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Marchio Turistico Regionale per l’Italia

VenetoVogue N.1 /2018 Amare e vivere il Veneto Il suo passato e il suo futuro

VENETO Marchio turistico Regionale per il Mercato Estero

VOGUE

© Marco Gnata

R i v i s t a t r i m e s t r a l e d i s t r i b u i t a n e l l e l i b r e r i e e n e l l e e d i c o l e d e l l e c i t t à v e n e t e - N . 1 / 2 0 1 8 G e n n a i o / Fe b b r a i o 2 0 1 8

5,00 €


N.1/2018

VENETOVOGUE

VENETOVOGUE MAGAZINE è una rivista distribuita prevalentemente ai soci dell’associazione VIVI VICENZA

VENETO VOGUE

VenetoVogue N.4 /2017 Amare e vivere il Veneto Il suo passato e il suo futuro

VENETO VOGUE

VENETOVOGUE

SOMMARIO EDITORIALE

Trimestrale di arte, storia, cultura e bellezze del Veneto n 1/2018 - Gennaio/Febbraio

Essere Veneti o non essere?

_presente

© Marco Gnata

Tr i m e s t r a l e d i s t o r i a _ a r t e _ c u l t u r a _ b e l l e z z a d e l Ve n e t o - a b b o n a m e n t o a n n u a l e e u r o 2 0 - u n a c o p i a e u r o 1 0 , 0 0

DIRETTORE Davide Lovat CAPOREDATTORE Giovanni Veronese SEGRETERIA DI REDAZIONE Venusia Veneziani

TERRAVENETA La Valpolicella Intervista a Olga Businello Caseus Veneti: la festa dei formaggi veneti

REDAZIONE Monica Bianchetti Eugenio Cipriani Michele Brunelli Andrea Vicentini Ettore Beggiato Caseus Veneti Museo Musme Ufficio Turismo Cittadella

VenetoVogue N.3/2017 Amare e vivere il Veneto Il suo passato e il suo futuro

VENETO VOGUE

BELLEZZAVENETA Borghi Veneti: S. Giorgio Inganapoltròn Città Murate: CIttadella e il camminamento di ronda

FOTOGRAFI Massimo Calmonte Studio Siro Faccin_ In copertina foto aerea IAT di Cittadella

_passato V E N E T O V O G U E : R I V I S TA D I S T R I B U I TA A I S O C I S U A B B O N A M E N T O Fotografia di Massimo Calmonte

4 NUMERI € 20,00

In libreria una copia € 10,00

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STORIAVENETA Undici Secoli di Venezia Intervista a Pier Alvise Zorzi Emigrazioni venete 1880

La rivista ha unicamente finalità culturali no-profit. Le collaborazioni editoriali e fotografiche non sono retribuite. Laddove non sia sia stato possibile intracciare i detentori del copyright, l’Associazione editrice si scusa e rimane a disposizione per inserire le dovute indiczioni in tutte le ristampe succesive alla presente edizione I testi e il materiale fotografico presente in questo numero forniti dai collaboratori rimane di loro esclusiva proprietà. Divieto di riproduzione.

CULTURAVENETA William Shakespeare e la Repubblica Veneta Romeo e Giulietta I castelli di Montecchio

_futuro CITTA’VENETA Venezia : Rivus Altus Le trasformazioni urbane e il Ponte di Rialto Padova: il Musme Museo di storia della medicina

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EDITORIALE

VENETOVOGUE EDITORIALE DI DAVIDE LOVAT - Direttore della rivista

ESSERE VENETI O NON ESSERE?

“Essere o non essere? Questa è la domanda!”. Quasi tutti conoscono questa frase che apre il più famoso soliloquio della storia del teatro, pronunciato nella prima scena del Terzo Atto della tragedia Amleto, opera di William Shakespeare, il grande scrittore e drammaturgo inglese vissuto tra il 1564 e il 1616 che si rivolge, tramite il suo personaggio, a ogni uomo di ogni epoca con una delle domande fondamentali della vita, la “questione ontologica” per eccellenza. Molti sapranno anche che alcune delle opere più significative di Shakespeare furono ambientate nella Repubblica di Venezia, la quale, all’epoca in cui egli visse, era al massimo della sua potenza economica e politica. Essa unificava tutta la Venetia storica nello Stato da Tera, oltre a governare considerevoli possedimenti riuniti nello Stato da Mar, e costituiva, per un inglese di allora, quasi una “terra dei sogni”, ben più potente e ricca di quel che era in quel momento storico l’Inghilterra che ne avrebbe poi raccolto, di lì a poco e progressivamente, l’eredità di “nazione regina del commercio sui mari”. Forse saranno in minor numero, invece, coloro che sono al corrente del clima filosofico e culturale che attraversava il nord Europa in quegli anni immediatamente successivi alla Riforma protestante (1517), un clima nettamente diverso da quello dell’Europa latina che, con il Concilio di Trento (1545-1563), dava vita alla Riforma cattolica, o Controriforma, che avrebbe delineato i costumi e la mentalità di quest’area geopolitica per i 4 secoli successivi. Nel nord Europa, all’epoca in cui visse Shakespeare, si sviluppavano il soggettivismo, l’antropocentrismo, veniva incubato l’Illuminismo con tutto il suo portato di razionalismo, utilitarismo, scientismo, laicismo e, sottovalutato pur essendo forse l’elemento più importante, il nominalismo, da cui germinerà infine, più di recente, l’esistenzialismo ateo e nichilista. Ecco, la domanda “Essere o non essere?” in Amleto va compresa in questo ambito, nel quale si comincia a sovrapporre, fino a confondersi, il concetto di “essere” con quello di “esistere” e tale procedimento culminerà con Cartesio, contemporaneo di poco più giovane, che con il famoso “Cogito ergo sum” farà discendere l’essere dal pensare e, dunque, l’essere dall’esistere anziché il contrario, ribaltando completamente il modo di concepirsi dell’uomo nell’universo: non più “creatura”, ma di fatto “creatore” per mezzo del pensiero. Questa, che è nota come la “svolta antropocentrica”, non fu ovviamente accolta bene nel mondo latino cattolico e la Repubbli-

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ca Serenissima, sempre fedele al soglio di Pietro nelle questioni di fede almeno quanto fu avversa allo Stato Pontificio nelle questioni politiche, pur aperta culturalmente alla circolazione delle idee come nessun altro luogo dell’epoca, non fu da meno. Per questo motivo da noi, nel mondo plasmato dalla filosofia di matrice cristiana cattolica, la “questione ontologica” assume ancor oggi connotati di significato molto diverso, riguardanti un aspetto più profondo e più intimo di quanto non sia una pur grave meditazione sulla vita e sulla morte. Per noi essa interpella il senso primo dell’esistenza e l’origine stessa dell’essere, di ciascuno e del Tutto. Pertanto quella domanda, oggi come allora, va oltre il dilemma amletico e ci dice, a tutti e a ciascuno: “Chi sei tu? Perché vivi? Qual è lo scopo della tua vita? Ha senso, e quale, la tua esistenza? Da dove vieni, e da chi? Dove vai e perché? Che relazione ha la tua vita con quella della famiglia, della comunità, del popolo cui appartieni e che solo in virtù di questa appartenenza puoi chiamare “tuoi”? Come ti poni nella Storia, familiare e sociale, con la sua eredità e le sue prospettive? Quali sono le tue priorità, i tuoi valori?”. Leggere i grandi autori della letteratura o della filosofia aiuta a migliorare la comprensione di noi stessi e del mondo, pur nel mutato contesto dei secoli trascorsi e dei luoghi diversi, grazie alla comune umanità che ci lega. Ecco perché VENETO VOGUE per il suo secondo anno di vita ha deciso di scegliere, tra i fili conduttori del 2018, quattro opere di Shakespeare ambientate nella nostra patria quando eravamo una Repubblica potente, invidiata, ammirata e, soprattutto, indipendente: Giulietta e Romeo, che ci porterà a Verona e Montecchio Maggiore; Otello, che ci porterà tra Venezia e Cipro, nello “Stato da Mar”; La bisbetica domata, che ci permetterà di visitare Padova e dintorni; e Il mercante di Venezia, che ci farà conoscere aspetti importanti della società, della finanza, del commercio e del clima culturale di tutto il Veneto, non solo della capitale, in quegli anni che ci hanno dato in eredità uno straordinario lascito, ancora vivo e attuale in ciascuno di questi ambiti, che abbiamo ancora sotto gli occhi e nel vivere pratico quotidiano, spesso senza saperlo. Tanto altro offriremo ai nostri abbonati, parlando di tutta la nostra bellissima terra, sperando di incontrare il loro favore e il loro aiuto a diffondere “la rivista che fa conoscere il Veneto ai Veneti” regalando un abbonamento a un amico o a un conoscente. Che San Marco ci protegga!


CULTURAVENETA

VENETOVOGUE LE OPERE DI SHAKESPEARE E LA SCENOGRAFIA VENETA

I CASTELLI DI ROMEO E GIULIETTA Solo più tardi Shakespeare verrà in possesso della novella e la trasformerà in una piece teatrale di cinque atti dando così la fama alla storia d’amore di Giulietta e Romeo, ormai divenuta una delle più conosciute nel mondo....

AI CASTELLI DI MONTECCHIO LA RIEVOCAZIONE STORICA DELLA FAIDA TRA MONTECCHI E CAPULETI

Articolo di MONICA BIANCHETTI

foto Studio Siro Faccin

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i scorgono di lontano, le due fortezze. Paiono guardarsi, come due amanti pronti a incontrarsi o come due spadaccini a duello. Quanta storia, quanta vita in quegli spuntoni di roccia, tra quelle torri scudate che hanno visto tanti nemici e amici, la pietra bianca di Vicenza che li fa brillare sin da distante. Ogni volta che mi ritrovo in questi luoghi un fremito mi percorre: posso sentire gli zoccoli dei cavalli, il rumore dei ferri delle spade, percepire la tensione degli uomini a duello, un verosimile scenario in un contesto così emozionante. Risalgono all’anno 1000 queste mura. Si ergono a circa 259 metri, tra fiori selvatici e vigneti e dal mastio la veduta è spettacolare. Si spazia sulle vallate dell’Agno-Chiampo e sulla pianura, un tempo antica strada Postumia che andava da Genova ad Aquileia. Queste massicce costruzioni erano la difesa dei villaggi sottostanti: castello di Bella Guardia e Castello Della Villa; sarà solo in seguito che verranno denominati rispettivamente di Giulietta e di Romeo e non a caso. Sarà infatti il nostro vicentino Luigi Da Porto (1485-1529), letterato e capitano dei cavalleggeri della Serenissima che, convalescente, guardando i due castelli dalla finestra del-

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la sua casa estiva di Montorso, viene ispirato e scriverà la “Istoria novellamente ritrovata di due nobili amanti” . Solo più tardi Shakespeare verrà in possesso della novella e la trasformerà in una piece teatrale di cinque atti dando così la fama alla storia d’amore di Giulietta e Romeo, ormai divenuta una delle più conosciute nel mondo. Ma la storia dei castelli va ben oltre. In molti li hanno dominati, voluti, distrutti e ricostruiti negli anni. Prima dai Bongiudei e Pilei, che li controllarono per più di due secoli, in seguito nel 1242 hanno visto l’efferatezza di Ezzelino da Romano, coadiuvato dal suocero Federico II, che li conquistò e poi li abbatté mentre nel 1354 Cangrande della Scala lì restaurò e ampliò. Da qui sono passati i Visconti a fine 1300, poi nel 1404 i Veneziani (Repubblica Serenissima) che li distrusse a colpi di bombarda (si vedono ancora i segni sulla parete del castello detto di Giulietta), per non farli cadere in mani nemiche, Lega di Cambrai. Nel 1742 vengono acquistati per 200 ducati dal comune di Montecchio Maggiore. Solo nel 1936, per intervento dell’allora presidente dell’Ente Provinciale per il Turismo signor Zambon, si inizia il recupero dei castelli. Gli ultimi restauri sono ancora in atto.


CULTURAVENETA

VENETOVOGUE MONTECCHIO - VERONA - PADOVA - VENEZIA - ISOLA DI CIPRO

Shakespeare e la Repubblica Veneta VERONA E MONTECCHIO ROMEO E GIULIETTA Oggi Verona è considerata in tutto il mondo la città dell’amore per essersi legata indissolubilmente a Romeo e Giulietta. In realtà la novella di Giulietta e Romeo, che tanto colpì Shakespeare da ispirargli una delle sue migliori tragedie, è stata scritta da Luigi Da Porto nella quiete della sua dimora di campagna a Montorso, da cui poteva rimirare i due castelli scaligeri di Montecchio. Confrontando le due versioni della storia , appare evidente come il testo di riferimento per Shakespeare sia La Historia novellamente ritrovata di Luigi da Porto. La trama delle due versioni è pressoché identica. La novella dell’autore vicentino viene però pubblicata nel 1530. Quella di Shakespeare risale al 1594-96. Ben sessanta anni dopo! Ma vediamo l’incipit della storia che ha reso Verona e i castelli di Montecchio celebri in tutto il mondo. Shakespeare ci racconta che due famiglie di uguale nobiltà, Montecchi e Capuleti, sono opposte da un’accesa rivalità a causa di antico odio. Con la loro acrimonia si apre da subito l’opera di Shakespeare. Nella prima scena del primo atto, Gregorio e Sansone, membri della casa Capuleti, si lasciano andare a smargiassate e improperi finché, giunti Abramo e Baldassarre, servi di casa Montecchi, non trovano un pretesto per attaccare briga. Giungono a dar manforte dall’una e dall’altra parte membri di Montecchi e Capuleti, finanche i due capofamiglia, in breve la rissa inizia ad allargarsi ai comuni cittadini. A quel punto entra in scena a sedare la rissa il principe della Scala, signore di Verona. Nelle sue parole di biasimo e condanna della violenza di parte, riecheggia l’eco delle lotte di fazione che hanno insanguinato la città per decenni e il faticoso, ma non ancora consolidato, processo di pace che ha riportato ordine e tranquillità a Verona. Intenzionato a mantenere la pace faticosamente ottenuta, il signore della Scala minaccia le due opposte famiglie con pene severe se fatti simili accadranno nuovamente. A quel punto entra in scena Romeo, giovane di casa Montecchi rimasto fuori dalla rissa. Romeo è un giovane e sensibile adolescente, tormentato da un’infatuazione per Rosalina, passa le sue giornate da solo immerso nei suoi pensieri e nell’indolenza propria della sua età. Dall’altra parte, Giulietta, rampolla non ancora quattordicenne della famiglia Capuleti, sta per essere presentata a Paride, nobile veronese che la chiede in sposa. I due dovranno conoscersi alla festa che tutti gli anni si tiene in casa Capuleti. La svolta si presenta quando un servo illetterato di casa Capuleti, chiede aiuto a Romeo e Benvolio per leggere la lista degli invitati affidatagli dal capofamiglia Capuleti. I due decidono di infiltrarsi nascosti dalle maschere che indosseranno. Romeo, si intrufola assieme a Mercuzio e Benvolio alla festa di casa Capuleti con la speranza di incontrare l’agognata Rosalina oltre alle “più ammirate bellezze di Verona.” Alla festa invece Romeo incontra Giulietta ed è amore a prima vista. Romeo bacia Giulietta ed è solo al momento di accomiatarsi i due scoprono di essere in realtà nemici. Romeo, ormai folle d’amore, salta il muro che cinge il giardino dei Capuleti e si intrufola all’interno. Gli amici Benvolio e Mercuzio, preoccupati, lo chiamano invano...ma ormai la passione deve compiere il suo percorso, fino al drammatico epilogo dei due amanti inseparabili anche nella morte.

foto Studio Siro Faccin

foto Studio Siro Faccin

Grazie alla sensibilità del Comune e alla collaborazione della Pro loco di Alte-Montecchio i castelli hanno ripreso a raccontarsi… hanno ripreso a vivere e rivivere. Tutti gli anni, il primo di maggio, si ricrea l’incanto dell’atmosfera medievale con una rievocazione storica in costume, invece nella stagione estiva, entro le mura del castello di Romeo, vi sono spettacoli serali e proiezioni di film. Nel castello di Giulietta è sempre attivo un ristorante. Potete visitare i castelli da maggio a ottobre, il sabato e la domenica. Alla domenica pomeriggio, grazie ai volontari della Pro Loco, avrete modo di scoprire il castello di Romeo anche salendo sul mastio accompagnati e così ripercorrere il meraviglioso passato, il fascino della storia, delle nostre radici e della letteratura romantica. “Miseri gli amanti di questa età, gli quali non possono sperare né per lunga prova di fedel servire, né la morte per le loro donne acquistando, ch’elle con esso loro muojano giammai; anzi certi sono di più ultra a quelle non essere cari, se non quanto alle loro bisogne gli possono gagliardamente operare. Qui finisce lo infelice innamoramento di Romeo Montecchi e di Giulietta Cappelletti..” (Luigi Da Porto – Stampato in la inclita città di Venezia per Benedetto de Bendoni 1531)

Per ulteriori informazioni visitate il sito: www.prolocoaltemontecchio.it Monica Bianchetti

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STORIAVENETA

VENETOVOGUE LE INTERVISTE di Giovanni Veronese

UNDICI SECOLI DI VENEZIA Intervista a Pier Alvise Zorzi

Zorzi è un nome di fondamentale importanza a Venezia, uno di quei nomi legati inscindibilmente alla sua storia e Pier Alvise Zorzi è il discendente di una famiglia che affonda le sue origini istituzionali in seno alla Serenissima, nel XIV secolo con quel Doge Marin Zorzi il cui dogado, durato meno di un anno, dal 23 agosto 1311 al 3 luglio 1312....

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uando sei cresciuto scoprendo Venezia e la sua storia sui libri di Alvise Zorzi, e hai consumato tutti i suoi libri a forza di leggerli, la cosa migliore che può capitarti è riuscire ad intervistarne l’erede, sia in senso biologico che in senso culturale e storico, ed eccomi seduto con Pier Alvise Zorzi in una situazione che ha tutto del veneziano ovvero davanti ad un osteria in una calle di Cannaregio in un fresco mezzogiorno di Gennaio davanti ad un venezianissimo spritz. Zorzi è un nome di fondamentale importanza a Venezia, uno di quei nomi legati inscindibilmente alla sua storia e Pier Alvise Zorzi è il discendente di una famiglia che affonda le sue origini istituzionali in seno alla Serenissima, nel XIV secolo con quel Doge Marin Zorzi il cui dogado, durato meno di un anno, dal 23 agosto 1311 al 3 luglio 1312, cade in un periodo particolarmente delicato della vita politica ed economica veneziana ovvero dopo la sventata congiura Tiepolo-Querini del 1310 ed in concomitanza con un periodo di forti tensioni tra Venezia ed il Papato per la guerra per il possesso di Ferrara finita nel 1309 con la sconfitta dei veneziani. In realtà troviamo il nome Zorzi, o meglio Georgii, già nel 964, anno al quale risalgono le prime tracce documentali della famiglia, riferite ad un Gregorio, Vescovo di Olivolo (l’attuale San Pietro

di Castello ndr). Tra gli antenati Zorzi va sicuramente citato quel Pietro Zorzi che durante la battaglia di Curzola, nel 1298, espose, come stendardo, un drappo di lino bianco, in realtà la sua camicia, come mi ha confidato Pier Alvise, macchiato del suo stesso sangue dal quale è poi derivata l’arma nobile Zorzi: una fascia vermiglia su campo argento che da allora ha sostituito il leone rampante nero su campo oro. Nelle ricerche per il mio libro Topografia Casanoviana, mi sono imbattuto io stesso in un Marcantonio Zorzi, amico del Casanova e come quest’ultimo assiduo frequentatore del Caffè del Menegazzo a San Zulian, uno dei caffè letterari nel quale si riuniva l’intellighenzia della città lagunare a dissertare di teatro e letteratura, e sembra che Zorzi, al pari del Casanova, fosse uno dei ferventi sostenitori di Carlo Goldoni e uno dei più feroci detrattori dell’abate Chiari, i due commediografi più famosi a Venezia nel XVIII secolo. Venendo ai tempi nostri gli esponenti della famiglia Zorzi continuano a distinguersi per il loro sviscerato amore per Venezia che passa da Palazzo Ducale e dai campi di battaglia alle pagine dei libri: ricordiamo Francesco Zorzi, l’autore del “De Harmonia Mundi” e prima di lui il duecentesco Bartolomeo Zorzi, castellano di Corone, poeta e trovatore in lingua provenzale. In tempi più recenti Alvise Piero Zorzi, amico di

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John Ruskin e appassionato salvatore dei mosaici di San Marco insidiati dai restauri del Meduna, poi Elio Zorzi, giornalista e scrittore che si distingue alla direzione della Mostra Internazionale del Cinema, quindi Alvise Zorzi, indimenticato ed indimenticabile icona della più autentica cultura veneziana al quale chi scrive deve in grandissima parte il suo amore per Venezia e per la sua storia. Alvise Zorzi è stato la voce di Venezia per la quotidianità, per la storia e per il costume ma anche per molte battaglie “scomode” come quella, il cui slogan “O Venezia, o l’Expo” riecheggia ancora, battaglia trionfalmente vinta contro il tentativo di portare l’Expo 2000 nei lidi lagunari con progetti che avrebbero sconvolto e deturpato in modo irrimediabile la città, quella città che non l’ha dimenticato e che, in cuor suo, sa di dovergli molto. Oggi Pier Alvise Zorzi, giornalista, scrittore, conduttore televisivo ed esperto di comunicazione, è la continuazione di una tradizione familiare plurisecolare che ha come fulcro la città lagunare che si è recentemente trasformata in un libro sulla “strada più bella del mondo” ovvero Il Canal Grande, con le illustrazioni dell’architetto Pierfranco Fabris, che ha costruito un suggestivo parallelo a colori dell’opera del 1827 di Quadri e Moretti.


STORIAVENETA

VENETOVOGUE INTERVISTA A PIER ALVISE ZOZI

Cos’è rimasto nel XXI secolo degli oltre mille anni della famiglia Zorzi a Venezia? “La continuità della famiglia, ovvero i rami principali ancora esistenti: quello di Marino Zorzi, fratello di mio padre Alvise, che ha due figli maschi ed il mio ramo con mio figlio che attualmente non vive a Venezia ma che secondo me prima o poi ci arriverà perché Venezia è una specie di “richiamo della foresta” (sorride): se Venezia è nel DNA tutti finiscono per tornarci”. Riguardo la storia della tua famiglia cosa puoi dirci? “Beh, quella ufficiale di cui scrive anche il Tassini dice che discendiamo dai Duchi di Moravia, scesi assieme all’Imperatore Onorio nel 411. Recentemente mi ha interpellato il National Geographic per una ricerca sul DNA dei veneziani, ricerca mai pubblicata ma della quale ho ricevuto i risultati che provano la veridicità della leggenda familiare e confermano che il ramo della mia famiglia, scende dall’Est Europa e arriva a Pavia dove si ferma. Allora si chiama Georgii, Giorgi, difatti a Pavia esistono ancora i Giorgi Vistarino che sono, anche se oramai alla lontana, nostri parenti. Un ramo si stacca nel 453, arrivando a Venezia e diventando così gli Zorzi, pronuncia veneziana del latinizzato Georgii ”. Qual è la tua teoria sulla fondazione di Venezia? “Tutta la storia delle invasioni barbariche come unica causa fa parte del mito di Venezia, in realtà , secondo la mia teoria che mio padre condivideva largamente, Venezia come la intendiamo oggi è stata fondata e perfezionata nella sua struttura da un gruppo di illuminati imprenditori che vedono la straordinaria opportunità di creare quello che potremmo chiamare una

enorme “società per azioni” nelle isole Realtine dove vi era già un fiorente commercio di sale, già si produceva il vetro e dove c’era un porto sull’isola di Murano. Società per azioni che prenderà poi il nome di Venezia”. Quindi Venezia, secondo quello che mi stai dicendo, ha un’origine mercantile? “Mercantile è un termine riduttivo: Venezia ha un’origine imprenditoriale. Nel patriziato veneziano, quello avanzato, non vi erano solamente mercanti ma veri e propri imprenditori. Basti pensare alla gestione dei viaggi verso la Terra Santa fatta dalla allora Ca’ di Dio che era un “hospicium” per i pellegrini, che offriva quello che poteva definirsi un “pacchetto completo” per andata e ritorno venduto a settanta ducati, praticamente un’agenzia di viaggi ante litteram che proponeva quello che potremmo chiamare gli antenati dei charter. Un altro esempio sono i Barbaro, altra grande famiglia della nobiltà veneziana, attivi nella coltivazione e nella raffinazione dello zucchero. C’era chi investiva nell’editoria: Pierfrancesco Barbarigo, figlio del doge Agostino, era socio di Aldo Manuzio fin dal 1495. Poi c’era Niccolò Tron, che nel primo ‘700 fonda i Lanifici di Schio, i Bembo, che avevano industrie in Albania fin dal ‘400, senza dimenticare i tantissimi banchieri, come gli stessi Corner il cui nome appare ancora su una banca di Lugano. Per questo la parola mercanti non rende giustizia agli antichi veneziani. Del resto la stessa Quarta Crociata, poi diventata la conquista di Costantinopoli, nasce da una richiesta commerciale: la fornitura di navi e vettovaglie per il trasporto dei crociati.”. Quanto del tuo amore per Venezia ti è stato trasmesso da tuo padre Alvise e quanto dal fatto di viverla diretta-

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mente? “Potrei ripartire la quota al 50%. Mio padre è sempre stato molto delicato nel trasmettere le sue passioni e le sue convinzioni, a lui sarebbe calzata a pennello la famosa frase di Arthur Rimbaud “Par délicatesse j’ai perdu ma vie” (per delicatezza, o gentilezza, io ho perduto la mia vita ndr). Anche se mio padre la vita non l’ha perduta affatto, la sua delicatezza nei confronti dei figli era assoluta e non mi avrebbe mai imposto di amare Venezia, ha preferito infondermi dei virus positivi e lasciare che io ne venissi infettato fino in fondo. Nonostante io abbia quasi sempre vissuto lontano da Venezia, ho avuto la fortuna di passarvi la mia infanzia e la mia adolescenza, le cui fiamme veneziane sono state attizzate dagli stimoli di mia nonna Irma (moglie di Elio Zorzi, nonno di Pier Alvise ndr), poetessa futurista con Marinetti con il nome di Irma Valeria, veronese di origine e, come recita il detto, tutta matta ma in senso assolutamente positivo. E’ stata lei a farmi amare questa città e del periodo passato con mia nonna ricordo la stanza dove dormivo, attigua al campanile della chiesa dei SS Giovanni e Paolo le cui campane mi svegliavano con energici rintocchi quasi nelle orecchie. Prima di SS Giovanni e Paolo i nonni abitavano alle Zattere, nella zona del Ponte Longo, al 1393A, e dalle loro finestre ricordo di aver visto passare i fumaioli delle bellissime navi del tempo, come l’Ausonia. Oggi vedrei passare il quinto piano di un condominio navigante. Come tutti i bambini veneziani ho fatto l’esperienza di finire in canale in bicicletta per essere poi prontamente “ripescato”, asciugato e messo sotto una doccia bollente”.


STORIAVENETA

VENETOVOGUE INTERVISTA A PIER ALVISE ZORZI parlare di Venezia, raccontarne la Storia, tradizione familiare che ho recentemente ripreso con impegno. È importante però scriverne in modo corretto, realistico e non solo raccontarne le leggende, anche perché, come diceva spesso mio padre, a Venezia “La réalité dépasse la fiction” (la realtà supera la finzione ndr)” .

In questo momento dell’intervista veniamo piacevolmente interrotti dal passaggio di Nicolò Zorzi, docente universitario, ricercatore in filologia bizantina e cugino di Pier Alvise, accompagnato dal giovane figliolo, ultima generazione degli Zorzi, e dopo un piacevole scambio di battute riprendiamo l’intervista con i nostri spritz sempre davanti a noi sul tavolo in una calle animata dal lento andirivieni dei veneziani e dalla tipica “ciacola”. Qual è il tuo rapporto con Venezia oggi? “Il mio rapporto con Venezia oggi è un rapporto doppio, di amore e di protezione: da un lato l’amore per la città, Venezia o la ami o te ne vai per sempre; dall’altro la conseguenza naturale di questo mio amore che mi porta a proteggerla, conscio e felice della tradizione “di servizio” ereditata dalla mia famiglia, che, come tu sai, ha avuto un solo Doge, ma tantissimi personaggi con cariche in seno alle istituzioni della Serenissima Repubblica in ogni epoca: Procuratori, Capi del Consiglio dei Dieci, Avogadori de Comun e Capi dei Signori di Notte, per dirne alcuni, quindi una tradizione di servizio per la città durata molti secoli. Questa cosa si fa oggi combattendo battaglie scomode, esponendosi e mettendoci la faccia, se mi Googli, come si dice oggi, potrai trovare una mia foto con sotto scritto “Sono uno sfigato, voglio Venezia a statuto speciale” , quando il sindaco, tuttora in carica, dichiarò che quelli che volevano Venezia a statuto speciale erano degli sfigati. La foto apparve a corredo di un articolo sul Gazzettino di qualche tempo fa. Un altro modo di proteggerla è però

Recentemente sembra rinato un amore da parte dei veneziani per Venezia e la sua storia, come interpreti questo nuovo risveglio dell’“amor patrio”? “E’ un amor patrio che sicuramente è senso di appartenenza e non è un fatto recente. Recentemente invece è nato un amore disperato, quello dello spirito di conservazione, quello dei “residenti, resilienti, resistenti” che difendono il diritto di essere cittadini di una Venezia non soltanto “urbs” ma anche “civitas”, una comunità sociale e non soltanto una città. Riguardo alla storia di Venezia, molti veneziani certamente la conoscono, è infatti inevitabile conoscere la storia vivendo tra le “pietre” della città. L’esempio tangibile è il fatto che io e te siamo qui seduti a bere uno spritz davanti a due case edificate nel ‘400 che hanno ben sette secoli più di noi. Non puoi vivere in una città così e non essere curioso della sua storia e delle sue storie. Il problema è che molti intendono la storia di Venezia in modo epico e non in modo reale. La cosa importante di Venezia è che è stata una Repubblica innovativa, modernissima, con una straordinaria visione del futuro sin dal periodo pre-medievale; Venezia era la fucina di grandissime innovazioni e di spregiudicate prese di posizione, basti pensare all’indipendenza religiosa da Roma difesa con le unghie e con i denti, all’Arsenale, una catena di montaggio inventata oltre quattrocento anni prima della rivoluzione industriale voluta da Henry Ford, alle leggi sulla schiavitù (è recente la polemica sul Moretto indossato dalla Duchessa di Kent), che nei fatti, dalla sua abolizione (avvenuta a Venezia nel 960 d.c. sotto il dogado di Pietro Candiano ndr), prevedeva per gli schiavi, che potevano anche essere volontari, una serie di norme che oggi ritroviamo tra quelle che regolano il rapporto con il personale di servizio, con simili tutele

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anche nei confronti di possibili comportamenti violenti da parte dei padroni; vi era anche l’obbligo di fornire agli schiavi, di fatto personale di servizio, assistenza medica e non era raro che “il paròn” facesse la dote alla servitrice in procinto di sposarsi o desse dei soldi al servitore che ne aveva bisogno e questo, pensando a quei tempi, era straordinariamente moderno. Venezia nel ‘500 contava circa 150.000 abitanti e aveva quasi duemilacinquecento “azionisti”, ovvero i patrizi membri del Maggior Consiglio; un traffico acqueo caotico tanto da richiedere una legge per evitare gli ormeggi in “terza fila” sul Canal Grande; le calli affollatissime di un brulichìo di vita. La Venezia del ‘500 era paragonabile alla New York di oggi, e la gente vi andava come oggi va nella Grande Mela per vedere e sperimentare l’innovazione. Come ad esempio l’affitto delle navi: nessun altra nazione aveva mai infatti pensato all’azionariato diffuso sulle navi mercantili, all’assicurazione dei vascelli e dei loro carichi e, per quanto riguarda il sociale, alle norme contro il lavoro minorile, alla tutela degli anziani, alle corporazioni a tutela dei lavoratori e degli artigiani. Lo stesso Galileo Galilei viene accolto a braccia aperte a Venezia ed incentivato ad approfondire le sue teorie mentre altrove sarà inquisito: tutto questo fa di Venezia una città “visionaria”, proiettata nel futuro. A mio modo di vedere, dovremmo riappropriarci di questa visionarietà, di questo amore dei veneziani per l’innovazione che è invece andato sfumando in una sorta di nostalgia epica. Chi rimpiange la Venezia silenziosa e muta, rimpiange la città della miseria e della fame del periodo dopo la prima guerra mondiale, e quello dopo il crollo dell’industrializzazione di Porto Marghera. Venezia è sempre stata una città molto attiva, produttiva, una città vivissima da non confondere neppure con quella silenziosa e romantica del milleottocento, tanto apprezzata dai ricchi viaggiatori ed intellettuali di allora ma non tanto dai veneziani, allora sotto l’Austria”. Venezia oggi e Venezia ieri, cos’è veramente cambiato, in meglio ed in peggio, nel modo di viverla e cosa cambieresti di quella odierna?


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VENETOVOGUE INTERVISTA A PIER ALVISE ZORZI

“Si è instaurata una sorta di monocultura del turismo che ha “catturato” i veneziani che affittano la loro casa guadagnando bene ed andandosene in terraferma. Io mi ostino a non affittare casa mia ma mi rendo conto che se lo facessi poi non saprei dove parcheggiare la mia Rolls Royce (risata). Vivendo di turismo si percepisce una buona qualità economica della vita ma non si riesce a comprendere che questa cosa che nutre molti veneziani sta invece distruggendo il tessuto sociale ed umano della città. Volendo proporre una provocazione, sarebbe quasi meglio che Venezia fosse un museo dove si paga l’ingresso con i veneziani chiamati a fare da figuranti, con una gestione ferrea mirata al decoro e alla sicurezza della città. Meglio ancora se la gestione fosse affidata ad un pool estero. Anni fa un cronista inglese che si chiamava John Gay, come il commediografo seicentesco, in un articolo che seppe meritarsi anche il premio dell’Istituto Veneto di Scienza, Lettere ed Arti, scrisse che sarebbe stato meglio se Venezia fosse stata gestita dalla Disney Corporation. L’affermazione è sicuramente provocatoria ma con un triste fondo di verità, lo dimostra nel pratico il fatto che il sindaco, che è uno, mentre ce ne vorrebbero almeno due di cui almeno uno veneziano, fatica a conciliare le esigenze, i tempi ed i ritmi delle due anime della Venezia metropolitana: una realtà di terra ferma che si sta sempre più uniformando al resto del mondo e le problematiche di una città dove tutto è diverso dal resto del mondo. Per questo motivo sono uno dei sostenitori della separazione tra Venezia e Mestre e della necessità di uno statuto speciale per Venezia”. Qualcuno sostiene che la separazione voglia elevare i veneziani e sminuire i mestrini. “Questa è una grossa stupidaggine, Mestre e Venezia sono due realtà diverse con storia diversa e non voglio fare paragoni storici anche perché potremmo rischiare di scoprire che Mestre esiste da prima di Venezia (ride). Al di là delle battute, Venezia è una città con problematiche particolarissime, sopravvissuta attraverso i secoli nella sua specifica “forma urbis” a scapito di tutto di tutto quello che le

è successo ed ha bisogno di una gestione molto particolare. Non si tratta di elevare i veneziani o di sminuire i mestrini bensì di salvare una realtà unica sulla faccia della terra con un territorio molto limitato sul quale sono stati fatti e si continuano a fare enormi danni”. Venezia città metropolitana. Cosa ne pensi? “La città metropolitana di Venezia, in bilico tra il si ed il no, è un’altra delle diatribe attuali e io sono convinto che spesso fare un passo indietro, fatto ovviamente con intelligenza, abbia poi l’effetto di farne due avanti. A mio parere la città non dovrebbe essere governata da un sindaco bensì da una struttura di gestione che permetta uno sviluppo sostenibile e freni le mire individualistiche e l’accentramento del potere in una sola persona, con conseguente rischio di conflitti di interessi. Vediamo oggi i giornali pieni di articoli sul territorio dei Pili, oggetto di operazione che, se fatta da un Doge o da un altissimo funzionario ai tempi della Serenissima, avrebbe portato ad un’immediata inchiesta sulla figura del se pur augusto investitore. Insomma mi piacerebbe che si pensasse a riprodurre in chiave moderna e con le debite modifiche quel sistema di governo efficiente, decentrato se pur complesso, che ha permesso a Venezia ed al suo territorio di prosperare per moti secoli.

Recentemente si fa un gran parlare del degrado di Venezia, dalle grandi navi al turismo “mordi e fuggi” che oltre a non portare soldi e benefici si lascia dietro le immondizie, cosa ne pensi e quale sarebbe secondo te la soluzione. “Quando mi dicono che le grandi navi inquinano meno dei vaporetti evidentemente non tengono conto del danno estetico che procura il fatto di introdurre in laguna un condominio di quindici piani, danno estetico che nei fatti è paragonabile al danno reale. Ciò non toglie che si debba tempestivamente intervenire su altri fronti quali il caotico traffico acqueo che genera il moto ondoso, gli scarichi delle barche a motore e delle stesse navi, l’impatto delle masse dei turisti; è infatti importante, come lessi in una delle poche

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cose a mio avviso condivisibili che ha scritto Paolo Costa, applicare una tutela che tenga conto della “forma urbis” ma anche degli aspetti legati alla “civitas” e quindi agire anche sul fronte del ripopolamento della città per il quale, vista l’attualità, non credo molto nei veneziani. Venezia è stata infatti fondata da un gruppo ristretto di persone molto ricche che nel tempo hanno continuato ad investire nella città in modo consistente. È un fatto che sia una città dove nulla segue normali regole economiche, che ha bisogno di persone consce del fatto che per abitarvi si devono sostenere continuativamente spese notevoli. Volendo fare un esempio pratico, anche una banale fuga d’acqua in casa può diventare un intervento costoso e complicatissimo per le evidenti difficoltà di intervento in un edificio antico, cosa che ho recentemente sperimentato personalmente. Questo senza voler demotivare chi vuole viverci ma la città nata dagli investimenti degli antichi veneziani è rimasta strutturalmente la stessa con le conseguenze ed i problemi che questo comporta. Quando, in tempi non molto remoti, si è detto di dare i palazzi al popolo dobbiamo ricordare che quando fu fatto, a palazzo Grassi vennero piantati dei chiodi sugli affreschi del Tiepolo per stendere i panni con le immaginabili conseguenze. Io vengo spesso criticato perché sostengo la gentrificazione della città, intesa come l’acquisizione di immobili di valore storico ed artistico da parte di chi ha la possibilità di mantenerli. L’alternativa è quanto succede odiernamente ovvero l’acquisizione da parte di privati di immobili non per abitarvi ma per essere affittati a scopo turistico a discapito del ripopolamento della città o, da parte di grandi gruppi economici, per essere trasformati in alberghi. Occorre che la città sia ripopolata anche con iniziative di incentivazione fiscale sui nuovi abitanti, con facilitazioni per affitti e restauri, e interventi a favore coloro che vi aprono un’attività commerciale di qualità, magari non il solito negoziaccio di porcate turistiche o un fast-food per turisti. L’adattamento della città alla vocazione turistica ha portato a notevoli danni con interventi che hanno nel tempo alienato edifici e manufatti di pregio


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VENETOVOGUE INTERVISTA A PIER ALVISE ZORZI

per lasciare spazio a manufatti orribili o, nel migliore dei casi, di dubbio gusto. Insomma, gira e rigira si torna sempre allo statuto speciale per una città speciale che non può e non deve essere il centro storico di Mestre”.

come puoi ben comprendere, sarà molto più impegnativo. “Il Canal Grande” dedica una pagina ad ognuno dei 106 palazzi recensiti, la stessa cosa risulterebbe impossibile, volendo parlare ad esempio di Palazzo Ducale.

Molti vorrebbero Venezia ed il Veneto indipendenti, molti vedono nell’unificazione all’Italia del 1866 la morte dell’identità veneziana e veneta, cosa ne pensi? “Venezia era, in un certo senso, già morta nel 1797 per il deterioramento del patriziato, molti patrizi si erano infiacchiti o innamorati delle “idee di Francia”, favorendo così la non resistenza a Napoleone. Quindi non imputo all’unità d’Italia la fine di Venezia, unità in cui molti credevano per il fatto che anche sotto la dominazione austriaca non si stava poi così bene come alcuni vorrebbero far credere. L’unità d’Italia ed il referendum sono sicuramente stati atti realizzati con metodi forse discutibili, come del resto la proclamazione della Repubblica, ma non credo realizzabile l’indipendenza del Veneto per il semplice fatto che, anche se la Costituzione lo permettesse, il Veneto non è diverso nella sua peculiarità dal altre realtà regionali italiane ognuna con la sua particolarissima storia, il suo dialetto o lingua: per esempio in Sardegna si parla ancora una lingua che deriva dal Fenicio. Insomma, dato che l’Italia è un insieme di diverse e peculiari realtà unite a forza nel 1860, svincolarne una potrebbe portare ad una reazione a catena che ci potrebbe riportare ad una situazione oggi francamente difficilissima. Sempre nel clima della fantapolitica, va detto che oggi l’unico modo per affrancarsi dallo Stato sarebbe una rivolta in armi o l’associazione con un altro Paese, entrambe soluzioni che, per ovvi motivi, non sono possibili. Nell’immediato credo di più nel fatto che Venezia ed il Veneto ottengano particolari condizioni fiscali e gestionali come ad esempio uno statuto speciale ed una maggiore autonomia amministrativa”.

So che tuo padre Alvise aveva iniziato una ricerca sulle Scuole Grandi, porterai tu a termine l’opera? “Riguardo questa ricerca la documentazione che ho trovato non è sufficiente anche se sono riuscito a recuperare tutti i file dal computer di mio padre e questo è dovuto anche al fatto che papà lavorava, negli ultimi anni della sua vita, a tre cose contemporaneamente: uno è il progetto su San Marco che aveva appena iniziato e che mi ha stimolato ad occuparmene in modo molto più vasto e dettagliato, un altro era un diario della sua vita del quale possiedo tutta la documentazione inedita e quest’ultima sulle Scuole Grandi di Venezia della quale però, ripeto, non ho trovato traccia. Forse questo è dovuto anche al fatto che papà, personaggio a cavallo tra due epoche, alternava la tastiera del computer alla penna, il che mi vedrà presto impegnato in una ricerca tra i suoi manoscritti. È possibile che la ricerca sulle Scole possa essere un mio prossimo progetto, visto che tra i miei propositi c’è quello di scrivere almeno un libro l’anno. Comunque papà è e sarà sempre un punto di riferimento fondamentale nella mia bibliografia.”.

Il Canal Grande fa storia a se o vuole essere il primo di una serie di libri su Venezia? “Ce ne sarà a breve un altro che sarà la continuazione de “Il Canal Grande”, ovvero da San Marco a Sant’Elena, che,

Domanda scomoda: quand’è che ti rivedremo stabilmente a Venezia? “Domani! Dopodomani! Onestamente non lo so e vorrei evitare di fare pronostici perché questo è un momento particolarmente difficile della mia vita, mia madre sta a Roma e purtroppo sta lentamente morendo e lo stesso vale per i genitori di mia moglie, sul lago di Como; di conseguenza passiamo molto del nostro tempo spostandoci da una città all’altra, quindi è un po’ prematuro poter pensare di fare della nostra casa veneziana la nostra residenza definitiva. Quando questo avverrà dovrò comunque trovare lo spazio per la biblioteca di mio padre oltre che per la mia, il che non è una questione di facile soluzione vista la vastità di entrambe. Forse mi toccherà dormire in piedi. (ride)”.

Nell’accomiatarmi da Pier Alvise Zorzi ottengo la dedica sulla mia copia de “Il Canal Grande” che tra una rilettura e l’altra andrà a completare quella parte della mia biblioteca interamente dedicata agli Zorzi ed assieme ai libri di Elio ed Alvise sarà la continuazione ideale di quella che definisco spesso “la mia Venezia”. Giovanni Veronese Riproduzione Riservata

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ST R I A VENETA


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VENETOVOGUE STORIA DI VENEZIA di Giovanni Veronese

IL RIVUS ALTUS Rialto è famosa nell’immaginario collettivo per il suo storico e monumentale ponte che, come già accennato, era l’unico punto di attraversamento pedonale del Canal Grande. Anche se le collocazioni non sono più quelle originarie oggi Rialto è ancora la sede dei principali mercati di Venezia e mantiene così lo status di centro economico importante della città.

Giorgio Vasari - La battaglia di Lepanto

Cronache veneziane d’uomini e d’armi di GIOVANNI VERONESE - Foto Archivio Veronese

I L’orologio della chiesa di S. Giacomo

l Rivus Altus (Canale Profondo ndr), identificabile nell’odierna zona di Rialto, può a ragione essere definito il monumento all’ingegno e all’arte dei veneziani, oltre alla zona più animata in ogni epoca della lunga vita della Repubblica Serenissima, centro pulsante degli affari e unico punto di attraversamento pedonale del Canal Grande fino alla dominazione austriaca, è tutt’oggi sede dei mercati principali di Venezia, ruolo che ricopre fin dal X secolo. Le origini degli insediamenti sono principalmente riconducibili a ragioni di sicurezza durante il periodo delle invasioni degli Unni e dei Longobardi e al fatto che le Isole Realtine erano allora terra emersa ed asciutta, ideale quindi per un insediamento abitativo e produttivo. Il fulcro, storico e commerciale, del Rivus Altus è indiscutibilmente il campo San Giacomo di Rialto (1), che i veneziani hanno affettuosamente ribattezzato San Giacometo, carico di significati e riferimenti antichi tra i

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quali la chiesa che alcuni dicono eretta nel 421 d.c., anche se l’attuale fabbrica è databile circa alla metà del XII secolo, visto che la prima citazione documentata è datata 1152, mentre l’attuale portico antistante la chiesa risale al XIV secolo. La data del 25 marzo 421 fa riferimento alla leggenda della fondazione di Venezia ma su questa data, dopo molti secoli, si accapigliano ancora storici e cronisti di cose veneziane per la mancanza di riscontri oggettivi a supporto della sua veridicità. Il campo è cinto su tre lati dalle Fabriche Vechie rifabbricate su disegno dello Scarpagnino (al secolo Antonio Abbondi, originario di Grosio in Valtellina ndr) nel 1521, dopo il devastante incendio del 1514, e ospitavano al tempo della Serenissima Repubblica molte magistrature tra le quali i Dieci Savi alle Decime, una delle magistrature fiscali più importanti. Sicuramente il Rivus Altus fu quindi il primo nucleo della Venezia urbana e fu scelto anche perché non attraversato da molti rii, cosa che facilitava lo spostamento


CITTA’VENETE

VENETOVOGUE LA TRASFORMAZIONE URBANA DI VENEZIA : RIALTO E I MERCATI

Agli albori della Venezia urbana via terra delle merci, divenendo così anche la prima sede dei mercati cittadini e la prima testimonianza sulla loro presenza è una cronaca di Giovanni Diacono datata 976 d.c. . A conferma del fatto possiamo infatti vedere sulla seconda colonna a destra del piccolo portico della chiesa di San Giacometo due bassorilievi raffiguranti un pesce ed un incavo a forma di ostrica (2), che stabilivano le misure minime vendibili di entrambi a testimonianza che già in tempi remoti vi era da parte dei veneziani un’attenzione particolare verso la laguna, ecosistema che forniva la maggior parte del sostentamento alla città. Altro indizio della presenza dei mercati a Rialto sono gli altari delle confraternite d’arte presenti all’interno della chiesa stessa tra i quali quello dei garbeladori e ligadori de comun, quello degli oresi e quello dei galineri. I mercati erano originariamente gestiti da dodici privati che nel 1164 decisero di cederne i redditi alla Repubblica che attraversava un periodo difficile per le continue guerre contro gli Ungari, causa di un notevole impoverimento delle casse dello Stato. Rialto nei secoli vedrà la crescita e la ripartizione per zona dei mercati: la becheria, la pescheria, l’erberia, la frutteria, la casaria, la panateria ed alcuni altri sparsi tra San Matteo di Rialto e San Giovanni Elemosinario. La becheria, che in origine era Ca’ Querini (conosciuta al tempo anche come Ca’ Mazor o Ca’ Granda ndr), ebbe una storia singolare poiché dopo la congiura di Bajamonte Tiepolo del 1310, messa in atto con la complicità di Marco e Pietro Querini, due dei tre fratelli

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Querini, ed altri nobili del patriziato tra i quali i Badoer e i Tiepolo, venne requisita dalle istituzioni veneziane e demolita per i due terzi, per diventare il macello cittadino ed il mercato della carne. La fabbrica originale si estendeva dal campo de le Becherie, dove insiste ancora una parte dell’antica Ca’ Querini, fino al Canal Grande, parte che oggi ospita il pittoresco mercato coperto del pesce la cui parte prospiciente il Canal Grande risale a tempi più recenti, ovvero al 1907, e fu costruita su disegno dell’architetto Domenico Rupolo mantenendo le linee neo gotiche. Della Pescaria ci parla la cronaca del Savina del 1398 spiegandoci che: “Fu compida la Fondamenta della Pescaria di Rialto di pietra e della Fruttaria, la qual gera in prima de legname, comenziando ai Camerlenghi di Comune fino al traghetto di S. Sofia, zoè alle barche che se va a Padova”, introducendo così anche un altro dei mercati presenti a Rialto:la Fruttaria, ovvero il mercato della frutta. Il lato sinistro dell’attuale pescheria è costeggiato dalla calle larga de le Becarie o Panateria sulla quale insistevano, dirimpetto all’attuale mercato del pesce, le botteghe dei panettieri mentre il primo toponimo Becarie ci ricorda che quella zona del mercato era destinata, ai tempi della Repubblica, ai macelli. Il solito e puntuale Giuseppe Tassini ci ricorda che “La «Calle delle Beccarie», costeggiante lo «Stallone» (Ca’ Querini, chiamata anche stallone per l’originaria ubicazione dei macelli ndr), si chiama pur anche «Panateria» dalle botteghe di pane (3), che, fino da tempo antico, erano colà stabilite, poiché in

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VENETOVOGUE VENETOVOGUE AGLI ALBORI DELLA VENEZIA URBANA

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Campo Pescarìa - Fabriche Nove

La Panaterìa

una deliberazione del M.C. dell’anno 1341 si legge: «quod Panataria ubi venditur panis in Rivoalto reducatur ad latus muri Beccariae novae per modum quod melius videbitur»”. Campo San Giacomo di Rialto è collegato, attraverso la Naranzeria, al Canal Grande e all’Erberia, mercato degli ortaggi, dove la mattina era comune vedere i bastazi (facchini ndr) intenti a scaricare le caorline e le peate attraccate alla riva che rifornivano i mercati con gli ortaggi provenienti dalle isole della laguna e dalla terraferma. L’Erberia era la meta delle passeggiate mattutine all’alba di molti veneziani, in particolare nobili, dopo le nottate di bagordi ai casini, ai teatri e al ridotto di Ca’ Dandolo, e viene citata anche da Giacomo Casanova nella sua Histoire de ma vie precisando che il presentarsi in Erberia in disordine era il segno che la nottata era stata particolarmente divertente e spregiudicata, tanto che molte dame spesso si scompigliavano i capelli e, di proposito, gli abiti per dare testimonianza di una nottata particolarmente festosa e peccaminosa. Sul lato corto del campo de l’Erberia insiste la facciata laterale de le Fabriche Nove (4) la cui mole si sviluppa poi imponente sul Canal Grande fino al campo de la Pescaria. Opera di Jacopo Sansovino, le Fabriche Nove, vennero realizzate tra il 1555 ed il 1558 con l’obiettivo di ampliare l’area dei mercati, sostituendo una miriade

4 Mercato della Pescarìa

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di piccole botteghe in legno e banchi di mercanti mettendo così ordine e modificando definitivamente la zona dei mercati. Sulla Casaria, il mercato dei formaggi gestito dai casaroli la cui mariegola risale al 1436 e che avevano altare proprio nella chiesa di San Giacomo di Rialto, non vi sono molte notizie storiche. I casaroli erano sottoposti ad una serie di regole molto severe tra le quali quella che prescriveva : “Che nessuna persona, sì casarol come altra persona, non osi comperar caseo, né carne, né altra grassa per rivender per sé né per altri, se non ha botega del Comun di Venezia, cioè in Rialto, dentro la Ruga di Casaria, o in S. Marco (altra Casaria di Venezia che era nell’attuale luogo dove oggi ci sono i Giardinetti Reali ndr); che in quella vender possino e non in altro luoco, sotto pena di L. 10 de piccoli per cadauna volta contrafaranno”. La Casaria, il cui toponimo è ancora presente si trovava tra il campo de la Pescaria e il campo de la Corderia che oggi ha preso l’incomprensibile, e assolutamente impropria, denominazione di Cesare Battisti o Della Bella Vienna, la cui fisionomia originale ha subito molte alterazioni nel corso degli ultimi due secoli e mezzo. Anche se le collocazioni non sono più quelle originarie oggi Rialto è ancora la sede dei principali mercati di Venezia e mantiene così lo status di centro economico importante della città.

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VENETOVOGUE VENETOVOGUE LA TRASFORMAZIONE URBANA DI VENEZIA : RIALTO E I MERCATI

4 La Pescària sul Canal Grande

Di fronte alla chiesa di San Giacomo di Rialto, sull’altro lato corto del campo, è impossibile non notare una statua curva che sorregge una piccola scalinata che culmina in un piccolo palco chiamato Piera del bando dove i comandadori de comun leggevano a voce alta agli astanti radunati nel campo le decisioni importanti prese dalle istituzioni della Serenissima Repubblica, sempre dallo stesso palco venivano annunciate le condanne capitali e le partenze delle galee per il Levante ed il Medio Oriente. Scolpito nel 1541 dallo scultore Pietro da Salò, il Gobbo (5), fin dalla sua collocazione, è diventato uno dei simboli inconfondibili di Rialto e nei secoli ebbe molte vicissitudini tra le quali una temporanea rimozione per il restauro del 1836 al quale ne seguì un altro nel 2011. Il Gobbo aveva però anche una funzione pratica in seno alla giustizia perché era il punto di arrivo dei rei condannati alla fustigazione che partivano in catene dalla piazzetta a San Marco e dovevano arrivare a Rialto mentre venivano frustati e scherniti durante tutto il tragitto (circa 1,1 km ndr) che prevedeva il passaggio per le affollatissime Marzerie. La fustigazione ed ogni altra pena doveva interrompersi quando il condannato baciava il Gobbo ma il bacio ad un simbolo considerato pagano non era gradito alle istituzioni ecclesiastiche quindi venne collocata in uno dei pilastri del portego una

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croce, detta dai veneziani la croxe dei frustai (Croce dei Frustati ndr), l’impronta della quale è ancora visibile nella pietra d’Istria (6) Attraverso il portico si accede a calle de la Sicurtà (7) che deve il suo nome alle prime assicurazioni marittime dove avevano la sede gli scancelli degli assicuratori, il Tassini ci dà, nelle sue Curiosità Veneziane, una breve descrizione di questa attività della quale i veneziani furono precursori: “E’ così detta perché avevano in essa il loro cancello, o studio, quei mercatanti che si esponevano a reintegrare i loro colleghi, i cui generi, spediti per mare, perivano o venivano depredati, e che perciò dicevansi «assicuratori»”. I veneziani, per primi, avevano infatti capito gli enormi benefici della ripartizione del rischio e assicurando molti carichi vi sarebbe stato sufficiente capitale per risarcire chi avesse subito dei danni. Il lato lungo ed il lato corto del portico in campo San Giacomo di Rialto erano detti del Bancogiro (8) e ospitavano il pubblico banco mercantile dove avvenivano le transazioni finanziarie e si trasferivano somme attraverso un sistema unicamentec cartaceo senza l’esigenza di passaggio fisico di contante. L’istituzione dei banchi a Venezia è databile al 1157 e consentiva operazioni in piena sicurezza, evitando di trasportare denaro e riducendo così il rischio di essere derubati, dal 1524 divenne operativa la magistratura dei Provedadori sopra i

6 La croce dei frustrati

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11 Calle dei Botèri Scanso sulla porta

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Banchi che aveva il compito di garantire la regolarità delle operazioni e la solvibilità dei soggetti contraenti ma, nonostante tutto, i banchieri continuavano a fallire così nel 1584, sotto il consiglio di Jacopo Foscarini, la gestione dei banchi passa direttamente sotto la gestione del Serenissimo governo che, anche se indirettamente, si rendeva garante delle transazioni. Il lato antistante il lato lungo del Bancogiro è costeggiato dalla ruga dei Oresi (orefici ndr) arte, quella orafa, le cui tracce documentali ci riportano all’anno 1015 e nella quale i veneziani erano maestri riconosciuti ed apprezzati in tutta Europa. La Scola dei Oresi, la cui Mariegola (madre regola ndr) risale al 1233, aveva la sua sede in campo Rialto Novo (9), dopo varie vicissitudini, posteriori alla caduta della Repubblica, fu successivamente trasformata in sede sussidiaria dell’Archivio di Stato dei Frari, due bassorilievi sugòli stipiti in pietra d’Istria rimangono a testimonianza dell’ubicazione della sede. Sempre parlando di campo Rialto Novo non dobbiamo dimenticare la sede della Scola dei Boteri , i fabbricanti di botti da vino, sul cui stipite della porta si può ancora notare il simbolo: una botte (10), mentre le botteghe degli artigiani si trovavano nella vicina calle dei Boteri e su alcune delle porte è ancora possibile vedere gli scansi sugli stipiti per permettere l’uscita delle botti già assemblate (11). Il ponte di Rialto Rialto è famosa nell’immaginario collettivo per il suo storico e monumentale ponte che, come già accennato, era l’unico punto di attraversamento pedonale del Canal Grande. Il ponte di Rialto vede la luce sotto il dogado di Sebastiano Ziani intorno al 1175, costruito in legno, e denominato Ponte de la Moneta per la vicinanza al palazzo della Zecca, poggiava su pali conficcati sul fondo del Canal Grande, a curarne la costruzione fu quel Nicolò Baratteri che eresse anche le colonne di Marco e Todaro nella piazzetta di San Marco, divenute nei secoli tristemente famose perché sede del pubblico patibolo . Il ponte nella sua prima versione provvisoria durò fino al 1250 per essere poi sostituito da un ponte definitivo e diversamente strutturato, ponte che venne seriamente danneggiato proprio durante la congiura di Bajamonte Tiepolo (o congiura Tiepolo-Querina ndr) nel 1310 per poi crollare nuovamente per il peso della folla che assisteva alla regata per la Marchesa di Ferrara nel 1444.

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Fu dopo quest’ultima ricostruzione che assunse in modo definitivo il nome di Ponte di Rialto ed era costituito da due rampe lignee fortemente inclinate e da una parte centrale sollevabile che permetteva il transito di imabarcazioni dotate di alberi in Canal Grande. Di ponte in pietra si inizia a parlare agli inizi del ‘500 ed è un certo Giovanni Monsignori detto Fra’ Giocondo da Verona a poresentare un primo progetto nel 1514 che nel contesto più ampio del rifacimento del mercato di Rialto includeva anche il rifacimento del ponte ma le autorità veneziane temporeggiarono e nel 1524 vi fu un ulteriore crollo del ponte ligneo (12) che è visibile chiaramente in uno splendido dipinto di Vittore Carpaccio datato verso la fine del ‘500

12 Nel 1551 fu finalmente emesso il bando ufficiale per il rifacimento del ponte in pietra e risposero architetti di chiara fama come Andrea Palladio, jacopo Sansovino, Vincenzo Scamozzi e Antonio Da Ponte e fu proprio il progetto di quest’ultimo ad essere scelto il 9 giugno 1588 per la proposta di un ponte ad arcata unica (13) che consentiva un passaggio più agevole alle barche che percorrevano il Canal Grande. L’opera, che sorge su una delle due Vòlte de Cànal come le chiamano i veneziani, venne conclusa nel 1591 e si presentava fortemente innovativa con un’arcata unica di 28 metri ed una largezza di 22 mentre la luce sul livello di media marea è oggi di circa sette metri e mezzo e collega le attuali Riva del Vin, così denominata perché vi attraccavano i burci da vin (grosse barche da trasporto ndr) con le botti per rifornire le osterie e i magazini, e Riva del Carbon che precedentemente si chiamava Riva del Ferro. Sulla Riva del Vin esisteva un edificio, oggi scomparso,


CITTA’VENETE PASSATOVENETAo

VENETOVOGUE VENETOVOGUE LA TRASFORMAZIONE URBANA DI VENEZIA : RIALTO E I MERCATI

15 che ospitava la Dogana da Tera (14) dal quale, come si può vedere da un quadro del Canaletto, sporgeva una trave con una carrucola attraverso la quale passava una corda che non serviva, come molti sostengono, a sollevare carichi, bensì ad appendere gli impiegati che si macchiavano di reati come furto e corruzione, che venivano lasciati per qualche ora al pubblico ludibrio che era parte dell’espiazione delle loro colpe prima del carcere o, peggio, della condanna capitale. Il ponte di Rialto è anche l’oggetto di una curiosa leggenda riguardante un voto fatto tra un uomo ed una donna anziani in una delle tante osterie di Rialto i quali sostenevano che il ponte non sarebbe stato ultimato, molta era infatti l’incertezza sulla effettiva costruzione del ponte in pietra per l’ingente impegno di capitale necessario. L’uomo fece uno strano voto dicendo “Se il ponte si farà voglio che mi cresca un unghia in mezzo alle cosce” e la donna, non volendo essere da meno, rincarò la dose dicendo: “Se il ponte si farà voglio che mi si bruci la natura (vagina ndr)” e sul palazzo dei Camerlenghi (17), sotto il ponte di Rialto dalla parete del sestier di San Polo, in cima a due colonne vi sono due capitelli: uno raffigurante una donna seduta su un fuoco acceso (15) ed un uomo con una strana unghia al posto del fallo (16) a ricordare la leggenda dello strano voto e della scommessa persa I due anziani ed il loro voto ci introducono ad un altro edificio storico del Rivus Altus, ovvero il palazzo dei Camerlenghi (18) edificato tra il 1525 ed il 1528 su progetto di Guglielmo Dei Grigi (citato spesso anche come da Bergamo o Bergamasco ndr) fu uno dei primi esempi europei di palazzo pubblico per il numero di magistrature che all’interno assolvevano ai loro compiti tra le quali i Camerlenghi, i Consoli dei Mercanti ed i Sopraconsoli dei Mercanti. La facciata che insiste sul Canal Grande (19) è costeggiata dalla Fondamenta de la Preson perché il piano terra del palazzo ospitava le carceri per i debitori nelle quali veniva rinchiuso chi non onorava debiti e pagamenti sul quale ciu illumina ulteriormente Giuseppe Tassini precisando che: “Intorno gli ultimi tempi della Repubblica, che nelle medesime, oltre i debitori, scontavano la pena i rei di picciole trasgressioni, e vi si sostenevano provvisoriamente anche i delinquenti maggiori fino all’epoca in cui venivano altrove trasportati”. Tutt’oggi il Palazzo dei Camerlenghi assolve a sede della Corte dei Conti, mantenendo in un certo qual modo, ben cinque secoli dopo, la sua funzione originaria.

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Essendo sede di mercati, uffici e botteghe artigiane va da sé che a Rialto vi fosse la maggiore concentrazione di osterie di Venezia, visto che le osterie erano utilizzate anche come luoghi di incontro per concludere affari e su questa usanza vi è una folta letteratura che racconta numerosi episodi che hanno “contaminato” anche le commedie del grande Carlo Goldoni che attingeva i

17 suoi soggetti dalla quotidianità veneziana ricavandone gustose scene. Tra le osterie merita sicuramente una citazione quella della Campana nell’omonima calle, aperta nel 1341 ed appartenuta anche a quel Marin Sanudo, cronista del periodo rinascimentale della città lagunare, a convermarlo vi è un documento datato 1513 More Veneto (quindi 1514 ndr) che dichiara: “Io Marin Sanudo, fo di missier Lunardo, vi corsi per aver parte in l’hostaria di la Campana, di la qual trago el viver mio, et paga di fito duch. 250, oltre le boteghe da basso”, l’osteria è citata anche nel testamento di Sanudo redatto nel 1533. Delle antiche osterie realtine dei tempi della Veneta Repubblica ve ne sono alcune che, sfidando i secoli e la barbarie dei turisti, continuano la tradizione tra le quali la Cantina Do Spade, la Cantina Do Mori e l’Antico Dolo. Rialto ai tempi nostri soffre del sistematico assalto di un turismo selvaggio che mette quotidianamente a repentaglio l’integrità del suo patrimonio storico, orde di turisti mordi e fuggi che non portano alcun beneficio all’economia dell’area, intenti a scattarsi selfie sullo storico ponte o a bivaccare nei campi scambiando vere da pozzo artistiche e vecchie di secoli per panchine o lasciando dietro di se quintali di immondizie, residui dei pranzi al sacco consumati velocemente. L’auspicio è che l’amministrazione cittadina metta regole chiare e stringenti a tutela di Rialto e delle altre aree oramai degradate di Venezia che subiscono quotidianamente la violenza del turismo, investendo in risorse umane per fare in modo che queste regole vengano rispettate. Giovanni Veronese

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S. GIORGIO INGANAPOLTRON

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VIAGGIO TRA I BORGHI VENETI CONCORSO BORGO DEI BORGHI 2018 VOTA SAN GIORGIO sul sito www.kilimangiaro.rai.it Il borgo forse più caratteristico della Valpolicella è San Giorgio, in comune di Sant’Ambrogio. Fa parte dell’Associazione dei borghi più belli d’Italia, e non senza ragione. La sua bellezza è legata essenzialmente a due fattori: anzitutto la posizione su un’altura decentrata rispetto alle colline circostanti e quindi belvedere d’eccezione sulla pianura e sul Benàco meridionale; in secondo luogo, il fatto di vantare la presenza del monumento sacro più importante della Valpolicella, la pieve longobarda - romanica di San Giorgio che, secondo alcuni studiosi, potrebbe essere la chiesa più antica del Veronese. Un’ipotesi, questa, suffragata da alcuni indizi concreti: la facciata orientata in origine a levante (oggi è ad occidente) che rappresenta un legame con la sacralità pagana e la presenza al suo interno di un prezioso ciborio ritenuto dell’anno 712. In parte ricostruito, il ciborio opera di maestro Orso e dei suoi collaboratori Gioventino e Gioviano e rappresenta un documento di grande importanza storica oltre che un’opera d’alto interesse artistico. Ricordiamo, infine, la presenza del pittoresco chiostrino che si collega stilisticamente alla chiesa ed è databile al XII secolo. In esso si trovano vari frammenti epigrafici rinvenuti nelle vicinanze. Il curioso appellativo di “inganapoltron”, attribuito al colle su cui sorge il paese di San Giorgio, vorrebbe significare, secondo alcuni studiosi, “sulla pietraia, in mezzo alle cave”. Nella tradizione popolare, invece, il nome starebbe scherzosamente a sottolineare la non lieve distanza che dovevano coprire quanti un tempo vi si recavano a piedi dalla pianura. Cuore del borgo è la chiesa di San Giorgio intorno alla quale si sviluppa il centro abitato con le sue case in pietra, contesto ideale per ospitare rievocazioni storiche, concerti, rassegne culturali e artistiche, eventi legati alla tradizione, alla lavorazione del marmo, alla coltura della vite. Davvero unica è l’atmosfera che si gode dal belvedere presso la piazzetta del paese. Aperto verso ovest consente, soprattutto nelle belle giornate invernali, di assistere allo spettacolo indimenticabile del sole che sembra tuffarsi direttamente nelle acque del Lago di Garda che da San Giorgio si vede, seppur di scorcio, in tutta la sua larghezza, penisola di Sirmione compresa. BORGO DEI BORGHI 2018 Sarà San Giorgio,, a rappresentare il Veneto nel concorso indetto dalla nota trasmissione televisiva Kilimangiaro per eleggere il “Borgo dei Borghi” 2018. “La scorsa edizione abbiamo conquistato con l’incantevole Arquà Petrarca il secondo gradino del podio – sottolinea l’assessore regionale al turismo, Federico Caner – e quest’anno il Veneto ripropone una candidatura forte, un luogo di grande suggestione, ricco di storia, di richiamo culturale, ambientale ed enogastronomico. Il mio invito ai veneti è come sempre quello di non limitarsi a fare il tifo per il nostro borgo, ma anche di votarlo e farlo votare. Un ‘in bocca al lupo’ a San Giorgio e all’amministrazione comunale di Sant’Ambrogio di Valpolicella, impegnata nella raccolta di consensi per il proprio gioiello storico e architettonico”. Il vincitore verrà decretato attraverso una votazione che terrà tra il 25 febbraio e il 18 marzo 2018: in tale lasso di tempo sarà possibile votare San Giorgio accedendo al sito www.kilimangiaro.rai.it. Qui si aprirà una finestra con la scritta “vota” e dopo essersi registrati si potrà espri-

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VENETOVOGUE LE TERRE ENOICHE LA RISCOPERTA DELLA TRADIZIONE

LA VALPOLICELLA

Una storia di “Studi più recenti coltivazioni eroiche sui collegano l’origine ripidi terreni strappatti etimologica al termine alla montagna, i pollone (in latino famosi terrazzamenti “pollus”), cioè ai fertili sospesi aiefianchi depositi di sabbiadetti della montagna, ricchi di germogli e di Masiere. vegetazione......

Gli amici del Nostrano del Brenta diLa CRISTIAN BERTONCELLO terra dei “molti frutti” di EUGENIO CIPRIANI

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olti di coloro - e sono i più - che della Valpolicella conoscono soltanto il marchio vinicolo, sono portati a credere che questo termine indichi una vallata sola. Invece le valli sono tre e ben distinte l’una dall’altra. Il nome Val Polesela appare per la prima volta in un documento ufficiale nella seconda metà del secolo XII. E’ un decreto datato il 24 agosto 1177 e porta il sigillo di un celebre personaggio storico: Federico Barbarossa. L’etimologia del nome Valpolicella è ancora incerta. Varie sono state nei secoli le interpretazioni. Gli umanisti ne cercarono la spiegazione nella lingua greca: alcuni tradussero il termine “Policella” in “dai molti frutti”; altri optarono invece per “molto splendida” o “molto beata”. Ogni interpretazione ben si addice alle caratteristiche di questa terra. Studi più recenti collegano l’origine etimologica al termine pollone (in latino “pollus”), e cioè ai fertili depositi di sabbia ricchi di germogli e di vegetazione.

Incerti sono soprattutto i confini verso monte, dove manca un limite naturale e ben definito fra la Valpolicella ed i Lessini propriamente detti. Tuttavia, seguendo un criterio solamente geografico, è possibile indicare come confine settentrionale lo spartiacque dell’alta Val di Fumane fino al Monte San Giovanni, includendo così nella Valpolicella il territorio di Breonio e di Cona, ad esclusione invece di quello di Sant’Anna d’Alfaedo.

I confini storico-geografici Col nome unico di Valpolicella si indicano le tre vallate dei progni (torrenti) che scendono dai Lessini ad occidente di Verona e quindi, da ovest ad est: il progno di Fumane, di Marano e di Negrar. Naturalmente sono compresi anche i rilievi montuosi che separano tra di loro le tre valli ed è pure compresa quella larga fascia d’alta pianura terrazzata che, dalla Chiusa di Ceraino fino a Parona, accompagna l’Adige lungo la sponda sinistra. Varie furono le ragioni storiche che concorsero a formare l’unità geografica della Valpolicella e, per questo motivo, i limiti si presentano in alcuni punti piuttosto incerti perché cambiarono molto da periodo a periodo e da una dominazione all’altra.

I confini della zona di produzione del Valpolicella D.O.C. Se poi, anziché di Valpolicella come area storico-geografica s’intende la Valpolicella come zona di produzione dell’omonimo vino, allora bisogna parlare di un territorio che copre praticamente tutta la fascia pedemontana della provincia di Verona. La zona di produzione del Valpolicella D.O.C., oltre alle tre citate valli di Fumane, Marano e Negrar, comprende infatti anche la Valpantena, la Val Squaranto e quelle di Illasi e Tramigna. Più precisamente, il “Disciplinare di produzione” suddivide la Valpolicella in tre zone ben distinte: la zona Classica; la zona Valpantena, con le valli di Squaranto e di Mezzane; l’Est veronese, con le valli di Illasi e di Tramigna.

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Ad oriente il confine naturale è più chiaramente determinato in quanto corre sullo spartiacque dei monti San Giovanni, Loffa, Tesoro, Comune e Tondo – che separano la Valpolicella dalla Valpantena – e, più in basso, lungo i crinali dei monti Sarte e le Sassine, raggiungendo infine l’Adige a Parona. Da questo paese fino alla Chiusa di Ceraino il fiume segna il confine meridionale ed occidentale della Valpolicella, il cui confine geografico è completato sul versante atesino dal crinale dei monti Pastello e Pastelletto, fin oltre Breonio.


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VENETOVOGUE IL RECUPERO DELLE MASIERE LA VALPOLICELLA

La Valpolicella classica La zona “classica” di produzione del Valpolicella è formata da cinque distinte aree geografiche ciascuna delle quali in grado di produrre vini ben caratterizzati. 1) L’areale di Sant’Ambrogio di Valpolicella. La superficie coltivata a vite è diffusa sia nella zona pianeggiante (40%) che in quella pedemontana (60%); l’altitudine media dei vigneti è di circa 180 metri s.l.m. e varia dai 120 metri ai 450 metri della frazione di Monte. I suoli, di origine sedimentaria, sono calcarei. Per quanto riguarda l’esposizione, circa il 30% dei vigneti è rivolto ad est, il 20% ad ovest e quasi il 50% a sud. I vini risultano molto tipici, di acidità contenuta, dall’ottima struttura e tenuta nel tempo. 2) L’areale di San Pietro in Cariano. E’ il comune che chiude a sud la Valpolicella classica e confina a nord con i Lessini. Pur essendo prevalentemente pianeggiante presenta alcuni rilievi collinari, il più importante dei quali è Castelrotto (172 metri s.l.m.). I suoli di quest’area sono di origine alluvionale. I vigneti sono esposti per la maggior parte a sud-est, ma non mancano quelli a nord. I vini sono caratterizzati da una buona struttura e da note speziate e balsamiche. 3) La vallata di Fumane. In questa zona i vigneti si collocano per il 60% nella fascia pedemontana e per il restante 40% in collina con un altitudine media di 200 metri. Anche qui i terreni sono costituiti da rocce calcaree stratificate. La Valle di Fumane esprime vini “corposi” e dal leggero residuo zuccherino, con note floreali, morbidi e di buona longevità. 4) La Vallata di Marano. La parte bassa della vallata, comprendente la frazione di Valgatara, è una delle aree viticole più sviluppate; nelle zona collinare, dove a seconda dei versanti i vigneti sono esposti a sud-ovest ed a sud-est, si incontrano suoli costituiti da vulcaniti basaltiche, denominati “Toari”. Nella valle di Marano la prevalente collocazione dei vigneti ad un’altitudine compresa fra i trecento ed i quattrocento metri s.l.m. implica forti escursioni termiche autunnali, ma produce vini di eleganti dai sentori di ciliegia e prugna secca, di elevata intensità aromatica e di buona acidità. 5) La Vallata di Negrar. In questa vallata la parte pianeggiante, che inizia da una quota di circa 90 m. s.l.m., è caratterizzata da suoli argillo-limosi. La zona collinare delimita la vallata con le due dorsali, una ad est ed una ad ovest. E’ una valle che offre vini eleganti, di grande struttura, sapidi e dall’ampio potenziale d’invecchiamento. Usciamo ora dalla zona classica di produzione e prendiamo in esame la zona del “Valpolicella D.O.C.” che, come già accennato, comprende la Valpantena, con le valli Squaranto e di Mezzane, e l’Est veronese, con le valli di Illasi e di Tramigna. 1) La Valpantena Questa vallata, che prende il nome dall’omonimo progno, si caratterizza per un’elevata biodiversità. Accanto alla vite troviamo le colture, sempre tradizionali, di ulivo e ciliegio che, oltre a migliorare la coltivazione della vite, rendono il paesaggio più vario. In quest’area la viticoltura si concentra nella fascia pedemontana e nelle piccole valli laterali moderatamente inclinate che ben si adattano alla coltivazione della vite. Il clima della Valpantena presenta notevoli escursioni termiche tra giorno e notte. La prolungata esposizione giornaliera della valle al sole consente una maturazione delle uve anticipata ma anche ottima. Tutte caratteristiche, queste, che danno luogo a quelle note speziate e minerali che bene distinguono le sue uve da quelle delle altre vallate della Valpolicella. Ed è per questi motivi che all’interno della “Denominazione di Origine Controllata Valpolicella” è ufficialmente riconosciuto alla Valpantena lo status di vero e proprio “cru”. Vallata lunga e stretta, la Valsquaranto è caratterizzata anch’essa, come la Valpantena, da un progno principale con diverse diramazioni secondarie. Vi si riscontrano due tipi di paesaggio: a nord di Montorio e sulle colline limitrofe l’ambiente è secco e con scarsi corsi d’acqua superficiali, mentre la piana verso est, lungo le fosse Murara e Zenobria, è bagnata da canali e risorgive che rendono più verde e fertile la campagna.

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GLI AMICI DEL NOSTRANO

Visite alla manifattura dove il tabbacco viene sapientemente lavorato a mano dalle sigaraie, fumate di degustazioni, escursioni tra i sentieri un tempo solcati dai contrabbandieri e collaborazioni storiche e artistiche sono alcune delle attivita’ svolte dagli Amici del Nostrano.


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VENETOVOGUE LE TERRE ENOICHE DEL VENETO LE TERRE ENOICHE In quest’area la viticoltura è collinare (all’incirca all’80%) e le due tipologie di substrato più diffuse sono la Scaglia rossa ed il Biancone.

l’altezza di oltre mille metri e degradanti verso la pianura. Il ghiacciaio dell’Adige depose dapprima un’ampia conoide ed in seguito scavò in essa un profondo solco formando il terrazzo che da Domegliara, lambendo il rilievo del Montindon, proseguendo verso Castelrotto ed Arbizzano, giunge fino a Parona. Nel Quaternario, comunque, oltre a comuni fenomeni di erosione morfologica non si verificarono mutamenti geologici di tipo strutturale. A tutt’oggi i processi geologici non si sono arrestati sulle nostre rocce: acqua, vento, sole, gelo, vegetazione ed ora da pochissimo tempo, se considerato in relazione ai periodi geologici, anche l’uomo, contribuiscono di giorno in giorno a mutare l’aspetto di questi millenari rilievi collinari.

SANTUARIO DI MONTE BERICO

Il fulcro dello spazio simbolico è la statua della Mater Misericordiae, realizzata nel primo Quattrocento probabilmente per la chiesa vicentina di San Marcello. La scelta del soggetto – la Vergine che accoglie sotto il suo manto i devoti in preghiera – è legata alla spiritualità della Fraglia dei Battuti

2) L’Est veronese, con le valli di Illasi e di Tramigna. La Val d’Illasi è una delle maggiori vallate lessiniche, oltre che la più lunga. Il corso del torrente che la percorre la divide in una porzione orientale ed in una centrooccidentale. In questa zona i Lessini costituiscono un altipiano caratterizzato da una debole inclinazione verso meridione con una pendenza media dal 2% fino al 4% con frequenti terrazzi. In Val d’Illasi e nella vicina e parallela Val Tramigna (che è la più orientale fra quelle in cui si produce il Valpolicella D.O.C.), prevalgono i suoli cartonatici. I vini sono di colore intenso, hanno una buona struttura ed una certa morbidezza, qualità accompagnate da forti e persistenti sensazioni speziate, di fragola e di frutti di bosco.

Il clima In tutta la Valpolicella, nel complesso dell’anno, il clima è prevalentemente buono, inteso nel senso di mite e non eccessivamente piovoso. Lo è però in modo particolare durante la stagione invernale. Godendo dell’ottima Origine del territorio protezione dei Lessini a nord, e di felici Il paesaggio della Valpolicella (sia “classica” esposizioni collinari e di fondovalle a sud, il che “D.O.C.”) è prevalentemente collinare, clima di questa “Contea” si avvicina molto a con morbidi declivi e spartiacque a quote quello mediterraneo. basse, ed è dominato pressoché ovunque A testimonianza di ciò nelle zone pedecollinari dai vigneti, quasi sempre coltivati a pergola. e di bassa e media collina troviamo, specie di ANDREA VICENTINI Le caratteristiche geologiche e climatiche presso i terreni coltivati a vite e ciliegio, di questo territorio, unico ed estremamente piante mediterranee come olivi e cipressi, ma sonopoco alla grande anche mandorli, peschi e melograni cui primo millennio, la fichi, chiesa, il convento e l’ospizio di San onte Berico èvariegato, un colle, alto piùbase di 100della originalità e tipicità dei suoi vini. si accompagnano, nei luoghi più soleggiati metri s.l.m., che rappresenta la parte più Giorgio. Al di là delle leggende che circondano le origini di La del storia geologica inizia dai venti, che il rosmarino, salvia, chiesa,eilriparati primo documento abbiamo inlaproposisettentrionale complesso deidella Colli Valpolicella Beri- questa nell’Era secondaria lungo il timo, ecc. La vegetazione spontanea privilegio del 983[5], il quale attesta che il vescovoè ci, situato a poca distanza dal centro(Mesozoico), storico to è un lasso di tempo (circa 150 milioni d’anni) di rappresentata invece dall’alloro, dal frassino, di Vicenza e sovrastante la città. Sulla sua sommità sorge Rodolfo in quell’anno restituì ai benedettini del monastero prevalente sommersione delle terre con esteso dall’albero di Giuda, dalla roverella, dalla il santuario della Madonna di Monte Berico, patrona della dei Santi Felice e Fortunato, insieme con il possesso e i diritdominio dei mari. In quest’epoca, in realtà, la farnia, dal pungitopo, ecc.. ti su altri territori, il vantium (cioè un terreno acquitrinoso) città e della diocesi. Valpolicella, così come la LessiniaSancti e le Alpi più viindicate per una visita Georgi Le cumstagioni capella. Essi si insediarono con l’obietin genere, non esistevano ancora ma erano turistica alla “Splendida Contea” ed alle altre Non siamo in possesso di documenti o reperti archeologi- tivo – come in molte altre zone del vicentino - di bonificain lento, progressivo divenire. Cinquanta zone di produzione del Valpolicella D.O.C. ci relativi a luoghi di culto o insediamenti umani su Monte re la zona paludosa e probabilmente costruirono anche un o sessanta milioniche d’anni imponenti sonoai comunque la dovevano primaverafermarsi e l’autunno destinato viandanti che fuori Berico in epoca antica. Possiamo solo supporre vi fossefa’ ospizio mutamenti nella struttura della crosta e, naturalmente, l’estate, specie se oltre alla qualcosa, in quanto nell’antichità i colli e i promontori vici- città. terrestre legati alla formazione di nuove terre Valpolicella si vuole estendere la conoscenza ni alle città erano spesso coronati da un santuario o da un l’inizio di di un unatempietto nuova fase Dopo geologica: di questo territorio anche alla Lessinia. la dedizione della città alla Repubblica di Venezia, tempio. Gli storici vicentinisegnano hanno parlato l’Era terziaria. ad Apollo e a Diana collocato a protezione della “Vicetia” questa provvide a rafforzarne le difese racchiudendo, tra E’ in questo chesufficienti si formano e sil’altro, sollevano Considerazioni sul territorio di il Borgo di Berga entroconclusive una cinta muraria, che alle romana sulle pendici del colle, ma nonperiodo abbiamo le grandi catene montuose, mentre a migliaia produzione del Valpolicella D.O.C. elementi per affermarne la veridicità, probabilmente per- pendici di Monte Berico si apriva con due porte, rispettivasi aprono bocche di vulcani. Sempremente in questa Come aabbiamo visto, Porta Monte est e Porta Lupialead diverse ovest; il vallate Monte ché i reperti andarono dispersi o perduti[2]. fase, la cui durata viene calcolata però intorno ai risultano caratterizzate da situazioni georestò sempre al di fuori delle mura e non venne fortisessanta milioni d’anni, morfologiche spesso sono ficato. Solo intorno al 1480 un piccolopeculiari, castello fuma costruito È sicuro invece che su Monte Berico vi furono luoghiha diinizio cul- l’emersione delle sedimentazioni dal fondo del mare nel comunque accomunate da un’elevata to durante il Medioevo. Alle monache benedettine di San sull’area dell’antica chiesa di San Pietro in Monte. quadro dell’imponente di tutto attitudine alla coltivazione della vite. Pietro apparteneva una chiesa, pure essa dedicata corrugamento a questo l’arco alpino (orogenesi). In virtù della vicinanza e della si pensò a più riprese geografica - Bartolomeo d’Alsanto, edificata nel punto più alto del tratto in cui, più tardi, A onor del vero A circa un milione d’anni dalla nostra reciproca influenza culturale tra queste valli, furono costruite le Scalette[3]. Durante il XIV secolo essa fu viano agli inizi del Cinquecento, poi il Duca d’Urbino e il attuale epoca risale- infine l’inizio dell’ultima la metà viticoltura presenta tratti molto simili. Sanmicheli alla del secolo[6] - alla costruzione di mura sede dei Cavalieri della Beata Vergine Gloriosa detti anche era geologica, il Quaternario, un’era In tutta l’area trovano ampio varietà della città ma, Cavalieri Gaudenti - e venne distrutta durante la guerra del- che inglobassero una parte del colle a difesa spazio contrassegnata da ripetute glaciazioni con come la Corvina, il Corvinone, la Rondinella e, dapprima la guerra di Cambrai, poi l’opposizione dei prpla lega di Cambrai[4]. enormisi trovavano, colate dialla ghiaccio in misura la Molinara. delle armi da prietari vicentini, forseminore, anche l’evoluzione Alla base occidentale del Monte fine del raggiungenti

Vicenza e la devozione a Mater Misericordiae

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VENETOVOGUE SANTUARIO DI MONTE BERICO LA VALPOLICELLA Anche la forma di allevamento di questi vitigni, cioè la tradizionale pergola veronese, è simile in tutta la zona di produzione del Valpolicella D.O.C. ma si trovano pure numerosi impianti “a spalliera”. Come emerge dal quadro che abbiamo tracciato sino ad ora, il territorio della D.O.C. Valpolicella è composto da un’eterogeneità di ambienti molto vasta e per questo l’uva (e, di conseguenza, il vino) prodotto nelle diverse aree proviene da un ambiente unico che scaturisce dall’interazione suolo-clima che, come abbiamo visto, è segnata da una forte variabilità all’interno delle stesse vallate. Il vino principe della Valpolicella, vale a dire l’Amarone, non si declina in un’unica variante, quanto piuttosto in molteplici interpretazioni, ciascuna delle quali con peculiarità proprie quasi fosse un piccolo microcosmo, espressione poliedrica di un territorio unico e straordinario fatto di humus, sassi e vigne che l’opera dell’uomo ha reso nei secoli ineguagliabile.

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VENETOVOGUE LE ECCELLENZE DELLA VITICOLTURA SANTUARIO DI MONTE BERICO VENETA

CONSORZIO VINI VALPOLICELLA

A fronte di tanti progetti realizzati, il Consorzio ora è pronto a nuove sfide sia sul piano della promozione del prodotto che della sua continua riqualificazione sul piano della qualità Olga Bussinello e delle tecniche di Chiesa di San Giorgio in Gogna a Vicenza, La Madonna appare a Vincenza produzione.

Intervista a Olga Bussinello di EUGENIO CIPRIANI

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uando si è di fronte ad un prodotto eccezionale, unico al mondo ed universalmente apprezzato, il minimo che si possa fare è creare un consorzio che ne tuteli il marchio e, ovviamente, la qualità. Ma non basta. Se ciò poteva essere sufficiente sino alla fine del secolo scorso, nel Terzo millennio, con la concorrenza sempre più spietata dei prodotti europei e, negli ultimi tempi, di alcuni Paesi extraeuropei emergenti nel settore, bisogna fare molto di più. Bisogna occuparsi in misura Chiesa di San Giorgio in Gogna a Vicenza, La Madonna appare a Vincenza maggiore della promozione e della internazionalizzazione del prodotto, bisogna accrescerne la qualità anche attraverso lo studio e l’applicazione di pratiche vitivinicole moderne ed ecocompatibili e bisogna creare una coesione sempre più forte fra i produttori che devono sentirsi seguiti e tutelati. In più, ovviamente, occorre promuovere, assieme al vino ed al marchio anche l’immagine turistica del territorio, un territorio che, tanto dal punto di vista storico quanto ambientale, non è meno straordinario del prodotto. In sintesi, quindi, sono questi gli ambiti di azione del Consorzio per la Tutela dei Vini Valpolicella, con un’operatività che spazia praticamente 365 giorni all’anno. A capo di una struttura dai compiti così vasti e complessi non può che esserci una persona determinata e competente. Come l’attuale direttrice, Olga Bussinello. Innamorata del proprio lavoro e della propria terra (la Valpolicella, naturalmente) ma anche donna preparatissima, energica e pure affascinante, cosa che non guasta mai, Olga Bussinello è arrivata al Consorzio dopo una laurea in diritto internazionale, esperienze nella pubblica amministrazione ed alla Coldiretti di Roma. “Avevo iniziato a conoscere Chiesa di San Giorgio in Gogna a Vicenza, La Madonna appare a Vincenza

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il mondo dell’agricoltura - racconta Olga Bussinello - ai tempi dell’Università studiandone le normative; lavorando poi nella pubblica amministrazione ho imparato ad organizzare convegni, manifestazioni, eventi, ecc., mentre con il Consorzio sono entrata finalmente a contatto anche con il mondo della produzione e, devo dire, è stato un approccio molto stimolante. Il primo progetto che ho realizzato, iniziando nel 2010, è stato il rinnovamento in chiave sostenibile delle buone pratiche agronomiche in vigneto, ma ho cercato anche di sviluppare progettualità legate alla conoscenza del prodotto sui mercati esteri e, contestualmente, al supporto dell’internazionalizzazione delle piccole e medie aziende che rappresentano il 40% del nostro tessuto imprenditoriale.” Sino a qualche tempo fa, prima che Olga Bussinello ne assumesse la guida, il Consorzio seguiva i ritmi ed i tempi dell’agricoltura, con lunghe pause nel periodo invernale e primaverile. “Era un modo di operare assolutamente anacronistico – dice sempre la Direttrice del Consorzio – ed inaccettabile per un marchio presente in 90 Paesi esteri e che deve confrontarsi con le principali produzioni vinicole mondiali, il che significa una concorrenza enorme ed agguerrita.” A fronte di tanti progetti realizzati, il Consorzio ora è pronto a nuove sfide sia sul piano della promozione del prodotto che della sua continua riqualificazione sul piano della qualità e delle tecniche di produzione. “Fra i progetti presenti e da realizzare nell’immediato futuro – continua Olga Bussinello – vi è anzitutto il consolidamento della nostra presenza nei mercati-motori attraverso la collaborazione con le aziende


ECCELLENZEVENETE CONSORZIVENETI

VENETOVOGUE VENETOVOGUE CONSORZIO VALPOLICELLA SANTUARIOVINI DI MONTE BERICO

presenti focalizzandoci soprattutto sul consumatore finale (pensiamo specialmente al mercato in Canada e negli USA) e, in secondo luogo, lavorare come denominazione in mercati emergenti quali l’Ucraina e la Cina.” Resta comunque prioritaria, sono sempre parole della Direttrice, “la necessità di far ripartire il mercato interno che attualmente langue, ma per ottenere questo risultato occorrerà uno sforzo congiunto sia da parte nostra che da parte della grande distribuzione e della Ho.re.ca (HotellerieRestaurant-Café)”. Il Consorzio è poi molto attivo pure nella valorizzazione del territorio attraverso collaborazioni con le amministrazioni locali per promuovere il turismo enologico, possibilmente attraverso attività eco-sostenibili come percorsi a piedi o in bicicletta. Chi fosse interessato a saperne di più sul Consorzio può digitare www.consorziovalpolicella.it/it oppure www. consorziovalpolicella.it/it. Per avere invece un contatto “dal vivo”, niente di meglio allora che visitare gli stand di “Anteprima Amarone Cinquantenario” che si terrà dal 3 al 5 febbraio alla Gran Guardia (per info digitare www. anteprimaamarone.it) I TRE PROGETTI “IN FIERI” DEL CONSORZIO 1) RRR L’impegno del Consorzio per la Tutela dei Vini Valpolicella per raggiungere l’eccellenza in vigna passa anche dalla sostenibilità e dal benessere per il territorio. In questa direzione va il programma “RRR”, acronimo per “ Riduci, Risparmia, Rispetta”, che certifica la tutela ambientale da parte delle aziende grazie all’adozione di tecniche innovative in vigneto e di tutela del paesaggio. Il Protocollo è nato, infatti, oltre che per rispondere alle esigenze di quei consumatori che chiedono un vino sempre più “pulito” e, allo stesso tempo, degli abitanti della Valpolicella che giustamente esigono una viticoltura a basso impatto ambientale. 2) UNESCO Il Consorzio Tutela Vini Valpolicella ha avviato il processo di candidatura per inserire la tecnica dell’Appassimento delle uve destinate ad Amarone e Recioto nell’elenco del Patrimonio dei Beni Immateriali protetti dall’UNESCO. Avviare in Valpolicella una simile iniziativa significa mettere al centro di ogni ipotesi progettuale e di sviluppo del territorio il patrimonio culturale e, al tempo stesso, farne la struttura che connette istanze eterogenee, matrice unitaria che può ricucire e armonizzare divergenze di breve e lungo periodo. 3) INTERNAZIONALIZZAZIONE Kiev, New York, Hong Kong e Vancouver sono le ultime quattro tappe estere del Consorzio Vini Valpolicella, che chiuderanno un anno interamente dedicato all’internazionalizzazione della DOC e alla promozione nei principali mercati del vino. Protagoniste di questo percorso condiviso, le oltre 100 aziende che con la loro professionalità, sono state e saranno le ambasciatrici di qualità e stile firmato Valpolicella. Tre i continenti toccati da inizio anno, dove sono stati organizzati eventi, fiere, oltre a seminari per operatori del settore e stampa in più di 10 città differenti (Zurigo, Dusseldorf, San Francisco, Los Angeles, Londra, Varsavia, Vancouver, Toronto e Praga).

Chiesa di San Giorgio in Gogna a Vicenza, La Madonna appare a Vincenza Pasini e protegge i vicentini dalla peste, Pala di Giambattista Maganza il Giovane.

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VENETOVOGUE I PRODUTTORI DI VINO DELLA VALPOLICELLA

AZIENDA SCRIANI

VIA PONTE SCRIVAN, 7 FUMANE (VR) WWW:SCRIANI.IT

Il nome dell’azienda deriva da Scrivan, splendida località della vallata di Fumane nel cuore della Valpolicella. Qui ha sede l’azienda e qui anticamente erano presenti i dotti scrivani, in dialetto chiamati appunti scrivan. Una particolarità dell’azienda è l’utilizzo di legni diversi, austriaci, francesi, italiani ed americani, che valorizzano al massimo ogni prodotto in base alle caratteristiche specifiche di ogni annata. Altro fatto apprezzabile per gli estimatori del buon vino è la vendita di diverse annate dei vari vini, Ripasso ed Amarone ad esempio, dopo molti anni di riposo in bottiglia.

Nel cuore della Valpolicella Stefano Cottini coltiva la vite per mantenere vive le antiche tradizioni di famiglia

L’Azienda agricola “Scriani” si trova nel paese di Fumane nel cuore della Valpolicella Classica e i principali vigneti di proprietà sono situati su una bellissima collina denominata “Monte S.Urbano” ed est e “La Costa” ad ovest. Dal punto di vista agronomico la composizione dei terreni e’ di medio impasto con decise componenti di calcari grigi e oceanici e tufi basaltici particolarmente adatti a vigneti destinati a produzioni di altissima qualità. Da generazioni si tramanda da padre in figlio la sapiente opera contadina della coltivazione della vite e della vinificazione, condotta secondo metodi tradizionali. I poderi “Ronchiel”, “Mandolari”, “Bosco”, “Carpanè”, “Tondin”, “La Costa” e altri piccoli appezzamenti contengono viti di età compresa tra 9 e 40 anni, con sesto di impianto tradizionale ed allevate a pergola (semplice e doppia), sistema che permette una densità di circa 3.000 piante per ettaro. La gestione dei vigneti rispetta l’equilibrio ambientale, senza ricorrere a forzature idrico-alimentari e conservando le aree boschive limitrofe: la produzione infatti è di circa 8/10 tonnellate di uva per ettaro. Anche le cure colturali che vanno dalla potatura alla raccolta sono fatte a mano secondo i concetti della migliore e consolidata tradizione viticola

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I VINI DELL’AZIENDA Soave DOC Vino Spumante di Qualità – Metodo Classico Brut Pinot grigio Lugana Custoza Carpanè Recioto della Valpolicella Valpolicella Classico Valpolicella Classico Superiore Valpolicella Ripasso Classico Superiore Amarone della Valpolicella


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VENETOVOGUE LE ECCELLENZE DELL’AGRICOLTURA VENETA

TENUTA LA SPIGA

In un contesto paesaggistico ancora incontaminato, particolarmente ricco di corsi d’acqua di risorgiva e di una sorprendente natura, la Tenuta si inserisce in perfetta armonia con il territorio: rispetto e tutela dell’ambiente, salvaguardia della flora e della fauna autoctona sono criteri fondamentali su cui si basa l’etica di questa azienda. La tenuta “La Spiga” è diventata un’azienda di riferimento nella coltura delle noci da frutto, grazie a pratiche agronomiche ecocompatibili, attenzione per i temi della sicurezza alimentare, meccanizzazione specifica e professionalità del personale. L’impianto del noceto di varietà francese Lara, si presenta al visitatore con maestosità per la sua estensione di circa 90 ha e per il meticoloso studio con il quale è stato realizzato. La varietà Lara si distingue dalle altre varietà americane e italiane per tre fondamentali caratteristiche: la forma rotonda, il calibro superiore e l’eccellente qualità del gheriglio. Sesto d’impianto I filari di noci vengono potati durante l’inverno e sono provvisti di un impianto d’irrigazione sottochioma per aspersione. Tra i filari è stato seminato un manto erboso per favorire la lavorazione di raccolta e per garantire le caratteristiche del prodotto in caso di pioggia. Particolare attenzione è posta alla concimazione del terreno, al controllo di malattie e del ph del terreno. Raccolta Tra fine settembre e metà ottobre si può assistere alla raccolta delle noci, effettuata con moderne e veloci macchine chiamate “cantieri americani”. Il prodotto raccolto viene trasportato nel centro di lavorazione presso “Il Noceto” a Chiarano (TV). Lavorazione Qui inizia la lavorazione: controllo dell’umidità, lavaggio con acqua, asportazione meccanica del mallo, spazzolata, selezione da parte di operatrici ed infine essiccazione con controllo dell’umidità. Nel secondo reparto le noci passano attraverso una calibratrice in cui vengono fotografate per assicurare controllo di peso, colore e dimensione. In base a una scala di valori il prodotto viene successivamente confezionato. Azienda Agricola Achille Gaggia · via Sette Casoni, 4, 30020 Eraclea (VE) ITALIA tel. +39 0421 237117 info@tenutalaspiga.com www.tenutalaspiga.com

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VENETOVOGUE A VILLA CONTARINI LA FESTA DI FORMAGGI VENETI

Il Presidente Zaia: “In Europa l’ideale di agricoltura è quello delle multinazionali, il nostro quello dei prodotti tipici del territorio”. Berni (Grana Padano): “No a formaggio vegano con caglio vegetale, difendiamo la tradizione dalle mode alimentari indotte”.

CASEUS VENETI

Edizione 2017 da tutto esaurito per la piu’ importante festa dei formaggi. Grande attesa per l’edizione 2018

I

n mostra 409 formaggi prodotti da 78 caseifici provenienti da tutto il Veneto, questi i numeri che hanno segnato la 13a edizione di Caseus Veneti e che dimostrano la solidità del comparto caseario regionale. Tenutasi nella splendida Villa Contarini a Piazzola Sul Brenta (PD) la kermesse casearia ha consegnato nella mattinata di sabato le 37 medaglie d’oro, attribuite dalla Giuria tecnica . In testa nel medagliere la provincia di Treviso per numero di medaglie d’oro (16) segue Vicenza (12), Venezia (2), Verona (6) Belluno (2). In allegato il medagliere. È toccato, invece, alla Giuria Aurea Composta dalla stampa enogastronomica e critica d’Italia individuare il poker dei 4 migliori formaggi tra le 37 medaglie. A sbaragliare i concorrenti nella categoria Freschi DOP il Caseificio Menegazzi, Erbezzo (VR) con il formaggio Monte Veronese DOP (allevo) stagionatura 6 mesi, Il Piave Oro DOP di Lattebusche, Cesiomaggiore (BL) ha invece prevalso nella categoria Stagionti DOP. Nella sezione Formaggi vari premiato il formaggio Malga Vecchio del caseificio Finco Gianfranco, Enego (VI), infine merito a Malga Faggioli, Erbazzo (VR) che, con il formaggio di capra a coagulazione prevalentemente acida, ha vinto la categoria formaggi Alternativi. Assegnati dalla giuria popolare i premi ai migliori casari per l’edizione 2017: Caseificio Menegazzi in provincia di Verona (categoria Freschi DOP), Caseificio Ponte di Barbarano in provincia di Vicenza (categoria Stagionati DOP), Latteria di Conegliano in provincia di Treviso (categoria Vari) e Soc.agr. Longhin MarP & Sonia in provincia di Venezia (Categoria Alternativi).

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La manifestazione è organizzata dai Consorzi di Tutela delle grandi DOP del Veneto (Grana Padano, Asiago, Montasio, Monte Veronese, Formaggio Piave, Provolone Valpadana, Casatella Trevigiana e Mozzarella STG) con il sostegno di A.Pro.La.V (Associazione Produttori Latte del Veneto). “In questi venti anni il settore lattiero caseario ha visto passare da 43 mila a 3mila le nostre aziende, eppure noi siamo qui con sempre più formaggi in gara, sempre più qualità – ha sottolineato Terenzio Borga, Presidente di Aprolav - il 70% del nostro latte diventa formaggi DOP. In un settore dove, nell’UE del dopo quote latte, si è pensato a sovraprodurre e a stoccare latte in polvere, i nostri piccoli caseifici hanno continuato a investire nei magazzini di stagionatura. A tutti coloro che ogni anno accettano di confrontarsi in questa gara dico: nasca il marchio di qualità Caseus Veneti da mettere su tutti questi formaggi.” Un appello alla tradizionalità della lavorazione, al rispetto della storia dei formaggi veneti è arrivato dal Direttore del Consorzio Grana Padano, Stefano Berni: “I nostri formaggi tradizionali si fanno con il caglio animale, non esiste il formaggio con caglio vegetale. Non può e non deve chiamarsi formaggio. Va detto che il caglio vegetale è di due tipologie, una ricavata dalla pianta del cardo inutilizzabile per formaggi a lunga stagionatura come il Grana, perché li rende amari. L’altro, è bene che i consumatori lo sappiano, è un caglio microbico OGM. Se fosse scritto in etichetta nessuno lo comprerebbe, difendiamo la tradizione da mode alimentari indotte”. E proprio sulla chiarezza dell’etichettatura Berni ha chiesto altri passi avanti: “Il 35% della spesa alimentare avviene in pasti fuori casa, ci sono 290 mila punti di ristorazione, una tendenza in crescita. Ma nessuno di noi sa davvero cosa


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VENETOVOGUE a cura della Segreteria dell’Ass. Regionale Produttori Latte del Veneto

mangiamo, nessuna chiarezza c’è nei menù in merito. all’origine dei prodotti. Sicuramente, ce lo dicono i dati, la maggioranza del formaggio da grattugia non è né Grana né Parmigiano”. Non ha voluto far mancare la sua presenza il Governatore Luca Zaia : “Se esiste Caseus Veneti è perché abbiamo deciso di difendere l’identità del nostro territorio e la storia della nostra agricoltura. Vi dico che il vero pericolo da cui dobbiamo difenderci viene dall’Europa, dove l’agricoltura ideale è quella delle multinazionali- Lo dimostra anche la recente sentenza che rende utizzabili gli OGM”.

EDIZIONE 2017 DUE GIORNI DI DEGUSTAZIONI E COOKING SHOW APERTI AL PUBBLICO Una manifestazione sempre più coinvolgente L’ANTEPRIMA Già venerdì Caseus Veneti ha vissuto la sua anteprima con una originale sfida ai fornelli fra giornalisti enogastronomici e blogger che si sono sfidati ad Hangar78 (Pianiga) nella preparazione di piatti in grado di esaltare nel piatto le caratteristiche delle grandi DOP. Per la cronaca ha vinto la giocosa competizione Livia Fagetti di Sale&Pepe, Mondadori, in coppia con la blogger ferrarese Camilla Rossi (A Casa Camilla). ChiAMAle Chef, COOKING SHOW AL FEMMNILE Novità dell’edizione 2017 i cooking show tutti al femminile ChiAMAle Chef condotti da Adua Villa e Marco Colognese, hanno avuto come protagonisti i sette formaggi DOP e la mozzarella STG. Ai fornelli sette Silvia Moro che gestisce il ristorante Aldo Moro in località Montagnana in Provincia di Padova, Cecilia Cortese, del ristorante Rubens StubeFest di Conco (VI), dal Ristorante Podere San Giuliano di San Lazzaro di Savena in provincia di Bologna, Ery Hodaj, da Vizi&Sfizi a Montebelluna (TV) Marianna Pillan; Beatrice Simonetti chef del ristorante le Beccherie (TV) ai fornelli a partire dalle ore 12:00. Infine Cecilia Moro, Radici a (PD) e Chiara Camporese, ristorante La Porta (BO). Centinaia le persone che hanno potuto avvicinarsi all’alta cucina e degustare in esclusiva piatti di grade livello. CHIUDERE GLI OCCHI PER RITROVARE IL GUSTO, DEGUSTAZIONI AL BUIO Chiudere gli occhi per gustare davvero. Caseus Veneti ha scelto come partner la Fondazione Lucia Guderzo Onlus, che si occupa della sensibilizzazione verso le problematiche dei non vedenti, per proporre una speciale degustazione completamente al buio. Il food truck tecnologico, realizzato in la collaborazione di Irifor Trento, ha consentito una esperienza davvero unica a centinaia di ospiti. DEGUSTAZIONI E CORSI PER I BIMBI Quattro gli appuntamenti aperti al pubblico anche per le degustazioni dei grandi formaggi DOP del Veneto con il Consorzio Vini Asolo Montello, sempre da tutto esaurito. Nella giornata di domenica si sono tenuti anche i corsi per i piccoli casari, educational per bambini con Lorenzo Maggioni. TRE GIURIE AL LAVORO – La prima giuria tecnica, quella formata da un plotone di esperti assaggiatori provenienti da tutta Italia si è riunita giovedì 21 settembre per decretare le medaglie d’oro. Hanno preso parte alla giuria aurea, invece, oltre 20 giornalisti dell’ambito enogastronomico nazionale e regionale (rappresentate le più importanti testate di settore). Ma anche i visitatori hanno potuto diventare giudici per un giorno partecipando alla giuria popolare che ha premiato il lavoro dei casari. BONTA’ DA PORTARE A CASA Caseus Veneti Shop ha dato spazio al mercato delle eccellenze: non solo formaggi, ma anche birrifici, confetture grandi prodotti tipici. I Consorzi hanno potuto presentarsi all’Angolo delle DOP, mentre il mercato dei caseifici ha ospitato il mondo dei produttori. Con Forme di Solidarietà la manifestazione ha venduto diversi quintali di formaggio regalato dei caseifici: il ricavato andrà in beneficienza a Fondazione Città della Speranza e a Life Inside Onlus.

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VENETOVOGUE LE MIGLIORI AZIENDE PRODUTTRICI DI FORMAGGIO

PREMIAZIONE CASEUS VENETI Le medaglie d’oro

FORMAGGI DOP e STG 01. Asiago DOP pressato: Toniolo Casearia Spa, Borso del Grappa (TV) 02. Asiago DOP d’Allevo mezzano (4-6 mesi): Latteria di Soligo Sca, Farra di Soligo (TV) 03. Asiago DOP d’Allevo vecchio (10-15 mesi): Latteria Soc. Coop. “S. Antonio” Sca, Villaverla (VI) 04. Asiago DOP d’Allevo stravecchio (oltre15 mesi): Latterie Vicentine Sca, Bressanvido (VI) 05. Casatella Trevigiana DOP: Latteria di Soligo Sca, Farra di Soligo (TV) 06. Grana Padano DOP: Caseificio Pennar Asiago Sca, Asiago (VI) 07. Grana Padano DOP (oltre 20 mesi): Caseificio Sociale Ponte di Barbarano, Barbarano Vicentino (VI) 08. Montasio DOP fresco (2-5 mesi): Latterie Venete Spa, Vedelago (TV) 09. Montasio DOP mezzano (5-10 mesi): Latteria Di Summaga Soc. Coop. Agr., Portogruaro (VE) 10. Montasio DOP stagionato (oltre 10 mesi): Latteria Sociale Tarzo e Revine Lago Soc.agr.coop., Tarzo (TV) 11. Monte Veronese DOP latte intero (25-45 giorni): Caseificio Achille Snc, Velo Veronese (VR) 12. Monte Veronese DOP d’Allevo (6 mesi): Caseificio Menegazzi Sas, Erbezzo (VR) 13. Monte Veronese DOP d’Allevo (oltre 12 mesi): Caseificio Achille Snc, Velo Veronese (VR) 14. Piave DOP: Lattebusche Sca, Cesiomaggiore (BL) 15. Provolone Valpadana DOP (dolce): Brazzale Spa, Monte di Malo (VI) 16. Provolone Valpadana DOP (piccante): Brazzale Spa, Monte di Malo (VI) 17. Mozzarella STG: Latteria Soligo, Farra di Soligo (TV) FORMAGGI TIPICI E TRADIZIONALI 18. Morlacco del Grappa: Malga Piz – Gallina Daniele, Alano di Piave (BL) 19. Malga fresco (alpeggio 2017): Nicoli E Pozzato Soc.agr., Bressanvido (VI) 20. Malga vecchio (alpeggio 2016 e antecedenti): Caseificio Finco Gianfranco Srl, Enego (VI) 21.Formaggio affinato nelle vinacce: Latteria Sant’Andrea Società Agricola Cooperativa, Povegliano (TV)

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ALTRE CATEGORIE 22. Freschi e Freschissimi (pasta molle senza crosta): Ca’ Verde Bio Soc.coop.agr., Vallese Di Oppeano (VR) 23. Caciotta pasta molle con crosta (30gg-2 mesi, peso inferiore a 1 Kg): Caseificio Castellan Urbano Sas, Rosà (VI) 24 Latteria pasta molle con crosta (30gg-2 mesi, peso superiore a 1 Kg): Toniolo Casearia Spa, Borso del Grappa (TV) 25. Pasta molle con crosta fiorita: Latterie Venete Spa, Vedelago (TV) 26. Pasta molle con crosta lavata: Latteria Sant’Andrea Società Agricola Cooperativa, Povegliano (TV) 27. Pasta semidura (3-6 mesi): Latteria Di Conegliano Sca, Conegliano (TV) 28. Pasta dura (oltre 10 mesi): Latteria Di Conegliano Sca, Conegliano (TV) 29. Mozzarella (bufala): Azienda Agricola Tre Comuni Di Minato Eros, Istrana (TV) 29. Mozzarella (vaccina): Az. Agr. Venturin Soc. Agr. S.S., Spresiano (TV) 30. Pasta filata molle: Malga Faggioli 1140, Erbezzo (VR) 31. Pasta filata dura: Caseificio Albiero srl, Montorso Vicentino (VI) 32. Formaggi aromatizzati (pepe-peperoncino): Soc.agr. Longhin Mara & Sonia Ss, Campagna Lupia (VE) 33. Formaggi aromatizzati (erbe, fieno e spezie): La Capreria Soc.semplice Agricola, Montegalda (VI) 34. Formaggi aromatizzati (fumo o affumicati): Latteria Sant’Andrea Società Agricola Cooperativa, Povegliano (TV) 35. Formaggi erborinati: La Capreria Soc.semplice Agricola, Montegalda (VI) 36. Formaggi di capra, coagulazione prevalentemente acida: Malga Faggioli 1140, Erbezzo (VR) 37. Formaggi di capra, coagulazione prevalentemente presamica: Latteria Sociale Tarzo E Revine Lago Soc.agr.coop., Tarzo (TV) **: categoria 29 suddivisa in mozzarella bufala e mozzarella vaccina


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VENETOVOGUE LE MIGLIORI AZIENDE PRODUTTRICI DI FORMAGGIO

E’ L’ENEGO IL FORMAGGIO DELL’ALTOPIANO In un territorio alpino tra 800 e 1000 metri di altezza, a confine tra il Trentino ed il Veneto, terreno di battaglie che hanno segnato la storia, dove i pascoli verdi e profumati di erbe selvatiche si estendono tra trincee e resti di forti eretti durante la Grande Guerra dove l’aria è incontaminata, pascolano le mucche dalle quali viene raccolto un latte genuino che l’esperienza e la tradizione di esperti casari trasformano in un formaggio dal gusto dolce e saporito: l’ENEGO. Si tratta di un prodotto di nicchia, lavorato artigianalmente secondo un’antica e segreta ricetta. L’azienda che lo produce ha una storia di passione per un mestiere antico, tramandato da tre generazioni, unita ad un programma di qualità e un impegno continuo che porta a perfezionare sempre più il prodotto nel pieno rispetto della sua naturalezza, storia, e tradizione, avvalendosi anche delle moderne tecnologie. Questo formaggio non ha alcun conservante, e nasce solo da materie prime scrupolosamente selezionate, infatti tutta la filiera produttiva

- il foraggio degli animali, la raccolta del latte, la trasformazione del latte in formaggio e l’affinamento in ambienti con temperature ed umidità controllate - è monitorata con severi disciplinari produttivi. Tale attenzione e cura fanno dell’ENEGO un prodotto adatto a tutti, in particolare a bambini e anziani, proprio per la garanzia di genuinità e l’alto contenuto di vitamine e calcio. Grazie alla speciale lavorazione, il formaggio del CASEIFICIO FINCO, risulta particolarmente leggero e digeribile, adatto ad essere consumato in mille modi e si presta ad essere usato in tante ricette, dai primi ai dolci, oltre naturalmente a risultare ottimo gustato da solo con del buon pane. Una nota su come consumare i formaggi: per gustarli al meglio vanno tolti dal frigorifero almeno mezz’ora prima del loro consumo. Per quelli freschi ottimale il loro abbinamento con dei vini bianchi, per quelli stagionati si consiglia di abbinare un vino rosso e corposo. Il piacere è assicurato.

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LE MURA DI CITTADELLA

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CITTADELLA SI CAMMINA NELLA STORIA TUTTI I GIORNI DELL’ANNO. UNA PASSEGGIATA DI 2 KM A 15

MT D’ALTEZZA, SOPRA LE MURA CHE CINGONO CITTADELLA, PER UN AUTENTICO TUFFO NEL MEDIOEVO. QUESTO CAMMINAMENTO DI RONDA, DI FORMA ELLITTICA, E’ IL MEGLIO CONSERVATO D’EUROPA E INTERAMENTE PERCORRIBILE. IN ESTATE SI PERCORRE AL TRAMONTO, IN OTTOBRE DI NOTTE, ILLUMINATI DAL BAGLIORE DI FIACCOLE E CANDELE. A NATALE SUL CAMMINAMENTO RIVIVE IL PRESEPE VIVENTE

foto di Massimo Calmonte

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IL CAMMINAMENTO DI RONDA IL CAMMINAMENTO DI RONDA Rialzati a 15 metri d’altezza, il passo incede sicuro lungo il camminamento in ciottolato, protetto a destra da imponenti archi merlati e a sinistra da un possente muro di protezione. Nessun accenno di vertigine, nessuna sensazione di smarrimento: i soldati della guardia dovevano correre spediti lungo il giro di ronda destinato al controllo dei confini della città murata! Mura spesse oltre due metri e 32 torri di varie dimensioni assicuravano perfetta stabilità e ottima visibilità da ogni punto del tracciato ellittico del camminamento, come dispose il Comune di Padova che nel 1220 lo fece erigere attorno al nucleo di Cittadella. Serviva a tutelare le zone del contado dal Comune di Treviso, che poco distante aveva fondato la città murata di Castelfranco, e a controllare le ambizioni dei signorotti locali. In forma circolare, sviluppato lungo una circonferenza di 1.461 metri e sovrinteso da 4 torrioni innalzati in corrispondenza delle porte di accesso alla città, il sistema difensivo di Cittadella era costantemente sorvegliato da una ventina di soldati comandati da due podestà, uno a terra e uno sopra le mura. Oggi come allora è possibile percorrerlo interamente grazie a un’opera di restauro ventennale (culminata con l’inaugurazione dell’8 giugno 2013) che di fatto lo elegge il camminamento più lungo e meglio conservato d’Europa. Il percorso costeggia all’interno case, chiese, palazzi, giardini, monumenti, piazze e arene estive, e consente di leggere dall’alto la scacchiera cardo-decumana di epoca romana. All’esterno è cinto da un ampio fossato, un tempo alimentato da acque sorgive e pescose. Sui torrioni, elevati fino a 30 metri d’altezza, sono state poste delle terrazze panoramiche che invitano lo sguardo a spaziare sulla campagna circostante, i Colli Euganei, i Monti Berici, la Pedemontana e il Monte Grappa. I visitatori in genere percorrono l’intero camminamento di ronda in un’ora, soffermandosi sui punti più caratteristici, all’interno dei musei allestiti nelle torri di Porta Bassano e Porta Padova, arrampicandosi sul Belvedere. Un’esperienza immersiva che catapulta il pubblico addietro nei secoli, consentendo di ammirare il paesaggio e la città da punti di vista inediti e privilegiati. Un’esperienza adatta a tutti, dalle famiglie con bambini ai turisti senior, data l’ampiezza e la stabilità del percorso, alternato a scalinate in ferro allestite nei punti di breccia delle mura, ora ricostruiti. Una visita che si rende ancora più suggestiva nelle sere d’estate, quando è possibile percorrere il camminamento di ronda al tramonto, allietati da musica medievale. Oppure di notte, in occasione della Fiera Franca, l’appuntamento più atteso dell’ottobre cittadellese, quando le mura vengono impreziosite dalla luce di miriadi di fiaccole e candele. Queste passeggiate fanno da preludio alla scoperta del centro storico, a una cena tipica nei tanti ristorantini e locali serali, a un po’ di shopping nei negozi di abbigliamento e artigianato, a una sosta nel verde parco esterno, provvisto di aree gioco per bambini. Durante la bella stagione, da aprile a ottobre, è inoltre possibile noleggiare barche a motore o a remi per una gita lungo il fossato che cinge le mura, popolato da carpe, tartarughe e uccelli acquatici. Una prospettiva diversa da cui esplorare la città murata di Cittadella, non più dall’alto ma dal basso, come antichi viandanti in cerca di ospitalità.

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VISIT CITTADELLA VISITE MULTILINGUE, ATTIVITA’ DIDATTICHE, NOLEGGIO BICI E BARCHE, AREE SOSTA PER CAMPERISTI Lo IAT di Cittadella organizza visite guidate ai musei, al camminamento di ronda e al centro storico di Cittadella (Teatro Sociale, Palazzo Pretorio, Pinacoteca del Duomo) in lingua italiana, inglese, francese, tedesca, spagnola, portoghese, russa, cinese, taiwanese e giapponese. Sono previste scontistiche per gruppi e scolaresche. Propone, inoltre, attività didattiche medievali per bambini e adulti, visita ai parchi e alle ville del cittadellese, noleggio di biciclette per escursioni lungo il fiume Brenta e noleggio di barche per navigare sulle rive che circondano le mura. Disponibili anche aree di sosta per camperisti individuali o per gruppi di camper.

UFFICIO IAT CITTADELLA Porte Bassanesi, 2 Tel. 049 9404485 www.visitcittadella.it Camminamento di ronda BIGLIETTI: 5 € INTERO, 3 € RIDOTTO (over 65, bambini e studenti fino 26 anni)

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VENETOVOGUE

EVENTI E FESTE MEDIEVALI LE MURA NON CHIUDONO MAI! Sono aperte tutti i giorni dell’anno, tranne Natale, le mura di Cittadella! E con esse i musei ambientati in due delle quattro porte di accesso alla città. All’interno di Porta Bassano (che coincide con l’inizio del camminamento di ronda) si trova la Casa del Capitano, abitata un tempo dal Capitano delle Guardie. Visibili tuttoggi il camino del salone principale e il motivo a strisce verticali bicolori che fungeva da tappezzeria. Al secondo piano della Casa del Capitano trova posto un allestimento di rievocazione medievale che comprende modelli di armature datate XIII-XVI secolo e una serie di armi riprodotte fedelmente. Infine un modellino in scala del castello di Porta Bassano, come doveva apparire nel 1300. All’interno di Porta Padova si trova invece una poderosa costruzione, la cosiddetta Torre di Malta, costruita nel 1251 da Ezzelino III da Romano, dispotico dominatore della zona, come prigione per i suoi nemici. Una fortezza di triste fama date le torture inflitte ai suoi prigionieri, il cui eco arrivò persino a Dante, che la cita nella Divina Commedia. Le sale della torre ospitano attualmente il Museo Civico Archeologico: una discreta raccolta di reperti archeologici trovati nel territorio cittadellese e datati tra l’età del Bronzo fino al Rinascimento. Da visitare anche il Museo dell’Assedio con riproduzione di costumi bellici, armi, scudi e strumenti di detenzione utilizzati nelle pugne medievali. Imperdibile l’ascesa al Belvedere, la terrazza panoramica, in cima alla torre, a quasi 30 metri d’altezza! GLI EVENTI DA NON PERDERE E’ sempre viva, Cittadella, in estate e in inverno, con tanti eventi avvincenti per pubblici di ogni età. A Febbraio, nel giovedì grasso, va in scena il Carnevale dei Bambini, mentre il martedì grasso sfilano i carri allegorici per le vie del centro storico, con musica e balli che si protraggono sino a sera tardi. A marzo si tiene la Fiera di San Giuseppe, con tanti artigiani e florivivaisti che danno il benvenuto alla primavera esponendo piante, fiori e prodotti tipici in piazza e lungo le vie centrali. In estate, il sabato e la domenica, al tramonto, si percorre il camminamento di ronda accompagnati da un sottofondo di musica medievale. Nel quarto fine settimana di settembre l’Associazione “l’Arme, le Dame e i Cavalieri” organizza la Rievocazione Storica, ambientata nel periodo più caratterizzante di Cittadella, il XIII secolo. La quarta domenica di ottobre si festeggia la Fiera Franca: tre giorni caratterizzati da esposizioni di prodotti tipici, artigianato locale, banconi enogastronomici, e la storica fiera del bestiame. Durante il periodo natalizio si possono fare acquisti tra le tipiche casette in legno allestite in Piazza Scalco e visitare la Mostra dei Presepi nella Chiesa del Torresino, ammirando il fantasioso e appassionato lavoro di artisti e artigiani locali impegnati nel dare vita a originali allestimenti della Natività. Imperdibile il Presepe Vivente sopra le mura, con attori in costume che tutti i giorni, dalle 10 alle 16, rievocano le atmosfere del Santo Natale! Grande pista di pattinaggio in Piazza Pierobon aperta fino all’Epifania. Luci e musiche natalizie in tutto il centro storico assecondano lo shopping tra i negozi e le boutique allestite a tema.

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BELLEZZAVENETA

VENETOVOGUE

UNO SGUARDO AL CENTRO STORICO

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VENETOVOGUE

SAPORI E PIACERI CITTADELLESI UNO SGUARDO AL CENTRO STORICO Dall’alto delle mura se ne riconoscono i profili, ma poi meritano una visita anche i monumenti del centro storico cittadellese, a cominciare dal Duomo, eretto tra il 1774 e il 1826, e custode di una pala di Jacopo da Bassano “La cena in Emmaus” oltreché di un Museo di Arte Sacra davvero singolare, che raggruppa oggetti sacri per uso liturgico, oreficerie, dipinti, statue e iscrizioni collocati nel Duomo durante le varie epoche. Il Teatro Sociale seduce con un’elegante facciata neoclassica (attribuita a Giuseppe Japelli, autore del famoso Caffè Pedrocchi di Padova) e splendidi affreschi realizzati da Francesco Bagnara, scenografo e pittore, a cui si deve anche la decorazione del teatro La Fenice di Venezia. Il palazzo del Municipio si distingue per l’architettura estremamente moderna e per l’arena all’aperto, sede di numerosi concerti e manifestazioni estive. Il Palazzo della Loggia, noto sin dal XV secolo, vanta fattezze neoclassiche sulla facciata e uno spazio porticato al pianterreno, custode degli stemmi dei podestà che si sono succeduti nei secoli. Il Palazzo Pretorio ha ospitato i podestà inviati prima dal Comune di Padova e poi dalla Serenissima in ambienti caratterizzati da finissima tappezzeria a bande verticali, fregi policromi, tondi e medaglioni. Degna di visita anche la Chiesa di Santa Maria del Torresino, addossata alle mura nei pressi di Porta Padova e affiancata al “torresino” che da sempre svolge la funzione di torre campanaria. A TAVOLA, ASSAGGIANDO PIATTI TIPICI Cosa ordinare nei tanti ristorantini e locali cittadellesi? Prima di tutto la polenta, proposta in tutte le versioni: gialla, bianca e persino dolce, con la famosa “Polentina di Cittadella ”, torta tipica dal 1850 (in vendita anche nei panifici e pasticcerie del centro storico). Assieme alla polenta non possono mancare “gli osei”, vari tipi di cacciagione, ma anche pesce, soprattutto di acqua dolce. I primi piatti più famosi nel cittadellese sono il risotto ricco alla padovana, il risotto con asparagi di Fontaniva, la tipica pasta e fagioli, i bigoli all’anitra, sempre buonissime le paste fatte in casa. I secondi piatti di carne offrono i tipici sapori di campagna come il cappone alla canevera, i bolliti. I secondi di pesce, freschissimo, poichè pescato direttamente nei laghetti a ridosso delle sponde del fiume Brenta, sono a base di storione e trota. Generosi i vini padovani, noti da tempo e già esaltati dal Petrarca e dal Ruzante e oggi riproposti dalla serietà e dalla competenza dei vignaioli riuniti nel Consorzio vini D.O.C. dei Colli Euganei e di Bagnoli. Una nota dolce è rappresentata dal cioccolato Morisco, il puro cioccolato in vendita presso il laboratorio artigianale in via Borgo Vicenza, 111 a Cittadella.

BIGLIETTI E INFORMAZIONI ALLO IAT CITTADELLA L’Ufficio Turistico IAT si trova all’interno della Casa del Capitano, in Porta Bassano. E’ il punto di riferimento dei turisti che esplorano Cittadella e coincide con l’ingresso al camminamento di ronda. Biglietteria e ufficio turistico raccolti in un unico punto, dove ottenere ticket d’ingresso, informazioni e materiale turistico-promozionale di Cittadella, di Padova e della sua provincia.

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STORIAVENETA

VENETOVOGUE UN POPOLO DI EMIGRANTI

EMIGRAZIONI VENETE 1880 Il periodo è quello “classico” della grande emigrazione veneta, subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia dopo il plebiscito-truffa del 1866. Fu così che attorno al 1880 un gruppo di famiglie partì dal Veneto e del Friuli per andare a cercare fortuna nella Slavonia

Processione dei Veneti nella Slavonia attorno al 1925

I VENETI IN SLAVONIA (Croazia)

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di ETTORE BEGGIATO

arajevo, siamo a cena a metà strada fra il ponte dove scoppiò la prima guerra mondiale e il mercato dove il “secolo breve” celebrò l’ultima follia europea; siamo in otto e stiamo studiando il percorso del giorno dopo che ci porterà a Zagabria quando nella carta geografica lungo l’autostrada vedo scritto Kutina …”ma qua ghe xe i veneti” esclamai al che Dejan serbo-veneto che ci fece la guida per una settimana disse “par ti ghe xe veneti dapartuto…” Mi sono attaccato al telefono e con poche chiamate ho stabilito il contatto giusto per il giorno dopo, l’appuntamento era proprio a Kutina nella sede dell’associazione. Cosi’ siamo stati accolti dal “patriarca” della comunità Antun Di Gallo, che parla ancora un bellunese straordinario con le caratteristiche interdentali, dalla figlia Marieta che ha raccolto il testimone e che non parla il bellunese del padre ma un perfetto italiano (molto meglio del mio, anche se non ci vuole molto…) e da un’altra giovane ragazza Mirela Bartoluci; la sede della comunità è spaziosa, luminosa, operativa, i contatti con il Veneto e in modo particolare con il Bellunese piuttosto frequenti, anche perché durante e alla fine della guerra nella ex Jugoslavia diverse famiglie sono rientrate nel Veneto e nel Friuli, ancora più frequenti sono i contatti con l’Istria. Ero già stato in zona nel lontano 1993 come assessore regionale alla solidarietà internazionale e mi trovai in una situazione drammatica: le nostre comunità della Slavonia erano proprio lungo il confine fra Croazia e Jugoslavia ed erano state particolarmente coinvolte, ci furono una ventina di morti fra la “nostra” gente; per fortuna la guerra è solo un brutto ricordo e in tutta la zona lo sviluppo è stato quanto mai veloce e efficace. Ma quando sono arrivati qui i Veneti e da dove provenivano ? Il periodo è quello “classico” della grande emigrazione veneta, subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia dopo il plebiscito-truffa del 1866. Il Regno d’Italia, infatti, dopo le ingenti spese militari sostenute per la

III guerra d’indipendenza (con pessimi risultati, per la verità, visto le sconfitte di Custoza e di Lissa) si trovò sull’orlo della bancarotta; da qui la necessità di imporre una serie di tasse pesantissime, a partire da quella sul macinato (vera e propria tassa sulla fame) che portò in breve la nostra terra veneta a una situazione di fame, miseria e disperazione come mai nella nostra storia: alla nostra gente non restò che emigrare, la stragrande maggioranza verso il Brasile, altri verso destinazioni diverse. Fu così che attorno al 1880 un gruppo di famiglie, una novantina, partì dalle zone più colpite dall’emigrazione, montane e pedemontane, del Veneto e del Friuli per andare a cercare fortuna nella Slavonia, terra ricca di boschi, scarsamente abitata che all’epoca faceva parte dell’impero austriaco. Più della metà delle famiglie partirono dal Bellunese, in particolare dalla zona di Longarone, ma anche dalla provincia di Treviso (Conegliano e dintorni), dall’Altopiano dei Sette Comuni (Asiago e Camporovere), dalla provincia di Pordenone (Sacile, Erto). Partirono a piedi, una lunga fila di carretti a due ruote, e arrivarono a destinazione dopo oltre un mese di marcia, assegnati a diversi paesi, Kutina, Plostine, Lipik, Pakrac e altri ancora. Storie comuni a tanti veneti, centinaia di migliaia, costretti a “catar fortuna” lontani dalla loro Terra; e anche qui come nel Brasile si vorrebbe tornare indietro, le promesse erano ben altre, ma non ci sono i soldi e forse neanche il morale… E così non resta che lavorare, lavorare e lavorare … Poi ci fu la prima guerra mondiale, la seconda, arrivò il comunismo e la sua cultura laica…i vecchi ricordano ancora quando nel 1946 le donne che avevano organizzato la processione del venerdì santo furono portate in prigione e la stessa cosa accadde due anni dopo, il 25 aprile per la processione di San Marco. Dopo quasi due secoli i veneti della Slavonia continuano ad essere orgogliosi delle loro origini, mantenendo con associazioni, cori, gruppi sportivi un importante patrimonio di lingua, cultura, usi, tradizioni.

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MUSEIVENETI

VENETOVOGUE MUSME - MUSEO DI STORIA DELLA MEDICINA

IL MUSME DI PADOVA

Lo straordinario percorso della Scuola medica padovana, dal ’400 a oggi, viene narrato in modo rigoroso e accattivante in un Museo che spicca per innovatività: il MUSME di Padova. Nato solo nel 2015, è già considerato un’eccellenza a livello nazionale

Il Museo innovativo che sta conquistando grandi e piccoli “Ammesso che l’onore di essere stata la sede della rivoluzione scientifica possa appartenere di diritto ad un singolo luogo, tale onore dovrebbe essere riconosciuto a Padova.” (H. Butterfield, Origins of Modern Science, 1949)

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ome ben riassunto dallo storico delle Scienze Herbert Butterfield, la Storia delle Scienze in generale e della Medicina in particolare deve molto a Padova e al suo antico Ateneo. L’Università di Padova, per merito anche della libertà di studio e di pensiero che vi veniva garantita dalla Serenissima, è stata la culla di quella Rivoluzione Scientifica che ha cambiato il volto del sapere in Occidente. Durante il Rinascimento, qui sono state rivoluzionate l’Astronomia e la Fisica; e qui è nata la Medicina moderna, come viene efficacemente illustrato nelle sale del MUSME. L’ex Ospedale di San Francesco Grande

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La sede stessa del MUSME ci parla di importanti innovazioni nel nostro passato. Il museo, infatti, è allestito nel complesso monumentale quattrocentesco dell’antico Ospedale di San Francesco Grande. Primo vero ospedale padovano, venne costruito a partire dal 1414 per volontà dei coniugi Sibilia de’ Cetto e Baldo Bonafari da Piombino. Contrariamente alle abitudini dell’epoca, il complesso venne edificato subito fuori delle mura medievali della città, in un contesto già pienamente abitativo che verrà poi inglobato dalle mura cinquecentesche. La prima pietra venne posata il 29 ottobre 1414 e la costruzione dell’ospedale venne completata nel 1420, anche se negli anni successivi subì importanti modifiche e ampliamenti. Nato per iniziativa privata, continuerà a essere un’istituzione autonoma dai poteri politico, ecclesiastico e universitario per volontà della stessa Sibilia, che ne aveva affidato la gestione economica alla Confraternita della Carità. Fu attivo fino al 1798, quando fu sostituito da un nuovo ospedale, voluto dall’allora vescovo di Padova Nicolò Giustiniani: l’Ospedale Giustinianeo. Nel corso del Cinquecento fu in questi locali che gli studenti universitari iniziarono a imparare la pratica clinica direttamente al letto dei malati, gettando le basi del moderno approccio didattico in Medicina.


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VENETOVOGUE E’ A PADOVA IL MUSEO PIU’ INNOVATIVO DI STORIA DELLA MEDICINA

Un museo innovativo Il MUSME è un Museo di nuova generazione che racconta la storia della Medicina da disciplina antica a scienza moderna, con particolare attenzione alla centralità della Scuola medica padovana. In equilibrio tra passato e futuro, il MUSME rivoluziona il concetto di Museo scientifico, coniugando storia e tecnologia. Incrocio tra una tradizionale collezione di reperti e un moderno Science Centre, fonde e rinnova gli approcci museali e riesce a conquistare tutti, proponendo un percorso espositivo che si adatta al visitatore: dalla narrazione giocosa per i più piccoli all’approfondimento per gli studiosi. Ai reperti antichi – messi a disposizione da Università di Padova, Musei Civici, Azienda Ospedaliera e ULSS16 – si affiancano exhibit interattivi, video e giochi multimediali, ideati per illustrare i reperti e chiarire i temi trattati nelle sale. Ci sono poi gli ormai celebri “portoni del MUSME”: lungo il percorso espositivo, il visitatore può bussare a grandi porte virtuali, che si aprono su video a grandezza naturale in cui alcuni protagonisti del passato presentano sé stessi e gli argomenti del Museo, componendo una narrazione storica spesso divertente che si sviluppa di sala in sala. Il percorso espositivo Il MUSME pone il corpo umano al centro di un percorso storico e scientifico, che si snoda lungo tre piani affacciati sull’asse stradale e sul cortile interno. La prima sala, a piano terra, è dedicata alla storia dell’ex Ospedale di San Francesco Grande. Dal suo portone virtuale, Sibilia de’ Cetto racconta le motivazioni e le peculiarità dell’intero complesso, ben descritto da un plastico con proiezioni mappate, mentre Giovanni Battista Da Monte spiega l’importanza di introdurre la pratica anatomica e la pratica clinica nell’insegnamento universitario della Medicina. Sempre a piano terra, la seconda sala è dedicata all’Università di Padova e alla sua centralità nella Rivoluzione Scientifica, illustrata proprio da Galileo Galilei. Una proiezione sul soffitto narra la stretta relazione tra Astrologia e Medicina antica, mentre dei touch-screen presentano biografie e opere dei medici illustri che nei secoli hanno trovato nell’Ateneo patavino il luogo ideale in cui lavorare. Ai piani superiori si incontrano quattro sale dedicate alla nascita e allo sviluppo delle scienze mediche moderne: Anatomia, Fisiologia, Patologia e Terapia, presentate rispettivamente da Andrea Vesalio, Santorio Santorio, Giovanni Battista Morgagni e Prospero Alpini. Vi si trovano strumenti medici e reperti umani antichi e moderni, anche di anatomia patologica. Splendidi libri antichi, normalmente inaccessibili al pubblico, qui sono anche “sfogliabili” virtualmente. Giochi a diversi livelli di difficoltà insegnano la corretta anatomia del corpo umano, il lessico medico, l’associazione tra patologie e agenti patogeni. Un tavolo settorio virtuale permette di effettuare dissezioni anatomiche secondo le indicazioni di Vesalio. Pannelli interattivi con

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VENETOVOGUE MUSME - MUSEO DI STORIA DELLA MEDICINA

domande e risposte incoraggiano il visitatore a ragionare sui temi affrontati, sia in termini di conoscenze storicoscientifiche sia in riferimento alla propria salute. E alcune postazioni con disegni animati esplicativi permettono di misurarsi la pressione e altri parametri fisiologici a scopo didattico. Il Teatro Anatomico Vesaliano Percorse le sei sale, si entra nello stupefacente Teatro Anatomico Vesaliano, grande salone in cui Anatomia e Fisiologia vengono illustrate – grazie a perfette proiezioni mappate – da un modello di corpo umano lungo 8 metri, che parla al pubblico e sembra un gigante vivo: l’omone del MUSME, come ormai lo chiamano i bambini in visita. Esposizioni tematiche Il percorso si chiude con due sale dedicate alle esposizioni tematiche. Nei primi mesi il MUSME ha ospitato “Il cibo, i luoghi e le frodi nella Padova del Settecento” (proposta dall’Archivio di Stato di Padova) e poi “Luoghi e spazi della Salute. Immagini progetti disegni dagli archivi ospedalieri di Padova” (curata dal prof. Stefano Zaggia dell’Università di Padova). Nel 2016 ha proposto la mostra “Il corpo scoperto. L’anatomia da Vesalio al futuro” (curata dal prof. Maurizio Rippa Bonati e dalla dott.ssa Silvia Ferretto dell’Università di Padova) sulla collaborazione tra anatomisti e artisti dal Cinquecento a oggi. Attualmente è visitabile la mostra “Venire alla luce. Dal concepimento alla nascita attraverso la gravidanza. Al MUSME la collezione settecentesca di modelli ostetrici dell’Università di Padova”

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Riconoscimenti Il MUSME, inaugurato il 5 giugno 2015, sta destando un interesse crescente. Nel 2015 ha vinto il premio “eContent Award Italy” per i migliori contenuti e servizi in formato digitale nella sezione “eLearning & Science” . Nel 2017 ha vinto il prestigioso “Premio Innovazione SMAU 2017” nel settore “Cultura e formazione in ambito medico scientifico”. Nel mese di giugno 2017 il MUSME ha ricevuto il certificato d’eccellenza di Tripadvisor per il gradimento degli utenti. Per i suoi splendidi allestimenti, a fine 2017 il MUSME ha ricevuto anche il Premio Smart Building, nella categoria “Beni culturali, mostre e musei”. Il MUSME e le scuole Il MUSME sta riscuotendo grande successo anche con le scolaresche: dalle scuole dell’infanzia alle scuole secondarie di secondo grado. Il suo percorso narrativo è largamente interdisciplinare, dato che include Storia locale, Storia delle Scienze, Anatomia e Fisiologia, e le nostre guide ne personalizzano la narrazione in base alle esigenze della singola scolaresca. Età della classe, argomenti trattati durante l’anno, materie insegnate dai docenti accompagnatori: sono informazioni che vengono raccolte in anticipo e tenute in considerazione al momento della visita guidata. Per maggiori informazioni: www.musme.it/scuole.


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VENETOVOGUE E’ A PADOVA IL MUSEO PIU’ INNOVATIVO DI STORIA DELLA MEDICINA

Informazioni pratiche sul MUSME MUSME - Museo di Storia della Medicina in Padova Via San Francesco 94 – Padova Tel. biglietteria 049 658767 (solo in orario di apertura) info@musme.it (per informazioni, prenotazioni, suggerimenti) scuole@musme.it (per prenotazioni scolaresche) sito internet: www.musme.it Orari di apertura al pubblico: Da martedì a venerdì: 14:30-19:00 Sabato, domenica e festivi: 09:30-19:00 Ultimo ingresso: ore 18:15

ESPOSIZIONE TEMATICA Fino al 10 giugno 2018, il MUSME ospita l’esposizione tematica “VENIRE alla LUCE: dal concepimento alla nascita”. In questa mostra, l’evoluzione del feto e i cambiamenti della madre durante i mesi della gravidanza fino al parto sono resi coinvolgenti grazie all’utilizzo di exhibit multimediali e grazie alla straordinaria collezione di modelli ostetrici didattici settecenteschi in cera, cristallo e terracotta conservati presso la Clinica Ginecologica e Ostetrica dell’Università di Padova. Se in passato i modelli sono stati utilizzati al fine di favorire le esercitazioni pratiche di levatrici e studenti di medicina, oggi non perdono la loro funzione didattica e raffigurativa, connotandosi come una collezione di eccezionale valore artistico. Il percorso continua con vetrine che contengono rari strumenti chirurgici del XVIII e XIX secolo che in passato erano usati nel tentativo di far nascere il bambino e salvare la madre. Non mancano preparati anatomici, ossa di bacini femminili con malformazioni, tavole didattiche che risalgono all’Ottocento e agli inizi del Novecento (realizzate a mano con tecnica ad acquerello o con stampa policroma) e un raro ecografo del 1969, il primo in uso nelle cliniche italiane. A CURA DI: Prof. Giovanni Battista Nardelli Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino - Università di Padova

Prof. Maurizio Rippa Bonati Dipartimento di Scienze Cardiologiche Toraciche e Vascolari - Università di Padova

Dott. Andrea Cozza Università di Padova

IN COLLABORAZIONE CON: Prof. Raffaele De Caro e il suo team Dipartimento di Neuroscienze -Università di Padova

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Chiusura: lunedì non festivi, 25 dicembre, 1 gennaio NB: Lunedì e mattine feriali: aperto solo per le scolaresche e i gruppi con visita guidata prenotata Biglietti: Intero: € 10 Ridotto € 8: over 65, gruppi (10-30 persone), insegnanti (con scolaresca: gratis) Ridotto speciale € 6: ragazzi (4-17 anni), studenti (fino a 26 anni) Famiglia: € 22 (2 adulti + 3 bambini fino a 12 anni) Gratuito: bambini fino a 3 anni; giorno del compleanno; disabile + accompagnatore Visita guidata (su prenotazione): • in italiano 1 ora: € 60 • in italiano 2 ore: € 90 • in inglese 1 ora: € 90 • in inglese 2 ore: € 120 “PACCHETTO SCUOLE”: Durata visita: 2 ore Ingressi: 6€ a studente. Ogni 10 studenti 1 ingresso omaggio. Docenti omaggio. Disabili e accompagnatori gratis. Visita Guidata: 80€ Informazioni: www.musme.it/scuole Prenotazioni: scuole@musme.it


SOCIETA’VENETA

VENETOVOGUE LE INTERVISTE di Davide Lovat

DAL BITCOIN ALLO SCHEO! La rivoluzione delle criptovalute Dunque le criptovalute valgono, come ogni altra moneta, fin tanto che qualcuno le accetta in pagamento. Il loro valore aumenta o diminuisce in relazione alla quantità di transazioni effettuate e, quindi, alla domanda che il mercato ne fa. Poiché non hanno il corso legale concesso da un’autorità statale, esse sono libere ed estremamente flessibili; ...

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a qualche tempo è diventata di dominio comune l’esistenza delle cosiddette “criptovalute” e in particolare della più famosa, esistente già dal 2009, il Bitcoin. La notevole grancassa mediatica ha suscitato l’interesse della massa sui mirabolanti proventi che sarebbero promessi a chi investisse i propri denari, detenuti in moneta dal corso legale emessa da una banca centrale (per l’Eurozona si tratta della BCE di Francoforte), convertendoli in Bitcoin, in Ethereum o in altre criptomonete. Ma come stanno veramente le cose, dal momento che al mondo solo gli sprovveduti possono credere che ci si possa arricchire facilmente, velocemente e tutti quanti insieme? VENETO VOGUE ha pensato di incontrare Paolo Mazzuoccolo, esperto della materia che tiene dei corsi di formazione e di informazione sull’utilizzo e sulla natura stessa delle criptovalute, creatore egli stesso – in via dimostrativa, ci tiene a precisare – di una criptovaluta che ha denominato “Scheo” in omaggio alla terra veneta, dove vive e lavora da quando è nato.

reale, in metallo prezioso, depositata e custodita dagli Stati. Addirittura in epoche passate le monete valevano per il loro valore intrinseco, cioè per la materia di cui erano composte; poi si passò al valore estrinseco, o controvalore, come abbiamo appena detto. Infatti nessuno pensa che un pezzo di carta potesse valere 100 $ in sé, ma li valeva come controvalore della quota di oro detenuto in enormi quantità a Fort Knox che rappresentavano. Dal 1973 gli USA aprirono la strada a un mondo nuovo, nel quale il valore della moneta è dato solo dal suo corso legale riconosciuto dallo Stato e dall’altro elemento fondamentale per qualsiasi moneta di ogni epoca.

Paolo, cosa c’è dietro questa fanfara mediatica sul Bitcoin e sulle criptovalute? Se mi chiedi dell’esistenza di una truffa ti posso tranquillizzare: non c’è alcuna truffa ed è tutto alla luce del sole. Però bisogna sapere di cosa si parla, perché quando si parla di soldi bisogna essere molto prudenti e non bisogna correre il rischio di investire in strumenti che non si conoscono, altrimenti va a finire molto male.

E dunque? Dunque le criptovalute valgono, come ogni altra moneta, fin tanto che qualcuno le accetta in pagamento. Il loro valore aumenta o diminuisce in relazione alla quantità di transazioni effettuate e, quindi, alla domanda che il mercato ne fa. Poiché non hanno il corso legale concesso da un’autorità statale, esse sono libere ed estremamente flessibili; una criptomoneta continuerà a valere, con oscillazioni di valore di cambio relativamente normali, fino a quando saranno accettate.

Dunque il Bitcoin potrebbe essere una forma di investimento? Non più di qualunque altro strumento finanziario caratterizzato da alta volatilità e, perciò, da un rischio elevato che nel caso della criptomoneta dipende da fattori che il grande pubblico non conosce. Quali sono? Tu sai bene che fino al 1973 esisteva il “Gold Standard” e le monete rappresentavano il controvalore di una ricchezza

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Cioè? Il fatto che qualcuno la accetti in cambio di merci o servizi come pagamento. Una moneta vale per il valore che le viene riconosciuto. Se, per ipotesi assurda, per qualche motivo domani nessuno volesse più gli €uro anche se io avessi in mano un quintale di banconote da 100 € potrei solo accendere il fuoco per scaldarmi qualche minuto.

Dov’è allora il rischio di alta volatilità cui accennavi prima? Semplice: nella possibilità che una criptovaluta smetta di essere interessante all’improvviso. Il motivo più facile da esporre, in questa fase storica iniziale di quella che comunque promette di essere una nuova era, è la concorrenza di nuove criptovalute che permettano utilizzi migliori, più efficaci, tecnologicamente più avanzati. Da questo punto di vista il


SOCIETA’VENETA

VENETOVOGUE LE CRIPTOMONETE: COSA SONO E COME FUNZIONANO

“El Sior Roba” - - foto dall’archivio Veronese Le truffe dei banchieri veneziani Secondo una cronaca il vicino Palazzo Mastelli del Cammello (così detto per un cammello sulla sua facciata) e altri edifici che si affacciano sul campo vennero costruiti dalla famiglia dei Mastelli, giunta a Venezia nel 1113 dalla Morea (la regione nota come Peloponneso), quindi definiti “Mori”. La famiglia era formata da tre fratelli: Rioba, Sandi e Alfani, i quali commerciavano sete e spezie. Secondo una tradizione tra gli affari praticati c’era anche la gestione di una banca, attraverso la quale fu truffata una signora veneziana molto religiosa che pregò Santa Maria Maddalena di scagliare la sua maledizione sui tre mercanti. Quindi la donna diede i soldi ai tre fratelli e per miracoloso prodigio i Mastelli divennero tre statue di pietra, che furono messe in una nicchia di Campo dei Mori a monito per quanti li vedevano.

Bitcoin, per esempio, è già un po’ datato rispetto ad Ethereum, alla cui blockchain è agganciato anche lo Scheo che ho realizzato io in un miliardo di pezzi. Attualmente il suo valore è pari a zero, perché non è utilizzato e lo ho creato per far capire nei corsi i concetti che stiamo esprimendo; ma nulla vieterebbe che venisse adottato da oggi in poi e cominciasse ad avere il suo valore di scambio. E comunque ci sono nuove criptomonete che offrono possibilità ulteriori, straordinarie per l’acquisto di merci o di servizi e per l’eliminazione dei costi burocratici a ogni livello, perché permettono di determinare in maniera esatta il valore di una prestazione in tempo reale. Nei corsi che tengo faccio esempi pratici: il consumo delle bollette, l’acquisto unico dei biglietti dei diversi mezzi pubblici usati per un viaggio, oppure il pagamento del biglietto per le sole fermate che mi riguardano in una metropolitana al posto di quello generico a durata, eccetera. Tutte possibilità di risparmio e di utilizzo offerte da internet, dagli smartphone, dalle app, dalla tecnologia. Se una criptomoneta permette una gamma di servizi maggiore, quella tecnologicamente meno dotata verrà progressivamente abbandonata e perderà di valore. Alla velocità dello sviluppo della tecnologia. Adesso si comincia a capire! Dunque è tutto onesto, tutto legale, ma anche tutto legato allo sviluppo tecnologico e perciò necessita di costante vigilanza e aggiornamento. Proprio così! Ci sono poi aspetti più specifici che spiego nel dettaglio nei corsi, ma come primo approccio abbiamo detto quello che conta davvero sull’elemento del rischio. Come si acquista una criptomoneta? Alcune sono più facili da acquistare, altre meno. Comunque il principio è questo, a grandi linee: bisogna creare un account e il relativo “wallet”, che vuol dire portafoglio in inglese, nel quale poter versare dei soldi dal proprio conto corrente; con questi soldi entro in un “exchange”, che vuol dire scambio ed è una specie di Borsa valori virtuale dove trovo la disponibilità della criptomoneta, che qualcuno sta vendendo, al valore corrente che è in costante aggiornamento. Né più né meno che se comprassi Franchi Svizzeri con il c/c online. Ti faccio vedere come si fa? Ecco, guarda sul mio smartphone: compro mezzo Ethereum, adesso vale qualche centinaio di €. Preso! Vedi il mio “wallet” che ha meno € e ha quello che ho acquistato? Adesso lo rivendiamo subito: il valore è ancora quello, a volte cambia

anche subito di qualcosa…. Ecco fatto: venduto! Vedi il mio “wallet”? Ci sono di nuovo gli € di prima e non c’è più la criptovaluta. Mi sembra uguale, operativamente, al conto corrente online. Lo è, infatti. La tecnologia sta evolvendo rapidamente, si tratta di riuscire a stare al passo. Vedi un futuro nel quale le criptovalute sostituiranno la moneta a corso legale? Difficile dirlo con certezza. Non è ancora chiaro come reagiranno gli Stati, ci sono zone d’ombra legate alla possibilità di utilizzo per il riciclaggio di denaro sporco o all’evasione fiscale; poi c’è l’impreparazione tecnologica di larga parte della popolazione, a cui sopperirà la competenza specifica delle nuove generazioni cresciute con lo smartphone in mano. Rimane il problema della volatilità che può azzerare il valore della criptomoneta in poco tempo per colpa della rapida obsolescenza cui la tecnologia è soggetta. E il “tuo” Scheo? Quello potrebbe diventare il “nostro” Scheo, di tutti i Veneti. Lo dico col sorriso, ma la frase è vera. Una moneta vale per il fatto di venire usata e accettata in pagamento di beni e servizi, e nulla impedirebbe a un Ente territoriale di creare le condizioni per l’utilizzo delle criptomonete in genere. Basta volerlo e sapere di cosa si tratta, per bene. Questo dico, ovviamente, al di là dello Scheo che non è “mio”, ma che io ho solo creato e reso disponibile, che c’è, che esiste, che è utilizzabile, e che a me serve soprattutto per far capire che non stiamo parlando di fandonie e, anche, per dare insegnamenti concreti nei corsi di formazione che faccio sul tema delle criptovalute. E cosa diciamo ai Veneti che si sono fatti sedurre dall’idea di diventare miliardari comprando Bitcoin? Diciamo loro che la ricchezza dei Veneti è sempre venuta dal lavoro e dal risparmio oculato. Poi c’è anche la capacità di innovare e di adeguarsi rapidamente ai cambiamenti, ma sempre con competenza e senza correre rischi. Le criptovalute sono un’opportunità da tanti punti di vista e avranno anche un impatto sociale e politico, oltre che economico, ne sono certo. Ma non sono uno strumento per arricchirsi con facilità e velocità, perché chiunque prometta questo va solo in cerca di polli da spennare.

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VENETOVOGUE LE INTERVISTE di Davide Lovat

HOME SCHOOLING La nostra esperienza nasce dalla necessità di creare programmi educativi per bambini con disabilità psichica, come l’autismo, ma anche per bambini con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), e comunque per tutti gli alunni con Bisogni Educativi Speciali...

Intervista alla Dott.ssa Maria Chiara Nordio

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ei Paesi più civili del mondo l’homeschooling – l’istruzione a casa - è una realtà conosciuta, diffusa e apprezzata da tempo. Tale pratica è radicata, per esempio, in Canada, in Australia e Nuova Zelanda, in USA, in Germania, Svizzera, Austria e nei Paesi scandinavi. In Veneto, che per Storia e vocazione naturale sarebbe al passo con i Paesi più civili e ne sarebbe addirittura l’avanguardia sotto molti aspetti se solo potesse autodeterminarsi con l’autogoverno indipendente, da tempo si percepisce l’esigenza di dare ai figli un’istruzione completa, di qualità elevata, sottratta agli schemi dell’indottrinamento ideologico di parte cui sta scadendo, purtroppo, l’istruzione pubblica della Repubblica Italiana, cui sono soggette le terre che furono libere e indipendenti nella Serenissima. Ecco perché diversi esperimenti stanno cercando di far prendere piede a una realtà che, è bene dirlo per chi non lo sapesse, rientra pienamente del principio costituzionale italiano della libertà di insegnamento, essendo l’obbligo scolastico riferito non alla frequenza di determinati istituti, bensì al conseguimento dell’istruzione minima necessaria al superamento degli esami di Stato previsti dalla legge per i vari livelli di formazione. Tra le varie realtà già presenti, ne abbiamo individuata una a Treviso che è doppiamente rivoluzionaria, poiché offre ai bambini una formazione basata su insegnamenti tradizionali sia dal punto di vista dei valori cristiani, cosa non da poco in un’era di laicismo mondialista aggressivo, che anche dal punto di vista della cultura popolare veneta in una chiave moderna, attuale, inserita nel contesto europeo del XXI secolo. VENETO VOGUE ha incontrato Maria Chiara Nordio per intervistarla sull’iniziativa di cui è promotrice e nella quale è direttamente impegnata. Cos’è l’Home Schooling o Scuola Parentale? L’educazione parentale è un istituto giuridico che permette ai genitori di espletare personalmente e privatamente

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l’obbligo educativo dei propri figli. L’istituto si àncora sull’articolo 30, e successivi, della Costituzione Italiana e consente di impartire ai bambini, il genere di educazione prescelta dai genitori senza le ingerenze ideologiche dello stato, come ad esempio l’ideologia gender. Perché i genitori vi contattano per svolgere la Scuola Parentale? Per i più diversi motivi. La nostra esperienza nasce dalla necessità di creare programmi educativi per bambini con disabilità psichica, come l’autismo, ma anche per bambini con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), e comunque per tutti gli alunni con Bisogni Educativi Speciali che oggi la scuola non supporta adeguatamente con programmi specifici. Successivamente molti genitori hanno iniziato a ricorrere all’E.P. anche per tutti gli altri bambini e per i più diversi motivi, ad esempio per evitare che vengano investiti troppo precocemente, e quindi acriticamente, dall’ideologia al genere fluido; ancora, più recentemente, vi ricorrono i genitori che non intendono rinunciare alla libertà vaccinale. Nella scelta dell’Euducazione Parentale possono concorrere anche altre motivazioni specifiche come ad esempio la sempre maggiore consapevolezza che i programmi didattici forniti dalle case editrici, risultino poveri o prevalentemente orientati all’acquisizione di competenze piuttosto che vere e proprie conoscenze necessarie allo sviluppo ed alla maturazione della persona, adulto di domani chiamato ad affrontare sfide sempre nuove. Quali sono gli elementi della didattica che proponete? Innanzitutto non sposiamo l’ideologia del bambino competente, e nemmeno quella che pone il bambino al centro dell’azione educativa, come avviene generalmente nel sistema scolastico attuale; al contrario, nella nostra idea di scuola, al centro c’è Dio e l’educazione è confessionale cattolica.


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VENETOVOGUE INTERVISTA ALLA DOTT.SSA MARIA CHIARA NORDIO

Dio educa il bambino tramite gli insegnamenti di Gesù. Così come per centinaia di anni la scuola confessionale cattolica ha educato persone che hanno fatto nascere e prosperare la civiltà cristiana, soprattutto nella nostra terra veneta, così oggi riteniamo che di fronte ad una crisi di civiltà occorra un’educazione forte e sicura delle propie certezze, nelle sfide che il mondo ci prospetta, e che dunque sia necessario riposizionare l’ordine delle regole, con il sacro alla base della giustizia e con la legge divina alla base della persona. Il rispetto del Padre, dell’autorità, della famiglia naturale e della vita, dal suo naturale concepimento fino alla morte naturale, sono princìpi che non possono essere negoziati. La cultura della nostra storia patria, e lingua madre, costituiscono un patrimonio da riscoprire e tutelare rispetto ad approcci didattici che considerano invece questi principi addirittura un disvalore da annientare. L’identità forte, di cui intende connotarsi la nostra scuola, si traduce nella proposta didattica curricolare dell’insegnamento del dialetto o lingua locale (nel caso della lingua veneta). L’obiettivo a fine ciclo, non è solo la riscoperta di una lingua talvolta desueta, ma anche, e soprattutto, il riappropriarsi consapevole della nostra storia patria, della nostra cultura che è l’identità dei nostri padri. Come possono, i genitori da soli, insegnare tutto il programma scolastico previsto? Su questo aspetto ci sono molti pregiudizi. Anzitutto sui programmi didattici obbligatori occorre sfatare il mito della quantità, e chiarire che esistono esclusivamente le Indicazioni Nazionali stabilite dal Miur e che esse consistono dei “livelli minimi di apprendimento” che ciascun bambino deve raggiungere al termine della classe terza, oppure al termine della classe quinta, del ciclo della scuola primaria, non vi è nulla più di questo. In estrema sintesi i bambini debbono obbligatoriamente imparare a leggere, a scrivere e a far di conto, oltre a conoscere la storia che va dal paleolitico alla fine dell’Impero Romano d’Occidente, conoscere la geografia che va dall’uso della bussola ai continenti, oltre ad acquisire alcuni elementi di musica, informatica e prima lingua straniera. Tutti insegnamenti che qualsiasi genitore, se opportunamente guidato, in possesso delle licenza media, è in grado di impartire al proprio figlio. Come funziona sul piano pratico? Proponiamo due opzioni. Una a distanza ed una in loco. La prima prevede una diretta streaming settimanale dove illustriamo e spieghiamo il materiale didattico che quotidianamente deve essere svolto con l’alunno a casa. Questo sistema permette di supportare le famiglie a qualsiasi distanza grazie alle telecomunicazioni informatiche. La seconda opzione, invece, prevede la realizzazione di una vera e propria scuola fisica con l’istiututo giuridico della Educazione Parentale. Ritirare i figli da scuola, non li priva della relazione con gli altri bambini? Molti genitori ripongono eccessiva fiducia sulla bontà delle relazioni che si costruiscono a scuola. In realtà però, la forma dell’Homeschooling, permette da una parte un rapporto privilegiato ed intenso di lavoro col genitore durante il mattino, dall’altra apre alle diverse opportunità di condivisione con altri bambini nelle diverse attività, nel pomeriggio. Non essere legati all’esecuzione dei compiti per casa quindi, offre al bambino ed alla sua famiglia, la possibilità di sfruttare ed ottimizzare le diverse risorse relazionali. Cosa comporta per i genitori adottare la Scuola Parentale? E’ una scelta di vita familiare e personale che comporta la piena consapevolezza dei genitori circa la inadeguatezza del contesto scolastico attuale. Questo comporta la responsabilità di educare il bambino direttamente. I vantaggi sono molteplici. In primis una costante valutazione delle conoscenze acquisite, poi la certezza di impartire il genere di educazione cattolica voluta dai genitori; ancora, un’ottimizzazione del tempo scuola che riduce drasticamente il tempo impiegato, dalle ipotetiche 40 ore settimanali, alle 24 effettive, con eliminazione completa dei compiti per casa, guadagnando così maggiore tempo libero nel pomeriggio e nel fine settimana. Vi è anche una maggior cura delle relazioni fra pari e col maestro. Infine, non trascurabile, l’eliminazione totale della burocrazia scolastica che sappiamo essere sempre più invasiva e pesante. Tutti questi vantaggi aumentano il benessere complessivo del bambino e della sua famiglia. Si realizza così il fine ultimo dell’Educazione Parentale.

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VENETO AUTISMO nasce dall’esperienza di Maria Chiara Nordio e Nicola Pasqualato, genitori di Luca, un bambino autistico nato nel 2007, per promuovere l’informazione, la formazione e l’empowerment delle famiglie con autismo, secondo le Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità. Promuove la diagnosi precoce e le terapie psico educative con evidenza scientifica riconosciuta dagli organismi nazionali e internazionali. VENETO AUTISMO svolge consulenze e supporta le famiglie con autismo e tutti i professionisti che hanno difficoltà a relazionarsi con le persone con autismo e le loro famiglie. Non c’è sensibilizzazione né consapevolezza in autismo, senza l’idonea informazione.

Dott. ssa Maria Chiara Nordio Direttore scientifico Laurea in Scienze dell’Educazione, Università degli Studi di Padova, 1999. Certificata presso l’Università Statale di Krasnoyarsk in percezione sensoriale nello Spettro Autistico, diretto Olga Bogdashina (direttrice del Centro Diurno per bambini autistici in Ucraina e presidente della Autism Society dell’Ucraina) 2015.


CULTURAVENETA

VENETOVOGUE Articolo di Michele Brunelli

Fora la Lèngua .............................. o.

Chipilo, Puebla, Mèsico. I parla ancora vèneto (variante setentrional). Al pòsto de la tèra seca, i ga meso in pie canpi , alevaminti e na gran produçion de łate e formaji. E po boteghe e ristoranti. In mèzo al paexe i ga el Monte Grappa.

CHIPILO

El Vèneto in Mèsico

I nevudi de Vèneti rivai in Mèsico 130 ani fa da Seguxin, Quero-Vas, Valdobiàden, Cornuda, Maxer, Alan de Piave, Pederòba, Miane. Se ga zontà anca zente da Arona, Varese, Marnate, Novara, Martiniana Po e Saluzzo che ła se ga integrà coi venetòfoni. Dèso i parla na varietà vèneta conosua come vèneto chipileño. Cuando che i xe rivai ghe ga tocà farse anca łe strade: cusita łe strade de Chipilo łe ga na forma tuta sua. De sòłito łe strade dei paixi mesicani łe xe fate “a rete” - me spiega i me amiçi de Chipilo – łe forma n’ àngoło rèto. Łe strade de Chipilo inveçe łe ga na dispoxiçion iregołare. Ntel 1917, cuando che el Mèsico l’èra traversà da soldai e exèrçiti de vari tipi, çento Chipileñi i vinçe e i para indrio 4000 atacanti co na bataja durà da matina fin sera: mentre che l’Itàlia ła taca guèra a l’Àustria e la costrenze el Vèneto a far na guèra de agresion, i Vèneti de Chipilo i conbate par defèndar ła tèra. De seguro Chipilo l’è un paexe de leuni. E defati rento el scudo del paexe ghe xe anca un Leon co łe Ałe. Anco’ ntel 2017, çento ani dopo, l’ùltimo paexeto mesican de léngua e tradiçion vènete el riscia de sparir parché un novo pian de costruçion el prevede de “diluir i abitanti” tirando sù caxe ndove che ndarà abitar zente da fora. I ga visto che el vêneto brasileiro l’è stà riconosuo come patrimomio cultural dal governo federałe del Braxil. I sa che el vèneto l’è stà riconosesto dal Statuto del Veneto e da la leje ... del ... I voria che anca in Mèsico el vèneto chipileño el vegnese riconosù uficialmente. Ma purtròpo, in Mèsico łe minorançe łe xe pòvare e pare stran che un paexòto de zente bianca e bionda i voja prexentarse come na minorança. Intanto pare che un studente - par aver dito “son mesicani de łéngua e tradiçion vènete” el sia stà denunçià. Èser vèneti xeło un reato? Èla na colpa? Da Chipilo i ne dimanda de jutarghe mantegner ła so (nòstra) łéngua e łe so (nòstre) tradiçion. Se demo da far? Se dòne da far? PS: A tuto cuesto se ga zontà anca el teremòto de calche mexe fa. Da bravi Vèneti łuri i se ga tirà sù łe màneghe e i s’à dato da far par sistemar caxe e stałe. Ma ła cexa del paexe ła ga un saco de dani.

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VENETO VOGUE 1/2018  

Campagna abbonamenti 2018 Veneto Vogue è una rivista trimestrale da collezione. Articoli di arte, storia e cultura del Veneto che vi faranno...

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