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Concept copertina: Annalisa Cataldi, Antonina Cremona Editing and graphics: Valerio Massaro Responsabile Editoriale: Stella Verin


SOMMARIO

EDITORIALE

QUANDO LA NATURA E’ CULTURA

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L’itinerario culturale come chiave interpretativa per il di Maria Teresa Idone patrimonio

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ITINERARI CULTURALI E PROGETTO PAESAGGISTICO: QUESTIONI APERTE

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LA VIA FRANCIGENA COME LINEA NARRATIVA DEL TESTO PAESAGGISTICO: ESPERIENZE DI RICERCA in itinere.

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La resilienza di un territorio: gli Altipiani Plestini

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LORETO 2030: EUTOPIA DI UN TERRITORIO

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di Fabio Bettoni

di Chiara Serenelli

di Serena Savelli

di Marinella Lippi

di Chiara Caberletti e Laura Vedovati

saggio PRODURRE PAESAGGI AZIONI CORALI IN EPOCHE PRE-INDUSTRIALI

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di Mario Ghio ; postfazione di Francesco Correnti

A Parigi, attraverso i parchi urbani di ultima generazione

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di Francesca Calamita

DALLA STORIA AL PROGETTO: RIQUALIFICAZIONE DI TRE AREE VERDI NEL COMUNE DI CAMPIGLIA MARITTIMA

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RECENSIONE

82

di Silvia Ruzziconi, Elena Lo Re

Paesaggio e Benessere

di Silvia Minichino

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PhotoStory In questo numero invitiamo il lettore ad un viaggio virtuale lungo percorsi di pellegrinaggio, alcuni dei quali appartengono a Itinerari Culturali Europei molto noti e frequentati. Le immagini mostrano evocativi paesaggi che durante il cammino permettono al viaggiatore a piedi di cogliere contemporaneamente visuali panoramiche e dettagli anche molto minuti, dandogli la possibilità di costruire la propria personale esperienza di cammino. Nella profondità estetica e nella carica identitaria che alcuni scorci esprimono, proviamo però a cogliere anche degli input di un approccio di ricerca che gli articoli di questo numero illustrano, immaginandoci le opportunità di progettazione paesaggistica che il concetto di itinerari culturali può veicolare, e che via via nella percorrenza si chiariscono attraverso la percezione. Così non troviamo semplicemente “cartoline” di un viaggio, ma vere e proprie riflessioni, che aprono a una varietà di temi riguardanti le forme del relazionarsi dell’uomo con il proprio ambiente di vita, che lasciamo all’immaginazione del lettore scoprire e approfondire.

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Lungo il Cammino di Santiago. Istallazione sulla cima del Alto del Perdón, passata Pamplona.


Rubrica

L’Architettura che mi piace L’Architettura che non mi piace

DAMIANO GALEOTTI Paesaggista

A pochi chilometri da Firenze, in località Focognano (Campi Bisenzio) “risorge” l’omonima Oasi naturalistica Stagni di Focognano. L’area umida rappresenta il tipico paesaggio storico ricostruito della Piana Fiorentina ed è un intervento di ripristino ambientale a carattere paesaggistico che “sfida” e tenta di ricucire un territorio frammentato e degradato in cui cemento e asfalto fanno da padroni: l’oasi “cresce” (ai 35 ha iniziali si aggiungono oggi altri 51 ha di suolo pubblico) nel piccolo triangolo di terra racchiuso tra l’autostrada del sole, la Firenze mare e il polo industriale dell’Osmannoro. Oggi, Focognano nodo focale di una rete di connessioni ecologiche, diventa spazio d’incontro che coinvolge numerose persone “esperte e non” che si occupano e si prendono cura dell’area in forma gratuita, e rappresenta un tavolo importante di confronto fra tutti gli enti che si occupano di gestione, pianificazione e trasformazione del territorio (Enti Pubblici, società Autostrade, Università...). Una realtà che fa scuola, nato per insegnare e per “essere copiato”, l’oasi è “Luogo di Natura” fatto per la NATURA, ma soprattutto un luogo che fa bene all’uomo.


PhotoStory

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Contadini al lavoro nei campi di grano in Tierra de Campos (Mesetas)


EDITORIALE

QUANDO LA NATURA E’ CULTURA di Fabio Bettoni

docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Perugia

S Via Plestina dal Castello di Serravalle, incisione J. Forrester

i ricorderanno certamente le parole di Georges Henri Rivière a proposito di ecomusei come strumenti di raccordo tra cultura e natura, specchi sui quali riflettersi, davanti ai quali riconoscere se stessi, le storie proprie e locali, le memorie collettive; laboratorî delle conoscenze a disposizione di chiunque se ne voglia appropriare. Le parole di Rivière stanno sullo sfondo delle iniziative assunte dalla Regione dell’Umbria la quale ha istituito nel 1990 il Centro per la Documentazione e la Ricerca antropologica in Valnerina e nella Dorsale appenninica umbra (Cedrav) con sede in Cerreto di Spoleto (Pg), ha promulgato la Legge Regionale 14 dicembre 2007, n. 34 sulla Promozione e disciplina degli Ecomusei e il relativo regolamento attuativo (2010), ha riconosciuto (2010) l’Ecomuseo della Dorsale appenninica umbra. In questo contesto si pone il progetto dell’Ecomuseo della Valle del Menotre commissionato dal Comune di Foligno. 7


Colfiorito e Palude,Altipiani Plestini, Foligno (PG)

Collegandosi alla prospettiva metodologica ed operativa del citato Ecomuseo regionale-appenninico, il progetto tende ad evidenziare le peculiarità di uno spazio specifico con l’intento di arricchire la proposta ecomuseale d’insieme. La Valle del Menotre, infatti, innestata ortogonalmente alla Dorsale nella porzione centrale di quest’ultima, presenta una configurazione compatta e marcata dall’incisione fluviale del Menotre. Nel complesso, il bacino imbrifero del fiume ha un ampiezza di 113 kmq con un perimetro di circa 73 km, una pendenza media del 40 per 100 circa; l’asta idrica si approssima ai 28 km, ed è quasi interamente (26 km) interna al territorio folignate. Il fiume ha svolto un ruolo essenziale nel sistema economico locale: nel corso di tanti secoli, ha fornito infatti il potenziale energetico per una pluralità di attività economiche, e ha impresso alla Valle una rilevanza significativa all’interno delle polarità produttive di Foligno (gli altri poli essendo: la stessa città, ricca anch’essa di acque interne, e la Valle del Rio di Capodacqua, contigua alla Valle del Topino e alla via Flaminia del Furlo). Se le tracce fin qui rilevate dell’insediamento umano sono di remotissima 8

ascendenza, ma questa non sarebbe una particolarità trattandosi di un territorio appenninico, testimonianze materiali dirette antecedono il Mille, mentre preziose attestazioni manoscritte, risalenti ai primissimi anni successivi a quello snodo epocale, mostrano, sia pure in modo ormai residuale e frammentario, la vitalità di un territorio. Tali documenti, che erano depositati un tempo nell’archivio dell’abbazia di Santa Croce in Sassovivo, permettono di realizzare approcci a vasto raggio sulla plurisecolare vicenda del monastero e su molto altro ancora. Adagiato sui contrafforti collinari dell’Appennino folignate, concentrazione claustrale di un gruppo di origine eremitica poi uniformatosi alla regola di Benedetto da Norcia, l’Istituto ha lasciato memorie, almeno stando ai materiali di cui si dispone tuttora, che muovono dalla seconda metà dell’Undicesimo secolo; via via cresciuto in potenza, dilagò, per così dire, ben oltre il nucleo d’insediamento primario. Favorito al suo nascere da una scelta fondativa operata dalla dinastia comitale di origine longobarda detta dei Monaldi, il monastero di Santa Croce ne avrebbe di fatto accelerato il declino, risucchiandone il vasto patrimonio attraverso acquisti, permute e lasciti così definendo nel corso del tempo una propria signoria patrimoniale, a scapito anche di altri, non


pochi signori del contado folignate, fino a contendere i diritti e le giurisdizioni del Comune quando questo, una volta profilatosi all’orizzonte - nel 1177 -, diritti e giurisdizioni volle con fermezza acquisire, affermare, difendere ed esaltare.

tive in particolare nella macinazione delle granaglie, nella franturazione delle olive e nella valcatura dei panni, qui avevano eretto le loro chiese, cappelle, edicole votive, qui avevano alimentato la formazione di un clero autoctono.

A causa delle particolari caratteristiche ambientali del Folignate - la storia peraltro aveva aggiunto del suo -, che includeva (e comprende tuttora) una pianura assai ristretta e per di più paludosa, lo spazio del Menotre, collinare-montano ma con piani e pianori coltivabili anche a quote elevate, una riserva rigogliosa di boschi e di radure pascolative, si presentava alle popolazioni come l’areale meglio praticabile; qui le diverse signorie fondiarie, formatesi su ceppi d’origine longobarda e delle quali restano oscure le successive investiture, avevano attecchito e prosperato, qui le comunità di villaggio avevano mantenuto le terre comuni o ne avevano ritagliate di nuove nelle quantità bastevoli a garantire le basi di un’economia elementare, qui si era formata una piccola proprietà individuale e contadina di pari passo con l’affermarsi ineluttabile dei processi di affrancazione, qui i liberi valligiani avevano condiviso o strappato o usurpato diritti e giurisdizioni sui beni allodiali, in particolare sulle acque, qui avevano avviato attività produt-

Dagli albori dell’età comunale (secolo Dodicesimo) all’affermazione della signoria dei Trinci (1305-1439), dall’età lunga dell’egemonia patriziale (1460-1797) alle restaurazioni e fino all’Ottocento inoltrato, i ceti eminenti di Foligno ebbero ancoraggi patrimoniali ed economici sicuri e di gran rilievo nella Valle del Menotre; e fu all’ombra di questo potere economicofinanziario di matrice gentilizia e urbana, che si formarono i maestri artigiani i quali nei diversi settori dettero vita progressivamente a dinastie di piccoli imprenditori che mai dismisero la pratica diretta di artigiani-manifattori: mulinari, cartai, valchierai, tintori, ma anche ramai, tabaccari (per dirla con le nomenclature d’epoca), maestri della pietra, fabbri-ferrai, meccanici; un universo che ha segnato il destino economico, sociale, culturale e cultuale di queste contrade fino a tempi assai vicini. Sebbene criticità anche notevoli non siano mai mancate, il sistema valligiano ha trovato sempre la capacità endogena di superarle. Esemplare, in tal senso, la concenSasso di Pale e abitato di Pale (PG)

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Valle del Menotre, cantiere per la realizzazione della Variante SS77, progetto quadrilatero

trazione degli impianti, l’innovazione e la polarizzazione esperite negli anni Venti del secolo scorso: una profonda ristrutturazione del sistema cartario di Pale-Belfiore, all’estremità occidentale della Valle, con un ruolo spiccato assunto dalla cartiera Sordini (1929-1930), e il rinnovamento impiantistico-tecnologico del lanificio di Umberto Tonti (1925-1928) sullo snodo di Rasiglia nella parte orientale del bacino, hanno rafforzato il carattere polare dei tre insediamenti tanto all’interno del sistema locale di Foligno, quanto all’interno del suo segmento collinare-montano. Con gli anni Cinquanta del Novecento, tuttavia, veniva meno la tradizionale centralità del territorio attraversato dall’asta fluviale del Menotre, una centralità potenziata, nel corso dei secoli, da arterie importanti quali la via Plestina poi FlaminiaLauretana (o Romana) e la via della Spina e da altrettanto vitali funzioni postali quando, dalla seconda metà del Cinquecento, vi furono attivate le poste con le relative stazioni; la Valle diventava in larga misura una proiezione meramente insediativa della città, fino a che stimoli provenienti da politiche di riequilibrio territoriale non avviavano con gli anni 1980 una inversione di tendenza, legata all’agricoltura e 10

all’allevamento di qualità nonché a forme di valorizzazione turistica, tuttora in atto. Ma fino a quando? L’imponente, massiccio, invasivo e devastante intervento sulla Strada Statale 77 “Val di Chienti”, frutto del peggior stradismo politico e degli interessi che vi sono connessi, sta letteralmente distruggendo un tratto cospicuo della Valle e rischia di compromettere un tessuto economico che ha trovato il proprio volàno nella diffusa ricettività accogliente. A questo punto, pensare ad un Ecomuseo nella Valle può sembrare cosa ridicola, se non un’autentica presa in giro. Ma forse, pensarvi un Ecomuseo, può servire a salvare il salvabile. Da qui il progetto ecomuseale che ha trovato intorno a sé adesioni ampie e convinte in associazioni attive nella zona come la Pro Loco “Valle del Menotre”, la Federezione Italiana Escursionisti (Fie), la Fondazione Museo diocesano di Arte Contemporanea di Foligno con sede in Scopoli, il Parco per l’Arte in Cancelli, l’Associazione Rasiglia e le sue Sorgenti; nonché associazioni e istituti culturali come l’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale (Aipai), il laboratorio storico L’Officina della Memoria, l’Accademia “Fulginia”, l’Archeoclub, il Centro di Ricerche “Fede-


rico Frezzi”; ed anche imprese industriali di Foligno come la Società EMC2 operante nel settore delle energie dolci e rinnovabili. Appoggiando le prospettive di ricerca dell’Ecomuseo alla Sezione di Foligno dell’Archivio di Stato di Perugia, alla Biblioteca Comunale “Dante Alighieri”, alla Biblioteca “Lodovico Jacobilli”, all’Accademia “Fulginia”, a taluni Istituti Universitari, al Cedrav, il progetto ecomuseale si articola sulla base di alcuni filoni tematici: 1) la valle del Menotre, gli insediamenti umani, le infrastrutture, le istituzioni e le giurisdizioni, i beni comunitari e le istituzioni comunitarie, gli usi comunitari. 2) Il sistema produttivo della Valle nel contesto urbano-territoriale di Foligno: l’agricoltura e l’allevamento tra piano e monte; la produzione non agricola: la produzione molitoria e frantoiana; la tintura e la valcatura dei panni; la fabbricazione della carta; le lavorazioni del tabacco, delle fibre naturali, dei metalli, della pietra, del legno, del salnitro; la pesca. 3) Le infrastrutture per la modernizzazione: la sorgente dell’Acqua Bianca e la rete idropotabile, l’impianto idroelettrico all’Altolina tra Pale e Belfiore. 4) La logistica militare; la chimica: Scanzano. 5) Le reti commerciali. 6) L’universo sociale nella polarità signori/Lavoratori. 7) Sondaggi prosopografici. 8) I poteri e le relative giurisdizioni. 9) Monumenti/Documenti. 10) Attraverso lo spazio della Valle.

4) Energia e carta, in collaborazione con la Società EMC2. 5) Valle di Marte, con riferimento alla signoria patrimoniale di Sassovivo che qui aveva uno dei suoi nuclei fondiarî più rilevanti. 6) Viandanti, Pellegrini, GrandesTouristes. 7) Tingere e Follare. 8) Transumanze. 9) Quadriregio, in riferimento alla pregevole edizione (1725) stampata su carta di Pale del poema didascalico-allegorico scritto (1403ca) dal poeta folignate Federico Frezzi. 10) Marco da Rasiglia, in relazione all’altro grande umanista folignate, vissuto tra Quattro e Cinquecento che si vuole originario della Valle. Secondo l’ipotesi progettuale, Temi e Operazioni diventeranno realtà - se e quando lo diventeranno - con il coinvolgimento delle tante intelligenze e dei tanti saperi che vivacizzano la Valle.

Giacché inquadra un Ecomuseo in itinere, il progetto delinea una serie di Operazioni che hanno lo scopo di predisporre i materiali (in senso lato) che dovranno alimentare le diverse sedi in cui si articolerà l’allestimento ecomuseale. Di queste Operazioni, cito specialmente: 1) Archivio della Valle. 2) Popolazioni antiche. 3) Signori e contadini. 11


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Pellegrini verso Santiago, nei pressi di Cirauqui, in Navarra Foto di: Chiara Serenelli e Nazareno Tabbita


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Lungo il Cammino di Santiago. La piazza centrale del borgo di Ă“banos, sulla strada per Puente de la Reina. Foto di: Chiara Serenelli e Nazareno Tabbita


L’itinerario culturale come chiave interpretativa per il patrimonio di Maria Teresa Idone Phd student

[…] Per lungo tempo gli antiquari non hanno avuto a loro disposizione, per esprimere la stima in cui tenevano gli oggetti del loro commercio e della loro competenza, altro che due categorie: quella di «antico» e quella di «autentico». Era un’attrezzatura concettuale ridotta, ma efficace. Quando un antiquario diceva «è antico», tutti capivano che voleva dire «non è autentico» e quando diceva «è autentico», allora soltanto voleva dire «è antico».1

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osì Georges Perec parlando delle strategie messe in atto dagli antiquari ci dipinge in realtà i loro acquirenti, un popolo desideroso di trovare tra tanti oggetti quotidiani qualcosa che non solo arrivasse da un tempo lontano e quindi fosse antico, ma anche che avesse una storia da raccontare, magari di chi l’aveva costruito o di chi lo aveva utilizzato, perché solo allora diventava autentico. Come allora ancora oggi, in una città generica che dilatandosi perde i riferimenti del proprio vivere e il senso del proprio 15


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Croce di passo verso Astorga, passata Le贸n Foto di: Chiara Serenelli e Nazareno Tabbita


abitare, si sente il bisogno di riferirsi alla storia, così che le tracce materiali e immateriali del passato diventano un perno fondamentale su cui costruire politiche identitarie. Ne sono un esempio la lunga tradizione della conservazione dei beni culturali, che in Italia e in Europa assume caratteri preponderanti se paragonati al resto del mondo, e le azioni volte alla tutela di organi internazionali come l’UNESCO e l’ICOMOS. Il loro sforzo di elencare ed enumerare eccezionalità che costituiscono il cosiddetto patrimonio mondiale è senza dubbio rilevante, così come tutti i lavori in cui rimettono in discussione il concetto stesso di patrimonio, che diventa sempre più inclusivo. Possiamo infatti parlare tanto di patrimonio tangibile quanto di patrimonio intangibile, così come c’è un progressivo ampliamento delle categorie patrimoniali, che ora comprendono oggetti, manufatti, aggregati, e poi strade storiche e perfino intere porzioni di territorio. Scorrendo le carte e le dichiarazioni si individuano anche aperture che travalicando le eccezionalità, per essere considerato patrimonio anche beni che appartengono ad una storia più recente e al mondo del quotidiano, secondo un allargamento orizzontale che, superando gli aspetti estetici, riconosce un valore di natura sociale. Tuttavia c’è un’ambiguità di fondo in questo procedere, che rischia di isolare ed emarginare beni che paradossalmente sono tali proprio per le relazioni che li legano al contesto fisico, sociale ed economico di appartenenza2. Così tra residualità consacrate e residualità per emarginazione3, «la norma astratta e severa, sempre più severa perché impotente, finisce per inquadrare in un intorno inquietante, poveri resti sfilacciati di memoria collettiva entro recinti (virtuali o concreti), [dove] ciò che è dentro è sacro, ma ciò che è fuori è, conseguentemente, sacrificabile»4. Un fuori e un contesto che tuttavia è proprio quello che permette di conservare non solo la struttura del bene, ma anche di tutelare il sistema di valori e significati che esso racchiude.

Un esempio emblematico sono le ville venete, che permangono nella loro fisicità nonostante non esiste più il sistema paesaggistico villa, e che, come già osservava Turri5, sono solo frammenti sparsi all’interno di un paesaggio offeso dall’alluvionamento edilizio e urbano. Valerio Romani a proposito diceva che «ogni bene è invece inseparabile dal suo “contesto”, e cioè proprio dal paesaggio circostante e percepibile di cui inevitabilmente fa parte e che spesso ne costituisce assai più della semplice “cornice”, quanto invece il presupposto, la giustificazione, l’origine e la ragione della sua esistenza e collocazione».6 Risulta evidente allora che il nodo da sciogliere non sta tanto nell’inclusività delle categorie patrimoniali, quanto nell’approccio con cui si guarda a questi beni ed è qui che l’itinerario culturale può rappresentare una chiave interpretativa innovativa. Il Comitato Scientifico internazionale degali itinerari culturali (CIIC) dell’ICOMOS lo interpreta come un oggetto che si snoda nel territorio intercettando e connettendo beni e polarità, diventando esso stesso una nuova categoria patrimoniale senza confondersi con le altre categorie e tipi di beni che possono esistere al suo interno. Contribuisce invece a riconoscerle, valorizzarle e arricchirle di significato, le collega nell’ambito di un sistema unito e le mette in relazione in una prospettiva scientifica che porta ad una visione plurale, più completa ed esatta della storia7. Assume allora le sembianze di un bene culturale complesso, le cui componenti sono non soltanto gli elementi puntuali che lo scandiscono e che ne rappresentano il contenuto manifesto, ma anche il contesto naturale di riferimento, il significato complessivo, il carattere dinamico e il mezzo geografico e territoriale che l’itinerario incorpora; tutte situazioni che la stessa Carta individua quali elementi di definizione dell’Itinerario Culturale. Nel testo sono contenute anche altre questioni che lasciano intravedere un atteggiamento nuovo nei confronti degli ele17


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Lungo il Cammino di Santiago. La strada per Los Arcos Foto di: Chiara Serenelli e Nazareno Tabbita


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menti discreti che l’itinerario individua. Si fa riferimento a come questa nozione allargata del patrimonio suggerisca anche «nuovi approcci di trattamento per spiegare e salvaguardare direttamente i rapporti significativi associati all’ambiente di riferimento», tanto che l’itinerario culturale da oggetto passa ad essere visto come un «concetto innovatore, complesso e multidimensionale, che introduce e rappresenta un contributo qualitativo alla nozione del patrimonio ed alla sua conservazione». Un punto questo che merita ulteriori approfondimenti, e che non può portare in maniera semplificata a concludere che l’obiettivo ultimo sia, per citare ancora la Carta ICOMOS, «procedere alla delimitazione dell’ambiente dell’itinerario culturale, segnando chiaramente i limiti di una zona tampone, ben definita e regolamentata, che permette di mantenere, nella loro autenticità ed integrità, i valori culturali, materiali ed immateriali che contiene», perpetuando così quell’ambiguità di tutela di cui sopra. A questo proposito entra in gioco in maniera feconda il paradigma Paesaggio, così come la Convenzione Europea ha contribuito a definire, e che è in grado di arricchire il concetto di itinerario culturale tanto da farne uno strumento di lettura del patrimonio attraverso cui interpretare i beni e individuarne di nuovi, in una dimensione progettuale che è già tutta contenuta nell’approccio di paesaggio, e nella sua prospettiva di processo e di sviluppo durevole. Non a caso l’itinerario culturale, come emerge sin dal Programma degli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa, si inserisce all’interno di un discorso che da tempo indaga il rapporto tra patrimonio e sviluppo. Un binomio ribadito recentemente nella Dichiarazione di Parigi8 adottata il primo dicembre scorso, il cui obiettivo è continuare a promuove uno sviluppo che incorpori il patrimonio culturale come prerogativa affinché possa essere sostenibile e assumere una dimensione misurata 20

rispetto alla condizione dell’abitare delle popolazioni, in cui un ruolo fondamentale lo gioca la condizione locale come anello da rafforzare di fronte alla dimensione straniante in cui la globalizzazione ci pone. Questo approccio sembra avvicinarsi a quello della prospettiva territorialista e dell’idea di patrimonio territoriale come risorsa, per cui si passa dalla conservazione alla tutela attiva e alla valorizzazione, così che l’esigenza di patrimonio si lega al tema dello sviluppo traducendosi in progetti che scendono di scala e si rapportano alla dimensione locale. Una prospettiva valida e anche attuale che investe ormai tutti i settori della cultura, dal turismo alla museologia per citarne solo alcune, dove le strutture culturali riscoprono il territorio e i legami tra oggetti e comunità. Tuttavia l’approccio di paesaggio, che l’itinerario culturale trasferisce nell’ambito del patrimonio, permette in una certa misura di andare ancora oltre, a partire dal ridefinire i contorni del concetto stesso di patrimonio, che non si arricchisce solo della dimensione territoriale, ma sta ad indicare quelle tracce dell’uomo nella storia, sia recente che lontana, che per la loro capacità di intessere relazioni paesaggistiche sono suscettibili di divenire patrimonialità. Lavorando sui segni e sulla forma della storia, spostandosi dall’oggetto al contesto, è allora possibile individuare patrimonio anche in assenza di elementi fisici da tutelare o da recuperare, aprendo nuovi scenari anche per la dimensione progettuale nei confronti del patrimonio. Il primo progetto sarà allora quello di educare alla sua lettura e alla conoscenza, per una consapevolezza nell’agire dell’uomo che lo faccia riappropriare del suo spazio di vita e riscoprire il senso del suo abitare. L’itinerario è allora anche camminare il paesaggio, momento in cui si imparare a leggerlo e si scoprono lì dentro le chiavi per una trasformazione coerente e sostenibile.


Du lexique et des antiquaries, L’Esprit des choses in «Airts-Loisirs», n.62, 1966, p.21; ora in Borsari A. (a cura di), Georges Perec, Riga 4, Marcos y Marcos, p.32 2 Un acuto approfondimento al tema, soprattutto in riferimento al patrimonio archeologico, si trova in Ricci A., Attorno alla nuda pietra. Archeologia e città tra identità e progetto, Roma, Donzelli, 2006 3 Si fa riferimento al quadro che Eugenio Turri fornisce nel suo viaggio attraverso l’Italia cercando di cogliere i segni e le conseguenze della Grande Trasformazione. Turri E., Semiologia del paesaggio italiano, Milano, Longanesi & Co., 1979 4 Azzena G., Elogio della cronodiversità, in Abis E. (a cura di), Paesaggio Piano Progetto, Roma, Gangemi, 2009, pp. 67-73 5 Riflessioni sulla condizione veneta si trovano all’interno di Turri E., La megalopoli padana, Venezia, Marsilio, 2000 6 Romani V., Il paesaggio. Percorsi di studio, Milano, Franco Angeli, 2008, p. 125 7 ICOMOS/CIIC, Carta Icomos degli itinerari Culturali, Québec, 2008 8 The Paris Declaration on heritage as a driver of development, adopted at Paris, UNESCO headquarters, on Thursday 1st December 2011. La dichiarazione si inserisce all’interno di iniziative il cui obiettivo recita così «to promote a development process that incorporates tangible and intangibile cultural heritage as a vital aspect of sustainability, and gives a human face to development» 1

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Rocca dei Varano, Valdiea (MC) Foto: Silvia Minichino


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Rocca dei Varano, Valdiea, (MC) Foto: Silvia Minichino


ITINERARI CULTURALI E PROGETTO PAESAGGISTICO: QUESTIONI APERTE di Chiara Serenelli

Phd student DUPT, Università degli Studi di Firenze

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artire dalle definizioni per impostare una riflessione verso una ricerca sul tema che il binomio del titolo propone, può sembrare riduttivo, considerando che queste spesso non sono unanimemente riconosciute, non risolvono una loro intrinseca ambiguità e semplificano eccessivamente la realtà cui si riferiscono. Ma in questo caso mi sembra il punto migliore da cui iniziare e il modo adatto per esprimere un pensiero molto complesso, specchio (e causa?) di una realtà altrettanto complessa. Ribaltando la visione del titolo, la prima cosa che cercherò di fare, prendendo spunto da alcuni autori, è provare ad argomentare la nozione di “progetto paesaggistico”, per poi passare al significato di “Itinerario Culturale” (IC), ricavandolo dalle due definizioni ormai codificate del Consigio d’Europa e dell’ICOMOS, molto diverse ma con rilevanti elementi in comune. Infine, limitatamente allo spazio dell’articolo, concluderò con alcune questioni, domande vere e proprie, da mettere in luce nel momento in cui si parla di rela25


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La strada della Val Sant’Angelo tra Plestia e Pievetorina Foto: Chiara Serenelli


zioni possibili tra la progettazione paesaggistica e l’IC, pensati assieme al fine di rispondere ai problemi di sostenibilità delle trasformazioni che interessano i luoghi di vita dell’uomo. Sul progetto paesaggistico alcune voci sembrano discordare sul senso che questo termine esprime. In Pedroli e Goodman 2010, Franco Zagari, citando la definizione di paesaggio come Grado Zero dell’architettura di Bruno Zevi1, sostiene che “un paesaggio non può esistere senza un progetto”, sia nel caso della tutela, sia per quanto riguarda l’attività di gestione e pianificazione, verso cui ci orienta la Convenzione Europea (CEP). Il “progetto” che possiamo riferire al paesaggio (“landscape as a project”) tuttavia non è da confondere con la fase di dettaglio della pianificazione, il landscape design in rapporto al landscape planning. Esso è altra cosa e, a qualsiasi scala, comporta la presa d’atto di una complessità della realtà, attraverso azioni mirate a “leggere, interpretare e ‘tradurre’ un contesto”, il cui “quid” sta nella “ricerca creativa di caratteri fisici e percettivi, in cui una comunità si sente rappresentata in un certo momento e in un certo luogo”2. Chiarisce ulteriormente questi passaggi l’affermazione “non c’è paesaggio senza progetto”, nella quale Roberto Gambino (Paolinelli, 2010: 138) concepisce “il progetto non già come un costrutto soggettivo ed autoreferente, ma come un processo collettivo mai concluso, costantemente aperto al cambiamento, che investe il territorio in tutta la sua complessità”. Il paesaggio non è mai un dato e “le attribuzioni di valore [quelle che precedono e fondano l’attività regolativa e strategica della pianificazione costituendone la base conoscitiva] […] non possono evitare di riflettere […] le scelte di fondo delle comunità interessate”. Contrasta apparentemente con quanto riferito sopra la tesi che “il paesaggio non si pianifica e non si progetta” sostenuta da Paolinelli (2011: 37 e ss.) in riferimento

al “fare collettivo” di Almo Farina, ovvero “tutta una serie di prescrizioni, regolamenti ed usi che tendono a gestire proprietà emergenti degli ecosistemi […] tutelando ove possibile l’interesse pubblico su quello privato”, in cui rientrano “le varie governance delle differenti gerarchie di entità pubbliche delegate dall’individuo a gestire, tutelare e progettare il contesto collettivo” (Farina, 2006: 106), cioè la pianificazione. Secondo Farina nel momento in cui il “fare collettivo” non contempla i “modelli semiotici” che caratterizzano il paesaggio (cfr. la sua idea di “paesaggio cognitivo”), è molto difficile che essi siano effettivamente in grado di gestire le risorse e i sistemi delle stesse di cui il paesaggio è interfaccia semiotica, alla stregua di un “ombra”, o riflesso, prodotta da un oggetto o un insieme di oggetti (le risorse). Pensare la progettazione paesaggistica come un intervento diretto sul paesaggio, di conservazione o trasformazione ai fini dello svolgimento delle attività umane, “è quindi una contraddizione, non possiamo gestire le ombre ma chi le produce. Per questo per avere un certo risultato dobbiamo gestire le risorse, le modalità per la loro produzione e per la loro conservazione. Andrà da sé che un paesaggio emergerà da questa attività” (ivi: 107). Gestire le risorse significa prima individuarle, percepirle, per poterle utilizzare, il paesaggio è un “prodotto” di questo uso e di questa gestione (ivi: 108). Se è vero che il paesaggio in questo senso non può essere progettato, ma se è anche vero che nessun paesaggio può esistere senza un atto progettuale, come è possibile allora concepire la progettazione paesaggistica? Gabriele Paolinelli (2011: 38) suggerisce uno “spostamento di punto di vista” dal progetto del paesaggio, al “paesaggio come categoria progettuale” in cui, nei ‘piani territoriali’ e nei ‘progetti dei luoghi’, l’attenzione si sposta “sul senso paesaggistico delle idee, delle politiche e delle azioni” che il paesaggio, come realtà a cui apparteniamo, deve poter a sua volta metabolizzare. Occorre pensare ad un “approccio paesaggistico al progetto” come 27


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La Valle del Musone da Recanati, lungo la via Lauretana. Foto: Chiara Serenelli


processo con cui non è possibile “controllare tutto”, piuttosto saper decodificare e interpretare le potenzialità nascoste dei luoghi per guidarli verso la capacità di sostenere le trasformazioni, in continua relazione con la popolazione (Nassaume e Laffage in Pedroli e Goodman, 2010: 62). Il “paesaggio come progetto” è una ricerca, si direbbe continua, del modo e delle forme con cui una certa comunità si rapporta fisicamente e cognitivamente al proprio ambiente di vita, ovunque diverso, sempre con una profondità storica, che comporta, in risposta agli obiettivi della CEP, una altrettanto instancabile ricerca delle strade per migliorare la “qualità” della vita stessa, laddove minacciata e compromessa. Per il Consiglio d’Europa un IC è “a cultural, educational heritage and tourism co-operation project aiming at the development and promotion of an itinerary or a series of itineraries based on a historic route, a cultural concept, figure or phenomenon with a transnational importance and significance for the understanding and respect of common European values” (CM/Res(2010)53). A questa definizione si è aggiunta quella dell’ICOMOS, secondo cui un IC rappresenta “toda vía de comunicación terrestre, acuática o de otro tipo, físicamente determinada y caracterizada por poseer su propia y específica dinámica y funcionalidad histórica que reúna las siguientes características: a) ser resultado y reflejo de movimientos interactivos de personas, así como de intercambios multidimensionales, continuos y recíprocos de bienes, ideas, conocimientos y valores dentro de un país o entre varios países y regiones, a lo largo de considerables períodos de tiempo; b) haber generado una fecundación múltiple y recíproca de las culturas en el espacio y en el tiempo que se manifiesta tanto en su patrimonio tangible como intangible” (Suàrez Inclàn, 2003), specificando ulteriormente il concetto di “heritage route” che l’UNESCO ha inserito tra le categorie patrimoniali, definendolo “composed

of tangible elements of which the cultural significance comes from exchanges and a multi-dimensional dialogue across countries or regions, and that illustrate the interaction of movement, along the route, in space and time” (UNESCO, 2011). Pur constatando una differenza di fondo, per cui il Consiglio d’Europa punta a sottolineare la natura operativa del concetto come “progetto di cooperazione” transfrontaliera in materia di cultura, educazione al patrimonio e turismo, basato su avvenimenti storici e fenomeni culturali, e l’ICOMOS ne sottolinea invece il carattere di “vie di comunicazione”, oggetto complesso espressione di un sistema patrimoniale, in cui l’evoluzione storica, insieme alla conformazione fisica, gioca un ruolo primario nel determinarlo, differenziandolo da un itinerario turistico, una linea comune si può rilevare in entrambi gli approcci. La si riscontra nel carattere relazionale attribuito all’IC, sia in quanto ‘strumento’ per la definizione di azioni progettuali verso una realtà patrimoniale, sia in quanto ‘oggetto’ con una certa dimensione territoriale. Nel primo caso la relazionalità si esprime prevalentemente tra soggetti istituzionali a vari livelli e tra vari Paesi europei che scelgono di collaborare, nel secondo caso essa si attua come sistema di relazioni diacroniche e spaziali configurate dall’IC in quanto tale e in quanto generatrici di “patrimonio materiale e immateriale”. La natura sistemica è anche quanto avvicina l’IC a quella che comunemente viene definita la sua “dimensione paesaggistica” (Thomas-Penette, 2000), data dalla compresenza degli attributi che lo definiscono: essere il risultato di un’evoluzione (dimensione storica), essere calato in un contesto geografico che ha contribuito a trasformare e da cui è stato contemporaneamente plasmato (dimensione territoriale), essere portatore di una relazione cognitiva tra l’uomo e l’ambiente, nel momento in cui esso risponde alla prima delle funzioni per 29


cui è stato pensato, la percorrenza (dimensione percettiva). Anche l’IC pone dunque il problema di una ricerca, alla stregua della progettazione paesaggistica. Conoscere un, lavorare con e per un IC, significa in primo luogo ricercare e capire le dinamiche che storicamente hanno interessato territori e popolazioni che proprio grazie ai flussi di persone, idee e merci lungo le rotte di spostamento, hanno modellato una cultura che a sua volta ha dato forma ai paesaggi vissuti. Significa dunque condurre una ricerca sull’evoluzione del rapporto tra comunità e ambiente dentro e tra i luoghi di vita, che oggi si rispecchia nei paesaggi attuali. In questa ricerca il filo conduttore che attribuisce significato alle relazioni, in ogni periodo storico, è l’idea del movimento, del viaggio lungo gli itinerari. Le relazioni si possono individuare a partire dalle tracce che questi viaggi hanno lasciato sul territorio, quelle tangibili in primo luogo, espresse nella forma della viabilità e nelle forme architettoniche legate funzionalmente e simbolicamente ad essa. Le tracce non sono solo “beni culturali”, per quanto complessi, ma linee e nodi connessi semanticamente e, in alcuni casi, ancora fisicamente, da cui far generare, lungo l’IC, “idee, politiche, azioni”, di conoscenza, cura e gestione del “patrimonio territoriale” come insieme di risorse, ma anche e soprattutto, come sistema di relazioni (Gambino, in Paolinelli 2011: 139) che funzionano ancora, rinnovandosi, nel presente. In questo senso, la dimensione progettuale di cui parla il Consiglio d’Europa a proposito di IC, ma anche le misure che l’UNESCO e l’ICOMOS suggeriscono in materia di “conservazione e valorizzazione”, non possono che passare per un approccio paesaggistico. Un progetto legato ad un IC (di un IC o con la categoria dell’IC) non può che essere un progetto paesaggistico, che esso preveda attività di cooperazione, pianificazione o progettazione, o le tre insieme. 30

Questo teoricamente parlando e certamente solo toccando marginalmente il problema del rapporto tra la progettazione paesaggistica e l’IC. Nella realtà non è ancora chiaro, né forse ampliamente sperimentato, quanto i due termini possano trovare un punto di contatto per realizzare obiettivi di sviluppo durevole e sostenibile delle comunità. Le domande che vorrei porre in chiusura, su cui lascio aperta la riflessione, riguarda in parte proprio l’attuabilità della sostenibilità, che, secondo molti autori deve potersi radicare nella realtà locale e nelle risorse locali per realizzarsi. È nella cura dei luoghi, nella nostra capacità di prenderci cura di essi, che si esprime la qualità dei paesaggi. Come configurare il rapporto tra dimensione locale e IC – tale in quanto realtà sovra-locale - affinché quest’ultimo rappresenti davvero un dispositivo di conoscenza e lettura dei caratteri locali per convogliarli verso la ‘progettazione’ della qualità? Come utilizzare l’IC per stimolare il riconoscimento dei ‘valori’ dei paesaggi trasformandoli in risorse e sistemi patrimoniali per lo sviluppo? Quali azioni dunque attivare, con e lungo l’IC, perché ad attribuire i valori siano, consapevolmente, le popolazioni locali e non solo soggetti esterni estranei o lontani dalle loro “aspettative”?


Bruno Zevi, Paesaggistica e linguaggio. Grado Zero dell’Architettura, Modena, 1997. 2 In originale nel testo: “’Landscape as a project’ reads, interprets and ‘translate’ a context […] its real ‘quid’ lies in the creative search for characteristics, both physical and perceptual, in which a community feels represented at a certain time and place” (Pedroli e Goodman, 2010: 18-19). 1

RIFERIMENTI BIBLIOGARFICI Council of Europe (2000), The European Landscape Convention. Council of Europe, Committee of Ministers (2010), Resolution CM/Res(2010)53 establishing an Enlarged Partial Agreement on Cultural Routes. Farina A., Il paesaggio cognitivo. Una nuova entità ecologica, Franco Angeli, Milano, 2006. Paolinelli G. (a cura di), Habitare. Il paesaggio nei piani territoriali, FrancoAngeli, Milano, 2011. Pedroli B., Goodman T. (eds), Landscape as a project. A survey of views amongts UNISCAPE members. Reaction to a position paper of Franco Zagari, Libria, Foggia, 2009. Suàrez Inclàn M. R., Los Itinerarios Culturales, in The CIIC Scientific Magazine, 2003, disponibile in http:// www.icomos-ciic.org/INDEX_ingl.htm. Thomas-Penette M., Les itinérarires culturels de l’Europe. Du jardin au paysage, 2000, in Institut Européen des Itinérarires culturels, Carnet de Campagne, Conseil de l’Europe, Metz, pp. 111-116. UNESCO, Operational Guidelines for the Implementation of the World Heritage Convention, 2011.

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Borgo San Giovanni, (MC) Foto: Silvia Minichino


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Colfiorito, (PG) Foto: Silvia Minichino


LA VIA FRANCIGENA COME LINEA NARRATIVA DEL TESTO PAESAGGISTICO: ESPERIENZE DI RICERCA in itinere. di Serena Savelli

Phd student, La Sapienza, Roma

Cippo di crinale sul passo della Cisa segante il confine tra Granducato di Toscana e ducato di Parma e Piacenza, iconema antropico unico e irripetibile.

“Basta chiedere a persone diverse che hanno compiuto lo stesso viaggio quali sono gli elementi che ritengono più saldamente nella memoria e che, a loro avviso, qualificano meglio quel territorio, paese, regione. Generalmente si hanno risposte analoghe, almeno otto su dieci indicano le stesse cose.” scriveva Eugenio Turri1, ed è esattamente quello che è stato fatto nel corso dei mesi di luglio ed agosto 2011 durante la più peripatetica fase di campionamento dati di un percorso di ricerca tale per cui il sostantivo si riappropria della sua accezione fisica originaria.

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l percorso è il tratto Italiano della Via Francigena ufficialmente riconosciuto dal Mibac. Lo si specifica perché di Francigene, che vivono nell’ignoranza reciproca e nella totale mancanza di anastomosi, ce ne sono tante. Quelle autonomamente tacciate dai passi e dalle effemeridi dei gps di tecnici Comunali, Provinciali, Ministeriali o semplicemente dalle pennette grafiche sulle cartografie o sulle foto 35


aeree, da mitologici pellegrini capostipite delle Confraternite che hanno compiuto riti fondativi con stancil e pennelli. Queste vie rispondono ad esigenze diverse e legittime mai messe a sistema o quantomai cartografate sinotticamente, né organizzate in quella che sarebbe un un’utile sintesi che le qualifichi di volta in volta come: l’alternativa appena attrezzata e più confortevole, la più veloce, la più sicura, la più panoramica. Il senso di percorrenza è quello sudnord da Roma verso le Alpi, ovvero quello che permetteva di massimizzare i contatti. Le “persone diverse che hanno compiuto lo stesso viaggio” sono i circa 160 pellegrini incontrati lungo la Via e negli ostelli a fine giornata di cammino. Gli oggetti del cercare sono quelle “stesse cose” che effettivamente citano la maggior parte degli intervistati anche se in un rapporto oscillante in funzione della figurabilità e della leggibilità del paesaggio che non necessariamente si mantiene sulla percentuale di “otto su dieci”. Gli oggetti ricercati sono gli iconemi ovvero, riassumendo alcune delle molteplici e talvolta conflittuali definizioni che lo stesso Turri fornisce, le unità elementari della percezione, le sineddoche come parti che esprimono

il tutto di un insieme organico di segni o che lo esprimono con funzione gerarchica primaria, i riferimenti visivi dalla spiccata connotazione espressiva e dalla forte carica semantica rappresentativa del rapporto culturale che una società stabilisce con il proprio territorio e di come ne organizza lo spazio, gli elementi che maggiormente incarnano il genius loci di un territorio, la sua anima vera e profonda, gli oggetti sacri ai quali si deve adeguare la pianificazione. Uno degli obiettivi della ricerca in itinere consta nel redigere un prototipo lineare di quella carta già urgentissima per Turri sul finire degli anni novanta. Quella “carta che manca in Italia -che individua nei territori- i luoghi a forte carica simbolica e spettacolare, cioè gli iconemi, che la cultura ha riconosciuto come riferimenti importanti per l’identità”.2 Quella carta che già altri hanno richiesto e pensato di redigere proprio in relazione ad un percorso: “la mappa di cui i paesaggi italiani hanno bisogno è una rappresentazione del complesso intertesto dei diversi tipi di unità di paesaggio e del reticolo dei percorsi che ne consentono e disciplinano la lettura”.3 La scelta della Via Francigena come osservatorio nomade sul paesaggio è dettata dal verificarsi, in essa, di una molteplicità di Risaie e pioppeti nei pressi di Tromello. Iconemi del paesaggio agrario ripetibili e ripetuti fino allo stordimento nella regione della Lomellina.

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condizioni che la caratterizzano quale sito ad alta reattività sperimentale particolarmente vocato come laboratorio ove condurre osservazioni sulla lettura del paesaggio per iconemi. Se ne elencano di seguito alcune. La prima e la più ambiziosa condizione da indagare che si verifica sulla Via è la feconda sovrapposizione di sguardi interni-stanziali ed esterni-nomadi che, se ben analizzata, sarebbe suscettibile di sperimentare definizioni altre di paesaggio capaci di superare il limite dell’attuale visione locale e

focale. In alcune stazioni particolarmente significative verranno condotte interviste incrociate ai pellegrini ed agli abitanti e si tenterà di mettere così in evidenza quanta parte della figurabilità di un paesaggio deriva dalla dimestichezza e dall’affezione al luogo e quanta sia effettivamente imputabile agli attributi formali e quindi quanto il paesaggio sia leggibile o sfigurato. Osservando il paesaggio in tale prospettiva se ne evidenzieranno, in caso di abbondanza, nitore e corrispondenza delle immagini ritenute da pellegrini ed abitanti, la leggibilità, la chiarezza semiotica oppure, inversa-

Antiche torri tra i noccioleti in località Querce d’Orlando, presso Capranica. I manufatti sono un iconema antropico irripetibile collegato al ciclo Carolingio, i noccioleti sono un iconema diffuso e replicabile del paesaggio agrario.

confinata, seppur meritevole di aver tentato di restituire agli abitanti la cittadinanza attiva nonché di rivalutare “l’antica essenza etico-politica dei luoghi”4. La percorrenza di pellegrini di diversa provenienza quali outsiders che, “da semiologi puri interpreti di segni -sono capaci di fornire una lettura del contenuto dizionariale, classificatorio, cartografico del paesaggio”5 e la presenza: concentrata nelle submansiones, diluita nelle frange o diffusa nelle campagne, delle popolazioni insediate quali insiders che “come attori che vivono all’interno del paesaggio -sono suscettibili di dare una- lettura del paesaggio identitario e vissuto6 pongono il fenomeno paesaggio in una prospettiva di osservazione multi-

mente, quando le percezioni degli outsider sono più confuse di quelle degli abitanti o, peggio, quando neanche gli abitanti hanno una chiara immagine ambientale, l’entità del guasto a carico paesaggio, Quantomai palese, tra le ragioni che rendono la Francigena vocata alla materia della ricerca, è la stretta correlazione tra i termini del binomio passeggiata-paesaggio. Secondo alcuni7 sono state proprio le prime erranze dell’uomo neolitico a trasformare l’ambiente naturale creando il paesaggio caricando i luoghi di significati rituali ed annettendoli alla cultura e tanti concordano che camminare sia portatore di una visione privilegiata ed acuita del pa37


Basolato ed arco romano della via delle Gallie nei pressi di Donnas

esaggio che “comporta una partecipazione sentimentale, intellettuale e socializzante ma anche una partecipazione fisica imposta dal fatto di muoversi a piedi”8 e “dona il ritmo smisurato dell’attraversamento, la dolcezza della percezione a tutto tondo”.9 Un legame che, seppur intuito “sin dai tempi dell’ascensione del Petrarca al Mont Ventoux”10 diviene sinestetico solo sul finire del settecento con i resoconti delle prime passeggiate dei fratelli Wordsworth e si consolida e codifica nell’ottocento nel genere letterario delle guide di viaggio che erudiscono all’osservazione del paesaggio del William Gilping è capostipite. Questa letteratura del camminare che “trasforma lo spazio del viaggio in scenario ed il viaggio a piedi in un fine”11 laddove prima, per molti secoli la distanza tra partenza e meta era stata vissuto come una pena o un’ordalia e come tale spesso ci viene restituita dalle descrizioni dei pellegrini medievali. A quattro chilometri l’ora la percezione frattale dell’habitat è più nitida e minuta, rispetto a quella data dalla veloce proiezione dei finestrini di un TGV o a quella geoscopica che scorre distrattamente sotto le ali di un aereo, e ci restituisce un walkscape12 fatto di una sequenza chiara e nitida di immagini di paesaggio. Tale corsia visiva preferenziale unita alla necessità contingente che chi cammina a piedi nel 38

paesaggio (ancorchè supportato da gps, App e carte) ha di utilizzare i landmarks come riferimenti utili all’orientamento rendono i pellegrini soggetti percepenti d’eccezione. Pertanto nelle interviste si è potuto convenientemente e con successo utilizzare il metodo che Kevin Lynch13 utilizzò per far descrivere agli abitanti della città le immagini che si dispiegavano lungo i percorsi compiuti da essi tra la casa ed il luogo di lavoro. Gli iconemi, in questo senso, hanno ben funzionato in analogia ai riferimenti lynchani restituendo delle mappe cognitivo-percettive ove figurano chiaramente sequenziati lungo l’asse metrico della tappa. Tra le ragioni che concorrono a rendere i pellegrini osservatori d’eccellenza e, di conseguenza a qualificare la Francigena come caso studio, non si è trascurata neanche la forte e consapevole domanda di paesaggio che muove la maggior parte di questi moderni viatores. I moderni viaggiatori, alimentati nell’immaginario dalle memorie romantiche del gigantesco apparato iconografico di shizzi e dipinti del Grand tour ma anche dal proliferare di immagini georiferite che figurano sulel migliaia di blog dedicati ai pellegrinaggi che del Grand tour costituiscono una sorta di revival, vengono in Italia ancora attirati dal mito, ormai opaco, del paesaggio del


Belpaese e ci vengono a piedi per meglio esperirlo. Laddove riuscire a tracciare una carta lineare che individui e riferisca all’asse metrico del percorso gli iconemi del walkscape francigeno sequenziando e mappando tutte le unità di paesaggio di cui essi sono sineddoche e catalogandoli in una legenda organizzata secondo una tassonomia utile sia a fini interpretativi che progettualmente operativi, sarebbe di per sé un valido risultato per una ricerca volta ad individuare nuovi metodi di rappresentazione che si rendano, secondo l’auspicio di Turri e di Socco utili supporti alla pianificazione ed alla progettazione del paesaggio, trattandosi nel caso-studio della Francigena di un Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa il medesimo risultato soddisfa e coincide con il conseguimento di una seconda finalità.

E. Turri, Il paesaggio come teatro dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Marsilio, Venezia, 1998 2 E. Turri, Il paesaggio come teatro dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Marsilio, Venezia, 1998 3 C. Socco 4 M. Venturi Ferriolo, Percepire paesaggi. La potenza dello sguardo, Bollati Boringhieri, Torino, 2009 5 E. Turri Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia 2004 6 E. Turri Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia 2004 7 F. Careri, 2006, Walkscape camminare come pratica estetica, Einaudi, Torino 8 E. Turri, 1998, Il paesaggio come teatro dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Marsilio, Venezia 9 R. Milani, 2005, Il paesaggio è un’avventura. Invito al piacere di guardare e di viaggiare, Feltrinelli, Milano 10 C. Socco 11 R. Solnit, 2000, Storia del Camminare, Mondadori, Bologna 12 F. Careri, Walkscape camminare come pratica estetica, Einaudi, Torino, 2006 13 Lynch, K. (1960), The image of the city, MIT Press, Cambridge 14 Carta ICOMOS degli itinerari culturali, 4 ottobre 2008. 1

Poiché la Carta ICOMOS14 degli Itinerari Culturali prescrive, di individuare e “delimitare l’ambiente dell’ itinerario culturale marcando i limiti di un area tampone che permette di preservare, nella loro autenticità e integrità, i valori culturali materiali e immateriali nonché i differenti paesaggi che conferiscono un’ambientazione caratteristica ai diversi itinerari culturali” il modello utilizzato nella costruzione della suddetta carta, ben si presta ad elaborare metodologie da applicare in fase di redazione del dossier candidatura di nuovi Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa nonché in fase progettuale di valorizzazione paesaggistica, intesa come implementazione dell’intrinseca attitudine di percorsi narrativi del paesaggio che gli stessi itinerari hanno.

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Cava di Campolarzo (MC) Foto: Silvia Minichino


La resilienza di un territorio: gli Altipiani Plestini di Marinella Lippi Architetto

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l territorio degli Altipiani Plestini è un lembo di terra privilegiato, sia dal punto di vista naturalistico, che storicoculturale, è una terra di confine tra umbria e marche che fa da sfondo alla vita dell’uomo fin da tempi remoti, è un ambiente rurale di montagna di natura fragile, sensibile, modellato nei secoli dall’attività umana, un processo di trasformazioni che ha visto il necessario adattarsi al cambiamento del territorio e della comunità, un dinamismo che ha permesso il mantenimento dell’identità e la valorizzazione delle peculiarità che contraddistinguono questo contesto. La valutazione delle attuali condizioni territoriali, ambientali e socio-economiche del bacino degli Altipiani Plestini, che si presenta come un insieme di sette vaste depressioni carsiche disposte tra i rilievi calcarei dell’Appennino centrale, offre la possibilità di definire un quadro interpretativo utile per delineare obiettivi e strategie di intervento e con le quali leggere le principali problematiche che interessano il territorio, determinando allo stesso tempo gli elementi caratterizzanti, cioè quelli che definiscono l’identità dei luoghi incrociando elementi fisici e percettivi. 41


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MAPPA DI COMUNITA’ Gli Altipiani Plestini rappresentano un contesto in cui sono avvenute molteplici mutazioni, la conformazione attuale è sostanzialmente recente ma sono presenti caratteri omogenei propri di questo luogo che per lo più sono frutto dell’azione antropica. Siamo di fronte ad un paesaggio in cui l’attività umana ne ha modificato le forme ma non le strutture e l’integrità. Il fatto che l’attività agricola e quella silvopastorale siano le più praticate ha inciso sulle pratiche di vita stesse degli abitanti degli altipiani i quali riconoscono la caratteristica rurale come la più rappresentativa di questo territorio, da sempre, quindi, l’uomo se ne prende cura proprio perché ne ha riconosciute le potenzialità e neanche le numerose difficoltà, o eventi negativi, hanno interrotto una relazione che nel tempo ha saputo mantenersi attraverso forme di adattamento e trasformazioni che si sono rese necessarie per la sopravvivenza. Dunque la capacità di reazione ha segnato e continua a segnare il territorio e la comunità, si riscontrano atteggiamenti e dinamiche che hanno comportato la ricerca e l’affermazione di una nuova identità che tuttavia si è sempre ispirata a valori comuni riconosciuti e fondati su solide basi che hanno permesso il mantenimento dell’unitarietà di una comunità divisa amministrativamente e luogo di spartizioni anche religiose fin dal medioevo.

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LA RESILIENZA Il paesaggio plestino è sostanzialmente “prodotto dell’uomo”, l’uso ne garantisce la sopravvivenza così come il suo riconoscimento di ambiente di vita; la marginalità percepita localmente e rimarcata dalle amministrazioni, l’abbandono degli ultimi anni o l’attuale costruzione della superstrada del Progetto Quadrilatero sono occasione di stimolo per la comunità e il paesaggio stesso che, attraverso una gestione che non dimentica le radici storico-culturali, potrà nuovamente reagire e conseguentemente lasciare un segno caratterizzante e nuovo, aperto quindi al cambiamento e all’evoluzione che i processi di vita impongono. La complessità che caratterizza il sistema territoriale plestino, assieme alla proprietà di resilienza riconosciute come qualità del sistema stesso, permettono, attraverso la continuità tra processo di conoscenza e scelte strategiche, di determinare la formazione di un progetto paesaggistico che fa della sostenibilità dello sviluppo il suo fine principale, infatti la proprietà di resilienza si riferisce ad una serie di reazioni complesse che permettono la possibilità di reagire in modo da garantire con nuove soluzioni lo stato di funzionamento dell’intero sistema, essa però non può essere considerata un processo spontaneo perché necessita di una chiara intenzionalità. Infatti un sistema mostra la propria resilienza quando riesce a vivere il duplice dinamismo di adattamento alla realtà ma anche di partecipazione alla ridefinizione dell’identità collettiva mediante la costruzione della propria identità.

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STRATEGIE L’ecomuseo si rivela quindi uno strumento efficace proprio perché identificabile come un’istituzione che si basa sulla partecipazione della popolazione, è un progetto culturale condiviso che mira alla valorizzazione del paesaggio inteso come portatore di identità, improntando le proprie azioni conoscitive, di coordinamento, di mediazione, di interlocuzione tra le parti e di collaborazione, verso modelli di gestione integrata e di conservazione attiva esaltando la natura mutevole del paesaggio e quindi la dimensione dinamica del progetto stesso. La conoscenza delle regole alla base dell’identità del paesaggio e del suo funzionamento strutturale sono fondamentali per orientare le scelte e determinare un strategia costituita da un complesso di azioni di competenza di soggetti diversi. Dall’analisi dei segni, degli usi, delle percezioni e quindi delle conseguenti dinamiche e processi che hanno strutturato il paesaggio plestino, si individuano quegli elementi caratterizzanti e quelle proprietà con le quali proporre degli obiettivi che tengano conto della vocazione del territorio e delle aspettative sociali prendendo in considerazione le risorse e proponendo azioni per governare e orientare la risposta alle esigenze, in modo tale che le trasformazioni siano compatibili con i margini di flessibilità emersi dalla conoscenza e che si possa così ambire ad un uso sostenibile delle risorse stesse. Lo scopo principale si rivela quello dell’acquisizione di una specifica consapevolezza culturale del luogo con lo specifico compito di attuare un processo di identificazione culturale delle risorse esplorando la strumentalità dell’istituzione ecomuseale, le posizioni e i metodi con cui esso si pone a fondamento del progetto paesaggistico, assumendo il ruolo di luogo entro cui poter avviare dei processi che vanno dalla tutela ambientale alla riorganizzazione territoria46

le, alla valorizzazione e promozione delle ricchezze storico-culturali del territorio, fino all’educazione ambientale e ai temi della sostenibilità.


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IL PROGETTO

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La strada della Val Sant’Angelo tra Plestia e Pievetorina Foto: Chiara Serenelli


LORETO 2030: EUTOPIA DI UN TERRITORIO di Chiara Caberletti e Laura Vedovati Architetti Paesaggisti

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ttraversare la città significa attraversare il tempo e con esso misurarsi; oggi la sfida sembra essere quella con il tempo e con i suoi molteplici volti: sappiamo percepire un intervallo ma non concepire un istante. Sul tempo e la sua gestione si gioca una partita importante tra le città e il loro sistema di relazioni. Loreto rappresenta un caso di centro urbano sorto a partire dalla presenza di un elemento sacro simbolico, che attirando in principio i primi visitatori dalle località limitrofe, ha progressivamente ampliato i propri confini adattandosi alle esigenze di chi poco a poco vi si stabiliva impiantandovi attività commerciali ed artigianali legate alla vocazione religiosa del luogo. Alle porte di Loreto, il confine, originario significato di “marca”, da cui il nome della Regione, si esprime nel luogo di arrivo per eccellenza, la mèta del pellegrinaggio, che attrae a sé tutto ciò che viene dall’esterno. La sua forza accentratrice ha cancellato nel tempo i segni di un susseguirsi di storie 51


che hanno creato una diversificazione di elementi nel contesto, che oggi a malapena si riconoscono. Per questo motivo occorre qui superare il limite apparente del “luogo di arrivo”, che pur nella sua forza polarizzante resta oggi separato da un contesto che appare quasi estraneo, come se spazio sacro del santuario e paesaggio esterno si fossero distaccati e avessero percorso strade completamente diverse. Ricomporre il sistema storico culturale, imparando a riconoscerne il valore delle differenze e degli elementi diffusi, può rappresentare un primo passo per ricomporre le separazioni e valorizzare l’intorno del Santuario, che è, si, un luogo di arrivo, ma rappresenta certamente un ulteriore punto di partenza. In ogni singolo ambito l’analisi interpretativa ruota attorno a quelle che si possono definire le risorse locali, un complesso sistema storico patrimoniale che descrive la storia del luogo e costituisce spesso traccia del viaggio a Loreto, non sempre riconosciuto nel suo valore, ma che rappresenta il nutrimento di un progetto di Itinerario Culturale in cui all’unitarietà del percorso si vogliono associare storie sempre diverse raccontate da ogni singolo luogo. Queste risorse, che non sono solo beni culturali, ma si identificano anche come valori naturali degli ambiti, appaiono oggi spesso disconnes52

se, sono in realtà immerse in quello che Settis ha definito il tessuto connettivo dei nostri beni culturali, o, meglio, “il nostro bene culturale più prezioso”, “la rete che ci avvolge e ci identifica”, in una parola, il paesaggio. Alla potenzialità della loro presenza più o meno evidente sul territorio, si associa la criticità della perdita di memoria storica da parte delle popolazioni locali, e la conseguente frammentazione di un patrimonio che può essere compreso solo in un sistema reticolare fatto di connessioni fisiche e relazioni anche immateriali. LORETO OGGI: LA SCOMPARSA DI IDENTITÀ Percorrendo oggi le strade che da Recanati a Loreto seguono i percorsi dell’antico pellegrinaggio, ad un paesaggio che gli antichi viaggiatori descrivevano splendido e dalle straordinarie vedute, “con vallette e colline ricoperte di campi seminati, di alberi da frutto e olivi” si è sostituito un paesaggio a cui le recenti trasformazioni stanno apportando una crescente frammentazione degli spazi rurali, evidenti nelle aree di frangia urbana lungo la viabilità principale e, a Loreto, soprattutto nel versante meridionale del colle, e una preoccupante saturazione degli spazi lineari lungo le strade di collegamento con le aree industriali (verso


Castelfidardo) e nelle valli fluviali, dove i preziosi spazi funzionali alla connettività ecologica e alla salvaguardia degli ecosistemi stanno scomparendo o rischiano di essere irrimediabilmente compromessi dalla crescita urbana e industriale e da una generalizzata semplificazione e riduzione della diversità biologica. La città mostra oggi gli evidenti segni della difficoltà di metabolizzazione dell’edificazione spesso convulsa avviata a partire dal secondo dopoguerra: “le città si trovano in una fase implosiva, che si sta manifestando attraverso un notevole dinamismo interno ai tessuti urbani”. All’arresto della crescita spaziale corrisponde un incremento dei processi di trasformazione interna alle città e l’attenzione degli operatori economici è tornata ad essere assai vivace e si esprime con progetti, partenariati, investimenti e lobbyng molto evidenti, anche se non sempre con effetti positivi sull’interesse collettivo, sul dominio pubblico della pianificazione. Dal quadro che ne emerge abbiamo individuato delle tipologie di situazioni: A) MARGINALITÀ CENTRALE: costituita da situazioni di degrado, sia fisico che sociale ma anche conseguentemente economico ed inevitabilmente culturale, formatesi all’interno delle aree urbane centrali, spesso interne o coincidenti del tutto con il centro storico. La sua origine

deriva prevalentemente dall’abbandono del centro storico causato dal progressivo aumento di attività commerciali a ridosso del Santuario mariano. B) QUARTIERI DI ESPANSIONE CONSOLIDATI: costituiti dalla grande crescita dell’edilizia che ha interessato la città nel secondo Dopoguerra. Si tratta di edilizia privata strutturata in lotti di non grande dimensione ma densa e compatta. Tali caratteristiche strutturali e formali rendono difficilmente praticabili significativi interventi di sostituzione e ridisegno. E’ necessario operare in interventi di riqualificazione e ridefinizione dei margini e delle connessioni, mediante densificazione e ricentralizzazione delle funzioni. C) PERIFERIE CON TENDENZA ALLA TRASFORMAZIONE: costituite da insediamenti a densità medio -bassa nei quali è rilevabile un lieve dinamismo economico, con relativa tendenza alla trasformazione, dovuto a prevedibili interventi esogeni di rivalorizzazione e di riconfigurazione prodotti da insediamenti commerciali, produttivi legati al terziario o legati allo sport ed al tempo libero. Presentano una struttura urbanistica debole e sfrangiata, una scarsa qualità degli spazi pubblici e di relazione e offrono ampie aree prodotte da dismissione di funzioni.

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D) PERIFERIE CON TENDENZA AL DEGRADO: costituite dai tessuti che contengono strutturalmente, per errori di pianificazione e di progettazione, alti tassi di degrado, nei quali alla labilità della struttura tipo morfologica si associa la precarietà di quella socio-economica e, spesso, l’assenza di infrastrutture di base. Si tratta di situazioni largamente patologiche in cui si associano gravi carenze infrastrutturali, primarie e secondarie, e qualità scadenti dell’edilizia. E) AREE DI TRASFORMAZIONE: derivanti dalla prevista dismissione dell’uso preesistente (industrie obsolete, aree ferroviarie, aree demaniali sottoutilizzate..), le quali, rappresentano una grande riserva per le manovre di “ricentralizzazione” delle aree urbane periferiche e di “riconnessione” del centro storico. La centralità di Loreto: perché? Se con il termine di centralità urbana si intendono quei luoghi che ospitano funzioni e servizi destinati ad un vasto bacino di utenza, l’obiettivo del piano è rappresentato dalla individuazione di più luoghi centrali, dalle diverse gerarchie che questi assumono e dalla definizione delle modalità con le quali devono essere progettati, rafforzati e interconnessi. Ne consegue che questi luoghi devono essere caratterizzati da un livello di accessibilità e localizzazione adeguato al ruolo che gli si vuole attribuire. I quartieri, i luoghi della residenza e delle varie identità della città, saranno arricchiti da alcune nuove strutture pubbliche di livello urbano destinate ad affiancarsi ai servizi pubblici di vicinato oggi presenti. Questi progetti da accompagnare ad una forte riduzione del traffico automobilistico con un potenziamento del trasporto pubblico e con un incremento delle pedonalizzazioni, nonché una valorizzazione delle alberature e degli spazi verdi, si dovranno intrecciare con i percorsi del commercio, del lavoro, della cultura e del tempo libero. 54

La lettura dei tessuti edilizi, caratterizzati dall’eccessiva monofunzionalità di ampie parti della città, dalla presenza di ambiti degradati, dalla presenza di un forte traffico automobilistico e dalla ridotta dotazione di spazi verdi e di servizi di livello urbano, hanno indirizzato il Piano verso un lavoro di dettaglio incentrato sul riconoscimento di più luoghi centrali da progettare e da connettere costruendo una trama di percorsi di relazione e di identità improntati al massimo della qualità architettonica. In una città come Loreto, sorta grazie alle caratteristiche che da sempre l’hanno resa famosa e riconoscibile, le scelte che guidano lo sviluppo non possono essere estranee alla storia del luogo ed alle esigenze contemporanee di conservarne i segni. Il turismo presente oggi, concentrato all’interno delle mura, dentro il santuario, appena fuori dalle sue pertinenze per quanto riguarda l’accoglienza e gli alloggi, sembra estraneo a quanto circonda i luoghi del culto, alla consapevolezza dell’importanza che una chiara organizzazione degli spazi ha per il funzionamento dell’intero sistema santuario-territorio. L’idea guida del parco-campagna punta in primo luogo a preservare l’insieme di spazi aperti a carattere prevalentemente agricolo che si sviluppa con continuità nel settore sud-est del comune di Loreto e nei territori confinanti attraverso una serie di scelte urbanistiche e progettuali già fatte da parte dei comuni interessati che necessitano di un coordinamento a livello di area vasta, di azioni convergenti tra i comuni, mediante la proposta di una nuova entità da inserire nel sistema regionale delle aree protette, qualora la nuova tipologia dei paesaggi naturali e seminaturali protetti potesse includere anche aree di pianura con un prevalente carattere rurale, a partire dagli habitat esistenti negli ambiti con maggiore connotazione naturale e seminaturale rappresentati dal Monte Conero, dalla costa adriatica e dalla Selva di Castelfidardo, oltre che dalle aree situate lungo il fiume Musone e lungo gli altri corsi d’acqua ed aree umide che attraversano l’area.


Il progetto Loreto 2030 L’idea forza di “Loreto 2030” trova il fulcro concettuale nell’ interpretazione del territorio come risorsa, su cui innestare una leva per avviare un processo di sviluppo a rete che permetta di garantire la centralità di Loreto. Il 2030 è stata presa di riferimento in quanto è la data utile entro cui sono possibili trasformazioni che permettano di salvaguardare e far tornare ad un livello “normale” il ciclo biologico. Questa data è segnata dai demografi urbanistici come l’epoca in cui ci sarà il maggior quantitativo di popolazione che si trasferirà nelle metropoli e nelle megalopoli. Per far si che ciò non avvenga, o per lo meno che avvenga entro dei limiti controllati, si dovrà intervenire entro quella data così da non creare ulteriori scompensi al sistema terra, ad oggi già nello stato limite di vivibilità. Strettamente connesso al 2030 troviamo il 2050 che risulta, invece, la data ultima entro la quale non è più possibile reversibilità, ne deriva quindi la necessità di considerare il 2030 come la data del cambiamento, in cui tutta la popolazione dovrà impegnarsi ed attivarsi per permettere un’inversione di tendenza. Il clima è cambiato e bisogna reagire al consumo di aria, acqua e territorio facendo diventare il concetto di limite una risorsa e opportunità per lo sviluppo sostenibile. La qualità urbana e architettonica sono

intese come le condizioni che rafforzano la qualità dell’abitare. Il trasporto pubblico è assunto come condizione generale della vivibilità della città e come motore del risanamento ambientale. Il consumo di nuove aree è limitato a ridotti ambiti, mentre la prevalenza degli interventi sono di ridefinizione del tessuto urbanizzato e di trasformazione di aree già urbanizzate. La perequazione urbanistica è lo strumento che, migliorando le modalità di attuazione che oggi regolano le aree di espansione, consente di costruire la città pubblica acquisendo aree per realizzare servizi e opere pubbliche. Progetti per il piano, il disegno strutturale e strategico della città vengono affiancati da studi progettuali che permettono di verificare le prefigurazioni degli effetti del piano ridisegnando la città e valorizzandone la sua CENTRALITA’. LO SVANTAGGIO RIVISITATO Gli svantaggi odierni portano alla necessità di cambiamento, diventando così non solo oggetto di studio all’interno del territorio ma protagonisti stessi della pianificazione. L’obiettivo è quello di intervenire in un paesaggio in cui l’assetto territoriale è stato fortemente compromesso nel corso dei secoli, andando a modificare proprio quegli svantaggi che creano fratture e scompensi. L’obiettivo finale è stato rendere tali negatività i perni su cui si fonda il progetto, determinando una sorta di inversione di tendenza. 55


COMPENSAZIONE E VALORIZZAZIONE Puntare sulla valorizzazione della centralità di Loreto promuovendo le possibilità che il territorio loretano offre è una delle sfide che ci siamo prefissate, il tutto visto attraverso la compensazione di quei territori che, oggi, presentano caratteri fortemente negativi, e la valorizzazione degli elementi e dei sistemi che presentano forti potenzialità. Il disegno strutturale persegue il modello di salvaguardia del paesaggio, ovvero contenere il consumo di suolo e costruire una città compatta senza episodi di periferie rurali e nel contempo porre attenzione al territorio agricolo e al sistema economico secondo i seguenti indirizzi: LA RETE DEI CAMMINI La rete dei Cammini Lauretani dovrà assumere il ruolo di ossatura portante del sistema di sviluppo di Loreto. Sarà questo itinerario la forza scatenante dell’ inversione di tendenza dell’ assetto territoriale della città. Si attuerà un sistema di accoglienza a sviluppo progressivo con lo scopo di rendere il luogo una forte attrattiva a scala spaziale e temporale. IL PATTO CITTA’-CAMPAGNA Costruire un patto tra città e campagna significa guardare il territorio nella sua interezza proponendo un disegno complessivo della città, valutando le relazioni 56

tra lo spazio verde, il costruito e il sistema collinare. Questo patto dovrà garantire un nuovo sistema produttivo e commerciale atto a favorire la produzione locale e l’incentivazione dell’agricoltura. LA CITTA’ PUBBLICA I quartieri, i luoghi della residenza e delle varie identità della città, saranno arricchiti da nuove strutture pubbliche di livello urbano e accompagnati da una forte riduzione del traffico automobilistico con un incremento delle pedonalizzazioni e degli spazi verdi, si dovranno intrecciare con i percorsi del commercio, del lavoro, della cultura e del tempo libero. L’EDIFICAZIONE Porre al centro politiche di contenimento del consumo di suolo, ovvero, avere attenzione agli spazi liberi nella città consolidata che non devono necessariamente essere tutti edificati. Sviluppare inoltre un sistema di edificazione consono alle necessità del luogo e alla sua conformazione evitando lo sviluppo lineare e la frammentazione del territorio. GLI OBIETTIVI DI CARATTERE GENERALE del progetto saranno quindi la valorizzazione degli aspetti ecologico–ambientali, la valorizzazione della rete dei paesaggi e degli assetti rurali tradizionali, il miglioramento delle generali condizioni di sicurezza idraulica e idrologica, la fruizione del


territorio attraverso una rete di percorsi ciclabili e pedonali e altre opportunità per il tempo libero e il turismo culturale, e la valorizzazione delle produzioni agricole locali. GLI OBIETTIVI SPECIFICI DI DETTAGLIO sono invece i seguenti: - Promozione della biodiversità. - Tutela e potenziamento delle dotazioni ecologiche del territorio, con particolare attenzione alle fasce perifluviali, per arricchire il paesaggio, contribuire alla rete ecologica provinciale e rafforzare il ruolo di corridoio ecologico svolto dai corsi d’acqua. - Associazione alla funzione strettamente ambientale della rete ecologica quella di strumento per la diffusione della conoscenza, della corretta fruizione del territorio e della percezione del paesaggio. - Rafforzamento della funzione dello spazio agricolo come connettivo ecologico diffuso e della funzione di corridoio ecologico svolta dai corsi d’acqua naturali e dai canali di bonifica. - Salvaguardia delle permanenze del paesaggio agricolo tradizionale di interesse paesaggistico e testimoniale (maceri, fossi e canali, cavedagne, corti coloniche, filari alberati, frutteti, piantate), che rappresentano la potenziale maglia a matrice naturale per la rete ecologica di questo settore della pianura. - Promozione di una gestione agricola del territorio nella quale prevalgano l’assetto tradizionale tipico del territorio loretano (piccoli campi a seminativo, fossi, filari di alberi da frutto e viti maritate), metodi colturali a basso impatto e produzioni di qualità. - Promozione di usi agricoli produttivi attenti anche alla qualità del paesaggio, di iniziative private di forestazione, di bioarchitettura, di un sistema di offerta ricreativa per il tempo libero rivolto alla domanda urbana e legato ad un’agricoltura a carattere multifunzionale. - Salvaguardia e valorizzazione nella loro

unitarietà dei complessi religiosi, dei piccoli borghi storici, delle ville con relativi parchi, dei nuclei rurali, delle stazioni archeologiche nonché conservazione e recupero degli edifici e dei manufatti di valore storico-testimoniale esistenti e di altri potenziali elementi di attrazione turistica del territorio. - Definizione di una rete di percorsi ciclabili, raccordata ai centri abitati vicini, a Loreto e ad altri percorsi ciclabili e pedonali esistenti per consentire la fruizione del territorio su sede protetta, toccando le sue principali emergenze storico-architettoniche, paesaggistiche e naturali, ma anche aziende agricole, agriturismi, ristoranti, con una particolare attenzione per le possibili integrazioni con i mezzi pubblici. - Promozione di accorgimenti mitigativi da associare alle nuove strutture insediative. Di fronte a tale tematica il filo conduttore che ha guidato la progettazione è stata la lettura de “Le città invisibili” di Italo Calvino secondo cui: “La città è fatta di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato” Italo Calvino, “Le città invisibili” Ci sono cose che sappiamo da tutta una vita. Cose che conosciamo alla perfezione da quanti racconti abbiamo ascoltato a riguardo e da quanti libri e siti abbiamo consultato per comprenderle. Uno dei valori più emblematici delle nostre città è infatti la loro storia. Può sembrare banale, un luogo comune sentito mille volte e un dato di fatto che conosciamo alla perfezione e che (ovviamente) condividiamo. Però finchè non ci capita di porre attenzione alle nostre passeggiate per uno qualsiasi dei nostri centri storici non riusciamo ad essere sinceramente consapevoli di questa caratteristica (limite/opportunità) delle nostre città. L’emozione di calpestare i passi della storia può capitare in tanti luoghi simbolo degli avvenimenti cruciali per l’umanità. Toccare con mano e vivere le pietre che questa storia hanno accompagnato è un privilegio che può provare solo chi vive in una società che nei secoli ha con57


siderato la memoria un valore pregnante della sua identitĂ . Le pietre dei piccoli e grandi centri storici italiani sono ricche di milioni di storie, da tanti considerate minori, ma che sono l’essenza della nostra cultura e ne racchiudono la ricchezza. Ăˆ importante non dimenticarlo e cercare di ricordare queste storie, che sono le storie di chi ci ha preceduto e ha formato l’ambiente in cui viviamo. Il grado di resilienza dei nostri centri storici pare elevatissima: le generazioni passano, le esigenze cambiano, e i luoghi si adattano alle nuove funzioni, ma le pietre restano con il loro bagaglio di saggezza e memorie.

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In cammino lungo la strada Plestina verso Colfiorito Foto: Chiara Serenelli

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Loreto, il Santuario e il Monte Conero sullo sfondo visti dalla strada in localitĂ  Valdice. Foto: Chiara Serenellli


SAGGIO

PRODURRE PAESAGGI

AZIONI CORALI IN EPOCHE PRE-INDUSTRIALI di Mario Ghio

T

ema di queste pagine è l’azione che tra l’alto medioevo e il 18° secolo popolazioni diverse hanno esercitato sui loro territori, coltivandoli, edificandoli, difendendoli e così producendo lungo coste, in vallate, su monti e in aree urbane paesaggi diversi, spesso altamente suggestivi. È anche, tra gli scopi, un confronto con paesaggi prodotti in epoche più recenti da società industrializzate, poi con altri che vanno nascendo e nasceranno da società anche informatizzate e operanti nel mercato globale. Le diverse forme di azione non sono, in queste pagine, oggetto di approfondite analisi e di descrizioni accurate: è qui solo posto il tema delle azioni che hanno prodotto, producono e produrranno paesaggi, chiarendo il significato del tema con rapidi esempi, il tutto nell’ipotesi di futuri approfondimenti riguardanti singoli paesi e singoli periodi: nulla più che un invito ad una nuova attenzione a quelle complesse azioni e alle mentalità da cui sono nate e nasceranno. Ma l’invito é dovuto alla insoddisfazione generata da riduttive, limitanti definizioni di “paesaggio”, in questi anni troppo spesso e da molti ripetute. Forse sono definizioni dovute al

diffondersi di testi inglesi, utilizzanti l’espressione “landscape”, che attribuisce ad ogni paesaggio un significato romantico: “Iandscape” potrebbe esser quasi tradotto “fuga di terre verso l’infinito”. Anche nei paesi di lingua tedesca - Inghilterra e Germania sono state le culle romanticismo l’espressione “landschaft” potrebbe esser tradotta “terre che avvolgono”, o anche “terre, campi, boschi in cui si é immersi”. Parole che suggeriscono definizioni per l’appunto romantiche, secondo le quali un ambito geografico ha valore di paesaggio solo se, in chi lo percorre e lo osserva, determina una particolare percezione: un ambito è paesaggio solo se percepito come insieme esteticamente suggestivo, determinante emozioni, sollecitante la fantasia, a volte evocante memorie o inducente speranze. Si dice sempre - e questo è corretto ed ovvio - che la percezione dei caratteri di uno stesso luogo o di un insieme di luoghi è molto diversa (perciò diverso il paesaggio) secondo le attività, le esperienze, la cultura, la sensibilità e le speranze di chi osserva. Ma, partendo unicamente da questo riconoscimento, potrebbe esser sufficiente ecceder di poco per

giungere ad affermare che, in un qualsiasi ambito geografico, le scene che si aprono davanti agli occhi di un osservatore possono esser paesaggi solo se l’osservatore ha determinate qualità mentali, psichiche, culturali: allontanatosi quell’osservatore scompaiono quei paesaggi, almeno fino a quando non torni lui stesso, oppure un altro osservatore dotato esattamente delle qualità del primo. Ma le considerazioni appena svolte, suggerite dall’inglese “landscape” o dal tedesco “landschaft”, cambiano alquanto e molto si arricchiscono (come si arricchisce l’immagine di un luogo quando se ne osservano attentamente i dintorni anche lontani), se si definiscono i paesaggi ricorrendo alle parole usate nelle lingue neolatine. La parola italiana “paesaggio”, la francese “paysage”, la spagnola “paisaje”, suggeriscono almeno due considerazioni, molto diverse dalle precedenti: le parti “-aggio” in italiano, “-age” in francese ed “-aje” in spagnolo derivano tutte dal latino “actio” (“azione”) e sono usate sempre come desinenze in parole che esprimono al contempo “azione” e conseguente “percezione de-

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gli effetti di quell’azione”, il che risulta con molta evidenza nelle parole “linguaggio”, “coraggio”, “viaggio” ed altre simili: “linguaggio” implica sia azione sulla lingua per esprimersi, sia ascolto e comprensione delle parole e frasi pronunciate; “coraggio” implica un’azione sul cuore, ma anche percezione e comprensione degli effetti di quella azione; “viaggio” implica un’azione da intraprendere nello spazio ma anche il raggiungere, come effetto, la mèta del viaggio. Pertanto, alla base di ogni luogo o fenomeno denominato “paesaggio” deve esistere una azione seguita dalla percezione dell’ef-fetto prodotto, ed é importante soprattutto la azione che ha conferito un determinato aspetto ad un luogo, compiuta in un’infinità di luoghi dalle sole forze della natura, in altri dalla natura e dall’uomo: importante l’azione come e più della conseguente percezione, non potendosi avere - in questa logica - percezione di un paesaggio senza l’azione che lo ha prodotto, inoltre, le prime parti delle parole indicanti paesaggi (“paes-”, “pays-”, ecc.), dicono che la suddetta azione/percezione, implicita in “-aggio”, “-age”, “-aje”, non riguarda solo campi aperti, coste sul mare, rive di fiumi, boschi, parchi, ecc. (come suggerisce “land” sia nell’inglese che in tedesco) ma, finalmente, l’intero paese. Azione/percezione perciò esercitata ed esercitabile non solo su luoghi abbandonati, o coltivati, o densamente boscati, o disegnati a parco o giardino, ma anche su luoghi edificati, infrastrutturati e permanentemente abitati: quelli per i cui paesaggi, volendoli indicare in inglese, è invece necessario usare la parola “townscape”, che, se affiancata a “landscape”, chiarisce ancor meglio che l’intento di entrambe è quasi solo l’indicare “immagini”. Invece, “paes-”, “pays-”, ecc., indica anche - questo punto è centrale - le popolazioni, se popolazioni in quell’ambito hanno

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vissuto e operato: il riconoscere ad un ambito geografico qualità di paesaggio deve indurre a scoprire o riscoprire e a comprendere tutti i processi che hanno conferito a quell’ambito quelle qualità. I processi che nella maggior parte della superficie del pianeta, perciò nei luoghi in cui l’uomo non ha abitato né operato, hanno conferito qualità tali da esercitare su di noi un qualche fascino, sono stati soltanto processi naturali, però molto diversi l’uno dall’altro: l’emergere di rocce dal mare, il fluire di lave da vulcani, il rovinare di frane, l’azione di venti corrodenti e modellanti rocce o conformanti dune e, là dove giungeva e sostava acqua da fiumi o da piogge, lo svilupparsi di muschi, prati, boschi, foreste, con popolazioni di insetti e animali tra loro in lotta per la sopravvivenza: sono questi i processi del solo ambiente. Anche tra luoghi trasformati da società umane si determinarono e determinano grandi differenze, con caratteri a tutti noti ma qui da ricordare in breve per tornare subito al tema del percepire e comprendere i paesaggi del passato: là dove si insediarono società dedite a monocolture (solo grano, solo granturco...) ai processi naturali suddetti si sovrapposero coltivazioni e insediamenti che non cambiarono molto nel tempo; non cambiamenti nei modi di coltivare, non nei modi di abitare, tanto che in molte parti d’Europa lontane da sedi di produzioni artigianali o industriali, ancora a metà del XX secolo, per aprire solchi nei campi si usavano aratri a chiodo e, nei pressi, le abitazioni non erano molto diverse da primitive capanne; altre genti furono invece presto indotte ad operare e produrre in settori diversi, alcune perché insediatesi a contatto di strade percorse da traffici, altre perché a contatto con un qualche porto di mare o di fiume, altre ancora si insediarono in luoghi che die-

dero anche possibilità di dedicarsi a colture agricole diverse e, al contempo, possibilità di estrarre e lavorare pietre o metalli da cave o miniere vicine: così operarono tutti i gruppi umani che per insufficienza di risorse nei luoghi d’origine, vagando sul pianeta, cercarono luoghi nuovi in cui insediarsi. Così accadde anche per la nascita in Puglia, Calabria, Sicilia, delle più antiche colonie greche. Per comprendere la natura dei più importanti paesaggi sorti poi, all’interno e sull’intorno di luoghi offrenti risorse e opportunità differenziate, è da osservare e studiare proprio la lunga storia di questi particolari gruppi umani. Nel produrre beni diversi, perciò anche nel produrre e utilizzare strumenti diversi, nello scambiare sia beni che strumenti tra membri della stessa comunità ma anche con altre genti e per lungo tempo continuando ciclicamente ad agire, produrre, scambiare, consumare, furono continue e forti le sollecitazioni a migliorare costantemente i processi produttivi e le forme dei diversi prodotti, quindi forti le sollecitazioni a studiare e comprendere se stessi, gli altri, i materiali ricevuti e quelli trattati e offerti, le tecniche di elaborazione e di presentazione agli altri. Una ricerca continua, necessitante continua collaborazione in reciproca comprensione. Sorsero così e durarono nel tempo sia le prime che le ultime “repubbliche storiche”: dalle prime, greche ed etrusche, alle ultime che in Europa e in Italia sopravvivevano ancora nel 1700 e che gli illuministi andavano studiando e citando quando speravano di cambiare in Francia le forme di governo. Speravano di eliminare le monarchie, vedendo che nelle sopravviventi repubbliche si svolgevano processi ad un tempo fisici, sociali, economici, mentali, culturali, producenti situazioni in qualche modo simili ad “opere” compiute attraverso lunghe e intense “collaborazioni tra molti”, da


nessuno imposte: sono le “azioni corali” citate nel titolo di questo scritto, coinvolgenti generazioni in successione, durate in alcuni casi alcuni secoli, ormai ovunque scomparse. L’industrializzazione delle attività produttive non le ha più consentite e non le consente. Ma così è accaduto in passato, ogni qual volta membri diversi di una qualche società umana, operando nello spazio naturale del loro territorio e, di generazione in generazione, ivi utilizzando e trasformando soprattutto materiali tratti localmente dalla natura, conferirono qualità espressive, quasi “parole”, ai singoli luoghi e alle singole opere, rendendo gli insiemi simili a discorsi. Così è accaduto nei luoghi oggi celebri proprio perché sedi di processi di tal natura: città grandi e piccole ed anche villaggi che dal nord al sud d’Europa ed in paesi arabi, in India, Giappone, Cina... recano ancora i segni di azioni corali: discorsi, appunto, mai interrotti per generazioni. Certo non segni simili là dove hanno governato a lungo monarchi assoluti circondati da nobili, tutti sfruttando l’opera di servi e di schiavi. Vedere, ascoltare, studiare, tentare di rivivere con l’immaginazione paesaggi nati da “azioni corali” durate secoli può condurre a percezioni “sconfinanti”. Si rischia cioè di sconfinare con l’immaginazione (ma è anche utile correre il rischio), perché le prime immagini realmente percepite da colui che osserva, subito lo inducono a costruirsi altre immagini, poi altre e altre ancora, così che giunge presto, nella mente, ad una visione caleidoscopica in cui prevalgono quei quasi-ricordi che si e costruito da se, riguardanti modi trascorsi e irrepetibili di vivere, percepire, pensare, comunicare, agire. Occorre qui almeno un esempio: fermare l’attenzione su uno dei luoghi che, conservando ancora consistenti insiemi di opere realizzate in condizioni culturali del

genere appena ricordato, inducono a compiere questo particolare percorso mentale. Tra i tanti possibili si può scegliere come esempio Venezia, innanzi tutto perché altri complessi di ugual periodo sono conservati poco o nulla, mentre quelli ben conservati come tanti esistenti sulle coste d’Inghilterra, d’Olanda, d’Italia e altre d’Europa - sono ormai interamente circondati da strutture urbane di epoche industrializzate che ne alterano il senso (sarebbe accaduto anche intorno a Venezia, ma il fenomeno si è dovuto fermare a Mestre). Inoltre perché di quel gruppo di isole e di quel porto - come degli altri sorti durante gli stessi secoli - sono state scritte infinite storie descriventi, passo dopo passo, conquiste e sconfitte sui mari, attività politiche, caratteri dell’economia, delle leggi, delle architetture, di pittura, di musica e di ogni altra arte, ma pochissime storie - per alcuni periodi addirittura nessuna - riguardanti la vita, la struttura, l’interno funzionamento e l’evoluzione psicologica e mentale di una consistente parte della società che visse su quelle isole. Mancano storie riguardanti la parte di società formata dalle famiglie degli artigiani e degli operai viventi e operanti in S. Giorgio Maggiore, in Giudecca, nelle isole contigue. Uomini, donne e anziani che, per tutti i secoli in cui sulle isole restarono terre da coltivare perché non ancora occupate da edifici, si dedicarono a tutte le attività possibili, tra cui anche al coltivare campi ed orti; famiglie intere che, oltre che sui campi, operavano insieme nelle loro stesse abitazioni e negli spazi annessi producendo o riparando tessuti, tappeti, abiti, corde, reti, barche... con l’aiuto dei bambini meno piccoli e badando ai più piccoli che giocavano intorno, ogni famiglia in vista e ad immediato contatto, lungo i canali, di abitazioni e famiglie simili, ma anche di luoghi dotati di forni in cui erano lavorati vetri e metal-

li. In luoghi più silenziosi, non raggiunti dal suono di martelli e di incudini, ecco altri ambienti e cortili in cui attentissimi esperti costruivano o riparavano violini, trombe, clarini, ed è importante il quotidiano incontro e scambio di notizie e commenti: tutte persone che si incontravano ogni giorno, molti tra loro sistematicamente collaborando, quasi tutti partecipando ai problemi di tutti anche per la fitta rete di parentele che li legava; come se non bastasse, ulteriori, importanti sollecitazioni venivano da coloro che, appartenendo a quelle stesse famiglie, partivano da giovani per alcuni anni, o come marinai impegnati in campagne militari ovvero dediti a prolungate attività commerciali, e che, tornando, portavano oggetti e storie dal mondo. Questa è la parte di società che, una generazione dopo l’altra, fu quasi esclusivamente dedita a “materialmente produrre” tutto ciò che oggi vediamo o altrimenti percepiamo, molto spesso tentando modi nuovi, del tutto originali, di “conferire forma” praticamente a tutto: agli oggetti di uso quotidiano come alle opere di rilievo e alla stessa città. Certo non sono dovute solo a loro le forme del tutto eccezionali conferite a tante singole opere, poiché, a ripetizione nei secoli, i dogi, i nobili e i più ricchi tra i mercanti impegnarono anche architetti e altri artisti di gran valore non nati o non formatisi a Venezia e neppure in città vicine e qui si incrociavano influssi culturali provenienti da tutta Italia, da tutta Europa e da vaste parti d’Oriente. Tuttavia, pur senza banali ripetizioni di forme, è forte la coerenza degli stili: forse neppure un edificio è uguale a un altro, tuttavia molti edifici disegnati da autori diversi e costruiti in periodi diversi sembrano usciti dalle stesse mani, quasi opere di uno stesso autore vissuto secoli e che con il trascorrer degli anni ha continuamente rielaborato e

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affinato il suo stile. Questo vale per gli edifici di più alto pregio sorti sui lati dei canali maggiori e resi possibili dalla eccezionale ricchezza dei committenti, ma ugualmente vale per gli edifici minori che, abitati dalle famiglie di operai e artigiani su ricordate, sono sorti lungo i canali secondari di Venezia e lungo quelli di Murano, Burano, Torcello, S. Erasmo... edifici semplici, privi di decorazioni, uno diverso dall’altro sia per forma che per colori come se ogni famiglia avesse voluto e tuttora volesse presentarsi in un abito da lei scelto in un giorno di festa, edifici però tra loro coerentissimi per ciò che attiene allo stile. Questa costante “eleganza/varietà/coerenza” riscontrabile oggi in tutto il paesaggio veneto edificato induce a ritenere che la parte di società su descritta, la meno ricca, abbia in qualche modo influenzato tutta l’opera. Per risolvere i problemi quotidiani del produrre concretamente strumenti, oggetti ed opere, dovevano essere frequenti i liberi tentativi, le quasi-invenzioni, gli esercizi di fantasia sul come procedere per ridurre i tempi, o i costi, o le fatiche, o per migliorare i prodotti. Tentativi che, in chi tentava, non potevano non generare, secondo i casi, imprecazioni per i fallimenti e manifestazioni di soddisfazione in caso di successi, mentre da parte degli altri che assistevano certo abbondavano i commenti e, a volte, calorosi consensi. Un modo di vivere che, producendo e comunicando, sviluppò certamente in tutti senso critico, senso estetico ma anche senso ironico. In condizioni del genere, la partecipazione di tutti ad ogni opera, importante o non importante, diventa fatto naturale e quotidiano: obbliga a mantenere uno stile, mentre in altri centri le attività economiche languivano. Così accadeva a Parigi, tanto che Jean-Baptiste Colbert, ministro di Luigi XIV, tra il 1665 e l’83 tentò di sottrarre proprio a Ve-

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nezia e, in minor misura, ad altri centri di attività, quanti più artigiani di valore fu a lui possibile convincere a trasferirsi. Spesso a tal fine li corrompeva, perché ogni città allora ricca di attività difendeva con ogni mezzo il suo patrimonio di tecnici e di artisti. L’effetto dell’azione di Colbert fu ovviamente parziale e di molto breve durata: è noto che i processi economici che per iniziare e poi durare necessitano di un humus culturale, non nascono e non sopravvivono per decisione politica. Invece, a Venezia, famiglie intere vivevano l’una vicino all’altra, con donne e bambini in quotidiano contatto. I segni di questo fenomeno si trovano in cose che fanno tutte parte del vero paesaggio di Venezia, se vero paesaggio è ciò che si è detto all’inizio. Di questi segni, si citano qui quattro esempi in campi molto diversi, due dei quali anche molto lontani da ciò che, per molti, è consuetudine considerare parte di un paesaggio: la “eleganza/varietà/coerenza” di cui si è detto, evidente quasi in ogni scena urbana o periurbana non ancora alterata da opere realizzate dopo il 1750; le gondole, imbarcazioni di forma unica e irrepetibile, non facili da governare, però così adatte ai paesaggi visibili lungo i canali da rendere inconcepibile il vedere in quegli stessi canali l’aggirarsi di normali barche a due remi; i personaggi rappresentati nelle maschere di Venezia - Arlecchino, Colombina, Pantalone... - i cui modi di esprimersi, di agire e reagire evidentemente sono, con ironica esagerazione e lieve malinconia, quelli di persone che in tempi andati si incontravano nei cantieri, nei magazzini e lungo le calli; le musiche di Venezia, specialmente le musiche scritte da Vivaldi proprio quando la storia della Repubblica si andava concludendo, nessun’altra musica essendo più adatta ad essere ascoltata in quei luoghi.

Non c’è, in esempi simili, nulla di tecnico e di materialmente utilizzabile. Molti li riterranno completamente inutili; specialmente inutili per chi opera nel campo del recupero e restauro di antichi paesaggi. Ma il tentare di rivivere tanti paesaggi induce ad evocazioni di tal fatta, se i paesaggi sono azioni degli abitanti sui loro paesi, sulle loro terre e città e, inversamente, azioni di paesi, terre e città sugli abitanti. Evocazioni che, anche in chi opera nel recupero e nel restauro, possono forse contribuire a creare l’atmosfera mentale adatta a correttamente operare. Meritano poi un commento finale gli accenni fatti all’ironia. Si è ricordato poco sopra ciò che affermano gli storici: il fatto che molti illuministi andavano studiando le repubbliche esistenti in Europa ai loro tempi o anche prima, alla ricerca di esempi di libero esercizio del pensiero, di libera azione e lieta fantasia, per trarne argomenti contro le oppressive limitazioni dei governi monocratici. Oltre a Venezia, studiavano Genova, Firenze, Pisa, Siena… più le repubbliche di Svizzera e d’Olanda e le semi-repubbliche d’Inghilterra nate con l’adozione dei princìpi scritti nella “Magna Charta Libertatum”. All’opposto esistevano principati, regni, imperi. Quanto fossero non solo oppressive ma addirittura ipnotizzanti le azioni di re e imperatori nonché di principi, duchi, conti e baroni su contadini, operai, soldati e loro famiglie, è ampiamente narrato da Mark Bloch nella sua opera sui Re Taumaturghi: veniva diffusa e coltivata la convinzione che ogni malato di malattie allora incurabili potesse guarire solo se, in certi giorni dell’anno dedicati ad alcuni santi, fosse riuscito a sfiorare il mantello del Re che, in quei giorni, si mostrava per questo scopo alle folle. Certo difficile che, in questa atmosfera, tra operai, contadini, soldati, tra le loro donne, figlie e figli, potesse svilupparsi


un raffinato senso ironico. Senso estetico forse ancor meno. Restando all’ironia, è ben noto il piacere provato da Henri Beyle detto Stendhal nel tornare più volte dalla Francia in Italia e nel sostarvi, anche per l’ironia permeante i discorsi dei tanti che lui incontrava. Ironia come parte del paesaggio: è questa, per i paesaggisti, un’ipotesi tollerabile? Finisce il 1700 e si sviluppano in Inghilterra, poi il Olanda, poi in Germania e Francia, più tardi anche in Italia, le attività industriali; gradualmente, ovunque scompaiono le mille attività artigianali prima svolte nelle città, spesso in locali ristretti e in piccoli luoghi all’aperto, all’interno e sull’immediato intorno di case edificate anche per abitarvi. Poco a poco accade che ogni opera necessaria in area urbana sia eseguita con parti e con materiali elaborati in luoghi anche molto lontani: parti pensate, disegnate e prodotte indipendentemente dai luoghi in cui saranno da collocare e da usare. Tutti gli elementi-base da combinare e comporre per realizzare strade, piazze, edifici, stanze, mobili, lampade, parchi... sono prodotti in serie, per il mercato, da esperti in produzioni-base; esperti che nulla sanno dei luoghi in cui i loro prodotti saranno assemblati. Poi quei prodotti sono scelti sul mercato da altri denominati architetti, paesaggisti, ambientalisti, esperti appunto nel combinare, comporre, montare ciò che i primi hanno prodotto in totale cecità dei luoghi e degli scopi dell’assemblaggio. Un modo di procedere che ovviamente induce in tutti - produttori, montatori, utilizzatori finali - a trascurare ogni rapporto con i luoghi, a volte persino con gli scopi dell’edificare e in altri modi operare. Di ogni operazione architettonica - e, tendenzialmente, anche di operazioni paesisti-

che e ambientale - due diventano gli scopi principali: colpire l’immaginazione con l’operazione in sé, indipendentemente dai caratteri del luogo in cui è da compiere, renderla economicamente più conveniente di altre operazioni ugualmente possibili.

da chiunque, le comunicazioni tra chiunque e chiunque sono istantanee, si vanno moltiplicando i paradisi fiscali e riducendo i controlli su investimenti e ricavi, ogni mercato locale è influenzato o influenzabile dal mercato globale… Può darsi di no, ma tutto rende probabili, in questa situazione, interventi occulti da Nel generale annebbiamento in- parte di poteri che, avvalendosi tellettuale sono cresciuti prima di tecnologie sofisticate, eserciin America, poi in Europa, ora tano controlli e condizionamenti in Giappone, Cina, India - ma, costanti, continui e totali per gotra poco, chissà dove ancora - i vernare le scelte. nuovi aggregati di grattacieli, ciascun grattacielo riversante la pro- Tutti sanno che le ricostruziopria ombra sull’altro e ciascuno ni nella mente di quegli antichi già rivestito o in frenetica attesa processi, dei processi che hanno di essere rivestito da pubblicità generato importanti paesaggi (siluminose, ovunque senza un solo ano stati, quegli antichi processi, albero o cespuglio tra una mas- soltanto processi naturali, siano sa edificata e l’altra. La maggior stati invece connubi tra procesparte della gente lì dentro vive, si naturali e processi culturali), lavora, dorme e tra quelle masse quelle ricostruzioni possono avesi sposta con mezzi meccanici, ri- re, esse stesse, valore di paesaggi: ducendo al minimo, per pruden- possono essere - e per molti sono za, l’interessarsi reciprocamente - veri e propri “paesaggi mentali”. l’uno dell’altro. C’è chi, per costruirseli, svolge Tragicamente, anche tanta mu- solo ricerche di ordine naturalisica è ormai prodotta, venduta, stico. Chi compie invece ricerche ascoltata in massa. Altrettanto in campo storico e antropologil’ironia, chiesta in buona parte co é subito indotto a volgere lo a specialisti regolarmente com- sguardo alle arti, scienze, tecnipensati affinché non passi giorno che e tecnologie dell’epoca dei senza che su ogni giornale appaia paesaggi fisici studiati. una battuta illustrata da un pic- Il carattere speciale dei paesaggi colo disegno riprodotto uguale mentali è nel fatto che, costruia se stesso in migliaia di copie, e ti nell’intelletto una prima volta su internet ne circolino altre che attraverso i primi studi e le prime chiunque a qualsiasi ora del gior- ricerche, pretendono poi - ogni no e della notte può fare apparire qual volta richiamati dalla mea volontà sul suo schermo. moria - ulteriori approfondimenMa adesso, tra la fine del secon- ti e ampliamenti di campo. Ordo millennio dell’era cristiana bene: questa spinta a “procedere e l’inizio del terzo, siamo giunti nell’opera”, sperimentata dal sinalla così detta globalizzazione. golo studioso e del tutto soggettiIl globo intero - con l’atmosfera va, è in qualche modo simile alla troppo calda, tante terre e tan- sollecitazione esercitata in passate foreste troppo sfruttate, mari to sull’intelletto e sulla fantasia ed oceani inquinati, ghiacci che di quei molti che, operando per vanno sciogliendosi ai poli e sui anni e decenni, hanno prodotto monti più alti - il globo intero è importanti paesaggi reali in luopresente nella immaginazione di ghi abitati, coltivati, edificati. tutti (anche di coloro che cercano di dimenticarsene per evitare L’attenzione a un paesaggio induil tormento che ne deriva), ogni ce l’osservatore a tentare di comsuo punto è ormai raggiungibile prendere la storia e i caratteri dei

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rapporti tra la società e il “territorio” in cui quel paesaggio è stato creato, ma il meccanismo che si mette in moto è estremamente complesso. L’espressione “territorio” richiama sempre l’idea di “possesso”, di “dominio esercitato entro un confine”, anche quando usata per campi di attività e di interesse che poco hanno a che vedere con ambiti geografici (si parla spesso, ad esempio, del “territorio della musica”, o del “territorio delle scienze”, per indicare campi diversi di conoscenze ed esperienze riservate a chi opera entro quei campi, ne domina o aspira a dominarne gli strumenti e i metodi e lì dentro scopre, inventa, gode e soffre: ancora confini tra un campo e l’altro e sub-confini entro ogni campo; ancora domini o aspirazioni a domini esercitabili in campi fisici o culturali, allo scopo di ricevere alcunché, poi investire qualcosa, poi ricevere altro...), e c’è sempre, qualunque sia il campo posseduto, un ciclo di investimenti e ritorni, spesso modificato da scoperte e invenzioni, sempre punteggiato da successi e da fallimenti, quasi sempre illustrato in opere artigianali e a volte in opere d’arte. Ma chi tenta di definire i “cicli di investimenti e ritorni” nel territorio di una società umana, si accorge immediatamente del fatto che la sola area delimitata, posseduta e difesa dice ben poco di quel territorio: se un qualche ciclo continuo di investimenti e ritorni deve esservi assicurato per la sopravvivenza, quell’area deve essere continuamente attraversata e investita da numerosi e consistenti “flussi vitali” provenienti dall’alto, dal basso, nonché da aree esterne non delimitate né delimitabili, non possedute né acquisibili come possessi esclusivi: energia solare; influssi della luna e dei pianeti; venti, piogge, tempeste; sorgenti dì acque dalle profondità; acque provenienti da monti lontani; pesci risalenti le correnti dei corsi d’acqua, uccelli migranti, … e si accorge per

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conseguenza del fatto che, per definire realmente un territorio (perciò, anche un paesaggio creato da una società di esseri umani) proprio non basta conoscerne i confini e, di quel territorio e suoi vasti dintorni, i caratteri fisici: geologia, idrologia, morfologia, fitologia, suoli, ecc.; diventa indispensabile conoscere sia la quantità e qualità dei numerosi flussi vitali che, in modo diverso secondo le stagioni, investono un territorio più il suo contesto, sia gli strumenti usati e le tecniche e tecnologie adottate dalla società che se ne giova, sia, infine, gli effetti sui “flussi vitali” delle forme adottate per lo sfruttamento di tali flussi. Qui è il legame tra paesaggi, territori, ambiente. Pubblicato in Francesco Correnti (a cura di), Programma innovativo in ambito urbano per il recupero delle zone retroportuali e ferroviarie nel comune di Civitavecchia, volume II, Piani e progetti in comune, Ufficio Consortile Interregionale della Tuscia, Edizioni del Cdu, Roma, 2006-2012.


Postfazione di F.Correnti

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alla metà del 2004 a tutto il 2006, ho avuto la possibilità – quale direttore del Dipartimento Urbanistica, Territorio e Patrimonio Storico del Comune di Civitavecchia e dell’Ufficio Consortile Interregionale della Tuscia – di organizzare l’attuazione del programma innovativo in ambito urbano “Porti e Stazioni”, finanziato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ai sensi del Protocollo d’intesa sottoscritto dallo stesso Ministero, dal Comune, dall’Autorità Portuale di Roma e del Lazio, da RFI (Rete Ferroviaria Italiana), da Ferrovie dello Stato S.p.A. e dalla Regione Lazio Il programma – che si è innestato sull’esperienza avviata nel 1999 con il P.r.u.s.s.t. “Patrimonio di San Pietro in Tuscia ovvero il Territorio degli Etruschi” comprendente un centinaio di Comuni dell’Alto Lazio, delle Toscana e dell’Umbria – ha rappresentato l’occasione per sperimentare un processo virtuoso, coordinato da un unico soggetto tecnico (l’Ufficio Consortile, appunto), riguardante le problematiche insite nel discorso della rigenerazione urbana, funzionale, economica e sociale di quei contesti territoriali connotati dalla presenza di infrastrutture nodali, quali il Porto, le Stazioni ferroviarie (centrale e marittima) e delle altre attrezzature di interscambio tra i traffici marittimi e quelli terrestri. In tale processo, il dialogo con l’Ente di governo portuale ha assunto una particolare rilevanza, in quanto sono stati individuati quegli interventi in grado di avviare una pianificazione condivisa finalizzata all’in-

tegrazione del porto con la città, con il sistema territoriale della “Piattaforma logistica mediotirrenica” e in generale con le diverse direttrici dei collegamenti europei e mediterranei. La verifica della fattibilità e coerenza urbanistica dei programmi è stata condotta con la collaborazione di giovani professionisti a progetto affiancati da tutor di altissimo livello scientifico: Vittoria Calzolari, Mario Ghio, Corrado Placidi. Nell’ambito di questa verifica, abbiamo completato gli studi sulla storia urbana sviluppati negli anni con la redazione d’una Carta delle stratificazioni storiche informatizzata e georeferenziata, accompagnata da ricostruzioni e vedute dell’artista Arnaldo Massarelli. Con Mario Ghio avevo potuto collaborare fin da studente negli anni Sessanta, poi come componente del Cd della Sezione Lazio dell’INU durante la sua presidenza, quale attivo socio della Sezione Lago di Bracciano di Italia Nostra e, ancora, come coprogettista di alcuni piani attuativi e di edifici scolastici per il Comune di Civitavecchia. Le sue bellissime pagine qui pubblicate hanno rappresentato uno dei contributi da lui offerti al gruppo di lavoro, impegnato in una serie di studi sulle zone di margine tra la città e il porto, finalizzati a definire indirizzi per la riqualificazione urbanistica di tali zone, il recupero di aree e di edifici, la verifica delle previsioni riguardanti le infrastrutture e i trasporti e della tempistica dei programmi, anche in relazione alla dismissione di siti ENEL e RFI, di zone carcerarie, industriali, per depositi o di altra

natura, nella prospettiva della rifunzionalizzazione e del riassetto urbanistico, anche al fine di predisporre elementi e proposte per il Piano Strategico e il Piano della Mobilità. I risultati del programma e tutti i contributi saranno pubblicati tra breve in due volumi di grande formato, da me curati, dal titolo Programma innovativo in ambito urbano per il recupero delle zone retroportuali e ferroviarie nel comune di Civitavecchia. Il primo volume sarà dedicato agli studi di storia urbana, il secondo, Piani e progetti in comune, agli studi urbanistici e ambientali (Edizioni del Cdu dell’Ufficio Consortile Interregionale della Tuscia, Roma-Civitavecchia -Orvieto-Pitigliano-Viterbo).

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PhotoStory

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Sentiero nel territorio di Serravalle del Chienti, nei pressi di Forcella. Foto: Chiara Serenelli


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A Parigi, attraverso i parchi urbani di ultima generazione di Francesca Calamita Architetto Paesaggista

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n cielo pallido, un timido sole e una spruzzata di neve che attutisce il rumore dei passi sono le condizioni ideali per una passeggiata inedita tra i parchi urbani di ultima generazione, nel freddo pungente di una Parigi ai primi di febbraio. La stagione invernale infatti è considerata quella meno adatta per visitare parchi e giardini perché mancano ancora i colori, i profumi e i forti chiaroscuri che la primavera porta con sé, e allora si presenta la necessità di dover affinare la capacità percettiva per cogliere tenui sfumature, ardite silhouettes di alberi che si stagliano contro il cielo, vivaci colori di bacche e steli che sfidano la velatura cinerea che avvolge il paesaggio urbano. Il nostro tour inizia dalla stazione ferroviaria di Montparnasse, nel cuore dell’omonimo quartiere ricco di storia e di cultura, per addentrarsi nel 15° arrondissement, sulla Rive Gauche, che ha subìto profonde trasformazioni urbanistiche negli ultimi

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Jardin Atlantique nella pagina a fianco: Parc Brassens

decenni, diventando uno delle aree metropolitane parigine più densamente popolate. Proprio la stazione dei treni ad alta velocità che collegano Parigi alla costa atlantica, famosa per lo spettacolare incidente ferroviario del 1895, ristrutturata in più fasi e terminata nel 1995, è l’emblema di tale ricostruzione e rinnovamento urbano durato decenni, capace di tener conto delle mutate esigenze non solo in termini di funzionalità e servizi, ma anche di benessere e fruibilità. Al di sopra dei binari ferroviari, quasi sospeso sulla città, troviamo infatti il

Jardin Atlantique, che con una superficie di circa tre ettari e mezzo, si snoda in una serie di percorsi e ambienti, quasi a formare delle stanze, che incuriosiscono e attraggono, ostacolando la percezione d’insieme dello spazio e facendo rimbalzare lo sguardo sui numerosi dettagli piuttosto che sulle armonie compositive. Forse per questo motivo Pascal Cribier lo attribuisce al “genere superdesign” in cui prevale la fissità delle soluzioni artificiali sulla poesia delle variazioni stagionali della vegetazione. Sebbene siano presenti numerosi alberi che evocano luoghi al di

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qua e aldilà dell’Atlantico, la presenza di vaste aree pavimentate o inerbite, la scelta di numerose specie sempreverdi (arboree ed arbustive) e l’abbondanza di elementi architettonici e scultorei conferiscono all’insieme una certa artificiosità dominata dalla geometria, dalla calma e dal silenzio. Nonostante questo, o forse proprio per questo motivo, il Jardin Atlantique si rivela ricco, suggestivo ed inaspettato facendo dimenticare di trovarsi in un giardino pensile al di sotto del quale si trova la città e tutta la sua frenesia. Si scende quindi e percorrendo il quartiere di Vaugirard, tra antichi palazzi signorili e recenti interventi in acciaio e vetro, in un costante dialogo tra storia e contemporaneità, si arriva al Parco Georges Brassens, realizzato a metà degli anni ’80 nell’area dei vecchi mattatoi, dei quali

mantiene alcune strutture interessanti che hanno un ruolo testimoniale ed evocativo. Con i suoi quasi otto ettari di estensione, si presenta con un impianto piuttosto tradizionale, quasi da giardino paesaggistico all’inglese, caratterizzato da sentieri sinuosi, morbidi movimenti di terra, numerose fabriques, uno specchio d’acqua centrale e l’imponente campanile, retaggio dell’edificio storico per la vendita all’asta, con funzione di eye-catcher per l’intero parco, ma la sua centralità, l’organizzazione spaziale funzionale a diverse attività, la vicinanza di una scuola materna e la presenza di un interessante giardino didattico, ne fanno un luogo molto frequentato durante tutto l’anno. Qui la 72

magia dell’inverno conferisce un’atmosfera sospesa, in cui la grande “arrampicata” di rocce, realizzata con le pietre recuperate dalle demolizioni, si addolcisce sotto la coltre nevosa, i maestosi profili dei platani nel loro impianto regolare appaiono come silenziosi soldati schierati, mentre i vivaci colori dei cavoli nelle aiuole ci regalano un anticipo di primavera. Proseguendo poi lungo Boulevard Lefebvre e Boulevard Victor, passando nella recente Esplanade du 9 novembre 1989, piazza antistante il nuovo polo fieristico parigino dedicata alla caduta del muro di Berlino, del quale ne espone una porzione, ci si dirige verso quello che è generalmente considerato uno degli esempi meglio riusciti di parco urbano contemporaneo, il Parc André Citroën. Con i suoi quasi quattordici ettari di estensione, costituisce il cuore dell’intero quartiere e il simbolo evidente della sua riqualificazione urbana,


attenta all’integrazione con gli elementi fondanti dell’identità dei luoghi e capace di ricostituire un privilegiato rapporto con la Senna. Le note vicende legate al concorso di progettazione e al primo premio ex-aequo non sono sufficienti per avvertire dissonanze nella composizione d’insieme, perché, pur cogliendo alcune differenze di approccio e di sensibilità, il parco si svela, come afferma Isotta Cortesi, come un “percorso, solo parzialmente fisico, ma che appare principalmente come la rappresentazione di un processo narrativo”. Una delle cose che maggiormente colpisce

dopo aver visitato gli altri parchi, è come il clima e i colori dell’inverno non siano qui percepibili come una limitazione alla bellezza dei luoghi, ma come un aspetto complementare della natura, che è capace, nella sua ciclicità, di regalare suggestioni ed emozioni ogni volta diverse. Il sapiente accostamento tra piante sempreverdi e caducifoglie, la presenza di siepi di Prunus Cerasus cariche di frutti rossi, l’uso di erbacee e arbusti con steli dai colori vivaci, i morbidi toni e il portamento scomposto

delle graminacee ci accompagnano nel cammino lungo i giardini seriali, fino al giardino in movimento, che costituiscono senza dubbio il cuore pulsante dell’intero parco, in cui la natura rivela tutto il suo potenziale evocativo. Questa stessa capacità emotiva, la ritroviamo, con ancora maggiore forza a carica espressiva, nel giardino del Museo Quai Branly, lungo la Senna e vicino alla Torre Eiffel, in cui Gilles Clément riesce, attraverso l’uso di sentieri sinuosi, di collinette, di dislivelli, di specchi d’acqua, grazie all’impianto di numerosi alberi e

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Quai Branly nella pagina precedente: Parc Citroen

soprattutto alla scelta delle specie erbacee, a conferire un senso di vastità, di abbondanza e di estrema naturalezza ad un giardino di poco più di due ettari. In costante dialogo con l’edificio museale di Jean Nouvel e con il muro vegetale di Patrick Blanc che caratterizza il fronte stradale, il giardino non si limita ad accogliere i visitatori del Museo, ma si apre alla città, diventando un punto nevralgico del quartiere, riuscendo a coniugare la poetica della natura con le esigenze e le aspettative dei fruitori. Appare chiaro, a questo punto, che attraverso una promenade tra i parchi del 15° arrondissement parigino, abbiamo compiuto un ideale viaggio tra i diversi approcci alla progettazione dei parchi urbani contemporanei, che indipendentemente dalla loro estensione, dal loro impianto compositivo, dalla calibrazione degli elementi naturali ed artificiali, devono riuscire a coinvolgere

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ed emozionare, coniugando capacità espressive, potenzialità della natura ed esigenze sociali, perché, come afferma Bernard Lassus, “non esiste una soluzione generale, il parco urbano è da reinventare, (…) non esistono modelli, ogni luogo ha la sua storia e richiede un approccio unico e singolare”. Riferimenti bibliografici: L. Deschamps, Paris des jardins, Éditions OuestFrance, Rennes 2005 D. Jarrassé, Grammaire des jardins parisiens, Parigramme, Paris 2007 H. Demeude, Musée du Quai Branly, l’esprit du lieu, Éditions Scala, Paris 2006 I. Cortesi, Il Parco Pubblico, paesaggi 1985-2000, Federico Motta Editore, 2000 D. Pennisi, Il Jardin Atlantique e il dibattito sul parco pubblico in Francia. A colloquio con Pascal Cribier e Bernard Lassus, in: Ri-Vista Ricerche per la progettazione del paesaggio, Firenze University press, n°3/2005


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Casale di Malborghetto lungo la Flaminia Lauretana, non lontano da Roma. Foto: Chiara Serenelli

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DALLA STORIA AL PROGETTO: RIQUALIFICAZIONE DI TRE AREE VERDI NEL COMUNE DI CAMPIGLIA MARITTIMA di Silvia Ruzziconi, Elena Lo Re Architetti Paesaggisti

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l comune di Campiglia Marittima sorge in una Valle situata nella parte sud della Toscana, tra le province di Livorno e Grosseto: la Val di Cornia, territorio ricco da un punto di vista storico-culturale e paesaggistico e anche di tradizioni dove la cultura del lavoro, del mare, della terra e del bosco danno vita ad un eccezionale patrimonio. Il comune di Campiglia affonda le sue radici nella popolazione etrusca, grandi lavoratori ma anche grandi cultori del benessere; il momento di massimo splendore è il Medioevo che l’ha resa un centro importante per la sua posizione strategica rispetto alla zona paludosa dell’attuale Venturina. A seguito delle bonifiche lorenesi la piana inizia ad assumere un aspetto sempre più favorevole all’insediamento fino a che non diventa il centro più importante dell’intero comune diventando una fusion tra distese di terreni fertili, boschi, colline terrazzate e spazi verdi pubblici.

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Tre di queste aree sono state oggetto di riqualificazione da parte del Comune di Campiglia: tre parchi diversi l’uno dall’altro sia per collocazione, per funzione e per aspetti botanici e che ad oggi risultano essere tre “isole” semi abbandonate, in evidente stato di degrado, che dialogo ben poco col paese e i suoi abitanti. Il primo intento dei progettisti è stato quello di ricreare un disegno unitario di connessione e connettività tra il sistema costiero, il sistema rurale della piana e quello della parte collinare nonchè tra i parchi stessi dando loro il ruolo di strumento per la coesione sociale e la qualificazione culturale dell’intero sistema. E’ stato studiato, applicando il metodo percettivo di Lynch, un sistema di reti e nodi (percorsi e poli sociali) che riescano a connettere le antiche identità dei luoghi con le nuove centralità progettate.

Il parco della Fonte di Sotto si trova subito fuori il centro storico di Campiglia, punto di inizio dell’intero sistema collinare e pedecollinare che si spinge sino al mare. L’area è contraddistinta da una densa pineta (percettivamente divisa in due parti) di circa 30 anni che, a causa di un sesto di impianto troppo fitto, crea un grosso problema di sicurezza per i fruitori del parco. Precedentemente alla pineta, l’area presentava tutte le caratteristiche tipiche del paesaggio identitario di Campiglia: campi coltivati e olivi erano circondati da boschi di roverella. Il progetto consiste, pertanto, in un diradamento graduale negli anni della parte inferiore della pineta che sarà adibita ad uno spazio per manifestazioni e dove verranno realizzate terrazze destinate ad area pic nic; I Pinus pinea saranno sostituiti da specie autoctone, in particolare farnie e lecci che non richiedono terreni particolarmente fertili, dato che la presenza dei pini ha reso il terreno piuttosto acido. Nella parte superiore la pineta, invece, sarà estirpata completamente e sostituita da un giardino botanico-didattico costituito da specie della macchia mediterranea e del bosco di roverella. Così potranno anche essere riportati alla luce i ruderi del vecchio acquedotto lorenese, che caratterizza a tratti una parte del versante di quella col-

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lina, andando a collegare l’area di progetto all’antica Via delle Fonti che dalla Fonte di sotto (all’interno della pineta) arriva all’antica Fonte di Capattoli tramite un itinerario storico-naturalistico di eccezionale bellezza. I giardini di Tufaia di Venturina si trovano nell’omonimo rione, così chiamato per la presenza del tufo, e sono caratterizzati da due aree ben distinte dalla Fossa Calda, breve corso d’acqua calda proveniente dalle sorgenti termali della collina sovrastante. La prima delle due parti è contraddistinta da un piccolo laghetto artificiale e da un consistente bacino di raccolta, adibito ad area faunistica che da progetto avrà punti di osservazione esterni ma allo stesso tempo sarà protetta da specie vegetali a tu-

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tela degli uccelli migratori; qui il progetto prevede un grande anfiteatro verde per manifestazioni culturali e spazi destinati al benessere psico-fisico sia per persone che per i loro amici a quattro zampe; inoltre si prevede un’area giochi denominata “Freedom” con installazioni per spiriti più intraprendenti. Nella seconda parte, invece, le associazioni vegetali rimangono quelle attuali integrate da altre specie autoctone, e contraddistinta da una piazza per la socializzazione e un’area basket il tutto corredato da giochi tradizionali in legno e da giochi creativi circondati da alberi da frutto. I progettisti volutamente dando ai tre poli (l’anfiteatro, la piazza e il basket) una forma circolare e prevedendo l’installazione di tre strutture lignee, caratterizzate dalla ruota del molino, hanno voluto riportare alla luce la forte identità storica dell’area che lega Venturina alla tradizione molitoria. Il giardino di Piazza Firenze a Venturina, attualmente anonimo nonostante l’importante presenza della sede della Filarmonica Mascagni, viene sottoposto ad un processo di metamorfosi in quanto si prevede la creazione di un Giardino Bioenergetico. La Bioenergetic Landscapes è una nuova tecnica di realizzazione di parchi e giardini che sfrutta alcune proprietà benefiche di alberi ed arbusti messi a dimora in specifiche posizioni e scelti in base alle loro capacità di influire positivamente sull’or-


ganismo umano. Vengono così sfruttati i principi dell’interazione di campi bioelettrici delle piante e campi elettromagnetici dell’ambiente in cui verranno collocati. Il giardino bioenergetico si articola tra aree di sosta benefiche, giochi per bambini e l’attuale area da pattinaggio sarà attrezzata con un palco permanente dove si svolgono numerose manifestazioni paesane. L’intento dei progettisti è stato quello di migliorare la qualità dell’ambiente di vita dei cittadini e il valore ecologico e paesaggistico in cui gli stessi si incontrano e svolgono alcune attività mantenendo integri, o riportando alla luce, i tratti identitari e caratterizzanti di un territorio riproponendoli in maniera innovativa e interessante per le molteplici opportunità sociali, culturali ed economiche che il progetto contiene e trascina con sè.

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PhotoStory

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La via Romea in Val d’Arda Foto: Enrico Falqui


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RECENSIONE

Paesaggio e Benessere

Enrico ANGUILLARI, Viviana FERRARIO, Elena GISSI, Emanuel LANCERINI (a cura di) di Silvia Minichino Phd Student, DUPT, Università degli Studi di Firenze

Paesaggio e Benessere, (a cura di),Enrico Anguillari,Viviana Ferrario, Elena Gissi, Emanuel Lancerini, prefazione di Matelda Rheo, Franco Angeli, Milano 2011 21,00 euro

«[…]è necessario che il paesaggio, assieme alla città e al territorio, smettano di essere considerati nell’agenda delle politiche pubbliche semplicemente come una collezione d’inutili spese, ma al contrario inizino ad essere pensati come laboratori d’ invenzione di progetti e politiche per il loro rilancio –anche in termini di attivazione di processi economici e sociali – come opportunità e possibilità di innovazione e formazione di diritti di cittadinanza, tra cui anche il diritto a trascorrere la propria vita in una città, un territorio e un paesaggio salubri, sicuri e confortevoli.»(Tosi:18)

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aesaggio e Benessere, è un libro in si ritrovano gran parte delle più recenti riflessioni sul ruolo del paesaggio nella pianificazione territoriale, in quella settoriale e più genericamente, nella costruzione della qualità dello spazio di vita. E’ quest’ultimo modo di interpretare il paesaggio come portatore di qualità nel progetto, che sembra presentarne le maggiori potenzialità operative e che viene declina-

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to dagli Autori, tutti membri dell’Unità di Ricerca “Governo e governance delle trasformazioni del paesaggio”(IUAV). Il tema proposto ed indagato nel libro riesce a tenere insieme le molteplici componenti che costituiscono l’articolato discorso sul paesaggio, riconducendolo ad una dimensione pratica del progettare e del fare quotidiano. La problematica era stata sollevata nel 2003 da Yves LUGINBÜHL all’interno del Workshop per l’implementazione della Convenzione Europea del Paesaggio che si era tenuto a Strasburgo1 nella sessione LANDSCAPES AND INDIVIDUAL AND SOCIAL WELL-BEING. La domanda che era emersa e che sembra essere stata indagata attraverso le ricerche ed esperienze presentate nel libro nelle quattro parti coordinate, ciascuna da uno degli Autori, e articolata negli interventi di ricercatori italiani, è «se e come sia possibile che il paesaggio contemporaneo produca ben-essere per gli individui e la società?» La tematica sottointesa in questo ragionamento e che assume una particolare rilevanza nel momento in cui si parla di paesaggio, è il rapporto tra individuo e società ed in ultima analisi tra diritti e pratiche individuali e collettivi. Le riflessioni degli Autori propongono alcuni concetti su cui riflettere parlando di paesaggio e benessere e implicitamente propongono anche un modo di interpretare il concetto stesso di paesaggio in una visione costantemente costruttiva che mira a trovarne una valenza progettuale. FERRARIO argomenta intorno alla percezione e alla partecipazione proponendo il paesaggio come un «prodotto collettivo». LUCERINI tira fuori il tema delle «pratiche di cura» e ipotizza «il paesaggio come abitare».GISSI fa emergere con chiarezza la convergenza tra i discorsi sul paesaggio e le politiche per la sicurezza del territorio e quindi paesaggio assume il significato di «progetto collettivo rispetto al contesto di vita». E’ ANGUILLARI che in chiusura, analizzando tracce e comunità attraverso il concetto di paesaggio, esplicita la tesi che si ritrova costantemente all’interno del

libro e che cioè il paesaggio è «un modello di percezione del territorio e maniera di scendere a patti con esso. E’ pervasivo nella misura in cui risponde con una tale larghezza di modi alla richiesta di interpretare il presente e prefigurare il futuro, da apparire esaustivo e di tutti. […]Il paesaggio ci obbliga dunque a considerare il mondo nella sua totalità e dal momento che dentro la città e il territorio declinati in paesaggio c’è tutto, il piano e il progetto diventano innanzitutto uno sforzo diacronico per osservarlo, ascoltarlo, saggiarlo ». (Anguillari:135)

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Vedi T-FLOOR(2004)3, http://www.coe.int

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Verdiana Network Mission

Associazione di promozione sociale senza fini di lucro che diffonde una cultura della sostenibilità dello sviluppo urbano e territoriale, della conservazione e gestione del paesaggio e del patrimonio naturale e culturale, secondo i principi della Convenzione Europea sul Paesaggio (Firenze, ottobre 2000) e il modello di città creativa definito dallo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (SSSE, Potsdam, maggio 1999). Verdiana Network svolge progetti di ricerca, formazione e sensibilizzazione sui parchi, le aree protette e le reti ecologiche, gli itinerari culturali, gli ecomusei, i distretti culturali, la riqualificazione dei quartieri urbani e periurbani, la Valutazione Ambientale Stategica (VAS) e la pianificazione urbana e territoriale a partecipazione pubblica, anche in collaborazione con Università, Istituti di ricerca ed Enti pubblici, con la possibilità di coinvolgere studenti e giovani laureati attraverso tirocini e stage formativi. Verdiana Network offre al pubblico interessato la possibilità di riflettere e creare dibattiti sugli argomenti oggetto della propria attività tramite la pubblicazione periodica di articoli scientifici e divulgativi nella rivista on-line Network in Progress.

Attività

Nel territorio di Marche e Umbria, in collaborazione con le Fondazioni Cassa di Risparmio di Loreto, Macerata, Foligno e Perugia, Verdiana Network ha svolto un progetto di ricerca per il recupero dei cammini di pellegrinaggio al Santuario di Loreto e la sua menzione a Itinerario Culturale Europeo, unendo all’indagine storiografica e cartografica un approccio paesaggistico alla progettazione. In Lunigiana (Toscana), con la collaborazione dei Comuni di Fivizzano, Aulla, Bagnone, Fosdinovo, Licciana Nardi e Villafranca, il patrocinio della Regione Toscana, Verdiana Network ha promosso e coordinato il Corso di Formazione e Aggiornamento professionale Parchi naturali, aree protette e reti ecologiche per lo sviluppo del territorio, che ha portato all’elaborazione e all’esposizione di interessanti proposte progettuali per il territorio. Per la città di Firenze Verdiana Network è impegnata in un’iniziativa, denominata Progetto Cartoline, di sensibilizzazione al tema del degrado, dell’abbandono e della necessità del recupero degli spazi della città contemporanea, nata all’interno della ricerca per un Urban Center nell’area metropolitana fiorentina, oggetto di pubblicazioni convegni ed esposizioni.


network in progress #7