Issuu on Google+

Anno II n. 3 - Luglio-Settembre 2007 - Trimestrale - Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2 - DCB Trento - Taxe Percue - Contiene I.R. In caso di mancato recapito inviare al C.P.O. di Trento per la restituzione al mittente previo pagamento resi

2007 Anno II n. 3

Trimestrale di in-formazione dell’Associazione Comunità Shalom di Riva del Garda - TN - Italy

Editoriale La responsabilità della democrazia

Congo Tre mesi di volontariato

Formazione La pace è un’utopia?

1


SOMMARIO 3

SULLA VIA DELLA PACE Trimestrale di in-formazione Anno II - n. 3 luglio-settembre 2007 Registrazione n. 263 presso il Tribunale di Rovereto (TN) (19.01.2006) Direttore responsabile Paolo Maino Equipe di redazione Paola Angeretti Stefania Dal Pont Gregorio Vivaldelli (coordinamento) Ruggero Zanon Progetto grafico Flavio Antolini Fotografie Archivio Associazione Shalom Editore Associazione Shalom Solidarietà Internazionale - Onlus Direzione e amministrazione Viale Trento, 100 38066 Riva del Garda (Trento) Italy redazione@shalom-i.it www.shalom-i.it Tel. e fax +39.0464.555767 Impaginazione e stampa:

Antolini Tipografia - Tione (TN)

Finito di stampare nel mese di giugno 2007 In copertina: Vista dal Monte Vioz (m 3645), Gruppo del Cevedale, Trentino

4 6 8

10 12 14 15 16 17 18

Editoriale Informazione Shalom in Bielorussia Vita comunitaria Tre mesi in Congo

Formazione Quanto amo la tua Parola, Signore Pensieri di pace Le sfide della vita Il labirinto L’Areopago L’arte di educare Carissimo...

La Comunità Shalom è un’Associazione Privata di Fedeli Laici della Chiesa Cattolica e membro della Fraternità Cattolica delle Associazioni e Comunità Carismatiche di Alleanza di Diritto Pontificio

Le attività di solidarietà promosse dalla Comunità Shalom sono gestite dalla Associazione Shalom Solidarietà Internazionale - Onlus Viale Trento, 100 38066 Riva del Garda (TN) - Italy Tel. e fax 0464-555767 posta@shalom-i.it Per eventuali offerte:

CASSA RURALE ALTO GARDA c.c. 02/142146 CIN C - ABI 08016 - CAB 35320 IBAN: IT67 C080 1635 3200 0000 2142 146 SWIFT: CCRTIT2104F c.c. postale

2

n. 14482384


Editoriale

di

La responsabilità della democrazia

Paolo Maino

È proprio su questo punto che la visione attualmente egemone si rivela particolarmente miope. Una democrazia che volesse emanciparsi da ogni ideale trascendente, in definitiva, negherebbe se stessa e si consegnerebbe alla mutevole volontà della maggioranza, cessando di operare democraticamente. La democrazia – crediamo – è uno dei frutti preziosi che la storia ci ha consegnato. Abbiamo la responsabilità di non cadere in semplificazioni devianti, proprio in nome della vera democrazia. Abbiamo anche la responsabilità di vigilare affinché le basi ideali e i valori anche spirituali che la nostra civiltà europea ci ha consegnato rimangano e si rivitalizzino. Certamente ci sono poteri forti che hanno la capacità di muovere le masse, ci sono interessi economici capaci di orientare i gusti e le tendenze, ci sono nuove idee che vengono veicolate con la forza di suggestione delle nuove tecniche di comunicazione globale. Ma quel che pensano i più deve per forza essere vero e democratico? Non ci si può più permettere di rimanere “fuori dal gioco”, di adeguarsi pigramente a qualsiasi pressione, senza pensare e riflettere. Occorre contribuire nel rispetto delle opinioni degli altri, fiduciosi verso tutti quegli uomini e donne che, anche partendo da punti di vista diversi, cercano la verità e il bene comune.

N

ell’opinione pubblica italiana ed europea si avverte, ultimamente, una certa tendenza ad intendere in maniera semplicistica le regole della convivenza civile. In democrazia vige un principio elementare quanto fondamentale: la maggioranza vince. Ma siamo veramente convinti che una scelta possa essere considerata giusta e saggia unicamente per il fatto di essere condivisa dalla maggioranza? Vi sono dei valori, dei principi, che precedono la democrazia stessa e ne costituiscono il significato e fondamento. Certamente la democrazia, in quanto regola del convivere, è sempre esposta a rischi; paradossalmente potrebbe succedere che una legge, regolarmente approvata dalla maggioranza - e quindi formalmente democratica – arrivi a negare una libertà fondamentale, quale, ad esempio, il principio di uguaglianza di tutti gli esseri umani. Molti sembrano essersi adagiati su di una visione semplicistica della politica, ragionando, più o meno, in questo modo: come è possibile ammettere che la democrazia possa avere delle condizioni, dei limiti e che questi limiti siano rappresentati da principi indisponibili, che non possono essere messi in discussione? Che democrazia è quella che deve sottostare a princìpi esterni ad essa? In realtà ogni democrazia matura si fonda ed è custodita da una Costituzione, che riconosce e raccoglie appunto il suo patrimonio ideale insuperabile; il principio di maggioranza può “funzionare” in maniera virtuosa solo perché ci si è posti dei limiti. Qualcuno però potrebbe ulteriormente obiettare che anche la Costituzione è un’opera del consenso, e quindi di una maggioranza. I tempi cambiano; perché non dovrebbero cambiare anche i princìpi fondamentali condivisi? Possiamo davvero accettare che tutto possa essere modificato o sostituito a seconda del variare del contesto storico, del consenso sociale, dell’opinione dominante? Fino a che punto la maggioranza potrà disporre dei fondamenti?

3


Vita comunitaria

Formazione e carità

Shalom nità. Abbiamo iniziato a parlare della Comunità Shalom, del suo carisma e delle sue diverse attività. Poi sono stato invitato dal Direttivo della Comunità per un incontro a Riva del Garda, in occasione del quale ho avuto la possibilità di conoscere quasi tutta la Comunità. Nel frattempo mi sono tenuto in comunicazione con Voi attraverso il vostro sito internet www.shalom-i.it, nel quale ho trovato molte informazioni ed ispirazioni. Ma quello che contava di più era l’incontro con le persone concrete, semplici, profonde, serene, piene di pace.

Intervista all’Archimandrita Sergius Gajek Qual è la sua missione in Bielorussia? Nel 1993 sono stato inviato in Bielorussia dalla Santa Sede come Visitatore della Congregazione per le Chiese Orientali per studiare sul posto il fenomeno della rinascita delle parrocchie cattoliche bizantine (greco-cattoliche). Successivamente, nel 1994, sono stato nominato Visitatore Apostolico ad nutum Sanctae Sedis per i greco-cattolici in Bielorussia e poi elevato alla dignità di archimandrita. Nella realtà politica e sociale della Bielorussia di oggi il mio incarico vuol dire svolgere il ministero di superiore ecclesiastico, cioè pastore (la parola “archimandrita” vuol dire “arcipastore”) della Chiesa Greco-Cattolica Bielorussa. Per il momento questa Chiesa “sui iuris” non ha un suo vescovo ed allora questo incarico (nei limiti del possibile) devo compierlo io. È un incarico di dirigenza, supervisione, coordinamento. Questo vuol dire lavorare per la ripresa della piena struttura gerarchica della nostra Chiesa.

Cosa l’ha colpita maggiormente di questo sodalizio di laici cristiani? Come comunità di laici cristiani, vi siete presentati molto “simpatici”, nel pieno senso di questa parola greca: sympathés si potrebbe tradurre dal greco come “quello che ha gli stessi sentimenti, che ha la com-passione”. In questo contesto nel Capitolo 12 della Lettera ai Romani San Paolo insegna come dovrebbero comportarsi i discepoli di Gesù: “siate ferventi nello spirito, servite il Signore, lieti nella speranza…, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità” (Rm 12,11-13). Le volte che ho avuto la possibilità di venire a farvi visita, ho visto - in voi e fra di voi - questo “fervore spirituale”, l’attenzione ai bisogni dei fratelli e la generosa ospitalità. Ma quello che forse mi ha maggiormente toccato è il vostro impegnarvi da cristiani nella vita professionale e sociale. Accade che alcuni gruppi di preghiera si ritirino in un certo “pietismo” e si stacchino dal mondo. Da voi, invece, ho visto una chiara comprensione che siete stati mandati “in questo mondo” per essere testimoni di Gesù.

Come ha incontrato l’Associazione Comunità Shalom? Nell’ottobre del 2005 ho partecipato a Fatima, in Portogallo, alla “Conferenza Europea della Catholic Fraternity”, un organismo internazionale che raggruppa le Comunità Carismatiche di Alleanza. C’era anche una rappresentanza della Comunità Shalom. Un giorno mi ha avvicinato un simpatico fratello – Paolo Maino, presidente della Comu-

Cosa pensa del carisma dell’Associazione Comunità Shalom di portare la pace del Vangelo lungo le strade degli uomini nel mondo? Desidero congratularmi con voi per la vostra scelta di “fervore spirituale incarnato”, del fervore di portare la pace del Vangelo per le strade degli uomini.

4


in Bielorussia Si vede che siete molto creativi nella ricerca di forme nuove per portare la Parola di Dio agli uomini di oggi: libri, dischi musicali, sito internet, la vostra stessa rivista. È bello usare tutti questi mezzi moderni per proclamare il Vangelo, per esprimere l’adorazione a Dio. Ma certamente al primo posto sta la carità. E non solo come forma di aiuto materiale, ma come attenzione data all’altra persona. È in questo contesto che il vostro carisma di portare la pace sulle strade degli uomini del mondo di oggi acquista un significato tutto particolare. Portare la pace vuol dire “vivere la pace” e “testimoniare la pace”, non tanto con le parole ma con le opere. Così anche la carità che prestate, o meglio, condividete comunitariamente con gli altri, diventa un’opera pacificatrice.

a cura di Stefania

Dal Pont

za sociale e dove si organizzano degli incontri formativi nello spirito della pace che viene dal Vangelo. Le generazioni passate, nei tempi dell’occupazione sovietica, sono state formate allo spirito della “lotta di classe”. Oggi, accanto ai bisogni materiali delle persone, c’è anche un grande bisogno di servizi, di educazione e formazione alla riconciliazione, al dialogo interculturale ed alla pace. Noi vogliamo educare le nuove generazioni bielorusse allo spirito della pace di Cristo Risorto. Eirenaios (in italiano “Ireneo”) fu anche il nome di uno dei primi Padri della Chiesa, il grande apologeta S. Ireneo di Lione. Egli, discepolo di san Policarpo, arrivò in Occidente dall’Oriente. Oggi il programma “Eirenaios” viene dall’Occidente ed arriva da noi in Oriente. La vera pace è legata all’informazione obiettiva ed alla retta dottrina. Perciò vogliamo che il Centro “Eirenaios” sia luogo di studio della dottrina cristiana, poco conosciuta da noi, nella realtà postsovietica, e di diffusione dei veri valori spirituali che si possono trovare in Occidente, anche in Italia. C’è tanto spazio per la vostra e la nostra creatività. Un gesto concreto ed allo stesso tempo simbolico (e forse profetico) è stata la partecipazione del responsabile del Centro “Eirenaios” di Vitebsk – il sacerdote grecocattolico padre Dimitri – e di sua moglie Inesa alla Vostra settimana comunitaria di spiritualità. È stato un incontro di arricchimento reciproco. La presenza degli amici della Colombia ha arricchito ancora di più la nostra esperienza di sympateia fraterna. Alcuni passi sono stati, quindi, già fatti. Proseguiamo con il coraggio della fede.

Quali scenari di collaborazione futuri prevede tra la sua missione e il carisma dell’Associazione Comunità Shalom? Non vorrei porre dei limiti alla Santa Provvidenza, né alla vostra creatività operativa. Ma non è un segreto che, grazie alla vostra attenzione fraterna verso la nostra realtà spirituale e sociale, durante il mio incontro con la Comunità Shalom è nato un programma di collaborazione nella formazione alla pace. Grazie a Voi si sta procedendo alla ristrutturazione a Vitebsk, nel nord-est della Bielorussia, di una casa dove è stato già istituito un centro educativo chiamato “Eirenaios”, che significa “pacifico”. È un centro dove viene svolto un servizio di accoglienza, formazione ed assisten-

5


di Tiziano

Civettini e Maria Luisa Toller

Quest’anno l’esperienza è cresciuta: erano 250 queste nuove realtà (tra esse era presente ufficialmente anche la Comunità Shalom) che nei giorni 10-12 maggio sono convenute di nuovo a Stoccarda, e 12.000 le persone che hanno partecipato alla manifestazione finale, ripresa dalla TV satellitare e diffusa in ogni continente. Tre sono stati i nodi tematici cruciali, che ci hanno riempiti di gioia, perché ci siamo riconosciuti pienamente in linea con questo cammino: il desiderio di comunione tra le diverse confessioni cristiane, il ruolo-guida dei movimenti e nuove comunità, la convinzione che il futuro dell’Europa è legato alla sua identità cristiana e alla sua vocazione di apertura al mondo. Ci siamo ritrovati insieme a Cattolici, Evangelici, Pentecostali, Ortodossi, Anglicani. Di solito, in queste occasioni, emergono le differenze e le diffidenze, invece era palpabile il senso di rispetto e di mistero per la presenza dell’unico Signore. E il mistero non va risolto, ma accostato e celebrato. Occorre deporre le proprie rispettive specificità per aprirsi ad una “molteplicità riconciliata”. È sotto gli occhi di tutti la “desertificazione spirituale” del continente, ma Gesù risponde chiamando a raccolta i Movimenti e le Nuove Comunità. La società è segnata dalla morte, le Comunità, in modi diversi, danno vita, curano le ferite, donano speranza. È curiosa la consonanza di cuori e di pensiero che abbiamo riscontrato: in definitiva si tratta di adorare Dio; chi adora guarda verso Dio ed è toccato da Dio ed in tal modo benefica tutta la società, attraverso il suo agire quotidiano. Le Nuove Comunità – ha detto il Card. Kasper (incaricato del Papa per l’ecumenismo) – mostrano una Chiesa gioiosa; devono essere avanti e precedere il cammino della Chiesa, che, in certo qual modo, comincia di nuovo. L’Europa è cristiana perché ognuno è chiamato a concorrere ad un “umanesimo europeo, a una civiltà sensibile all’uomo”. Così recita il “manifesto” di insieme per l’Europa: ‘Crediamo infatti che sia necessario contribuire con uno spirito evangelico alla realizzazione di quella che amiamo chiamare “l‘Europa dello spirito”’. È il Vangelo la fonte delle innumerevoli iniziative di carità che vengono svolte quotidianamente nelle diverse Chiese, sensibili alla povertà, alla disperazione, alla solitudine delle città, al recupero della dignità di donne e uomini, bambini, giovani, stranieri e vecchi. L’Europa ha una missione per il mondo. Il suo destino è strettamente legato a quello dell’Africa, che diventerà sempre più partner, non solo oggetto, di beneficenza; all’Asia, che preme alle sue porte; all’America Latina, che sta vivendo, forse, gli inizi di quella crisi di identità cristiana che noi abbiamo profondamente sofferto e che siamo chiamati a superare.

“Insieme per l’Europa”

S

Vita

Stoccarda 2007

iamo stati testimoni a Stoccarda di una potente azione dello Spirito Santo, che cresce, oggi, in Europa, il continente che più sembra aver smarrito la sua identità cristiana. E in questa azione i Movimenti e le Nuove Comunità si trovano in prima linea. La “strada” di Stoccarda è cominciata nello stesso giorno della storica firma della “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione”, siglata insieme da Luterani e Cattolici, ad Augsburg il 31 ottobre 1999; lì vicino, a Ottmaring, avvenne un primo intenso incontro tra movimenti e comunità cattolici ed evangelici, desiderosi di dare inizio ad un cammino di comunione. I frutti non si sono fatti attendere: l’8 dicembre 2001, a Monaco di Baviera, nella chiesa evangelica di S. Matteo, ci fu un solenne patto d’amore scambievole secondo il Vangelo, che divenne la base di “Insieme per l’Europa”, la grande convocazione che ha avuto luogo per la prima volta a Stoccarda l’8 maggio 2004, con circa 9.000 partecipanti, tra cui 50 vescovi di varie Chiese, numerosi politici e circa 100.000 persone che hanno potuto seguire la manifestazione grazie ai collegamenti satellitari. La filosofia di “Insieme per l’Europa” è insieme umile e ardita: “È un libero convergere di movimenti cristiani – cattolici, evangelici, anglicani e ortodossi – che, mantenendo la propria autonomia, agiscono insieme in determinate occasioni per scopi condivisi, portando il contributo del proprio carisma e della propria spiritualità”. Ne fanno parte movimenti, associazioni e comunità impegnati in diversi ambiti: famiglia, lavoro, educazione, giovani, economia, sanità, mass-media, politica, arte, ambiente, sport, vecchie e nuove povertà, cultura, pace. La loro sinergia mostra la vitalità dell’esperienza cristiana nel mondo di oggi ed in particolare in Europa.

6


comunitaria

a cura di Paola

Angeretti

Giornata dell’Alleanza Domenica 27 maggio 2007 l’Associazione Comunità Shalom ha celebrato il rinnovo del patto di Alleanza e l’adesione allo Statuto. In questa giornata ogni membro della nostra Associazione rinnova il proprio impegno, verso Dio e verso i fratelli, a vivere nell’unità la chiamata alla pace, alla gioia, alla solidarietà. Era presente, con la moglie, l’avvocato Nunzio Langiulli, tra i responsabili della Comunità di Gesù di Bari, appartenente alla Catholic Fraternity. Durante il suo intervento, l’avv. Langiulli ha portato il saluto di Matteo Calisi, Presidente della Fraternità Cattolica. La celebrazione eucaristica, momento centrale della giornata, è stata presieduta da padre Franco Pavesi, parroco di Varone.

“Nulla è impossibile a Dio” Dal 28 aprile all’1 maggio 2007 ha avuto luogo a Rimini la 30a Convocazione Nazionale dei gruppi e delle Comunità del Rinnovamento nello Spirito. Un gr uppo abbastanza numeroso di fratelli dell’Associazione Comunità Shalom ha partecipato col consueto entusiasmo, riportandone impressioni e spunti di riflessione che ha poi condiviso durante l’incontro comunitario successivo. Pa r t i c o l a r m e n t e toccanti le testimonianze dei più giovani, partecipanti per la prima volta, che sono riusciti a comunicare, con semplicità ed efficacia, quanto e come la spiritualità degli incontri ed il clima fraterno abbiano inciso positivamente nei loro cuori.

7


Vita comunitaria a cura di Ruggero

Zanon

Anna racconta la sua esperienza di volontariato

Tre mesi In questo periodo sei stata ospite di Suor Rita Panzarin nella missione di Sembé in Congo, nel luogo dove l’Associazione Comunità Shalom ha realizzato un dispensario. Com’è al momento la situazione? Quello che voi chiamate “dispensario” è in realtà una struttura ospedaliera favolosa, costruita in muratura, con delle apparecchiature molto avanzate. È tutto talmente all’avanguardia che nella capitale si parla di questo ospedale come del più attrezzato di tutto il paese, anche se la località è nel posto più sperduto del mondo. L’ospedale è composto di vari padiglioni, ci sono anche la cucina e i bagni. È operativo dall’inizio dell’anno. È presente un medico biologo e da marzo un assistente anestesista. È stato effettuato il primo intervento chirurgico ai primi di aprile da un infermiere che pratica interventi da 30 anni, nell’attesa che possa arrivare, quanto prima, un medico chirurgo ed un esperto in ecografie. Il clima lavorativo è buono anche se il personale è limitato. Le persone sono cordiali, hanno voglia di lavorare e c’è collaborazione da parte di tutti. Qual è il ruolo delle suore? Esse danno un notevole contributo a tutta la comunità: Suor Rita supervisiona tutti i lavori, segue l’andamento dell’ospedale, effettua i viaggi di rifornimento medicinali a Yaoundè e si occupa degli ambulatori nella foresta. Le sue collaboratrici sono: Suor Beena, indiana, che gestisce e organizza l’ospedale e Suor Christina, congolese, che si occupa della farmacia e delle scuole. C’è una volontaria svizzera che lavora anch’essa nella scuola che procede bene anche se gli animatori devono “combattere” contro l’assenteismo spesso dovuto all’allontanamento per procurarsi cibo nella foresta. La gente e l’amministrazione pubblica collaborano con l’operato delle suore e non le ostacolano, anzi viene riconosciuto e apprezzato quanto esse fanno non solo a Sembé, ma anche a livello nazionale.

Perché una ragazza decide di trascorrere tre mesi della sua vita in un paese sperduto del Congo? Volevo fare un’esperienza tra i poveri, volevo vedere questa realtà con i miei occhi. Ho chiesto a Paolo Maino di poter andare in Africa per un periodo di volontariato. Lui mi ha messo in guardia, dicendomi che lì la situazione è molto diversa dalla nostra, non c’è acqua, non ci sono comodità, ci sono i serpenti che sono molto pericolosi, ecc. Tutto questo è vero, ma devo dire che è stato molto più facile di quanto credessi. Che realtà hai trovato? La situazione della popolazione, nonostante sia in miglioramento (ci sono dei piccoli negozi e un accenno di mercato) resta, comunque, grave, sia a livello sanitario che alimentare e scolastico. Le maggiori difficoltà, oltre a quelle ambientali, sono soprattutto legate alla lontananza da Yaoundè (Camerun), punto di rifornimento di medicinali e cibo. Le strade sono difficilmente percorribili anche se la cosa migliora di anno in anno. Il problema dell’acqua è stato al momento risolto: ci sono due pozzi funzionanti, quasi tre, e si spera di non avere ulteriori problemi con la prossima stagione secca. Ci sono tanti bambini e la povertà è proprio tanta. Tutte le volte che vedevo questi bimbi percorrere tantissimi chilometri per arrivare all’ospedale o a scuola mi veniva in mente mio nonno e i suoi aneddoti di quando andava in giro sempre a piedi o in bicicletta. Loro non sono tanto diversi da noi, da come noi eravamo un tempo.

E la gente come si rapporta a questa struttura ospedaliera? L’ospedale è molto più allegro di tante nostre strutture. Questo soprattutto perché l’ammalato non è mai solo: è sempre accompagnato da tutta la famiglia, e non solo quando si tratta di anziani, bambini o malati gravi. Per quelle persone andare in ospedale non è cosa da poco e ci vanno quando ormai non sanno più cosa fare e hanno già provato tutti i rimedi della loro medicina tradizionale. Andare all’ospedale è una cosa spesso più grande di loro, non è una cosa spontanea, ma una decisione dell’intera famiglia (se non dell’intero villaggio); comporta delle spese, uno spostamento anche di 30-60 chilometri su strade che non sono come quelle che pensiamo noi

8


in Congo (anche se la situazione sta migliorando), pensare al cibo, il che implica portarsi delle provviste da casa e, quando finiscono, andare alla ricerca di altre. Per quanto riguarda le spese, meno del 40% degli ammalati riesce a pagare interamente o parzialmente le cure prestate. Le suore fanno in modo che chiunque contribuisca almeno con un minimo, anche attraverso dei pagamenti “in natura”: ad esempio, lavori alla missione, banane che poi vengono distribuite ai degenti. Questo viene fatto per creare la consapevolezza che nulla “cade dal cielo”.

Il Centro Sanitario “don Domenico Pincelli” Quattro anni fa, alla morte di don Domenico Pincelli, cofondatore ed assistente dell’Associazione Comunità Shalom, si è pensato di onorarne la memoria costruendo un ospedale a Sembè, un piccolo villaggio sperduto del Congo abitato specialmente da pigmei. Suor Rita Panzarin, responsabile in loco, ci aveva illustrato ampiamente le necessità sanitarie di quella zona impervia e poverissima sotto tutti gli aspetti. Quale modo migliore, quindi, per ricordare don Domenico, così particolarmente vicino alla sofferenza degli ultimi? Il progetto ha incontrato la sensibilità e la generosità di tutti coloro che hanno conosciuto ed amato il “nostro Don”: il 31 ottobre 2006 ha aperto i battenti il Centro Sanitario “don Domenico Pincelli”. Mancano alcune strutture e rifiniture esterne, ma l’ospedale è completamente in grado di lavorare a pieno ritmo. Particolarmente efficienti sono già i reparti di: radiologia, chirurgia, sala parto e malattie infettive. Il Centro è ormai già un punto di aggregazione fondamentale per tutto il nord del Congo, avendo già conquistato notorietà, rispetto ed ammirazione in tutta la regione, rappresentando l’unica possibilità di sopravvivenza per tanti ammalati, quegli ammalati tanto cari al cuore di don Domenico che, per anni, egli ha assistito, confortato ed incoraggiato come assistente spirituale in ospedale. I malati del Congo forse non lo sanno, ma certamente possono contare su di uno speciale protettore che, da lassù, guida l’opera di chi si occupa di loro.

Che messaggio ti sentiresti di mandare ad un tuo coetaneo? Che basta un po’ di coraggio e di curiosità per fare un’esperienza come questa. Questi tre mesi di missione africana mi hanno arricchito molto, mi hanno aiutato a vedere con occhi diversi ciò che ho e ad apprezzare ogni cosa. Sicuramente quello che abbiamo ci aiuta a vivere meglio, ma non dà niente di più a noi stessi in termini di interiorità, di cuore, di affetti. Guardando questi bimbi e tante persone lì mi sono resa conto del tanto che ho io: genitori, famiglia, tante persone che mi vogliono bene.

9


formazione di Gregorio

Quanto amo

Vivaldelli

«Aiutalo» (Lv 25,35)

Linee di solidarietà biblica «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te» (Lv 25,35)

L

asciandoci provocare da questo passo della Parola di Dio è necessario che ci aiutiamo a dare concretezza alla parola «solidarietà». La solidarietà, infatti, smaschera la grande illusione che sta narcotizzando la coscienza degli uomini che abitano la parte benestante del nostro pianeta: far credere che la legge del profitto ad ogni costo valga più della vita di una singola persona.

«Aiutalo». Significa essere persone che cercano di vivere nella loro quotidianità uno stile di vita improntato alla solidarietà. Vuol dire, innanzitutto, essere consapevoli che si tratta non tanto di interessarsi della povertà in generale quanto piuttosto di cercare di incrociare un volto. La solidarietà biblica, infatti, obbliga ciascuno di noi a vedere nell’altro che vive in miseria non un fenomeno sociale, ma un fratello, una persona concreta che fa parte della nostra stessa famiglia, quella umana.

«Aiutalo». Chi tra noi non ha accesso alle varie “stanze dei bottoni” del potere politico ed economico del nostro paese, della nostra città, della nostra regione potrebbe chiedersi: cosa fare? La solidarietà biblica ci spinge ad una lotta senza quartiere contro l’indifferenza che, sempre secondo la Bibbia, è tra i principali ostacoli per ogni possibile azione solidale: «Ecco, questa fu l’iniquità di tua sorella Sodoma: essa e le sue figlie avevano superbia, ingordigia, ozio indolente, ma non stesero la mano al povero e all’indigente» (Ez 16,49).

10


la tua Parola, Signore «Aiutalo». A tal fine è indispensabile informarsi; verremo a sapere cose scandalose, cose che devono toglierci il sonno: le tre persone più ricche di questo mondo hanno beni superiori al prodotto interno lordo dei 48 Paesi meno avanzati; il 23% della popolazione mondiale consuma l’85% delle risorse della terra; più di un miliardo e 200 milioni di persone sono costrette a vivere con meno di un euro al giorno; un bambino su quattro è costretto a lavorare più di nove ore al giorno. Una persona allora è solidale se smette di pensare che questi siano tempi normali! Non possono essere considerati normali quei tempi che vedono morire per la fame o per le conseguenze della fame 40 milioni di persone ogni anno! «Aiutalo». Smascherare l’ingiustizia vuol dire scontrarsi con l’ingiustizia. Dovremmo adoperarci per questo soprattutto all’interno della nostra famiglia, del nostro gruppo, del nostro ufficio, della nostra Parrocchia, della nostra Comunità ecclesiale. L’ingiustizia, ogni ingiustizia, ovunque essa si trovi deve essere denunciata, come facevano i profeti biblici. «Aiutalo». Concretamente, per noi scontrarsi con l’ingiustizia potrebbe voler dire condividere la propria ricchezza con chi cade in miseria ed è privo di mezzi (per noi, ad esempio, è stato importante scoprire l’offerta della decima parte di ogni nostra entrata mensile); in discussione, infatti, non è la ricchezza nella quale viviamo, ma l’utilizzo che se ne fa. Un giorno il profeta Geremia disse al re Ioakim: «Forse tuo padre non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene. I tuoi occhi e il tuo cuore, invece, non badano che al tuo interesse» (Ger 22,15-17).

«La ricchezza non è proibita, se uno se ne serve come si deve. Non è male il vino, ma l’ubriachezza, così non è male la ricchezza ma l’avidità» (San Giovanni Crisostomo)

11

Condividere i nostri beni, quindi, come lotta profetica contro l’indifferenza, e fare della nostra vita quotidiana un centro di resistenza all’egoismo e ad ogni forma di ingiustizia.


formazione

Pensieri

La pace è un’utopia?

E la croce, simbolo dell’amore di Dio, strumento di riconciliazione tra i popoli, che pace può portare? La croce è scandalo per i Giudei e follia per i pagani, forte segno di contraddizione.

Q

uando si parla di pace si pensa a Gesù Principe della Pace, Gesù che porta pace ai cuori, Gesù che dice: “Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27). Contemporaneamente, però, leggiamo anche frasi come: “non sono venuto a portare la pace, ma la spada” (Mt 10,34); “… non la pace ma la divisione” (Lc 12,51). Non si può non rimanere colpiti dalla contraddizione di queste parole di Gesù. Gesù ha incontrato avversari nella propria famiglia e nemici nel proprio villaggio. Giovanni dice che i Suoi parenti prossimi non credevano in Lui, cercavano di distoglierlo dalla sua missione. A Nazareth i compaesani di Gesù si scatenano contro di Lui e tentano di farlo fuori. Ma Lui ha sempre parole di comprensione e di amore anche per i Suoi avversari. Nonostante questo, è guerra contro di Lui. Prima lo applaudono, sono fieri di essergli vicino; subito dopo molti non lo seguono più e solo un piccolo numero di discepoli aderisce al Suo messaggio e alla Sua persona.

Lavora nella tua quotidianità con energia e con la determinazione di fare la volontà di Dio e Dio tesserà la tua santità. Se cerchiamo di operare secondo la volontà di Dio troviamo resistenze, pressioni, che vorrebbero distoglierci. Più cerchiamo di incarnare il perdono, la riconciliazione, la spiritualità della pace, più violente sembrano essere attorno a noi la divisione e la rottura. Più si cerca di operare per il bene delle persone e più sembra che il vento dell’incomprensione soffi, come la Bora di Trieste, per spazzare via legami, relazioni, sentimenti, affetti. Come posso lavorare per la pace? Come posso operare affinché la pace - prima di tutto in me e poi attorno a me - diventi realtà e non solo utopia?

12


di pace

di

Paolo Maino

perfino guarire le malattie politiche ed economiche del nostro tempo. Come il granello di senapa che, nonostante sia il più piccolo dei semi, cresce tanto da diventare più grande di molti altri alberi. Con questa fiducia nei nostri cuori potremmo sentire le parole: “Beati i costruttori della pace perché erediteranno la terra” (H.J.M. Nouwen).

Si potrebbero usare una serie di frasi fatte, ad effetto. La risposta che, invece, mi è venuta in mente è: quotidianità. Devo restare nella mia quotidianità, nel mio mondo reale, terreno quotidiano fatto di lavoro, di studio, di casa, di rapporti, di fatica, di gioia, di dolore, di compassione, di tensione, di amarezza, di malattia, di pigrizia. Agisci nel tuo piccolo quotidiano con l’amore di Dio e Dio opererà. Prega nel tuo quotidiano con il cuore rivolto a Dio e Dio farà il resto. Lavora nella tua quotidianità con energia e con la determinazione di fare la volontà di Dio e Dio tesserà la tua santità. Con il lavoro, con una parola, con una preghiera, con un saluto, con un sorriso, con un perdono, la tua vita si riempie di gesti di pace e ci penserà Dio a farli fruttificare al momento opportuno. Non sono io che devo tenere la contabilità! Io devo solo essere attento che dentro me non si raffreddi il desiderio di pace. Devo solo essere attento a non rassegnarmi e tirare i remi in barca. Devo solo

Agisci nel tuo piccolo quotidiano con l’amore di Dio e Dio opererà. In un racconto chassidico si narra che un rabbino chiese ai suoi studenti: Come possiamo capire quando la notte finisce e inizia il giorno? Uno studente rispose: Quando, da lontano, si riesce a distinguere un cane da una pecora. No – replicò il rabbino. Un altro studente disse: È forse quando si riesce a distinguere un fico da una vite? No – riprese il rabbino. Allora gli studenti dissero: Ci dia lei la risposta! È quando potete guardare i volti degli esseri umani e avere abbastanza luce in voi stessi per riconoscerli come vostri fratelli e sorelle. Fino a quel momento è notte e c’è ancora buio! Che il Dio della pace ci dia abbastanza luce per riconoscerci figli di Dio e fratelli tra di noi: questa è la pace!

Prega nel tuo quotidiano con il cuore rivolto a Dio e Dio farà il resto. essere attento a non limitarmi al compito più facile della sopravvivenza personale. Noi non dobbiamo creare la pace: la pace c’è già e si trova proprio nella “nostra debolezza, in quei luoghi del cuore dove ci sentiamo più rotti, più insicuri, più doloranti, più spaventati. Perché là? Perché è là che siamo spogliati dei nostri soliti modi di controllare il nostro mondo, è là che sentiamo la chiamata a lasciar correre, a smettere di fare molto, pensare molto e di affidarsi alla nostra autosufficienza. Proprio là dove siamo più deboli è nascosta la pace che non è di questo mondo… Se pensiamo e viviamo come se la pace non ci sia e che siamo noi a doverla creare, siamo sulla strada verso l’autodistruzione. Se al contrario, abbiamo fiducia che il Dio dell’amore ci ha già donato la pace che cerchiamo, vedremo questa pace emergere dalla debolezza della nostra condizione umana. La lasceremo crescere velocemente e potrà

13


formazione di Maria

Le sfide della vita

Luisa Toller

Alla ricerca del fondamento

cietà, formulò all’unanimità un parere sull’identità e lo statuto dell’embrione umano, con l’impegnativa affermazione: “L’embrione è uno di noi”. Il documento continua: “Il Comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone”. Tuttavia, alcuni ricercatori, rifacendosi al “rapporto Warnock”, che in Gran Bretagna nel 1984 aveva ammesso la sperimentazione sull’embrione fino al 14° giorno, continuano a parlare di “pre-embrione”, come se fosse una fase precisa, distinta dal restante sviluppo. E questo per poter utilizzare le cellule dell’embrione, alla ricerca di cure per gravi malattie, dietro una fortissima spinta economica. Gli studiosi più prudenti condividono una posizione molto chiara: il neoconcepito ha una propria e ben determinata realtà biologica, che si sviluppa senza discontinuità, secondo il progetto del suo genoma, e merita il rispetto dovuto ad un essere umano. Altri tacciano tale posizione come “oscurantista”, accusandola di frenare “il progresso della scienza”. Ebbene, dove ci porteranno le ricerche che utilizzano gli embrioni? Secondo il genetista prof. Giovanni Neri, “fra trent’anni alcune malattie degenerative potrebbero forse essere curabili. Ma per pochi, per un’élite di malati. Nemmeno per tutti gli occidentali, ma solo per i più ricchi. Le risorse non sono infinite, ed è chiaro che la sanità pubblica non potrà permettersi trattamenti estremamente sofisticati. Temo che saranno pochissimi fortunati a beneficiare di queste ricerche. Forse, stiamo creando una chimera: una vita lunghissima e sana, ma solo per pochi privilegiati”. A spese del più debole e indifeso: l’embrione umano.

L

a difficoltà maggiore che si incontra nel cercare un fondamento per la bioetica è che ci si trova di fronte ad un pluralismo di criteri difficilmente conciliabili tra loro: un pluralismo non superficiale, ma profondo, che giunge fino a ipotizzare l’esclusione di qualsiasi fondamento etico dell’agire umano. In particolare, in Italia si è venuta creando una ideologica contrapposizione fra bioetica “laica” e bioetica “cattolica”. Basandosi sull’idea di “neutralità della scienza”, alcuni pensatori hanno voluto contrapporre una visione aperta e rispettosa delle scelte di tutti, fondata sulla ragione e sui valori della coscienza (che sarebbe, appunto, “laica”), alla visione cattolica, ritenuta chiusa e intollerante, fondata sui dogmi e sulla fede, inaccettabile in una società pluralista. Le due visioni risultano inconciliabili. A ben vedere, il concetto di “laicità” proposto da questa visione è deformato e impoverito, identificandosi con il relativismo etico invece che con l’affermazione di valori comuni a tutti gli uomini, derivabili dalla loro uguale dignità e riconoscibili alla luce della sola ragione, come avvenne nello sforzo che fu alla base dell’elaborazione della dottrina dei diritti umani. In realtà, il contributo di chi si riconosce nei valori del Vangelo arricchisce i principi propri della disciplina (la biologia e l’etica) con la consapevolezza della dignità dell’uomo come immagine di Dio. Un campo in cui lo scontro delle diverse posizioni si fa sentire in modo più acuto è la fecondazione in vitro, cioè la possibilità di dare inizio alla vita umana in laboratorio e quindi di manipolare gli embrioni, selezionarli, distruggerli, usarli come strumenti per la ricerca scientifica. Nel 1996 il Comitato Nazionale per la Bioetica, espressione di tutte le posizioni ideali della nostra so-

14


formazione

Il labirinto

di Tiziano

Andare al cuore

Civettini

“autentico”). Il cuore, per la saggezza ebraico-cristiana, è l’interiorità più profonda, dove maturano il pensiero, gli affetti e la decisione. Gli antichi pensavano che non fosse umiliante chiedere a qualcuno più esperto di accompagnarli nel cammino verso il proprio cuore, mettendo ordine nei propri pensieri, nelle proprie azioni, nei propri affetti. Però questo qualcuno non doveva essere semplicemente “un saggio”, “un guru”, o “un illuminato”; doveva essere uno che viveva la presenza viva di Gesù, la sua vicinanza, la sua amicizia che permette di passare indenni nel labirinto. “L’uomo, in fondo, ha bisogno di un’unica cosa che contiene tutto; ma deve prima imparare a riconoscere attraverso i suoi desideri e i suoi aneliti superficiali ciò di cui necessita davvero e ciò che vuole davvero. Ha bisogno di Dio” (Benedetto XVI).

U

n aspetto dell’attuale “labirinto” in cui ci troviamo riguarda il ruolo della ragione nell’affrontare le sfide della vita. Non so se vi è mai capitato di imbattervi in un falco ferito. Questo predatore dell’aria, colpito all’ala da qualche cacciatore, razzola come può sulla terraferma e diventa una facile preda lui stesso. Sembra una metafora della realtà, perché spesso si ha l’impressione che molti uomini e donne, oggi, vivano alla mercè di se stessi, privati quasi del raziocinio. L’uomo è, invece, chiamato a dominare i venti, ma per farlo deve poter contare su due ali. La fede e la ragione sono le sue due ali. Devono essere usate insieme e all’unisono per librarsi verso l’alto, verso la Verità. Fino a qualche tempo fa sembrava che la ragione avesse invaso ogni aspetto del vivere e che fosse necessario combatterla per evitare il rischio di creare uomini privi di spirito. Spesso però si chiamava ragione l’arido calcolo utilitaristico e fede la “spontaneità” impulsiva dei sentimenti. I tempi sono cambiati. Ho avuto modo di rendermene conto più volte, recentemente. Il paradigma di una nuova filosofia di vita attualmente in voga, specialmente tra i giovani, ma non solo, l’ho riscontrato in una bella ragazza di 20 anni. Era profondamente sofferente e inquieta e lo manifestava passando da un uomo all’altro, da una delusione all’altra, cadendo sempre più in basso. Mi spiegò, manifestando molta sicurezza, che tutto ciò che avviene è regolato dal destino: nascita, morte, amori. Tutto è destino. “Se incontro un ragazzo ad una festa, e lui si interessa di me – racconta – quello è l’uomo del mio destino!”. “Ma come fai – chiedo – a distinguerlo tra i tanti ragazzi che ti fanno la corte?”. “Vado dove mi porta il mio cuore!” – risponde un po’ stupita. Gettata in un’esistenza, che avvertiva come un susseguirsi di ciechi eventi, affrontava la vita orientandosi con la bussola dei sentimenti e delle emozioni di un’adolescente, instabili per definizione. Forse si tratta di un caso limite, ma molti si sono ritrovati in qualche tratto di questa storia. Il fatto è che il cuore c’entra, eccome se c’entra! Solo che il cuore non è l’impulso irragionevole del momento (che più è irragionevole, più è considerato

15


formazione di Walter

Versini

L’Areopago

Una rispettosa apertura al Mistero

P

er concludere questa breve serie di riflessioni sull’incontro, avvenuto nel XVII secolo, tra il cristianesimo e l’umanesimo confuciano, vorrei soffermarmi su due dei Detti di Confucio, che ci illustrano un aspetto fondamentale e molto peculiare del suo insegnamento: il suo rapporto con il sacro. ”Il maestro non parlava mai di miracoli, di violenza, di disordini e di spiriti ”(VII,21). Visto nel suo contesto culturale, mi sembra lecito ritenere che questo detto esprima distacco e riprovazione verso la magia e quelle forme di religiosità che ne sono contaminate. In questo si ha una importante concordanza di fondo con il Cristianesimo, che è profondamente incompatibile con la magia: la magia costituisce un’attitudine deviata del rapporto con il sacro, che essa cerca di strumentalizzare e sottomettere ai propri fini. “Zilu chiese come servire gli spiriti e gli dei. Il Maestro disse: «Non sei in grado di servire gli uomini, come potresti servire gli spiriti e gli dei?». Zilu domandò: «Posso chiedervi della morte?». Il Maestro disse: «Non conosci ancora la vita, come potresti conoscere la morte?»”(XI,12) A quanto risulta, Confucio aderiva sinceramente alla religione dei sui padri, e quindi sostanzialmente credeva ad una divinità suprema, alla quale si riferiva genericamente come Cielo, che riteneva avesse una “volontà”, e premiasse o punisse gli uomini per le loro azioni; venerava gli antenati ed era fedele ai riti del culto del suo tempo. Il suo insegnamento però si concentrava sugli aspetti etici, educativi e sociali, soprattutto sul “coltivare l’umanità”. Nei confronti del soprannaturale, o meglio, visto che tale categoria va applicata con una certa cautela alla cultura cinese, del Mistero, di ciò che nell’esistenza va al di là dell’umano, egli aveva un atteggiamento di grande rispetto, una ritrosia che esprimeva la consapevolezza del proprio limite, il rifiuto della tracotanza superficiale, e che quindi non costituiva una chiusura o una negazione, ma piuttosto, potremmo dire, un’apertura, un’attesa. Questo atteggiamento di fondo perdurò nella tradizione confuciana dopo Confucio, anche quando questa divenne la dottrina “ufficiale” della colta classe dei funzionari imperiali. Lo stesso Confucio fu onorato

con un culto ufficiale promosso dagli stessi imperatori (cosicché il Confucianesimo poté sembrare una sorta di “religione di stato”): di fatto esso rimase sostanzialmente limitato all’ambito morale e sociale, lasciando in buona parte libero lo spazio che noi diremmo più propriamente “religioso”, che fu occupato invece dalla tradizione taoista, al contrario scarsamente interessata agli aspetti civili e sociali. Si ebbe così la possibilità della coesistenza di due tradizioni: la loro stessa diversità le rendeva complementari, ed in fondo condividevano importanti concezioni (come la ricerca dell’armonia, a immagine di quella cosmica). Successivamente e faticosamente, al Taoismo si affiancò il Buddhismo. Quando infine giunse il Cristianesimo, anch’esso trovò che il Confucianesimo era un interlocutore prezioso in campo morale, e non era un competitore nel campo religioso, per cui poté realizzare un incontro felice e proficuo. Dobbiamo ammettere che l’insegnamento di Confucio, in quanto vero umanesimo rispettosamente aperto al sacro, è oggi un monito di grande attualità, e avrebbe molto da dire all’attuale dibattito sulla laicità. Esso, inoltre, pone il problema del rapporto tra morale e religione in modo originale e stimolante, e mostra quanto sia anomala una società che vorrebbe fare a meno della morale, salvo poi talvolta rivolgersi alla Chiesa perché dia un aiuto per salvare parte di quel patrimonio morale che consente la convivenza umana.

16


formazione

L’arte di educare

di Romolo

Rossini

Il valore educativo del legame coniugale zione, di una rete di legami, di appartenenze; la nascita e la crescita diventano così non solo dare un corpo, ma dare una casa, inserire in una tradizione familiare che a sua volta fa parte di una tradizione sociale, di popolo. Per educare occorre quindi che il legame coniugale superi la prospettiva del ‘legame sentimentale’ o dell’‘unione affettiva’, per diventare un mondo di affetto, di tradizioni, di prospettive sull’avvenire, un mondo capace di farsi casa che si apre al domani e all’altro. Per realizzare tale condizione occorre che il figlio non sia avvertito come opera propria, come proprio progetto, ma sia avvertito come altro dai genitori. Non si tratta semplicemente di un’idea, ma di un sentimento profondo. Come osserva il filosofo Natoli:

A

nche oggi perdura il pregiudizio che l’educazione si riduca a un sapere; “Se lo sai, lo eviti”, recitava un fortunato slogan di una campagna di prevenzione sanitaria. Una variante di questo pregiudizio è il desiderio spesso evocato soprattutto dai genitori di figli adolescenti: “Vorrei convincerlo senza dover discutere, senza dover dire dei no”; insomma convincere senza dover sempre battagliare. Educare significa aiutare ad assumere uno stile di vita, significa dare una certa forma alla vita; ne viene implicata, quindi, la persona nella sua totalità, non solo nel suo sapere. Il conoscere, tuttavia, può certamente avere un valore educativo nella misura in cui esso appare non come un sapere astratto, apparentemente oggettivo, ma nella misura in cui tale conoscere sia sapere del senso, sapere di quella verità che consente di vivere. A tale sapere, più che la conoscenza, compete innanzitutto e fondamentalmente la testimonianza; educare è testimoniare con il proprio modo di vivere la verità e il valore pratico di quel sapere che diventa sapienza, capacità di dare sapore [l’etimologia di sapere/sapore è simile] alla propria vita. In questo contesto, la prima e fondamentale testimonianza è la bontà del legame coniugale, la sua forza e la sua positività. Nel generare alla vita, l’amore coniugale è chiamato a farsi casa fondata sulla roccia; è chiamato a farsi spazio che introduce con prudenza ma con determinazione nel mondo. Il legame coniugale, nel generare, dovrebbe scoprire di essere partecipe di una tradi-

«Nascere nell’amore significa nascere dalla e nella relazione. In questo caso, il figlio, già prima dell’esistere per sé non è proprio, ma è dall’inizio frutto dell’accettazione dell’altro. E soltanto se l’altro viene accettato come padre del proprio figlio, il figlio può essere riconosciuto davvero come ‘altro’. Si dice – si diceva – “mi ha dato un figlio!”. Nell’amore i coniugi si danno reciprocamente un figlio: l’uno lo riceve dall’altro e insieme lo accolgono.» È proprio nella disponibilità e nella vigilanza ad accogliere l’origine ‘misteriosa’ del figlio, soprattutto quando, crescendo, manifesta tutta la sua originalità, che l’amore coniugale diventa casa fondata non sulla sabbia delle proprie aspettative e progetti, ma sulla roccia dell’amore. Amore garante della differenza e del rispetto che fa sì che l’amore dei genitori non sia amore invasivo e indisponente, ma amore che accoglie, si prende cura e fa crescere.

17


formazione di Eliana

Carissimo...

Aloisi Maino

Per questo abbassa gli altri. Per sentirsi valida, dovrebbe cominciare a riconoscere e trafficare i propri doni, ma pensa di non averne e quindi non può trafficarli e diventa sempre più arida e velenosa. Spesso vive sentimenti di rabbia e vendetta che la portano alla violenza verso l’altro. È una persona in guerra, sempre alla ricerca di alleati. C’entra con la disistima: ne è il frutto, non la causa. Non siamo invidiosi o gelosi perché cattivi, ma perché feriti. Questo non evita che la ferita possa infettarsi e diventare cattiveria. E adesso tu, con un po’ di impazienza, mi chiedi che fare, come uscirne. Credo che per il momento la cosa più importante sia che tu stia in questa situazione imparando a riconoscerla e a decodificarla. E man mano che ti imbatti in lei, accettala senza stizzirti, con un atteggiamento di tenerezza verso di te. Prenditi cura di questa parte fragile di te senza vergognartene, ma donandola a Dio. Ciao, fratello mio. Tua Eliana

Gelosia Carissimo, come sempre riveli una grande capacità di lasciarti mettere in discussione come pure una grande acutezza e sensibilità. Mi commuove la tua sincerità; vorrei proprio abbracciarti e dirti che ti voglio tanto bene. Il sentimento che tu descrivi effettivamente non è mancanza di stima di te stesso, anche se con la disistima c’entra eccome. Sei riuscito a smascherare un’emozione che vivi come molto sgradevole. La descrivi bene: “quel qualcosa che mi prende la pancia quando qualcuno è meglio di me, fa meglio di me, ha più di me”. Questa cosa si chiama gelosia (desiderare di essere quanto l’altro è) e invidia (desiderare di avere quanto l’altro ha). Penso che un po’ gelosi e invidiosi lo siamo tutti. Il problema è quando questo sentimento diventa invadente e onnicomprensivo e si incarna in atteggiamenti concreti. È un genere di comportamento molto frequente nelle relazioni. Forse è il maggior responsabile delle fratture, rotture, divisioni nei gruppi, nelle famiglie, nelle comunità. Si inocula nel cuore della relazione e la spezza. Spesso l’intelligenza è obnubilata e chi agisce con questo tipo di atteggiamenti spesso ne è inconsapevole. Mi sembra di sentire già la tua domanda: “Ma perché, da dove viene questa roba?”. Ha radici lontane. È il residuo di un’impostazione infantile nella quale eravamo il centro del mondo. Spesso dipende anche dal rapporto che abbiamo vissuto con i nostri fratelli e le nostre sorelle, il posto che abbiamo occupato tra di loro, le rivalità, il confronto nell’affetto, il riconoscimento dato all’uno più che all’altro, le preferenze. Penso a quante volte si litiga per l’eredità e il vero problema non è il denaro, ma l’emergere di tutti questi vissuti. La parte gelosa di noi mi fa molta tenerezza perché soffre e fa soffrire. È una parte infelice, sola e affaticata. Non ha mai un momento di pace. Deve continuamente guardare cosa fanno gli altri e confrontarsi con loro. Il suo metro di paragone sono gli altri. Sembra aver messo radici nella terra dell’altro. Non è Dio il Signore della sua vita, ma lo sono gli altri. Ha inoltre una lettura distorta di sé e una lettura distorta di quello che vede e sente. Non si piace e non si stima. Non si conosce perchè se si conoscesse non sarebbe gelosa. Non si sente valida ed ha un bisogno smisurato di dimostrare di valere.

18


Prendi nota Tutti gli incontri si svolgono presso la sala dei Padri Verbiti a Varone di Riva del Garda (TN)

Appuntamenti ed iniziative dell’Associazione Comunità Shalom Venerdì 6 luglio 2007 ore 20.30 Incontro di preghiera per i malati Annalisa Zanin Venerdì 13 luglio 2007 ore 20.30 Scuola di Ascolto Ruggero Zanon Venerdì 20 luglio 2007 ore 20.30 S. Messa Venerdì 27 luglio 2007 ore 20.30 Incontro di preghiera Venerdì 3 agosto 2007 ore 20.30 Incontro di preghiera In agosto gli incontri sono sospesi 6-11 agosto 2007 Settimana comunitaria a Camposampiero (PD) Venerdì 7 settembre 2007 ore 20.30 Incontro di preghiera per i malati Antonella Miorelli Fambri Venerdì 14 settembre 2007 ore 20.30 Esaltazione della Croce Venerdì 21 settembre 2007 ore 20.30 S. Messa Venerdì 28 settembre 2007 ore 20.30 Incontro di preghiera

CONCERTI SULLA VIA DELLA PACE Proseguono le uscite dell’Equipe della musica e del canto dell’Associazione Comunità Shalom. Il 29 luglio 2007 l’Equipe sarà a Fierozzo (Tn), per una serata di “Worship: musica… sulla via della pace”. Successivamente l’evento si ripeterà in Val di Fassa. Il 4 agosto 2007 la sera “Worship: musica… sulla via della pace” avrà luogo a Madonna di Campiglio.

SETTIMANA DI FORMAZIONE Dal 5 all’11 agosto 2007 avrà luogo la consueta settimana comunitaria, il ritiro spirituale della Comunità Shalom. È un momento intenso di riscoperta della propria chiamata nell’ascolto della voce di Dio, nell’unità con coloro cui ho promesso di vivere insieme la fedeltà allo Statuto comunitario ed il servizio alla Chiesa. Il tema della settimana avrà come titolo: “Servite il Signore nella gioia” (Salmo 100,2). Quest’anno il ritiro si terrà presso la “Casa di spiritualità” a Camposampiero, (PD).

VIAGGIO-STUDIO DEI GIOVANI A MOSTAR Dal 30 giugno al 4 luglio 2007 un nutrito gruppo di giovani dell’Associazione Comunità Shalom sarà a Mostar in viaggio-studio. I partecipanti verranno ricevuti dal Direttore della Caritas di Mostar don Ante Komadina e dagli altri referenti dei progetti Shalom in Bosnia Erzegovina, che li guideranno nella visita alla città e dintorni, aiutandoli nella presa di coscienza di realtà culturali e sociali così diverse e lontane dalla loro quotidianità.

19


Strumenti di Pace Donna, perché piangi? Le domande di Dio all’uomo di Gregorio Vivaldelli Pagine 159

È uscito il nuovo libro di Gregorio Vivaldelli - membro del direttivo dell’Associazione Comunità Shalom ed ordinario di Sacra Scrittura presso lo Studio Teologico Accademico di Trento - con il quale l’autore desidera mostrare come nella Bibbia Dio ponga domande, sollevi interrogativi, stimoli la libertà e la scelta dell’uomo. Fin dalle prime pagine del primo libro della Bibbia il “Dove sei?” di Dio raggiunge l’uomo liberandolo dalla vergogna in cui si è rannicchiato dopo la prima disobbedienza. Allo stesso modo, nel cuore del mistero pasquale, quel “Donna, perché piangi?” asciuga le lacrime di una comunità smarrita, restituendo ai discepoli la speranza e la fiducia. In questo volume, l’autore, con la profondità e la concretezza che lo caratterizzano, offre un percorso di riflessione attorno agli interrogativi di Dio, nella speranza che la Bibbia continui ad essere un testo che prima di offrire risposte renda sensibile il cuore dell’uomo alle domande del suo Creatore.

Dentro il nostro mondo.

... E sarà pace vera Vivere… for you

Le forza di rinnovamento spirituale di Paul Josef Cordes Pagine 128

La Comunità Shalom di Riva del Garda è impegnata ormai da più di vent’anni nella diffusione di uno stile di vita orientato alla pace. Ha fatto più volte esperienza di come la musica e il canto abbiano la forza di elevare gli animi, toccare i cuori, risvegliare ideali e conciliare situazioni complesse, trasformando l’emozione in un’azione che coinvolge l’uomo nella propria interezza.

Negli ultimi anni si è registrato un vero e proprio risveglio spirituale nella Chiesa; protagonisti e promotori ne sono soprattutto i movimenti e le organizzazioni laicali. Proprio al ruolo e al “grande valore” dei movimenti spirituali nella Chiesa contemporanea è dedicata la prima parte del volume. Mons. Cordes del Pontificio Consiglio Cor Unum traccia una mappa dei movimenti, ne delinea le caratteristiche e ne sottolinea la forza. La riflessione sulle “forze del rinnovamento ecclesiale” prosegue con una meditazione sulle figure di San Francesco e di Charles de Foucauld e poi con un intervento sull’esperienza (cultura, famiglia, mondo del lavoro), per toccare quindi il tema della spiritualità e l’impegno politico delle associazioni cattoliche e si conclude con un approfondimento sul concetto di comunione nella Chiesa. L’argomento trattato è di viva attualità. Le riflessioni che offre Mons. Cordes possono essere di stimolo concreto a quanti operano per il rinnovamento della Chiesa, sia nei movimenti e nelle associazioni laicali sia a livello personale.

Con questi due CD la Comunità Shalom condivide la propria convinzione che la musica e il canto sono in grado di abbattere quelle barriere interne della mente e dello spirito che impediscono alla persona umana di agire efficacemente nella formazione di un mondo migliore; un mondo nel quale ciascuno senta l’urgenza di schierarsi dalla parte delle vittime della storia. Vivendo per Dio. E sarà pace vera.

20


N.7 Sulla via della pace 2007