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Storie, storielle e dintorni Racconti, leggende, storie di partenze e di arrivi


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I CPIA sono scuole statali istituite dal Ministero della Pubblica Istruzione con il DPR n. 263 del 29 ottobre 2012, che offrono servizi e attività per l’Istruzione in Età Adulta e si rivolgono a cittadini italiani e stranieri di età superiore ai 16 anni. ll CPIA1 Karalis, nell’anno scolastico 2017-18, ha aperto corsi di alfabetizzazione di Primo Livello Primo Periodo (ex licenza media) e Primo Livello Secondo Periodo (biennio delle scuole superiori per gli insegnamenti comuni) in 36 sedi.

Cagliari, maggio 2018 Un progetto della prof.ssa Maria Concetta Pagano Editing e design a cura di Veronica Secci Illustrazione di copertina di Alves De Lima Maria Elizangela

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Well, son, I'll tell you: Life for me ain't been no crystal stair. It's had tacks in it, And splinters, And boards torn up, And places with no carpet on the floor Bare. But all the time I'se been a-climbin' on, And reachin' landin's, And turnin' corners, And sometimes goin' in the dark Where there ain't been no light. So, boy, don't you turn back. Don't you set down on the steps. 'Cause you finds it's kinder hard. Don't you fall now For I'se still goin', honey, I'se still climbin', And life for me ain't been no crystal stair. Langstone Hughes

Figlio, ti dirò che / la mia vita non è stata una scala di cristallo / ma una scala di legno tarlato con dentro i chiodi / e piena di schegge / e gradini smossi sconnessi / e luoghi squallidi senza tappeti in terra. / Ma ho sempre / continuato a salire, / ed ho raggiunto le porte / ed ho voltato gli angoli di strade, / e qualche volta mi sono trovato nel buio, / buio nero, dove mai è stata luce. / Così ti dico, ragazzo mio, di non tornare indietro, / di non soffermarti sulla scala perché penoso è il cammino, di non cedere, ora. / Vedi io, continuo a salire, / e la mia vita, non è stata una scala di cristallo.

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PREFAZIONE di Maria Concetta Pagano

Perché scrivere storie? Forse perché ognuno di noi ha avuto qualcosa dalla vita, e raccontarlo è un modo di restituire e condividere quanto ha provato. Se un avvenimento non si racconta tutto passa senza lasciare traccia: le storie non raccontate non lasciano impronte, ben presto diventano polvere e si dissolvono. Eppure non dovrebbe essere così! Tante sono le vicende che meritano di rimanere in vita, di lasciare un segno, di continuare a vivere per dare speranza o anche solo per strappare un sorriso. Perché, quindi, raccogliere queste storie? Mai quanto in quest’anno scolastico le classi dei Corsi per Adulti del CPIA1 Karalis hanno stupito i docenti per la straordinaria varietà delle loro voci, dei loro vissuti, del bagaglio di emozioni, speranze e sogni. Spesso, però, non basta avere qualche cosa da dire o la voglia di raccontarla, e per questo i corsisti sono stati aiutati nell’acquisire la consapevolezza di sé e del valore del proprio vissuto, così da arrivare alla scoperta dello scrittore che si nasconde in ognuno. Soprattutto a Sestu, Monserrato e Selargius classi tanto eterogenee e colorate hanno fatto nascere così il progetto Storie 6


e storielle. Progetto che mai sarebbe potuto partire, se mani di vario colore non avessero iniziato a scrivere, se sguardi di diversa origine non ci avessero spinto a raccogliere le voci e farle diventare parole da leggere, se lingue diverse non ci avessero chiesto di poter vedere pubblicata la propria storia. E noi abbiamo pensato di mantenere e condividere questa ricchezza di suoni, che si è espressa nella conservazione dello stile narrativo di ciascuno e nella realizzazione di una breve appendice. Un ringraziamento a tutti gli scrittori in erba per la spontaneità, l’entusiasmo e il dono del ricordo. Un sentito ringraziamento al Dirigente Scolastico, dott. Giuseppe Ennas, per il sostegno dato alla realizzazione del progetto, e alla professoressa Marinella Lai per i continui incoraggiamenti. Un grande grazie alle colleghe Tiziana Pireddu, che ha condiviso con me il progetto, e Paola Grassi, per i preziosi suggerimenti. Per ultima, ma non ultima, un grazie speciale a Veronica Secci, per aver fatto suoi i nostri obiettivi, essere entrata subito in sintonia con i corsisti e aver portato una ventata di novità e professionalità.

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PARTE I Storie, storielle e dintorni ***

Storie di partenze e di arrivi

I sentieri si costruiscono viaggiando

Franz Kafka

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Da Cenerentola a principessa di Garbenia Maria Da Silva Germano

Sono una ragazza nata in campagna, in un piccolo paese del Brasile, e non ho mai pensato di andare a vivere in una grande città. Quando avevo 10 anni mia madre mi ha mandato in una casa di persone ricche e lì ho lavorato come una schiava. Vedevo i ragazzini che andavano a scuola, e la scuola ero proprio davanti alla casa dove lavoravo. Desideravo tanto andare anch’io. Ma i padroni non mi lasciavano mai uscire dal cancello, dicevano che c’erano tanti lavori da fare. La padrona, una donna insopportabile, passava il dito sopra i mobili e, se trovava polvere, dovevo rispolverare. Di giorno avevo molto da fare, di notte dovevo accarezzarle i piedi mentre guardava la tv. Io dovevo dormire in una stanza lontana dalla casa, con un semplice letto, armadio e bagno e niente più. Dopo che entravo nella stanza facevano uscire i cani che, dicevano, dovevano proteggere la casa dai ladri. Io avevo tanta paura dei cani. Da mangiare avevo quello che i padroni non mangiavano più. Il pane era raffermo, vecchio di almeno un paio di giorni.

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Ho passato così quasi dieci anni. Non avevo pensieri, desideri, pensavo solo a lavorare bene altrimenti dovevo ricominciare il lavoro. Non conoscevo la vita. A 18 anni mi è nato il desiderio di scoprire il mondo, perché alla tv vedevo tante cose che mi incuriosivano, e qualcuno di coloro che lavorava in casa mi parlava di cose che non conoscevo. Aveva tanta paura però, mi spaventavano le macchine, le grandi case, le grandi strade. Un bel giorno ho avuto l’opportunità e sono scappata. Ho preso il pullman e sono andata in città. I soldi per il biglietto me li ha dati una ragazza che lavorava nella casa. Lei, dato che non sapevo leggere né scrivere, mi ha indicato il pullman. Ero grande ma non sapevo niente, non ero mai uscita da sola. Stavo assaporando per la prima volta la libertà, ma ne avevo tanta paura. Prima di poter arrivare in città il padrone mi ha riacchiappato: è arrivato in macchina con la moglie, ha fermato il pullman. Loro avevano il potere: lui era ricco ed era anche un importante uomo politico. Mi hanno riportato a casa, lei mi ha afferrato per le braccia, mi ha rimproverata, io ero tanto arrabbiata perché non ero riuscita a scappare. Da quel momento sono impazzita per la rabbia. 13


Ho provato a scappare di nuovo e quasi un anno dopo ci sono riuscita. Lei mi ha detto: «Vai a comprarmi le sigarette, io ti controllo dalla finestra». La casa era grande e aveva grandi finestre. Quando ho visto che non ero più controllata sono scappata di nuovo. Questa volta però non ho preso il pullman, ma sono andata a piedi a casa di una ragazza che conoscevo e che abitava a pochi passi dal tabacchino. La mia amica mi ha portato in un’altra casa per svolgere sempre lavoro domestico, ma lì avevo un po' di libertà: mi permettevano anche di andare a scuola, ma di notte, alle serali, perché di giorno dovevo lavorare. Lì ho avuto contatti con persone della mia età. Un giorno sono andata a vedere la festa della patrona del Brasile, Nostra Señora Aparecida; ero incantata dalla musica, dai giochi, dalle bancarelle, perché non avevo mai visto niente. Durante la festa un ragazzo continuava a guardarmi. Io ero contenta, mi batteva il cuore, a scuola le compagne parlavano del primo bacio, volevo sapere se era bello. Avevo 20 anni, volevo sapere. Non so cosa pensavo, ma mi è venuto istintivo seguirlo. Lui mi ha portato a casa sua e alla fine di questa storia io ero incinta.

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Un’amica mi ha fatto capire cosa mi stava succedendo e mi ha portato da un medico. Quando mi ha detto che ero incinta, subito ho pensato a come dirlo a mio padre. Ho parlato prima con mia madre e lei ha parlato con mio padre che non si è arrabbiato. Il padre del ragazzo invece si è arrabbiato con il figlio perché “non si deve toccare una ragazza senza sposarla”. Invece sua madre era arrabbiata perché io avevo la pelle scura. Sono stata insieme a questo ragazzo per tre anni e ho avuto due figli. Molte volte lui mi mandava a casa della madre e io al ritorno sentivo nelle stanze, e su di lui, un profumo fortissimo: ho scoperto così che aveva un’altra donna, e che questa era la mia migliore amica, quella che mi aveva aiutata a scappare. Lui è andato lontano per lavoro, io sono rimasta a casa dei suoceri. Ero incinta di una femminuccia, quando sono venuta a sapere che lui voleva sposarsi con l’altra donna prima che nascesse nostra figlia. Quando la bambina aveva un mese mio padre mi ha riportato a casa. Per motivi economici, e per poter dare da mangiare ai bambini, io dovevo lasciarli con i nonni e andare a lavorare in una città lontana 450 km, presso una signora. Lei è stata importantissima nella mia vita, mi ha dato tutto quello che serviva per i miei figli, e io in cambio curavo sua figlia. Ha 15


cercato una scuola per me e io dopo pranzo ci andavo. La mattina preparavo da mangiare e facevo le pulizie. Dopo che ho frequentato la scuola, mi ha trovato lavoro in un hotel e poi mi ha trovato una stanza: mi ha pagato i primi affitti e poi io, lavorando, ho potuto pagarlo da sola. Lavoravo e studiavo. Nella casa vivevano venti ragazzi, e fra loro anche uno straniero. Un giorno tornando a casa ho visto lui al cancello che mi aspettava. Ha iniziato a parlarmi, ma non capivo bene quello che diceva perché lui parlava male il portoghese. La padrona di casa si è informata per sapere se era una brava persona e mi ha detto di dargli fiducia. Lui mi ha invitato a cena, io non ero mai stata in un ristorante. Guardavo come si comportavano gli altri clienti e cercavo di imitarli. Lui voleva che continuassi a studiare e mi ha iscritto in una scuola privata, io ho finito gli studi e siamo stati insieme dieci anni. Poi siamo rimasti amici. Durante questi anni mi ha portato spesso in Italia, dove ora conosco tante città. Nell’ultimo viaggio mi ha chiesto se volevo andare in Sardegna, a casa del fratello, che era sposato con una brasiliana della stessa mia città. Qui, uscendo con lei, ho trovato il mio amore di adesso. Ora vivo in Sardegna e la mia vita è cambiata in meglio. Sono felice. 16


Caro Boubacar di Alpha Bah

Caro Boubacar, fra un po’ andrò in Europa e pensando alla nostra amicizia ti scrivo questa lettera. Quando ero bambino ho deciso di studiare e avere un giorno una laurea, per poter aiutare non solo la mia terra ma anche la mia famiglia. Ho deciso di studiare perché mio babbo è un agricoltore e mi ha sempre incoraggiato a farlo: voleva che fossi un bravo figlio. Voglio raccontarti di quando mi ha comprato un motorino per andare a scuola: mi serviva per arrivare puntuale, perché è lontana dalla mia casa e per arrivare dovevo attraversare una terra non abitata. Il motorino è di colore blu, ha i pedali e un sedile per portare un passeggero. Mi piace molto: è economico e consuma poco carburante. Così ho potuto studiare per sette anni, poi ho abbandonato la scuola a causa di un incidente all’occhio. Ho sempre il desiderio di continuare, ma purtroppo non è stato possibile. Ho deciso così di lasciare la mia terra per cercare una vita migliore e poterlo fare. Siccome dove sono nato c’è una forte crisi economica e molta disoccupazione, vorrei avere una 17


formazione scientifico-economica per poter un giorno aiutare te, la mia famiglia e la mia terra. Per questo, caro Boubacar, ti lascio il mio motorino. Penserò a te e alla mia famiglia per tutta la vita.

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Un viaggio di Maria Elizangela Alves De Lima

Vivo in un paese che dista un’ora di cammino a piedi da una piccola città del Brasile, conosciuta come città dei tre climi perché ci sono spiagge, deserti e montagne. Questa città si chiama Itapipoca, il mio paese si chiama Balanca e si trova in montagna. Qui fino a pochi anni fa non c’era la corrente elettrica e le case erano fatte con mattoni di legno e fango. Pochissimi abitanti del mio paese conoscevano il letto, tutti dormivamo nelle amache o per terra. Le donne partorivano in casa, con l’aiuto di Dio o quello di qualche vicina più esperta. Mia madre ha avuto così quattordici figli, i primi da sola. Poi sono arrivati i medici e gli ospedali, ma il viaggio era molto faticoso: le donne erano portate fino all’ospedale con l’amaca, da parenti e vicini che si davano il cambio. In mezzo alla semplicità, alla bontà e all’ingenuità della gente del paesino sono rimasta fino a diventare maggiorenne. Per motivi di lavoro e di studio sono poi andata in città, a Fortaleza. Studiavo e lavoravo: cuoca, babysitter, cameriera, tutto quello che capitava. Così riuscivo a pagare le lezioni di pittura all’Accademia Magu Atelier. 19


Dopo un paio di anni ho trovato un lavoro più sicuro e sono partita per Rio de Janeiro, una città che mi è piaciuta molto. Rio è ricca di bellezze naturali, arte e monumenti. Non per niente è conosciuta come la città meravigliosa. Ho lavorato per un anno e poi mi sono licenziata per lavorare come cuoca, perché mi piaceva di più. Ho avuto la fortuna di lavorare in un ristorante portoghese, storico e conosciuto perché vi aveva abitato la principessa Isabella, e le bollette arrivavano ancora a suo nome. Lì organizzavano la fiera del Rio antico: esponevano pittori, scultori, si esibivano musicisti e artisti. Qui ho avuto la possibilità di esporre i miei dipinti, che ancora oggi si trovano lì. Prima di partire, come saluto, mi hanno permesso di decorare una sala del ristorante, e questo è visibile su internet. La mia nuova meta era l’Italia, dove sapevo che c’era una importante scuola d’arte. E ora eccomi qui.

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Nuova vita Anonimo

Sono senegalese e sono in Italia da sei mesi. Non ho conosciuto i miei genitori perché sono morti durante la guerra a Casamance, il mio villaggio. Questo è successo quando io avevo due anni, poi sono andato a vivere con mio zio. Ho studiato per nove anni, ma lì non c’era una bella situazione e ho desiderato di venire in Italia. Quando avevo quindici anni e un po’ di soldi sono andato in Mali, poi a Burkina Faso dove ho lavorato per due mesi. Poi sono andato in Niger e subito dopo in Libia. Lì sono stato in prigione per un mese ed è stato molto duro. Quando sono uscito sono partito per l’Italia: avevo paura di venire con la barca, perché è molto pericoloso. Abbiamo fatto tre ore con la barca, poi abbiamo incontrato una nave della Germania e ci hanno dato i giubbotti salvagente. Siamo stati trasferiti in una nave italiana per due giorni, pioveva e faceva molto freddo. Siamo arrivati in Sardegna il 13 dicembre 2016, alle sei di sera. Sono stato due giorni al porto e lì ho conosciuto un ragazzo senegalese come me: lui si chiama Lamine e insieme ci hanno accompagnato all’hotel. 21


L’indomani

mattina

alle

otto

abbiamo

conosciuto

la

responsabile del centro, Anna, poi Manuela e altre operatrici. Loro ci hanno accompagnato in ufficio per darci abbigliamento, scarpe, cose per lavarci e una carta telefonica per chiamare i parenti. Durante la mattina abbiamo conosciuto un’operatrice che ci ha accompagnato all’ospedale per essere visitati. Siamo stati circa un mese nel centro, poi a gennaio siamo stati trasferiti a Selargius. Abbiamo trovato una bella casa, e i ragazzi e gli operatori sono tutti gentili. Abbiamo iniziato subito a studiare italiano nella scuola pubblica, insieme agli altri ragazzi. Spesso giochiamo tutti insieme a calcio, facciamo laboratori di musica o in biblioteca e aiutiamo le anziane del centro vicino. Sono contento di essere in Sardegna, mi piace molto. Vorrei restare qui per studiare e lavorare. Grazia a tutti.

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La nuova casa di Isarema Mameli

Nell’estate del 1999 io e la mia famiglia ci mettemmo alla ricerca di una casa nuova. Avevo desiderato tanto una casa mia, perché fino ad allora avevamo sempre vissuto in affitto. In affitto, sì, ma erano comunque stati quattro anni bellissimi. Va detto: quella casa non era per niente comoda, si trovava in un vicolo lungo e stretto, ma aveva un cortile enorme dove le mie bambine potevano giocare e invitare anche i bambini della zona. E che bello il vicinato! Donne di una certa età, cresciute e invecchiate lì tutte insieme, accoglienti, pronte alla chiacchiera e anche a domande un po’ personali. A noi piaceva questo ambiente così tranquillo, così familiare, e le mie bambine entravano spesso nei loro cortili, i cui cancelli venivano lasciati aperti appositamente per loro. Ogni stagione lì aveva i suoi odori: l’autunno profumava di vendemmia, l’inverno di minestroni, la primavera di dolci pasquali e l’estate di pomodori secchi. Che meraviglia! E tutto questo era condiviso, da grandi e piccoli. Ancora oggi incontro qualcuna di loro, ma raramente, anche perché ormai sono vecchiette.

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Con un po’ di tristezza per questo bell’ambiente che stavamo lasciando, trovammo in breve tempo quella che ancora oggi è la nostra casa: anche questa in un vicolo, ma si trattava di una costruzione nuova e tra bellissime case moderne. Traslocammo, e così finì questa parte della nostra vita che aveva portato grande gioia a tutti. La nuova casa era davvero bellissima. Di fronte c’era una piazza, che d’estate, ancora oggi, diventa il ritrovo per tantissimi bambini, che io e le mie amiche chiamiamo il club. Nel nostro gruppo ora c’è poi una signora di una certa età, fantastica, capace di attirare sempre l’affetto di chi le sta attorno, che fa da giudice a tutte le cause della piazza. Fin dall’arrivo nella nuova casa, quindi, cercammo di presentarci al vicinato. Ma che delusione: notammo fin da subito qualcosa di strano, e avvertimmo tanta superbia. Ero dispiaciuta, mi mancava tantissimo l’ambiente che mi ero lasciata alle spalle, e ancora oggi quella sensazione di solitudine è forte. Non posso fare a meno di notare che non ci sono più i rapporti affettivi di una volta: siamo tutti impegnati a inseguire i nostri impegni, senza preoccuparci delle persone, delle amicizie. E questo, per me, è molto triste.

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Il volo degli uccelli di Lamine Badji

Ho preso la barca il 10 dicembre 2016 per attraversare il Mare Mediterraneo e venire in Italia. Sono partito con tante persone provenienti da diversi paesi: è stata una giornata molto importante per me. Il viaggio è durato tre ore. Quando siamo arrivati nelle acque internazionali la persona che guidava la barca ha perso il controllo: non poteva andare più né avanti né indietro. Siamo rimasti fermi e non c’era modo di salvarci. Dopo un’ora il pilota ha detto: «Io ho una buona idea». «Quale?», hanno chiesto le persone. «Avete visto quegli uccelli? Aspettiamo che passino sopra di noi, li seguiamo e vediamo dove vanno». Dopo poco tempo è passato un uccello sopra di noi, ma siamo riusciti a seguirlo per poco. Il pilota, per questo motivo, ha pensato che nessuno poteva vivere, che tutti sarebbero morti e per questo aveva pensato di lasciarci tutti in mare. Per fortuna ho visto arrivare una nave da lontano. Le persone erano contente, invece io non lo ero.

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Perché? Ho pensato che la nave non era dell’Italia ma della Libia. Sarebbe stato meglio morire che tornare in Libia. Qualche minuto dopo è arrivata un’altra nave e ho capito che era italiana. Questa volta potevo sorridere.

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Una giornata indimenticabile di Omar Diallo

Quando sono arrivato in Italia non conoscevo nessuno. Siamo partiti in 87. C’era solo una persona che conoscevo, siamo stati separati. Non sapevo se in Italia ospitavano le persone. Così il mio pensiero era: «Che cosa faccio? Dove mi portano?» Ho pensato che magari era come in Libia. Quando sono arrivato mi si è avvicinata una signora. Mi ha chiesto: «Ce l’hai una famiglia in Italia?». Io le ho risposto di no. Poi mi ha chiesto con chi ero venuto. Le ho risposto: «Da solo». Dopo mi ha fatto una visita e mi ha portato in ospedale per farmi curare. Dopo due settimane ho conosciuto una famiglia che voleva adottarmi. Quella giornata non la dimenticherò mai. Non avevo niente: mi hanno portato a casa loro per un mese, e mi hanno comprato tutto quello che volevo: le scarpe, i vestiti, l’Ipod, una bicicletta. Mi hanno trattato come un figlio. Non sapevo né leggere né scrivere: mia madre mi ha insegnato a farlo. Ho capito che qui non è come in Libia.

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Un viaggio di Silvana Boscu

In un pomeriggio di fine estate mio marito mi disse: «Parto per trovare un lavoro stabile. Vado a Livigno con Renzo e Paolo». Rimasi sbigottita. Non ne avevamo mai parlato, ma pensai che avesse tanto coraggio nel prendere quella decisione. Era il 1978. Eravamo sposati da tre anni e avevamo due bimbe: Alessandra di tre anni e Manuela di un anno e tre mesi. In quel periodo abitavamo ad Alghero. Mio marito era chef de rang e lavorava molto bene durante l’estate, ma per il resto dell’anno rimaneva senza occupazione, perciò quando prese quella decisione capii e non obiettai. Nel giro di pochi giorni partì. La mia cara amica Luciana, moglie di Renzo, rimase allora sola come me, con una bimba di quattro anni. Durante quel periodo fummo molto preziose l’una per l’altra: a volte dormiva da me, altre volte io da lei. Ogni domenica andavamo al telefono pubblico e aspettavamo la telefonata dei mariti. Fui felice di sapere che avevano trovato subito lavoro in un grande albergo: avevano vitto e alloggio e lo stipendio era ottimo. Ogni mese arrivava l’assegno, e io pagavo l’affitto, le bollette e tutto il resto. Dopo circa sei mesi mio marito mi comunicò di 28


aver trovato per noi un appartamento, piccolo ma grazioso, e che dovevamo partire. Non stavo più nella pelle dalla contentezza: dovevamo andare a Milano, dove lui ci avrebbe aspettato. Le bimbe erano felici di incontrare il papà, e anche io lo ero, ma già pensavo a come avrei potuto affrontare il viaggio. Nel giro di una settimana preparai la valigia, feci i biglietti per la traversata e per il treno. Tutto era pronto, così comunicai a mio marito il giorno della partenza. Un carissimo amico di famiglia ci accompagnò in auto fino a Porto Torres e mi aiutò con la valigia fin nella scaletta d’imbarco. Ci rifugiammo nella cabina, mangiammo i panini preparati nel pomeriggio e poco dopo le bimbe crollarono per il sonno. Io, invece, pensai a come affrontare il resto del viaggio, visto che dovevo tenere Manuela in braccio e con l’altra mano Alessandra e la valigia. Tante domande si affollavano nella mia mente, fino a quando la stanchezza prese il sopravvento e mi addormentai profondamente. I rumori mi svegliarono e mi accorsi che era ormai giorno. Svegliai le bambine, ci vestimmo e lasciammo la cabina. La nave stava attraccando, e per fortuna alcune persone gentili mi aiutarono a scendere. Giunte a terra prendemmo un taxi, dirette verso la stazione ferroviaria di Genova.

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Una volta arrivata mi accorsi che nessuno era disposto ad aiutarmi, cosi mi organizzai con le mie figlie: «Alessandra, tieniti alla maniglia della valigia cosi tengo tutte e due», ricordo che chiesi alla più grande. Percorremmo dei sottopassaggi, ma la paura di sbagliare era tanta. Finalmente un facchino si avvicinò, mi prese la valigia e ci accompagnò al binario giusto. Direzione Milano. Aspettammo, aspettammo ancora «Ma quando arriva ‘sto treno?», mi chiedevo. Ero distrutta, non sentivo più le braccia. Mille pensieri continuavano a tormentarmi, mentre i miei occhi erano fissi sulle bimbe. Eccolo finalmente! Qualcuno mi aiutò e trovai subito dei posti a sedere. Potevo finalmente rilassarmi. Stavo tra le bambine, le mie braccia le avvolgevano, e loro così si appoggiarono a me e si assopirono. Mentre guardavo dal finestrino mi accorsi che le palpebre si chiudevano «No! Non puoi!», mi ripetevo. «Se ti addormenti le braccia cederanno e non sentirai se le bimbe ti sono vicine». Allora ero anch’io soltanto una bimba un po’ cresciuta: avevo 23 anni e sentivo tanto il bisogno di essere rassicurata. La responsabilità di quel viaggio era troppo grande. «Quanto manca per Milano?», chiesi a una signora seduta di fronte a me. «Circa un’ora», rispose.

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Tra una chiacchiera e l’altra il tempo passò, e finalmente arrivammo. Tirai un sospiro di sollievo perché pensavo che avrei trovato mio marito e mi sarei alleggerita, ma non fu così. Con tanta fatica ci recammo al punto d’incontro stabilito. Una stazione così grande e affollata non l’avevo mai vista. «Dov’è papà?» chiese Alessandra. «Non è ancora arrivato» risposi, «ma sarà qui a momenti». «Mamma devo fare la pipì». E adesso che faccio? Dove trovo un bagno in questo caos, mi chiesi? E se arrivasse Angelo mentre siamo via? Alla fine mi decisi: «Andiamo!» dissi. Non smettevo di chiedermi perché avessi portato quella valigia così grande. Avevo voglia di piangere, un bel pianto liberatorio… ma non potevo. Finalmente i bagni! «Mamma... ho fame». Mi accorsi che erano le tredici, così provammo ad andare al bar. Ci impiegammo mezz’ora. La valigia pesava. Poi la fila per lo scontrino, e ancora quella per il panino. Dopo un’ora e mezza tornammo al punto stabilito ma di Angelo neanche l’ombra, perciò aspettammo. Ero talmente affaticata e agitata che ancora adesso non trovo le parole per descrivere il mio stato d’animo di quel momento. Alle 15, finalmente, ecco mio marito. Baci e abbracci e poi «Su! Svelte, svelte, o perderemo la coincidenza!».

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Ma come, pensai, neanche un attimo di respiro? Arrivammo alla stazione successiva e salimmo su un treno vecchio, sporco e freddo. «Ci vuole tanto per arrivare a Livigno?» chiesi a mio marito. «Con questo treno arriveremo a Tirano, lì prenderemo la corriera per Bormio poi un’altra che ci porterà a Livigno». «Oh mio Dio! Ma dove si trova Livigno? In capo al mondo?». Dopo circa tre ore di viaggio arrivammo a Bormio; mio marito chiese subito informazioni per prendere la corriera successiva, ma si voltò da me ed io mi accorsi che qualcosa non andava. «Allora, la corriera?» chiesi. «È già partita». «Aspettiamo la prossima», dissi. «Era l’ultima» mi rispose. Imbruniva, nevicava e avevamo freddo. Entrammo in un bar e chiedemmo per avere taxi. Le persone si guardarono e ci dissero che nessuno si sarebbe avventurato quella sera: c’era troppa neve in strada e dove noi eravamo diretti, su in cima, nevicava ancora di più. I pochi alberghi erano pieni per via dei campionati di sci e poi era alta stagione. «E ora che si fa?». Le bambine erano stanche e io più di loro. Ma ad un tratto un tassista che si trovava al bancone del bar si scolò un bicchierino e disse «Vi porto io!» «No», dissi ad Angelo. «Mi sembra ubriaco». Ma mio marito si fidò e ci incamminammo. Ero terrorizzata. 32


Appena usciti dal paese, buio totale. I fari illuminavano la strada ma io non vedevo nulla, solo i fiocchi sul tergicristallo. Sembrava un film in bianco e nero: non una luce, non un’auto, niente. Sembrava di camminare sulle nuvole. Ad un tratto l’auto fece un testacoda e il mio urlo svegliò le bambine. Le strinsi forte. «Signora stia tranquilla, è tutto a posto. Sotto la neve fresca c’è il ghiaccio e a volte capita di slittare, non si preoccupi» mi disse il tassista. «Quanto manca?» chiesi. «Ancora un po’», mi rispose mio marito. «Non so dove ci troviamo esattamente, non vedo nulla». Cercai di stare calma, ma era difficile. Il taxi ogni tanto faceva lo slalom e vedevo che l’andatura della macchina non era normale. Ogni tanto bisbigliavo a mio marito che secondo me il tassista era ubriaco. Finalmente intravidi delle luci, era il paesello di Trepalle: quattro case sparse sul costone della montagna. «Siamo quasi arrivati», disse Angelo. Dopo alcuni tornanti... ecco Livigno! Era passata da mezz’ora la mezzanotte quando arrivammo. La padrona di casa ci aspettava, ma io la salutai soltanto e andai dritta in camera da letto. Misi le bambine a dormire e mi sedetti a terra. Le lacrime scendevano calde sul mio viso, ma era un pianto liberatorio.

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Mio marito mi raggiunge e mi strinse a sé: «È tutto finito», mi disse. «Siamo salvi, ora siamo a casa».

Illustrazione di Silvana Boscu

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Da domani si vedrà di Oumar Diakhite

Mi chiamo Omar, sono senegalese e sono nato il 1 gennaio 1994. Vorrei raccontare la mia storia e un po’ della mia vita. La mia famiglia è composta da mio padre, mia madre e tre figli, due sorelle e un maschio. Un maschio sono io, e mie sorelle sono più grandi. I miei ricordi cominciano dall’età di sei anni, quando ho cominciato la scuola. Sono ricordi un po’ sbiaditi: tanti bambini, adulti, genitori o fratelli più grandi che li accompagnavano. Tante grida, movimenti. Tanta felicità. Giocavamo, io e gli altri bambini, a rincorrerci e acchiapparci. Era tutto molto bello. Qualche caduta durante la corsa, ma in pochi minuti di nuovo eravamo tutti contenti. Ho frequentato la scuola elementare per cinque anni. Anno dopo anno sono cresciuto, e diventato adolescente ho capito sempre più cose. Quando ho compiuto otto anni mio padre mi ha comprato la bicicletta: da quel momento ho iniziato a pedalare per ore ogni giorno. Mi sentivo libero mentre correvo in bici, e al vento o sotto la pioggia era bello ugualmente.

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Poi ho fatto le scuole medie. Dopo altri quattro anni mi sono diplomato in scienze, ma la situazione nel mio paese non era buona. Starci era pericoloso, così sono partito per la Libia. Dopo quattro mesi, a causa della guerra, sono però dovuto andare via in tutta fretta e con grande preoccupazione. Sono salito su una barca con una novantina di persone. Ho pagato mille denari, e dopo tre giorni di navigazione sono arrivato a Siracusa. Il giorno mi hanno trasferito insieme a tutte le altre persone della barca a Cagliari, in Sardegna. Dal sole della Sicilia al sole della Sardegna: mi ricordava l’Africa. Sono stato portato al centro di accoglienza, dove c’erano circa trecento persone. Giunto a Cagliari ho visto tanti migranti che erano arrivati prima di me. Io sono arrivato nel marzo del 2014: ormai sono passati quattro anni. La mia situazione è ancora incerta, tuttavia ho acquistato una certa familiarità con l’ambiente sardo, quello cagliaritano e la lingua italiana. Ho trascorso giorni e notti a pensare ai miei problemi: la lontananza dal mio paese, dalla mia famiglia, dalle mie abitudini. Questa è una faccia della realtà che non mi lascia tranquillo. Ma c’è come in tutte le cose un’altra faccia: la conoscenza di un nuovo ambiente, di nuovi amici anche italiani, e poi quelli 36


migranti, di etnie diverse. E la lingua italiana, che ascolto nelle strade e nelle piazze, nei pullman e nei negozi. Parole nuove, caratteri nuovi, navi del porto che arrivano e partono ogni giorno. Certi giorni, nei mesi caldi, arrivano a Cagliari navi grandi piene di turisti, le cosiddette navi da crociera. Le piazze e le strade si animano di nuove persone e di fisionomie diverse. Devo dire che tutto ciò è molto interessante e attenua la mia nostalgia per l’Africa. Sono molto giovane, e come recita una canzone italiana so far tutto o forse niente, da domani si vedrà... E sarà quel che sarà. Io sono ottimista. Ho fatto alcuni mesi di lavoro: spero di poter riprendere a lavorare presto, ma prima devo pensare alla scuola, che mi piace ed è molto importante per il mio avvenire.

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Un po' di me di Alpha Bah

Sono nato in Guinea nel 1998. Lì sono cresciuto e ho studiato. Ho fatto la scuola primaria dai 6 ai 12 anni, poi la scuola di base e infine un altro anno. A 13 anni ho smesso di studiare perché ho avuto un problema all’occhio destro, e non riuscivo più ad andare a scuola. Quando ho pensato di partire e iniziare il mio viaggio, in compagnia de mio amico che si chiama Abdoulaye, e insieme abbiamo deciso di uscire dal nostro paese nella speranza di trovare una sistemazione migliore per il nostro futuro. Siamo partiti con un taxi per arrivare in Mali, poi da lì siamo andati in Niger in pullman, ma la strada era troppo complicata perché al confine fra Mali, Burkina Faso e Niger. Lì c’erano i militari, che non erano gentili. Ci hanno picchiato e derubato, e solo dopo qualche giorno siamo arrivati in Niger, ad Agadez. Siamo stati quasi due mesi lì, poi con un pick-up siamo andati in Libia. Siamo passati in un deserto, che prima non avevo mai visto, dove c’era un caldo insopportabile. Durante il percorso abbiamo visto anche morti abbandonati sulla sabbia.

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Vicino al confine con la Libia abbiamo avuto una grande paura: c’erano gruppi di ribelli armati, che picchiavano e derubavano chiunque passasse di tutti i beni. Ci hanno preso i soldi, il telefono e i documenti. Alla fine siamo arrivati in Libia. Purtroppo ci hanno separato e abbiamo perso i contatti fra noi. Lì trovato un ambiente pericoloso che non immaginavo di trovare, e ho lavorato alcuni mesi in un’azienda agricola, senza mai ricevere lo stipendio. Un giorno, mentre rientravo a casa, i militari mi hanno arrestato. Sono stato in prigione a Tripoli, per tre o quattro mesi. Durante il trasferimento dei prigionieri nella città di Sabaha sono scappato dalla macchina, ho fatto una lunga corsa e mi sono nascosto in una discarica. Quando mi sono sentito più tranquillo ho deciso di rientrare a casa del mio datore di lavoro, dove stavo prima. Lui mi ha aiutato e ha organizzato la mia attraversata. Una notte così sono partito con un barcone, e dopo due giorni una grande nave di italiani ci ha preso a bordo. Dopo tre giorni sono arrivato in Sardegna, in Italia: era il 13 dicembre 2016. Arrivato a Cagliari sono stato affidato a una cooperativa. Mi hanno mandato in una casa, dove ho conosciuto altri ragazzi immigrati. Mi sono trovato subito bene: erano tutti amici e sono stati gentili con me. 39


Durante l’accoglienza ho fatto un’esperienza di laboratorio artistico a San Sperate. Qui ho conosciuto Manuela e i suoi genitori, che si chiamano Bruno e Daniela. Al laboratorio hanno partecipato anche altri ragazzi della mia accoglienza e alcuni di San Sperate. Abbiamo lavorato all’abbellimento di un ponte, e realizzato una canzone rap: Un lavoro, una casa, una famiglia. Dopo che è finita la mia accoglienza, con il mio amico Lamine siamo partiti per cercare lavoro e siamo arrivati a Foggia. Ma l’ambiente non ci è piaciuto, e sentita Manuela siamo rientrati a San Sperate, ospiti della sua famiglia. Ora ci troviamo bene perché abbiamo trovato dei genitori che ci aiutano: loro mi hanno salvato la vita, e mi stanno aiutando per trovare una sistemazione migliore per il mio futuro. Voglio fare qualcosa per ringraziarli e aiutarli, quando avranno tanti anni e non potranno vivere da soli. E voglio fare qualcosa per servire l’Italia, che mi ha salvato la vita.

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Racconto di Celeste Orrù

Mi piace raccontare un po’ la storia della mia infanzia, e soprattutto parlare delle cose che mi ha lasciato mio nonno. Sono nata a Sestu, ma ho vissuto per parecchio tempo in Emilia Romagna, a causa della malattia che colpì mia madre in giovane età. Sono nata nel ’69, seconda di quattro sorelle, e mia madre si ammalò subito dopo la mia nascita, a soli 29 anni: le diagnosticarono un tumore, e da lì fu un susseguirsi di ricoveri in ospedali diversi. Lei restò per molto tempo in cura fuori casa: subì interventi, chemioterapie, ricadute e depressioni, perciò si presero cura di miei i miei nonni paterni e due zie, sorelle di mio padre. All’età di sette anni, così, sono partita, dopo aver frequentato la prima elementare a Sestu. Il distacco dai miei genitori fu traumatico, ma con l’aiuto dei miei parenti mi adattai facilmente alla nuova scuola. Ero piccola, ma da certi discorsi fatti dalle mie zie capivo bene che qualcosa non andava. Mio padre lavorava giorno e notte, e prese anche il ruolo della moglie: ci accudì, ma l’impresa divenne per lui molto difficile. Lottò sino a che mia madre ebbe

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dei miglioramenti, per poter riavere tutta la sua famiglia riunita a casa. Intanto i mesi passarono e mia madre peggiorava. Un giorno una zia disse a mia nonna che forse non ce l’avrebbe fatta, perché dopo l’asportazione del secondo tumore non si era svegliata dall’anestesia. Allora era rimasta in coma per venti giorni, ma in seguito, grazie a un chirurgo americano che la curò, si svegliò. Capivo ormai tutto, e cioè che stavo perdendo la mia mamma. Intanto ero molto coccolata dai miei parenti, che non mi fecero mancare mai niente: da giugno ad agosto stavo in Sardegna, il resto per il resto dell’anno tornavo in Emilia. La scuola era molto diversa da quella che avevo lasciato in Sardegna. Le lezioni erano dal lunedì al venerdì, dalla mattina al pomeriggio. Mangiavo in mensa, e dopo c’erano i giochi di società che mi piacevano tantissimo. Un giorno, durante il carnevale, arrivò mio padre, e per me fu una grande sorpresa: nessuno sapeva del suo arrivo, e ricordo che ero al settimo cielo. Conobbe il mio maestro, e soprattutto mi diede una bella notizia: mia madre stava migliorando e potevo tornare in Sardegna. Ripresi a frequentare la scuola a Sestu. La mia maestra era di Sanluri ed era molto buona. Mi aiutò psicologicamente, mi

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faceva sempre ridere, ma purtroppo durò poco: mia madre fu ricoverata per la terza volta a causa di un altro tumore. Con grande amarezza ripartii. Dormii sempre nel lettone con i miei nonni, e mi piaceva stare con loro. Mio nonno mi faceva sempre lunghi racconti della sua vita, della fatica del lavoro, della guerra Mi piaceva quando mi raccontava che a Sestu, ai suoi tempi, chi arrivava alla quinta elementare riceveva come regalo un cavallino. Lui, che era molto bravo, arrivò alla quinta e lo ebbe. Da lì iniziò a lavorare in campagna, divenne allevatore di buoi e si comprò molti terreni. Fece lavorare tutti i suoi figli con lui. Una cosa che non è mai dimenticato è il suo racconto sull’importanza del cercare conforto nella fede. Lui era molto cattolico, e lo dimostrava con il suo comportamento. Mi insegnò tutte le preghiere: fin dalla mattina si metteva Dio al primo posto. Tutti i giorni ascoltava la Santa Messa delle 7.30, poi mi accompagnava scuola. Non aveva invece la televisione, perché diceva che distraeva le persone, e mi spiegò che se mia madre non era morta era grazie alle sue insistenti preghiere alla Madonna. Mi colpiva molto la Bibbia, che tutti i giorni apriva a caso per avere “le parole del giorno”. Mi diceva che se io avessi fatto molte rinunce mamma non sarebbe morta. Un giorno gli chiesi: 43


«Nonno, cosa significa fare molte rinunce?». Lui mi rispose: «Non disobbedire, pregare sempre, non guardare la tv, andare sempre bene a scuola, non dire parolacce e non litigare mai con nessuno». Rimasi per molto tempo ferma con questa idea, fino a quando iniziai le medie e mi feci condizionare molto dalla mia compagna di banco. Mi diceva: «Se vieni con me a raccogliere le albicocche ci danno 15mila lire al giorno». Iniziai così a disertare la scuola, imbrogliando i miei parenti, finché un giorno vennero i professori a casa per sapere di me. Mio nonno mi picchiò con la cinta e mia nonna mi accompagnò da allora a scuola tutti i giorni, perché non si fidava di me. Mio nonno lo fece sapere a mio padre, che mi riportò a Sestu. La salute di mia madre intanto aveva alti e bassi, e mio nonno morì a distanza di qualche anno. Io soffrii sempre molto per averli imbrogliati. Almeno una volta all’anno volo in Romagna per andare a trovarli in cimitero, e sto sempre attenta a rispettare la loro volontà: mio nonno infatti mi diceva sempre che non avrei mai dovuto portargli i garofani rossi, perché lui non era comunista. Una cosa più di tutte mi è rimasta nel cuore: il suo grande insegnamento di vita e di preghiera.

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Mi mancano tanto, voglio loro sempre tanto bene, e rimpiango di non aver continuato gli studi, però ormai il tempo è passato. Mi sono però sempre data da fare, ho lavorato e ho una bella famiglia. Anche se le difficoltà ci sono sempre riesco ancora a confidare nella fede che mi è stata trasmessa.

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Una pazza vacanza Anonimo

È venerdì. Matteo, Laura, Carlo ed Elisa, quattro amici, sono contentissimi: stanno per partire in un piccolo paese chiamato Empuriabrava, situato in Catalogna, Spagna. Le vie lì sono i canali di acqua, le barche sostituiscono le auto su cui gli abitanti passeggiano. E anche i turisti possono affittarle per fare una passeggiata e vedere la bellezza delle case che ci sono intorno. I quattro amici rimangono meravigliati di questa piccola Venezia spagnola, e già la prima sera si preparano per uscire a cena e andare a ballare in un locale molto conosciuto in città. La notte è vivace, e passa tra musica, ballo, festa e alcolici. Elisa, che è la più piccola, presto è molto stanca e propone di tornare all’albergo. Ma gli altri vogliono rimanere fino alla chiusura del locale. A un certo punto però Carlo dice ad Elisa: «Andiamo, è tardissimo, sta per spuntare il sole». Elisa risponde sbuffando: «Finalmente, sono stanca morta». Elisa, quando arriva all’albergo, si infila immediatamente in doccia per togliere l’odore di sigaretta che ha addosso. È lì quando sente che bussano alla porta del bagno.

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«Chi è?» «Sono io, Laura, puoi aprire?» «No, non posso» «Per favore, ti prego». «Va bene, un minuto», risponde Elisa. Quando la porta è appena dischiusa, Laura però ne approfitta per infilarci l’estintore. Ha tolto la sicura e aperto il getto, e imbianca così tutto il bagno e la stanza dell’albergo. Elisa esce dal bagno disperata, cercando la finestra. Non riesce neppure a respirare, c’è fumo dappertutto e vede tutto bianco. La sicurezza dell’albergo, avendo notato tutto questo trambusto, ha chiamato la polizia. Elisa, essendosi affacciata per prendere aria, la vede arrivare. Di lì a poco gli agenti bussano alla porta chiedendo di lasciare l’albergo entro dieci minuti, e i ragazzi preparano le valigie per cercare un altro albergo. Erano le cinque del mattino, e fortunatamente non vengono obbligati a pagare la pulizia della stanza. Elisa, nervosissima, non parlava più con nessuno dei suoi amici, complici di quello scherzo fuori luogo. Ma neanche Laura, in realtà, aveva immaginato quanto sarebbe stato esagerato. Il giorno dopo, dopo varie discussioni, tornò la pace, e gli amici promisero che non sarebbe mai più successo niente di simile. Poi andarono tutti pranzo a raccontare lo scherzo bevendo un bicchierino di vino.

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I nomi non sono veri, ma‌ Tutto questo mi è capitato davvero, sette anni fa, e conservo ancora le fotografie della gita. I miei amici ora si sono sposati, hanno figli e ogni tanto ci vediamo e ricordiamo tra le risate quella pazza vacanza.

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Il primo viaggio di Pierluigi Vacca

Il mio primo viaggio non sarebbe mai avvenuto se mio zio Vittorio, allora non ancora ventenne, dopo aver svolto il servizio militare a Bergamo, non avesse deciso di cercare lavoro e creare una famiglia tanto lontano dalla sua terra d’origine. Decisione che cambiò radicalmente la sua vita, e in parte anche quella dei suoi familiari. Quando avevo appena undici anni, ed ero un ragazzino molto timido, spensierato e con una vita che scorreva senza avvenimenti degni di nota, vissi una delle mie prime avventure. Una mattina mi accorsi che qualcosa stava per succedere, qualcosa che avrebbe scosso le mie giornate monotone, che si scandivano in mattine a scuola, pomeriggi di compiti e giochi con i fratelli e, quando papà rientrava dal lavoro, il quotidiano giro per andare a trovare i nonni. A dire la verità a me non dispiaceva, perché abitavo in periferia e non avevo molti amici con cui giocare. A casa dei nonni, che abitavano in centro, avevo invece la possibilità di incontrare dei coetanei. In una di queste tipiche sere primaverili sentii i miei genitori chiamarmi. Li raggiunsi dopo una breve corsa, e mentre ancora 49


ansimavo mi invitarono a sedermi. Io preoccupato chiesi cosa fosse successo, pensando di aver combinato qualche marachella. Iniziò allora a parlare il nonno, con la sua voce burbera, e mi chiese se mi avrebbe fatto piacere accompagnarlo a trovare lo zio alla fine dell’anno scolastico, qualora fossi stato promosso. Io rimasi un po’ stupito, quindi guardai i miei e colsi nel loro sguardo un cenno di approvazione. Euforico risposi subito di sì. Non riuscivo a crederci: un attimo prima pensavo che sarei stato rimproverato, e dopo pochi secondi ero felicissimo per l’opportunità di fare il mio primo viaggio. Ero consapevole di abitare in un’isola, ma nonostante avessi studiato un po’ di geografia non mi era molto chiaro con quali mezzi avrei raggiunto casa degli zii, e quanto tempo avrei impiegato. Giugno arrivò, e con lui la promozione: il giorno della partenza era sempre più vicino. Dopo pochi giorni dalla fine della scuola iniziarono i preparativi. Le valigie furono presto pronte, e arrivò il momento tanto atteso. I miei ci accompagnarono alla stazione di Cagliari. Ricordo ancora con emozione il momento della partenza: non avevo considerato che, nonostante fossi molto legato ai miei nonni, era la prima volta che mi allontanavo dalla mia famiglia. Non avevo

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fatto i conti con l’emozione che mi assalì appena il treno iniziò a muoversi, e vidi i miei genitori sempre più lontani. Ma durò poco: presi posto nello scompartimento e iniziai a frugare tra le cose che avevo portato con me. Avevo un quadernetto per prendere nota di tutte le località che il treno avrebbe attraversato: Giave, Paulilatino, Chilivani, Marrubiu, Macomer, Abbasanta e tante altre. Nomi di paesi che non avevo mai sentito, e che mi sembravano usciti dalla fantasia di uno scrittore bizzarro. Dopo cinque ore trascorse in un treno non proprio comodissimo arrivammo a Porto Torres, dove ad attenderci c’era la nave su cui salimmo poco dopo. Anche la nave fu una scoperta: non ne avevo mai vista una così grande, e con l’imponente scritta sui lati a me sembrava quasi una nave da crociera. La cuccetta che ci assegnarono, rigorosamente di seconda classe, mi pareva una suite, ma sapevo che comunque ci avrei dormito poco. Il nonno, dopo aver sbrigato le pratiche d’imbarco e messo in ordine i bagagli, mi portò sul ponte per vedere la partenza e l’allontanamento dalla terraferma. Una volta in alto mare, iniziai a stupirmi per tutto ciò che vedevo. Un momento che mi è rimasto impresso nella memoria è stato quando il nonno, nel cuore della notte, mi chiese se dormivo o se avessi voglia di uscire fuori. 51


Naturalmente, risposi subito di sì. Mi portò sul ponte, a prua, a guardare una luna piena da cartolina. Eravamo lì da soli, in silenzio, a osservare il mare e la lunga scia che la nave lasciava dietro di sé. Non so quanto tempo rimanemmo incantati da quello spettacolo, ma porto ancora vivo dentro di me quel ricordo, e lo custodisco gelosamente. Dopo una notte insonne intravedemmo le prime luci della città di Genova. Attraccammo in breve tempo. Al porto c’era lo zio che ci aspettava, e dopo i saluti e tanti abbracci iniziammo un altro piccolo viaggio: meta finale il paesino nella Val Brembana, dove arrivammo dopo qualche ora di autostrada. Un’altra sconosciuta, una strada con tante corsie, in cui per entrare si prendeva il tagliandino di pedaggio, che io non avevo mai visto. Ci fermammo a mangiare in un autogrill, e superammo un ponte enorme con sotto il grande fiume Po. Finalmente, dopo tanto viaggiare, arrivammo a casa dello zio. Ad attenderci c’erano la zia e le mie due cugine, che non vedevo da quasi un anno, e i genitori della zia, due persone molto simpatiche che parlavano il loro dialetto bergamasco, tanto stretto che stentavo a capire. Lo zio, in occasione della nostra visita, non andò a lavorare e ci portò tutti i giorni in giro, per mercatini o centri commerciali 52


enormi, dove c’erano tanti negozi che non avevo mai visto. In uno di questi incontrai un’attrice molto famosa negli anni Sessanta, Ave Ninchi, che pubblicizzava un prodotto alimentare. Un giorno facemmo una gita a Milano, una città enorme, e mi resi conto di quanto fosse grande dal tempo che trascorremmo in metropolitana, per raggiungere il centro dalla periferia. Uscendo in superficie ci trovammo davanti il monumento simbolo della città: il Duomo, con tutta la sua imponenza e le sue mille guglie, era lì davanti a me. Visitammo anche l’interno, con le sue splendide vetrate e il museo. Se chiudo gli occhi ricordo ancora ogni singolo momento passato a visitare quella bellissima città: la galleria Vittorio Emanuele, il castello Sforzesco... quante risate, quando lo zio ci fece vedere il famosissimo Teatro della Scala e io volsi lo sguardo in cerca di una scala. Passai anche del tempo in casa, ma non mi annoiai mai: giocavo tanto con le mie cugine, oppure con il loro nonno che mi portava con sé a tagliare l’erba nei prati, per i piccoli animali che allevavano. I giorni passarono veloci, e arrivò purtroppo anche il giorno della partenza. Anche se avrei rivisto tutti dopo qualche settimana, quando sarebbero venuti in Sardegna per le vacanze estive,

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salutai con un po’ di dispiacere: sentii che mi sarebbero mancate quelle giornate spensierate, diverse dal solito. Facemmo il viaggio a ritroso per tornare a casa, sicuramente con meno entusiasmo rispetto all’andata, ma con un bagaglio di esperienze enorme. Un viaggio che ha arricchito dentro, un ricordo positivo che mi accompagnerà per tutta la vita.

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PARTE II Storie, storielle e dintorni ***

Pensieri, ricordi, racconti

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Amici di campana di Raffaele Pisu

Un racconto, sentito tanti anni fa in strada, mentre con gli altri bambini del paese di Quartucciu giocavamo a lanciarci l’ortica, mi ritorna ogni tanto in mente e mi ricorda l’importanza dell’amicizia e quanto possa essere forte e duratura, specie se nata quando si è piccoli. Antonio e Giovanni erano amici in modo totale, profondo. Lo stato sociale diverso, che avrebbe dovuto dividerli, era invece il collante, al punto che nessuno riusciva a capire come si potesse essere amici con quello lì, Antonio s’interramortus, il becchino del paese. Ma Giovanni era suo amico fin da quando, piccoli, frequentavano lo stesso asilo, dividendo la fame, i giochi e le botte con gli altri ragazzi. Antonio era un ragazzo povero, timido e di poche parole; di studiare non aveva voglia e iniziò quindi a lavorare molto giovane. Mestieri vari, duri e sottopagati, avevano consumato la sua infanzia e la prima gioventù. Poi l’adolescenza, da orfano, poiché i genitori erano morti presto; quindi la maggiore età, con rapporti difficili, tanti, soprattutto con le donne. Un incidente era stato decisivo nel cambiargli la vita: claudicante ad una gamba, fu assunto al Comune come addetto 58


al cimitero del paese. Questo contribuì ad isolarlo ancor di più dagli altri ragazzi. Ma non tenne lontano Giovanni che, di famiglia quasi agiata, circolava col suo calesse per il paese dalla mattina alla sera, senza impegni se non quello di fare gli occhi dolci alle ragazze. Antonio, ogni volta che l’amico Giovanni passava vicino al cimitero, aveva l’abitudine di suonare la campana della cappella cimiteriale in segno di saluto. Quando Antonio morì, Giovanni ne fu particolarmente colpito, al punto che a ogni passaggio vicino al cimitero gli sembrava di sentire la campana del suo amico suonare in segno di saluto. Di questo ne parlò con un conoscente, che, chiaramente, non ci credeva. Volendo comunque prendere in giro Giovanni, un giorno acconsentì a seguirlo per accettarsi della veridicità di quel fatto strano. Ma ogni volta che passavano davanti al cimitero costui continuava a non sentire ciò che Giovanni asseriva succedesse. Affranto e sconsolato Giovanni non riusciva a capacitarsi. Finché una sera, accompagnato dal solito amico scettico, passando davanti al cimitero sentì quel triste rintocco, e afferrò un braccio di quest’ultimo cercando la sua attenzione. Sinistramente, a quel contatto, anche costui sentì le campane che suonavano a morto, in un terrorizzante saluto. 59


Gavina di Giovanna Crobu

Gavina l’ho conosciuta tanti anni fa, e per me è stata un importantissimo sostegno per un lungo periodo della mia vita. Ho voluto raccontarla immaginando come sarebbe stato un suo ritratto scritto da lei.

Il mio nome è Gavina. Sono un po’ robusta, alta 1.60, e ormai ho i capelli bianchi. Ho trascorso la mia gioventù durante la guerra, e in quel periodo non c’era nulla, se non distruzione e miseria. Ma un bel giorno di quel triste tempo incontrai un ragazzo che si trovava in una piazza dove si festeggiava il santo patrono. A quel tempo ero magra, avevo gli occhi chiari e i capelli castani, e lui era molto alto, snello e moro. Mi invitò a fare un ballo con lui e fu già in quel momento che ci innamorammo! Dopo la festa tutto tornò alla normalità ed io capii di essere attratta da lui. Ogni sera veniva sotto la finestra della mia stanza e suonava per me la sua fisarmonica. Ci fidanzammo, ma non potemmo sposarci subito perché lui era un carabiniere e doveva rispettare la legge di allora: chiunque

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fosse sotto le armi era obbligato a sposarsi solo dopo aver compiuto i venticinque anni. Un giorno, però, arrivò il trasferimento in un’altra città, e quello fu un bel guaio. Passai un bel po’ di tempo lontano da lui, ma finalmente tornò nel nostro paese, Ploaghe, e fu allora che decidemmo di sposarci. Arrivò poi la mia unica figlia, e la mia vita fu felice: mio marito arrivò alla pensione e finalmente avremmo potuto goderci un po’ di serenità. Ma presto finì tutto: lui morì a causa di un infarto. A me crollò il mondo addosso. Il tempo passava, io ero sola, e arrivò anche per me il momento della pensione. Ma rimanevo chiusa in casa. Poi, un bel giorno, andai a una gita organizzata dal Comune e lì conobbi Salvatore: era un bell’uomo, e diventò il mio compagno. Lui mi diede quella serenità che pensavo di aver perso per sempre. Ancora oggi andiamo molto d’accordo e insieme ci godiamo quello che ci resta da vivere. Ogni tanto andiamo dalla mia unica figlia, dove stiamo per qualche settimana e poi facciamo rientro a Siliqua, nel paese dove ormai viviamo. Usciamo e spesso andiamo a trovare persone sole.

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La memoria di Angela Spiga

Era il 1944. Allora mio padre aveva 4 anni e viveva a Sanluri con sua madre e i nonni materni. Suo padre era un soldato disperso, lui l’unico figlio sopravvissuto al paratifo: i suoi due fratellini invece non ce l’avevano fatta. Le bombe avevano distrutto tutto, lasciando miseria e tanta fame. Qualsiasi cosa era utile per la sopravvivenza, e per questo il mio bisnonno tutti i giorni andava per le campagne, tra le macerie del paese, alla ricerca di cibo o altri oggetti che potessero essere utili. A quel tempo anche un piccolo pezzo di spago lo era. Il mio bisnonno era per mio padre la figura paterna mancante: stava sempre con lui e cercava di imparare da tutto quello che gli vedeva fare. Un giorno il nonno rientrò a casa con quella che gli era sembrata una pentola chiusa: pensava che potesse essere un utensile da cucina molto utile. Così mentre mia nonna e mia bisnonna lavoravano nel piccolo orto che si trovava vicino alla casa, mio bisnonno, seguito da mio padre, portò all’interno della casa quello strano oggetto. 62


Lo mise sul tavolo della cucina e cercò di aprirlo con un coltello. Da quell’arnese cominciò a sprigionarsi un odore acre e per questo mio padre infastidito disse al nonno che sarebbe uscito fuori. Appena varcò l’uscio, però, una fortissima esplosione. Finì scaraventato contro la facciata della casa di fronte, che si trovava a dieci metri di distanza: quella pentola era una bomba. La detonazione uccise mio bisnonno, riducendolo in pezzi e distruggendo la casa. Mio padre invece si salvò e riportò solo qualche escoriazione, mentre delle schegge si conficcarono nelle gambe di mia nonna, facendole perdere molto sangue. Mia bisnonna svenne, e tutti pensarono che fosse morta. Qualche ora dopo arrivò l’ambulanza che portò via mia nonna. Gli infermieri cercarono di respingere mio padre terrorizzato che si aggrappava alle sue vesti, ma dopo diversi tentativi lo lasciarono salire, e lui poté starle vicino. Dopo essere stati curati tornarono nella loro casa distrutta. Mio padre mi ha raccontato che mia nonna insieme alla mia bisnonna raccolsero con dei secchi quello che rimase del corpo del mio bisnonno, così da poterlo seppellire. Questa è senz’altro la storia più assurda che sia capitata alla mia famiglia, ed è per questo che odio la guerra.

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La storia insegna. Questa frase l’ho sentita fin da bambina, ma non avevo mai capito il suo vero significato. Solo da adulta, ripensando ai racconti di mio padre, ho capito a cosa hanno portato quei momenti che lui ha vissuto da bambino. Questo, per esempio, lo conosco solo da un anno, perchÊ i miei genitori pensavano che per noi figli conoscere una storia come questa sarebbe stato traumatizzante.

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Vecchi giochi di Davide Murenu e Raffaele Pisu

La tecnologia moderna ha soppiantato da tempo i giochi di una volta. Virtuali ed elettronici oggi, quelli di ieri in legno, spago, chiodi, fil di ferro. Ma la diversità più evidente è che i giochi moderni si svolgono da seduti, quelli del passato in perpetuo movimento. Io, che sono sessantenne, ricordo che da ragazzo ci si doveva inventare i giochi con le poche cose che la natura ci metteva a disposizione. Fonte di ispirazione: canne e tavole raccolte nei cantieri edili. In quei tempi, nel mio paese, esistevano nei vari rioni gruppi di ragazzi che si davano battaglia per il controllo della propria zona di competenza. Ogni invasione era severamente punita con botte o, nel migliore dei casi, la pena dell’ortica. Questo rituale consisteva nel sottomettere il soggetto catturato allo sfregamento sulle gambe di fasci di ortica, causando al malcapitato un’eruzione cutanea dolorosissima. Le canne diventavano, dopo averle lavorate, cavalli, lance, frecce e, se coperte da frasche, tende militari. Le assi di legno servivano per costruire le spade e gli scudi, mentre le foglie delle palme erano gli stendardi. I rami delle piante di

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mandorle o di fico venivano sbucciati e trasformati in archi usando uno spago per completare l’opera. Le mattine passate a scuola servivano non solo a studiare, ma anche a sfottersi e promettersi rappresaglie per i torti subiti. Il pomeriggio quindi iniziavano le operazioni di tattica per la cattura dei malcapitati che volenti o nolenti dovevano passare in territori avversari. Le corse erano continue, chi per acchiappare, chi per sfuggire, e si girava ininterrottamente per il paese dal pomeriggio fino alla sera, e di nuovo i giorni seguenti sino alla domenica. Il giorno che il Signore usò per riposare per noi era quello più attivo. Le manovre iniziavano dalla mattina all’uscita dalla messa, e individuato il soggetto da catturare lo si costringeva a fuggire nella direzione da noi prefissata, proprio nella zona dove lo aspettavano i nostri complici. Catturato, il poveretto veniva portato presso la nostra base dove una enorme foglia di fico serviva per legare il prigioniero. Subito gli si attaccava una gomma da masticare sui capelli, in modo che poi dovesse essere rasato, o comunque fosse necessaria una chierica. Il nostro gruppo era formato da ragazzi con nomignoli stravaganti, in parte ereditati, cioè di famiglia, altri comminati sul soggetto stesso. Alcuni li ricordo: Federico sa baca, Giovanni

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topolino, Sergio candela, Andrea sciscilloni, Pino conch’e cani... e tanti altri. Nei periodi in cui non ci si dava battaglia i giochi si svolgevano d’amore e d’accordo insieme agli ragazzi dei rioni vicini. Iniziava così il divertimento a cuaddus fortis, gioco che consisteva nel saltare in groppa ai nostri amici messi a quattro “zampe” poggiati al muro. Naturalmente questa ammucchiata finiva col crollo dei cavalli e cavalieri, seguito da una risata generale. Le biglie di vetro erano invece usate nel gioco de su giru de Francia. Rotti gli argini lungo un percorso sterrato, il gioco consisteva nello spingere la biglia col pollice fino ad arrivare al traguardo contando quante volte si era spinto. Alcuni, per spingere la biglia, usavano il dito medio a s'inghitit, che permetteva di dare più velocità alla palla, la quale rischiava però di fuoriuscire dal percorso, obbligando lo sfortunato a dover ricominciare da capo. Altra alternativa allo stare in casa quando pioveva consisteva del costruirsi con la canna una barca da far navigare lungo i canali di scolo dell’acqua piovana. Si mettevano le barche in acqua all’inizio della strada, dove si trovava il punto più alto, quindi si seguiva la pendenza fino al tombino di caduta: vinceva chi arrivava primo, poi si ricominciava. Tutto, naturalmente, sotto la pioggia. 67


Ma potrei citare altri giochi come s’allixina allixina, che si svolgeva lungo i pendii del rio, dove ci si lasciava scivolare con una foglia di fico sotto il sedere. Oppure milliperdas, cioè il lancio dei sassi contro gli avversari di turno fino alla fuga degli uni o degli altri, con qualche testa rotta. Sì, a volte i giochi erano pericolosi, però fatti all’aria aperta e con tanta voglia di divertirsi insieme. Giochi che oggi sembrano fuori dal tempo, perché oramai quelli attuali si svolgono al chiuso e davanti ad un monitor.

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Emanuela di Fabiola Loi

«Signorina Loi, come può fare la scorta a me? Sono io che dovrei scortare lei!» Paolo Borsellino conosce Emanuela Loi

Ci salutammo con la mano che sventolava fuori dal finestrino. Ricordo ancora il suo splendido sorriso… Tanti sono i ricordi legati alla mia esistenza, ma uno in particolare mi riporta all’infanzia. Mi porta verso Emanuela, la dolce e timida bambina dal sorriso solare con la quale ho trascorso gran parte della mia fanciullezza. Una bambina timida e impacciata rivelatasi una donna forte e coraggiosa, che si buttò alle spalle qualsiasi pregiudizio allora esistente nei confronti di una donna poliziotto. Lei che amava tanto i bambini e che da adolescente aveva scelto un percorso di studi che l’avrebbe portata a divenire insegnante. Lei che con determinazione cambiò il corso della sua vita, vincendo un concorso di polizia cui aveva partecipato in realtà per accompagnare soltanto la sorella Claudia, che invece non riuscì a superarlo.

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Quel triste giorno, quello in cui la vidi per l’ultima volta, rientravo a casa dopo aver trascorso una giornata al mare con la mia bambina. Durante il tragitto ascoltavo la musica alla radio, finché

una

brusca

interruzione

annunciò

una

notizia

sconvolgente. Rimasi impietrita nel sentire che un importante magistrato e la sua scorta erano stati uccisi in un attentato mafioso. Non sapevo esattamente chi scortasse Emanuela, ma la mia mente andò immediatamente a lei. Ecco… Fu in quel momento che la memoria mi riportò alla settimana precedente: l’avevo incontrata per caso, di sfuggita. Erano stati pochi secondi soltanto: lei saliva a bordo della sua auto, io ero alla guida della mia. Allora neppure io capì perché quel momento mi avesse colpita tanto. Soltanto pochi giorni dopo sarebbe rientrata a Palermo, dopo una breve licenza, in sostituzione di un collega. La paura era tanta, sapevo che sentimenti contrastanti l’assalivano, ma la responsabilità e il senso del dovere alla fine le avevano imposto il rientro al suo lavoro. Aveva scelto un compito difficile ed estremamente pericoloso, che purtroppo le impedì di continuare a regalare il suo splendido sorriso. Il 19 luglio del 1992 Paolo Borsellino e la sua scorta, fra cui mia cugina Emanuela, morivano uccisi nel tragico attentato che scosse tutta l’Italia. 70


Saci Perere di Jessica Valdares Palema

Nel mio Paese, il Brasile, si racconta una leggenda. Una leggenda che parla di un bambino nero con una sola gamba.

Zio Bernabe era un nero di più di ottanta anni che abitava in un villaggio sulla collina, vicino al ponte. Una mattina Pedro, un bambino molto curioso, uscì di casa e per fargli una visita e una domanda: «Zio Bernabe, voglio sapere una cosa che nessuno mi spiega bene: esistono veramente i Saci Perere?» Lo zio rise tantissimo, si riempì la pipa di tabacco e iniziò a parlare. «Pedro, te lo giuro, i Saci Perere esistono. Le persone di città non ci credono. La prima volta che li ho visti avevo la tua età: era il tempo della schiavitù». Pedro chiese. «Dimmi allora cosa sono i Saci Perere. La zia Nastacia ha detto che tu sai tutto». «Certo, bambino. Chi ha vissuto tanto, sa tanto. Saci è un monellino che adora combinare guai, ha una sola gamba, passa il tempo facendo scherzi alle persone e agli animali. Porta sempre in bocca una pipa accesa e in testa un berretto di colore rosso. La sua forza sta nel berretto come per Sansone nei capelli». 71


«Zio, che tipi di scherzi fa?» «Scambia il sale con lo zucchero, apre il forno mentre sta cuocendo la torta, nasconde gli oggetti, mette un moscone nella zuppa, brucia i fagioli che stanno nella pentola sul fuoco, urla e fa strilli acuti per spaventare. Tutto quello che di male succede in una casa è opera di Saci. Lui tormenta i cani, le galline, insegue i cavalli al pascolo succhiando il loro sangue. Non fa grandi cattiverie, ma non c’è piccolo dispetto che non faccia». «Noi possiamo vederlo?» «Io ne ho visti tanti. Proprio il mese scorso ne circolava uno qui che scherzava con me, ma gli dato una lezione che non dimenticherà. Era notte e mi è venuta una voglia tremenda di popcorn. Allora ho messo nella pentola i chicchi di mais, ho lasciato la pentola sul fuoco e sono uscito a fumarmi la pipa in terrazza. Ho sentito un rumore all’improvviso. Ho pensato è Saci!, ed era veramente lui. È apparso nella finestra nero come il carbone, con il berretto rosso e la pipa in bocca. Ho fatto finta di dormire. Lui è saltato in casa, si è avvicinato a me per controllare se dormivo veramente, e con il mio russare lo ho convinto. Allora ha iniziato a girare tutta la casa, credeva d’essere il re. Ha spostato tutti i 72


mobili come fanno le donne vecchie, annusando l’aria con il suo naso piccolino. A questo punto i chicchi di mais stavano cuocendo. Lui ha preso i manici della pentola, l’ha agitata e ha detto parole che sembravano una preghiera. E addio popcorn: i chicchi non sono più esplosi. Poi ha cominciato a cercare la mia pipa di terracotta, l’ha trovata trova, riempita di tabacco, e accesa. Ha fatto sette tirata: gli piace molto il numero sette. Ho pensato tra me e me: questo diavoletto tornerà e sarò io a fare un scherzo a lui». «E lui è tornato?» «Come no, il venerdì successivo è arrivato alla stessa ora. È apparso fuori della finestra, ha ascoltato il mio finto russare, ed è saltato dentro casa. Ha girato dappertutto come l’altra volta ed è andato a cercare la mia pipa. L’ha messa in bocca e si è avvicinato a prendere la brace del fuoco con le mani». «È vero che a le mani pieni di buchi, zio?», chiese Pedro. «Sì, Saci ha il palmo della mano pieno di buchi, perché gioca con le braci facendole passare attraverso i buchi. Quella sera si è poi seduto sul divano e ha incrociato le gambe per fumare in tutta calma». «Come? Ha incrociato le gambe anche se ha una gamba sola?»

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«Sì, ha solo una gamba, ma quando vuole fa credere di averne due. Sono cose che solo Saci capisce, nessuno le può spiegare. Così fumava tranquillamente, soddisfatto della vita. Ma improvvisamente si sente un rumore: bummm! La pipa è scoppiata e Saci è uscito volando dalla finestra. Avevo messo della polvere da sparo nel fondo della pipa. Proprio mentre faceva la settima tirata, la polvere è esplosa. Penso che Saci non tornerà mai più”. «Avrei voluto tanto conoscere questo Saci Perere» «Non ti devi preoccupare bambino. Forse lui non apparirà più, ma ci sono molti altri come lui in giro». Il bambino rise felice. Da quel momento iniziò a cercare i Saci Perere in tutto il villaggio.

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Illustrazione di Jessica Valdares Palema

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Bamgal, il sognatore di Diakhite Oumar

Un giorno i fratelli di Bamgal erano al pascolo. Il padre dice allora a Bamgal: «Vai dai tuoi fratelli per vedere come stanno, poi torna a riferirmi». Bamgal, obbediente, fa come il padre gli ha comandato. Quando i fratelli, accampati presso un pozzo poco profondo e asciutto lo scorgono da lontano, si dicono l’un l’altro: «Ecco, arriva il sognatore! Uccidiamolo e gettiamolo in questo pozzo. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!». Ma Batomb, il maggiore, si oppone. «Fratelli miei, non versiamo il suo sangue. Gettiamolo vivo nel pozzo. Morirà di sete». Egli intende in realtà salvarlo di nascosto e ricondurlo da suo padre. Quando Bamgal arriva, i fratelli, seguendo il consiglio di Batomb, gli strappano di dosso la tunica dalle lunghe maniche e lo gettano vivo nel pozzo. Poi siedono per mangiare. Quand’ecco alzano gli occhi e vedono arrivare una carovana di mercanti diretta in Dakar. Giuda, uno dei fratelli, suggerisce agli altri: «Che guadagno c’è a uccidere Bamgal? Se lo lasciamo nel pozzo morirà certo di sete. Vendiamolo piuttosto a quei mercanti». La proposta piace e Bamgal viene estratto dal pozzo e venduto ai mercanti come schiavo per venti monete. 76


I fratelli poi prendono la tunica delle lunghe maniche, la sporcano con il sangue di un capretto e la fanno avere a Lamine, il padre, con queste parole: «L’abbiamo trovata. Verifica se è la tunica di tuo figlio». Lamine la riconosce facilmente ed esclama pieno di angoscia: «La tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato!». Per molti giorni il vecchio Lamine pianse la morte del figlio e si vestì a lutto. Non sapeva che in realtà Bamgal era vivo, e che la storia avrebbe avuto un lieto fine: Bamgal sarebbe diventato principe d’Egitto.

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Una festa al contrario di Miriam Collu

Nella vita ci sono avvenimenti che rimangono impressi nella memoria: possono essere episodi che ci hanno arricchito o, come accadde anche quel giorno, ferito.

Quel pomeriggio di fine estate doveva essere di festa e di gioia, ma in poco tempo era trasformato in tragedia. Un bambino con tutta la sua spensieratezza e vivacità salì su una statua, scivolò e cadde. Con lui si rovesciò la statua, schiacciandolo con tutto il peso. Pochi momenti, pochi fatti, una tragedia enorme. Ho ancora vivo in me il ricordo di quel triste storia, accaduta nel mio paese d’origine tanti anni fa, che sconvolse l’intera comunità. Si festeggiava il matrimonio di una carissima cugina, quella domenica, dopo la cerimonia della sera precedente. La serata era stata organizzata in una villa in campagna, in cui si trovava un giardino bellissimo, adornato con statue in pietra realizzate dallo scultore Pinuccio Sciola, artista molto noto originario di San Sperate, il mio paese. Data la bella giornata di sole tutti i bambini, dopo il pranzo, erano usciti a giocare all’aria aperta. Non ricordo dopo quanto tempo sentimmo le loro grida, che ci fecero accorrere in 78


giardino. Furono momenti di disperazione, subito qualcuno chiamò i soccorsi. Si sentivano le urla strazianti della mamma. L’ambulanza accorse, ma per il piccolo non ci fu niente da fare. Il dolore fu immenso, i genitori non si diedero mai pace. «Perché non siamo stati capaci di proteggere il nostro bambino!»: la loro disperata cantilena riempì la serata. Ancora oggi, quando ricordo quei momenti, penso che per un dolore così grande si possa anche morire. Fu un evento che mi colpì moltissimo perché conoscevo bene sia i genitori che il bimbo. Ma soprattutto da pochissimo tempo ero diventata mamma anche io, e forse per quel motivo quella tragedia mi segnò particolarmente.

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Il villaggio d’oro di Abdoulaye Dene

C’era una volta un ragazzo che si chiamava Alì e aveva 15 anni. Abitava a Drobo, un paesino di cinquecento abitanti, in Ghana. Alì era nato e cresciuto in quel villaggio con i suoi genitori, che si chiamavano Siaka e Fatima. Loro erano musulmani e agricoltori. A sei anni Alì aveva iniziato la scuola primaria. Dopo essere cresciuto un po', aveva iniziato ad aiutare i suoi genitori in campagna. In quel villaggio c’erano delle piante che non si potevano tagliare, perché gli abitanti pensavano ci fossero i nani. Fra queste una pianta particolarmente grande, che stava fra quelle di mais e manioca che coltivavano i genitori di Alì. Ogni tanto il ragazzo andava in campagna, portava le banane per i nani e le metteva alla base di quella pianta. Il giorno dopo le banane sparivano. Un giorno Alì e i suoi genitori andarono in campagna e capitò una cosa magica e meravigliosa. Appena arrivati Alì andò direttamente vicino a quella pianta, come faceva sempre, e trovò dell’oro. Si mise quindi a urlare e chiamò i genitori: «Venite, venite!». 80


I genitori furono molto contenti: era un regalo dei nani. Alì poté così continuare a studiare fino all’Università, i suoi genitori costruirono una grande casa e comprarono delle automobili. Diventati ricchi aiutarono a studiare chi non aveva soldi. Alì e i suoi genitori ora stanno bene. Il villaggio ora si chiama Sikakokoo-Krom, che significa villaggio d’oro.

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Quel giorno di Amalia Porcu

Ci sono ricordi che non ti lasciano respirare, che non sbiadiscono mai, nemmeno col passare degli anni. Questo è uno di quelli. Ricordo tutto come se fosse accaduto ieri, la storia più drammatica accaduta alla mia famiglia. Era il 31 dicembre 1988. Mia zia, sorella minore di mia madre, si chiamava Mercede e aveva sei figli: Norma, Dalia, Luisa, Ezio, Franco e Assunta. Come tutti gli anni si riunivano per festeggiare insieme il Natale e il Capodanno. Luisa e suo marito Lello vivevano a Quartucciu: avevano comprato la casa da poco e volevano festeggiare lì con tutta la famiglia. Nel tardo pomeriggio erano così già tutti riuniti per preparare la cena. Ognuno aveva un compito, in modo che tutto fosse perfetto. Quel giorno, oltre agli adulti, c’erano anche tanti bambini, ma i principali protagonisti di quell’episodio furono Assunta e il suo compagno Luciano. Quest’ultimo si doveva occupare di accendere il fuoco e cuocere la carne. Poiché però pioveva e c’era tanto freddo, la legna era umida e non si riusciva ad accendere il fuoco. Luciano, probabilmente 82


mosso dalla fretta, senza pensarci tanto prese un bidoncino di benzina e la buttò sul fuoco. Da quel momento nella sala scoppiò l’inferno. Il bidoncino esplose addosso a Luciano e il fuoco lo avvolse completamente. Tutto bruciò, anzitutto i vestiti. La stanza, in pochi minuti, si riempì di fuoco e fumo. Mi hanno raccontato che un televisore esplose, che le persone urlavano e si dimenavano, i bambini piangevano in preda alla disperazione. Mi hanno raccontato una stanza piena di demoni, di finestre che non si aprivano, di porte che sono rimaste bloccate nonostante si tentasse di aprirle con la forza, di acqua che non scendeva dai rubinetti, di persone che prendevano a calci il muro con l’intento di sfondarlo. Mi hanno raccontato di urla strazianti in mezzo all’inferno, di tanto spavento e tanto terrore. Solo l’arrivo dei vigili del fuoco riuscì a domare le fiamme. Assunta e Luciano furono i più gravi. Vennero trasferiti d’urgenza a Messina, dove si trova il centro ustioni più grande d’Italia. Due bambini, uno di quattro anni e uno di sei, furono ricoverati in fin di vita poiché avevano inalato tanto fumo. Rimasero ricoverati per sei mesi, ma per fortuna ora sono due splendidi ragazzi, seppure hanno ancora addosso i segni delle ustioni. 83


Luciano, purtroppo, non è più con noi. Morì a Messina dopo cinque giorni dal ricovero: i danni erano stati troppo gravi. Assunta, invece, è sopravvissuta, ma anche lei si porta addosso tutti i segni e il dolore di quel tragico giorno. Ha subìto tantissimi interventi di chirurgia plastica, ma ce l’ha fatta. La prima volta che la vidi dopo l’incidente mi venne un groppo alla gola: era irriconoscibile. Il suo viso era completamente sfigurato, le mani deformate, i capelli rasati portavano i segni degli interventi. La abbracciai e pianse come non mai. Io e lei abbiamo la stessa età, e oltre ad essere cugine siamo cresciute insieme, perché le nostre case erano attaccate. Con lei ho frequentato le elementari e condiviso i giochi del vicinato. Abbiamo sempre avuto un rapporto speciale, un’amicizia che dura da sempre. Purtroppo, a causa dei vari impegni, non ci vediamo spesso, ma ogni volta il tempo si annulla. Assunta oggi ha due figli: il primogenito è il figlio di Luciano, che all’epoca dell’incidente aveva due anni e mezzo. Si chiama Ruggero e io sono la sua madrina.

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L’urlo del mio cuore di Isiaka Niaone

Siamo in Burkina Faso, in un villaggio sulle rive del fiume Nakambe, uno dei più grandi del paese.

Mi chiamo Rafiatou. Avevo sette anni, lo ricordo ancora come fosse oggi. Quella notte avevamo ascoltato attentamente, con molto interesse, il racconto della lepre e della iena di nostra nonna. Subito dopo mi sentii chiamare da una timida voce sussurrante «Rafiatou». C’era mammà. «Eccomi, maman», dissi. Lei osservò un breve silenzio prima di annunciarmi in modo indeciso: «Domani mattina andremo dai nonni materni. Tuo nonno desidera vederti». Salto di gioia perché sapevo che lì sarei stata trattata come una principessa. Inoltre, era una opportunità di trovare i miei cugini che non vedevo da molto tempo e, quando al ritorno, mio nonno mi avrebbe dato una gallina da allevare, come era abituato a fare. Ero molto contenta della notizia e la notte mi sembrava troppo lunga. Ma a quanto pare nessun segno di gioia, della mia gioia, era sulla faccia di mia madre. Ma perché dubitare di mia madre? L’essere più caro del mondo. 85


La mattina presto eravamo già pronti. I miei compagni mi invidiano così tanto che non riuscivo a smettere di sorridere. Prendemmo la strada e dopo quarantacinque minuti di cammino eravamo a un incrocio. Improvvisamente maman cambiò strada. «Questa non è la strada giusta, mammà», dissi. «Vieni, seguimi, questo è un percorso che ci accorcerà la strada», rispose lei. Era strano, ma perché dubitare di mia madre? L’essere più caro del mondo. Pochi minuti dopo arrivammo a una capanna nella boscaglia. Da lontano vidi due vecchie donne. Fui catturata dalle due anziane e maman mi abbandonò. Dentro la capanna c’erano pezzi di tessuto macchiati di sangue e una piccola brocca con foglie verdi che bollivano sul fuoco. Urlai. «Mammaaaà, Papaaaaa!» Ma nessuno venne a salvarmi. Non capivo niente, mi spogliarono, mi sdraiarono e mi praticarono l’infibulazione con strumenti di uso comune, la cui igiene era molto dubbia. Successivamente fui trasferita in un’altra capanna, dove c’erano altre ragazze, già vittime dello stesso trattamento. Pochi minuti dopo vidi mammà, che mi guardava con le lacrime agli occhi. Mi abbracciò dicendomi «è tutto finito, adesso sei una super ragazza. Fra tre giorni andremo a casa e continueremo la cura finché sarai completamente guarita. Sono fiera di te». 86


Tre settimane dopo ero completamente ristabilita. Una mattina, tempo dopo, mentre lavavo i piatti, sentii: «Rafiatou!». «Si mammà!». «Tuo nonno chiede di te. Domani ti porterò a casa sua». «Mammà di a lui di venire a prendermi con la sua bicicletta».

Questa storia, che ricordo bene, mi è stata raccontata dettagliatamente della vittima. Io sono il cugino di Rafiatou, e raccontare è un modo per me di denunciare questa pratica, che per me è un crimine.

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Illustrazione di Isiaka Niaone

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Il fantasma burlone di Raffaele Pisu

In gioventù, a fine anni ‘50, nelle piovose giornate del periodo invernale mi piaceva ascoltare le storie di mio nonno seduti davanti al fuoco. Storie che oggi sembrano assurde, ma che allora mi incantavano. Una di queste raccontava di persone timorose, e soprattutto di un uomo in particolare. Uno dei mestieri, particolarmente diffuso tra la fine dell’‘800 e le prime decadi del ‘900, era quella di su carretoneri, il carrettiere, cioè colui che conduceva il cavallo che trainava il carro da trasporto merci. A quei tempi avere un cavallo significava poter sfamare una famiglia, anche numerosa, e di poterlo fare in modo soddisfacente; dare la possibilità ai propri figli di studiare e l’occasione di salire nella scala sociale. Quello del carrettiere non era un lavoro facile: era anzi molto faticoso, e spesso si iniziava a lavorare all’alba, se non prima, per finire con le ossa rotte la sera tardi, al buio. I trasporti col carro erano poi di varia natura, e andavano dal trasporto di sabbia, mattoni e calce a quello dei “panetti”. Altre volte i trasporti erano scanditi dalle stagioni: fave e piselli in inverno, fieno e grano in primavera ed estate, mandorle e uva nel periodo 89


estivo. Sotto l’acqua, al vento e al freddo, coperti con i vecchi cappotti militari e berritta in testa, is carrettoneris giravano così di paese in paese prestando la propria opera, per pochi soldi o paghe in natura, ottenendo cioè parte del trasportato. Alcuni di loro non brillavano per coraggio. Uno di questi era particolarmente timoroso, soprattutto quando la sera, al buio, doveva passare forzatamente sulla strada che costeggiava il cimitero. Per farsi coraggio, già da alcune centinaia di metri prima, lanciava quindi al galoppo il proprio cavallo, cercando di superare il più velocemente il luogo temuto, col carro che sobbalzava come un birillo. Per aumentare la velocità usava la frusta, scuotendola ora a destra ora a sinistra, pensando così di allontanare gli spiriti dei morti. Una sera particolarmente ventosa, in cui pioveva a tratti, i rumori vicino al cimitero sembravano anime in pena. Scuotendo la frusta, e col carro lanciato a tutta velocità, sperava di passare indenne come sempre. Ma qualcosa non andò: a un tratto la sua frusta fu trattenuta e uno strattone violento gliela strappò di mano. In preda al terrore urlò al cavallo di correre il più rapidamente possibile, per non essere ghermito dalle forze del male. Arrivato a casa, ormai in stato confusionale, raccontò tremante quanto era

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successo alla moglie che, con bonaria pazienza e sorridendo dentro di sé, rincuorò il marito per lo scampato pericolo. Lei era contenta di quell’uomo grande e grosso, e mai lo avrebbe preso in giro; certo in cuor suo non capiva come potesse essere così timoroso. L’indomani, dovendo ripassare davanti al cimitero per adempiere ad impegni di lavoro, su carrettoneri dovette affrontare ancora la temuta prova. Da

lontano

vedeva

avvicinarsi

il

momento

fatidico

dell’attraversamento. I pini che sporgevano da dentro il cimitero, scossi al vento, sembravano braccia tese a ghermire chiunque passasse di lì. Con un coraggio che non conosceva affrontò l’incombenza, accorgendosi infine che la sua paura era cattiva consigliera: come un fantasma un ramo di pino intrecciò la sua frusta, strappandogliela di mano. Probabilmente così come aveva fatto la sera prima.

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Dina di Elmira Koulibaeva

Conoscevo una ragazza. Il suo nome era Dinara, ma tutti la chiamavano Dina. Abbiamo studiato nella stessa scuola superiore. Era una ragazza bella e intelligente: aveva lunghi capelli neri, grandi occhi marroni e graziose mani con dita affusolate. Sognava di diventare pediatra. Ci trovammo un giorno davanti al quadro dei risultati dell’esame finale, dove lei cercava il suo nome nella lista dei diplomati. «Oh! Ho preso eccellente!» esclamai con gioia. «Io non trovo il mio nome…» sospirò tristemente lei. «Lascia che ti aiuti» le dissi, e lei annuì. Trovammo il suo nome, anche lei aveva ottenuto il massimo dei voti. Eravamo felici e, davanti a due gelati eskimo, parlammo dei nostri piani e obiettivi per il futuro. La vita, però, ci stava preparando delle sorprese che non avremmo mai immaginato. Passarono dieci anni. Ormai lavoravo nel campo dell’economia, ero sposata e avevo tre bellissimi bambini. Ogni tanto pensavo a Dina, a cosa le fosse capitato, ma non riuscivo a trovarla. Una sera, mentre tornavo a casa, il cielo brillava di stelle e neve fresca. Passando accanto alla fermata dell’autobus vidi una sagoma familiare nell’ombra. Mi avvicinai a quella donna 92


seduta su una sedia a rotelle: mi sembrava di conoscerla ma non volevo disturbarla. «Elya, sei tu?» disse dolcemente. «Dina?» risposi, e l’abbracciai. Ero felice di averla ritrovata. Aveva le mani fredde: volevo che si riscaldasse, così la invitai a prendere una tazza di tè. Andammo al Cafè più vicino. Dina indossava un vecchio cappotto di lana, degli stivali ed una sciarpa consumata. Abbassò lo sguardo e si aggiustò il cappotto. «Vuoi tè nero o verde?» iniziai la conversazione per allontanare l’imbarazzo. «È lo stesso» rispose con un sorriso. Ordinai tè nero e due tortini al cioccolato. Aiutai Dina a spogliarsi e a sedersi comodamente. Non riuscii a chiederle perché fosse su una sedia a rotelle, quindi cercai di evitare l’argomento. Aveva una cicatrice intorno al collo, e la parte sinistra della sua faccia era paralizzata. Teneva lo sguardo basso, non riuscivo a capire cosa fosse successo alla ragazza bella e intelligente che avevo conosciuto. Dopo che ci portarono il tè, iniziai la conversazione. «Che lavoro fai?» le chiesi. «Vivo con la pensione di invalidità e do ripetizioni di chimica a casa. E tu?». «Lavoro nel campo dell’economia. E ho tre figli», risposi sorridendo.

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«Probabilmente vuoi sapere cosa mi è successo…» disse guardando in basso. «Se vuoi, puoi dirmelo» le dissi con dolcezza tenendola per mano. Dina, dopo aver bevuto un sorso di tè, iniziò la sua storia. «Dopo il diploma sono stata ammessa alla facoltà di medicina. Alla fine del primo anno sono andata da mia nonna per trascorrere le vacanze estive. Lì ho conosciuto e frequentato delle ragazze. Un giorno siamo andate in discoteca, era l’8 marzo, e in quella occasione ho conosciuto il fratello di una di loro. Il suo nome era Adil, era un ragazzo alto. Mi ha invitato a ballare e si è innamorato di me». «E vi siete sposati?» chiesi con interesse. «Sì, mi ha sposato, ma contro la mia volontà. Mi ha rubata. Una settimana dopo la fine delle vacanze, mentre uscivo dall’università, una vecchia macchina nera mi ha raggiunto. Alcuni ragazzi sono usciti fuori e mi hanno spinto con forza in macchina. Ho chiesto aiuto, ma tutti sapevano che faceva parte della nostra tradizione e nessuno mi ha aiutato». «E dopo cosa è successo?» ero sempre più curiosa. «Mi ha portato nel suo villaggio, lontano da quello di mia nonna circa trenta chilometri. Ho pianto e pregato di lasciarmi andare, ma le donne di casa mi hanno portato di peso in una stanza e hanno cercato di mettermi un fazzoletto bianco sulla testa. 94


Quando ho chiesto di informare i miei genitori dell’accaduto, Adil è venuto nella stanza e mi ha colpito. Allora non ho più parlato. C’è stata la cerimonia di matrimonio. Durante la prima notte di nozze mio marito mi ha violentato. Ho provato ad allontanarlo ma era più forte di me. Mentre lui dormiva, sono riuscita ad uscire dalla stanza e a trovare un telefono. Ho chiamato i miei genitori, che subito mi hanno chiesto se mi avesse rapito. Alla domanda se fossi ancora vergine, ho dovuto dire la verità. Allora i miei genitori mi hanno detto che se mi avessero portato via sarebbe stato disonorevole per la nostra famiglia. Perciò, prima di mettere giù il ricevitore, mi augurarono di essere felice. Ho pianto a lungo e sono rimasta sveglia tutta la notte. Mi facevano male il corpo e l’anima. «E sei rimasta con lui?» chiesi ancora. «Ho dovuto! Mi alzavo alle quattro del mattino per mungere la mucca, dare da mangiare al bestiame, preparare la colazione per tutta la famiglia. Ho vissuto tre anni così, con i suoi genitori, i due fratelli e le tre sorelle. L’unica amica era una delle sue sorelle, quella che cercava di proteggermi. Quando mio marito mi picchiava, a volte cercava di fermarlo. Ma lui era più forte. Dopo tre anni è nata la mia prima figlia e ci siamo trasferiti in città. Sono rimasta incinta una seconda volta ma in quel periodo 95


lui aveva un’amante. Una notte ritornò a casa ubriaco, era furioso perché gli chiedevo dove fosse stato. Quella volta mi picchiò, mi prese a calci così tanto che ho perso il bambino. Dopo un mese da quella notte, ho deciso di lasciarlo. Mentre era al lavoro, ho raccolto le mie cose, ho preso mia figlia e sono uscita di casa. Sono tornata dai miei genitori anche se loro all’inizio non mi volevano, ma non sapevo dove andare. Lui veniva ogni giorno a chiedermi perdono e mi chiedeva di tornare a casa. Anche la bambina piangeva e le mancava il padre. Dopo tre mesi ho deciso di dargli un’altra possibilità. Abbiamo ricominciato a vivere insieme. Sono rimasta incinta e ho dato alla luce la mia seconda figlia. Dopo alcuni anni, mio marito ha iniziato a giocare d’azzardo, giocava e beveva pesantemente. Mi incolpava perché non gli davo un figlio maschio. A causa del gioco d’azzardo ha perso tutti i nostri risparmi e quando ho deciso di lasciarlo di nuovo, mi ha picchiato. Nel frattempo i miei genitori erano morti». «Mi dispiace…» dissi. «Io avevo ormai deciso di lasciarlo. Ho raccolto le mie cose e ho lasciato la casa di nascosto insieme alle bambine. Mi stava aspettando in macchina. Quando mi sono diretta verso la strada per prendere un taxi, ho sentito il rumore dei freni. Ho spinto le bambine lontano da me. Sono caduta e non ho più potuto 96


camminare. Sono rimasta con lui. Non potevo più lavorare e non avevo più un posto dove andare. «E tua nonna?» chiesi. «Insieme alla casa dei miei genitori anche la sua casa era stata persa a causa dei suoi debiti di gioco. Eravamo in mezzo alla strada, non avevamo più nulla. Un giorno gli ho detto che doveva cercare un lavoro perché non avevamo più nulla da mangiare… Si è buttato addosso a me: mi ha preso dalla sedia a rotelle e mi ha gettato sul pavimento per la stanza. Le ragazze non riuscivano nemmeno a piangere. Ho sbattuto la testa nella finestra e dopo il lato sinistro della mia faccia ha smesso di funzionare. Ho trascorso tre settimane in ospedale». «E la polizia?» le chiesi. «Ho presentato denuncia alla polizia. È stato in carcere per tre mesi e quando è uscito mi ha trovato e mi ha picchiato perché lo avevo denunciato. Non ho più nulla. La mia figlia maggiore studia in un collegio, mentre la piccola è morta di malattia l’anno scorso, perché non avevamo i soldi per l’operazione». «Nessuno può proteggerti?» le dissi. «Se fossi un maschio sarebbe diverso, ma sono una donna e devo tacere», rispose Dina con un triste sorriso. Poi mangiò l’ultimo pezzo del tortino al cioccolato.

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Illustrazione di Alikova Begimai e Beksultan Tokochev

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Un amore a quattro zampe di Nuria Salmeron

Sono nata a Puerto de Santa Maria, un piccolo paese del sud della Spagna. Il primo ricordo che ho della mia esistenza è di me e dei miei fratellini in una scatola di cartone. Era tutto buio, faceva un freddo intenso e non riuscivo a dormire. Quasi senza accorgermene arrivò l’alba, sentivo dei rumori, il frastuono delle macchine, il vigore del vento e delle voci che non capivo. «!otra vez han dejado una caja de cacharros en la puerta de la tienda! No entiendo como la gente puede abandonarlos!» Ci portarono dentro il negozio e presto iniziai a riscaldarmi. Percepivo tanti suoni diversi: il cinguettìo degli uccelli, cani che abbaiavano, il miagolio dei gatti… un insieme di lamenti di animali. E, adesso, anche noi eravamo lì in vetrina. La gente ci passava vicino, ogni tanto qualcuno mi faceva le coccole, e… io ero sempre gentile con tutti, anche se non sono certo una cagnolina affettuosa. Alla fine mi lasciarono in quella scatola un’altra notte, un altro giorno. Una mattina, che presto realizzai sarebbe stata la più fortunata della mia vita, mi svegliarono dei sussurri vicinissimi: «Nuria, ese perrito parece muy simpatico, muy gracioso, me gusta». 99


Mi svegliai di soprassalto. Non ci potevo credere, anche i miei fratelli e sorelle erano ben svegli e io ero al settimo cielo! Devo fare qualcosa per attirare l’attenzione, ma… che cosa? I ragazzi parlavano del mio fratellino. Senza pensarci due volte, ero pronta a farmi notare: decisi di fare i miei bisognini davanti a loro e subito diedi un paio di colpetti a mio fratello. Con questa mossa guadagnai l’affetto di Lorenzo, che si mise a ridere: «Nuria, voglio questa cucciola!» Mi prese in braccio, le mie zampe sul suo petto, riuscivo a sentire il suo cuore calmo, ritmico e rassicurante, mentre il mio batteva all’impazzata. Lì ci siamo innamorati: da quel momento Lorenzo non mi ha lasciata più e io sono diventata la sua ombra. Ancora non riuscivo ad aprire bene gli occhi, ero piccina, ma presto capii dove trovare l’acqua, la mia cuccia calda, e in un baleno conoscevo ogni angolo della mia nuova casa. Percepivo la pace e l’amore della mia nuova famiglia. Le prime notti mi sentivo un tantino sola, ma c’era Lorenzo che subito, quando piangevo, con la sua bellissima mano che lasciava sporgere giù dal letto, riusciva a rassicurarmi e a farmi sentire protetta. Ogni giorno Lorenzo mi portava al pinar, la pineta, un luogo splendido circondato di alberi. Ogni tanto mi chiamava: «Inca, traeme la pigna»

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Io sapevo esattamente cosa fare. Era il mio gioco preferito e per di più si complimentavano sempre con me: riportavo sempre la pigna, ed ero velocissima. Potevo rimanere ore e ore a giocare, non mi stancavo mai! «Bravissima, brava Inca!». Sapevo di comportarmi bene ed ero molto orgogliosa di essere così brava. Tutti i cani erano miei amici, non ho mai litigato con nessuno: se c’era odore di guai, io me ne andavo a giocare da un’altra parte. Ricordo con immensa gioia le volte in cui mi portavano in campagna a giocare a baseball. C’erano tutti: Beltza, un dogo che sembrava un cavallo (per fortuna alla sua stazza non abbinava grande intelligenza… ma un cuore d’oro!); Carla, una carlina che faceva fatica a respirare, pensava solo a mangiare e non le piaceva correre, e poi Co, un cocker, matto come pochi, un po' cattivello. E poi tanti altri amici. Ero l’unica a capire le regole del gioco: mi chiamavano per nome e io rimanevo immobile attendendo il mio turno. Iknaky, il padrone di Beltza, mi voleva a tutti i costi nella sua squadra. Quando tornavo con la palla, tutti saltavano per l’allegria: avevo conquistato un altro punto! Mi divertivo: Nuria e Lorenzo mi insegnavano un sacco di cose e, modestia a parte, io imparavo in fretta!

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Quasi tutte le mattine, dopo bellissime passeggiate, io rimanevo un po' da sola; Nuria scendeva nel negozio di fioricoltura, un posto che conoscevo bene, e quando tornava le sue mani profumavano di lentischio. Lorenzo invece puzzava di cemento. Io avevo la certezza che a una certa ora sarebbero tornati e aspettavo impaziente, pronta con la corda in bocca. Le prime attenzioni erano sempre per me. Le sere invece rimanevo con Lorenzo, a suoi piedi, ascoltando la musica che lui stesso produceva: era fantastico! Così trascorrevano i giorni, le settimane, gli anni: mangiando, giocando, dormendo, correndo, senza paura e colma di felicità. Ci trasferimmo in un’altra casa più grande, più bella, nuovi posti, nuovi amici, ma stessa famiglia e stesse abitudini. Continuavano a portarmi ovunque. L’escursione che mi piacque più di tutte fu quella a Bosque, dove percorsi un sentiero fino ai piedi della Serra de Grazalema, attraversata dal gelido fiume Majaceite. Era un luogo affollatissimo, tanti cani, e io uno dei pochi senza guinzaglio: sapevo comportarmi bene, io! Mi spingevo in avanti, per far strada ai miei padroni, e quando non li vedevo mi fermavo ad aspettarli. Quanto odio per il guinzaglio! I miei ricordi poi si confondono.

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Arrivò il trasferimento a Cagliari, ma io dormii tutto il tempo. Mi misero in aereo, credo in una gabbia, ma quel ricordo è svanito dalla mia mente. Sardegna, che bel profumo di macchia mediterranea! Quanto verde, che splendido clima, buon cibo… non mi mancava niente, anzi… Le spiagge che mi piacevano di più di tutto e soprattutto ero con la mia famiglia. Poi arrivò lui. Era una calda giornata di giugno e io aspettavo i miei padroni, quando li vidi arrivare con un cuccioletto in braccio. Era puzzolente, maleducato, un po' aggressivo; appena si accorse che c’ero anche io corse verso di me pronto a difendersi: secondo lui ero un pericolo. Ma non aveva capito proprio niente! Ci è voluta una buona dose di pazienza e tempo per fargli capire che anche lui ora era al sicuro. Dal posto dove mi trovo ora, posso dire che non c’è cosa che mi faccia più felice di sapere che ha trovato un posto felice. Appena arrivato, anche lui partecipò alla mia solita passeggiata. Una volta arrivati al parco, Nuria gli tolse il guinzaglio e lui subito attaccò un cane più grande con i suoi canini da cucciolo di tre mesi… Riuscì a bucare il muso del mio amico. Lo odiavo! E dire che aveva paura anche della sua ombra! Speravo se ne andasse, ma all’ora di cena lui era ancora lì e ringhiava a chiunque si avvicinasse. Io ero abituata a mangiare 103


rilassata, assaporando ogni boccone e godendomi il cibo. Quel cane invece finì di mangiare in un attimo e si mise dietro di me, che ero solo a metà ciotola… Io feci finta di nulla. Quando finii, lui leccò la mia. Ancora, la mattina dopo, io aprii gli occhi, sperando di non vederlo e che fosse stato solo un brutto sogno…ma niente, lui era ancora lì. Presto mi resi conto che anche lui aveva un nome: si chiamava Thiago. Fuori casa non lo lasciavano mai libero. Il suo gioco preferito era puntarmi da dietro, e quando partivo per prendere la pallina, mordermi la coda. Passavano i giorni, e man mano che passava il tempo mi abituavo alla sua presenza e iniziavo a volergli bene. Non sapeva fare nulla da solo, ce l’avevo sempre dietro, e faceva tutto quello che facevo io. Ha imparato tantissime cose da me, e ora sono molto orgogliosa di lui.

Adesso scrivo da un posto meraviglioso e ringrazio la scuola e tutti quelli che hanno contribuito a questa iniziativa che mi ha permesso di lasciare il mio piccolo racconto, testimonianza di tutti quelli come me hanno avuto la fortuna di trovare una bella famiglia che ci ha accolto senza esitare e ci ha offerto una vita piena e indimenticabile. 104


Un furto selargino di Stefania Loddo e Paola Putzu

Questa è una storia di guerra, di fame e di sangue, nonché una storia vera. Correva l’anno 1943, la guerra era in pieno svolgimento e nel piccolo paesino di Selargius la gente ne soffriva le preoccupazioni e i mali. Lì l’alba del 5 novembre segnò in modo indelebile la vita di una famiglia, e in particolar modo quella di un bambino di tre anni. Fuori era ancora buio, il silenzio nelle strade pareva assordante, l’assenza di rumori naturali faceva presagire che qualcosa stava per accadere. Nella grande casa campidanese della famiglia Putzu, in via Istria, dormivano quasi tutti: due sorelle, quattro fratelli e il padre. Solo la madre si trovava già sveglia, dovendosi alzare alle prime luci per preparare il pane. D’improvviso, fra le ombre della notte, qualcosa si mosse e un rumore riecheggiò nel cortile. Un rumore che attirò l’attenzione della signora Putzu. Pensando che potesse trattarsi di qualche gatto in amore lei però non si premurò di andare a controllare. D’un tratto il figlio più piccolo, Luigi, venne svegliato da un’improvvisa urgenza e chiese alla mamma di essere portato in 105


bagno. La signora Putzu, preso in braccio il bimbo, si diresse verso la toilette, all’epoca situata oltre la lolla. Fu in quel momento che ancora avvolta dal torpore del sonno si rese conto che c’era qualcun altro in casa… Qualcuno che non avrebbe certamente dovuto trovarsi lì. Lo percepì inizialmente da una sensazione, come un brivido, un sollevarsi dei capelli sulla nuca, da un cattivo odore che le era estraneo. Non le lasciarono neppure il tempo di assimilare questa sensazione: subito le si pararono davanti due uomini sconosciuti, che si guardarono per la frazione di un minuto. La sorpresa si leggeva nei loro occhi: non si aspettavano di essere colti di sorpresa nell’atto di rubare dei sacchi di grano. Poi il panico. Uno dei due, spaventato, estrasse una pistola carica e fece fuoco, facendo partire due colpi, forse sparati a caso, ma che raggiunsero in pieno i bersagli, ferendo a una gamba la signora Putzu. Le lesioni riportate dal piccolo Luigi furono invece ben più devastanti. Il bambino, che al momento dello sparo si trovava in braccio alla mamma, con la testa posata sulla sua spalla, venne raggiunto proprio all’altezza di un orecchio. Il proiettile fuoriuscì dall’occhio. Dopo la corsa all’ospedale e le dovute cure mediche iniziò quindi la ricerca dei responsabili. 106


Questi avevano rubato i sacchi di grano conservati nella casa, che essendo bucati avevano però lasciato la scia sulla strada. Fu quindi possibile risalire ai colpevoli, che però in sede di giudizio non furono condannati a causa del periodo di guerra in cui accaddero i fatti. La storia rimase così un segreto di famiglia, nonostante il piccolo Luigi avesse perso un occhio e l’udito. Questa menomazione lo accompagnò per tutta la vita.

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Un nazionalista di Jeanfils Boysalel

Um Nyobe è il padre dell’indipendenza del Camerun dalla Francia.

Um Nyobe nacque nel 1913, a 80 miglia dalla capitale del Camerun. Il nome di suo padre era Nyobe Nsounga, e sua madre era Ngo Um Nonos. Nel 1920 entrò nella scuola cattolica del suo villaggio. Nel 1924 lo lasciò dopo aver ottenuto il certificato di studi primario. Per integrare il suo diploma entrò quindi nella scuola normale, cioè universitaria. Fu però mandato via da lì perché era deciso a fare il sindacalista. Nel 1929 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza e scoprì le ingiustizie alle quali erano sottoposti i camerunesi attraverso il sistema dell’indigenato. La legge infatti distingueva i nativi camerunensi, considerati come oggetti, e i francesi, considerati veri e propri cittadini. Ne restò scioccato, perché sapeva che i camerunesi avevano partecipato alla guerra per la liberazione della Francia di De Gaulle contro la Germania di Adolf Hitler. Fu quindi inviato alle Nazioni Unite per difendere il Camerun e chiedere l’indipendenza. Organizzò così una rivoluzione per

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liberare il Camerun, e per questo fu arrestato dai francesi e condannato all’impiccagione. Il 1 gennaio 1960, grazie a lui, il Camerum si liberò dalla Francia.

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Un altro giorno di Begimai Alikova

Inverno. È mattina. Il suono della sveglia mi chiama, non c’è nessuno nell’appartamento. Il sole non si è ancora svegliato. Fuori si sente ancora la notte. Sono le sette. La radio annuncia un nuovo giorno di neve e trasmette un buon oroscopo. Ci sono cose sparse intorno a me e sopra l’armadio libri dimenticati da mani distratte. La scrivania è piena di carte e libri di scuola. Il mio letto è bianco con cornici colorate, si trova di fronte all’armadio. Sul letto il corpo inerme di una bambina di dodici anni: il mio, sotto una vecchia coperta. Mi strofino i capelli e guardo pensierosa il soffitto: “Oggi compito di letteratura e ginnastica, devo prendere la tuta sportiva!”, dico tranquillamente a me stessa. Pigramente seduta sul letto, inizio a cercare le mie cose in un mucchio di abiti che giace sul pavimento. Dopo essermi vestita, vado in cucina. Apro il frigorifero, vedo sempre l’immagine del vuoto. Nessuno mi sente, non sente la mia fame e la mia solitudine. Prendo lo zaino e una borsa con la tuta, mi metto un cappello e esco di casa. Sulla strada mi accorgo di aver dimenticato la sciarpa. “Mia madre non avrebbe mai permesso che ciò accadesse”, penso quando arrivo alla fermata. 110


Salgo sull’autobus per andare a scuola. È vuoto. Vado fino in fondo e mi siedo vicino al finestrino, tenendo ben stretto il mio zaino e la borsa con la tuta sportiva. All’improvviso un colpo secco, un pensiero: “Ho dormito troppo!”. Apro gli occhi e vedo davanti a me una folla di persone strette nelle loro giacche scure. Guardo fuori dal finestrino e capisco che ci sono ancora quattro fermate, allora mi calmo e inizio ad avvicinarmi lentamente all’uscita. Prendo il mio zaino e con la mano sinistra l’altra borsa, faccio il primo passo tra la folla grigia. «Lasciatemi passare, per favore! Permesso!», chiedo disperatamente alla gente, ma nessuno sembra sentirmi. Provo ad avanzare, ma riesco solo a fare quattro passi avanti. Gli adulti non si accorgono di una bambina. Passa altro tempo, cerco invano di andare avanti e mi rendo conto che potrei saltare la fermata, ho paura. Allungo le braccia in avanti per spingere le persone e senza rendermene conto, metto la mia mano dentro la tasca di un uomo, che subito mi afferra il braccio tanto da farmi male e mi tira verso di lui. Indossa un cappotto marrone e una sciarpa grigia. «Volevi rubare, eh? Abbiamo un ladro qui!», esclama con rabbia. L’intero autobus mi guarda, tutti pensano io sia un ragazzo perché i miei capelli sono nascosti dal cappello. L’uomo continua a tenermi la mano e minaccia di picchiarmi e di 111


portarmi alla polizia se non ritrova subito il suo portafoglio. Intorno tutti convulsamente cominciano a controllare le loro tasche. Alla mia destra una vecchia con un bastone comincia a gridare che sono un senzatetto e mi picchia sulla gamba. L’uomo, intanto, trova il portafoglio nella tasca, ma non mi lascia la mano. «Ferma l’autobus! Scaccia il ladro!» grida la gente. L’uomo mi spinge verso l’uscita insieme ad altri passeggeri che sono accanto a lui. Le porte si aprono e mi buttano fuori. Non ho neanche il tempo di scendere con i miei piedi e cado sulla neve. Subito mi rialzo e corro verso l’autobus, ma le porte si richiudono subito. «La mia tuta sportiva! Oggi ho lezione di ginnastica. Ridatemi la mia borsa!» urlo ma vedo l’autobus andare via. Non posso piangere ora, mi hanno fatto scendere lontano da scuola. Ho ancora due fermate davanti a me. So che arriverò in ritardo e che avrò una valutazione negativa per mancanza dell’attrezzatura. Silenziosamente mi dirigo verso la scuola. A lezione resto in silenzio. Durante la pausa come al solito guardo quelli che vanno verso la mensa: non ho i soldi per comprare del cibo! Gli ultimi soldi sono rimasti sull’autobus. L’ora di ginnastica è l’ultima lezione del giorno. Sono seduta nello spogliatoio per punizione, mentre i miei compagni giocano. 112


Nello spogliatoio mi ritorna in mente la scena dell’autobus e solo lì inizio a capire ciò che crudelmente le persone mi hanno fatto. Come se fossi stata colpita da un fulmine, realizzo tutte le ingiustizie. Le lacrime sgorgano dal risentimento. Avrei voluto essere protetta e invece sono seduta nell’angolo dello spogliatoio e piango. Sola. Dopo essere tornata a casa, vado nella mia stanza. Come al solito non c’è nessuno. «Mamma sono affamata, puoi farmi qualcosa di gustoso?» chiedo alla foto appesa sopra il mio letto. Ci parlo spesso. Mi spoglio, bacio mia madre nella foto, poi vado in cucina a cercare del cibo. “Il frigorifero è vuoto, cosa posso fare?” penso. Guardo nel congelatore e per miracolo c’è una coscia di pollo congelata. La prendo, la metto sul tavolo e inizio a pensare a come poterla cucinare. Dando uno sguardo veloce in cucina, mi accorgo che non c’è nient’altro che sale. Dentro una pentola piena d’acqua e generosamente salata, metto il pollo. Non mi sposto dalla pentola finché l’acqua non comincia a bollire. Non appena compaiono le bolle, corro felice a preparare la mia tavola. Metto un piatto, la forchetta e il coltello. Cerco il pane. Non c’è. La tavola è pronta. Nel frigo c’è del ketchup scaduto ma non ci faccio caso.

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Accendo la TV nella speranza di trovare un film o un cartone animato, ma i canali sono bloccati per il mancato pagamento. Non so di preciso per quanto tempo deve cuocere il pollo. Spengo il fuoco, scolo l’acqua e metto il pollo sul piatto. Tagliandone un pezzo, vedo il sangue, il pollo non è ancora pronto. Ma non mi importa, ho fame! Mangio quella carne col sangue versandoci sopra del ketchup. Finalmente sono felice, perché da tanto tempo non mangio carne. Dopo aver mangiato, vado a fare i compiti. Adoro ascoltare la musica alla radio e odio le lunghe ore nel corridoio, che suonano rumorosamente urlando la mia solitudine. Dopo aver preparato i compiti per il giorno seguente, seduta sul letto inizio a raccontare a mia madre cosa era successo quella mattina, scusandomi per aver perso la tuta da ginnastica. Le dico come ho cucinato il pollo. Parlo e piango, perché mi manca mia madre. Dopo non so quanto tempo mi addormento, ma di notte mi sveglio, non sto bene. Il ketchup scaduto! Non dormo quella notte, sto molto male. Con una mano tocco la foto di mia madre che allevia le mie pene. Così passa un altro giorno.

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Illustrazione di Alikova Begimai e Beksultan Tokochev

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Le scimmie sacre di Soko di Abdoulaye Dene

In Costa d’Avorio, la notte, i bambini e le bambine, prima di andare a letto, ascoltano le storie che raccontano i vecchi e le vecchie del villaggio mettendo la sedia fuori dalla porta di casa. Le raccontano perché da grandi i bambini le possano raccontare e tramandare. Questa è una delle storie che io ho ascoltato tanti anni fa.

Nel villaggio di Soko, nella regione di Zanzan, situata al nordest della Costa d’Avorio, vivevano in perfetta armonia abitanti e scimmie sacre. Tutto iniziò alla fine del diciannovesimo secolo, quando il re Samory fu sconfitto, e mandato via dalla Guinea venne in Costa d’Avorio per procurarsi un altro regno. Qui combatté contro gli abitanti di Soko, che avevano un esercito debole. Per questo era convinto di vincere facilmente. Allora una vecchia donna, che era il più forte stregone del villaggio, per evitare il massacro degli abitanti li trasformò in scimmie. Samory così non trovò nessuno contro cui combattere, né qualcuno da fare prigioniero e costringere a combattere per lui nella riconquista del regno di Guinea. 116


La vecchia donna, però, morì all’improvviso, senza aver avuto il tempo di cambiare l’aspetto degli abitanti, che così rimasero scimmie. Le generazioni successive, per non confondere gli abitanti trasformati e le scimmie vere, decisero che tutte le scimmie del villaggio dovevano essere trattate con delicatezza e non dovevano essere cacciate né mangiate.

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Un aiuto inaspettato di Maria Giovanna Orrù

Da qualche tempo mamma Concetta faceva delle visite mediche, a causa del suo mal di stomaco continuo e fastidioso. Finalmente la diagnosi: restringimento del piloro. Problema non preoccupante, che può essere curata intervenendo con un piccolo palloncino all’interno dello stomaco e gonfiandolo pian piano per non causare lacerazioni. Nei mesi seguenti la mamma riuscì, anche se con qualche difficoltà, a fare questi piccoli interventi. Tutto sembrava andare per il meglio. Una mattina di agosto mi telefonò per chiedermi se potevo accompagnarla in ospedale. Le risposi subiti di sì, e ci accordammo per vederci alle 11. Nel pomeriggio mi chiamò, dicendomi che aveva terminato e che potevo andare a riprenderla. Il tempo di salire in auto e dopo quindici minuti ero già davanti a lei. Mi bastò il suo sguardo per capire che qualcosa non era andato per il verso giusto. Le chiesi subito «mamma, come stai?». Lei rispose con un filo di voce «questa volta mi ha fatto male...». Le chiesi quale medico l’avesse seguita, volevo chiedergli perché tanto dolore. «No, non andare, mi passerà. Non preoccuparti». 118


Tornammo a casa, si mise subito a letto e io preoccupata tornai a casa mia. La sera andai a lavorare, lasciai mio figlio Fausto con la baby sitter e alle 17 iniziai come al solito il mio turno. Alle 19 chiamai la mamma. Mi rispose mia sorella, Serenella, e mi disse che la mamma stava molto male e che stava arrivando l’ambulanza. Preoccupatissima lasciai il lavoro. Arrivai in pochi minuti e subito dopo arrivò anche l’ambulanza, che la portò all’ospedale a sirene spiegate. Fu un’ora interminabile in sala d’attesa. Io e le mie sorelle, Paola, Rosanna e Serenella, restammo in silenzio per tutto il tempo. Finalmente un medico venne verso di noi, e dall’espressione del suo viso capimmo che non aveva buone notizie. «La signora Picciau è in coma, si trova in sala rianimazione», ci disse. In quel momento non sentii più le gambe, il mio cuore iniziò a battere forte come se volesse uscire dal petto. «Cosa è successo? Cosa le avete fatto?», chiesi. Iniziarono i quaranta giorni più duri e misteriosi della mia vita. In una giornata di fine agosto entrai in rianimazione: misi il camice, le scarpette e la cuffia verde, e fui accompagnata dall’infermiera nella stanza dov’era ricoverata mia madre. Il suono dei dispositivi medici, l’odore e il freddo di quella stanza 119


mi fecero venire la pelle d’oca. La vidi con tutti quei fili, attaccata al respiratore. Mi avvicinai, le strinsi la mano e piansi per tutto il tempo. Fuori dal reparto mi aspettava il resto della famiglia: i miei fratelli e le mie sorelle, che non ebbero il coraggio di entrare. Appena mi videro mi chiesero di lei, ma non c’era molto da dire: la mamma era addormentata e le sue condizioni erano critiche. Nei giorni seguenti i medici ci convocarono e ci spiegarono che il malore era stato causato dalla lacerazione del duodeno, che aveva causato una setticemia. In quel momento restammo tutti zitti, nessuno disse una parola. Solo nei giorni seguenti iniziammo a realizzare con più lucidità che la condizione di mia madre era stata causata dall’incompetenza di un medico. Al dolore si unì così la rabbia: volevamo giustizia. Giorno dopo giorno le condizioni peggiorarono: arresti cardiaci, polmonari e febbre altissima. Io, sempre sola in quella stanza, le tenevo la mano. Un giorno, sulla testiera del letto, vidi tante immaginette sacre. Le guardai e mi venne da pensare: «Dio, dove sei? Perché non fai qualcosa? Perché la fai soffrire così?». I giorni diventarono sempre più lunghi, sempre più difficili, e io cercavo di essere la mamma, la moglie, la figlia di sempre... Ma le energie diminuivano. Quella sofferenza mi stava distruggendo. 120


La situazione clinica non cambiava, i medici non erano ottimisti. E io, non ricordo come, all’improvviso iniziai a essere perseguitata da segnali mistici che riguardavano il nostro Santo Padre Pio. Ricordo che nel luogo di lavoro tante volte trovavo santini o rosari del Santo. Molte persone mi chiedevano come stesse la mamma, per poi aggiungere: «Pregate Padre Pio». Altre mi diedero pergamene con la sua preghiera. Un altro segno arrivò con un grande poster della sua immagine che ritrovai più volte a fissarmi, mentre lavoravo nel reparto libreria. Non mi ritengo una fanatica dei segni e delle coincidenze, anzi tutt’altro. Semplicemente vedo la realità, e quei segni mi stavano mostrando la sua presenza. Una mattina, ad esempio, un giovane suonò il campanello di casa e mi disse: «Signora, sono uno studente, per pagarmi gli studi vendo libri sulla storia di Padre Pio». Restai per alcuni secondi immobile. Lo invitai a salire, gli chiesi quanto costasse il libro e lo comprai. Lui ringraziò e mi salutò. Subito dopo, per curiosità, mi affaccia dal balcone per guardarlo meglio, ma era sparito nel nulla. Mi piacere credere che fosse un angelo destinato alla nostra famiglia. Dopo quel giorno iniziai a pregare e a invocare Padre Pio; pregavo fino a stare male, con tutta l’anima, affinché facesse risvegliare dal coma la mamma. 121


Finalmente, si svegliò. Fu come se tutto quel tempo per lei non fosse esistito, come se si fosse risvegliata dopo un lungo sonno. Tutti eravamo stupiti e increduli. I medici non avevano spiegazioni scientifiche, ma a noi comunque non interessavano. Quella mattina, in pochi minuti, dimenticammo la rabbia e il dolore vissuti in quei tristi quaranta giorni. E oggi, a distanza di anni, il ricordo di quella esperienza è ancora vivo e doloroso in me. Io, quindi, non posso che chiamare in causa il responsabile di questo miracolo: Padre Pio.

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Un ricordo doloroso di Maria Gabriella Buondonno

Quando si dice “trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Ed è proprio così, a me è successo. Sicuramente tante volte, ma è uno l’episodio che mi ha sconvolto davvero, al punto che, ancor oggi, quando cammino sui marciapiedi che costeggiano le auto parcheggiate, avverto una sensazione di malessere. Grazie a questa iniziativa di poter scrivere una storia, però, sono certa che il peso di quella vicenda che porto nel bagaglio della mia vita diverrà più leggero. Un giorno, nel novembre dell’anno 1973, quando avevo tredici anni, sferruzzavo vicino al caminetto insieme a mia madre. D’un tratto mi accorsi che, per iniziare i polsini del maglione che stavo confezionando, avevo bisogno dei ferri da maglia, che però erano impegnati da mia madre per il suo lavoro. Decisi di andarne a comprare un altro paio. Chiesi il permesso a mia madre che, nonostante l’orario, circa le 17, e nonostante il buio, vedendo il mio impegno per quel grazioso maglione mi diede il suo consenso. Mi disse solo di far presto, visto che il negozio non era tanto distante da casa. Mi imbacuccai per bene e mi avviai verso la merceria. Qui, dopo una lunga attesa, il 123


commesso mi disse che i ferri da maglia che mi occorrevano non erano disponibili. Uscii allora dal negozio, e mi misi a correre verso un’altra merceria che si trovava verso il centro della città. Passai sul marciapiede rasente le macchine parcheggiate e mentre correvo venni colpita in pieno da uno sportello aperto di scatto. Con grande spavento continuai a correre senza voltarmi, raggiunsi la merceria e, mentre cercavo di aprire la porta, una mano mi afferrò il braccio. Qualcuno mi urlò contro, chiedendomi cosa ci facessi nella macchina di suo padre. Mi voltai e vidi una ragazza e un ragazzo, ma non capivo cosa stesse succedendo. In quel momento non potevo sapere che stavano pedinando il padre e che, vedendo lo sportello della macchina aprirsi e contemporaneamente me che correvo, si erano convinti che io fossi scesa proprio dalla sua auto. Il ragazzo cercava di colpirmi con una mano: «Vergognati, quell’uomo ha una moglie e undici figli!». Cominciai a piangere, cercando di spiegare che non sapevo nulla di quello che dicevano. Incominciai a tremare e ad avere paura. Riuscii ad entrare nel negozio, dove implorai la negoziante di aiutarmi cercando di raccontare il tutto tra singhiozzi e disperazione. Ero sotto shock.

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La proprietaria della merceria mi disse di seguirla, poi mi fece attraversare un corridoio all’interno del negozio che portava direttamente ad un cortile dove si trovava la sua auto. Mi fece sedere chiudendo lo sportello con delicatezza, poi aprì il cancello, si sedette al posto di guida e senza dire una parola fece retromarcia e portò fuori l’auto. Quei due stavano ancora lì e continuavano ad inveire contro di me. La signora aprì il finestrino e cercò, senza risultato, di farli allontanare; allora accelerò e a quel punto loro si spostarono liberando la strada. Poco dopo mi chiese dove abitassi e io, con voce tremante, le indicai il percorso. Arrivate a casa la ringraziai tantissimo e con le lacrime agli occhi le dissi che io con quella terribile storia non c’entravo nulla. Ancora oggi mi chiedo se mi avesse creduto, anche perché in quella merceria per tantissimi anni non entrai più. Mi vergognavo senza aver fatto niente. Suonai il campanello. Mia madre aprì la porta e mentre salivo le scale incominciai a raccontare il tutto tra lacrime e singhiozzi. Dicevo a mia madre che per me sarebbe stato giusto informare i carabinieri dell’accaduto ma lei mi disse che non era necessario e che ora ero al sicuro. Certo, sì, al sicuro, lontano da quei due balordi, ma non ero al sicuro dai brutti pensieri. Rimasi delusa dal fatto che mia madre non avesse avuto nessuna reazione, né ne parlò con mio padre. 125


Soltanto oggi riesco a capirne davvero il perché: cinque mesi prima in famiglia c’era stato un lutto. Mia sorella Anna, dopo essere uscita da casa, aveva avuto un incidente stradale ed era morta dopo un giorno di coma. Sicuramente, per mia madre, la cosa più importante era che io fossi rientrata a casa. Trascorsero ben tre anni. Una sera, mentre passeggiavo nella piazza insieme ad un’amica, incontrai la ragazza che mia aveva aggredita. Mi bloccai, e la riconobbi non solo per quel famoso giorno, ma anche perché avevamo frequentato la stessa scuola e addirittura la stessa classe in prima media. A quel punto pensai di affrontarla e cercai di raggiungerla, ma lei corse via riuscendo a dileguarsi tra le persone che stavano nella piazza. A quel punto capii che sicuramente si erano convinti che io non c’entravo niente, e ancora oggi mi chiedo se mai riuscirò a prendermi una rivincita. Più scrivo e più mi piacerebbe cercarla e visto che ricordo il suo nome e cognome. Vorrei finalmente poterla guardare negli occhi senza provare paura, dirle quanto male si fa quando si accusa una persona, soprattutto una bambina innocente, che voleva solo comprare i ferri da maglia per terminare il suo lavoro. Nonostante siano passati ben quarantacinque anni, ancora oggi mi crea dolore non aver avuto la possibilità di potermi difendere da una vera e propria calunnia. 126


Nandino di Raffaele Pisu

Scorrere il web alla ricerca di notizie che possano stimolare l’interesse a volte vacuo porta a scoprire cose e persone che il tempo ha sistemato nei meandri della mente. È stato così che, un giorno, ho trovato una foto che mi ha riportato indietro nel tempo. A quando, giovanissimo, iniziai a lavorare a Cagliari. Per un ragazzo che arriva da un paese, anche se della periferia del capoluogo sardo, vedere Cagliari per la prima volta era una scoperta incredibile. Palazzi altissimi, strade immense, piazze gigantesche, statue a controllare l’ingresso del porto, pieno di barche e navi che solo nei libri aveva visto. Tutto sembrava più grande di qualsiasi cosa conosciuta. Senza parlare dei treni, con il loro caratteristico odore acre di carbone che brucia le narici. E tante, tantissime persone. In mezzo a queste nuove meraviglie iniziai a lavorare da Castangia 1850, noto negozio di abbigliamento. Educato al rispetto delle persone più anziane io, che avevo 15 anni, ebbi qualche difficoltà a dare del “tu” ai colleghi di poco più grandi. A Cagliari scoprii un nuovo mondo, nuovi personaggi, a volte seri e a volte strani. Tra quelli strani me n’è rimasto in mente uno, quello della foto trovata sul web. Nandino, questo era il suo 127


nome, o almeno con questo era conosciuto per le strade della città. Nandino passava spesso la mattina, verso mezzogiorno. Era un omino piccolo, sempre elegante nel suo abito grigio-celeste, con la camicia bianca senza cravatta, i pantaloni che lasciavano intravedere le calze o la caviglia nuda. E le scarpe, nere, erano sempre impeccabilmente pulite. Il personaggio, immancabilmente, si fermava in quasi tutte le vetrine del Largo Carlo Felice. E dico quasi, perché non tutti rispettavano la sua indole giocosa e strana. Quindi si fermava davanti alla nostra perché sapeva che poi avrebbe avuto ciò che cercava. Iniziava il suo show: dapprima si guardava bene l’abito, se i polsini della camicia erano tirati giù, il bordo inferiore della giacca ben teso e il colletto della camicia in alto. Dopo una breve spolverata alla giacca, data con la mano destra rovesciata, in modo da usare il dorso della stessa come spazzola e aver mostrato la sinistra che teneva la scatola di latta, attendeva che i commessi, non senza un sorriso, gli regalassero il proprio obolo. La scatola poteva contenere caramelle, spille da balia, pezzi di cioccolato, francobolli e, in ultimo, le sigarette. Solitamente, quando ti si avvicinava, diceva: «Donamì una sigarettedda». 128


Spesso, però, la sigaretta gli veniva concessa soltanto dopo aver cantato la canzone che tutti volevano sentire, e per il quale è rimasto famoso nella mente dei tanti che incontrava. «Con il parapà, con il parapè, io riparo te, tu ripari me, biddio!». E proprio questa frase mi è venuta in mente mentre osservavo la foto sul computer, una foto che è riuscita a scatenare una selva di ricordi giovanili molto piacevoli. Come quello delle prime volte in cui andai a Cagliari, con mio padre che, in bicicletta, mi accompagnava a quel mio primo, stupendo, lavoro. E il ricordo di quando conobbi Nandino, un umile omino che è rimasto una piacevole traccia dei tipi strani che a quei tempi gironzolavano per Cagliari.

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Una strada di Jeanfils Boysalel

Nel mio villaggio una compagnia italiana aveva firmato un contratto per realizzare la strada principale, ma aveva avuto molte difficoltà. Questo perché gli abitanti del mio villaggio avevano paura per i loro alberi e le loro piante, perché le loro colture erano molto importanti per la loro vita e la compagnia doveva invece distruggere mais, patate, pomodori, legname e alberi di limone, mango, cocco, cedro e prugna. Quando i cittadini avevano capito questo erano stati molto male e avevano protestato davanti all’autorità. Il loro capo aveva però spiegato loro che quella strada era molto importante per lo sviluppo del villaggio. Oggi, grazie a questa via, il mio villaggio si è potuto sviluppare tantissimo. Questa strada si chiama Nazionale e collega la capitale all’ovest del Camerun.

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La storia di mio nonno di Fabulous Edward

Ho 26 anni, vengo dalla Nigeria e sono in Italia da quasi tre anni. Vorrei raccontare una piccola storia su di me e la mia famiglia. Sono nato in nord Nigeria, in una città che si chiama Benin City, in Edo State. Ho un fratello che si chiama Charles e mio padre si chiama Edward. Abitavamo insieme in città, dove mio padre lavorava e noi studiavamo. Durante una vacanza io e i miei cugini siamo andati a visitare i nostri nonni, che abitavano in un paese a 50 km di distanza. Quando siamo arrivati eravamo contentissimi, perché sapevamo che sarebbe stato interessante. A noi piaceva la zuppa che preparava nostra nonna, il viaggio in campagna con mio nonno e soprattutto le sue storie, che ci raccontava personalmente. A me piace imparare sempre nuove cose, e per questo sono stato curioso di capire come si prepara questo piatto, che si mangia con farina o semola, i cui ingredienti sono olio di palma, carne, melone, sale, peperone e pesce. Mio nonno invece conservava in campagna l’igname, che così durava a lungo. Per aiutarlo a conservarlo creavamo una piccola casa. Poi marchiavamo l’igname con il bastone e l’aiuto di due corde e la 131


coprivamo con le foglie di palma, in modo che la pioggia e il sole non rovinassero gli ignami. Durante la sera noi sedevamo sotto l’albero in cerchio, con la luce ad olio sull’albero, e ascoltavamo la sua storia. Lui ne raccontava tante ma, a me, piaceva soprattutto quella della tartaruga, della volpe e del leopardo. Ve la racconto. C'erano una volta tre amici che vivevano in una giungla: la volpe, il leopardo e la tartaruga astuta. Ogni giorno ognuno di loro lasciava la propria casa per cacciare e cercare cibo, e tornava alla base dopo una dura giornata di avventura. Così, a turno, tutti raccontavano, la loro esperienza. A volte le storie erano piacevoli, a volte no. Oh! Ho dimenticato di aggiungere che le opportunità abbondano nella giungla in cui vivevano questi amici animali, opportunità di vivere una buona vita, e loro cercavano sempre di approfittarne. E così successe che un fatidico giorno la volpe, vecchia e debole, stava tornando a casa quando vide un frutto, un mango maturo, su un albero. Ma poiché era anziana non poteva salire sull'albero. Cosa c’è di più frustrante per un affamato della sua incapacità di avere cibo quando è così vicino? Disperata, la volpe aspettava aiuto con impazienza. 132


L’opportunità arrivò con l'apparizione improvvisa del leopardo, che presto si arrese alle suppliche della volpe. Secondo l’accordo tra di loro, come compenso, la volpe avrebbe dato una parte del dolce frutto al suo benefattore. Sfortunatamente però la volpe rinnegò la sua promessa. Seguì un combattimento tra di loro e il leopardo, più giovane e più energico, avrebbe di certo sopraffatto la volpe. Venne allora la tartaruga, camminando lentamente e maestosamente, che vide i combattenti e chiese alla volpe «Perché combatti? Non ti aspetti di essere vinto?». I due allora gli raccontarono ciascuno la propria versione storia. «È tutto?», chiese la tartaruga. «Sì», risposero i due animali. «Posso avere il frutto di mango?», chiese l'arbitro. Dopo aver dato il frutto alla tartaruga, lei guardò i combattenti e, sollevandolo con la faccia raggiante, diede il suo verdetto: «Dato che voi non potete essere d'accordo su come condividere il frutto, lo terrò io fino a nuovo avviso». Fu così che l'astuta tartaruga vinse i due animali da combattimento. Questa è stata una delle storie di mio nonno. Alla fine del racconto lui ci faceva delle domande per vedere se avevamo capito tutto, poi ci spiegava cosa significava la storia e cosa insegnava alle persone. 133


Io credo che questa storia insegni che non si deve essere avidi ed egoisti, che dovremmo amare i nostri vicini come noi stessi e che dovremmo sempre attenerci alle promesse.

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Yara di Garbenia Maria Da Silva Germano

Nelle leggende dell’Amazzonia Yara è una bellissima sirena, con un bel corpo di donna e la coda di pesce. Ha i capelli neri, la pelle scura e gli occhi marroni, ed è conosciuta come la “madre dell’acqua”. La sua è una leggenda particolarmente diffusa dei fiumi del bacino Amazzonico.

La storia narra che Yara vive sulle rive dei fiumi, trascorrendo la maggior parte del tempo ad ammirare la propria bellezza e il proprio riflesso nell’acqua, giocando con i pesci e pettinandosi i capelli con un pettine d’oro. Di solito rimane vicino ai fiumi per attirare gli uomini con la sua voce bellissima e irresistibile, che riecheggia nell’acqua e nelle foreste. Gli uomini, quando la sentono, ne sono incantati e la seguano fino in fondo ai fiumi, da dove non tornano mai. Il potere di Yara è così forte che è sufficiente guardarla negli occhi per impazzire d’Amore. Lei, quando incanta qualcuno, lo invita infatti ad avvicinarsi, e lo sfortunato crede che potrà così avere un amore eterno con questa donna adorabile. In realtà Yara ha sempre cattive intenzioni, e vuole soltanto attirarlo verso la morte.

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Le poche persone che riescono a sfuggire al suo fascino diventano pazze, a causa dell’incantesimo che lancia contro di loro. Per liberarsi dal male, solo il pajè, il capo religioso indigeno, può agire con un rituale tramandato dagli indiani della regione Amazzonica. Yara è una donna guerriera, di una bellezza esuberante, e tutti i suoi fratelli sono invidiosi di lei, dal momento che suo padre, il capo della tribù, ne tesseva le lodi. Fu per questo che, un giorno, i fratelli decisero di ucciderla, ma lei, scoperto il piano, si vendicò uccidendoli tutti. Per questo fu costretta a fuggire nei boschi, ma il padre infuriato la inseguì e riuscì a catturarla, per poi gettarla nel fiume Solimõe. Tuttavia un pesce la salvò, e grazie alla magia della luna piena la trasformò in sirena.

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Illustrazione di Garbenia Maria Da Silva Germano

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Ricordi indelebili di Maria Elizangela Alves De Lima

Ho tanti bei ricordi della mia giovinezza a Balanca che non potrò mai dimenticare. Ricordo per esempio mia madre, che per evitare la carne si guastasse la faceva seccare vicino al fuoco a legna; e ricordo che per bere acqua fresca la si metteva dentro una botte di terracotta, e che la cena era sempre verso le 16.30 perché poi faceva buio, anche se si usavano le “lampadine”. Le lampadine che faceva mia madre, usando un recipiente di latta, cui aggiungeva una cordicella di cotone e che poi riempiva di gas. In inverno facevamo invece il bagno sotto la pioggia, così non c’era bisogno di andare al fiume dove, se pioveva molto, l’acqua diventava torbida. Era bellissimo camminare nel buio in mezzo alla foresta. Quasi tutte le notti andavamo dai vicini più fortunati, che avevano il televisore, che funzionava con la batteria della macchina, perché noi non avevamo la corrente elettrica. Insieme guardavamo le telenovelas. Camminavamo fuori seguendo l’istinto, senza mai inciampare, senza vedere dove andava messo il piede. Qualche volta capitava di cercare appoggio su un nido di vespe, ma per fortuna io non 138


sono mai stata punta. Per andare a visitare gli amici invece non c’era bisogno di prendere appuntamenti: le porte erano sempre aperte ed eravamo sempre accolti con piacere. Mi ricordo anche l’odore del caffè la mattina: mia madre si svegliava al canto del gallo per prepararlo sul fuoco a legna. Alle sei lo bevevamo insieme e poi subito a scuola a piedi: era molto lontana, a Santa Rita, e servivano due ore di viaggio all’andata e due al ritorno. Il ritorno era più facile perché era in discesa e correvamo. Ogni giorno, facendo i turni, dovevamo andare a prendere l’acqua: portavamo venti litri sulla testa e una brocca in mano. Era faticoso e noioso. Tutto queste esperienze però sono state molto importanti per me, e mi hanno insegnato che non bisogna andare molto lontano per vedere la differenza tra avere ed essere.

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Mia figlia di Francesco Angioni

Il giorno più importante della mia vita è stato quando è nata mia figlia, Beatrice. Era il 22 gennaio del 2008. È stata una giornata indimenticabile, un’emozione unica, anche perché era il mio primo figlio. Era lunga 59 cm, pesava 3 kg e 300 grammi. Aveva i capelli neri, occhi castani... era davvero una bella bambina. Adesso, che ha dieci anni, Beatrice frequenta la prima elementare e pratica ginnastica artistica. Segue anche il catechismo, e quest’anno farà la prima comunione. Cresce a vista d’occhio. È una bambina sempre sorridente, vivace, a volte timida con le persone che non conosce. Le piace tanto stare all’aria aperta, andare al mare, correre in bicicletta e sa andare sui pattini. È molto obbediente, non pretende nulla ed è molto affettuosa. Adora i lego e il gelato al cioccolato.

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Gibril, l’architetto di Kolley Ebrima

Storia di un povero ragazzo del Gambia che vuol diventare architetto.

Questa è la storia di ragazzo gambiano che si chiama Gibril e che quest’anno compie trent’anni. I suoi genitori si chiamano Lamine e Binta. Loro vivono nel nord del Gambia. Lui è un bravo ragazzo, è intelligente, gli piace molto studiare... ma la sua famiglia è molto povera. Suo padre è vecchio e sua madre non riesce a trovare lavoro, ma lui prova sempre ad andare a scuola e fare qualcosa di importante per la sua vita e il suo futuro. Un giorno ha incontrato una famiglia tedesca che fa parte di una associazione che aiuta i poveri. Quando lui li incontra parla sempre della sua vita, di come stava andando, e la famiglia tedesca gli chiede di poter visitare la sua casa. Quando sono stati per la prima volta a casa sua Gibril ha chiamato immediatamente i genitori per salutare i suoi nuovi amici. La signora, che si chiama Tabia, chiede a suo padre come va la vita e il padre risponde piangendo. Il marito di Tabia, che si chiama Paol, va vicino al vecchio uomo e gli dice di stare tranquillo. Gli dice che forse tutte le sue preoccupazioni sono 141


finite, perché ci sono loro, sono venuti lì per aiutare i poveri, e quindi anche Gabril, a continuare a studiare. Quando Paol dice quelle parole al vecchio uomo, lui si sente felice e chiede: «Davvero?» I figli di Paol e Tabia rispondono: «Sì, davvero. Nostro padre dice parole giuste». Il vecchio a voce alta dice: «Grazie a Dio e grazie a voi. Io non ho niente da dire, solo grazie» Dopo Paol e suoi figli vanno via. Tornano il giorno dopo e salutano i genitori di Gibril perché stanno partendo e lasciano dei soldi. Papà Lamine dice che ora quei soldi servono per aiutare Gibril a studiare. Gibril deve studiare cinque anni e la famiglia tedesca dice che dopo lo porteranno in Germania per continuare a studiare. Il vecchio uomo è d’accordo, è molto contento di sentire quelle parole, perché lui ha bisogno di qualcuno che aiuti la sua famiglia. Dice che Gabriel è stato molto fortunato perché ha incontrato Tabia e Paol. Loro, tornati in Germania, iniziano ad aiutare economicamente Gibril e i suoi genitori, permettendogli di continua ad andare a scuola. Passano cinque anni, Gibril finisce la scuola elementare e la famiglia tedesca lo porta in Germania. Adesso la vita di Gibril e dei suoi genitori è cambiata completamente: lui studia in Germania e suoi genitori sono 142


sempre in Gambia, ma non sono più tristi né preoccupati per il suo futuro. Gibril torna in Gambia due volte all’anno per visitare la famiglia, poi torna in Germania a studiare. Lui da grande vuol fare l’architetto. Gabril è un mio grande amico e io ho voluto raccontare la sua storia.

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Il matrimonio forzato di Abdoulaye Dene

Sto per raccontarvi la storia di una ragazza che si chiama Aminatou, che viene brutalmente ritirata da scuola da suo padre e mandata in sposa a un signore che ha già tre mogli. Tutto accade nell’estremo nord del Camerun, più precisamente nella città di Maroua.

Aminatou è una ragazza di quindici anni che ha difficoltà ad andare a scuola perché nel suo villaggio le donne non ne hanno il diritto. Nonostante questo adempie i suoi doveri quotidiani. Spesso va a comprare la carne dal macellaio, e lui a forza di vederla inizia a farle i complimenti. Lei gli dice che non è pronta a sposarsi e che vuole andare a scuola, ma il signore inizia a fare regali al padre di Aminatou. Un giorno lui le dice che deve sposarsi con il macellaio. Aminatou piange, chiede a suo padre di non lasciarla andare con l’uomo, ma lui risponde dicendo che non può farne a meno. Lei si rifugia a casa di suo zio. Suo padre la trova, e la minaccia dicendole che se non andrà con l’uomo la ucciderà. La prende per il braccio e la riporta a casa, sotto gli occhi di suo zio che non può fare nulla. 144


Lei torna a casa, ma riesce a fuggire di nuovo, questa volta con l’aiuto di sua madre. Va a rifugiarsi nella casa di un pastore. Suo padre la trova ancora una volta, ma il pastore si rifiuta di lasciarla. Il padre di Aminatou dice allora al pastore che se non si sposa andrà in prigione, perché lui ha già preso la dote. Il pastore porta quindi Aminatou in un’associazione che lotta contro la violenza sulle donne, e questa associazione presenta denuncia contro il padre di Aminatou. Lui viene convocato in tribunale e accetta di rimborsare la dote perché Aminatou è stata salvata. Questa è una storia che risale all’anno 2005. Oggi, nell’estremo nord del paese, le associazioni lottano perché queste tradizioni scompaiano e le ragazze possano andare a scuola.

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Il matrimonio selargino di Isaka Yaone

Nel mese di settembre dell’anno scorso eravamo invitati, io e i miei amici, a una festa di matrimonio a Selargius. La settimana di festa è iniziata un venerdì sera e, accompagnati da due donne che lavorano nella struttura d’accoglienza dove stiamo, siamo andati dentro una grande casa dove c’è stato un ballo. Signori e donne vestiti in abiti tradizionali con tanti ornamenti ballavano e cantavano una canzone speciale. Era veramente bello vedere noi africani insieme con uomini, donne e bambini italiani Abbiamo fatto delle foto, e dopo siamo andati in un altro cortile. Anche lì c’era musica suonata con strumenti, abbiamo ballato e alcune donne ci hanno dato dolci da mangiare. La serata del venerdì si è conclusa con un giro nell’ultima casa della festa. Lì ci siamo seduti e abbiamo mangiato altri dolci e bevuto aranciata, ascoltando alcuni signori che cantavano. Dopo siamo rientrati a casa nostra: l’appuntamento successivo era per la domenica. Come previsto, la domenica mattina siamo usciti e abbiamo percorso via Roma, a Selargius, che era decorata perché quel giorno c’erano diversi matrimoni. Da lì siamo andati dentro una 146


casa, dove c’erano esposti vecchi oggetti, alcuni simbolici, come utensili da cucina, vestiti e tanto altro. Una signora faceva i ravioli, e in fondo al cortile c’era un vecchio carrello e uomini in abiti tradizionali. C’era anche una stanza dove si prepara il vino dal 1904, che funziona ancora. È stato meraviglioso perché l’edificio è intatto. La visita è continuata fino alla chiesa vicina, dove si teneva il Matrimonio Selargino. Da fuori abbiamo guardato la cerimonia su un maxischermo, e poco dopo siamo andati in un’altra chiesa a qualche metro da lì. Questa era del 1200, e lì abbiamo visto diversi tipi di pane e formaggio che abbiamo assaggiato. Abbiamo visitato l’interno della chiesa, dove c’erano piccole statuette e l’ambiente era bellissimo da vedere. La nostra giornata si è conclusa con una visita al museo di Selargius. La guida ci ha spiegato come era Selargius prima e come vivevano i locali. Poi ci ha detto che ci sono stati gli scavi archeologici lì, e così abbiamo visto gli oggetti trovati, come pietre, ornamenti e altro. C’è anche un modello della vita dei primi abitanti e una rappresentazione delle capanne, degli abiti e dell’ambiente. Poi abbiamo firmato il libro ricordo e siamo tornati a casa, concludendo una bella domenica. 147


La regina Abla Pokou di Isaka Yaone

Da generazioni il popolo Ashanti resisteva alle divisioni e agli esodi. Aveva costruito e poi lasciato Ahugng, l’impero delle piramidi. Il suo Dio, Gnamien Kpli, lo guidò e lo raccolse allora attorno al trono sacro del grande re Ossei Tutu. È lì che lui rivelò agli anziani che una bambina dall’eccezionale destino sarebbe venuta per seguire la marcia del valoroso popolo Ashanti. Nel diciottesimo secolo, nel regno Ashanti, che copriva i due terzi dell’attuale Ghana, nacque Abla Pokou. Lei era la nipote del re Ossei Tutu, fondatore della confederazione Ashanti del Ghana. Alla morte di quest’ultimo suo nipote gli succedette sul trono, in base alla legge matrilineare, cioè la legge di successione per linea materna. Infatti tra gli Ashanti il figlio della sorella di un re defunto aveva più probabilità di succedere a quest’ultimo del figlio di un suo fratello. Così, alla morte del nipote di Ossei Tutu, figlio di sua sorella, scoppiò una guerra di successione fra Itsa, un vecchio zio della famiglia regnante, e Dakon, il secondo fratello di Abla Pokou. Allora, nella capitale del regno Kumassi, infuriò una lotta fratricida senza pietà, durante la quale Dakon fu ucciso. Da quel momento Abla Pokou capì il terribile destino che l’aspettava se 148


fosse rimasta: doveva fuggire verso nord ovest con la sua famiglia, i suoi servitori, i suoi soldati fedeli e tutte le persone che si riconoscevano in lei e in Dakon. Fu così che marciarono per giorni e notti, fuggendo dal branco di inseguitori lanciati alle loro calcagna. Arrivarono finalmente, esausti, davanti al grande fiume Comoé, un confine naturale fra il Ghana e la loro prossima terra di accoglienza, la Costa d’Avorio. Ma le piogge invernali avevano rafforzato il fiume, rendendolo praticamente inaccessibile. Gli inseguitori però erano vicini: dovevano trovare un modo per raggiungere l’altra riva in sicurezza, per la salvezza di tutta la tribù. Disperata, l’ormai regina Abla Pokou alzò le braccia al cielo e si rivolse al suo rabdomante. «Dicci cosa ci serve per passare questo fiume!». Il vecchio rispose tristemente «Regina, il fiume è arrabbiato e non sarà placato finché non gli offriremo ciò che amiamo di più». Immediatamente le donne donarono i loro ornamenti d’oro e d’avorio; gli uomini offrirono i loro buoi e i loro montoni. Ma il rabdomante respinse tutte queste offerte e disse, ancora più triste di prima: «Quello che abbiamo di più caro sono i nostri figli».

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Abla Pokou capì che nessuna offerta di questi uomini di queste donne sarebbe stata accettata dal genio delle acque, e che lei soltanto doveva compiere questo tragico dovere. Andò sulla riva del fiume, si strappò il suo bambino, lo coprì di gioielli e disse: «Kouakou, mio unico figlio, perdonami ma ho capito che devo sacrificarti per la sopravvivenza della nostra tribù. Prima che una donna e una madre, una regina è in primo luogo una regina». Poi, sotto lo sguardo addolorato di tutti, Abla Pokou alzò il bambino sopra di lei, lo guardò per l’ultima volta e lo lasciò precipitare nel fiume. Nessuna lacrima sgorgò dagli occhi arrossati, nessun tremito scosse il suo corpo. Subito le acque agitate del Comoé si calmarono come per magia, e la tribù attraversò il fiume senza nessun problema. Dopo il loro passaggio il fiume riprese il gorgoglìo. I protetti della regina erano felici, ma lei non poté impedirsi di dire «Ba ou li», che significa in Ashanti «Il bambino è morto». Quando fu celebrata la nuova terra, gli anziani decisero di iniziare con i funerali del figlio sacrificato della regina. In memoria di questo bambino la tribù di Abla Pokou fu chiamata Baoulé, e la culla del popolo ricevette il nome di Sakassou, che significa “luogo dei funerali” in Ashanti. 150


Dopo un lungo regno di uno splendore senza eguali nel Paese, la regina Abla Pokou morì attorno al 1760. Questa regina è la madre di tutti i Baoulé in Costa d’Avorio.

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Sulla Sella del Diavolo di Isaka Yaone

Il 3 dicembre 2017 abbiamo partecipato a un evento sulla protezione dell’ambiente, organizzato da Legambiente, una cooperativa di volontari. Eravamo tanti ragazzi a interessarci di questa iniziativa, che si teneva sulla Sella del Diavolo, una collina che si trova a Cagliari, in Sardegna. Questa uscita era la nostra seconda volta, dopo quella di Santa Gilla dove avevamo pulito la laguna. Le nostre maestre di italiano e di cucina ci hanno portato con due macchine. Eravamo arrivati prima degli organizzatori. Loro sono arrivati alcuni minuti dopo. Ci siamo salutati e loro erano molto contenti di vedere persone straniere interessarsi a questa iniziativa. Qualche minuto dopo abbiamo cominciato a salire la collina, andando dove dovevano tenersi i discorsi. La salita era molto difficile, soprattutto per le persone anziane. Da sopra questa collina si vede la città di Cagliari e il suo bel paesaggio. Una guida dell’evento raccontava la sua storia ai partecipanti. Ci siamo fermati al luogo previsto. C’erano la radio e la televisione che seguivano l’evento. 152


Ascoltando una donna che leggeva il suo discorso, mi sembrava di seguire il corso di scienze fisiche. Lei parlava della necessità di proteggere l’ambiente, perché tutto quello che facciamo alla natura un giorno o l’altro avrà conseguenze. È stata una giornata ricca di senso positivo, perché attraverso i differenti discorsi abbiamo capito che le persone che vivevano prima di noi avevano protetto l’ambiente. E che quindi noi dobbiamo fare lo stesso.

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Filippo, il Gran Gallo di Alonso Crespo

Filippo è un gallo piccolo, con le zampe corte, la testa grande e una cresta bella e rossa che sembra uno spolverino. Quando canta, la mattina, con i primi raggi di sole già proiettati nel cortile, la sua voce si sente per tutta la fattoria, risvegliando gli animali con la canzone di un giorno nuovo. Filippo ha due anni, è vitale e vigoroso. Ogni giorno esce dal pollaio danzando, con le ali aperte e il petto in sù. Quando i primi raggi di sole appaiono con l’alba, i colori del suo piumaggio diventano brillanti come la mescolanza delle olive verdi e nere. Una mattina d’estate, mentre compie il riscaldamento del mattino per iniziare a cantare, capisce che qualcosa sta andando male. Dopo aver gonfiato il suo petto e soffiato forte non riesce a emettere nessun suono: la sua voce è sparita. Filippo è preoccupato, capisce di aver perduto la sua capacità più preziosa, la ragione per la quale è un gallo. Come può svegliare gli animali della fattoria se non può cantare? Cosa avrebbero pensato loro, sapendo che ha perso la voce e con lei la sua bellezza? Filippo gonfia il suo petto ancora e ancora, senza ottenere alcun risultato, finché non si stanca e inizia a piangere. 154


Le galline cominciano ad avvicinarsi pian piano, mentre lui piange e piange. Quando alza la testa trova però tutti gli animali della fattoria attorno a lui: il cavallo, le pecore, i maiali, la mucca, i topi, il gatto e il cane. Quelli gli chiedono il motivo per il quale piange, e lui inizia a raccontare il perché della sua insicurezza e la paura che ha di non essere più capace di cantare. Tutti gli animali prestano attenzione alla sua storia, poi iniziano a raccontare le loro esperienze. Filippo capisce di non essere l’unico ad avere provato delle insicurezze in qualche momento della vita, e soprattutto che nessun animale avrebbe mai potuto occupare il posto di un altro. Grazie alle rassicurazioni degli altri, Filippo si tranquillizza: è e sarà per sempre “Il Gran Filippo”, il gran bel gallo della fattoria, accettato e benvoluto da tutti anche se privo della sua voce.

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Illustrazione di Alonso Crespo

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Un nonno eccezionale di Sara Porcu

Voglio raccontare la storia di una persona eccezionale, perché voglio mantenere vivo il suo ricordo. Questa persona è mio nonno Giulio, un nonno che mi ha fatto da papà. Nonno Giulio aveva un carattere molto simile al mio: aveva la battuta facile, era un po’ freddo ma con un cuore grande. Lavorava in ufficio, e nel tempo libero ci portava al parco, giocava a pallone con me e mio fratello e la passeggiata terminava sempre davanti a un gelato cioccolato e panna. Era un uomo molto generoso: soprattutto per le feste il regalo non mancava mai Fin da quando ero piccola lui è sempre stato per me un punto di riferimento. Sapeva rimproverare e consigliare, e io accettai i suoi rimproveri e i suoi consigli anche in quel periodo della vita in cui di solito non si accettano. Quando avevo 17 anni partii a Milano. Dopo soltanto pochi giorni dall’arrivo mi arrivò un messaggio di mio padre, che mi informava che il nonno era all’ospedale. Lo chiamai un po’ in ansia, ma mi tranquillizzai quando mi parlò di un piccolo intervento. Mio padre però mi confessò che non si

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trattava di una banalità, ma di qualcosa di ben più grave. A chi dovevo credere? Dopo pochi giorni seppi la verità da mia madre, che mi parlò di una malattia che fa paura soltanto a nominarla. Scoppiai in lacrime, nonostante fossi in un centro commerciale. Non mi importava di niente e di nessuno, volevo solo andare a trovare mio nonno. Era stato appena dimesso dall’ospedale, quando lo vidi. Lo trovai tranquillo, capivo che non voleva arrendersi. Andavo a trovarlo a casa o all’ospedale, ma col tempo diventava più magro, aveva sempre meno forze, e a me faceva tanto male vederlo così. Penso che anche lui si fosse accorto di questo. Il tempo passava, e lui in rimaneva in ospedale. Stava sempre peggio, ormai doveva nutrirsi con le flebo. Spesso lo guardavo e lo trovavo intento a fissare il vuoto. Non volevo immaginare a cosa pensasse, mi piangeva il cuore. Arrivò l’autunno, e io non dormivo più tranquillamente perché sapevo che in qualsiasi momento poteva arrivare quella telefonata che avrebbe portato una bruttissima notizia. Non avevo mai sperato così tanto che il telefono non squillasse. Una mattina quella chiamata arrivò: mia madre, in lacrime, mi disse che mio nonno se n’era andato e mi chiedeva di raggiungerli in ospedale. 158


LÏ trovai tutti i miei parenti. Ci abbracciammo e andammo in sala mortuaria, dove ci aspettava il mio angelo. Io lo baciai e abbracciai. Ricordo tutt’ora quella scena e quel dolore fortissimo. Il giorno del funerale la chiesa era piena, non solo di parenti e amici. Nonno Giulio era una brava persona, che non meritava di morire tanto giovane e a causa di una malattia cosÏ terribile. Oggi sono contenta che abbia vissuto e i miei diciotto anni e ridendo mi abbia detto che ero diventata grande. Di lui mi rimane tanto: il ricordo, i consigli e l’esempio.

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La mia pillola della felicità di Vanessa Mocci

Ho trentasei anni e sono mamma di due figli stupendi: il primogenito, Roberto, avuto a soli diciassette anni, e la seconda, Francesca, avuta a ventuno. Nel marzo del 2002 mi sposai con il padre dei miei figli e andammo a vivere insieme. Fin dai primi mesi capii che non sarei stata felice: la madre di mio marito, avendo le chiavi di casa, entrava e usciva come e quando voleva. Capitava spesso la trovassi in camera da letto, dove veniva per svegliare mio marito, mentre io ancora dormivo. Lì iniziò il mio incubo: non ebbi più una vita privata, nessuna intimità. Questo mio marito non lo capiva, né gli importò molto. Caddi in una bruttissima depressione. Mi ritrovai sola, a diciannove anni, con un bimbo di due, prigioniera in una casa che odiavo. Iniziai a passare le mie giornate a piangere, con la paura di far soffrire il mio bambino o addirittura di fargli del male. La mia testa non ragionava più: iniziai a non mangiare, a chiudermi in camera e a rifiutare di vedere perfino mio figlio. Passai due mesi in uno stato di vera e propria sofferenza, e arrivai a pensare di togliermi la vita. 160


Ci provai. Mi sedetti sul cornicione del mio terrazzo, ma mio padre riuscì a convincermi a tornare giù: mi si avvicinò portando con sé Roberto, che piangeva e mi guardava con occhi dolcissimi. Fu quella la migliore medicina che potessi desiderare, e in quel momento capii che la mia vita era preziosa: per quel mio piccolo amore decisi di farmi aiutare. Grazie a uno specialista riuscii a superare quel brutto periodo, e dopo solo due anni venne al mondo Francesca, bella come il sole. Passarono altri tre anni, e io caddi di nuovo in depressione. Mio

marito continuava a distruggermi,

fisicamente e

mentalmente, ma questa volta ero decisa a non lasciarmi abbattere, soprattutto per i miei bambini. Dissi basta alle violenze, e chiusi per sempre quel triste capitolo della mia vita. Curai la mia depressione con la mia pillola della felicità: i miei figli. I loro sorrisi e le soddisfazioni che mi regalano ogni giorno mi danno tanta forza e la voglia di affrontare la vita con gioia.

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PARTE III Appendice ***

Voci

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. [...]. «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro»

Genesi, 11,1-9

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Mutos de cara non perdent amistade Parole dette in faccia non perdono l’amicizia (Proverbio catalano)

*** Babbaiola babbaiola Piga su libru e bai a scola Piga s’aneddu E bai a Casteddu Torramindeddu po mi coiai Babaiola pesa a bobai Coccinella coccinella prendi il libro e vai a scuola prendi l’anello e vai a Cagliari riportalo per sposarmi coccinella alzati e vola (Filastrocca sarda)

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Chi in su mortaiu abba pistara Abba fiara e abbai stara Chi nel mortaio l’acqua pesta Acqua era e acqua rimane (Proverbio sardo)

*** Sukkundu ma ndun ka liakunde koliian nbandu ma no wuli ka bernde an, ndum wa I tuoi capelli fra le mani il tuo caldo abbraccio le tue morbidi labbra fanno di me un uomo felice (Strofa in fula)

***

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Me is arruinas Pippius de ognia logu giogant a luna monta Tra le rovine bambini di tutto il mondo giocano a luna monta (Strofa in sardo)

*** Akhemnoin ma na yah wevhin edeghe sukpam, ewan omase na yah wevhin osha kihnue La conoscenza aiuta a sopravvivere al presente, ma la saggezza aiuta a ottenere un futuro migliore (Proverbio nigeriano)

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Un viellard assis voit plus loin qu’un jeune homme debout Un vecchiardo seduto vede più lontano di un giovane uomo in piedi (Proverbio burkinabè)

*** Quero lhe contar como eu vivi E tudo o que aconteceu comigo Viver é melhor que sonhar Eu sei que o amor É uma coisa boa Mas também sei Que qualquer canto É menor do que a vida De qualquer pessoa Voglio raccontarti come ho vissuto e tutto quello che mi è capitato Vivere è meglio che sognare e so che l’amore è una cosa buona 169


ma so anche che qualsiasi canzone non basta a raccontare la vita di nessuno (Stofa di Como Nossos Pais, Come i nostri genitori. Canzone brasiliana)

*** In domu de su ferreri, schironi ‘e linna In casa del fabbro spiedo di legno (Proverbio sardo)

***

Si ses de mutria mala Morigande in sos pensamentos Lestra de su grecu s'al Ispinghet ecos de lamentos Brincas sos trabentos Ei bessi dae su ludu 170


Puru si non as a ottènner bantos Proa a dare un'azudu Se sei di cattivo umore e rimesti nei pensieri e la veloce ala del grecale spinge echi di lamenti Evita i precipizi, Esci dal fango, anche se non otterrai alcun riconoscimento. prova a dare un aiuto (Strofa di Pitzinnos in sa gherra, Bambini nella guerra. Canzone sarda)

*** Много дум я в тишине продумал, Много песен про себя сложил, Счастлив тем, что я дышал и жил И на этой на земле угрюмой

Molti pensieri in silenzio ho meditato, 171


molte canzoni entro di me ho composto. Felice io sono sulla cupa terra di ciò che ho respirato e che ho vissuto. (Strofa di poesia russa)

*** Barakissa ko ka di ungné ni sé ko tè Barakissa mi fè. Anka dénhou bé fourou la o diagna fourou la, an ka an dènhou bila sira o diagna fourou la. Djagboya fourou ko yé nimissa Barakissa ti amo, il nostro matrimonio non dipende da me ma io ti voglio veramente. I nostri figli sposano coloro che amano. Accettiamo le scelte dei nostri figli, quando loro decidono di sposarsi. Il matrimonio forzato fa rimpiangere il vero amore. (Dedica in lingua berbera)

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Storie, storielle e dintorni  

Racconti, leggende, storie di arrivi e di partenze --- Da un progetto della prof.ssa M. Concetta Pagano. Laboratorio di scrittura creativa...

Storie, storielle e dintorni  

Racconti, leggende, storie di arrivi e di partenze --- Da un progetto della prof.ssa M. Concetta Pagano. Laboratorio di scrittura creativa...

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