Issuu on Google+

Trimestrale di in-formazione dell’Associazione Via Pacis

20I2 n.27

Editoriale:

Scommettere sulle debolezze

Carissimo:

Fare il bene paga?

Il perdono va oltre la giustizia

®

Anno VII - n. 3 - Luglio-Settembre 2012 - Trimestrale Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2 - DCB Trento - Taxe Percue In caso di mancato recapito inviare al C.P.O. di Trento per la restituzione al mittente previo pagamento resi


SULLA VIA DELLA PACE Trimestrale di in-formazione Anno VII - n. 3 luglio-settembre 2012 Registrazione n. 263 presso il Tribunale di Rovereto (TN) (19.01.2006)

3

Editoriale Scommettere sulle debolezze

4

Il perdono va oltre la giustizia

7

L’areopago Integri o frantumati?

8

40 anni in Bolivia

Redazione Tiziano Civettini Ruggero Zanon

10

Guardare avanti

11

Carissimi ragazzi...

Collaboratori Paola Angeretti Stefania Dal Pont Annalisa Zanin

12

Riaccendere il fuoco dello Spirito

14

Giovani Menzogna o Verità? Io no panda. Io Via Pacis

16

Nuove Comunità: fermento della società

Distribuzione e numeri arretrati Graziana Pedrotti

18

ABC del Matrimonio

Amministrazione Renato Demurtas

22 Laici in prima linea

Direttore responsabile Paolo Maino Direttore di redazione Ruggero Zanon

Archivio Fotografico Patrizia Rigoni

20 Africa: sete di giustizia 24 Quanto amo la Tua Parola, Signore

Editore Associazione Via Pacis onlus

Lavorare per un sogno

26 Testimonianze

Direzione e amministrazione Viale Trento, 100 38066 Riva del Garda (Trento) Italy mail@viapacis.info www.viapacis.info Tel. +39.0464.555767 Fax +39.0464.562969

Mettersi in gioco

27

Carissimo Fare il bene paga?

L’Associazione Via Pacis è un’Associazione Privata di Fedeli Laici della Chiesa Cattolica e membro della Fraternità Cattolica delle Associazioni e Comunità Carismatiche di Alleanza di Diritto Pontificio.

Grafica Emmanuele Pepè Silvia Sommadossi Stampa Antolini Tipografia - Tione (TN)

Le attività di solidarietà promosse dall’Associazione Via Pacis sono gestite dalla Associazione Via Pacis onlus Viale Trento, 100 - 38066 Riva del Garda (TN) - Italy Tel. +39.0464.555767 - Fax +39.0464.562969 mail@viapacis.info

Finito di stampare nel mese di giugno 2012 In copertina: Il perdono allarga gli orizzonti

Foto di Silvia Sommadossi

®

GARANZIA DI RISERVATEZZA Ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs. n° 196/2003 (tutela dati personali) si garantisce la massima riservatezza dei dati personali forniti dai lettori ad Associazione Via Pacis onlus e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione, o di opporsi al trattamento dei dati che li riguardano, rivolgendosi al Titolare del trattamento dati, Associazione Via Pacis onlus – viale Trento, 100 – 38066 Riva del Garda (TN) o scrivendo al Responsabile Dati dell’Associazione Via Pacis onlus Paolo Maino anche via email all’indirizzo mail@viapacis.info. è possibile consultare l’informativa completa all’indirizzo www.viapacis.info/ privacy.aspx

Per offerte: CASSA RURALE ALTO GARDA IBAN: IT 67 C 08016 35320 000002142146 Codice BIC SWIFT CCRTIT2T04A BANCA UNICREDIT IBAN: IT 11 A 02008 35320 000005550586 Codice BIC SWIFT UNCRITM10FR BANCOPOSTA c.c. postale n. 14482384 intestato a: Associazione Via Pacis onlus


Foto di Silvia Sommadossi

EDITORIALE

SCOMMETTERE SULLE DEBOLEZZE

di Paolo Maino

V

iviamo costantemente bombardati da una quantità enorme di notizie, che rischiano di travolgerci. La finanza sembra governare non solo il mondo, ma anche il nostro agire, costringendoci a credere che, se essa va bene, tutto andrà bene. Se non vogliamo rassegnarci all’idea che tutto il nostro universo si esaurisca nell’andamento dei mercati, nel prodotto interno lordo, nello spread, c’è bisogno di pensare a idee nuove, maturare una nuova spinta a conoscere – la società, la cultura, la storia, la memoria – per crescere e maturare come persone. I tempi attuali esigono forze nuove, uomini e donne con idee nuove, capaci di operare

consapevolmente nella società in favore dell’uomo. Sapere e conoscere però, da soli, non sono sufficienti. È necessario saper discernere fra ciò che è giusto e ciò che non lo è, avendo chiari i principi posti a fondamento del nostro agire. Essi non sono il frutto di una mera attività speculativa, ma della sapienza del cuore, di quella sapienza in grado di coniugare cuore e mente e rivelarci valori come la pace, la riconciliazione, la coerenza di vita, la dignità, la giustizia, la solidarietà. Valori sui quali appare difficile non trovarsi in sintonia, ma che possono anch’essi assumere derive individualistiche ed essere fonte di conflitti e confusione, se non improntati al bene comune. Il bene comune non è però da confondersi col benessere, con lo star bene, ma deve condurre oltre il proprio orizzonte personale per abbracciare l’umanità intera; anche a livello spirituale, se non si compiono scelte radicali, è alto il rischio di ridursi a semplici consumatori di riti, di servizi. Viviamo in tempi di confusione e conformismo culturale arrogante,

che riguardano ormai tutti gli ambiti della vita. Come invertire questa tendenza? Come intraprendere la strada per una maturazione integrale della persona? Penso che l'urgenza di oggi sia quella di testimoni credibili, di persone in grado di rappresentare un punto di riferimento, di maestri che possano essere specchio buono, capace di riflettere la parte migliore dell’altro, di formatori che abbiano il coraggio di spronare a non accontentarsi, a non conformarsi alla mentalità corrente, di padri capaci di scommettere sulle debolezze dei propri figli. A ben vedere il mondo non ha mai smesso di avere testimoni, e anche oggi non mancano persone che, con la loro vita, tracciano vie di pace, di coerenza, di dignità e giustizia sulle quali altri possono camminare. Forse non vogliamo riconoscerli, ormai rassegnati ad una mediocrità che abbiamo travestito da prudenza? Ma vivere all’insegna della mediocrità genera infelicità e spegne la speranza.

3


IL PERDONO VA OLTRE LA GIUSTIZIA di Eliana Aloisi Maino

O

gni uomo nasce e continua a rinascere dal perdono di Dio. Il cuore di Dio pulsa ininterrottamente perdono e misericordia e desidera per noi gli stessi sentimenti ed atteggiamenti. Il perdonare è indispensabile per vivere la chiamata specifica di Dio su Via Pacis: il perdono è la via della pace.

Chiamati a perdonare Nel Vangelo, Gesù sembra obbligarci a perdonare. Addirittura

4

sembra volerci “ricattare”, condizionando il suo agire all’agire dell’uomo: “Perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6,37b); “Se voi perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14 ss.). Inoltre sottomette al perdono, all’essere riconciliati con i fratelli, la relazione con Dio: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,23); “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate…” (Mc 11,25). Perché questo atteggiamento così imperativo di Gesù? Perché questa è una legge di benessere per l’uomo.

Si ferisce perché feriti Il vivere a contatto con gli altri ci mette costantemente nella possibilità di ferire e di essere feriti. Spesso sono le persone maggiormente ferite quelle che feriscono di più. Chi non riesce ad elaborare ed integrare le esperienze di sofferenza è facilmente permaloso, si offende per poco, interpreta ogni cosa come un attacco personale, è incapace di reggere l’idea di aver torto o di aver sbagliato e rinfaccia facilmente vecchi errori. Spesso si reagisce, con più o meno violenza, perché si giudica e si interpreta una situazione in base ad una propria lettura emotiva. Normalmente fa più soffrire l’interpretazione di un gesto che il gesto stesso. Chi “pensa bene”, chi “parla bene” come prassi normale di vita, ha meno bisogno


FORMAZIONE

«La persona matura sa rispondere al male con il bene»

Foto di Silvia Sommadossi

di perdonare! Normalmente si colpisce, volontariamente o involontariamente, per impazienza, orgoglio, vendetta, bisogno di attenzione e considerazione, brama di potere, per sofferenze e traumi non elaborati del passato, non accettazione di sé o degli altri, stress, superficialità. Si usa a questo scopo un “arsenale bellico” variegato: inganno, giudizio, infedeltà, calunnia, violenza, grida, percosse, minacce, silenzio e chiusura in se stessi, ironia, sarcasmo, derisione, umiliazione, ricatti…

Prigionieri del mondo emozionale Ogni ferita produce un effetto di umiliazione e smarrimento, di turbamento e irritazione, di agitazione interiore e, spesso, anche esteriore. Il mondo interiore

è in subbuglio e i pensieri sono catturati e calamitati su quanto avvenuto. La pace scompare. Si sperimenta una situazione di disagio. La parte emozionale si sente minacciata e si attrezza a difendere il proprio territorio attraverso l’aggressività. Entra in azione la rabbia, come distanziatore di rapporti e protezione dal dolore. Se l’aggressività e la rabbia vengono coltivate, facilmente sfoceranno nel risentimento: ci si addormenta arrabbiati e ci si ritrova al mattino pieni di risentimento che, a propria volta, potrà trasformarsi in odio e rancore. Questi sentimenti hanno un potere paralizzante ed invasivo: si diventa schiavi del ricordo di quanto avvenuto e di chi ne è responsabile, dominati dall’offesa e dall’offensore. Si perde così la libertà e si diventa prigionieri del mondo emozionale. Avviene un inevitabile

cambiamento nello stile di vita e di comportamento: il ripiegamento su se stessi con una “fermentazione” del ricordo, un processo alle intenzioni, una lettura parziale e tendenziosa della realtà.

Un’escalation di violenza Si sarà tentati di pensare che l’unico modo per alleggerire il macigno che ci si porta dentro sia la vendetta, mettendo in atto una dinamica di rappresaglia e ritorsione. Inizierà così un circolo vizioso. La vendetta, infatti, non opererà quanto sperato, ossia la liberazione dell’angoscia, ma la amplificherà e la complicherà col senso di colpa. Inoltre provocherà nell’altro il bisogno di rispondere nello stesso modo, innescando un’escalation di violenza. È qui che spesso si trova la radice di faide generazionali, di violenze IL PERDONO VA OLTRE LA GIUSTIZIA

5


trasversali, di odii senza fine. La violenza chiama violenza e fa trionfare il passato, perpetuando il torto subìto. Se chi ci ha offeso è una persona molto vicina e significativa, con cui è faticoso reggere il conflitto, può essere più facile soprassedere a quanto avvenuto, pensando che, col tempo, la rabbia si placherà e si potrà continuare come se niente fosse accaduto. Ma la sofferenza e il dolore non riconosciuti e non affrontati direttamente potranno essere usati per attirare la compassione e la solidarietà di amici e parenti, nella ricerca di “alleati” che sostengano le nostre ragioni. Si cercheranno evasioni, buttandosi nel lavoro o negli hobby. Ma tutte le strategie che ci allontanano da noi stessi e dall’altro sono destinate a fallire: la sofferenza riemergerà alla prima occasione, o pervaderà in modo sottile la relazione, spegnendo la gioia e la speranza. Così l’uomo si condanna all’infelicità e all’incapacità di avere relazioni serene. Senza perdono ci si condanna a perpetuare in sé

«non c’è pace senza perdono»

6

IL PERDONO VA OLTRE LA GIUSTIZIA

e negli altri il torto subìto, a vivere nel risentimento, ad abitare nel passato, a vendicarsi.

L’amore rende liberi Il motivo per cui Dio vuole che perdoniamo è, quindi, ovvio: desidera la nostra gioia e non vuole che permettiamo al male di mettere dimora in noi e ucciderci. Il perdono è necessario per star bene. L’uomo, infatti, si realizza amando: vivere nell’odio e nella vendetta significa porre in atto gesti suicidi. È l’amore che rende liberi. La quintessenza dell’amore è il perdono che va oltre la giustizia. È l’instaurazione della legge nuova. Non più soltanto “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lev 19,18b), ma “Amate i vostri nemici…” (Lc 6,27): “Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male” (Lc 6,27-28).

Questa Parola è particolarmente significativa nella spiritualità dell’Associazione Via Pacis. Amare i nemici non è un sentimento o qualcosa che si prova, ma è una decisione profonda. È il voler obbedire alla parola di Gesù: amare come Lui ha amato. Il perdono è “la via alla pace”, perché non c’è pace senza perdono. Infatti se l’odio schiavizza, l’amore libera; se l’odio arma di vendetta, il perdono disarma; se l’odio maledice, l’amore benedice; se l’odio allontana, il perdono riconcilia. Il perdono è il “termometro” della maturità umana e spirituale. La persona matura sa rispondere al male con il bene. Un proverbio arabo dice: “Se tiri un sasso all'albero fiorito, questi ti ricopre di fiori”.

Cf J. MUELLER, L’arte del perdono. Come si possono guarire le ferite dell’anima, Messaggero di Sant’Antonio, Padova 2009, 112. Cf E. e G. VIVALDELLI, ABC per la preparazione al Matrimonio, Edizioni San Paolo, 2011, 30.


Foto di Silvia Sommadossi

FORMAZIONE

L’areopago

INTEGRI O FRANTUMATI?

di Walter Versini

N

ella società contemporanea convivono, inestricabilmente mescolate, visioni della vita e tendenze contrapposte: materialismo e desiderio di spiritualità, generosità e ripiegamento su se stessi, richiesta di legalità ed esaltazione della trasgressione. È un fatto sotto gli occhi di tutti. Ma come giudicarlo? Tipico della mentalità postmoderna è il giudicarlo positivamente. Tecnicamente si chiama “valorizzazione del pluralismo”, che significa: dare più valore alla presenza di tanti modi di pensare, più che ad uno solo. Si ritiene che di fronte alla complessità della vita, una verità unica, un sistema di valori unico, un'unica identità siano forzature, violente e repressive. Meglio tante visioni diverse, che possono alternarsi a seconda

delle situazioni. Sul piano culturale questa mentalità potrebbe sembrare interessante, e la sua problematicità può non esser subito evidente. Ma le conseguenze negative nella vita delle persone sono chiare. Accettare di avere una pluralità di orientamenti, atteggiamenti e stili di vita sconnessi e disordinati, significa indebolire la propria personalità e la propria identità, ed è fonte di problemi e sofferenza. Questa mentalità tende a perdurare anche quando si diventa credenti. C'è il rischio che uno incontri Cristo, ne rimanga affascinato, ma non si renda conto che questo incontro deve riflettersi anche nella sua vita quotidiana, non preoccupandosi di comportamenti e scelte importanti che vanno su un binario diverso da quello della fede. Gesù ha messo in guardia da questa illusione: «Non chiunque mi dice “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre…» (Mt 7,21). Al contrario, il libro della Genesi (17,1) racconta che Dio ad

Abramo chiese proprio questo: «Cammina davanti a me e sii integro». Integro significa retto, onesto, non corrotto, ma con una sfumatura particolare: tutto d’un pezzo, coerente fino in fondo. Una personalità integrata è una mèta da conquistare, ardua per tutti. Ma l'impegno per arrivarci è indice della sincerità della fede. Il diffondersi di incoerenza e frammentazione della personalità è, a suo modo, un segno dei tempi: un invito ad accorgersi che crescita umana e conversione, oggi più che mai, richiedono un cammino per diventare persone integrate. Da molti anni Via Pacis ha preso coscienza di questo problema. I nostri fondatori hanno scoperto nella Parola di Dio che la via maestra all'integrazione è la riconcilazione. Hanno elaborato percorsi di formazione che entrano nel concreto della quotidianità, e valorizzato i mezzi offerti dalla tradizione cristiana, come l'accompagnamento psicospirituale: il confronto con una persona esperta, non solo della vita di fede, ma del modo di far penetrare la fede nella vita, che sa far intravvedere la bellezza di una vita riconciliata e integrata. L’AREOPAGO

7


INFORMAZIONE

40 ANNI IN BOLIVIA Padre Ferruccio Modena si racconta

di Marilena Brighenti

L

a Bolivia ha uno dei redditi pro-capite più bassi del continente sudamericano. Questo dato contrasta con la grande ricchezza di risorse naturali e la scarsa densità della popolazione. Le cause di questa difficile situazione sono da ricercarsi nella corruzione, esistente a tutti i livelli, in un mercato delle materie prime troppo vulnerabile alla fluttuazione dei prezzi imposti dai paesi ricchi, nel contrabbando, in una struttura educativa inadeguata. In questo contesto opera e condivide la propria vita padre Ferruccio Modena, missionario francescano nativo di Riva del Garda (Tn), da molto tempo referente dell'Associazione Via Pacis. Dopo quarant’anni

8

vissuti nelle due parrocchie di San Carlos e San Juan Bautista a Cochabamba - una delle città più popolose della Bolivia - nel gennaio 2012 è stato nominato coordinatore del Convento San Franciso di Tarija, nella Bolivia del sud, al confine con l'Argentina. Con il suo aiuto cerchiamo di ripercorrere la sua vita, spesa "con" e "per" i più poveri della città. Che situazione hai trovato al tuo arrivo a Cochabamba? Arrivai il 9 marzo 1970. La città aveva poco meno di 300.000 abitanti. Ciò che mi impressionò di più fu la situazione delle donne/mamme e dei piccoli: molta povertà e discriminazione, un’alta percentuale di mortalità infantile. Questa drammatica condizione mi spinse a creare i Centri materno-infantili, chiamati “Club de Madres”, in tutti i barrios della parrocchia per dare formazione alle mamme, cure mediche ai piccoli e alle gestanti. La realtà politica, fatta da governi militari dittatoriali, era terribile.

Non mi sono mancati problemi, persecuzioni e... qualche giorno di carcere. Quando hai iniziato con le mense per bambini poveri? Qualche anno dopo, per dare un aiuto ai bambini che vivevano praticamente in strada, aprii le mense, per assicurare a questi piccoli almeno un pasto giornaliero ed evitare che morissero di fame. Dal 1982 poi, con l'aiuto di Via Pacis, le mense sono aumentate fino ad un massimo di dodici, con più di 1200 piccoli commensali al giorno. Hai dedicato gran parte della tua vita ai bambini, pensando anche alla loro istruzione... Sì, sono molto grato a Via Pacis, che mi ha permesso di costruire due scuole di grande importanza per la perifieria di Cochabamba: l'Unidad Educativa "Maria Josefa Mujia” e l’Unidad Educativa "Marina Nunez del Prado". Hai chiamato il progetto delle scuole "Fe y Alegrìa": come mai? Nascono dalla realtà dei poveri, gli emarginati, là “dove finisce


GRAZIE A VOI... GRAZIE A TE! l’asfalto, dove non arriva neanche una goccia d’acqua”, dove bambini e adolescenti non hanno alcuna opportunità di studiare. Il proposito delle scuole è strappare questi ragazzi all’ignoranza, alla droga, alle bande criminali e trasmettere valori umani e cristiani. Offrire un'educazione che possa trasformare questi giovani, rendendoli forti, generosi, solidali con la loro gente, con una sessualità matura e responsabile, perché sappiano vedere le cause profonde della diseguaglianza, e siano disposti ad affrontare le sfide di un cambiamento vero: con fede e allegria, appunto. Come lasci Cochabamba dopo tutti questi anni? Lascio una città più moderna, ma cresciuta a dismisura. Un'esplosione demografica dovuta alle migrazioni dalla campagna alle periferie, da altri dipartimenti e dall’Altipiano andino. Cochabamba conta adesso più di 800.000 abitanti. Ci sono progressi in quanto a salute/ sanità: c'è maggior prevenzione, la mortalità è diminuita molto, l'istruzione è aumentata. Grazie

anche alla Chiesa ci sono più scuole e Colegios nella periferia. Politicamente siamo in democrazia, ma è solo apparente e il governo vede la Chiesa cattolica come il fumo negli occhi. Un aneddoto fra i tanti che sicuramente potresti raccontarci... Due anni fa la Scuola Marina Núñez del Prado e una delle mense mi invitarono per festeggiare il mio compleanno. Arrivò il momento di ricevere un regalo; sul pavimento c'era un enorme pacco con un grandissimo fiocco. “Que lo abra, que lo abra!” gridano tutti in coro. Cominciai ad aprire, finché si spalancò il pacco e saltarono fuori due bambini, che mi vennero tra le braccia dicendo: “Felicidades, padrecito y muchas gracias por todo!”. Mi consegnarono una busta enorme, piena zeppa di centinaia di letterine: un capolavoro di affetto e ringraziamento per le mense e la scuola.

Padre Ferruccio scrive: "Ringrazio ognuno di voi per tutto l'appoggio spirituale e materiale che mi avete sempre prestato. Senza la vostra solidarietà, non avrei potuto prestare il prezioso servizio delle Mense né costruire le Scuole. "Muchas Gracias, que Dios le pague!". Via Pacis risponde attraverso i fondatori Paolo e Eliana Maino: "...In tanti anni a Cochabamba hai fatto tanto per tanti. Siamo contenti e fieri di essere stati al tuo fianco nel portare aiuto ai più poveri e sfortunati. Ma sei stato tu il motore, l'ideatore, il trascinatore. E, se è vero che chi salva una vita salva il mondo intero, allora c'è una grossa parte di salvezza che è passata attraverso te e la tua instancabile azione. ...Ti siamo vicini anche in questo momento di cambiamento, sicuramente non facile per il distacco da tante persone che ti amano ed hai amato. Chiediamo a Dio di consolarti ed abbracciarti attraverso tutti coloro che incontrerai...".

PROGETTI VIA PACIS Il Progetto Mense per bambini poveri è ancora attivo: attualmente le mense sono 6 e assicurano un pasto caldo a 800 bambini. L'Unidad Educativa "Maria Josefa Mujia", costruita nel 2001, accoglie circa 1100 alunni, dalla scuola materna alle superiori. È già arrivata al sesto anno di promozione: nel 2012 i "maturandi" saranno 65. L'Unidad Educativa "Marina Nunez del Prado", costruita nel 2007, conta 860 alunni, dalla scuola materna alle superiori, e "sfornerà" i suoi primi diplomati nel 2013. Entrambe sono scuole convenzionate, l'istruzione è di qualità, e lo Stato contribuisce a pagare gli stipendi.

9


INFORMAZIONE

Via Pacis onlus: passaggio di consegne

GUARDARE AVANTI

I

n occasione dell’Assemblea sociale del 23 aprile 2012, è stato rinnovato il Consiglio Direttivo dell’Associazione Via Pacis onlus, che ora risulta composto dalla neopresidente Roberta Riccadonna, dalla vicepresidente Marilena Brighenti, dal Responsabile amministrativo Renato Demurtas e dalle consigliere Nadia Armellini e Manuela Vivaldelli. Di seguito riportiamo uno stralcio del discorso pronunciato nell’occasione dal presidente uscente Paolo Maino:

“Il punto fondamentale di ogni associazione, di ogni realtà è il suo governo. Un governo efficiente, dinamico, competente, ma soprattutto unito  nelle relazioni, nella stima vicendevole, nella comunanza di intenti. Unità e comunione da cercare prima dei progetti, dei programmi, degli aiuti, dell’aspetto economico. Un governo nel quale predominano le relazioni vere, sincere, pacificate, non d’immagine, di rappresentanza. Le relazioni sono il fulcro, il perno, attorno al quale costruire progetti, cercare nuove idee, nuove risorse, nuovi scambi, nuove possibilità. In questo ultimo anno ho maturato la decisione di non ripresentare la mia candidatura alla presidenza

10

Foto di Patrizia Rigoni

dell’Associazione Via Pacis onlus, della quale sono stato presidente fin dalla sua fondazione nel 1994. Per me lavorare in Via Pacis non è stato solo un onore, ma una delle grandi soddisfazioni della mia vita. Non tanto per il ruolo istituzionale ricoperto, quanto per aver avuto il privilegio di conoscere e operare con tante persone in tanti continenti. Ho imparato molto da culture diverse ed ho avuto la possibilità di dialogare, pregare, gettare ponti, fare progetti con uomini e donne votati alla causa degli ultimi. Ci sono state anche esperienze difficili, sofferenze e difficoltà, ma sono state sempre esperienze affascinanti e appaganti, che hanno ampliato i miei orizzonti sul mondo e sull’umanità. Scompaiono così la fatica, l’inquietudine, la difficoltà di prendere decisioni e lasciano il posto ad una preghiera di ringraziamento a Dio, che si è servito di me e di tutti noi per portare un sorriso, una speranza, un pane, un sorso d’acqua, un seme di pace a tanti tanti bambini, a tante persone nei barrios più dispersi del globo. Sono convinto che nella storia di ogni realtà c’è un tempo in cui si rende opportuna un’alternanza. Non credo ci sia un uomo

“per tutte le stagioni”. Credo fortemente che occorra guardare avanti, ampliare gli orizzonti, avere uno sguardo lungimirante e non rimanere ancorati al passato. In questi anni ho visto tante realtà bloccate istituzionalmente, vuote di novità ed entusiasmo, soprattutto per mancanza di ricambio generazionale. La realtà che lascio in questi anni si è stabilizzata, ha avuto modo di crescere e maturare, strutturandosi in un’organizzazione efficiente ed efficace, unita nelle relazioni, nella stima vicendevole, nella comunanza di intenti. Sono convinto che un volto nuovo non potrà che giovare a restituire all’esterno un’immagine di una realtà dinamica, aperta alle novità, al cambiamento, in grado di dischiudere nuovi orizzonti. Vi ringrazio tutti, uno ad uno, per il sostegno, la collaborazione e l’incoraggiamento, soprattutto nei momenti difficili. Vi ringrazio per la fiducia, che mi avete assicurato in tutti questi anni, e vi invito a rivolgerla a chi sarà chiamato ad assumere questo delicato incarico. L’impegno da parte mia non sarà tolto e la mia esperienza e competenza sono e rimarranno a disposizione della nuova direzione”.


RIACCENDERE IL FUOCO DELLO SPIRITO

D

omenica 20 maggio 2012 le comunità trentine, assieme a rappresentanti e simpatizzanti provenienti da altre regioni italiane, hanno festeggiato la Giornata di Alleanza, durante la quale i membri hanno rinnovato le promesse di appartenenza all’Associazione Via Pacis. I nuovi membri sono stati accolti con

gioia, mentre due coppie di sposi hanno pronunciato la promessa di Alleanza di vita, decidendo di donare totalmente la loro vita a Dio e ai fratelli all’interno di Via Pacis. Nel suo intervento il Presidente Paolo Maino ha esortato a non fermarsi, a non dare ascolto alle voci del mondo che richiamano a una vita più tranquilla, meno impegnata, chiusa su se stessa, sottolineando l’importanza e

l’urgenza di farsi sempre più imitatori di Cristo e di permettere a Dio - che già abita nei nostri cuori - di uscire nel mondo come missionari della quotidianità. Cristo sognava che il fuoco dello Spirito portato da Lui sulla terra fosse già acceso; così per i membri Via Pacis fare Alleanza significa sognare con Dio che il carisma ricevuto si espanda sempre più nel mondo intero.

TESTIMONIANZA Luca Fambri Conosco e vivo la comunità dal 1984. Sono sposato con Antonella dal 1988. Con mia moglie ho maturato la scelta di aderire all’Alleanza di vita in Via Pacis come segno di riconoscenza e responsabilità verso Dio, verso Via Pacis, verso la mia stessa vita che è stata ricostruita. È un punto di ufficializzazione di una ricerca partita circa trent’anni fa, quando ponevo a Dio una domanda: “Se esisti, fatti sentire!”; con la parallela promessa: “Se ci sei ed agisci nella mia vita, prometto di seguirti”. Ora posso certamente dire che Dio c’è, ha agito e agisce nella mia vita. Molte volte a voce ho detto, cantato e pregato: "Signore, ti offro la mia vita". Oggi posso finalmente ufficializzare la mia decisione con l’Alleanza di Vita. L’Alleanza di Vita in Via Pacis è riconoscere e chiedere di dare la vita a Dio per sempre: è come passare dal fidanzamento al matrimonio. Penso che le parole “riconoscenza” e “responsabilità” siano l’essere in Via Pacis: "riconoscenza" nel senso di rendermi conto e prendere atto dell’esistenza e dell’azione di Gesù, e della grazia ricevuta, grato ai Fondatori e a Gesù; "responsabilità" verso Via Pacis di ieri, di oggi e di domani. Consci dell’impegno e dell’urgenza del momento, con Antonella chiediamo di rinnovare il nostro matrimonio in Via Pacis e di servire il Signore in Via Pacis. Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Grazia e grazie a voi che accogliete e fortificate questo mio e nostro desiderio e domanda.

12


INFORMAZIONE

TESTIMONIANZA Cristina Degasperi

Foto di Patrizia Rigoni

In questi due anni di cammino in preparazione all’Alleanza ho maturato la consapevolezza che è il Signore ad avermi chiamata in quest'Associazione, che è Lui che mi vuole qui. Mai come adesso sono sicura di appartenere a Via Pacis perché è la mia chiamata, la mia strada, la mia vita, la mia identità, la mia casa, la mia famiglia. Sento che è solo qui che riuscirò ad essere veramente me stessa, a fare qualcosa di buono nella vita, mettendo in pratica questo carisma potentissimo di perdono e riconciliazione che il Signore ha dato a quest'Associazione e che cambia davvero la nostra vita e che sta cambiando la mia. Il Signore in questi due anni mi ha fatto capire molto chiaramente che la mia ferita più grande è quella dell’autostima. Ho sempre pensato di non valere niente, di non essere capace di fare niente di buono, di essere invisibile per gli altri e di passare inosservata. Quando mi guardo allo specchio mi vedo brutta e insignificante, con un mare di difetti, sia fisici che caratteriali. Questo mi ha sempre portata a nascondermi, da me stessa e dagli altri, a tirarmi indietro in ogni situazione, a mettermi in un angolo a compatirmi, a non avere il coraggio di vivere veramente la vita che avrei voluto, a non fare le scelte che mi avrebbero resa felice. Soprattutto il giudizio degli altri mi ha sempre schiacciato, è stato l’ago della bilancia delle mie scelte. Un sentimento ha sempre prevalso sopra tutti gli altri: la paura. Avevo paura di fare brutta figura, del “chissà cosa pensano gli altri”, del “chissà cosa dicono di me”. Paura di essere derisa, presa in giro, criticata. Paura di sbagliare, di non essere perfetta. Per questo non mi sono mai messa in gioco, non ho mai rischiato, non mi sono mai buttata e - come dice il nostro Fondatore - “non ho mai osato”. Quello che il Signore sta facendo in questo momento nella mia vita è togliermi pian piano, con molta tenerezza e delicatezza, questa paura di vivere che da sempre mi accompagna. Il Signore mi sta fortificando nella stima di me e ciò mi aiuta a non sentirmi più così brutta e insignificante. A poco a poco mi sta regalando quel coraggio che mi è sempre mancato e la paura sta diminuendo. Grazie Gesù, grazie Via Pacis!

Ho incontrato la Comunità che ero una ragazzina di neanche 17 anni e vi sono rimasta partecipando attivamente a molti servizi. Qui ho conosciuto Luca; qui mi sono sposata e ho creato una famiglia. Perché solo ora questa scelta, quando nel profondo del mio cuore sentivo che la mia vita senza Comunità non avrebbe avuto senso e che in Comunità e per la Comunità volevo spendere la mia vita? Perché Gesù è un educatore eccezionale! Quando Luca ed io ci siamo sposati, sul nostro annuncio di matrimonio avevamo messo la frase: "Quanto a me e alla mia casa, noi serviremo il Signore" (Gs 24,15). Questo era il nostro desiderio e progetto di vita. Lì è iniziata la nostra avventura, fatta di un continuo cercarci e ritrovarci. Sono stati anni con tante cose belle, ma anche anni faticosi e molto sofferti, durante i quali mi hanno tenuta a galla la fedeltà alla preghiera e al sacramento della riconciliazione, l’amore per la Comunità, la vostra presenza, il vostro amore ed esempio. Sono stati anni che mi hanno lentamente (e con diversi tentativi) condotto a cercare e trovare me stessa e quel “noi” senza il quale questo passo non sarebbe stato possibile. Non “tu ed io serviremo il Signore”, ma “noi serviremo il Signore”. Un passo che oggi potrebbe sembrare ovvio, ma che in me suscita grande stupore, meraviglia e riconoscenza verso Dio e verso di voi; verso chi ci è stato vicino e ci ha accompagnato, verso chi ci ha aspettato nella consapevolezza che stiamo ancora partendo e non arrivando. Un passo deciso in un momento della mia vita comunitaria in cui non svolgo praticamente alcun servizio, quasi che il Signore volesse dirmi: "Ti voglio per il tuo essere e non per il tuo fare". Non ho proprio niente di cui vantarmi o per il quale considerarmi degna di tale chiamata, se non il suo Amore per me: "Mia unica virtù sei tu, Gesù!".

RIACCENDERE IL FUOCO DELLO SPIRITO

13


GIOVANI MENZOGNA O VERITÀ?

Camilla Robol

Sembra facile distinguere tra menzogna e verità: in fondo sono una il contrario dell’altra! Tuttavia spesso non è così semplice; la differenza tra le due talvolta è sottile: la menzogna e il male spesso si nascondono, mascherandosi e spacciandosi per la verità. Oggi viviamo in un mondo in cui siamo continuamente bombardati da parole, voci, notizie… Come possiamo allora orientarci in mezzo a tutto questo rumore? Come facciamo a capire quale di queste voci sia giusto seguire? Nelle nostre vite manca un po’ di silenzio: tutto sembra fatto apposta per toglierci il tempo di fermarci a riflettere. Eppure il silenzio aiuta a staccare dalla routine quotidiana, offre l’occasione di stare soli, faccia a faccia con la propria vita e con Dio, e guardare finalmente dentro di noi. Se oggi è diventato più difficile distinguere tra bene e male, figuriamoci quanto lo sia scegliere ogni giorno di vivere nel bene e nella verità! Seguire la verità è una scelta totalmente controcorrente, specialmente per noi giovani. Seguire Dio, rimanere fedele ai miei valori e princìpi mi ha più volte portata a fare delle scelte per cui sono stata emarginata e allontanata dai compagni di scuola e di università. In tutte quelle situazioni mi sono sempre chiesta: “È giusto isolarsi dalla realtà in cui viviamo? È giusto lasciare le cose così come stanno, senza provare a cambiarle?”. In fondo la nostra fede ci chiama ad essere testimoni del Vangelo nella nostra quotidianità, all’interno delle nostre famiglie, a scuola, con gli amici e i colleghi di lavoro. Ma cosa testimoniamo se rompiamo i rapporti con chi ci sta attorno e non la pensa come noi, se sfidiamo la mentalità corrente e restiamo emarginati? Leggendo l’ultimo discorso di Benedetto XVI ai giovani, ho trovato in parte risposta alle mie domande, in modo particolare sono restata colpita da una frase del Papa: “Non si può essere felici se gli altri non lo sono: la gioia quindi deve essere condivisa”. Forse quindi la soluzione sta nel testimoniare in concreto, senza tante parole, semplicemente con le nostre azioni, con i nostri volti, la gioia e la pace che abbiamo trovato nella fede. Certo è un cammino che richiede fatica, forza e perseveranza, magari delle volte i nostri sforzi sembreranno inutili, ma forse, pian piano, chi ci vive accanto si sentirà attratto e verrà contagiato da questa gioia che è in noi.


Foto di Emmanuele Pepè

Mariateresa Tonelli

IO NO PANDA IO VIA PACIS!

Avete presente quel piccolo orsacchiotto di colore bianco e nero che non fa altro che dormire e rosicchiare canne di bambù dalla mattina alla sera? Sì, proprio lui, il panda. Il panda è noto per essere uno scansafatiche-dormiglione, che vive secondo un’unica regola: quella di non fare fatica. Detesta affaticarsi, cerca sempre delle scorciatoie, vivendo in uno stato di costante non-voglia. Un animale in via di estinzione? Non sembrerebbe. Il panda-studente, ad esempio, studia il minimo indispensabile, non punta in alto, ma cerca di cavarsela. Non si assume le proprie responsabilità, non fa altro che lamentarsi, trova sempre mille scuse, e cerca di coprire le sue mancanze dando la colpa agli altri. Vi sono poi esemplari di panda-figlio che non aiutano in casa e si fanno fare ancora il letto dalla mamma-panda; si sentono grandi e vorrebbero andare a vivere da soli, ma non sono disposti a diventare indipendenti. Non cercano rapporti costruttivi, non sanno cosa significhi ascoltare e, nel momento del bisogno, fuggono. Sono stati avvistati anche degli esemplari di panda-adolescenti, capaci di passare tutto il giorno al cellulare, su internet e a chattare nei social network, costruendosi un mondo immaginario e sprecando del tempo prezioso. Spesso non conoscono né ordine né disciplina: sono senza regole e disorientati, con grave pregiudizio della loro crescita. Resiste poi anche il panda-fidanzato: un egoista, che antepone il suo interesse a quello del compagno. Il panda-single, invece, trascorre tutta la sua esistenza nell’attesa del panda-principe azzurro, anziché lavorare su sé stesso per diventare il panda-giusto. Ciò che accomuna i vari esemplari è il non porsi alcuna domanda, il non impegnarsi, il vivere il momento presente senza progetti per il futuro, il non lavorare su sé stessi e il detestare di mettersi in discussione, non accettando i consigli dai panda-adulti, convinti come sono di essere perfetti. Non ammettono mai di sbagliare, credendo di avere sempre ragione, e per questo non sanno cosa voglia dire chiedere scusa. Non prendono mai posizione, si guardano bene dal mettersi in gioco, adeguandosi alla massa per paura di essere giudicati. È questo ciò che ci insegna la società odierna: avere tutto e subito, in modo facile e veloce, senza fare fatica. Da anni Via Pacis cerca di insegnare a noi giovani ad amare il bello della vita: camminare con Dio è affascinante, ma necessita - allo stesso tempo - di impegno e fatica. Spesso si attribuisce alla parola “fatica” un significato negativo, ma è proprio la fatica a farci cogliere l’importanza delle cose. Sono la fatica e il tempo che spendiamo per qualcosa a rendere quella cosa unica e irripetibile. Ed è la stessa fatica quotidiana di camminare su questa Via della Pace a renderla unica e preziosa. Io no panda, io Via Pacis!


Il 30 aprile 2012, presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino in Roma, Ruggero Zanon, membro dell’Associazione Via Pacis e direttore responsabile della rivista “Sulla via della pace”, ha difeso la tesi di dottorato in Diritto Canonico dal titolo: “Contributo giuridico-pastorale del diritto di associazione dei fedeli alla nuova evangelizzazione. L’esempio dell’Associazione Via Pacis”. Si tratta di una tesi innovativa, che ha messo a tema alcuni nodi cruciali della vita ecclesiale attuale: la nuova evangelizzazione e il ruolo delle Nuove Comunità sotto il profilo del Diritto Canonico. L’esperienza dell’Associazione Via Pacis è qui pensata secondo un modello di relazioni pacificate ad intra e ad extra nella Chiesa.

NUOVE COMUNITÀ: FERMENTO DELLA SOCIETÀ Foto di Emmanuele Pepè

di Ruggero Zanon

N

ella realtà storico-sociale postmoderna nella quale viviamo, la sfida della nuova evangelizzazione che interpella la Chiesa del terzo millennio interroga le associazioni di fedeli laici sul ruolo insostituibile che sono chiamate a svolgere. È nel diritto di associarsi, riconosciuto per la prima volta dal Concilio Vaticano II, che il laico può infatti esplicare in modo particolare la propria partecipazione corresponsabile alla missione della Chiesa nel

16

proprio stato di vita, e in forza della piena dignità che gli deriva dal Battesimo. Il diritto di associazione si rivela, quindi, come lo strumento privilegiato nel quale il laico può esercitare a pieno titolo il proprio sacerdozio universale, svolgendo un ruolo da protagonista nella missione del “popolo di Dio”, in forza della propria unicità, e senza bisogno di snaturare la propria identità. Nel vasto panorama dei movimenti e delle associazioni sviluppatesi nel postconcilio, l’esperienza concreta dell’Associazione Via Pacis può allora rappresentare una delle possibili risposte al dovere di comunione cui è chiamato ogni fedele. Una comunione che, nel carisma via pacis, nasce dal perdono e dalla riconciliazione per diffondere la carità in una società

dove sembrano regnare divisioni e contrapposizioni. All’interno delle nuove realtà aggregative il laico sperimenta in modo privilegiato una comunione concreta, vissuta e avvertita come un dono, da preservare e custodire con impegno e dedizione. Una comunione capace di offrire al mondo una testimonianza unica, in grado di generare unità mediante la promozione e la tutela del bene comune. È nell’esplicazione del diritto di associarsi che il fedele mette a disposizione della missione della Chiesa quei carismi che lo Spirito continua a dispensare, e che hanno bisogno di essere oggetto di discernimento e di cura attenta per poter essere riconosciuti e messi a servizio della Chiesa. Ancora una volta, lo Spirito


FORMAZIONE

sembra precedere ed anticipare l’uomo, donando alla Chiesa un carisma − quello della riconciliazione, appunto − di cui il mondo contemporaneo, fortemente disgregato ed in continua contrapposizione, avverte estremo bisogno in tutte le sue dimensioni: a cominciare dal rapporto con se stessi, per abbracciare quello con gli altri, con il creato e, infine, con Dio stesso. Nella società della comunicazione, nella quale l’uomo si avverte più solo di prima, schiavo del proprio individualismo e della presunzione di poter bastare a se stesso, si riscopre la centralità della dimensione relazionale, costitutiva dell’antropologia cristiana: Dio stesso, in quanto Padre, Figlio e Spirito Santo, è anzitutto ed essenzialmente relazionalità. Laddove le relazioni sono in crisi o, peggio, sono assenti, è il rapporto con Dio ad essere in crisi o a mancare. Una risposta a questa sete di pienezza sembra allora derivare dallo sperimentare e riscoprire nella quotidianità della propria vita la presenza rigenerante di Dio ed il suo desiderio di riconciliare a sé il mondo, riassunto dall’accorata supplica rivolta da San Paolo, in nome di Cristo, ai fedeli di Corinto: «lasciatevi riconciliare con Dio!» (2 Cor 5,20). Una riconciliazione che scaturisce da un perdono senza limiti − verso

tutto e verso tutti − che coinvolge tutte le dimensioni della persona, permettendole di uscire da sé stessa per andare incontro all’altro. Una riconciliazione che si allarga a macchia d’olio, coinvolgendo per contagio tutto ciò che la circonda; capace di portare Cristo anche ai “lontani”, a coloro cioè che, pur imbevuti di cristianità, vivono nella propria esistenza il dramma dell’assenza di Dio, molto spesso ignari di averlo escluso dalla propria vita. Quel dovere di comunione, richiamato dal can. 209 CIC, finisce allora col divenire parte integrante della propria vita: una tensione frutto della forza riconciliatrice che trova in Dio la sua sorgente ed il suo anelito. Una comunione che non ha paura della diversità, percepita non come attentato alla propria individualità, ma come occasione, opportunità, e ciò a partire dall’accettazione delle proprie povertà, del “ladrone cattivo” che abita nel cuore di ciascuno e che Cristo è venuto a riconciliare a sé «abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia» (Ef 2,14). Come le prime comunità cristiane, la cui forza evangelizzatrice risiedeva nel cercare di vivere in pienezza e radicalità il Vangelo, le nuove aggregazioni laicali, fortemente inserite nel mondo, possono rappresentare quel

lievito che, senza rumore, nel nascondimento, ma con la perseveranza quotidiana, è in grado di far fermentare tutta la pasta. La scommessa raccolta da Via Pacis è, allora, quella di riuscire a far risplendere anche oggi il vero volto di Dio: il volto di un Dio che ama i peccatori, li attende, li cerca e gioisce per il loro ritorno. Essere persone riconciliate e riconcilianti significa, in concreto, testimoniare come l’amore di Dio ci preceda sempre, offrendoci la sua riconciliazione, per metterci in comunione con Lui. È questo ciò che consente di spalancare orizzonti di pace e di speranza nel cuore dell’uomo postmoderno. L’ansia e l’angoscia hanno sete di riconciliazione, della riconciliazione di Dio. Annunciare che tale riconciliazione è già presente nel mondo grazie alla croce di Dio è ciò che può restituire speranza all’uomo postmoderno, troppo spesso prigioniero di sé stesso. La comunione, che è Dio stesso e che Cristo è venuto a portare, rappresenta oggi la via maestra e l’obiettivo dell’evangelizzazione − intesa non tanto come mero annuncio, ma come opera di incarnazione del messaggio di Cristo −, soprattutto nei Paesi di antica tradizione cristiana, pervasi da un soggettivismo esasperato.


Foto di Silvia Sommadossi

FORMAZIONE

ABC DEL MATRIMONIO di Gregorio e Emanuela Vivaldelli

I

n un agile libretto di 64 pagine, pubblicato recentemente dalle Edizioni San Paolo dal titolo "ABC per la preparazione al Matrimonio", Emanuela e Gregorio Vivaldelli hanno raccolto numerosi spunti su cui è importante riflettere per prepararsi al matrimonio e viverlo pienamente. Si tratta di un sussidio particolarmente utile, per semplicità di linguaggio e freschezza di impostazione, che cerca di rimanere con i piedi per terra, senza perdere di vista i problemi reali e gli interrogativi che

18

nascono oggi nelle coppie che decidono di “sposarsi in Chiesa”. Seguendo l’ordine delle lettere dell’alfabeto, il fascicolo è strutturato in ventuno capitoli (dalla A di “A immagine di Dio”, fino alla Z di “Zavorra o… salvagente?”), suddivisi a loro volta in quattro aree tematiche: i fondamenti, le relazioni, la fecondità e la liturgia. Di seguito riportiamo l’estratto di un capitolo del fascicolo, dal titolo: “Imparare a litigare… bene. Comunicazione e conflitto nella coppia”.

La buona comunicazione

Una buona comunicazione ha bisogno di molti elementi: la capacità di inviare messaggi chiari e comprensibili; la disponibilità ad aprirsi all’altro, manifestando

i propri sentimenti e pensieri; l’attitudine ad accettare e ascoltare le emozioni e i punti di vista altrui. La buona comunicazione è necessaria per la conoscenza reciproca e, se vissuta a livello profondo, favorisce nella coppia la capacità di sostegno e l’accettazione reciproca nei momenti difficili della vita.

Il conflitto è fisiologico

Dove c’è relazione umana, è sempre possibile il conflitto. Per questo ogni problema che la vita pone andrebbe affrontato e risolto volta per volta, accettando la tensione che ne può derivare, ma impegnandosi a fondo per trasformarlo in un’esperienza di crescita. Ogni conflitto può essere un’occasione per


«È importante essere consapevoli che a ogni momento della nostra vita abbiamo l’opportunità di scegliere la gioia» (H. Nouwen)

conoscersi meglio, per capire più in profondità i reciproci bisogni e sentimenti, per elaborare strategie che portano la coppia a un nuovo e più soddisfacente equilibrio e a una maggior consapevolezza della propria identità.

La logica competitiva

La logica di questo tipo di approccio è davvero semplice: c’è chi vince e c’è chi perde, bianco o nero. Nel conflitto vissuto con stile competitivo, le vostre rispettive differenze, che nella fase dell’innamoramento vi apparivano affascinanti, possono diventare minacce, e rischiano di essere utilizzate come armi. Trascinando il conflitto competitivo nel tempo, rischiate di perdere elementi importantissimi, senza i quali la vita di coppia

diventa davvero faticosa: la stima reciproca, la fiducia, l’accoglienza della debolezza propria e altrui. È facile, a seconda del carattere, passare alle offese, ai silenzi carichi di accuse, ai risentimenti tenaci e invincibili. Il risultato di questo approccio, quando gli episodi si ripetono, è quello di creare un clima impossibile, carico di rancore e tensione, in cui i componenti della coppia arrivano a condividere soltanto una grandissima sofferenza.

La logica cooperativa

C’è un’alternativa: la fantasia e la creatività degli esseri umani permettono di uscire dalla regola ingenua e infantile del “vincere o perdere”, riconoscendo che il mondo in cui viviamo non è bianco o nero, e nemmeno

grigio (fatto, cioè, di tristi e fragili compromessi), ma decisamente “a colori”. C’è un’altra logica con la quale potete affrontare e risolvere i conflitti: quella cooperativa. Essa permette di “accordare” le diverse esigenze di marito e moglie, concede un “anticipo” di fiducia all’altro, accettando di mettersi per un po’ nei suoi panni, sforzandosi di comprendere le sue emozioni, i suoi sentimenti e le sue aspettative. La domanda giusta da porvi non è: «Che cosa posso fare o dire per averla vinta?», ma: «Che cosa posso fare o dire io per riuscire a trovare un accordo?». È una logica adulta e creativa: cerca sempre la terza via, quella della comunione; non ci sono né vinti né vincitori; vince la relazione, che ne esce rafforzata e approfondita. ABC DEL MATRIMONIO

19


Foto di Paolo Maino

INFORMAZIONE

AFRICA: SETE DI GIUSTIZIA

di Peter Onyango

D

a “culla dell’umanità“ a terra di tutti: questo il destino del Continente africano. Il Kenya, dove dal 2010 opera Via Pacis, ha oggi più di 40 milioni di abitanti, ed il numero è destinato a salire.

20

La stessa esplosione demografica sta caratterizzando tutto il continente, recando con sé una realtà sociale molto complessa. In Africa coesistono tante culture diverse, che fanno della riconciliazione una sfida sempre più pressante. A partire dalla famiglia fino alla difficile realtà politica, emergono situazioni sempre più bisognose di pace e riconciliazione. La divisione all’interno delle famiglie, i conflitti nelle comunità, il livello dello scontro politico, il business selvaggio e spregiudicato, rendono evidente l’emergenza

di ristabilire rapporti riconciliati. Anche i cristiani, divisi in tante chiese e sette, vivono questa frammentazione. Appare peraltro sempre più chiaro – come richiamato da Benedetto XVI nell’Esortazione apostolica Africae munus – che il cammino verso un mondo riconciliato e pacificato richieda l’impegno in prima persona di tutti. L’Africa ha estremo bisogno di pace, perdono e riconciliazione. Basti pensare ai conflitti presenti in Nigeria, Kenya, Somalia, Sudan, e a quelli appena terminati in Libia, Egitto


INFORMAZIONE

e Tunisia. A ciò si aggiungano i continui conflitti fra musulmani e cristiani presenti in varie nazioni. L’Africa vive costantemente una realtà fatta di odio, violenza e carestia. In molte comunità africane è pratica comune che, nel caso in cui una persona sia nella sofferenza, questa si vendichi con chi ritenga essere la causa del proprio malessere. In Kenya, nella comunità di etnia Gusii, vi sono stati parecchi casi di donne anziane accusate di essere streghe e, per tale motivo, bruciate vive in pubblico. Quella che è una tendenza riscontrabile anche in altre culture – ossia quella di addossare la causa delle proprie sofferenze alle persone che si odiano e che si ritengano essere responsabili del proprio stare male –, in Kenya assume contorni preoccupanti. Recentemente sconvolta da lotte intestine, la nazione keniota sta vivendo un momento storico di transizione: dal vecchio al nuovo ordine costituzionale. Un momento caratterizzato da grandi speranze, ma anche da

grandi paure ed incertezze per spregiudicate condotte dai il futuro. La tensione sociale proprietari dei terreni ove prima è altissima. La maggior parte dimoravano. delle famiglie vive alla giornata. In questa difficile realtà, Via Pacis Il tasso di disoccupazione è a Kenya ha voluto mostrare la livelli preoccupanti propria vicinanza ai e il costo della più poveri e deboli "Il cammino vita è alle stelle. visita alla verso un mondo facendo Ogni giorno che casa delle Suore riconciliato passa l’avvenire di Madre Teresa di appare più incerto. Calcutta: un modo e pacificato In questo clima di per scoprire il volto richiede profonda paura e di Dio presente fra tensione, i cristiani i bambini orfani e l’impegno in trovano grande quelli abbandonati prima persona consolazione dai loro genitori. pregando insieme Nella parte di tutti" per la pace del interna del Paese, (Benedetto XVI) fortemente colpita Paese. A Malindi, nota dalla fame e dalla località del turismo occidentale, le siccità, ci sono conflitti con il suore raccontano di un neonato popolo somalo. Quasi ogni giorno che, appena nato, è stato preso ci si uccide per odio e vendetta dal padre e abbandonato nella fra appartenenti a etnie diverse. jungla, alla mercè delle belve. Il Il Vescovo di Marsabit, S.E. Mons. neonato è stato ritrovato qualche Peter Kihara, nell’incontrare il giorno dopo senza il braccio Responsabile Via Pacis Kenya, destro. Ora è stato preso in cura Peter Onyango, ha apprezzato e adottato dalle suore. l’operato dell’associazione, A Nairobi i senzatetto sono incoraggiando il percorso di in continuo aumento, anche riconciliazione, pace e giustizia a causa di alcune operazioni iniziato a Nairobi e a Unyolo.


Foto di Mariateresa Tonelli

LAICI IN PRIMA LINEA Intervista a S.E. Mons. Filippo Santoro

di Camilla Robol

I

n occasione della XV Conferenza internazionale della Catholic Fraternity tenutasi ad Assisi dal 28 aprile al 1° maggio 2012 abbiamo incontrato l'Arcivescovo di Taranto, S.E. Mons. Filippo Santoro. Che ruolo giocano i movimenti carismatici all’interno della Chiesa al giorno d’oggi? I movimenti e le nuove comunità nascono dai carismi, che sono

22

doni dello Spirito per vivere la vita quotidiana, coscienti della presenza del Signore. L’incontro con il Signore - come era per gli apostoli, così è per noi - illumina la vita, le dà un senso nuovo, la trasforma, la rende più bella, la rende più viva. I movimenti hanno il compito di vivere la ricchezza dei carismi dentro la realtà della Chiesa. La loro missione, quindi, è quella di partecipare alla comunione della Chiesa, di aiutare lo spirito missionario della Chiesa, di garantirne la presenza nella vita, negli ambienti e nella società, di rendersi disponibili all’annuncio di Gesù, alla comunicazione della Sua presenza in tutto il mondo: un servizio all’unità e alla missione. Un altro aspetto importante - per me che sono stato 27 anni in Brasile - è l’aiuto alla testimonianza

della solidarietà, della presenza con i più poveri, con i più semplici, con i più abbandonati, in modo che l’annuncio di Gesù sia l’annuncio dell’abbraccio di Cristo nel momento della sofferenza, nel momento della fragilità: questa è la testimonianza che possono dare. E in tutto questo, che ruolo gioca la Catholic Fraternity? La Catholic Fraternity è un’opera che fornisce l’unità tra le varie esperienze che nascono dal rinnovamento dello Spirito: quindi, svolge una grande funzione di unità e di missionarietà. In questi giorni è possibile vedere e ascoltare tante testimonianze, in cui lo Spirito Santo nella Chiesa cattolica ha toccato le persone, le ha trasformate e ha fatto vivere questo cambiamento


INFORMAZIONE

non autonomamente rispetto alla struttura della Chiesa, alla gerarchia, ma dentro la comunione della Chiesa; un movimento di riforma dentro la vita della Chiesa a servizio del Papa, a servizio della missione. Che posizione occupano i laici nella Chiesa? Qual è la loro missione? Già con il Concilio Vaticano II i laici giocano un ruolo di primissima importanza, tanto che nella Lumen Gentium si parla prima dei laici e poi della gerarchia e della dignità comune che nasce dal Battesimo. Il Battesimo è la ricchezza fondamentale per tutti: l’uomo nuovo è il battezzato, l’uomo nuovo è colui che ha ricevuto il Battesimo, che ha incontrato il Signore e gli dà testimonianza. Perciò tutto il lavoro che ci deve essere è che questi princìpi teologici poco a

poco siano sempre più vissuti e il laico, per l’incontro con Cristo, possa esprimersi sempre di più. Nella situazione italiana abbiamo grandi campi in cui si devono manifestare: il campo educativo, il campo politico, il campo sociale. Soprattutto, come dice il Pontificio Consiglio per i Laici, è necessaria una formazione dei laici alla presenza nella società e anche alla responsabilità politica; in questi tempi di corruzione e di scandali ci vogliono cristiani formati perché questo sia possibile. In questo sistema così radicato di corruzione a livello politico, come può un cattolico mettersi in gioco nella società e rivestire un ruolo politico sottraendosi a certi meccanismi che ormai sono così forti e cercare di portare avanti una missione? È possibile per il cattolico

portare un’aria nuova? Credo che il cattolico possa senz’altro svolgere una funzione positiva in campo sociale, economico e anche politico. È chiaro che i limiti e i difetti ci sono dappertutto: ci sono limiti umani, però la qualità delle esperienze è intensa e notevole. Quando si entra in politica, però, si gioca “a nome proprio”, non si gioca a nome della Chiesa o a nome di un movimento o di un gruppo. Si gioca “a nome proprio”, accettando i rischi della vita politica stessa. Non è sufficiente essere un buon cristiano; ci deve essere anche una capacità politica di giudizio, di discernimento, di rettitudine. Questo è necessario perché, se noi cediamo il campo, non possiamo lamentarci che la politica sia una “cosa sporca”. I laici sono chiamati a essere protagonisti, a entrare con la propria identità.

«Non è sufficiente essere un buon cristiano» Recentemente nominato Arcivescovo metropolita di Taranto, S.E. Mons. Filippo Santoro, è anche Membro del Consiglio Permanente e della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede. Inoltre, è Gran Cancelliere dell’Università Cattolica di Petrópolis. Missionario per 27 anni in Brasile, è stato Vescovo della diocesi di Petrópolis (Brasile) e membro della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (C.N.B.B.). È autore di diverse pubblicazioni di carattere teologico e filosofico.

S.E. Mons. Filippo Santoro

LAICI IN PRIMA LINEA

23


Quanto amo la Tua Parola, Signore

LAVORARE PER UN SOGNO Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». 22Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. 24Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; 25senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù. (Mt 1,18-25) 18

Foto di Gtall1

di Gregorio Vivaldelli

I

l brano evangelico sul quale vogliamo soffermarci in questo numero della nostra rubrica è quello relativo al cammino personale che Giuseppe, lo sposo di Maria, ha fatto per riuscire a riconoscere in Gesù l’adempimento delle

24

promesse di Dio. Mentre Luca presenta gli avvenimenti dal punto di vista di Maria, Matteo ci offre un racconto più “patriarcale”, vale a dire dal punto di vista del padre. Tuttavia, sui punti fondamentali circa il mistero della nascita di Gesù, Matteo concorda con Luca: il concepimento verginale di Gesù, il Suo ruolo di Salvatore, la convergenza di tutto l’Antico Testamento su Gesù, la Sua missione universale, l’intervento dello Spirito Santo. Per farci comprendere il cammino personale di Giuseppe,

l’evangelista Matteo non si sofferma tanto a spiegare come è avvenuta la nascita di Gesù, quanto il percorso interiore che Giuseppe ha dovuto fare per riconoscere in Gesù un dono di Dio da accogliere e da custodire. Vediamo se questa esperienza di Giuseppe può dire qualcosa a noi. Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe (v.18). Innanzitutto cerchiamo di capire chi è Giuseppe. È un discendente di Davide (Giuseppe, figlio di Davide, v.20) e, sposando Maria, dà la possibilità a lei e a Gesù di


FORMAZIONE

«Giuseppe è un “uomo giusto” perché la sua esistenza è “aggiustata” sulla parola di Dio» (Benedetto XVI)

inserirsi nella storia dell’eredità davidica. Matteo, inoltre, in un altro brano del suo Vangelo ci fa sapere, in modo indiretto, che di professione Giuseppe fa il carpentiere (“Non è egli [Gesù] il figlio del carpentiere?”). Quindi Giuseppe ha un lavoro, che gli permette di far vivere alla propria famiglia una vita sobria ma dignitosa. Evidentemente Giuseppe è riuscito anche a comunicare a Gesù l’arte della sua professione, tanto che nel Vangelo di Marco Gesù viene identificato dai suoi compaesani proprio a partire dal suo mestiere: “Non è costui il carpentiere?”. Osserviamo inoltre, che, prima ancora dell’arte del proprio mestiere, Giuseppe dà al bimbo nato da Maria il nome: tu lo chiamerai Gesù (v.21). Pertanto, Gesù riceve la propria identità sociale da Giuseppe, il quale esercita su Gesù un’autentica paternità, nonostante il suo timore iniziale di arrogarsi il merito di una paternità che non dipendeva da lui (in questo senso bisogna intendere la “giustizia” di Giuseppe: era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto, v.19). Accettando Gesù, Giuseppe accetta non solo di diventare padre, ma di essere padre, vale a dire accettare la gioia e la fatica di donare un’identità a Gesù. Ma Giuseppe lo fa senza mai dimenticare che Gesù è Figlio di Dio, non suo. Come ebbe

modo di dire Benedetto XVI: così di unirsi alle trombe di «Giuseppe ha vissuto alla luce sventura che non fanno altro che del mistero dell’Incarnazione. rendere questo “figlio” ancora più Non solo con una prossimità triste e rassegnato. fisica, ma anche con l’attenzione Forse Giuseppe vuole parlare del cuore. Giuseppe ci svela il al cuore di ciascuno di noi segreto di una umanità che vive e insegnarci a dire in modo alla presenza del mistero, aperta nuovo e umile la nostra fede ad esso attraverso i dettagli più in un Dio che è Padre ricco di concreti dell’esistenza. In lui misericordia; la nostra fede in non c’è separazione tra fede e un Figlio che è morto e il terzo azione. La sua fede orienta in giorno è risuscitato; la nostra maniera decisiva le sue azioni. fede nell’opera dello Spirito Santo Paradossalmente è agendo, nel grembo della Vergine Maria, assumendo quindi le sue perché sappiamo che Egli è responsabilità, che egli si mette Signore e dà la vita. da parte per lasciare a Dio la Forse Giuseppe vuole ricordarci libertà di realizzare la sua opera, che spetta a ciascuno di noi senza frapporvi il compito di ostacolo» (Omelia, annunciare a «guardare al mondo questa società, 18 marzo 2009, a Yaoundé, apparentemente come un figlio Camerun). rassegnata da amare e al quale all’assenza di Forse Giuseppe potrebbe Dio, che invece comunicare una ricordare a noi vergine ha parola di speranza» laconcepito genitori che i e ha nostri figli sono partorito un figlio innanzitutto figli Suoi, e che il che è stato chiamato Emmanuele, nostro compito è quello di cercare che significa Dio con noi. di favorire che in essi si possa È evidente, però, che per poter realizzare in pienezza il Suo far questo dobbiamo sognare disegno di amore e di pace. lo stesso sogno che ha fatto Forse Giuseppe potrebbe Giuseppe, e sentire un Dio che, ricordare alle nostre comunità anche nella nostra quotidianità, cristiane la chiamata a guardare sussurra al nostro cuore: a questo mondo come se fosse non temere (v.20). Mi sembra un figlio che Dio le ha donato da che, in un’epoca di ansia e di amare e al quale comunicare una paure come la nostra, un tale parola di speranza; una speranza invito sia il più bel regalo che che ha la sua sorgente gioiosa possiamo fare a noi stessi e a chi in un Dio fattosi bimbo per la ci vive accanto. salvezza dell’umanità, evitando QUANTO AMO LA TUA PAROLA, SIGNORE

25


TESTIMONIANZA

METTERSI IN GIOCO

Aderendo all’invito di chiudere gli occhi, guardare a Gesù, e ascoltare cosa ci dicesse, avevo appena pregato perché il mio cuore si aprisse all'azione di Dio e cercavo di farmi venire in mente la parola "effatà", che Gesù aveva detto al sordomuto, ma non riuscivo a ricordarla, e mi veniva in mente con insistenza "talità cum", e mi chiedevo: perché "alzati" e non" apriti"? Poi ho capito che quell'alzati era proprio la parola giusta per me. Alzati... non partecipare più soltanto perché è bello trovarsi insieme... Alzati... non partecipare più soltanto perché è una bella esperienza... Alzati... non partecipare più soltanto perché magari Gesù guarisce quell'aspetto del tuo carattere... Alzati... non aspettarti tutto da Me, che sia solo io ad agire...   Alzati... fai la tua parte! Alzati... mettiti in gioco! Alzati... diventa protagonista! Alzati... mettici la tua fatica per cambiare quello che puoi cambiare e per accettare quello che non puoi cambiare!   Troppo spesso ho intralciato o annullato la guarigione che Gesù aveva iniziato in me col non prendere sul serio i miei propositi, non volendo far troppa fatica, delegando e, sotto sotto, accusando Dio che non si sbrigava a cambiarmi. Questo weekend di pacificazione interiore è stato ancora una volta un'esperienza di vita che si rinnova nelle mani di Gesù, come la creta nelle mani del vasaio. Mi viene in mente il calcare che finisce per incrostare e ostruire le tubature, se ogni tanto non si usa l'anticalcare. Così sono stati per me questi due giorni: un anticalcare potente, che ha rimesso a nuovo la voglia e il desiderio di fare la mia parte, mettendo in conto che non mi sarà tolta la fatica. Grazie Gesù, per questa tua incisione nel mio cuore: "alzati"! Gabriella

26

Foto di Gigino Pepè


FORMAZIONE

FARE IL BENE PAGA? Carissimo...

Foto di Emmanuele Pepè

di Eliana Aloisi Maino

C

ome prima cosa ti abbraccio e con te voglio abbracciare tutto il dolore e la sofferenza che sono passati nella tua vita e che sono particolarmente presenti in questo momento. Le domande che poni sono proprio toste: Perché c’è il dolore? Perché Dio sta in silenzio? Perché la mia preghiera non viene ascoltata? Perché c’è tanta ingiustizia? Perché il bene non è ripagato? Perché la ricchezza prospera nella casa di chi compie il male? Perché la malattia non fa distinzione tra giusti ed empi? Perché la fortuna paga i furbi e i disonesti? Con questi quesiti tu entri nel flusso di tanti che ti hanno preceduto e che si sono posti gli stessi interrogativi, quei medesimi

interrogativi di cui è intessuta la Bibbia. In ogni persona c’è un’istanza di giustizia: si è interiormente certi che a fare il bene si riceve bene. Così come si pensa che, il fatto di essere cristiani, di pregare, di andare a Messa, di pensare a chi ha meno di noi, ci darà qualche diritto nei confronti di Dio se non addirittura ci garantirà il buon andamento delle cose. Questo è ciò che alcuni chiamano “teologia della remunerazione”: se io faccio qualcosa di bene, ottengo quasi fosse un pagamento dovuto - una porzione corrispondente di benefici da parte della vita o di Dio. Ma l'essere cristiani, il pregare, l’avere fede non equivalgono all'assicurazione che si avveri ogni nostro desiderio, non garantiscono lo svolgimento della vita secondo i nostri progetti. E neppure significano avere, nei confronti di Dio, un credito che lo obbliga a fare quello che gli chiediamo. La storia di Gesù e dei santi ne è la prova. Certamente è vero che il bene fa bene e

produce il bene, ma non in senso meccanico e immediato e, soprattutto, non sempre secondo il "buon senso" umano, spesso miope e con scarsa fantasia. La vita del credente non è diversa da quella degli altri: noi non abbiamo un parafulmine dalle difficoltà della vita, dai dispiaceri, dalle tragedie, dalle malattie, dalla morte, dagli errori. Però la fede, la consapevolezza dell’amore di Gesù per ciascuno di noi,  ci pongono in una dinamica diversa: quella di sapere che, qualsiasi cosa ci capiti nella vita, non siamo soli: Dio è con me e vive con me quella situazione, porta con me quel peso. E cambia tutto! Inoltre potrebbe succedere che quel male possa trasformarsi ed essere l’inizio di un bene, di un maggior bene. La mia storia personale ne è la dimostrazione: proprio attraverso una grave difficoltà, ho trovato un senso nuovo e una fecondità nuova nella mia vita. Un bacio in fronte. Sempre tua Eliana CARISSIMO

27


Strumenti di Pace

ABC PER LA PREPARAZIONE AL MATRIMONIO di Emanuela e Gregorio Vivaldelli Edizioni San Paolo Pagine: 64 È uscito nelle librerie italiane un agile ma completo strumento per la preparazione al Matrimonio curato da Emanuela e Gregorio Vivaldelli, sposati e genitori di quattro figli. Il sussidio è suddiviso in quattro sezioni: Nella prima viene presentato il sogno di Dio sul Matrimonio attestato nella Parola di Dio. La Bibbia ha particolarmente a cuore l'istituzione dell'amore tra un uomo e una donna e considera la relazione matrimoniale come una realtà che si origina in Dio stesso, capace di vivificare e sostenere la storia dell'umanità. La seconda sezione è dedicata alle dinamiche della relazione di coppia per aiutare a intraprendere un cammino di consapevolezza e di integrazione affrontando i tanti condizionamenti culturali, la capacità di gestire litigi e crisi, una sana relazione con le famiglie d'origine e con la propria sessualità. Nella terza sezione viene preso in esame il tema della fecondità in tutte le sue sfaccettature. Ampio spazio è dedicato alle questioni riguardanti la procreazione generosa e responsabile , a cosa significhi avere un figlio e alla regolazione naturale della fertilità. Nell'ultima sezione, sono valorizzati alcuni momenti della liturgia prevista nel Rito del Matrimonio. E' l'occasione per riflettere sul rapporto tra dono del Battesimo e vocazione al Matrimonio, sull'amore tra un uomo e una donna che diviene sacramento, sul valore della Parola di Dio nella spiritualità coniugale, sulla santità di coppia e il valore della legge intesa come custodia dell’amore.

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ: VIVERE LA CARITÀ  "Troppe volte pensiamo la carità come solidarietà, come fare qualcosa di bene a livello materiale... Ma non possiamo misurare la carità dal numero o dall'efficienza dei servizi che svolgiamo. L'Inno di san Paolo, tratto dalla Lettera ai cristiani di Corinto, evidenzia come la carità sia più di una semplice attività. Ogni azione bella, buona, coraggiosa, eroica, resterebbe insufficiente se, limitandosi all'amore per l'uomo, non si nutrisse dell'incontro con Cristo. Ci vuole molto coraggio per operare con carità a favore della giustizia e della pace, a partire da noi stessi".   Un testo che richiama a “non distogliere mai lo sguardo dal povero” (Tb 4,7); alla sobrietà come stile di vita; all'unità nelle cose essenziali. Un testo che pone delle domande: che cos'è la carità? c'è differenza tra “offerta” e “decima”? cosa vuol dire “cercate prima il Regno di Dio”? che cos'è la verità? come si rivela la verità nella mia vita? come vivere nel concreto la carità nella verità?  “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32), liberi da condizionamenti, liberi da sensi di colpa, liberi dalla prepotenza della nostra voglia di autonomia, liberi infine dalla volubilità dei nostri sentimenti. LA ESPIRITUALIDAD VIA PACIS Per la collana "Quaderni di formazione Sulla Via della Pace", è uscita la traduzione in spagnolo del quarto numero.


N.27 Sulla via della pace