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Carlo Antonelli

Il sole nero di Zeda Fiaba Terza edizione italiana


Copyright © 2010 by Lulu Enterprises, Inc. (USA) – All rights reserved. Prima edizione italiana a cura di Paolo Abbondante Copyright © 2011 by Carlo Antonelli – All rights reserved. Seconda edizione italiana The black sun of Zeda Copyright © 2011 by Carlo Antonelli – All rights reserved. Prima edizione inglese sulla seconda edizione italiana

Carlo Antonelli

Il sole nero di Zeda Terza edizione italiana © 2012 by Lulu Enterprises, Inc. (USA) ISBN: 978-1-4710-3753-5 http://www.lulu.com

All rights reserved. No part of this book may be reproduced in any form or by electronic or mechanical means, including information storage and retrieval system, without permission in writing from the author. This is a work of fiction. Names, characters, places, and incidents either are the product of the author’s imagination or are used fictitiously, and any resemblance to actual persons, living or dead, business establishments, events, or locales in entirely coincidental.

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La prima parte del testo è illustrata con gli elaborati degli studenti delle prime classi, sezioni A, B, C, della scuola secondaria di primo grado “Galileo Galilei” di Palazzo San Gervasio (Potenza). Si ringraziano Tutti gli studenti che hanno partecipato all’iniziativa, il dirigente scolastico dott. Carulli Domenico, gli insegnanti prof.ssa D’Anzieri Maria Pia, prof.ssa Addante Rosanna, prof.ssa De Rosa Silvana, prof. Vaccaro Paolo. Un ringraziamento al professor Zotta Fedele per l’accompagnamento al pianoforte durante la cerimonia di premiazione.


A mia moglie, ai miei figli e ai loro nonni


Introduzione alla terza edizione La prima volta che ho messo mano alla penna, ai tempi non in senso metaforico, era nell’ormai lontano 1981 con un racconto umoristico: la tartarughina acquatica allora pubblicato su una rivista locale. Per i riscontri ricevuti ai più la cosa fece ridere, ma alcuni lessero oltre, traendo, non un insegnamento: sarebbe ingiustificato e presuntuoso, ma semplicemente un pensiero personale sulla società. Quando mi sono trasferito in Lucania, ho ripreso a scrivere cercando di alzare lo sguardo, oltre l’orizzonte, verso il futuro. Molti collaboratori e colleghi mi hanno sollecitato a più riprese per scrivere qualcosa sulla vita in questa regione. Ho sempre rifiutato e per molte ragioni. Nel lavoro come anestesista, inevitabilmente ti confronti con situazioni difficili, anche sotto il profilo organizzativo, ti misuri con risorse limitate e sofferenze di ogni genere e questo mi bastava. Ribadivo che non volevo pensare alle cose che non vanno più di quanto fosse necessario per tentare di risolverle. Ho avuto sempre idee semplici in proposito. Sono cresciuto con l'insegnamento di non sputare nel piatto dove mangi e del resto le analisi non richieste servono a poco. Bisogna poi essere onesti su una questione: a chi giova? Denunce generiche su situazioni molto complesse in genere aumentano solo la sfiducia, la paura e solitamente penalizzano le parti più deboli di un sistema, quelle che lavorano in trincea. Non ultimo, ogni parte sociale, quando si confronta con i problemi, sembra vivere una sorta di autoimmunità: le responsabilità sono sopra, sotto, tutte intorno. Ma soprattutto quando scrivo, voglio pensare alle soluzioni e non ai problemi, ad uno svago, ad una pedagogia non pedante, a trasmettere una speranza o un sogno, ad un momento di pausa per recuperare forza.

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Un’occasione di riflessione è stata nel 2009 il confronto con gli studenti e gli insegnanti del liceo scientifico, durante la presentazione di un altro romanzo. Non posso parlare di composta rassegnazione, ma di forte rassegnazione, come è generalmente forte la gente che ogni giorno si alza per fare semplicemente al meglio il proprio dovere. A volte è giusto rassegnarsi è una reazione umana equilibrata per non disperdere inutilmente energie e tempo, è giusto percorrere strade aperte ed evitare quelle ripetutamente trovate chiuse ma c’è un rischio intrinseco ed è proprio questo che non va sottovalutato. In psichiatria si usa un termine che ha risvolti pratici in situazioni drammatiche: riduzione della dissonanza affettiva. In parole semplici è quel meccanismo che scatta nella mente della persona sequestrata, privata ingiustamente della sua libertà di muoversi, di determinarsi, ma anche di esistere in vita. Di fronte a questa profonda ingiustizia la rabbia può lasciare il posto a una strana forma di rassegnazione nella quale il sequestrato collude con il sequestratore, prendendone addirittura le difese. La rabbia è un’emozione etica, propulsiva perché spinge a un’azione che tende a riparare un’ingiustizia, però, nessun essere vivente, dalla cavia di un laboratorio a un uomo, può tollerare emozioni così dirompenti per lungo tempo. Una persona può essere costretta a molti compromessi, ma deve rimanere libera, libera dentro, libera di vedere, di distinguere e di poter dire cosa è dritto e cosa è storto. Credo che senza la nostra libertà di pensiero, questa breve e già precaria esistenza perda molto del suo senso. È questa libertà il germoglio della speranza per il futuro dei nostri figli e del nostro mondo. Ho pensato un po’ e mi è venuta l’idea di proporre un test. Un test di autovalutazione, come quelli più o meno seri che possiamo trovare sulle riviste di pettegolezzi. Un test e qualche riflessione sulle parole e sul tempo.

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TEST Osservate con attenzione la figura sottostante e indicate la risposta corretta (avete a disposizione 72 ore)

□ Può essere qualunque cosa □ È un chiodo? □ Non sono autorizzato a pronunciarmi in assenza del mio avvocato □ Devo consultarmi

(per questo avete 72 ore di tempo)

□ La domanda non è pertinente □ È un chiodo assolutamente dritto, utile e correttamente strutturato per la sua funzione □ Che volete da me, non è colpa mia così ha stabilito chi è deputato d’ufficio a rispondere □ È un chiodo piegato □ Il problema non è cosa è, ma perché! Quali forze reazionarie sono sottese, forze anticostituzionali. □ Chi è stato? Chi ha diffuso questa immagine? □ Non esistono risposte corrette La soluzione del test non si trova su questo libro

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Tutti conoscono il fenomeno mediatico del grande fratello, forse meno persone hanno letto 1984 di George Orwell e il personaggio immaginario Grande Fratello. La cosa che più mi colpì fu l’accanimento di quel sistema nel ridurre il numero di vocaboli del dizionario, un lavoro sistematico per eliminare contenuti e significati. Senza un senso l’uomo è manipolabile, disperatamente bisognoso di aggrapparsi a qualcosa che lo possa riempire, spesso qualcosa che può essere monetizzato: un oggetto, un prodotto, un servizio… un’idea. Qualcosa di potenzialmente pericoloso ha preso piede anche nella nostra società con la volontà di ridefinire o abbellire le parole. Così da molto tempo non si parla più di spazzino. In casa mia e penso nella maggior parte delle vostre almeno una volta ogni membro della famiglia avrà preso mano a una scopa, niente di sconcertante, se c’è sporco bisogna spazzarlo ed è altrettanto naturale che come si puliscono le abitazioni, così qualcuno dovrà spazzare pure le strade dove passiamo tutti. Quando la parola spazzino fu sostituita da netturbino ci siamo ancora capiti, ma ora c’è l’operatore ecologico che dal mio punto di vista potrebbe sviluppare analisi statistiche sul clima, al computer. In sanità si è incoraggiato il viraggio da paziente a cliente: “Perché paziente sa molto di oggetto passivo nelle mani del Sistema Sanitario mentre il Cliente è, invece, un soggetto attivo che esprime giudizi sulla qualità della relazione, pone domande e aspetta risposte comprensibili ed esaustive”. Paziente deriva da un verbo latino che significa soffrire, sopportare. Nel termine paziente, non c'è il senso della menomazione o della malattia, ma della sofferenza e della sopportazione; paziente è chi sopporta una sofferenza.

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Il cliente di un ospedale non è il cliente di una banca o di un supermercato, modificare il nome può allontanare il problema, forse da chi pone il quesito semantico, non favorire la soluzione. Un altro punto critico è l’avverbio diversamente. Perché dovrei chiamare diversamente abile una persona costretta a muoversi su una sedia a rotelle? Perché diversamente? Diversa da chi o che cosa? La connota una diversità o quello che è? Se è uno scienziato resta uno scienziato, se è un ragazzo è un ragazzo, se un incidente l’ha costretto ha spostarsi su una carrozzella, penso sia consapevole del problema motorio. È evidente che non sarà abile a scalare una montagna o non più di quanto io sia abile come idraulico. Ernesto Zucchini sottolinea che “Adoperato da gente spregiudicata… l’avverbio potrebbe funzionare da grimaldello o chiave falsa per minare consuete abitudini, seminare zizzania tra varie certezze su cui fondiamo la tranquillità del vivere quotidiano. Temo possa essere inculcata una capacità furba e sottile di insinuarsi di soppiatto entro i consueti significati delle parole e degli aggettivi (ossia gli strumenti del nostro sapere, del modo di comunicare con gli altri) per confonderli sino a sfarinarli, sino a togliere peso e significato a concetti che noi ritenevamo sinora giusto e necessario mantenere ben distinti e lontani fra loro”. Sempre Ernesto Zucchini fa notare alcuni risvolti tragicomici di una società che procede verso un onnipossibilismo, dove in nome di una proclamata uguaglianza e libertà di interpretazione, si smorza la peculiarità di oggetti e di pensieri tradizionalmente ritenuti veritieri, un frutto vuoto senza polpa ovvero un frutto diversamente tale.

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Diversamente contribuente

Evasore fiscale

Atto contabile diversamente valutato dalla Guardia di finanza

Falso in bilancio

Diversamente casta

Meretrice

Diversamente benefattori

Dittatori e criminali vari

Diversa percezione dei fusi orari

Ritardo

Diversamente credente

Ateo

Diversamente complesso

Semplice

Diversamente onesto

Disonesto

Diversamente sano

Malato

Diversamente reo

Innocente

Diversamente torto

Aver ragione

Diversamente pettinabile

Calvo

Trasferimento di beni

Appropriazione indebita

Non è indecoroso chiamare una persona con handicap motorio come tale, rispetto a diversamente abile, è indecoroso non ridurre (dove sia possibile e spesso semplice) le barriere architettoniche. C’è un piccolo libro di Olivier Clerc dal titolo: La rana che finì cotta senza accorgersene. In breve, quasi un esperimento, la rana è messa in una pentola di acqua fredda dove nuota agevolmente. Lentamente la temperatura viene aumentata e il nuovo tepore sembra addirittura gradevole, ma con il progressivo aumento di temperatura la rana perde lentamente la forza muscolare e anche volendo non riuscirebbe a saltare fuori dalla pentola, poi senza accorgersene finisce cotta.

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Un cambiamento in senso negativo molto lento, permette, fino ad un certo punto, un adattamento, con una inconsapevolezza del cambiamento. Quando poi la situazione peggiora, anche la nostra capacità di percepire il peggioramento si deteriora, così come la forza per contrastare la situazione insostenibile. Questa è una legge dell’universo: l’entropia è in costante aumento e qualsiasi sistema lasciato a sé stesso si degrada, così come si degrada il nostro corpo con gli anni, una relazione fra persone e allo stesso modo una organizzazione sociale. Per evitare la mediocrità serve energia: un impegno personale e sociale, rafforzare la nostra memoria per mantenere dei parametri di confronto, aumentare la nostra conoscenza del mondo, aumentare la nostra consapevolezza e fermarsi a riflettere, mantenendo ideali elevati. Qualche anno fa l’unica definizione che conoscevo di mafia era quella del dizionario e dei quotidiani: Organizzazione criminosa che condiziona la libertà dei cittadini e il regolare andamento delle funzioni pubbliche; si serve di metodi di intimidazione e di repressione violenta anche se spesso adotta comportamenti basati su un modello di economia statale parallela e sotterranea. L’idea che resta nell’immaginario è sintetizzabile in una parola: morte. Passeggiando per le strade percepisci a pelle che nessuno cercherà di toglierti la vita o attenterà alla vita dei tuoi famigliari nel senso letterale del termine e questo è già molto, perché fin che c’è vita c’è speranza, ma a volte diventa faticoso sollevare lo sguardo per guardare oltre i propri passi e immaginare i passi dei propri figli che oggi corrono ridendo nelle stesse strade. Un peso che dilania il

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cuore perché strappa un senso, una speranza, ti uccide dentro. Un peso amplificato dal contrasto con le bellezze di un paesaggio, che muta ininterrottamente al cambio delle stagioni, muta e sembra tornare ciclicamente com’era. Nulla, in realtà, può tornare al punto di partenza, qualcosa si consuma sempre, ad esempio il tempo. Una società a volte definita “del consumo”, cosa consuma di importante per ciascuno di noi? Per gli antichi greci c'erano tre modi di indicare il tempo: il kronos, il kairos e l’aion. Il kronos indica il tempo nelle sue dimensioni di passato presente e futuro, lo scorrere delle ore, il tempo misurabile dell'orologio. Il kairos indica il tempo opportuno, la buona occasione, il momento propizio, con una certa approssimazione, quello che noi oggi definiremmo il tempo debito. Aion rappresenta l'eternità, l'intera durata della vita, è il divino principio creatore, eterno, immoto e inesauribile. Mentre l’orologio scorre uguale in tutto il mondo, il nostro tempo percepito scorre diversamente, addirittura nella stessa persona, in rapporto alle circostanze della sua vita. In alcune regioni sembra rallentare collettivamente e in qualche misura avvicinarsi maggiormente al ritmo fisiologico del nostro cuore, mentre in altre accelera e sembra travolgere l’uomo e i suoi pensieri, riducendo spazio di riflessione e di recupero. Una dimensione sociale del tempo, che potremmo definire rurale, è una risorsa di grande valore e può rappresentare un’opportunità di riscatto o addirittura di guida per un’umanità che a volte sembra perdere il senso dell’indissolubile legame col mondo fisico.

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Ci sono molti errori che la nostra mente compie riguardo al tempo che si esprimono in affermazioni del tipo: “Non ho tempo”, “dove hai trovato il tempo”. Il tempo di un giorno solare è di 24 ore per me che sto scrivendo e per te che stai leggendo. Gli psicologi parlano di errore cognitivo, più semplicemente è una questione di scelte. La nostra è una società del tutto e subito, il kronos ci insegna a seminare oggi per raccogliere più tardi. Il kronos giudica le nostre opere: il vero, il buono, il giusto, il bello, soltanto la qualità resiste all’usura del tempo. Ancora oggi ammiriamo le abilità dell’impero romano e le sue opere, un’architettura che ha resistito a terremoti e calamità, un’architettura che riflette uno sguardo transgenerazionale, una speranza nel futuro. Thomas Jefferson diceva che non si può essere liberi e ignoranti. Non siamo liberi se ignoriamo le forze e i condizionamenti che agiscono su noi. Libertà non è solo muoversi a piacimento fra le tracce esistenti, ma trovarne delle altre. A scuola si insegna che la matematica non è una opinione, e non lo è, come non lo è la vita, la giustizia, la solidarietà. La scuola è definita palestra di vita, perché permette di fare esperienza, di mettere alla prova e di verificare non tanto le nozioni apprese ma le proprie idee in relazione con gli altri e in un ambiente più sicuro della strada. A scuola non ci si prepara per il futuro, ma ci si appresta a diventare il futuro e si inizia a tracciarlo con i colori dei propri sogni e delle proprie speranze.

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uel ragnetto scendeva a scatti lungo la parete azzurra della cameretta e si fermava di tanto in tanto per assicurarsi che non ci fossero pericoli, poi continuava la discesa. Era un po’ che Geo lo guardava senza dire nulla, ma adesso non ne poteva proprio

più. – Nonno me lo uccidi!– – Chi? Cosa devo uccidere?– Domandò sorpreso il nonno guardandosi attorno nella direzione del dito teso. – Quel ragno! Quello sul muro, non lo vedi!– Il nonno si aggiustò meglio gli occhiali girandosi verso la parete, poi allungò lentamente il braccio fin a sfiorare il muro. Ora il 17


ragnetto sembrava volare per la stanza, sospeso a poca distanza dal dito del nonno – Perché lo vuoi uccidere? Non ti ha fatto nulla– – È bruttissimo e mi fa schifo, portalo via!– Il nonno aveva aperto la finestra e scosso la mano, ormai a Geo non importava più niente di quel ragno, guardava il nonno e si girava nel lettino come per fargli fretta. – Allora?– – Allora non mettermi fretta, questa è una storia lunga, va preparata per bene, devi sistemarti molto comodo, anch’io mi metto comodo ecco, così…– – Mi dai la mano?– Chiese Geo che aveva appena trovato la sua posizione – È una cosa giusta, perché è una storia buia e potresti non vedere nulla, sarà la mia mano a guidarti, la mia mano e la mia voce–.

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Il sole di Zeda ltre la galassia più lontana, oltre i confini dell’universo conosciuto, più lontano dell’immaginazione stessa, si trova un piccolo pianeta, forse grande un poco meno della Terra: il pianeta Zeda. Questo pianeta ruota da solo attorno al suo sole, un sole particolare perché i raggi anziché rischiarare oscurano, sono raggi caldi e neri che lasciano vedere solo i contorni delle cose.

Non si sa se gli abitanti di quel posto gli avessero dato un nome, lo amassero o avessero paura, ma per tutti era il sole nero di Zeda.

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Di notte la debole luce delle stelle lasciava appena intravedere delle forme confuse o meglio delle ombre, difficili da capire per gli abitanti di Zeda che non riuscivano certo a orientarsi in quello strano grigiore e certamente non volevano uscire dalle loro abitazioni. Di giorno il sorgere del sole nero era anticipato da un piacevole vento caldo e dai riflessi dorati che evidenziavano perfettamente i contorni degli oggetti, delle strade, degli alberi, come delle persone. Poi, lentamente, il sole saliva nel cielo e si presentava nel suo splendore come un disco completamente nero circondato da un sottile anello di colore oro brillante.

Era uno strano modo di vedere, però molto semplice, non c’erano i colori e non c’erano nemmeno le sfumature di un unico colore, si vedevano solo i contorni, i contorni dorati di tutte le cose. Gli abitanti di Zeda non erano abituati al superfluo, però amavano le comodità , i cibi buoni e apprezzavano

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soprattutto la bellezza, le linee precise e morbide, non troppo grosse e non troppo sottili. Forse solo il mare non li attraeva molto: tutte quelle increspature dell’acqua facevano troppi riflessi dorati, riflessi che si muovevano in continuazione, cambiavano posizione, era difficile capirci qualcosa. In effetti, il mare li spaventava parecchio, anche se su Zeda era sempre calmo. Qualcuno molto coraggioso si faceva ogni tanto un bagno, ma i contorni del suo corpo sembravano deformarsi nell’acqua, era davvero uno spettacolo raccapricciante e quando usciva era ancora peggio, come se fosse cosparso di minuscoli puntini e righe dorate, si poteva notare ogni imperfezione della pelle, ogni particolare. Erano proprio poche le persone che avevano il coraggio di entrare nell’acqua del mare. Zeda era comandato da un principe, il principe del giorno e da una principessa: la principessa della notte. Erano fratello e sorella, discendenti di una nobile famiglia e custodivano un sapere antico tramandato di generazione in generazione, un sapere che riguardava il loro sole e il loro futuro. Questa conoscenza in un tempo remoto era patrimonio di tutti gli abitanti di Zeda, ma aveva causato molto dolore e infelicità, così, non si sa bene quando, fu deciso di lasciare il pesante sapere nelle mani di due sole persone che ne custodissero, ciascuno separatamente, una parte, in cambio di un potere assoluto su tutto il pianeta. L’oscuro giorno di Zeda cancellava la notte senza alcun preavviso, scendeva come un sipario, improvvisamente e arrivava puntualissimo sempre alla stessa ora. Gli abitanti si alzavano dal loro letto e si preparavano per il lavoro o la scuola, quelli più piccoli o quelli troppo vecchi indugiavano ancora un poco nei loro letti prima di fare colazione.

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Anche la notte giungeva improvvisa come una densa barriera grigia, avanzava veloce cancellando istantaneamente il nero giorno e i suoi luminosi contorni dorati che delineavano il paesaggio e gli oggetti. Non c’erano alba o tramonto ma solo il giorno e la notte. Gli esseri del giorno lo sapevano bene, perché la loro vita sarebbe stata davvero molto difficile se fossero stati colti dalla notte fuori da un sicuro riparo e questo valeva ancor più per gli esseri della notte, fossero essi animali o uomini. In quel tempo lontano, accadde qualcosa di molto triste per Zeda e i suoi abitanti. Non era mai successo, prima di allora, che un essere della notte incontrasse uno del giorno e fra tutti gli esseri di Zeda proprio le due persone più improbabili, cui questa possibilità era negata dalla loro stessa natura e dalle leggi del pianeta.

Si incontrarono sulla soglia di un nuovo giorno da un lato e dall’altro della invisibile barriera che divideva il giorno dalla

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notte: la principessa della notte e il principe del giorno. Erano sospesi nell’aria sollevati dall’energia dei propri cristalli e si muovevano attorno a Zeda, alla stessa velocità di rotazione del pianeta, l’uno di fronte all’altra, percorrendo il cielo di tutto il mondo. Parlavano pacatamente, come fossero fermi, guardandosi negli occhi, ognuno nel proprio elemento, senza farsi sfiorare dal tempo che non gli apparteneva. Parlarono a lungo e molti furono i testimoni a cui sembrò per un istante di vedere sospesi nell’aria il proprio signore o la propria signora, una scia nel cielo troppo veloce per essere fermata con lo sguardo. Parlarono nel tempo di un intero giorno e forse a qualcuno parve di scorgere una lacrima che scivolava lungo il viso della principessa della notte. Parlarono al di la del tempo, oltre il tempo e solo alla fine, prima di salutarsi lei allungò il braccio, penetrando con la mano l’oscura barriera del giorno di Zeda, il tempo di accarezzare il viso del fratello mentre la sua mano già si trasformava in una leggera polvere dorata, brillante come i riflessi d’oro del loro sole. Nessuno vide più la principessa della notte e ciò che gli antenati di Zeda volevano evitare ad ogni costo era in qualche modo accaduto. Il cristallo d’acqua e il cristallo di fuoco si erano riuniti, erano tornati nelle mani di un unico essere vivente. Il Gran Consiglio di Zeda aspettava le parole del suo principe ma nessuno aveva il coraggio di alzare lo sguardo, sapevano che il potere del loro signore si era accresciuto oltre ogni limite. Si chiedevano quanto avrebbe resistito alla corruzione di un simile potere, ma il perché ciò fosse accaduto, li tormentava anche di più. Tutto questo non sarebbe stato

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possibile senza la libera volontà della principessa della notte e senza il suo sacrificio. – Non osate guardarmi?– Disse severamente il principe del giorno – Sapete che posso leggere le vostre menti, ma non sapete che ciò non mi piace, non è un mio desiderio. Non sono io che dovete temere ma il nostro sole–. Un brusio si sollevò dall’assemblea mentre i consiglieri si scambiavano sguardi perplessi e increduli. Il principe continuò: – Non conosco un modo meno doloroso per dirvi ciò che devo e non c’è più tempo per prepararvi a questa notizia, perciò vi dirò ciò che dovete sapere e lo dirò subito. L’energia del nostro sole sta finendo. Il nostro amato sole, un sole diverso e per alcuni versi, unico nell’intero universo, un sole che ci ha donato fino ad ora il suo benefico e vitale calore, sta morendo. Il suo grande e saggio cuore ora è freddo e fra poco si fermerà. Non c’è tempo per fuggire, non c’è più tempo per costruire navi spaziali con cui allontanarci da Zeda, domani sarà tutto finito. Domani, quando alla notte non farà più seguito il giorno–. Si fermò, lasciando che le emozioni e la disperazione del suo popolo potessero esprimersi liberamente, restò in silenzio, in piedi in mezzo a loro, restò solo, circondato da tutte quelle persone, solo, come era il suo destino, fino a quando poté leggere sui loro volti una più composta rassegnazione. Gli sguardi, incertamente, iniziarono ancora a rivolgersi verso il principe, per cercare altro, un’altra risposta o un’altra possibilità. – Quello che devo fare potrebbe ridurre ancora un poco questa già breve e incerta vita su Zeda ma lascerà aperta una speranza affinché la nostra storia, la nostra cultura e il nostro spirito vitale non si perdano per sempre–.

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– Vuole andarsene!– Riecheggiò da più parti – Vuole andarsene, con il potere dei cristalli!– – E dove andrei?– Ripeté più volte, quasi sottovoce, il principe – E per quanto tempo potrebbe proteggermi l’energia dei cristalli senza il nostro sole che li alimenta? E anche se riuscisse a proteggermi, invecchierei e morirei prima di aver raggiunto un possibile pianeta abitabile. No! Non me ne andrò, seguirò il mio popolo e il suo destino, così come ha fatto mia sorella prima di me, precedendomi nel sacrificio. Domani, prima del giorno che non verrà, fonderò il potere del cristallo d’acqua e del cristallo di fuoco…– – E tutto finirà all’istante!– Irruppe con rabbia un vecchio consigliere – È male! È il male assoluto!– – Che male peggiore può esserci della perdita della nostra vita, dello spirito di vita di un intero pianeta? Questo è ciò che devo fare e lo farò! Aspetterò qui, poco prima del sorgere del sole, l’energia residua permetterà la fusione dell’acqua e del fuoco generando il leggendario cristallo nero: la volontà di Zeda–. L’immagine del cristallo nero aveva per qualche istante stornato il pensiero dell’imminente fine e il principe continuò: – Il terzo cristallo guiderà gli altri due nell’universo, irresistibilmente attratto dall’acqua e dal fuoco, gli elementi della vita. La volontà di Zeda non si esaurirà finché non avrà trovato un pianeta vivente che potrà accoglierla. Così ho deciso e così sarà!–. L’alba senza giorno avanzava veloce, coprendo di un gelido mantello di morte ogni abitante, ogni animale, fino al più piccolo insetto e una sottile coperta di ghiaccio fermava il tempo stesso e il fluire del battito vitale di Zeda.

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Il principe del giorno non poteva aspettare oltre, alzò le mani finché le luci blu e rossa dei cristalli si fusero in un abbagliante bianco che saliva oltre le sue braccia estese, saliva sempre più in alto, illuminando il mondo in un modo strano, mai visto prima di allora.

Restò con le braccia alzate ma non chiuse gli occhi, continuò a guardare mentre al centro di quell’abbagliante luce una piccola sfera nera stava prendendo forma, una sfera nera che sembrava assorbire tutta la luce circostante, restò lì, fermo, con lo sguardo in alto, finché tutto fu buio.

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Un lungo viaggio uminosa e veloce come un fulmine, la luce dei cristalli di Zeda si era allontanata dal pianeta, verso le stelle, oltre le stelle, attraversando galassie e nuovi soli, comete e buchi neri. Un viaggio nello spazio, guidato dalla speranza di trovare un luogo dove potersi fermare un posto dove trasmettere la propria essenza e la propria storia. Di Zeda e del suo sole ormai restava solo un debole vento, un pensiero racchiuso in quel viaggio, nello spazio e nel tempo. Un ricordo che il tempo stesso stava indebolendo, millennio dopo millennio e anche la forza del cristallo leggendario era quasi esaurita, assorbita dallo spazio infinito, dalla gravità dei tanti soli che aveva sfiorato, raffreddata dalla coda delle comete che aveva attraversato. Giunse, priva di forza, a galleggiare nel vuoto, spinta passivamente dalle correnti e dai venti cosmici, debole come una foglia secca sbattuta dal vento. Non più impermeabile ora assorbiva il dolore del silenzio, la rabbia delle cose ingiuste che non hanno senso, il freddo della solitudine e la paura del nulla. Giunse per caso, per uno strano scherzo del destino fino al nostro pianeta e catturata dalla sua gravità, cadde come un meteorite sulla Terra. Nella campagna attorno ad Albavil, un tranquillo paese agricolo, vicino alla casa dei Foster urtò violentemente contro il suolo e i tre cristalli si separarono come i vetri di un bicchiere che s’infrange sul pavimento. Forse qualcuno vide quella stella cadente, forse qualcuno espresse un desiderio.

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uel ragnetto aveva teso la sua tela dietro il vetro della finestra della cameretta di Geo. In quella posizione aveva certamente un po’ meno freddo ma Geo non poteva accorgersene perchÊ si era appena addormentato. Il nonno gli aveva sistemato meglio il soffice piumone e aveva appoggiato il libro sul comodino. Accese la piccola lampada a forma di puffo blu, prima di spegnere la luce centrale.


Sommario PRIMA

PARTE

Introduzione alla terza edizione ................................................................. 7 Il sole di Zeda ........................................................................................... 19 Un lungo viaggio ...................................................................................... 27 Il risveglio di Lilli ....................................................................................... 36 Dal nonno ................................................................................................ 40 Il sogno di Zeda ........................................................................................ 46 Imprigionata nel cristallo ......................................................................... 49 Marco cresce ........................................................................................... 51 La regina di Zeda ...................................................................................... 54 Ti vedo sempre ........................................................................................ 64 Il mondo scuro ......................................................................................... 67 Buon compleanno .................................................................................... 70 Io voglio ................................................................................................... 81 Ritrovata .................................................................................................. 84

SECONDA

PARTE

La fine di Zeda .......................................................................................... 94 Si torna a scuola ....................................................................................... 96 Il primo della classe ................................................................................. 97 La casa in riva al mare .............................................................................. 99 L’acquarellista ........................................................................................ 102 I dubbi .................................................................................................... 104 L’ultimo incontro ................................................................................... 106 Ancora pochi centimetri ........................................................................ 112 Scoperto................................................................................................. 116 L’onda .................................................................................................... 121 Sommario............................................................................................... 127

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Note sull’autore Carlo Antonelli è nato a Brescia (Italia) nel 1965, dove si è laureato con lode in medicina. Anestesista e psicoterapeuta, ama la ricerca, lo studio e la divulgazione della conoscenza come strumenti di crescita nella libertà. Attualmente vive in Basilicata con la moglie e tre figli. I primi racconti brevi pubblicati su riviste locali del paese natale risalgono al 1981: La tartarughina acquatica, Il merluzzo, L'isola di Rkr, I portieri, L’era delle elezioni anticipate. Nel 2003 pubblica un testo universitario: Ipnosi e Dolore (aspetti integrati) presentato dal prof. Rolando Weilbacher e edito da Giuseppe Laterza (Bari). Si dedica successivamente al genere fantascienza. Il primo romanzo, edito da G. Laterza nel 2006 è Tempo e Luna, che apre una trilogia con tema portante il tempo, in tutte le sue accezioni. Nel 2009 pubblica il romanzo Oltre l'abisso di Moinbù e nel 2010 la prima edizione della favola fantasy Il sole nero di Zeda, edita da Lulu Enterprises, Inc. (USA), successivamente tradotta in inglese. Nel 2011, con il collega Marco Luchetti, pubblica il trattato Ipnosi Medica: Parola, informazione esperienza e sempre lo stesso anno: Vento degli Ics, l’epilogo della trilogia Tempo e Luna. Ulteriori informazioni su: www.carloantonelli.it


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Il sole nero di Zeda  

Il sole nero di Zeda è una fiaba per piccoli e grandi, una storia fantastica nel tempo e al di là del tempo. Una storia di paure e suspense...

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