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Alcibiade Primo A. - La concordia. S. - Attraverso quale arte le Città sono concordi sui numeri? A. - Attraverso l'aritmetica. S. - E i singoli non lo divengono grazie alla stessa arte? A. - Sì. S. - Pertanto, ciascuno viene ad essere d'accordo con se stesso? A. - Sì. S. - Ma attraverso quale arte ciascuno [D] è d'accordo con se stesso nello stabilire quale misura sia più grande tra la spanna ed il cubito? Non si tratta della metretica? A. - Senz'altro. S. - E, di conseguenza, grazie ad essa sono in accordo anche i singoli e le Città? A. - Sì. S. - Ma allora, riguardo al peso non accade lo stesso? A. - Lo ammetto. S. - La concordia di cui tu parli, in che cosa consiste, a quale scopo mira e quale arte la produce? E l'arte che realizza la concordia nella Città è la stessa che la produce anche nei singoli, in se medesimi e in rapporto ad altri? A. - È probabile. S. - E qual è, allora? Non stancarti di rispondermi, ma [E] abbi il coraggio di parlare. A. - Secondo me, si tratta di quell'amicizia e concordia, per cui il padre e la madre che amano il proprio figlio vanno d'accordo con lui, e il fratello con il fratello e la moglie col marito. S. - Tu, Alcibiade, pensi, dunque, che il marito possa essere d'accordo con la moglie sull'arte del lavorare la lana, senza conoscere ciò che ella sa? A. - No di certo. S. - Non è nemmeno necessario, dato che si tratta di una conoscenza riguardante le donne. A. - Sì. [127 A] S. - Ma allora, la donna potrebbe essere d'accordo con il marito sull'arte dell'oplita senza conoscerla? A. - No davvero. S. - Mi potresti dire, forse, che si tratta di una conoscenza da uomini. A. - Certamente. S. - Dunque, stando alle tue parole vi sono delle conoscenze da donne altre da uomini A. - E come no? S. - In queste, allora, non vi è concordia fra moglie e marito. A. - No. S. - Pertanto, non vi è nemmeno amicizia, se l'amicizia è concordia. A. - Pare di no. S. - Dunque, se le donne si occupano di ciò che è loro proprio, non sono amate dai mariti. [B] A. - Non sembra. S. - E nemmeno i mariti dalle mogli, nella misura in cui attendono a ciò che è loro proprio. A. - No. S. -Nemmeno le Città, allora, vengono ben governate, quando ciascuno attende a ciò che gli è peculiare? A. - Penso di sì, Socrate. S. - Come dici? Quando è assente l'amicizia che, come affermammo, con la sua presenza fa sì che le Città siano ben governate, mentre, nel caso contrario, esse non lo sono? A. - Invece, a me sembra che vi sia amicizia tra di essi perché ciascuno attende a ciò che gli è peculiare. [C] S. - Poco fa non ti sembrava così: ora, invece, che cosa sostieni? Se non vi è concordia, vi può essere amicizia? O è possibile che vi sia concordia intorno a cose che gli uni conoscono, gli altri no? A. - È impossibile. S. - Quando ciascuno si occupa di ciò che gli è peculiare, agisce in modo giusto o ingiusto? A. - In modo giusto: come no? S. - Perciò, quando i membri di una Città agiscono in modo giusto, non vi è amicizia reciproca? A. - Mi sembra necessario, Socrate. [D] Pagina 18

Alcibiade Primo -di Platone  
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