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sullaVIAdellaPACE Trimestrale di in-formazione dell’Associazione Via Pacis

20I3 n.32

EDITORIALE:

Sulla Via della Sobrietà

CARISSIMO:

Povertà? No, grazie!

DON DOMENICO

Ambasciatore di riconciliazione

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Anno VIII - n. 4 - Ottobre-Dicembre 2013 - Trimestrale Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2 - DCB Trento - Taxe Percue In caso di mancato recapito inviare al C.P.O. di Trento per la restituzione al mittente previo pagamento resi


SULLA VIA DELLA PACE Trimestrale di in-formazione Anno VIII - n. 4 ottobre-dicembre 2013 Registrazione n. 263 presso il Tribunale di Rovereto (TN) (19.01.2006)

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Direttore responsabile Paolo Maino

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Direttore di redazione Ruggero Zanon

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Redazione Tiziano Civettini Ruggero Zanon

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Collaboratori Paola Angeretti Stefania Dal Pont Annalisa Zanin

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Archivio Fotografico Patrizia Rigoni

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Distribuzione e numeri arretrati Graziana Pedrotti

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Amministrazione Renato Demurtas

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Editore Associazione Via Pacis onlus

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Direzione e amministrazione Viale Trento, 100 38066 Riva del Garda (Trento) Italy mail@viapacis.info www.viapacis.info Tel. +39.0464.555767 Fax +39.0464.562969

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Grafica Emmanuele Pepè

Editoriale • Sulla via della sobrietà Don Domenico Pincelli, ambasciatore di riconciliazione JMJ Rio 2013 Aperti alle sorprese dello Spirito Calabria, radicarsi per vivere I have a dream • Sopportarsi a vicenda nell'amore Checkpoint • Mani pulite in sporca politica? Dalle Filippine a Via Pacis Giovani • Oltre confine Andate controcorrente Colombia • Sete di riconciliazione Parola d'ordine: missione Periferie esistenziali Kenya • How are you? Testimonianze • Un'oasi di accoglienza Un viaggio pieno di domande Ragazzi, si può ricominciare... sempre! Quanto amo la tua parola • Una morte che dà vita Carissimo • Povertà? No, grazie!

L’Associazione Via Pacis è un’Associazione Privata di Fedeli Laici della Chiesa Cattolica e membro della Fraternità Cattolica delle Associazioni e Comunità Carismatiche di Alleanza di Diritto Pontificio.

pluses.morethangraphics@Gmail.com

Stampa Antolini Tipografia - Tione (TN)

Le attività di solidarietà promosse dall’Associazione Via Pacis sono gestite dalla Associazione Via Pacis onlus Viale Trento, 100 - 38066 Riva del Garda (TN) - Italy Tel. +39.0464.555767 - Fax +39.0464.562969 mail@viapacis.info

Finito di stampare nel mese di settembre 2013 In copertina: Via Pacis abbraccia le Filippine

La presidente di Via Pacis Onlus, Roberta Riccadonna, con suor Rosanna Favero (foto di Marco Berteotti)

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GARANZIA DI RISERVATEZZA Ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs. n° 196/2003 (tutela dati personali) si garantisce la massima riservatezza dei dati personali forniti dai lettori ad Associazione Via Pacis onlus e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione, o di opporsi al trattamento dei dati che li riguardano, rivolgendosi al Titolare del trattamento dati, Associazione Via Pacis onlus – viale Trento, 100 – 38066 Riva del Garda (TN) o scrivendo al Responsabile Dati dell’Associazione Via Pacis onlus Paolo Maino anche via email all’indirizzo mail@viapacis.info. è possibile consultare l’informativa completa all’indirizzo www.viapacis.info/ privacy.aspx

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E D I T O R I A L E

Sulla via della SOBRIETÀ

di Paolo Maino

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entre scrivo sono ancora vicini i giorni in cui camminavo nello slum di Kisumu (Kenya), fra rifiuti e fogne a cielo aperto che scorrono fra le baracche di fango e lamiera. A stento riuscivo a reggere lo sguardo di bambini con il volto segnato dai morsi dei topi e di anziani lasciati soli a combattere con la loro malattia. Il mio cuore e la mia mente sono ancora là, ma il mio corpo è in questa parte protetta del mondo. Ma qual è vita vera? La nostra o la loro? Forse abbiamo vissuto per anni nell’illusione di costruirci un paradiso in terra, fatto di virtualità, comodità e divertimento, cercando di allontanare il più possibile dalla nostra vista tutto ciò che poteva inquietare e ricordare l’inferno. Eppure Dio è lì, in quell’inferno dove regnano fame, violenza e prostituzione; dove bambini, vecchi e ammalati vivono nell’abbandono e nell’oblìo; è lì dove è sempre stato, fra lebbrosi, pubblicani e prostitute. Viviamo prigionieri di una cultura e di un modo di vivere che sembrano imporci l’ego, in cui facciamo ogni cosa in funzione di noi stessi, senza neppure accorgercene. Quella

crisi globale che ha investito in modo particolare l’Occidente e che sembra un tunnel senza via d’uscita non è percepita dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale, che con la “crisi” convive da sempre. Il divario fra Nord e Sud del mondo è ancora abissale, eppure a lamentarsi sono sempre quelli che stanno meglio. Siamo attanagliati dalla paura di perdere quel benessere, dal quale abbiamo fatto dipendere la nostra felicità. E se non decidiamo di convertirci all’altro, di lavorare per l’altro, questa infelicità non ci abbandonerà. Finché crediamo che il mondo debba girare intorno a noi, non potremo accorgerci che la felicità è lì a portata di mano, se solo riusciamo ad incrociare lo sguardo di chi ci sta accanto. Al di là di facili considerazioni, forse è il caso di chiederci seriamente se vogliamo che le cose cambino davvero. Siamo consapevoli di essere sul piatto pendente della bilancia e che, se vogliamo combattere l’ingiustizia che colpisce più di 2/3 della popolazione mondiale, siamo chiamati a condividere quello che abbiamo, rinunciando ai nostri privilegi? È l’antico dilemma evangelico: chi vorrà salvare la propria vita, la

perderà, e chi perderà la propria vita per gli altri, la salverà. Quante volte, nel nostro piccolo, abbiamo sperimentato la verità di questa affermazione: ogni volta che ci siamo “spesi” per i nostri figli, per un ammalato, per qualcuno, abbiamo fatto esperienza di gioia, di pienezza di vita. E quante volte, troppo presto dimentichi di questa verità, ci siamo nuovamente ritrovati a fare ‘come se non’, fagocitati dalle spirali del nostro ego? È allora riduttivo un richiamo alla sobrietà intesa semplicemente quale uso più moderato e responsabile delle risorse. Non dovrebbe essere normale tutto ciò? Forse è necessario riscoprire il vero volto della sobrietà: quell’andare all’essenziale delle cose, eliminando tutto ciò che è superfluo. Forse ci aiuterebbe a comprendere ciò che desideriamo veramente dalla vita, e a perseguirlo con tutte le nostre forze; a fare luce nelle scelte di tutti i giorni, per discernere ciò che dà pienezza e ciò che riempie soltanto i nostri vuoti. Ci consentirebbe di spostare il nostro baricentro dall’io all’altro, scoprendo che la vita vale se è spesa senza misura. A noi la decisione circa la strada da percorrere; agli altri la conseguenza della nostra scelta. SULLA VIA DELLA SOBRIETÀ

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2003-2013

10° ANNIVERSARIO

DON

DOMENICO PINCELLI A M B A S C I AT O R E D I R I C O N C I L I A Z I O N E

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el suo sguardo pacificante e nella sua accoglienza incondizionata, in tanti hanno potuto sperimentare il desiderio di Dio di riconciliarsi con l’uomo, di donargli la sua pace. Nel decimo anniversario della sua morte, l’Associazione Via Pacis intende celebrare la memoria del suo co-fondatore don Domenico Pincelli, un sacerdote che ha speso tutta la sua vita per annunciare quanto Dio attenda con impazienza di far festa con chi voglia riconciliarsi con Lui. Un sacerdote che ha fatto della misericordia di Dio la sua ragione di vita, usando del confessionale per comunicare il perdono incondizionato di Dio e il Suo anelito a riconciliarsi con l’uomo. Un uomo che ha dispensato senza riserve il proprio carisma di paternità spirituale, quale instancabile annunciatore dell’amore misericordioso del Padre: un amore che non giudica, e che brama solo di essere attinto. Una vita – quella di don Domenico – trascorsa nella quotidiana ricerca della volontà di Dio, in una continua scelta in favore della debolezza: quella degli ammalati e di tutti coloro che sono “affaticati e oppressi”.

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È nel Sacramento della Riconciliazione che questo sacerdote, così schivo e mite, ha profuso tutte le sue energie, non risparmiandosi, e donando vita a tante persone che avevano smarrito la gioia e la speranza. La sua eredità spirituale è ancora viva. Per celebrare questa Pasqua e permettere alla sua vita di continuare a portare frutti di gioia, pace e riconciliazione, l’Associazione Via Pacis ha voluto raccogliere le testimonianze dirette di chi l’ha conosciuto e ha condiviso con lui

sogni e progetti, toccando con mano la gioia del “per-dono”, quel “super-dono” – come lui amava definirlo – inesauribile. Il documentario video così realizzato, e raccolto nel dvd “don Domenico, ambasciatore di riconciliazione”, verrà presentato pubblicamente nella serata del 18 ottobre 2013 alle ore 20.30 presso l’Auditorium dell’Oratorio San Gabriele di Arco (Tn). Grazie, don Domenico, per la vita e l’amore che ci hai donato!

Da giovane con la madre Agnese.


«Amare una persona vuol dire tenerne vivo il ricordo, gli insegnamenti, lo spirito. Vuol dire non permettere che la morte, il tempo, l’oblio ne cancellino le orme» (Eliana Aloisi Maino)

film documentario che raccoglie le testimonianze di chi ha sperimentato il carisma della riconciliazione di don Domenico Pincelli un

«... se questo è lo sguardo che Dio ha per le sue creature, è proprio vero che ci ama!» (Paola Barlotti) ®

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Per info: mail@viapacis.info

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In occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù tenutasi a Rio de Janeiro (Brasile) dal 22 al 29 luglio 2013, la Chiesa giovane si è riunita ancora una volta attorno al suo pastore, manifestando la gioia e la bellezza dell’essere cristiani. Di seguito riportiamo alcuni brani tratti dal discorso pronunicato da papa Francesco alla Veglia di preghiera.

Dalla Veglia di preghiera sul Lungomare di Copacabana (Rio de Janeiro, 27 luglio 2013)

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arissimi giovani, (...) anche oggi il Signore continua ad avere bisogno di voi giovani per la sua Chiesa. (...) Anche oggi chiama ciascuno di voi a seguirlo nella sua Chiesa e ad essere missionari. Cari giovani, il Signore oggi vi chiama! Non al mucchio! A te, a te, a te, a ciascuno. Ascoltate nel cuore quello che vi dice. (...) Ho pensato a tre immagini che ci

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possono aiutare a capire meglio che cosa significa essere discepolomissionario: la prima immagine, il campo come luogo in cui si semina; la seconda, il campo come luogo di allenamento; e la terza, il campo come cantiere. 1. Primo: Il campo come luogo in cui si semina. Conosciamo tutti la parabola di Gesù che narra di un seminatore andato a gettare i semi nel campo; alcuni di essi cadono sulla strada, in mezzo ai sassi, tra le

spine e non riescono a svilupparsi; ma altri cadono su terra buona e producono molto frutto (cfr Mt 13,19). Gesù stesso spiega il significato della parabola: il seme è la Parola di Dio che è gettata nei nostri cuori (cfr Mt 13,18-23). Oggi… tutti i giorni, ma oggi in modo speciale, Gesù semina. Quando accettiamo la Parola di Dio, allora siamo il Campo della Fede! Per favore, lasciate che Cristo e la sua Parola entrino nella vostra vita, lasciate entrare la semente della Parola di Dio, lasciate che germogli, lasciate che cresca. Dio fa tutto, ma voi lasciatelo agire, lasciate che Lui lavori in questa crescita! Gesù ci dice che i semi caduti ai bordi della strada o tra i sassi e in mezzo alle spine non hanno portato frutto. Credo che, con onestà, possiamo farci la domanda: Che tipo di terreno siamo, che tipo di terreno vogliamo essere? Forse a volte siamo come la strada: ascoltiamo il Signore, ma non cambia nulla nella nostra vita, perché ci lasciamo intontire da tanti richiami superficiali che ascoltiamo. Io vi domando (...): Sono un giovane, una giovane, intontito?


O siamo come il terreno sassoso: accogliamo con entusiasmo Gesù, ma siamo incostanti davanti alle difficoltà non abbiamo il coraggio di andare controcorrente. Ognuno di noi risponda nel suo cuore: Ho coraggio o sono un codardo? O siamo come il terreno con le spine: le cose, le passioni negative soffocano in noi le parole del Signore (cfr Mt 13,18-22). Ho l’abitudine nel mio cuore di giocare in due ruoli: fare bella figura con Dio e fare bella figura con il Diavolo? Voler ricevere la semente di Gesù e allo stesso tempo annaffiare le spine e le erbacce che nascono nel mio cuore? Oggi, però, io sono certo che la semente può cadere in terra buona. (...) Libera un pezzetto, un piccolo pezzo di terra buona, e lascia che cada lì e vedrai come germoglierà. Io so che voi volete essere terreno buono, cristiani veramente, non cristiani part-time; non cristiani “inamidati”, con la puzza al naso, così da sembrare cristiani e, sotto sotto, non fare nulla; non cristiani di facciata, questi cristiani che sono “puro aspetto”, ma cristiani autentici. So che voi non volete vivere nell'illusione di una libertà inconsistente che si lascia trascinare dalle mode e dalle convenienze del momento. So che voi puntate in alto, a scelte definitive che diano senso pieno. (...) 2. Il campo. Il campo oltre ad essere un luogo di semina è luogo di allenamento. Gesù ci chiede di seguirlo per tutta la vita, ci chiede di essere suoi discepoli, di “giocare nella sua squadra”. (...) Che cosa fa un giocatore quando è convocato a far parte di una squadra? Deve allenarsi, e allenarsi molto! Così è la nostra vita di discepoli del Signore. San Paolo descrivendo i cristiani ci dice: «Ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce; noi invece una che dura per sempre» (1 Cor 9,25). Gesù ci offre qualcosa di superiore della Coppa del Mondo! (...) Gesù ci offre la possibilità di una vita feconda, di una vita felice e ci offre anche un futuro con Lui che non avrà fine, nella vita eterna. È quello che ci offre Gesù. Ma ci chiede che paghiamo l’entrata, e

l’entrata è che noi ci alleniamo per “essere in forma”, per affrontare senza paura tutte le situazioni della vita, testimoniando la nostra fede. Attraverso il dialogo con Lui: la preghiera. (...) Io prego? (...) Io parlo con Gesù oppure ho paura del silenzio? Lascio che lo Spirito Santo parli nel mio cuore? Io chiedo a Gesù: che cosa vuoi che faccia, che cosa vuoi della mia vita? Questo è allenarsi. Domandate a Gesù, parlate con Gesù. E se commettete un errore nella vita, se fate uno scivolone, se fate qualcosa che è male, non abbiate paura. Gesù, guarda quello che ho fatto! Che cosa devo fare adesso? Però parlate sempre con Gesù, nel bene e nel male, quando fate una cosa buona e quando fate una cosa cattiva. Non abbiate paura di Lui! Questa è la preghiera. E con questo vi allenate nel dialogo con Gesù, in questo discepolato missionario! Attraverso i Sacramenti, che fanno crescere in noi la sua presenza. Attraverso l’amore fraterno, il saper ascoltare, il comprendere, il perdonare, l’accogliere, l’aiutare gli altri, ogni persona, senza escludere, senza emarginare. Cari giovani, siate veri “atleti di Cristo”! 3. E terzo: il campo come cantiere. (...) Quando il nostro cuore è una terra buona che accoglie la Parola di Dio, (...) noi sperimentiamo qualcosa di grande: non siamo mai soli, siamo parte di una famiglia di fratelli che percorrono lo stesso cammino: siamo parte della Chiesa. (...) Volete costruire la Chiesa? Vi animate a farlo? (...) Siamo parte della Chiesa, anzi, diventiamo costruttori della Chiesa e protagonisti della storia. Ragazzi e ragazze, per favore: non mettetevi nella “coda” della storia. Siate protagonisti. Giocate in attacco! Calciate in avanti, costruite un mondo migliore, un mondo di fratelli, un mondo di giustizia, di amore, di pace, di fraternità, di solidarietà. Giocate in attacco sempre! (...) Nella

«Da dove iniziare? Da te e da me»

Chiesa di Gesù siamo noi le pietre vive, e Gesù ci chiede di costruire la sua Chiesa; ciascuno di noi è una pietra viva, è un pezzetto della costruzione, e, quando viene la pioggia, se manca questo pezzetto, si hanno infiltrazioni, ed entra l’acqua nella casa. E non costruire una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone. Gesù ci chiede che la sua Chiesa vivente sia così grande da poter accogliere l’intera umanità, sia la casa per tutti! Dice a me, a te, a ciascuno: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”. Questa sera rispondiamogli: Sì, Signore, anch’io voglio essere una pietra viva; insieme vogliamo edificare la Chiesa di Gesù! Voglio andare ed essere costruttore della Chiesa di Cristo! (...) Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore. Cari giovani, per favore, non “guardate dal balcone” la vita, mettetevi in essa, Gesù non è rimasto nel balcone, si è immerso, non “guardate dal balcone” la vita, immergetevi in essa come ha fatto Gesù. (...) Da dove cominciamo? (...) Una volta hanno chiesto a Madre Teresa di Calcutta che cosa doveva cambiare nella Chiesa, se vogliamo cominciare, (...) da dove bisogna iniziare? “Da te e da me!” rispose lei. (...) Ognuno (...) si chieda: se devo iniziare da me, da dove inizio? Ciascuno apra il suo cuore perché Gesù gli dica da dove iniziare. Cari amici, non dimenticate: siete il campo della fede! Siete gli atleti di Cristo! Siete i costruttori di una Chiesa più bella e di un mondo migliore.

«Siate protagonisti. Giocate in attacco. Costruite un mondo migliore!»

JMJ RIO 2013

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M E E T I N G

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APERTI alle sorprese dello Spirito

TESTIMONIANZE

Ho respirato un clima di famiglia, che mi ha fatto sentire subito a mio agio. (Annarita) Sono stata molto colpita dalle relazioni che si sono instaurate, dall’accoglienza che ho ricevuto e, con essa, dall’apertura di cuore nello scambio delle rispettive esperienze. (Serena)

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«Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse :” Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?”. E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni» (At 10,44-48)

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uesto il brano che ha rappresentato il filo conduttore del Meeting Nazionale delle Comunità Via Pacis, svoltosi dal 13 al 17 agosto 2013 presso la Casa di Spiritualità Antoniana di Camposampiero (Pd). “Aperti alle sorprese dello Spirito” era la proposta cui orientare le varie attività giornaliere: sessioni di formazione, preghiera e momenti di confronto, condivisione e scambio. I numerosi partecipanti, provenienti dalle diverse Comunità Via Pacis d’Italia, hanno vissuto esperienze di intensa comunione nell’ascolto e nella riflessione.

Il Meeting rappresenta per ogni membro un momento fondante, aperto a tutti coloro che desiderano condividere quest’esperienza, avvicinandosi alla spiritualità Via Pacis. La Parola di Atti 10,44-48, rivissuta e meditata alla luce di quanto interiorizzato durante il Meeting, accompagnerà i membri di Via Pacis per tutto l’anno, dando luce ai propri passi. Nel corso del Meeting hanno stipulato l'Alleanza i nuovi membri John Bosco Matovu (Uganda) e don Jorge Danilo Mejia Lora (Ecuador).


L'unità prima di tutto

di Paolo Maino Qual è l’obiettivo principale di Via Pacis? È l’unità, la comunione e la fraternità. Sappiamo che la relazione è sempre difficile, che è la realtà più sofferta dell'uomo. Ma la vita ci viene dalla relazione e noi siamo chiamati a puntare sull'unità. Chiediamoci: cos’è essenziale e cos’è accidentale? Chiediamo al Signore di aiutarci a distinguere le cose fondamentali per poter fare unità. Per questo siamo chiamati sempre più a fare nostra la Parola di Dio con passione, e a viverla, perché prima di essere studiata, la Parola va "digerita", in modo che la Lectio Divina si possa trasformare in Lectio Humana. Se rimane solo Lectio Divina, resta solo conoscenza: forse entrerà nel mio cuore e la troverò bella, ma devo imparare a metterla in relazione con l'altro, perché noi viviamo di relazioni, in comunità e fuori dalla comunità. Via Pacis è chiamata a operare nel mondo: la vera forza della fraternità

è la capacità di radicalità. Ma come? 1. Con la conversione, cominciando a cambiare gli atteggiamenti, il linguaggio, la parola, gli occhi, il cuore, il vedere e l’accogliere in modo diverso. 2. Se c'è conversione, devo mettermi all’opera per perdonare: il perdono è difficile, ma è ancora troppo poco. 3. Devo arrivare alla kènosi, all’abbassamento, alla donazione, a dire: Più di te, meno di me. Anche se questo stile di donazione è difficile, occorre imparare da Gesù: con Lui possiamo farcela. Qual è il più grande peccato che possiamo commettere? Mettere al centro il nostro io perché l’io va contro la logica di Dio. Dio aspetta con pazienza, Dio ascolta le nostre mormorazioni e perdona i nostri peccati, Dio ci tende la mano continuamente … mentre noi no! Papa Francesco dice che il nostro è il Dio della misericordia e la misericordia deve essere uno stile di vita. Un giorno ho letto queste parole: "Il perdono cancella la colpa, la misericordia la dimentica". Il perdono è un gesto, la misericordia è uno stile di vita. Il perdono ci rialza e ci fa riprendere il cammino, la misericordia ci sprona, ci dà la passione di andare avanti. Non restiamo chiusi nei nostri recinti, nelle nostre case! Noi siamo quella comunità che si fa strumento di Dio per portare la pace e la riconciliazione nel mondo.

TESTIMONIANZE

Mi sono sentita come un “canale” della grazia di Dio in una rete di vasi comunicanti. (Karin) Ho visto tante persone solari, aperte, che mi hanno dimostrato da subito il loro affetto sincero e la loro vicinanza. (Concetta) Mi hanno molto colpito le testimonianze: se ce l’hanno fatta loro a risolvere tante difficoltà, posso farcela anch’io! (Sara)

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La stipula dell'Alleanza dei nuovi membri: in alto, John Bosco Matovu (Uganda); in basso, don Jorge Danilo Mejia Lora (Ecuador).

Quando sono arrivata mi sentivo come “sott'acqua” per le difficoltà che stavo vivendo, ma fin da subito ho avvertito che il mio cuore si alleggeriva. (Bianca) Tutti abbiamo le nostre situazioni difficili, le nostre sofferenze… ma in Via Pacis sembra che ognuno metta da parte le proprie per cercare di alleviare le preoccupazioni dell’altro con un sorriso, una parola, uno sguardo. (Sergio) 10 10

Fare della vita un dono

di Eliana Aloisi Maino

Che strategia impostare perché la nostra vita non ritorni alla routine? La missione parte dal cuore; essere missionari parte dal nostro cuore, non è qualcosa da fare, bensì qualcosa da essere. Il nostro logo, l’albero della magnolia, ha una miriade di significati, ma uno, che a me è molto

caro, è che l'albero, con armonia, con la stessa spinta scende in basso, verso le radici, e in alto, verso i rami e la chioma. Così deve essere la nostra vita: con la stessa spinta dovrebbe mettere radici sempre più profonde per sostenere tutta la nostra personalità, e andare, sempre di più, verso gli altri. Per rimanere fedeli alla nostra chiamata dobbiamo uscire, ma dobbiamo, allo stesso modo, scendere. In altre parole, diventare "dati". Un modo che sento molto importante per diventare "dati" è quello di fare della nostra una vita eucaristica, usando dell’Eucaristia: • vivendo la riconciliazione con Dio; • usando del momento dell’offertorio per offrire concretamente la nostra vita, ma anche la nostra giornata: gli impegni, le difficoltà, le persone che incontreremo, il lavoro, le responsabilità, le preoccupazioni… • quando il sacerdote pronuncia


la consacrazione “Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo dato per voi…”, nel mio cuore posso pensare alla mia vita, alle persone che mi sono affidate, al mio coniuge, alla comunità, e ripetere: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, dato per voi! Il mio tempo, tutto quello che mi è stato donato, è dato per essere mangiato dagli altri. • “Fate questo in memoria di me…”: ogni volta che offro me stesso per essere mangiato, so che, in quel momento, continuo nella storia e nel

mondo, l'agire di Gesù. Così posso continuare a vivere sempre più secondo il Vangelo, perché solo l’amore resta! Non resta nient'altro della nostra vita: solo l'amore resta e solo l'amore costruisce me e gli altri nel migliore dei modi. Chi ama non sbaglia mai!

Ho trascorso questi ultimi anni a colpevolizzarmi e a piangere su me stessa per la solitudine che ha riempito la mia vita a causa delle scelte fatte. Ero molto arrabbiata con il mondo intero che mi aveva voltato le spalle, con le persone che non si preoccupavano che io fossi triste e sola. Arrivata qui sono rimasta letteralmente spiazzata: sono stata accolta come una figlia, da Dio e dai fratelli, ed ho trovato ascolto e consolazione. (Tiziana)

Dall'India a Via Pacis: i fondatori Paolo ed Eliana Maino accolgono padre Adaikalasamy Erudayam (Tamilnadu - India).

MEETING 2013

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I N F O R M A Z I O N E

CALABRIA

radicarsi per vivere

di Giuseppina Calimera

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omenica 9 giugno 2013 la Comunità Via Pacis di Melicucco ha vissuto un giorno di grande grazia e di gioia piena

per la preghiera di affidamento. Erano presenti per l’occasione il Presidente e fondatore dell’Associazione Via Pacis, Paolo Maino, e la co-fondatrice Eliana Aloisi, che ha tenuto un’esortazione dal titolo “Radicarsi per vivere”. Tutta la Comunità si è raccolta attorno ai fratelli che con grande desiderio e slancio nei mesi precedenti hanno seguìto un percorso di formazione che li ha portati a riscoprire il significato profondo del proprio battesimo e a conoscere il carisma e la spiritualità Via Pacis. Gli incontri di formazione, attraverso momenti di preghiera comunitaria, insegnamenti, approfondimenti

e condivisione, hanno favorito l’apertura dei cuori a Dio e agli altri, portando alla scoperta di un Dio vivo che ama follemente la sua creatura e l’accompagna quotidianamente condividendone le gioie e i dolori e operando per il suo bene. Particolarmente fruttuosi sono stati i momenti di condivisione delle proprie esperienze di vita, delle difficoltà e dei dubbi incontrati durante il percorso, che hanno generato comunione e fatto comprendere l’importanza di prendersi cura gli uni degli altri e andare avanti insieme in un clima di comprensione, di amore e rispetto reciproco.


Lidia Durante un periodo di crisi interiore, ho ricevuto l’invito a partecipare all’incontro di preghiera dell’Associazione Via Pacis di Melicucco. Ho iniziato a conoscere nuove persone, a riaprire il mio cuore alla speranza e al desiderio di relazionarmi nuovamente con gli altri e, soprattutto, a farlo in maniera nuova. Un po’ alla volta è cambiato il mio modo di ascoltare, di pensare, di agire e di guardare alla realtà della mia vita. Ho avuto la forza di superare tante difficoltà grazie alla nuova capacità di cogliere il positivo in ciò che prima vedevo negativamente. Sento che Gesù mi cerca e vuole fare di me una persona nuova in tutti i campi. Desidero camminare su questa nuova via, facendo di tutto per piacere a Gesù, cercando di cambiare non gli altri, ma sempre di più me stessa per diventare una persona nuova, piena di amore e disponibile con tutti. Via Pacis ha messo nel mio cuore la pace, l’amore per la preghiera spontanea fatta con semplicità di cuore, la gioia di sentirmi figlia di un unico Padre. Ero una pecorella smarrita e adesso sono ritornata all’ovile. Grazie, Gesù! Grazie, Via Pacis!

Nerina L’incontro con Via Pacis mi ha messo in discussione, facendomi comprendere come nella mia vita avessi sempre evitato due punti basilari, scomodi da accettare, per entrare in vera amicizia con Gesù: il perdono e la riconciliazione con chi mi aveva ferito, con chi mi aveva umiliata. Così ho provato a mettere in pratica ciò che avevo ascoltato in Via Pacis, cominciando a benedire dal più profondo del cuore chi mi aveva fatto del male e a comportarmi diversamente con le persone che avevo eliminato dalla mia vita. Malgrado i problemi quotidiani, giorno dopo giorno ho sperimentato una pace particolare invadere tutto il mio essere, una pace che il mondo non può dare, e che mi ha mostrato uno spiraglio di luce anche nelle situazioni burrascose. Il carisma Via Pacis si è innestato nel mio cuore in tormento.

TESTIMONIANZE

CALABRIA RADICARSI PER VIVERE

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H AV E

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D R E A M

Sopportarsi a vicenda nell’AMORE

di Claudia Carloni

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on siamo capaci di sopportarci reciprocamente, è più forte di noi. “Se dipendesse da me, quella persona la eviterei. Con quel carattere vuole sempre avere ragione, si lamenta, è scostante, vuole primeggiare, non mi telefona mai…”. Il primo passo è ammettere con franchezza che, più che sopportarci, umanamente saremmo portati a mettere in atto una “selezione naturale della specie”: lui sì, lei no... Dopo aver ammesso che la sopportazione non ci appartiene in modo naturale, possiamo interrogarci: perché mi riesce così difficile? perché facciamo così fatica ad amare alcune persone? Non è una questione di carattere: non è che uno nasce con la sopportazione e l’altro no. Nel sopportasi vicendevolmente si sono in gioco la propria libertà (è una

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scelta libera) e la propria volontà (metto in atto dei comportamenti come conseguenza della scelta). Ci sono in gioco anche la libertà di Dio di chiamare chi vuole e la volontà di Dio di manifestarsi nell’amore fraterno e reciproco. Quando la posta in gioco è così alta, è comprensibile anche la fatica. Quindi dipende anche da me: se io alzo un muro, se io escludo, se non do la possibilità, se taglio i ponti, se con il mio giudizio faccio a fettine l’altro, se se se… compio un attentato all’unità. Mi piace, in proposito, richiamare l’esortazione dei fondatori di Via Pacis in occasione dell’Avvento 2012: “C’è urgenza di migliorare la capacità di accogliere, di ascoltare, di parlare, di collaborare, affinando la qualità delle relazioni, evitando lo spirito di rivalità e di vanagloria per operare nell’unità e nella comunione. Vi chiediamo un’attenzione particolare soprattutto per coloro che fate più fatica ad accettare ed amare, permettendo così ad una difficoltà di tramutarsi in opportunità di bene”. Non posso sopportare il fratello, se prima non mi sono incontrato nella verità con me stesso.

La chiamata ad essere ambasciatori di riconciliazione ci spinge a prendere in mano con serietà la nostra vita, il nostro passato, la nostra situazione familiare, le scelte, gli errori, i rancori, le relazioni in sospeso. I primi da sopportare nell’amore siamo noi stessi. Cos’è il percorso di pacificazione, se non la possibilità di incontrare sé stessi alla luce dell’amore di Dio, che mi ha creato, mi ha pensato, mi ha voluto? Probabilmente la fatica di sopportare l’altro è anche un continuo richiamo al bisogno di pacificazione interiore che durerà tutta la vita. E se qualcuno è convinto di sopportare tutti, forse significa che sta rimanendo esterno alle relazioni. Siamo come dei ricci: se stiamo lontani, va tutto bene; se ci avviciniamo, ci pungiamo. Così, anche se pensiamo di non avere problemi con nessuno, proviamo a chiederci: mi sono incontrato almeno un po’ con me stesso? ho visto che anch’io ho degli aculei che possono ferire l’altro? Cosa significa concretamente "sopportandovi a vicenda nell’amore"? Proviamo a ribaltare la frase:


Foto di Emmanuele Pepè

“nell’amore a vicenda sopportatevi”. È l’agape evangelico, è la caritas cristiana che racchiude in sé il senso della missione evangelica. Questa esortazione non è questione di volerci bene tra di noi, di tollerarci e portare pazienza: è un invio in missione. Con questa Parola il Signore ci manda in missione in terra ostile: è la terra delle mie zone non pacificate, zona di guerra; è la terra del giudizio, della critica; è la terra delle mie ragioni, delle mie giustizie. Siamo inviati come ambasciatori di riconciliazione non in zone di pace, ma di guerra. Oggi scommettere su questa Parola di Dio, scegliere di aderire a questo progetto che Dio ha sugli uomini, è accettare di entrare in guerra. C’è una guerra in corso: tutto è contro Dio, tutto è contro questa parola di Efesini, tutto è contro chi crede, contro il

cristianesimo. La guerra è una cosa difficile: è fatica, attacco, difesa, parlare, tacere. L’amore fraterno non è né la visione romantica dell’amore, né quello che il mondo propone come stile di relazione: il prevaricare l’altro, l’aggredire, il vincere sull’altro ad ogni costo, l’avere sempre l’ultima parola, la critica, la mormorazione e la lamentela. Chi cammina in Via Pacis inizia a scoprire che l’amore di Dio porta sì alla pace, ma a quella pace che non ti lascia in pace; è un amore che «può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà […]. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù»1. Nutrito da questo amore «io vedo

«Perchè facciamo così fatica ad amare alcune persone? Non è una questione di carattere: è una scelta libera che implica un atto di volontà»

con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno»2. Nell’amore a vicenda sopportatevi: è l’amore che genera il sopportarsi, cioè l’amore ha come frutto, come evidenza e conseguenza, azioni e comportamenti vòlti a sopportare l’altro. Senza l’amore sarebbe “sopportatevi a vicenda”, mancherebbe la fonte, l’origine dalla quale attingere la forza e la capacità di sopportare. Cos’è questo amore? Buonismo? Filantropia? Virtù umana? Troppo poco. San Paolo ce lo dice subito, nelle prime parole della sua esortazione: io prigioniero a motivo del Signore: questa è la fonte, questo è l’amore: il Signore. San Paolo ci dice di rimanere nel Signore, nell’amore. Nel Signore a vicenda sopportatevi: è Gesù Cristo che dà ossigeno alle nostre relazioni. Più coltiviamo la nostra relazione con Lui, più ci conformiamo a Lui, più crescerà la somiglianza con Lui. 1 2

Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 18. Ibidem.

SOPPORTARSI A VICENDA NELL’AMORE

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C H E C K P O I N T

Mani pulite in sporca POLITICA?

di Tiziano Civettini

L

a parola ‘politica’ rischia sempre più di essere associata, nel sentire comune, a una sensazione di sporco, di marcio, di disonesto, e sorge inevitabilmente una domanda: c’entra qualcosa la politica con la fede, o sono due cose che si devono tenere ben separate,

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perché la prima non corrompa la seconda? Il rapporto dei cattolici italiani con la politica, in effetti, è stato spesso tormentato. Dopo la “breccia di Porta Pia” e la fine dello Stato Pontificio (20 settembre 1870), Papa Pio IX non riconobbe il Regno d'Italia e impose ai cattolici di non partecipare alla vita politica dello stato nazionale. Anche don Luigi Sturzo, ispiratore del Partito Popolare Italiano, di cui divenne Segretario nel 1919, non ebbe vita facile. Il partito cattolico, che si costituì nel 1944 con il nome di Democrazia Cristiana, e che godette del pensiero forte di un grande statista come Alcide De Gasperi, governò per 50 anni, ma dal 1994 si frantumò in una

miriade di partiti minori. Per molti fu la fine di un’epoca. Sta di fatto che ora i cattolici sono disseminati in tutti gli schieramenti e sono in disaccordo tra loro su quasi tutto. Cosa rispondere allora a chi non si rassegna al disfattismo delle chiacchiere da bar e pensa con preoccupazione, come credente, alla gestione della “cosa pubblica” e ai più deboli? Penso che si debba innanzitutto scegliere tra due atteggiamenti di pensiero: quello della conquista (essere più forti e più tanti per imporre a tutti la nostra visione e i nostri valori) o quello della carità (andare all’essenziale, per far fronte alle varie povertà e alla promozione veramente umana di tutti). Cosa è richiesto allora a chi

«C'entra qualcosa la politica con la fede?»


La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all'impegno concreto dei nostri contemporanei. Senza un'amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini (Lumen Fidei, 50-51)

volesse spendersi attivamente in quest’ambito? Spesso ci conformiamo a opinioni superficiali (che restano superficiali anche se dette da uomini illustri come Benedetto Croce): “Non abbiamo bisogno di chissà quali grandi cose o chissà quali grandi uomini. Abbiamo solo bisogno di più gente onesta”. Non credo che sia banalmente così: abbiamo bisogno di grandi donne e grandi uomini, che sappiano prepararsi adeguatamente alle sfide sempre più difficili che i nostri tempi ci propongono! Abbiamo bisogno di donne e uomini che scelgano (onestamente) di fare fatica per essere all’altezza dei compiti. Il mondo politico è difficile, mostra di essere in totale confusione, ed è tentato di adattarsi agli umori del web per spiare da che parte tira il vento. Sempre nuovi scandali tolgono legittimità e speranza. Alcuni partiti cavalcano antichi terrori (l’invasione dei barbari-

stranieri) o nuovi diritti (gender e trans-gender), mentre tutti temono di perdere con la crisi i privilegi economici acquisiti. In ballo non c’è semplicemente il risanamento dei conti pubblici o un rassicurante ‘vogliamoci bene’. In ballo c’è la verità sull’uomo e su ogni uomo. E la fede dei cristiani diventa responsabilità e guida. Scrive Papa Francesco nella sua ultima enciclica: “la fede illumina anche i rapporti tra gli uomini, perché nasce dall’amore e segue la dinamica dell’amore di Dio. Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile. Proprio grazie alla sua connessione con l’amore, la luce della fede si pone al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace. (…) La luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune. La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno

concreto dei nostri contemporanei. Senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura, ma non sulla bontà di vivere insieme, non sulla gioia che la semplice presenza dell’altro può suscitare. La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l’arte dell’edificazione, diventando un servizio al bene comune. Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza” (Lumen Fidei, 50-51).

MANI PULITE IN SPORCA POLITICA?

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Il 27 agosto 2013 a Riva del Garda (Tn) si è svolta la serata di solidarietà “Dalle Filippine a Via Pacis, arriva Suor Rosanna Favero”, che ha visto una grande affluenza di partecipanti. La presenza di suor Rosanna, delle sue consorelle, di numerosi rappresentanti di enti ed istituzioni pubbliche e private regionali, di tanti bambini e ragazzi con le proprie famiglie, ha reso l’evento una grande festa, espressione del forte legame di affetto creatosi grazie alla solidarietà fra persone appartenenti a mondi tanto diversi e distanti. Un valore, quello della solidarietà, che è non solo un aiuto a chi è nel bisogno - come ha ricordato il presidente di Via Pacis onlus Roberta Riccadonna - ma che “è anzitutto aprire la mente ed il cuore, perché non possiamo stare tranquilli sapendo che tante persone mancano del necessario per vivere. A poco a poco, la solidarietà cambia il nostro atteggiamento, perché ci aiuta ad essere attenti agli sprechi, ci porta ad accontentarci di quello che abbiamo, a non lamentarci di quello che non abbiamo e, ancor più, ci aiuta a non lasciarci travolgere dal consumismo sfrenato”. Le parole di suor Rosanna hanno toccato i cuori, perché hanno trasmesso l’esperienza di vita dei tanti bambini aiutati con il Sostegno a Distanza e con i molti altri progetti realizzati da Via Pacis nelle Filippine e in Myanmar. Di seguito riportiamo alcuni stralci della testimonianza di suor Rosanna Favero.

FILIPPINE Grazie a nome dei nostri bimbi, ragazzi, famiglie, di quelli sostenuti tramite il Sostegno a Distanza, di quanti attraverso i vari progetti di Via Pacis hanno ritrovato e continuano a trovare vita! L'area dove opera il Sostegno a Distanza nell'isola di Mindoro copre ben 56 villaggi: sono i più poveri, isolati, a rischio per le avversità climatiche e per quelle politiche. Sono queste ultime le più pericolose, perché bisogna conviverci ogni giorno con pazienza e diplomazia, per proteggere i più poveri, vittime di un sistema che non promuove lo sviluppo, ma gli interessi personali, di potere e abuso. Via Pacis è presente attraverso la vostra solidarietà, il nostro lavoro di coordinazione e formazione, di trasmissione dei vostri beni, che si

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trasformano in vestiario, uniformi, materiale didattico, rette scolastiche, alimentari e tante cose utili per la casa, per aggiungere un tocco di dignità e felicità. Incoraggiamo sempre i nostri ragazzi a sognare in grande. Diciamo loro: "Dovete studiare bene, crescere bene, voi sarete i prossimi capitani dei villaggi, i prossimi sindaci dei paesi, i prossimi governatori o deputati e… perché no, il prossimo presidente del nostro paese". Tutto questo senza dimenticare che ogni compito dev’essere svolto con la stessa onestà e responsabilità. Grazie, perché sostenete la loro crescita, perché provvedete alle necessità di studio, perché assicurate sostegno alimentare, medico o altri aiuti in momenti di necessità; perché difendete i loro diritti e li incoraggiate a fare lo stesso per se stessi e per gli altri, perché siete interessati alle loro storie, perché accettate le loro debolezze

e apprezzate i loro doni e credete ai sogni per il futuro. Ecco, loro non vi dicono tutto questo, ma solo: "Grazie che mi vuoi bene!". Ed è questo bene che compie miracoli. Di fronte ai resti dell’ultimo tifone, c’è da disperarsi e temere il peggio. Eppure uno dei vostri ragazzi continua ad incoraggiare gli altri dicendo: "Io non ho paura, perché al di là del mare furioso c'è chi ci vuole bene e non permetterà che ci succeda nulla di male". Ecco la forza di credere nella solidarietà! Così anche un piccolo che ha perso la mamma - guardandola immobile nel letto - ha detto: "Il Signore è stato buono con me: prima di prendersi mia mamma, me ne ha dato un'altra, lontana, ma che pensa a me e mi vuole bene". E questo aiuta a superare il dolore e l'assenza fisica di chi dovrebbe, invece, essere presente. E il domani, e la speranza, portano anche il nome Via Pacis.


Foto di Patrizia Rigoni

MYANMAR Nel 2003, abbiamo potuto visitare una parte del Myanmar e abbiamo potuto comprendere le tante e urgenti necessità di questo popolo. Siamo riuscite a far arrivare a Manila le prime giovani birmane che volevano diventare educatrici. Grazie alla Provvidenza, giunta ancora una volta attraverso Via Pacis, queste giovani hanno potuto iniziare lo studio superiore a Manila e altre desiderano seguire la stessa strada. È ancora grazie a Via Pacis che, dopo nove anni, è stato possibile far rientrare in Myanmar alcune studentesse che avevano portato a termine il loro percorso di formazione; altre stanno ancora studiando: alcune hanno deciso di divenire suore missionarie. L'educazione è una priorità,

ma come intervenire? Il sistema scolastico poco sviluppato – impoverito dalla miseria dei villaggi nelle aree remote, dalla difficoltà tra le varie religioni, dalla mancanza di mezzi – può far conto solo sulla buona volontà di sacerdoti e religiosi che accolgono bambini e ragazzi nei conventi, per istruirli; anche se è necessario, per loro, mantenersi con un minimo di lavoro. Abbiamo pensato ad una casa dove accogliere bambine e ragazze provenienti dai villaggi dove c'è ancora guerra fra le differenti tribù ed educarle. Un progetto ambizioso, che non potevamo mettere in opera subito. Finché un giorno ho ricevuto una telefonata da Paolo Maino, che mi ha detto: “Suor Rosanna, vorremmo fare qualcosa per il Myanmar...”.

Ancora una volta Via Pacis ci è venuta incontro con lo stile di Dio, che ama di amore infinito i più piccoli e poveri. La casa è ora in costruzione, attorniata da un pezzo di terreno dove si potranno piantare riso e verdure, e dove presto arriveranno giovani vite da educare e ristorare, affinché, a loro volta, possano divenire portatrici di vita. Il Myanmar cerca l'unità e la pace: un cammino ancora molto lungo e difficile, a causa delle tante guerre tribali che dividono il paese. Eppure è una bellissima terra, ricca di risorse, cultura e valori. Via Pacis sta aiutando a far rivivere tutte queste cose nella vita di tante giovani, desiderose di costruire un futuro di riconciliazione, pace e speranza.

Foto di Marco Berteotti

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G I O VA N I

O LT R E CONFINE ------

Direzione Balcani Dal 21 al 26 agosto 2013 La Comunità Via Pacis di Riva del Garda ha proposto ai giovani dai 15 ai 17 anni un percorso di riflessione politica, culturale e religiosa, attraverso l’incontro con la realtà dei Balcani (BosniaErzegovina e Croazia). Sono stati scelti i Balcani, “terra di frattura” in cui si incontrano culture, etnie, religioni diverse. Una diversità che è stata nei secoli un punto di forza, ma anche fonte di attriti e di profonda sofferenza, sfociati nella cruenta guerra dei primi anni Novanta del secolo scorso. Un’iniziativa che vuole essere un momento educativo per comprendere che la pace non è frutto del caso, non può essere imposta dall’esterno, ma che necessita di un lungo processo formativo, capace di innervare e modellare, giorno dopo giorno, la qualità delle relazioni interpersonali. Riflettere sui concetti di diversità, di tolleranza, di religiosità può diventare un antidoto contro il “morbo” della guerra.

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Asja La vicinanza a Maria e Gesù mi ha aperto il cuore come mai mi era successo prima d’ora. Finalmente sono riuscita a togliermi quella maschera che si era impossessata di me e del mio essere, e a scoprire una parte di me che prima non conoscevo... Mi sono sentita accolta, voluta bene e amata: è questo il regalo più grande che la vita potesse darmi. Grazie alla preghiera ho sentito sciogliersi quei nodi stretti che da tempo portavo nel cuore, e tramite l’amore delle persone che in quel momento mi erano vicine, mi sono sentita subito meglio e libera da tanti pesi...

Karin

Aurora

Vedendo la povertà delle persone nel campo profughi, ho apprezzato di più tutto quello che possiedo.

Ero partita con poca fede, ancor meno gioia e poche aspettative. Nei mesi precedenti la partenza mi sono trovata in uno stato di confusione tale da non capire più se il Signore mi voleva bene o meno, perdendo così anche la fiducia in Lui. Poi ho capito che non ero la sola ad avere quelle paure. Ed ho sperimentato l’abbraccio di Gesù, che ha fatto sciogliere in lacrime le mie paure. Quanto è immenso l’amore di Dio per ognuno di noi e quanto è grande l’amore tra i fratelli vissuto nel Signore! Vivere è gioia, è felicità!

Irene

Luca

Quando mi è stato chiesto se credevo in Dio, sono andata in crisi. Mi sentivo sola, come se nessuno lassù mi ascoltasse e mi aiutasse. Ma dopo la visita al villaggio profughi ho capito che non siamo soli. Ho capito che la vita non è fatta solo di cellulare e facebook, ma che c'è molto di più, come le amicizie e la preghiera.

L’incontro con i ragazzi di Mostar è stato straordinario e ho capito l’importanza dell’amicizia nel nome del Signore: pur vedendo quei ragazzi per la prima volta, è stata una gioia immensa stare insieme a loro.

Fabio Da molto tempo chiedevo a Dio di pensare bene di me stesso e di amarmi così come sono. Durante l’adorazione a Medjugorje, ho affidato a Gesù e a Maria i miei difetti, quello che non mi piace di me, e ho cominciato a respirare una nuova libertà.

Valentina Mi ha colpito la grinta, la passione, la gioia che tutti noi abbiamo messo quando abbiamo cantato e danzato davanti alla chiesa a Medjugorje: è stata la prova che anche i giovani possono pregare, solamente che lo fanno in modo differente!

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G I O VA N I

Andate

CONTROCORRENTE dI Tiziano Civettini I giovani in Colombia non sono certo una specie in via di estinzione, anzi, ve ne sono a centinaia nelle strade, con la loro allegria e freschezza. ll problema è come avvicinarli. Fuori da un locale abbiamo visto una fila interminabile di ragazzi in paziente attesa. Que pasa? abbiamo chiesto - "C'è un incontro di reguetton (un ballo molto in voga e particolarmente sensuale)". Avvicinarli, riunirli, è assai facile; ma come toccare loro il cuore con parole di fuoco, di speranza e di libertà vera che li facciano volare nella vita? Via Pacis periodicamente organizza per loro un incontro di una giornata per favorire un momento di riflessione e di pace in un mondo che presenta aggressivamente modelli di vita inconcludenti. In questa occasione il Fondatore e il vice Presidente hanno guidato un percorso provocatorio per trenta adolescenti. Nella prima parte, attraverso la storia

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paradigmatica del transatlantico Titanic – affondato tragicamente nel 1912, anche se era stato dichiarato inaffondabile – è stata presentata la vita e la cultura odierna, dentro la quale ognuno si trova a navigare come nella nebbia fitta, fatta di inganni ed illusioni, con il pericolo reale di imbattersi in iceberg micidiali. Gli iceberg possono essere le scelte sbagliate irreparabili, le delusioni cocenti, le ferite mortali inferte da altri, che rubano pace e gioia alla vita. Occorre intelligenza, prudenza e competenza per affrontare questi pericoli e sfide. Ma anche una buona dose di sana follia, per non adattarsi al 'così fan tutti'. Paolo Maino ha ripreso l'argomento, sfruttando la fiaba di Cenerentola (Cenizienta): la protagonista, ferita dalla vita e dagli affetti familiari, può contare su una 'fata'. Non è un personaggio magico che ti toglie dai guai e ti fa vivere in un altro mondo, ma una persona in carne ed ossa (tutti ne abbiamo una), che

ti aiuta a vedere la vita con occhi di speranza, ma non ti toglie la fatica di buttarti nel ballo, nelle responsabilità quotidiane. La scarpetta di cristallo diventa allora il segno del saper attendere, del diventare la persona giusta per colui o colei che condividerà la propria esistenza. Ma dopo tutto, non vissero ancora felici e contenti. Per fare questo occorre un ulteriore passo: la pacificazione delle proprie ferite, delle relazioni con le 'sorellastre' e la 'matrigna'. E questo è possibile aprendo il cuore al Signore, che in molti modi invita al 'ballo', alla 'festa di nozze'. Troppi 'araldi' ci raggiungono con le loro martellanti proposte (i programmi televisivi sempre accesi, internet, il senso comune), ma i giovani di tutto il mondo desiderano ascoltare da noi parole di verità, anche quando sono scomode. Sappiamo scommettere sulla loro capacità di andare coraggiosamente controcorrente?


C O L O M B I A

SETE di riconciliazione

dI Julian Ramirez Zuluaga

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al 24 giugno all’8 luglio 2013 il nostro fondatore Paolo Maino e il vicepresidente Tiziano Civettini hanno fatto visita alle Comunità Via Pacis presenti in Colombia. Sono stati giorni molto intensi che ci hanno

permesso di vivere e riflettere in profondità la chiamata ad essere “ambasciatori di riconciliazione” nel nostro quotidiano, sempre aperti alle necessità della Chiesa, ai bisogni dei giovani, al grido del povero, alle relazioni con le istituzioni. Il fondatore ha ricordato il nostro essere Chiesa per edificare il Corpo di Cristo attraverso il nostro carisma, aprendoci all'esperienza missionaria del Vangelo della Pace. "Il carisma – ci ha detto - non è una reliquia che va conservata per noi stessi". È stato molto arricchente poter ascoltare le parole di Paolo Maino e Tiziano Civettini, le loro risposte e gli orientamenti pratici per far fronte agli inevitabili problemi che si presentano durante il cammino di una comunità cristiana. Una particolare attenzione è stata data agli incontri settimanali di preghiera e di formazione delle tre

Comunità locali, durante i quali si è potuto condividere esperienze molto concrete su come poter vivere il carisma nella vita quotidiana. Importante per rinvigorire le relazioni ecclesiali e la comunione col Vescovo locale è stata la visita a S.E. Mons. Alberto Giraldo Jaramillo, amministratore apostolico della Diocesi, che ci ha invitati a continuare a diffondere il carisma in questa porzione del popolo di Dio. Ai giovani è stata dedicata una giornata speciale di preghiera, di riflessione e di condivisione fraterna; in questa società postmoderna, che cerca di offrire stili di vita inconcludenti, Paolo Maino ha esortato i ragazzi ad andare coraggiosamente controcorrente e a vivere la propria vita da protagonisti.

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C O L O M B I A

Parola d'ordine: MISSIONE

dI Tiziano Civettini

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e Comunità Locali di Via Pacis Colombia (nelle città di Armenia, Calarcà, La Tebaida) si stanno interrogando con passione sul cosa e sul come fare missione, e già si aprono delle strade. Ad esempio, per la comunità di Armenia si è presentata l’opportunità della visita settimanale al pericoloso quartiere di Las Colinas, per incontrare la gente, pregare e portare un po’ di speranza. La comunità di La Tebaida ha nel

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frattempo ricevuto l’invito di animare settimanalmente una trasmissione di mezz’ora in una radio locale della regione del Quindio. Avranno la possibilità di parlare del carisma, annunciando il Vangelo della riconciliazione in una società ferita e violenta, attraverso i nostri quaderni di formazione e le canzoni del CD ‘Quiero dos alas’. Un membro ha chiesto di poter usare 5 minuti della pausa pranzo nella fabbrica in cui lavora per condividere con i suoi colleghi alcuni aspetti della nostra spiritualità. I membri Via Pacis di Calarcà cercheranno di seguire da vicino le famiglie dei bambini delle nostre adozioni e quelli che stiamo aiutando per mezzo delle suore del barrio Lanitos, anch’esso ad alto rischio sociale e di violenza. Non porteranno solo sussidi materiali (sanitari, scolastici, alimentari), ma entreranno nelle case e nelle baracche, costruendo relazioni e tessendo vincoli di fraternità nel nome del Vangelo. Relazioni pacificate e pacificanti: questo è il punto in cui il nostro

carisma può diventare missione. Anche in Italia, anche in Africa e in Asia la domanda è la stessa: “Signore, cosa vuoi che facciamo per uscire da noi stessi, portando una ricchezza di cui siamo solo amministratori?”. Lasciamoci toccare da questa parola d’ordine e dalla sobrietà, che non è semplicemente prudenza nelle spese, ma è saper gioire per quello che si ha, dando il giusto valore a tutte le cose; è saper parlare e pensare bene, non sprecare nulla, non pensare ‘come fanno tutti’, lasciandoci convertire nello spirito della nostra mente dalla logica di Gesù. E nessuno può più dire: “Non sono all’altezza…”. C’è, per esempio, un nostro membro che fa il calzolaio. La sua piccola bottega è diventata un centro di relazioni: lì la gente può parlare con lui, sapere le novità di Via Pacis, leggere questa rivista, ascoltare la musica dei CD. È in missione. È solo questione di accettare la sfida.


C O L O M B I A

PERIFERIE esistenziali

di Tiziano Civettini

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apa Francesco ripete spesso che la Chiesa deve uscire da se stessa per raggiungere le periferie esistenziali, dove si vivono nuove povertà. In passato si diceva che l'ingiustizia maggiore consisteva nel fatto che c'erano paesi ricchi che diventavano sempre più ricchi e paesi poveri che diventavano sempre più poveri. Ora, però, per effetto della globalizzazione, lo stesso fenomeno si verifica dentro ciascun paese e ciascuna città. La missione Via Pacis è iniziata in Colombia dodici anni fa proprio sulla spinta della povertà e della sofferenza che si erano create dopo il terribile terremoto nella regione del Quindio, specialmente nella città di Armenia e dintorni. Ora le cose stanno cambiando, ma solo nella parte ricca della città, dove, ad esempio, sono sorti in pochi mesi due immensi centri commerciali, a soli cinquecento metri di distanza l'uno dall'altro. Ma in periferia le cose stanno diversamente: baracche di mattoni ed eternit, strade sterrate, frotte di bambini che giocano tra le pozzanghere. Lì la civiltà sembra essersi dimenticata di passare. Nelle due ultime missioni di Via Pacis abbiamo raggiunto una di queste periferie: il barrio di Las Colinas, settemila persone quasi abbandonate, dove si respirano tensione e malessere.

La settimana scorsa i conducenti dei mezzi pubblici si sono rifiutati di passare per il barrio: temevano incidenti e violenze; la polizia ci ha consigliato di chiedere sempre la scorta armata quando ci andiamo. Abbiamo chiesto in giro quali fossero i problemi, e ci hanno risposto: "La drogalizacion, la prostitucion, la violencia a los niños, el sicariato...", cioè la droga, la prostituzione, la violenza ai bambini, la diffusione di bande che uccidono a pagamento. Periferie esistenziali, appunto. Siamo andati per fare un momento di preghiera in un piccolo ambiente di proprietà del Comune (non c'è una chiesa e la domenica non viene

celebrata la Messa) e abbiamo trovato uomini e donne di fede, che ci hanno testimoniato il loro desiderio di riunirsi, di fare qualcosa per gli altri, di ringraziare Dio per il poco che hanno. Così la Comunità Via Pacis di Armenia ha deciso di andare settimanalmente a Las Colinas, semplicemente per dare testimonianza di vicinanza alle persone e per pregare. Ma da cosa nasce cosa e già molte volte abbiamo sperimentato che davvero il granello di senape (o il seme della magnolia, la nostra pianta-simbolo) può trasformarsi in albero che dà ombra e protezione a molti.

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KENYA H O W

di Lorenzo Parisi

N

airobi è una città che ha poco più di 100 anni di storia e sta crescendo in maniera vertiginosa, senza alcuna pianificazione. Le persone che la compongono hanno lingua, cultura, etnia, religione, stato sociale e perfino nazionalità diverse. Molte sono quindi le barriere che creano discriminazioni a vari livelli, e ciò anche all’interno della Chiesa.

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A R E

Y O U ?

La gente non si conosce, è diffidente, cerca di sopravvivere come meglio può senza poter contare sull’aiuto degli altri: in una parola è sola. Il divario tra ricchi e poveri è impressionante: si passa da zone residenziali con ville stratosferiche, agli slum (baraccopoli) dove più di due milioni di persone vivono oltre i limiti della dignità umana. La paga media in città è di € 150 al mese, mentre il costo della vita è poco meno della metà rispetto all’Italia. Nello slum di Kisumu, si fa fatica a guardare negli occhi le persone, ad entrare nelle loro “case” fatte di fango e di lamiera. Bambini che sbucano da ogni dove ti vengono incontro dicendo “How are you?”, provando a creare un contatto, sperando in qualcosa, o forse anche solo la novità di parlare con una persona con il colore della pelle diverso dal loro e che non è vestito di stracci. Quegli stessi bambini che vengono lasciati soli e che sono facile preda di ogni sorta di abusi.

Non c’è dignità, non c’è senso comune. Viene meno anche la solidarietà tra le persone, perché la paura è troppo grande. La sopravvivenza personale è l’unico obiettivo da perseguire. Una volta che le persone finiscono in quei quartieri, difficilmente ne escono: è come una società dentro la società, la tua vita non conta più per nessuno. Ci sono anche i poveri tra i poveri. Nei villaggi fuori città, la vita è diversa: le persone camminano o pedalano lungo le strade polverose magari per molti chilometri, lavorano la terra, allevano bestiame, vivono di piccolo commercio, ma sono inserite nella società a contatto con i loro familiari e immerse nella loro cultura e ambiente. Anche li c’è povertà, ma è la loro condizione abituale: non ci sono aspettative diverse e, quindi, c’è serenità. Soprattutto c’è grande solidarietà tra le persone, c’è comunità. Il problema sorge quando, per esigenze di lavoro, di salute o di studio, queste sono


A

«Occorre ridare attenzione alle relazioni, fonte di guarigione e di cambiamento»

Nancy 28 anni

Rita 36 anni

"È da poco tempo che ho iniziato a frequentare Via Pacis ma in questi giorni mi sono sentita come in una seconda famiglia. Ho sperimentato una grande apertura di cuore e di mente. Ho ricevuto molto amore dalle altre persone".

Robert 25 anni

“Ho capito che per avere la pace c’è bisogno di impegno e la riconciliazione deve partire da noi stessi. L’unità è l’aspetto principale per il benessere della comunità, perché la rinforza”.

“Ogni volta che sento parlare di perdono e riconciliazione mi sembra sempre una cosa nuova. Questo mi fa capire quanto io abbia bisogno di perdonare gli altri e di essere perdonata quando sono io a ferire qualcuno. Perdonare non è facile, ma ho imparato che la riconciliazione è ancora più difficile, perché esige prima il perdono”.

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Alla fine di agosto si è svolto a Nairobi (Kenya) un Meeting di preghiera e formazione organizzato da Via Pacis Kenya, che ha visto la presenza anche di alcuni membri dell’Uganda. Erano presenti il fondatore Paolo Maino e Lorenzo Parisi dall'Italia. È stata un'opportunità per approfondire il carisma direttamente dalle parole del fondatore.

costrette a trasferirsi in città, magari vendendo il loro unico appezzamento di terreno. Nella maggior parte dei casi, purtroppo, finiscono ad incrementare il numero di abitanti delle baraccopoli, accecati e frastornati da insegne luminose e macchine di lusso. Ci siamo chiesti ancora una volta cosa possiamo fare, come venire in aiuto di questa popolazione. Ci sembra di poter dire – come afferma il fondatore Paolo Maino – che la solidarietà da sola può essere dannosa se non accompagnata da valori come la riconciliazione, le relazioni vere e pacificate, la guarigione interiore, l’amore di Dio, il pensare bene in ogni situazione, e se non ci sono istruzione, perseveranza, impegno,

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bene comune. Nairobi è ormai “colonizzata” da cinesi e musulmani. I primi realizzano infrastrutture con lo scopo di intensificare i loro scambi commerciali, e il governo accetta l’aiuto indebitandosi fortemente, mettendo di fatto il Paese nelle loro mani. Dall’altra parte i musulmani fanno leva sulla povertà e lo scontento della gente, facendo proselitismo in cambio di aiuti materiali. Il loro scopo è quello di avere una presenza sufficiente per entrare nelle istituzioni ed imporre le proprie leggi e la propria cultura. E i cristiani nel frattempo cosa fanno? Non hanno il potere economico per contrastare tutto questo, anche perché in Europa ci si sta dimenticando delle proprie origini

in nome di una laicità cieca, senza rendersi conto purtroppo che senza cristianesimo non avremmo valori quali la democrazia, l’uguaglianza, la pace, la libertà, lo stato sociale. Via Pacis in Kenya può davvero rappresentare uno strumento per superare le barriere della diffidenza. Se le persone rimangono divise e impaurite non potranno nemmeno allearsi per combattere le enormi ingiustizie che sono costrette a subire. Occorre ridare fiducia reciproca, unità, fratellanza, accoglienza dell’altro come figlio di Dio al di là delle difficoltà. E attenzione alle relazioni, fonte di guarigione e di cambiamento.

KENYA HOW ARE YOU?


La solidarietà da sola può essere dannosa se non accompagnata dalla riconciliazione, da relazioni vere e pacificate, dalla guarigione interiore, dall'amore di Dio, dal pensare bene in ogni situazione.

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T E S T I M O N I A N Z E

un'oasi di ACCOGLIENZA Dopo varie peregrinazioni in cerca della pace e nel tentativo di cambiare un cuore indurito dai dolori che la vita talvolta mette davanti, Gesù mi ha condotto attraverso un deserto personale in un’oasi fatta di accoglienza, fratellanza e condivisione con i poveri, quasi a volermi dire: “Non avere paura, ora ci sono io a prendermi cura di te! Deponi le tue armi. Smetti di cercare di essere auto-sufficiente e forte. Sono io la tua forza! Lascia che io faccia ciò che tu non riuscirai mai a fare da sola”. Ed è proprio quello che Lui ha fatto in tutti questi giovani anni in Via Pacis: si è preso cura di me, poco alla volta mi ha abbracciato ed educato come un padre ad aprirgli il cuore, a confidare in Lui, a lasciare fare a Lui, a fidarmi dei miei fratelli e a lasciarmi aiutare da loro, attraverso la preghiera di intercessione, anche in quelle situazioni dove sembra non esserci via d’uscita! E così, prendendomi per mano, partecipo a degli incontri dove Cristo è presenza viva in mezzo alla gente

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adorante, dove ogni singola preghiera è una guarigione per il cuore e dove ogni fratello nella gioia e nel dolore mi è vicino e mi sostiene. Ogni giorno, incontro dopo incontro, caduta dopo caduta, ho capito che Via Pacis era il mio posto, la mia nuova casa, e non ero più sola, ma attraverso la fede testimoniata dai miei nuovi fratelli ho trovato anche una nuova famiglia! Dire il mio “sì” a Dio attraverso il carisma Via Pacis è voler affermare la mia scelta cristiana nella mia quotidianità e stato di vita, è voler tagliare con ogni disordine e mediocrità, è voler vivere relazioni autentiche, vere, ed è infine voler diventare strumento nelle sue mani, così come sono, con tutte le mie debolezze e miei limiti, per poter camminare nella strada della riconciliazione e della pace.

V E R A


RAGAZZI

si può ricominciare... sempre! Nell’agosto scorso a Lavarone (Tn) si sono svolte le due settimane estive di formazione per bambini e ragazzi organizzate da Via Pacis Trentino: un’occasione nella quale poter condividere momenti di gioco, canto, passeggiate nella natura, nuove amicizie, insieme a momenti di formazione, preghiera e condivisione. Il tema approfondito quest'anno è stato quelo della riconciliazione, partendo dall'essenzialità delle relazioni, che vanno continuamente alimentate da gesti concreti, dal coraggio di fare il primo passo verso l'altro, e dal perdono inteso come “scelta” – di rinunciare alle proprie ragioni per cercare di costruire ponti e non fossati – e non sentimento. Questo il messaggio lasciato: per quanto si può aver sofferto o fatto soffrire, nelle relazioni “si può ricominciare... sempre!”. Alberto Vivaldi

Valentina

“Nelle preghiere spontanee dei ragazzi sentivo spesso dire “Ti ringrazio, Signore, perché mi hai fatto sentire come in una seconda famiglia, perché mi vuoi bene così come sono”, e volevo gridare a loro e a Dio quanto anch’io condividessi la loro preghiera”.

Paolo

“Prima di partire per il campeggio ero agitatissimo: avevo paura di sbagliare, ero preoccupato di non essere all’altezza del compito affidatomi… ma gli altri animatori mi hanno sempre incoraggiato ad andare avanti, a non tirarmi indietro e a ricominciare sempre”.

Angelica

“È stato fantastico giocare, cantare, ballare, camminare, fare i servizi, condividere, ringraziare, lodare il Signore, perché l’abbiamo fatto tutti insieme, come una squadra sempre unita che si ama e si vuole bene. Ho sentito veramente l’amore di Gesù e la sua presenza a fianco a me!”.

Gabriele

“Sono rimasto colpito dall’unione che c’era fra noi animatori: è stato bellissimo avere sempre qualcuno che ti aiutava, ti sosteneva, ti infondeva coraggio”.

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Q U A N T O

A M O

L A

T U A

PA R O L A

Una morte che dà VITA

«In quel tempo, 20tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 22 Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. 24In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna». (Gv 12,20-25)

L' di Gregorio Vivaldelli

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ora di cui parla il Vangelo rivelerà il senso delle parole pronunciate dal sommo sacerdote Caifa circa il vero valore della morte di Gesù: «“Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù

doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,4952). I discepoli di Cristo saranno chiamati continuamente ad essere testimoni nel mondo di quest’ora nella quale Dio ha dichiarato sul legno di una croce di avere a cuore la sorte di ogni uomo, a qualunque lingua, popolo, razza o nazione egli appartenga. Gesù per spiegare il significato


profondo della propria ora ricorre ad una delle poche immagini agricole presenti nel Vangelo di Giovanni, quella del chicco di grano. se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Si tratta di una delle metafore più note di tutta la tradizione cristiana. Nella sua semplicità essa è in grado di veicolare il messaggio centrale della Pasqua cristiana, la morte fruttuosa di Gesù: dalla morte del Figlio, infatti, germoglia la nuova possibilità di vita per ogni uomo. se il chicco di grano. La tradizione cristiana ha ben presto applicato l’immagine del chicco di grano che morendo produce molto frutto anche ad ogni discepolo di Cristo che nella storia della Chiesa si è reso disponibile a sacrificare la propria vita per la verità, la giustizia e la carità contenute nel Vangelo. È la grande folla di martiri che con il loro sangue hanno fatto e fanno camminare la Sposa di Cristo, la Chiesa, lungo le strade degli uomini. Il termine “martire” è da intendersi accuratamente in senso cristiano così da non confonderlo con nessuna strategia del terrore. Papa Benedetto XVI lo ha ricordato in maniera chiara durante l’Udienza generale del 4 agosto 2010: «È importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, e in un supremo atto di fede, di speranza e di carità, si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo

sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio. se il chicco di grano. Vi sono però anche altri martiri, altri testimoni, che, pur non versando fisicamente il proprio sangue per il Vangelo, fanno risplendere la luce del Figlio e la gloria del Padre all’interno di una quotidianità tutta spesa per amore, attingendo forza dalla croce di Cristo. Infatti, come afferma ancora papa Ratzinger: «A noi probabilmente non è richiesto il martirio, ma Gesù ci domanda la fedeltà nelle piccole cose, il raccoglimento interiore, la partecipazione interiore, la nostra fede e lo sforzo di mantenere presente questo tesoro nella vita di ogni giorno. Ci chiede la fedeltà nei compiti quotidiani, la testimonianza del Suo amore, frequentando la Chiesa per convinzione interiore e per la gioia della Sua presenza. Così possiamo far conoscere anche ai nostri amici che Gesù vive» (Udienza generale, 4 agosto 2010). Sto pensando ai tantissimi genitori cristiani che si sentono chiamati a servire il Signore, oltre che attraverso una loro eventuale professione, dedicandosi anima e corpo ai figli, lasciandosi “mangiare” in ogni istante della giornata (e della notte…) da loro. Sto pensando

«Il martirio è un grande atto di amore in risposta all'immenso amore di Dio»

alle numerose giovani coppie di sposi cristiane che, sfidando la cultura dell’“io e basta”, investono le loro risorse umane (che spesso sono veramente tante), spirituali (nate da un incontro vivo con Gesù vivo) ed economiche (che invece sono sempre meno, grazie anche all’incomprensibile disinteresse politico) nella realizzazione di una famiglia aperta, facendo della propria casa un luogo di accoglienza, di incontro, di preghiera e di ascolto della Parola di Dio. Sto pensando ai bravissimi nonni che spesso, con la loro disponibilità a tenere i nipotini, permettono ai giovani genitori di barcamenarsi in giornate altrimenti impossibili da affrontare per i numerosi impegni familiari, lavorativi, scolastici, ecc. Sto pensando ai molti sacerdoti che, privi della gratificazione derivante dall’apparire in televisione o sui giornali, con ferma speranza svolgono il loro ministero di riconciliazione con Dio nel silenzio e nel nascondimento di un confessionale. Sto pensando ai giovani e alle giovani che hanno il coraggio di far morire nel segreto della loro coscienza la forza attrattiva di modelli di vita contrari all’ideale evangelico. Sto pensando a tutti questi chicchi di grano testimoni di una morte fruttuosa. Pensando a costoro il cuore si riempie di consolazione: Cristo non è rimasto solo!

«Tutti, soprattutto nel nostro tempo in cui sembrano prevalere egoismo e individualismo, dobbiamo assumerci come primo e fondamentale impegno quello di crescere ogni giorno in un amore più grande a Dio e ai fratelli per trasformare la nostra vita e trasformare così anche il nostro mondo» (Benedetto XVI, Udienza generale 11 agosto 2010)

UNA MORTE CHE DÀ VITA

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T E S T I M O N I A N Z E

un VIAGGIO pieno di domande Dentro di me ho sempre coltivato una domanda: “Dio esiste?”. E a questa domanda ho sempre voluto associare con speranza una risposta positiva. Ad essere sincero non sono mai stato convinto fino in fondo di ciò, mi lasciavo il beneficio del dubbio; diciamo che mi comportavo prudentemente. Rispettavo chi praticava e chi credeva, e non disdegnavo l’idea che ci fosse un’entità che venisse chiamata con il nome di Dio. Andavo a Messa a Natale e Pasqua, ma solo per tradizione familiare. Penso di non aver mai ascoltato con attenzione una predica: pensavo più ai fatti miei e, guardandomi intorno, mi arrabbiavo perché in chiesa vedevo tanta ipocrisia nella gente accanto a me (me compreso). Nonostante tutto, mi dicevo che doveva esserci qualcosa che governasse le vite degli uomini, che regolasse l’andamento della vita di ognuno. Ero alla ricerca di quella risposta, perché, in fondo al mio cuore, avevo una forte speranza: che Dio potesse esistere. Casualmente – o forse no – fui invitato ad un incontro di preghiera di Via Pacis. Mi dissi che, in fondo, tentare non poteva nuocere. Iniziai, quindi, a frequentare regolarmente gli incontri. Ogni volta che uscivo mi sentivo ricaricato, sentivo che in me c’era qualcosa di diverso, ma non sapevo ancora definire cosa.

Decisi di partecipare alla settimana di formazione a Camposampiero: è qui che posso dire di aver avuto la prima e vera esperienza di Dio. Allora non ero in grado di definirla così, ma rimasi talmente scosso che dovevo assolutamente capire cosa mi fosse successo. Decisi, quindi, di iscrivermi al percorso base per capire meglio cosa fosse Via Pacis. Nel primo incontro ricordo che ci fu chiesto il motivo della nostra partecipazione: molti dissero che si trovavano lì per riaccendere la fiamma della presenza di Dio nella loro vita. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua e dissi che non avevo ancora trovato il combustibile per accendere quella fiamma. Ma, dentro di me, sentivo che ero sulla buona strada. Grazie al percorso base ho capito che Dio non è un’entità distante, impegnato a pensare a cose più importanti della vita di ognuno di noi, ma è parte integrante della nostra esistenza e spetta a noi farlo partecipe della nostra quotidianità. Mano a mano che procedevo nel percorso, ho capito che quello non sarebbe stato un breve tragitto, ma l’inizio di un lungo viaggio con uno zaino pieno di domande pesanti, con tratti in salita, ma anche pianeggianti. Ora so che Dio illumina i nostri passi e ci prepara la via: sta a noi riuscire a cogliere la sua azione e procedere nel viaggio verso la conoscenza di noi stessi e di Dio.

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C A R I S S I M O . . .

POVERTÀ? No, grazie! Foto di Paolo Maino

di Eliana Aloisi Maino

E

ccomi a darti spiegazione della frase: “Facile essere generosi con le cose degli altri”. Come hai giustamente colto, quando si afferma che “alle situazioni di povertà devono rispondere la Chiesa, i preti, lo Stato… e perché il Vaticano non… e perché il Vescovo non…”, io un po’ mi inquieto. Dare la responsabilità “agli altri” è un modo facile per non lasciarsi interpellare personalmente da realtà scomode come la povertà, la solidarietà, la sussidiarietà. E più ancora da Dio stesso, che chiede ad ogni uomo: “Che ne hai fatto di tuo fratello?”. Non possiamo dirci cristiani, se non ascoltiamo il grido di Dio nel povero. E non in modo evanescente, ma concreto, molto concreto. Certo, siamo in un momento di crisi, ma questa nostra crisi non è

paragonabile alla crisi stabile che c’è nel sud del mondo. Ci lamentiamo (adeguandoci così al clima generale) degli sbarchi di extracomunitari, o di chi “rompe” nel volerci vendere accendini o altro, o dei lavavetri agli incroci delle strade. Questa situazione era prevedibile. Ricordo Paolo, mio marito, da sempre molto sensibile a questi temi, che più di trent’anni fa diceva: “O noi ci prendiamo cura dei poveri, o saranno loro a venirci a cercare”. Siamo in un mondo globale, siamo tutti sulla stessa barca. Non possiamo pensare che un foro sotto i piedi degli altri farà annegare solo loro. Per effetto della circolarità, tutti influenziamo tutti e siamo influenzati da tutti. Ecco perché ciò che faccio io non riguarda solo me. Ecco perché se voglio cambiare il mondo, migliorare qualsiasi situazione, devo partire da me. Anche se mi sembra inutile, anche se non ne vedo l’effetto immediato, perché “goccia dopo goccia nasce un fiume, passo dopo passo si va lontano, e mille fili d’erba formano un prato …”. E questa non è demagogia, ma realtà. Quando Paolo ed io, 35 anni fa, abbiamo cominciato a rispondere all’urlo della povertà che saliva dalla terra, decidendo di riservare a queste situazioni il dieci per cento delle nostre entrate, non avremmo

mai pensato che questa nostra scelta avrebbe contagiato tante altre persone. Così è nata la nostra Via Pacis onlus che in tutti questi anni ha operato grandi e piccoli prodigi in tutto il mondo, dando speranza a tanti nostri fratelli e diventando concretamente la mano di Dio che si prende cura di ogni uomo. Sì, la rivoluzione, il cambiamento inizia da me, da ciascuno di noi ed influisce sul contesto nel quale viviamo, sul mondo, sulla storia. E tu concretamente cosa puoi e vuoi fare? Penso a tanti tuoi coetanei, che hanno scelto di donare la decima della loro “paghetta” a chi è meno fortunato di loro, o a tanti sposi che hanno rinunciato ai regali di nozze per lo stesso scopo, o ai regali di compleanno o di Natale, o a chi ha adottato a distanza un bambino per permettergli di vivere e studiare. Che bella questa gara di generosità! E avviene un paradosso: siamo convinti di dare ed invece riceviamo molto di più in libertà, in capacità di gestione del denaro in modo giusto, in aumento di sensibilità e… in relativizzazione dei nostri bisogni e, quindi, in risparmio concreto di denaro. Ce la fai a lasciarti provocare? Ti abbraccio sempre con un mondo di simpatia. Tua Eliana POVERTÀ? NO, GRAZIE!

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VENERDI 18 OTTOBRE 2013 ORE 20:30

ARCO

TN

AUDITORIUM DELL'ORATORIO SAN GABRIELE


N.32 Sulla via della pace