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n.90

22 maggio 2012

veritĂ egiustizia

La newsletter di liberainformazione

VENTI ANNI


>>editoriale Molti dei ragazzi e delle ragazze impegnati oggi nei movimenti giovanili antimafia sono nati dopo quel 1992, l'anno che cambiò l'Italia e segnò una generazione intera. Con loro abbiamo un debito di verità, di conoscenza e di informazione. Da mesi i grandi mezzi di comunicazione, facendo in maniera egregia il proprio lavoro, hanno riproposto retroscena, interviste, approfondimenti sulla strage di Capaci e quella di via D'Amelio, vent'anni dopo. Un momento di massima attenzione dei mezzi di comunicazione, televisiva, on line e dei giornali che speriamo duri anche oltre gli anniversari. Speriamo si concretizzi in un impegno a migliorare le notizie che ogni giorno raccontano di mafie e antimafia, oggi, in questo Paese. Il supplemento quindicinale di Libera Informazione, disponibile sul portale della Fondazione ma anche attraverso il servizio mail sulla posta elettronica, numero 90 è dedicato a loro: ai giovani che sono nati durante e dopo le stragi. A spiegare e raccontare di Giovanni Falcone, testimoni e giornalisti dell'epoca, il nostro direttore Santo Della Volpe, Saverio Lodato, storica firma de L'Unità, Gian Carlo Caselli, magistrato con una lunga esperienza nella lotta a crimine e terrorismo, Salvatore Cusimano, giornalista Rai Sicilia. A loro abbiamo voluto aggiungere "appunti" di storia, per raccontare ai giovani, in poche righe di Falcone, del maxi processo, della solitudine in cui lavorò negli ultimi anni, delle polemiche, e dei risultati investigativi raggiunti. Sebbene a molte domande non ci siano ancora risposte. Su tutte: quali convergenze di interesse hanno portato all'eliminazione del magistrato simbolo della lotta a Cosa nostra? 2 verità e giustizia - 22 maggio 2012

Capaci vent’anni fa. Domande ed attese, Verità e Giustizia di Santo Della Volpe

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rano le 17,58 del 23 maggio 1992, 20 anni fa,a Capaci l’Italia si fermò,colpita al cuore. 500 kili di tritolo ed esplosivo fecero saltare per aria Giovanni Falcone,la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito schifani,Rocco Dicillo ed Antonio Montinaro. Cosa Nostra l’aveva preparato bene quell’attentato,l’artificiere Pietro Rampulla aveva raccolto l’esplosivo,arrivato anche coi pescherecci perché non bastava quello dei loro depositi;tritolo messo dentro il canale di scarico delle acque sotto l’autostrada dall’aereoporto di Punta Raisi. Doveva essere “l’attentatuni”, perché Falcone poteva essere ammazzato anche a Roma:ma Riina e compari volevano lanciare l’attacco allo Stato e a chi,come i magistrati di Palermo, aveva osato mandare in galera,con sentenza definitiva, la cupola di Cosa Nostra. E l’attentato doveva fare rumore, essere un vero simbolo di forza e potenza criminale per intimorire le Istituzioni che,in quel momento di grande cambiamento e sommovimento politico, apparivano più deboli che in passato. Giovanni Brusca, premette il telecomando, a nome loro:ma loro chi? Era solo Cosa Nostra a manovrare ed organizzare? Probabilmente si, anche se i processi si sono fermati ai mandanti della Cupola ed agli esecutori. Ma se è vero che la vicenda della trattativa aperta tra pezzi dello Stato e mafia in quel 1992-93 ha fatto riaprire anche le indagini sull’attentato fallito all’Addaura contro Falcone e Carla del Ponte nel 1989 per scoprire finalmente chi fossero le “menti sopraffine” intuite da Falcone dietro quell’attentato; se è

vero che si è riaperto il processo per la Strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992 nel quale morirono Borsellino e la sua scorta,perché il collaboratore Gaspare Spatuzza ha fatto scoprire il depistaggio che aveva portato alla condanna di persone che erano innocenti,ma che dovevano farsi incolpare per coprire i veri mandanti. Se tutto questo è avvenuto, è lecito chiedersi se anche dietro la strage di Capaci non ci fossero altri soggetti e “menti sopraffine” per organizzare o,almeno, lasciar fare alla cupola di cosa nostra l’”attentatuni” che doveva servire a sconvolgere e destabilizzare l’Italia. La mafia voleva quel giorno scalare il potere vero; per questo fu una strage simbolica, per intimorire chi chiedeva cambiamenti veri e profondi nella società italiana, chi chiedeva giustizia e democrazia,verità sulle stragi e sulle collusioni che in vent’anni avevano insanguinato le strade di Palermo e d’Italia, le ferrovie e le stazioni italiane,i tribunali e le istituzioni italiane. Complicità di pensiero e d’azione, dalla strage di Portella delle Ginestre in poi, stragi senza nomi e cognomi di autori ed organizzatori. Come sempre mentre si sgretolava il sistema politico ,della cosiddetta prima repubblica, con il quale la mafia era convissuta e fatto affari e mentre la speranza di cambiamento era più forte, la Cupola lanciava domande che restavano senza risposta... Orfani del passato,alla ricerca di nuovi referenti politici, facevano sentire la propria potenza di fuoco. Con complicità evidenti. Chi aveva avvertito il commando di fuoco dell’arrivo di Falcone e della moglie Francesca Morvillo


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Se Falcone fosse vivo di Saverio Lodato a Palermo, proprio quel 23 maggio? Chi aveva fatto sapere che il viaggio era programmato per quel periodo dando la possibilità ai mafiosi di portare l’esplosivo e di collocarlo sotto l’autostrada? E poi tornano in vigore altre domande inevase e senza risposta sin dal 23 maggio 1992: chi chiamò al telefono negli Stati Uniti uno dei componenti del commando pochi minuti prima di premere il telecomando? E chi c’era a bordo di quell’aereo privato che passa sopra l’autostrada da Punta Raisi a Palermo poco prima del corteo di auto di Falcone e del quale l’aeroporto di Palermo non ha mai fornito il piano di volo dichiarando l’aereo sconosciuto? Se l’Aeronautica Militare non si è alzata in volo per controllarlo, significa che quell’aereo apparteneva a qualcuno che doveva restare segretamente in volo in quei momenti? Era collegato all’arrivo di Falcone ? I Servizi Segreti italiani cosa sanno di quell’aereo? Vogliamo sperare che fosse una coincidenza, ma se così fosse perché non rivelare chi viaggiava a bordo di quel veivolo? Chi sa parli,chi era in trattativa con la mafia,dopo 20anni prenda carta, penna e computer e scriva, dica , spieghi. L’Italia e le famiglie delle vittime soprattutto, hanno diritto a conoscere, sapere. Verità e Giustizia, come si chiama questa nostra Newsletter dedicata a quegli avvenimenti, 20 anni dopo. Perché gli anni passati sono tanti, ma le attese di cambiamento, le delusioni e le voglie di riscatto sono ancora lì, nei cuori e nelle teste di milioni di persone, le cui speranze camminano ,ancora oggi, con le gambe di Falcone e Borsellino.

Il magistrato siciliano sapeva che sarebbe arrivato un momento in cui, dopo l’ala militare, si dovevano recidere le complicità istituzionali economiche e politiche di Cosa Nostra. Ma a distanza di vent’anni dalla sua morte questo rimane per il nostro Paese un limite invalicabile

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e Falcone fosse vivo cosa penserebbe dell’attuale stato della lotta alla mafia? Penserebbe anche lui che andrebbe dato un premio al governo Berlusconi per la sua gestione della lotta alla criminalità organizzata? Cosa penserebbe di Marcello Dell’Utri che considera Vittorio Mangano, morto da mafioso e da assassino per sentenza di Cassazione , un eroe dell’Italia moderna? Cosa penserebbe di una mezza dozzina di senatori che stanno a Palazzo Madama nonostante pesanti imputazioni per mafia? Cosa penserebbe di buona parte della politica italiana che, in difesa di corrotti e corruttori, non ha alcuna intenzione di approvare leggi contro la corruzione? Cosa penserebbe di quei partiti che hanno dilapidato enormi rimborsi elettorali per finalità diverse da quelle previste dalla legge? Cosa penserebbe di una magistratura che il potere politico vede come fumo negli

occhi e come ostacolo ai suoi disegni da consorteria malavitosa piuttosto che una risorsa alla quale attingere per cambiare e migliorare il Paese? Queste domande dovrebbero essere sufficienti a rendere l’idea. Giovanni Falcone non diede la sua vita per essere imbalsamato da morto. Lo infastidirebbero gli elogi retorici e ipocriti. Sapeva che a lui, e ai suoi colleghi del pool antimafia di Palermo, era toccato il compito di aggredire innanzitutto il profilo militare di Cosa Nostra. Ma sapeva altrettanto bene che sarebbe dovuto venire il tempo di recidere le complicità istituzionali economiche e politiche di Cosa Nostra. Che questo, a vent’anni dal suo sacrificio, resti in Italia un limite invalicabile, è la spiegazione del perché Cosa Nostra sia sopravvissuta a Falcone. Il che, in uno Stato moderno e civile, non sarebbe dovuto accadere. verità e giustizia - 22 maggio 2012

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>>intervista

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enti anni fa la strage che ha stravolto l'Italia. Con la bomba di Capaci moriva il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Poliziotti a cui per molto tempo l'informazione non ha associato un nome, un volto, la storia e le scelte personali. Eppure erano gli “angeli custodi” del magistrato palermitano, con cui hanno vissuto le sfide, i successi e le numerose sconfitte, con cui hanno intrecciato un rapporto umano profondo. Ne parliamo con Brizio Montinaro, fratello di Antonio, che ha cercato di riempire il vuoto profondo della sua scomparsa con un impegno serio e costante per la legalità e la memoria. Sono passati vent'anni dalla strage di Capaci, cosa le resta dentro dopo tutto questo tempo? Resta lo sconforto perché non si è fatto tanto sia dal punto di vista civico che da quello politico-amministrativo. Dopo la grande emozione suscitata dalla strage la classe politica non si è mossa nella direzione di intensificare il piano normativo per agevolare le attività investigative sulla lotta alle mafie. Sono stati molti presupposti mancati in questi anni, basti pensare che non abbiamo ancora una legge contro la corruzione. La mia riflessione in questi venti anni è stata non tanto relativa al trauma di noi familiari delle vittime. Ognuno di noi reagisce a suo modo perché si entra in una sfera individuale. La mia riflessione è stata quella della dissociazione del piano individuale da un piano etico più generale. Per anni sono rimasto silente, dopo la strage del 23 maggio partecipai soltanto ad una trasmissione televisiva, Samarcanda di Michele Santoro. Dopodiché ho taciuto per sedici anni, sia per motivi miei personali che per il fastidio provato dall'atteggiamento dei media che cannibalizzano questo tipo di eventi. E' stato un pudore per me necessario. Dopo sedici anni ho partecipato ad un evento nazionale organizzato da Libera, e lì ho capito di aver sbagliato. Oggi mi capita spesso di essere chiamato a portare la mia testimonianza nelle scuole. Penso che sia l'unico modo di sensibilizzare i giovani, di approcciarli a queste tematiche per farli attivare nella società civile, per sradicare i com4 verità e giustizia - 22 maggio 2012

Gli angeli di Falcone di Gaetano Liardo

Antonio, Rocco e Vito sono i nomi dei tre poliziotti morti insieme al giudice palermitano e alla moglie a Capaci. Brizio Montinaro: «Mio fratello Antonio ha sempre avuto una leggerezza felice nell'affrontare la vita, vedeva in Giovanni un padre putativo» portamenti mafiosi. Che ricordo ha di suo fratello e qual è la sua eredità oggi? Mio fratello era un ragazzo vivace, un giocherellone, ha sempre avuto una leggerezza felice nell'affrontare la vita, sempre generoso. Era uno spasso con gli amici. Partì militare prima di approdare nella polizia. La formazione avuta lo cambiò un poco, lo portò ad avere delle posizioni diverse da quelle mie, impegnato nei movimenti studenteschi. Prese servizio a Bergamo, da dove per quindici giorni fu mandato a Palermo nel corso del maxi processo. Fu lì che prese coscienza del fenomeno mafioso. Ricordo che mi disse: “Sai siccome Palermo è un posto molto interessante chiedo di essere trasferito proprio lì”. Fu a Palermo che conobbe Giovanni Falcone. Il giudice era diventato per lui una sorta di padre putativo. Ricordo che quando morì mio padre nel 1991, un anno prima della morte di mio fratello, ci trovammo ad un certo punto defilati dal feretro, e mi parlò continuamente di Falcone. E' riuscito a superare il lutto per la morte di mio padre grazie alla figura di Falcone, tanto che il suo secondo figlio lo ha chiamato

Giovanni. Ho avuto modo di incontrare molti familiari di vittime di mafia, con alcuni dei quali si è creato una sorta di feeling, perchè si tratta di persone effettivamente integre, penso ad esempio a Salvatore Borsellino, Gianluca Manca, Benny Calasanzio Borsellino. Insieme abbiamo le antenne sempre alzate per discernere il vero dal falso. Anche perché un familiare di vittima delle mafie deve affrontare molti ostacoli. Nemmeno dentro la nostra famiglia è stato facile proseguire tutti uniti nel chiedere giustizia. Infine l'impegno personale per l'affermazione della legalità, partendo dal Salento... Ho vissuto molti anni lontano dal Salento, ma nel 2001 decisi che era giunto il momento di tornare, perché il territorio non si abbandona. Se andiamo via tutti il territorio è perduto. Il mio impegno nella lotta per la legalità lo vivo nel quotidiano, ho insegnato per anni all'Università e oggi faccio l'architetto. Proprio nella mia professione, così come in numerose altre, possiamo trovare i prodromi del comportamento mafioso, basti pensare ai colletti bianchi...


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er comprendere appieno il ruolo di Giovanni Falcone nella lotta alla mafia occorre partire dalla stagione che la mafia non esisteva. Nel senso che fior di notabili (Cardinali, Procuratori generali, politici ….) ne negavano ufficialmente e solennemente l’esistenza. E se qualcuno osava pensarla diversamente, era un pericoloso provocatore, comunista o nordista a seconda delle accezioni. Ora, è evidente che se qualcosa non esiste, nessuno la cerca. E se qualcuno un po’ border line la cerca lo stesso, difficilmente la trova. Se proprio è fortunato o particolarmente capace, riesce ad afferrare qualcosa, ma soltanto dei brandelli. E la realtà investigativogiudiziaria di questa stagione, in cui la mafia non esiste, è che di processi se ne fanno pochi, e praticamente tutti si concludono - inesorabilmente e sistematicamente - con assoluzioni per insufficienza di prove. Il panorama cambia quando entrano in campo Giovanni Falcone e gli altri magistrati del pool di Palermo diretto prima da Chinnici e poi da Caponnetto. Falcone ( che sapeva bene che la mafia… esisteva) ha il merito di inventare ed attuare un metodo di lavoro che - raccontato oggi - può sembrare una banalità, ma per quei tempi era una vera e propria rivoluzione. Quel metodo era imperniato sui parametri della “specializzazione” e della “centralizzazione”. I componenti del pool devono fare soltanto antimafia e nient’altro, in modo da affinare progressivamente le loro conoscenze, specializzandosi sempre di più. Basta poi con la frammentazione, segmentazione, parcellizzazione delle poche inchieste del passato. Col nuovo metodo tutti i dati relativi a Cosa Nostra devono confluire in un unico motore di raccolta, in modo da consentire una visione organica, completa dell’organizzazione. E allora il singolo fatto criminoso, che prima ( preso a sé, isolatamente) risultava indecifrabile, adesso - inserito nel contesto, nella struttura organizzativa di Cosa Nostra - parlerà un linguaggio comprensibile e saranno definibili anche le responsabilità individuali. Altro merito di Falcone e del pool fu quello di intraprendere con incisività la strada delle indagini patri-

Il metodo Falcone di Giancarlo Caselli

Oggi sembra scontato ma all’epoca fu una rivoluzione. Il magistrato aveva trovato un modello di indagine imperniato su "specializzazione” e “centralizzazione”. Un meccanismo che funzionava cosi bene da necessitare un freno. E dopo vent'anni si lotta contro mafie e corruzione moniali, violando in questo modo santuari fin lì sostanzialmente inesplorati che si rivelarono invece preziosissimi. Infine, il metodo Falcone comprendeva anche l’uso intelligente ( sempre sostenuto da un rigoroso rispetto delle regole) dei “pentiti”, indispensabili per conoscere i segreti della mafia, così da poter penetrare all’interno dell’organizzazione criminale, senza limitarsi a scalfirne la superficie. Questo metodo paga. Ne vien fuori un capolavoro investigativo-giudiziario: il maxi-processo (maxi perché enorme - maxi appunto - era stata l’impunità di cui la mafia aveva goduto fino a quel momento). Per la prima volta nella storia d’Italia vengono portati alla sbarra – con prove sicure – mafiosi siciliani di primaria

grandezza criminale che fino ad allora avevano potuto godere di una sostanziale impunità. La fine del mito dell’invulnerabilità di Cosa nostra: 475 imputati per associazione mafiosa, 120 omicidi e innumerevoli altri reati; 360 condanne per un totale di 2.665 anni di carcere e diciannove ergastoli comminati ad alcuni tra i boss più influenti di Cosa Nostra. La fine del mito dell’invulnerabilità di Cosa Nostra, la dimostrazione coi fatti ( nell’osservanza scrupolosa delle procedure) di quanto avesse ragione Giovanni Falcone, tutte le volte che sosteneva che la mafia è una vicenda umana come tutte le altre: perciò ha un inizio, uno sviluppo e può benissimo avere una fine. Basta – questa fine – volerla;- e organizzarsi perché arrivi verità e giustizia - 22 maggio 2012

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o ancora negli occhi le immagini di quel terribile pomeriggio di venti anni fa. Il cuore che si ferma per un attimo prima di riprendere la sua corsa, impazzito per lo sgomento. L’adrenalina nelle vene. I movimenti meccanici verso la redazione, gli sguardi attoniti dei colleghi, lo sforzo durissimo di dare un senso al lavoro collettivo. La necessità di sapere e di comunicare, di raccontare i fatti, mista all’ansia per la sorte di un magistrato straordinario. Ho avuto la ventura di “aprire” il Tg1, di commentare in diretta le prime notizie e le prime immagini, girate in maniera un po’ rocambolesca da Marco Sacchi, uno dei nostri operatori della Rai. Già a notte inoltrata abbiamo cominciato a ragionare insieme con i colleghi più consapevoli su moventi e scenari. Cercavamo una bussola che non ci facesse perdere il senso di quello che facevamo. Stavamo sul pezzo. Tentavamo di fare nostra, nell’ambito giornalistico, la lezione di Falcone, con un’adesione meticolosa ai fatti, ma senza rinunciare a collegarli, a metterli in fila e a ricavarne indicazioni utili per non annegare in un oceano di dettagli e suggestioni. Il mio compito in redazione, già dall’alba dell’indomani, sarebbe stato quello di occuparmi dello stato delle indagini. Sono state ore, fra le più difficili della mia vita professionale. Era difficile penetrare il muro di silenzio. Non che le nostre fonti storiche e tradizionali si fossero inaridite ma era come se anche loro fossero rimaste annichilite da quei cinquecento chili di tritolo sotto l’autostrada. Dopo i primi pezzi eravamo quasi nell’impossibilità di continuare in maniera dignitosa a raccontare cosa accadeva. Di questa difficoltà abbiamo parlato, in incontri informali, con tanti amici, investigatori e magistrati, spiegando anche il rischio che sulla strage e sulle sue vittime calasse una cortina di silenzio, nella quale trovassero spazio, come tante altre volte in Sicilia ( e come ha drammaticamente dimostrato l’inchiesta più recente della procura nissena sulla strage di via d’Amelio) manipolazioni e distorsioni. Non bastava cercare e trovare un colpevole qualunque e non ci si poteva accontentare di una spiegazione solo “criminale” che mortificasse le illuminanti intuizioni di Giovanni Falcone che già dopo il fallito

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Quei giorni a Palermo di Salvatore Cusimano

Una mattanza raccontata in diretta dalle telecamere della Rai Sicilia. I cronisti palermitani hanno provato a spiegare la violenza di Cosa nostra, la pericolosità dei suo contatti esterni, la battaglia antimafia e negli anni '90, le stragi. Vent'anni dopo ricordano così quel 1992 attentato sulla scogliera dell’Addaura aveva denunciato l’esistenza di “menti raffinatissime”, centri occulti di potere che condividevano con Cosa Nostra la strategia di destabilizzazione del paese. Questi ragionamenti e contatti dovevano aver fatto breccia perché qualcosa accadde. Da quel giorno nel nostro giro ossessivo fra uffici investigativi e stanze dei PM, una fonte si mostrò disponibile a spingersi un po’ più avanti. Quell’ufficio e quel dirigente divennero una tappa centrale nel mio lavoro. Ogni giorno passavo da quelle stanze e ricevevo risposte alle mie domande. Sulle prime com’è giusto che sia ho fatto le verifiche necessarie a valutare l’affidabilità delle informazioni. Non va dimenticato che da lì a poco emergeranno fatti gravissimi (poi al centro d’inchieste concluse con processi e dure condanne), su esponenti di primissimo piano della polizia e dei servizi di sicurezza. La mia fonte non risultò inquinata. Da quel momento, grazie al concorso di tanti altri investigatori che alimentarono il mio come il lavoro di altri cronisti, i miei pezzi ebbero notizie sempre più

precise. Si andava delineando un quadro completo in cui quotidianamente affioravano anche i dubbi sulla matrice “esclusivamente mafiosa” dell’eccidio. Mi sono a lungo interrogato sulle ragioni che hanno spinto un investigatore di valore ad aprirsi senza remore a un cronista che di solito era costretto a fare molta più fatica per aggiungere un tassello alle proprie conoscenze. Ma una ragione come in tutte le cose c’è sempre. E tanto tempo dopo ho avuto la certezza della molla che aveva scattare le “confidenze” dell’apparato inquirente. La preoccupazione negli ambienti di chi indagava era esattamente identica a quella dei cronisti più avveduti. Dare il giusto valore ad ogni segnale che emergeva dalle verifiche, dagli interrogatori e dagli accertamenti tecnici in modo che le indagini potessero alzare il tiro alla ricerca di tutti i responsabili dell’attentatuni, anche di quelli “coperti”, come fin dal primo giorno si disse e scrisse. La sensibilità democratica dovrebbe essere il faro dell’azione delle forze dell’ordine e della polizia giudiziaria. Sappiamo tuttavia che non è sempre stato così. Pressioni, interferenze, nei casi peggior depistag-


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gi, sono stati spesso la norma nelle vicende più drammatiche della storia del dopoguerra italiano. Il doppio gioco, la tentazione della “trattativa”, come rivelano le ultime indagini anche sugli attentati di Capaci e via d’Amelio, stanno segnando in maniera sconfortante tante azioni di una parte dell’antimafia. Resta ancora inspiegabile a meno di non pensare il peggio, come investigatori attenti e fra i più noti e stimati, possano aver progettato le “panzane” di Scarantino, propinate ai cronisti e alla stampa come verità assolute e definitive sulla ricostruzione dell’agguato a Paolo Borsellino. I dubbi, se ce ne furono, furono considerati niente più che dietrologie dei soliti cronisti che non si accontentavano mai. Le testimonianze raccolte nell’immediatezza dell’evento, sull’irresponsabile inadeguatezza dei dispositivi di sicurezza intorno al magistrato, sulla permeabilità delle comunicazioni, sulla fragilità delle ricostruzioni dei collaboratori (anche qui una banda di sprovveduti e disperati indicati come i responsabili e gli organizzatori di una delle operazioni militare fra le più sconcertanti del dopoguerra) erano liquidate come pensieri in libertà d’investigatori, magistrati o consulenti che amavano le fughe in avanti. Torno nuovamente alla questione centrale di questo breve scritto: la sensibilità democratica della fonte. In un’altra occasione ho potuto riscontrare con la stessa evidenza la forte preoccupazione, assolutamente condivisa dal cronista, di una fonte per le sorti

del paese. Avvenne nell’88. La sede è il CSM. Il plenum dell’organo di autogoverno dei giudici si riunì in seduta plenaria per giudicare sul primo “caso Palermo” , e valutare la forte denuncia di Paolo Borsellino sullo smantellamento del pool antimafia di Palermo. In quella fase concitata in cui gli avversari di Falcone e Borsellino stavano tramando la loro liquidazione “amministrativa” una fonte consentì a me e ad altri cronisti di svelare il progetto e il rischio dell’annientamento del prezioso lavoro che aveva consentito il primo storico successo contro la mafia:il maxiprocesso a Cosa Nostra. Lo ricorda lo stesso Paolo Borsellino, il 25 giugno del 92 alla Biblioteca comunale. Rievoca le sconfitte di Falcone, la delegittimazione dei suoi capi, le bocciature subite per quei ruoli che avrebbe strameritato di ricoprire. Il vero obiettivo del Csm e dei mandanti esterni nella politica e nell’economia era di distruggere il pool antimafia, quello straordinario e delicato meccanismo ideato da Nino Caponnetto per aggredire con il lavoro comune e la condivisione delle indagini le cosche e i loro complici. Quel modulo organizzativo, in uno con la tempra e il rigore di quel piccolo gruppo di uomini, avrebbe mirato sempre più in alto. Bisognava assolutamente bloccarlo. “…. Scoprì che il vero obiettivo era Giovanni Falcone – scrive Borsellino-. E forse questo io l’avevo messo in conto, perché ero convinto che l’avrebbero eliminato comunque; almeno, continua il magistrato ucciso in via D’Amelio, l’opinione pubblica, dis-

si, lo deve sapere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti ,non deve morire in silenzio. L’opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto del 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il CSM a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione…..e se pur zoppicante il pool antimafia fu rimesso in piedi.” Dunque la parola pubblica, le denunce giornalistiche, le informazioni non paludate del servizio pubblico contribuirono ad allentare la morsa intorno ai due giudici-fratelli. Fu solo una tregua. Senza una decisione chiara poi le cose presero la piega peggiore e Falcone fu costretto a lasciare Palermo. Non abbandonarono Palermo invece i corvi, le insofferenze per la magistratura, per il cosiddetto protagonismo dei pm. Falcone continuò a lavorare per lo Stato. (Per inciso, forse una pagina nuova andrebbe scritta sul suo impegno al Ministero, assediato dalle polemiche di chi sospettava …ognuno giudica con il suo metro! ... una fuga o peggio un tradimento). Cosa Nostra ha una straordinaria capacità di cogliere il momento giusto, avverte il sostegno o l’isolamento che circonda i suoi obiettivi. Dopo la sentenza della Cassazione che confermava l’impianto del pool antimafia e sanciva definitivamente il successo del magistrato palermitano, cominciò a regolare i suoi conti e con i suoi complici dalle menti raffinatissime, non esitò a ricorrere al tritolo e a far tremare la terra e le istituzioni un sabato pomeriggio alle 17,58 sull’autostrada fra Punta Raisi e Palermo. verità e giustizia - 22 maggio 2012

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Quando «bocciarono» Falcone di Rino Giacalone

Era il 1988 e il magistrato palermitano concorreva per il posto di capo dell'ufficio istruzione di Palermo, il ruolo che era stato di Antonino Caponnetto. Il Csm disse "no" al giudice e scelse Antonino Meli. Dopo tanti anni i documenti e le parole che guidarono la scelta dei colleghi

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alazzo dei Marescialli di Roma. Sede del Consiglio superiore della Magistratura. Tra le mani il faldone di 50 pagine, è il verbale della riunione del Csm del 19 gennaio 1988, che si concluse con il voto che nominò il nuovo capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, il successore del giudice Antonio Caponnetto. In quelle 50 pagine l’esatta trascrizione degli interventi fatti dagli allora componenti dell’organo di autogoverno dei magistrati, che si pronunziarono pro e contro i due giudici che si contrapponevano, Giovanni Falcone e Antonino Meli. Dott. Marconi (relatore). Contro Falcone: “Accentrare il tutto in figure emblematiche pur nobilissime è di certo fuorviante e pericoloso… c’è un distorto protagonismo giudiziario…si trasmoda nel mito”. Dott.Abate. E’ il primo a pronunziarsi a favore di Falcone. “una scelta ben chiara che sia di continuità e non segni alcuno strappo”“. Dott. Letizia: “Della professionalità poi fa parte la modestia, il miglior segnale del Csm è quello di non scegliere Falcone”. Avv. Contri: “Falcone è titolare di una esperienza

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unica non solo in Italia contro la mafia, magistrato eccezionale”. Dott. Tatozzi (che dichiara di essere amico di Falcone e componente della stessa componente): “Nomina Falcone potrebbe essere interpretata come una sorta di dichiarazione di stato di emergenza degli uffici giudiziari di Palermo”. Dott.Caselli: “La mafia non è una semplice emergenza è un problema strutturale italiano, è una realtà quotidiana in molte zone, è un pericolo per la Democrazia, e lo Stato si difende sul versante giudiziario dalla mafia garantendo agli uffici giudiziari la migliore attrezzatura, l’essere astratti nel decidere provoca svuotamento degli uffici di ogni valore, per questo oggi l’ufficio istruzione deve fare un passo in avanti, il candidato indicatoci dalla commissione presenta elementi di rischio, mentre la scelta non è tra Meli e Falcone ma verso un uomo del pool. Mi chiedo come si possa parlare di privilegi per chi ha fastto determinate esperienze per chi stando a Palermo vive in condizioni a tutti note e che rappresentano forte penalizzazione”. Dott. D’Ambrosio: “Ricordo una frase del generale Dalla Chiesa, quelli che

sono lasciati soli dallo Stato sono destinati ad essere abbattuti dalla mafia”. Prof. Smuraglia: “Scegliere Falcone significa attribuire un altro onere ad un magistrato costretto già a grandi sacrifici”.Avv. Pennacchini, vota Meli “per l’impegno profuso durante la lotta di liberazione”. Dott. Geraci (il “giuda” nelle parole di Paolo Borsellino durante il famoso dibattito alla biblioteca di Palermo, dopo la strage di Capaci): celebra Falcone bocciandolo,rivendicando di avere fatto parte con lui “di una pattuglia di samurai contro la mafia… Falcone è stato (così è scritto, al passato ndr) il migliore di tutti noi”. E infine:“Le notorie doti di Falcone e i rapporti personali e professionali mi indurrebbero a sceglierlo ma mi è di ostacolo la personalità di Meli cui l’altissimo e silenzioso senso del dovere costò la deportazione nei campi nazisti, con sofferenza e umiltà esprimo questo voto. Poi il voto sulla nomina e quindi sul verbale della commissione che indica Meli. Era il 1988. Oggi 24 anni dopo Falcone non c’è più ma alcune parole restano. Restano affidate alla storia, restano ripetute per altri magistrati.


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Processo Licari

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Pizza Connection

Processo Spatola

Operazione Iron Tower

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Fra i primi processi ma anche uno dei più importanti per affinare capacità di indagine.

Avviata il 12 luglio 1979 è un’indagine sul traffico di droga tra Italia e Stati Uniti

TRAPANI

PALERMO

25 gennaio 1982. Con queste indagini e il processo Falcone apre all’analisi del livello bancario e finanziario di Cosa nostra. Evidenziando collegamento fra soldi, droga e appalti

Indagine del 1988 riguardante un traffico internazionale di droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti

10 febbraio 1986. Più di 400 mafiosi alla sbarra, 360 imputati vennero condannati, 114 assolti. E’ il primo vero processo alla “Cupola” e all’organizzazione criminale denominata Cosa nostra. Tra i boss condannati Michele Greco, Giuseppe Marchese, Giovan Battista Pullarà e - in contumacia Salvatore Riina, Giuseppe Lucchese Miccichè e Bernardo Provenzano.

PALERMO

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PALERMO

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GIOVANNI FALCONE, UN MAGISTRATO CONTRO LA MAFIA Nato e cresciuto a Palermo il 20 maggio 1939 Giovanni Falcone, frequentò il liceo classico nella sua città e poi dopo una breve esperienza all’accademia militare di Livorno, si iscrisse la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo e si laureò con lode nel 1961, discutendo una tesi sull’ “Istruzione probatoria in diritto amministrativo”. Giovanni studia ed è dotato di una intelligenza vivace e acuta. Nel nel 1964 tenta con successo il concorso in magistratura. Il primo impegno arriva per lui a Lentini e subito dopo il a Trapani, nella provincia più impenetrabile d’Italia dopo per dodici anni fa il sostituto procuratore della Repubblica. Trapani in quegli anni non è ancora una città ad “emergenza mafia”, in generale quelli sono anni in cui la consapevolezza del fenomeno mafioso è molto bassa, sia a livello ufficiale e istituzionale che a livello investigativo. Ma è lì, in questa città che Falcone- magistrato apre all’area del diritto penale, si occupa in sostanza di criminalità organizzata. Mentre Falcone è a Trapani a Palermo Cosa nostra comincia a reagire colpire gli uomini dello Stato che cercano di contrastarla. Ed è proprio dopo uno degli omicidi cosiddetti “eccellenti” quello de giudice Cesare Terranova, il 25 settembre 1979 che Falcone si trasferisce a Palermo. Qui, nella città 10 verità e giustizia - 22 maggio 2012

soffocata dai boss di Cosa nostra, lavora sotto le direttive del consigliere istruttore Rocco Chinnici. Questo incontro segna in maniera irreversibile l’attività investigativa di Falcone ma anche la sua consapevolezza del fenomeno mafioso e di come contrastarlo. Chinnici capisce subito di avere a che fare con un magistrato giovane ma con una marcia in più, con una visione complessiva della mafia, di gran lunga più chiara di molti altri colleghi. E’ Chinnici, infatti, ad affidargli nel maggio ‘80 le indagini contro il boss Rosario Spatola. Contemporaneamente il magistrato palermitano si trova a toccare una indagine delicata che riguarda il traffico di droga fra Italia e America e anche il movente, probabilmente, di quello che in seguito sarà il delitto del procuratore Gaetano Costa ucciso nel giugno successivo – che venne ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Falcone seguì proprio in questa inchiesta i movimenti di denaro attraverso i conti bancari del gruppo collegato alla famiglia Gambino, Inzerillo e Bontade. Spostamenti di somme enormi, che non potevano essere giustificati da alcun commercio legittimo, ma soltanto dal traffico di eroina. E’ sul nome di Spatola che le indagini di Falcone s’ intersecarono a quelle di Martin, dell’ Fbi e della Dea, il dipartimento antidroga americano, nell’ 82. Dall’America gli investigatori

cominciano a guardare al collega siciliano come una risorsa preziosa, mentre in Italia ancora in pochi se ne sono accorti. Da questa inchiesta Falcone riesce già a risalire ad una sorta di mappa delle connessioni, i collegamenti, fra le diverse “famiglie” e i loro affari. Su tutti: la raffinazione e il commercio di droga, per e dall’Italia al resto del mondo. Mentre si trova per le mani la prima inchiesta importante Falcone perde il suo riferimento principale in procura: il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici viene ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico. Dolore e sconforto colpiscono magistratura e forze dell’ordine ma a sostituire il procuratore arriva un uomo in grado di continuare con altrettanta determinazione la lotta alle mafie, Antonino Caponnetto. Già elaborato da Chinnici, il pool antimafia, viene realizzato concretamente grazie al nuovo procuratore “per le necessità interne alle indagini” e nasce così un “pool antimafia”, sul modello dei team di lavoro già utilizzati precedentemente in Italia. Al fianco di Falcone, Paolo Borsellino, magistrato palermitano, e i giudici Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Scacco matto a Cosa nostra: nasce il pool antimafia Rocco Chinnici prima e Antonino Caponnetto dopo studiano la mafia.


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Le stanno con il fiato sul collo. Insieme a Giovanni Falcone cercano di intuirne dinamiche e modalità di pensiero e azione. E capiscono che dal più di quindici anni Cosa nostra ha cominciato ad eliminare, uno ad uno, tutti i magistrati che si sono occupati di indagini delicate. Lo hanno fatto perché questa è l’unica risposta che conoscono, quella violenta e antiStato. Questi magistrati però sono diventati “individuabili” e esposti perché conducevano indagini delicatissime in perfetta solitudine. Così il “pool antimafia” , cioè far lavorare insieme più magistrati su uno stesso ambito d’indagine, già usato in Italia in particolare contro il terrorismo di matrice politica, fu scelto come il metodo giusto per passare dal contrasto alla sconfitta della mafia. E fu una scelta vincente, subito informazioni che prima appartenevano ad un solo ufficio e un magistrato adesso venivano messe in comune con quelle di un altro magistrato, un altro dipartimento. Costruire un quadro di insieme di una organizzazione così capillare e strutturata come Cosa nostra era unica strategia possibile per scardinarla. Il primo debutto del “pool antimafia” si fa risalire comunemente con l’interrogatorio da parte del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del “pentito” Tommaso Buscetta, uomo di punta di Cosa

nostra che con la sua collaborazione con la giustizia, consenti di scoprire l’organigramma di Cosa nostra: quali famiglie comandavano e in che luogo. I nomi dei capi e quelli dei sottoposti. Cosa nostra all’epoca era composta da un sistema piramidale con in cima una “cupola” alla base del quale vi erano i soldati scelti dalla famiglia, sopra di essi i capi decina, scelti dal capo della famiglia, sopra ancora vi erano i consiglieri, e infine il capo famiglia. Buscetta era stato estradato dall’America dove si era rifugiato a seguito della guerra di mafia che imperversò nei primi anni ’80 nella quale furono uccisi quasi tutti i suoi familiari. Grazie alle sue rivelazione prende il via anche il maxi processo a Cosa nostra. Le attività di intelligence e i pedinamenti che portarono a questo grande processo alla mafia si realizzano anche grazie a validi e esperti funzionari di polizia come Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino. Ma Cosa nostra non perdona e li uccide nell’estate ‘85. Segnali che i vertici della mafia siciliana mandavano anche ai magistrati del pool. Che da quel momento sono già in pericolo. Il maxi processo, Cosa nostra alla sbarra Il lavoro del pool che iniziò con la collaborazione di Tommaso Buscetta grazie ad allo straordinario impegno

del gruppo guidato da Antonino Caponnetto al primo processo a Cosa nostra quello che rimarrà alla storia come il “Maxi processo”. A due anni dalle indagini ha il via il processo, 475 gli imputati, la sentenza viene emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentacinque giorni di riunione in camera di consiglio. Per la prima volta quelli che in quel momento erano i capi di Cosa nostra rischiano di finire in carcere. Per la prima volta si parla “di una organizzazione criminale denominata Cosa nostra”. Le tantissime ore di registrazione delle reti radiotelevisive del servizio pubblico custodiscono questo passaggio storico e le deposizioni dei mafiosi che negano l’esistenza stessa di Cosa nostra, respingono tutte le accuse e provano ad intimidire con ogni mezzo la Corte e i Pm ma anche a rallentare il procedimento, nella speranza di farlo arenare nella macchina amministrativo – burocratica e ottenere la libertà. Rileggendo i giornali dell’epoca è possibile anche ricostruire il contesto in cui questo processo si svolse: fu avversato da alcuni colleghi, Falcone fu certamente esposto e la sua attività antimafia fu oggetto di titoli e critiche, spesso pretestuose. E la questione mafia, grazie a questo processo, sembra ad un passo dal diventare una questione italiana. Gli inviati di grandi verità e giustizia - 22 maggio 2012

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giornali vennero mandati in terra di mafia a raccontare il processo gomito a gomito con l’avanguardia dei giornalisti siciliani, che conosceva tutto, nome per nome, storia dopo storia, di quei protagonisti in negativo dei destini della loro regione. Nel maxi processo 360 imputati vennero condannati, 114 assolti. Quando il procedimento arrivò all’ultimo grado di giudizio, in Cassazione, il magistrato Corrado Carnevale soprannominato “l’ammazzasentenze” finì per non confermare molte di queste condanne. Il giudice anni dopo verrà accusato di contatti con Cosa nostra. A conti fatti, anni dopo, solo in 60 rimasero dietro le sbarre. Dopo tanto clamore Falcone e Borsellino registrarono subito un abbassamento del livello di attenzione dell’opinione pubblica e anche nell’ambito giudiziario. Ripresero in mano alcuni dei procedimenti d’appello e riuscirono a contestare ad alcuni i reati per i quali erano stati prosciolti. Ma intorno a loro cresceva, latente, una prima forma di isolamento e di calunnia che li accompagnò sino agli ultimi giorni di vita. Un magistrato antimafia a Palermo Non si sceglie di essere magistrati antimafia in Sicilia – spiegava nelle interviste rilasciate alla stampa – lo si diventa perché questo è il contesto da indagare per chi opera nell’area del 12 verità e giustizia - 22 maggio 2012

penale. Un magistrato, dunque, che fa semplicemente il proprio lavoro. Eppure Giovanni Falcone, negli del pool antimafia, venne accusato (e non solo lui) di voler “fare carriera” facendo antimafia. Gelosie, invidie e spesso poca comprensione del fenomeno mafioso portarono colleghi, giornalisti, persino intellettuali ad accusare i due magistrati, Falcone e Borsellino, di voler fare i “professionisti dell’antimafia”. Una frase coniata e poi ridimensionata dall’intellettuale Leonardo Sciascia, uno che di certo non era dalla parte della mafia, ma questo era il clima, il contesto, in cui lavorarono il giudice Giovanni Falcone e i suoi colleghi del pool. Si chiude la prima fase del maxi processo e la popolarità del giudice non gli apre le porte verso avanzamenti di carriera, al contrario le chiude. Fra le altre cariche mancate quella di capo dell’Ufficio istruzione, lasciato da Caponnetto, per il quale il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a il consigliere Antonino Meli. Con questa mossa, semplice e immediata, tanti anni di indagini condotte con il cosiddetto “metodo Falcone” non vedranno più un proseguimento. Meli si dice da subito contrario al meccanismo del lavoro in team, avoca a sè tutti gli atti. E di fatto, smantella il pool antimafia. Il clima si fa pesante e nell’estate del 1988 Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l’accusa

d’aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall’estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta. Inizia quella che sarà definita, in seguito, la stagione dei veleni. Il palazzo della procura di Palermo diventa un luogo pieno di insidie, molte non arrivano dai mafiosi, ma dall’interno. L’isolamento verso cui si dirige il magistrato Giovanni Falcone è l’anticamera degli attentati che a lui saranno indirizzati. Il primo destinato a fallire Cosa nostra lo prepara il 20 giugno ‘89 sugli scogli dell’Addaura presso Mondello. Una quantità di esplosivo venne ritrovata a ridosso della spiaggia dove il magistrato e altri colleghi, alcuni svizzeri, avrebbero dovuto fare il bagno. In merito a questo primo attentato alla sua vita Falcone affermò “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. L’insicurezza si percepisce nell’aria e prosegue anche nell’attività ordinaria. Seguono al fallito attentato


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all’Addaura, su cui ancora oggi si indaga, le lettere del “corvo”, missive anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Una settimana dopo l’attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Negli stessi anni cresce e si fa palpavile l’aperto contrasto con l’allora procuratore Pietro Giammanco, soprattutto sul versante etico e della conduzione delle inchieste . Così raccolse l’invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, Claudio Martelli, che aveva assunto l’interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, spostando l’intervento antimafia dal versante giudiziario a quello legislativo, assumendosi l’onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme. Sino alla strage di Capaci Falcone si “impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure”. Da questo periodo di iniziative legislative: nascono le procure distrettuali facenti capo ai procuratori della Repubblica ma anche il coordinamento nazionale, nel novembre del ‘91 la Direzione nazionale antimafia.

Capaci, vent’anni di indagini Il 23 maggio 1992, una carica di esplosivo piazzata sotto l’autostrada, nei pressi di Capaci (Palermo), uccide il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Quel giorno il giudice Falcone, che da tempo abitava a Roma dove si occupava di legislazione antimafia, rientrava a Palermo, con l’auto blindata e la macchina di scorta ad accompagnarlo. Come era accaduto altre volte, il magistrato chiese all’agente Giuseppe Costanza, sopravvissuto poi alla strage, di poter guidare l’automobile. Un attimo, il passaggio allo svincolo che sulla destra indica “Capaci” e l’esplosione fortissima. I mafiosi che quella sera festeggeranno dentro e fuori il carcere lo chiameranno “l’attentatuni”. Potevano colpire il magistrato a Roma, in qualsiasi momento. E dalle indagini emergerà che in effetti un primo piano era legato alla Capitale. Poi qualcosa fa cambiare idea ai boss e decidono di uccidere il giudice, la moglie e i suoi collaboratori, facendo una strage. Il 26 settembre 1997, la corte d’assise di Caltanissetta presieduta da Carmelo Zuccaro emette 24 ergastoli nei confronti di Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e tutti i componenti della commissione provinciale di Cosa

nostra. I giudici hanno inflitto 26 anni di reclusione a Giovanni Brusca, che azionò il telecomando dell’esplosivo piazzato sotto l’autostrada. Pene minori per i collaboratori di giustizia che avevano dichiarato di aver preso parte all’esecuzione dell’eccidio: Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Gioacchino La Barbera, Calogero Ganci e Mario Santo Di Matteo. In appello questo processo estende le condanne anche per Salvatore Buscemi, Francesco Madonia, Antonino Giuffrè, Mariano Agate e Giuseppe Farinella. La sentenza passa il vaglio della Cassazione il 30 maggio 2002. Qui si confermano le 21 condanne e annullano quelle riguardanti Pietro Aglieri, Salvatore Buscemi, Pippo Calò, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Giuseppe Madonia, Giuseppe Salvatore Montalto, Matteo Motisi e Benedetto Spera. La Cassazione sollecita un nuovo esame per alcuni di loro, e un processo “stralcio” viene riaperto a Catania. Il 21 aprile 2006 da questo procedimento arrivano 13 ergastoli per i boss Salvatore Buscemi, Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, ritenuti colpevoli sia per la strage di Capaci che per quella di via d’Amelio, del 19 luglio del 1992 in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Per la strage di Capaci la condanna all’ergastolo è inflitta inoltre a Giuseppe Montalto, Francesco e Giuseppe Madonia. Il 16 settembre del 2008 la sentenza viene confermata dalla Corte di Cassazione. Nuovi dettagli sulle modalità dell’attentato continuano ad emergere e non è stata fatta ancora piena chiarezza su mandati e alcune anomalie dell’attentato. Da poche settimane il collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza, colui che ha fatto riaprire l’indagine su Via D’Amelio, ha dichiarato di aver portato lui l’esplosivo per l’attentato di Capaci. Una strage, insomma, tutta da raccontare e decifrare, a distanza di vent’anni. verità e giustizia - 22 maggio 2012

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Pizza Connection di Gaetano Liardo

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izzerie come copertura per mascherare il traffico internazionale di stupefacenti. Nasce da questo assunto, nel 1979, l’operazione che passerà alla storia come “Pizza Connection”, realizzata dallo Fbi in collaborazione con il pool antimafia di Palermo. L’eroina, sotto forma di morfina base, arrivava in Sicilia dalla Turchia. Qui veniva lavorata in appositi laboratori del palermitano, e successivamente inviata negli Stati Uniti. A muovere le fila del traffico miliardario, stimato in più di un miliardo di dollari degli anni ‘80, il boss Tano Badalamenti, a capo di una rete transnazionale che muoveva dalla Sicilia a New York al Sud America. L’importanza della collaborazione tra lo Fbi e i giudici palermitani, in modo particolare con Giovanni Falcone, risulta dal ruolo giocato nel traffico da Cosa nostra siciliana. La cooperazione tra gli inquirenti ha fatto sì che l’esperienza maturata dal pool a Palermo fosse messa a disposizione degli Usa. Le testimonianze dei primi collaboratori di giustizia, come Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e altri, daranno slancio alle indagini e al processo su Pizza Connection. Tutti i protagonisti dell’operazione sono affiliati di Cosa nostra siciliana, e a questa fanno riferimento, mantenendo rapporti di amicizia ma anche di diffidenza con Cosa nostra americana. A spiegare la situazione è Tommaso Buscetta, nella testimonianza agli atti del maxi-processo. «Circa il coinvolgimento della mafia statunitense nel traffico di stupefacenti, posso riferire quella che è la mia esperienza (…) Posso dire che, almeno nel periodo in cui ho vissuto negli Usa, vi era assoluto divieto per Cosa nostra americana di occuparsi di tale attività. Tutti coloro che negli Usa so essere coinvolti nel traffico della droga sono uomini d’onore di Cosa

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nostra siciliana, come ad esempio, Giuseppe Ganci, Gaetano Mazzara, Salvatore Catalano, Giuseppe Bono e così via». L’eroina raffinata in Sicilia veniva spedita negli Usa dove era, successivamente, venduta al dettaglio. I proventi illeciti ricavati venivano ripuliti tramite la rete delle pizzerie, oppure in depositi bancari negli Usa o in Svizzera, e dopo essere stati riciclati facevano ritorno in Italia. A reggere le fila era Tano Badalamenti, in collaborazione con boss operativi negli Usa, ciò nonostante il boss di Cinisi, un tempo a capo della Commissione, fosse stato “posato” nel 1978. Secondo Buscetta: «Altro uomo d’onore che non avrebbe potuto partecipare al traffico di stupefacenti era Gaetano Badalamenti (..) E ciò non perchè Badalamenti non volesse partecipare, ma perchè essendo stato “posato”, non avrebbe potuto in alcun modo prendere contatti con gli uomini d’onore che gestivano il traffico. (..) C’è da dire, però, che se ha partecipato clandestinamente a tale attività, prendendo contatti con uomini d’onore che nemmeno avrebbero dovuto avvicinarlo, ciò significa che veramente il denaro ha corrotto tutto e tutti». Il procedimento penale ha visto la condanna di 35 imputati. L’appello, nel 1989, a cui hanno fatto ricorso 21 imputati, ha visto, sostanzialmente, la conferma delle condanne. Una mole di lavoro “straordinaria”. Nel solo appello sono state prodotte più di 40 mila pagine di trascrizioni, migliaia di reperti e ascoltati 275 testimoni. Tano Badalamenti è stato condannato a 45 anni di carcere per attività criminali continuate, e a 15 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, pene cumulative. Stessa sorte per Salvatore Catalano, leader del gruppo di New York: 45 anni per attività criminali continuate, più numerose altre condanne.

I rapporti con l'Fbi

L’

importanza dell’azione investigativa di Giovanni Falcone, e di tutto il pool antimafia di Palermo, ha valicato i confini nazionali. Con gli Usa, in modo particolare, il magistrato siciliano ha stretto solidissimi legami di collaborazione. Una relazione che ha dato i suoi frutti con l’operazione Pizza Connection del 1979, gestita dallo Fbi con l’aiuto del pool palermitano. Grazie al lavoro congiunto degli investigatori italiani e statunitensi è stato possibile sgominare un vasto traffico internazionale di eroina dalla Sicilia agli Usa. Un lavoro che deve molto alle intuizioni di un altro protagonista della lotta antimafia in Sicilia, Boris Giuliano, che intesse solide relazioni sia con lo Fbi che con la Dea. L’omicidio di Giuliano, proprio nel 1979, è stato collegato alle inchieste dell’allora capo della Mobile di Palermo sul traffico di eroina dalla Sicilia agli Usa. Un lavoro ripreso dal pool di Palermo e approfondito con gli investigatori americani. Il successo della collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico diede il via alla nascita, nel 1984, dell’Italian-American Working Group, ancora oggi attivo, che ogni due anni prevede riunioni tematiche tra lo Fbi e gli inquirenti italiani sul tema del contrasto al crimine organizzato e al terrorismo internazionale. Due anni dopo l’omicidio di Falcone, l’allora direttore dello Fbi, Louis Freeh, che negli anni ‘80 condusse l’accusa contro i boss coinvolti in Pizza Connection, dedicò a Quantico, sede dell’agenzia, un bronzo in ricordo del giudice assassinato a Capaci. Nel corso della commemorazione ricordò Falcone con queste parole: «Qui c’era un giudice...che ha fatto la profonda scelta personale di far rispettare la legge con tutto il suo vigore, con tutta la sua forza – sapendo bene che questo coinvolgimento avrebbe messo la sua stessa vita in pericolo, sapendo che – come successe – lo avrebbe condotto alla morte».


Verità e giustizia newsletter a cura della Fondazione Libera Informazione Osservatorio nazionale sull’informazione per la legalità e contro le mafie

Direttore responsabile: Santo Della Volpe

Sede legale via IV Novembre, 98 - 00187 Roma tel. 06.67.66.48.97 www.liberainformazione.org

Redazione: Peppe Ruggiero, Antonio Turri, Gaetano Liardo, Norma Ferrara

Coordinatore: Lorenzo Frigerio

Hanno collaborato a questo numero: Gian Carlo Caselli, Saverio Lodato, Rino Giacalone, Salvatore Cusimano, Ufficio stampa di Libera Grafica e impaginazione: Giacomo Governatori

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Verità e giustizia n.90  

Supplemento quindicinale di Libera Informazione