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30 aprile 2009

n.29

veritĂ egiustizia La newsletter di liberainformazione

Una storia italiana


L’editoriale Pino Maniaci e l’ordine Guai se la forma divora la sostanza di ALBERTO SPAMPINATO

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ome si fa a negare che Pino Maniaci sia un giornalista? Non si può. Di fronte al processo d’ufficio che il tribunale di Palermo gli ha intentato con l’accusa di esercizio abusivo della professione si deve semplicemente tributargli solidarietà e, doverosamente, iscriverlo d’ufficio all’Ordine dei Giornalisti, e magari dargli un altro premio per il coraggio con cui fa questo mestiere su una frontiera tanto esposta. Invece si obietta che l’Ordine dei Giornalisti è frenato da insuperabili impedimenti formali e addirittura si ipotizza che lo stesso Ordine si possa costituire parte civile presentandosi al processo come parte lesa. La costituzione in giudizio sarebbe un fatto abnorme e spero che non si arrivi a tanto, perché sarebbe difficile respingere le accuse di chi già parla di oltranzismo corporativo. La costituzione in giudizio getterebbe discredito sull’organo di autogoverno della categoria. Mi auguro che si rifletta prima di compiere questo passo e si proceda con saggezza, evitando di cadere nella trappola di chi vorrebbe ridurre il caso Maniaci a un casus belli per regolare altre partite di natura imprecisata fra persone, fra componenti giornalistiche, fra Roma e Palermo. Ci vuole molto cinismo per ragionare così: in questa partita “tutti” i giornalisti e i loro organismi rappresentativi rischiano di perdere credibilità. Vorrei perciò proporre una via d’uscita. LA TESSERA – Conosco le obiezioni di forma e di sostanza rispetto alla soluzione che ho formulato, ma siamo noi che fissiamo le procedure più adatte per raggiungere risultati sostanziali. Ma è da azzeccagarbugli far prevalere la forma sulla sostanza e sul merito delle cose. In Sicilia, purtroppo, accade spesso ed è un grosso problema anche per la lotta alla mafia. So di citare fatti noti ricordando che accadde, ad esempio, quando si voleva promuovere capo dei giudici istruttori Giovanni Falcone, che lo aveva meritato inequivocabilmente sul campo. Era il 1988. Invece, nel

rispetto delle forme, fu promosso un giudice di cui non ricordo il nome, che non aveva le sue capacità ma aveva più anni di anzianità. Quella scelta creò un solco nel mondo dei giudici e dopo 21 anni getta ancora un’ombra di discredito sul CSM e su chi fece pendere la bilancia da quel lato. Adesso alcuni esponenti dell’Ordine dicono che Maniaci deve pagare pegno per non aver seguito la trafila; altri dicono non possumus perché non ha presentato la domanda. La prima obiezione, non merita commento. La seconda ha un fondamento, ma non può essere insuperabile in un Paese in cui non è necessario presentare domanda neppure per ottenere la grazia dal presidente della Repubblica. La questione va al di là del caso Maniaci e credo che, con la saggezza che ho invocato, debbano farsene carico in modo solidale l’Ordine Nazionale dei Giornalisti e gli Ordini regionali , a cominciare da quello della Sicilia. Come per i militari è previsto che divengano ufficiali sul campo senza aver frequentato l’accademia e senza aver presentato alcuna domanda, si stabilisca una volte per tutte che oltre ai canali codificati di accesso alla professione ce n’è uno ad honorem, magari vincolandone l’esercizio a un consenso condiviso pluriregionale. A proposito: perché non abbiamo ancora iscritto d’ufficio Roberto Saviano all’Ordine dei Giornalisti? Sul caso Maniaci non possiamo trincerarci

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dietro l’iniziativa della magistratura che ha aperto un procedimento d’ufficio per esercizio abusivo della professione con una iniziativa che, con il dovuto rispetto, fa vacillare la fede nell’obbligatorietà dell’azione penale. Spero che in udienza i giudici tengano nel dovuto conto lo spirito della legge e il valore sociale del comportamento di Pino. Purtroppo è già accaduto in Sicilia che le leggi sulla stampa siano valse a colpire proprio chi si impegnava a fare circolare notizie che non trovavano spazio e visibilità su altri media: è accaduto l’anno scorso con la condanna della corte d’appello di Catania contro Carlo Ruta per il reato di stampa clandestina per aver pubblicato una serie di documenti sul suo blog. Una sentenza che ha fatto scalpore e ha destato allarme in vari paesi europei e che avrebbe meritato più attenzione in Sicilia. Ruta è un giornalista irregolare come Pino Maniaci, ma è uno che tira fuori le notizie. Non possiamo accettare che i Ruta e i Maniaci e tutti gli altri grilli parlanti siano ridotti al silenzio perché non hanno seguito la trafila per iscriversi all’Ordine. Alberto Spampinato è il responsabile di OSSIGENO, Osservatorio permanente sull’informazione giornalistica e le notizie oscurate e sui cronisti minacciati e sotto scorta promosso congiuntamente dalla Fnsi e dall’Ordine nazionale dei Giornalisti con il sostegno di Liberainformazione, Articolo21 e UNCI.

veritàegiustizia


Dai territori Umbria Calabria

Un’onda libera contro tutte le mafie. Parte da Foligno nel giorno in cui il Paese celebra la liberazione dal nazifascimo il tour promosso da Libera in collaborazione con i Modena city Ramblers, che attraverserà l’Italia per un viaggio contro tutte le mafie. Colonna sonora di questo viaggio i brani musicali contenuti nell’album Onda Libera ispirato proprio alla lotta di liberazione dalle mafie e da ogni oppressione, scritto e voluto dal gruppo musicale emiliano che da anni in prima linea sulle battaglie di libertà per i diritti.

Ignoti hanno avvelenato e ucciso i suoi tre cani. Un segnale reiterato diretto al sindaco Mimmo Lucano. Lo scorso 15 marzo alcuni colpi di arma da fuoco erano stati esplosi sul portone del ristorante “Taverna Donna Rosa”, nonché sede di “Città Futura Giuseppe Puglisi” l’associazione riacese che si occupa dei progetti di accoglienza e integrazione per rifugiati e richiedenti asilo.

Sicilia

Nuovo progetto per uccidere il sindaco di Gela. La mafia aveva in programma di ammazzarlo per il suo contributo contro le cosche, il suo impegno al fianco degli imprenditori che continuano a denunciare il pizzo. Il progetto di uccidere il sindaco emerge dall’operazione Gheppio che ha portato all’arresto di due mafiosi che imponevano il pizzo a ditte siciliane che lavoravano nel capoluogo lombardo.

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L’intervista/1 Nel Lazio la prima agenzia per i beni confiscati Fontana: serve filiera istituzionale per la legalità

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l ministro dell’Interno Roberto Maroni lo scorso 4 giugno aveva dato il suo parere positivo per l’istituzione di una agenzia nazionale per i beni confiscati alle mafie. Nei mesi successivi molti silenzi e rallentamenti hanno lasciato tutto in sospeso ma la proposta è stata rilanciata, da Libera e Flare, alle stituzioni europee. La settimana scorsa la Regione Lazio su proposta di Enrico Fontana (Sinistra) e Fabrizio Cirilli (Gruppo misto) ha dato il via ad una legge regionale per l’istituzione di una agenzia per i beni confiscati , un fondo di rotazione per l’estinzione delle ipoteche sugli immobili e uno di garanzia per agevolare l’accesso al credito dei destinatari dei beni. Una buona prassi di gestione locale in una regione che è sesta per beni confiscati alla criminalità organizzata, ne abbiamo parlato con uno dei primi firmatari Enrico Fontana. Fontana, a livello nazionale tutto sembra ancora fermo ma la regione Lazio si avvia ad istituire una agenzia dei beni confiscati, attraverso una legge regionale che non ha precedenti. Com’è nata questa proposta e quale sarà l’iter che dovrà seguire? E’ importante che la proposta di legge sia stata già approvata all’unanimità da parte delle commissioni consiliari, ora dovrà andare all’esame della Commissione bilancio per la parte relativa all’aspetto finanziario e quindi all’esame dell’aula. E’ stata sottoscritta da consiglieri di mag-

gioranza e di opposizione e nasce da un’iniziativa condivisa da me, Cirilli e dalla presidente della commissione legalità Laurenti. La proposta nasce dalla consapevolezza che le regioni posso fare molto per accompagnare tutto l’ iter dal sequestro del bene sino alla sua definitiva assegnazione. La legge prevederà una agenzia che si occuperà esattamente di questo. La legge prevede anche un fondo di rotazione a sostegno delle cooperative che riutilizzeranno i beni confiscati, sino ad oggi aspetto debole della legge vigente. Come funzionerà dunque il percorso? L’agenzia seguirà tutto l’ iter del bene – si tratta ricordo di una agenzia interna alla Regione non è un “carrozzone” non ci saranno costi aggiuntivi. Sono previsti inoltre fondi di rotazione per aiutare i Comuni ad estinguere i mutui ipotecari. Se un bene sarà gravato da una ipoteca e un Comune faticherà ad averlo interverrà un fondo in cui la Regione anticiperà i soldi e i Comuni li restituiranno nel corso degli anni. Sempre la stessa legge prevede un fondo di garanzia per i soggetti che hanno il bene assegnato e non essendo proprietari del bene, faticano ad avere crediti. Questo stanziamento arriva dall’approvazione - anche questa con voto unanime – di una proposta di emendamento alla Finanziaria 2009 della Regione Lazio e che ha previsto di destinare ben 6, 9 milioni di euro in tre anni per i progetti di ristrutturazione e

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attività sui beni confiscati. Beni confiscati e Lazio. Quali sono i numeri delle confische e del riutilizzo? Il Lazio è la sesta regione in Italia come numero di beni confiscati se riusciremo rapidamente ad far approvare questa legge saremo la prima che riusciremo ad ottenere il pieno utilizzo del 100 per cento dei beni confiscati. Attualmente nel lazio sono stati destinati circa 220 -30 beni su 325, ne risultano non destinati circa 90. Abbiamo fatto un buon lavoro rispetto agli anni passati, molte di queste destinazioni hanno bisogno di essere sostenute perché sono sulla carta e non sono state trasformate. effettive assegnazioni. C’è la possibilità che altre regioni seguano questa “buona prassi” di gestione locale? Mi auguro che questa possa essere una prassi seguita da altri, con questa logica della sobrietà, cioè una agenzia interna, uno strumento senza costi aggiuntivi ma personale interno con propria autonomia, che segua il bene dal sequestro al riutilizzo e che sappia far mettere in rete le istituzioni. Quello di cui c’è bisogno sempre più nella lotta alla mafia sono le filiere istituzionali ordinate. Ci sono belle esperienze ma isolate. Questa Legge cerca di mettere in rete i soggetti istituzionali.


L’intervista/2 Pio La Torre una storia italiana Intervista al giornalista Giuseppe Bascietto autore del libro che racconta la storia del segretario siciliano del Pci, ucciso insieme a Rosario De Salvo da cosa nostra il 30 aprile 1982

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l 30 aprile 1982 un agguato mafioso metteva bruscamente fine alla vita di Pio La Torre. Una vita, la sua, tutta spesa nella lotta alla mafia, combattuta tanto sul piano civile quanto su quello politico: a lui si deve infatti la legge che introduce nel codice penale il reato di associazione mafiosa. Ne parliamo con Giuseppe Bascietto, autore - insieme a Claudio Camarca - del libro “Pio La Torre. Una storia italiana”, pubblicato nel 2008. L’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre può essere un’occasione per riflettere sulla sua figura. Cosa possiamo dire oggi di quest’uomo? “Riflettere sulla figura di Pio La Torre è innanzitututto un’occasione per ripensare a quello che la politica dovrebbe essere e non è. Passione, dedizione, servizio: sono queste la caratteristiche del modo di concepire e vivere l’impegno politico di La Torre. Oggi tutto questo manca, siamo di fronte a un mondo politico che punta più sull’immagine che sulla sostanza, più sulle strategie mediatiche che sul lavoro quotidiano, prioritario per La Torre.” Alla Camera dei Deputati è stata apposta una targa in ricordo di Pio La Torre: può essere considerato come un segnale del mondo politico? “E’ senz’altro un segnale importante, anche se arriva molto in ritardo. Il senso di questa targa è da ricercarsi nel messaggio che essa lancia a tutti i deputati, quasi volesse indicare loro che c’è stato un membro dell’aula dove oggi siedono che è stato ucciso dalla mafia; un collega cui si deve la legge grazie alla quale è stato possibile ai giudici mettere alla sbarra i mafiosi mediante l’introduzione del reato di associa-

zione mafiosa. Si tratta dunque di un segnale forte di legalità, che speriamo venga recepito come tale dai deputati.” Quale bilancio possiamo tracciare di questi ventisette anni per quel che riguarda la lotta alla mafia? “Un bilancio non può non tenere conto del fatto che gli ultimi ventisette anni sono stati contraddistinti da una sequela di stragi, a cominciare dal generale Dalla Chiesa per finire a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per i quali furono fatti saltare in aria un pezzo d’autostrada e un intero quartiere di Palermo. Dal punto di vista della lotta alla mafia bisogna dire che si è proceduto ‘a fisarmonica’: solo in seguito a stragi eclatanti che hanno scosso profondamente l’opinione pubblica ci sono state inchieste e arresti. Sono stati catturati e condannati Riina e Provenzano (cui nel 2007 è stato comminato l’ergastolo, insieme a Brusca, Calò e Geraci, quali mandanti dell’omicidio di Pio La Torre, ndr), ma sono ancora a piede libero sia Matteo Messina Denaro sia Lo Piccolo e i suoi affiliati. Molto è ancora da fare, tanto sul piano della lotta alla criminalità

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organizzata, al braccio armato della mafia, quanto su quello della collusione con la politica. Quel che è emerso in questi ventisette anni è l’intrecciarsi di rapporti sempre più stretti fra le cupole mafiose e i loro referenti politici, al punto che ormai la mafia elegge i suoi deputati senza più bisogno di mediatori. E sono gli stessi politici a non fare mistero delle loro collusioni: esemplare in questo senso è il caso di Totò Cuffaro, per il quale è venuto meno il concorso esterno in associazione mafiosa, ma continua a sostenete apertamente Michele Ajello.” E’ di ieri la notizia delle dimissioni del sindaco di Castel Volturno: un brutto segnale per l’antimafia? “Quando un sindaco decide di mollare, bisogna comprendere quali siano i reali motivi che l’hanno indotto a tanto e se e in quale misura le dimissioni siano imputabili alle pressioni politiche che ne ostacolavano il percorso nell’amministrazione. E’ comunque un brutto segnale, che deve far riflettere.”


Internazionale

Obama-Messico, verso una nuova partenza? Spiragli di apertura nel contrasto ai narcos In Usa il prezzo della coca continua a scendere

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rima in marzo Hillary Clinton, in qualità di Segretario di Stato. Ora il presidente Barack Obama in persona. Al centro sempre il problema cruciale della droga e dei narcotrafficanti. I potenti degli Stati Uniti hanno fatto tappa in Messico per cercare nuove intese con le controparti centramericane in vista di una comune linea per osteggiare la straripante ondata di violenza dei narcos e, soprattutto per l’occhio americano, promuovere una strategia che limiti l’ingresso della cocaina in territorio a stelle e strisce. Pare chiaro innanzitutto comprendere quali siano le reali intenzioni degli Stati Uniti riguardo il modo di approcciare la materia, da sempre affrontata con il cipiglio punitivo senza sprecare molto fiato per la prevenzione tout court. La visita della Clinton da questo punto di vista aveva paventato nuovi spiragli nel modo di concepire un aiuto americano al Messico. Il segretario di Stato ave-

va dichiarato che i «i trafficanti messicani L’iniziativa annunciata il 22 ottobre 2007 agiscono motivati dalla domanda di droga e convertita in legge nel giugno 2008 prenegli Stati Uniti» ponendo così l’accento vede una collaborazione tecnico-logistica sull’errato modo di impostare le controf- per garantire la perseguibilità dei narcos, fensive istituzionali a un problema da af- la confisca della droga e le operazioni di lavaggio del denaro. frontare soprattutto dal lato preventivo. L’arrivo a Città di Messico Hillary Clinton: «i trafficanti L’idea di impostare in questo modo il di Obama a metà di aprile ha rinfocolato le messicani agiscono motivati contrattacco ai narcos nasconde però i limiti vicendevoli voglie di di una campagna che mutuo aiuto e rimesso dalla domanda di droga in sé non permette di al centro del discorso garantire il raggiungila cosiddetta Merida negli Stati Uniti» mento di due obiettivi: Initiative, il piano di soccorso Usa a Messico e Centro Ameri- da un lato quello impellente di far diminuca. Non certo un esempio di cooperazio- ire la vampa di violenza e dall’altro quelne preventiva. Dalle parole di Calderòn la di costituire un vero deterrente per lo si evince, dopo la conferenza stampa, che smercio e il consumo di droga negli Stati «entrambi i governi hanno riconosciuto il Uniti. Anni di politiche di contrasto e convalore della Merida Initiative come punto fisca non hanno intaccato molto la disponidi partenza per rafforzare la cooperazione bilità di polvere bianca negli Usa, e se nel assieme alla voglia di andare oltre per li- 2007 l’offerta, stando ai dati del National Drug Intelligence Center (NDIC), pareva berare la società dalle attività criminali».

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scendere ora è ripresa a salire. Insistere su una azione militare sull’offerta di cocaina fa perdere di vista il vero snodo: l’offerta esiste in virtù di una domanda che è sempre stata alta negli Stati Uniti e che non è stata adeguatamente affrontata con politiche educative e sociali volte a ridurla. E se rimane alta è anche effetto di una nuova tendenza del mercato che, a parità di purezza, riesce a ridurre il prezzo a livelli molto bassi e favorire un consumo enorme di polvere bianca. I dati arrivano dall’ONDCP (Office of National Drug Control Policy), organismo federale Usa, che indica in 120 dollari americani il prezzo al grammo per la cocaina. Un prezzo bassissimo che permette di asserire che la politica di freno dell’offerta dell’amministrazione Bush non abbia sortito effetti importanti, come riconoscere, ancora una volta, l’effetto del plan Colombia, incapace di eradicare la produzione sudamericana di coca, in netto rialzo negli ultimi anni.

Un fiume di cocaina molto richiesto che continua a confluire negli Usa, al punto che alcuni magistrati messicani, durante gli incontri con le controparti statunitensi hanno messo in luce come la cooperazione tra investigatori non sia volta a spezzare questa domanda di droga. «La posta in palio è l’abilità del Messico di mantenere pace e tranquillità per i suoi cittadini. Perciò il nostro obiettivo non è porre fine al traffico di droga, ma rimuovere potere da quei gruppi di persone e la loro abilità di confiscare e rapire il nostro diritto a vivere in pace». Parole del procuratore generale messicano Eduardo Medina-Mora. Che sottolineano come un approccio repressivo ai narcos sia utile solamente per garantire ordine interno e non sia di per sé un modo per ridurre il narcotraffico. Non sarebbe infatti la prima volta che le rotte della droga cambiano in virtù di una particolare pressione militare su una zona considerata snodo cruciale. Da qui il problema di considerare in maniera indipendente il

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problema dei narcos da una parte e il consumo di cocaina dall’altra. Fermare le barbarie dei primi non garantirebbe che uno spostamento dei traffici altrove. Lo hanno bene intuito i politici degli stati insulari dei Caraibi. Barbados, Guyana, Trinidad & Tobago hanno chiesto agli Usa di essere inclusi nelle politiche di contrasto ai narcos, per la paura di diventare lo scenario e il crocevia di futuri smerci di sostanze illecite per raggiungere il mercato statunitense. Una voce che Obama dovrà ascoltare, ferma restando la necessità di non affrontare il problema solo da questo punto di vista. Se il neopresidente e il suo entourage avevano necessità di altre sfide, quella del narcotraffico si è da subito mostrata come una battaglia molto dura che l’amministrazione Usa non potrà più ignorare.


Libera Libera a Città del Messico per testimoniare la lotta alle mafie Luigi Ciotti in audizione alla Conferenza Episcopale messicana Lo scorso 23 aprile una delegazione di Libera si è recata a Città del Messico per incontrare l’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale messicana. Il Messico è da diverso tempo in “emergenza criminalità”, soprattutto in riferimento alle organizzazioni del narcotraffico che, con i loro cartelli, stanno indubbiamente piegando il Paese. Un’escalation di corruzione e violenza che ha visto solo nel 2008 il numero delle vittime giungere a circa 8000. La situazione peggiora, ma cresce la consapevolezza della necessità di creare un fronte di contrasto e un’alternativa ai cartelli dei narcotrafficanti e alla sensazione di impotenza. Intanto, in vista del vertice delle Americhe che si aprirà venerdì prossimo a Port of Spain, capitale di Trinidad e Tobago, anche il Presidente Obama si avvicina al Messico e fa appello per l’unità contro il narcotraffico. Eppure, pochi giorni fa, la ‘’Comisión Nacional de los Derechos Humanos” (Cndh) ha reso noto che da quando il governo ha adottato la linea dura contro il narcotraffico, dispiegando 10.000 militari solo a Ciudad Juarez al confine con gli Stati Uniti, le denunce riguardo gli abusi dell’esercito contro la popolazione civile sarebbero aumentate. Aumentano, dunque, gli episodi di violenza contro la popolazione civile, tra detenzioni arbitrarie, percosse o addirittura torture. Basti pensare che solo nel primo trimestre del 2009 sono state registrate dalla Cndh quasi 200 denunce per detenzione arbitraria a fronte delle 311 dell’anno precedente.

Questo a dimostrazione del fatto che la sola repressione non basta se si vogliono realmente contrastare le organizzazioni criminali.

minalità mafiosa si alimenta sulle disuguaglianze, sulla crisi economica, sui vuoti istituzionali e sulla lentezza della giustizia”.

Perciò, la Conferenza Episcopale in Messico ha invitato Libera, per ascoltare la testimonianza di una realtà che da quindici anni tesse reti che quotidianamente contrastano le mafie in Italia.

Un altro tassello di quella che dovrebbe essere la migliore delle pratiche: lo scambio tra esperienza, l’arricchimento e la crescita comune.

Innanzi alla plenaria dei vescovi messicani, Luigi Ciotti ha raccontato dell’esperienza, delle difficoltà, dei percorsi e della speranza. “L’illegalità criminale toglie la libertà, assassina la speranza e quando un popolo soffre, una comunità è ferita non si può voltare dall’altra parte. Perché la cri-

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Recensioni Io sono il mercato

Un Fiume di droga Fiumi di cocaina, una marea di polvere bianca che dal Sud America viene trasportata nei mercati più redditizi del mondo: Stati Uniti, Europa, Asia sud orientale. Un costante flusso di droga che si trasforma in denaro da riciclare e investire nell’economia legale. E’ questa la descrizione che fa Luca Rastello nel suo ultimo libro “Io sono il mercato Teorie, metodi e stile di vita del perfetto narcotrafficante” edizione Chiarelettere. Dalla lettura del libro viene fuori una visione complessiva dei traffici di cocaina, dell’incidenza economica che ne consegue e dei fallimenti delle politiche di contrasto al narcotraffico che da più di un decennio gli Stati Uniti stanno portando avanti. Dal produttore a consumatore la “coca s.p.a.” investe dinamiche che vanno al di là delle considerazioni più pessimistiche: «stiamo parlando di mercati capaci di influenzare l’economia mondiale. E quindi di decidere i criteri reali su cui sono misurate le questioni di sovranità, la titolarità e l’esercizio dei diritti, le relazioni internazionali». La sovranità Nei paesi produttori di cocaina, ma lo stesso si può dire per quelli produttori di oppio, i narcotrafficanti sono i veri detentori del potere. All’autorità dello stato viene sottratto il controllo di intere regioni utilizzate esclusivamente come aree di produzione. I contadini che lavorano nelle piantagioni di

coca sono sfruttati, non hanno riconosciuto alcun diritto, e percepiscono guadagni minimi rispetto al potenziale da loro prodotto. Inoltre, sono spesso vittime delle politiche di eradicazione che la “war on drugs” statunitense conduce senza sosta, ma anche senza risultati. Le politiche di eradicazione portate avanti da Washington, infatti, hanno avuto come unico risultato tangibile l’allargamento delle zone di produzione. Le stesse politiche di incentivo rivolte ai campesinos per sostituire le colture illegali con coltivazioni legali non hanno prodotto risultati concreti. Nella maggior parte dei casi si è assistito al peggioramento delle condizioni di vita dei contadini che non riescono a concorrere con le produzioni legali di altri paesi. L’economia mondiale La cocaina è una delle merci più redditizie della storia umana, infatti investendo un dollaro, in tutta la filiera, si calcola un ricavo di mille dollari. La cocaina si trasforma così in un vortice di ricchezza spropositata i cui proventi vengono riciclati ed investiti nelle maggiori economie mondiali. Denaro liquido in enormi quantità fa gola ai governi, soprattutto in un periodo di crisi economica, dove il problema maggiore è proprio la mancanza di liquidità. E’ il quieto vivere, l’indifferenza da parte di governi e sistemi finanziari sull’origine di ingenti capitali che le mafie investono nell’economia legale che spinge Rastello a denunciare che «è opinione diffusa fra i signori della droga…. che le strategie transnazionali di lotta ai loro traffici non siano che una copertura propagandistica sotto cui si nasconde una sostanziale connivenza». Le relazioni internazionali I traffici non seguono sempre le stesse vie, l’abilità dei narcos risiede nel battere nuove strade, stringere alleanze con partner criminali ed eludere i più sofisticati controlli di polizia. A differenza di quanto spesso

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viene fatto credere, i traffici non si basano sui cosiddetti muli della droga, piccoli trafficanti che ingeriscono ovuli di cocaina e trasportano la merce su voli intercontinentali. I grandi traffici sono operazioni grandiose: enormi quantitativi di cocaina che vengono trasportati via mare: «per sostenere il mercato, anche solo quello europeo, servono tonnellate di sostanza pura, da trasformare in dosi redditizie sul mercato al dettaglio. Tonnellate. Che significa navi, cargo, container: grandi volumi, ingombranti, maledettamente tangibili». La logistica dei traffici investe molteplici paesi, e cambia in continuazione con il variare delle rotte. Attualmente i traffici diretti verso l’Europa passano dall’Africa Occidentale, dove la cocaina viene stoccata e trasportata verso la penisola iberica. Arrivata a destinazione la merce viene consegnata alle mafie e riversata in ogni angolo del continente. Un ottimo contributo quello di Rastello, necessario a fare luce sulla rete di complicità ed indifferenza che favorisce il narcotraffico, le mafie transnazionali e la sempre più preoccupante infiltrazione dell’illecito nella sfera del lecito.

Luca Rastello IO SONO IL MERCATO Teoria, metodi e stile di vita del perfetto narcotrafficante Edizioni: Chiarelettere 164 p EURO: 12,00


L’iniziativa Il nostro esposto sul conflitto di interessi L’appello di Articolo21

Nei giorni scorsi vi avevamo annunciato la decisione dell’associazione Articolo21 di promuovere una serie di iniziative, in sede internazionale enazionale, per denunciare l’ulteriore degenerazione del conflitto diinteressi in Italia. Ci riferiamo in particolare alla riunione che si èsvolta nella casa del proprietario di Mediaset per decidere i futuri assettidella concorrenza. Tale riunione non solo non è stata negata da Silvio Berlusconi, ma anzi è stata apertamente rivendicata, come stanno a testimoniare le dichiarazioni dei protagonisti, le centinaia di lanci d’agenzia, le decine e decine di articoli pubblicati da tutti i quotidiani italiani. Per queste ragioni l’assemblea di Articolo21 che si è svolta ieri sera a Roma ha deciso di aderire all’esposto già presentato al Consiglio d’Europa da Lucio Manisco, da Giuseppe Di Lello e da Alessandro Cislin. Contestualmente l’associazione, d’intesa con la CGIL ed il Comitato della libertà d’informazione ha annunciato che il prossimo 11 maggio a Roma si svolgerà una grande iniziativa per la difesa dei valori racchiusi nell’Art.21 della Costituzione . L’iniziativa sarà caratterizzata dalle due relazioni introduttive affidate al presidente Emerito Oscar Luigi Scalfaro e al presidente dei costituzionalisti italiani professor Alessandro Pace. Il comitato dei giuristi aderenti all’associazione ha infine predisposto un esposto da presentare all’autorità antitrust e all’autorità di garanzia delle telecomunicazioni. Vi proponiamo il testo della lettera e vi chiediamo di sottoscriverla perché vorremmo che questo diventasse un vero e proprio esposto collettivo sotto-

scritto da quanti non intendono rassegnarsi alla sub-cultura della illegalità e della colpevole indifferenza. All’Autorità garante della concorrenza e del mercato p.c. All’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Da notizie stampa e dalle stesse dichiarazioni pubbliche dell’interessato è emerso un intervento diretto del Presidente del Consiglio nel procedimento di nomina dei dirigenti delle testate e delle reti della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo. Il Presidente del Consiglio tuttavia è proprietario della principale azienda concorrente della RAI e ciò determina una palese situazione di conflitto di interessi rilevante ai sensi degli artt. 3 e 4 della legge n. 215/2004. Tale circostanza, fermi restando ulteriori profili di responsabilità, deve quindi essere accertata e sanzionata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato che ha l’obbligo di legge di aprire immediatamente il relativo procedimento. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, cui la presente denuncia è inviata per conoscenza, ha d’altra parte il compito di vigilare sulla correttezza e sull’equilibrio dell’informazione radiotelevisiva, compito reso più stringente non solo dall’attuale regime di par condicio ma anche dalla suddetta situazione di conflitto. Ciò premesso, i sottoscritti chiedono all’Autorità garante della concorrenza e del mercato di adottare in ordine a quanto rappresentato tutti gli atti previsti dalla legge n. 215/2004, procedendo con urgenza ai necessari atti di accertamento.

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Chiedono inoltre, ai fini dell’esercizio dei loro diritti di partecipazione, di essere avvisati dell’avvio del procedimento e di essere sentiti personalmente. Federico Orlando presidente Giuseppe Giulietti portavoce Tommaso Fulfaro segretario Vi invitiamo ad aderire a questo esposto ed anche a farlo circolare ovunque sia possibile per raccogliere il più alto numero di adesioni. Ci fa piacere, infine dare atto alla FNSI, al suo presidente Roberto Natale , al suo segretario Franco Siddi e al segretario dell’Usigrai Carlo Verna di avere immediatamente posto la questione all’attenzione della Federazione internazionale dei giornalisti (dove l’Italia è rappresentata da Paolo Serventi Longhi) , affinché sia immediatamente sollevata in tutte le sedi istituzionali. da Articolo21.info


Rubriche Antimafia online http://www.accadeinitalia.it

Accade in Italia Inchieste, approfondimenti, documenti e articoli per raccontare un paese in buona parte occupato dalla criminalità organizzata, dai suoi fiancheggiatori e da una corruzione molto presente. Accade in Italia (www.accadeinitalia.it) racconta questo Paese attraverso una lente d’ingrandimento che illumina quei fatti, quelle storie e notizie provenienti dalle province siciliane di cui spesso i media, regionali ma anche nazionali, non si occupano e se lo fanno tralasciano spesso il contesto. Il curatore del sito è Giuseppe Bascietto, giornalista ed au-

tore del libro “Pio La Torre. Una Storia Italiana”, profondo conoscitore della mafia della provincia “babba”, Ragusa, e della lotta fratricida tra Cosa Nostra e la Stidda, che ha insanguinato la Sicilia sud-orientale negli anni ’90. Molte le inchieste presenti sul portale che analizzano un’area della Sicilia spesso rimasta nell’ombra e in silenzio, città come Ragusa, Gela, Agrigento nelle quali pagine importanti per la storia d’Italia continuano a scriversi. Pagine antimafiose come l’esperienza di Gela e altre profondamente mafiose, fra criminalità organizzata e col-

lusioni di parti dell’economia e della politica. Accade in Italia che ci sia un portale che fa memoria e inchiesta e da qualche settimana pubblichi al suo interno anche il portale on line Grandangolo realtà cartacea da anni e oggi su web sempre sotto la direzione del giornalista Franco Castaldo. Accade che leggendolo si scopra che c’è ancora una parte di Sicilia in cui le mafie sparano, i latitanti trovano un’oasi di complicità e la legalità è troppo lontana da quelle coste che accolgono, contengono e nascondono. Accade nel Paese e questo portale lo racconta.

La rassegna stampa È il post terremoto l’argomento più trattato dai media italiani in queste settimane, soprattutto in relazione alle possibili infiltrazioni mafiose nella ricostruzione. L’allarme lanciato dal procuratore nazionale dell’antimafia Piero Grasso viene riportato da numerose testate, così come l’arrivo in Abruzzo del pool di magistrati che si occuperà di vigilare sul fiume di denaro che scorrerà fra appalti e subappalti. A sorpresa invece arrivano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che aprono scenari inediti sulla strage di via D’Amelio.

Spatuzza accusando se stesso del furto dell’auto servita per piazzare l’esplosivo, crea degli effetti devastanti su questa vicenda giudiziaria che sembrava ormai conclusa. Sempre in Sicilia viene sequestrato l’impero del boss Bisognano per una stima di 10 milioni di euro, mentre si avvia verso la sentenza d’appello il maxiprocesso alla cosche tirreniche Mare nostrum. Dalla Calabria arriva la notizia delle intimidazioni al sindaco di Riace Domenico Lucano. La ‘ndrangheta cerca dunque di far sentire il suo peso alla vigilia delle elezioni, ma subisce anche un duro colpo con il rinvio a

giudizio di 35 persone coinvolte nell’operazione Anaconda. Intanto in Campania giunge la commissione nazionale antimafia e trova una situazione esplosiva. Si dimette il sindaco di Castel Volturno da tempo impegnato nella lotta alla camorra e negli stessi giorni viene arrestato Franco Capobianco, ex assessore della provincia di Caserta, per presunte mazzette e presunti favori intorno alla costruzione della centrale a biomasse di Pignataro Maggiore. A chiudere la settimana la cattura di Michele Bidognetti, fratello di Francesco, capo dello storico clan camorristico.

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Articolo 3 Tutti i numeri della

corruzione Presentato in parlamento il primo rapporto del SAeT sulla corruzione nel Paese. Fra le regioni, in testa Sicilia e Calabria

La corruzione è uno dei mali che colpisce pesantemente il nostro Paese. Come nel passato, al giorno d’oggi si assiste sempre con maggiore preoccupazione al risorgere del clima ideale che ha portato l’Italia nel baratro della bancarotta negli anni di Tangentopoli. La corruzione, legata a filo doppio alla malapolitica ed alle mafie, sta nuovamente dilagando. A raccontarlo sono i dati presentati scorso febbraio al Parlamento dentro il primo rapporto del Servizio Anticorruzione e Trasparenza (SAeT) del Ministero della Pubblica Amministrazione. Nato in sostituzione dell’Alto Commissario contro la corruzione nel giugno dello scorso anno, il SAeT presenta i dati delle prime indagini, ponendo in essere la distinzione tra “corruzione scoperta” e “corruzione sommersa”. Le analisi fatte si concentrano in particolar modo sul quello che viene definito “punta dell’iceberg”, cioè sulle azioni delle forze di polizia, della Corte dei Conti, dell’Autorità Giudiziaria e delle Autorità di vigilanza; cioè quello che è dunque documentato. Rimane fuori, e quasi del tutto

sconosciuto, il sommerso. Dalle analisi fatte sulla corruzione “scoperta” vengono fuori dei dati allarmanti. Nel periodo di tempo considerato (2004-2008) si contano in media 3.000 reati l’anno, con una punta di quasi 6.000 nel 2006. Il 32% degli illeciti riguarda la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640 bis c.p.), reati, quindi, contro il patrimonio della Pubblica amministrazione, di cui le mafie sono i principali attori. Il 15% riguarda l’indebita percezione di erogazioni a danno dello stato da parte di privati (artt. 316 bis e ter c.p.). Un ulteriore 12% dei reati riguardano concussione e corruzione. Sulla corruzione “scoperta” esistono dei limiti ulteriori che il SAeT evidenzia: non ne si conosce la dimensione economica dei reati, i settori dell’amministrazione maggiormente coinvolti, nonché la tipologia di aziende pubbliche maggiormente esposte al rischio di corruzione. Un excursus sui dati divisi per regione dà ulteriori elementi su cui interrogarsi. Le regioni con il maggior numero di denunce collegate alla corruzione risultano essere:

Sicilia, Campania, Calabria, Puglia e Lombardia. Mentre le regioni con maggiore tasso di reati di corruzione ogni mille dipendenti pubblici sono: Calabria, Trentino Alto Adige, Valle D’Aosta, Molise e Basilicata. Regioni, ad esclusione della Calabria, spesso considerate estranee a fenomeni di corruzione talmente pervasivi. Il rapporto è sicuramente un buon punto di partenza per vigilare sui fenomeni della corruzione, tuttavia l’azione del SAeT necessita una maggiore incisività. Una decisa politica contro la corruzione deve contrastare il fenomeno in tutte le sue articolazioni, vigilando sull’amministrazione pubblica, ma anche sulla politica, che spesso della corruzione è uno degli attori principali. L’Expo di Milano e la ricostruzione dell’Abruzzo saranno due importanti banchi di prova. Arriveranno fiumi di denaro. Sarà capace la nostra classe politica a promuovere e rispettare stringenti norme anticorruzione? Sarà capace di marginalizzare con serietà e determinazione gli elementi corrotti, ripulendosi?


Un lavoro da tempo studiato che riteniamo opportuno pubblicare proprio ora che la ricostruzione nell’aquilano, dopo il forte sisma che ha colpito la zona, aprirà sicuramente importanti sbocchi per le infiltrazioni mafiose negli appalti. La criminalità organizzata, da anni ormai attiva sia nella Marsica che sulle coste abruzzesi, è sicuramente interessata a non perdere una fonte sicura di guadagno. Il dossier di Libera Informazione descrive una infiltrazione silenziosa ma profonda, in un tessuto divenuto crocevia del riciclaggio e del reinvestimento dei proventi illeciti, ed è un monito per non sottovalutare la pervasività delle mafie, soprattutto in questo lacerante frangente storico.

Verità e giustizia n.29  

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