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TUCHULCHA – Le Origini Romanzo breve Copyright © Enzo Milano Prima edizione digitale, Settembre 2013 In copertina: Illustrazioni di ~lonely~ e Adore © Fotolia.com, rielaborate da Enzo Milano.

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TUCHULCHA - Le Origini -

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1 Discesa *** Primo passo: Julia attraversò la trafficata via dell’Abbondanza. Carri trainati da muli carichi di merce, donne a passeggio per le botteghe, coppie di guardie appiedate, bambini sfaccendati. Viso tirato, stanco, madido di sudore. Le profonde occhiaie scure non riuscivano comunque a scalfire la sua naturale bellezza. Occhi azzurro ghiaccio con taglio orientale, pelle bronzea, lunghi e lisci capelli neri lucidi. Si infilò in una stretta laterale. Non pioveva da tempo, era tutto polvere e umidità che si appiccicava alla pelle. Neanche il vicino mare riusciva a mitigare il clima di un’estate rovente. Il lupanare all’angolo era evidenziato da un’insegna di forma fallica, su cui c’era scritto: Ad Sorores III. Dalle tre sorelle. Julia entrò nel soffocante androne trovando la solita accoglienza. Clienti in fila sulle scale che 4


conducevano alle stanze, e il lenore Lucius che incassava il denaro gongolante. «Lucius!» chiamò. Il gestore del bordello si voltò, la vide e la raggiunse a passo svelto. «Dov’è tua madre?» ringhiò mollandole un manrovescio. Julia raddrizzò la testa, guancia destra rossa e pulsante. «E’ malata,» sussurrò gonfia di fiele, lacrime trattenute con l’orgoglio. «Dovresti saperlo.» «Io so solo che gli affari si sono dimezzati,» ribattè duro Lucius, indicando alle sue spalle. «Guarda quanti clienti che aspettano.» Lo sguardo della giovane donna non cedette, ma si addolcì. «Lei sta morendo. Mi serve del denaro per farla curare.» Il lenore spostò l’imponente mole da un piede all’altro. «Ho molta stima di tua madre, è amata da tutta Pompei.» Lasciò in sospeso la frase senza concluderla. Julia lo guardava perplessa, non si poteva mai essere speranzosi con una persona del genere. «Ma io posso solo offrirti di sostituirla,» disse infine, sguardo lascivo che si perdeva sulle curve 5


morbide della donna. «Sei giovane e attraente. Nel giro di un mese potresti permetterti un buon medico.» «Nel giro di un mese mia madre sarà morta.» «L’offerta di lavoro resta valida,» replica istantanea. Labbra serrate per Julia. Puro sdegno. Le lacrime erano ancora lì, ma non scendevano, e non sarebbero scese. «Me la pagherai, maledetto.» Lucius inclinò un angolo della bocca, sorrisetto impudente. «La classica battuta di una meretrice scontrosa.» *** Secondo passo: La caserma della Guardia cittadina era una costruzione spartana accanto alla casa dei gladiatori, situata nella zona nord della città, nel Decumano Superiore. Nel primo, torrido pomeriggio, l’attività dei legionari era talmente ridotta da sembrare assente. 6


Julia superò l’ingresso e percorse il peristilio senza essere fermata da nessuno. Da poco lontano giungevano le grida e i rumori della lotta d’allenamento dei gladiatori. Si distrasse un momento per guardarli, affascinata, quando una pesante mano le si posò sulla spalla. «Posso esservi d’aiuto?» non c’era alcuna gentilezza nella cortesia della domanda. La donna si voltò, trovandosi al cospetto di un legionario dal viso duro, riempito da poca barba e molte cicatrici. «Cerco il Primus Pilus Flavio.» Il soldato grugnì, mano tozza sul gladio alla cintura. «Il comandante non può essere disturbato.» «E’ importante,» lo supplicò Julia, facendo il meglio della sua personale versione degli occhi dolci. Non era abituata a cose del genere. «Se poteste almeno dirgli che lo cerca Julia, lui capirebbe.» Il legionario la squadrò dalla testa ai piedi. Un fisico mozzafiato, imbastardito da abiti di poco conto, consumati e sporchi. Una poveraccia. Scosse il capo. «E’ meglio che ve ne andiate.» Julia chinò il capò rattristata, quando una voce nota congelò l’intermezzo. 7


«Lascia stare, Caio. Ci penso io.» Lei alzò gli occhi, colmi di speranza e nuove lacrime. Dall’angolo sinistro giunse un uomo tarchiato, dai corti capelli brizzolati e lunghi baffoni a manubrio. Nonostante indossasse solo una tunica leggera e sandali di cuoio, il carisma del comandante che sgorgava dai grandi occhi cerulei era immutato. «Centurione Flavio,» disse Julia con un breve inchino. Il legionario fu congedato con un cenno del capo. Flavio le posò una mano sulla spalla. «Julia, cosa fai da queste parti?» Occhi sempre troppo umidi. «Mia madre sta morendo, e io non so,» voce rotta, turbata. «Non so neanche se posso fare qualcosa.» L’uomo d’arme sospirò. «Nessuno può far niente, Julia, possiamo solo pregare nella benevolenza degli Dei.» «Gli Dei non sono benevoli con gente come noi,» fiele, ora. «Non dire eresie,» sbottò il comandante, mani sui fianchi e spalle alte, come fosse in guerra. «Al tempio della Venere Pompeiana troverai tutto il conforto di cui hai bisogno.» 8


La figura di Julia si rattrappì su sé stessa, fino quasi a scomparire. Odiava elemosinare, ma era proprio quello di cui aveva bisogno. «Voi avete sempre voluto bene a mia madre e…» Flavio la interruppe bruscamente. Si guardò in giro, sentendo solo i suoni provenienti dall’arena dei gladiatori. «Non parlare di queste cose qui.» La donna giunse le mani in preghiera. «Ma è la verità,» sussurrò. «So anche che dal vostro amore…» «Basta!» tuonò il comandante, occhi che lanciavano fulmini come quelli di Giove. «No,» reagì Julia, disperata. «Mia madre ha bisogno di un medico. Può essere salvata. Non abbiamo conio ma forse, con la vostra influenza in città, si potrebbe fare qualcosa.» Flavio deglutì amaro. «Nessun medico che si rispetti verrebbe nel vostro quartiere.» «Voi potete riuscirci!» Altro lungo silenzio, difficile sapere a cosa stesse pensando il comandante della Guardia.

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Alla fine, scosse il capo. Un altro muro. Non l’ultimo per una come lei, ma sicuramente il più duro e doloroso. «Allora anche per voi è sempre stata solo una zoccola,» Julia si voltò, e fece per andarsene. «Julia!» la chiamò, mano aperta di fronte a sé. La donna si fermò e si girò, parte del volto nascosta dal velo. Flavio era pietrificato, incapace di qualunque mossa, come se lo sguardo della giovane fosse quello di Medusa. Julia annuì. «Appunto, nulla,» e scomparve nel solleone. *** Ultimo passo: Sera. Dall’ingresso del tempio della Venere Pompeiana si dominava tutto il golfo di Napoli e il tramonto. Il sole era un’accecante palla arancione, il cielo era virato in un indaco minaccioso e l’umidità sempre opprimente. A quell’ora non c’erano più operai a lavorare sulla sontuosa costruzione. Gli ingenti danni, subiti a seguito del terremoto di diciassette anni prima, erano ancora visibili. 10


Julia si affrettò sull’ampia scalinata di marmo dove fu bloccata da un obeso sacerdote, con la toga pretesta chiazzata di sudore. «Dove state andando, di grazia?» le chiese afferrandola per un braccio. L’alito sapeva di vino. La giovane si liberò dalla stretta. «Padre, ho bisogno d’aiuto.» L’uomo guardò il cielo, allargando le braccia. «E chi non ne ha, in questi tempi funesti?» «Mia madre sta morendo,» disse in modo tetro. «Se questo è il volere degli Dei, nessuno ti può aiutare,» annuì con fare teatrale. «Neanche io, Loro umile servitore.» «Io,» indecisione, nella voce di Julia. «Io ho bisogno di essere certa che il suo viaggio nell’Aldilà sia il migliore possibile. Se lo merita.» Gli occhi porcini del sacerdote erano assenti, e indugiavano troppo sul corpo della giovane. «E quali sarebbero questi meriti?» Julia deglutì, inghiottì un fardello troppo grande. «Ha vissuto una vita troppo breve e umiliante, solo per garantire un futuro alla sua 11


unica figlia, e per evitare che facesse la sua stessa fine.» «E questa fine?» mera curiosità. La giovane alzò lo sguardo e lo inchiodò in quelli dell’uomo. «La meretrice.» Sbuffo di vento torrido sulla collina deserta, e null’altro. Il religioso si inumidì le labbra con la lingua scura. «Una meretrice da lupanare. Una forestiera venuta a Pompei per deteriorare la già scarsa moralità dell’uomo,» commentò dopo diverso tempo. «Ha fatto l’unica cosa che poteva permetterci di vivere,» altra reazione dura, istintiva. «Con dignità.» «Ma certo,» annuì ironico il prete, squadrandola con sospetto. «E ora, in punto di morte, vuole redimersi dai suoi peccati cercando il favore degli Dei.» «Lei non vuole nulla,» ancora Julia, sempre più coriacea. «Ve lo sto chiedendo io.» Altro annuire del sacerdote, altre occhiate equivoche alle morbide curve della giovane. Poi, alla fine, l’inevitabile. 12


«Va bene. Quindi, cosa faresti tu per questo beneplacito?» «Tutto ciò che è necessario.» Sorriso untuoso sul volto lucido di sudore dell’uomo. «Va bene,» si ripeté, guardandosi con circospezione intorno. «Allora è necessario salire nelle mie stanze, non c’è tempo da perdere.» Julia annuì. «Potete davvero fare qualcosa per lei?» Il prete si avvicinò, le poggiò entrambe le mani sulle spalle, le fece sentire per un attimo il sesso già turgido. «Ma certo,» sussurrava ansimante. «Tutto quello che vuoi.» Lei si scostò all’istante con una smorfia di disprezzo. «Che cos’avete intenzione di fare?» «Ciò che è necessario,» le fece il verso, avvicinandosi ancora. Julia gli allontanò le mani pronte a ghermire con uno schiaffo sonoro. «Non azzardatevi a toccarmi!» «Mia giovane donna,» ancora il prete, compiacente. «Sei solo confusa.» «Io non sono affatto confusa!» esclamò furente. «Siete voi che avete frainteso le mie richieste!» 13


L’obeso sacerdote scosse il capo, gocce di sudore si dispersero dai pochi capelli. «No, no… tu non conosci le pratiche religiose. Dare per ricevere. E’ così che funziona, da sempre.» «Io me ne frego delle vostre pratiche religiose,» continuò Julia, tenendosi alla larga. «Non è in questo modo che salverò l’anima di mia madre.» «E come intendi fare?» altra derisione nella voce dell’uomo. Sarcasmo nel momento sbagliato. Julia lo colpì con un pugno di forza straordinaria mandandolo a terra, sedere lardoso nella polvere. Il sacerdote le puntò un indice ammonitore. «Maledetta,» sibilò come un aspide. «Brucerai negli Inferi con tua madre!» lanciò l’anatema, sputacchiando bava, sangue e residui di vino. La figura di Julia era stagliata contro il sole calante. Un’ombra sottile, e minacciosa. «Voi sarete tutti maledetti. Sfruttatori, ingordi, meschini. Non si salverà nessuno.» «Fuori dalla casa degli Dei!» inveì l’uomo, che faticava a rialzarsi. 14


«Non si salverà nessuno,» la voce riecheggiò sotto il colonnato. Quando il sacerdote riacquistò la posizione eretta, si guardò intorno spaesato. La giovane forestiera era scomparsa.

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2 Stasi *** Notte fonda. La donna era sdraiata sul letto sudicio, bagnato di sudore e umori infetti. Volto pallido scavato dalla malattia, corpo rinsecchito coperto da una tunica di lino, priva di maniche, che molto tempo prima riempiva esaltando le sue generose forme. Julia arrivò nella stanza con un catino pieno d’acqua e una veste pulita. Si sedette al capezzale e le appoggiò un panno bagnato sulla fronte. «E’ fresca, vero?» La madre la guardò e annuì appena. «Grazie.» La figlia sorrise. «Ho un cambio pulito, con questo caldo i panni asciugano subito.» «Stai facendo molto per me,» disse riconoscente. Voce rauca, stopposa, irriconoscibile. Julia si bloccò, dalla strada giungevano i suoni dello squallido quartiere dove abitavano. 16


Prostitute, giocatori d’azzardo, contrabbandieri e pirati che concludevano affari. «Non sto facendo nulla.» La mano scheletrica della madre si serrò intorno al polso della figlia. Cuoceva più del sole di quei giorni. «Devi riposare, e pensare a te stessa. Quando non ci sarò più…» «Zitta!» la rimproverò Julia, pentendosene subito. «Non è ancora finita.» «Non troverai aiuto da Lucius o da Flavio,» la gelò la madre. «Ora è tutto nelle mani degli Dei.» La giovane reagì con un sussulto di stizza, rovesciando il bacile. «Non c’è nessun Dio che ci aiuterà, madre,» si alzò, raccogliendolo. «Vado a prendere dell’altra acqua.» *** Julia scese in strada, sulle scale scavalcò un ubriacone addormentato. Con un brivido le tornò alla memoria l’incontro con il perverso sacerdote. Il cielo era scuro, carico di stelle. Nella stretta porzione incorniciata tra i caseggiati non si vedeva la luna. 17


Si avvicinò alla fontana pubblica, posò il catino sul bordo e si sciacquò vigorosamente il viso. Alle spalle, giunse un’ombra. «Scusatemi, signorina.» Julia si voltò di scatto, occhi assottigliati. «Non cerco niente. E voi?» L’uomo, alto e magro, alzò le mani. «Non volevo spaventarvi,» breve pausa. «E’ che, mio malgrado, oggi ho udito il vostro battibecco al tempio.» «Avete una soluzione al mio problema?» sorriso tagliente sulla labbra e tanta ironia per la giovane. L’uomo, espressione indefinibile nel chiaroscuro, piegò la testa di lato. «Forse.» «Il mio corpo non è merce di scambio,» puntualizzò Julia, serrando i pugni lungo i fianchi. «Questo non m’interessa,» scosse il capo. «Il mio nome è Rasenna. Non sono molto conosciuto in città, soprattutto perché vivo nella casa del Fauno,» disse quasi con imbarazzo. Julia abbassò la guardia, interessandosi. «L’abitazione più segreta dopo Villa dei Misteri.» 18


«Segreta,» sorrise l’uomo. «In realtà è la gente che ne sta ben alla larga, senza apparente motivo.» «Quindi?» andò subito al punto. Rasenna sospirò. «Se avete già provato tutte le altre strade, e siete sempre determinata nell’adempiere il vostro dovere… allora sì, potrebbe esserci una soluzione.» Lungo silenzio tra i due. Alla fine, Julia parlò. «D’accordo, cosa devo fare?» «Niente di particolare,» disse l’uomo facendo spallucce. «Quando e se vi sentirete pronta, mi verrete a trovare. A casa. Da sola.» «Non sono una sprovveduta,» sempre battagliera la giovane. «Non vi converrebbe dubitare di questo.» Rasenna sorrise ancora, poi si produsse in un breve inchino di congedo. «Non lo farei mai.» *** L’incappucciato si fermò dinanzi alla ricca dimora. Sul marciapiede c’era incisa la parola 19


have, benvenuti, ma nessun cittadino pompeiano si sarebbe avvicinato tanto. A piccoli e timorosi passi superò l’ingresso, accedendo al vestibolo. Nitide lame di luce filtravano dall’esterno, si prospettava un’alba di fuoco. Proseguì nell’ampio e scenografico atrio. Al centro c’era un impluvium, una vasca di raccolta dell’acqua piovana, con la statua di bronzo del fauno danzante. I riflessi prodotti dalla luce crescente creavano inquietanti giochi di apparente movimento. L’incappucciato deglutì, guardandosi intorno circospetto. Era un luogo circondato da mille leggende e dicerie, ma di certo l’accoglienza non aiutava a mitigare i dubbi. «Benvenuta, Julia,» disse il proprietario, che la osservava da un angolo in ombra. La giovane si abbassò il cappuccio, col mento indicò la statua. «E’ a quella che deve il nome questa casa?» Rasenna sorrise. «E’ un ottimo modo per sviare la verità.» «Come fate a sapere il mio nome?» 20


L’uomo si strinse nelle spalle. «Non c’è una spiegazione per tutto, mia cara, e anche quello che stai cercando non ne ha.» Julia sospirò, avanzò fino al bordo della vasca vuota. «Già. Forse è così.» Rasenna si affiancò, mani legate dietro alla schiena. «Sei quindi all’ultimo tentativo?» «Li avevo già finiti prima di incontrarvi.» L’uomo annuì, sempre con movimenti essenziali, lenti. «Quello che succede tra queste mura non è esattamente definibile come razionale. Lo stesso Impero Romano ne ha timore e, piuttosto che affrontarlo, preferisce ignorare, lasciando il giudizio al tempo.» Julia annuì a sua volta. «Qualunque cosa succeda, non uscirà parola dalla mia bocca, potete esserne certo.» «Perfetto,» disse allontanandosi, verso uno stretto passaggio che conduceva al lato orientale della magione. «Seguimi, ma è necessario che ti liberi del gladio che nascondi sotto la mantella. Potrai recuperarlo quando avremo finito.» Julia serrò le labbra, lasciò l’arma su un tavolino e gli andò dietro, dove le tenebre erano 21


più fitte. Giunsero in un nuovo ma più stretto atrio. Impossibile, se non per l’eccentrico proprietario, scorgere la scalinata di pietra che scendeva nel sottosuolo. «Avanti, Julia.» *** A ogni scalino fatto la temperatura scendeva e, alle narici, giungeva sempre più pungente l’odore di essenze da sottobosco, una varia mescolanza dal puro sapore selvatico. Ai piedi della scala, la fioca illuminazione proveniva da una torcia a parete. Si ritrovarono in una grotta dalle pareti di solida roccia. Nell’aria si avviluppavano sottili nuvole di fumo aromatico. Julia non parlò, era stordita. Cercò la fonte del fumo con gli occhi, finchè non inquadrò tre punti fiammeggianti. «Ma…» Una risata leggera, come proveniente da molto lontano. Due punti scomparvero per un attimo, uno si spostò più in basso. Rasenna prese la torcia e illuminò l’arcano. 22


«Julia, ti presento il padrone di casa.» La donna spalancò la bocca, incapace di parlare. Gli occhi consapevoli di cosa stavano guardando, ma il cervello non poteva semplicemente accettarlo. La creatura aveva la pelle pallida, nodosa. Le costole fuoriscivano dal petto glabro, le dita erano lunghe e sottili, come artigli. Dallo stomaco in giù c’era un folto pelo scuro a foderare robuste gambe con lo snodo del ginocchio a contrario, e zoccoli da capra come piedi. Julia alzò lo sguardo incredula, al volto. Un insieme sgradevole. Piccoli occhi lucenti, guance scavate e raggrinzite, due tozze corna sulla fronte, che spuntavano da lunghi e folti capelli scuri. «Sai cosa stai guardando?» le chiese la creatura con voce flatuata, mettendosi tra le labbra un lungo sigaro che sapeva di erbe. La giovane scosse il capo. «Sei un fauno.» «Esatto,» annuì aspirando una lunga boccata. «Il mio nome, pronunciabile per voialtri, è Naba.»

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«Naba,» sussurrò cercando con lo sguardo Rasenna, che era in un angolo in monito silenzio. Non era lui il padrone, non lo era mai stato. «Ma veniamo a noi Julia, il tempo è poco,» proseguì la creatura, continuando a fumare seduto sulla nuda roccia. La donna raccolse tutto il coraggio che aveva. «Sì, mia madre sta morendo, ma io devo poter fare qualcosa per lei. Curarla o garantirle un decoroso trapasso.» «Troppo tardi per curarla. L’infezione contratta a causa del duro lavoro si è diffusa troppo, risalendo per tutto il corpo,» ammise subito Naba. «Ma puoi ancora salvarle l’anima, o l’ombra, se preferisci il termine.» «Dimmi solo cosa devo fare.» «Gli Dei romani non ti saranno di alcun aiuto, i loro emissari in terra sono corrotti, perversi e avidi. Chi ti può dare una mano adesso è il pantheon etrusco,» disse Naba trovando la donna d’accordo. Era come se le potesse leggere nel pensiero. «Ci sarebbe qualche problema per te?» «Spiacente,» ammise Julia con un sorriso beffardo. «Non sono una credente quindi, 24


qualsiasi cosa possa aiutare mia madre, andrà bene.» Il fauno rise a sua volta. «Non credi, ma cerchi la salvezza divina per tua madre. Una giovane dalle mille contraddizioni.» «Glielo devo,» ammise. «Ottimo,» disse Naba, gettando in un angolo buio il mozzicone e giungendo le mani in preghiera davanti alla bocca. «Allora è necessario che tu raggiunga la brughiera alle spalle della Villa dei Misteri, per contattare il Dio-Lupo che sarà ben felice di aiutarti.» «Dio-Lupo?» Naba si alzò sulle gambe da capra, era più alto di qualsiasi uomo. Sollevò le scheletriche braccia in aria. «Aita, il Re dell’Oltretomba etrusco. Dimenticato, abbandonato, schifato in favore degli Dei romani,» spiegò come un diabolico menestrello. «Metà uomo e metà lupo, egli può attraversare Mundus, il portale del Regno dei Morti, e vagare sulla Terra in attesa che qualcuno,» rapido sguardo fiammeggiante. «Abbia ancora bisogno di lui.» 25


«Cosa mi chiederà di fare?» chiese sempre più risoluta Julia. Il fauno si bloccò, scrollando le magre spalle. «Questo non ci è dato saperlo. Portagli quello scrigno e sii sempre così determinata,» concluse la frase in un sussurro. «Non si scherza mai di fronte a un Dio.» La giovane guardò Rasenna, in una mano la torcia, nell’altra il cofanetto di legno. Si avvicinò, lo prese, e fuggì fuori dalla casa del Fauno. «Buona fortuna, piccola Julia.»

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3 Salto nel vuoto *** Julia nascose lo scrigno sotto la mantella, recuperò il suo corto spadino, più una daga che un gladio, e uscì sotto il potente sole del mattino. Diversi occhi si posarono su di lei, passanti curiosi che la videro uscire da quella misteriosa casa, ma lei si accertò che il cappuccio le coprisse il volto e sparì nelle meno affollate viuzze laterali. Con l’affanno raggiunse le mura a nord-ovest della città, trovandosi di fronte alla maestosa Porta Ercolano. Un infinito viavai di carri merci e passeggeri, ma nessuna guardia a cui dover rendere conto. Al di sopra delle mura, come un gigante in attesa, il profilo a cono del Vesuvio e il suo sottile ed eterno pennacchio di fumo. Julia sgusciò fuori dai confini di Pompei, affrontò la strada in salita e superò la Villa dei Misteri, altra cupa matrona che pendeva sulla città. Infine, guidata dall’istinto, abbandonò la 27


via principale addentrandosi nel folto bosco circostante. La brughiera. Si tolse il cappuccio bagnato di sudore, estrasse lo scrigno e si liberò della mantella, ridotta a uno straccio sporco e umido. Aria fresca. Al riparo sotto la galleria naturale che creavano le fronde secolari, la temperatura si era decisamente abbassata. Proseguì a naso, senza avere una meta precisa. Come avrebbe trovato quel fantomatico DioLupo lì in mezzo? Era una domanda che non c’era stato tempo di porre. Sembravano tutti di fretta, forse loro sapevano qualcosa che lei ignorava. Comunque non attese molto. Su quella che sembrava una sterrata piuttosto battuta, le si fece incontro un cavaliere. Julia si nascose tra folti cespugli, non sapeva di chi si trattasse, ma l’uomo, fermata la mastodontica cavalcatura, la chiamò. «Vieni fuori, Julia, non c’è nulla da temere.» La donna uscì timorosa, una pulce di fronte a quella visione. Il cavallo dal pelo nero lucido la sovrastava. L’uomo in sella, dalla prorompente barba brizzolata, la fulminò con occhi grigi, duri 28


come roccia. Sulle spalle indossava un pomposo mantello di pelo, a dispetto della stagione. Le allungò una mano, grande quanto il suo viso. «Vieni con me, coraggio.» Julia compì un primo passo in avanti. Quando le dita di Aita la toccarono, cadde in uno stato confusionale di cui non ricordò nulla in seguito. *** Si svegliò, spaesata. Era in un ampio letto dalle stoffe pregiate e profumate, in una stanza ancor più sfarzosa. Al capezzale, in silenziosa attesa, il Dio Aita. Sulle ginocchia teneva lo scrigno che le aveva consegnato il fauno. «Mi devi scusare,» disse lui. «Non ho spesso contatti con gli umani, e a volte dimentico cosa voglia dire.» «Quanto tempo è passato,» si allarmò lei, non ancora del tutto cosciente. «Devo tornare da mia madre.» Aita annuì, pur senza la mantella rimaneva un omone dall’aria cupa ma affabile. «E’ il tramonto. Ora ti mostro cosa contiene il cofanetto, poi sei libera di andare.» 29


Julia si mise a sedere sul letto. «D’accordo.» Il Dio lo aprì e lo rivolse alla giovane donna. «Questo è l’obolo necessario per pagare pegno a Charun, il traghettatore di anime. Fai in modo che tua madre l’abbia sempre con sé.» «Questo è il medaglione di Tuchulcha, uno dei più potenti Gran Demoni etruschi. Tienilo sempre al collo. Non lo perdere e non te lo far rubare. Diventa difficoltoso anche per me recuperare uno dei miei accoliti in libertà.» «Devo tenerlo io?» chiese stupita. Aita non diede seguito e proseguì. «Questo è un pugnale Xexanar, collegamento diretto con l’Oltretomba. Ti è necessario per pagare il tributo.» Julia scosse il capo davanti a quell’arma dalla particolare lama a vite, con guardia e manico finemente intarsiati di rune. «Quale tributo?» Il Dio sorrise, gli occhi lampeggiarono. «Con me non esiste indifferenza, lussuria, avidità. Cioè tutto quello che ti sei trovata di fronte prima di giungere qui,» breve pausa. «Io chiedo, tu esegui e tutti ne saremo soddisfatti.» 30


«Devo…» la giovane cominciava a capire. «Devo uccidere qualcuno.» «Non sei un’assassina, lo so,» concesse Aita. «Il medaglione ti darà la forza necessaria per agire e per dimenticare, in seguito,» altro breve sorriso sornione. «Non dirmi che in tutta Pompei non c’è qualcuno di cui ti libereresti volentieri.» Lungo silenzio fra i due. La luce atmosferica diminuiva lenta ma inesorabile. Julia si sentiva come all’interno di una galleria senza più uscita. Soffocata. «E se…» «Non lo fare, non lo dire,» la interruppe Aita. «Non puoi più, ormai.»

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4 Sul fondo *** Julia si svegliò accanto alla madre, ancor più scossa e spaesata. Al collo portava il medaglione di Tuchulcha, nella mano destra il pugnale. La madre si voltò dalla sua parte. «Julia, non ti ho sentito rientrare, stanotte.» La figlia lasciò cadere il pugnale a terra, perché non lo vedesse. Non rispose, non aveva proprio nulla da rispondere. «Vado a prendere dell’acqua fresca,» disse dopo un po’. Con un calcetto fece sparire l’arma sotto il letto. Scese in strada con il bacile e, nel breve tragitto per la fontana pubblica, la fermò una vecchina gobba, con un lungo scialle che le copriva il capo. Una loro vicina di casa. «Julia, hai sentito?» La giovane si bloccò, un lungo brivido gelato le attraversò la schiena. «No, cosa?» «E’ morto Lucius, l’hanno ucciso stanotte.» 32


Un violento giramento di capo quasi la mandò a terra. «Ucciso?» «Sì, sì. Un lago di sangue, pugnalate per tutto il corpo.» Julia lasciò cadere il catino e si portò entrambe le mani alla bocca, scossa. «Al lupanare c’è un sacco di confusione, io non ci vado,» disse in ultimo la vecchina, prima di proseguire. «Se vai tu, portami notizie.» *** Julia si fece largo coi gomiti nella ressa, sembrava che oltre tutta quella gente ci fosse uno spettacolo indimenticabile, e forse era davvero così. Arrivò a fatica nelle prime file, appena tenute a distanza dagli scudi di un manipolo di legionari rabbiosi e sudati. Con lo sguardo cercò il suo unico contatto valido: il comandante Flavio. Lo trovò in compagnia delle due amiche di sua madre, le prostitute del bordello. Come per un anomalo e invisibile segnale, l’uomo voltò la testa verso di lei, strinse gli occhi, poi abbaiò qualche ordine indicandola. 33


Una mano dura come marmo la afferrò per il polso, la tirò oltre tutta la massa e la portò davanti all’ingresso del lupanare, al cospetto del comandante. «Julia.» «Comandante,» disse con un breve inchino. «Cosa ci fai qui?» «Zia Lucia mi ha detto che Lucius…» Flavio annuì verso la porta. «Non è un bello spettacolo, e il caldo non aiuta.» «Si è capito cos’è successo?» chiese la giovane, timorosa. Il centurione gettò una fugace occhiata alla folla, senza realmente vedere nulla. Troppi pensieri nella testa. «Sedici pugnalate tra il petto e lo stomaco. Non stava dormendo, nonostante l’ora tarda, quindi è presumibile che le prime gli siano state inferte in piedi, di fronte, faccia a faccia con il suo assassino.» Julia deglutì, la gola era amara e secca. «Non ci sono segni di lotta, quindi lo conosceva e si fidava, visto il giro di denaro che c’è in quella casa,» continuò atono. «E proprio la nota dolente è che non credo manchi neanche 34


una moneta, o comunque non una cifra tale da giustificare un furto.» «Un mistero,» sussurrò Julia, a un volume più alto di quello che avrebbe voluto. «Già,» ammise Flavio acquistando una posa marziale. «La guerra per i clienti tra bordelli è da escludere, vista la relativa quiete di questo periodo. Lucius, inoltre, sapeva muovere bene le proprie pedine, era più un diplomatico che un criminale.» «Non comunque un angelo.» «No, difatti mi rimane la vendetta,» disse con una certa durezza. Gli sguardi si incrociarono in silenzio, e fu Julia la prima a distoglierlo. «Qualcuno che aveva un conto in sospeso con lui,» continuò mellifluo. «Anche solo per orgoglio personale.» La giovane indicò col mento le due colleghe della madre. «Era il loro lavoro, lo facevano con tutta la dignità di questo mondo. Perché avrebbero dovuto ucciderlo?» Flavio si strinse nelle spalle. «Non lo so, ma non posso escluderlo. Tua madre, a proposito, come sta?» «Ti interessa davvero?» reagì brusca. 35


Gli occhi del centurione si addolcirono solo per un attimo. «Julia.» «Sono molti giorni che riesce a malapena ad alzarsi dal letto. Ma tu non lo sai, o meglio, non vuoi saperlo.» «Tua madre ha contratto la malattia lavorando.» «E quindi? Cosa vorresti dire?» attaccò ancora, accorgendosi di essere passata al “tu” in modo del tutto spontaneo, guidata dalla troppa rabbia repressa. «Niente,» sbottò il comandante della Guardia, offeso. «Ma è possibile che qualcuno venga a casa vostra a dare un’occhiata, a fugare ogni dubbio.» «Dubbio, certo,» replicò la donna. «Non sei mai venuto quando ti ho implorato di farlo, ci hai ignorato quando avevamo bisogno d’aiuto, del tuo aiuto. Ma ora accorri come il perfetto paladino della giustizia, per provare ad accusare una donna in fin di vita di assassinio.» «Julia,» perentorio. «Non pensavo a lei.» Una cappa di gelo calò tra loro, spazzando via tutta la calura di un mattino d’estate, che tramutava le vie di Pompei nel più infimo limbo dell’Ade. 36


«Sai dove abitiamo,» disse la giovane, prima di voltarsi per fuggire via. Non poteva e non avrebbe mai pianto davanti a nessuno. Non davanti a lui. Flavio la bloccò, afferrandola per il polso come una tenaglia. «Sei veramente sicura che non troveremmo nulla di compromettente?» lei fece per liberarsi, ma lui la trattenne ancora. «Alcuni testimoni parlano di aver visto una donna incappucciata di nero, con un enorme lupo dagli occhi fiammeggianti al fianco. Aveva uno strano pugnale in mano e, al collo, portava un pendente, luminoso nella notte.» Julia rispose con impeto. «Se hanno visto tutti questi particolari, forse hanno visto anche di chi si trattava.» «Chi ti ha dato quel medaglione?» disse, abbassando solo per un attimo lo sguardo a quello strano oggetto. Non una moneta, non un gioiello. La giovane non rispose subito e il centurione, alla fine, la lasciò andare. «Me l’ha dato un amico,» disse in ultimo, quando le prime inevitabili lacrime rigarono lo 37


splendido volto. «L’unico vero amico che abbia mai avuto a Pompei.»

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5 Consapevolezza *** La donna in nero scivolava nella notte, silenziosa come una pantera, rapida come un serpente. Al suo fianco, un lupo di impossibili proporzioni. Alto quanto lei, altrettanto furtivo. Lo strano binomio attraversava quartieri addormentati e strade pressoché deserte, producendo un effetto ottico assimilabile a un’unica sfuggente ombra. Si ritrovarono al grande Foro. Intorno a loro, i sontuosi templi di Giove, Apollo e Vespasiano, il megalitico macellum, gli edifici pubblici e la basilica centrale. Il cuore pulsante della città, dove c’era sempre qualcuno, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Quel qualcuno fuggì al ringhio troppo simile a un ghigno dell’enorme animale. Proseguirono a est, sul promontorio che dominava il dormiente golfo di Napoli. Si fermarono solo davanti alle 39


maestose colonne del tempio della Venere Pompeiana. I due si guardarono, scambiandosi uno sguardo d’assenso e complicità. Uno con l’altro, per l’altro, dentro l’altro. Aggirarono la costruzione, puntando le abitazioni dei sacerdoti. In quel momento poco importava se il loro obiettivo fosse solo. Comunque non lo era. Un insonne fu attirato dal movimento, fece in tempo a mostrare un volto terrorizzato prima che il lupo lo sovrastasse, sbranandolo con pochi ma feroci morsi. Le grida dell’uomo svegliarono il piccolo complesso. Altri preti in avvicinamento, facce insonnolite e sorprese al tempo stesso. Il DioLupo se ne occupò. La donna in nero avanzò nella struttura avvolta di tenebre. Salì le scale, occhi e medaglione fiammeggianti, pugnale Xexanar nella mano destra, daga nella sinistra. Un servitore le si fece sotto con una lampada in mano, lei gli tagliò la gola da parte a parte, con un unico fluido movimento. 40


L’uomo cadde a terra gorgogliando, mentre da una porta a doppio battente uscì l’obiettivo. La donna si bloccò, alzò lo sguardo e sorrise. «Ti ricordi di me?» Il sacerdote era spaesato, si guardava intorno come un topo chiuso nell’angolo. «Chi… chi sei?» Lei si abbassò il cappuccio della mantella, stasi. «Dimmi, prete, ora cosa sei disposto a fare per la salvezza dell’anima di mia madre?» L’uomo sgranò gli occhi, inverosimili palle bianche nell’oscurità. «Io… tu…» «Mi volevi nelle tue stanze, eccomi qui.» «No… ecco…» cominciò a indietreggiare mani in avanti. Terrore puro. Julia avanzò, scavalcando il cadavere del servitore. «Tu hai il favore degli Dei, non devi temere la morte.» Non si andò oltre. Da sinistra a destra, con un fendente mortale, la giovane tagliò la gola anche al sacerdote. Lui si portò entrambe le mani alla ferita, come se con quel gesto potesse interrompere, o perlomeno rallentare, l’inevitabile. Cadde in ginocchio, sputacchiando bava e sangue dalle labbra grassoccie. Julia lasciò 41


andare la daga, afferrò il pugnale con entrambe le mani e glielò infilzò nel petto. Rigirò più volte l’arma all’interno delle carni, sotto lo sguardo soddisfatto del lupo gigante, giunto alle sue spalle. *** Una leggera scossa di terremoto la fece risvegliare. Un’altra volta nel suo letto, accanto a quello della madre, con il medaglione al collo e il pugnale tra le mani. «Julia,» sussurrò la donna, occhi spenti e sorriso da teschio. La giovane si voltò verso di lei, sorridente. «E’ tutto a posto, mamma.» Sorrise a sua volta, con un pessimo risultato. «Non ho paura dei terremoti, bensì di quello che fai di notte, al posto di dormire.» Julia fu colta alla sprovvista, aprì la bocca ma non ne uscì nulla, neanche il fiato. «Non ti sento uscire, non ti sento rientrare. Dormi con quell’arma al fianco e quel medaglione al collo. Cosa…» la voce le si spezzò. «Cosa sta succedendo?» 42


I dolci occhi della figlia si tramutarono in pietra. «Tu devi solo pensare a riposare, il resto non è un problema.» Si girò verso lo scialbo comodino, dove raccolse l’obolo di rame. Il pegno da consegnare a Charun, il traghettatore infernale. «Ma devi promettermi che, da oggi in avanti, porterai questo sempre con te.» La madre lo prese con mano tremante. «Cos’è?» «L’unico regalo che potrò mai farti.» La donna si commosse, forse felice, o forse spaventata. «Io…» «Non c’è nulla da dire,» continuò Julia, fredda e distaccata come mai. «Hai lottato tutta la tua breve vita per me. Ora è il mio turno.» *** Scese in mezzo alla strada, nella solita chiassosa vita del mattino. Sole accecante, polvere che bruciava in gola, umidità soffocante. L’anziana vicina fu lesta ad avvicinarla e prenderla per un braccio. 43


«La Signora dei lupi ha colpito ancora,» raccontò con foga. «Un sacerdote questa volta.» Julia ridacchiò. «La Signora dei lupi?» La vecchina fece il broncio, stringendosi nelle ossute spalle. «In tanti l’hanno vista, e così l’hanno nominata.» «Carino,» piegò la testa di lato, pensierosa. «Carino?» disse incredula l’altra. «E’ una maledizione, Julia. E’ la fine del mondo. Hai sentito la scossa stamattina?» La giovane le appoggiò una mano sulla spalla. «Zia Lucia, non c’è nulla da temere. Chi non ha fatto niente di male, non ha proprio nulla da temere.» La lasciò così, confusa da quelle parole per lei occulte. Fu comunque l’ultima volta che la vide.

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6 Fallimento *** Corse alla casa del Fauno. Voleva rivedere Rasenna e quella strana creatura che l’aveva indirizzata, perlomeno, su una strada che si potesse definire tale. Si fermò davanti all’ingresso, guardandosi intorno. Le orecchie le fischiavano, non aveva messo la mantella, ma non la preoccupavano gli sguardi della gente di passaggio. Da un angolo della strada apparvero quattro legionari in uniforme, la accerchiarono e bloccarono all’istante, con esperienza. «Cosa volete da me? Lasciatemi!» sbraitò agitandosi come una serpe. I cittadini si fermarono incuriositi, un’occhiata veloce e via. Rasenna apparve dall’ombra del colonnato a braccia larghe. «Cosa succede?» Arrivò anche l’ultimo attore di quella scena ben preparata. Il centurione Flavio, comandante della 45


Guardia di Pompei, segnò la gola dell’uomo con il gladio teso. Lama scintillante sotto il sole. «Non un altro passo, signore,» ordinò imperioso. «Questa giovane viene via con noi, nessuna spiegazione vi è dovuta.» «Flavio!» ringhiò Julia. «E’ altresì chiaro che,» continuò il soldato. «Se dall’interrogatorio dovesse uscire qualcosa che vi coinvolga, per quanto piccolo possa essere, io tornerò a prendervi.» Rasenna indietreggiò a mani sollevate, sguardo languido. Flavio abbassò l’arma e fece un brusco cenno ai suoi. Julia fu portava via sotto gli occhi increduli, curiosi e anche irridenti della gente. Una poveraccia di strada non interessava a nessuno, così come qualsiasi cosa potesse avere a che fare con la misteriosa casa del Fauno. *** Nell’angusta stanza della caserma l’aria era pesante, stantia e ancor più calda che all’esterno. Dalla piccola finestra non c’era possibilità che passasse un minimo di frescura. 46


Il centurione Flavio e Julia sedevano da parti opposte al tavolo centrale. Il primo maneggiava il medaglione di Tuchulcha perplesso. «Niente più tranelli,» disse l’uomo. «Voglio la verità, adesso.» «Di cosa stai parlando?» «Di quello che stai combinando nelle ultime notti.» Julia si strinse nelle spalle. «Non ho nulla da dire.» «Ne hai eccome,» ribatté Flavio. «Eri tra le sospettate già per la morte di Lucius, ma il capolavoro al tempio della Venere Pompeiana ti ha inchiodato definitivamente.» «Ah, sì?» Il comandante picchiò una mano aperta sul tavolo. «Basta! Questa insolenza deve finire, ora! Ti hanno vista e riconosciuta, in compagnia di un lupo gigante,» sospirò furente. «Quale arte occulta ti ha trasformato in un micidiale assassino a sangue freddo?» Julia sorrise di sbieco. «L’indifferenza di Pompei.»

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Battuta d’arresto, come se un folata gelida si fosse frapposta tra loro. Il centurione non si fece cogliere alla sprovvista, comunque. «Viene da quella maledetta casa.» «No!» ribadì Julia, contratta dal nervoso. «Viene dall’avidità di Lucius e dalla depravazione del prete ma, come dicevo, soprattutto dall’indifferenza,» breve pausa a effetto. «La tua.» Flavio indietreggiò dal tavolo, colpito. «Tutto questo non salverà tua madre.» La giovane rispose con una scrollata di spalle. «Chi ti dato questo medaglione?» riattaccò il soldato, tenendolo tra pollice e indice come fosse incandescente. «Domanda vecchia, risposta già data a suo tempo.» «E’ di quel Rasenna della casa del Fauno?» «No.» Flavio sospirò ancora, si massaggiò le tempie sudate. «Sei stata vista andare in quella casa, poi uscire dalle mura della città verso la brughiera. Dopodiché, è iniziato tutto.» «Interessante.» 48


«E’ molto interessante, Julia,» ribatté il centurione, alzandosi in piedi. Non aveva più alzato la voce, non sarebbe servito. «Resterai ospite delle nostre celle finché non ti deciderai a darmi le necessarie spiegazioni. Io sarò a tua disposizione in qualunque momento e, nel frattempo, vedrò cosa posso fare anche senza il tuo aiuto.» L’uomo uscì dalla stanza rimirando il medaglione, la giovane guardò fuori dalla finestra pensierosa. Sperò vivamente che Flavio non facesse qualche pazzia con quell’oggetto, che nascondeva ben più di quello che mostrava. Aita si sarebbe infuriato.

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7 Reazione *** Cielo stellato su Pompei, la falce di luna visibile era più efficace di qualsiasi altra illuminazione. Un enorme destriero da guerra si fermò davanti alla caserma della Guardia. Il legionario di piantone avanzò, abbassando la punta della lancia. Di risposta, la cavalcatura sbuffò fiammeggiando dalle narici. Il soldato arretrò. Il cavaliere in nero fu a terra in un solo balzo. Lunga mantella con il collo di pelo, spadone brillante di un fioco azzurro. Elsa, impugnatura e pomolo lavorati secondo un’arte che non era, di sicuro, romana. «Voglio la ragazza,» tuonò Aita avanzando. Il legionario non tentò neanche una difesa, rimase inerme all’avversario, catturato da quegli occhi giallo pallido.

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Il Dio-Lupo dell’Oltretomba etrusco lo scagliò lontano con un blando gesto del braccio destro, come a scacciare una fastidiosa zanzara. Il suo urlo, più di terrore che di dolore, allarmò tutta la caserma. Il destriero s’impennò sulle zampe posteriori, sfiammando altre lingue di fuoco dalle froge. Aita lo acquietò con una carezza sul muso. «Calma, amico mio.» Legionari in arrivo di gran carriera. Alcuni indossavano solo parti di armatura o uniforme, altri erano praticamente nudi. Tutti, comunque, armati. Il Dio menò un fendente diagonale, dal basso verso l’alto. Senza colpire nessuno, solo con l’onda d’urto della potente arma, ne sdraiò sei o sette, facendoli capitombolare sul polveroso selciato. I più coriacei continuarono ad avanzare e arrivarono a contatto. La lama infernale guizzò rapida, gladi spezzati, scudi frantumati, legionari a terra con arti troncati di netto, cauterizzati dal vaporoso azzurro che emanava. Urla di dolore, adesso. Se qualcuno dalle abitazioni intorno stava assistendo a quella scena apocalittica, si 51


guardava bene dal farsi notare. Cose strane stavano accadendo a Pompei. Cose maledette. Aita fu dentro la caserma, la maggior parte dei soldati superstiti fuggirono abbandonando le armi. «Julia!» chiamò. Voce che echeggiava tra le pareti. «Chi la cerca, se mi è concesso?» voce che proveniva da un’ombra tra le ombre. Il Dio-Lupo si voltò ringhiando. Colui che aveva parlato emanava una forte aura. Occhi brillanti, gladio in presa bassa a due mani, medaglione luminescente al collo. Aita storse le labbra, come sentisse dolore. «In quale disgrazia avete fatto cadere quella povera fanciulla?» continuò il centurione Flavio, avanzando a piccoli passi. «Voi state sfidando l’ignoto,» Aita, statuario, parole dure come marmo. «Io non sto sfidando nessuno, sto solo difendendo l’ordine precostituito, quello per cui ho giurato, molti anni fa.» Aita sorrise. «Non con quel medaglione al collo.» 52


Flavio ricambiò. «Lui mi serve solo per sapere esattamente cosa fare.» «Non potrà consigliarvi nulla di buono, e io sarei costretto a fermarvi.» «Dalle mani di Julia volevate portare Pompei sull’orlo della distruzione. Io non so chi siete, ma la pagherete molto cara,» riattaccò Flavio, denti digrignati e cuore che pompava fuori controllo. «Non siete voi che parlate. Toglietevi quel medaglione. Ora!» Flavio attaccò con un affondo diretto, Aita parò spostandosi di un passo. Scintille bluastre tra le lame. Il Dio colpì col destro al volto, il centurione finì in ginocchio, sangue dalle labbra spaccate. Il soldato schivò il successivo colpo da decapitazione, rotolando lontano con agilità sorprendente per la sua mole. Flavio tornò all’attacco come una furia, serie di rapidi colpi da accademia di guerra, tutti parati dalla lama infernale dell’antagonista. Senza sapere come, il centurione si ritrovò ancora nella polvere, spalla e braccio sinistro intorpiditi da una botta che non aveva neanche visto arrivare. Sulla pavimentazione della caserma gocciolò sangue e sudore. 53


Aita si massaggiò la prorompente barba, ghignando. «Datemi quel medaglione, e io vi lascerò Julia. Dopotutto, lei ha già fatto la sua scelta.» «E’ esatto!» dal corridoio, la giovane li guardava con espressione feroce. Sospensione della realtà per quel trio impossibile. Il Dio etrusco dell’Oltretomba in forma terrena, il comandante della Guardia di Pompei, posseduto dal Gran Demone Tuchulcha, e una rappresentante della plebe più indigente. Flavio scosse il capo. «Tutto questo va fermato,» guardò il pendente luminoso per lunghi istanti poi, una luce nei suoi occhi, indicò che aveva finalmente capito. Anche Aita intuì, e gli puntò la spada addosso. «Non ci pensare,» parole quasi incomprensibili, tra i ringhi della frustrazione. Il centurione fu più rapido di tutti, lanciò il gladio addosso al Dio e fuggì all’esterno. Con una mano, Aita deviò il colpo poi, in una sequenza di raccapriccianti schiocchi, sibili e versi cominciò la sua trasmutazione. Grazie all’aiuto dei poteri del medaglione, Flavio poté saltare in sella al diabolico destriero. 54


Prese le redini e si tuffò nella notte verso nord, sotto l’imponente figura del Vesuvio. Dietro di lui, all’inseguimento, il gigantesco lupo con la sua Signora in groppa. *** La strada era buia, sterrata e in salita, si correva attraverso un fitto bosco che, sotto gli argentei raggi della luna, sembrava di ferro. Il centurione guidava sicuro l’imponente cavalcatura e, dietro di lui, Julia si reggeva a stento al duro pelo del Dio-Lupo. L’aria puzzava di zolfo ed era quasi irrespirabile. «Tua madre ha con sé l’obolo?» le chiese Aita che, pur in forma animale, aveva il dono della parola. «Sì,» balbettò la giovane, con la testa che le vorticava prepotentemente. Il Dio etrusco grugnì un assenso. «Bene. Perché stanotte, al più domattina, accadrà qualcosa.» *** 55


Dopo un tempo che parve interminabile per Julia, ormai in riserva di energie, arrivarono in piano. La strada, la salita e la folle corsa erano terminati. Erano a un punto chiave, di non ritorno. Sul bordo del cratere del Vesuvio. Se qualcosa di irrazionale stava per succedere, era senz’altro quello il luogo giusto. Si fermarono tutti, in un triangolo ad alto potenziale. Solo la terra non si fermò, c’erano continue preoccupanti scosse che agitavano la zona. Flavio, in sella al destriero, teneva il braccio destro teso, con il medaglione penzoloni. «Il fuoco purifica tutto,» disse con occhi stralunati. «Questa è la fine che farà!» «Smettila, soldato,» ringhiò Aita avanzando a quattro zampe. Orecchie tese e sguardo assassino. «Questo è quello che vuole lui, non tu.» «Lui chi?» disse sputacchiando bava e sangue. Una lunga colonna di fumo si alzò da una frattura tra le rocce. Vapori pestilenziali, incandescenti. La luminosità in aumento, proveniente dal cratere, sembrava davvero averli gettati tutti nell’Ade. 56


Nulla più era reale. «Tuchulcha, Gran Demone etrusco dell’Oltretomba,» rispose Julia, in difficoltà a mantenersi in equilibrio. Flavio la guardò perplesso, scosse il capo. Quegli attimi di distrazione furono fondamentali per Aita che, caricati i muscoli delle zampe posteriori, gli saltò addosso trascinandolo tra le pietre instabili. Julia assistette a un combattimento feroce, brutale. Ai morsi e alle artigliate del lupo, il centurione rispondeva con colpi a mani nude di una forza straordinaria. Quel medaglione aveva poteri immensi. La lotta si spostò sempre di più, poco alla volta, verso il cratere. A un passo dall’oblio, dalla fine, da quell’inferno in cui solo sua madre aveva un valido lasciapassare. La terra tremò di nuovo, ancora più forte. Un rivolo di lava, come fosse uno sputo beffardo, salì alto nel cielo luminoso come una cometa, ricadendo vicino ai litiganti. Vomitevole puzza di pelo e pelle ustionata.

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«Dobbiamo andare via di qui!» urlò Julia allarmata, mani nei capelli sudati, unti e appiccicaticci. Nessuno la udì. I due guerrieri sovrumani continuarono a lottare in precario equilibrio. Fino alla scossa conclusiva. Geometriche fette di pietra e terra si staccarono dall’orlo, cadendo nel camino del Vesuvio in tuoni terrificanti. Ormai la serie di piccoli sussulti si era trasformata in un unico, distinto terremoto. Luce infernale proveniente dal cratere, mentre sul golfo di Napoli si affacciava un’alba di oricalco. *** I due combattenti scomparvero nella nube conseguente. Julia, contro ogni logica, avanzò con le mani davanti alla bocca. Forse era un’eruzione a tutti gli effetti, forse era solo causa di uno scontro surreale. Si arrampicò tra macigni irregolari, giunse a pochi passi da loro, ma non li vide subito. Sullo sfondo abbagliante del ribollente lago di magma, 58


Flavio e Aita avevano smesso di combattere, pensando a sopravvivere. Con i piedi nel vuoto, i due cercavano di risalire sul ciglio franato. Non potendo contare su arti umani con pollici opponibili, il lupo era più in difficoltà. Julia si sdraiò sulla terra rovente, allungò entrambe le braccia. «Forza!» Un altro quarto di parete crollò nell’inferno, per il Dio-Lupo Aita non ci fu più nulla da fare. Con un lungo guaito rabbioso scomparve tra i flutti fiammeggianti. «Nooooooo…» urlò con tutta la forza Julia, mentre lacrime scivolavano lungo le guance, gocciolando nel cratere. «Julia… aiutami…» gracchiò Flavio, stremato. La giovane fu categorica. «Prima dammi il medaglione.» «Julia,» il centurione si scontrò con uno sguardo che, in quelle condizioni, non poteva assolutamente affrontare. «Io sono tuo…» «Cauto con le parole,» pausa parossistica. «L’atto di libido che ha generato questa vita tormentata, non crea anche l’appellativo di padre.» 59


Neanche a quello Flavio poteva ribattere. Puntandosi con i piedi riuscì a staccare una mano dal costone, si tolse il ciondolo e lo porse verso l’alto. Julia afferrò l’oggetto e lo rimirò sorridente. La battaglia tra Aita e Tuchulcha era terminata. Il subdolo Gran Demone aveva sconfitto il Re dell’Oltretomba. Il suo sovrano, il suo padrone, il suo carceriere. Si era liberato di lui, e ora poteva finalmente dedicarsi a controllare e dominare gli uomini a piacimento. Senza alcun vincolo. Non era mai stata una lotta tra umani, quella. «Ora aiutami!» disperato il centurione, mano aperta verso di lei. «Il fuoco purifica ogni cosa,» continuò la giovane, già lontana con la mente. «Parole tue, non mie.» Flavio la guardò indossare il potente monile, poi non vide più nulla.

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8 Apocalisse *** Golfo di Napoli, 79 d.C. L’eruzione del Vesuvio era giunta alla fase più spettacolare e terrificante. L’immensa nube a fungo sovrastava tutto il golfo, animata da sinistre pulsazioni, bagliori e boati, mentre uno sciame pressoché continuo di terremoti scuoteva l’intera regione e sconvolgeva il mare. Le quadriremi della classis misenensis erano giunte per una missione di soccorso disperata. Una pioggia di cenere, pomici e lapilli le bombardava senza pietà. Il prefetto romano della flotta, Gaio Plinio Secondo, era determinato a evacuare quante più persone possibili. Anche a costo di morire. Vide le vele della Vittoria bruciare tra alte fiamme, vide la Concordia inabissarsi per i troppi danni subiti dallo scafo. Vide l’equipaggio della Fortuna gettarsi in quelle infide acque per 61


trovare scampo. Tutto quello mentre l’inesorabile colata di lava sommergeva Pompei ed Ercolano. Forse, da quell’inferno in terra, non ne sarebbe uscito vivo nessuno ma, poco distante, i marinai della quinquereme Foederis recuperarono dai flutti, con lunghi uncini, una giovane donna stremata. Tra le braccia teneva stretto uno scrigno di cui non voleva parlare, e l’equipaggio aveva comunque ben altro a cui pensare. La Foederis fu l’unica imbarcazione a far ritorno a casa.

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Epilogo Oggi *** Marta Orsini era appoggiata con espressione pensierosa al cofano caldo della sua Alfa Romeo Mito, ferma sul bordo della strada qualche metro prima del particolare ponte da cui si entrava a Montecastello. Non aveva voluto crederci, non poteva essere possibile, ma quell’iscrizione che c’era sul parapetto fugava già qualche dubbio: Mundus. Sorrise tra sé, pensando con quale leggerezza discutevano dell’argomento quei presunti esperti d’archeologia su internet. Un forum di discussione, scovato per puro caso, che come gran parte dei luoghi d’incontro virtuali serviva più che altro a procurarsi disponibile compagnia. Se avessero davvero conosciuto la materia, non avrebbero spifferato ai quattro venti il possibile ritrovamento di un antico sito etrusco nelle Marche. Non l’avrebbero pubblicizzato così sapendo che gli etruschi, conosciuti anche come 63


Tirreni, non giunsero mai in quella zona, neanche al loro apogeo. O almeno così si credeva. Quando l’aveva letto si era fatta una grassa risata, ma la diffidenza iniziale era stata presto superata nel momento in cui Cicerone, uno dei moderatori del forum, aveva cominciato a inserire sul sito delle prove. Fotografie dettagliate, scattate durante un’escursione nell’entroterra marchigiano. Immagini che avrebbero fatto diventare la sedia bollente a più di uno storico. Montecastello era davvero la testimonianza vivente di un antico sito etrusco e, nel cuore del suo impenetrabile bosco, nascondeva delle rovine dal valore inestimabile, sconosciute al mondo intero. Marta non aveva perso tempo a fare i bagagli e, dopo una notte insonne, era partita da Lucca e aveva raggiunto il luogo che, sperava, avrebbe rilanciato la sua carriera arenata da tempo, nello squallido posto che occupava in un museo. Sì, Montecastello poteva diventare la sua personale pentola piena d’oro ai piedi dell’arcobaleno. 64


Travolta dai sogni di gloria, non si accorse dell’automobile che aveva appena attraversato il ponte in senso inverso, e si era fermata al suo fianco. «Tutto bene, signorina?» La donna guardò quell’uomo gentile dalla straripante barba bianca e sorrise. «Tutto benissimo, grazie.» In quel preciso momento, Marta Orsini stava per entrare in una storia che non avrebbe mai potuto immaginare. Una favola oscura iniziata duemila anni prima…

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Continua… “Tuchulcha” Romanzo

“Quel ponte era come una frattura tra Montecastello e il mondo intero.” Una guardia forestale trasferita da Milano, un’ereditiera in fallimento e un’ambiziosa archeologa devono attraversarlo. Ognuno per propri obiettivi e speranze, nessuno consapevole di cosa si celi in quella piccola località dell’appennino marchigiano. E, soprattutto, nel suo bosco, dove pare ci siano delle misteriose rovine risalenti alla civiltà etrusca.”

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L’Autore Classe 1979, della provincia ovest di Milano. Dal 2007 a oggi ha pubblicato narrativa di genere (dal thriller al western, dalla fantascienza all’horror) in eBook, antologie e riviste di settore, per un totale di quattro romanzi e una ventina di opere brevi. Nel 2012 ha vinto un concorso nazionale di letteratura fantascientifica (Kataris). Il suo sito/blog, sul quale trovare biografia e bibliografia completa, oltre che recensioni e news letterarie è: http://enzomilano.wordpress.com

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Tuchulcha le origini