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N째 27 - DICEMBRE 2010 - TRIMESTRALE EDITO DALLO STUDIO EDITORIALE GIORGIO MONTOLLI - POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N째 46) ART. 1, COMMA 1 - DCB VR


Le immagini dell’alluvione sono di Giovanni Brighente


COLLETTA PRO ALLUVIONATI EST VERONESE PROMOSSA DA CARITAS DIOCESANA Caritas Diocesana Veronese Causale Alluvione est veronese Conto Corrente Postale10938371 Unicredit, Se di Verona IBAN: IT 10 I 02008 11770 000005616284


Natale SOTTO L’ALBERO

Racconti natalizi dai quattro continenti I giorni che precedono e seguono il Natale sono il tempo giusto per la lettura. Quattro veronesi propongono altrettanti racconti adatti al clima delle feste, tra i più cari della propria biblioteca e provenienti da diversi angoli della Terra

di Elisabetta Zampini I giorni che precedono e accompagnano il Natale e la fine dell’anno hanno una consistenza speciale, sia che ci si lasci coinvolgere dalle corse, dai richiami, dalle luci, dalle scadenze religiose o interiori, sia che li si voglia di proposito ignorare. È il tempo giusto per i racconti. Per leggere e ascoltare storie. Narrazioni che hanno la pretesa non di spiegare qualcosa, ma di aggiungere senso. Racconti che siano un buon pane, una luce per illuminare una notte. Dove i perso-

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naggi siano i nostri specchi, le nostre ombre e specialmente le nostre possibilità inesplorate, i nuovi alfabeti per interpretare sé stessi, gli altri e il mondo. Un bel racconto ha un profumo diverso da un bel discorso. E la dimensione narrativa accomuna popoli e culture: tutti parlano per racconti, messi sulla carta o lasciati alla memoria orale tramandata. Perciò spesso si compiono viaggi in altri paesi leggendo storie, tornando poi a casa con una perla di saggezza. Quattro veronesi propongono quattro racconti per il tempo del Natale, tra i più

cari della propria biblioteca personale. Sono quattro storie che provengono simbolicamente da quattro continenti, da quattro angoli della Terra. • Ilario Toso è psicoterapeuta, lavora tra Verona e Trento, crede nella forma del racconto anche come via terapeutica di guarigione: «Le storie popolari, i miti, le favole contengono i semi di un potenziale trasformativo che può “guarire”. In essi, attraverso il linguaggio simbolico, sono sintetizzate le tante vie percorse prima di noi nel tentativo di dare risposte

ai grandi temi e nodi cruciali che ogni uomo incontra nella sua vita tutti i giorni». Toso ha scelto Il segreto, racconto Sufi, la fertile corrente mistica dell’Islam, innanzitutto per una reale commozione provata alla lettura e per l’apertura che offre verso il sé: «Trovo che abbia una particolare capacità di mettere il lettore in contatto con alcuni aspetti profondi della propria Anima: il potere, la forza, la ricchezza, l’essere erranti, l’umiltà, l’essenzialità. La sua forza illuminante nasce dallo svelarci il bisogno di un rispetto profondo nei confronti di quei luoghi della no-

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Natale Un bel racconto ha un profumo diverso da un bel discorso. E la dimensione narrativa accomuna popoli e culture: tutti parlano per racconti, messi sulla carta o lasciati alla memoria orale tramandata. Perciò spesso si compiono viaggi in altri paesi leggendo storie, tornando poi a casa con una perla di saggezza

Siria, bambini siriani all’uscita di una scuola coranica (Foto G.M.)

stra anima che non fanno rumore, che rimangono silenziosi e da questo umile silenzio traggono la loro forza e ce la donano come energia viva, per attraversare la nostra vita con pienezza». IL SEGRETO Dove stava Mahmud c’era Ayaz. Dove soffriva Ayaz, soffriva Mahmud. Non c’erano al mondo amici più intimi che si stessero a cuore di più. Tuttavia Mahmud era re e Ayaz il suo schiavo. Ayaz era giunto da vagabondo nella città in cui regnava il Conquistatore superbo e temuto. Aveva camminato a lungo, assetato dalla polvere del deserto e ancor più dall’insopprimibile desiderio di raggiungere un giorno la luce che sentiva ardere nel fondo segreto del suo animo, al di là di ogni sofferenza. Mahmud lo aveva incontrato sui gradini del suo palazzo e lo aveva preso al suo servizio, sedotto dal suo volto e dal suo sguardo di diamante nero. Di quel misero vagabondo venuto da molto lontano aveva apprezzato le parole semplici e mai vili. Ne aveva fatto il suo consigliere. Un giorno ne fece il fratello del cuore. Allora i suoi cortigiani si scandalizzarono e complottarono la sua rovina mettendosi a spiare i suoi più piccoli gesti. Il visir una sera

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venne informato dagli sbirri di uno strano comportamento di quell’uomo che detestava e così si recò da Mahmud e, inchinandosi davanti al terribile sovrano, gli disse: «Maestà, mi sono pervenute poco fa inquietanti informazioni su Ayaz, il tuo schiavo. Ogni giorno, dopo aver lasciato la Corte, va a rinchiudersi solo in una stanza bassa, in fondo ad un corridoio buio. Quando ne esce, chiude a chiave la porta. A mio avviso, nasconde in quella stanza qualche segreto inconfessabile. Forse vi incontra alcuni di quegli sciagurati che desiderano soltanto nuocerti». «Ayaz è mio amico», gli rispose

Mahmud. «I tuoi sospetti sono assurdi. Insudiciano soltanto te. Vattene». Il re si accigliò. Il visir si ritirò piuttosto soddisfatto: qualunque cosa il re dicesse, il suo animo era turbato. Mahmud rimase pensieroso per un po’, quindi fece chiamare Ayaz e, prima di abbracciarlo, gli chiese: «Fratello, non mi nascondi nulla?». «Nulla, signore», rispose Ayaz ridendo. «E se ti chiedessi che cosa fai nella stanza in cui ti rechi tutte le sere, me lo diresti?». Ayaz, abbassando lo sguardo, mormorò: «No, signore». Con il cuore ottenebrato, Mahmud chiese: «Ayaz, mi sei fedele?». «Lo

Siria, danzatori Dervisci

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Natale «Mondi lontanissimi convivono nello stesso paese. I Pigmei conducono una vita che per noi appare estrema, con un semplice riparo per dormire e una quotidianità vissuta nella foresta e scandita dalla caccia e dalla raccolta. I Pigmei sono sempre stati considerati dagli “altri” centrafricani degli esseri inferiori, spesso ridotti in schiavitù» sono, signore». Il re sospirò. «Lasciami», disse. Il sovrano non riuscì a trovare pace. La sera seguente, quando Ayaz uscì dalla sua stanza segreta, si trovò davanti Mahmud, il suo visir e il suo seguito nel corridoio buio. «Apri questa porta», gli intimò il Conquistatore. Lo schiavo strinse in pugno la chiave e, scuotendo il capo, rifiutò di obbedire. Allora Mahmud, afferratolo per le spalle, tuonò: «Se non mi lasci entrare in quella stanza, la fiducia che ho in te sarà morta. Lo vuoi? Vuoi

che la nostra amicizia si rompa per sempre?». Ayaz abbasso la fronte. La chiave gli scivolò dalla mano e gli cadde sul pavimento. Il visir la raccolse e aprì la porta. Mahmud entrò nella stanza buia. Era vuota e umile come la cameretta di un servo. A una parete erano appesi un mantello rattoppato, un bastone e una ciotola da mendicante. Null’altro. Mentre il re restava muto davanti a quelle povere cose, Ayaz gli disse: «Vengo tutte le sere in questa stanza per non dimenticare chi sono: un errante di questo mondo. Signore, tu mi colmi di favori, ma sappi che i miei unici veri beni sono questo mantello bucato, questo bastone e questa ciotola da mendicante. Tu non hai il diritto di stare qui. Qui comincia il regno degli eterni pellegrini. Il mio regno. Non potevi rispettarlo?». «Perdonami», disse il Conquistatore. Si inchinò davanti allo schiavo e gli baciò un lembo del mantello. • Suor Anna Cugusi e suor Rosaria Donadoni, comboniane, hanno vissuto e operato molti anni nella Repubblica centrafricana. Attualmente a Verona, ma con i pensieri e il cuore in Africa. Dicono subito un nome: Etienne Goyemide, lo scrittore africano au-

tore de Il silenzio della foresta, il racconto di un uomo che decide di abbandonare la grande città per scoprire il senso profondo della sua esistenza. Una trasformazione che avviene nell’incontro con il popolo dei Pigmei. «È necessario premettere – spiega suor Rosaria – che la differenza

tra la grande città, la capitale Bangui che offre tutto e di tutto, e il territorio circostante è marcata. Mano a mano che ci si allontana dal centro, diminuiscono le strutture materiali e cambia sostanzialmente lo stile di vita. Mondi lontanissimi convivono nello stesso paese. I Pigmei conducono

Capodanno tibetano

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Natale

«Yin e Yang sono due opposti, ma due opposti complementari. Senza l’uno non può esistere l’altro, senza il buio non possiamo conoscere la luce, senza il freddo non possiamo conoscere il caldo, senza l’interno non possiamo conoscere l’esterno, senza il maschile non può esistere il femminile»

una vita che per noi appare estrema, con un semplice riparo per dormire e una quotidianità vissuta nella foresta e scandita dalla caccia e dalla raccolta. I Pigmei sono sempre stati considerati dagli “altri” centrafricani degli esseri inferiori, spesso ridotti in schiavitù e fatti lavorare un giorno intero per guadagnare una sigaretta». Gobana, il protagonista, sperimenta una trasformazione interiore che da una parte restituisce dimensione umana all’altro, benché diverso, e dall’altra riporta in luce alcuni aspetti dimenticati, (perché semplici, scontati e silen-

ziosi) della propria umanità: «Gobana – racconta suor Anna – è direttore delle scuole a Bangui. L’incontro con il pigmeo Manga lo porta alla brusca decisione di lasciare il suo luogo d’origine e di abbandonare ogni cosa per vivere nel cuore della foresta equatoriale, terra dei Pigmei Babinga. Lui vorrebbe portare “civiltà” agli “uomini della foresta”, insegnare a leggere e scrivere ai bambini pigmei affinché sappiano lottare per una migliore condizione di vita. E piano piano si trova a guardare con occhio sempre più benevolente e meravigliato queste persone che hanno una voce molto bella quando cantano, che amano sedersi attorno al fuoco e si tramandano oralmente la loro identità, che quasi non hanno vestiti e che sono portatori di una umanità essenziale. E questa comprensione avviene specialmente dopo il matrimonio con una ragazza pigmea che era stato costretto a sposare, ma che diventa una presenza importante, capace di attenzioni, di gesti semplici e vitali. Gobana sta nel mezzo tra la civiltà della capitale piena di tante cose e l’essenzialità della vita nella foresta. Il vuoto e il pieno entrano in dialogo». Dal libro, edito in lingua france-

se, è stato tratto un film nel 2003: Le Silence de la forêt (France/Cameroun/Gabon/République Centrafricaine) di Bassek Ba Kobhio e Didier Ouénangaré. • Elena Verzini, laureata il luglio scorso in lingue e istituzioni economiche e giuridiche dell’Asia orientale presso l’Ateneo Cà Foscari, è vissuta per sei mesi in Cina, frequentando l’università a Pechino. Ha scelto La leggenda orientale sulla nascita di Yin e Yang. «Yin e Yang sono due opposti, ma due opposti complementari – spiega –. Senza l’uno non può esistere l’altro, senza il buio non possiamo conoscere la luce, senza il freddo non possiamo conoscere il caldo, senza l’interno non possiamo conoscere l’esterno, senza il maschile non può esistere il femminile. Sono rimasta affascinata da questo concetto fondamentale della filosofia taoista, per cui l’universo nasce e si trasforma mediante l’interazione di due forze opposte e complementari, che si respingono e si uniscono. Questo concetto in Oriente fa parte della quotidianità ed è conosciuto dall’intellettuale colto come dal povero contadino. Dualismo, anche questo, che solo vivendo e vedendo con i propri occhi si può capire quanto sia forte».

Disegno di Chiara Solari

Natività di Domenico Ghirlandaio

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Natale odore emanare da un angolo della stanza. Una volta presa la pillola nella mano, non riuscì a trattenersi dall’assaggiarla. Nel momento in cui la ingoiò la legge di gravità perse il suo potere su di lei. Poteva volare! Non molto tempo dopo sentì suo marito ritornare e terrorizzata volò fuori della finestra. Arco e frecce in mano, Hou Yi la inseguì per mezzo cielo, ma un forte vento lo riportò a casa. Chang’e volò dritta sulla Luna, ma quando arrivò, ansimava così forte per lo sforzo compiuto, che sputò l’involucro della pillola, la quale si tramutò istantaneamente in un coniglio di giada, mentre Chang’e divenne un rospo a tre zampe. Da allora vive sulla luna respingendo le frecce magiche che il marito le tira. Hou Yi si costruì un palazzo sul sole ed essi si vedono il quindicesimo giorno di ogni mese. Chang’e e Hou Yi, simboli, rispettivamente della luna e del sole, sono divenuti espressione di yin e yang, negativo e positivo, buio e luce, femminile e maschile, ossia della dualità che governa l’universo.

YIN E YANG Chang’e e suo marito Hou Yi, il prodigioso arciere, vivevano durante il regno del leggendario imperatore Yao (2000 a.C. circa). Hou Yi era un valente membro della guardia imperiale che maneggiava un arco magico e scoccava frecce magiche. Un giorno nel cielo apparvero dieci soli. La gente sulla terra non riusciva più sopportare il caldo e la siccità che ormai continuavano da diversi anni. L’imperatore decise allora di chiamare Hou Yi ordinandogli di tirare ai soli in soprannumero per eliminarli dal cielo e soccorrere così la popolazione. Facendo uso della sua abilità, Hou

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Yi ne abbattè nove lasciandone solo uno. La sua fama si diffuse, allora, fino giungere alla Regina Madre d’Occidente (Xi Wang Mu) nei lontani Monti Kunlun. Essa lo convocò al suo palazzo per ricompensarlo con la pillola dell’immortalità, ma avvertendolo così: «Non devi mangiare la pillola immediatamente. Prima devi prepararti per dodici mesi con la preghiera e il digiuno». Essendo un uomo diligente, egli prese a cuore il consiglio e iniziò i preparativi nascondendo, prima di tutto, a casa sua la pillola. Sfortunatamente fu chiamato d’improvviso per una missione urgente. In sua assenza, la moglie Chang’e notò una luce fioca e un dolce

• Giancarlo Volpato insegna bibliografia, biblioteconomia e storia della stampa e dell’editoria presso l’Università di Verona. Ha legami profondi con i libri e sostiene iniziative di diffusione della lettura. Uno dei libri che più ama in assoluto è Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery. Una passione che condivide con la moglie: «Ci sono sere – racconta – in cui rileggiamo insieme alcune pagine del libro. Ci emoziona entrambi. È un libro per persone che hanno voglia di riflessione di dolcezza. È un libro che parola dello stupore per la vita vista dal lato meno materiale, della bellezza delle piccole cose che aiutano a vivere e che vivono insieme a noi, ci abitano: il sorriso di mia moglie, le mie carezze. Ci sono due episodi, in particolare, che sono meravigliosi: l’incontro con la volpe e il racconto sulla rosa. Il piccolo principe dice la “mia” rosa. E in quel “mia” esprime l’amore infinito per le cose dello spirito. È una bellezza impalpabile che sento molto perché anch’io amo i fiori e li curo. Quando il piccolo principe chiede alla volpe che cosa vuol dire

“addomesticare”, la volpe non lo spiega ma racconta una modo di fare e di essere. La volpe è la più intelligente dei due. Anche quella che patisce. E dice che gli affetti profondi devono essere nutriti da uno spirito. L’amore non nasce perché una persona è bella o simpatica. Ma perché quella persona condivide i miei sorrisi, le mie istanze, i miei dolori, le mie ansie, i miei ideali. È un esserci». IL PICCOLO PRINCIPE La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: «Per favore... addomesticami», disse. «Volentieri», rispose il piccolo principe, «ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose». «Non si conoscono che le cose che si addomesticano», disse la volpe. «Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!». «Che bisogna fare?» domandò il piccolo principe. «Bisogna essere molto pazienti», rispose la volpe. ��In principio tu starai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino...». Il piccolo principe ritornò l’indomani. «Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora», disse la volpe. «Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e a inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti!». Antoine de SaintExupery, Il piccolo principe (Milano, Bompiani). Questo viaggio narrativo ai quattro angoli della Terra ha rivelato una coincidenza casuale tra le storie proposte; un filo, un cuore comune che fa capo a due parole potenti “l’essenziale” e “il diverso”. Che sia solo una coincidenza del caso?

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NATALE / EBRAISMO

Per gli ebrei è Channukkà ovvero la festa delle luci Per una religione come l’ebraismo il periodo natalizio significa negozi addobbati a festa, con vetrine e scaffali ricolmi di ogni genere di mercanzia, mentre le vie della città si riempiono di persone felici. Si può riassumere in questa maniera la magia del Natale, osservata con gli occhi di chi non condivide i valori cristiani

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di Marta Bicego C’è una ricorrenza che cade molto spesso a ridosso del Natale, nel mese di dicembre: è la Festa delle luci, in ebraico channukkà. Affonda le origini nell’anno 165 dell’era volgare, quando i siri ellenizzati tentarono di imporre il loro dominio sulla terra d’Israele. «Gli ebrei, capitanati da Giuda Maccabeo, vinsero i greci e ripristinarono nel tempio di Gerusalemme il culto monoteista. La ricorrenza celebra sia la vittoria militare, sia il miracolo avvenuto alla lampada custodita nel tempio, tra le cui mura venne trovata una piccola ampolla d’olio che bruciò miracolosamente per otto giorni» esordisce Crescenzo Efrem Piattelli, rabbino capo della Comunità ebraica scaligera dal 1987. In ricordo di questo episodio, su una grande lampada (detta channukkia) viene fatta ardere una candela, ogni sera, per otto volte consecutive. Per ogni ebreo è una ricorrenza ricca di suggestioni, che rende felici anche i bambini ai quali viene dato per l’occasione un dono. Poi, prosegue, c’è il legame speciale con la luce: «In un periodo in cui si accorciano le giornate, che coincide con il solstizio d’inverno, l’uomo accende un lume per augurare il ritorno della luminosità. Allo stesso modo i cristiani accendono le luci dell’albero». Per una religione acristiana come l’ebraismo il periodo natalizio significa negozi addobbati a festa, con vetrine e scaffali ricolmi di ogni genere di mercanzia. Fiocchi colorati e decorazioni visibili lungo le vie della città – rese ancora più luccicanti da cascate di luminarie accese – che si riempiono di persone felici. Si può riassumere in queste immagini la magia del Natale, osservata con gli occhi di chi non condivide i valori cristiani. «Anche se non mi appartiene, l’atmosfera natalizia non mi dà fastidio, perchè si riduce tutto a un fatto commerciale – spiega Piattelli –. Gli ebrei non riconoscono le qualità di Gesù come i cristiani, quindi non festeggiano alcuna nascita e nessun personaggio è considerato Messia o Dio incarnato». Quello della Comunità ebraica di Verona è un piccolo gruppo (assottigliato nel tempo

per ragioni storiche, sociali e religiose), ma dalle antichissime origini in riva all’Adige. Conta, tra Verona e Vicenza, circa un centinaio di persone. Una minoranza, ma non per questo motivo meno attenta e sensibile a quanto le accade attorno. Ed è proprio nel periodo in cui tutti sono felici e festeggiano che servirebbe una maggiore attenzione. «Un ragazzo ebreo, ma anche musulmano oppure ateo, può essere discriminato da questa atmosfera che non gli è propria. Soprattutto quando, in ambienti che dovrebbero essere laici, si trova davanti un presepe o un grande albero di Natale. Accade nelle scuole, ma anche negli ospedali, nelle carceri, negli uffici pubblici. Questo è il segno negativo dell’imposizione della fede». E ogni costrizione, precisa il rabbino capo, provoca sofferenza tanto negli anziani, quanto nelle nuove generazioni. «Si procede con il potere della maggioranza religiosa, mentre un maggiore laicismo permetterebbe di attribuire pari opportunità a tutte le religioni. Specialmente in un momento in cui l’Italia sta trasformando la sua società» ribadisce con fermezza Piattelli. «Anche chi non è cristiano dovrebbe essere rispettato per le sue idee». Vale per i simboli religiosi, come per il crocifisso, «che nelle aule delle scuole pubbliche rappresenta l’imposizione di un unico simbolo della fede, per tutto il tempo dell’anno. Non è una battaglia religiosa – conclude –, ma la necessità di richiamare lo Stato (che si dichiara aconfessionale) a una laicità che al momento sembra essere solo a parole, non nei fatti».

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NATALE / ISLAM

Per i fedeli di Maometto è il tempo della condivisione Cristianesimo e Islam hanno più cose in comune di quanto si possa immaginare. L’unica, reale, differenza è nelle questioni teologiche: «Nella definizione di Dio, dello Spirito Santo e dell’uomo. Ma l’amore, per il prossimo e il creato, sono identici e perfetti». È una premessa importante quella che vuole sottolineare il teologo della Comunità islamica di Verona, Moshen Khochtali. Secondo lui, infatti, anche nella diversità della fede, ci deve essere spazio per l’accoglienza e la fratellanza. Soprattutto a Natale, dice, «quando è un piacere vedere che le persone sono felici. Tutti diventano buoni, generosi e tolleranti». Per comprendere meglio questo ragionamento, è necessario immergersi nelle credenze di questa religione monoteista. E l’atmosfera che si respira al civico 18 di via Bencivenga Biondani, dal 2003 sede del Centro islamico, aiuta decisamente. «Noi non festeggiamo il Natale. In generale, non festeggiamo i compleanni» spiega il teologo. Questo perché l’uomo è considerato un «periodo di tempo»: ogni persona inizia la propria vita sulla terra senza colpe né fardelli e, fino

Per essere musulmano bisogna credere in Gesù. «La sua storia, e quella di sua madre, sono contenute nel Corano. Maria è considerata una delle poche donne arrivate alla perfezione e la sua storia è narrata in diversi capitoli del Corano. Il prodotto di Maria è Gesù, una misericordia per tutta l’umanità» alla pubertà, non è considerata responsabile. Una volta raggiunto il traguardo della pubertà, «un individuo deve approfittare del tempo rimasto a sua disposizione per meditare gli alti livelli. Perciò noi preghiamo che l’oggi sia migliore di ieri e che il domani sia migliore di oggi. Secondo questa visione è meglio festeggiare il domani, che ci appar-

Siria, un musulmano mentre medita le parole del Corano (Foto G.M.)

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tiene, piuttosto che il passato». Scopo dell’esistenza umana, prosegue Khochtali, è seguire i cinque pilastri sui quali si fonda l’Islam: preghiera, purificazione, digiuno e pellegrinaggio. Essi hanno come fondamento la fede: credere in Dio e nel monoteismo assoluto; negli angeli, nei libri di Dio e nel giorno del giudizio (che sia nel bene o nel male). «Il quarto articolo della fede consiste nel credere nei profeti: dal primo, Adamo, all’ultimo che è Maometto». In tutto sono 125 mila, ma tra i cinque grandi profeti messaggeri riconosciuti dalla religione islamica – vale a dire Noè, Abramo Mosè, e Maometto – c’è anche Gesù figlio di Maria. «Siamo tenuti a credere in Dio, e in tutti i messaggeri, senza distinzioni tra l’uno e l’altro. Tutti hanno portato lo stesso messaggio lungo la storia fino ad arrivare a noi». Per essere musulmano, quindi, bisogna credere in Gesù. «La sua storia, e quella di sua madre, sono contenute nel Corano. Maria è nominata più di quaranta volte ed è l’unica donna a essere citata con il suo nome. È considerata essere una delle poche donne arrivate alla perfezione e la sua storia è narrata in diversi capitoli del Corano. Il prodotto di Maria è Gesù, una misericordia per tutta l’umanità». Questo spiega perché, precisa il teologo, «quando un musulmano vede un cristiano festeggiare, si augura per lui la pace. Sentiamo i cristiani più vicini, perché portano umanità, misericordia, modestia e amore». Sentimenti che si fanno più intensi nel periodo che precede le festività natalizie. «Il Natale si festeggia in famiglia, assieme ai genitori e ai parenti: è l’occasione in cui rapporti tra le persone si rafforzano». Ed è proprio allora che i musulmani – pur non partecipando con la preghiera né con le pratiche religiose – possono fare gli auguri, condividere gioie e dolori. «I simboli non ci danno fastidio» ci tiene a precisare il teologo. Anche per comprendere questo, è necessario ritornare alle origini. «Il Profeta ha invitato i cristiani a mangiare, dormire e vivere nella moschea. I luoghi di culto vanno difesi e custoditi. Non solo per l’arte che conservano, ma soprattutto perché al loro interno viene pronunciato il nome di Dio». (M.B.)

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NATALE / LUTERANESIMO

Suoni e colori, profumi e sapori ma anche musica e canti Per un luterano, il Natale, è una delle feste più suggestive del calendario liturgico. Suoni, profumi, colori e sapori accompagnano i credenti per tutto il mese di dicembre, a partire dalla prima domenica di Avvento. Il primo passo per immergersi nel clima natalizio consiste nel preparare «una corona di abete, con quattro candele che verranno accese per le successive domeniche, fino al giorno di Natale. In ogni casa c’è una ghirlanda e nelle chiese, soprattutto in Germania, se ne può trovare una più grande sulla quale i bambini accendono un lume all’inizio del culto». A descrivere le suggestioni di quest’antica tradizione protestante è Kerstin Vogt, pastora della Chiesa evangelica luterana in Italia e coordinatrice con il marito Thomas della comunità di Verona-Gardone. Da due anni la coppia di pastori vive, assieme alle due figlie, a Negrar, in un’accogliente casetta con giardino e vista sulla Valpolicella. Questa è anche la sede pastorale della comunità: vi fanno riferimento circa centocinquanta fedeli residenti tra Verona, Brescia e Mantova. A questi si aggiungono i turisti di passaggio sul lago di Garda, che hanno a disposizione due centri di predicazione: in via del Pontiere, nella chiesa di San Domenico, e a Gardone. Sia in riva all’Adige che Oltralpe, le usanze che accompagnano il Natale sono irrinunciabili: «Ogni bimbo ha un calendario con una porticina che, per ciascun giorno di dicembre, nasconde un cioccolatino» prosegue. L’albero – di abete (un sempreverde, quindi simbolo della vita che prosegue in eterno), con candele in cera e palline in vetro colorato – è un altro elemento immancabile per un luterano. Sulle tavole è tutto un trionfo di dolcezza. Speziati e ricoperti di cioccolato con zucchero, mandorle, frutta secca e miele sono i libkuchen, presenti in ogni mercatino natalizio, da assaporare accompagnati da vino caldo con l’aggiunta di spezie varie. Per i più piccoli (ma non solo) ci sono i waffel ricoperti di zucchero a velo, panna o dolcissima crema. Una sferzata di energia, da sfruttare nelle fredde serate d’inverno quando «i bambini vanno, di casa in casa, per raccogliere fondi per le missioni in Africa». Anche questa è una tradizione che viene da lon-

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Kerstin Vogt, pastora della Chiesa evangelica luterana in Italia, con il marito Thomas

tano: «Davanti alla porta di ogni abitazione intonano un canto – spiega Vogt – e, per segnalare il loro passaggio, scrivono con la cera la sigla “cmb”: iniziali dei tre Re Magi e abbreviazione della frase “Cristo benedica questa casa”». La musica è un altro elemento fondamentale che accompagna i luterani per tutto il periodo delle festività natalizie: «Lutero ha tradotto diversi inni dal latino al tedesco. Molti riguardano proprio il Natale. Cantare nelle famiglie è molto importante» ci tiene a sottolineare la pastora. Tra melodie, profumi e decorazioni che colorano ogni abitazione arriva il giorno della Vigilia di Natale: «Per noi luterani il 24 dicembre è il momento più importante» prosegue. I ricordi vanno alle chiese della Germania che, per l’occasione, si riempiono di persone. «Dopo la Messa le famiglie si ritro-

vano a casa. Mangiano cibo tradizionale, come l’insalata di patate con wuster, mentre i bambini trovano sotto l’albero i regali che hanno atteso per tutto l’anno». La festa di famiglia prosegue anche il giorno successivo, quando si ha l’occasione di riabbracciare parenti che provengono da lontano. Saranno le case addobbate a festa o forse il clima freddo, che rinchiude volentieri le persone tra le pareti domestiche, ma il Natale è la festa dello «stare insieme». Ed è proprio nelle rigide giornate d’inverno che «le mamme preparano biscotti, impastando burro e farina assieme ai bambini». Il periodo che precede il Natale, conclude Kerstin Vogt, è «il tempo della preparazione, che avviene nell’anima del fedele, ma anche tra le pareti di casa e in famiglia. Natale – ripete – è una festa importante». (M.B.)

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INSIEME FUORI DALLA CRISI

per difendere il lavoro e liberare i diritti a fianco dei lavoratori e dei pensionati contro il precariato giovanile e per salari pi첫 equi

CGIL - CISL - UIL VERONA


GENERAZIONI

L’impegno educativo coinvolge giovani e adulti di Rino A. Breoni* Si parla sempre più frequentemente di emergenza e di sfida educativa. Socialmente si propongono analisi, si promuovono dibattiti e confronti. I vescovi italiani impegnano le chiese loro affidate per il prossimo decennio proprio su queste problematiche. Non c’è dubbio che società civile e chiesa, con modalità diverse, siano chiamate a operare in questo ambito. Il lessico che attiene al problema educativo rimanda solitamente a pensare ai giovani: sono la realtà cui converge attenzione preoccupata da parte del mondo adulto. L’impegno educativo tuttavia coinvolge, sia pure con ruoli e competenze diverse, una compari responsabilità giovani e adulti. Distinguere mi pare crei più ambiguità che chiarezza. Forse aveva ragione Seneca quando sentenziava “gli uomini mentre insegnano, imparano”. A pronunciare questa massima era un uomo la cui vita e la cui opera educativa non hanno poi sempre sortito la migliore delle testimonianze e la migliore riuscita. È questo uno dei punti focali del processo educativo. L’adulto non dovrebbe mai ritenere compiuta la crescita educativa, non solo per i giovani cui si rivolge, ma neppure per sé stesso. Nello svolgere la sua opera educativa dovrebbe saper cogliere costantemente alcuni tratti della propria espressività come provocazioni al ripensamento, all’autodominio, a qualche correzione di rotta. Spesso il crescere degli anni, la graduale assunzione di responsabilità, suggerisce all’adulto l’inconscia sensazione di essere già “educato”, di ritenere compiuto il suo iter, di pensare ovvia e scontata la propria capacità educativa. L’assunzione di responsabilità e autorità in famiglia, nella scuola e nella società – lungi dall’essere una dichiarazione di compiutezza di un iter – dovrebbe risultare invece un costante appello interiore a crescere, quindi a mutare. Non si tratta di volubilità. Un qualsiasi ruolo che implichi per un adulto la doverosità di interventi e di orientamenti operativi per altri, dovrebbe coniugarsi sempre con l’u-

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Se educando ci si educa, provocatoriamente si potrebbe dire che è urgente e necessario pensare a un processo educativo per gli adulti. È a questo punto che il confronto con la giovane generazione può diventare motivo di disagio. Ciò che noi adulti riteniamo spesso intoccabile e indiscutibile viene talvolta ignorato, eluso, criticato dalla sensibilità e dalla mentalità giovanile mile e lucida consapevolezza di un cammino di crescita personale mai pienamente compiuto. A me pare quindi riduttivo parlare di emergenza educativa solo in riferimento alla giovane generazione. Se educando ci si educa, provocatoriamente si potrebbe dire che è urgente e necessario pensare a un processo educativo per gli adulti. È a questo punto che il confronto con la giovane generazione può diventare

motivo di disagio. Ciò che noi adulti riteniamo spesso intoccabile e indiscutibile viene talvolta ignorato, eluso, criticato dalla sensibilità e dalla mentalità giovanile. L’adulto si può chiudere in un’autodifesa impenetrabile oppure può cedere a un giovanilismo di maniera che svende la dimensione adulta per un equivoco dialogo amicale. Si tratta di essere sé stessi, senza paura che il confronto evidenza più nettamente limiti vistosi e forse complicità. Si tratta di un’arte, quella di ascoltare. La giovane generazione non ha sempre ragione e non è portatrice di verità definitive. È portatrice invece di “novità”. Ogni novità può rimescolare le carte. L’evangelica immagine dello scriba saggio, che sa trovare dal suo patrimonio interiore cose vecchie e cose nuove, potrebbe essere un elemento esemplare. L’età adulta consente, a chi è tale per età, l’accumulo di esperienze e la capacità interiore di elaborarne il senso, ma consente anche con pazienza e attenzione di ascoltare le “novità” in ciò che hanno di autentico. Saper armonizzare il tutto significa “educarsi” ed “educare”. * Rettore di San Lorenzo

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BIBLIOTECA CIVICA Dopo la ristrutturazione del 2007, il patrimonio culturale della Biblioteca Civica si divide tra diversi palazzi: l’ingresso di Casa Perini che si affaccia su via Cappello, il nucleo storico dei Gesuiti, che comprende chiesa e collegio di San Sebastiano, e il novecentesco Palazzo Nervi La Biblioteca civica di Verona custodisce un inestimabile patrimonio di 700 mila volumi e opuscoli a stampa, 750 periodici correnti e 6 mila periodici storici, oltre a fondi speciali come 3.500 manoscritti in volume, 100 mila manoscritti sciolti, documenti e carteggi, 1.200 edizioni del Quattrocento e 8 mila del Cinquecento, 55 mila libri a stampa dei secoli XVII-XVIII, più di mille volumi di raccolte particolari, 10 mila materiali iconografici e 200 mila opere a stampa fino al 1950. Nel 1770 la città di Verona chiedeva al Senato Veneto che la raccolta libraria del soppresso monastero benedettino di San Zeno fosse destinata “a beneficio e comodo di questi cittadini, che delle belle arti sono amatori e studiosi”. Istituita

nel 1792 nell’oratorio dell’ex collegio dei Gesuiti a San Sebastiano, a pochi passi da piazza Erbe, la Biblioteca aprì alla consultazione soltanto dieci anni più tardi, nel 1802. A costituire il nucleo originario furono i libri di San Zeno e dei Gesuiti (ottenuti dopo la soppressione della Compagnia di Gesù), assieme ai volumi donati dal conte Aventino Fracastoro e dal matematico Anton Mario Lorgna. Acquisizioni e lasciti accrebbero negli anni la collezione e, all’indomani dell’Unità, la Biblioteca venne ampliata fino a occupare parte del vicino ex convento dei Gesuiti. Sotto la guida del bibliotecario Cesare Cavattoni (1835-1872) furono creati gli Antichi archivi veronesi, inaugurati con la “nuova” sede nel 1869.

CROCE VERDE

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Casa Perini che si affaccia su via Cappello, il nucleo storico dei Gesuiti (che comprende chiesa e collegio di San Sebastiano) e il novecentesco Palazzo Nervi. Nel rispetto dell’antico, l’intervento ha trasformato il complesso in un innovativo contenitore riservato alla cultura con angoli per la lettura, postazioni multimediali, musica, giornali e riviste, sezioni dedicate alla storia, ai luoghi e al territorio scaligero, infine alla letteratura locale.

All’inizio del Novecento con Giuseppe Biadego – bibliotecario dal 1883 al 1921 e personaggio di grande cultura – la Civica conobbe un periodo di espansione. Nel 1939 trovò sistemazione nella ex chiesa di San Sebastiano, ma andò quasi completamente distrutta nel bombardamento aereo del 4 gennaio 1945. La Biblioteca riaprì nel dopoguerra, riutilizzando i vecchi ambienti. Il problema della ricostruzione si risolse, in parte, nel 1980 con l’edificazione di un nuovo deposito su progetto dell’architetto Pier Luigi Nervi nell’area occupata in precedenza dalla chiesa. Dopo la ristrutturazione avvenuta nel 2007, il patrimonio culturale della Biblioteca Civica si divide tra diversi palazzi: l’ingresso di

Croce Verde Verona viene fondata il 27 novembre del 1909. Il 26 febbraio del 1910 avviene l’inaugurata della prima sede, in Cortile Mercato Vecchio; nel 1911 per dono dei dipendenti delle Ferrovie dello Stato, entra in servizio la prima lettiga, trainata a mano per le vie cittadine. Fin dall’inizio, un ruolo importante è svolto dalle volontarie (le Dame), tanto che dal marzo del 1913 viene ufficialmente istituito il “Gruppo delle Dame Patronesse”. Nell’agosto del 1914 prendono il via in vari punti di Verona i corsi di lezioni pratiche per for-

mare la popolazione e soprattutto i lavoratori sulle nozioni di base del primo soccorso. Il 5 novembre del 1919 è operativa la prima autolettiga a motore mentre nel 1925, il 13 dicembre, viene inaugurata la sede centrale in Lungadige Panvinio. In questi anni inizia l’importante rapporto di collaborazione tra l’Ente scaligero e l’Arena di Verona per il noleggio cuscini (istituito il 7 luglio del 1914) e l’assistenza sanitaria nell’anfiteatro durante la stagione lirica. Con il tempo, e il continuo aggiornamento professionale degli operatori, nasce la

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scanner sinergia con le aziende sanitarie locali e con il Suem 118 di Verona Emergenza. Oggi Croce Verde è una grande famiglia composta da circa 1.500 soccorritori volontari, una cinquantina di dipendenti e da liberi professionisti (tra medici e infermieri) che quotidianamente – 365 giorni all’anno e 24 ore su 24 – mettono la propria professionalità al servizio dei cittadini. Il parco macchine dell’Ente (che ha sede centrale in via Polveriera Vecchia) conta attualmente 45 ambulanze, quattro auto-mediche, due centri mobili e due pulmini): mezzi moderni ed efficienti che, solamente nel 2009, hanno reso possibili 51 mila interventi di soccorso sanitario nel territorio veronese. Oltre alle sedi cittadine – di Borgo Roma, Borgo Venezia e Lungadige Panvinio – Croce Verde può contare sulla presenza di sezioni sparse in tutto il Veronese: San Giovanni Lupatoto, Castel D’Azzano, Isola della Scala, Villafranca, Legnago, San Pietro in Cariano, Grezzana e Cerro.

Volontari di Croce Verde Verona alla manifestazione Job & Orienta in fiera (foto Germano Ferrari)

STATISTICHE VERONESI L’ufficio di Statistica del Comune di Verona in base a un paniere fornito dall’Istat registra periodicamente l’andamento dei prezzi al consumo della nostra città. Le variazioni dei prezzi sono sin-

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tetizzate e interpretate dall’ufficio di Statistica del Comune in due modi diversi: tendenziale (variazione percentuale rispetto allo stesso mese dell’anno precedente) e mensile (variazione percentuale rispetto al mese precedente dello stesso anno). L’ultimo aggiornamento relativo al mese di settembre 2010 vede ai primi posti per il maggiore incremento percentuale rispetto allo stesso mese dell’anno precedente: piscina, agli, fede in oro, limoni, assicurazione moto, viaggio aereo intercontinentale, pomodori da sugo, fotocopia, cerotto, giochi elettronici per console. Mentre i tra i primi prodotti con minore incremento percentuale sullo stesso mese dell’anno precedente ci sono: videocamera, partita di calcio, sedani, tv color, navigatore satellitare, film dvd, viaggio aereo nazionale, climatizzatore, telefoni cellulari, asciugacapelli.

Qualche curiosità emerge spulciando questo lavoro statistico: si osserva che nel paniere dell’Istat rientra anche la depilazione completa : gambe e inguine dall’estetista (prezzo medio 27,87 euro); il pranzo piatto unico (insalatona o altro “piatto unico”comprensivo, se previsti, di coperto e servizio: prezzo medio 8,21 euro); pasto in pizzeria (pizza margherita con bevanda-birra piccola o bevanda in lattina; compreso coperto: prezzo medio 8,62); tailleur (prezzo medio 187,99); chiave usb (prezzo medio 12,66 euro). Il documento presenta infine la situazione della popolazione veronese mese per mese e suddivisa per circoscrizioni che complessivamente vede tra gennaio e settembre 2010 un aumento dei morti (1.939) sui nati (1.676 ), così come un negativo saldo tra i 6.623 nuovi arrivi in città contro i 6.943 di coloro che invece Verona l’hanno lasciata.

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Attualità GRUPPI DI ACQUISTO SOLIDALE (GAS)

La filiera del pane

di Michele Marcolongo Che lo scambio commerciale tenda al mutismo lo comprendiamo ogni volta che abbiamo a che fare

L’ultima frontiera dell’economia solidale scaligera riguarda la messa a punto di una filiera del tutto autoctona per l’alimento quotidiano per eccellenza: il pane

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con un distributore automatico oppure quando in un negozio paghiamo con la carta di credito: i prezzi sono dati dal cartellino; i margini di contrattazione assai li-

mitati o inesistenti; la transazione di solito si risolve con un gesto e un cerimoniale piuttosto scarno. Sembra interessare poco chi abbia prodotto il bene che viene acquistato e come sia stato prodotto. All’infuori del prezzo, tutte le altre informazioni restano sullo sfondo. Il meccanismo è noto fin dall’antichità: lo troviamo nelle cronache dello storico greco Erodoto (484-425 a.C.) quando descrive la forma di commercio “muto” che presiedeva agli scambi tra cartaginesi e popolazioni libiche al di là delle “Colonne d’Eracle” (l’attuale Stretto di Sicilia). Lo scambio commerciale ha certamente rappresentato nella storia un formidabile moltiplicatore di “contatti” tra popoli, permettendo di bypassare le differenze

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Attualità Negli ultimi quindici anni il territorio scaligero ha visto una lenta ma costante crescita dei gruppi di acquisto solidale (Gas) che dall’ acquisto di frutta e verdura sono passati a organizzare forniture via via più complesse, tra le quali pasta, riso, intimo in cotone biologico, calzature e abbigliamento

linguistiche e culturali. Ma il “dolce” commercio, come i commissari britannici intendevano il “pacifico” fluire dei traffici di zucchero e spezie tra il centro dell’Impero e le colonie delle Indie orientali, è rimasto per lo più un ideale sulla carta, come dimostrano le “guerre dell’oppio” contro la Cina per il riequilibrio della bilancia commerciale inglese del 1834 e del 1864 e i vasti movimenti di asservimento di contadini, migrazioni forzate che caratterizzano la storia moderna dell’occidente fino agli attuali processi di sfruttamento della manodopera del Terzo mondo. Tutto questo per dire che il mondo dell’economia solidale non rappresenta soltanto una moda o uno stile di vita, ma una filosofia e una pratica della produzione e dello scambio di beni. Beni che non sono semplici merci, in quanto la filiera tiene conto dei reciproci rapporti tra produttori e consumatori in una logica che non è più meramente mercantile ma prevede l’attivo coinvolgimento delle parti. E la reciproca comunicazione. Negli ultimi quindici anni anche il territorio scaligero ha visto una lenta ma costante crescita dei gruppi di acquisto solidale (Gas) che dalle funzioni più semplici di gruppi di acquisto di frutta e verdura sono passati a organizzare

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forniture via via più complesse, tra le quali anche pasta, riso, intimo in cotone biologico, calzature e abbigliamento. Tutti prodotti realizzati secondo i criteri del biologico, ma che in certa buona misura vengono “importati” dalle province vicine (Padova, Modena, Torino, Novara). L’ultima frontiera dell’economia solidale scaligera riguarda invece la messa a punto di una filiera del tutto autoctona per l’alimento quotidiano per eccellenza: il pane. Da ottobre è, infatti, attiva la “filiera del grano” che mette a disposizione a prezzi contenuti farine e pani su tutto il territorio provinciale. La filiera è il risultato di un progetto sperimentale incubato, non senza difficoltà, per quasi due an-

ni e che vede il coinvolgimento di mezza dozzina di produttori tra coltivatori, mugnai e fornai che lavorano secondo le metodologie biologiche. Tra gli altri Albano Moscardo – produttore biodinamico di mele, uva e cerali –, famoso per essere uno dei pochi a utilizzare nei campi la trazione animale. Oppure l’Antico Mulino Rosso di Buttapietra, che riserva due macine recentemente restaurate esclusivamente per la lavorazione di cereali provenienti da agricoltura biologica. «Siamo partiti a settembre con una prima macinatura di 18 quintali di grano – spiega Antonio Nicolini, responsabile di Intergas, organismo che riunisce i 34 Gas del territorio – sei dei quali vengono comprati dai Gas come farina e 12 quintali che vengono usati per la panificazione che avviene due volte la settimana». Ogni sette giorni in media vengono prodotti e venduti 120 pani, a cui va aggiunta l’attività di panificazione domestica che avviene con la farina acquistata al mulino. Si tratta di pagnotte da 750 grammi di farina semi-integrale ottenute con lievitazione acido-naturale. Quando le scorte di farina terminano, si passa a una nuova macinatura. A ritardare la partenza della filiera qualche mese prima era subentrato un ostacolo relativamente inaspettato: gli organizzatori dovevano assicurare ai coltivatori che tutto il grano sarebbe stato comperato, perciò hanno chiesto alle famiglie dei Gas di programmare il loro fabbisogno. Ma la gente non è abituata a pianificare.

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Attualità

Macine in pietra naturale

Botero. Sala da pranzo

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Anche quella più avvertita e sensibile alle tematiche della sostenibilità sociale e ambientale è abituata all’offerta virtualmente illimitata del mercato. Si esce di casa e si compra giorno per giorno

tutto quello di cui si ha bisogno. Così la partenza della filiera era stata rimandata. Ma gli organizzatori non si sono dati per vinti: «Abbiamo chiesto ai produttori di fare uno sforzo, assicurandoli che tutta la produzione sarebbe stata comunque assorbita o dal mulino, per farne farina, o dal panificio per ottenere i pani» aggiunge Nicolini. Il panificio in questione è il Laboratorio Ceres di Verona, famoso per trattare materia prima proveniente da agricoltura biologica. Un secondo ordine di problemi nell’organizzazione della filiera ha riguardato il tipo di farina e pane da produrre. «Per semplificare abbiamo optato per una farina semi-integrale, anche se tanti avrebbero preferito quella integrale. Se lo sviluppo della filiera ci permetterà di farlo, più avanti differenzieremo la produzione in questo senso» dice Nicolini.

Forse può apparire strano, ma gli organizzatori non hanno nemmeno preso in considerazione la produzione di farina bianca che, stando alle abitudini di consumo prevalenti, potrebbe incontrare il gusto della maggioranza dei consumatori. Scelta comunque ponderata, dal momento che la farina semi-integrale incontra il gusto delle famiglie aderenti, perché in questo modo vengono mantenute anche le proprietà naturali del grano. La farina bianca viene infatti ottenuta attraverso un processo di raffinazione lungo il quale vengono scartate tutte le parti del chicco di grano tranne una, l’endosperma, mentre la farina integrale e semi-integrale mantiene tutte le parti del chicco. “Quando è possibile – si legge nel sito della filiera – occorre privilegiare preparazioni a base di farine integrali o quantomeno semintegrali, le sole in grado di fornire un apporto glicidico, lipidico e pro-

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Attualità Commerci d’altri tempi: Cartagine “I Cartaginesi affermano l’esistenza di un territorio libico, con relative popolazioni, anche al di là delle Colonne d’Eracle; quando si recano presso queste popolazioni con le loro mercanzie, le scaricano sulla spiaggia in bell’ordine, risalgono sulle navi e mandano un segnale di fumo; gli indigeni vedono il fumo e accorrono verso il mare, depositano dell’oro in cambio delle merci e quindi si allontanano dalle merci stesse. I Cartaginesi sbarcano, esaminano l’oro e, se gli sembra adeguato al valore delle merci, lo prendono e se ne vanno; se invece gli sembra poco, risalgono sulle navi e aspettano: i locali tornano e aggiungono altro oro fino a soddisfarli. Nessuno dei due cerca di raggirare l’altro: i Cartaginesi non toccano l’oro finché non gli sembra adeguato al valore delle merci, e gli indigeni non toccano le merci prima che gli altri abbiano ritirato l’oro”. (Erodoto, Le Storie, Libro IV, paragrafo 196)

teico bilanciato, con, in aggiunta, una significativa presenza di vitamine, minerali e oligoelementi”. Una terza questione ha riguardato il prezzo. La filiera del grano è organizzata in modo tale da garantire la “giusta” remunerazione ai vari anelli: dai coltivatori, al mugnaio, ai panificatori, certamente superiore ai margini che il mercato riserva di norma ai coltivatori e ai trasformatori. Il prezzo è stato fissato a 2,55 euro a pagnotta esclusa la remunerazione del negoziante, determinata in quota del 20 per cento. Al pubblico quindi il pane equo e solidale costa 3,06 per pagnotta, con rilascio di regolare scontrino fiscale. Al chilogrammo fanno circa quattro euro, una cifra nettamente inferiore rispetto ad altri pani biologici alla moda, come il pane di Kamut, che arrivano a costare anche a 6 euro al chilo. La filiera del grano si pone, infatti, in antitesi con la mercantilizzazione a cui sono state sottoposte anche le produzioni biologiche in seguito all’affermarsi, anche in questo settore, di catene di grande distribuzione che impiegano metodi di commercializzazione del tutto simili a quelli di mercato. «Siamo una realtà ancora piccola ma non di nicchia – conclude Nicolini – in quanto restiamo aperti a nuove adesioni grazie agli incontri che periodicamente organizziamo nei Gas di tutto il territorio». La differenza rispetto al biologico “commerciale” risiede proprio nella partecipazione: nei Gas si

La differenza rispetto al biologico “commerciale” risiede proprio nella partecipazione: nei Gas si prende parte alla riunioni, si conoscono i produttori e i metodi di produzione, si prende coscienza delle proprie abitudini di consumo prende parte alle riunioni, si conoscono i produttori e i metodi di produzione; si prende coscienza delle proprie abitudini di consumo. In breve, tutti gli aspetti della filiera che nello scambio commerciale vengono messi tra parentesi, obliterati, nei Gas vengono esplicitati e discussi, con gran vantaggio di consapevolezza. GAS, I GRUPPI DI ACQUISTO SOLIDALE

I Gas (gruppi di acquisto solidali) si diffondono sul territorio nazionale a partire dagli anni Novanta e a metà dello stesso decennio cominciano a prendere piede anche nella provincia scaligera. Oggi il territorio veronese ne conta 34, con circa 800 famiglie coinvolte. I più numerosi sono quelli della Valpolicella (Gaspolicella) e di

Quinzano, che contano ciascuno più di 100 famiglie aderenti. Negli altri la partecipazione si attesta in media sulle 25 famiglie ciascuno. Le aziende agricole e/o di trasformazione coinvolte sono più di cinquanta, in genere raccolte sotto l’Associazione veneta dei produttori biologici (Aveprobi). Nei Gas è possibile acquistare farine, cereali, pasta, riso, verdura, agrumi, formaggi, carne, prodotti da forno, olio, caffé, zucchero, vino, detersivi, calzature, abbigliamento. Tutti prodotti secondo i criteri del biologico e dell’economia solidale che sono: rispetto dei lavoratori coinvolti nella produzione; filiera corta, giusto prezzo, rispetto per l’ambiente. «L’idea di base è di costruire un sistema economico che non vada a impoverire il Sud del mondo e questo si ottiene a partire dal cambiamento del nostro stile di vita – spiega Nicolini – su questa idea originaria si è poi sviluppata anche la questione ambientale ma il nocciolo rimane lo sguardo critico sulla produzione e il tentativo di instaurare forme di collaborazione tra produttori e fruitori». Far parte di un Gas richiede una partecipazione attiva e un minimo di capacità organizzativa che comprende, ad esempio, l’abilità di usare il computer e navigare in Albano Moscardo per l’aratura dei campi utilizza la trazione animale


Attualità Nei Gas è possibile acquistare farine, cereali, pasta, riso, verdura, agrumi, formaggi, carne, prodotti da forno, olio, caffé, zucchero, vino, detersivi, calzature, abbigliamento. Tutti prodotti secondo i criteri del biologico e dell’economia solidale che sono: rispetto dei lavoratori coinvolti nella produzione; filiera corta, giusto prezzo, rispetto per l’ambiente

internet (perché è con la posta elettronica che i membri di un Gas tengono i contatti e comunicano gli ordini); la partecipazione alle riunioni; un atteggiamento propositivo e solidale rispetto ai problemi che nascono strada facendo e la conoscenza diretta della filiera. Requisiti che non devono tuttavia spaventare: «Fare la spesa on-line fa risparmiare un sacco di tempo e grazie alla divisione dei compiti le incombenze organizzative vengono suddivise tra tutti i partecipanti» dice Gloria Testoni, una attivista del Gaspolicella. In pratica funziona così: per ogni prodotto trattato dal Gas si individua un responsabile che si occupa di tenere i contatti con il produttore, raccogliere gli ordini degli altri aderenti e ritirare la merce. Il prezzo non è il primo dei problemi che viene preso in considerazione dai Gas ma, mano a mano che questa pratica prende piede, si raggiungono “economie di scala” che consentono di abbattere il costo delle produzioni. «Quando il Gas diventa troppo grande si rischia di disperdere le relazioni – avverte Nicolini – ra-

Forno a legna

gion per cui in Valpolicella abbiamo deciso di suddividerlo in cinque zone, ognuna con un suo gruppo che si riunisce una volta al mese». Da sottolineare anche che i gruppi non sono tra loro isolati. L’intergas è l’organismo che li raggruppa e l’insieme formato con i produttori e comitati del territorio definisce un “distretto” di economia solidale. Fi-

no a oggi questo mondo si è affidato al passaparola e alla pubblicità in rete. Scelta consapevole, rivolta a evitare le attenzioni dei grandi circuiti di mercato ai quali potrebbe cominciare a fare gola il fermento e il giro di denaro che si registra attorno a queste iniziative. Un Gas piuttosto consistente e ben strutturato fa un fatturato a cinque zeri.

«PAN DE VERONA» Da qualche tempo si moltiplicano le iniziative che hanno per oggetto il pane. Una delle ultime in ordine di tempo riguarda il cosiddetto Pan de Verona, un marchio promosso da una cordata di panificatori che nel 2008 ha ripescato dal passato l’idea di un pane “autoctono”, ovvero prodotto con grano coltivato solo nella provincia di Verona. Appoggiandosi sul Molino Veronesi di Lugo di Grezzana i panifici hanno messo a punto una produzione che reinventa e attualizza la “tradizione” all’insegna della semplicità. Gli ingredienti del pane sono sale, lievito, malto, acqua e ovviamente la farina tipo “0”. La ricetta è stata messa a punto nell’ambito di un concorso indetto nel luglio 2008 e presieduto da una giuria composta da cinque esperti del settore. Il buon riscontro tra il pubblico ha spinto a ricercare altre zone dove poter coltivare. Sono state quindi scelte aree situate nei comuni di Cerro Veronese, Cà di David, Velo Veronese, Cavaion e Nogarole Rocca. Le produzioni vengono acquistate dal Consorzio agrario di Padova e Venezia e quindi distribuite tramite il Molino Veronesi a tutti i panificatori che aderiscono al progetto, una trentina, dislocati su tutto il territorio provinciale. A differenza di altre iniziative basate sui principi dell’economia solidale, i produttori in questo caso mirano ad affermare il marchio ben oltre i confini provinciali contando di riuscire ad esportare la ricetta e la linea di prodotti secchi derivati da questa idea originale.

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LA FELICITÀ

Passa, ci sfiora e poi procede oltre a toccare altri corpi e folgorare anime di Corinna Albolino Gettato nel mondo, in quel fluire continuo di eventi che è la vita, succede all’uomo di essere felice, così come gli capita di soffrire. Felicità e dolore si configurano, dunque, come accadimenti che appartengono e coabitano nell’esistere. Quasi fossero una nostra modalità di stare nel mondo. Se in qualche misura tentiamo allora di definirli, possiamo affermare che sono un sentimento, cioè qualcosa che proviamo, delle sensazioni intense che ci attraversano e rimangono come esperienze indelebili della nostra storia. Per quanto eventi inseparabili tra loro, perché l’una prende significato rispetto all’altro, e per quanto tra loro legati, si può avanzare l’ipotesi che la felicità preceda il dolore e sia elemento più originario del male, del patire. La considerazione nasce dalla convinzione che sia componente costitutiva della vita stessa, dal momento che ha a che fare con la pienezza e realizzazione delle sue infinite possibilità. Una sorta dunque di vincolo connaturato all’eternità della vita, quella vita che da sempre ci precede. Come dire che insomma siamo felici per il fatto stesso di esistere. Di questa esuberanza della vita che ci abita come memoria permanente non ci è dato purtroppo che vivere degli attimi. Lampi di illuminazione, che sono il contrassegno dell’irruzione dell’eterno nel tempo. Per parlare di felicità, i greci usavano il termine eu-daimonìa che significa felicità, ma anche fortuna, buona sorte. Per l’uomo antico infatti non è qualcosa di cui disponiamo per natura, bensì una condizione che ci tocca, dispensata dal caso o elargita, come indica l’etimo, da un buon demone. Proprio perché arbitrariamente ci è data, senza giustificazione alcuna può esserci anche sottratta. Ed è tale precarietà, il fatto di non poterla mai trattenere, possedere, che ci produce angoscia. Forse per questo si dice comunemente che la felicità è fuggitiva: passa, ci sfiora e poi va oltre, a toccare altri corpi, a folgorare altre anime. Ed è il suo transitare, la sua inafferrabilità a esplicitar-

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Principio e bene supremo è l’intelligenza delle cose [...]. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta. (Epicuro) ne l’ambivalenza. Da un lato, infatti, proprio perché la viviamo, la sperimentiamo, pensiamo che sia di questo mondo; dall’altro il suo accadere per caso, il suo rapido toccarci per poi abbandonarci, fa pensare che abiti l’altrove. Non sorprende allora, come i miti delle origini ci informano, che essa sia contigua al divino, quasi che dimorasse presso gli dèi e fosse un loro dono agli uomini. La felicità è fatta di attimi, osserva ancora il filosofo Salvatore Natoli, istanti in cui per la pienezza, per l’intensità che proviamo, ci pare di “toccare il cielo con un dito”. Ci sentiamo al culmine dell’appagamento, la “felicità in persona”. Qui dove la gioia di esistere raggiunge il massimo, è il tempo a cadere. Come dire che si sospende, si dilata a dismisura e si ha l’impressione di vivere un tempo assoluto, un eterno presente. Di questa condizione di estasi, ricorda il poeta Rilke, i più dicenti da sempre sono gli amanti. Chiusi nel loro mondo, vorrebbero stringere, fermare il tempo nel loro abbraccio, nella loro beatitudine. Ma è Aristotele, agli albori della nostra civiltà occidentale, ad attribuire alla felicità lo statuto di “sommo bene”, il valore più alto a cui l’uomo possa aspirare. La sua ricerca rappresenta il fine ultimo della vita, il suo

senso. Quel bene sommo che ha pregio per sé stesso, che non viene scelto in vista di altri beni, che non è legato al possesso, ma coincide piuttosto con una “forma di vita”. “La vita buona” è quella in cui si sviluppa l’esistenza in tutte le sue dimensioni e dunque si realizza allorché si è in grado di godere dei piaceri con sobrietà, di usare l’intelligenza per creare, la saggezza per operare scelte oculate. Quando si comprende che non sono le cose a renderci felici, ma la ricchezza della relazione con l’altro. Rievocare questo antico paradigma può, a questo punto, aiutarci a comprendere la profonda trasformazione che le accezioni di bene, moralità, felicità hanno subito nel tempo. A tal punto che oggi si assiste a una inversione dei loro significati. Nel senso che quelli che fino a non molto tempo fa erano stigmatizzati come disvalori, si esibiscono oggi come virtù. Occorre considerare che, nel nostro mondo deprivato di stabili riferimenti, bene, felicità sono piuttosto espressione della vertigine del cambiamento, dell’accelerazione del consumismo. I loro contenuti sono dunque “liquidi”, in continua trasformazione. La felicità, dove la virtù dell’anima è scambiata tout court con l’utile, il vantaggioso, il conveniente per me, coincide piuttosto con il raggiungimento personale di potere, successo, denaro. Sono questi i nuovi modelli da ricercare. L’uomo, è innegabile, ha sempre rincorso con ogni mezzo, più o meno lecito, la ricchezza, l’orgia, il potere, ma era comunque chiaro che erano questi dei falsi idoli, moralmente da rigettare o comunque giustificati, pur strumentalmente, in nome di fini supremi: la ragion di stato, la patria, la pace. Oggi questi feticci sono innalzati a ideali, miti positivi da inseguire di per sé. La felicità è dunque riposta nella volontà di potenza, in quella ipertrofia dell’io che non esita a tradursi nella prevaricazione dell’altro, nell’abuso della forza. Se l’equazione è potere = denaro, tutto allora si può comprare perché tutto ha un prezzo, anche l’uomo. Così come recita l’antico adagio: Gli uomini sono come i metalli, ciascuno ha il suo punto di fusione.

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Attualità CRIMINALITÀ

Di mafia a Verona si comincia a parlare La malavita organizzata per anni è andata braccetto col cemento, nella zona del lago di Garda ma anche nell’immediata periferia della città. Per questo, quando si parla di grandi opere pubbliche, certi controlli diventano necessari

Tra il primo luglio 2008 e il 30 giugno 2009 le nuove inchieste che la magistratura veronese ha aperto per riciclaggio hanno raggiunto quota 43. Numeri che, in tale entità, nel territorio scaligero non si erano mai visti. Cifre di un fenomeno che non va sottovalutato né fatto passare sotto silenzio

di Francesca Lorandi «La legalità rappresenta una chance in più per far lavorare le imprese venete». Quelle che rischiano di essere schiacciate dalle organizzazioni mafiose che negli ultimi decenni hanno trovato al Nord un territorio adatto per il riciclaggio di denaro sporco. Il pericolo lo ha fiutato anche il governatore del Veneto Luca Zaia: sue sono le parole pronunciate in occasione della presentazione del protocollo contro l’infiltrazione della criminalità organizzata nei lavori della Pedemontana. La cronaca infatti dimostra che le grandi opere, ma anche le ricostruzioni in seguito a disastri naturali, sono un piatto appetitoso per le cosche. L’invito a vigilare è giunto nei giorni scorsi anche dal comandante provinciale del Carabinieri Paolo Ederle. In relazione all’alluvione di novem-

bre l’ufficiale dell’Arma ha dichiarato a un quotidiano locale che «c’era un imprenditore disposto a investire 12 milioni di euro nel Veronese». Denaro per aziende devastate dall’acqua e dal fango, ma di dubbia provenienza, visto che il personaggio in questione «era stato poi arrestato in una maxioperazione contro la ’ndrangheta di una Procura calabrese». Altro esempio, nemmeno tanto lontano. Nel luglio scorso sono stati oltre 300 gli arresti tra Lombardia e Calabria per associazione mafiosa, estorsione, omicidio, usura, traffico di armi e droga: le cosche cercavano di mettere le mani sugli appalti dell’Expo di

Milano, ma le indagini hanno coinvolto anche le attività produttive e il mondo politico e amministrativo. E ancora: un decennio fa Silvio Pieri, procuratore generale della Repubblica per il Piemonte e la Valle d’Aosta, aveva spiegato come «nella zona del Cusio-Ossola si è constato un importante tentativo di infiltrazione della ‘ndrangheta rivolto soprattutto agli appalti pubblici. In questi casi è apparsa manifesta l’intenzione della criminalità organizzata di “mettere piede” in una zona nuova».

Troppo spesso chi ha incarichi istituzionali e di responsabilità tende a minimizzare, se non addirittura a negare l’evidenza

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Focus

«Non esistono isole felici» I tentacoli della mafia sono arrivati anche nel ricco Nord Italia. I settori più sensibili al riciclaggio riguardano edilizia, trasporti, traffico dei rifiuti e turismo di Pierpaolo Romani* Non esistono isole felici. Così ha scritto la Commissione parlamentare antimafia nel 1993 per certificare l’espansione a livello nazionale del fenomeno mafioso. L’anno successivo, il senatore Carlo Smuraglia, membro di quella Commissione, firmò una relazione che dava conto di un’inchiesta sulla presenza del fenomeno mafioso nelle aree “non tradizionali”. Il documento parlamentare si occupava anche del Veneto, insieme ad altre regioni del Nord Italia come la Lombardia, il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Liguria. Secondo la Commissione antimafia una delle cause che hanno consentito ai mafiosi di poter agire al di fuori dei territori del Mezzogiorno, dove storicamente sono sorti i loro gruppi criminali tra il ‘700 e l’800, è stata senza dubbio l’infelice legge denominata del “soggiorno obbligato”. Il legislatore, infatti, era convinto che allontanatati dal loro territorio e spezzate le relazioni di tipo sociale, economico e politico su cui potevano contare, i mafiosi sarebbero risultati innocui e lo Stato avrebbe avuto la meglio. Purtroppo non fu così. Il “soggiorno obbligato” si tradusse nel trasferire in territori geograficamente vicini tra loro una serie di pericolosi criminali i quali riuscirono sia a riprodurre quel clima e quel codice di regole che vigevano nei territori di provenienza, sia a fare scuola ai delinquenti locali più svegli e spigliati. La prova è la nascita, a metà degli anni ’70 del ventesimo secolo, della mafia del Brenta, capeggiata sino alla metà degli anni ’90 da Felice Maniero, attualmente libero cittadino, dopo essere stato collaboratore di giustizia, aver contribuito a smantellare la sua banda e aver scontato una pena a undici anni di reclusione.

in VERONA

Cantiere edile

La fine della mafia del Brenta non ha significato la fine della presenza mafiosa in Veneto. A dimostrarlo sono alcuni arresti eccellenti compiuti nella regione e gli investimenti che i picciotti hanno saputo e potuto compiere sul nostro territorio. In Veneto sono stati arrestati importanti esponenti della mafia siciliana come Giuseppe “Piddu” Madonia, catturato a Longare (Vi) nel 1992, numero due della mafia siciliana (Cosa nostra) e condannato per le stragi di Capaci e via d’Amelio. Nel 2005, a Portogruaro (Ve) è stato arrestato Vincenzo Pernice, considerato il tesoriere del clan camorristico dei Licciardi. Nel luglio di quest’anno, a Mogliano Veneto, è stato arrestato il boss catanese Vito Zappalà, un sessantunenne tranquillo, che viveva in un palazzo di periferia e ogni giorno, oltre che occuparsi di trafficare droga tra l’Italia e l’Olanda, amava fare jogging. Era latitante dal 1999 e deve scontare una pena a ventinove anni di carcere. Nel Veneto e nel Nord Italia i mafiosi hanno riciclato quantità im-

portanti di denaro sporco, frutto di attività illecite, in particolare droga, estorsioni e usura. E questo grazie alla collaborazione di persone impiegate in banche, in finanziarie e nel mondo delle libere professionisti. In Veneto, secondo i dati dell’Agenzia del Demanio, alla fine del 2009 sono stati sinora confiscati al crimine organizzato 78 beni immobili e quattro aziende. Nella provincia di Verona i beni immobili sono 22 e vi è anche un’azienda. Nel 2007, a Peschiera del Garda, a un importante esponente della camorra napoletana, sono stati sequestrati beni per un valore di 3,5 milioni di euro. I settori più sensibili al riciclaggio sono quelli dell’edilizia, dei trasporti, del traffico dei rifiuti e del turismo. Per quest’ultimo settore vale ricordato il tentativo compiuto dai boss palermitani Salvatore e Sandro Lo Piccolo, successori di Bernardo Provenzano ai vertici di Cosa nostra, di investire circa otto milioni di euro in un residence nei pressi di Chioggia grazie alle complicità di un imprenditore e

di un’agenzia immobiliare situate in provincia di Padova. Il Veneto è anche una regione in cui si spacciano e si trafficano importanti quantità di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, eroina e droghe sintetiche. Nel 2008, secondo i dati del ministero dell’Interno, con 1,3 tonnellate, il Veneto risultava essere la sesta regione in Italia per quantità di droga sequestrata e la seconda regione del settentrione dopo la Lombardia. In particolare, su questof fronte, sono Verona e Padova le città che fanno registrare il primato della classifica. Nel 2008, sempre secondo i dati ministeriali, il 30 per cento dell’intero quantitativo di droga sequestrata in Veneto è stato trovato a Verona. Da almeno trent’anni, sia i magistrati che le Commissioni parlamentari antimafia affermano che i mafiosi sono penetrati anche nel ricco Nord Italia. Di fronte a questa situazione non possiamo chiudere gli occhi, pensando che il problema delle mafie sia soltanto ed esclusivamente una questione meridionale o un problema di ordine pubblico delegato a magistratura e forze dell’ordine. Ognuno di noi deve impegnarsi responsabilmente a denunciare i reati di cui può essere testimone, a collaborare con le istituzioni, a rifiutare la cultura dell’evasione fiscale, dell’omertà e dell’interesse esclusivamente personale. Ognuno di noi deve essere un testimone positivo dei valori della nostra Costituzione e impegnarsi a conoscere e a far conoscere, per essere e spingere a essere cittadini consapevoli e liberi. Solo così la democrazia avrà il sopravvento sulle mafie, la corruzione e l’illegalità. * Sociologo e coordinatore nazionale di “Avviso Pubblico”, già consulente della Commissione parlamentare antimafia

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Attualità Ci tengono molto gli ‘ndranghetisti a ottenere quei lavori, e quando non ci riescono reagiscono in malo modo. E infatti «al mancato ottenimento di quegli appalti da parte dei calabresi, ha fatto seguito una serie rilevante di attentati nei cantieri delle ditte aggiudicatarie degli appalti stessi», aveva commentato lo stesso procuratore Pieri. Succede in Lombardia, succede in Piemonte. E a Verona? Accade anche a Verona, dove la mafia per anni è andata braccetto col cemento, soprattutto nella zona del lago, ma

La Banca d’Italia nei mesi scorsi ha resa nota una ricerca che parla di oltre 400 segnalazioni legate a rischi di infiltrazione malavitosa nelle imprese venete: dove il credito non arriva in questo momento di crisi, è più facile che arrivino le organizzazioni criminali

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anche nell’immediata periferia cittadina, da San Martino Buon Albergo a San Giovanni Lupatoto. Con il rischio che, come ha già fatto altrove, allarghi i suoi tentacoli anche in altri settori. In silenzio. Perché al Nord si tende a pensare alla mafia solo quando si sentono spari, quando si scoprono delitti. «Qui la mafia non ammazza mica come fa in Sicilia», per dirla con le parole di Flavio Tosi. Ma c’è anche qui. Ed è quella dei colletti bianchi, che tengono la ventiquattrore al posto della pistola. Era il maggio del 1990 quando il giudice Paolo Borsellino, in un incontro pubblico in Veneto, disse: «Per quanto riguarda il rischio mafia, voi, oggi, in questa regione, dovete preoccuparvi soprattutto della corruzione, perchè la corruzione è l’anticamera della mafia». In che senso? «Il motivo – aveva spiegato – è facile da capire: se un esponente delle organizzazioni mafiose va in cerca di punti di riferimento per riciclare o investire nell’economia legale capitali di origine illecita non può che rivolgersi a politici corrotti, cioè a persone che hanno rivelato una certa inclinazione». Una convinzione, questa, che venne confermata da colleghi operanti proprio nelle regioni del Centronord. «Se domani la mafia avesse l’intenzione di controllare il mercato economico e finanziario, oppure la gestione dell’amministrazione pubblica a Verona, come in qualsiasi altra città settentrionale, avrebbe la strada spianata» dichiarò nel settembre di due anni dopo il dottor Guido Papalia, procuratore della Repubblica della città scaligera, all’indomani dell’arresto del boss Giuseppe Madonia in provincia di Vicenza. «L’importante sistema delle tangenti e il dilagare della corruzione – precisò – consentirebbe infatti alla mafia di introdursi e acquisire potere più facilmente anche in questo territorio. In tal senso, tutte le città del Veneto e del Nord in genere vanno bene, perché permettono la penetrazione in un mercato finanziario in continua espansione e quindi in grado di assorbire gli enormi capitali guadagnati illecitamente nelle regioni che più sono sotto il controllo della mafia». In questo contesto, l’arresto a Longare, nel cuore del Veneto, di Giuseppe Madonia – concluse il

magistrato – rappresenta la dimostrazione che determinate regioni e zone d’Italia, considerate tranquille dalla mafia, vengono usate per affari diversi da quelli che vengono svolti in altre regioni. La mafia non ha interesse a esercitare qui un potere con gli stessi metodi violenti esercitati in Calabria o Sicilia». A distanza di quindici anni i fatti gli hanno dato ampiamente ragione. La Banca d’Italia nei mesi scorsi ha resa nota una ricerca che parla di oltre 400 segnalazioni legate a rischi di infiltrazione malavitosa nelle imprese venete: dove il credito non arriva in questo momento di crisi, è più facile che arrivino le organizzazioni criminali. E quella scaligera è una realtà pressoché ottimale per la proliferazione di un gravissimo fenomeno quale il riciclaggio di denaro sporco. Lo ha sempre detto anche Antonio Nicaso, giornalista che da anni risiede in Canada, dove è consulente dell’Fbi. «Il Veronese è un crocevia importante per l’investimento dei capitali illeciti. La mafia, la camorra, la ‘ndrangheta da voi non sono visibili. Si muovono con il denaro». Quanto sia concreto questo allarme lo dimostrano i contorni dell’ultimo bilancio dell’anno giudiziario. Nel periodo di riferimento – tra il primo luglio 2008 e il 30 giugno 2009 – le nuove inchieste che la magistratura veronese ha aperto per riciclaggio hanno raggiunto quota 43. Numeri che, in tale entità, nel territorio scaligero non si erano mai visti. Cifre di un fenomeno che non va sottovalutato né, come spesso si è fatto sinora, fatto passare sotto silenzio. Perché troppo spesso chi ha incarichi istituzionali o di responsabilità tende a minimizzare, se non addirittura a negare l’evidenza. Non è un caso, forse, se la radice stessa della parola “mafia” ha un’origine negazionista: deriva dall’arabo maf e mafì che significano “nascondere” e “non c’è”; quindi, nascondere per dare a intendere che il problema o il fenomeno di cui si parla non esiste. Ma l’allarme c’è. E ha il suo fondamento nei sempre più ricorrenti sequestri, soprattutto in zona lago, di beni che appartengono a persone legate a mafia e ‘ndrangheta. Questi malavitosi campano rici-

clando il denaro con i mattoni. Mattoni già cementati, ossia beni immobili pronti per essere acquistati sul Garda, dove viene anche più redditizio spacciare cocaina. E mattoni nel senso di imprese edilizie dalla parte opposta, verso l’Est veronese, dove va di più la vendita di hashish e marijuana. In area lacustre, allarmante e recente è stata l’operazione Benaco, condotta dalla Dia (Direzione Investigativa Antimafia) di Padova. Era l’alba del 5 ottobre dello scorso anno quando vennero stroncate redditizie attività usurarie ed estorsive ai danni di commercianti del comprensorio del lago, a seguito della confisca di un patrimonio immobiliare del valore di oltre 3 milioni di euro nel quale erano stati reinvestiti i proventi dell’attività criminale. Finirono in manette Ciro Cardo ed Egidio Longo. I destinatari dei provvedimenti restrittivi, in concorso con altri indagati a piede libero, vennero accusati di molteplici delitti in provincia di Verona, tra cui usura aggravata, estorsione, lesioni personali gravi, esercizio abusivo dell’attività finanziaria e impiego di denaro di provenienza illecita. Non si tratta di casi isolati. Anche precedenti avvenimenti verificatisi a Peschiera e in altri Comuni del Garda erano stati ritenuti casi isolati, circoscritti, sporadici. I fatti hanno invece dimostrato che le cose stanno diversamente. Qualche esempio rende chiara l’idea. Nel febbraio del 1994, proprio a Peschiera furono sequestrati due appartamenti nel corso dell’approfondimento di un’inchiesta a carico di Gennaro Licciardi, all’epoca uno dei più pericolosi boss della camorra napoletana di Secondigliano. Il mese prima era stato arrestato a Desenzano Vincenzo Davino della stessa organizzazione camorristica. Nel 1991 erano stati arrestati a Riva i membri dell’intera famiglia camorrista dei Lanna di Caserta, dediti al traffico di eroina. Gennaro Licciardi, in particolare, avrebbe utilizzato parte della sua famiglia stabilitasi in Veneto per riciclare in attività e proprietà “lecite” i proventi illeciti del suo clan. Il personaggio, una ventina di anni fa, dopo essersi dedicato al racket delle estorsioni, creò il cartello denominato “Alleanza di Secondi-

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Attualità INTERVISTA CON IL PROCURATORE SCHINAIA

Indagini a 360 gradi Il procuratore capo di Verona Mario Giulio Schinaia

gliano” assieme alle “famiglie” camorriste Mallardo (un componente presente tempo fa in Veneto), Contini, Lo Russo, Stabile, Prestieri, Di Lauro, Sarno (Costantino, capoclan, fu arrestato a Caorle nel 1998). Dopo la morte di Gennaro, avvenuta in carcere nell’agosto del 1994, il “Clan dei Licciardi” fu gestito dai fratelli, prima Pietro e poi Vincenzo, i quali avrebbero trascorso la latitanza anche attorno al Garda, collegati come sempre a malavitosi campani latitanti in Veneto. È sempre la fine del 2009, quando la polizia sequestra tutte le quote e l’intero patrimonio della Ru. Gi. srl, un’impresa di costruzioni con sede legale in via Biasioli a San Giovanni Lupatoto, intestata al 50 per cento a Roberto Russelli, capo del pericoloso clan crotonese dei papaniciari. La Ru. Gi. Srl, hanno scoperto gli inquirenti, possedeva anche il 40 per cento di quote di un’altra ditta di costruzioni, la Quadrifoglio srl con sede a Pesaro. Non era uno sconosciuto, Russelli. L’anno precedente era sparito da San Giovanni Lupatoto, dove viveva dopo una decina d’anni di permanenza in città. Era sottoposto a regime di sorveglianza speciale, era destinatario di un obbligo di soggiorno e di quello di firma. Ritornato a San Giovanni, è stato arrestato per scontare la condanna per un tentato omicidio risalente al 2000. Il modus operandi degli inquirenti, in queste e in altre operazioni, è sempre lo stesso: confrontano il tenore di vita e le disponibilità economiche degli indagati. Controllano i beni loro intestati, e anche quelli che risultano proprietà di terzi: prestanome, utilizzati per non risalire ai veri ’ndranghetisti.

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«La pubblica amministrazione dovrebbe avere gli strumenti per evitare le situazioni di illegalità». Le grandi opere: inceneritore, motorcity, traforo... le fiduciarie: a chi tocca controllare? «Dietro ogni grande impresa ci sono di sicuro interessi da tenere sotto controllo. Lo hanno dimostrato, anche recentemente, disastri quali terremoti, ma anche dietro le inondazioni c’è chi segretamente brinda, perché può lavorare di più, realizzare nuove opere. Ma bisogna vedere che tutto sia pulito, dall’inizio alla fine». Mario Giulio Schinaia, procuratore capo, non lascia sospesa una parola senza prima averla pesata. Non lancia accuse, non vuole essere frainteso, anzi puntualizza subito: «Per i reati come l’associazione mafiosa è competente la Procura distrettuale antimafia di Venezia. Certo dalle indagini che noi qui a Verona conduciamo possono emergere, ed emergono, anche attività di associazioni mafiose». Oltre quaranta le inchieste aperte lo scorso anno. – I numeri dimostrano che il Veneto è un terreno sempre più fertile per la proliferazione del riciclaggio di denaro sporco. «Questa è un’area economicamente dinamica, solerte, attiva. E in quanto tale rappresenta un’ottima opportunità che le associazioni mafiose hanno per ripulire il loro denaro. Può succedere nelle aziende, nelle banche, nelle fiere, nelle mostre, nei commerci. Il nostro compito è indagare concretamente». – Le grandi opere a Verona potrebbero rappresentare un terreno fertile: 20 miliardi di euro fanno gola alla mafia. Per al traforo, ad esempio, è prevista una spesa di 450 milioni. Chi può e deve controllare la consistenza delle fiduciarie che partecipano alle gare d’appalto? «L’autorità amministrativa ha il potere discrezionale per capire quali sono le opere pubbliche da fare. E nella struttura amministrativa ci sono centri di controllo che sovraintendono la regolarità delle procedure. La magistratura non può controllare la regolarità di ogni opera: questo è compito della politica. Poi, se durante la gara d’appalto vengono fatte delle denunce – e di solito sono i perdenti a segnalare casi sospetti – noi allora verifichiamo». – Quindi solo i politici sono i garanti della trasparenza di queste gare d’appalto... «La pubblica amministrazione dovrebbe avere gli strumenti per evitare le situazioni di illegalità, garantendo trasparenza, nell’interesse della collettività. Ma il politico non può partire dal presupposto che il silenzio da parte della Giustizia sia garanzia di procedure lecite».

– Allora la domanda è diretta: in questo ambito, ci sono indagini in corso da parte della Magistratura? «Le nostre indagini ruotano sempre a 360 gradi». – Per esempio, Ca’ del Bue potrebbe rappresentare una calamita per le ecomafie. «Questo settore lo abbiamo trattato in modo approfondito in passato. I rifiuti speciali rappresentano una fetta consistente di questo tipo di inchieste. Ma non possiamo partire dal presupposto che ogni opera pubblica sia espressione di un imbroglio. Certo, dobbiamo accertare giuridicamente, ma non preventivamente». – Sono state oltre quaranta le nuove inchieste aperte lo scorso anno per associazione mafiosa, un numero probabilmente superiore a quello di altri capoluoghi veneti. La Procura di Verona non è competente in materia, eppure sono venuti alla luce parecchi casi. «É difficile fornire un numero preciso. Tutte le indagini che conduciamo mirano a individuare gli autori di reati, per far cessare le attività criminose. Se poi questi reati siano o meno collegati con attività di stampo mafioso, questo lo possiamo sapere solo a posteriori. Faccio un esempio: quando ci troviamo davanti a un reato di tipo ambientale, prima rimuoviamo la situazione di pericolo, poi scopriamo gli autori e solo allora scopriamo se sono legati a una organizzazione. E una volta fatta questa scoperta, la competenza passa alla Procura distrettuale antimafia di Venezia». – Viviamo in una realtà in cui ci sentiamo dire che il problema della città sono i vu’ cumprà in via Mazzini o i romeni che rubano bottiglie al supermercato. «La criminalità che mi preoccupa di più è quella più difficile da colpire, quella che ha nelle proprie fila veri professionisti. I reati di mafia hanno una caratteristica particolare. Sono operazioni gestite ad altissimo livello, da menti sopraffine, da professionisti del crimine che operano da luoghi lontani. Sono, per noi, criminali molto più difficili da individuare. Rubare una bottiglia è molto facile, l’operazione di un’organizzazione mafiosa è molto più sofisticata, più consistente e ovviamente più proficua. Allo stesso modo è più facile occuparsi del marocchino, la criminalità organizzata è più difficile da individuare». (F.L.)

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Attualità di Fabiana Bussola C’è chi sotto l’albero di Natale spera di trovare un lavoro, chi di avere un rinnovo della cassa integrazione straordinaria. Secondo Veneto Lavoro, i dati regionali relativi ai primi dieci mesi del 2010, le imprese in difficoltà crescono rispetto all’anno precedente, specie nel metalmeccanico e nelle realtà con meno di 50 dipendenti. Tendenze che si confermano a Verona, dove le crisi aperte tra gennaio e ottobre sono state 110, quattro in più rispetto a un anno fa. Nel medesimo periodo del 2010 è aumentato il ricorso alla cassa integrazione e i licenziamenti non si sono fermati: Verona città, San Bonifacio, Villafranca, Legnago le aree più interessate. A fine agosto sono state 63 aziende veronesi ad aver ricorso alla cassa integrazione guadagni straordinaria: nel 2009 erano 57. Secondo dati della Cgil scaligera, le ore autorizzate in settembre di cig ordinaria, speciale e in deroga sono state 14 milioni. Un rallentamento è stato comunque registrato tra maggio e agosto, ma il segnale di ripresa è ancora troppo debole per dire che la ripresa c’è. «Verona nei primi dieci mesi del 2010 registra un aumento costante di ore di cassa integrazione in deroga – specifica Lucia Perina, segretario provinciale della Uil –, che rispetto al medesimo periodo del 2009 cresce del 294,7 per cento, mentre calano le ore di cassa ordinaria. C’è quindi una reale possibilità di una successiva riorganizzazione delle aziende, che può significare riduzione dei posti di lavoro o addirittura la cessazione dell’attività. È un’evidenza che dovrebbe attivare nuove politiche di rilancio del sistema produttivo nazionale, nonostante la necessità di osservare il rigore di bilancio». La lista delle priorità secondo Perina comprende formazione, per avvicinare di più la domanda all’offerta di lavoro, più ricerca che renda le aziende competitive, meno fi-

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LAVORO

Sotto l’albero c’è la cassa integrazione Imprese sempre più in difficoltà anche a Verona. I dati e i commenti di CGIL, CISL e UIL

sco a carico del lavoro e investimenti in infrastrutture per il rilancio occupazionale. «Lo sviluppo delle imprese passa attraverso lo sviluppo del territorio

– sostiene la segretaria Uil –. Verona ha un piano di infrastrutture importante, dalla viabilità alla riqualificazione di Verona Sud, alle nuove aree industriali

come la Marangona, solo che bisogna dare un’accelerata, ci vuole un sistema amministrativo che corra veloce e decida». «Chiediamo da tempo che si investa in infrastrutture e ricerca – le fa eco Massimo Castellani, segretario provinciale della Cisl – ma non vediamo piani a lungo periodo. Purtroppo in questi tempi di feste sembra che le cose possano migliorare, ma in realtà siamo rimasti fermi. Per l’occupazione ci sono stati dei timidi segnali, soprattutto stanno reggendo le aziende che si sono orientate sull’export. Queste riescono anche ad assumere, ma non è certo sufficiente ad assorbire lavoratori tagliati fuori dalla crisi e parcheggiati finché si riesce in cassa integrazione o in mobilità. Anche il terziario in un primo momento ha reagito dando qualche segnale positivo, ma ora non si muove nulla. E in tempi brevi non si vedono svolte». La difficoltà stagnante in cui versa il sistema produttivo veronese ricade anche sulle possibilità di risposta dei sindacati. «Diamo tutela individuale, trattiamo per attivare le cig, la mobilità, ci confrontiamo con gli imprenditori per valutare i possibili strumenti di sostegno ai lavoratori. Stiamo anche progettando una struttura di microcredito per sostenere l’avvio di attività autonome o di cooperative. Il nostro servizio di assistenza alle partite iva può dare tutta la consulenza necessaria». Un ultimo appunto alla cabina di regia costituita dalla Provincia, il cosiddetto Crevv. «Ci siamo riuniti tre volte dal novembre dell’anno scorso – stigmatizza Castellani –. Certo, siamo una sessantina di rappresentanze, difficili da riunire tutte insieme. Ma finora a me sembra solo una vetrina, dove non c’è né chi vende né chi compra. Stiamo a guardare che se ne va la Glaxo da Verona e non arriva nessun’altra multinazionale. La città è forse poco attrattiva? O manca la capacità di pesare politicamente?».

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Lavoro CENTRALI NUCLEARI

COSTANO E INQUINANO Risorsa indispensabile per l’autonomia del Paese o scelta per nulla vantaggiosa? Il dibattito è aperto e quanto mai acceso, anche nel basso veronese, una tra le zone individuate in Veneto per la costruzione di nuovi impianti nucleari

di Chiara Bazzanella

L’energia nucleare non piace a chi avrebbe la centrale nel giardino di casa, anche se per qualche amministratore questo significherebbe l’accesso a benefici di tipo economico

in VERONA

C’è chi ne parla come di una risorsa indispensabile per l’autonomia del Paese e chi la vede come una scelta centralista, miope e per nulla vantaggiosa. L’energia nucleare non piace a chi avrebbe la centrale nel giardino di casa, anche se per qualche amministratore questo significherebbe l’accesso a certi benefici economici. Così, ora che a livello nazionale torna a farsi avanti il progetto di costruire otto reattori distribuiti sulla penisola, per una spesa complessiva di circa 30 miliardi di euro (l’Enel parla di 4-5 miliardi di euro a centrale, ma i costi sono destinati a lievitare), in Veneto chi comanda dice di sì,

ma anche di no, e spesso e volentieri scivola in ambiguità e poca chiarezza. Il Veneto rappresenta, infatti, una delle regioni candidate a ospitare una di quelle otto centrali (di cui quattro affidate a Enel ed Edf, l’azienda elettrica francese) che, secondo le linee del Governo, dovrebbero essere iniziate entro il 2013, per arrivare all’attivazione dei primi impianti nel 2020. Stando alle indagini degli anni ’70, le aree papabili individuate nella nostra regione sono principalmente tre: una nel basso veronese (e nello specifico a Torretta di Legnago dove, peraltro, è già in funzione l’unica discarica esistente nella provincia di Verona), un’altra nel delta del Po e l’ultima sulla fascia costiera, a Chioggia.

Zone in grado di soddisfare quei criteri indispensabili per la localizzazione di impianti nucleari, quali la grande disponibilità di acqua per il raffreddamento dei reattori e l’assoluta stabilità sismica, oltre che la bassa densità della popolazione. Tutte aree “già penalizzate da ingombranti servitù energetiche (la centrale Enel di Porto Tolle e il rigassificatore)”, secondo Legambiente Veneto, “ricche di attività produttive, come la pesca e l’agricoltura, che sarebbero gravemente colpite”. Se il presidente della regione, Luca Zaia, pur dichiarandosi favorevole alla produzione di energia elettrica tramite il nucleare, dice no all’eventuale realizzazione di una centrale entro i confini veneti, l’assessore regionale all’Ener-

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Attualità LE SCORIE: PROBLEMA MAI RISOLTO Negli anni ’70 il Comitato per l’Energia Nucleare (Cnen), oltre a elaborare una mappa per la localizzazione dei siti nucleari (tra cui, come detto, la zona compresa tra l’Adige e il Po a sud di Legnago), produsse anche una valutazione preliminare delle aree idonee per il deposito dei rifiuti radioattivi. Tra queste la più vicina a Legnago si trova nel mantovano, a Rivalta sul Mincio: ulteriore preoccupazione per il Comitato, che non vede di buon occhio l’eventuale futuro spostamento delle scorie da Torretta a Rivalta tramite treno o magari l’autostrada Nogara-Mare che, sospetta il Comitato, forse si punta a realizzare in quest’ottica, e non solo per risolvere i problemi di viabilità tra la bassa veronese e il Polesine.

Torretta di Legnago. L’acqua del Canal Bianco raffredderebbe il reattore

gia Massimo Giorgetti si allinea con Giancarlo Galan, ex patron del Veneto e attuale ministro dell’Agricoltura, secondo cui la centrale va realizzata in casa, per non perdere i benefici che altrimenti andrebbero ad altre regioni. In Provincia, il presidente Giovanni Miozzi, se da un lato non sembra gradire l’idea di una centrale vicina a Verona, dall’altro la preferisce in Veneto che altrove, sempre nell’ottica di usufruire dei vantaggi economici. Il sindaco di Verona Flavio Tosi sembra avere invece le idee più chiare su un sì a tutti costi al nucleare in pianura padana. Che sia in Veneto oppure in Lombardia poco importa, ciò che conta è recuperare il tempo perso da quel lontano 1987, anno in cui l’Italia, tramite tre referendum, si espresse in maniera sfavorevole

all’utilizzo del nucleare e soprattutto ai cosiddetti “oneri compensativi” spettanti agli enti locali sedi dei siti individuati per la costruzione di nuovi impianti. Sul nucleare il dibattito è più che mai acceso e avanza l’ipotesi che il referendum venga stralciato in nome di una pretesa indipendenza energetica. Quella della realizzazione di una centrale nella provincia di Verona è una minaccia che un anno fa, in risposta alla legge Sviluppo del luglio del 2009 – la quale esautora totalmente le regioni del loro potere concorrente in materia di produzione energetica –, ha visto formarsi nel giro di breve il Comitato antinucleare di Legnago e Basso veronese, che conta già oltre 850 adesioni. «Negli anni ’80 e già prima del referendum, Legnago fu nomi-

Le aree papabili individuate nella nostra regione sono tre: una nel basso veronese (a Torretta di Legnago dove è già in funzione l’unica discarica esistente nella provincia di Verona), un’altra nel delta del Po e l’ultima sulla fascia costiera a Chioggia

Torretta di Legnago è sede dell’unica discarica esistente in provincia di Verona

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nato Comune denuclearizzato – rende noto il presidente del Comitato, nonché vicepresidente di Legambiente Legnago, Lino Pironato –. Per questo, la scorsa primavera, abbiamo chiesto all’amministrazione di ribadire tale scelta. Ma la risposta è stata l’astensione, con la conseguente bocciatura della richiesta. Sembra che i nostri amministratori non abbiano nemmeno il coraggio di prendere posizione». Capacità che non manca invece nel sud della Lombardia, dove sono gli stessi Comuni a essere insorti per opporsi con determinazione alla prospettiva di una centrale sotto casa, più precisamente a Viadana, in provincia di Mantova. Prova ne è che il coordinamento territoriale contro il nucleare, nato nel 2008 l’indomani della delibera del Governo per il riavvio del programma di sviluppo del nucleare ai fini energetici, ha come capofila lo stesso Comune. Lo scorso 9 novembre il coordinamento ha organizzato un’assemblea pubblica che ha visto la partecipazione di oltre 300 persone e l’adesione di una ventina di Comuni della zona. Occasione dell’incontro sono stati i ventitrè anni dal referendum, ma soprattutto la volontà di dare risposte alle ultime uscite del ministro dello Sviluppo Paolo Romani sull’ipotesi di costruire ben due reattori atomici sull’asta del Po, tirando in ballo un supposto parere favorevole di Formigoni, finora sempre contrario al nucleare in Lombardia (che ritiene una regione autosufficiente sotto il profilo energetico ). Obiettivo dell’assemblea è

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Attualità A parità d’investimento, il settore del fotovoltaico è in grado di offrire occupazione in misura quindici volte superiore rispetto al nucleare

INIZIATIVE IN CORSO Oltre a promuovere la campagna “Una bandiera a ogni balcone” per invitare la cittadinanza a manifestare in questo modo un chiaro no al nucleare, il Comitato di Legnago e basso veronese ha già raccolto oltre 700 firme a favore della proposta di legge per lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima, che si pone tra i vari obiettivi proprio quello di impedire il ritorno del nucleare in Italia. Un’iniziativa, avviata a livello nazionale lo scorso giugno, che punta a raggiungere le 50 mila firme entro il prossimo dicembre. Per aderire alle campagne e saperne di più: http://comitatoantinuclearebassoveronese.blog spot.com/ 340.5928393.

stato anche quello di raccogliere sottoscrizioni per un documento che chiede “l’adozione di un Piano nazionale, elaborato con il coinvolgimento delle regioni, non di offerta di energia elettrica ma di definizione del fabbisogno energetico complessivo (termico, elettrico, per la trazione) con evidenziate le reali possibilità di risparmio ed efficienza energetica e di sviluppo delle fonti rinnovabili”. Umberto Chiarini, referente del coordinamento, precisa: «Ci dicono che il nucleare risolverà il 25 per cento del fabbisogno di energia elettrica in Italia. Ma essa rappresenta solo il 20 per cento del nostro fabbisogno, necessitiamo anche di energia termica e per la trazione e quindi, di fatto, con il nucleare risolveremmo solo il 5 per cento della domanda». Nel documento è chiesto poi di valorizzare nei piani energetici l’energia solare, “dando così una risposta ai temi dell’occupazione per ricercatori e lavoratori in settori fortemente innovativi”. Il settore del fotovoltaico è quello che al momento sta avendo più seguito, tanto che entro la fine dell’anno si stima che in Italia si potrà raggiungere la potenza di 1.500 Megawatt derivanti da installazioni fotovoltaiche. Non male, se si pensa che quella di una centrale nucleare in un anno

UN PO’ DI STORIA Nei primi anni ’60 l’Italia – con le tre centrali distribuite tra la provincia di Latina, Caserta e a Trino Vercellese – figura come il terzo produttore al mondo di energia elettrica a fonte nucleare dopo Stati Uniti e Inghilterra. Il 1º gennaio 1970 inizia la costruzione della quarta centrale nel comune piacentino di Caorso, sull’argine del Po, mentre nel 1975 avviene il varo del primo Piano Energetico Nazionale (Pen) che prevede, fra le altre cose, un forte sviluppo del nucleare. È in quegli anni che vengono proposti una serie di siti per nuove centrali elettronucleari, tra cui Viadana e Torretta di Legnago. Ma con l’esplosione, nel 1986, di un reattore della centrale di Chernobyl le cose cambiano e l’8 novembre del 1987, tramite referendum, la maggioranza degli italiani si esprime in maniera sfavorevole nei confronti del nucleare. In breve tempo le quattro centrali vengono chiuse. Il dibattito politico si è riaperto dopo l’impennata dei prezzi di gas naturale e petrolio tra il 2005 e il 2008, fino alla decisione del Governo nel 2008 di ripristinare in Italia una capacità nucleare a fini di elettro-generazione. L’intento di tornare alla produzione elettronucleare in Italia è stato normato con la legge 23 luglio 2009, n. 99 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Con l’approvazione da parte del Governo del Decreto legislativo del 15 febbraio di quest’anno, che fissa i criteri per l’attuazione del piano energetico, e la nomina, del 5 novembre, di Umberto Veronesi a presidente dell’Agenzia nucleare e dei consiglieri che lo affiancheranno, in Italia l’ipotesi di un ritorno al nucleare si fa sempre più concreta.

è di circa 1.600 Megawatt. A parità d’investimento, il settore del fotovoltaico è in grado di offrire occupazione in misura quindici volte superiore rispetto al nucleare. «Il Po è usato per tutto – continua Chiarini –. Dalla zootecnica

all’agricoltura, come via di comunicazione e forza motrice per le centrali idroelettriche. Bisogna pensare a disinquinarlo, non ad aggravarlo di un ulteriore carico. È giunto il momento di smettere di cementificare, per non rischiare il ripetersi di alluvioni simili a

Monumento alle porte di Mosca dedicato alle vittime di Chernobyl

in VERONA

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Focus

Fatti quattro conti il nucleare non è un buon investimento Senza contare i danni all’ambiente, rimane il fatto che servono decenni di attività per pareggiare il consumo di energia sostenuto nella realizzazione degli impianti. E poi le riserve di uranio sono destinate a esaurirsi

di Gianni Tamino* Oggi nel mondo il nucleare rappresenta meno del 7 per cento dell’energia totale e nei prossimi anni ci saranno più centrali da chiudere (per limiti di età) di quelle nuove che verranno aperte. In Italia due (o quattro) nuove centrali nucleari rappresenterebbero il 3 per cento (o rispettivamente il 6 per cento) della potenza elettrica installata nel nostro paese, già superiore alla richiesta. Infatti, a fronte di una domanda massima nelle ore e nei giorni di punta di 56 mila Megawatt le centrali oggi operanti nel nostro paese raggiungono una potenza di circa 100 mila Megawatt. Il costo dell’energia nucleare non è basso. L’energia importata dalla Francia costa poco per la rigidità del nucleare: le centrali sono in funzione anche quando c’è scarsa domanda, ciò che fa vendere l’energia sottocosto. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Financial Times del 3 novembre 2010) un kilowattore prodotto da nuove centrali nucleari costerà il 50 per cento in più di quello prodotto da centrali a metano, ma senza tener conto dei costi di smantellamento e di gestione dei rifiuti radioattivi. Lo smantellamento della centrale di Yankee Rowe (Usa) è costato il doppio del costo di costruzione. Non solo il nucleare costa più dell’eolico (102 millesimi di dollaro contro 99), ma per il Dipartimento energia statunitense, i costi dell’elettricità di nuovi impianti nucleari in linea al 2020 cresceranno del 34 per cento.

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Il motivo principale di quest’aumento dei costi è dovuto al fatto che, come il petrolio, anche l’uranio si va esaurendo. I minerali contenenti uranio, utilizzati per la sua estrazione, ne possono contenere una concentrazione anche inferiore allo 0,05 per cento, ma a queste condizioni – se si calcola tutta l’energia necessaria per la macinazione della roccia, per l’estrazione e per l’arricchimento dell’uranio 235, per il trasporto, per la realizzazione della centrale –, occorrono decenni di funzionamento della centrale per pareggiare i costi energetici delle fasi precedenti. Inoltre le riserve accertate di uranio sono inferiori a quelle del metano e del petrolio e, a consumi attuali, non ci sarebbe più uranio intorno al 2060. Calcolando l’inizio dei lavori per una centrale nucleare in Italia non prima del 2015 e almeno dieci anni per la sua realizzazione,

potrebbe entrare in funzione dopo il 2025. Tuttavia l’uranio, con costi crescenti, potrebbe esaurirsi prima di avere prodotto l’energia sufficiente per compensare i consumi delle fasi precedenti. Il reattore in costruzione a Olkiluoto, in Finlandia, di progettazione francese come quelli ipotizzati in Italia, ha già alcuni anni di ritardo e maggiori costi per vari miliardi di euro. Nel dicembre 2008 l’Autorità per la sicurezza nucleare finlandese ha indicato vari inconvenienti nella costruzione e sta aspettando “un progetto adeguato, che soddisfi i principi basilari della sicurezza”, senza il quale si potrebbe bloccare la costruzione del reattore. Anche per questo aspetto economico, oltre che per i rischi d’incidente, negli ultimi venti anni il nucleare ha mostrato un chiaro rallentamento in tutto il mondo. Anche senza incidenti rilevanti, il

ciclo del nucleare costituisce un grave pericolo: già nella fase di estrazione produce un gas, il radon, molto pericoloso per i lavoratori, le popolazioni e l’ambiente e, durante la fase di normale funzionamento la centrale ha comunque delle emissioni radioattive. In Germania uno studio del 2008 ha rilevato un incremento di 2,2 volte delle leucemie tra i bambini d’età inferiore ai cinque anni, residenti entro cinque chilometri dagli impianti nucleari. Di fronte ai cambiamenti climatici provocati dall’uso di energie fossili, alcuni scienziati hanno proposto il nucleare come male minore. In realtà l’uranio, come le fonti fossili, è esauribile. Anche decidendo ora di ricorrervi fino ai limiti dell’esaurimento, il suo apporto in termini di riduzione di gas serra sarebbe limitato (a causa dell’energia richiesta dalle fasi di estrazione fino a quelle di gestione della centrale e dei rifiuti) e arriverebbe troppo tardi, come ammette il Politecnico di Milano. Per evitare i cambiamenti climatici occorre ridurre i consumi, grazie al risparmio e all’aumento di efficienza, e quindi ricorrere alle fonti rinnovabili). L’energia solare che arriva sulla Terra in un anno, è pari a circa mille volte tutta l’energia contenuta nell’uranio estraibile nei prossimi 50 anni. Il nucleare presenta comunque aspetti irrisolvibili, come le scorie e una domanda di acqua per il suo raffreddamento che nessun fiume d’Italia può assicurare. * Docente di Biologia presso l’Università degli Studi di Padova

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Attualità NON CONVIENE... Da un’analisi comparativa realizzata dalla Fondazione sviluppo sostenibile, risulta che l’elettricità prodotta dalle centrali nucleari costa il 16 per cento in più rispetto a quella delle centrali a gas e addirittura il 21 per cento in più rispetto alle centrali a carbone. Anche il fotovoltaico è diventato ormai più economico del nucleare. Per la Fondazione, decidendo di investire nel nucleare “si dovrà ripartire da zero, importare reattori che non produciamo, tener conto delle caratteristiche del nostro territorio, affrontare le forti opposizioni locali, considerare i tempi prevedibilmente più lunghi di realizzazione delle centrali”. A far lievitare i costi sono anche le difficoltà di garantire la sicurezza e lo smaltimento corretto delle scorie. Un esempio per tutti il cantiere di Areva, a Olkiluoto in Finlandia, dove i costi, dai 2,3 miliardi di euro iniziali, si sono gonfiati fino ai 7,68 miliardi di oggi.

ED È ANCHE NOCIVO Una centrale nucleare emette radiazioni anche nel suo normale ciclo di funzionamento. Uno studio governativo tedesco (Kikk studium) realizzato dall’Università di Magonza ha rivelato che tra i bambini che vivono a meno di cinque chilometri dai reattori di uno dei sedici impianti nucleari presenti in Germania, la leucemia infantile è tre volte più frequente rispetto ai coetanei che vivono a più di cinquanta chilometri. Come se ciò non bastasse, un altro studio effettuato vicino agli impianti di ritrattamento di Sellafield e Dounreay (Gran Bretagna) e a Krummel (Germania) ha registrato tassi di rischio di tumori superiori da due a quattro volte rispetto alla media europea. In alto: pale eoliche. Sopra: reattore nucleare

In Italia si potrà raggiungere la potenza di 1.500 Megawatt derivanti da installazioni fotovoltaiche. Non male, se si pensa che quella di una centrale nucleare in un anno è di circa 1.600 Megawatt

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quelle che hanno appena sconvolto il Veneto e che, una decina di anni fa, abbiamo rischiato anche noi». Eppure, se le centrali venissero costruite, il sito di Viadana resta il più probabile della Lombardia, anche se forse il meno disposto ad accettare le misure compensative. «Siamo decisi a opporci in modo democratico, dando eventuale appoggio anche a ogni azione popolare nonviolenta volta a contrastare l’installazione di impianti nucleari sul territorio», è scritto a fine del documento proposto durante l’assemblea del 9 novembre. Toni con i quali le amministrazioni della bassa veronese non sembrano disposte a scendere in campo, ma forse la gente sì. All’incontro organizzato dal Comitato di Legnago il 12 novembre scorso a Vangadizza, infatti, oltre 100 persone si sono trattenute fino alla mezzanotte per essere informate sui rischi del nucleare, e non solo sotto casa.

«Si potrebbe pensare che l’ipotesi di Legnago sia stata tirata fuori in maniera funzionale alla realizzazione della centrale a Viadana – ipotizza Chiarini –. Quasi per incentivare il mantovano ad accettare la realizzazione di un’opera che, altrimenti, verrebbe comunque realizzata a pochi chilometri e senza nemmeno alcuna compensazione». Sta di fatto che, alla faccia della politica, i comitati delle aree coinvolte riescono a dialogare senza problemi e, anzi, sono decisi a muoversi in rete nell’ottica di un coordinamento nazionale. «Dobbiamo uscire dal localismo e fare rete con la gente – conclude

Chiarini – contro chi ha fatto del Po un dio fasullo e, come la Lega, si mostra incapace di dare risposte concrete». Vada come vada, per il presidente del Comitato di Legnago Pironato «anche se le centrali non venissero mai realizzate, quella in corso resta una perdita di tempo e di risorse per il Paese, a scapito di una valida programmazione in tema di energie rinnovabili in vista degli obiettivi europei da raggiungere entro il 2020». E proprio Legnago, nel 2009, ha visto l’acquisto di 63 impianti tra fotovoltaici e solari da parte di aziende e privati: «È questa l’energia su cui puntare. Il nucleare è una scelta che porta a un controllo militare e stringente sul territorio, oltre a essere non economico, non sicuro e non utile».

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Meteorologia e sopravvivenza in collina Quando la dimensione terribile della natura manifestava la sua forza, spegneva inutili visioni prometeiche. Nasceva invece il senso del limite e si accendeva l’idea del rispetto verso le leggi morali

di Aldo Ridolfi La massiccia presenza di “zappativi” è documentata da questa immagine. Le pendici collinari, rivolte a sud, presentano le caratteristiche marogne (muretti a secco) che, terrazzando il pendio, rendevano possibile ancora una volta la coltivazione dei cereali. È comprensibile quanto fosse importante un regime di piovosità regolare per conseguire qualche risultato agrario in simili condizioni. Sullo sfondo il profilo del Monte Pecora (869 metri slm) sul quale sorge oggi la pala eolica del Comune di Badia Calavena

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“Vi rifiutai la pioggia a tre mesi dalla mietitura”, così il Signore si rivolge agli Israeliti in Amos 4,7. Il tempismo è perfetto: un’arsura prolungata avrebbe compromesso la produzione di frumento e avrebbe così messo in serio pericolo la sopravvivenza dell’intero popolo. Israele doveva trovare qui sufficienti ragioni per ravvedersi. Per noi il problema non è di esegesi biblica. Intendiamo solo sottolineare, con un testo autorevole e antico, come la dipendenza dalle condizioni meteorologiche fosse a fondamento, in quegli anni (ma anche oggi), della vita. Per questo lo sguardo dell’uomo è sempre stato costantemente rivolto al cielo, anche per ragioni di sopravvivenza. Il gesto esprimeva al contempo profondo timore, infinita speranza, senso di rassegnata dipendenza. Davanti agli eccessi della natura, esso poteva essere

muto e soccombente, ma poteva anche diventare ribellione improvvisa per una dittatura – quella del tempo – capace di prostrare o assumere la forma del grido tragico e disperato da contrapporre all’incalzare delle nuvole temporalesche. Impauriva una sfumatu-

ra biancastra che i bambini avevano imparato a riconoscere: bassa, appena al di sopra del piano di campagna. Poteva esserci, allora, un reclinare del capo e un’accettazione composta e dolorosa, ma anche la preghiera ad alta voce o l’accensione dell’olivo benedet-

Grandine di eccezionali dimensioni

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Territorio Territorio OSSERVAZIONI AGRARIE Il professor Ciro Ferrari ha redatto le Osservazioni agrarie per la provincia di Verona dal 1891 al 1900. Ecco una pagina relativa all’anno 1897. “Ma il temporale più terribile dell’anno e del qual a lungo rimarrà il ricordo, oltre che pel momento critico nel quale avvenne, la vigilia della vendemmia, per la straordinaria grossezza della grandine, fu quello del 12 settembre. La direzione al solito da Occidente a Oriente; passò nella città intorno alle 4.30 pomeridiane. La zona colpita dalla grandine devastatrice fu una stretta striscia larga tra i due e i quattro chilometri e foderata dirò così da una zona di chicchi di minor grossezza il cui asse si estende da W a E, passando da S. Martino della Battaglia, Peschiera, S. Giorgio in Salici, Sona, Caselle, S. Lucia, Verona, S. Michele, S. Martino B.A., Colognola, Soave per raggiungere il nostro confine orientale. La grandine in taluni di questi luoghi era grossa come gli aranci. Mi potei fare un’adeguata idea della sua straordinaria grossezza dal numero delle tegole (circa 30 mila) che fui obbligato a rimettere in alcune mie case a Caselle”. C. Ferrari, Osservazioni agrarie anno 1897, Franchini,Verona 1899, p. 6.

LE INFLUENZE METEOROLOGICHE SULLA PRODUZIONE AGRICOLA Lettera inviata dalla Deputazione comunale di Selva di Progno il 12 febbraio 1836 all’Imperial Regio Commissario di Badia Calavena, in Tregnago. È un documento con una sua speciale sintassi, ma particolarmente attento alle influenze meteorologiche sulla produzione agricola. È conservato nell’Archivio del Comune di Selva di Progno. “Rispetto alla differenza di una statistica all’altra, per le granaglie ha ragione sia che il verno del 1834 è stato troppo secco, la primavera troppo umida e la state burascosa per cui le sementi parte furono inaridite, parte marcite e parte svelte per cui avvenne lo scarseggio. Riguardo la speranza del fieno ed erba è che essendo il verno nevato e il fiero aquilone che vi domina quasi sempre, oltre ad aver portato seco il concime, ha anche il terreno inaridito, e ne soffiò via anche la terra che esisteva attorno alle radici e così, private del consueto alimento, ne derivò lo scarseggio, il nominato vento molte volte ne portò via il fieno quando è falciato e mezzo secco nei prati”. Più sotto aggiunge, a proposito delle abitazioni: “La maggior parte dei fabbricati inservienti all’agricoltura, come case, tezze, stalle, porcili, ed ovili ci sono di sasso e calce e coperti a paglia di segale o canne di valle il tutto importato da fuori tranne quella poca paglia che non basta neppure per una cinquantesima parte dei fabbricati i quali tutti angustissimi, e bassi di tetto, essendo danneggiati dal fiero aquilone e dalla neve che ivi casca abbondante e tale che ogni tre, o quattro anni abbisognano rinnovazione di coperto e ristauro nei muri”.

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I dolci arrotondamenti di queste colline (siamo ancora nella zona tra Sprea e San Bartolomeo delle Montagne, in Val d’Illasi, a 8-900 metri slm) testimoniano non solo l’attività secolare dell’uomo sul territorio, ma consentono anche di affermare che dove adesso c’è prato fino a 60-70 anni fa c’era “zappativi” (terreno lavorato a zappa), cioè campi di cereali e di ortaggi.

to... I “grandi” si mettevano le mani nei capelli: piangevano, affondavano i pugni nelle tasche profonde e sformate di logori pantaloni. Intanto la grandine rimbalzava sul selciato, picchiava forte sul tetto di copi, urlava nel bosco, fitto, in quella stagione, di foglie. Si copriva d’angoscia, allora, tutta la casa e un lamento angoscioso la percorreva: El ne porta ia tuto! Non si era tranquilli nemmeno se il fortunale passava senza danni perché, cessata la pioggia, si annusava l’aria alla ricerca dell’odore d’erba o foglie pestate dai chicchi: inequivocabile segno che nei dintorni aveva grandinato, e forte. Non si era tranquilli perché la tempesta, anche sul podere di altri, era sentita come profonda ferita, come tradimento inaccettabile dopo infinite fatiche. Quando la dimensione terribile della natura manifestava la sua forza, spegneva inutili visioni prometeiche. Nasceva invece il senso del limite e si accendeva l’idea del rispetto verso le leggi morali. Molto eloquente era l’espressione Adeso el mola do el cuèrciolo, che alludeva non solo alla grandine e alla furia devastante del temporale, ma alla stanchezza della divinità per la malvagità degli uomini, giusto l’impostazione del profeta Amos. La rilevanza catastrofica della grandinata veniva ribadita

da un’altra espressione, un traslato non privo di una certa amara ironia: L’è come la tonpesta de majo. L’epiteto, per così dire, era spesso riferito a chi combinava ogni tipo de malan, talvolta anche ai bambini particolarmente vivaci, ma in tal caso l’espressione era tinta di genuina allegria, di un certo orgoglio e di un tale ottimismo che poteva persino permettersi di scherzare sul più terribile flagello meteorologico. Accanto all’espressione El ne porta ia tuto, ve n’era una seconda, non meno drammatica: El ne brusa tuto. Qui il riferimento era alle terribili siccità estive che inaridivano gli zappativi delle pendici collinari trasformandoli in terreni aridi, sterili e compatti come mattoni sui quali crescevano magri e radi ortaggi, fieni alti coatro diei (quattro dita, quattro centimetri) che male coprivano crepe larghe ’na spana nel codego assiderato: fessure che si facevano di giorno in giorno più profonde e minacciose e che trasferivano la loro arsura nel cuore delle persone, angosciate, nel periodo estivo, ora dalla grandine ora dalla siccità. Piero Piazzola, in una delle sue magistrali poesie raccolte in Aleluja, in ’N forèsto dedica un’indimenticabile terzina a questa particolare situazione: Sole che ’ncendia i piantoni; / bestie che bròca ’nca scorse e raìse; / ombre curte che smòrdega i cantóni.

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Territorio Il regime delle piogge e la loro corretta alternanza con la necessaria insolazione erano requisiti costitutivi non tanto di un’abbondante produzione a fini speculativi, quanto di sicurezza alimentare, soprattutto nel periodo invernale perché: Fin a Nadale magma tuti uguale, da Nadale in là magnarà ci podarà. Come ci ricorda Dino Coltro in Santi e contadini: Val pì na piova a la so staion che on caro de oro de Salomon. La mancanza delle piogge marzoline condizionava lo sviluppo futuro dei foraggi e le piogge successive non portavano gli stessi vantaggi: Se marso non incodega maio no sega; e così, in agosto, era necessaria la pioggia per ingrossare i maroni: Acqua de agosto e de note, castagne a mote. Si tratta spesso di sottili distinguo che oggi sfuggono anche a chi conosce proverbi, modi di dire, storie de ’sti ani. È noto, infatti, che Sotto la neve pane e che Bon nevaro bon granaro, ma per il boscaiolo una nevicata prima di Natale seguita da temperature rigide impediva la frequentazio-

L’immagine risale alla fine degli anni Ottanta ed è stata scattata a Sprea di Badia Calavena nei pressi di contrada Tassi a circa 800 metri d’altezza sul livello del mare. Documenta la coltivazione dell’uva a quote certamente elevate per le nostre latitudini, ma era pratica agraria giustificata da un’economia di sussistenza e policolturale. La grandine spaventava soprattutto per i danni davvero gravi a carico dei cereali e degli ortaggi, ma il montanaro soffriva anche per la perdita dell’uva e quindi del vino che costituiva un elemento insostituibile nelle mense soprattutto della domeniche.

ne del bosco e il taglio della legna che doveva avvenire da novembre a marzo. Costituirsi una riserva adeguata de stele era importante per non patire il freddo durante l’inverno successivo. Tuttavia, se la nevicata precoce

cadeva, l’accorto boscaiolo doveva predisporre nel modo migliore le sue pedine e attivava due fronti di taglio: uno al tramontan e uno al solivo: in caso di nevicate abbondanti, seguite da freddi rigidi, aveva così la possibilità di

operare, come si direbbe oggi, su un duplice scacchiere e bypassare l’imbuto rappresentato dai boschi al tramontan. Insomma, era un bel confronto! Che durava tutto un anno, anzi, tutta una vita.

ASSOGUIDE VERONA L’Associazione Guide Turistiche Autorizzate di Verona e Provincia ASSOGUIDE è composta da 23 guide turistiche tutte in possesso del patentino rilasciato dalla Provincia di Verona in base alla Legge Regionale del 4 novembre 2002, n. 33. L’Associazione unisce passione ed entusiasmo ad un costante lavoro di aggiornamento e approfondimento. Le lingue straniere nelle quali i soci ASSOGUIDE possono fornire il loro servizio sono: inglese, francese, tedesco, spa-

gnolo, giapponese, russo, olandese, greco, portoghese, rumeno. ASSOGUIDE si avvale di un sevizio multilingue per le prenotazioni e dispone di un numero telefonico di reperibilità per le emergenze. Oltre alle classiche visite della città e della Provincia di Verona, Assoguide è in grado di fornire itinerari personalizzati, adatti alle esigenze di associazioni culturali, piccoli gruppi, operatori congressuali, gruppi parrocchiali, gruppi di disabili, gruppi incentive, scuole di ogni ordine e grado.

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Territorio BASSA VERONESE

La nebbia agrodolce che avvolge la pianura Trappola meteorologica invernale e delle stagioni di mezzo, la nebbia da sempre ha affascinato poeti e viaggiatori, fotografi e registi, musicisti e scrittori che ne hanno ricordato le atmosfere rarefatte

Ammanta la campagna e la imbalsama con la sua patina refrigerante, ma al tempo stesso impedisce la visibilità e rende pericolosa la circolazione. La nebbia è una medaglia a due facce: c’è chi accetta serenamente di conviverci e vi osserva un accento d’elegia, e chi invece la tollera purché di breve durata

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di Stefano Vicentini Durante la stagione fredda c’è una nebbia attesa, che ammanta la campagna e la imbalsama con la sua patina refrigerante, e una nebbia fortemente osteggiata, che impedisce la visibilità e mette in allarme qualsiasi circolazione. Una medaglia a due facce: chi accetta serenamente di conviverci vi osserva un accento d’elegia, chi lo fa amaramente la tollera purché di breve durata. Sull’aspetto affascinante della nebbia si sono fissati fotografi e registi – pensiamo alle atmosfere rarefatte dei film di Antonioni e Olmi – ma anche scrittori e interpreti della tradizione contadina, con una ricca pluralità di versi e proverbi. Il compianto cultore nostrano del mondo perduto di ieri, Dino Coltro, ricordava gli auspici che l’apparire della nebbia portava alle famiglie: Tempo molo fa la nebia, tempo duro porta ben, a seconda della temperatura; Nebia bassa bon tempo lassa e La nebia purga el tempo, quando promette il ritorno del bel tempo; Nebia ciara tira el caro via da l’ara, quando preoccupa i contadini nei campi; Tre calighi fa na piova perché anticipano la pioggia. Non manca l’alone poetico perché i toni pastello, derivati dallo smarrirsi dei colori a contatto col grigiore della nebbia, richiamano quadri di nostalgia, appunti d’infanzia, malinconie di cose lontane

e perdute. Nel 1948, alcune poesie della raccolta Pianura di Giulio Nascimbeni, allora ventenne ma futuro noto professionista al Corriere della Sera, meritarono il massimo riconoscimento alla prima edizione del Premio Castello di Sanguinetto, suo paese natale. I versi, di stile ermetico, imprimevano sensazioni di malinconia attraverso la rivisitazione di un paesaggio avvizzito, degradato e quasi morto: ogni giorno si ricominciava a vivere con la dura fatica del lavoro. Ecco, allora, il protagonismo della nebbia: Il Nord ha questi giorni e queste notti/ quando gli asfalti tornano di piombo/ e i tetti delle case hanno colore/ di melograno [...] Quale nome daremo, quale voce/ alla nebbia dell’anno?; e ancora Su quadranti di nebbia la pianura/ uccide l’ora degli idoli di sabbia,/ paesaggi levigati già riafferrano/ nei canneti la foce dell’ inverno, La nebbia è un sogno che mi porta/ nudi trofei di alberi. Ed io sono/ un uomo che aggira la sua pena/ dentro una catacomba di vicoli e di vigne. Certamente ritraeva un paesaggio del secolo scorso, un’immagine degli anni Quaranta, con un approccio diverso tra la natura e l’uomo, che alla nebbia assegnava un compito di oblio verso le miserie e i momenti più cupi della nostra storia. Quel mondo era quasi del tutto diverso dall’oggi: con la densa “nebiara”, tra le viuzze di campa-

gna arrivavano prima i cigolii delle biciclette rispetto alle sagome umane, oppure si sentivano per strada gli zoccoli dei cavalli o sul selese (selciato) le sgalmare (scarpe grosse) dei contadini; pieno di dolcezza nel borgo era, invece, il refolo di aromatiche pipe, seguite da sagome nere che erano i signorotti locali avvolti nel tabarro – dal tardo latino “tabardum”–, usato nell’area veneta dal Trecento. Una gustosa macchietta, scritta in dialetto emiliano, ci è donata da Cesare Zavattini raccontando proprio quest’indumento, da tempo scomparso e sostituito dal cappotto: Portano ancora il tabarro/ dalle mie parti. C’è un vecchio del Ricovero BurisLodigiani/ che vi s’involta dentro fino agli occhi/ come volesse dire/ non voglio più vedere nessuno/. Sembrano uccelli/ la gente in bicicletta./ Appena il piede tocca ancora la terra/ torna in mente/ quello che avevamo voluto scordare. L’immagine di an vec c’al sgh’invoia dentr’in fin i oc cme s’al vrés dir an vöi pö vedr’ansön, che si avvolge tutto fino a isolarsi e quasi scomparire (nel veneto diventa el sà imbacucà fin a le rece, coperto fino alle orecchie), richiama di riflesso anche un triste ricordo nella Bassa ossia il fenomeno del brigantaggio, l’oscurarsi favorevole agli uomini di malaffare, assai vivo nelle campagne prima dell’illuminazione. Quest’ambiguità è il rovescio della

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Territorio

«Cos’è la pianura padana dalle sei in avanti, una nebbia che sembra di essere dentro un bicchiere di acqua e anice» Paolo Conte

Con la densa “nebiara”, tra le viuzze di campagna arrivavano prima i cigolii delle biciclette rispetto alle sagome umane, oppure si sentivano per strada gli zoccoli dei cavalli o sul “selese” (selciato) le “sgalmare” (scarpe grosse) dei contadini

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medaglia, il volto aspro e tetro della nebbia che inclina all’avversione e all’odio. Oggi, l’altra nebbia è quella che avvolge gli automobilisti, i guidatori di camion e moto, che si espongono al pericolo della strada tra l’autunno e il tardo inverno. La statistica dice che chiunque acquisti un mezzo di locomozione nel Nord esige, come aggiunta indispensabile, i fari fendinebbia. Inoltre, l’alta pericolosità che per la strada un tempo era assegnata alle curve, riguarda oggi la mancanza di strisce che delimitano la carreggiata e di guardrail, in stretta relazione con la visibilità critica. Osservando le indicazioni meteorologiche internazionali, si va dalla “nebbia densa”, con visibilità inferiore a 40 metri, alla “foschia”, con visibilità superiore a 1000 metri (quella media è inferiore a 400 metri). In verità, il confine pratico tra foschia e nebbia e tra caligine e bruma è estremamente la-

bile. Parlando di questo, un giornalista della Gazzetta di Mantova, Stefano Scansani, autore del brillante saggio La fabbrica della nebbia. Mito e meteo in Valpadana (edizioni Tre Lune), probabilmente anche come sfogo di un lunghissimo intreccio con essa nella sua vita professionale, commenta: “Ma la nebbia, quando esagera, è la più subdola e silenziosa trappola meteorologica invernale e delle cosiddette stagioni di mezzo. È un’idrometeora rara, che invece di precipitare come tutte le altre, sale, accidenti”. Non c’è antidoto a questa iella: sono stati ultimamente posizionati dissuasori di velocità, semafori intelligenti, cartelli lampeggianti ad hoc, strisce sonore sull’asfalto. Tutto utile ma non definitivo, nella vittoria su questo temibile avversario. Da un giro di telefonate ad alcuni giornalisti del basso veronese, l’ironico “invito” a passare d’inverno per alcuni territori ostili: l’arteria principale

Cerea-Bovolone, la San Pietro di Morubio-Isola Rizza (contrada Casalino) o molte frazioni; non si dimentichi, poi, che varie chiese non hanno il sagrato, mentre diversi municipi, istituti scolastici e per anziani sono affacciati alla strada. Insomma, con la nebbia è un terno al lotto per tutti. Una nonna legnaghese, abituata da sempre ad allungare il braccio prima di oltrepassare le strade, dichiara: “Te ricordito el nebion che ghèra a la sagra de Vigo? Se traversava col brazo alto davanti a la ciesa senza vedar el stradon. L’era un ris’cio”. Allora, con sole biciclette e poche auto prudenti, si faceva in tempo a vedere quel motto e fermarsi; oggi non è più così. L’immagine agrodolce della nebbia è fissata dal musicista Paolo Conte in La fisarmonica di Stradella: Cos’è la pianura padana dalle sei in avanti: una nebbia che sembra di essere dentro un bicchiere di acqua e anice. Esperienza ben nota dalle nostre parti.

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Desiderare di smettere di bere: è l’unico requisito per divenirne membri di Alcolisti Anonimi, un’associazione di uomini e donne che mettono in comune la loro esperienza, forza e speranza al fine di risolvere il loro problema comune e aiutare altri a recuperarsi dall’alcolismo. Lo scopo primario è quello di rimanere sobri, e aiutare altri alcolisti a raggiungere la sobrietà. Un giorno alla volta, osservando l’assoluto anonimato dei singoli frequentatori. Alcolisti anonimi nasce negli Usa nel 1935 e ora è presente in 160 paesi del mondo, con oltre centomila gruppi e milioni di alcolisti recuperati. In Italia è attiva dal 1972 e si è rapidamente diffusa su tutto il territorio nazionale, dove oggi conta circa 500 gruppi e milioni di alcolisti. L’associazione ha inventato il metodo dell’auto aiuto: l’alcolista che ha smesso di bere mantiene e consolida la propria sobrietà, utilizzando la sua capacità di aiutare un altro alcolista. In genere, chi si rivolge ad Alcolisti Anonimi – di sua iniziativa, ma più spesso sostenuto dai familiari che trovano supporto e sostegno dai gruppi paralleli di Al-Alanon – non si riconosce subito alcolista, ma tende piuttosto a considerarsi un forte bevitore. Sa di avere problemi con l’alcol e ha tentato più volte di smettere o moderarsi, ma senza riuscirci. Frequentando le riunioni di gruppo il nuovo arrivato si rende conto che quello che credeva un vizio è invece una malattia incurabile, progressiva e mortale. Partecipando agli incontri si innesca un processo di identificazione, che scatta automaticamente quando con gli amici già sobri si parla delle loro esperienze di recupero. A questo punto l’alcolista inizia a comprendere la gravità dello stato in cui si trova e ad avere fiducia: se molti altri amici ce l’anno fatta, anche per lui arriverà il momento di gettare quella stampella dell’alcol, che per molto tempo lo ha reso schiavo, rovinandogli molti anni di gioventù se non la vita o la famiglia. Il percorso da compiere non è

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ALCOLISTI ANONIMI

Il sostegno del gruppo

facile né immediato, ma quasi sempre consente un progressivo cambiamento interiore attraverso la rottura dei vecchi sistemi di vita che anno portato una persona a rifugiarsi nell’alcol: quel bere compulsivo che, con il primo bicchiere, non si riesce più a fermare. Nella provincia di Verona esistono 23 gruppi dell’associazione Alcolisti Anonimi: ogni giorno se ne può trovare uno aperto.

Smettere di bere è possibile. Alcune testimonianze di chi ce l’ha fatta

Per informazioni o chiarimenti, contattare Luigi al numero 334.3952277.

Ammettere di essere impotenti di fronte all’alcol «Per me è stata la cosa più lunga e difficile da fare: ammettere che ero più debole dell’alcol era terribile, io che mi consideravo forte come una roccia, duro di carattere, migliore degli altri. Dover riconoscere che lui mi faceva fare ciò che voleva, cioè brutte figure, mi toglieva la credibilità, annullava la mia spavalderia, la sicurezza. Mi rendeva timido, timoroso, pieno di complessi. Avevo bisogno di lui, perché mi desse la carica, solo che poi me la prendeva. Dopo molti anni di sofferenze, grazie all’aiuto di amici disponibili, ho iniziato a frequentare gli Alcolisti Anonimi. Ho visto che molti ce l’avevano fatta: avevano smesso da anni di bere alcolici, erano sobri, sereni e felici, accettavano i problemi quotidiani con la tranquillità necessaria a risolverli. Ascoltavo le loro esperienze dai trascorsi burrascosi sempre con maggiore interesse. Notavo che erano molto simili, se non gli stessi, dei miei. Ho iniziato a pensare che avrei potuto farcela anch’io e a convincermi che avevo dei problemi con l’alcol. Solo frequentando queste persone, che reputavo deboli, sono riuscito prima a mettere il tappo alla bottiglia, cioè a smettere di bere alcolici, e a fermare la malattia; poi con la frequenza e la volontà ho iniziato a capire che potevo migliorare la mia vita. La mia esperienza insegna che non è stato facile, tuttavia devo ammettere che ne è valsa la pena. Da alcolista dico che questo primo passo è indispensabile. Poi ce ne saranno altri da fare, sempre importanti». Luigi Il difficile cammino verso la sobrietà «Un labirinto. Così si può definire l’alcolismo. Un labirinto dal quale non puoi uscire, per quanto impegno metti alla ricerca della via giusta per l’uscita. Continui a percorrere le stesse strade, credendole nuove, e ti ritrovi sempre al punto di partenza. Nell’incoscienza del bere, sei cosciente dei tuoi insuccessi, quindi ti rifugi ancora di più nell’alcol, peggiorando la situazione. Non ti sei ancora reso conto che da solo non ce la farai mai, che hai bisogno dell’aiuto di qualcuno. Quanti alcolisti hanno pensato a smettere di bere? Tutti possiamo dirlo. A un certo momento arriva un alcolista a spiegarti che lui ha cominciato l’astinenza frequentando un gruppo. Il gruppo è dove tutto comincia. Non si presta a compromessi: indica l’obiettivo delle prime 24 ore di astinenza o dei primi cinque minuti se 24 ore ti sembrano troppe. Sembra una strada in salita, dissestata, senza corrimano. Ma la percorri assieme ad altri che la conoscono, e sanno dove sono le insidie; te le indicano per tempo, se vorrai ascoltarli. Cosciente del tuo nuovo stato, prendi forza, finché non riesci a camminare con le tue gambe. Vai spedito: accorto, ma sereno, perché c’è il gruppo un paio di volte la settimana. E sopra di esso, che lo guida, c’è il grande potere superiore che ha preso per mano anche me perché, fiducioso gli ho affidato la mia vita». Guido

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