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Milano, due poliziotti spaccano la faccia a un pensionato, poi lo denunciano per resistenza. I casi Aldrovandi non finiscono maiy(7HC0D7*KSTKKQ( www.ilfattoquotidiano.it

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il Fatto Quotidiano Sabato 30 giugno 2012 – Anno 4 – n° 154

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ANCHE MONTI SEGNA UN GOL Al vertice europeo il premier strappa lo “ya” della Merkel allo scudo salva-spread, “ma l’Italia non lo userà”. Ancora “nein” invece sugli eurobond. La Borsa di Milano guadagna il 6,6% (FOTO ANSA)

L’ultima occasione di Stefano Feltri

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arebbe bello poter dire che l’euro è salvo, che l’Unione europea si è rilanciata, che i mercati finanziari sono stati domati, che il problema del debito è risolto. E che il governo Monti può avere in patria la stessa forza che ha dimostrato negoziando con Angela Merkel a Bruxelles. Sarebbe bello, ma sbagliato. I problemi che hanno reso tanto importante e atteso il Consiglio europeo concluso ieri sono ancora lì: Paesi troppo indebitati che non riescono a crescere e soffocano negli interessi da pagare, un’Europa indebolita da egoismi nazionali e dalla sua incapacità di presentarsi come un investimento e non come un costo, partiti italiani liquefatti che impediscono agli investitori internazionali di prendere sul serio il Paese. Perché sanno che dopo Monti toccherà di nuovo a loro governare. Eppure il faticoso vertice europeo ha cambiato molte cose. Monti si è esposto come mai aveva fatto, essendo uomo prudente, sfidando Angela Merkel non tanto sui singoli provvedimenti (dall’efficacia incerta) quanto sull’approccio alla crisi. Monti ha vinto, la Merkel ha perso. Ora l’Europa discute di come sostenere i Paese indebitati, invece che del modo in cui far espiare loro gli eccessi e le colpe del passato. Si parla di unione bancaria, non più di salvataggi gestiti dai singoli governi con soldi che non hanno. E per la prima volta il nascente Meccanismo di stabilità, nuova versione del Fondo salva Stati che dovrebbe portare un po’ d’ordine sui mercati, sembra una cosa seria e non l’ennesimo artificio burocratico. Perfino i partiti italiani appaiono diversi rispetto a due giorni fa, sedotti dal successo tattico di Monti si contendono primati di europeismo dopo essersi gingillati con il pericoloso dibattito sul ritorno alla lira. Il Quirinale ha vietato di pensare a elezioni anticipate, ma sarebbe servito a poco senza una legittimazione autonoma del governo. Forte del successo con la Merkel, Monti può ritrovare quello slancio – e quella credibilità – che aveva all’inizio del suo mandato, dopo aver incespicato per mesi tra gaffe ministeriali, promesse non mantenute e incidenti parlamentari. È una seconda occasione, ma anche l’ultima, di dare un senso diverso dalla mera sopravvivenza a questa parentesi tecnica.

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Ci sono volute tredici ore, ma alle tre di notte la Cancelliera ha ceduto. Italia e Spagna avevano posto il veto sulla Tobin tax, mandando a monte i piani tedeschi. Poi la svolta decisiva pag. 2 - 3 z EURODELIRI x Politici e commentatori confondono pallone ed economia

Quelli che il calcio cancella la realtà Petrucci (Coni): “Lo spread lo decidono gli Azzurri”. Capezzone: “Chiedere scusa a Buffon”. Giornali di destra: “VaffanMerkel”

di Malcom Pagani

Petrucci, in delirio Gallaianni mistico, detta il proclama patria: “Potete dire ufficialmente” concede “che lo spread lo detta la Nazionale”. Poi con afflato da bonifica pontina, il “Duce” del Coni ora neosindaco di San Felice Circeo lancia la campagna per la raccolta del grano. pag. 7 z

Mario Monti-Balotelli dal web (EMANUELEDC)

CATTIVERIE “Siamo qui, ora osiamo”, ha sospirato Buffon entrando in una tabaccheria polacca (www.spinoza.it)

Udi Paolo Tessadri “IO, BAMBINO VIOLENTATO SOTTO L’ALTARE”

nleone d’oro alla carriera Rosi: “Quando il cinema faceva tremare l’Italia” pag. 15z

er troppi anni ha taciuto, Pva dentro. mentre la rabbia gli esplodeOra ha trovato il coraggio di parlare, anche con l’aiuto della madre: “Per quasi dieci anni ho subìto le violenze di tre sacerdoti, ma soprattutto di un giovane prete”. pag. 13 z

Ideona: l’autobavaglio di Marco Travaglio

inalmente. Finalmente, quando ormai pensavamo che, scomparso Tabucchi, non si trovasse più un intellettuale italiano disposto a criticare l’incredibile condotta del presidente Napolitano e del suo consigliere D’Ambrosio a proposito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, almeno uno se n’è trovato. È Franco Cordero, insigne storico e processualista, che in un articolo su Repubblica, seminascosto a pagina 33 sotto un titolo fatto apposta per mettere in fuga i lettori (“Dove scivolano le norme”), fa a pezzi tutto ciò che hanno scritto giuristi e costituzionalisti di corte negli ultimi 10 giorni: “È una gaffe per i consiglieri del Quirinale aver accettato il dialogo (con Mancino): appelli simili non meritano ascolto; né sta nel decorosamente sostenibile pretendere o pensare che il Capo dello Stato funga da organo censorio d’atti giudiziari, ora sollecitando, ora inibendo, come se il pubblico ministero rappresentasse ancora l’esecutivo e in via Arenula sedessero ancora Alfredo Rocco o Dino Grandi”. Rocco e Grandi erano i ministri della Giustizia di Mussolini. Dunque la condotta del Quirinale è frutto, secondo Cordero, di una concezione della Giustizia pre-moderna e pre-democratica, tipica delle monarchie assolute e poi del fascismo. Cordero rammenta che nel 2012 “il monopolio giurisdizionale appartiene a un corpo la cui autonomia è garantita dall’autogoverno e l’identico status compete al pm”: invece proprio il presidente dell’autogoverno e il suo consigliere tentano di limitare quell’autonomia che dovrebbero garantire. Chissà se anche l’analisi del grande giurista, garantista di antica data, verrà liquidata dal Quirinale come “interpretazione arbitraria, tendenziosa e manipolata”; se corazzieri e trombettieri accuseranno Cordero di “attaccare il Quirinale”; se Violante iscriverà anche lui nel partito golpista di Di Pietro, Grillo, Ingroia e Travaglio. Chissà se qualcuno oserà replicargli, possibilmente con argomenti inoppugnabili come i suoi, sempreché ne trovi (pare che Scalfari abbia in serbo una mega-intervista a Napolitano: potrebbe essere l’occasione buona). Nell’attesa, l’appello alla legge-bavaglio lanciato dal Presidente proprio mentre si scopriva che due sue chiamate a Mancino erano state intercettate sul telefono di Mancino, fa passi da gigante. Non a destra, ma a sinistra grazie a due corazzieri di complemento dell’Unità: Macaluso e Giovanni Pellegrino. Macaluso non gradisce che il Fatto abbia pubblicato la telefonata intercettata fra i generali Mori e Redditi, che gli dà del “ventriloquo” del Colle ed elogia le sue critiche all’inchiesta di Palermo “condivise con Napolitano”. Molto nervoso, Macaluso pretende che “il magistrato responsabile per la custodia (dell’intercettazione, ndr) o per l’uso improprio che con la diffusione ne viene fatto deve risponderne”. Forse non sa che la legge impone ai magistrati di depositare agli avvocati tutti gli atti e le intercettazioni, che da allora non sono più segreti. Pellegrino invece non gradisce che sia uscita la notizia di due chiamate di Napolitano a Mancino ascoltate sul telefono di Mancino. E vorrebbe che le toghe anticipassero il bavaglio, ponendosi il problema non della “legittimità” (che, bontà sua, riconosce anche lui) di intercettare Mancino; ma dell’“opportunità” per l’“ordinato funzionamento delle istituzioni”, in nome di una fantomatica “leale cooperazione fra poteri” che dovrebbe ispirare il magistrato. Il quale dovrebbe imporsi un “autolimite”. Cioè, prima di intercettare Mancino, i pm avrebbero dovuto prevedere che Mancino avrebbe “chiesto protezione” al Quirinale e ricevuto telefonate dal Presidente della Repubblica, dunque lasciar perdere. L’idea che Napolitano non sarebbe stato indirettamente intercettato se avesse evitato di impicciarsi nell’inchiesta, non sfiora nemmeno il nostro giurista per caso. Che il Quirinale abusi del suo potere, lui lo dà per scontato: dunque, per evitare che venga scoperto, non resta che l’“autolimite” per i pm. Un geniale antidoto alla legge bavaglio: l’autobavaglio.

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30 Giugno 2012

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