2007 f.C.r. Perché non sempre siamo stati oppressi dai debiti, dipendenti dagli aiuti stranieri. Nelle storie che ci raccontano non eravamo gli estremisti folli e miserabili che si vedono sui vostri canali televisivi, ma piuttosto santi e poeti, e… sì, re conquistatori. Noi abbiamo costruito la Moschea Reale e i giardini Shalimar in questa città, noi abbiamo costruito il Forte di Lahore con le sue mura possenti e la grande scalinata per gli elefanti da battaglia. E abbiamo fatto queste cose quando il vostro paese era ancora un’accozzaglia di tredici piccole colonie aggrappate sull’orlo di un continente. Carlo degli abbati, olivier roy _ afghanistan.- l'islam afghano 2002 f.C.r. Ero a Qala-Yi-Naw, il paese del pistacchio, nella provincia di Badghis, al Nord Ovest dell’Afghanistan e il notabile turkmeno mi aveva parlato di un fatto storicamente avvenuto sette secoli fa come di un avvenimento del giorno prima, scolpito per sempre nella tradizione orale del suo villaggio.

Kabul, Icrc, centro ortopedico. L’ “uomo aquila” ti guarderebbe così anche dopo aver perso una gamba, la casa, un figlio. Onore, orgoglio e fierezza oltre che luoghi comuni quando si parla di Afghanistan, sono anche dati di fatto ai quali si assiste frequentemente da parte di adulti, donne, bimbi. 52٠A f c r



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Rory stewart _ in afghanistan 2004 f.C.r. A Herat molti cronisti di guerra sostenevano che gli afghani avrebbero avuto in odio l’attacco ai talebani condotto dagli americani. Dicevano che il trattamento riservato dai talebani alle donne, l’uso della legge della Sharia e la distruzione dei Buddha di Bamiyan non erano atti malvisti nei villaggi. Sottolineavano che i talebani non erano “più crudeli” dell’Alleanza del Nord e che grazie a loro la sicurezza nelle aree rurali era aumentata. Sostenevano che l’intervento avrebbe semplicemente sostituito un gruppo di criminali con un altro e che facendolo avrebbe irritato gli afghani.

Campagne di Golbahar, a pochi minuti d’auto dall’ingresso della valle del Panjshir. Le ampie piane delle regioni a nord di Kabul iniziano a restringersi per culminare nella stretta gola d’ingresso della valle del Panjshir. Ovunque i resti sovietici, cumulo di rubli buttati, in nome del dominio e del possesso, durante le otto famose - e perdute offensive degli anni 80. Un anziano signore ci onora della sua cultura interrompendo il suo lavoro di stradino, per dedicarsi a noi. 54٠A f c r



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Robert byron _ la via per l'oxiana 1937 f.c.R. Non è un oblio totale. Sono famose le miniature di Herat del XV secolo, sia per sé, sia come fonte della successiva pittura persiana e moghul. Ma gli artisti e la vita che le hanno prodotte, e questi edifici, occupano uno spazio esiguo nella memoria del mondo. Franco cardini _ noi e l'islam. un incontro possibile? 1994 F.c.r. La sostanza dell’iman, la “fede” predicata dal Profeta, è semplice: essa si basa sui tre fondamentali articoli dell’unicità di Allah, della profezia di Muhammad e nel mistero dei giorni estremi, quelli che per i cristiani sono i novissima.

Herat, Moschea del Venerdì. Spesso le moschee principali delle città sono chiamate, in occidente, del Venerdì. Forse ad indicare che, nel sacro giorno, la preghiera è da proferire nella moschea più importante della comunità. Questa immagine non è stata ripresa di nascosto. Molti dei presenti avevano assistito alla presenza di un miscredente fotografo, senza esprimere alcun segno di contrarietà. 56٠A f c r



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Ahmed rashid _ caos asia 2008 F.c.r. Soprattutto, arroganza e ignoranza erano abbondantemente presenti quando l’amministrazione Bush invadeva due paesi del mondo musulmano senza fare il minimo sforzo per capirne la storia, la cultura, la società o le tradizioni. Massimo fini _ il mullah omar 2011 Fc.r. Gli americani affrontano l’occupazione dell’Afghanistan con grande superficialità. Sembrano non conoscere nulla della mentalità, dei valori, della socialità, degli usi, dei costumi, delle tradizioni e persino della storia di quel paese. Ciò che hanno in testa, oltre ai propri affari, è che devono portarvi la democrazia e soprattutto, sotto la pressione dello scandalizzato femminismo internazionale, imporre alle donne afgane di liberarsi del burqua. Jean ziegler _ l'odio per l'occidente 2010 F.c.r. In ogni tempo e in ogni luogo gli occidentali sono stati ossessionati dalla volontà di distruggere la cultura, l’identità, la memoria e i legami affettivi dei dominati. Emanuele giordana _ diario da kabul 2010 f.c.R. Anche il più critico fra noi ci casca. Parliamo di un paese e finiamo per vederlo sempre con gli stessi occhiali.

Area pashtun-hutkhil, non lontano da Camp Invicta, la base di parte della coalizione Nato. Nessuna posa, solo disponibilità per il fotografo e nulla da nascondere. Semmai da mostrare. Nonno e nipote? Padre e figlio? Anziano e ragazzino? Rispetto e protezione? Buona l’ultima. 58٠A f c r



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Emmanuel guibert, didier lefèvre, frédéric lemercier _ il fotografo 2008 f.C.r. «Sylvie, quella donna ha qualche chance di cavarsela?» «No, nessuna. Sai, i cinici dicono che i pazienti del chirurgo muoiono guariti. Morire guariti, ovviamente, non interessa a nessuno. Ma morire curati è diverso. Capita che la gente muoia sotto i ferri e non sia possibile evitarlo. Ma la famiglia ci ringrazia lo stesso. Ci ringraziano dicendo: «Era malato, o era ferito, e voi l’avete curato, l’avete preparato a incontrare Allah. Grazie». Per noi, che non l’abbiamo salvato, è un’infima consolazione, ma per loro è molto importante. È morto curato. E sai, quando restituisci a una madre il figlio morto, com’è successo a me, e, in cambio, ti mette in mano un fazzoletto ripiegato con dentro qualche noce….. e ti dice: «Grazie, col vostro aiuto, è pronto a incontrare Allah...» Elisa giunchi _ afghanistan. storia e società nel cuore dell'asia 2007 f.C.r. Molte restrizioni a carico delle donne continuano, tuttavia, a sopravvivere, e non c’è da meravigliarsene: sono legate non ai talibani, ma a consuetudini patriarcali centrate sull’onore che si ritrovano con gradazioni diverse presso tutti i gruppi etnici.

Kabul-Jalalabad, Faiz-e Aam Medical Clinic. Immagine totalmente autentica* e totalmente fuorviante. Non vi era alcuna minaccia in corso. La donna e i suoi piccoli non avevano nulla da temere. Il bimbo piccolo, suo fratello e la madre reagiscono con sorpresa alle indicazioni perentorie fornite loro su come seguire la terapia suggerita dal medico militare italiano. *A parte la cancellazione di uno schienale di una sedia di plastica blu.

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Mohsen makhmalbaf _ in afghanistan. i buddha non sono stati distrutti sono crollati 2001 f.c.R. per la vergogna L’imponente quantità di informazioni riversata dai mass media negli ultimi due anni (cifre, dati, reportages, fotografie), prima e ancor più dopo l’attentato alle torri gemelle di New York, è andata a sovrapporsi alla precedente ignoranza in materia e ha creato una sorta di conoscenza illusoria: fatta solo di eventi proiettati su un teatro di drammi e sventure, ripetuti all’infinito e come derealizzati. Un bagaglio fittizio di competenze e acquisizioni spesso fuorviante rispetto alla realtà sia storica che quotidiana. Alcune parole chiave come talebano, burqa, pashtun, madrassa (le scuole islamiche, n.d.r.), sono diventate l’alfabeto-base di un sapere apparente e superficiale, usato a sua volta per sostenere questa o quella tesi. Robert byron _ la via per l'oxiana 1937 f.c.R. I mercanti sono in massima parte uzbeki con i profili d’aquila e barbe di ferro, e portano tutti lunghe vesti di cotone o di seta stampate a fiorami, a righe, o a grandi zigzag rossi, viola, bianchi e gialli, che una volta erano fabbricate a Bukhara e adesso sono considerate antiquate. Gli alti stivali di cuoio hanno le punte come canoe, i tacchi alti e sono ricamati intorno all’orlo. Affollano il bazar anche rappresentanti di altre razze: gli afghani del sud, i tagiki che parlano persiano, i turkmeni e gli hazara. I turkmeni vengono dall’Oxus e si distinguono dalle tribù occidentali dai diversi copricapi: invece del colbacco nero, portano un cono di agnellino circondato da un anello di ruvida pelliccia beige, che proviene, ci dicono, dal sag-abi, il cane acquatico, forse un tipo di lontra dell’Oxus. Gli hazara, che sono di stirpe mongola, discendono dai soldati di Tamerlano e vivono per lo più sulle montagne in grave povertà, a quanto si crede. Quelli che si vedono qui splendono di prosperità, sono gente di bella corporatura con volti ovali regolari, di colorito e di stampo cinese, e indossano delle giacchette ricamate abbastanza simili a quelle che portavano i levantini di cent’anni fa.

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Kabul, Flower street. Una bancarella di cartoline di avvenenti, per lo standard, attrici indiane fanno sognare liberamente. Lo stridore della contraddizione tra la bancarella e l’idea proposta dalla figura della donna-burqa o quella di non-provocazione imposta dal Corano, si scioglie, almeno parzialmente, tenendo presente che è un problema che riguarda l’onore degli uomini. Una sciantosa che non pregiudica l’onore di qualche marito o padre, non disturba, soprattutto se, come in questo caso, indù.



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Steve coll _ la guerra segreta della cia 2004 f.c.R. All’ambasciata americana di Islamabad l’avvento dei talebani venne considerato un mistero afghano isolato. I diplomatici statunitensi nella capitale del Pakistan e a Peshawar vagliarono voci e informazioni contraddittorie, e non riuscirono a individuare le fonti di rifornimento dei talebani. «Costoro sono stati considerati nello stesso tempo strumenti del Pakistan e antipakistani» ... «le origini, gli scopi e i finanziatori del movimento... restano poco chiari». [Come comunicò a Washington il consolato di Peshawar, ndr] Fabio mini _ soldati 2008 F.c.r. La cosiddetta guerra umanitaria, al pari di quella santa, ha riproposto la divisione tra chi appartiene all’umanità e chi no. Oggi ci sono giuristi e magistrati americani, tedeschi e italiani che non solo giustificano la tortura in un presunto stato di necessità o di eccezione, ma che tentano di sottrarre all’avversario criminale anche lo status di persona detentrice di diritti e doveri legali. E mentre è diventato biologicamente difficile negare la natura «umana» di un membro qualsiasi della nostra specie, rimane semplice, con l’artifizio giuridico, stabilire chi ha titolo ai diritti e chi no: compresi quelli inalienabili. Tutti i combattenti scomodi che verrebbero in qualche modo tutelati dalle leggi di guerra sono diventati criminali e terroristi. I nostri stessi soldati lo sono per gli avversari, e non solo. E chi non combatte come vorremmo e non soccombe come farebbe comodo viene escluso persino dalla categoria dei criminali e terroristi. Le non-persone sono disumanizzate e cacciate dalla specie. Per esse non c’è tutela di legge, ma solo la vecchia liturgia già applicata dalle inquisizioni e dai tribunali speciali nazisti, fascisti, comunisti, maccartisti e di tutti i regimi efferati. Tortura, deportazione e annichilimento diventano mezzi leciti, mentre ci scandalizziamo per quelli usati dai terroristi.

Kabul, Jade Maiwand. Buon umore, soddisfazione e nessun rischio di malattia psichiatrica emerge tra le righe di una cosiddetta - da noi - povertà. 64٠A f c r



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Marika guerrini _ afghanistan. profilo storico di una cultura 2006 f.C.r. Si veniva a sapere che il velo che le copre, il velo che in occidente è conosciuto col nome di burqa, in realtà si chiama chadarì e burqa vuol dire benda, soltanto in senso generico. Stando tra loro si capiva perché quelle donne nulla avessero da invidiare a chi non indossasse il velo, velo che, sempre prima della follia talebana, da tempo era spesso scelto perché la donna non era costretta da leggi di stato ma guidata da leggi religiose e ancor più autolegislazioni individuali per complessi motivi di storia, tradizione, abitudini e così via. Motivi che l’occidente superficialmente non considera e, quando lo fa, lo fa secondo se stesso e la propria storia, il che gli impedisce di pensare che lo stato del velo era uno stato che aveva da maturare, da evolvere per eventuale graduale trasformazione secondo un processo che nulla ha a che vedere con il processo della donna d’occidente. In quelle donne albergava una regalità che altre non conoscono, che non conoscono le loro cugine iraniane o arabe se pur meno velate, regalità che qui da noi non s’incontra in strada, è eccezione.

Kabul, Sarak-e Maidan e Hawayee, la strada per l’aeroporto. Un ragazzino non si fa problemi a dimostrare l’intrigante richiamo delle forme femminili. Attrazione concessa. Esibizione impunita. La sessualità castrata, pur essendo un argomento portante della cultura soprattutto pashtun/sunnita, non arriva a censurare le vetrine dei sarti. Non cessa di sorprendere e scoprire che spesso e volentieri, sotto il burqa c’è molta libertà, fino alla lingerie di pizzo nero. 66٠A f c r



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Arcangelo marucci afghanistnam 2010 f.c.R. Il problema islamico, dunque, anziché militare, è politico e culturale. L’errore degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa, probabilmente è quello di dare una grande importanza al problema dell’opzione militare, trascurando il tema di fondo della difesa della democrazia e della sua diffusione nel mondo islamico con altri mezzi, certamente diversi dallo strumento militare, ed afferenti la promozione del sistema dei valori della nostra civiltà. Tiziana ferrario il vento di kabul 2006 f.C.r. «Sto pensando a delle compagnie di attori che vadano in giro per i villaggi; si potrebbero organizzare degli spettacoli e delle proiezioni di filmati. Chissà...» [Jolanda Brunetti, ndr] Kabul, Wazir Akbar Khan. La comunicazione commerciale riesce a mettere a tacere anche qui le invettive della bigotta morale religiosa. Sfacciataggine commerciale o strategia d’esportazione di valori occidentali? Anche da queste strade passa l’emancipazione femminile? 68٠A f c r



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Alberto cairo mosaico afghano 201o f.C.r. L’abitazione consisteva in una stanza. A terra una vecchia moquette, contro una parete due bauli metallici, materassi e coperte piegate e, in una scatola, pentole e piatti. Tutto lì.

Kabul, Hisay Dowom-e Parwan Mena. Quattro mura cittadine. Entro le quali si svolge la vita. A terra tappeti. Sulle pareti, spesso qualche ritratto di uomini pubblici importanti. Da un lato l’ingresso, dall’altro un finestrone. In un angolo, ben raccolto e sistemato tutto il necessario. Una cassa per i vestiti. Una per la cucina. A volte una tv. Una cisterna d’acqua. Un fornello a gas. Essenziali e frugali le abitudini, forse anche i sentimenti. Almeno così sembrano dichiarare i comportamenti non lamentosi di lei, giovane madre di due bimbi, da anni con le gambe paralizzate dalla vita in giù. Di lui, giovane e amorevole marito e padre. Di loro, due bambini. La più grande si occupa del più piccolo. L’uomo a destra è un medico della Croce Rossa Internazionale. Con l’accondiscendenza di Alberto Cairo e accompagnato dal medico, si è potuto entrare anche in questa casa privata e fotografare. 70٠A f c r



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Asne seierstad _ il libraio di kabul 2002 F.c.r. La sposa deve avere un aspetto artificioso, quasi fosse un bambola. Il termine per sposa e bambola è lo stesso: arus. Ettore mo _ sporche guerre 1999 F.c.r. La disinvoltura con cui guizzano da una parte all’altra è una caratteristica degli afghani. Dice un antico adagio: «Non potrai mai comprare un afghano: ma potrai sempre noleggiarne uno». Gian micalessin _ afghanistan, ultima trincea 2009 f.c.R. «Non conosco la provincia perché arrivo dalla Paktya» spiega Mohammed, 36 anni «ma parlo ogni giorno con decine di civili e capisco che si sentono tra l’incudine e il martello. Se non parlano con gli americani rischiano di venir considerati delle quinte colonne dei talebani, se collaborano troppo e aiutano i marines rischiano di venir sgozzati, fatti a pezzi e buttati all’angolo di una strada. I marines non possono stare qui 24 ore su 24; prima o poi, lo sanno tutti, se ne andranno. I talebani sono tutt’attorno, si vestono come civili, possono entrare nei villaggi, vendicarsi e andarsene con facilità. Fino a quando la gente non smetterà di avere paura, la guerra ai talebani non sarà mai vinta». Saira shah _ l'albero delle storie 2003 F.c.r. … nel nostro mondo frammentario non esiste nulla di assoluto, e le divisioni che creiamo e in cui crediamo sono artificiali. Il tempo stesso non è una linea retta in continua evoluzione bensì un ciclo che si ripete senza fine – lungo la nostra vita così come lungo la storia …

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Kabul, Sarak-e Darul Aman e Deh Mazang circle. Dalla lunga e ampia cresta di Tv Hill, a 2030 m slm, più di duecento metri sopra il piano della città si può godere di questo scorcio della popolosa capitale. Lo snodo del traffico, a destra, verso ovest, porta verso il quartiere universitario, dopo essere passato davanti al famoso - per le efferatezze compiute soprattutto contro donne - cinema teatro Barikot, storico luogo di cultura, poi distrutto e in buona misura raso al suolo. A sinistra, in direzione est, si percorre la larga Asmayi Wat per arrivare in centro città. La strada di fronte conduce a sud-ovest di Kabul e porta dritto alla collinetta che spinge verso l’alto i ruderi dello storico palazzo di Darul Aman (Dimora di Pace). Costruito in stile neoclassico occidentale nel 1920, è stato sede di Ministeri, incendiato nel 1969, semidistrutto dalle bombe che le fazioni di mujaheddin si sono scambiate nei primi anni 90 del secolo scorso. Nel 2005, un piano è stato presentato per ristrutturare il palazzo per diventare sede del Parlamento con finanziamenti da donazioni private varie. Tuttavia, ad oggi nessuna ristrutturazione è stata avviata.


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Michael barry _ massud il leone del panshir 2002 F.c.r. La civiltà europea, o «occidentale», si impone al mondo con un volto laico. Ma questa civiltà spesso non è laica che in apparenza in casa propria, nella propria culla. La cultura dell’europeo medio porta con sé un gran numero di antichi pregiudizi cristiani, spesso divenuti purtroppo inconsapevoli, quindi ineliminabili, dopo che l’umanità ha smarrito completamente il proprio senso critico.

Kabul, Kolola Pushta Hill o, più notoriamente, per via dei ripetitori televisivi che ne occupano la vetta, Tv Hill. La città ingloba diversi rilievi. Questo, Tv Hill, è il secondo in quanto a quota e imponenza. Sullo sfondo, lungo la strada che percorre il suo lato nord-orientale, si vede qualche quartiere del nord-est della città. In primo piano, le più povere residenze, spesso prive di ogni servizio urbano. 74٠A f c r



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Alberto cairo mosaico afghano 2010 f.C.r. Malgrado le poesie e i popolarissimi film indiani, per gli afghani l’amore resta una minaccia, una malattia. Sposarsi per amore fa felici gli sposi, o almeno uno dei due, ma è un grave rischio. Ragione sbagliata per accasarsi, crea guai in famiglia, alla sposa soprattutto, con cui suoceri e cognate saranno severissimi.

Kabul, Char Chatta Bazaar. Una specie di suq dove si trova il più alto concentrato di umanità nel minor numero di metri quadrati. Il quartiere, diviso per merceologia, si trova nella zona centrale della città. Non del centro perché, anche se la moschea di Pul-e Khishti è a tutti gli effetti il principale snodo dei movimenti che si svolgono nella capitale, di fatto, urbanisticamente, Kabul non dispone di un centro in senso stretto, geometrico. Se non fosse per il sacco e il sacchetto in materiale sintetico, la scena è “senza tempo”. 76٠A f c r



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Herat, Cittadella o Qala-ye Ikhtiyaruddin. Dentro la Cittadella, una fortezza risalente al 1305, edificio noto in tutto il mondo artistico, architettonico, storico e chissà in quale altro e noto a tutti coloro che passano dalla più persiana delle città d’Afghanistan, 78٠A f c r


Oriana fallaci _ la rabbia e l'orgoglio 2001 F.c.r. Distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri... Cristo! Non vi rendete conto che gli Osama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché non portate la barba lunga o il chador anzi il burkah, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perchè ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perchè al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perchè scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v’importa neanche di questo, scemi? Oriana fallaci _ la rabbia e l'orgoglio 2001 f.c.R. ... Non capite, non volete capire, che per loro l’Occidente è un mondo da conquistare castigare piegare all’Islam. Emmanuel guibert, didier lefèvre, frédéric lemercier _ il fotografo 2008 F.c.r. Maneggio il dizionario con disinvoltura. Così, a tratti, s’innesca una breve conversazione. Ma è un circolo vizioso, più rispondo e più mi interrogano. Si alternano. La loro curiosità è insaziabile. Un cristiano deve pregare? Quante volte al giorno? Do una risposta semplice: il cristiano fa la preghiera una volta la settimana in chiesa (come loro, il venerdì, alla moschea), ma in viaggio, quando non ci sono chiese, non è tenuto a farla. È una conferma del fatto che i musulmani sono migliori dei cristiani. Li assecondo, è preferibile. Punto a tornare in Pakistan, non ad avere guai. Il peggio sarebbe dire che non sono credente e tutto questo non m’interessa. Spiegare, ad esempio, che sono cattolico e battezzato, ma non ho fatto battezzare mio figlio, andrebbe a finire con una pallottola nel cranio. si trova anche l’oscuro, caldo e magico laboratorio di questo mastro vetraio e del suo piccolo assistente. Un fendente, più che di luce, di storia e di arte.


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Riccardo varvelli _ afghanistan. ultimo silenzio 1966 f.C.r. Il pane è dunque il primo sapore afghano che gustiamo, proprio come è stato il primo profumo che ci ha accolto per le strade della capitale. E che pane! Fresco, nutriente, leggero, con un gusto intatto di grano e di aria aperta, e l’aroma del forno di terra, il «nan» o «nun» dell’Afghanistan resta la più squisita vivanda che il paese ci ha offerto. La sua confezione è semplicissima, poiché il segreto sta nella forma larga e piatta come racchetta da neve, e nel sistema di cottura. I forni del pane, infatti, hanno pareti di terracotta ricoperte a loro volta di fango seccato, e sono alimentati con carbone di legna. La pasta viene attaccata direttamente contro le pareti riscaldate del forno e staccata con uncini di ferro prima di essere così secca da cadere nel fuoco.

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Kabul Parwan Mena. È vero, condivido - e credo condividano tutti che il pane, la sua presenza, la sua fragranza, la sua arte, la sua cura, il suo gusto, la sua forma, dimensione e consistenza, siano una delle primissime affermazioni della città, dei popoli afghani e dell’Afghanistan. Ogni straniero lo percepisce e riconosce fin dal primo sbarco, fin dalla prima escursione cittadina. Fin da subito ne impara e ne usa la parola, nan.


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Gianluigi ricuperati fucked up 2006 f.C.r. La fotografia, anche quella documentaria, ci dice che il reale è, nonostante i nostri sforzi, difficilmente attingibile. E tuttavia il bisogno di vedere, attraverso l’obiettivo fotografico o il visore, è prepotente: vedere e far vedere. La fotografia oggettivizza il nostro sguardo, la nostra porzione di realtà e la propone come se fosse davvero la Realtà.

Kabul Sarak-e Taimani (Kapisa Wat). I piccoli trasportatori sono una categoria molto diffusa nella capitale. Stanno ai bordi e a volte al centro delle strade e dei viali, appoggiati ai loro pesanti carri di legno massello e ruote da moto o auto. Li tirano, a volte in due. Nel traffico di auto o in quello dei vicoli del bazaar. Qualche volta con un asino. Tempo fa con un bovino. Raramente con un cavallo.


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Maurizio stefanini _ avanzo di allah cuore del mondo 2002 f.c.R. Bianco d’inverno per la neve, al suo sciogliersi il panorama dell’Afghanistan si accende di effimere praterie verdi, punteggiate dal rosso di tulipani e papaveri. Ma per il resto il tono dominante è di un ocra ostinato, quello stesso che, accumulandosi sulle uniformi inglesi, nell’Ottocento fece scoprire alla scienza militare europea il valore mimetico del kaki: in persiano, polvere. È un suolo così aspro che, dicono i popoli vicini, ha contagiato perfino i suoni della lingua che vi si parla. Giuliano battiston _ la società civile afghana 2011 f.c.R. “Abbiamo spiegato molte volte ai rappresentanti del PRT (Provincial Recostruction Team, ndr) che è sbagliato mischiare il lavoro umanitario con i militari. Negli ultimi tempi, pare che abbiano finalmente capito meglio che è controproducente sia per noi sia per loro”, Mohammed Anwar Imtiyaz, ADA, Kandahar. Emanuele giordana _ diario da kabul 2010 Fc.r. Si finisce a raccontare ciò che nei quotidiani e nei saggi, nelle riviste e nelle analisi, non si deve o non si può. Semplicemente - forse erroneamente - perché “… grazie, non interessa”.

Kabul, Char Chatta Bazaar. È vero, è ordinario vivere la disponibilità e l’ospitalità degli afghani, però, ogni tanto, qualcuno si stacca dalla norma. Qui è il bimbo a prendersela contro il fotografo, mentre il padre incurante ride e affila. Attrezzi che dimostrano la continuità con il passato, che contengono la storia del presente, che rappresentano e sono 84٠A f c r


l’identità di chi li adopera, ormai solo un crepuscolo di un’epoca. In attesa della prossima sintetica alba, come si passerà la notte?


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Annemarie schwarzenback _ la via per kabul 1939 f.C.r. Bisogna scoprire “quali delle nostre abitudini, che ci proteggono e ci rendono così ciechi, posseggano ancora un reale valore”. Marika guerrini _ massoud l'afghano: il tulipano dell'hindu kush 2004 f.C.r. Ancora una volta la storia di questa terra mi è passata davanti. Tutta. Tutta nello sguardo di un tagiko. Sono così, la storia la portano dentro, con essa la cultura. Qui non v’è ignoranza, v’è cultura per tradizione. Non informazione libresca, molto più anche quando non si sa né leggere né scrivere. È una cultura che appartiene al tempo, vive in esso. Fausto biloslavo _ prigioniero in afghanistan 1989 f.C.r. Nell’83, durante il precedente reportage in Afghanistan, vidi un carovaniere che tentava di bloccare un’emorragia nasale con una pietra dalla forma ovale usata come tampone e infilata su per la narice. Sono giunto alla conclusione che è proprio questa primitiva e onesta semplicità che ha fatto resistere e farà resistere questi uomini di fronte a qualsiasi avversario. Robert byron _ la via per l'oxiana 1937 f.c.R Il nazionalismo afghano non è smaccato come quello persiano, perché i governanti hanno imparato, grazie al fallimento di Amanullah, che il popolo a cui cercano di instillarlo è ancora pronto a lottare, prima di rinunciare alle sue tradizioni per un piatto di lenticchie tecnologiche.

Kabul, zona nord, Salang Wat. Possedere una moto, cinese (Zhejiang) o indiana (Mahindra) che sia, è cosa ambita e rispettabile. Così come è stato per la bicicletta, e prima per la dimensione del gregge o mandria. Status symbol a quattro tempi e accensione a pedale. Ma la sostanza non cambia. Patu sulle spalle, pronto a servire 86٠A f c r


per riposare, scaldarsi, proteggersi e per pregare. Ma c’è già chi si atteggia da valentino rossi e chi aspira al giubbotto di pelle.


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Alberto cairo _ storie da kabul 2003 f.C.r. Ma chi sono io per frenare i loro sogni. Elisa giunchi (a cura di. afriche e orienti) _ la crisi afghana e il contesto regionale 2010 f.c.R. ... De Lauri vede una tendenza simile a quella dei regimi coloniali: una tendenza che un tempo era funzionale al progetto “civilizzatore” intrinseco al colonialismo e che oggi è funzionale ai progetti di modernizzazione e democratizzazione dietro ai quali si nascondono interessi economici (l’inclusione del paese nel libero mercato) e geo-strategici (in primis il controllo delle risorse e, in funzione anti-cinese, degli spazi centro-asiatici).

Kabul, Jade Maiwand. Il quartiere era ancora in buona parte nello stato in cui l’avevano ridotto e lasciato le due ravvicinate guerre civili degli anni 90. Un rudere. 88٠A f c r



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Alberto cairo mosaico afghano 2010 f.C.r. Si riferisce ai tempi in cui studiava in Germania, negli anni Settanta. - Ti chiedevano di Kabul con meraviglia; un paese lontano, misterioso, pieno di storia. Allora si era fieri di essere afghani. Ascoltavano curiosi i tuoi racconti. Adesso tutti credono di sapere. E che sanno? Terrorismo, oppio, burqa. Di noi, della gente comune, niente.

Kabul, Bibi Mahru Hill, chiamata anche Teppe Bemaru. La pallavolo è attività praticata come momento di occupazione del tempo libero e relazionale. Non è strano incontrare partite improvvisate nei parchi, all’università o qui, sul fondo della vasca olimpionica costruita dai sovietici in cima alla Bibi Mahru Hill. Più che bambini o ragazzi sono spesso giovani uomini a comporre le squadre. Lo spirito sublima la materia: per rete, un filo; per tecnica, l’entusiasmo; per campo, quel che c’è. 90٠A f c r



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Peter hopkirk _ il grande gioco 1990 f.c.R. Ma sotto Ellenborough le cose cambiarono. Una sequela di giovani ufficiali dell’esercito d’India, agenti politici, esploratori e topografi, prese a percorrere in lungo e in largo le immense regioni dell’Asia centrale. Tracciavano le mappe dei passi, dei deserti, dei fiumi fino alle sorgenti, prendevano nota dei dati strategici, osservavano quali vie fossero accessibili alle artiglierie e studiavano le lingue e i costumi delle tribù cercando di guadagnare la fiducia e l’amicizia dei capi, con le orecchie ben tese per cogliere informazioni politiche e dicerie tribali sui progetti di guerra e sulle varie trame di questo o di quell’altro. Ma soprattutto erano attenti al minimo segno di penetrazione russa nella vasta terra di nessuno situata fra i due imperi rivali. In qualche modo le notizie raccolte venivano fatte pervenire ai diretti superiori, che a loro volta le passavano a chi di dovere. Il Grande Gioco era cominciato sul serio.

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Kabul ovest, Dehboree. Quando si dice che l’Afghanistan è in guerra da trent’anni, la cosa vale soprattutto per le poche vere


città. La capitale per prima. La guerra trita la vita e uno dei prodotti della macina sono gli orfanotrofi. Sono gli orfani. Nella desolazione

di uno spazio comune e di passaggio, di una luce pare fatta apposta per esaltare la drammaticità della solitudine, questo

bimbo si è fermato per lasciarsi riprendere nell’orfanotrofio di Allahuddin.


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Marco deambrogio destinazione afghanistan 2008 f.C.r. Zayd ha 8 anni e non ha più le gambe. Non potrà mai più correre, giocare a nascondino, dare un calcio a un pallone. Zayd è solo al mondo. Un missile «intelligente» ha centrato in pieno la sua casa e distrutto la sua famiglia. Emanuele giordana diario da kabul 2010 f.c.R. Non è un libro che spiega la guerra, ma solo il tentativo di raccontarla da un’altra angolazione, dalla parte degli afgani. Per arrivare alla conclusione che è un’impresa impossibile.

Kabul, Faiz-e Aam Medical Clinic. Il luogo non è lontano da Kabul, lungo la strada per Jalalabad, la stessa che conduce a Camp Invicta, la base italiana e di parte della forza multinazionale Nato. È qui che, con cadenza regolare, si raduna la popolazione locale affetta da leishmaniosi, il bottone d’oriente. È qui che la squadra medica del nostro esercito si dà da fare per aiutare e per tessere relazioni funzionali alla reciproca fiducia. 94٠A f c r



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Giovanni orfei _ le invasioni dell'afghanistan. da alessandro magno a bush 2002 F.c.r. Il 7 ottobre 2001, gli aerei anglo-americani iniziano a bombardare l’Afghanistan.

Valle del Panjshir, tra Baharak e Rukha. È in questa valle che Massoud è nato, a Jangalak. È anche qui che ha organizzato la resistenza tajika contro le offensive sovietiche. È qui l’epicentro spirituale del Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan, da noi, comunemente detto Alleanza del nord. Così si chiamava la storica unione tra le forze uzbeke di Dostum, quelle di Ismail Khan (storico mujaheddin di Herat), quelle hazarà di Mohammad Mohaqiq, quelle pashtun di Rasul Sayaf e quelle tajike di Rabbani e Massoud. Un’alleanza di grande significato a causa della proverbiale difficoltà e diffidenza che spesso impedisce accordi e collaborazioni se non per ragioni di ristretto interesse famigliare, clanico o tribale (qawm). Massoud, come scrivono i competenti, dopo essere riuscito a creare lo storico precedente dell’Alleanza era alacremente al telaio per tessere un Afghanistan senza precedenti. Per questo chi lo aveva capito lo ha eliminato e chi non lo aveva capito non lo ha protetto. 96٠A f c r



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Emanuele giordana diario da kabul 2010 f.c.R. ... il giornalista sa già quel che state per raccontargli e anzi, appena avrete terminato, vi spiegherà quel perché che vi sfuggiva. Asne seierstad il libraio di kabul 2002 f.C.r. Per secoli e secoli le donne afghane hanno dovuto accettare le ingiustizie che si commettono contro di loro. Sono le donne stesse a darne testimonianza attraverso il canto e la poesia. Ci sono canti che non sono pensati per essere ascoltati da qualcuno e la cui eco risuona sui monti e nel deserto.

Valle del Panjshir, dintorni di Anabah. Bambini senza game boy, senza scuola di tennis, senza vacanze al mare nè cumuli di regali sotto l’albero di natale. Poveri di opulenza, ricchi di una cultura anche colma di natura. Cosa darà loro il progresso? E di cosa li priverà? Domande superflue quando cadono le bombe? Domande irrinunciabili proprio perché cadono le bombe. Americane, occidentali e spiritualmente anche italiane fino al 2014. Poi, continueranno le loro. 98٠A f c r



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Giovanni orfei _ le invasioni dell'afghanistan. da alessandro magno a bush 2002 f.C.r. Un esempio è dato dalle mine antiuomo. I primi ordigni erano stati collocati dai sovietici nel decennio 1979-89 per ostacolare i movimenti dei mujaheddin. Dopo la partenza, le fazioni della resistenza, lungi dall’abbandonare la pratica, fra il 1992 e il 1996 hanno riempito di mine ogni angolo del paese, al punto che oggi nessuno ne conosce il numero ... e ci vorranno decenni, se mai sarà possibile, prima che il sottosuolo venga ripulito, anche perchè le mine sono state messe a casaccio senza farne la mappatura. Alberto cairo _ mosaico afghano 2010 f.c.R. L’estate è invece afosa, tormentata dalle zanzare. Un anziano residente mi raccontò con orgoglio e rimpianto che ogni anno, a metà aprile, tanti poeti venivano da tutto il paese per celebrare la fioritura degli aranci. Un’altra tradizione spazzata via dalla guerra. Ettore mo _ kabul 2001 f.C.r. Credo che spesso [Massoud, ndr] si sentisse solo ed era certamente angosciato dal fatto che la sua ostinata lotta solitaria suscitasse scarso interesse in campo internazionale. Ero a Strasburgo, l’anno scorso (l’ultima volta che lo vidi) quando venne a chiedere aiuto all’Europa. Bene, l’atmosfera era quasi d’indifferenza. Come fate a non capire – mi disse un giorno – che se io lotto per fermare l’integralismo dei talebani, lotto anche per voi? E per l’avvenire di tutti?

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Kabul, Kartayi Sakhi. In quel momento un folto gruppo di bambini stava giocando anche con me mentre li fotografavo. A un certo punto, tra le corse, le risa e gli scherzi, anche questi bambini in posa sullo scivolo, si ritrovano coinvolti nella giostra. Uno del gruppo non rinuncia a sfruttare l’handicap di quello con le stampelle. Lo spinge. Lui reagisce. Segue uno scambio alla pari. Nessun vittimismo da parte di uno. Nessun insulto da parte dell’altro. Qui, non avere le gambe pari non è motivo di emarginazione.



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Tiziana ferrario il vento di kabul 2006 f.C.r. I soldati italiani stabiliscono legami amichevoli sul territorio che controllano per garantirsi la collaborazione da parte della popolazione. La strategia è quella di aiutare gli afghani che vivono nei quartieri attorno alla caserma, riabilitando vecchie scuole, distribuendo aiuti alimentari, portando acqua potabile, fornendo assistenza sanitaria.

Paghman. In questa località venivano in villeggiatura la famiglia reale, i presidenti, i primi ministri. Una valle rigogliosa di verde, frusciante di vegetazione, fervida di riverberi del suo omonimo rio. Dopo la distruzione durante la guerra civile tra il 1992 e il 1996 è tornata alla sua storica vocazione agro-pastorale. Un padre, una figlia e poche bestie, lungo la sua strada principale, tra le ombre di una pianta di gelso bianco (tut) e quella di una particolare specie di albicocche (zardalù), ben la rappresentano.


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Carlo degli abbati, olivier roy _ afghanistan, l'islam afghano 2002 f.c.R. Al momento, resta sulla presenza di truppe straniere sul suolo afghano un interrogativo di fondo: si tratta di un’azione internazionale concertata, rivolta allo sradicamento del fondamentalismo islamico, della coltura e della circolazione della droga e del terrorismo internazionale, ovvero di una vera e propria occupazione territoriale? Kaçem Fazelly [dalla Prefazione, ndr]

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Kabul, Salang Wat. Stessa ralla, stesso giorno e stesso Scarafone di pag 107 ma lungo la strada che scende da Tv Hill e attraversa il povero quartiere parzialmente aggrappato alle pendici della collina della tv. Sullo sfondo, caratterizzata da una particolare sagoma rettangolare (enorme supporto per la comunicazione


istituzionale dei governi andati), emerge il profilo di Bibi Mahru Hill, la collina dell’ex impianto olimpionico per nuoto e tuffi costruita dai sovietici durante la loro decennale occupazione del paese.

Carlo degli abbati, olivier roy _ afghanistan, l'islam afghano 2002 f.c.R. ... l’Europa pensa in generale che l’Islam non abbia nulla da insegnarle in fatto di spiritualità e di gnosi, quando il lievito dell’eredità greca (con il concetto dell’uomo universale) le è stato invece in gran parte trasmesso dai filosofi peripatetici andalusi, ebrei o musulmani i cui commenti sui capisaldi del nostro pensiero filosofico (Platone, Aristotele) per il gioco delle traduzioni dopo la conquista cristiana di Toledo (1085) sono giunti in Occidente molto prima dei testi originali. Il nostro retaggio culturale è stato quindi fortemente influenzato - non dispiaccia ad Oriana Fallaci - da Ibn Sinâ (Avicenna), Ibn Rochd (Averroè), Musa Ibn Maymûn (Maimonide).


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Massimo papa _ afghanistan: tradizione giuridica e ricostruzione dell'ordinamento tra sharia, consuetudini e diritto statale 2006 f.C.r. Il minimo comune denominatore, l’elemento unificatore di questo articolato e complesso mosaico etnico, linguistico e tribale che è l’Afghanistan, è rappresentato, nel giudizio comune, dall’Islam. … Le contraddizioni interne rispetto all’Islam ortodosso, non vengono solitamente sottolineate dallo studioso europeo e, ancor più sfuggono allo studioso musulmano. Quest’ultimo, concentrato sulla particolare prospettiva del proprio paese, conosce soltanto una delle molte realtà. Alberto cairo _ storie da kabul 2003 f.C.r. Nel villaggio di Carpetao si passa la notte in un pagliaio. La strada carrozzabile finisce lí. Si prosegue a cavallo o a piedi. Mi tocca un cavallo che non ascolta, fa quello che vuole. Anzi, di più, fa i dispetti. Meglio camminare. Seguono tre giorni in luoghi meravigliosi. Lungo il corso del fiume. Spesso lo si attraversa e riattraversa. La bellezza del paesaggio fa dimenticare, almeno in parte, il centro ortopedico perso e quanto successo. Jason elliot _ una luce inattesa. viaggio in afghanistan 2002 F.c.r. «Prima di tutto siamo pashtun», mi disse una volta il membro di una tribù agitando con enfasi il dito, «e solo in un secondo tempo siamo musulmani». Poi con un gesto di noncuranza aggiunse: «Infine, siamo afghani o pakistani». Kabul, Jade Maiwand. Dalla ralla di un VM 90 blindato - diffuso mezzo militare, amichevolmente noto come Scarafone a causa della sua foggia priva di pretese e della sua sostanza altrettanto priva di marzialità -, normalmente occupata dal mitragliere, fotografo il popolo che anima il mercato di Jade Maiwand in una giornata di un gelido aprile. L’opaco cielo non è artefatto. La sua intensità modula la cromia di tutti i colori offerti dal paesaggio. 106٠A f c r



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Emanuele giordana diario da kabul 2010 F.c.r. Cosa ne vien fuori non saprei. Come ho già detto, prima di tutto, la nostra incapacità, come giornalisti, di raccontare questo conflitto. Soprattutto l’incapacità di raccontare i veri protagonisti: gli afghani, “loro” appunto. ... i protagonisti alla fine siamo sempre noi.

Kabul, quartier generale di Mohammad Qaseem Fahim. Questo signore, che snocciola il suo bianco tasbé, è attualmente il primo vicepresidente dell’Afghanistan. Già ministro della Difesa. È stato lungamente, luogotenente e mano destra di Ahmad Shah Massoud. Insieme a Khalili era con lui, a Khoja Bahauddin (nord Afghanistan), quartier generale dell’Alleanza del nord, quando il Leone del Panjshir è stato mortalmente ferito dall’attacco suicida di due suoi fratelli fondamentalisti. 108٠A f c r


Pietro suber _ inviato di guerra. verità e menzogne 2004 f.C.r. Troppo spesso in passato i paladini della libertà si sono trasformati in spietati oppressori. Non è la prima volta che i mujaheddin di etnia tagika arrivano a Kabul, si erano già visti nel ‘92 e poi nel ‘95, quando, indeboliti dalle faide interne tra i signori della guerra, avevano lasciato il campo ai talebani. La corruzione dilagante e i pesanti bombardamenti sulla città avevano minato i rapporti con l’etnia di maggioranza, quella pashtun, con la quale l’integrazione è sempre stata difficile. Le ferite della guerra civile insomma sono ancora ben aperte e la differenza regna sovrana. Sottigliezze di poco conto per gran parte dei giornalisti, in prima fila i televisivi, costretti a una sintesi che sconfina spesso nella superficialità.


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Gian micalessin _ afghanistan, ultima trincea 2009 f.c.R. Samiullah, uno dei soldati usciti dai corsi di addestratori italiani, non vede un gran futuro in un lavoro che gli garantisce poco più di 100 euro al mese. «Se vai a combattere per i talebani ricevi quasi il doppio e molto spesso non devi neanche andartene da casa. Io ho 25 anni, mia moglie e i miei due figli sono rimasti a Gazni e corrono il rischio di venire uccisi se i talebani scoprono cosa faccio, ma con la paga che mi danno di sicuro non posso trasferirli qui e mantenerli. Prestare servizio è veramente molto difficile, lo faccio perchè non ho altri lavori, ma se trovo qualcosa di diverso» ammette «me ne vado». Emmanuel guibert, didier lefèvre, frédéric lemercier _ il fotografo 2008 f.C.r. M’infurio. «Bastardi! Vi riempite la bocca col vostro senso dell’ospitalità, ma quando uno ha davvero bisogno di voi, lo ricattate! Vi ho già pagato! Abbastanza per scortarne dieci come me!» «You give more money» «Non vi darò altri soldi! Lasciatemi qui!» «You give more money» «Sparisci, hai sentito? Non ne voglio sapere di voi! Andate affanculo, banda di stronzi!» «You give more money» Gliene do altri cinquemila. Gli uomini caricano le borse mentre ingoio la mia rabbia.

Herat, moschea Masjid-i-Jami. La loro concentrazione è massima. La loro devozione segue pedestremente quella dell’imam, ma senza alcuna alienazione apparente. Diversamente da certa nostra cultura che va a pregare per evitare di far notare la propria assenza. Ma sarà così, oppure anche tra loro qualche bigottismo trova spazio per fiorire? 110٠A f c r



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Franco cardini _ noi e l'islam. un incontro possibile? 1994 f.C.r. Berberi, persiani, turchi, indiani del nord-ovest, popolazioni iraniche o turcomongole dell’Asia centrale, tartari propriamente detti si sono in una qualche misura arabizzati accettando il Corano, ma al tempo stesso hanno in aree e in modi diversi egemonizzato e mutato profondamente la cultura musulmana imprimendole d’altronde una dinamica e una varietà altrimenti impensabile. Robert byron _ la via per l'oxiana 1937 f.c.R. «Non sono uno di quelli che si credono superiori al resto del genere umano, monsieur. Non sono migliore degli altri e forse sono peggiore. Ma questi afghani non sono uomini. Sono delle bestie, dei cani. Sono inferiori agli animali». «Che cosa le fa dire questo?». «Non vede anche lei, monsieur? Non ha occhi? Guardi quegli uomini laggiù: non vede che mangiano con le mani? ... ». Massimo papa _ afghanistan: tradizione giuridica e ricostruzione dell'ordinamento tra sharia, consuetudini e diritto statale 2006 f.C.r. La diversità dei paesaggi fisici dell’Afghanistan è messa in ombra soltanto dalla varietà, ancor maggiore, delle caratteristiche etniche e linguistiche dei suoi abitanti. Lo stesso nome Afghanistan, ovvero paese degli Afgani, appellativo di origine persiana riferito inizialmente al solo popolo pashtun, non si dimostra esauriente se si considera che il mosaico di genti che compongono la popolazione si può dividere in almeno venti gruppi etno-linguistici. Annemarie schwarzenback _ la via per kabul 1939 f.C.r Sono partita non per conoscere la paura, ma per verificare il contenuto di questi nomi e per sentire sul mio stesso corpo la loro magia. Herat, moschea Masjid-i-Jami. Diversamente dalle nostre odierne chiese cattoliche, la moschea non è solo luogo di preghiera, è anche di ritrovo e incontro. Non vi si gioca e quindi non regge un paragone diretto con l’oratorio. Tuttavia, 112٠A f c r


entrambi i luoghi, sebbene in modo non organizzato e lasciato all’occasione, svolgono la funzione del laico centro sociale. La cosa, più che sembrare scontata espressione di uno stato dove spirituale e temporale hanno una sola dimensione, mette in evidenza

la sostanza di quell’unica dimensione. La presenza di un miscredente occidentale, armato di grosse fotocamere, non ha provocato se non la reazione di autentica curiosità e interesse, come si vede in questa immagine. Non ho mai temuto per me

stesso nonostante fossi circondato da molti uomini tutti a fissarmi e muti. Curiosità un po’ mista alla frustrazione di non poter dare sfogo a tutte quelle cose che avrebbero voluto chiedere se la barriera della lingua non lo avesse impedito.


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Massimo fini _ il mullah omar 2011 F.c.r. A Washington il ministro della Difesa Donald Ramsfield rilascia una dichiarazione sinistra: «Non sono prigionieri di guerra. Sono criminali, combattenti illegali. Ma per quanto possibile li tratteremo in base alla Convenzione di Ginevra». Lucia vastano _ tutta un'altra musica in casa buz 2005 F.c.r. Ce ne andremo in Afghanistan dove i valori sono ancora quelli di una volta, quelli rispettabili della nostra tradizione ...

Kabul, Pul-e Khishti. Il bimbo vende bicchieri d’acqua poco distante dalla moschea di Pul-e Khishti, la seconda più importante e la più centrale della capitale. Per quanto appaia con un’espressione di attesa e speranza, nulla di particolare stava accadendo.


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Qualche domanda e risposta attraverso la voce di chi ha respirato la polvere sottile dell’argilla, di chi ne ha calpestato il fango gentile, di chi ha sentito nelle dita il gelo dell’Hindu Kush e negli occhi il caldo feroce dell’Hellmand. 43 delle 56 persone alle quali abbiamo rivolto una domanda afghana ci offrono qui la loro opinione su alcuni argomenti della vicenda, della storia e della cultura afghana. Per motivi differenti, sono tutti competenti di Afghanistan. Le loro prospettive traguardano le cose secondo linee di mira diverse. Un concreto vantaggio per chi volesse confrontare le proprie idee o per chi volesse iniziare a farsene una propria.

Domande afghane da evadere profili 01 Fabio mini 02 Rosario aitala 03 Elisa giunchi 04 Filippo di robilant 05 Massimo fini 06 Biagio abrate 07 Sergio ramazzotti 08 Luigi baldelli 09 Paolo siccardi 10 Riccardo venturi 11 Nancy hatch duprée 12 Lucio caracciolo 13 Maurizio stefanini 14 Lorenzo cremonesi 15 Pietro suber

16 Fausto biloslavo 17 Michael barry 18 Ettore mo 19 Ahmed rashid 20 Allam khaled fouad 21 Musa maroofi 22 Niccolo' rinaldi 23 Anna costanza baldry 24 Daniela binello 25 Gabriella ghidoni 26 Qorbanali' esmaeli 27 Andrea bruno 28 Giuliano battiston 29 Basir ahang 30 Gian micalessin

31 Andrea nicastro 32 Francesco battistini 33 Giulietto chiesa 34 Emma bonino 35 Alberto negri 36 Guido olimpio 37 Germano dottori 38 Carlo jean 39 Daniele mastrogiacomo 40 Gabriele torsello 41 Marco garatti 42 Toni capuozzo 43 Lucia vastano

Ettore sequi Nico piro James natchway Massimo papa Claudio glaentzer Alberto cairo Steve mccurry Emanuele giordana Riccardo iacona Monika bulaj Gino strada Rory stewart Mohammad qaseem fahim


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realtà di rubik Quanto delle reali strategie militari emerge fino ad essere facilmente accessibile a tutti noi e quanto invece ha ragione di essere messa in atto tutta una serie di diversivi a copertura di eventuali strategie di secondo livello? O è forse opportuno accettare l’idea della realtà di Rubik. Tutti la vediamo ma ognuno dalla sua prospettiva. Non ha facce minori e l’inganno non sta nel cubo ma in noi. Al punto che la sensazione di una verità incompiuta coinvolge, seppur con motivi diversi, tutti, dall’uomo comune all’agenzia d’intelligence? 01 Fabio mini _ generale, scrittore In Afghanistan abbiamo assistito ad una mancanza completa di strategie di qualsiasi livello. Se la strategia è l’arte delle scelte funzionali agli obiettivi politici, in dieci anni la forza militare non è riuscita neppure ad individuare le alternative per fare le scelte giuste. Il cubo è stato girato in tutti i sensi ma sempre per vedere lo stesso colore: il terrorismo come la ribellione, le giuste aspirazioni come le lotte per il potere, i bisogni della gente come la protervia della criminalità e della corruzione. L’eccesso di potenza è stato applicato contro forze, persone e culture diverse incapaci di opporre resistenza, ma tragicamente abituate alla resilienza: ad assorbire l’energia esterna e a restituirla. Chi ha cercato di formulare strategie per ottenere risultati politicamente utili, anche mandando a casa i generali, si è dovuto accontentare di adattare gli obiettivi a ciò che gli strumenti militari e d’intelligence potevano dare. Senza alternative. La vittoria in Afghanistan, come quella in Iraq e nei Balcani, è ormai identica alla soluzione del cubo di Rubik da parte del frustrato che, per far coincidere i colori, lo smonta. Kabul, Wazir Akbar Khan. Tutti i giornalisti, fotografi e forse anche altre categorie che sono accreditate presso le forze italiane in Afghanistan come in qualunque altro teatro, possono assistere ad attività normalmente inaccessibili. Una di queste è accompagnare un pattugliamento vero o 118٠A f c r

seguire un pattugliamento appositamente organizzato. Questa immagine rientra nel secondo caso. In un cortile lungo una delle strade di quel giorno, qualcuno si divertiva con la pallavolo.



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passarci sopra “La postulata compatibilità dei principi islamici con lo Stato di diritto e i principi internazionali di derivazione occidentale è infine operazione spericolata, che omette questioni epocali”. Così si legge a sua mano in un recente Limes, 2.2010. La consapevolezza che implicano queste parole (e più dettagliatamente quella evincibile in tutto l’articolo) perché non è sufficiente per rinunciare all’ ingerenza dell’intervento occidentale? 02 Rosario aitala _ magistrato, consigliere ministro degli esteri Questa mia frase è specifica; si riferisce a una locuzione dell’Accordo di Bonn del 2001, a mio avviso troppo semplicistica. Da allora sono cambiate molte cose, mi auguro anche il nostro grado di consapevolezza. Il mio scritto è severo ma animato dalla speranza; suggerisce una via diversa, non un passo indietro. Non ho titolo per giustificare gli interventi occidentali in Afghanistan; posso rispondere per me stesso. Cerco di perseguire la tutela della dignità umana in ogni sua forma. Per questo, grazie alla fiducia che il Ministro Frattini mi ha voluto accordare ed alla sua grande sensibilità per questo tema, ho incrementato gli interventi civili del nostro paese a favore dei diritti dei deboli: le donne, i minori, gli indigenti che non sono difesi in giudizio, i perseguitati per il proprio credo, le proprie opinioni, il proprio stato personale. Coloro che come noi sono liberi di scegliere hanno il dovere morale di difendere gli esseri umani dovunque le libertà vengono mortificate, i diritti calpestati, la dignità umana offesa. Il nostro lavoro sta contribuendo a cambiare, lentamente, il modo di pensare della gente afghana. Quando leggo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo o le altre grandi convenzioni internazionali sui diritti, la nostra bella Costituzione, nate dagli orrori delle guerre, delle torture, delle persecuzioni, immagino le voci dolenti, i volti sofferenti di coloro cui devo la mia libertà. Ecco, io vorrei che il popolo afghano non debba vivere ancora altri orrori prima di giungere finalmente a rispettare ogni essere umano.

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Kabul, Wazir Akbar Khan. Un muro qualsiasi e un filo spinato di ultima generazione, possono rendere degna di partecipazione anche una foto senza pregi. Forse anche a causa di ciò che facilmente è in grado di evocare: conflitto, separazione, dolore, libertà negata. Ma sono evocazioni provocate dall’immagine o cercate


dai nostri necessari preconcetti? Forse le due cose messe in relazione ci mostrano l’oggettiva realtà. Una microaffissione elettorale ci offre uno scorcio di cultura, di estetica, di tecnica e di comunicazione locale.


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colonialismo tout court L’apparentemente nobile principio dell’esportazione della democrazia, poi mitigato e modulato in forme meno invasive e arroganti, in che termini è stato riconosciuto come un proseguimento dell’atteggiamento colonialistico dell’occidente nei confronti del mondo materialmente meno dotato? Qual’è la tipica governativa risposta occidentale alla domanda: “In che punto delle priorità mettiamo la loro storia?” In che modo possiamo sostenere di rispettare autenticamente la loro biografia, natura e verità? 03 Elisa giunchi _ docente Le idee e le strutture politiche, quando sono importate meccanicamente in realtà molto diverse, raramente diventano durature e possono anzi avere risultati imprevisti; nella migliore delle ipotesi, la loro adozione può portare a istituzioni di facciata, che rispettano procedure democratiche assorbendo in realtà dinamiche di potere tradizionali e disequilibri interni. La soluzione sta piuttosto nell’emersione di voci autoctone che con riferimenti al proprio mondo concettuale e alla propria realtà propongano una visione partecipativa della vita politica e della convivenza sociale. Queste voci esistono in ogni paese musulmano, e anche in Afghanistan, ma hanno una capacità di diffondersi limitata perché la libertà di espressione è limitata: le élite politiche sono restie a lasciar spazio a concezioni di potere che eroderebbero i loro privilegi e quelli dei loro alleati interni e a introdurre riforme che potrebbero destabilizzare lo status quo.

Farah, aeroporto. Un Hercules C-130J si predispone al decollo sotto il sole verticale e implacabile del sud Afghanistan.

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democrazia per tutti Nel 2005, durante le prime elezioni parlamentari afghane faceva parte della squadra di osservatori per l’Unione europea. L’uomo comune come ha vissuto l’esperienza delle prime libere elezioni? Il senso della democrazia le pare faccia parte di una loro autentica esigenza? Avranno motivo di considerarla un valore inalienabile? 04 Filippo di robilant _ politico Pensare che esista una eccezione afghana alla democrazia o che questa sia un’esclusiva dell’occidente, mi sembra paternalista, oltre che sbagliato. Ricordo che dal 1964 al 1973, sotto il regno di Zahir Shah, fu approvata una Costituzione di stampo liberale ed eletto un Parlamento che avviò le riforme. Allora Kabul era una capitale liberale - soprattutto se si pensa ad altre capitali dell’Asia centrale di quell’epoca - dove le donne partecipavano alla vita pubblica come studentesse, libere professioniste, funzionarie, parlamentari. Quella è stata forse l’età dell’oro per l’Afghanistan. Dopo la caduta dei talebani nel 2001, si è pensato che sulle macerie dei bombardamenti si potesse creare uno stato democratico grazie all’elezione diretta di un presidente, di un parlamento e di consigli provinciali. Evidentemente si è dimostrata una risposta solo parziale. La presenza militare internazionale avrebbe dovuto creare le condizioni di sicurezza per assicurare la formazione della polizia locale, l’organizzazione dell’amministrazione pubblica, la costruzione d’infrastrutture, l’istruzione. E la nascita di uno stato di diritto con la revisione della costituzione e un nuovo baricentro dell’equilibrio dei poteri, dal presidente al parlamento, e l’istituzione della figura di primo ministro; l’introduzione di un sistema più rappresentativo e funzionale a livello locale; la legalizzazione dei partiti politici, benefico non solo per ragioni di vetting, cioè di inibizione dalle liste elettorali, ma anche perché darebbe ad alcune etnie, penso in particolare ai pashtun, un’alternativa politica a quella di organizzarsi con le armi; infine, il potere giudiziario è rimasto negletto, contribuendo alla corruzione e all’impunità. In tali circostanze, ammetto che non è facile chiedere ai nostri soldati di andare a morire per Kabul. Purtroppo, in Afghanistan, ci sono troppe mani in pasta e ognuna lavora per sé. Il rischio è di rimanere persi in un labirinto senza poter tirare il filo di un gomitolo che ci aiuti a trovare l’uscita. 124٠A f c r

Kabul, Ali Abad, Centro ortopedico della Croce Rossa Internazionale. Non ricordo se questo signore fosse lì per motivi personali, come per imparare a camminare con la protesi o se accompagnava o assisteva qualcuno. Certamente non era lì per divertirsi: i suoi occhi ce lo garantiscono. Il copricapo è quello in stile nuristano (Nuristan, terra della luce). Probabilmente anche il signore che lo porta è originario dell’ex Kafiristan (terra degli infedeli). Non sono in grado di segnalare quali possano essere i tratti essenziali dei nuristani oltre alla loro corporatura facilmente di qualche taglia maggiore di quella dei suoi vicini tajiki, pashtun e pakistani.



Kabul - Jalalabad. La strada più trafficata dell’Afghanistan collega la capitale a Jalalabad, per proseguire poi verso il mitico Khyber Pass. È lungo questa, nella zona di Sarobi, a circa 40 chilometri da Kabul che nel novembre del 2001 quattro giornalisti 126٠A f c r

sono stati uccisi da un gruppo di predoni locali. Un afghano, un’italiana, un australiano e uno spagnolo. Viaggiavano insieme, sono stati fermati e fatti scendere dai loro mezzi. In breve trucidati di fianco alla strada. Azizulah Haidari, Maria Grazia Cutuli, Harry Burton, Julio Fuentes, hanno


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universi paralleli Il Pashtunwali, come il Codice barbaricino, ha un biografia capace di comunicare una storia profonda e radicalmente affermata su una concezione dell’uomo responsabile di se stesso ma la cui identità, il cui io include la famiglia, il clan, la tribù. Quanto è doveroso intervenire con la forza in quella biografia e quanto è invece da rispettare in quanto forma sociale semplicemente estranea al diritto romano? 05-Massimo fini _ giornalista La cultura occidentale non è più in grado di accettare ciò che è altro da sé. Ciò che si diversifica dal proprio stile. Tende a omologare. È una specie di totalitarismo ideologico che non di rado arriva all’impiego delle armi per affermarsi. La cosa è tanto più strana perché giunge da una cultura liberale e democratica. Ma è tale solo fino a un certa profondità, poi cede alle sirene del potere. L’antropologo Lévi-Strauss dice che ogni cultura ha i suoi pesi e i suoi contrappesi. Volerne una modifica implica l’alto rischio di distruggerla. Come in Africa centrale - e non solo lì - l’occidente, intervenendo con le sue verità, ha rotto l’armonia di quelle culture statiche, ben estranee alla nostra, dinamica. Il mullah Omar ha colto il significato di certe ingerenze della modernità, ha visto quanto danno avrebbero potuto creare, per questo ha fatto distruggere tutti i televisori. Anche nella nostra cultura preindustriale c’erano le culture statiche. Poi si è affermata la linea positivista. Ma è una delle possibilità, non è l’unica. Chi è andato in direzioni diverse ha pari diritto di essere. Una regina di un villaggio africano viene in Italia a fare la sguattera in qualche famiglia benestante, si ferma 18 anni, poi torna al villaggio con tanto di modernità appresso. Le introduce nella comunità convinta di fare bene eppure, con il tempo si accorge che la serenità che conoscevano prima era venuta a mancare. perso la vita così. Seguendo la stessa direttrice verso ovest, a una ventina di chilometri dal luogo dell’eccidio, una piccola diramazione verso nord porta ad incontrare questo carro il cui spray sulla canna del cannone è più efficace della migliore didascalia.


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11 anni di teatro Il 2014 è la data prevista per la riconsegna dell’Afghanistan agli afghani. Dall’agosto 2003 le forze italiane fanno parte del contingente internazionale. In cosa l’operato italiano ha fatto bene, in cosa è stato imitato, in cosa è migliorabile e cosa abbiamo appreso dal teatro afghano? 06 Biagio abrate _ generale, capo stato maggiore della difesa L’approccio italiano in Afghanistan ha sempre considerato lo strumento militare come una delle molteplici componenti di un necessario intervento nella forma del comprehensive approach, finalizzato a sostenere il governo afgano nel compito di garantire la sicurezza su tutto il territorio nazionale e a facilitare lo sviluppo politico e socio-economico, accelerando il passaggio di responsabilità alle autorità del paese. Questa peculiare visione omnicomprensiva del problema afgano ha caratterizzato la riflessione strategica dell’Alleanza, ma anche degli Usa. L’Italia ha non solo condiviso da sempre questa tipologia di approccio strategico, ma – coerentemente – ha assunto, in specifici ambiti, un ruolo guida comunemente riconosciuto. Basti pensare all’unanime plauso ricevuto in diverse occasioni, da ultimo dal generale Petraeus, per il nostro operato nel settore formativo/addestrativo, nonché al riflesso in ambito Nato del nostro Provincial Reconstruction Team, PRT, da sempre additato quale modello di riferimento. I nostri militari – dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri – impegnati sul difficile territorio afgano hanno raggiunto una maturità professionale senza paragoni e rappresentano un’immagine e uno spaccato dell’Italia di cui andare orgogliosi.

Kabul-Jalalabad. Insieme al carro della pagina precedente ve ne sono altri a centinaia. Accatastati o in ordine secondo uno schema da finto parcheggio. Tutti sono stati depredati di tutto ciò che forza e attrezzi umani potevano estrargli. È questo uno 128٠A f c r


dei cimiteri dove un fotografo trova manciate di prospettive ed inquadrature che fanno al caso suo. Inclusa questa, di un nostro militare alla mitragliatrice Browning M2 12,7 mm.


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io c'ero Ha lavorato embedded con gli uomini delle forze italiane, cosa può raccontare per riferire il contesto quotidiano, le condizioni ambientali e psicologiche dei militari che ha frequentato? Cosa ha percepito di ciò che i media faticano a riferirci? Quanto le nostre truppe sono guerreggianti? 07 Sergio ramazzotti _ fotografo, scrittore Ciò che più mi ha colpito è stato lo spirito con cui i nostri soldati affrontano la missione che è stata loro affidata: lungi dall’essere coloro che sparano per primi, costruiscono moschee, scuole coraniche, edifici pubblici, e sono pure riusciti a convincere parecchi contadini a passare dalla coltivazione dell’oppio a quella dello zafferano. Ci sono voluti tre anni per conquistare la loro fiducia. Ce l’hanno accordata, infine, perché per la prima volta in trent’anni sono stati trattati come esseri umani. Per un paese non sembrerebbe un gran segno di speranza avere soldati armati fino ai denti a ogni angolo di strada. Ma il punto è che in Afghanistan ci sono sempre stati soldati per le strade: ormai per la popolazione sono parte del paesaggio. La differenza è che questa volta, al contrario di tutte le altre, non sono qui per distruggere. Non gli italiani, almeno. In corso d’opera, quando necessario (cioè spesso) sparano, talvolta perdono la vita: inutile nascondersi che si tratta sì di una missione di pace, ma, come sempre accade con le missioni di pace, si svolge in zona di guerra.

Kabul-Jalalabad. Stesso luogo e stessa data delle immagini a pagina 126 e 128. C’è tempo anche per qualche posa. Sono così, ben rappresentati dai volti soddisfatti e distesi di questi due soldati, i sentimenti dei nostri militari in missione... e non solo per il Beretta SC 70/90 che imbracciano, un fucile d’assalto capace di 670 colpi al minuto. Massimo 6 mesi di permanenza per, circa, oltre 5000 euro al mese. 130٠A f c r



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una sola verità Le foto che ha fatto, le foto che ha visto e che non ha fatto in tempo a fare, quanto sono state in grado di riferire il contesto e quanto si sono accontentate di raccontare il particolare? Quante volte quel particolare, poi mediatizzato, si è allargato fino a divenire il contesto? La soddisfa il racconto del fotografo? 08 Luigi baldelli _ fotografo Secondo me nessuna fotografia racconta un contesto o un particolare, così come nessuna delle due può prevaricare l’altra. Ma tutte e due raccontano, a modo loro una storia, a volte la stessa storia. O comunque, fanno capire e comprendere un aspetto ulteriore della storia stessa. Nei fotoreportage che ho fatto non mi sono mai preoccupato di fotografare la storia in particolare o nel suo contesto generale, ma ho sempre pensato e tentato di costruire un racconto. E costruire un racconto credo che sia come i cristalli di un caleidoscopio: ogni cristallo colorato nel suo particolare è importante e una volta uniti fanno una visione d’insieme. Così come a sua volta la figura d’insieme si trasforma in tanti piccoli cristalli colorati. Una non può esistere senza l’altra. A volte semplici storie, che si trovano all’interno di storie più grandi, riescono a raccontare meglio di ogni altra cosa quello che sta succedendo. Alla fine sono la stessa cosa e il particolare ti permette di vedere la visione d’insieme. E il comun denominatore tra una fotografia che riferisce il contesto e quella che racconta il particolare è che entrambe devono comunque trasmettere un’emozione, una sensazione, catturare l’attenzione di chi le guarda, far scaturire la sua curiosità e riuscire a fargli porre delle domande. Herat, Gazargah. In questo luogo di pellegrinaggio e preghiera si trova la tomba mausoleo di Abdullah Ansari, un poeta sufi vissuto tra il 1006 e il 1089. Questo tipo di immagini sono quelle che più mi provocano attrazione. Poca definizione, inquadratura rubata, pienezza alla Henry Cartier Bresson e intensità alla Kudelka. Nessun paragone con loro. Solo evocazioni. 132٠A f c r



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piedi per terra Che idea si è fatto, dopo molti viaggi in Afghanistan, sull’intervento occidentale, organizzazioni non governative incluse? La grande diversità etnica, tribale, clanica così sempre sottolineata a proposito della frammentazione afghana, in che modo si percepisce muovendosi sul territorio? 09 Paolo siccardi _ fotografo L’Afghanistan rimane quella terra vista con gli occhi verdi della ragazzina fotografata da Steve McCurry, coperta, a distanza di anni, da un grosso burqa e che non ha un’identità, in mezzo alle altre donne nel grande gioco di Hopkirk del 1842. Ricordo, dopo la caduta delle Twin Towers, giunto a Kabul con un volo militare, il mio passaporto veniva timbrato con uno sbiadito timbro “maybe airlines Kabul”. Da allora l’Afghanistan si è trasformato cercando di recuperare quel tempo congelato dagli anni 60. Un periodo che ha prodotto in quella terra una generazione di orfani e mutilati, per tutte le guerre che si sono succedute. L’occidente con i propri interessi ha costruito ospedali, scuole, hotel e strade che non sono mai state finite, ma non potrà mai guardare la luce che filtra attraverso quei piccoli fori del burqa che rispecchiano ancora una cultura legata ai clan familiari. Le associazioni non governative che lavorano sul territorio cercano di dare un’impronta alle nuove generazioni per creare un tessuto culturale basato soprattutto sui diritti negati, sull’educazione scolastica, che diventa una sfida per la costruzione di una giovane democrazia. Farah, locali dell’aeroporto. Il successo di un’azione non dipende solo dalla sua bontà. Entrano in gioco anche il momento, l’esigenza, le amicizie e le gelosie e chissà quanti altri elementi. È così che possiamo pensare e vedere la famosa foto di Steve McCurry? Una ragazza pakistana dagli istrionici occhi verdarancio come può diventare una delle icone dell’Afghanistan più note al mondo, senza la combinazione 134٠A f c r


di tutti quegli elementi? Quasi tutto il mondo conosce questo sguardo carico di segreto timore, figlio della disperazione, urlo di aiuto, certezza di dover contare solo su se stessi. C’è da sospettare d’aver frainteso qualcosa sui luoghi comuni d’Afghanistan se una foto emblema per noi, lo è anche per loro. Se cioè uno scatto buono per la prima pagina

del National Geographic, occupi anche una parete di una remota stanza di nient’altro abbellita o un poster in vendita nelle librerie di Kabul.


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urla e sentimenti È uno dei fotografi italiani che ha trascorso più tempo sul suolo afghano. Stare nella polvere permette di avvicinare le urla di ragioni e sentimenti che da lontano non riescono a farsi sentire. Cosa, nonostante gli sforzi e nonostante la cosiddetta veridicità dell’immagine fotografica, non si riesce a comunicare? Cosa resta impigliato tra le urla e i sentimenti? 10 Riccardo venturi _ fotografo Con le mie foto ho cercato sempre di raccontare l’Afghanistan non solo come un paese purtroppo eternamente in conflitto, ho anche cercato di mostrare l’estrema bellezza di un paese e il fascino mistico di una terra estrema, di un luogo per certi aspetti fuori dal tempo. Proprio in questi giorni ho avuto notizia di un mio carissimo amico afghano, Ahmad, la mia guida locale da sempre. La sua famiglia, moglie e tre figli sono rimasti coinvolti in un attacco dei talebani. Miracolosamente sono usciti illesi, ma tanto è stato lo shock che Ahmad in fretta e furia ha cercato un visto per loro, adesso sono in India non so dove. Immagino il loro sconcerto di trovarsi in un paese dove non conoscono nessuno dove nessuno parla la loro lingua, so per certo che né la moglie né tanto meno i suoi figli ancora piccoli sono mai usciti da Kabul. Questa è purtroppo una storia ordinaria in Afghanistan, una storia che non fa notizia. È questo eterno drammatico quotidiano, è questa ordinaria follia che travolge la vita degli afghani che è cosi difficile da mostrare e raccontare.

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Herat, Moschea Masjid-e Jami. Un flusso continuo di uomini entra nella moschea poco prima dell’ora della preghiera. Qualcuno rallenta per onorare le parole del Profeta, donando, zakàt, alla donna quanto il suo tenore gli consente. Non è forse sbagliato stimare a occhio l’orientamento est-ovest di questo corridoio d’ingresso/uscita della cosiddetta moschea del venerdì. Non è forse azzardato sospettare che il gioco di luci, penombre e bui sia dunque occasionale piuttosto che voluto. Calcoli matematici approfonditi, per realizzare ogni giorno un tramonto e un’alba degne del Profeta. Il tutto orientato comunque verso La Mecca.



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nel profondo degli occhi Lei, più della maggioranza degli esperti di Afghanistan, conosce il cuore e il pensiero dei popoli afghani. Conosce anche il patrimonio culturale che nei secoli hanno creato e in parte perduto. Conosce il territorio, gli stili di vita, gli idiomi, la condizione femminile, il potere dei signori della guerra, di quelli dell’oppio e le mentalità. Quanto l’Afghanistan ha bisogno di noi? Quanto ha bisogno di procedere da solo? Da dove verrà un germoglio di stabilità pacifica? 11 Nancy hatch duprée _ scrittrice L’Afghanistan necessita di assistenza esterna nel ristabilire sicurezza, buon governo e servizi sociali di base. Io credo che la maggior parte degli Afghani conti su questo. Comunque, il tradizionale rispetto che gli Afghani usano accordare agli stranieri è stato seriamente minato dagli spettacolari tentativi falliti di impegnarsi in aiuti militari ed umanitari avvenuti negli ultimi due decenni. Una virulenta relazione odio-amore si sta sviluppando tra le varie fasce della popolazione. Questo si ripercuote su aree insicure dove i cittadini sono particolarmente confusi. Verso quale direzione dirigersi? A causa della sua cruciale posizione geo-politica, i vicini hanno sempre guardato all’Afghanistan in un’ottica di possesso. Tuttavia ha mantenuto la sua indipendenza sin da quando i suoi confini sono stati stabiliti da parte di estranei nel diciannovesimo secolo. Soprattutto, la fiducia in se stessi è sempre stato un tratto distintivo del carattere Afghano. Purtroppo, questa fiducia in sè è stata erosa a tutti i livelli della società da strategie di aiuto di recente introduzione. Pianificare senza l’input della voce degli Afghani preclude la creazione di ruoli di leadership. Gettare attorno troppo denaro in maniera indiscriminata, pur insistendo sul suo impiego immediato genera una corruzione incontrollata. Di conseguenza non c’è la sostenibilità e, peggio, sono incoraggiati snervanti comportamenti di dipendenza. L’Afghanistan deve smettere di guardare agli stranieri per soddisfare le loro esigenze. Essi devono coltivare un ambiente con un senso di responsabilità e di proprietà dove possano prendere le proprie decisioni, usando l’aiuto straniero solo come guida, lo sviluppo di capacità e di rafforzamento istituzionale coerente con gli obiettivi e le aspirazioni Afghane. A meno che 138٠A f c r


Herat, Moschea Masjid-e Jami. Questo signore seduto in un apposito luogo di riposo e attesa, gira il suo tasbé tra le dita. Sopra di lui le ceramiche composte a mosaico che ornano gran parte delle superfici dell’edificio. Specializzati artigiani, di un laboratorio e di una scuola, interne alla moschea, lavorano regolarmente alla creazione delle piccole e curate tessere utili alla manutenzione e alla ristrutturazione delle parti mancanti, non solo ad esclusivo uso della moschea stessa.

gli Afghani recuperino il proprio orgoglio nella fiducia in se stessi, essi continueranno a cadere nello status di nazione cliente dipendente. Il germoglio di pace fiorirà tra i giovani leader. Bonn ha fatto l’errore di dipendere da vecchi leader con ordini del giorno stanchi focalizzati sul potere personale. Molto denaro e sforzo è stato speso per piantare i semi della democrazia. Questo non è stato in alcun modo un successo perchè gli sforzi si sono concentrati quasi esclusivamente sui numeri e sulla logistica, non sulla sostanza e la comprensione partecipativa. Tuttavia, molto importante, la popolazione è diventata molto più consapevole politicamente. Insieme ad un sistema migliorato di comunicazione di massa e ad un sistema educativo notevolmente rafforzato le opportunità ora sono considerevoli. C’è comunque un avvertimento: una gioventù educata alla disoccupazione senza una voce è pericolosa. Date loro, tuttavia, un lavoro ed una voce in futuro e la stabilità seguita dalla pace regnerà.


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nella sfera di cristallo Per un Afghanistan lasciato a se stesso, cioè senza più la presenza della forza internazionale, che realtà è oggi accettabile sospettare? E che significato internazionale? 12 Lucio caracciolo _ giornalista, docente Un Afghanistan lasciato a se stesso regolerà i conti in sospeso al suo interno e con i suoi vicini. È molto probabile che i talebani riprenderanno il controllo di una parte del paese e che nessuno lo controllerà del tutto. Decisiva sarà l’influenza di Pakistan, India e Iran, ma anche di Cina e Russia, tutte potenze con agende afghane diverse. Quanto agli americani, bisogna vedere quanti e come ne resteranno, perché non credo se ne andranno del tutto. In ogni caso, non saranno decisivi: già non lo sono ora.

Herat, Masjid-i -Jami, ovvero la grande moschea. Sembra artefatta questa posa a quattro sguardi. Nulla del genere invece. Solo la timidezza dei tre e l’autorevolezza dell’uomo scudo, sono stati sufficienti per creare la scena e soprattutto per comunicarci quanto è tenuta in considerazione la persona più anziana e quanto questa se ne giova in autostima. Questa moschea è frequentemente detta “del venerdì”. Ma è una formula tutta occidentale. Tra di loro, gli afghani, non hanno idea di quale e cosa sia la moschea del venerdì.


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nomadi, giacca e cravatta Come può evolvere la coniugazione tra la cultura afghana e quella global-occidentale? È pensabile un Afghanistan centralizzato e occidentalmente ordinato? Come si potrebbe immaginare un’evoluzione del loro standard clanico? 13 Maurizio stefanini _ giornalista, scrittore La democrazia occidentale si è sviluppata da antichi modelli tribali e anche in Afghanistan esiste la tradizione non dissimile della Loya Jirga. Ma l’ingerenza esterna aiuta l’Afghanistan a trovare un approccio alla modernità che tenga conto delle proprie tradizioni o è controproducente? Francamente non ho una risposta: mi limito a fare la domanda. Ricordando che comunque l’autodeterminazione non implica il diritto a trasformare il proprio territorio in santuario per imprese terroristiche. Non so poi se si possa parlare di cultura global-occidentale. In particolare dopo l’ultima crisi economica assistiamo a un ritrarsi spaventato dell’occidente da una globalizzazione che invece sta beneficiando soprattutto altre realtà. E poi, le rivolte medio-orientali in corso dimostrano che gli stessi popoli del terzo mondo non sono in realtà estranei alla ricerca di valori che impropriamente definiamo occidentali e che sono in realtà universali.

Kabul, Microrayon. L’Afghan National Army (Ana), l’esercito locale è considerato da anni un importante nodo dell’evoluzione verso la stabilità del Paese. L’impegno degli istruttori militari della forza multinazionale è da tempo sul campo. 142٠A f c r


Nonostante gli scontati progressi, il livello di addestramento raggiunto non è particolarmente soddisfacente se giudicato con i nostri criteri. Il 2014 è la data del passaggio di consegne all’Ana e le incertezze e i dubbi sulla loro capacità a tenere il territorio, nonché

sul livello di autonomia raggiunto per far fronte ai loro fratelli talebani, non lascia dormire sonni tranquilli a nessuno. In più la facile corruttibilità del personale è sempre latente e facilmente realizzata. Sebbene abbiano una dovuta fama di combattenti indomiti e coraggiosi, a vedere questi

due, non più che finto-burberi signori, non si direbbe proprio.


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preoccupazioni per il futuro Nel 2014 le Forze internazionali Nato lasceranno il teatro afghano. Attualmente il livello di formazione e la quantità di forze afghane non sono ritenute sufficienti per pensare possano tenere a freno le spinte talebane. Cosa si sa delle strategie finora pianificate per il dopo Isaf? 14 Lorenzo cremonesi _ giornalista In realtà non esiste una vera exit strategy per la coalizione internazionale dall’Afghanistan. Ultimamente la morte di Osama Bin Laden ha reso il ritiro di Isaf più semplice. Non va dimenticato che inizialmente l’invasione del paese venne pianificata per eliminare al Qaeda e il suo leader. Solo in un secondo tempo si è passati al progetto molto più ampio di modificare il paese e contribuire alla sua ricostruzione civile e sociale. La crisi economica mondiale degli ultimi anni e il cambiamento di amministrazione a Washington con l’elezione di Barack Obama hanno contribuito notevolmente a ridimensionare questo approccio. Inevitabilmente dunque la coalizione internazionale farà del suo meglio per uscire dal paese secondo i tempi prefissati. Ma i problemi maggiori resteranno irrisolti. Le antiche tensioni inter-etniche, specie tra pashtun e hazara, resteranno immutate e continueranno ad essere alimentate dagli scontri regionali. In Afghanistan continueranno a giocare le antiche ostilità specie tra Pakistan e India, sovrapposte agli interessi cinesi. Il paese resterà fortemente destabilizzato.

Kabul, Wazir Akbar Khan. Tra le luci e le ombre di una tenda del negozio di frutta e verdura si raduna tutta la famiglia maschile per farsi ritrarre secondo uno schema gerarchico noto e soprattutto rispettato da tutti. 144٠A f c r



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faq Nel 1989 la ritirata dei sovietici esalta ogni mujaheddin. Nel 1996 i talebani furono vissuti come salvatori perché fermarono la guerra civile. Nel 2002 la presenza occidentale è stata vissuta come risolutiva perché fermava la dura legge della sharia. Nel 2011 la soddisfazione deriva dall’annunciata ritirata occidentale. Nessuno riesce a far vivere in pace il popolo che non sa cos’è lo Stato. Chi ci riuscirà? Quanto ha ragione d’essere l’intervento occidentale? Quanto è opportuno andarsene? 15 Pietro suber _ giornalista L’unica certezza è che per uscire fuori senza macchie o danni collaterali dal pantano afgano ci vorrà un miracolo. I contingenti militari, come spesso succede, sono stati catapultati in una realtà che conoscevano poco e che, ancora oggi, non possono certo dire di conoscere in maniera approfondita. Di errori, anche strategici, ne sono stati fatti tanti. Sono necessari però dei distinguo. Parlo per esperienza diretta, di ciò che ho potuto verificare con i miei occhi, ad esempio del lavoro fatto dai militari italiani. L’esperienza nella regione di Herat, per quanto riguarda il lavoro sul campo e con la popolazione locale, presenta sui grandi numeri più luci che ombre. Sto parlando soprattutto degli aiuti concreti portati dai vari battaglioni (dagli ospedali rimessi in piedi nella regione, alle scuole, al lavoro del genio militare per costruire strade e infrastrutture). Sforzi e iniziative molto apprezzate in genere dagli afgani. La sostanza è che per rimettere in piedi un paese dove la guerra civile la fa da padrone da più di 30 anni ci vuole tempo e molto denaro. Una volta scelta con decisione la strada dell’impegno militare, sarebbe ora un errore abbandonare di corsa il paese e lasciare il lavoro a metà. Nel marasma afgano purtroppo le armi costituiscono un forte deterrente e sono utili, a volte, anche solo per difendere i piccoli passi in avanti fatti fino a ora. Il problema è che, tolto di mezzo Bin Laden, per l’occidente resta ora il secondo obiettivo, ben più astratto e complesso da raggiungere: aiutare l’Afghanistan sulla lunga e impervia strada verso la democrazia.

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Paghman. Dalla magia di questi colori e di un’espressione che urla silenziosa sofferenza e cosmica bellezza si percepisce uno standard afghano troppo spesso ricordato solo dalle statistiche degli effetti collaterali e troppo spesso dimenticato prima che dall’intelligenza delle bombe da quella dei politici.



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segni tralasciati Frequenta l’Afghanistan dai tempi dell’invasione sovietica. Quando si sono mostrati i segni della deriva integralista-fondamentalista? Quanto ci è servito per riconoscerli? Cosa dire sul fatto che dopo nove anni di presenza delle forze internazionali le massime autorità inizino ad ammettere che qualcosa delle strategie impiegate è da rivedere? 16 Fausto biloslavo _ giornalista Per dire il vero i sovietici sono stati i primi a paventare la deriva integralista, ma nessuno li ascoltava perchè erano invasori. Gulbuddin Hekmatyar è sempre stato un fondamentalista fin dalla guerra santa contro l’Armata rossa. Dopo 9 anni di presenza internazionale i nodi vengono al pettine. Nel 2001 gli americani pensavano di aver vinto facile, ma era solo l’inizio. Due anni dopo, anzichè consolidare l’Afghanistan, si sono distratti con l’Iraq e per anni abbiamo vissuto di rendita pensando che i talebani non potevano rialzare la testa. Invece non è stato così, ma adesso bisogna stringere i denti, fare tesoro degli errori del passato e continuare a credere che l’Afghanistan va portato fuori dal tunnel di 30 anni di guerre.

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Herat, Gazargah. Un anziano poeta proclama al cielo e a noi tutti la sua poesia. In molte culture agro-pastorali la tradizione delle gare di poesia, si tramanda da generazioni senza che nessuno mai la impari studiando. Fa parte della cultura e richiama solo coloro che attraverso di essa possono realizzare la propria identità e esprimere il loro talento. Così si realizza una ricchezza che si distribuisce a tutta la comunità, che non resta solo possesso del poeta. È un poeta-simbolo che rappresenta una dimensione della vita che probabilmente quando il primo centro commerciale, carico di plastiche usa e getta - dopo aver sostituito i centri storici ed umani -, si potrà definitivamente considerare uccisa (alle spalle?) dal progresso.



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massoud è ancora un leone? Ha conosciuto molto profondamente l’uomo, il soldato, il carattere, la psicologia, le idee e il contesto di Ahmad Shah Massoud. Ad anni di distanza dalla sua morte e dalla pubblicazione del suo libro dedicato al Leone del Panjshir, crede che ci siano aspetti della sua politica e della sua condotta che debbano essere riconsiderati? 17 Michael barry _ docente Mi sembra che gli ultimi avvenimenti - mi riferisco in particolare all’uccisione, in suolo pakistano, di Osama bin Laden e, più in generale, all’appoggio pakistano ai talebani - hanno pienamente sottolineato quanto Massoud aveva ragione a non fidarsi dei disegni politici delle frange militari pakistane. Dopo la ritirata dei sovietici, i pakistani - diceva Massoud - avrebbero strategicamente sfruttato il sentimento religioso e le tensioni etniche, per mettere mano nella gestione della ritrovata indipendenza afghana post-sovietica.

Kabul, Wazir Akbar Khan. Massoud, da eroe a mito. Potrebbe essere il titolo di questa e davvero molte altre immagini che si possono incontrare a Kabul e nei territori tajiki. Nessuno come lui riesce a radunare gli spiriti solitamente divisi, se non lacerati, da interessi famigliari, clanici o tribali. Nessuno come lui ha rischiato, finora nella storia del Paese, di riuscire a comporre un’unità e un’identità nazionale. Nessuno più di lui era da eliminare per mantenere inalterata l’instabilità 150٠A f c r

della regione. La sua effige compare all’ingresso di scuole, istituti, in case private, sul cruscotto delle macchine, affissa sui casotti delle guardie di sicurezza che quasi ogni palazzo o istituzione dispone, nonché su t-shirt, spille, gadget e soprattutto nello sguardo e dentro il sentimento di questo signore a guardia dell’ingresso della omonima fondazione.



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massoud, onestà clemenza e coerenza Nelle pagine di tutti i suoi libri e reportage che ha pubblicato a partire dagli anni 80, il comandante Massoud gioca sempre il ruolo del buono lasciando ad altri quello del cattivo. Eppure, per esempio, gli hazarà non possono condividere certe celebrazioni. Ad anni di distanza pensa ci si avvicini a una rivisitazione critica dell’operato di Massoud, almeno per qualche secondario suo intervento? 18 Ettore mo _ giornalista Guarda, io ho conosciuto Massoud e l’ho frequentato per tanti anni quindi posso dire che lo conoscevo molto molto bene. Quello che mi ha colpito sempre di Massoud è stata la sua coerenza. Allora, intanto precisiamo, era un devoto dell’Islam naturalmente, molto fervente anche però molto democratico. Io mi ricordo, quando diceva: “Nel mio governo ci sarà posto per le donne e apriremo le scuole per le bambine”, allora vietate dal governo talebano. Questo è stato Massoud. Negli anni in cui lui è sopravvissuto, in cui ha combattuto prima contro i russi, poi contro i talebani è stato un uomo di cui ho sempre condiviso tutte le scelte e non ho mai avuto modo di criticarlo. È stato per me un uomo coerentissimo e certamente molto importante nella storia dell’islamismo e soprattutto dell’Afghanistan. No, assolutamente no, non ho nulla da rivisitare. So dal suo vice che capitava anche di passare le serate parlando di Victor Hugo e di Dante Alighieri. Non mi sembra cosa da poco... in Afghanistan, mentre si stavano organizzando per ucciderlo. Ecco. È stato un uomo nel suo ambiente assolutamente straordinario, aveva frequentato il liceo francese, aveva una cultura in qualche modo anti occidentale, mettiamola pure così, ma un uomo coerente con se stesso, un uomo a cui veramente penso di non poter rimproverare nulla. Valle del Panjshir, Sareeka. L’opera dei suoi fratelli tajiki non si è risparmiata per dedicare al loro leone, una sepoltura degna della sua grandezza. Ad un certo punto nella valle si vede un terrapieno in centro al quale si erge il circolare mausoleo della sepoltura di Ahmad Shah Massoud. L’interno ospita in foggia 152٠A f c r

di tappeti, tessuti, incisioni, quadri e libri aperti, vari versetti del Corano. Tutti dedicati a celebrare un uomo che chi lo ha conosciuto lo ha sempre definito autenticamente ed intellettualmente onesto. Peccato che, nonostante tanta chiarezza, gli europei, e l’occidente in

generale, non lo abbiano ascoltato. Oltre centomila persone si radunarono per seguire il suo funerale. Un’importante piazza di Kabul porta il suo nome. Così pure un nuovo fucile americano in dotazione alle truppe Usa in Afghanistan. E molto altro.



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empatia zero Lei è internazionalmente considerato uno dei massimi competenti della vicenda afghana. È pakistano. Musulmano. Quanto il mondo occidentale si è dimostrato lontano dalla concezione utile per avvicinarsi all’Afghanistan? Quanto un vero avvicinamento è possibile e quanto è invece inavvicinabile? Quanto l’arroganza della nostra concezione della verità ha contribuito a peggiorare le cose? 19 Ahmed rashid _ giornalista L’occidente è molto lontano dal portare pace e stabilità all’Afghanistan per due ragioni. Non è stato capace di adempiere al suo mandato e alla credenza filosofica di poter costruire le infrastrutture per una nazione moderna, come istituzioni, una burocrazia, la promozione della democrazia, la creazione di un’economia autoctona, cioè, tutto ciò che ha promesso di fare nel 2001. L’unica cosa su cui si è fortemente concentrato è stata la formazione di forze armate locali che non sono sufficienti per proteggere lo stato delle cose. Il secondo aspetto è la mancanza di conoscenza, esperienza e saggezza nei confronti dell’Afghanistan che deve significare una più grande immersione da parte delle potenze occidentali nel linguaggio, nella cultura, nella tradizione e nel tessuto sociale.

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Kabul, Jadayi Sulh Un anziano signore e muratore interrompe la sua attenzione verso il mucchio di sabbia che stava impastando con il cemento. Porsi sull’attenti è segno di riguardo, accondiscendenza e sottomissione. Mentre attendeva finissi i miei scatti, un bimbo di pochi anni gli saltava intorno per distrarlo. Gli rovesciava contro parte della riserva di acqua per l’impasto. Esibiva mazzette di Afghan e gli contava l’ammontare. Lui, il signore muratore, non si scomponeva. Rideva, solo un po’, per il piccolo impertinente. Naturalmente, è stato lui a ringraziare me quando l’ho salutato.


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valori senza frontiere Come uomo politico italiano e come uomo di tradizione musulmana è forse entro una prospettiva privilegiata per riconoscere i punti critici delle politiche occidentali e per dirci quanto effettivamente sia esigenza del popolo di Maometto un avvicinamento ai valori occidentali, alla democrazia, ai diritti umani. Il popolo musulmano crede possa - se già così non è - assumere come valori cosiddetti universali quelli che ora sono dell’identità occidentale? 20 Allam khaled fouad _ docente La questione dei rapporti fra islam e occidente non è iniziata con la guerra in Afghanistan o con l’attentato alle Twin Towers: ha attraversato tutto il secolo scorso e continua a interrogare i popoli musulmani. La rivoluzione dei gelsomini in Tunisia, come altri movimenti che investono gran parte delle società arabe testimoniano questa situazione ed esprimono la domanda che non ha ancora una risposta definitiva: come costruire la democrazia nel mondo musulmano? Non si tratta di trasferire sistemi politici o copiare costituzioni; il problema è certo politico, perché esiste una distinzione netta fra regimi democratici e regimi totalitari e oppressivi, che schiacciano i popoli e le libertà individuali attraverso l’ideologia o l’utilizzo della religione. I problemi sono culturali, evidentemente; e la questione della democrazia è legata alla capacità di queste società nel costruire una cultura critica che rende loro la possibilità di definire la loro religiosità in modo più liberale, non totalizzante. Storici e islamologi sanno bene che vi sono stati periodi in cui la religione non significava oppressione. Mi riferisco al califfato andaluso, o al califfato abbasside. In seguito, la crisi delle strutture interne all’islam ha provocato un ripiegamento del mondo islamico su se stesso, al suo irrigidimento che ha portato a non accettare i valori universali di libertà e democrazia, in quanto considerati antitetici all’islam. Ma molti musulmani, intellettuali e non, si battono invece per l’universalismo di questi valori; e oggi un lavoro sulle società civili di questi paesi va assolutamente fatto, affinchè queste stesse società accolgano libertà e democrazia come valori propri. Nella libertà e nella democrazia non vi è né oriente né occidente; ma, come recita un versetto del Corano, “Dio non cambia il vissuto degli uomini finchè essi non cambino per primi”. 156٠A f c r

Kabul, De Mazang. Stile afghano su valori occidentali? Shalwar kameez rivista e moto cromata. Una delle prospettive accessibili solo da là è quella che mostra la preoccupazione che bisogna riporre a proposito della sempre più larga voragine che separa la cultura metropolitana, aggiornata, progressista, blasfema, da quella rurale, tradizionale, conservatrice, rispettosa. Non serve una grande immaginazione per domandarsi quanto le due velocità, interessi, bisogni e disponibilità varie, conforteranno eventuali future situazioni di instabilità. Cioè quanto marcheranno il prossimo futuro del paese.



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il peso della coscienza Quanto il mondo politico occidentale risolverebbe o quanto alimenterebbe se giungesse a formulare un mea culpa nei confronti della sua politica colonialistica prima e economico-culturale poi, nei confronti del mondo musulmano e non solo? Un’assunzione di responsabilità è auspicata dal popolo musulmano o non ha granché peso? 21 Musa maroofi _ ambasciatore afghano a roma La globalizzazione e la tecnologia dei tempi di oggi hanno creato una realtà totalmente differente dal passato. Quindi per molte ragioni il passato coloniale del mondo occidentale non produce effetti sull’Afghanistan di oggi. Oggi, la globalizzazione e la tecnologia permettono a milioni di persone nel mondo di vivere e interagire a dispetto dei differenti interessi, fedi e ideologie. La maggior parte delle nazioni ora godono di diritti a dei fondamentali privilegi che solo poche decadi fa non esistevano. Oggi noi stiamo assitendo a un marcato sviluppo tecnologico e a scambi culturali globali che sono il vero fulcro di un atteggiamento culturale del nostro tempo. Nessun governo può mettere in conto la forza del cambiamento e della penetrazione della tecnologia. Detto ciò, la tecnologia di oggi ha contaminato il mondo moralmente ed economicamente. È un mondo della cultura del mercato. Nessuno può sfuggire dal comprare e ognuno è incoraggiato a produrre. Il lagame è stretto. Oggi il pericolo non viene da fuori. Malgoverni, povertà, analfabetismo e ignoranza sono le radici dei conflitti all’interno dei Paesi. Più un Paese è improduttivo, più è debole. Più è debole, più è esposto a rischi interni. La Cina e l’India di oggi sono molto diverse da quello che erano nell’800 a causa della loro attuale abbondanza. In termini di moralità , il sentimento morale della nostra epoca, ci obbliga ad aiutare il povero. Una volta, mangiando, non ci sentivamo in colpa mentre altri morivano di stenti, ma oggi la tv non ci permette questo tipo di indifferenza morale. Conseguentemente il pragmatismo è diventato lo standard della cultura globalizzata. Quando hai un problema, ti impegni a risolverlo senza costrizioni ideologiche o pregiudizi culturali, come in passato. Ora dobbiamo rispettare ed essere tolleranti, pragmatici e razionali verso le altre culture. In ultima analisi, sarebbe uno spreco di tempo ed energie nazionali evitare i rapporti con i Paesi occidentali a causa della paura del loro passato coloniale. 158٠A f c r

Kabul, strada per Jalalabad, scuola hutkhil. Un maestro in forma di orco (senza offesa per chiunque) sorveglia il comportamento delle sue scolare e il mio senza affermare alcuna espressione di dominio. Ma è il comportamento composto ed ossequioso delle bambine che ne sottolinea l’assoluta profondità.



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domande senza senso? Le note raccolte nei suoi libri dedicati all’Afghanistan dimostrano una sensibilità che dovrebbe essere di chi ci governa. Quanto è difficile comunicare le dimensioni che la politica dimentica? Quanto è lontano il plafond di consapevolezza della classe politica da uno standard, almeno in teoria, da perseguire? 22 Niccolo' rinaldi _ europarlamentare Capire l’altro non è mai facile. E nemmeno farsi capire. Ma l’incontro con l’altro è il sale del viaggio, altrimenti è solo cartolina, mentre un viaggio in Afghanistan richiede una disciplina del confronto, animata da umiltà e da curiosità. Solo in questo modo si puó riuscire a sbarazzarsi di complessi di superiorità e di altro genere. La politica puó non saperne niente di queste cose - ma non solo in Afghanistan. Più che per vanità, per paura, per pigrizia, per un sistema mentale radicato in secoli di distanza, che ancora si può leggere, altroché, nelle cronache di viaggio di molti scrittori contemporanei, soprattutto anglossassoni, tutti presi da esotismi e riflessioni sugli afghani la cui storia non si chiede mai, del cui Dio nemmeno si conosce il nome. Ma l’imperscrutabilità dell’oriente è un mito, come lo è l’inaccessibilità dei suoi abitanti, perché l’afghano è un soggetto sconosciuto solo per chi non si è mai preso la briga di compiere il passo più semplice: andare verso di lui, rivolgergli la parola, ascoltarlo. Intorno a un té si può anche ridere insieme di una barzelletta assai pertinente: il Molla Nasroddin, simpatica figura della narrativa popolare afghana, s’imbatte per strada nel corteo del re. Torna al villaggio tutto eccitato, esclamando: “Mi ha parlato! Il re mi ha parlato, a me!”. Stupiti da tanto onore, gli abitanti gli chiedono cosa si siano detti l’entusiasta Nasroddin e il re. “Mi ha detto: non stare lì nel mezzo imbecille, levati di torno!!”. Non diversamente, quando la famigerata comunità internazionale appare sulla strada, con le sue carovane di fuoristrada blindati e grandi scritte marcate sul cofano, o le imponenti colonne militari, se un afghano si mettesse a interloquire sul cammino, gli andrebbe bene a ricevere un “levati di torno, imbecille”, e a non finire nel conto delle perdite collaterali. Come al Molla Nasroddin, a lui non spetta alcun vero rapporto reale con il corteo regale. Eppure la comunità internazionale è massicciamente in Afghanistan, per lui. Per lui? Così sarebbe, ma non sembra. Quale equivoco. E quale noia deve 160٠A f c r

Kabul, Tv Hill. Lungo la strada che scende dalla Collina della Tv si vede buona parte della zona orientale di Kabul. Sulle pendici del rilievo si addensano quartieri interamente costruiti in argilla. Sebbene la vista sulla città sia apprezzabile, per il resto si tratta di abitazioni estremamente povere, sorte insieme al grande flusso immigratorio provocato, durante anni di conflitto, dalla carestia e precarietà delle zone rurali.


essere viaggiare e scrivere seguendo il monito “Never go native”, consiglio d’una collega parlamentare europea (oggi alla House of Lords), diffidando della possibilità di un autentico incontro, impossibile data la differenza di ruoli e, ancora prima, dei punti di partenza rispettivi. A suo modo aveva qualche ragione - noi siamo e saremo sempre di passaggio a Kabul o Mazar ma dietro il suo ammonimento si esprime tutto un modo di fare, un mondo di viaggiatori che per secoli ha viaggiato in Afghanistan ed è ritornato emozionato delle avventure del cammino, ma senza mai avere niente da dire su un rapporto reale con l’abitante, riportando descrizioni sui tratti sociali ma non raccontando mai uno stralcio di conversazione, un embrione di conoscenza diretta. A casa si riporta un tappeto e un’antica teiera di ottone intarsiato, ma mai una storia d’amicizia - come quelle invece che Alberto Cairo ha maturato e raccontato nei suoi libri. Invece la politica occidentale si sente sola, e sbaglia strada, perché anche l’afghano si sente solo. Ma c’è chi lo capisce, basta poco: sciolto l’equivoco, si prende il té.


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diritti&tradizioni Ha formato istruttori maschi e femmine, dell’esercito e della polizia afghana, in merito a un programma Nato dedicato alla violenza sulle donne. Quanto la concezione della donna come essere inferiore e a disposizione del capofamiglia, o più in generale del maschio, è diffusa e ordinaria? Quanto gli istruttori erano sensibili alla questione? Quanto l’impianto di un programma di emancipazione femminile può essere anche destabilizzante per le identità che ne sono coinvolte? È mai sovvenuto il sospetto che le nostre intenzioni migliori di aiuto non siano opportune almeno finchè non richieste? 23 Anna costanza baldry _ docente La concezione della donna come essere inferiore e al servizio del maschio, in Afghanistan è dovuta soprattutto alla tradizione culturale orale. Non esiste infatti alcun codice scritto con un’indicazione che precisi che la donna sia da sottomettere, da picchiare. È lei stessa che subisce il condizionamento culturale e sociale che la vuole relegata a un ruolo subalterno. L’80% delle donne non ha accesso all’istruzione, precludendone così la vita lavorativa e sociale. La legge della Repubblica Islamica Afghana del 2009 contro la violenza alle donne è un passo avanti nel riconoscere la violenza in diverse sue espressioni come un reato. Tuttavia la gestione dei problemi legati alle donne è innanzitutto familiare. Ogni questione, è portata davanti al mullah soltanto se riconosciuta, dalla comunità, di carattere extrafamiliare, sociale appunto. Il punto è dunque, che la polizia spesso non viene neppure a conoscenza di molti episodi di violenza. Il burqa, per noi provenienti da altre culture, è simbolo dell’assoggettamento della donna al maschio. Durante le mie lezioni ho notato che le donne, in assenza di uomini, si sentivano libere di toglierselo. Gli istruttori da me formati, circa 800 persone, in gruppi da 30/40 poliziotti di entrambi i sessi, provenienti sia da città che da ambienti rurali, hanno reagito in modi diversi: da una parte pensano che i loro problemi derivino dall’importazione di modelli occidentali e indiani, dall’altra reagivano con interesse, curiosità e con l’intenzione di diffondere quanto appreso. Certo il cambiamento non sarà immediato, ma quell’esperienza li ha obbligati a riflettere, permettendo l’inizio di un ragionamento. Ed è questa la cosa che conta. 162٠A f c r

Kabul, Pul-i Artan. Sapere non conta nulla. Tutti sappiamo che sotto ogni burqa pulsano le vene di un essere come noi. Eppure, ciò che lì si cela, non assume una fisionomia specifica, con il suo sguardo, la sua carnagione, le sue rughe, il suo sorriso o la sua rabbia. Quel burqa non contiene nulla di umano, nonostante si sappia che così non è. Non solo. È l’espressione di un simbolo, l’evocazione di un emblema, il richiamo ad una condizione e l’urlo muto di chissà quale voce. Tutte considerazioni importanti per sapere ma non per sentire. Morale. La nostra distanza da loro resta tale nonostante la nostra scienza, almeno fino a quando non sentiamo il calore di uno sguardo.



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la bussola nel burqa È vero, una persona con parte della vita costretta entro la luce filtrata di un burqa ci pare motivo sufficiente per fare uscire tutte quelle donne alla luce del sole. Ma una parte d’identità di molte di quelle donne, diciamo le meno emancipate, la maggioranza, non è anche in quel soprabito? Se glielo togliessimo a nostra volontà non rischieremmo una lacerazione individuale anche profonda? 24 Daniela binello _ giornalista Il dramma delle donne afghane è di non avere il diritto di venire riconosciute e rispettate come persone uniche e irripetibili, cioè individui degni di poter esprimere la propria personalità, talenti e modi di essere che rendono ogni creatura umana diversa da un’altra. Il burqa enfatizza l’enormità di questa negazione: tutte uguali da una certa età in poi, quella della pubertà, neutralizzando forme e immagine. Accettereste voi di rinunciare ad avere in pubblico un corpo, un volto, uno sguardo, che sono parti essenziali della vostra identità, in aggiunta al fatto che vi si neghi anche d’esprimere le vostre idee, salvo incorrere in tremende punizioni? Ma sul dramma delle donne afghane si resta indifferenti anche in occidente, dove si è dissertato molto sul burqa, che solletica il nostro interesse, salvo non battere un ciglio quando, con l’approvazione della Shia Family Law1, è stata peggiorata, se possibile, la già disgraziata condizione delle afghane della minoranza sciita. 1 Una legge ad personam si potrebbe dire. Gli sciiti hanno chiesto a Karzai di sottoscrivere la legge in questione in tacito cambio di sostegno elettorale. La legge riduce i diritti delle donne già duramente sanciti dalla tradizione locale.

Herat, aeroporto. Dalla palazzina di comando dell’aeroporto di Herat, in compagnia di una mitragliatrice Santa Barbara/ Cetme Ameli 5,56 e del suo animatore spagnolo in tenuta da combattimento, si domina l’ampio spiazzo che ognuno attraversa per raggiungere le scale di accesso al velivolo. 164٠A f c r

Più in là, la pista di decollo e atterraggio quasi non ha soluzione di continuità con il resto della piana che si estende fino all’orizzonte. Così una leggera brezza rotola senza ostacoli da un punto ad un altro riempiendo di evocazioni anche due burqa qualunque.



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lunghe amicizie Dopo diversi anni di lavoro a contatto con gran parte degli strati sociali di donne afghane, quali tratti comuni è possibile riconoscere nella maggioranza di loro, nonostante le differenze etniche, sociali, tribali, di estrazione e così via? E quali grandi differenze ha più impresse? 25 Gabriella ghidoni _ imprenditrice Forse è proprio quella luce negli occhi il tratto comune di molte delle donne che ho conosciuto in Afghanistan. È una luce che trasmette una certa consapevolezza e fierezza, una forte presenza, l’attenzione a qualsiasi cambiamento intorno a sé... accorta, silenziosa ma presente. Dà fiducia quello sguardo, ti senti in buone mani. Senti che lei ti sta ascoltando, ti osserva curiosa.. un po’ mamma, un po’ sorella e un po’ sei diversa, ma donne siamo entrambe. Che siano i trent’anni di guerra e instabilità nel paese a risvegliare in lei questa vigile attenzione su tutto? Il fatto che lei sia sopravvissuta alle angherie di questa guerra e tutto quello che ha comportato, vi abbia cresciuto e cercato di proteggere figli, marito, madri e suocere... la fa più forte? Non lo so, io non sono sopravvissuta a questa guerra. Probabilmente ad altre, ma non a questa. Le donne che vedo ogni giorno, quelle con cui ho la grande fortuna di condividere un percorso di amicizia e di lavoro, ma anche quelle che per caso vedo nelle strade, sono persone concrete e, per quello che vedo, un’immensa opportunità di cambiamento per la società afghana. In Occidente siamo abituati a misurare il cambiamento con indici e tempo per raggiungere un certo risultato. Qui constato che tempo e indici sembrano avere un andamento diverso, ma non per questo meno d’impatto o di efficacia. Valutare differenze e similitudini di modi entro un paradigma prestabilito comporta sempre una scelta di indirizzo. Mi piace invece pensare, che pur con i preziosissimi contributi che tutti noi stiamo condividendo, si possa dare loro tempo e modo di agire per il proprio cambiamento... che è un processo in atto, ai miei occhi.

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Kabul, laboratorio Ilo-Mowa (International Labor Organization, Ministry of Women’s Affairs). La solidarietà femminile ha certamente la sua retorica, ma ancor più certamente la sua verità ed autenticità. Queste mani in collaborazione, espressioni di storie diverse e lontane tra loro, sono il segno tangibile oltre che simbolico di quanto potrebbero fare le donne per la società. Il freudiano complesso di castrazione può aiutarci a capire cosa c’è in ballo? Nel laboratorio di Fashion Design Rohya si valorizza la tradizione dello stile locale


per proporlo al mondo. Un progetto ideato e realizzato da Gabriella Ghidoni. Nella foto, incrocio di mani, anzi di amori tra donne sul medesimo progetto, sentimento e prospettiva.


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vita, concezioni, valoriCome presidente dell’Associazione culturale afghani in Italia ha avuto modo di stimare le nostre più profonde concezioni della vita e dei valori. Quali sono gli aspetti delle concezioni afghane che risultano più inavvicinabili a noi italiani? 26 Qorbanali' esmaeli _ presidente associazione afghani in italia Ci sono due aspetti sostanziali di lontananza tra la cultura italiana/occidentale e quella di noi afghani, riguardano la famiglia e i genitori. Noi non potremo rinunciare al vivere in famiglia. La famiglia da noi è sacra. Non che non lo sia nella società occidentale/italiana, ma una volta formata, noi la viviamo molto intensamente e quasi sempre con un sentimento di eternità. Se vediamo i dati dei casi del divorzio occidentali/italiani... sono incredibili per noi afghani. È vero, ci sono ipotesi di violenza o di costrizione a stare insieme, ma sono casi davvero isolati. L’altro aspetto, è sempre legato a questo della famiglia, riguarda l’attaccamento e un profondo rispetto verso i genitori, talmente profondo che a volte lo definisco dannoso. I genitori sono sempre sostenuti fino all’ultimo giorno della loro vita dai figli, soprattutto dai maschi. Nessun genitore rimane da solo a casa, almeno l’ultimo figlio maschio si occuperà di loro o di lei/lui e lo farà, se già sposato, con la moglie ed i figli. In caso non ci fossero figli maschi, la cosa è drammatica. Per questo, si cerca sempre di avere almeno un figlio maschio, è anche questo, a volte, il motivo della bigamia, per non rimanere soli nella vecchiaia e debolezza. In caso di assenza di un figlio maschio, la figlia femmina può sempre fare ciò che avrebbe fatto il maschio. In questo caso ci vuole il consenso del marito. Un consenso che viene preannunciato all’atto del matrimonio. Una dichiarazione di disponibilità così importante che implica la perdita, anche integrale, dell’eredità che spetterebbe alla femmina. Dicevo dannoso perché talvolta i figli per non far stare male i genitori rinunciano alle proprie scelte causando dei problemi tra sé e la moglie. Insomma i genitori hanno un peso fortissimo nella vita dei figli, un sentimento che non ho riscontrato nella mia esperienza italiana. Da noi, quasi nessun figlio si sposerebbe se non ci fosse pieno consenso dei genitori, mentre in occidente si viene a sapere del progetto di matrimonio, spesso a malapena, il giorno del matrimonio stesso. 168٠A f c r

Kabul, Kartayi Chahar. Sintesi afghana. Lui controlla il comportamento di lei, la quale deve sottrarsi dall’attenzione del fotografo, pena la condanna al disonore di tutta la famiglia e di lui in particolare. Nel contempo però, lui mostra la sua difficoltà a rinunciare a farsi


riprendere in quanto motivo di orgoglio e dimostrazione di autorità. Il giovane in mezzo, non ha posizione se non quella di riconoscere e rispettare la dinamica principale che si sviluppa tra il più anziano e la donna, forse moglie di uno e sorella

dell’altro. Nella sua motricità, evidenziata da uno sguardo verso un immaginario centro, si coglie l’imbarazzo per una situazione nei confronti della quale non può proprio fare nulla se non restare in rispettosa attesa.


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missione possibile La sua lunga frequentazione delle terre afghane e i numerosi e notevoli progetti di recupero e restauro, l’ultimo dei quali sarà la ricostruzione dei buddha di Bamyan, le avranno certamente permesso di accedere a dimensioni della concezione afghana della vita con tutte le sfumature, etniche, tribali, di confessione, di sesso, geografiche del caso. Quali le doti artistico-architettoniche ma non solo, quali le esclusività che si possono riconoscere nella loro tradizione? 27 Andrea bruno _ architetto Quarant’anni di intensa attività professionale a favore del patrimonio culturale afghano mi hanno permesso di conoscere un paese dalla storia millenaria, crocevia di culture profondamente diverse che in quelle terre hanno realizzato una straordinaria forma di integrazione, elaborando un linguaggio artistico originale, nato dall’incontro con il mondo ellenistico. Le anime dell’Afghanistan sono state travolte dai cambiamenti e dalle tormentate vicende storiche: poco o nulla rimane della vocazione nomade del suo popolo e del ricco bagaglio di conoscenze artigianali e artistiche che hanno dato origine a testimonianze di grande valore. Dalla consapevolezza di questo patrimonio materiale e umano, nasce l’impegno dell’Unesco per la salvaguardia non solo delle prove tangibili dell’arte afghana, ma anche per il recupero di quelle preziose competenze artigianali che tali prove hanno prodotto. I progetti realizzati ad Herat sono un esempio felice di come sia possibile raggiungere obiettivi così ambiziosi e importanti per la ridefinizione di un’identità culturale. Al contrario le ricostruzioni forsennate della città di Kabul ne hanno stravolto e sfigurato le peculiarità storiche e sociali. Alla luce di questi devianti interventi, l’azione svolta dall’Unesco risulta quanto mai necessaria e prioritaria per evitare che il martoriato patrimonio culturale afghano perda definitivamente il contatto con il proprio popolo. Herat, Masjid-e Jami. Uomini in attesa del richiamo alla salat da parte dell’imam, la guida che comanda i movimenti della preghiera obbligatoria. Una moschea è composta da quattro lati che chiudono la 170٠A f c r


musalla, uno spazio di forma tendenzialmente rettangolare, oltre ad essere accompagnata da uno o più minareti. La musalla è per la preghiera degli uomini. Quella delle donne, che hanno un ingresso dedicato,

è relegata in uno spazio a parte. Ci si reca alla salat solo se in stato di tahara, cioè puri nell’intento, nello spirito e nel corpo. Tutti entrano nella moschea scalzi. Un esercizio ripetuto, rispettato ed identificatorio che

costituisce ben più della sola ormai vuota, pedestre e materialistica pronuncia di God save the Queen o In God we trust nonché, God bless America.


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società civile come terapia La sua ricerca dedicata a dimensionare nella qualità e nella quantità la società civile afghana ha il grande merito di sottolineare quanto un elemento sociale importante in ogni stabilità statale, sia stato tralasciato dagli investimenti internazionali, o peggio, quanto sia stato utilizzato solo per mettere in essere progetti dei paesi donatori. Dopo la sua ricerca sul campo afghano e dopo la conferenza del maggio 2011 di Roma dedicata al sostegno della società civile afghana, quali sono le aspettative realistiche che il popolo afghano può permettersi? La distanza tra emancipazione urbana e rurale aumenterà? Quanto è pronta la società civile a partecipare al processo di stabilizzazione obbligatorio del dopo 2014? 28 Giuliano battiston _ giornalista È tempo che si guardi ai gruppi della società civile nella loro diversità, e che venga loro restituita la sovranità su tempi, metodi e obiettivi nella ricostruzione del paese, senza che questo significhi l’abdicazione da parte della comunità internazionale di fronte alle proprie responsabilità. Con il graduale disimpegno delle truppe internazionali, il ruolo della società civile è ancora più essenziale, perché dovrà reclamare il rispetto degli impegni presi dai singoli paesi coinvolti nel conflitto, rivendicare un governo trasparente e attento alle richieste dei cittadini, lottare affinché il disimpegno militare non significhi anche un completo disimpegno politico e finanziario, come già accaduto in passato. Molti gruppi sono pronti già da tempo. Alla comunità internazionale spetta di rompere i legami con quegli attori politico-militari che fin qui ne hanno impedito il rafforzamento, facendo seguire coerentemente alle dichiarazioni di principio azioni conseguenti. Kabul, Jadayi Seh Aqrab. Qualunque deposito di rifiuti raduna soprattutto bambini. Cercano frammenti di sopravvivenza, magari radunati in sacconi più grandi di loro. Rivenderanno il loro bottino, dopo aver raccolto per giorni e giorni, per pochi puls, la frazione dell’afghani, la valuta locale. Somma così piccola che, se ci cadesse di mano, 172٠A f c r


non ci fermeremmo neppure a raccoglierla. Il palazzo sullo sfondo è un moderno collegio femminile dell’università. Notevole struttura a dimostrazione di un dato di fatto dedicato totalmente alle donne.


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razzismo, pulizia etnica In Italia, forse in Europa, nel mondo occidentale e forse anche in tutto il resto, la dimensione hazarà è confinata alla storica sottomissione da parte dei pashtun. Tutta la realtà attuale che ha connotati di razzismo, di pulizia etnica, di rinnovata persecuzione fisica e politica, non costituisce sufficientemente argomento giornalistico, accademico e culturale. Qual’è invece il progetto pashtun/talebano in atto in Afghanistan? Il timore del Dohuma Saqavi1 è concreto tra i Pasthun? 29 Basir ahang _ giornalista Da sempre in Afghanistan l’etnia dominante è stata quella pashtun, tuttavia, dopo la caduta del regime talebano, nel 2001, questa supremazia è stata messa in discussione. Con la Conferenza di Bonn del 2002, è stato infatti stabilito, che il nuovo governo dell’Afghanistan dovesse essere composto in maniera equa dai rappresentanti delle diverse etnie. Il movimento talebano, si è poco a poco trasformato in un movimento sociale di rappresentanza pashtun, l’unico modo per ristabilire la loro egemonia nel paese. Ciò che è in atto ora in Afghanistan è semplicemente la continuazione di un progetto che vede l’etnia dominante in una continua lotta per la pashtunizzazione del paese. Questo progetto è riassumibile con le parole di Mawlavi Abdul Manan Nayazi, portavoce dei talebani nel 1998: “I tajiki al Tajikistan, gli uzbeki all’Uzbekistan e gli hazara al Guristan (cimitero).” Il timore di un Dohuma Saqavi è quindi fondato e la stessa opposizione al governo, composta da tajiki, hazara e uzbeki sta portando avanti una battaglia contro il progetto razzista pasthun per un paese ad etnia unica. 1 Dohuma Saqavi. Si tratta di un testo scritto e pubblicato nel 1993. Ha lo scopo di diffondere una cultura e una politica per la supremazia pashtun. Raccoglie regole e indicazioni per mantenere un’egemonia nazionale su base etnica. Negli anni 20, dopo la caduta del regno di Amamullah Khan, Bacha i Saqao (noto con il nome di emiro Habibullah Kalakani o Ghazi) regnò per dieci mesi il Paese, tra il gennaio e l’ottobre del 1929. Era tajiko. Fu il primo re non pashtun alla conduzione dell’Afghanistan. La cosa mise in guardia i Pasthun fin da allora. Dohuma Saqavi letteralmente significa secondo portatore d’acqua. Si dice che Habibullah Kalakani fosse figlio di un portatore di acqua, saqqaw. La precisazione rendeva esplicita e connotava il suo grado sociale molto basso. Da allora nella storia scritta dai pashtun, Habibullah Kalakani non è stato mai chiamato re, ma Bacha Saqqaw, cioè figlio di un portatore d’acqua. Quando Burhanuddin Rabbani, di etnia tajika, nel 1992, durante il governo mujaheddin, è diventato presidente dell’Afghanistan, il timore dei pashtun ha ripreso vitalità. Un anno dopo è stato scritto Dohuma Saqavi, il secondo portatore d’acqua. 174٠A f c r


Kabul, Sarak-e Kartayi Seh. Manovali hazarà si prendono una pausa sorseggiando il solito chaay, prima di riprendere il lavoro, in questo caso, la composizione di scale in bambù di varia misura e lunghezza. Per noi, gli hazarà, l’etnia del centro Afghanistan, sono una bellezza. Popolo montanaro e di discendenza mongola. Resti attuali delle orde di Gengis Khan. Sono facili da riconoscere per il loro sguardo fermo e gli occhi a mandorla. Ma non basta. Sono gli unici sciiti del paese. E questo basta eccome per relegarli tra le classi più prive di rispetto, soprattutto da parte dei sunniti pashtun.


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senno di poi La sensazione di successo sicuro sta lasciando spazio all’idea di una guerra che l’occidente non vincerà. Sottovalutazione, errori di stime, di strategie, assenza di consapevolezze utili per accedere a una realtà a noi del tutto parallela, sono i temi che via via di più emergono dalle parole dei competenti. Ci vogliono prospettive del tutto nuove ed estranee per connotare il gorgo ocra della vicenda afghana? O per quanto imprevedibilmente complicata la spunteremo? 30 Gian micalessin _ giornalista La sensazione di successo non c’è mai stata per tutta una serie di ragioni. Buona parte della guerra afghana risente di grossissimi errori commessi nella valutazione degli obiettivi e soprattutto del territorio in cui si operava. Poi, nel lontano 1989, il disinteresse americano dopo il ritiro sovietico, oggi si mostra nel suo peso. Errori commessi quando i talebani andarono al potere in quanto la cosa non comportò la preoccupazione di nessuno. Errori commessi soprattutto dopo il 2001 quando ci si illuse di aver portato a termine una vittoria e non ci si rese conto invece che la situazione era pronta a tornare all’origine con il ritorno dei talebani e soprattutto con un ruolo importante destabilizzante del Pakistan. Il vero cancro, il vero santuario di al Qaeda, come dimostrano gli eventi di questi giorni con l’uccisione di Osama bin Laden in una casa nel cuore del Pakistan a 70 km da Islamabad, all’intersezione delle provincie tribali a poche centinaia di metri da un’accademia militare pakistana. Ovviamente il non aver tenuto conto del ruolo pakistano, o peggio, averlo minimizzato o nascosto ha comportato dei problemi grossissimi per tutta la strategia perché è inutile combattere i talebani se poi questi hanno la possibilità di rifugiarsi immediatamente oltre il confine e godere di santuari sicuri, di protezioni e di appoggi. E quindi la guerra in Afghanistan diventa quasi una guerra da operetta, una guerra che si combatte ma dove non si riesce mai a raggiungere il covo del nemico, dove non si riesce mai a colpire i veri capi, le vere menti dell’insurrezione. Invece l’uccisione di Osama bin Laden permette sicuramente una svolta in questo conflitto perché l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan costringerà il Pakistan a mettere sul tavolo le sue 176٠A f c r

Farah, hangar delle forze americane. Jack Botafogo (il nome è inventato) è l’addetto ai rifornimenti di munizioni degli A-10 Thunderbolt, gentili aerei da combattimento a terra. Jack fa fare esperienza diretta di cosa sia un proiettile da 30 mm, mentre fa presente che il cannone rotante GAU-8 Avenger ne spara nientemeno che 4200 al minuto. A tempo perso e con il consenso dovuto, un giro in un hangar americano mi ha fatto incontrare Jack Botafogo e la sua dimostrazione.


responsabilità e a questo punto si apre una fase completamente nuova. L’importante di questa nuova fase sarà non commettere gli stessi errori del passato, ossia: andrà bene vincere la guerra in Afghanistan ma non bisognerà dimenticarsi dell’Afghanistan, se no ce lo ritroveremo come problema entro altri 10 anni.


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ve l'avevo detto Lasciare l’Afghanistan comporta ora ciò che Massoud era corso a raccontarci a Bruxelles nell’aprile 2001. Comporta cioè un problema che non riguarda solo l’Afghanistan ma il mondo intero. La situazione nel frattempo si è aggravata a causa della disponibilità nucleare del Pakistan e si è indurita per l’egemonia dell’economia dell’oppio. Quanto l’Afghanistan sarà ancora affar nostro in futuro? 31 Andrea nicastro _ giornalista Il mondo è pieno di falliti e canaglie che seminano odio, la ragione per restare in Afghanistan non è quindi nel probabile ritorno dei campus per terroristi, ma è una ragione morale da cui, pragmaticamente, dipende la credibilità della politica occidentale. Se gli Usa e i suoi alleati scappassero prima di aver reso il Paese economicamente autonomo, gli afghani dovranno cercare altre entrate e, per farlo, metteranno in concorrenza tra loro le potenze dell’area. Si scatenerà così una nuova guerra civile (meglio: guerra per conto terzi). Abbiamo ucciso, distrutto e invaso dicendo di voler portare democrazia, emancipazione femminile e giustizia. Facciamolo attraverso lo sviluppo, altrimenti la storia afghana ci verrà rimproverata per decenni a venire e neppure i pochi filo occidentali rimasti nel mondo islamico, avranno argomenti per sostenere la bontà dei nostri “valori”.

Kabul, Pul-i Khishti. Questo signore non è Andy Luotto. E il suo sguardo è un misto tra il torvo e l’orgoglioso. Nel frattempo simulava la direzione di un traffico che più che regolato da leggi, norme e codici, fluisce attraverso la logica della relazione. Cioè: si determina il proprio comportamento, velocità, 178٠A f c r

cambio di direzione, arresto e ripartenza, in funzione di una relazione con il resto dell’ambiente, cioè in funzione della velocità, cambio, arresto e ripartenza degli altri. Una specie di perfezione più simile ad un organismo che ad un meccanismo.



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indietro, seguitemi! Se la bontà dell’intervento in Afghanistan era considerata tale fino a ieri, perché da oggi (20.01.2011 Corriere della Sera) il governo ammette ufficialmente di prendere in considerazione la ritirata dal teatro afghano? I princìpi a sostegno fino a ieri non hanno più ragione d’essere visto che corruzione, coltivazione dell’oppio, ritorno talebano, legalità e distribuzione della ricchezza sono di là da venire risolti? Visto che i maggiori competenti ammettono, dopo sette anni di lavori, l’inefficacia dell’azione internazionale. 32 Francesco battistini- _ giornalista Nella guerra d’Afghanistan, più vergognosa perfino di quella irachena, cominciata quasi come una punizione collettiva per l’11 Settembre, siamo entrati tardi e male, come spesso ci accade. Quando pensavamo di dover gestire solo un tranquillo dopoguerra stile Kosovo, ci siamo invece trovati in un classico conflitto asimmetrico. Con regole d’ingaggio tirate sempre più come una coperta corta: fino a un certo giorno ci hanno nascosto tutto, ripetendoci che eravamo là a mantenere la pace e che non stavamo sparando un colpo, portando come scolaretti noi giornalisti a vedere soltanto il bene (bene autentico, sia chiaro) che i soldati italiani fanno alla popolazione afgana; poi di colpo è arrivato un La Russa a spiegarci che no, “i giornali mentono”, e che era il momento di dire che laggiù stiamo combattendo sul serio... Ci hanno rifilato anche stavolta un sacco di balle. Come direbbe quell’ignorantissimo deputato sputtanato dalle Iene: “L’Afanistan? E che ne so dell’Afanistan?”.

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Farah, aeroporto. Operazioni di carico su un Antonov An-70 di fabbricazione ucraina, parente dell’An-225, il più grande aereo da trasporto del mondo. È dalla pancia del An-225 che sono usciti migliaia di T-54 e T-55, carri sovietici che ancora punteggiano con le loro arrugginite e depredate carcasse buona parte degli ex-campi di battaglia dell’Afghanistan. È interessante osservare i diversi gradienti di marzialità che gli stili dei vari eserciti mettono in campo. Tanto nei modi e nelle relazioni personali quanto in quelle tattiche. Per la sicurezza durante i servizi a terra, norvegesi, danesi, estoni e altri prediligevano la velocità a scapito delle protezioni materiali offerte dai mezzi stessi e dai giubbotti, come invece prediligevano gli italiani. In caso di attacco, spostarsi agilmente con il giubbotto indossato è pressoché improbabile, restando così a disposizione del tiro nemico, sebbene, appunto, fisicamente protetti.


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tempo speso bene? Il 2014 è la data prevista per la consegna agli afghani dell’Afghanistan. Ad oggi (2011), sono trascorsi circa nove anni dalla presenza militare americana per la caccia a bin Laden e sette dalla presenza della forza multinazionale Isaf. Cosa si può considerare che Osama bin Laden sia stato eliminato solo ora (ammesso che così sia andata), che le forze talebane si siano progressivamente riorganizzate, che frange di un Pakistan nuclearizzato siano parte ufficialmente riconosciuta del conflitto, che la corruzione del governo afghano sia sana e forte, che la coltivazione dell’oppio sotto la presenza delle forze occidentali ha raggiunto dimensioni mai viste prima, che gli aiuti economici hanno considerevolmente allargato il divario tra i ceti sociali, che un aggiornamento culturale dedicato alla centralità dello stato non dia segni di esistenza, infine che buona parte dei signori della guerra sieda in parlamento? 33 Giulietto chiesa _ giornalista Gli americani non se ne andranno dall'Afghanistan nel 2014, così come non se ne vanno dall'Iraq. Non si fanno le guerre se non per allargare il proprio dominio. La guerra afghana è stata un disastro per gli afghani e un ottimo affare per gli Usa. Osama bin Laden era già morto da tempo e la messa in scena di Obama non ha convinto nessuno, salvo i gonzi americani ed europei.

Golbahar, Panjshir. Cortile di una scuola. In più occasioni si incontrano tempi liberi occupati dal calcio. Bambini e non solo corrono dietro al pallone proprio come in tante altre parti del mondo. Lo sport è frequentemente citato a proposito del messaggio di eticità, di lealtà e quindi di rispetto e pace.

La cosa non guasta, peccato però che strida insopportabilmente con la sua trasformazione in business capitalistico. Dove l’importante non è più partecipare. Dove un’esasperazione macchiavellica può legittimare l’illegittimabile.


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oppio, eroina e ipocrisia L’ipocrisia della politica proibizionistico-occidentale nei confronti della questione oppio/eroina quanto peserà nel processo di pacificazione dell’Afghanistan e nell’equilibrio politico internazionale? 34 Emma bonino _ europarlamentare L’economia afghana dipende, quasi esclusivamente, da due fonti di reddito: gli aiuti concessi dalla comunità internazionale e il traffico d’oppio. In altre parole, oltre metà del pil dell’Afghanistan è illegale. Secondo il Rapporto invernale di previsione presentato dall’agenzia dell’Onu contro la criminalità e il traffico di stupefacenti (Unodc), la coltivazione di papavero da oppio dovrebbe ridursi leggermente nel 2011 ma gli alti prezzi di vendita sul mercato internazionale continuano a garantire ottimi profitti. Questo fa pensare che il calo della produzione sia dovuta più alla decisione dei trafficanti di non inondare il mercato - e quindi la conferma del loro totale controllo dell’intera filiera - che all’azione di contrasto condotta dal governo afgano e spalleggiata dalla comunità internazionale. Al di là dell’andamento altalenante della produzione e conseguente oscillazione dei prezzi, quella di oggi è la fotografia di una situazione che rimane sostanzialmente immutata da anni, a dimostrazione di come la lotta alla droga in funzione repressiva e la politica delle colture alternative siano state fallimentari. Basti pensare che il reddito medio annuo delle famiglie dedite alla coltivazione dell’oppio è di quasi 20% superiore a quello delle famiglie sovvenzionate che non la praticano più. Non a caso, nonostante gli sforzi di sradicamento, sono ancora circa due milioni e mezzo di persone, per lo più contadini con le loro famiglie, che vivono oggi del raccolto di oppio in Afghanistan. Secondo stime della Nato, metà dei fondi a disposizione degli insurgents – pari a circa mezzo miliardo di dollari – proviene proprio dal narcotraffico. Per quali motivi i talebani dovrebbero rinunciarci, nonostante sia contrario ai loro precetti religiosi? Sono stata pioniera - finora poco ascoltata - nella battaglia per destinare la produzione dell’oppio al mercato legale dei medicinali, in particolare agli anti-dolorifici come morfina e codeina, di cui il mondo - a cominciare dall’Af184٠A f c r

Kabul-Abu Dhabi. La geografia dei luoghi permette un accesso alle verità che vi si svolgono altrimenti negato. Ogni corso d’acqua che dai ghiacciai delle montagne dell’Hindu Kush, corre giù, grossolanamente, verso sud, non raggiungerà mai il mare del golfo di Karachi. L’estenuante aridità, l’imperterrita riduzione di pendenza e l’insufficiente afflusso fanno sì che la vita fatta di coltivazioni serpeggi giusto lungo la discesa delle acque per poi ridare tutto all’aridità rocciosa o sabbiosa del sud del paese.


ghanistan e gran parte dei paesi in via di sviluppo - ha grandissimo bisogno. Ma purtroppo l’ipocrisia del proibizionismo - del consumo da noi e della produzione da loro - continuerà ad essere la vera peste che uccide l’Afghanistan.


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opium power Controllare la produzione dell’oppio significa controllare il paese: disporre del mezzo di sussistenza indispensabile per acquistare armi, per corrompere. La produzione del papavero ha raggiunto i massimi livelli, in quanto a ettari, coltivati proprio in corrispondenza della presenza militare occidentale. Con picchi record che si sono verificati in contemporanea con la politica economica, studiata per offrire un’alternativa rispettabile ai coltivatori. Come si può accettare un dato di tale peso? Quanto serve a comprendere e dimensionare la forza d’urto e/o resistenza della quale dispongono i signori del tempo afghano? 35 Alberto negri _ giornalista Il narcotraffico era ed è un nodo della storia di questo spicchio di terra, con tutti i suoi tentacoli internazionali. Da un po’ non se ne parla più con consistenza. Significa che forse l’attenzione all’exit strategy ha la priorità assoluta. Non è difficile riconoscere che la lotta al narcotraffico costituirebbe solo un problema in più per gli occidentali che vogliono andarsene. Il controllo delle colture di oppio e delle ormai diffuse raffinerie locali per la produzione di eroina ha talmente moltiplicato la forza economica dei pochi signori della guerra che permette di prendere in considerazione l’idea che l’instabilità sia alimentata proprio dai signori dell’oppio, non a caso, perfettamente sovrapponibili ai signori della guerra. Non è da dimenticare che la gestione del traffico di droga al confine tra Pakistan e Afghanistan andava di pari passo, sin dalla fine degli anni 70 e nei primi anni 80, con la gestione del traffico d’armi e con l’addestramento di mujaheddin da lanciare contro l’armata rossa sovietica. Il traffico di droga veniva lasciato in qualche modo come una sorta di riserva di caccia di elementi pakistani, dei servizi o delle tribù pashtun che dovevano compensare quella che era l’assenza di un reale sviluppo economico della regione, e quindi si lasciava che l’Isi, i servizi segreti pakistani, gestissero questo narcotraffico. Faceva parte, insomma, di un accordo non scritto: i pakistani lasciavano passare le armi, gestivano i flussi di aiuti finanziari e militari ai mujaheddin, però si tenevano la riserva di caccia del narcotraffico. Questo sistema è durato per moltissimo tempo. Gli americani hanno provato ad attaccarlo, anche con il sostegno delle agenzie inter186٠A f c r

Kabul, interno taxi. Un tasbé-ciondolo dedicato al Corano dondola appeso al retrovisore interno di un taxi della capitale. Insieme ad esso caracollano le - per noi litanie provenienti da autoradio in parte ancora a stereo8. Oltre a questi più frequenti elementi, si trova spesso una corposa copertura in velluto bordata di fiori in plastica a coprire tutto il cruscotto e ad ornare con grazia floreale l’intera auto. Infine, a volte, una decalcomania riempie il lunotto posteriore per ricordare a chi segue che Allahu Akbar, Dio è grande


nazionali per esempio negli anni 90 quando l’Afghanistan aveva perso d’importanza per il ritiro, appunto, dell’Armata rossa. E c’erano stati anche degli arresti clamorosi di narcotrafficanti pakistani che erano stati addirittura estradati per scontare trent’anni di carcere negli Stati Uniti, uno di questi casi era un capo del famoso clan degli Afridi che è uno dei clan più importanti al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan. Tutto questo però è diventato poi uno strumento anche di politica, di pressione, addirittura faceva parte del negoziato sotterraneo che c’era stato tra gli Stati Uniti e i talebani stessi. A un certo punto come molti ricorderanno, i talebani decisero di distruggere le colture dell’oppio, questa era una mossa che i talebani avevano fatto nella speranza che gli Stati Uniti e l’occidente riconoscessero prima o poi il governo talebano.


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nazionalismo e/o internazionalismo Osama bin Laden è morto. L’islamismo terroristico di al Qaeda avrà ora un momento di particolare vitalità o di particolare depressione? Quali ripercussioni per l’Afghanistan? Quanto al Qaeda metteva in moto l’attività dei talebani in Afghanistan? Quanto invece il mullah Omar voleva prenderne le distanze? 36 Guido olimpio _ giornalista Il qaedismo cercherà un rilancio attraverso le sue espressioni locali e regionali (Yemen, Somalia, Algeria) cercando di collocare attacchi locali in un disegno – teorico – globale. Al tempo stesso Ayman Al Zawahiri dovrà affermare la sua leadership, superando scetticismi e diffidenze. Questo potrebbe spingerlo a cercare di sferrare un colpo eclatante, sempre che siano in grado di farlo. Il lento disimpegno alleato dall’Afghanistan sarà accompagnato da un aumento degli attacchi, anche in forma spettacolare come gli attentati nel cuore di Kabul. In Afghanistan Al Qaeda ha avuto un ruolo di comprimaria, la guida della lotta è sempre in mano ai talebani. Forse è più forte l’incidenza qaedista nel quadro pachistano. L’agenda del mullah Omar è regionale, non credo abbia ambizioni di colpire fuori teatro. Usando negoziati e attacchi spera di vedere riconosciuto il peso politico dei talebani. Questo non impedisce che alcune fazioni, a metà strada tra i talebani e Al Qaeda, possano cercare di organizzare sorprese. Il caso del network Haqqani – per citare un caso – è la sintesi perfetta di questa situazione.

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Kabul, Jade Maiwand. Tutti i ragazzini sono forza lavoro. Con carriole, carretti o direttamente a spalla trasportano ogni genere di merce. Banane, frutta, interiora di bue, tranci di pecora, legna e bastoni. I circa cinque milioni di abitanti stimati a Kabul derivano per circa i quattro quinti dall’afflusso di persone in fuga dalla carestia delle zone rurali provocata dal susseguirsi dei conflitti. Negli anni 80 la capitale contava circa un milione e mezzo di abitanti. Negli anni 70 Kabul era considerata una capitale all’avanguardia in fatto di diritti umani, occupazione e benessere generalizzato. Ora una buona parte dei suoi abitanti, vive di espedienti, non gode di alcun servizio urbano ed è facile preda del fondamentalismo o della tossicodipendenza. Nonostante si trovi alla stessa quota di 1800 metri slm, Kabul, non è più la Saint Moritz dell’Asia centrale.



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questione domestica? Nessun afghano ha mai preso parte ad atti terroristici fuori dal suolo afghano-pakistano. La cosa costituisce un dato di fatto per chiedersi quanto ai talebani interessi la dimensione internazionale della jihad o quanto invece siano solo dedicati al loro problema regionale? 37 Germano dottori _ docente Islamismo e terrorismo non sono sinonimi. Con il primo termine si indica, con una certa approssimazione, l’adesione ad un’ideologia che predica l’islamizzazione della politica. Mentre il terrorismo è una metodologia d’azione. Non sempre l’Islam politico è radicale. Non lo è, ad esempio, l’Islam politico dell’Akp turco. È invece radicale l’Islam politico dei talebani, in tutte le manifestazioni assunte storicamente dal loro movimento. Non tutte le forze che si riconoscono nell’Islam politico radicale hanno sviluppato inclinazioni jihadiste. Lo hanno fatto solo quelle che contemplano apertamente il ricorso alla violenza, anche terroristica, per promuovere la propria agenda politica, dipingendo l’adesione alla loro battaglia come un obbligo religioso. In questo senso, i talebani sono certamente jihadisti, anche se lo sono in un’accezione diversa rispetto a quella degli affiliati ad al Qaeda, che hanno obiettivi transnazionali di nostro più immediato interesse, potendo trovare interpreti anche dentro le nostre società. Sulla differenza tra la portata locale delle ambizioni talebane e quella globale dei qaedisti si basano anche i più recenti tentativi di negoziare una conclusione alla guerra civile che insanguina l’Afghanistan. Kabul, Baghi Gazana. ­­­­–“Che c’è?” disse. “Mai visto un uomo?” –“Scherzava?” “Diceva sul serio?” Non so. Ma la domanda era di quelle buone! Sono battute inventate e simbolicamente strumentalizzate per invitare ognuno a sentire, più che a voler capire, l’Afghanistan attraverso un salto a piedi pari dei luoghi comuni che lo, e ci, caratterizzano. Non è gesto accessibile a tutti, ma si tratta di provarci. 190٠A f c r



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il nodo Qual è l’importanza geopolitica dell’Afghanistan? 38 Carlo jean _ generale, docente L’importanza geopolitica dell’Afghanistan può essere distinta in oggettiva e soggettiva. Oggettivamente l’Afghanistan sembra che sia molto ricco di risorse naturali. A sud-est di Kabul c’è già una miniera di rame utilizzata dai cinesi che forse diventerà la miniera di rame più grande del mondo. Inoltre, è oggettivamente una linea di transito tra l’Asia centrale ricca di materie prime, il Pakistan e l’India che di materie prime non ne hanno molte. Come parte soggettiva, l’Afghanistan non ha importanza geostrategica in se stesso pur essendo crocevia dell’Asia meridionale, dell’Asia centrale, pur essendo in contatto con l’Iran, con la Cina e così via, ma ha assunto importanza a causa dell’intervento occidentale cosiddetto. Una volta che si è intervenuti l’importanza aumenta, è difficile ritirarsi dopo, dopo aver speso soldi, dopo aver perso soldati. È ben difficile dopo aver preso impegni con la popolazione afghana un ritiro degli Stati Uniti, della Nato, prima di una certa stabilizzazione, prima di salvarsi la faccia... diventa piuttosto complicato. Questo qui è l’aspetto soggettivo. C’è un altro aspetto collegato con l’Afghanistan, è il fatto che la presenza americana in Afghanistan consente agli americani di avere, di tenere un occhio sul Pakistan. Il Pakistan è il vero punto delicato da un punto di vista geopolitico di tutta quanta l’Asia meridionale, in quanto sia Pakistan che India - che sono l’uno contro l’altro armati - dispongono di armi nucleari. L’unica cosa che al mondo creerebbe un movimento geopolitico generale, sarebbe proprio l’impiego reale delle armi nucleari. Kabul, Qaraqul. Questo rivenditore di spezie e sementi sembra abbia nello sguardo una infinita benevolenza, oltre che una altrettanto infinita bellezza. Forse sono suggestioni personali, ma forse no. Perché sennò un consistente gruppo di ragazzini gli faceva da cornice? Perché lui non ne era 192٠A f c r

disturbato? Domande futili che però alludono ad una condizione di vita che i media spesso non ci comunicano, impegnati a “stare sul pezzo” e, anche quando lo fanno, non ce ne resta nulla, ormai riempiti di stereotipi in forma di guerra, di buoni e cattivi, di civili e incivili, di terroristi e peace keepers.



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l'orrore non si racconta Nel 2007 è stato rapito dai talebani della regione dell’Helmand. Era andato a Lashkagah per intervistare il mullah Dadullah. Hanefi Rahmatullah, responsabile logistico di Emergency, l’aveva aiutata a prendere contatto con il capo talebano. Quanto e perché la mediazione di Rahmatullah stesso è stata risolutiva per il suo rilascio dopo 14 giorni di sequestro? Quanto le ragioni talebane le appaiono ora più, o meno, comprensibili? Quale parola, sentimento o emozione più si avvicina a raccontare quanto resta nella carne ad assistere ad una decapitazione cruenta? 39 Daniele mastrogiacomo _ giornalista No, Rahmatullah Hanefi non mi ha aiutato a prendere contatti con il mullah Dadullah semplicemente perché non lo conoscevo. L’ho visto per la prima volta quando è venuto, assistito da altri capi tribù della zona, a prendermi nel cuore della provincia dell’Helmand dove Ajaml ed io eravamo stati rilasciati. La sua mediazione è stata comunque risolutiva; se non avesse lavorato giorno e notte, su delega di Gino Strada, alla nostra liberazione, probabilmente non sarei qui a risponderle. I Talebani fanno parte integrante della società afgana che hanno però contribuito in modo determinante a distruggere e a impedire, con la loro visione radicale, ossessiva e chiusa della religione, che si sviluppasse. Come tutti i combattenti, nella ragione o nel torto, si sentono in diritto di combattere gli eserciti stranieri che hanno invaso il loro territorio. La mia visione del loro ruolo, che resta negativo per la maggioranza degli afgani e per il mio modo di pensare, non è comunque cambiata. Anche prima del nostro arresto-sequestro pensavo fossero un danno e un blocco alle legittime aspettative della popolazione afgana; lo penso tuttora. Vedere assassinare un uomo davanti ai tuoi occhi non è una cosa che lascia indifferenti. In quel modo, poi, è un vero trauma. Ho dovuto fare i conti per molti anni con i fantasmi creati da quella scena che non si può dimenticare. Il mio sentimento è quindi di orrore. Kabul, Pashtoonistan St. Per chi può riconoscere il sapere che il gesto di un artigiano esprime, per chi può riconoscere la storia che un attrezzo 194٠A f c r

contiene e per chi può vedere l’insetimabilità di un oggetto costruito ad arte, fare una visita tra queste botteghe provoca emozioni

laceranti. Qualcuno li convincerà che la plastica è meglio. Così i loro calli torneranno morbidi, per la gioia del mercato globale.



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segreti di un sequestro Forse a cinque anni di distanza si possono dire cose che sul vivo è opportuno omettere. Che ruolo ha avuto Hanefi Rahmatullah, direttore della logistica per Emergency? Quanto e perchè la sua mediazione è stata risolutiva per il suo rilascio dopo ventitré giorni di sequestro? 40 Gabriele torsello _ fotografo A suo tempo si dissero molte imprecisioni in merito a Hanefi. Nei giorni precedenti il mio sequestro ero a Lashkar Gah. Mi muovevo come fotografo accreditato dalle principali autorità del Paese. Nonostante ciò fui fermato dalla polizia militare dell’esercito locale. Perquisito, rinchiuso, trasferito. Una volta tornato in libertà, furono proprio Hanefi ed un’infermiera italiana dell’ospedale di Emergency di Lashkar Gah a contattarmi personalmente per verificare come stessi. Fu perciò solo in quell’occasione che conobbi Hanefi. Mai visto prima. Nei giorni successivi visitai diversi posti e realizzai molte immagini. A quel punto avevo necessità di un collegamento web per poter trasmettere parte del lavoro. Non sapendo dove rivolgermi per risolvere il mio problema, chiesi a Hanefi se avessi potuto utilizzare il loro collegamento internet. Inizialmente mi fu concesso, poi di fatto non potei sfruttarlo. Scuse? Autorizzazioni mancate? Non so. Di fatto per proseguire il mio lavoro dovevo collegarmi con il resto del mondo. Decisi di tornare a Kandahar o a Kabul. Di solito viaggio in taxi. Costa poco perché parti quando è pieno e se serve qualche fermata il tassista la concede. Non so perché ma Hanefi, aggiornato sulle mie intenzioni di rientro, insistette affinché prendessi l’autobus. Spinto dalle sue insistenze, acconsentii affinché un suo assistente mi comprasse il biglietto il giorno prima. Il biglietto assegnava anche il posto. Così alle cinque del mattino ero seduto al mio posto. Dopo pochi chilometri e più posti di blocco ufficiali, il bus fu fermato da una squadra di uomini armati. Alcuni salirono sul mezzo. Senza neanche guardare gli altri, si diressero spediti verso di me. Mi presero a forza. Il mio sequestro era iniziato. Passai giorni duri. Più di una volta temetti fossimo alla fine. Mi schermai accettando l’idea di essere al termine della mia vita. Quando mi chiesero qualcuno da contattare, dopo altri nominativi, fornii quello di Hanefi, avevo ancora il bigliettino. A loro andava bene ed è entro queste 196٠A f c r

Kabul, cielo. Non mi è mai capitato di assistere a gare di aquiloni, né a cieli rinchiusi tra le trame dei piccoli cavi in tensione. Però ho visto negozi completamente dedicati al tradizionale gioco dei bimbi e non. Scaffali colmi di rocchetti vuoti di vario tipo, di confezioni di cavi di varia lunghezza e dimensione, di leggere carte per vestirli, con disegni e colori per ogni gusto. Dove c’è un rivenditore si radunano spesso anche gruppi di bambini, ragazzini


e anche adulti. Più in alto, nel cielo qualcuno segue con gli occhi un simbolo dell’Afghanistan e soprattutto di una semplicità in via di perdizione.

circostanze il suo coinvolgimento a proposito del mio rilascio. È vero a cinque anni di distanza si possono dire cose che per tanto tempo neppure avevi pensato. Molti allineamenti si trovano dopo mille domande andate a vuoto. Una è che c’è, evidentemente, qualcuno che si dà da fare per complicare lo straordinario lavoro di Emergency. In sostanza, qualcuno che ha avuto accesso ai dati relativi alla mia partenza in autobus ha messo in moto o venduto un fotografo italiano che girava senza scorta. Facile da rapire. [In Cameraoscura, Gabriele Torsello racconta con dovizia di particolari i fatti che si sono succeduti nei giorni intorno al suo rapimento. Il libro è in vendita on line, www.kashgt.co.uk]


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strategie miserie gelosie invidie paure Della questione Mastrogiacomo [Daniele Mastrogiacomo, giornalista de La Repubblica, rapito dal gruppo talebano di Dadullah, ndr] c’è ora qualche aspetto che è possibile rivelare? La sua intercettata telefonata dove parlava di armi nel vostro ospedale di Lashkar Gah come era da intendere e come è stata intesa? Com’è oggi vissuta Emergency dalle istituzioni e dalla popolazione? 41 Marco garatti _ chirurgo, responsabile emergency afghanistan Stavo in Sierra Leone e me ne ero andato dall’Afghanistan il 16 dicembre del 2006. Come facessero ad accusarmi di avere qualche cosa a che fare con il suo rapimento proprio non lo so. Tra parentesi, io Daniele Mastrogiacomo non lo ho mai incontrato nemmeno dopo il suo sequestro/rilascio [5-19 marzo 2007, ndr]. In secondo luogo, non esiste nessuna telefonata da parte mia con nessuno al mondo nella quale io dica che c’erano armi nel nostro ospedale. Questa storia è stata inventata da qualcuno a Lashkar Gah, riportata come vera (come avrebbero voluto far passare per vero il mio coinvolgimento nella storia del sequestro di Mastrogiacomo) e ripresa da alcuni quotidiani italiani che hanno citato fonti dei servizi italiani (che sono stati citati a sproposito o si sono fatti coglionare anche loro). La popolazione del Panjsher, ha messo insieme, durante il nostro arresto 18.000 firme per la nostra liberazione. Alcuni leader di Lashkar Gah sono venuti nell’ufficio a Kabul per chiedere la riapertura dell’ospedale [temporaneamente messo sotto sequestro dalle autorità, ndr], la protesta inscenata davanti al nostro ospedale subito dopo la chiusura si commenta da sola. Con le autorità i rapporti restano buonissimi fino a quando copriamo le falle lasciate da un sistema sanitario inefficiente e corrotto. Quando ci permettiamo di essere, oltre che buone braccia e mani, anche delle teste pensanti e delle bocche parlanti, ovviamente si incazzano.

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Kabul, Centro chirurgico di Emergency. Questa immagine è un trucco? Sì in termini di scatti fotografici. No in termini di condizione sociale. Mettendo insieme due scatti nei quali, o il bimbo o la madre, non avevano lo sguardo a creare la potente catena della richiesta di aiuto mista a pena e rassegnazione, ho creato un falso fotografico. Mentre lo creavo avevo in mente la verità sociale e individuale che quella catena sarebbe riuscita a rendere. Ma si tratta di un conflitto tra falso e verità che si scioglie appena chiunque di noi al cospetto di quel letto d’ospedale, senza fotocamera ma con una coscienza, è solo uomo capace di sentimenti di empatia e solidarietà.



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domande in sospeso Le perplessità nei confronti della dimensione politica di Emergency e nei confronti del ruolo di esponenti dell’ong in occasione del sequestro Torsello, del sequestro Mastrogiacomo, della morte di Adjmal Nashkbandi, della sua mancata presa di posizione in occasione della condanna di Sayed Perwiz Kambakhsh hanno trovato risposte utili e soddisfacenti? O si sono estese ad altri episodi della vicenda Emergency/Afghanistan? 42 Toni capuozzo _ giornalista Ci sono stati momenti in cui ho molto polemizzato con Emergency. Ma capisco che il dilemma, “aiutare e tacere”, oppure “aiutare e alzare la voce per porre fine ai processi che creano il bisogno d’aiuto” è un dilemma vero. Tant’è che Medecins sans frontieres, un’organizzazione non governativa premio Nobel, si spaccò a suo tempo [anni 80, ndr] e Bernard Kouchner, il suo fondatore, creò Medecins du monde. La polemica - allora riguardò il soccorso ai boat people del Vietnam - fu proprio sulla questione se aiutare comunque ed ovunque, senza guardare in faccia nessuno, senza alzare la voce sulla situazione politica e quant’altro, oppure intervenire e dire la propria. Quindi è un problema vero quello delle scelte che spettano a ogni ong. Io, pur non essendo volontario, propendo a credere che chi fa del lavoro volontario ha il compito di portare aiuti ovunque sia possibile sottoponendosi a qualunque procedura. Se entri nel campo di un dittatore pur di portare aiuto, se il prezzo è il silenzio sulla dittatura, stai zitto e aiuti le vittime di questa dittatura. Emergency, e questo è emerso più in Afghanistan che in altri posti, ha nell’imprinting di essere una ong che somiglia a un partito per forte caratterizzazione ideologica, tant’è che partecipa, organizza, promuove manifestazioni con striscioni. È il loro segno di identità. Se vai all’estero, non noti Emergency perché viene confusa con altre organizzazioni. Chi viene raggiunto dall’aiuto di Emergency non vede delle enormi differenze con altre organizzazioni. Emergency si distingue soprattutto all’interno del territorio nazionale, e diventa un’opzione politica, un modo di fare politica. Infatti, chi si domandasse, “dove sta Emergency oggi?” Sa di trovarlo sicuramente a sinistra, sebbene in un punto molto 200٠A f c r

Anabah, valle del Panjshir, Centro chirurgico di Emergency. Nelle case di ogni famiglia che vive nelle zone rurali c’è il forno per la cottura del pane. Diversamente dai forni che possiamo immaginare, quelli di questa regione del mondo sono spesso al centro di una stanza e a filo con il pavimento. Un buco che si allarga a mo’ di cupola resecata con al centro il calore. Sui lati interni viene pressata la pasta con un apposito supporto fatto di legno e tessuto che rimanda al nostro frattazzo. L’infornata è atletica. Una mano serve per gestire l’equilibrio ed è appoggiata sul pavimento, l’altra, mentre tiene il frattazzo sul quale è stato adagiato l’impasto, sprofonda nel foro caldo aiutato da una flessione avanti del busto, per il tempo e la forza necessarie a far aderire l’impasto alle pareti del forno. Dopo pochi minuti, a cottura ultimata, con un lungo stelo di ferro uncinato si agganciano le forme per estrarle dal calore staccandole dalla curva parete. Non è fatto raro che i più piccoli della famiglia ci cadano dentro.


critico. Alla fine perciò, le mie perplessità, cui fai cenno, restano tutte. Nessuno si è mai preso la briga di venire a darmi risposte esaurienti. Ma, per quanto appena detto, si trattava di una polemica tutta italiana.


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valori scolpiti Dopo aver conosciuto di persona l’Afghanistan, dopo aver viaggiato anche nei paesi confinanti, tanto ex Urss, quanto cinesi, indiani e persiani, ha scritto due romanzi che hanno come protagonisti proprio le genti, e in particolare, le donne afghane. Quali sono stati i valori che si è trovata a sottolineare nei suoi libri? 43 Lucia vastano _ giornalista, scrittrice Non riesco a riconoscere l’Afghanistan nei romanzi e film sia che siano scritti da stranieri o da afghani espatriati. Questo paese viene infatti sempre descritto in modo manicheo e drammatico, dove c’è solo il respiro del dolore vissuto al cento per cento per tutti gli attimi della loro vita. L’Afghanistan è realmente un paese che ha affrontato e affronta tragedie epocali, fame, siccità, carestie, guerre, dittature. L’Afghanistan ha tutte le caratteristiche da meritare la sua fama così radicata nell’immaginario collettivo che lo vuole metafora stessa del dolore, della sofferenza e della privazione della libertà. Ma è anche altro. L’Afghanistan che io conosco è anche un paese che persino nei momenti più bui non ha mai perso la capacità di ridere e di divertirsi. La sua gente non ha mai smesso di ascoltare musica, cantare anche nei periodi oppressivi del regime talebano quando poteva costare assai caro far funzionare il televisore in casa o ascoltare gli ultimi successi di Ricky Martin. Eppure le ragazzine afghane lo facevano e per questo non si sentivano rivoluzionarie o eroine ma solo normali adolescenti come tante altre nel mondo. Molte donne afghane erano e sono oppresse, ma non è il burqa che le rappresenta. Sono intelligenti, molte di loro anche colte e se solo le si offre il modo di farle parlare e di ascoltarle ci si accorge che sanno come difendere i loro diritti. Mi ricordo le donne che prima della liberazione dai talebani si facevano fotografare per strada dopo aver sollevato il burqa in segno di sfida. Non ci sono solo famiglie assoggettate a padri padroni, mariti pronti a frustare le loro mogli. Ho conosciuto la tenerezza di un vecchio padre che si alza in piedi ogni volta che entra la moglie e si preoccupa per i suoi occhi malati di glaucoma. La vita normale dell’Afghanistan non è tutta profondo nero e anche la gente che non se la passa bene, come ovunque nel mondo se non cede alla depressione, trova il modo per stare 202٠A f c r


Herat, Masjid-e Jami. A dire il vero, l’imam e il ragazzo a sinistra che assistevano alla scena, di questo giovane devoto che non riusciva a trattenersi dal ridere, non sembravano condividere troppo i suoi sentimenti allegri. Ma a dirla tutta, gli altri anziani e i suoi coetanei senza arrivare ad approvazioni esplicite e plateali, avevano nel cuore e nei muscoli, un senso di partecipazione inequivocabile. Speriamo che all’imam e al ragazzo a sinistra, resti il tempo per approvare le risa di un loro fratello. Semprechè un qualche effetto collaterale non gliene tolga l’opportunità.

in pace con se stessa, per sdrammatizzare anche i momenti più cupi della sua vita. Diceva Nietzsche di diffidare di chi racconta una qualsiasi pur drammatica realtà tralasciando di presentare anche il sorriso. Il sorriso è sempre parte della verità. Nei miei romanzi l’Afghanistan sono i ragazzi, le donne, gli uomini che non hanno mai perso la voglia di vivere una vita normale come tutti noi. Dove c’è spazio per il dolore, la gioia, le ansie e le allegrie, la voglia di innamorarsi e amare, la capacità di odiare, di essere un po’ buoni e un po’ banditi, un po’ eroi e un po’ fifoni. Convincerci che in Afghanistan o in Iraq o in uno slum indiano ci sia solo dolore e nient’altro è solo un sistema per creare un baratro tra noi e loro, per esorcizzare con la diversità la nostra volontà di sentirci migliori e di allontanare la paura di riconoscere che il male e la sofferenza non sono prerogativa di nessun popolo o paese.


da evadere

Da Evadere raccoglie le domande rimaste senza risposta. Le segnaliamo per completezza e perché permettono, almeno alcune, di far mente locale su aspetti della questione afghana, sui quali si possono costruire riflessioni, e considerazioni utili per aggiornare il proprio pensiero e la propria intelligenza specifica. L’ordine è casuale.

Ettore sequi _ ex ambasciatore italiano a kabul luci e ombre Durante il suo mandato come ambasciatore ha gestito tra l’altro i sequestri Torsello e Mastrogiacomo. In seguito è stato eletto rappresentante dell’Unione Europea in Afghanistan. Un’esperienza certamente in grado di dare accesso ai più alti livelli di strategia e alle più profonde dimensioni culturali. In cosa, noi italiani e noi occidente abbiamo mancato di lungimiranza, in cosa siamo stati perspicaci? Nico piro _ giornalista due pesi e due misure Perché siamo disposti all’indulgenza nei confronti delle nostre azioni, intenzioni e verità e non vogliamo riconoscere il linguaggio terroristico come il prodotto di un’esasperazione, o più semplicemente come uno strumento di lotta frutto dei mezzi disponibili, come lo è stato la bomba H sul Giappone? James natchway _ fotografo visti da vicino Dopo aver conosciuto da vicino numerosi conflitti, cosa l’ha impressionata di più della vicenda afghana? E quali le impressioni più facili da raccontare a proposito di pregi e difetti dei vari eserciti con i quali ha convissuto o seguito in missione? 204٠A f c r

Kabul, Kotay Sang. In questa piazza della regione occidentale di Kabul, si radunano soprattutto hazarà senza lavoro. Poveri, sfortunati, diseredati, maledetti, umiliati. È anche dentro queste oppressive gabbie identitarie che questa etnia, la terza per percentuale (19%) del paese, è vista, vissuta e considerata, dalla dominante cultura pashtun (38%). Mi dicevano che sarebbe stato meglio se non mi fossi avventurato da solo in mezzo a loro. Ma non è capitato nulla di spiacevole, anzi la foto mostra il loro


livello di rancore. Tajiki 25%, uzbeki 6%, aimak 4%, turkmeni 3%, baluchi 2%, altre 3%.

Massimo papa _ docente il diritto alla prevaricazione Dopo aver avuto l’opportunità di toccare con mano fino nei particolari più nascosti gli strati della realtà tradizionale di più parti dell’Afghanistan, come ritiene possano evolvere le loro realtà sociali in particolare per quanto riguarda la dimensione della giustizia? La centralità dello Stato è una galassia ad anni luce dalle loro nomadi greggi? Ha ragione d’essere spinta o è solo una nostra esigenza? Quanto ha ragione d’essere prevaricante la nostra concezione sulla loro realtà? Claudio glaentzer _ ambasciatore italiano a kabul strategie di comunicazione In qualche modo c’è stato qualcuno, qualche istituzione, qualche azione che abbia strategicamente condotto un piano di comunicazione affinché la tradizione del loro vivere potesse gradualmente accettare ed aggiornarsi per ini-


da evadere

ziare ad integrare qualche valore di parità tra gli individui, qualche principio dei diritti umani più elementari, qualche senso di centralità statale? Quali sono state in sostanza le energie dedicate alla comunicazione? Alberto cairo _ mente dei centri ortopedici icrc la verità dal basso In Mosaico afghano e già in Storie da Kabul lo sguardo dal basso che ci offre è forse una sua esclusiva: nessuno ha saputo raccontare altrettanto efficacemente gli umori, i caratteri, le concezioni, le dinamiche, le condizioni di vita dell’umanità che paga. Conosce aspetti della fede, del cuore e della ragione come pochi occidentali. Chi sono gli afghani, cosa desiderano, quali sono i loro miti, le loro aspirazioni, le loro concezioni? Quanto sono lontani da noi e quanto ce li rende fratelli? Steve mccurry _ fotografo l'icona dietro le quinte La sua fotografia della ragazza pakistana con gli occhi sbarrati è un emblema della recente storia afghana. Probabilmente la maggior parte delle persone la conoscono. Ha subito sospettato che avrebbe avuto un tale successo? Quanto è stata preparata e quanto è stata invece una delle tante foto rubate al tempo? Emanuele giordana _ giornalista a ripensarci Dalla deriva filo occidentale del re Zahir Sha, a quella filo sovietica del principe Dawood prima, fino a Najibullah poi, passando per la decennale invasione sovietica, dalla jihad, poi allo scontro civile, ai talebani prima edizione e quindi alla seconda mescolata con al Qaeda, la seria complicazione nucleare e le frange dei servizi segreti pakistani, senza dimenticare la presenza della forza occidentale, la storia recente dell’Afghanistan è ampia e articolata. Quali sono state le più importanti sviste e i più significativi imprevisti che fanno parte della recente storia afghana, cioè dagli anni 70 in qua? Riccardo iacona _ giornalista sentieri dell'oppio Da quando le forze occidentali sono presenti in Afghanistan (2001), il raccolto di oppio si è moltiplicato fino a raggiungere nel 2007 quantità mai raggiunte prima. Nella sua inchiesta, dedicata al traffico di stupefacenti, partita dal Kosovo e arrivata in Afghanistan, ha avuto modo di verificare la dimensione 206٠A f c r

Kabul, Wazir Akbar Khan. Quartiere residenziale della regione nord-orientale di Kabul. È un quartiere storico della città. Vi si trovava l’ospedale militare della capitale, a suo tempo, efficacemente diretto dalla generalessa Suailah. (Prima della guerra, poi sotto i russi e con Najibullah, di donne afghane in politica ce ne sono state, e con ruoli prestigiosi. Ma, con i mujahiddin, scompaiono dalla scena. I talebani completano l’opera, le cancellano. C’è una eccezione, la generalessa Suailah. Alberto Cairo_Storie da Kabul, 2003). È il primo quartiere che si incontra girando in fondo a destra


alla fine di Sarak-e Maidan e Hawaayee, viale che porta in città dall’aeroporto. Insieme a Shahr-e Naw, riempie di importanza e significato le chiacchere degli occidentali che vogliono sentirsi parte del tessuto afghano o, almeno, di quello di Kabul. Questo signore armato di kalashnikov e a guardia di una delle tante residenze private del quartiere non mostra un atteggiamento troppo marziale. La fatica della sua vita, l’alienazione del suo lavoro, la preoccupazione per la sua famiglia, il fideismo verso un futuro totalmente nelle mani di Allah, ne hanno forse mortificato la vitalità.

del commercio illegale per il mantenimento dell’instabilità in Afghanistan. Come esprimere la coniugazione tra interessi commerciali illegali con le ragioni religiose, quelle politiche, quelle criminali ed infine quelle storico etnico-tribali per prospettare un futuro pacifico, sostanzialmente differente dall’attuale? Monika bulaj _ fotografa dove sta la sicurezza? Muoversi per settimane e mesi in Afghanistan, da soli, richiede certamente un’attitudine all’ascolto affinché anche i segni e i segnali minori diventino utili informazioni per alzare la sicurezza o per reagire più opportunamente in caso d’imprevisto, nonché per riuscire a scattare anche nelle circostanze più tabù. Quanto condivide questa considerazione? Quanto l’ascolto è utile anche per accedere a situazioni vietate ad una straniera, ad una fotografa?


da evadere

Gino strada _ fondatore di emergency tutto per una scintilla Rispetto al comune percepire, quello che porta a creare formule quali barbari, guerra giusta, danni collaterali, che ci spinge ad esportare la democrazia, l’impegno di Emergency è sempre stato quello di far emergere il valore della vita, delle minoranze civili, quello dell’equipollenza della sofferenza (ignorata dalle istituzioni). Con che formula e in quali occasioni quell’impegno ha trovato e trova spazio per farsi largo tra le coscienze? Quando cioè accade di provocare un aggiornamento della mentalità? Quando cioè si accende la luce della solidarietà e si spegne quella del bieco interesse? Rory stewart _ politico come l'everest in solitaria La sua traversata a piedi da ovest a est, da Herat a Kabul passando per la via centrale ha uno spessore umano paragonabile alla prima dell’Everest senza ossigeno in solitaria. È d’accordo? Si può dire che la sicurezza che ha prodotto lungo il cammino derivava dalla sua disponibilità all’ascolto e quindi al percepire gli umori, i sentimenti, le forze e l’ambiente? Viceversa, quanto è dipeso dalle lettere di presentazione, dal conoscere la cultura, le tradizioni e la lingua? Mohammad qaseem fahim _ v.presidente afghanistan retaggio storico o universale? Lei ha strettamente collaborato con Massoud e non solo, per realizzare uno stato afghano unito. Una delle difficoltà del progetto era relativa al retaggio storico che vuole i pashtun come unici governatori del Paese. Per loro è stato ed è inconcepibile un Afghanistan condotto da un vertice che non sia pashtun. Neppure la liberazione dai sovietici ne ha permesso il superamento. Ad oggi, quel retaggio, ha implicato circa venti anni di “guerra civile”. Significa che l’Afghanistan è destinato a perpetrare uno stato di conflitto che solo la forza risolverà? Ovvero, c’è qualche politica che riuscirà a percorrere vie capaci di un aggiornamento di quel retaggio? Di quali idee e progetti realistici si compone? C’è qualche idea per avviare un percorso che sublimi le differenze e le pretese? Che porti verso una ricchezza comune? Lo vorrà fare da solo? Vorrà l’aiuto dell’occidente? Quanto è l’oppio il problema numero uno? Ovvero quanto lo è il Pakistan?

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Kabul, Jalalabad road, Faiz-e Aam Medical Clinic. Non so se questa immagine sia un falso o no. La luce originale non era quella che si vede qui. Ma certamente una luce così esiste anche senza alcun software. Quello che certamente è vero è la leishmaniosi sulla guancia di questa bambina, il suo sentimento di ineluttabilità, la sua speranza in noi e le sue lacrime, insopprimibili e silenziose.



d. a. profili

Note essenziali sui giornalisti, diplomatici, operatori ong, fotografi, politici, docenti, giuristi, consulenti ministeriali, direttori di testata, militari, imprenditori, studiosi che hanno partecipato a Domande afghane. L’ordine è alfabetico.

Biagio abrate _ generale Attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa. Nel 2000 è stato comandante della Multinational Brigade West a Pec in Kosovo. Basir ahang _ giornalista Attivista per i diritti umani. A causa delle minacce ricevute da parte dei talebani ha dovuto abbandonare il proprio paese. Dal 2008 è residente in Italia dove continua la sua lotta contro il fondamentalismo e la disuguaglianza in Afghanistan. Rosario aitala _ magistrato Studioso di geopolitica e fenomeni criminali. Ha lavorato e vissuto a Pavia, Milano, Treviso, Trapani, Tirana e Kabul. Ha viaggiato e lavorato a lungo nei Balcani e in Europa Orientale, in Asia e America Latina. Attualmente lavora come Consigliere del Ministro degli Esteri per le aree di crisi e la criminalità internazionale. Khaled fouad allam _ docente Insegna presso l’università di Trieste e di Urbino. Ha pubblicato più libri dedicati all’islam. È stato consulente presso il Consiglio d’Europa sull’immigrazione e le nuove cittadinanze e editorialista de La Stampa e de La Repubblica. Collabora con Il Sole 24 Ore. Luigi baldelli _ fotografo Dal 1995, anno in cui si trova a Sarajevo per documentare la guerra bosniaca, è compagno di viaggio e di lavoro di Ettore Mo. Ha visitato moltissimi Paesi, raccontandone le storie attraverso le sue immagini. 210٠A f c r

Kabul, Jaday Sulh. Nelle strade più trafficate della capitale, fermi - o a passo d’uomo per l’intensità del traffico -, dentro un taxi, non puoi scappare ai numerosi ragazzini, alle loro riviste, giornali, grappoli d’uva, frutta, caramelle, biscotti, mappe o libri. Non puoi scappare dal baksheesh, dono, elemosina o mancia, a seconda del contesto. Il musulmano che concede qualche regalia è onorato. Sadaqah, è lo stile del buon musulmano. Questi compie le sue azioni con amore e compassione per il prossimo. Gli altri precetti: Shahàda la testimonianza di retta fede nell’unità e unicità


di Dio e nella missione profetica di Muhammad; salàt la preghiera obbligatoria da svolgere all’alba, a mezzogiorno, al pomeriggio, alla sera e al tramonto; zakàt l’elemosina, obbligo soltanto per chi può permettersela; sawm il digiuno del mese lunare di ramadan; hajj il pellegrinaggio a La Mecca che il credente deve compiere almeno una volta nella vita.

Anna costanza baldry _ docente Insegna Psicologia alla Seconda Università di Napoli e ricercatrice senior presso l’International Victimology Institute Tilburg. Nel 2010 è stata la prima responsabile dei seminari di formazione di agenti di polizia afghani maschi e femmine, voluti dalla Nato Training Mission Afghanistan. Michael barry _ docente Profondo conoscitore dell’Afghanistan, è autore di Massud, Il Leone del Panshir, sul famoso leader tajiko, poi assassinato in un attentato suicida il 09.09.2001, due giorni prima dell’attacco alle Twin Towers. Francesco battistini _ giornalista Al Corriere della Sera dal 1994 dopo aver lavorato per Montanelli a Il Giornale e a La Voce. Si è occupato soprattutto di esteri, cronaca, politica, giudiziaria. Dal 2008 è corrispondente da Gerusalemme. Ha seguito una decina di guerre come inviato speciale. Giuliano battiston _ giornalista Collabora con vari quotidiani e riviste on line. Ha recentemente pubblicato una ricerca sulla società civile afghana.


Fausto biloslavo _ giornalista Triestino, scrive per il quotidiano Il Giornale e il settimanale Panorama. Collabora anche con altre testate come Il Foglio e i telegiornali Mediaset. Daniela binello _ giornalista Freelance, collabora con varie testate fra cui Radio 24Il Sole 24 Ore. In Afghanistan ha realizzato il videoreportage Ultime della classe messo in onda da RaiNews24. Emma bonino _ europarlamentare Leader radicale, è stata commissaria europea e ministro. Nel 1997, lancia da Bruxelles la campagna Un fiore per le donne di Kabul. Nel 2005, in occasione delle prime elezioni parlamentari, è stata capo della Missione degli osservatori elettorali dell’Unione europea. Andrea bruno _ architetto e docente Dal 1974 è consulente Unesco e Iccrom per il restauro e la conservazione del patrimonio artistico e culturale. Dal 2002 212٠A f c r

Kabul, Char Chatta bazaar. Una donna non accompagnata fa la spesa. Ci pensa il bottegaio a intervenire per evitare altri scatti, altra vergogna per la profanazione commessa. È facile soprassedere ai nostri “sbagli”. Lo è meno quando l’onta è commessa da altri, quando non eravamo noi a dover scegliere. C’è un angolo di Kabul compreso tra Jadayi Maiwand e Jadayi Istiqlal fitto di storiche botteghe artigiane. L’arte di riparare da noi sopraffatta dal positivistico usa e getta contiene una ricchezza di spirito, contiene una storia, racconta


d. a.

è stato incaricato del ruolo di consigliere per l’Afghanistan per la Divisione Culturale dell’Unesco. Toni capuozzo _ giornalista Attualmente è vicedirettore del Tg5, curatore della rubrica Terra! ed editorialista de Il Foglio. Nella sua carriera si è occupato di mafia, è stato a lungo ed è tutt’ora inviato di guerra. Ha pubblicato Il giorno dopo la guerra, Adios, Occhiaie di riguardo, Dietro le quinte. Lucio caracciolo _ giornalista e docente Direttore di Limes, insegna Studi strategici alla Luiss, Roma. Giulietto chiesa _ giornalista Ha lavorato a Mosca, come corrispondente, per 20 anni, dal 1980 al 2000. È stato deputato europeo dal 2004 al 2009. Ha fondato Alternativa, laboratorio politico-culturale. È membro dell’advisory board del New Policy Forum-Gorbachev Forum. Lorenzo cremonesi _ giornalista Prima collaboratore e poi corrispondente del Corriere della Sera da Gerusalemme dal 1984 al 2000. Da inviato speciale è stato a lungo in Afghanistan, Iraq, Libano, Libia. È autore di Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz 1881-1920, Bagdad caffè, Dai nostri inviati. Filippo di robilant _ politico Come funzionario europeo è stato più volte in Afghanistan. Nel 1997, è stato arrestato dai talebani, assieme a Emma Bonino e altri delegati della Commissione europea. Nel 2005 è stato addetto stampa della Missione degli osservatori elettorali dell’Unione europea. una tradizione, esprime una bellezza che un certo progresso o ha già estinto - come nel caso occidentale o estinguerà, appena dopo l’ultima generazione di detentori sarà sostituita da giovani con il mito del possesso e del denaro. Chissà che ne sarà del Pashtunwali e di tutte quelle forme di sapere e intelligenza che non si adattano alle geometriche forme del razionalismo e del riduzionismo. Finirà in un libro, per restarci, come è accaduto al Codice barbaricino, al Bushido, al Kanun e non solo.

Germano dottori _ docente Insegna Studi Strategici alla Luiss-Guido Carli, è titolare della cattedra di Sicurezza Internazionale presso la Link Campus University of Malta a Roma. Consulente parlamentare, fa parte del Consiglio redazionale di Limes, è curatore di Nomos & Khoas. Collabora con la Rivista Italiana di Difesa. È autore con Amir Madani di Afghanistan. Crisi regionale, problema globale, pubblicato nel 2011. Qorbanali' esmaeli _ mediatore interculturale Presidente dell’Associazione Culturale Afghani in Italia e di Afghanistan Future Foundation. I due enti si occupano di dare assistenza primaria ai profughi afghani in Italia e dell’organizzazione di corsi di alfabetizzazione. Massimo fini _ giornalista, scrittore, attore Ha collaborato con più giornali e riviste italiani, tra cui L’Europeo, Il Giorno e L’Indipendente, collabora oggi con Il Fatto Quotidiano e Il Gazzettino di Venezia. Dal 2008 dirige il mensile La Voce del Ribelle. Nel 2011 ha pubblicato Il Mullah Omar, biografia del leader talebano.


profili

Nancy hatch duprée _ scrittrice Vedova dell’eminente archeologo Louis Duprée. Ha speso la miglior parte degli ultimi trent’anni in Afghanistan. Attraverso i suoi numerosi scritti, è stata una forte attivista in nome della salvaguardia della cultura Afghana. Marco garatti _ medico emergency Chirurgo specializzato in chirurgia epatica e trapianti di fegato. Dal 1998 collabora con Emergency, dal 2001 lavora nell’ospedale di Kabul. È il coordinatore in Afghanistan per Emergency. Gabriella ghidoni _ imprenditrice Si occupa di sviluppo di impresa in Paesi emergenti, lavora in Afghanistan dal 2003. Ha fondato Royah Design in Afghanistan, una piccola impresa femminile, che realizza collezioni per il mercato della moda internazionale. Elisa giunchi _ docente Insegna Storia e istituzioni dei paesi islamici presso l’Università degli Studi di Milano ed è senior research fellow all’ISPI, dove è responsabile del programma Asia meridionale e Iran. Tra le sue pubblicazioni: Afghanistan: storia e società nel cuore dell’Asia, e Pakistan: islam, potere e democratizzazione. Carlo jean _ generale Insegna Studi strategici alla Luiss e alla Link Campus di Roma, collabora con la rivista Limes. Ha scritto oltre venti saggi su temi di geopolitica, guerra, strategia. Musa maroofi _ ambasciatore afghano Ha conseguito lauree in Afghanistan, in Inghilterra, Usa. Ha insegnato in università afghane e americane. Lasciò l’Afghanistan nel 1978, in segno di protesta contro un violento colpo di Stato, vi ha fatto ritorno dopo un lungo periodo per partecipare ad una commissione per la redazione di una costituzione democratica. È rappresentante della Repubblica Islamica dell’Afghanistan presso la Fao, il Wfp e l’Ifad. Oltre a pubblicazioni accademiche scrive e ha pubblicato poesie. Daniele mastrogiacomo _ giornalista Giornalista professionista. Da 30 anni lavora per il quotidiano del Gruppo L’Espresso-La Repubblica. Dal 1990 è inviato speciale e per sette anni è stato corrispondente di guerra in Afghanistan, Iraq, Palestina, Somalia, Congo, Kivu e Libano. Sulla sua disavventura professionale con i talebani ha scritto un libro I Giorni della paura, tradotto in inglese, tedesco e croato, per il quale è stato nominato al Pen world voice, il Festival della Letteratura e del giornalismo nel 2009 a New York. Insegna Politica internazionale all’Università di Tor Vergata a Roma e alla Luiss. Ama leggere e veleggiare sui mari del mondo. Gian micalessin _ giornalista Inviato di guerra, ha collaborato per i più importanti quotidiani nazionali e internazionali. Nel 1983 ha co-fondato la Albatros Press 214٠A f c r


Herat, Musalla. Questo signore è il guardiano del mausoleo di Gawhar Shad, detto anche della Musalla (spazio per la preghiera). Nonostante il valore storico ed artistico di queste opere, risalenti alla prima metà del 1400 e dei loro malridotti rivestimenti di raffinate ceramiche, il luogo dopo lunghi anni di degrado è ora in ristrutturazione. Uno dei cinque minareti ancora in piedi è oggi assistito da cavi-tiranti in acciaio per cercare di evitarne il crollo. L’intervento - opera dell’Unesco per il quale opera il professor Andrea Bruno è diretto dalla competenza del professor Giorgio Macchi, già restauratore della Torre di Pisa.

Agency, specializzata in reportage di politica internazionale. Oggi scrive per Il Giornale e Il Foglio. Fabio mini _ generale È stato Capo di stato maggiore nel Sud Europa e ha coordinato le operazioni di pace in Kosovo per la Nato. Ha scritto e scrive saggi e articoli. Fa parte del Comitato scientifico di Limes. Ha pubblicato tra l’altro La guerra dopo la guerra, Soldati, Eroi di guerra, Sun Tzu Sun Pin. Ettore mo _ giornalista Inviato di guerra del Corriere della Sera. Ha compiuto una serie di viaggi in Afghanistan, realizzando centinaia di articoli, da cui sono stati tratti sei libri. La quantità di premi letterali e non, riconoscimenti e onoreficenze lo pone in cima alla stima del mondo giornalistico e culturale. Alberto negri _ giornalista Inviato de Il Sole 24Ore, per cui ha seguito la politica e i conflitti in Medioriente, Africa, Balcani, Asia centrale. Nel 2009 pubblica Il turbante e la corona, dove indaga politica e struttura della Repubblica Islamica dell’Iran.


profili

Andrea nicastro _ giornalista Corrispondente di guerra per il Corriere della Sera. Ha documentato i conflitti di Bosnia, Kosovo, Serbia, Sud America, Cecenia, Afghanistan, Iraq. Nel 2006, ha pubblicato Nassiriya. Bugie tra pace e guerra, libro con dvd. Guido olimpio _ giornalista Ha lavorato prima presso Il Tempo e poi al Corriere della Sera. È stato corrispondente per il Corriere da Israele. È corrispondente per il Corriere da Washington. Dal 1988 aveva segnalato la crescita del fondamentalismo. Nel 1996 è stato invitato a deporre al Congresso americano sul terrorismo e le armi non convenzionali. Sergio ramazzotti _ fotogiornalista e scrittore Ha realizzato reportage da numerose aree di conflitto del mondo, in particolare Sudan, Nigeria, Liberia, Palestina, Iraq e Afghanistan, dove ha documentato la situazione per oltre un decennio. Ha pubblicato 11 libri di narrativa e fotografici. Ahmed rashid _ giornalista Scrittore e corrispondente per vari quotidiani internazionali, tra cui il Financial Times. Nel 2001 ha fondato l’Open Media Found Foundation, che supporta le redazioni di giornali e riviste locali in tutto il territorio afghano. In Italia ha pubblicato Caos Asia, Talebani e Nel cuore dell’Islam. Niccolo'ò rinaldi _ politico Collaboratore di vari settimanali e quotidiani. È stato Information officer delle Nazioni Unite in Afghanistan. Dal 91 è consigliere politico per gli esteri al Parlamento Europeo. È europarlamentare per l’Idv. Paolo siccardi _ fotografo I suoi servizi, in particolare sulla ex Jugoslavia e sull’Afghanistan, sono stati pubblicati su varie riviste italiane e straniere e pubblicati in numerosi libri. Ha vinto il Premio Reportages di guerra 2002 promosso dalla Fondazione Antonio Russo e dall’Ordine dei Giornalisti Abruzzo. Maurizio stefanini _ giornalista e saggista Freelance, collabora con Il Foglio, Libero, Liberal, L’Occidentale, Limes, Theorema, Risk, Agi Energia. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, e rievocazioni storiche. Autore di vari libri, tra cui Avanzo di Allah cuore del mondo e I nomi del male. Pietro suber _ giornalista Inviato per la trasmissione Matrix (Canale 5). Per Moby Dick di Michele Santoro ha seguito il conflitto in Kosovo e, per il Tg5, le guerre in Afghanistan e in Iraq. Nel 2004 ha pubblicato il saggio Inviato di guerra. Verità e menzogne sulla manipolazione dell’informazione in guerra. Nel 2007 ha vinto il premio Saint Vincent. Nel 2011 ha seguito la crisi libica. 216٠A f c r

Kabul-Farah. C-130J Hercules delle Forze Armate danesi. Le fettucce incrociate a mo’ di rete fanno da schienale e da sedile per il personale trasportato. Un sistema leggero, duttile e non troppo comodo per ridurre al minimo essenziale il peso e l’ingombro delle infrastrutture necessarie ai vari servigi cui è destinato. Si guarda fuori da uno dei pochi oblò offerti dalla carlinga di uno dei più popolari aerei da trasporto del mondo. Un piccolo pertugio dal quale guardare fuori per cercare di cogliere le lontane dimensioni di una cultura che non ha quasi nessun grado di parentela con la nostra.


Riccardo venturi _ fotografo Inizia la sua carriera nel 1980, realizzando servizi e reportage sui conflitti di Albania, Afghanistan e molti paesi africani. Ha vinto il World Press Photo nel 97 e il Premio Lucchetta nel 2008. Dal 2001 fa parte di Contrasto. Gabriele torsello _ fotografo e giornalista Ha collaborato con varie testate internazionali. Nel 2006 è stato rapito a Lashkar Gah e liberato dopo 23 giorni. Nel 2011 ha pubblicato il libro fotografico Cameraoscura, dedicato anche ai dettagli del suo rapimento. Lucia vastano _ giornalista Ha lavorato nelle redazioni di molti giornali e collabora da freelance con diverse testate italiane e internazionali. Ha seguito vari conflitti e tensioni sociali: Balcani, Albania, Afghanistan, Kashmir. È autrice di numerosi reportage da vari Paesi africani, dalla Cina, dall’India, dagli Stati islamici dell’Asia Centrale. Nel 2004 ha vinto il Premio giornalistico internazionale dell’Unesco riservato agli inviati di guerra.


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Qualche titolo e qualche arbitraria e solo indicativa suddivisione di buona parte della letteratura disponibile in italiano, con qualche eccezione. Tutta la bibliografia qui raccolta è stata impiegata per la ricerca delle citazioni utilizzate in Etica ed Estetica, ad eccezione dei titoli radunati in “Altri”.

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tre


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Narrativa • Ayub Awista - Giocando a calcio a Kabul - Piemme, Milano 2010 • Elliot Jason - Una luce inattesa. Viaggio in Afghanistan - Neri Pozza, Vicenza 2002 • Hosseini Khaled - Il cacciatore di aquiloni - Piemme, Casale Monferrato (Al) 2004 • Hosseini Khaled - Mille splendidi soli - Piemme, Casale Monferrato (Al) 2007 • Seierstad Asne - Il libraio di Kabul - Sonzogno, Milano 2003 • Sthers Amanda - Gli ultimi due ebrei di Kabul. - Ponte alle Grazie, Milano 2006 • Senesi Vauro - Kualid che non riusciva a sognare - Piemme, Casale Monferrato (Al) 2007 • Vastano Lucia - Tutta un’altra musica in casa Buz - Salani, Milano 2005 • Vastano Lucia - Un cammelliere a Manhattan - Salani, Milano 2008 Viaggi • Bouvier Nicolas - La polvere del mondo - il Saggiatore, Milano 2002 • Byron Robert - La via per l’Oxiana - Adelphi, Milano 2000 • Byron Robert - La strada per Oxiana - Cierre, Verona 1993 • Deambrogio Marco - Destinazione Afghanistan - Sperling&Kupfer, Milano 2008 • Levi Peter - Il giardino luminoso del re angelo - Einaudi, Torino 2003 • Maillart Ella - La via crudele. Due donne in viaggio dall’Europa a Kabul - EDT, Torino 2005 • Schwarzenbach Annemarie - La via per Kabul - il Saggiatore, Milano 2002 • Schwarzenbach Annemarie - Dalla parte dell’ombra - il Saggiatore, Milano 2010 • Thubron Colin - Ombre sulla via della seta - Ponte alle Grazie, 2006 • Tosi Maurizio, La Cecla Franco (a cura di) - Chatwin Bruce: Viaggio in Afghanistan - Bruno Mondadori, Milano 2000 Testimonianze • Baer Robert - La disfatta della CIA - Piemme, Casale Monferrato (Al) 2005 • Cairo Alberto - Mosaico afghano. Vent’anni a Kabul - Einaudi, Torino 2010 • Cairo Alberto - Storie da Kabul - Einaudi, Torino 2003 • Giordana Emanuele - Diario da Kabul - O barra O, Milano 2010 • Guerrini Marika - Massoud l’afghano. Il tulipano dell’Hindu Kush - Venexia, Roma 2004 • Joya Malalai - Finchè avrò voce - Piemme, Milano 2010 • Lami Lucio - Morire per Kabul: una lunga marcia afghana - Bompiani, Bologna 1982 • Makhmalbaf Mohsen - In Afghanistan. I buddha non sono stati distrutti sono crollati per la vergogna - Baldini&Castoldi, Milano 2002 • Mastrogiacomo Daniele - I giorni della paura - Edizioni e/o, Roma 2009 • Mismetti Capua Carlotta - Come due stelle nel mare - Piemme, Milano 2011 • Mortenson Greg, Relin David Oliver - Tre Tazze di Tè - Rizzoli, Milano 2010 • Nasiri Omar - Infiltrato. La mia vita in Al Qaeda - Piemme, Casale Monferrato 2007 • Rahimi Atiq - Terra e cenere - Einaudi, Torino 2002 • Renna Mario - Ring Road. Sei mesi con gli alpini in Afghanistan - Mursia, Milano 2011 • Rinaldi Niccolò - Droga di dio. Afghanistan: la società dei credenti - L’ancora del mediterraneo, Napoli 2002 • Rinaldi Niccolò - Islam, Guerra e Dintorni. Viaggio in Afghanistan - L’Harmattan Italia, Torino 1997 • Shah Saira - L’albero delle storie - Bompiani, Milano 2004 • Stewart Rory - in Afghanistan - Ponte alle Grazie, Milano 2005 • Strada Gino - Buskashi. Viaggio dentro la guerra - Feltrinelli, Milano 2005 • Strada Gino - Pappagalli verdi, cronache di un chirurgo di guerra - Feltrinelli, Milano 1999 • Varvelli Riccardo - Afghanistan. Ultimo silenzio - De Donato, Bari 1966 Giornalismo • Biloslavo Fausto - Prigioniero in Afghanistan - SugarCo, Milano 1989 • Bellesi Benedetto, Moiola Paolo - La guerra. Le guerre. Viaggio in un mondo di conflitti e di menzogne - EMI, Bologna 2004 • Burke Jason - Sulla strada per Kandahar - Longanesi, Milano 2008 • Chiesa Giulietto, Senesi Vauro - Afghanistan anno zero - Guerini e Associati, Milano 2001 • Fallaci Oriana - La Rabbia e l’Orgoglio - Rizzoli, Milano 2009 • Fallaci Oriana - La Forza della Ragione - Rizzoli, Milano 2010 220٠A f c r


Kabul, Bibi Mahru Hill. Il luogo è panoramico, perciò anche tatticamente più facile da proteggere ovvero più difficile da assaltare o attaccare. Spesso si passa da qui protetti dalle forze del nostro esercito e aiutati dagli ufficiali della Pubblica Informazione (P.I.) per realizzare qualche scatto o qualche ripresa e trasmissione. Nella foto, Enzo Nucci, Tg3, si prepara per la registrazione di un servizio.

• Fallaci Oriana - Oriana Fallaci intervista sé stessa. L’Apocalisse - Rizzoli, Milano 2010 • Ferrario Tiziana - Il vento di Kabul - Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006 • Giordana Emanuele - Afghanistan. Il crocevia della guerra alle porte dell’Asia - Editori Riuniti, Roma 2007 • Hopkirk Peter - Diavoli stranieri sulla via della seta. La ricerca dei tesori perduti dell’Asia Centrale - il Saggiatore, Milano 2006 • Innocenti Marco - Le guerre degli anni Ottanta - Rizzoli, Milano 1988 • Kapuscinski Ryszard - Imperium - Feltrinelli, Milano 2006 • Micalessin Gian - Afghanistan, ultima trincea. La sfida che non possiamo perdere - Boroli, Milano 2009 • Mo Ettore - Kabul - Rizzoli, Milano 2003 • Mo Ettore - La peste, la fame, la guerra - Hoepli, Milano 1987 • Mo Ettore - Sporche guerre - Rizzoli, Milano 1999 • Nivat Anne - Voci da Kabul, voci da Baghdad. Ora parla la gente - Sonzogno, Milano 2005 • Stefanini Maurizio - I nomi del male - Boroli, Milano 2007 • Suber Pietro - Inviato di guerra. Verità e menzogne - Laterza, Roma-Bari 2004 Documentati • Barry Michael - Massud. Il leone del Panshir. Dall’islamismo alla libertà - Ponte alle Grazie, Milano 2003 • Coll Steve - La guerra segreta della Cia - Rizzoli, Milano 2004 • Ferranti Alessandro - Il futuro delle Forze Armate nell’era dell’Information Technology - CeMiSS Paper, Roma 2001 • Fini Massimo - Il Mullah Omar - Marsilio, Venezia 2011 • Madani Amir, Dottori Germano - Afghanistan. Crisi regionale, problema locale - Clueb, Bologna 2011 • Marucci Arcangelo - AfghanisTNAM - Arterigere, Varese 2010 • O’ Hanlon Michael E., Sherjan Hassina - Afghanistan. La guerra infinita - Elliot Edizioni, Roma 2010 • Papa Massimo - Afghanistan: tradizione giuridica e ricostruzione dell’ordinamento tra Sharia, consuetudini e diritto statale - Giappichelli, Torino 2006 • Rashid Ahmed - Caos Asia - Feltrinelli, Milano 2008 • Rashid Ahmed - Talebani - Feltrinelli, Milano 2002 Ricerca • Aa.vv. - Lingua per unire, lingua per dividere - Franco Angeli, Milano 2009 • Battiston Giuliano - La società civile afghana: uno sguardo dall’interno - Intersos, Roma 2011 • Croci Elena - Herat. Arte e cultura - Rivista Militare, Roma 2006 • Marino Edoardo - Guerre a tappeto. Storia dell’afghanistan nelle trame dei tappeti di guerra - GBE, Roma 2009 • Roy Olivier - La santa ignoranza. Religioni senza cultura - Feltrinelli, Milano 2009


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Storici • Capisani Giampaolo - I nuovi Khan. Popoli e stati nell’Asia centrale desovietizzata - BEM, Milano 1996 • Hopkirk Peter - Il Grande Gioco - Adelphi, Milano 2004 • Mégevand Gianna (a cura di) - Afghanistan essere popolo ai confini degli imperi - C.E.N.S., Liscate (Mi) 1983 • Orfei Giovanni - Le invasioni dell’Afghanistan. Da Alessandro Magno a Bush - Fazi, Roma 2002 • Stefanini Maurizio - Avanzo di Allah cuore del mondo - Guerini e Associati, Milano 2006 • Stocchi Sergio - Afghanistan nel cuore della storia - Jaca book, Milano 1980 • Tosi Maurizio, La Cecla Franco - Le frontiere dell’Afghanistan - Bononia University Press, Bologna 2005 Saggi • Buruma Ian, Margalit Avishai - Occidentalismo - Einaudi, Torino 2004 • Giunchi Elisa - Afghanistan. Storia e società nel cuore dell’Asia - Carocci, Roma 2007 • Guerrini Marika - Afghanistan. Profilo storico di una cultura - Jouvence, Roma 2006 • Degli Abbati Carlo, Roy Olivier - Afghanistan, l’Islam afghano dalla tradizione alla radicalizzazione talibana - ECIG, Genova 2002 • Huntington Samuel P. - Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale - Garzanti, Milano 2006 • Sen Amartya - La democrazia degli altri - Mondadori, Milano 2005 • Ziegler Jean - L’odio per l’Occidente - Tropea, Milano 2010 Ragazzi • Bassano di Tufillo Simona, Mujahed Jamila - Burka! - Donzelli, Roma 2007 • Cercenà Vanna - Sharif e il leopardo afgano - Fatatrac, Firenze 2003 • D’Adamo Francesco - Johnny il seminatore - Fabbri, Milano 2005 • Ellis Deborah - Città di fango - Fabbri, Milano 2004 • Ellis Deborah - Il viaggio di Parvana - Fabbri, Milano 2003 • Ellis Deborah - Sotto il burqa. Avere 11 anni a Kabul - Fabbri, Milano 2005 • Favaro Graziella, Carrer Chiara - L’albero incantato - Carthusia/Emergency, Milano 2004 • Mrowiec Katia, Kluber Michel, Sfeir Antoine - Dio Iavhè Allah. 100 risposte alle domande dei bambini - Elledici, Leumann (To) 2006 • Rivas Torres Mercè - I sogni di Nassima - Fabbri, Milano 2001 • Terziani Sabrina - L’Islam - La Biblioteca, Firenze 2003 Fotografici • Baldelli Luigi, Cambon Pierre, Farinelli Franco, Mo Ettore - Afghanistan - TCI, Milano 2002 • Dannin Robert - Arms against fury. Magnum Photographers in Afghanistan - Power House Books, New York 2002 • Guibert Emmanuel, Lefèvre Didier, Lemercier Frédéric - Il Fotografo - Coconino Press, Bologna 2010 • Manchester William, Lacouture Jean, Ritchin Fred - In our time. Il mondo visto dai fotografi di Magnum - Rizzoli, Milano 1991. Edizione speciale per Fratelli Alinari Firenze • Michaud Roland and Sabrina - Caravans to Tartary - Thames & Hudson, London 1978 • Mo Ettore - Afghanistan: dall’invasione fallita alla crisi dei mujaidin - Fotogramma, Roma 1989 • Ramazzotti Sergio - Afghanistan 2.0. 10 storie 1 futuro - Leonardo International, Milano 2010 • Roccati Gigi - Road to Kabul. Viaggio nell’Afghanistan di oggi - Contrasto, Roma 2010 • Villarusso Giuseppe - Incontro all’Afganistan - Arca, Lavis (Tn) 2006 • Visentin Patrizio - Gli occhi dell’Afghanistan - Demian edizioni, Teramo 2007 Guide • Hatch Dupree Nancy - An historical guide to Afghanistan - Afghan Tourist Organization, Kabul 1977 • Lonely Planet - Trekking in the Karakoram & Hindukush - Victoria, Australia, 2002 • Lonely Planet - Asia centrale - EDT, Torino 2005 • Lonely Planet - Afghanistan - EDT, Torino, 2008 • Medley Dominique, Barrand Jude - Kabul - Bradt, UK 2003 • Omrani Bijan, Leeming Matthew - Afghanistan. A companion and guide - Odyssey Books & Guides, Hong Kong 2005 222٠A f c r


Kabul, Qalay Najraha. La scrutatrice mostra con un po’ d’incertezza tutta la superficie dell’ampia scheda elettorale delle prime elezioni parlamentari democratiche della storia dell’Afghanistan, settembre 2005. Un fatto mica da poco. Tuttavia, per quanto storico, non può essere tralasciato che lo standard democratico locale arranca lontano dai primi posti nella speciale classifica etica. Corrotti, signori della guerra, potentati locali, sono stati eletti con brogli vari e hanno ampiamente caratterizzato le strombazzate “prime libere democratiche elezioni parlamentari d’Afghanistan”. Ad ogni candidato era abbinato un simbolo: un asino, due anelli, una sedia, un tamburo, ecc. Un sistema necessario per permettere all’abbondante percentuale di analfabeti di riconoscere sulla scheda lo spazio, da marcare, del proprio preferito.

Guerra • Chiesa Giulietto - La Guerra Infinita - Feltrinelli, Milano 2002 • Giojelli Giancarlo - Le guerre dimenticate - Piemme, Casale Monferrato (Al) 2005 • Kagan Robert - Il diritto di fare la guerra - Mondadori, Milano 2004 • Kaldor Mary - Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale - Carozzi, Roma 2001 • Langewiesche William - Regole di ingaggio - Adelphi, Milano 2007 • Mini Fabio - Soldati - Einaudi, Torino 2008 • Ricuperati Gianluigi (a cura di) - Fucked up - Rizzoli, Milano 2006 • Torrealta Maurizio (a cura di) - Guerra e informazione - Sperling&Kupfer, Milano 2005 • von Clausewitz Carl - Della guerra - Einaudi, Torino 2000 • Walzer Michael - Sulla guerra - Laterza, Bari 2004 Islam • Allam Fouad Khaled - L’Islam globale - Rizzoli, Milano 2002 • Ansary Tamin - Un destino parallelo - Fazi, Roma 2010 • Arena Leonardo Vittorio - 101 Storie Sufi - Il Punto d’Incontro, Vicenza 2003 • Bausani Alessandro - L’Islam - Garzanti, Milano 1987 • Benchelikh Ghaleb - Che cos’è l’islam? Per Favore Rispondete - Mondadori, Milano 2002 • Ben Jelloun Tahar - L’Islam spiegato ai nostri figli - Bompiani, Milano 2004 • Bolzoni Adriano - Allah Akbar - Mursia, Milano 2000 • Campanini Massimo (a cura di) - Dizionario dell’Islam - Rizzoli, Milano 2005 • Cardini Franco - Noi e l’Islam. Un incontro possibile? - Laterza, Roma-Bari 1994 • Chomsky Noam - America: il nuovo tiranno - Rizzoli, Milano 2006 • Chomsky Noam - 11 settembre. Le ragioni di chi? - Marco Tropea, Milano 2001 • Elger Ralf (a cura di) - Piccolo dizionario dell’islam. Storia, cultura, società - Einaudi, Torino 2002 • Guolo Renzo - Il fondamentalismo islamico - Laterza, Roma-Bari 2002 • Kapuscinski Ryszard - Lapidarium - Feltrinelli, Milano 2007 • Manji Irshad - Quando abbiamo smesso di pensare? - Guanda, Parma 2004 • Micalessin Gian - Pakistan, il santuario di Al-Qaida - Boroli, Milano 2010 • Mohsin Hamid - Il fondamentalista riluttante - Einaudi, Torino 2008 • Olimpio Guido - La testa del serpente - RCS, Milano 2011 • Piccardo Hamza Roberto (a cura di) - Il Corano - Newton Compton, Roma 2006 • Rodinson Maxime - Islam e capitalismo - Einaudi, Torino 1968 • Rushdie Salman - I versi satanici - Mondadori, Milano 2008


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Periodici • Afriche e Orienti n. 3-4/2010 - La crisi afghana e il contesto regionale - Aiep, Rep. San Marino 2011 • L’Europeo n. 9/2010 - Afghanistan. L’altro sguardo - RCS Periodici, 2010 • Montagnard n. 18/2006 - Berrino Printer, Torino 2006 • East n. 23/2009 - Banda Larga 2009 • East n. 31/2010 - Speciale reportage. L’altra Kabul - Banda Larga 2010 • Limes n. 4/2001 - La guerra del terrore - Gruppo editoriale l’Espresso, Roma 2001 • Limes n. 3/2007 - Mai dire guerra - Gruppo editoriale l’Espresso, Roma 2007 • Limes n. 2/2010 - Afghanistan addio! - Gruppo editoriale l’Espresso, Roma 2010 Dizionari • Lonely Planet - Central Asia phrasebook - Victoria, Australia 1998 • Mannella Rita G. - Mini dizionario Italiano-Dari (Inglese) - The Voice of Afghan Women Association, Kabul 2005 • Shawali Yarzi - English Pashto & Dari Dictionary - Sabawoon Language Services, London 2009 Progresso • Bodley John H. - Vittime del progresso - Unicopli, Milano 1991 • Senesi Vauro - Premiata macelleria Afghanistan - Zelig, Milano 2002 Altri • Aa.vv. - Afghanistan: documenti inediti, scritti e interviste da la Pravda, L’humanite, Tempi nuovi, France nouvelle, Novosti - Aurora, Varese 1980 • Agnetti Pino - Operazione Afghanistan - Mondadori, Milano 2003 • Albinati Edoardo - Il ritorno: diario di una missione in Afghanistan - Mondadori, Milano 2002 • Amirian Abdullah, Bruckmann Gabriella - Afghanistan, per saperne di più - Comitato Italiano Helsinki, 1991 • Bosco Gianfranco - Genti d’Afghanistan: mito e storia del crocevia dell’Asia - Cerriglio, 2003 • Bottarelli Mauro - La sporca guerra del petroliere Bush - Malatempora, Roma 2003 • Bulgarelli Mauro, Casadei Lorenzo - Lo scontro delle inciviltà: la guerra in Afghanistan e l’inizio della guerra globale permanente - Frilli, Genova 2002 • Cataldi Anna - Con il cuore. Storie di donne che hanno scelto di dedicare la vita agli altri - Cairo, Milano 2011 • Cirone Gianni - I misteri dell’Afghanistan: dalle origini alla caduta dei Taliban - Datanews, Roma 2003 • Cooley John K. - Una guerra empia. La CIA e l’estremismo islamico - Eleuthera, Milano 2000 • Crainz Edoardo - Missione Afghanistan. Diario di un medico paracadutista della Folgore - Mursia, Milano 2006 • Dottori Germano, Amorosi Massimo - La Nato dopo l’11 settembre - Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2004 • Durrani Tehmina - Empietà - Neri Pozza, Vicenza 2000 • Emergency (a cura di) - Fiori di guerra: donne in Afghanistan, Cambogia, Kurdistan, Sierra Leone - Giunti, Firenze 2002 • Emergency (a cura di) - Medici di guerra e inviati di pace: un altro Afghanistan - Guerini e Associati, Milano 2002 • Fabbri Romeo - Afghanistan atto II - Emi, Bologna 1988 • Fisk Robert - Notizie dal fronte: dall’Afghanistan all’Iraq, le cronache di un grande corrispondente di guerra - Fandango, Roma 2003 • Flacco Anthony - La danzatrice bambina - Piemme, Casale Monferrato (Al) 2007 • Garibaldi Luciano - Un secolo di guerre - White Star, Vercelli 2001 • Haviv Ron, Orzenoy Ilana - Sulla strada per Kabul - Federico Motta, Milano 2002 • Ikenberry G. John, Parsi Vittorio Emanuele - Manuale di relazioni internazionali - Laterza, Roma - Bari 2001 • Khadra Yasmina - Le rondini di Kabul - Mondadori, Milano 2007 • Latifa, Hachemi Chékéba - Viso negato: avere vent’anni a Kabul. La mia vita rubata ai talebani - Sonzogno, Milano 200x1 • Lessing Doris - Il vento disperde le nostre parole e altri documenti sulla resistenza afghana - Gruppo editoriale Tre, 1987 • Norfolk Simon - Afghanistan zero - Peliti Associati, Milano 2002 • Pranzato Pia (a cura di) - Afghanistan conteso. Il sogno del ritorno - Giunti, Firenze 2003 • Rodriguez Deborah - La parrucchiera di Kabul - Piemme, Casale Monferrato (Al) 2008 • Roy Olivier - Afghanistan, l’islam e la sua modernità politica - ECIG, Genova 1986 • Rubin R.B. - Il processo costituzionale in Afghanistan, 2001-2004 - C.I.C. New York University 2005 • Senesi Vauro - Appunti di guerra: pensieri e vignette di un mese sotto le bombe - Terre di Mezzo, Milano 2002 224٠A f c r


Herat, Moschea Masjid-e Jami. Il ragazzo esibisce il suo sussidiario dove, mescolato al dari, si trova qualche parola in caratteri latini: cubisti, surrealismo, astrattismo, Pablo Picasso, Thomas Mann, Marcel Proust, D.H. Lawrence, James Joyce. Mi chiedo quanto sia reciproca la presenza di qualche loro espressione culturale e storica nei nostri libri scolastici. L’eurocentrismo se è comprensibilmente nato legittimo, lo è ancora?

• Sgrena Giuliana - Alla scuola dei Taleban - Manifesto Libro la Talpa, Roma 2002 • Shakib Siba - Afghanistan dove Dio viene solo per piangere - Piemme, Casale Monferrato (Al) 2005 • Shakib Siba - La bambina che non esisteva - Piemme, Casale Monferrato (Al) 2008 • Sioli Mauro, Stefani Ivana, Flumeri Francesca - Afghanistan nel cuore - Donne in Nero, Padova Milano • Tortajada Ana - Il grido invisibile: la vita negata delle donne afghane - Sperling&Kupfer, Milano 2001 • Vaj Isabella - Il cacciatore di storie - Piemme, Milano 2009 • Vercellin Giorgio - Iran e Afghanistan - Editori Riuniti, Milano 1986 • Zoya, Follain John, Cristofari Rita - Zoya la mia storia - Sperling&Kupfer, Milano 2004

Ci sono tre pezzi che... • Niccolò Rinaldi - Droga di Dio - soprattutto nelle pagine 20/23-70/72-79/82 • Toni Capuozzo, www.tonicapuozzo.com Afghanistan, il centro del mondo • Amir Madani, Germano Dottori - Afghanistan - cap 7.5, pag 218

Tre

... esprimono il nume della fede del cuore e della ragione.

Le pagine di Niccolò Rinaldi funzionano. Almeno per coloro che non si sono accontentati di ritenersi nel vero, superiori o diversi. Funzionano perché riescono a legittimare un essere nel mondo la cui radice era la nostra stessa e le cui rispettive evoluzioni ce la fanno sembrare ora di specie estranea. Una semplice consapevolezza spesso molto scomoda, almeno per chi coltiva i propri interessi sulla pelle degli altri

Il pezzo di Toni Capuozzo riesce a rendere ciò che accade tra la terra, il freddo, il fango, la polvere e il caos degli sguardi lunghi un attimo. Sembra successo facile invece non è per niente semplice. Il capitolo (ma anche l’intero libro) di Amir Madani e Germano Dottori si muove sulle lunghezze d’onda più gelide, eteree e satellitari dell’inumana geopolitica. Tuttavia riesce ad emanciparsi, lasciando a riposo il motto incessante della quadratura del cerchio, o quello scudiero della ragion di Stato a favore di una realtà sincera o di rubik che sia. Ognuno si guardi la faccia che gli va. Madani e Dottori hanno il merito di Capuozzo e di Rinaldi: nessun orpello oltre quello che ci dice la carne. Nessun pensiero in aggiunta, a dirigere l’interpretazione, a spingere verso una qualche presunta verità da sottolineare, da difendere, da rivendicare.


Tashakor è dari, l’idioma persiano dell’Afghanistan, significa “grazie”. In pashtu, la lingua dei pashtun, Manama. La maggioranza delle persone riprese nelle immagini pubblicate ha con piacere accettato di essere fotografata. Solo qualcuno se ne è risentito. Diversi hanno voluto donare ben più della loro presenza e disponibilità. È per tutti loro la mia principale riconoscenza e sentimento di attrazione che mi hanno saputo provocare. Grazie ai bimbi, alle donne e agli uomini d’Afghanistan. È dal profondo dei loro occhi che si coglie il cuore dei suoi popoli. È dal profondo dei loro sguardi che origina questo lavoro. Sepas az kodakan, zanan wa mardan Afghanistan. Ke dar omq negah chashman anha metawan jowhar wa qalbe mardom shanra ehsas kard. In ketab ba omqe negah shan aghaz shoda ast. De Afghanistan la mashumanu, khezu aw narina wana che de doy de stargo pa zawar kshe kwolaysho de doy de khalko jawhar aw zala ehsas klo, da ketab de doy de lid pa mina payl kezy.

Impossibile non ringraziare gli autori dei titoli dai quali sono state estratte le citazioni pubblicate. A questi, insieme agli autori che per ragioni di spazio, più che di merito, non hanno potuto essere presenti va altrettanta riconoscenza, ed insieme a loro, ai loro editori. Ma molti di più sono coloro senza i quali la qualità di questo lavoro sarebbe venuta meno. Eccoli: Biagio Abrate, Niccolò Rinaldi, Daniela Binello, Pietro Suber, Alberto Negri, Elisa Giunchi, Andrea Nicastro, Fausto Biloslavo, Michael Barry, Massimo Fini, Sergio Ramazzotti, Francesco Battistini, Lucio Caracciolo, Maurizio Stefanini, Gian Micalessin, Ettore Mo, Luigi Baldelli, Rosario Aitala, Filippo Di Robilant, Emma Bonino, Riccardo Venturi, Qorbanalì Esmaeli, Fabio Mini, Carlo Jean, Musa Maroofi, Germano Dottori, Marco Garatti, Ahmed Rashid, Daniele Mastrogiacomo, Giuliano Battiston, Lorenzo Cremonesi, Paolo Siccardi, Anna Costanza Baldry, Gabriella Ghidoni, Lucia Vastano, Andrea Bruno, Giulietto Chiesa, Guido Olimpio, Khaled Fouad Allam, Gabriele Torsello, Toni Capuozzo, Nancy Hatch Duprée, Basir Ahang. Tredici tra le persone contattate per l’intervista di Domande afghane non hanno potuto offrire la loro partecipazione. Agende troppo fitte di impegni per alcuni e motivi vari per altri hanno impedito la loro preziosa partecipazione. Grazie anche a loro per l’attenzione che mi hanno dedicato: Steve McCurry, Rory Stewart, Emanuele Giordana, Riccardo Iacona, James Nachtwey, Gino Strada, Ettore Sequi, Massimo Papa, Alberto Cairo, Nico Piro, Claudio Glaentzer, Monika Bulaj, Mohammad Qaseem Fahim.

Tashakor/Manana/Grazie a Afghanistan-Fede.Cuore.Ragione. È stato possibile a causa dell’amorevole spinta di Graziana Bardini e di Fausto Rovelli, esempi a tutto tondo per me e non solo. Grazie a Eleonora Ambrosini per la totale capacità di assorbire ogni imput e trasformarlo in grafica; a Dominique Laugé e a Beatrice Mancini, senza la cui scuola il mio livello di Photoshop non sarebbe stato neanche lontanamente sufficiente, ma anche per la loro incondizionata disponibilità; a Aurora Di Girolamo per i suoi consigli; a Francesca Rovelli che, come sempre, non ha avuto incertezze ogni volta che le ho destinato qualche questione da risolvere. A Elisabetta e Stefano Merlo per il loro sostegno morale e concreto. Grazie a Cristina Righetti, Alessia Delisi e Elisabetta Mero. Tutte hanno saputo partecipare allo spirito di Afcr. Ringrazio il Ministero della Difesa a causa del quale ho potuto realizzare parte degli scatti pubblicati. In particolare l’allora capitano Domenico Pisapia e il generale Massimo Fogari. Per lo stesso motivo non posso qui dimenticare Ettore Sequi - allora ambasciatore italiano in Afghanistan - e tutto il suo staff, Alberto Cairo e tutto lo staff Icrc, Marco Garatti e tutto lo staff Emergency, Gabriella Ghidoni/ Royah. Nonché Lucia Vastano e Paolo Siccardi per i preziosi aiuti ed indicazioni. Andrea Nicastro, Fausto Biloslavo e Alberto Negri per la loro autentica disponibilità mai negata. Tashakor anche a Bahram Rahman per aver provato ad aggiungere una significativa partecipazione ad Afcr. Grazie a Marzia Caramazza per la sua disponibilità verso questo lavoro. Un pensiero e un sentimento particolare lo devo al mio capitano Biagio Abrate per la sua naturale indole a provocare forza, d’animo, prima di tutte le altre. 226٠A f c r

Devo ricordare Niccolò Rinaldi e Germano Dottori, con i loro rispettivi editori, e Toni Capuozzo, che hanno liberamente concesso lo sfruttamento della loro opera che poi, per ragioni di spazio ho dovuto, con dispiacere, tagliare. Un pensiero in più per Dom, Dominique Laugé che, nonostante la distanza, non ha mai cessato di aiutarmi. Grazie a Elena Croci e a Stefano Rossi per la loro puntuale consulenza rispettivamente sul patrimonio artistico di Herat e sulle caratteristiche di armi e armamenti; a Basir Ahang e Mohammad Amin Wahidi per più aspetti della cultura hazarà e afghana. E uno ulteriore per Niccolò Rinaldi nei cui libri dedicati all’Afghanistan si può misurare quanta distanza ci sia tra la politica diplomatica e i sentimenti degli uomini, tra il bollettino ufficiale e lo strazio di una madre. Grazie a chi vorrà segnalare errori, imprecisioni e dimenticanze, nonché altro. (Eventualità per le quali mi scuso.) Gli aggiornamenti attendibili saranno pubblicati su victoryproject.net / force /afghanistan / a f c r

Milano, settembre 2011


uccisi 2001/2010 • 378.000: totale forza tra esercito e polizia afghana entro il 2012 (obiettivo Nato) • 165 Usd: stipendio delle reclute afdate e dati ghane • €60/70.000/anno: paga media militare Nato • 90 Usd: stipendio di un funzionario afghano • C.a 8.000: Ied (Improvised Explosive Device) attacchi nel 2009 • 397: attacchi fantasma contro collaboratori del governo Karzai e delle forze internazionali • 100 mld Usd: costo della guerra afghana sostenuto ogni anno dagli americani • 265.000/300.000: attuale forza esercito afghano (350.000 entro il 2013) • 140.000: militari Nato in Afghanistan (2/3 Usa) • 7.000 tonnellate di bombe al Du usate in una missione per stanare bin Laden • 150: scuole bruciate nel 2005, 198 nel 2006 dai talebani • Vittime mine: 8% mentre giocavano, 20% lavorando i campi: 15% in viaggio, 4% sminando, 38% attività non militari, 15% altri motivi • Vittime guerra: 7% combattenti, 34% bambini, 26% anziani, 16% donne, 17% uomini non combattenti • 2.000.000: vittime militari e civili dal 1979 al 1989 • 5.500.000: razioni alimentari per gli afghani del World Food Programme, 2007 • 07/10/2001: h 20:45 inizio guerra attuale, ufficialmente provocata dall’attacco alle Twin Towers • 05/12/2001: conferenza di Bonn • 1386: numero della risoluzione Onu che autorizza l’intervento militare in Afghanistan • 05/07/2003: invio prime truppe Nato a Kabul • 3 mld €: spesa italiana approssimativa per restare in Afghanistan da oggi al 2014 • Parole Sharia, legge di Dio: come tale non può essere conosciuta dagli uomini, espressione del diritto islamico, regolamenta la società • Mujaheddin: combattente della jihad, la guerra santa • Exit Strategy: uscita definitiva delle forze Nato dall’Afghanistan entro il 2014 • Isaf, International Security and Assistance Force: missione di supporto al governo afghano, forza internazionale di sicurezza guidata dal Regno Unito, cui partecipano altri 18 paesi, opera sulla base della risoluzione n. 1386 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 20/12/2001 • Drone: aeromobile a pilotaggio remoto o Apr, o Remotely Piloted Air System, Rpas, inizialmente chiamati come Uav, Unmanned Aerial Vehicle • Ied, Improvised Explosive Device: ordigno esplosivo realizzato artigianalmente • Ring Road: 2.200 km anello stradale che collega 16 delle 34 province, • Dohol, Zirbaghali, Daff: tamburi • Fata: Federally Administered Tribal Areas, collocata tra Pakistan e Afghanistan e le aree stanziali del Kpk (Khyber Pakhtunkhwa) • Qawm: gruppo di appartenenza e solidarietà • Rahmatu Allah: benedizione divina • Fuqaha: vincolo di affiliazione, prevale su ogni aspetto, obbliga alla visione dell’islam esistente nel proprio ambiente sociale • Kaaghaz paraan: aquilone • Oppio 90%: vittime da oppio tra la popolazione rurale afghana • 90%: eroina nel mondo derivante dall’oppio afghano • Afghanistan: primo produttore mondiale di oppio • 80/90%: oppio afghano nel mondo, era 52% nel 1995, 70% nel 2000, 93% nel 2007) • 70%: percentuale di oppio prodotto in Afghanistan nel 2000 • 93%: percentuale di oppio coltivata in Afghanistan nel 2007 • 80-90%: percentuale di oppio coltivata in Afghanistan nel 2010 • 6 su 34: le province in cui si concentra la coltivazione di papavero • 82%: famiglie impegnate nella produzione di oppio nella regione di Helmand, sud-ovest del paese • Unodc: Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine • 2007: registrazione del picco più alto nella produzione di oppio • 193.000 ettari (1930 kmq): superficie coltivata a oppio nel 2007 (240.000: ettari a riso in Italia) • 4% del terreno coltivabile: superficie dedicata per la coltivazione del papavero da oppio • 8.200: tonnellate di oppio prodotte nel 2007 • 1 mld di Usd: valore totale del ricavato dell’industria dell’oppio diviso tra contadini, proprietari dei laboratori, intermediari locali e trafficanti • 80,23 Usd/kg: prezzo dell’oppio secco nel 2010 • 53,66 Usd/kg: prezzo dell’oppio fresco nel 2010 • 2 miliardi di Usd/anno (1999): guadagno dell’Isi con la vendita di droghe • L’attuale produzione di oppio supera la domanda mondiale • 18, 20 province su 34 non producono oppio • 12X: il guadagno prodotto dalla coltivazione dell’oppio rispetto alle coltivazioni legali • 14%/3,3 mln: popolazione coinvolta nella produzione di oppio • 6: province, su 34, con la maggior concentrazione di coltivazione del papavero da oppio • Helmand, Uruzgan, Kandahar e Farah: le province con la più alta produzione di oppio • Bambini/Donne Chador: termine persiano, è il velo che copre il capo e le spalle lasciando scoperto il volto • Burqa: introdotto in Afghanistan all’inizio del 1900 durante il regno di Habibullah che lo impose alle duecento donne del suo harem • Burqa: soprabito spesso di colore azzurro che copre il corpo per intero, permette di vedere fuori attraverso una rete in corrispondenza degli occhi • L’obbligo di indossare il burqa è indipendente dalle prescrizioni religiose dell’islam • 1996: introduzione delle restrizioni talebane • Mortalità infantile: 16,5% • Rawa (associazione rivoluzionaria delle donne afghane): associazione laica e democratica fondata nel 1997 da Meena, assassinata l’anno successivo • 27%: seggi della Camera Alta andati alle donne nel 2005, prime elezioni democratiche • 6-18 anni: età dei 20 aspiranti kamikaze catturati ad agosto 2011 • 500.000: mortalità partorienti/anno • Habiba Sarabi: prima governatrice donna d’Afghanistan, provincia di Bamiyan • Hijab: sciarpa o foulard che copre capelli, collo e a volte le spalle • Niqab: velo che copre il volto ma non gli occhi • Awsso: Afghan Women Social Service • 252: donne che hanno ricevuto un microcredito per un totale di 3.477.000 afghani (56.000€) • 7 anni: età minima delle bambine date in sposa • 9 su 10: donne che partoriscono in casa •1.400 su 100.000: morti di partorienti • 134 su 1.000: morti di bimbi prima dei 5 anni • Morbillo, diarrea, malnutrizione: principali cause di morte infantile • 1.500: nuove scuole costruite dal 2001 ad oggi con l’aiuto internazionale • 24.000 su 130.000: scolare a Kandahar • Cultura Forma di governo: Repubblica Islamica presidenziale • Presidente: Hamid Karzai (dal 2004) • Dari: il farsi (persiano) d’Afghanistan • Pashto: utilizzato dal popolo pashtun • Parlamento: bicamerale • Prefisso tel: +93 • Festa nazionale: 19 agosto • Verde: il brillante colore delle colline nei tiepidi pomeriggi di primavera • Inverno: il periodo migliore per far volare gli aquiloni • Afghan Star: l’X-Factor locale, va in onda su Tolo tv • Radio: mezzo di comunicazione più diffuso • Valuta: afghani • 1 Usd = c.a 50 afghani • 55 afg: costo medio di un accesso a internet • 14 dollari: stipendio mensile del 42% della popolazione • 40%: tasso di disoccupazione • 21 marzo: giorno della festa di nauroz, il capodanno afghano e la fine del rigido e ventoso inverno • Principali prodotti da esportazione: frutta, tappeti tessuti a mano, lana, cuoio e pelli, gemme preziose, oppio • Herat: centro culturale e dei commerci, collocata lungo l’antica via della seta • 1933: anno di costruzione dell’unica chiesa cattolica ufficialmente autorizzata dal paese, entro le mura dell’ambasciata italiana • Religione: islamica • 80%: sunniti: • 19%: sciiti • 50: quantità di radio private • 8: quantità di reti televisive • Rta: Radio Television Afghanistan, di proprietà dello stato • Buzkashi: sport nazionale • Loya jirga: grande assemblea costituzionale afghana • Siali = uguaglianza, nang = onore, melmastia = ospitalità: alcuni concetti del pashtunwali, il codice morale pashtun • Talebani/talibani: letteralmente “coloro che cercano”, studenti delle madrase o scuole coraniche • Principali paesi per esportazioni: India, Pakistan, Usa, Paesi Bassi, Tagikistan, Russia • Principali paesi per importazioni: Pakistan, Usa, Germania, India, Turkmenistan, Kirghizistan • Una legge del 2007 è stata promulgata nel 2010: garantisce l’immunità giudiziaria per crimini di guerra e reati contro i diritti umani • 9 mln/30%: popolazione che vive con meno di 25 Usd/mese • 50%: incremento mercato libri, 2008 • 2003: nascita del Rahbari Shura, Consiglio dei leader, organismo politico decisionale • 3: stamperie in tutto l’Afghanistan talebano nel 2000 • 1959: nasce il Mullah Omar, capo di stato dell’Afghanistan 1996/2001 • Fiqh: scienza giurisprudenziale, è lo sforzo dei giuristi per interpretare la legge di dio • Pena di morte per: omicidio ingiusto di un musulmano, adulterio, bestemmia contro Allah (da parte di persone di qualunque fede), apostasia • Ramadan o “mese caldo”: il digiuno durante il nono mese dell’anno, in origine estivo, è il quarto dei cinque pilastri dell’islam • Durante il mese di ramadan i musulmani praticanti debbono astenersi dal bere, mangiare, fumare e praticare attività sessuali dall’alba al tramonto • Imam: in ambito religioso, califfo o capo della comunità islamica • La finanza islamica è basata su alcune interpretazioni del Corano. I suoi due pilastri centrali consistono nel fatto che non si possono ottenere interessi sui prestiti (divieto del riba) e che bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili. Date e dati_fonti wikipedia.org • argoriente.it • peacereporter.net • amnesty.it • mondosegreto.eu • metaforum.it • icta.m-shonan.jp/japanese/english-top. htm • inetres.com • maxvessi.net • espresso.repubblica.it • peacelink.it • cursor.org • triskel182.wordpress.com • frontierenews.it • un.org • isaf.nato.int • nato.int • mineaction.org • terzangolo.wordpress.com • kabulpress.org • refugeeface.com • hazarapeople.com • turkicpress.com • khyber.org • tonicapuozzo.com • unama.unmissions.org • cri.it • difesa.it • volint.it • ntnn.info • unicef.it • rawa.org • aihrc.org.af • afghanistan.it • e - il mensile • corriere.it • repubblica.it • unita.it • cia.gov • unodc.org • eurasia-rivista.org • cespi.it • contraddizione.it • icrc.org • cantiere.org • lastampa.it •


Afghanistan- fede.cuore.ragione. È un libro fotografico. Dedicato soprattutto ai sentimenti. Storie di persone che l’empatia sa riconoscere da ogni sguardo. È un libro pieno di domande. La verità della fotografia fino a quando non mente? Che accadrà dopo il 2014, la data della ritirata della forza internazionale? Quanto il movimento talebano ha interessi internazionali? La natura dell’islam può essere avvicinata da un miscredente? Sono esistiti progetti di comunicazione per promuovere la centralità dello Stato? C’è qualcosa che possiamo sapere oggi, ad anni di distanza dai fatti, sui sequestri Torsello e Mastrogiacomo? Un mea culpa occidentale avrebbe un peso geopolitico? La democrazia è un valore da affermare con la forza? C’è un’unica realtà o ce ne è una di rubik dove ognuno ha diritto al lato che lo rappresenta? La guerra è un fatto in mano alle lobby o può vantare significati umanitari? Pulizia etnica e razzismo pasthun sono un delirio hazarà o corrispondono a dati di fatto? Quanto un fotografo sa di provocare una realtà piuttosto che un’altra spostando anche di poco il rettangolo dello scatto?

... mi dite che questo soggiorno non mi serve a nulla, che l’Isola mi sta bruciando i nervi e non sapete che cosa farvene di quello che vi scrivo, che il lettore occidentale non è preparato. D’accordo, però io viaggio per imparare, e nessuno mi aveva insegnato quello che sto scoprendo qui. Nicolas Bouvier - Il pesce-scorpione

lorenzo merlo, fotografo, pubblicista, guida alpina. ritiene che la realtà stia nella relazione. significa che la responsabilità è nostra comunque e che il nostro giudizio su di essa non la cambia, la deforma. € 23,00 ISBN 978-88-906203-0-0

9 788890 620300

115 fotografie. 99 citazioni da buona parte della letteratura sull’Afghanistan. 43 tra giornalisti, scrittori, militari, fotografi e studiosi rispondono ad interviste sulle questioni passate, presenti e futuribili. Una ampia bibliografia di 150 titoli. Sono anche questi i contenuti di Afcr, in un intento di privilegiare la loro prospettiva.