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Pressione dell’Ilva sul governo: dopo il sequestro di 8 miliardi ai Riva, si dimettono i vertici. Ma fino a quando a pagare saranno lavoratori e cittadini?

Domenica 26 maggio 2013 – Anno 5 – n° 143

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Redazione: via Valadier n° 42 – 00193 Roma tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230

Spedizione abb. postale D.L. 353/03 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009

GENOVA PER DON GALLO CONTESTA BAGNASCO In migliaia al funerale del “prete di strada” che cambierà per sempre la storia della Chiesa. Non solo per i fischi al presidente Cei per un infelice passaggio sul cardinal Siri. Ma anche per la varia Politi, Rosselli e Sansa » pag. 2 - 3 e “diversa” umanità sotto l’altare. E il “Bella ciao” fra gli inni sacri dc

L’ITALIA CHE SI AGGRAPPA AI DON di Antonio Padellaro

U di Gian Carlo Caselli

QUEL SORRISO DI DON PUGLISI AL SUO KILLER

orse più delle parole giuste di don Ciotti e F di Moni Ovadia si parlerà delle parole sbagliate del cardinale Bagnasco nella chiesa del Carmine, davanti alla bara di don Gallo. Perché dire che Andrea “ha sempre considerato il cardinale Siri un padre e un benefattore”, quando tutti a Genova sanno che fu il padre-padrone della curia genovese a trasferire in punizione l’allora viceparroco di quello stesso Carmine, è sembrata un’inutile provocazione. Oppure utile a riaffermare il potere della gerarchia, adesso che il prete degli “ostinati e dei contrari” (letto su un grande lenzuolo bianco) non c’è più. Molti si chiederanno cosa ci faceva il solenne presidente della Cei accanto ai sacerdoti che nelle strade si sporcano le mani, mentre altri avranno apprezzato la presenza del porporato in una situazione e in un clima non facili. Oltre però agli applausi e ai fischi, la colonna sonora della città erano i tamburi dei camalli che martellanti, dietro il Don, sembravano il tuono che precede il temporale. Perché ieri a Genova, grigia di pioggia e di rabbia, era come se sfilasse l’intero Paese che non ne può più. Cantava la folla Bella ciao, ma le note battagliere e festose tante volte intonate da Gallo ora erano quasi laceranti, un grido collerico contro il lavoro che manca e la politica delle promesse vane. Farebbero molto male gli uomini delle cattedrali e dei palazzi a pensare: in fondo se n’è andato un rompiscatole, un piantagrane, un agitatore di poveri cristi che tanto neppure votano per noi. Perché senza più quegli argini morali e perfino fisici, senza quell’energia e quel prestigio conquistati in una vita spesa sul marciapiede, la crisi che incattivisce gli animi può tracimare. E allora possono essere guai, come teme non un pericoloso sovversivo, ma perfino il premier Enrico Letta quando parla di un assai diffuso “risentimento” tra la gente. Succede allora che, a tendere la mano a questo popolo derubato e offeso, siano proprio quelli che stanno “non dalla parte di chi fa la storia, ma di chi la subisce” (don Ciotti). Non certo gli uomini dei partiti che ieri, nella navata del Carmine, latitavano, salvo rare eccezioni. È l’Italia salvata dai mille fermenti del volontariato, dai santi laici che si sbattono in silenzio per i loro simili, dal coraggio generoso di “Libera”. L’Italia dei don Gallo e dei padri Puglisi che, porca miseria, devono morire per essere celebrati.

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on Pino Puglisi muore (ce lo racconta il mafioso che D lo uccise) sorridendo e pronun-

ziando le parole “me lo aspettavo”. Cosa voleva dire? Per il sorriso la risposta è facile, tant’è che don Pino è stato – ieri, a Palermo – beatificato come mar» pag. 14 tire.

La folla davanti alla chiesa del Carmine a Genova Ansa

» TEST » Oggi e domani vanno alle urne oltre 16 milioni di italiani

Da Roma a Bologna il voto spaventa il Pd Oltre alla Capitale sono 563 le amministrazioni da rinnovare. Si teme un aumento delle astensioni. Per la sinistra anche la sfida nel capoluogo emiliano per il referendum sui soldi alle scuole paritarie » pag. 4 - 5 - 6

GEORGOFILI, 20 ANNI FA

“Fare la guerra per fare la pace”: la trattativa sul tritolo di Firenze ’93 Barbacetto e Lo Bianco » pag. 10 - 11

OMBRE AMERICANE

All’interno » pag. I - IV

Il giovane JFK, il club dei ricchi e quel fascino nero di Adolf Hitler Colombo » pag. 18 - 19

LA CATTIVERIA Ruby racconta che ad Arcore dormì da sola. La notte in cui era travestita da Rutelli » www.spinoza.it

Partiti e tornati di Marco Travaglio

er ora l’abolizione del finanziamento pubP blico ai partiti è solo un tweet di Enrico Letta che annuncia un disegno di legge che ver-

rà esaminato dalle commissioni parlamentari competenti e poi, se nel frattempo non sarà caduto il governo o finita la legislatura, approderà nelle aule di Camera e Senato che dovranno discuterlo, emendarlo e infine approvarlo con doppia lettura conforme. Insomma, i titoli trionfalistici dei giornaloni (Repubblica: “Soldi ai partiti, stop entro luglio”, Corriere: “Letta: basta soldi ai partiti”, La Stampa: “Partiti, stop ai soldi pubblici”) sono la solita propaganda a un governo che finora non ha fatto altro se non promettere mari e monti senz’avere un soldo in cassa. Dipendesse dai giornali, Letta e i suoi ministri sarebbero disoccupati, perché l’Italia l’avrebbe già salvata il governo Monti a colpi di “Salva Italia”, “Semplifica Italia”, “Sviluppa Italia”, “Modernizza Italia”, “Cresci Italia”, piani per la crescita, agende e tavoli e road map delle riforme (ovviamente condivise), fasi-1 e fasi-2, spending review, superconsulenti, supersaggi e supercazzole. Insomma avrebbe rivoluzionato la sanità, la scuola, l’università, le infrastrutture e la pubblica amministrazione, sbaragliato la corruzione, l’evasione e la disoccupazione, varato la miglior legge elettorale di tutti i tempi. Ora il copione si ripete con i mirabolanti annunci del governo Letta, regolarmente seguiti dal nulla. Vedremo se i fondi ai partiti avranno una sorte diversa, nel qual caso lo riconosceremo con gioia, visto che furono abrogati già vent’anni fa dal referendum del '93, subito annullato dalla legge-truffa che li fece rientrare dalla finestra sotto le mentite spoglie dei “rimborsi elettorali”. Da allora i partiti hanno incassato indebitamente 3 miliardi di euro solo per i “rimborsi”, cui però vanno aggiunte altre fonti di approvvigionamento: i contributi ai gruppi parlamentari e regionali, gli sgravi fiscali sulle donazioni dei privati, le agevolazioni postali, i soldi ai giornali di partito (veri o finti). Decenza e coerenza vorrebbero che i partiti di maggioranza, mentre annunciano una riforma così impegnativa, rinunciassero alla rata che sta per piovergli addosso per le scorse elezioni: 45,8 milioni al Pd, 38 al Pdl, 15 a Monti. Il tanto bistrattato M5S l’ha già fatto con i “suoi” (cioè nostri) 42,7. Non è difficile: basta non ritirarli. Perché non lo fanno? Perché l’annunciata abrogazione del finanziamento pubblico puzza tanto di fregatura, cioè di una legge che i rimborsi non li abolirà, ma li chiamerà con un altro nome. Il ddl non c’è ancora, ma già si sa che introdurrà il meccanismo dell’1 per mille sulla dichiarazione dei redditi, affinché i contribuenti possano devolvere una parte delle tasse ai partiti: non è chiaro se al proprio partito o a un unico bottino che le forze politiche si spartiranno in proporzione ai voti. Questa seconda ideona fu sperimentata nel 1999 col 4 per mille, ma quasi nessuno contribuì: un po’ perché non si poteva scegliere il partito da sostenere, un po’ perché i partiti stavano sulle palle agli elettori. In ogni caso, con l’1 per mille il gettito fiscale diminuirebbe per confluire in parte nelle casse di associazioni private quali sono i partiti: dunque sarebbe un’altra forma di finanziamento pubblico, non certo un’abrogazione. Non solo: il ddl confermerà gli sgravi fiscali del 26% sui contributi privati (70 volte superiori a quelli sulle donazioni benefiche), regalerà ai partiti sedi, spazi tv e spese postali gratuiti (cioè pagati da noi). E il nuovo sistema entrerà in vigore gradualmente in tre anni, perché i partiti vanno disintossicati poco per volta, come i drogati col metadone. Infine, nulla si sa del controllore (la Corte dei Conti o le Camere, cioè i partiti stessi che si coprono a vicenda?) né delle sanzioni: l’esclusione dalle elezioni, come in Germania, è respinta con orrore dal ministro Quagliariello. Ma allora, se chi viola la legge può candidarsi come se nulla fosse, perché dovrebbe rispettarla?


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Prime pagine, 25 e 26 maggio 2013  

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