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I SEI PAESI DELLA VAL SARMENTO

I sei paesi della Val Sarmento

Indice 9 Cersosimo

15 Noepoli

Cersosimo

22 San Costantino Albanese

Noepoli San Costantino Albanese San Giorgio Lucano

32 San Giorgio Lucano

41 San Paolo Albanese

San Paolo Albanese Terranova di Pollino 6

51 Terranova del Pollino 7


Cersosimo

Cersosimo è un comune di 718 abitanti della provincia di Potenza. Il suo nome deriva dal monastero Basiliano Kyr-Zosimo o Cir-Zosimi, risalente al 1100, attorno al quale si sarebbe formato il primitivo abitato. Kyr significa “abate” in greco (Κυρ) e Zosimo era il nome del fondatore del monastero. Del monastero non è rimasto traccia. Gli abitanti si chiamano Cersosimesi. Il suo Stemma è costituito da uno scudo contenente in campo celeste una quercia frullata d’oro. E’ ubicato in collina a 550 metri s.l.m., e si affaccia sulla vallata del fiume Sarmento, a breve distanza dal mar Jonio e dal monte Pollino. Fa parte del Parco regionale del Pollino. Il territorio di Cersosimo, cosi come l’intera valle, proprio nei suoi aspetti più aspri trova motivi di particolare interesse paesaggistico, umano e sociale di incomparabile bellezza: le rilevanti emergenze naturali fuse con i segni di una millenaria cultura agro-pastorale. Il paesaggio comunale è contrassegnato da uno sperone di rocce conglomeratiche sulla cui sommità, all’incrocio dei torrenti “Lappio e Fiumicello”, è attestato Cersosimo. Profonde e affascinanti incisioni tagliano il territorio e frane imponenti corrono lungo i fianchi delle montagne. L’azione incessante di frantumazione meteorica delle argille, l’erosione fluviale del fondovalle e i disboscamenti dei versanti, hanno determinato nel tempo l’emergenza geologica più suggestiva e interessante dell’intera valle: “le fiumare ”. L’origine del primo insediamento umano accertato è costituito dall’acropoli della città greco-lucana (IV sec. a.C.) situata sul monte “Castello” ad opera di popolazioni Lucane provenienti dall’appennino centrale appartenente ai gruppi di lingua osca. L’antica città fu dotata di un sistema fortificato rinvenuto negli scavi archeologici. Probabilmente...

IL SINDACO Pietro Gulmì 9


...fu in contatto con le colonie greche o addirittura fu abitata dai greci, come dimostrerebbe l’impianto difensivo, nel processo di ellenizzazione del territorio. Gli scavi archeologici condotti il primo nel 1888, il secondo nel 1967, il terzo nel 1986 e da ultimo nel biennio 20092010 hanno portato alla luce una porta di accesso all’acropoli, tratti di muri del tipo opus quadratum con blocchi di puddinca ben lavorati e squadrati, e resti di fondazioni appartenenti ad ambienti abitati, all’interno dei quali, notevole è stata la presenza di oggetti in ceramica, terracotta e in bronzo. Tra gli oggetti di una certa importanza è da segnalare una preziosa moneta di bronzo coniata dalla lega lucana nel III sec. a.C.. Nel III secolo a.C. ci fu un progressivo abbandono del primo insediamento a causa della comparsa di Roma in Magna Grecia e

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della sua rapida affermazione militare e politica. Nel Medioevo Cersosimo fu ricostruita, più a valle, come casale agricolo, e si sviluppò intorno ad un convento di monaci basiliani sfuggiti all’iconoclastia bizantina. Nell’XI secolo, sotto i Normanni, appartenne ai Benedettini di Cava (In questo periodo il Beato Falcone sotto la guida dell’abate s. Pietro I Pappacarbone dell’abbazia di Cava dei Tirreni, ancora giovane, fu incaricato di reggere come priore, l’importante monastero di Cersosimo) e, successivamente, a varie famiglie di feudatari, tra le quali i Sanseverino e i Pignatelli. Nel Cinquecento l’abitato fu rifondato, assumendo l’attuale impianto urbano. Tra il Seicento e l’Ottocento fu abbellita con palazzi e con pregevoli opere in pietra degli artigiani locali. Le prime notizie sull’attuale Cersosimo risalgono all’anno Mille e sono riportate nel SYLLABUS GRAECARUM MEMBRANARUM. Dopo il Mille, è la politica filo-benedettina dei Normanni che incide profondamente sull’ambiente lucano: dalla Badia di Cava, in Campania, si muovono schiere di frati e pellegrini che diffondono nuovi costumi e nuove forme architettoniche come appunto il “Casale” di Kirizosimo (Cersosimo). Con le conoscenze attuali non è possibile rintracciare testimonianze materiali di rilievo del borgo originario. Nel complesso, si può dire, che l’insediamento di Cersosimo rispecchia la cultura urbanistica e architettonica del Medioevo, anche se la formazione dell’attuale impianto urbano è da far risalire alla seconda metà del XVI secolo. Volendo visitare Cersosimo è necessario superare il concetto di “visita al monumento”, in quanto l’oggetto monumentale convenzionalmente inteso non esiste, e predisporsi a comprendere che l’intero spazio abitato è praticamente un opera d’arte

collettiva. E allora si potranno cogliere gli aspetti più suggestivi e interessanti che l’ambiente costruito può offrire, e l’ospitalità dei cersosimesi unitamente alla tradizionale disponibilità verso gli ospiti, potrà creare un momento, forse il più spontaneo e genuino, di scambio sociale e culturale. Forse, a Cersosimo, regna ancora un equilibrio tra uomo e natura dove è possibile ritrovare atmosfere che in altri posti sono già da tempo perdute, e il contatto intimo con l’ambiente, gli uomini e le loro cose, potrà farvi scoprire nuove dimensioni e provocare piacevoli emozioni. La favorevole ubicazione di Cersosimo inoltre vi permetterà di spostarvi in breve tempo dalle magnifiche faggete; altipiani e praterie d’alta quota del monte Pollino,

dove è possibile apprezzare l’habitat del famoso Pino Loricato, alle splendide spiagge della costa ionica sia lucana che calabrese. Un territorio, insomma, tutto da scoprire, e particolarmente indicato per tutti coloro che desiderano ritrovare nella tranquillità e nella bellezza dei luoghi, oltre che in un rapporto vero con una diversa cultura, validi motivi per trascorrere una vacanza. In conclusione, abbiamo voluto semplicemente segnalarvi alcuni aspetti importanti del nostro territorio e della nostra cultura, aspetti che speriamo aver colto anche con la documentazione fotografica. Guardatela con attenzione e non potrete ignorare gli stimoli che possono nascere in voi per visitare Cersosimo.

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CENNI STORICI Punto nevralgico del più vasto bacino del Sinni la località Castello di Cersosimo è ricca di testimonianze archeologiche note dal secolo scorso. Intorno alla fine dell’Ottocento M. Lacava per primo ne descrisse la fortificazione pubblicandone una descrizione nelle Notizie degli Scavi. Lo studioso paragonava I’ andamento

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delle mura ad un ettagono irregolare con un perimetro di circa 905 m., sosteneva che alla sommità della collina, cinta dalle mura, vi fosse una “acropoli”, a sua volta chiusa da una propria cinta trapezoidale, lunga m. 570, ed avente due lati in comune con la prima. All’interno dell’area fortificata, il Lacava inoltre segnalò la presenza di resti di edifici “antichi” e di numerosi frammenti ceramici. Particolari sono le


Noepoli vicende storiche di Cersosimo. Il luogo risulta abitato già nell’era antica e il paese ha subito i tre maggiori processi di colonizzazione di tutta la parte meridionale della Basilicata. Di origine greca, è diventato casale agricolo nel medioevo per via dell’insediamento di un convento basiliano, per poi essere trasformato in borgo rurale soltanto nel 1500 in conseguenza della politica condotta dal feudo di Noia. Nel IV sec. a.C., alcuni coloni greci, risalendo dalle coste ioniche verso l’interno, fondarono un centro fortificato sulla sommità del colle a 720 m. s.l.m., in quella località che ancora oggi si chiama “Castello”. L’insediamento si trovava in posizione strategica, sul percorso che attraversava l’altopiano del monte Carnara (m. 1283) per raggiungere Alessandria del Carretto e quindi la piana di Sibari. Mutate le condizioni socioeconomiche il Centro fu abbandonato fino a scomparire del tutto. Nel 1034, poco distante dalla fortificazione cioè a mezza costa delle pendici occidentali del Giansilio, la contrada si popolò nuovamente per la costruzione di un Monastero basiliano dedicato alla Vergine Maria. A quel 14

tempo, Cersosimo era l’unico centro abitato della Val Sarmento. Oltre dai servi del Convento fu abitato da una comunità rurale, come si può desumere dal resoconto delle ruberie di greggi e armenti fatto dal signor di Noia. Nel 1277 il borgo fu tassato per 17 once. Il toponimo del paese è legato a questo periodo. Secondo il Racioppi Cyr. Zozimi deriva da Cir (abate) e Zozimus (nome del fondatore del Convento). Le prime notizie sull’attuale Cersosimo risalgono all’anno mille, e sono riportate nel Sillabus Greecarum Membranorum che comprende numerosi atti curialeschi di donazione e compravendite dal 1034 in poi, appartenenti al Monastero di CyrZozimi.

Un saluto cordiale dalla Comunità che mi onoro di rappresentare e il mio personale. Nel seno del “Giardino degli Dei” (Pollino) è adagiato Noepoli - il primo a sorgere fra i comuni della Valle del Sarmento. Un respiro di storia ed incommensurabili tesori naturalistici accolgono il visitatore. Già centro Enotrio, successivamente Stato di Noja e in epoca più recente Mandamento. Testimonianze del trascorrere dei secoli in questo vetusto paese sono il monastero di Santa Sofia dove iniziò gli studi il Cardinale Brancati da Lauria , il Crocifisso in pietra in C/da Calorio, il crocifisso ligneo del 1400 presso la cappella della Madonna del Rosario, un trittico marmoreo del XV sec., la pietra tombale raffigurante un cavaliere medievale, l’affresco di immagini Sacre nella chiesa madre, il museo multimediale sull’Enotria di prossima fruizione nell’antico palazzo baronale e le figure in cartapesta di prossima collocazione che descrivono l’epoca medievale dal punto di vista dello Stato di Noja. Incastonata fra le bellezze naturali vi è l’opera d’arte contemporanea dell’artista Penone, il “Teatro Vegetale’’. Il tutto condito dall’innato senso di ospitalità delle genti nojesi e dai buoni prodotti di tradizione locale.

IL SINDACO Domenico Esposito 15


LA STORIA L

’abitato sorse sul sito di un centro Enotrio-Lucano del VII-VIII sec. a.c. Scavi archeologici nella zona sud-ovest del centro abitato hanno portato alla luce una necropoli con tombe enotrie e lucane i cui numerosi reperti sono conservati nel museo della Siritide di Policoro. Il documento scritto, più antico relativo a Noia risale al 1133, durante la dominazione normanna, epoca in cui il feudo faceva parte della contea di Chiaromonte. Nel 1319, dopo la morte di Ugo di Chiaromonte, che non aveva discendenti, il contado passò alla sorella Margherita. Con il matrimonio di Margherita con Giacomo Sanseverino e vi rimase fino al 1414, quando si rivolsero contro la corona. Noia non partecipò alla rivolta e rimase fedele a Ladislao, il quale per premiarla, la staccò dal contado di Chiaromonte e la incorporò nel demanio Regio ordinando la costruzione di fortificazioni tra cui il castello. In questo periodo il comando divenne un centro d’importanza strategica nella valle del

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Sarmento; godeva di molti privilegi tanto da essere chiamato “STATO DI NOIA” . Nel 1553 il feudo, fu venduto dal fisco reale a Fabrizio Pignatelli, durante il quale si arricchì di altri quattro paesi: San Costantino, Casalnuovo, Terranovella di Noia e San Giorgio. I Pignatelli non solo sfruttaronoe indebitarono il feudo, ma usarono con diligenza tutti i diritti legati alla feudalità, tra cui il potere dello “jus primae noctis”. Fu costituito il palazzo del piacere del signorotto noiano, oggi palazzo “De Cicco”. I Pignatelli governarono fino all’emanazione della legge evasiva della feudalità(1806). Dopo l’Unità d’Italia, Noia fu inserito nel circondario di Lagonegro e divenne sede di Mandamento, di Ufficio Postale, di Pretura, di Stazione dei Carabinieri e di Ufficio di Registro. L’antica denominazione feudale di Noia deriva dal basso latino Novium, cioè terra umida e grassa adatta al pascolo, fu sostituita in Noepoli “città nuova”, forse per dimenticare il triste periodo feudale. Storicamente ha fatto parte della diocesi di Tursi e Anglona.

ITINERARIO TURISTICO Resti di fortificazioni all’ingresso del paese.

sec.

XIV-XV

Resti del castello feudale limitatamente al barbacane, oggi sede del Municipio. Ex Palazzo dell’Archivio del Signore di Noia del XVI sec. attualmente riabbellito a comoda dimora. Palazzo Signorile del XVII sec. (dove si esercitava il potere dello “Jus primae noctis”). Attualmente chiamato palazzo “De Cicco”. Palazzo Rinaldi, fu la dimora del valente giurista e deputato al parlamento. Sul fronte della porta troneggia lo stemma gentilizio in pietra del 1845: i due uomini che vi sono raffigurati, uno che regge la bilancia e l’altro la spada, simboleggiano l’amministrazione della Giustizia. Chiesa Madre della “Visitazione della

B.V. Maria” : del XVI sec. restaurata nel 1953 e poi nel 2001. La sua struttura è di stile romanico con eccezione dei capitelli delle otto colonne della navata centrale, che imitano lo stile grecojonico. Sul muro del prospetto ha tre porte che corrispondono alle tre navate interne. All’interno si possono ammirare : due statue lignee di S. Francesco e di San Domenico del XVII sec. ; la statua lignea del XVIII sec. della Madonna dell’Immacolata ; in una nicchia l’affresco della Madonna con bambino (sec. XVI XVII); un crocifisso ligneo del XV sec.; nell’ultimo restauro del 2001 sono riaffiorati degli affreschi dei capetelli e un’acquasantiera. Nel Rione Casale, si trova la Cappella della Madonna del Rosario, costruita nel XVI sec., dov’è custodita la statua lignea della Madonna del Rosario del XVII sec e un crocifisso ligneo del XVI sec. Nei pressi del cimitero, fuori dall’abitato, si trova la Cappella della “Madonna di Costantinopoli”, con cupola e lanterna di stile orientale, forse del XV sec. costruita dai frati francescani, ha subito varie

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trasformazioni nel tempo. Dietro al cimitero si possono vedere i Ruderi di un antico Monastero Nella stessa zona affiorano rinvenimenti archeologici dell’età Magno-Greca

La pietra tombale del XV sec. è conservata nel castello oggi sede del Municipio. Raffigura un personaggio maschine dormiente su cuscino. Appartenuta presumibilmente al Sarcofago di Giacomo Fortunato chiamata dai noiesi con il nomignolo di “Jacuvill”. Ai piedi del guerriero una scritta erosa dalle intemperie potrebbe dire secondo il parroco Giuseppe Santulli. Un certo Ionata dedicò questo sarcofago in pietra

al pio Jacopo Fortunato, compianto da tutti i cittadini per la sua bontà e generosità. A pochi km dal paese in località Calorio si trova custodito sulla parete esterna di una casa colonica, incastonato in una nicchia di pietra e tufo, un Cristo del XV sec. In prossimità del torrente Rubbio sono visibili i Ruderi del Monastero Baronale di S. Maria della Saectara, sorto presumibilmente tra il X e il XI sec. Presso di esso trovarono sede in qualità di vassalli i profughi albanesi provenienti dalla città di Corone in Morea.

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TRADIZIONI Il 13 Giugno si festeggia S. Antonio con processione nelle vie del paese della statua del Santo Il 4, 5 e 6 Agosto si festeggia la “Madonna di Costantinopoli” (festa patronale). Il giorno 5 si svolge la fiera, il 6 mattina avviene la benedizione delle “gregne”, tronetti alti circa un metro e rivestiti di spighe; la Santa Messa in onore della Madonna e la processione nella parte alta del paese. Nel pomeriggio continua la processione per il resto del paese con le donne che procedono il quadro sacro portando in testa le “gregne”; allorchè la processione giunge alla cappella

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della Madonna di Costantinopoli viene eseguita sul sagrato la danza della tarantella. Infine, a chiusura della festa, il grano viene offerto alla Madonna e il tronetto viene offerte alla Madonna e il tronetto viene riportato a casa per essere usato l’anno successivo.

Il 20 e il 21 Ottobre si svolge la festa della “Madonna del Rosario”. Il 20 c’è la fiera e il 21 la processione. L’8 dicembre si svolge la sagra del vino. Il 5 aprile Fuera.


LE ORIGINI E L’ETNIA I

San Costantino Albanese

Un cordialissimo saluto da parte mia e dell’intera Amministrazione Comunale a tutte le persone che giungono a visitare il nostro paese. Il comune di San Costantino Albanese si trova in Val Sarmento, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, posto a circa 650 metri sul livello del mare. Il comune è situato in un’area geografica di particolare valore naturalistico, presentando peculiari caratteristiche ambientali, molti sono i visitatori catturati dallo scenario ambientale che si configura affascinante e suggestivo. Secondo la tradizione storica San Costantino Albanese sarebbe stato fondato da profughi coronei, provenienti dalla città di Corone nella Morea (Grecia), durante la quarta emigrazione avvenuta nel 1534, la morte di Giorgio Castriota Skanderbeg, eroe della resistenza antiturca, è simbolo della libertà degli albanesi, avvenuta nel 1468. Il nucleo abitativo è diviso in due parti: la parte alta “katundi alartaz”, il cui abitante veniva chiamato lastu lasht, e la parte bassa “katundi ahimaz” che si estende longitudinalmente. Il paese conserva le funzioni religiose che vengono celebrate in rito bizantino-greco, i costumi tradizionali, e la lingua arbëreshë che la nostra popolazione usa quotidianamente come lingua madre alternata all’italiano. Dalla chiesetta della Madonna delle Grazie posta alla punta estrema del paese prende il via la strada dedicata a Giorgio Castriota Scanderbeg (nxellikata) che taglia il paese, poco dopo la metà di via Skanderberg ha luogo la piazza principale con la Chiesa Madre dedicata a Santi Costantino ed Elena. L’edificio predetto è stato ristrutturato assumendo un carattere sobrio ed imponente che domina l’intera piazza. L’interno, tipico della tipologia greco-ortodossa, si caratterizza per il variegato assortimento iconografico; spiccano, tra le altre raffigurazioni, il Giudizio universale, eseguito dal celebre iconografo Josif Droboniku. Poco distante dall’abitato in posizione dominante, seminascosto tra cerri ed ulivi, troviamo ubicato il Santuario della “Madonna della Stella” (Shër Meria Illthit) che costituisce il cuore religioso della comunità. La statua della Madonna della Stella è ospitata nell’omonimo Santuario. Tre settimane prima della celebrazione della Festa, la statua viene traslata nella Chiesa Madre per poi essere riportata al Santuario la seconda domenica di maggio. Il cuore delle celebrazioni in occasione della festa della Madonna della Stella è rappresentato dall’accensione di caratteristici pupazzi denominati nusazit. Si tratta di pupazzi a grandezza naturale che raffigurano i seguenti personaggi: una donna (nusja), un pastore (Kapjel picut), due fabbri (furxharet) e il diavolo (djalithi). La donna è vestita con il costume di gala albanese; l’uomo, vestito con il tradizionale costume con il capello a punta, porta due forme di ricotta; il Diavolo è raffigurato secondo l’iconografia locale, cioè con due facce, quattro corna, i piedi a zoccolo di cavallo (Ketnb rrutallore) e porta in mano una forca (furrcilja) e la catena del paiolo (Kamastra). I pupazzi antropomorfi di cartapesta sono riempiti opportunamente con polvere pirica e razzi al fine di generare un moto (in alcuni rotatorio intorno al proprio asse) che si conclude con la detonazione finale. Oltre a Nusazit, in occasione della festa, viene preparato un altro pupazzo in cartapesta ed imbottito di polvere pirica, raffigurante un cavallo col Cavaliere (Kali) che viene acceso la sera in piazza. Il cavallo è trasportato con passo saltellante da un uomo posto al suo interno. I petardi, collocati attorno ad un telaio rettangolare, sono posti in modo da non arrecare alcun danno al volontario che lo trasporta. Di singolare interesse per i visitatori è il centro storico, con la particolarità del Palazzo Pace, sec. XVII-XVIII, che riporta lo stemma di famiglia raffigurante in campo d’azzurro, due gemelli abbracciati reggenti in mano l’uno una stadera e l’altro una corona d’ulivo; sopra la frase in greco “giustizia e pace si sono abbracciate”. Gli ospiti del nostro Comune potranno osservare in occasione della loro permanenza l’Etnomuseo della cultura arbëreshe, la Casa Parco, il Museo delle erbe officinali. In località “Tumbarrino” è stato realizzato un percorso avventuroso in mezzo alla natura il cosiddetto “Parco Avventura”. Oggi è in corso di realizzazione il macroattrattore del Volo dell’Aquila un moderno impianto sportivo che consentirà agli utenti, 4 persone alla volta, di provare la simulazione di un volo in deltaplano, arrivando ad un altezza di 853 metri. In occasione della permanenza nel nostro paese si possono degustare i prodotti tipici e genuini della cucina locale, salumi, assaporare i “taralli” il “cugliaccio albanese”, i biscotti con il “naspro” e la pasta di produzione locale (fusilli). Inoltre, per gli ammiratori della montagna si evidenzia la possibilità di fare delle bellissime escursioni in mezzo alla natura, tra l’altro, i nostri boschi oltre al loro naturale incanto offrono ai visitatori nel periodo autunnale funghi e castagne, il nostro territorio infatti, vanta un bellissimo castagneto. Il mio migliore auspicio è che il mio “piccolo e caro paese” in cui si intrecciano in maniera straordinaria i singolari profumi della natura, i sapori della cucina locale, tradizioni, cultura religiosa e lingua , possa in futuro sulla base di un sano dialogo ed un forte legame tra cittadini ed istituzioni accrescere sempre più le proprie potenzialità, perfezionando l’esistente, arricchendosi culturalmente della presenza di coloro che sceglieranno di visitare questo posto a cui si offre gradita e calorosa accoglienza.

IL SINDACO Avv. Rosamaria Busicchio

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LA STORIA S

an Costantino Albanese si trova in Basilicata in provincia di Potenza in Val Sarmento, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino. Posto a circa 700 mt. s.l.m. in una conca racchiusa per tre quarti da alture. Il centro abitato, in pendenza non molto accentuata, è racchiuso da due torrentelli nella parte che va verso il Sarmento. Il nucleo più antico, diviso in parte alta (katundi alartaz), il cui abitante veniva chiamato lastu lasht, e parte bassa (katundi ahimaz), si estende longitudinalmente da nord-ovest a sud-est. Le due punte estreme erano delimitate da due chiesette: quella della parte alta, dedicata alla Madonna delle Grazie ancora oggi esistente; quella meridionale invece, dedicata alla Madonna della Katistea, è stata demolita una trentina di anni fa per far posto ad una strada. Dalla chiesetta della Madonna delle Grazie comincia via Scanderberg (nxellikata) che taglia tutto il paese giungendo quasi fino alla Katistea. A circa due terzi, via Scanderberg si allarga creando la piazza principale, sulla quale si affaccia la Chiesa Madre dedicata a Santi Costantino ed Elena. Salendo ancora verso ovest troviamo, seminascosto tra cerri e ulivi, il Santuario della Madonna della Stella, protettrice del paese; questo santuario costituisce il cuore religioso della comunità di San Costantino.

l nome degli albanesi d’Italia è arbëresh. Secondo la tradizione, San Costantino Albanese sarebbe stato fondato da profughi Coronei, provenienti dalla città di Corone, nella Morea (Grecia), durante la quarta emigrazione avvenuta nel 1534, in seguito all’occupazione dell’Albania da parte dell’impero Ottomano. Il re di Napoli li accoglie e li destina in varie parti del regno. Lazzaro Mattes, incaricato degli smistamenti, destina uno di questi gruppi presso il mandamento di “Noja” (l’attuale Noepoli). Sorge così il casale di San Costantino Albanese. Il centro nasce povero e rimane povero, basato su un’economia di sopravvivenza; si coltiva il castagno, l’olivo, il lino, la ginestra e il cotone. Il paese è però oggetto di alcuni privilegi regali: fino al 1671 i suoi abitanti sono esentati dalle tasse e dai pesi fiscali; i regnanti spagnoli vogliono premiarli per l’aiuto dato, in passato, nella battaglia contro i Turchi. Tra le cose che gli arbëresh sentivano come loro peculiarità e elementi di coesione e distinzione rispetto agli italiani, il primo posto spetta alla lingua, non solo codice comunicativo ma simbolo stesso dell’etnia. I costumi, le manifestazioni tradizionali e tutto l’apparato folklorico e le consuetudini di vita contribuivano, con la ligua, a caratterizzare l’identità del gruppo etnico. La conservazione del rito Greco-Bizantino, fa ricadere la comunità sotto la giurisdizione ecclesiastica dell’”Eparchia” di Lungro (CS).

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ITINERARIO TURISTICO La Chiesa Madre è dedicata ai Santi Costantino ed Elena. Risale agli inizi del 1600, è di stile barocco e presenta tre navate. Nel corso dei secoli ha subito varie ristrutturazioni e modifiche. Nel 1845 sono state realizzate le maioliche poste sulla facciata, che raffigurano San Costantino (al centro), San Pietro (a sinistra), San Paolo (a destra). La chiesa, costruita secondo i canoni del rito romano, ha subito delle trasformazioni negli anni 50 del XX secolo, quando il presbiterio costruito secondo il rito latino è stato adattato al rito bizantino. Con i lavori di consolidamento terminati nel 1998 è stata costruita l’ Iconostasi, una balaustra di legno che divide la chiesa in due parti, il santuario o “vima” dove è posto l’altare, e la navata , dove sono posti i banchi per i fedeli. Esse simbolicamente, rappresentano rispettivamente il cielo e la terra. Il Santuario o vima è separato dal resto della chiesa da una parete ornata da icone e munita da tre porte. Da quella principale, detta anche “Porta Reale”, può entrare ed uscire solo il sacerdote rivestito dai paramenti sacri. Le porte laterali sono usate dal diacono. Le

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icone non sono semplici quadri a soggetto religioso,ma hanno un grande significato teologico. Esse sono il luogo della presenza divina una finestra sul mistero dell’incarnazione ed avvicinano gli uomini alla comprensione di Dio. L’iconostasi è opera di artigiani locali. Le pitture e le icone di stile bizantino moderno sono state realizzate dal pittore albanese Josif Droboniku.

Il Santuario della Madonna della Stella edificata nel XVII secolo su un preesistente edificio bizantino del X-XI secolo, come testimonia la sua tipica cupola a calotta con tetto a gradinata poggiante su tamburo quadrato. La Chiesa conserva affreschi attribuiti a Belisario Corinzio del sec. XVII e un altare barocco anch’esso del sec. XVII. Chiesa della Madonna delle Grazie, sec. XVII Santuario della Madonna della Conserva. Palazzo Pace, sec. XVII-XVIII. Casa Parco Etnomuseo della cultura arbëreshe Centro di Educazione Ambientale in Località Conserva


L’ABITO TRADIZIONALE I

tessuti adoperati per confezionare i vestiti, erano di produzione locale come la lana (lesht) e il lino (liri). Veniva prodotto anche il tessuto di ginestra (sparta); dalla ginestra si otteneva il filato con procedimenti analoghi alla lavorazione del lino, ma il suo uso era limitato al confezionamento dei tessuti grezzi adoperati per cucire sacchi, bisacce, strofinacci, ecc. I tessuti confezionati col telaio a mano, venivano colorati mediante la bollitura di sostanze coloranti. Il rosso si otteneva dalla robbia, il giallo dall’euforbia, il verde dalla corteccia del frassino, l’arancione dall’allume, il marrone dai gusci di noce, il nero dal vetriolo. Il vestito tipico maschile, piuttosto semplice, era composto da una camicia bianca, un gilet, pantaloni neri lunghi fino al ginocchio, calze di lana, un cappello a punta con funzione soprattutto decorativa. Il vestito femminile era assai ricco e costituiva un indice della condizione economica di chi lo indossava. La gonna (kamzolla) era rossa, di lana, tessuta al telaio, liscia sul davanti e per il resto tutta pieghettata, in tutto 50-70 pieghe raccolte in gruppi di 9-10. Il fondo della gonna era orlato da una larga fascia di tessuto pregiato. La gonna veniva decorata in diversi modi: con l’applicazione di fasce gialle lavorate e decorate al telaio (kamzolla me fashet); il numero delle fasce, da 4 a 6, indicava la condizione economica della donna e della sua famiglia; oppure con tre larghe fasce di seta, una bianca e due gialle,

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(kamzolla me riçune); questo ultimo tipo di gonna era posseduto da appena un paio di persone molto abbienti. Altre alla gonna il costume era composto da una camicia bianca (linja) in lino bianco, era lunga fin sotto al ginocchio e aveva anche la funzione di sottoveste, sul davanti presentava una parte ricamatissima (piterja) ed intorno al collo tre giri di ghirlanda di merletti (riçet), quindici per ogni giro e venivano inamidati (me pozem) prima di indossarle; le maniche erano ampissime e ricamate alle attaccatura delle spalle (të mbjedhura), presentavano un rigonfiamento nella parte interna (vrathaqi) e sul fondo delle maniche vi erano altri merletti con un laccio finale che serviva per legarle sul bolero. Il bolero (xhipuni) era di dimensioni ridotte, in modo da non coprire i ricami della camicia, esso era confezionato in raso, velluto, seta e damasco; il colore del bolero era sempre vivace e su di esso venivano ricamati motivi quasi sempre floreali. I capelli delle donne non venivano né lavati e né tagliati, ma solo pettinati e divisi in due lunghe ciocche, venivano poi avvolti in maniera assai stretta con delle fettucce bianche (hjetulla), in modo da formare due veri e propri cordoni. La maniera di intrecciare questi cordoni sulla testa era leggermente diverso tra nubili e sposate. L’operazione di acconciatura veniva rifatta quando le fettucce erano sporche. Mentre le nubili portavano il capo scoperto, le sposate su questa acconciatura (kshet) portavano un copricapo ricamato in oro (keza) dal quale pendeva sulla nuca una specie di ventaglio in stoffa pregiata (çofa). Il copricapo veniva fissato all’acconciatura da due lunghi spilloni d’argento filigranato (spingullat), più o meno grossi e decorati a seconda della ricchezza dell’indossatrice, e da una trinetta ricamata (napza), che passava poi sotto il bolero e arrivava quasi fino al fondo della gonna. Tutto ciò era simbolo di fedeltà e veniva messo il giorno del matrimonio e non veniva più tolto.

LA FESTA

DELLA MADONNA DELLA STELLA

L

a statua della Madonna della Stella è ospitata nell’omonimo Santuario. Tre settimane prima della celebrazione della Festa, la statua viene traslata nella Chiesa Madre per poi essere riportata al Santuario la seconda domenica di maggio. Il cuore delle celebrazioni in occasione della festa Madonna della Stella è rappresentato dall’accensione di caratteristici pupazzi denominati nusazit che sono messi su un palco nella Piazza principale del paese, posta di fronte alla Chiesa Madre, e accesi al momento in cui la Madonna è portata fuori dalla chiesa, alla fine della messa e prima

dell’inizio della processione diretta al Santuario. I pupazzi antropomorfi di cartapesta sono costruiti con opportune intelaiature (armaxhi) di legno, e sono poi vestiti con i costumi raffiguranti elementi del folclore locale. Tali pupazzi sono riempiti opportunamente con polvere pirica e razzi al fine di generare un moto (in alcuni rotatorio intorno al proprio asse in altri di altro tipo) che si conclude per ognuno di essi con la detonazione finale. Si tratta di pupazzi a grandezza naturale che raffigurano i seguenti personaggi: una donna (nusja), un pastore (Kapjel picut), due fabbri (furxharet) e il diavolo (djallthi). La donna è vestita con il costume di gala albanese; l’uomo, vestito con il tradizionale costume con il cappello a punta, porta due forme di ricotta; il Diavolo, solitamente raffigurato secondo l’iconografia locale, cioè con due facce, quattro corna, i piedi a zoccolo

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di cavallo (këmb rrutullore), porta in mano una forca (furrçilja) e la catena del paiolo (kamastra); I primi ad essere “accesi” sono due pupazzi raffiguranti i fabbri (furxharet) intenti a lavorare su di un incudine, successivamente vengono innescate le micce dei restanti “personaggi” nell’ordine: il pastore (kapjel picuti) la donna (nusja) ed infine il pupazzo raffigurante il diavolo (djallthi). Oltre ai Nusazit, in occasione della festa, viene preparato un altro pupazzo in cartapesta ed imbottito di polvere pirica, raffigurante un cavallo col Cavaliere (kali) pieno anch’esso di petardi, che viene acceso la sera della vigilia della festa in piazza. Il cavallo con il cavaliere ha un telaio rettangolare ed è trasportato con passo saltellante da un uomo posto al suo interno. I petardi, collocati attorno al telaio rettangolare, sono posti in modo da non arrecare alcun danno al volontario che trasporta il cavallo. Festa in onore di San Costantino il Grande, Patrono del paese 21 maggio

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Festa in onore di Sant’Antonio da Padova 13 giugno Festa in onore della madonna delle Grazie prima domenica di luglio. Alle ore 17,00 si tengono i tradizionali giochi di piazza che attirano persone di ogni età. Festa in onore della Madonna della Conserva terza domenica di agosto in località Acquafredda Festa in onore di Santa Lucia 13 dicembre

LE SAGRE F

esta della transumanza a giugno. Sagra della castagna primo fine settimana di Novembre. Durante il mese di agosto l’Amministrazione Comunale, in collaborazione con gli operatori turistici e le Associazioni, organizza un calendario ricco di eventi musicali, culturali, sportivi e gastronomici.


IL PAESE

DELL’ ORIENTEERING

L

’Orienteering è uno sport sviluppatosi nei paesi del nord Europa e praticato in tutto il mondo. È chiamato lo “sport dei boschi” perché il suo campo di “gara” è l’ambiente naturale, ma può essere praticato, anche, nei centri storici. L’Orienteering è inteso come un’ottima attività fisica da praticare di corsa o come una rilassante passeggiata immersa nella natura. Nella

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gara di orientamento, chi partecipa, utilizza una particolare bussola ed una carta topografica appositamente realizzata. A San Costantino Albanese, nel 1996 è stata realizzata la prima carta a colori su terreno boscato nel sud-Italia. In questi anni sono state organizzate molteplici manifestazioni, di corsa e a cavallo, tra le quali le fasi regionali dei giochi della gioventù, i campionati studenteschi, le gare del campionato regionale e interregionale. I tantissimi ragazzi delle scuole di ogni grado, in visita nel Parco Nazionale del Pollino, hanno potuto provare, divertendosi, l’uso della bussola e della cartina.


CENNI STORICI “I

San Giorgio Lucano Giovanissimo paese sorge su una collina, sovrastato dalle cime del Pollino a guardia della Valle del Sarmento, sale dal fiume con dolci pendii, fino a raggiungere i 416 mt sul livello del mare. Al confine tra due regioni (Basilicata e Calabria) e tre Province (Matera, Potenza e Cosenza). Straordinari cangianti e vari panorami si godono dai vari rioni: dalla “Timpa l’occhio scende verso la marina; dal “Timpone” si osservano i territori calabresi e le maestose vette del superbo Pollino. Tutt’intorno alla collina, si possono osservare le oltre mille grotte, disposte su più livelli, scavate nella roccia arenaria, che testimoniano gli enormi sacrifici e la miseria di una popolazione che, con testardaggine e tenacia, ha saputo riscattarsi e diventare negli anni a cavallo della II guerra, sfruttando l’argilla di “San Giorgio Lucano” il paese dei “Pignatari”,ma soprattutto un paese ricco di bravissimi artigiani(sarti,calzolai,) che hanno fatto fortuna in tutto il mondo,ma senza mai perdere la vocazione di agricoltura e pastorizia,con la rievocazione annuale del “Gioco della Falce”. La “Fontana Vecchia” opera del 700, è situata sul vecchio sentiero che conduceva a Noepoli, nei pressi dell’antica chiesetta della Madonna delle Grazie (dove si può ammirare un altare del 700), è circondata da grotte ed un maestoso Leccio sembra far da guardia all’acqua che ancora vi scorre e che testimonia le liti, il vociare e i ricordi…. A circa 4 km, sorge il santuario della “Madonna del Pantano”, meta di pellegrinaggio e di preghiera e nel cui interno si trova la “Grotta del ritrovamento” nella quale con un gioco di luci e di musica è stata realizzata una straordinaria atmosfera ascetica. A circa 35 km, sul Pollino, è situata la “Catusa”, una sorgente d’acqua dolce e purissima, circondata da faggi maestosi e giganteschi: angolo straordinario.

nstrumentum inter Principem Noiae et homines Trebisaciae. Die octavo mensis martii, quintae indictionis millesimo sexcentesimo septimo…” Era l’8 Marzo 1607 quando il principe di Noia Fabrizio Pignatelli stipulò con un gruppo di coloni provenienti da Trebisacce, Castelsaraceno e Viggianello un regolare contratto secondo cui essi avrebbero potuto dimorare stabilmente, coltivare la terra e costruire case “in loco dicto San Georgio”. A quelle poche persone ed alle prime misere abitazioni che sorsero sulla sommità della collina si fa risalire l’origine della comunità sangiorgese, anche se il rinvenimento di diverse sepolture riferibili al IV secolo a.C. testimonia di antichissimi insediamenti umani nell’area (contrada Sodano in particolare). Nel 1863,con regio decreto di Vittorio Emanuele II, il paese assunse la denominazione attuale di San Giorgio Lucano. Gradualmente accanto all’agricoltura si svilupparono il commercio e l’artigianato; sorsero via via botteghe per la filatura e la tessitura del cotone “di buona qualità che qui si coltivava e dove già si adoperava il

meccanismo della navetta volante”, per la lavorazione dei vimini, del legno, del ferro e più diffusamente dell’argilla, per la produzione di vasellame di pregevole fattura (i pignatari). Lungo il torrente Sodano si possono trovare ancora i resti di antiche fornaci per la cottura dei manufatti in argilla e per la produzione della calce. Sulle rive del Sarmento sorsero invece due mulini ad acqua; il mulino di mezzo ed il mulino di sole, dove nella prima metà del 900 si è prodotta anche energia elettrica e dove sorse un laboratorio per la produzione della pasta. Nei pressi della cappella della Madonna delle Grazie esiste tuttora la ”fontana vecchia”, storica sorgente che ha fornito acqua al paese da sempre. Di recente è stata “ristrutturata”. Degli anni 30 a San Giorgio Lucano ha scritto, nelle sue lettere alla famiglia, Camilla Ravera, torinese, dirigente comunista, che qui soggiornò, confinata dal regime fascista, tra il 1936 ed il 1937. Negli anni ‘60 il crescente disagio economico ha costretto gran parte della popolazione attiva al trasferimento nelle città industriali del nord Italia e dell’Europa. Se negli anni ’50 si sono contati anche più di 3000 abitanti; oggi se ne contano appena 1400.

IL SINDACO Franco Cirigliano 32

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TRADIZIONI I

l 18 Agosto, festa patronale di San Rocco, durante la processione si possono osservare i “cirii”, strutture votive realizzate con spighe di grano intrecciate o candele, ornate da nastri ai quali vengono fissate le offerte dei devoti. Al termine della processione, nella piazza antistante la chiesa, le donne che li portano sul capo eseguono una breve danza. Il 16 Agosto viene allestita una suggestiva rappresentazione con sfilata in costume, durante la quale vengono rievocati gli eventi che diedero origine al paese, con la firma del citato strumento da parte del Principe di Noia Fabrizio Pignatelli e dei primi coloni, i quali si stabilirono nel luogo detto San Giorgio e vi edificarono le prime case. Viene anche riproposto il tradizionale “gioco della falce”, del quale si parla più diffusamente nelle pagine che seguono.

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IL GIOCO DELLA FALCE L

a fine della mietitura a San Giorgio Lucano veniva celebrata fin dai tempi antichissimi con una pantomima che vedeva in azione diversi protagonisti: il proprietario del campo, i mietitori, la legante, il suonatore di zampogna ed il “crapio”, impersonato da un uomo con indosso una pelle di capra, che veniva braccato ed ucciso dai mietitori, i quali dissimulavano con la caccia alla bestia il gesto sacrilego della raccolta del grano. I mietitori si volgevano poi contro il proprietario, che veniva sequestrato e denudato con la punta delle falci, fino al pagamento di un simbolico riscatto. Per la sua particolarità ed unicità il rituale, fra gli anni ‘50 e ‘70, è stato studiato e commentato da noti esperti di etnologia e documentato da fotografi e registi di

fama: Ernesto de Martino, Franco Pinna (sue le foto qui riprodotte), Lino del Fra’ e Folco Quillici. Anche Pier Paolo Pasolini nei suoi studi in preparazione del film “Il Vangelo secondo Matteo”(1964),annotava: “Mi colpisce la somiglianza tra l’Erode del Vangelo e il padrone spogliato dai mietitori con le falci nel documentario La Passione del grano, 1960; regia A. Michetti (L. del Fra’);testo e consulenza: E.de Martino; musiche: D. Guaccera; voce: C. d’Angelo; montaggio: R. May; fotografia: M. Volpi; produzione: Corona Cinematografica; durata 12’; località San Giorgio Lucano”. “Il Tema centrale è il mascheramento dell’azione del mietere: i mietitori cioè si comportano come se l’operazione che essi compiono non fosse la mietitura, ma una battuta di caccia al capro. Un vecchio contadino fa da capro: due mazzetti di spighe tenuti fra le labbra, una pelle di capro legata schiena, i falcetti impugnati all’altezza della testa in modo da dare l’immagine delle corna, occhi sbarrati di animale braccato”… “I mietitori avanzano al suono della zampogna, mimando la mietitura: si muovono a ritmo, come se danzassero, oppure si arrestano improvvisamente, assumendo qualche atteggiamento determinato”… “Ben presto la pantomima si complica: i mietitori fanno le viste di combattersi fra loro, variamente raggruppandosi a due o tre, ed eseguendo con la falce varie figure agonistiche”. “L’eccitazione cresce, finchè non si rivolge al padrone, che è cercato, inseguito e catturato”… “Intorno al padrone i mietitori eseguono la solita pantomima della mietitura, e quindi con la punta della falce lo spogliano”… “A spoliazione avvenuta vengono fatte circolare sul campo mietuto alcune bottiglie di vino”.

COSA C’E’ DA VEDERE L’antica chiesa Madre recentemente restaurata, risale con ogni probabilità alla fine del 1600. La sua peculiarità è la pianta ottagonale inscritta in un quadrato, unico esempio nella zona. Ai vertici del quadrato corrispondono il battistero, la cappella del Cristo morto, la cappella della Madonna e l’ingresso alla sagrestia. Il presbiterio è situato all’esterno dell’ottagono. Ai lati del presbiterio sono situati la sagrestia, la cantoria e l’accesso al campanile. Il restauro ha restituito all’antico splendore la porta d’ingresso ed il pulpito, opere del maestro ebanista Fedele Bianchi, e le pareti esterne. Completamente rifatte invece le vetrate, la pavimentazione e la copertura. La Nuova chiesa Madre realizzata dall’impresa di costruzioni del Cav. Giuseppe Ippolito su progetto degli ingegneri Aristotele Nucera e Luigi Bardone, è stata inaugurata il 27 Dicembre 1962. La sua costruzione è stata voluta dal Parroco di allora don Franco Cuccarese, oggi Arcivescovo emerito di Pescara e Canonico della Basilica di San Pietro, per offrire alla religiosità popolare una struttura più idonea e meno decentrata rispetto ai nuovi rioni, sempre più distanti dal centro storico. Al suo interno è custodita la statua del Santo Patrono, San Rocco, che si festeggia il 18 agosto con la rituale processione dei “cirii”. La minuscola cappella preesistente dedicata al santo è stata abbattuta per consentire l’ampliamento della piazza antistante, dove è ubicato anche il monumento ai caduti. 35


La Cappella della Madonna delle Grazie sorge nelle vicinanze della Fontana Vecchia, nella parte bassa del paese. Vi si trovano dipinti del pittore Domenico Ferri di Abriola, risalenti al 1778. E’ stata restaurata solo esternamente, con il rifacimento della copertura; sarebbe auspicabile anche un intervento di recupero dell’altare e di ciò che resta degli antichi affreschi. Ha custodito una pregevole statua lignea raffigurante San Giorgio, la vergine ed il drago, fino ai primi anni ‘60, quando è stata trafugata da ignoti. I Portali delle case Gentilizie. Alcuni edifici del centro storico, appartenuti alle famiglie più agiate, presentano ancora oggi maestosi portali in pietra, con motivi ornamentali e “stemmi gentilizi che però non denotano alcun segno di nobiltà.

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Il Santuario Maria SS. degli Angeli sorge in contrada Pantano, in un ambiente molto suggestivo; vera oasi di spiritualità, di riflessione, di incontro con Dio e se stessi. La struttura attuale è da far risalire alla metà del XVIII secolo. A quest’epoca sono databili gli stucchi dorati, rilevabili nello spazio dell’abside e del presbiterio. Relativamente alle origini, appare interessante l’ipotesi che il primitivo nucleo religioso sia da far risalire ad epoca antichissima: la grotta del ritrovamento, situata nello spazio dell’invaso laterale della nuova chiesa, sarebbe collegabile con la presenza dei monaci eremiti basiliani nelle valli della Lucania meridionale, fra il VII e il X secolo. La costruzione della prima chiesa, che terminava in posizione allineata con l’ingresso dell’antica grotta e con il campanile, è da collocare verso la metà del 1600. Nel XVIII secolo fà Rocco, un eremita di

origine siciliana, fece edificare, accanto alla chiesa, un’abitazione con due stanze al piano terra e due al piano superiore per l’alloggio dei forestieri di passaggio e dei pellegrini. Nel 1770 lo stesso frà Rocco pensò di far arricchire il Santuario di indulgenze, ottenute dal Pontefice Clemente XIV, per tutti i pellegrini che si recavano nella sacra grotta vi si confessavano e comunicavano nel periodo delle festività della Madonna. Il complesso è stato completamente restaurato e reso idoneo per il turismo religioso. Il Particolare tipo di illuminazione conferisce all’intero complesso un effetto singolare e suggestivo, soprattutto nelle ore notturne. In occasione del Giubileo del 2000 il Santuario è stato dichiarato luogo giubilare della diocesi di TursiLagonegro.

I MURALES

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Opere tra dipinti e applicazioni scultoree, un patrimonio che il paese ha costruito da cinque anni a questa parte, grazie a “Pareti ad arte”, un concorso nazionale che dal 2002 si sviluppa su diversi temi: Feudatari e coloni Sulle tracce della Magna Grecia Transumanza; tra mari e monti Il mondo rurale: tra passato, presente e futuro Il brigantaggio: tra storia e racconto Tutti temi che rimandano agli usi e costumi della Basilicata; 50 Opere realizzate da 34 artisti, molti lucani, ma anche nomi importanti nel panorama nazionale, come Bagattoni e Ventura, che espone al Museo d’Arte Moderna di New York.

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LE GROTTE M

ani esperte nell’uso del piccone hanno scavato lungo i fianchi delle colline su cui sorge il paese le caratteristiche “grotte”. Al loro interno si trovano i tini, i torchi e le botti per la produzione e la conservazione del vino. In alcune si possono ancora trovare i “cannizzi”, ripiani di canne intrecciate su cui si adagiavano le patate, le mele, le cotogne, i pomodori verdi..... per poterli utilizzare gradualmente nel tempo. In una di queste grotte si stipava la neve in inverno per disporre di ghiaccio in estate.

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RICORRENZE E

venti di rilievo sono le celebrazioni religiose e le manifestazioni folkloristiche: Lunedì di Pasqua e 1°Domenica di Maggio: Festa della Madonna degli Angeli 16 Agosto: rievocazione storica delle origini del paese e tradizionale gioco della falce 18 Agosto: festa patronale di San Rocco 8 Settembre: pellegrinaggio al Santuario Santa Maria degli Angeli, località Pantano

GASTRONOMIA L

a tradizione gastronomica, propria della civiltà contadina, offre ottimi salumi (sopersate), gustosi piatti di pasta fatta in casa (ricch’telle f’rzuu c’a m’llic) ortaggi, legumi, vino ed olio di oliva.

A PUUIIET’ Si mette in infusione un mazzetto di pulegio con uno spicchio d’aglio, un cucchiaio di peperone in polvere, uno o più peperoncini, un pizzico di sale ed un filo d’olio d’oliva. Si porta ad ebollizione e si versa sul pane raffermo tagliato a pezzetti. Si consuma molto caldo, nel periodo invernale, per lenire o prevenire le malattie da raffreddamento.

San Paolo Albanese Mirë se vini në Shën Palji i Arbëreshëve. Ben venuti in San Paolo Albanese. Il nostro piccolo paese, immerso nel Parco Nazionale del Pollino, si adagia sul pendio del monte Carnara, dove cresce spontanea la poeonia peregrina, fiore di montagna banxhurna, ljulje malji; gode di una posizione geografica particolarmente felice, non troppo addossato alle montagne e non tanto distante da esse, che consente di ammirare, con una vista a 360 gradi, in estate, le macchie di colore giallo e verde della ginestra fiorita ed, in autunno, il colore del fogliame dei boschi che vira dal giallo al rosso. Qui, intorno al 1534, si fermarono i profughi albanesi provenienti da Corone, territorio della Morea ed ancora oggi, sebbene siano passati oltre cinque secoli, conserviamo le peculiarità dell’etnia d’origine: la lingua arbëreshe ed il rito bizantino, gli abiti ed i costumi, nello sfavillio di colori, fasto, ricchezza ed imponenza: un patrimonio di grandissimo valore che rischiamo di perdere perché di confezione estremamente elaborata; ed ancora il ciclo di trasformazione della ginestra da cui si ricavava materia prima per la tessitura: arte antica di cui si vanno perdendo le ultime vestigia. Fulcro e motore di tutte le iniziative intraprese atte a preservare l’eredità dei padri è il Museo della Cultura Arbëreshe, che svolge un’azione vitale ed organica di interpretazione e rielaborazione del patrimonio storico-culturale, correlandolo di contenuti attuali ed innovativi, all’unisono con l’attività di laboratorio culturale svolta dalla Biblioteca specialistica per albanofoni. Il Museo è sostanzialmente lo strumento mediante il quale produrre nuova cultura. Riteniamo che questo patrimonio culturale meriti di essere conosciuto, salvaguardato, amato ed inserito così com’è nella “Nuova Europa”, dove le diversità costituiscono ricchezza, non più tacciate di essere “codici subalterni”, bensì “codici paritari”. Vi aspettiamo numerosi. Iu presem shumë.

IL SINDACO Anna Santamaria 40

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IL PAESE S

an Paolo Albanese è il più piccolo paese della Basilicata; vanta etnia arbëreshe. È un comune del Parco Nazionale del Pollino. Adagiato sul dorso di una altura, la sua posizione consente di godere di un veduta panoramica molto ampia e aperta. A sud, l’abitato sale verso il bosco Capillo e il Monte Carnara, dal quale, nelle giornate serene, si arriva a vedere il mare Ionio e, socchiudendo gli occhi, ad immaginare oltre mare la Morea, la madrepatria lontana.

IL GONFALONE D

rappo partito di bianco e di rosso riccamente ornato di ricami d’argento e caricato dello stemma comunale con la scritta centrata in alto d’argento recante la denominazione del comune. Le parti di metallo e i cordoni sono argentati. Cravatta con nastri tricolorati dai colori nazionali frangiati d’argento.

LO STEMMA S

ullo stemma è raffigurato San Paolo Apostolo che impugna con la mano destra la spada d’argento. In capo alla figura del santo è riportata la scritta UNIVERSITA’ DI CASALNOVO.

MUSEO I

l Museo della Cultura Arbëreshe di San Paolo Albanese è tutto; è un luogo di valori tradizionali e un quadro di vita del passato, mantenuti integri tra

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le nuove tecnologie e le comunicazioni di massa globalizzate. È il territorio e il suo paesaggio rurale; è il borgo abitato ed il suo tessuto edilizio ed urbanistico; è la comunità e la sua cultura; è il contenitore di memorie ed il laboratorio di futuro. Il Museo è un luogo ed un modo di conservare, tutelare, valorizzare, promuovere l’identità culturale, territoriale, sociale, economica della comunità locale arbëreshe di San Paolo Albanese; è lo strumento mediante il quale produrre nuova cultura. Nato come mostra agropastorale, nel 1975, e vissuto, negli anni immediatamente successivi, come recupero e valorizzazione degli oggetti della cultura materiale, lasciati nei loro contesti originari, nelle case contadine del centro storico, il Museo

è diventato istituzione culturale riconosciuta sia formalmente mediante gli atti amministrativi fondativi, nel 1984, sia attraverso le sue attività e gli eventi, che ha promosso o ai quali ha partecipato negli anni ‘80, ‘90 e recenti. Ha una struttura, inaugurata nel 1993, ricavata dal riuso di vecchie costruzioni disabitate del centro storico, nella quale sono esposti gli oggetti della cultura materiale; è documentata la cultura orale, popolare, agropastorale; sono testimoniate le radici e la identità della minoranza etnico-linguistica arbëreshe.

Le funzioni della struttura espositiva sono completate dalla biblioteca specialistica per albanofoni, creata nel 1979, dalla mostra degli “Oggetti dalla memoria”, allestita nel 1987, e dal laboratorio artigianale ultimato nel 2000. Tra gli oggetti, i prodotti e gli attrezzi della vita domestica e lavorativa della comunità arbëreshe è esposto, in particolare evidenza, il ciclo di lavorazione della ginestra, dalla raccolta, alla trasformazione, alla produzione di tessuti.

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GLI ANTICHI MESTIERI La lavorazione della ginestra

S

parta, come chiamano in lingua arbëreshe la ginestra a San Paolo Albanese (Shën Pali), è una pianta da fibra, che cresce spontanea ed è diffusissima negli aridi terreni dell’Italia meridionale e dell’intero bacino del Mediterraneo. Ha rami a forma di giunchi di verde intenso e fiori giallo-dorati profumatissimi la ginestra odorosa o di Spagna (spartium junceum), che copre molta della campagna di San Paolo Albanese e che le donne anziane sanno ancora trasformare in tessuto. Si inizia, nel mese di marzo, con la potatura e, nei mesi di luglio ed agosto, con la raccolta ed il trasporto in paese, dove si fa la preparazione dei mazzi “kokullat”, la bollitura e la scavezzatura.

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La fibra scavezzata viene, poi, raccolta in mazzetti “strumbile”, portati al fiume per la macerazione. Dopo circa ottodieci giorni, si procede con il “kupani” alla battitura della fibra, ancora bagnata. Con la “shpata” viene effettuata una successiva battitura della fibra asciutta. Si passa, poi, alla pettinatura, eseguita con un particolare pettine, “krëhri”, per liberare la fibra dalle impurità e per renderla soffice. Seguono, quindi, la filatura, l’aspatura e la candeggiatura/ colorazione. Il candeggio viene fatto con la liscivia, mentre la colorazione si ottiene, facendo bollire l’acqua con il mallo delle noci per ottenere il marrone, con la radice della robbia per ottenere il rosso, con l’euforbia o con i fiori della stessa ginestra per ottenere il giallo. Le fasi finali del processo di trasformazione della ginestra sono l’orditura, passaggio che consente di ordire la trama del tessuto da produrre, e la tessitura, realizzata con il telaio.

ABITI TRADIZIONALI L

a donna albanese è stata sempre elegante, con vesti imponenti e maestose; per la comunità di San Paolo gli abiti femminili sono uno dei patrimoni più preziosi, oltre che più autenticamente conservati ed utilizzati. Nel suo guardaroba ci sono quattro abiti: l’abito giornaliero da ragazza nubile, l’abito matrimoniale, l’abito di gala e l’abito giornaliero da donna sposata. Ad eccezione di quello giornaliero, gli altri sono imponenti, fastosi, ricchi di decorazioni. Si compongono di parti molto originali, come la camicia (linja), in

tessuto di cotone o di ginestra, eseguita a mano, con due o tre ordini di trine intorno allo scollo quadrato; il polsino, guarnito in pizzo o in trina di cotone; il sottoseno (pitera), con ricamo più o meno elaborato; il corpetto (xhipuni), indossato sopra la camicia, in velluto o in damasco operato ed in seta laminata, impreziosito dal gallone applicato o da ricami, che riproducono spighe di grano e grappoli d’uva, eseguiti con filo madorato e/o filigrana d’oro e d’argento. Nell’abito giornaliero, la gonna (kamizolla), plissettata, è in cotone rosso; in quello da cerimonia, le pieghe sono più larghe. Elemento decorativo della gonna, nell’abito della ragazza nubile, è l’intreccio (kliçet) delle fasce di raso

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che indica lo stato civile di donna libera. Particolare è l’acconciatura dei capelli intrecciati con una fettuccia (këshet), molto caratteristici dell’acconciatura dell’abito di gala della donna sposata sono keza, completamente ricoperta di ricami in filigrana d’oro e d’argento, çofa, un ventaglio appeso alla kesa, e spingullat, spilloni d’argento infilati in këshetë.

Il costume maschile di foggia molto sobria. E’ costituito dai pantaloni (tirqit), in tessuto di lana, corti di colore nero, abbottonati sul lato all’altezza del ginocchio; la camicia (këmisha), in cotone, bianca, con collo tondo, impreziosita da una piccola trina

E’

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intorno all’abbottonatura, che arriva fino alla metà del petto; il gilet (xhipuni), di velluto rosso, ornato da una piccola bordura in filo madorato; il cappello (kapjeli), in velluto nero, di forma tonda, (la tesa misura 9 cm., il diametro del cono centrale è di 10 cm. per un’altezza di quasi 11 cm., il diametro totale del cappello è di 28 cm., dalla base del cono centrale partono dei nastrini di velluto, che venivano fatti ricadere sulla spalla sinistra); il fazzoletto (skëmandili), da annodare intorno al collo, di cotone rosso, con piccoli motivi di colore bianco, generalmente di forma geometrica; degne di nota sono le calze (kalcjet), in lana bianca, lavorate a mano, ai cinque ferri.


Terranova di Pollino Mi onoro porgervi il saluto cordiale della mia comunità e il benvenuto all’interno del cuore dell’area protetta più grande d’Italia: il Parco Nazionale del Pollino. Tra questi luoghi d’incontaminata bellezza, densi di storia, cultura e tradizione, che offrono visioni incomparabili, di vastità e misticismo, è incastonata Terranova di Pollino. Sorta nel XVI secolo, per volere di Fabrizio Pignatelli, III marchese di Cerchiara di Calabria, quale distaccamento interno del feudo di Noia, Terranova deve il suo nome al massiccio del Pollino, il monte dedicato al Dio Apollo (Dio del sole). Sembra infatti che i greci, sbarcando sulle coste ioniche calabresi e trovandosi di fronte alle maestose alture del Pollino, lo elessero a Olimpo della Magna Grecia. Oggi si direbbe, più semplicemente, un lembo di Paradiso che, data la straordinaria importanza e varietà delle biodiversità presenti, risulta essere composto dall’unione di più siti d’interesse comunitario (aree s.i.c.). Dunque in uno straordinario scenario naturalistico e ambientale che fa da cornice alla meravigliosa variazione dei colori che si susseguono durante l’alternarsi delle stagioni, il paese offre al visitatore panorami d’incommensurabile bellezza, atmosfere conviviali per un innato senso di ospitalità, una ristorazione di eccellenza basata su prodotti tipici sapientemente preparati nel rispetto della tradizione locale. Frequentata sin dall’antichità da molti viaggiatori stranieri, Terranova è sempre stata la porta naturale di accesso ai luoghi più suggestivi del Parco. Dal centro abitato, infatti, dopo aver visitato le numerose chiese e il centro di educazione ambientale, è possibile raggiungere il canyon della Garavina, il museo geovulcanologico naturale di timpa delle Murge, le distese di alta quota e le vette del massiccio montuoso del Pollino. Un fascino particolare caratterizza gli itinerari escursionistici attraverso i quali è possibile raggiungere gli habitat del pino loricato (pinus leucodermis) specie arborea rarissima presente sulla terra quasi esclusivamente in questi luoghi straordinari. Esiste, inoltre, per i più dinamici, la possibilità di praticare sport diversi quali: sci nordico, nordic walking, pesca sportiva, trekking, podismo e altri ancora. In conclusione, è mio profondo convincimento che il territorio di Terranova di Pollino abbia tutte le caratteristiche per far vivere al turista un’occasione unica e indimenticabile, un viaggio alla ricerca di sensazioni non descrivibili attraverso le semplici parole, un’emozione suscitata dal contatto diretto con la bellezza del creato.

IL SINDACO Vincenzo Golia

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LA STORIA

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el cuore del Parco Nazionale del Pollino, incastonato in una delle aree più suggestive del parco, ove la bellezza paesaggistica è selvaggia e la flora è ricca e varia, sorge Terranova di Pollino. Qui l’aria pura, la tranquillità, le immagini meravigliose delle vette del Pollino, la cucina ricca di delizie, le note sprigionate dagli strumenti tipici (zampogne e surdulline, organetti e tamburelli) rendono piacevole ed

indimenticabile il soggiorno del turista. Terranova è la porta naturale di accesso al Pollino, situato all’ingresso della “Grande Porta del Pollino” questa sua favorevole posizione geografica la rende meta preferita dei turisti e campo base ideale per itinerari naturalistici alla scoperta di gole impervie e selvagge per escursioni affascinanti, attraverso cui è possibile visitare le cime dei monti che superano i duemila metri, i pini loricati, le rocce vulcaniche di antichi fondali oceanici, le cime pietrose e canyions naturali scavati nella roccia.

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UN LUOGO UNICO E’

una piccola Valle; è il cuore dell’ultimo feudo, l’antico Stato di Noia, e di cinque piccolissimi paesi, che insieme contano meno di 5.000 abitanti e si estendono per circa 25.000 ettari, con una densità territoriale di appena qualche decina di abitanti per chilometro quadrato. E’ una piccola enclave del versante nord-orientale del Parco Nazionale del Pollino, con un tessuto territoriale e socioeconomico estremamente debole e fragile; ha i caratteri rudi e di grande rilevanza estetica della ruralità, della montagna, della marginalità. Possiede un patrimonio unico, irripetibile, inestimabile di natura, di paesaggi, di storia, di tradizioni, di identità, di cultura. E’ il luogo della

grande pietraia del Sarmento, lungo la quale, via via che si sale verso le cime del Massiccio montuoso del Pollino, il paesaggio, in poche decine di chilometri, cambia natura e forme, passando da “mediterraneo” ad “alpino”. E’ lo scrigno di una ricchezza di biodiversità; conserva i siti archeologici e le fortificazioni del IVIII secolo a.C.; ospita le minoranze etnicolinguistiche di origine arbëreshë e dei loro riti religiosi greco-bizantini; vanta la unicità delle rocce laviche di Timpa delle Murge e di Timpa Pietrasaaao; sfoggia il ventaglio delle vette dolomitiche di Serra di Crispo, di Serra delle Ciavole e di Serra Dolcedorme, con i suoi 2267 metri di altitudine. E’ un luogo di qualità, che il Centro di Educazione Ambientale ha il compito di leggere, interpretare, insegnare e valorizzare, ove è ancora possibile immaginare un futuro per gli abitanti della Valle. Annibale Formica

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LE ATTIVITA’ REALIZZATE L

IL CENTRO I

l Centro di Educazione Ambientale della Comunità Montana Val Sarmento è un laboratorio di attività informative e formative rivolte a scuole, enti pubblici, imprese, associazioni e cittadini finalizzato alla diffusione della conoscenza, del rispetto e della tutela dell’ambiente e del territorio. Il Centro di Educazione Ambientale è della Val Sarmento. Sviluppa le sue iniziative e sperimenta le sue finalità in un ambito territoriale (il Parco Nazionale del Pollino) ricco di presenze umane e di culture tradizionali, di paesaggi integri e autentici e di biodiversità di grande rilevanza naturalistica e scientifica. È al servizio delle cinque comunità di: Cersosimo, San Costantino Albanese, San Paolo Albanese e Terranova di Pollino.

e prime attività organizzate dal Centro sono state rivolte alle scuole del territorio: visite alle aziende agricole del territorio, con l’obiettivo di riscoprire il valore culturale ed ecologico dell’agricoltura e del mondo rurale come luogo di apprendimento, attraverso l’esperienza diretta dell’osservazione; escursioni lungo i sentieri delle aree di maggiore interesse naturalistico e paesaggistico della Val Sarmento, e visite al Giardino Botanico della Comunità Montana, per favorire l’interazione dei giovani con il territorio e al contempo la conoscenza dello stesso attraverso l’individuazione dei tratti distintivi che ne definiscono l’identità, la ricchezza e la varietà che esso offre in termini di biodiversità vegetale.

La struttura La struttura del C.E.A., ubicata nel centro abitato di Terranova di Pollino, è così articolata: - una reception - uno sportello informativo - una biblioteca multimediale - un laboratorio scientifico - una sala mostre - una sala convegno

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Associazione Suoni Associazione Culturale Gruppo di Musica Popolare

Totarella Le zampogne del Pollino Culture e tradizioni musicali calabro lucane

Associazione Proloco Terranova di Pollino Associazione Proloco Terranova di Pollino - Hic manebimus optime!

Pesca Sportiva Sarmento-Pollino SocietĂ  Pesca Sportiva Sarmento-Pollino

Sci Club Terranova di Pollino PollinoSci.it ... lo sci di fondo è lo sci per tutti, anche per te.

cea valsarmento Centro di Educazione Ambientale Val Sarmento 58


Un ringraziamento: al Sindaco di Cersosimo Pietro Gulmì, al Sindaco di Noepoli Domenico Esposito, al Sindaco di San Costantino Albanese Avv. Rosamaria Busicchio, al Sindaco di San Giorgio Lucano Franco Cirigliano, al Sindaco di San Paolo Albanese Anna Santamaria, al Sindaco di Terranova di Pollino Vincenzo Golia, a tutte le Amministrazioni Comunali. Per Terranova di Pollino il nostro ringraziamento va: al Presidente della Proloco Antonio Di Taranto per alcune foto gentilmente concesse. Ringraziamo inoltre l’Impresa De Luca di Sant’Arcangelo Finito di Stampare nel mese di Maggio 2013 presso la tipografia Poligrafica s.r.l. - Modugno (Ba) per conto della MP s.r.l. - Senise (Pz) Graphic design a cura di Jackalope.it 66



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