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Alcibiade Primo aiuterebbero se avessi bisogno di qualcosa, mentre quelli per parte di madre non sarebbero affatto né peggiori né inferiori ad essi. Tuttavia, tu pensi che ti conferisca una potenza maggiore di tutto quello che ho ricordato, Pericle2 figlio di Santippo, che tuo padre lasciò come tutore a te e a tuo fratello. E questi può fare ciò che vuole non solo nella nostra Città, bensì in tutta l'Ellade e presso molti grandi popoli barbari. Poi aggiungerò anche che sei da annoverare [C] tra i ricchi: tuttavia, mi sembra che di questo tu ti inorgoglisca assai di meno. Insuperbito da tutte queste doti, hai preso il sopravvento sui tuoi amanti e quelli essendoti inferiori, si sono lasciati dominare da te: anche questo non ti è sfuggito. Perciò, so bene che ti chiedi stupito che cosa mai abbia in mente io, che non rinunzio al tuo amore e in che cosa speri nel mio persistere mentre gli altri se ne sono andati. ALCIBIADE - Forse, Socrate, non sai [D] di avermi preceduto di poco. Infatti, avevo proprio in mente, avvicinatomi per primo, di chiederti che cosa volessi e a che cosa mirassi importunandomi, essendomi sempre vicino nel modo più premuroso, ovunque fossi. Davvero, mi chiedo, stupito, perché tu agisca così: mi piacerebbe proprio saperlo. S. - Mi ascolterai benevolmente se, come affermi, desideri sapere che cosa io abbia in animo: allora parlerò, sicuro di avere un interlocutore paziente. A. - Senza dubbio: ebbene, parla. [E] S. - Sta' attento, allora: non ci sarebbe nulla di strano se come ho incominciato con fatica allo stesso modo, poi, fosse difficile che smettessi. A. - Caro Socrate, parla: ti ascolterò. S. - Sarebbe ora di parlare. È certamente difficile per un amante rivolgersi ad un uomo che non si lascia vincere da chi lo ama, però, si deve avere ugualmente il coraggio di dire ciò che si pensa. Difatti, o Alcibiade, se ti avessi visto appagato da quello che ho appena ricordato e convinto di dover passare la vita accontentandoti di ciò, [105 A] già da lungo tempo avrei smesso di amarti, ne sono certo. Invece, ti mostrerò che altri sono i tuoi intenti, e da questo capirai che ho continuamente rivolto la mia attenzione a te. Mi sembra che, se un dio ti dicesse: "O Alcibiade preferisci vivere con ciò che possiedi ora, oppure morire subito, se non ti sarà possibile procurartene di più?", sceglieresti di morire. Ma ora ti dirò io con quale speranza vivi. Tu ritieni che, non appena ti presenterai al popolo [B] (e questo avverrà entro pochi giorni), dimostrerai agli Ateniesi di meritare una stima maggiore di quella che ebbero per Pericle e per tutti gli altri politici mai esistiti. Inoltre, pensi, dopo aver mostrato questo, di diventare il più potente della Città, e, di conseguenza, anche presso gli altri Greci, e non solo tra di essi, ma anche tra i barbari che abitano nel nostro stesso continente. E se questo stesso dio ti dicesse poi che [C] devi comandare in Europa, mentre non ti sarà permesso di passare in Asia né di occuparti di ciò che accade là, non mi sembra che tu voglia vivere nemmeno accontentandoti di questo, senza poter riempire tutto, per così dire, del tuo nome e della tua potenza. A mio parere, tu pensi che, ad eccezione di Ciro e di Serse3, non vi sia stato nessuno meritevole di considerazione. Che la tua speranza sia riposta in quanto ho detto è per me una certezza, non una congettura. Forse, potresti domandarmi, sapendo che io dico il vero: "Che rapporto c'è, Socrate, tra questo e quanto affermavi prima, [D] dicendo di voler chiarire per quale motivo non mi avessi abbandonato?". Ti risponderò, caro figlio di Clinia e Dinomache. È impossibile che tu porti a compimento tutti questi tuoi intenti senza di me: penso proprio di avere un potere tanto grande sui tuoi affari e su di te. Ritengo che, appunto per questo, prima il dio non mi permettesse di parlare con te: e, così, ho atteso che me lo consentisse. Come tu, infatti, [E] speri di mostrare alla Città di meritare la più alta considerazione, e, di conseguenza, di poter fare subito quello che vuoi, così anch'io spero di acquistare presso di te il massimo potere, dopo averti dimostrato di essere del tutto degno della tua stima, e che non vi è né tutore, né parente, né alcun altro in grado di darti la potenza che desideri, all'infuori di me, certo con l'aiuto del dio. Credo che fino a quando eri più giovane e prima che nutrissi una speranza così grande, il dio non mi concedesse di parlare con te, perché non [106 A] discutessi invano. Ora, invece, me l'ha permesso, perché sei disposto ad ascoltarmi. A. - O Socrate, adesso, dal momento in cui hai incominciato a parlare, mi sembri più strano di quando mi seguivi in silenzio: eppure, anche allora mi apparivi Pagina 2

Alcibiade Primo -di Platone  
Alcibiade Primo -di Platone  

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