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Il pescatore di rifiuti Il pescatore di rifiuti René Vergara ******* Il grigio e centenario ricovero della via Colón era stato un tempo un convento: i religiosi avevano lasciato il grande casamento del quartiere Vivaceta ai poveri. Nel grande patio comune c'era un solo rubinetto per tutti gli abitanti degli undici monolocali, tanti quante erano state le ex celle del convento, che gli si affacciavano tutt'intorno in semicerchio. Anche senza contare naturalmente quella delle piogge invernali, non era l'unica acqua che avevano : c'era, infatti, un canale aperto, ampio e profondo, in cui scorreva un liquido di discarica puzzolente e oscura, che costeggiava la parete di mattoni e paglia del lato nord, lambendo con la sua umida lingua perforante e instancabile il fango messo a seccare al sole. Lo crepava, lo sfaldava, lasciando saltar fuori dalle sue viscere lunghe spighe di grano dorato, e se lo portava via a poco a poco. L'acqua non ha fretta. Sulla sua vecchia sedia a rotelle, approfittando di tutta la luce del giorno, Felipe Sánchez, il figlio maggiore e invalido della signora Margarita Grandón, "pescava" scarpe spaiate, pezzi di legno e di juta, cartoni, bottiglie, pezzi di stoffa. Mercanzia che si accumulava via via sui bordi del canale. Era il fornitore dei robivecchi del quartiere. Aveva le gambe paralizzate. Era epilettico. Ma i suoi disturbi nervosi non erano solo perdita della conoscenza, convulsioni, spuma alla bocca, pallore e angoscia. Lui, ormai, era affetto da vere alterazioni mentali. Non sapeva e non poteva essere comunicativo, ma tutti i suoi vicini, inclusi i bambini e i cani, capivano i suoi rari momenti di allegria per le sue risa rumorose e ballonzolanti: colpiva la sedia con la sua canna da pesca e muoveva le mani come se stesse ballando la danza del paralitico. La signora Margarita lavava la biancheria altrui. Le sue forti braccia nude e olivastre entravano e uscivano dalla tinozza, sempre coperte di bollicine o gocciolanti d'acqua. Odoravano di cloro. Nelle sue mani che sguazzavano come pesci, la pelle si era fatta ormai di pergamena. Vedova eroica, era instancabile nel suo affaccendarsi da formichina. Le sue figlie, Olga e Inés, ancora minorenni, studiavano al liceo della Avenida Independencia. Tutte le sue faccende di casa, lavare, stirare, cucinare, cucire, le faceva stando vicina a suo figlio, l'immobile e paziente pescatore di rifiuti. Era consapevole che l'attacco epilettico avrebbe potuto sopraggiungere in qualsiasi momento. Per sicurezza, teneva la sedia agganciata con una grossa corda all'unico albero del ricovero, un'alta acacia che i religiosi avevano ricoperto nella parte bassa del tronco con una sostanza grassa scura e spessa. Mentre metteva a bagno la roba, ramazzava, sfregava, risciacquava o stendeva i panni, guardava suo figlio con una strana miscela di sofferenza e allegria. Una cagna dal pelo fulvo, che tutti chiamavano Bellina, stava sempre sdraiata a fianco di Felipe. Gliel'aveva regalata José Donoso, il ciabattino, vicino di casa di Margarita. Era allenata a cacciare le pantegane del canale, ma sapeva anche far scappare gli altri cani e i gatti. Riusciva persino a impedire che dei ragazzetti malintenzionati si avvicinassero a Felipe per prenderlo in giro. Quando il poverino aveva bisogno di un aiuto, lanciava l'allarme abbaiando. Tutti gli uomini del ricovero scambiavano qualche parola con il 'pescatore' e gli regalavano sigarette. Donoso, quando voleva sgranchire le grosse gambe tumefatte dalle vene varicose, andava da lui: "Come va la pesca?" "Così così, José. Poca roba." "È che non usi i vermi. Un uncino attaccato a una pertica non attrae neanche un pesce gatto." "Dai. Smettila di dir sciocchezze. Un giorno, vedrai, pescherò qualcosa di buono." "Sì: il raffreddore, un po' di puzza, un gatto putrefatto..." "Hai dimenticato la bella bambola che ho pescato per tua figlia?" "No, e ti dico ancora grazie. Il brutto è che per questa canaletta non passano né pellicce né gioielli né biglietti grandi." "È vero, ma ti hanno fatto comodo le scarpe che ti ho pescato..." "Te le ho anche pagate. Chi ti compra delle scarpe sgangherate?" "Qualsiasi altro calzolaio. Ieri pomeriggio ho pescato una maglietta verde. La vedi? È quella che mia madre ha lavato e steso vicino alla cucina. Non la trovi bellina?" "Sì." Bellina tese le orecchie e ringhiò. Felipe la tranquillizzò: "Non sei l'unica Pagina 1


Il pescatore di rifiuti Bellina al mondo..." Il calzolaio, sorridendo, ritornò al suo banco. Felipe tirò la pertica in acqua e la trascinò controcorrente. Uscì fuori pulita pulita. Al tramonto, le sue sorelle gli portarono un pezzo di cioccolata e lo spinsero, correndo, verso casa. Bellina saltellava di qua e di là, finché un pezzettino di cioccolato le cascò fra le fauci umide e rosse. Lo gustò e, riconoscente, tagliò il vento con un salto di luce e fiamma e agitò ripetutamente la sua lunga coda di fuoco. La piccola tavola era apparecchiata: sopra la tela cerata blu con macchie bianche fumava una zuppa densa e il pane riscaldato era ancora tiepido. Felipe infilò in una rosetta il palpitante midollo giallo di un osso rotondo, mangiò avidamente, poi addentò la poca carne dura che stava attorno all'osso e bevve persino un bicchierino di vino. "Che compiti avete, ragazze?" chiese la madre. "Il solito" rispose la maggiore. "Scrittura, matematica, quelle cose lì." "Sta già arrivando l'inverno e, come tutti gli anni, sarà tutto più caro: la legna, il carbone e il resto. Sto facendovi dei maglioni a mano. Uno è viola, come il freddo, l'altro è nero. Sono gli unici colori che ho trovato." "E per te mamma?" chiese Inés, la più piccola. "Io sono robusta e sono abituata al freddo. È il vantaggio delle lavandaie." Le bambine fecero i loro compiti e si coricarono sul vecchio lettone della madre. "Resti a dormire sulla sedia a rotelle?" "No. Dammi una mano, ho le natiche addormentate. Andrò a buttarmi a letto" rispose Felipe. "Quest'anno stai meglio: gli attacchi non ti sono più venuti tanto spesso." Lo mise a letto. Uscì sul patio e tirò dentro la tavola da stiro bruciacchiata e i due stenditoi di legno. Mise dell'altro carbone nel ferro da stiro arrugginito, appiccò il fuoco e soffiò. Un canto sommesso l'aiutava a rendere meno monotono l'andare e venire della mano destra sullo stesso percorso di tela: canzoni dei suoi verdi ricordi di Chillan. Sembra proprio che ai figli della provincia di Ñuble, forse proprio perché hanno sofferto tanto, nessuna tragedia riesca a spezzare l'anima. Dall'angolo scuro arrivò la voce del figlio: "Mamma, canta la La pietra delle comari." "Svegliamo le bambine." Si sentì un coro di voci, affratellate dal vincolo di sangue, la bellezza, la tradizione: "No, mamma, canta. Non siamo addormentate." E la canzone arrivò per percorsi di un tempo ormai lontano, rimbalzando sui vecchi mattoni del convento, alleviando, come balsamo alato, le asprezze vecchie e nuove. Pietruzza delle comari sentiero arioso del colibrì; infuso d'argilla e tempo chitarrista di Quinchamalí. Tra Quillay e Peumi morirò se tutti i giorni con te starò. La voce si diffuse nel patio e gli orecchi dei vicini la sentirono ancora una volta. Donoso pensò: "Questa vedova dal cuore di storno, mi costringerà ad andare a vedere la sua terra: tutte le notti canta ballate che non avevo mai sentito." Si spense il chiarore del carbone nel riquadro del portale mentre la voce sommessa e calma, aroma di emozioni cristalline, continuava a far ordine nel ritornello del vivere senza meta, trovando un senso per la vita e per la morte nella pace della notte familiare. Non solo i cani abbaiano all'alba, anche l'uomo grida rabbioso: "Juana! Dell'altro pane!" "Non ce n'è più! I bambini ne hanno più bisogno di te." "E va bene." Il vicino della stanza numero uno, scaricatore del Mercato Centrale, sbatté la porta e se ne andò. Era la sveglia di Margarita: erano le cinque del mattino. Si vestì e silenziosamente incominciò a prepararsi la colazione. Accese il ferro e svuotò quasi completamente dei panni bianchi e stropicciati il canestro che li conteneva. Alle 7 svegliò i figli. Le bambine fecero colazione e misero nelle cartelle due panini col formaggio e due mele. Uscirono sul patio portando fuori Felipe. Bellina si leccava i baffi bianchi di latte. "Bambine, non dimenticate di legare la sedia a rotelle all'albero!" Pagina 2


Il pescatore di rifiuti Infilò nell'acqua azzurra della tinozza le sue mani... fattesi per incanto soavi strangolatrici di candide colombe: mani che plasmano l'acqua celeste e sollevano nugoli di piume di neve e cielo. Magiche mani di un mestiere eterno. Uno strano latrato di Bellina le fece girar la testa e vide che suo figlio stava tirando su, infilata all'uncino, una enorme gallina da cortile. Corse ad aiutarlo. Felipe, agitato, era raggiante. Un po' di saliva schiumosa gli usciva dalla bocca spalancata. "Prendila, è per te. L'acqua nera è stata generosa. Mangeremo il lesso." "Calmati, figliolo. Grazie." La donna guardò la gallina e avvicinò il naso al becco. La palpò dappertutto, zampe, ali, collo e petto. "Sembra che stia bene. La getterò nell'acqua bollente per spennarla e poi l'aprirò per guardarci dentro." Lo fece in pochi minuti. "È proprio sana. Ha un buon odore. Sì... È sicuramente affogata perché ha lo stomaco pieno dell'acqua del canale. Andrò a cucinarla. Grazie, figliolo." Lo salutò dandogli una pacca sulla spalla. Il volto di Felipe aveva acquistato quei tratti sereni che solo la tranquillità delle piccole cose e l'allegria semplice sono capaci di scolpire. I bambini del ricovero e persino i cani seguirono Margarita fino alla cucina di mattoni. Donoso, saputo del ritrovamento, perché è più difficile mantenere un segreto in un ricovero che nello sguardo di una giovane donna innamorata, si avvicinò per felicitarsi con l'amico: "Congratulazioni, Felipe! Quella gallina pesa più di tre chili. Che pezzo ti mangerai?" "Non lo so, mi piacciono le ali e le cosce, sono molti anni che non mangio carne di pollo. A te cosa piace?" "Il collo." "No. Non è possibile. Il collo sarà per Bellina. Tu ti mangerai il petto perché sei sempre stato buono con me e la mia famiglia." "È una parte molto asciutta, dovrei accompagnarla con il vino e il vino mi fa dormire. Devo finire una risuolatura e un paio di scarpe che sto facendo per il padrone del ricovero. Vedremo." Felipe agitò le mani e la lingua gli si rivoltò all'indietro: aveva un'altra volta la bocca piena di schiuma. Oscillava la testa a sinistra con movimento spasmodico. Il calzolaio gridò: "Signora Margarita! Signora!" Arrivò di corsa e gli aprì la bocca a forza. Gli mise un fazzoletto fra i denti. Donoso gli tirò la testa all'indietro, gli tolse il fazzoletto di bocca e gli diede da bere dell'acqua. "Non è niente. Gli passerà. Il ritrovamento della gallina lo ha eccitato. Continua a essere un bimbo grande e debole. L'attacco sta per finire. Rimanga con lui, don José, per favore. Vado a prendergli un po' di pollo." "Il petto per il mio amico, mamma." "Bene, per te sto preparando il brodo." La festa del pollo durò tre giorni. "Sai, mamma, la gallina è arrivata in anticipo: non ti sarai mica scordata che domenica prossima compio 21 anni, eh?" "No. Come potrei dimenticarlo?" "Una settimana in più e sarebbe stato tutto diverso." "Può essere che tu ne peschi un'altra." "Ho passato cinque anni sulla riva di questo canale e questa è l'unica gallina che ho visto. Queste acque scure non mi possono ingannare perché le conosco bene. Sono la pelle del demonio e di me hanno paura." "Dormi, ragazzo." "Canti?" "No. L'idea del tuo compleanno così vicino mi ha messo tristezza. Nessuno può vivere la vita degli altri e non canterò anche perché fa bene ascoltare il dolore proprio per poter capire quello altrui..." La settimana passò lentamente. Felipe, per abitudine, perché tutti ci adattiamo al nostro mestiere, continuava a pescare qualche bottiglia galleggiante o qualche cassa di cartone: nient'altro. I suoi occhi scrutavano l'acqua nera come volesse perforare il fango dei suoi miasmi. L'acqua cercava di portarsi via la pertica. Il cervello, bloccato sul compleanno, ritornava ai tempi in cui le gambe lo sostenevano per correre e per saltare fra gli stretti e profumati sentieri della sua montagna lontana. Venerdì, nel pomeriggio, Donoso gli diede una sigaretta. "Che ti succede, ragazzo? Non si pesca niente?" "Dài, José!" Pagina 3


Il pescatore di rifiuti "Che cos'hai?" "Niente. Domenica è il mio compleanno..." "Non è il caso di rattristarsi..." "È che la gallina è arrivata troppo presto..." "Ah. Tutto arriva o troppo presto o troppo tardi. L'uomo, aspettando il momento giusto, non solo invecchia, ma impara che il tempo e la speranza vanno a braccetto solo quando lo vuole il buon Dio." Sabato, Felipe non mise nemmeno la canna da pesca in acqua. Rimase attaccato alla sedia a rotelle, irritato, preso da convulsioni continue, come una statua meccanica che scuoteva la testa solo a sinistra. La domenica si alzò tardi e cominciò ad attraversare il patio in direzione opposta al canale. Il calzolaio interruppe la sua passeggiata: "Se non ritorni al tuo lavoro non guadagnerai niente. Torna a pescare, a volte i miracoli succedono..." Afferrò lo schienale della sedia a rotelle e lo sospinse fino al bordo dell'acqua. "Dài, fai un tentativo, caspita... anche se è il tuo compleanno." Felipe tirò la canna da pesca e chiuse gli occhi. Donoso uscì dal ricovero con un pacchetto sotto il braccio. Conosceva bene il quartiere: sapeva che, due isolati più a est, la strada aveva una spianata che dava al canale. Aprì il pacchetto e tirò fuori un'enorme gallina congelata che aveva comprato al mercato. La tirò all'acqua e, correndo come inseguito da un fantasma, ritornò al lato del suo amico: "Adesso, Felipe. Apri bene gli occhi. Ti farò vedere che esistono i miracoli." Videro in lontananza due mezzi speroni gialli: era la gallina che galleggiava con le zampe all'aria. Felipe si sollevò dalla sedia. Bellina abbaiava entusiasta. José si avvicinò alla riva perché la gallina cominciava ad affondare e se ne andava velocemente dall'altra parte. Felipe, nervoso, con la bocca e il mento coperti di bava spumosa, cercava di prenderla con l'uncino. La gallina gli scappava. Cercò di avvicinare la sedia a rotelle con un forte spinta della schiena e delle natiche. Tirò la canna lontano, sopra l'acqua, con disperazione. Si rimise miracolosamente in piedi, ma perse l'equilibrio e cadde a faccia in giù. José lo vide galleggiare ormai mezzo sommerso. La gallina e l'invalido passarono al di là della parete ovest e scomparvero.Bellina abbaiando, saltò nel canale. Tutti gli abitanti del ricovero uscirono in strada: sapevano che vicino al quartiere Vivaceta il canale si univa con l'altro canale del quartiere Las Hormillas. Riuscirono a prenderlo e a tirarlo fuori. Il cadavere di Felipe Sánchez teneva la gallina stretta per un'ala. (Marzo 1974)

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Il pescatore di rifiuti di René Vergara  

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