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VIA

PACE

Trimestrale di in-formazione dell’Associazione Comunità Shalom di Riva del Garda - TN - Italy

Editoriale: Dare voce alla dignità della donna

Carissimo... Relazioni facili, dono di natura?

Anno V n. 3 - Luglio-Settembre 2010 - Trimestrale Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2 - DCB Trento - Taxe Percue In caso di mancato recapito inviare al C.P.O. di Trento per la restituzione al mittente previo pagamento resi

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EDITORIALE

di Paolo Maino

La questione femminile si sta sempre più rivelando come la vera emergenza, la vera posta in gioco della civiltà globale. È un problema che si può affrontare da molti punti di vista; per esempio quello giuridico.

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niziato il terzo millennio, forse ormai quasi nessuno – quantomeno nel mondo occidentale – si sognerebbe di mettere in dubbio, a livello teorico, la pari dignità della donna. Si tratta però di storia recente. Nei paesi europei, ad esempio, l’estensione del diritto di voto – che rappresenta l’emblema civile dell’uguaglianza, ciò che sancisce la pari dignità – fu riconosciuto solo nel secolo scorso: in alcuni casi, come in Francia ed in Italia, si dovette aspettare il secondo dopoguerra (1948), e in Svizzera addirittura il 1971. Se a livello giuridico si può, dunque,

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Dare voce alla dignità d a ragione parlare di dato pressoché incontestabile, la prassi e la mentalità correnti sembrano ancora molto lontane dal tradursi in un vissuto concreto che restituisca dignità alla donna. Se allarghiamo lo sguardo alla condizione della donna nell’intero pianeta, il panorama è davvero sconsolante: nel 2005, 536.000 donne sono morte durante la gravidanza o il parto, e il 99% dei decessi è avvenuto in Paesi in via di sviluppo (dati OMS). Le donne costituiscono il 75% delle persone più povere nel mondo. Dei 110 milioni di bambini che non frequentano la scuola 2/3 sono ragazze, e degli 875 milioni di adulti analfabeti nel mondo 2/3 sono donne (dati UNICEF). Ancora oggi, in molte Nazioni, le donne, che costituiscono poco più della metà dell’umanità e svolgono i due terzi circa del lavoro globale, subiscono forti discriminazioni. La piaga della violenza sessuale esiste in tutti i continenti, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo e non conosce differenze sociali o cultu-

rali; secondo l’OMS, almeno una donna su cinque nel corso della vita subisce abusi fisici o sessuali. Per alcuni governi nascere donna è spesso considerata una disgrazia, migliaia di neonate vengono lasciate morire per cure inadeguate o per abbandono. E gli esempi potrebbero continuare. Sono situazioni che suscitano, giustamente, la nostra indignazione. Nella nostra società, la donna è ormai riconosciuta pari all’uomo per dignità e diritti: è una conquista sociale e culturale, ma riconoscibile già dalla visione biblica dell’uomo, dai risvolti antropologici e teologici radicali. Fin dalle prime pagine la Bibbia afferma il sogno di Dio relativo alla piena reciprocità di stima e dignità tra l’uomo e la donna. La predicazione di Gesù di Nazareth introduce poi un’assoluta rivoluzione, dando concreto fondamento a un nuovo mondo possibile, ed inaugurando uno stile di relazioni fraterne dove “si gareggia nello stimarsi a vicenda”, dove non trovano più posto la prevaricazione ed il pregiudizio ignorante.

Editoriale


ella donna Dove “non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna” (Gal 3,28): tutti sono figli con pari dignità. Il Vangelo ha prodotto molti cambiamenti nella storia ed ha forgiato personaggi stupendi che hanno saputo attuare questo progetto. Quindi potremmo pensare che la drammatica situazione delle donne in molte parti del mondo non abbia nulla a che fare con la nostra civiltà. Ma è proprio così? Storicamente, l’annuncio cristiano si è spesso intrecciato con le ataviche convinzioni di mondi che si fondavano su ideali di predominio bellico, nei quali la donna era considerata come “la parte debole” o il “lato oscuro” dell’umanità, la parte irrazionale e passionale. Era ammirata, ma non certo stimata nella sua dignità. Se siamo attenti alla realtà in cui viviamo, per molti aspetti è ancora oggi così; semmai, con una dose di ipocrisia in più: la donna viene spesso sostanzialmente considerata alla stregua di una preda, apprezzata sessualmente fintantoché ha un

corpo giovane, e disprezzata per il resto. Salvo eccezioni. Il maschilismo appare talmente radicato e radicale da non risultare più nemmeno tanto evidente. Si danno così molto spesso per scontati alcuni atteggiamenti e comportamenti che scontati non sono affatto, ma che fanno parte integrante del nostro vivere e che non siamo disposti a mettere lontanamente in discussione. Quanti uomini (mariti, padri, figli) danno per scontato che le faccende domestiche siano prerogativa della donna (moglie, madre o figlia che sia)? Quanti mariti delegano in modo improprio la cura e l’educazione dei figli alle mogli? E sul posto di lavoro, quanti danno la stessa importanza a quanto viene detto da una donna piuttosto che da un uomo? E se la responsabile di un settore, di un ufficio, è una donna, quanti sanno accettare questo ruolo? L’impressione è che ciò che sembra ormai incontestato sul piano dei princìpi si sia fermato alla testa, senza tradursi in azione. È facile illudersi di essere persone aperte, che credono nella dignità della donna e ne promuovono i diritti, quando si vive in un universo ancora tutto al maschile, dove è l’uomo a decidere, a contare, a partire da una condizione di perenne vantaggio. Vantaggio in molti casi agevolato dalle donne stesse, che da madri finiscono col tramandare alcuni comportamenti maschilisti ai figli ed alle figlie. Con la conseguenza che è ancora del tutto usuale assistere a scene familiari in cui, mentre il figlio maschio sta tranquillo sul divano a guardare la tv, la sorella è “ovviamente” intenta a sparecchiare la tavola, a lavare i piatti o a prendersi cura del fratellino più piccolo. Ci sembra, quindi, evidente che inorridire di fronte ai soprusi ed alle discriminazioni nelle quali vivono ancora molte donne nei paesi meno sviluppati, o in quelli dove ragioni culturali o religiose le considerano inferiori, serve a ben poco, se rimaniamo intrisi ed invi-

schiati in una mentalità che, sotto sotto, non è disposta a rinunciare ad alcun privilegio maschile. E chi si ritiene esente da ciò, provi sinceramente a chiedersi: quand’è stata l’ultima volta che ho valorizzato una mia collega di lavoro? Come reagisco ad un’osservazione o ad una critica proveniente da una donna? Riesco a riconoscere, anche davanti ad altri, quando una donna è più brava di un uomo? Credo che sul posto di lavoro, nelle relazioni interpersonali, nella coppia, in famiglia, siamo ancora distanti dal credere veramente che la donna abbia pari dignità dell’uomo ed a comportarci di conseguenza. La vera rivoluzione, però, non sembra quella di chi marcia e grida slogan in favore dell’uguaglianza e della pari dignità delle donne, spesso spingendosi fino a travalicare i limiti di quella stessa parità che va proclamando. Credo che, mai come in altre questioni, la vera sfida debba partire dall’essere disposti a mettere in discussione la nostra mentalità concreta, nel quotidiano, e a mobilitare tutte le nostre capacità e risorse per riconoscere in ogni ambiente – dalla famiglia al lavoro – la dignità della donna, nella valorizzazione dei rispettivi ruoli. Siamo chiamati a cambiare il nostro atteggiamento per realizzare la prima alleanza: quella tra uomo e donna

È facile illudersi di essere persone aperte, che credono nella dignità della donna e ne promuovono i diritti, quando si vive in un universo ancora tutto al maschile

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SOMMARIO 2

Editoriale Dare voce alla dignità della donna

Informazione

SULLA VIA DELLA PACE Trimestrale di in-formazione Anno V - n. 3 luglio-settembre 2010

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Giornata di Alleanza Uganda - Costruire speranza S.O.S. Haiti Sostegno a distanza in Colombia

Testimonianze

Registrazione n. 263 presso il Tribunale di Rovereto (TN) (19.01.2006)

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Direttore responsabile Paolo Maino

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La donna in Africa

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Buddhismo e cristianesimo

Direttore di redazione Ruggero Zanon Equipe di redazione Paola Angeretti Nadia Armellini Luca Fambri Gregorio Vivaldelli Editore Associazione Shalom Solidarietà Internazionale - Onlus

Segni di speranza

Formazione La donna in Asia La donna in America Latina

“Il carisma Via Pacis, donato e affidato a noi per la Chiesa e per il mondo” Maschio e femmina li creò. O no? Grazie a te, donna Sesso precoce Relazioni facili, dono di natura?

Direzione e amministrazione Viale Trento, 100 38066 Riva del Garda (Trento) Italy mail@comunitashalom.org www.shalom-i.it Tel. e fax +39.0464.555767 Grafica e stampa: Antolini Tipografia - Tione (TN)

Finito di stampare nel mese di giugno 2010 In copertina: Pellegrinaggio in Polonia 2009, con Maria sulla Via della Pace

La Comunità Shalom è un’Associazione Privata di Fedeli Laici della Chiesa Cattolica e membro della Fraternità Cattolica delle Associazioni e Comunità Carismatiche di Alleanza di Diritto Pontificio

Le attività di solidarietà promosse dalla Comunità Shalom sono gestite dalla Associazione Shalom Solidarietà Internazionale - Onlus Viale Trento, 100 - 38066 Riva del Garda (TN) - Italy Tel. +39.0464.555767 - Fax +39.0464.562969 posta@shalom-i.it

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FORMAZIONE

La donna in Africa di Peter Onyango

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n Africa la donna vive una situazione difficilmente descrivibile se non definendola contraddittoria: a fronte di una sua importanza determinante nella vita della famiglia e della società, si contrappone la totale mancanza di riconoscimento di pari diritti e dignità con l’uomo. Si può dire che l’economia familiare è interamente sostenuta dalla donna. Essa lavora la terra, deve cercare l’acqua, raccogliere la legna e provvedere che ci sia cibo sufficiente per la famiglia. Al contempo la donna è presente a livello sociale, impegnandosi con attenzione e sensibilità verso i bisogni degli altri. Emblematica è l’esperienza delle donne del villaggio di Unyolo che, riunitesi in cooperativa, allevano mucche per provvedere ai numerosi orfani e anziani. L’uomo tende invece a dominare la sfera politica, ritenendosi da sempre il “capo”: capofamiglia, capo villaggio, capo tribù, capo società e, principalmente, capo della donna. Purtroppo, per antiche tradizioni, la donna, pur rivestendo un ruolo insostituibile a diversi livelli, è ancora considerata notevolmente inferiore all’uomo e come tale viene trattata. Anzitutto, le viene riconosciuto scarso o nullo diritto di decisione nelle questioni che regolano la vita di famiglia. Ancor meno le è permesso partecipare o prendere la parola nelle riunioni tribali. Essendo, quindi,

relegata a ruoli puramente di riproduzione della prole e di sostentamento materiale della famiglia, non le è riconosciuto alcun diritto allo studio. Le bambine crescono sapendo che saranno le future serve dell’uomo e, spesso appena adolescenti, devono accettare il matrimonio deciso dal padre anche con uomini anziani. Tale violenza si aggiunge a quella già subita con la mutilazione genitale, ancora in uso in molte zone dell’Africa, pratica che spesso causa infezioni a volte anche mortali. I maschi invece, crescono convinti che saranno i padroni della donna. Presso alcune popolazioni, il marito è in diritto di bastonare con forza la moglie, qualora ritenga che ella non sia abbastanza rispettosa verso di lui – come pure è ancora in uso che la donna si inchini davanti all’uomo – e

debba quindi essere disciplinata. Nelle culture che prevedono la poligamia, la prima moglie non può opporsi all’arrivo delle successive, sebbene se ne senta ferita. Qualora, però, ella avesse contatti con un altro uomo, verrebbe cacciata e punita per adulterio. Un ulteriore sopruso presente presso certe etnie consiste nel fatto che, alla morte del marito, la vedova venga derubata delle proprietà di famiglia dai cognati e parenti del marito, in quanto ritenuta indegna di possedere e gestire alcun bene. Le tradizioni africane, purtroppo, si dimostrano ancora profondamente in contrasto con i valori cristiani e, quindi, con il piano del Creatore, che non ha creato la donna perché fosse serva dell’uomo, ma perché ne fosse complice nella famiglia e nella società

La donna nel Sinodo per l’Africa Durante i lavori del Sinodo per l’Africa, dell’ottobre 2009, è stata sottolineata l’importanza del ruolo della donna per lo sviluppo e la riconciliazione del continente africano. È stato così affermato come, senza giustizia tra uomo e donna, senza pari dignità, non vi potrà essere alcuno sviluppo per l’Africa. È urgente la necessità di dare formazione e istruzione alle donne. Alcune testimonianze, durante il Sinodo, hanno messo in luce il ruolo determinante della donna nella riconciliazione della società africana, nel benessere della famiglia, nell’aiuto ai poveri e agli orfani. Ma per poter svolgere pienamente il loro ruolo positivo, è fondamentale che le donne possano avere la concreta possibilità di accedere all’istruzione. Il Sinodo ha poi evidenziato il pericolo del colonialismo culturale dell’occidente nei temi della sessualità e fecondità umana, sottolineando come venga imposto, ad esempio, il modello dell’aborto facile e sicuro come soluzione ai problemi della gravidanza, piuttosto che offrire aiuto alle donne in difficoltà, perché possano portare a termine la gravidanza.

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FORMAZIONE

di suor Rosanna

Favero

I

n Asia vive oltre un miliardo e mezzo di donne, molte delle quali non vedono rispettati i loro diritti fondamentali come persone e come cittadine. Nelle Filippine, mentre si elogia la donna che riesce a conservare il proprio ruolo di madre e guida nella famiglia e allo stesso tempo il proprio affermarsi nella società, si denuncia un preoccupante tasso di crescita della prostituzione. Sempre più bambine e adolescenti sono coinvolte nel mercato del sesso e della droga, senza contare il doloroso capitolo degli abusi, fisici e sessuali, e del lavoro minorile. Per chi opera nel campo della promozione umana, i dati confermano le esperienze e purtroppo richiamano alla mente volti e nomi conosciuti, storie di donne che hanno pagato a caro prezzo la speranza di vedere riconosciuto il proprio diritto di vivere. Nei villaggi filippini dove operiamo, le bambine iniziano a fare da mamma quando ancora non sono in grado di tenere fra le braccia l’ultimo nato in famiglia. Guardandole, non posso non pensare a chi ha il lusso di giocare a fare la mamma con le bambole. Per loro la bambola è viva e se la portano in braccio con disinvoltura e affetto ammirevole, senza pensare che quello sarebbe il loro tempo per giocare, per studiare. Sono ancora ‘piccole mamme’ quando lavano la biancheria per la famiglia o per altri in cambio di piccoli compensi, quando piantano il riso rinunciando alla scuola, quando imparano dalla mamma a prendere la porzione di riso più piccola, perché i fratellini possano averne a sufficienza.

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La donna in Asia Sono future donne, insegnanti, infermiere, quando siedono nei banchi di scuola - dopo la fatica di un lungo cammino e della scarsa alimentazione - per continuare a credere nel loro sogno, nel futuro che le porterà lontano dalla povertà. Il volto sorridente parla delle speranze del loro cuore. Sono ancora le nostre esperienze a portarci la sofferenza degli abusi che rinchiudono giovani vite, a volte troppo giovani, nella prigione buia della confusione, della rabbia e dell’autodistruzione. Molte, impoverite della stessa voglia di vivere da parte di chi avrebbe dovuto alimentarla, faticano ad uscire da questa prigione. Non posso non dire grazie a quanti lottano contro la povertà e l’ignoranza, contro le ingiustizie e la violenza. Ogni volta che una giovane riesce a completare il ciclo di studi è una grande vittoria: ciò le consentirà di entrare nel mondo sapendo di poter dare il proprio contributo al miglioramento della società, con la forza e creatività di chi porta in grembo la speranza di un futuro, che la povertà spesso costringe ad abortire. Pensando alla donna in Asia non posso non ricordare le immagini di tante bimbe e donne viste in Myanmar lavorare lungo la strada, portando pesanti pietre e cucinan-

do, in grandi bidoni, vecchi pneumatici di automobile per preparare l’asfalto. Donne di tutte le età, con la stessa stanchezza in volto. È questo uno dei lavori cui sono obbligate, insieme a quello dei campi, della deforestazione e delle costruzioni. Su fragili e pericolose impalcature, sono ancora le donne a portare i mattoni e il cemento per costruire edifici e case, nelle quali, a loro, non sarà mai permesso di entrare. Le statistiche parlano di un alto tasso di mortalità materna ed in occasione degli interventi per l’interruzione della gravidanza; parlano anche della prostituzione, dell’AIDS, delle violenze a causa della guerriglia, della situazione di migliaia di donne che vivono nei campi profughi ai confini con la Thailandia, divenendo facile preda del mercato della prostituzione. Per proclamare la vita in tutta la sua dignità c’è bisogno di scelte coraggiose. È questo coraggio che anima molte persone a rischiare di passare le barriere della proibizione per promuovere la cultura, l’educazione, la speranza. Le giovani birmane, che si stanno formando grazie alla solidarietà di tanti fratelli e soprattutto dell’Associazione Shalom, hanno questo coraggio e porteranno la luce della speranza per mezzo dell’istruzione e della formazione umana

La donna


La donna in America Latina

di Julian e

Bibiana Ramirez

L’

Organizzazione degli Stati del continente americano (OEA) ha dichiarato il 2010 come l’anno interamericano della donna, con un invito alla riflessione sul ruolo e la situazione della donna, protagonista indiscutibile dei processi di sviluppo latinoamericano. Avvicinandoci, inoltre, alla celebrazione del bicentenario di indipendenza della maggioranza dei Paesi Sudamericani, possiamo constatare che durante questi ultimi due secoli si è continuamente lottato per la rivendicazione dei diritti della donna. In qualunque Paese Latinoamericano - e anche in Colombia - le donne sono ancora adibite, in alta percentuale, ai lavori manuali quotidiani, anche se molte di esse stanno cercando di emanciparsi attraverso l’educazione che, a differenza di soli vent’anni fa, ora è un settore a maggioranza femminile (vincendo l’antico mito secondo il quale la donna non doveva essere educata, bastando che imparasse a fare i mestieri di casa). Ora molte donne rivestono il ruolo di madri-capofamiglia, costrette a fare cose inverosimili (comprese cose indegne o illegali) per poter tirare avanti la loro casa con almeno tre figli. La paternità irresponsabile e l’abbandono da parte dell’uomo sono, infatti, all’ordine del giorno.

È possibile trovarle anche davanti ai commissariati e ai tribunali per far valere i propri diritti di fronte ad abusi tanto comuni tra noi, come il maltrattamento intrafamiliare, del quale fino a pochi anni fa un’alta percentuale erano vittime silenziose, per proteggere i figli o per paura dei mariti. Ancora più è possibile trovarle occupate negli impieghi produttivi del Paese; sono il 51% della forza lavoro, con un aumento crescente negli ultimi anni, grazie alla loro preparazione, al loro alto senso di responsabilità, alla migliore organizzazione e amministrazione domestica delle entrate. Nonostante ciò, le donne sono ancora considerate una manodopera di livello inferiore, pagata meno di quella maschile. Si possono vedere donne incolonnate in lunghe file davanti alle ambasciate di Spagna e Usa, per rimediare un visto per lavorare in queste nazioni, disposte a ipotecare la casa per finanziarsi il viaggio e ad affidare i figli a terzi. Le puoi vedere ancora – mai si pensava che accadesse – come detentrici di alte cariche direttive: sono magistrati, senatrici, statiste e governatori in diverse regioni, con grande consenso da parte dei cittadini, ma anche con una

grande resistenza, talvolta fino alla persecuzione, da parte della maggioranza maschile. Portano sui loro volti le cicatrici della violenza che le ha battezzate a forza come vedove, madri che cercano i loro figli scomparsi, orfane e “desplazadas”, scacciate cioè dalle loro terre. Molte stanno pagando condanne per il traffico di stupefacenti, perché, con il miraggio del guadagno facile, sono impiegate dalle mafie come “asini” che trasportano droga perfino all’interno del loro stesso corpo. Ma si trovano anche sempre più donne nelle forze di polizia, nella giustizia e nell’esercito La donna sudamericana è una lottatrice, una gran costruttrice di famiglia, capace di dare la vita per i figli; è una donna che conserva la fede e promuove i valori religiosi in veste di leader nella Chiesa; che si prende cura della comunità e porta avanti la missione ecclesiale a livello continentale. Le nostre mujeres Colombiane sono meravigliose. Con competenza e coraggio, in mezzo alle sfide del mondo globalizzato e tecnocratico, non perdono di vista il progetto di Dio e si impegnano a compierlo in semplicità e tenerezza

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INFORMAZIONE

Giornata di Alleanza 23 maggio 2010: solennità di Pentecoste, ricorrenza liturgica particolarmente significativa per tutto il popolo cristiano. Per la Comunità Shalom Via Pacis la giornata è ulteriormente impreziosita dalla memoria della sua fondazione ufficiale, avvenuta nella Pentecoste del 1979 e che, da allora, è festeggiata anche come “Giornata di Alleanza”. Tutto il popolo di Shalom si è, quindi, ritrovato per la celebrazione a Rovereto (Tn), nella chiesa del Suffragio. Accanto alle Comunità di Riva, Rovereto e Trento erano presenti anche i responsabili delle Comunità Shalom Via Pacis di Polistena – Giuseppina Calimera, col marito Ezio Scuderi –, del Kenya – Peter Onyango, nonché alcuni rappresentanti della Comunità ghanese di Pordenone. A sorpresa un contatto telefonico a viva voce ci ha uniti anche a Julian Ramirez Zuluaga, responsabile della Comunità Shalom Via Pacis di Colombia. In un clima di fraterna comunione e di gioia, tutti i membri delle varie Comunità hanno rinnovato la propria promessa di “seguire Gesù Cristo nella Chiesa vivendo il carisma dell’Associazione Shalom Via Pacis nell’Alleanza”. Questa semplice cerimonia ha avuto luogo durante la Santa Messa presieduta da don Luigi Amadori, parroco e decano di Arco (Tn), il quale ci ha manifestato una sincera e calda amicizia. Durante l’omelia, don Luigi ha offerto una riflessione ed una meditazione approfondite ripercorrendo la novena di Pentecoste ideata ed edita dalla Comunità Shalom Via Pacis.

omelia di

don Luigi Amadori

“È

con gioia ed emozione che sono qui con voi in questa festa di Pentecoste. Oggi ho invocato lo Spirito Santo su di me, sul mio sacerdozio, sulla comunità a me affidata, ma, in mezzo a voi, che avete fatto l’esperienza dell’Ef-

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fusione dello Spirito e che oggi si rinnova, prego: Vieni Spirito Santo e immergi questa Comunità, questa realtà, nella grande comunità ecclesiale. Spesso mi chiedo: Come mai non trovo il fervore e l’esultanza nelle parrocchie che visito, tra la gente che vedo? L’esperienza di Chiesa dovrebbe essere la stessa, ma magari si va alla ricerca di qualcosa di sentimentale. In questi giorni ho fatto la vostra novena di Pentecoste “Ricreatore del già creato”, e ho ripensato alle tematiche che sono state proposte.

Nel primo giorno abbiamo riflettuto sull’essere Shalom. La parola che va di moda oggi è “comunione”. La Chiesa, la casa, la scuola siano tutte realtà di comunione. Questo è proprio il vostro compito. Nel secondo giorno abbiamo meditato sull’essere Chiesa: che bello sapere che voi, piccola parte, desiderate essere Chiesa, desiderate inserire questa realtà nella realtà più grande! Nel terzo giorno abbiamo invocato lo Spirito sul carisma fondativo: quanta gioia e quanta ricono-


scenza si percepisce quando videre con chi ci sta vicino un po’ Nel nono giorno della novena vengono nominati Paolo ed Eliana. delle nostre ricchezze, dal vivere abbiamo visto l’essere santi È bello sapere che sono persone concretamente la parola “l’avete insieme: qui ci sono dei rappresenconcrete; sono fondatori, perché fatto a me”. tanti della Calabria; quando ci sono hanno accolto un dono di Dio e lo Nel settimo stato io, sono hanno fatto fruttificare nei questi giorno rimasto colpito «Il Consolatore, trent’anni. Siamo nell’anno sacerabbiamo dalla figura di dotale e il Papa ha fatto pregare meditato sul lo Spirito Santo tanti santi monaci per la riscoperta del nostro sacerperdono: che si sono che il Padre manderà dozio. Don Domenico, con Paolo davvero solo dispersi in tutta nel mio nome, ed Eliana, ha sentito la chiamata dal cuore la Calabria; santi a vivere insieme e, dall’unione di perdonato Anche Egli v’insegnerà ogni cosa individuali. due vocazioni (sacerdozio e matripossono in questa chiesa, monio), è scattata la scintilla, che nascere rela- e vi ricorderà tutto ciò che mi è cara ha dato nuova vita a tutti voi. zioni nuove. perché venivo Nel quarto giorno abbiamo visto Nell’ottavo che io vi ho detto. da bambino come la pace non sia un semplice giorno il a recitare il Vi lascio la pace, stare bene insieme, ma, consiste tema era Rosario, ci sono vi do la mia pace» nel superare le difficoltà di caperdere tante statue (Gv 14,26 - 27) di grandi santi rattere o altro nella vita vissuta. la vita Uno dei doni fondamentali del per Gesù. (Pietro, Paolo, S. Carisma Fondativo è la riscoperta Ma come? Se noi preghiamo Girolamo, vari vescovi), grandissimi del sacramento della Riconciper conservare la nostra vita, se santi… ma noi desideriamo essere liazione: volersi bene significa intercediamo per gli ammalati santi insieme. Anche S. Gregorio ricominciare, amarsi nonostante perché riabbiano la salute, come diceva che, se si facevano trenta tutto. possiamo decidere di perdere la messe per i defunti, le loro anime Nel quinto giorno, la gioia: la vita? Possiamo rispondere solo erano salvate… Ma noi dobbiamo gioia non è che frutto dell’esseguardando al crocifisso. Io ho farci santi insieme perché lo Spirito re amati da incontrato il ci ha fuso insieme, basta vedere Gesù. Questo, Oggi chiediamo allo Movimento dei anche qui la presenza del Kenya, però, non è Focolari e la del Ghana, della Colombia: una Spirito Santo di ricreare sentimento, nostra icona di famiglia attorno a Gesù. ma amore che in noi, per diffonderlo riferimento è il Chiediamo a Maria, che veneriamo dona la possiGesù crocifisso come Madre, l’aiuto per fare vuoto bilità di com- nel mondo intero, il dono e abbandonato. dentro di noi per generare Gesù. partecipare Proprio la croce Che voi possiate portare i frutti che abbiamo ricevuto alle gioie degli è la chiave del dello Spirito Santo, che possiate del carisma fondativo. altri, senza perdere la vita, portare unità tra la Chiesa gerarconcentrarsi lì dove il cuore chica (che qui io rappresento) e la sulle proprie preoccupazioni. di Gesù ha perso tutto: in quel Chiesa carismatica (che siete voi). Nel sesto giorno, la condivisiomomento Lui ha amato e basta. Io cammino con voi e chiedo ne con i poveri: da cosa è nata Anche don Domenico insegnava allo Spirito che questa Chiesa sia questa grande concreta generosi- a vivere così ed è andato al cielo sempre più famiglia” tà? Dalla decima, dal voler conditirandosi in disparte.

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FORMAZIONE

“Il carisma Via Pacis, donato e affidato a noi per la Chiesa e per il mondo” Il 21 giugno 2009, giusto un anno fa, celebravamo nella gioia il 30° Anniversario di Fondazione della nostra Comunità, con la presenza significativa e autorevole del Cardinal Stanislaw Rylko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Le parole che egli ci rivolse in quella occasione furono molto al di là di quanto noi avremmo detto di noi stessi, e furono uno stimolo potente per i nostri Fondatori e Responsabili ad intraprendere con ancora più slancio e fiducia strade nuove. “La Comunità Shalom figura a pieno titolo tra le espressioni della grande ‘primavera dello Spirito’ suscitata dal Concilio Vaticano II!”1, ci disse mons. Rylko in quell’occasione. Parole che hanno fatto sussultare il nostro cuore, ci hanno scossi dalle nostre piccole e miopi prospettive e ci hanno rilanciato nel cammino dove “provvidenzialmente” (parola ripetuta più volte da mons. Rylko) il Signore ci ha chiamati a seguirlo e testimoniarlo. 1

S. RYLKO, Omelia al 30° Anniversario di Fondazione dell’Associazione Comunità Shalom, Quaderni di Formazione sulla Via della Pace 1, Tione (Tn) 2009, 22.

di Maria Luisa Toller

Il carisma Via Pacis L’avvenimento del 30° ha spinto tutti noi ad una riflessione più profonda e attenta sulla nostra storia e sulla nostra chiamata. I fondatori, Paolo ed Eliana, in quest’anno che è seguito, hanno intuito nuove dimensioni del nostro carisma fondativo, il carisma che abbiamo imparato a conoscere come “shalom”, e ne hanno percepito, in un certo modo, la radice profonda, “sorgiva”: la riconciliazione. “Shalom”, come sappiamo, non significa semplicemente “pace”, ma

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“integrità, un tutto che combacia, Nella Bibbia la “via” è un’immagine con la quale l’uomo viene presental’assenza di lotta tra parti divise o to in continuo cammino verso Dio e contrapposte”2. È il sogno di Dio per le sue creature, è il desiderio insieme a Dio; “pacis” è il contenuto e l’obiettivo di questo cammino: la profondo che anima il nostro cuore. Ma l’esperienza di ciascuno è pace di Gesù, la pace che è Gesù. Pace intesa come invece la divisioperdono, liberane, la tensione dentro e fuori di “L’esperienza personale zione, riconciliazione. noi, fra genero- e comunitaria della riconciliaziosità ed egoismo, riconciliazione è sempre La ne è la radice fra santità e profonda del peccato, fra stata un elemento nostro carisma, bellezza e caratterizzante del perché, come degradazioscrive Paolo ne, fra cura e nostro cammino” Maino in “Ambasfruttamento… sciatori di riconAllora “shalom” ciliazione”, “l’amore di Dio Padre, diventa necessariamente un rivelatosi in pienezza sulla croce di cammino da percorrere, con Cristo, ha conquistato il nostro cuore: gradualità, sobrietà, prudenza e ‘l’amore di Cristo infatti ci possiede’3. coraggio. Diventa una “via”: “via La riconciliazione è il fondamenpacis”. to della pace, è la sorgente della 2

P. MAINO, Servire la Chiesa e il mondo, in P. MAINO (a cura di), La Comunità Shalom. Cristiani nel mondo, Arco (Tn) 2006, 141-148.

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P. MAINO, Ambasciatori di Riconciliazione, Quaderni di Formazione sulla Via della Pace 2, Tione (Tn) 2010, 2.

Alleanza


gioia, è il motore della solidarietà con i poveri. L’esperienza personale e comunitaria della riconciliazione è sempre stata un elemento caratterizzante del nostro cammino, a partire dagli insegnamenti e dall’esempio di don Domenico, uomo del perdono vissuto, testimoniato e comunicato, capace di rivelarci il volto amorevole e paterno di Dio; al lavoro nascosto e prezioso di Eliana sulle nostre ferite e lacerazioni interiori, verso la riconciliazione con la nostra debolezza, nella libertà; alla guida paziente e tenace di Paolo verso uno stile di vita riconciliato con noi stessi, con i fratelli e col mondo intero, nella sobrietà e nella condivisione. Ora comprendiamo che non si trattava semplicemente di un elemento necessario per il cammino cristiano, ma dello svelarsi a poco a poco di un dono particolare, di un vero e proprio carisma, che Dio aveva pensato da sempre e posto nel cuore dei nostri fondatori. Questo carisma straordinario sgorga dal cuore di Gesù in Croce, nelle sue parole sconvolgenti: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”(Lc 23,34). Con queste parole Gesù perdona ciascuno di noi: “è la Croce di Cristo la solenne riconciliazione che il Padre ha operato nel mondo”. “Queste parole “ormai ci possiedono, hanno travolto il nostro cuore, hanno sconvolto le nostre vite, hanno rivoluzionato i nostri pensieri, hanno messo a soqquadro i nostri schemi mentali e religiosi, hanno aperto orizzonti impensabili”4. Potremmo dire, come Chiara Lubich, che “per quelle parole noi siamo nati”.

Donato e affidato a noi Contemplando queste parole, si delinea il volto dei chiamati alla Comunità Shalom-via pacis: sono persone che hanno sperimentato 4

P. MAINO, Ambasciatori di Riconciliazione, Quaderni di Formazione sulla Via della Pace 2, Tione (Tn) 2010, 2.

esenti da debolezze e limiti: anzi, il una misericordia che va oltre la carisma via pacis può germogliare giustizia, che fanno passare tutta solo nell’esperienza della fragilità, la propria vita, passata e presente, della radicale ambivalenza costituattraverso il fuoco purificatore del carisma, che vaglia ogni loro scelta tiva della nostra realtà, della nostra assoluta impotenza senza l’intere ne rivela la consistenza. vento della misericordia di Dio e Persone che, per questo, scelgono dei fratelli. Solo persone che spedi vivere e testimoniare il Vangelo rimentano il bisogno di rinascere, della pace, nella continua ricerca di nascere di nuovo, attraverso di rapporti riconciliati con Dio, con la riconciliazione, sono adatte a se stessi, con gli altri e con il creato questa Comunità. Parafrasando nella propria quotidianità, stato di vita e professione. Persone chiamate la liturgia della notte di Pasqua, potremmo allora dire “felice colpa”: a vivere e testimoniare una “santità felice debolezza, felice limite del comunitaria” come ambasciatori di riconciliazione nel cuore del mondo, mio carattere, felice fallimento dei svolgendo quotidianamente i propri miei sogni di grandezza e autosufficienza, felice errore, impegni professionali, che aprì la strada a familiari e sociali nella un dono così grande. fedeltà al carisma “Solo persone Il carisma è anche il fondativo, da condividere con gli uomini che sperimentano legame che ci fa un cuore solo, la forza e le donne del proprio il bisogno che ci dà il coraggio tempo, annunciando di amarci gli uni gli Gesù di Nazaret, forza di rinascere altri come Gesù ci riconciliatrice di Dio, attraverso la ama, nella misericon responsabilità, riconciliazione cordia vicendevole. creatività, sguardo L’affinità spirituale, ampio, slancio missono adatte che mons. Rylko, sionario. citando la ChristifideSecondo la logica di per questa les laici, indica come Dio, Gesù è dovuto Comunità” il “cemento forte” diventare un uomo che unisce persone ebreo in quel tempo diverse nella stessa realtà ecclestorico, per poter diventare il siale5, è per noi l’esperienza della Signore del mondo e della storia. Così il carisma della riconciliazione, riconciliazione. Guardando i vostri perché possa diventare, secondo volti, riconosco fra me e voi una la volontà di Dio e della Chiesa, somiglianza, un’affinità, appunto, dono per l’umanità, deve diventache ci lega in una parentela più re “carne” nella mia e nella nostra forte di quella del sangue: come vita, da laici quali siamo. Quindi me, siete persone che sperimennon fuori dalla dimensione quotitano la misericordia di Dio, gioidiana e feriale del nostro esistere, scono del suo perdono e vivono ma proprio lì, nel concreto svolla propria vita quotidiana nella gersi delle nostre giornate. Deve continua ricerca di rapporti ricondiventare possibilità e ricerca ciliati. paziente e coraggiosa di riconciliazione con me stesso, nei miei Per la Chiesa fallimenti e debolezze, con i miei Torniamo a quanto ci disse familiari e parenti, con i vicini, i mons. Rylko al 30°: “Siete nel cuore colleghi, le persone che incontro della Chiesa, che conta su di voi nei ogni giorno; con la mia storia così prossimi anni”. E ancora: “Ricordancome si svolge, con la realtà del mio presente, per testimoniare 5 S. RYLKO, Istituzione e carisma nella l’amore di Dio, che si fa vicino con Chiesa: co-essenzialità, Quaderni di la Sua misericordia e la Sua comFormazione sulla Via della Pace 1, passione a ciascuno dei suoi figli. Tione (Tn) 2009, 10. Non è una chiamata per persone

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FORMAZIONE do le origini di Shalom – l’indimencon le creature, permettendo un ticabile Pentecoste del 1979 – siamo cammino di appartenenza totale chiamati a rivivere il mistero di quel a Cristo e alla Chiesa e la formaziopotente soffio dello Spirito di cui la ne di personalità cristiane solide Comunità continua a vivere. Tutti e mature, aperte alla missione. voi che vi appartenete siete testiAllargando lo sguardo agli altri moni particolarmente qualificati continenti, là dove il Signore ci ha della straordinaria abbondanza chiamati e ci chiamerà ancora, i e diversità dei doni con i quali lo frutti del nostro carisma – pace, Spirito Santo continua ad arricchirvi gioia, carità – possono rispondere e, tramite voi, continua ad arricchire a bisogni drammatici e urgenti di la Chiesa”6. evangelizzazione, solidarietà, formazione, speranza, comunione. Ricordo bene l’emozione alle parole del Cardinale, quando paPaolo, nel suo ultimo insegnaragonava la nostra storia al grande mento, ci invitava ad “abbracciare modello del movimento francecon radicalità il carisma che Dio ci scano, invitandoci a riconoscere ha donato, seguendo Gesù come nel nostro carisma Lui ci indica: essere una particolare ambasciatori di risposta di Dio ad “Siamo chiamati riconciliazione nella un bisogno della nostra quotidianità, a offrire perdono, Chiesa nel nostro essere operatori di speranza tempo. Ricordo riconciliazione e il sentimento di pace nelle strade e riconciliazione profonda ricodel mondo”. con ogni mezzo, noscenza verso i I nostri Pastori nostri fondatori, non ci hanno dato accettando che hanno saputo semplicemente il di perdere lasciarsi guidare permesso di vivere attraverso ogni in un angolino la nostra vita” genere di diffidella Chiesa nel coltà, interna ed esterna, cammitempo libero da altre attività ecclesiali. Ci hanno detto: “la vostra è nando “sulle acque”, alla continua una vocazione nella Chiesa, vivetela ricerca della volontà di Dio, fino in fondo”7. Il nostro posto permettendo così che il nostro percorso si inserisse pienamennella Chiesa è questa Comunità, te in quella “corrente di grazia” il nostro servizio alla Chiesa è in che sono i Movimenti e le Nuove questa Comunità. Come ci esortava Comunità, con cui condividiamo le il Cardinal Rylko nella sua Omelia: caratteristiche di rinnovamento e “Il carisma…è il vostro tesoro più fecondità per la vita della Chiesa. prezioso, alimento della vostra vita Ci chiediamo: a quali bisogni della personale e comunitaria, una straorChiesa può rispondere il nostro dinaria risorsa evangelizzatrice, una carisma? Un aspetto lo accennava fonte inesauribile di quella fantasia già il Cardinale: nel mondo conmissionaria di cui oggi la Chiesa temporaneo troviamo sempre più ha tanto bisogno”. E ci richiamava spesso “identità cristiane deboli con forza “a viverlo con rinnovata e confuse, un Vangelo edulcorato fedeltà, perché il carisma non è una e inquinato dai compromessi con teoria, ma vita”8. La fedeltà al nostro la mentalità comune, una fede carisma lo rende disponibile ed confinata nella sfera dello strettaefficace per il bene della Chiesa. Più mente privato”. Il Vangelo della riconciliazione, vissuto e testi7 T. CIVETTINI, L’identità cattolica della moniato, riconduce alla radice Comunità Shalom, in P. Maino, cit., dell’incontro autentico con Dio e 45-46. 6

S. RYLKO, Istituzione e carisma nella Chiesa: co-essenzialità, Quaderni di Formazione sulla Via della Pace 1, Tione (Tn) 2009, 3-4.

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S. RYLKO, Omelia al 30° Anniversario di Fondazione dell’Associazione Comunità Shalom, Quaderni di Formazione sulla Via della Pace 1, Tione (Tn) 2009, 23.

lo comprendiamo e lo viviamo, più siamo utili alla Chiesa.

Per il mondo Una caratteristica particolare del nostro carisma è la laicità: non dobbiamo diventare un ordine religioso, siamo immersi nel mondo, come il lievito nella farina, per trasformarlo dal di dentro attraverso la forza rigeneratrice della riconciliazione. Il nostro Statuto ci segnala alcuni ambiti di particolare impegno: il matrimonio, la sobrietà nell’uso dei beni, il rispetto del creato, i giovani, la dignità della donna, lo sviluppo dei popoli e la scolarizzazione, la cultura, la giustizia, la pace. L’aspetto per il quale siamo più conosciuti nel mondo è la solidarietà, che ci ha permesso in tanti anni di incontrare la povertà e i bisogni di pace di tante persone in tutti continenti. Ma sempre più chiaramente stiamo comprendendo che il dono che abbiamo in sovrabbondanza da condividere è il Vangelo della riconciliazione, dal quale nasce una solidarietà più efficace, più incisiva, capace di trasformare le realtà umane dal di dentro, dal cuore dell’uomo. Come ci diceva Paolo nell’ultima assemblea dei soci dell’Associazione Shalom Solidarietà Internazionale, “siamo divenuti consapevoli che abbiamo prima di tutto la responsabilità di portare il dono che Dio ci ha dato: il carisma di pace e riconciliazione di cui il mondo ha estremo bisogno. Così vediamo che i progetti sono ancora più vicini ai bisogni veri della gente, l’aspetto economico ci preoccupa meno, le persone non chiedono solo un aiuto per necessità pressanti ma desiderano condividere con noi un cammino di pace. E la solidarietà si trasforma in reciprocità: non diamo solo beni materiali, riceviamo cultura, segni di affetto e di amicizia da persone con le quali ci sentiamo sullo stesso piano, da cui impariamo semplicità e gioia, attraverso relazioni sincere e durature”. A ciascuno di noi, poi, è affidata una grande responsabilità: il nostro ambiente quotidiano.

Alleanza


I fondatori Eliana e Paolo Maino insieme ai Responsabili Locali della Comunità Shalom - Via Pacis di Trento, Rovereto (Tn), Riva del Garda (Tn), Folgaria (Tn), Polistena (RC) e Nairobi (Kenya)

In qualunque parte del mondo abitiamo, in Europa, in Africa, in America Latina, incontriamo persone sofferenti, lacerate da divisioni e discordie, persone disorientate a cui mai nessuno ha rivelato la forza del perdono. Incontriamo persone che hanno perso la bussola della vita, affamate di amore e di significato. Persone tradite e traditrici, vittime e carnefici in estenuanti faide familiari o tribali. Persone sole e disperate, senza futuro, autocentrate nell’individualismo. Persone che non varcheranno mai la porta delle nostre chiese, che non sanno di cercare Dio e che Dio le sta cercando. Molti anni fa, quando eravamo una realtà piccolissima e sconosciuta, il Signore ci disse che saremmo dovuti diventare “città sul monte”, luogo dove chi è stanco, impaurito e disperato possa rifugiarsi. Ci parlò di un “grande albero” di

pace e riconciliazione che germoglia da noi e cresce, per offrire a molti “ombra e ristoro”. Tutto questo diventa possibile, se la Comunità Shalom-via pacis vive al suo interno relazioni riconciliate, attenzione al debole, cura dei rapporti interpersonali, perdono permanente, attraverso l’impegno quotidiano dei suoi membri. E questo ci spinge alla missione: essere “ambasciatori di riconciliazione”, prima di tutto nel nostro ambiente. Tiziano, nel suo intervento in una domenica comunitaria, ci spiegava che cos’è un’ambasciata: un pezzo di patria in terra straniera. Quando in un Paese si verificano disordini e rivoluzioni, le ambasciate diventano luoghi di rifugio e di salvezza. Mentre riflettevo su questo tema, mi sono ricordata di aver letto la storia di Giorgio Perlasca, un italiano che lavorava a Budapest quando l’Ungheria venne occupata dai

nazisti. Per evitare l’arresto, si rifugiò nell’Ambasciata spagnola, e iniziò ad aiutare l’Ambasciatore a salvare ebrei dalla deportazione. Quando l’Ambasciatore fu costretto a tornare in Spagna, Perlasca si spacciò per ambasciatore sostituto e arrivò a salvare circa 5200 ebrei attraverso passaporti spagnoli falsificati, a rischio, naturalmente, della sua vita. S. Paolo, ma anche il nostro Paolo, ci dicono che il Vangelo deve essere annunciato in ogni modo, opportuno e non opportuno: anche noi siamo chiamati a offrire perdono, speranza e riconciliazione con ogni mezzo, accettando il rischio di “perdere” per questo la nostra reputazione, il nostro tempo, le nostre forze; in una parola, la nostra vita. Perché abbiamo trovato la perla preziosa per la quale vale la pena di lasciare tutto: Gesù, nostra riconciliazione e nostra pace

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INFORMAZIONE

Costruire speranza

C

ontinua la costruzione del Centro per orfani, di donne che soffrono di Sara Paternoster malattia mentale ed i loro bambini. Dall’1 al 15 maggio, due responsabili dell’Associazione Shalom Solidarietà Internazionale, Fausta Matteotti e Sara Paternoster, si sono recate a Mbarara nel sud-ovest dell’Uganda, per verificare lo stato di avanzamento dei lavori per la costruzione del Centro Shalom-Via Pacis. Nel Centro, che sta sorgendo nel cuore della città, saranno accolti bambini orfani a causa dell’AIDS - molti dei quali a loro volta malati - e madri con disagio psichico, insieme ai loro figli. Il progetto è realizzato in collaborazione con l’Università di Mbarara. Il Centro vuole essere prima di tutto un luogo di pace, una sfida all’individualismo e all’egoismo, una dimostrazione che, nonostante la diversità di cultura e di mentalità, lavorando “con” invece che lavorando “per”, è possibile realizzare grandi sogni e far crescere la cultura della pace e della solidarietà. Al Centro hanno sperimentato la durezza della vita non solo le persone che vi saranno ospitate, ma anche coloro che vi lavoreranno. Sono giovani che hanno vissuto la perdita dei loro genitori per AIDS e donne che hanno conosciuto le difficoltà della malattia mentale e desiderano continuare a combatterla, aiutando altre donne che si apprestano ad affrontare la stessa lotta. Alcune donne, seguite dal locale Servizio di Salute Mentale, chiedevano: “quando sarà finita la nostra casa?”, perché è così che già chiamano il Centro Shalom-Via Pacis.

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Il centro al centro Non è un caso che il Centro Shalom si trovi in piena città, a poca distanza dall’ospedale, dalle scuole, dal Municipio. È stato fortemente voluto integrato nel tessuto sociale. Per troppi anni ed in troppo luoghi le case per malati di mente sono state isolate, lontane dagli occhi e dai pensieri. Si voleva evitare questo, perché la dignità delle persone più abbandonate ed emarginate si afferma anche favorendo il loro accesso alla rete della comunità. Vicino di casa del Centro è nientemeno che il primo cittadino di Mbarara, secondo il quale la costruzione del Centro porterà ad un aumento della consapevolezza verso queste problematiche, anche grazie alla sua dislocazione. Al centro degli occhi, al centro del cuore, al centro dei pensieri: per guardare, per amare, per non dimenticare.

Uganda


Una collaborazione che guarda lontano

Lo sguardo del Padre sui suoi figli

Il Centro Shalom sorgerà a poca distanza dall’Ospedale Universitario di Mbarara. Da subito sono stati presi contatti con il Dipartimento di Psichiatria e con quello di Pediatria per esplorare l’opinione dei professionisti locali. Già nel 2008 aveva suscitato immediato interesse. Non solo perché in Uganda c’è un bisogno immenso di accoglienza per i circa due milioni di orfani, ma anche perchè la malattia mentale è in preoccupante aumento ed il Centro sarà il primo nel suo genere ad accogliere persone che ne soffrono e che ora vivono ai margini della società nelle condizioni più disperate. Da allora è nata una collaborazione con l’Università di Mbarara. Dopo l’incontro del 12 maggio scorso, ci ha scritto nuovamente il Direttore del Dipartimento di Psichiatria, dott. Maling: “Sono molto fiducioso che quanto abbiamo discusso oggi ci porterà lontano nel migliorare la vita delle persone malate di mente in Uganda”. Anche noi lo siamo.

Il Centro si stende su più piani. A piano terra cucina e grande sala da pranzo, uffici, locali di servizio e laboratori per piccoli lavori di sartoria ed artigianato di autosostentamento. Al primo e secondo piano stanze per ospiti e staff. Al piano superiore, la cappella, vero motore e rifugio della casa. Gli standard professionali ai quali miriamo sarebbero vani senza l’attenzione all’uomo nella sua interezza. Vivere assieme in modo riconciliato, condividere gioie e sofferenze, stare accanto a malati e morenti, allargare i paletti del cuore a nuovi fratelli o sorelle che arrivano: questo è possibile solo nella consapevolezza di essere figli di uno stesso Padre. Per questo la cappella è parte integrante del Centro.

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INFORMAZIONE

nne sime do e di is t n a t ilion delle lo una da con il suo m ortando o s È . a gan are, p ortun icili di f erza città dell’U trà venire a st sto per tutti, m o d o o in t le notti di Mbarara, la halom, dove p renti non c’è p“Ma quando la r e p a a e . nc to oS te dai p lle strad ata, sta acconta il Centr ignifica È affam no ai bordi de verrà aperto nti. Attualmen angiare”, ci r compreso il s m e a che vivo Ha saputo ch accolti da parea dare loro da ra casa: Julia h i. t abitant che ora sono “Io non riesco n me”. La nos o , . coli figli sono al sicuro erli e staranno c ic p e r t anche i eno i bambini , andrò a prend ma alm sa sarà aperta a nostra c o del Centro. d profon nta, abba é s e r o f a , perch to nell to trova sa camminare emente a t s È i. on rav ann quattro se settimane. Nn l’altra metà g arlare. Ha e s r o f a p r o Alex h da giorni, fo el corpo e c o e non sa iare tutto donato ato per metà d . Ci vede poc rreno e mangsi è cibato e paralizz compromessa ascinarsi sul t Chissà di cosa a giovane r t a r a n, un ter . to impara che trova per portato da Lilia a, accoglie con quello resta. È stato sa temporane IDS, in attesa a nella fo che, in una ca causa dell’A por tato o a a n i n n n a n a … o f h à r d dignit r to. Lo more o tanto a entro sia ape sse morire conrimesso, si che il C hé Alex pote ed Alex si è onquista. c lei, perc ssati sei mesi n sorriso che otato per a u p e a r h p n Sono suoni e già un posto erai che ogni a e ir p a di icord fa ca re: c’è n teme tuo sorriso ci r valeva la pen o n , x le A n il alom ntro. Co ntro Sh te al Ce costruire il Ce er sforzo p suto. is essere v

JULIA

Alex

inato o term È un c o p a ri. Ha d superio , le scuole e bel ragazzo a e H n . a giov lastica o e Sco a famiglia e d a T i d su aggiore iamo la dato figlio m fratelli. Conosc uando il fon tas li q cinque ttro anni, da nato Demur ’era e a .C R u q e da ino ro casa veva a lo M a ll o l e re Pao o incontrati n miglia che a no avevan a in quella fa a allora ogni an a, m qualcos il loro cuore. D re visite a Kara ato t o s t t tocca ione delle no biamo incon r ole in occas d Mbarara, ab ha finito le scu elvicino a miglia. Vicent orsa di studio dnaa r quella f grazie ad una b lidarietà Inte tero i , r S n superio ione Shalom fratellino Joh vora z o la l’Associa così ha fatto su entari. Vicent rando m a ,e zionale da poco le ele famiglia, imp enitori. o a g d u i s n o a e la i su min r aiutar ione da i chiede duro pe e determinaz ando ci vede c o u impegn usta e me e q a F e salutar Viene a

VICENT

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olta prima v o fa. la o t L’ho vis anno e mezz no a circa un on molto lont be ormai n detto che sareb te o lt o c c a en aveva r avevano o. Evid ere Lilian lo rte. I medici le r un miracol no davvero. e a corr il t r e iv d e o i o è p s d dalla m issuto solo re) acca ce paffutelle e ma quello nonisce, o m v ’a v ll sopra miracoli (de a ora le guan n”, chiedo, “ . Lilian annu ” i mente atthew, che h bambini. “Lilia di un anno fa? M i iù r o Rived e con gli alt uto morire p parole. v e r e gioca he avrebbe do uente di molt q c o lo bimb orriso più e s con un

EW H T T A M

osciaLa con ai da mo orm Una i. tre ann r to a e ff o anto s a he ha t ia mentale. Or c a n n e o t t d d n la e e giovan i una grave ma rmaci che pr suo a il f causa d lio, grazie ai riceve. Offre cine e sta meg l sostegno ch pranzo alle de ale, a tu il d sforzi e er preparare affidabile, pun orare i o u s i a ucina p riire. È mente, ire a lav regolar d aiutare in c nità Yesu Ahu siderio di ven ciugamani o a s e tempo ni della Comu nova il suo d nzuola e gli a ra! le a o in r v ll le a di gio lavoratrice e rò portarmi Centro, l a v o t o e n d D gran o Shalom: “ Appuntame al Centr li?” ci chiede. ò li trover

A D I A A I MAR

ma” rà “mamignie m ia h e ci c nte s nderci s e particolarme a e papà). e ff o n m di no a le person ate mam ita”, ci (in Afric engono chiamolei che dà la v e voi v h ficative la mamma è c ne Shalom, c e alla Sua é e io ndo alla ora h z m e c ia d a c n o a o “Per s it p s io, ris “e l’A sa ed to la v spiega, entate, ha rida aborato con Dna vita decoroio per voi. ll rappres iglia. Avete co dignità di u ringraziare D el nostro la i m c a te n r f voi e mia per rida pregare per icordiamo e sieitori: una rico, a t a m r n n o, vi no ge chia rni noi ontriam ssiamo rato dai non po e che tutti i gio icent ha impa volta che li inca Vicent e V i Sappiat cco cosa altro ve e che, ogn ra permanenz ci. La loro o E t . s u ” o e m r n raziar cuo che comei giorni della messo di ring otente, perché a z n e c s s e p N no no lo si ved rmano. amento on han ci confe sua famiglia n noi un insegn inutile se non r tutta la ine è stata pe il più grande, è o, Scola e d d e a u T h it , c t e n a t re gr ,a tro amo raziamo si dono qualsia ne gioisce. to noi. Noi ring ercy, per il vos e e non s u hai ringrazia Jovira, John e M t Vicent; riene, Philipo, cuore stica, Adezza del vostro e la bell

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TESTIMONIANZE

Segni di speranza Il dono della Comunità

A

lla domanda “cos’è la Comunità Shalom Via Pacis per te?” non ho alcuna esitazione a rispondere: “è il luogo in cui l’amore gratuito e la misericordia di Dio diventano tangibili, si fanno carne nei fratelli di comunità”. È l’aspetto della vita comunitaria che, pur senza disconoscere tutti gli altri, attualmente desidero privilegiare, testimoniando quanto ho sperimentato nei due anni appena trascorsi. Nella vita di ogni persona si alternano periodi tranquilli ad altri più difficili e dolorosi: penso che nessuno si aspetti solo rose e fiori sul proprio cammino e, quindi, che tutti siamo più o meno pronti ad accettare le alterne vicende della vita. Io, però, non ero preparata a quanto mi è accaduto in questi ultimi due anni: l’aggressione simultanea di tante malattie, tutte abbastanza serie, arrivate improvvisamente e senza un attimo di tregua fra l’una e l’altra; e non limitate solo alla mia persona, ma, cosa più dolorosa e difficile da accettare, anche a quella dei miei affetti più cari: i figli e i nipotini. Mi sentivo persa, confusa, sfiduciata, nell’angosciosa incertezza circa l’esito degli interventi operatori, delle terapie chemioterapiche… Sentivo vacillare, o almeno indebolirsi, la fede, che mi aveva sempre sostenuto nel corso di tutta la mia vita. La preghiera non mi aiutava. Anzi, non riuscivo più a pregare; balbettavo solo qualche vecchia “giaculatoria” durante le lunghe ore della notte.

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In tutto questo, le persone della mia comunità, i miei fratelli, non mi hanno mai lasciata sola, ma hanno sempre vegliato su di me, sui miei cari ed anche sulla mia fede. Ogni visita, ogni telefonata, ogni messaggio era una ventata di ossigeno, specialmente quando, dopo aver confidato loro la mia difficoltà a pregare, mi sentivo rispondere con grande tenerezza: “ Non preoccuparti. Offri, se riesci, la tua sofferenza. Ora tocca a noi pregare. Stai tranquilla, ci pensiamo noi. Soprattutto, non temere per la tua fede: vedrai che ne uscirà fortificata”. Parole che erano balsamo per me! Avvertivo con certezza che i miei fratelli erano la mia voce e la mia mente, quella mente che, dopo la prima decina del rosario, cominciava a divagare. Sapevo di potermi affidare a loro, perché essi, in mia vece, chiedevano a Dio di vegliare sulla mia famiglia e su quella dei miei figli. E sentivo anche di non venir giudicata per tutti i miei momenti di dubbio, ma di essere amorevolmente sostenuta nella mia poca forza. Qualche volta ero tentata di chiedermi come avessi potuto meritare tanto amore da parte loro, ma conoscevo la risposta: quel Dio, che è Padre tenero e misericordioso e soffre al nostro fianco quando siamo nell’angoscia, aveva già da tempo scelto per me proprio quei fratelli attraverso i quali voleva farmi percepire il Suo amore e la Sua misericordia, affinché io me ne sentissi consolata! Niente avevo dovuto fare per meritare tutto questo: era il suo dono di Padre! Paola


“Ho scoperto la Parola di Dio”

U

no dei doni più preziosi che ho ricevuto dalla Comunità Shalom Via Pacis e nella Comunità è stata la scoperta della Parola di Dio. Ero la classica “cristiana della domenica”: non pensavo certo di leggere autonomamente il Vangelo, ed ancor meno la Bibbia, ma mi limitavo, e mi pareva abbastanza, ad ascoltare la Parola la domenica in chiesa e la relativa omelia. A quei tempi si diceva che la messa era valida se si arrivava prima dell’offertorio: questo dimostra quanta poca importanza era stata data alla parola di Dio! Appena entrata in Comunità mi fu proposto di impegnarmi a trovare nella mia giornata un tempo (possibilmente sempre quello e “buono”, cioè non quando ero più stanca) per leggere e meditare la “Parola del giorno”. Così, a casa mia, apparvero per la prima volta la Bibbia e poi il messale quotidiano. Mi era anche stato detto che era importante chiedere l’aiuto dello Spirito Santo prima di accostarsi alla lettura ed alla meditazione: altra scoperta! Pian piano, prendendo confidenza con la Parola, scoprivo ogni giorno di più come essa fosse viva: Dio camminava con me, mi parlava e mi guidava con la sua parola. Quante volte in questi anni la Parola ha dato risposta ai miei dubbi ed ai miei “perché”, facendomi toccare con mano che Dio vedeva dentro il mio cuore e nei miei pensieri e mi rispondeva. Ero sbalordita per la sua presenza e per la sua premura! Molte volte la Parola mi ha costretta a fermarmi per guardarmi dentro, ad interrogarmi, a prendere coscienza delle mie povertà, dei miei atteggiamenti e modi di pensare sbagliati.

E quante volte, nei momenti più difficili, nella sofferenza il Signore mi è venuto in aiuto con la sua parola, mi ha consolata, incoraggiata, mi ha dato forza per guardare avanti, per non lasciarmi andare! Come se Lui mi porgesse la mano per rialzarmi. Mi ha insegnato a fidarmi di Lui e delle persone che Lui aveva messo sulla mia strada e attraverso le quali mi faceva giungere il suo aiuto e il suo consiglio. Queste persone camminavano con me nella Comunità e, dopo avermi fatto conoscere e gustare la Parola, mi aiutavano ad incarnarla nel quotidiano, affinché non restasse solo una bella meditazione: questo era il passaggio più difficile, facilitato solo dalla presenza di un accompagnatore spirituale. Gli anni sono passati, e mi accorgo che la Parola di Dio e l’aiuto comunitario mi hanno cambiata; ho ancora bisogno di aiuto, perché una cosa è capire, altra cosa è mettere in pratica. Sono consapevole di quanto sia ancora lungo e lento il percorso di cambiamento, ma ne sono talmente affascinata che lo affronto serenamente, con la consapevolezza di non essere mai sola, grazie alla Parola che amo tanto e grazie alla mia Comunità cui mi lega un amore altrettanto grande. Giuliana

1919


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S.O.S. HAITI

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J

ulian Ramirez Zuluaga, Referente per l’America Latina della Comunità Shalom - Via Pacis, si è recato ad Haiti per verificare di persona la situazione dopo il sisma, la quale appare ancora molto critica. Durante la sua permanenza, ha incontrato il Vescovo ausiliario di Portau-Prince, Mons. Joseph Lafontant (nella foto in basso a sinistra), che ha assunto tutte le funzioni dopo la morte dell’Arcivescovo nel terremoto. Ha parlato, inoltre, con padre Quenell Alphonse, monfortano, la cui parrocchia è ora il centro di accoglienza medica e di coordinamento degli aiuti, e con padre Giuseppe Durante, missionario scalabriniano. Il nostro referente ha constatato la vastità della distruzione e l’urgenza della ricostruzione, in una situazione che appare tuttora molto confusa, vista l’incertezza a livello governativo, e la mancanza di leggi antisismiche. Tutto ciò fa pensare che, purtroppo, non siano prevedibili tempi brevi per un ritorno alla normalità. Appare, pertanto, sempre più urgente il progetto sostenuto dall’Associazione Shalom Solidarietà Internazionale per la realizzazione di una struttura destinata a dare ospitalità e istruzione a bambini e ragazzi, tra cui tanti orfani


INFORMAZIONE

Sostegno a distanza in Colombia di Julian e

Bibiana Ramirez

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omplessità politica, economica e sociale, alta percentuale di analfabetismo e basso indice di sviluppo umano, gravi problemi conseguenti alla guerriglia, alta disoccupazione (17%, il tasso più alto in tutta l’America Latina): questa è la drammatica situazione in cui vive la popolazione colombiana. Come Comunidad Shalom Via Pacis de Colombia, in collaborazione con le altre organizzazioni che operano nel sociale e che sono presenti nel nostro territorio, stiamo cercando di orientare progetti e risorse per garantire ai bambini la possibilità di continuare ad andare a scuola. Troppo spesso anche i piccoli sono costretti a collaborare all’economia

della famiglia numerosa che non ha aiuti di alcun genere. Il Sostegno a Distanza, che da qualche anno è attivo nella nostra regione del Quindìo, dà un grande sollievo a tanti genitori preoccupati per il futuro dei propri figli. Ricevere alimenti, vestiti e uniformi per la scuola, medicine, formazione umana e spirituale, contribuisce ad alimentare un clima di fiducia nelle persone e di speranza per l’avvenire. I bambini aiutati oggi saranno gli adulti di domani, capaci di portare avanti il progresso di cui il mondo ha bisogno. È per questo che, ogni volta che abbiamo l’opportunità di far visita ai bambini seguiti con il sostegno economico e amicale di tanti, viviamo un momento di grande festa e di immensa gratitudine. Grazie a tutti coloro che offrono con generosità il loro contributo per portare avanti questo progetto. Il Sostegno a Distanza non è un piccolo aiuto, ma la concreta realizzazione di un sogno che può diventare realtà

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FORMAZIONE

L’areopago

di Walter Versini

Q

ualche mese fa i giornali riportavano una triste notizia. A causa della separazione dei genitori, una bambina si trovava a vivere con il nonno gravemente disabile; il padre si rivolgeva alla magistratura perché alla figlia fosse evitato lo spettacolo di tanta sofferenza. Leggendo, non ho potuto fare a meno di ripensare ad una storia simile, che ci porta indietro di 2500 anni: il racconto, intriso di leggenda, della giovinezza del Buddha. Al re del popolo dei Sakia, nel nord dell’India, fu preannunciato che il figlio, nato da poco, sarebbe diventato un sovrano universale, oppure un grande Illuminato. Nel tentativo di orientare gli avvenimenti verso la prima condizione, il re fece allevare il figlio rinchiuso all’interno della reggia, circondato da ogni agio, e al riparo da ogni sofferenza, di cui nemmeno doveva conoscere l’esistenza. Il principe Siddharda Gautama aveva già una moglie ed un figlio quando gli riuscì di eludere la sorveglianza e di uscire dalla reggia: così incontrò un vecchio, un malato, un corteo funebre, ed infine un asceta. Questi incontri sconvolgenti gli fecero apprendere l’esistenza della sofferenza e, l’ultimo, intravvedere la possibilità di un suo superamento. La vita nel lusso della reggia aveva perso il suo fascino: fuggì lontano, e divenne un asceta mendicante, cercando presso vari maestri spirituali la via della liberazione dalla sofferenza. Era l’inizio di un’avventura che avrebbe portato alla nascita del Buddhismo, una grande religione che ha

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Buddhismo e Cristianesimo dato un contributo fondamentale alle civiltà dell’Asia; il grande teologo H. de Lubac l’ha definito “l’evento spirituale più grande della storia, a parte il Fatto unico, in cui noi adoriamo la traccia e la presenza stessa di Dio”. Molti secoli più tardi, i cristiani della Chiesa di Persia arrivarono nell’Asia Centrale, a contatto con i buddhisti, e vennero a conoscere questa storia, che è uno dei soggetti preferiti dell’arte buddhista. Ne furono tanto colpiti che la imitarono, trasformandola nella vita leggendaria di due “santi” cristiani. Nell’adattamento cristiano, si racconta che ad un re pagano dell’India viene predetto che il figlio Iosafat si convertirà al Cristianesimo: il re per evitarlo lo fa crescere chiuso nella reggia tra i piaceri, ignaro di ogni sofferenza. Il giovane viene comunque a conoscere l’esistenza della vecchiaia, della malattia e della morte, e l’eremita Barlaam lo converte al Cristianesimo; segue la conversione del re e di tutto il regno. Questa “leggenda di Barlaam e Iosafat” venne tradotta dal persiano in siriaco, in arabo, in greco ed, infine, in latino; raggiunse l’Europa medioevale, e vi si diffuse. Fu presa per una storia vera, ed i protagonisti furono venerati come santi.

Tra Cristianesimo e Buddhismo le affinità non sono molte, ed è comprensibile che i Cristiani abbiano apprezzato particolarmente quest’aspetto della vita del Buddha. Questo principe che, colpito dalla sofferenza degli uomini, per trovare una via d’uscita rinuncia prontamente a ricchezze e potere, è un po’ il contrario di quel ricco tanto preso dai suoi lauti banchetti, da non curasi del povero mendicante alla sua porta. È anche il contrario di quel giovane troppo attaccato alle ricchezze per accettare l’invito di Gesù a seguirlo. Certo, siamo lontani da Colui che, pur essendo Dio, svuotò se stesso, e prese su di sé tutta la sofferenza ed il male del mondo; ma non è strano che i cristiani abbiano ammirato la nobile figura del Buddha, e condiviso in qualche modo il messaggio di questa sua vicenda semileggendaria. Questo messaggio, infatti, resta attuale anche per l’uomo d’oggi. La vita umana è troppo preziosa per sciuparla in sogni, distrazioni, mondi virtuali, illusioni di potere e grandezza. La dura realtà della sofferenza e la brevità del tempo che ci è concesso di vivere dovrebbero spingerci a riconoscere le vere priorità, e rivolgere ogni energia a ciò che conta veramente

L’areopago


FORMAZIONE

Il labirinto

Maschio e femmina li creò. O no? di Tiziano Civettini

C

i siamo fin qui addentrati più o meno agevolmente nel “labirinto” contemporaneo, ma ora raggiungiamo una delle zone più insidiose e disorientanti. Sto parlando dell’ideologia di “genere” (Gender), di cui si è occupato, ad alto livello, anche il Pontificio Consiglio per i Laici durante un convegno nel 2008. In una delle autorevoli relazioni – quasi tutte tenute da donne – l’ideologia di genere venne definita come “uno dei frutti più perniciosi della rivoluzione culturale occidentale e uno dei meccanismi di ingegneria sociale più efficaci della mondializzazione dell’apostasia”. Di che si tratta? Negli anni ’60-70, negli ambiti della élite culturale occidentale, soprattutto della sociologia accademica, veniva maturandosi un’idea di uomo e di donna che tendeva a minare le stesse basi dell’antropologia biblico-cristiana. Un’idea che si è fatta strada con estrema rapidità, tant’è vero che nel 1995 ha incassato il consenso quasi universale alla Conferenza Mondiale di Pechino. Si basa essenzialmente su due punti di forza. Il primo è che l’essere uomo o l’essere donna sarebbe soprattutto il frutto di una costruzione sociale e culturale. Il sesso maschile o femminile non costituirebbe, quindi,

Il labirinto

un elemento fisso, un aspetto costitutivo della persona, ma solo uno dei fattori sociali in gioco. Il dogma illuminista dell’assoluta libertà di scelta incoraggia, poi, verso modalità ed esperienze sessuali intercambiabili, a seconda del contesto o del momento psicologico che si sta vivendo. Il secondo punto di forza è il concetto di uguaglianza o equità dei generi. Il pensiero cristiano afferma la differenza tra i sessi; questa differenza permette l’identità maschile e femminile: solo così può maturare la scelta di vita del dono totale e reciproco, corpo e anima, tra due persone. Ma parlare di differenza, per qualcuno, è già intolleranza. Per contro, dire che i generi sono uguali può far pensare alla parità, alla promozione della donna; in realtà, innesca solo un meccanismo di in-differenza sessuale; vale a dire che ogni persona può automodellarsi a piacimento orientando il proprio desiderio in un verso o nell’altro. Questo non sfocia necessariamente o sempre nell’omosessualità, ma tende comunque a far percepire il proprio corpo come qualcosa di esterno a se stessi, impedendo il dono totale di sé.

La rete dei media globalizzati fa sapientemente da cassa di risonanza per questa nuova rivoluzione, ottenendo che anche coloro che non si rendono conto dei presupposti ideologici si trovino immersi in questa mentalità e la assumano acriticamente. L’onda di questa nuova cultura mondiale è molto forte, ma quel che più impressiona è che le sue derive tendono a indebolire e a svuotare di senso (in certi contesti addirittura a far sparire) parole come padre, madre, figlio, figlia, fratello, sorella, sposo, sposa, che esprimono significati e ruoli legati all’antropologia cristiana. Tutto questo è solo negativo? Forse no. Forse questa provocazione obbligherà finalmente noi cristiani ad andare al cuore del messaggio evangelico, ad abbandonare connivenze spurie con tradizioni che non ci appartengono, superando definitivamente modelli culturali di subordinazione femminile al maschio e incarnando sempre di più un modello di autentica reciprocità: uomo e donna come soggetti umani con uguale dignità, che con le loro specifiche differenze costruiscono insieme e corresponsabilmente la civiltà dell’amore

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FORMAZIONE

Quanto amo la tua Parola, Signore 1

Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, le donne si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. 2Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; 3ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. 4Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. 5Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? 6Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, 7dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno». 8Ed esse si ricordarono delle sue parole. 9E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. 10Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. 11Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse. 12Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto. (Lc 24,1-12)

Grazie a te, donna di Gregorio Vivaldelli

I

l brano evangelico che abbiamo scelto afferma che le prime beneficiarie dell’annuncio pasquale sono state delle donne. Le prime a riferire ai responsabili e ai membri della comunità di Gesù che il Maestro è risorto sono state delle donne. Altro che 8 marzo! La vera “festa della donna” per noi cristiani ricorre nella notte in cui facciamo memoria della risurrezione di Gesù di Nazaret dai morti. Vediamo il perché. «le donne si recarono alla tomba» (v.1). In questa notte in cui si festeggia “il Vivente”, il Vangelo non nasconde il drammatico potere della morte di annientare ogni speranza e di cancellare ogni gioia. Le donne, infatti, si recano al sepolcro per omaggiare l’ineffabile potenza della morte. Pur dimostrandosi fedeli discepole di Gesù, «portando con sé gli aromi che avevano preparato» (v.2) rivelano la loro resa nei confronti dell’inesorabilità della morte, su tutto e su tutti, anche sul Maestro, per il quale avevano scommesso tutta la loro vita. Luca non vuole soffermarsi

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troppo sul sepolcro trovato vuoto dalle donne (cfr vv.2-3). Lo scopo del suo racconto è condurre il lettore ad ascoltare il contenuto dell’annuncio della risurrezione di Gesù il prima possibile. «ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti» (v.4). Il bagliore delle vesti rappresenta l’appartenenza al mondo di Dio. Il fatto, poi, che siano due è da riferirsi probabilmente a Dt 19,15 per il quale le situazioni importanti necessitavano della presenza di almeno due testimoni. «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (v.5). La posta in gioco è capire dove bisogna cercare Gesù. Dove le donne avranno la possibilità di trovare Gesù? Noi, in quale direzione dobbiamo andare per trovare Gesù, l’unica sorgente in grado di dissetare la nostra sete del Dio vivente? L’indicazione è contenuta nell’annuncio fatto dai due personaggi misteriosi: «Non è qui» (v.6). Innanzitutto non ha senso cercare Gesù tra i morti per un motivo che potrebbe addirittura sembrare banale: semplicemente perché Gesù non è lì! Dire che Gesù non è più tra i morti significa che egli non è nel passato, non è più in ciò che dovrà morire. Ormai egli vive in un presente che non avrà mai fine, perché Gesù è «colui

che è vivo». Ora, affermare che Gesù è “il Vivente” rivela la sua divinità. È come se le donne si sentissero chiedere: “Voi chi state cercando? Un morto o il Vivente?”. Nel nostro quotidiano desiderio di vivere la fede, cosa stiamo cercando? Il conforto di una tradizione? La sicurezza di una storia già sentita? Oppure, il Dio Vivente? Quel Dio che è in grado di trasformare la nostra vita dandoci la forza di ricominciare sempre da capo, qualunque cosa accada? «è risuscitato» (v.6). La forma grammaticale del verbo greco utilizzato esprime il cosiddetto “passivo teologico”: il soggetto che ha compiuto l’azione di risuscitare Gesù è stato Dio stesso. Ma allora Gesù non è stato abbandonato da Dio. La miserabile Passione di Gesù forse ha indotto qualcuno a giudicarlo, “castigato, percosso da Dio e umiliato” (Is 52,4). Dunque, la Buona Novella non riguarda soltanto Gesù, ma rivela anche un Dio Padre che non si è dimenticato, nemmeno per un istante, di suo Figlio. Dove possiamo trovare Gesù? «Ricordatevi come vi parlò» (v.6): possiamo incontrarlo nella sua Parola. La parola del Vangelo

Quanto amo la tua Parola, Signore


ascoltata, amata, letta, riletta e riascoltata diventa per noi il luogo del nostro appuntamento con Dio. Le donne «si ricordarono delle sue parole» (v.8) e, nonostante nessuno lo avesse chiesto loro, corrono dagli «Undici e a tutti gli altri» ad annunziare «tutto questo» (v.9). Gli apostoli, però, non saltano di gioia al sentire le parole delle donne, anzi, «parvero loro come un vaneggiamento» (v.11). In ogni caso possiamo notare che lo Spirito di Dio sta già “lavorando” nel cuore di Pietro, mettendogli dentro quella sana inquietudine che lo spinge a correre al sepolcro: «vide solo le bende» (v.12), ma quello «stupore» non lo lascerà più tranquillo. Non dimentichiamolo mai: l’inizio del nostro cammino interiore verso la pienezza della fede pasquale è nato dall’annuncio fattoci da delle donne. Donne pasquali, donne testimoni, donne della resurrezione. Facciamo nostre, soprattutto noi uomini, le parole colme di gratitudine che Papa Wojtyla rivolse alle donne: «Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita. Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita. Grazie a te, donna-figlia e donnasorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel

complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza. Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del «mistero», alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.

Grazie a te, donna-consacrata, che sull’esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio, aiutando la Chiesa e l’intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta “sponsale”, che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura. Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani» (Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, 1995)

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FORMAZIONE

Le sfide della vita

di Maria Luisa Toller

I

l mio osservatorio di medico di medicina generale mi offre molte occasioni per affrontare questo tema, che mi viene presentato sempre più spesso sotto la spinta emotiva dell’emergenza. Ad esempio, V. viene in ambulatorio accompagnata dalla mamma, che mi chiede di darle la pillola anticoncezionale. V. ha 15 anni, e sono perplessa. Le chiedo: ma devi proprio farlo? Lei mi guarda, seria, e mi dice: siamo insieme da quasi un anno… La madre tace, ma con lo sguardo mi supplica di acconsentire. È una delle tante situazioni che incontro sul mio lavoro, che mi permette di constatare i cambiamenti culturali e sociali in tempo reale. Si sa che la sessualità emerge prepotentemente nell’adolescenza, con tutto il suo fascino, le sue promesse di felicità, le paure e i turbamenti. Paure e turbamenti che accompagnano anche i genitori, messi di fronte all’evidenza che il figlio/la figlia non sono più bambini. Privati degli strumenti educativi di un tempo - fatti soprattutto di proibizioni, che “costringevano” i figli ad una impegnativa trasgressione -, i genitori di oggi sono spiazzati, inermi, davanti alla precocità sempre più diffusa dei rapporti sessuali. Oscillano fra anacronistiche “prediche”, tentativi di complicità amicale, decisa condivisione. Ma soprattutto, hanno tanta paura delle conseguenze, cosa che infastidisce i giovanissimi. È come se tra gli adolescenti ci fosse un’incapacità di pensare alle

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Sesso precoce conseguenze, un senso di irrealtà e di sfida, quasi fosse sfuggito loro di mano il senso di programmare il futuro... Non importa ciò che accadrà domani, l’emozione si deve vivere oggi: si deve cogliere l’attimo, accada quel che accada. Quando poi le conseguenze si manifestano, è una tragedia, perché ci troviamo di fronte a ragazzi del tutto impreparati ad affrontare la realtà. I casi si moltiplicano e si complicano. G., 16 anni, ha difficoltà nell’erezione da quando la sua ragazza ha preso la pillola del giorno dopo, perché si era rotto il preservativo. M., 16 anni, ha bruciore e prurito ai genitali per un’infezione da candida; è arrabbiata e non capisce perché i rapporti sessuali debbano dare tanti problemi. S., 17 anni, è incinta, e viene da me a chiedere le carte per l’aborto con l’aria immusonita; mi aspetto che pesti i piedi e faccia i capricci quando cerco di spiegarle che i problemi nella vita non si risolvono così… Per fortuna ha una madre saggia, che l’ha aiutata a riflettere e sostenuta, e così, da pochi giorni, ha partorito un bellissimo bambino. Che cosa sta accadendo a questa generazione? Perfino dai congressi di Pediatria si lanciano allarmi sulla precocità dei rapporti sessuali, “gravidi” (è proprio il caso di dirlo) di rischi e conseguenze che segnano il futuro. Avere rapporti

sessuali a 13, 14, 15 anni non è più una trasgressione, è diventato un dovere. Se non lo fai, sei fuori. Anche se nessuno te lo dice, lo respiri dalla mattina alla sera in tutti i messaggi che la società ti trasmette. Mi chiedo: ma noi adulti, cosa pensiamo veramente della sessualità? Quanto viviamo anche noi relazioni fragili e superficiali, affidati all’istinto, alla voglia, pronti a tradire il coniuge per noia, alla ricerca di emozioni che diano una scossa alla nostra vita piatta e priva di significati veri? Cosa respirano da noi i nostri figli? Guardando qualche film offerto al pubblico degli adolescenti, il sentimento più forte che si coglie è un amaro cinismo: fate pure, bruciate emozioni ed esperienze, tanto la vita non ha altro da offrire. Scuotiamoci: dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia le nostre ipocrisie e i nostri compromessi. Mettiamoci seriamente alla ricerca del significato e del valore profondo della sessualità. I nostri figli hanno bisogno di adulti maturi ed equilibrati, che stiano al loro fianco con delicatezza e rispetto e sappiano trasmettere, prima di tutto con la vita, che la sessualità non è un bene di consumo o un’emozione, ma il luogo della comunicazione, della comunione, dell’amore. In altre parole, della gioia duratura

Le sfide della vita


FORMAZIONE

Carissimo...

di Eliana Aloisi Maino

C

arissimo, capisco, hai ragione nel dire che non è facile riuscire a rimanere sereni nel clima rissoso e aggressivo che viviamo. Anch’io rimango perplessa, se non turbata, dall’alto livello di litigiosità di tante trasmissioni televisive e non solo. E mi faccio le stesse domande che ti fai tu: come mai la litigiosità fa aumentare l’audience? Arrabbiati e agguerriti si è felici? Turpiloquio e mancanza di rispetto fanno aumentare l’autostima? Dal mio piccolo osservatorio verifico proprio l’opposto. Avverto nelle persone un desiderio profondo di armonia e di pacificazione, di essere amati e di amare. Come mai allora si mettono in atto comportamenti opposti? Come mai nel cuore dell’uomo coesistono desideri opposti di pace e guerra, di amore e odio, di mitezza e prepotenza, di bene e male, di altruismo ed egoismo? Sono forse il segno della nostra libertà? E come mai, nonostante l’aggressività faccia tendenza, guardiamo con invidia le persone che hanno facilità relazionale, che sanno farsi “tutto a tutti”, che possiedono un alto grado di empatia? È proprio come dici tu: le relazioni interpersonali sono il sapore delle vita e su di esse si gioca la qualità della vita stessa. E giustamente ti chiedi: “La capacità di avere relazioni significative con gli altri è un dono di natura? C’è chi è più fortunato e chi meno?”.

Carissimo...

Relazioni facili, dono di natura? Ci sono sicuramente dei tratti di carattere e di educazione facilitanti, ma molto dipende dalla maturità personale e quest’ultima si costruisce giorno per giorno con fatica. Lo so che a questo punto un po’ ti “increspi”. Mi pare di vedere una nuvoletta sopra la tua testa nella quale posso leggere: “Ma cavolo, tu sei proprio fissata! Ma non c’è proprio niente che si possa ottenere senza fatica?”. La maturità non s’improvvisa e non si raggiunge per il semplice trascorrere del tempo. Più riusciamo ad essere persone mature, che conoscono e cercano di lavorare sui propri difetti, che si sforzano di essere perseveranti negli impegni presi, che provano ad essere coerenti con quanto credono, più tutto questo si trasforma in un trampolino di lancio nel rapporto con gli altri. Mi accorgo sempre di più che le persone fortemente aggressive, quelle tutte aculei e artigli tanto per capirci, sono persone molto sofferenti. Anche se sembra un assurdo, sono le persone più ferite, quelle che tendono a ferire di più. E, pur desiderando spasmodicamente la vicinanza degli altri e il loro calore, impediscono di fatto che ciò avvenga. E si verifica una situazione curiosa, quella che viene chiamata “profezia che

si auto avvera”: si sentono non amabili, si comportano come tali, chi sta loro vicino si scosta per non rimanere graffiato e così hanno la conferma della loro non amabilità. E il cerchio si chiude. Ecco, forse ora può esserti più chiaro il nesso tra personalità armonica e facilità relazionale. Se è vero, come è vero, che sulle relazioni si gioca la gioia della vita, allora vale la pena impegnarsi con decisione per cercare di superare le nostre immaturità e inconsistenze. Sono soprattutto gli altri a farcene prendere coscienza; è l’incontro con gli altri, e qualche volta lo scontro, che evidenzia e spesso mette sotto una impietosa lente di ingrandimento i miei punti deboli, le mie mancanze e le mie carenze e le superficialità, ma anche le mie qualità e virtù. Certo, prendere coscienza degli aspetti negativi non è per niente piacevole, ma proprio tale consapevolezza ha il potere di decentrarci e di metterci nella posizione veritiera di non sentirci il centro del mondo. E, se usata con coraggio e onestà, diventa un mezzo per migliorare le nostre relazioni e camminare più speditamente sulla via della pace. Con tutto il mio affetto e tanta simpatia, ti accompagno e ti abbraccio Tua Eliana

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VIA PACIS è su vieni a trovarci!

Strumenti di pace

È uscita la traduzione in inglese di “Ambasciatori di riconciliazione”, Quaderno di formazione n. 2 della collana.

«Essere ambasciatori di riconciliazione significa dire agli uomini del nostro tempo semplicemente la verità che ognuno – consapevole o meno che sia – desidera sentirsi dire: “Tu sei amato da Dio senza condizioni. Dio ti ama senza preclusioni. Noi lo abbiamo sperimentato. Noi ti proponiamo la possibilità di camminare sulla via della pace, sulla via della riconciliazione: Dio l’ha offerta a tutti”. Essere a servizio della riconciliazione significa scegliere di essere a favore del mondo, degli altri, soprattutto se deboli e indifesi» (Paolo Maino)

Gregorio Vivaldelli Mujer, ¿ por qué lloras ? - Las preguntas de Dios al hombre Pagine 208 - Edizioni San Pablo Dopo le versioni porteghese, francese e polacca, la Comunità Shalom Via Pacis con gioia segnala che l’editrice San Pablo ha dato alle stampe la versione spagnola di “Donna, perché piangi? Le domande di Dio all’uomo”. Questo testo del biblista Gregorio Vivaldelli, cerca di evidenziare come nella Bibbia Dio ponga domande, sollevi interrogativi, stimoli la libertà e la scelta dell’uomo. Fin dalle prime pagine della Genesi, il “Dove sei?” di Dio raggiunge l’uomo liberandolo dalla vergogna in cui si è rannicchiato dopo il primo peccato. Allo stesso modo, nel cuore del mistero pasquale, quel “Donna, perché piangi?” asciuga le lacrime di una comunità smarrita, restituendo ai discepoli la speranza e la fiducia. In questo volume, Gregorio Vivaldelli, con la profondità e la concretezza che lo caratterizzano, offre un percorso di riflessione attorno agli interrogativi di Dio, nella speranza che la Scrittura continui ad essere un testo che, prima di offrire risposte, renda sensibile il cuore dell’uomo alle domande del suo Creatore.

N.19 Sulla via della pace 2010  

rivista di in-formazione dell'Associazione Via Pacis

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