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Alcibiade Primo S. - Dici bene. Mi puoi, allora, indicare quale fu il tempo [110 A] in cui non ritenevi di sapere che cosa sia il giusto e l'ingiusto? Ebbene: l'anno scorso lo cercavi e credevi di non conoscerlo? O lo pensavi? Rispondimi secondo verità, perché il nostro dialogo non sia vano. A. - Pensavo proprio di saperlo. S. - E tre anni fa, e quattro e cinque non era così? A. - Senz'altro. S. - Ma prima di allora tu eri un fanciullo, non è vero? A. - Sì. S. - So bene che, allora, credevi di conoscerlo. A. - Tu come fai a saperlo? [B] S. - Perché spesso ti ho udito, quando eri fanciullo a scuola o altrove, e giocavi a dadi8 o a qualcos'altro. Tu non avevi nessun dubbio riguardo a ciò che è giusto e ingiusto, ma dicevi ad alta voce e con sicurezza riguardo a chiunque tra i tuoi compagni che era cattivo e ingiusto e ti faceva torto. Non dico la verità? A. - Ma che cosa avrei dovuto fare, Socrate, quando mi si faceva un'ingiustizia? S. - Mi domandi che cosa avresti dovuto fare quando ignoravi se tu stessi subendo ingiustizia o meno? [C] A. - Per Zeus, non lo ignoravo affatto, ma sapevo bene di subire ingiustizia. S. - Pertanto, anche da fanciullo pensavi di sapere, come sembra, che cosa sia giusto e che cosa sia ingiusto. A. - Senz'altro; e lo sapevo per davvero. S. - Quando l'hai scoperto? Certamente, non quando credevi di saperlo già. A. - No davvero. S. - Allora, quando credevi di ignorarlo? Pensaci: questo tempo, non lo troverai affatto. A. - Per Zeus, o Socrate non so davvero che cosa dire. [D] S. - Dunque, non conosci questo per averlo trovato. A. - Non mi sembra proprio. S. - Eppure, poco fa hai detto di saperlo senza averlo imparato. Se, tuttavia, non l'hai né scoperto né imparato, come fai a saperlo e da dove l'hai saputo? A. - Però, forse, non ti ho risposto correttamente, dicendoti di saperlo per averlo trovato da me stesso. S. - Com'è andata, invece? A. - L'ho imparato anch'io come gli altri. S. - Siamo tornati di nuovo allo stesso punto. Da chi? Dillo anche a me! [E] A. - Dalla maggior parte della gente. S. - Non ti rifugi certo presso maestri seri, riferendoti ai più. A. - E perché? Non sono capaci di insegnare? S. - Nemmeno le mosse per vincere o no nel gioco del tavoliere9; eppure, questo mi sembra meno importante di ciò che è giusto. O no? Tu non sei dello stesso parere? A. - Sì. S. - Se, allora, non sono in grado di insegnare le cose meno importanti, come faranno con quelle più serie? A. - Lo penso anch'io. Però, sono capaci di insegnare cose più importanti del gioco del tavoliere. S. - E quali sono? [111 A] A. - Da questi, per esempio, ho imparato a parlar greco, ma non saprei dire chi fosse mio maestro senza fare riferimento proprio a quelli che tu dici non essere maestri seri. S. - Mio caro, di questo certamente, i più sono ottimi maestri e se ne potrebbe giustamente lodare l'insegnamento. A. - Perché mai? S. - Perché, in questo campo, sono in possesso di tutto ciò che è necessario ad un bravo maestro. A. - Che cosa intendi dire? S. - Non sai che chi vuole insegnare qualcosa [B] deve conoscerlo per primo? Oppure no? A. - Come no? S. - E quelli che sanno devono essere d'accordo fra loro senza alcun dissenso? A. - Sì. Pagina 6

Alcibiade Primo -di Platone  
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