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VenetoVogue N.1/2017 Amare e vivere il Veneto Il suo passato e il suo futuro

VENETO VOGUE

V E N E T O V O G U E : R I V I S TA D I S T R I B U I TA A I S O C I S U A B B O N A M E N T O Fotografia di Giuseppe Desideri

4 NUMERI € 20,00

In libreria una copia € 10,00


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VENETOVOGUE

REDAZIONE VENETOVOGUE - CORSO PALLADIO 179 - 0444 327976 - contatto: venetovogue@gmail.com

VENETOVOGUE

AMIAMO IL VENETO IL SUO PASSATO E IL SUO FUTURO

VENETOVOGUE è realizzato

dall’Associazione culturale VIVI VICENZA La rivista è distribuita nella principali librerie delle città venete (su ordinazione) e spedita a domicilio previo abbonamento Abbonamento annuale socio ordinario: 4 numeri - euro 20,00 Abbonamento biennale socio sostenitore: 8 numeri - euro 50,00 Abbonamento associazioni: minimo 3 abbonamenti - sconto 33% ai soci sostenitori in omaggio “Storia dei Veneti e della loro Patria” che verrà pubblicato a Dicembre 2017

Sottoscrizione completa di recapito postale causale “Abbonamento VenetoVogue” bonifico intestato Ass. VIVI VICENZA IBAN IT39 Y057 2811810 01057 1020171

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N.1/2017

VENETOVOGUE Editoriale di DAVIDE LOVAT Socio fondatore della rivista

IL VENETO

UN PATRIMONIO DI CULTURA MATERIALE E SPIRITUALE DA RISCOPRIRE

L’esigenza di dare vita a una rivista periodica che pro-

muova la cultura specifica di questa terra e del popolo che la abita da almeno 3 millenni è emersa in modo dirompente nel 2016 quando, in occasione della ricorrenza dei 150 anni dall’annessione delle terre venete al Regno d’Italia, una larghissima parte di veneti ha espresso un grande desiderio di andare più a fondo nella conoscenza della propria terra. Il bisogno di conoscenza investe non solo la storia e le tradizioni del territorio, la lingua e le origini dei costumi sociali, ma si estende al ricchissimo patrimonio culturale, artistico, architettonico, letterario, linguistico, storico e perfino economico, istituzionale e sociopolitico del Veneto. Il fiorire di iniziative volte a rivalutare la bellezza di tale patrimonio, senza spirito polemico e solo per amore delle proprie radici e della verità oggettiva, ha dimostrato che ai veneti interessa conoscere quello che a scuola non hanno potuto apprendere sulla loro “piccola patria”, sulla loro terra natia lasciata sempre in secondo piano nei programmi scolastici. Lo stupore ammirato e l’entusiasmo crescente davanti allo svelamento di nozioni e di significati finora nascosti, celati nelle cose che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, è stato il primo motore per decidere di intraprendere questa iniziativa che mira a restituire ai veneti, almeno in parte e nel tempo, la consapevolezza della loro grandezza che non è solo passata, antecedente all’annessione all’Italia, ma è una caratteristica tuttora viva e meritevole di essere vissuta in pieno.

Il secondo motore è invece il senso pratico, tipico della nostra terra. Un patrimonio è importante se dà ancora frutto, altrimenti la sua importanza permane solo in ambito museale e archeologico. Il Veneto è terra dinamica, produttiva, proiettata al futuro con spirito innovativo. Il fenomeno storico irreversibile della globalizzazione sta mettendo in crisi molte certezze acquisite sia dal punto di vista economico che sociale, e dunque anche dal punto di vista politico. Questo genera nuovi problemi, pone domande a cui dare risposte, genera dunque nuovo pensiero. VENETOVOGUE cercherà di far emergere dalle sue pagine quello che difficilmente si può esprimere, per ragioni di spazio e di tempo, nei media online o nei quotidiani, dando voce alle speranze, alle ipotesi, alle idee di chi vuole che il Veneto continui a essere protagonista in Europa e nel Mondo. Cercheremo di farlo in modo rinnovato e adeguato ai tempi, sempre quel Veneto scaturito dalla sua terra di inimitabile bellezza, lavorata e abitata da gente con doti straordinarie e incomparabili, come dimostra ciò che abbiamo ereditato dai nostri avi nel patrimonio visibile, che è materiale, ma anche in quello invisibile, che è spirituale e sul quale sarà opportuno soffermarsi a riflettere. L’impegno è grande, la speranza è quella di non deludervi e, anzi, di gettare con VENETOVOGUE il seme per una rinascita dell’orgoglio di essere un popolo antico, glorioso e degno di rispetto. Aiutateci a servirvi nel modo migliore. Davide Lovat

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VENETOVOGUE

PASSATO PRESENTE FUTURO

Fotografia di Antonio Tafuro

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VENETOVOGUE

SOMMARIO _passato ARCHIVIOVENETO Casanova a Vicenza La società del Casino CULTURAVENETA Donatello a Padova L’Università di Padova Frammenti di arte e storia Aldo Manuzio RADICIVENETE La terra dei Venetkens Este: la culla dei Veneti PIACERIVENETI L’Arte del Magnar La Vita Giuliva del Carnevale

_futuro BELLEZZAVENETA Castello di S. Salvatore Santuario di Caprino Immagini venete ASSOCIAZIONIVENETE Da San Marco a S.Marco Festival Urban Art FUTUROVENETO Intervista a Luca Polo Venexit in 8 punti Il Referendum del 2017 Intervista a Parag Khanna PROGETTIVENETI Lingua veneta Veneto ciclabile Nuove App

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IMMAGINIVENETE

VENETOVOGUE IMMAGINI D’AUTORE

GIUSEPPE DESIDERI VISIONI VENEZIANE

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IMMAGINIVENETE

VENETOVOGUE IMMAGINI D’AUTORE Giuseppe Desideri è nato a Fermo il 21/ 09/1955. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Urbino specializzandosi nella fotografia in bianco e nero. Al termine del corso di studi, contemporaneamente all’attività di insegnamento, si è dedicato alla pittura, in particolare alla tecnica dell’acquarello partecipando a diverse mostre personali e collettive in Italia. Rinnovando la passione della fotografia esplora nuove possibilità tecniche ed espressive, trasponendo nell’elaborazione, anche grafica, dei suoi scatti, le esperienze pittoriche acquisite durante il percorso artistico, che è stato ulteriormente arricchito dalla pluriennale docenza presso il Liceo Artistico Statale di Treviso, la città ove vive e lavora. Ha effettuato diverse mostre personali sia pittoriche che fotografiche. Ha molteplici collaborazioni nell’ambito dell’editoria. Contatti: e-mail beppe.tella@libero.it https://www.facebook.com/giuseppe.desideri.9

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FUTUROVENETO

VENETOVOGUE Intervista di Silvio Caoduro

PARAG KHANNA

“Venezia può tornare ad essere un cardine fondamentale sulla Via della Seta”

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bbiamo intervistato Parag Khanna, uno tra i massimi esperti al mondo di geopolitica e relazioni internazionali, autore del best-seller “Connectography” (recentemente tradotto anche in italiano), chiedendogli cosa ne pensasse in merito alle tematiche dell’indipendenza, dei corridoi internazionali delle nuove Vie della Seta e della rete globale di città-stato che stanno emergendo nel mondo, con particolare riguardo al Veneto e a Venezia. Riportiamo di seguito le sue risposte Veneto Vogue: Buongiorno Dott. Parag Khanna, leggendo il suo prezioso volume “Connectography”, si legge che “dare a ciascuna tribù la sua nazione è la via più sicura verso la pace internazionale”. Ci può confermare che l’autodeterminazione dei popoli è un concetto di maturità evolutiva e che possa valere anche per gli eredi della Serenissima Repubblica Veneta ? Parag Khanna: “Assolutamente. Ma c’è un intero spettro tra autorità, autonomia e indipendenza. Venezia non ha la necessità di secedere completamente in un Paese indipendente per ottenere il tipo di autonomia fiscale essenziale che cerca”. “La regione dei Paesi Baschi in Spagna ha trovato il suo equilibrio attraverso il quale rimanere parte della Spagna ma senza pagare tasse. La decisione per Venezia dipende dalle sue risorse fiscali, dalla capacità diplomatica, dalle aspirazioni indipendentiste del popolo e così via. Ma io credo per principio nell’autodeterminazione, il popolo Veneto e il loro governo dovrebbero decidere”. Veneto Vogue: un movimento indipendentista Veneto sta costruendo

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una piattaforma digitale sul modello dell’ Estonia, come strumento per rendersi indipendenti per via pacifica. Cosa ne pensa ? Parag Khanna: “Le piattaforme digitali sono un buon modo per attrarre interesse ed investimenti. Venezia dovrebbe certamente fare ciò e portare turisti, imprese e altri attori a creare partnership e a supportare le iniziative locali”. Veneto Vogue: Venezia è inserita nel progetto delle Nuove vie della seta e svolge un ruolo decisivo, come cardine tra la via di terra e quella di mare. Venezia ha una grande opportunità da cogliere per inserirsi in quella rete globale di città-stato da lei descritta ? Parag Khanna: “Venezia è stata ovviamente un ancora fondamentale delle Vie della Seta marittime e può certamente esserlo ancora. La strategia chiave è diventare un hub logistico un hub logistico molto efficiente per la regione adriatica, che è in rapida crescita e si estende su diversi paesi” VenetoVogue: Il Veneto, che si trova al centro dei corridoi europei, può essere considerato esso stesso un hub? Parag Khanna: “L’Europa ha avuto successo perché ha abbattuto le barriere tra i suoi molti hub: Londra, Parigi, Bruxelles, Francoforte, Madrid, Zurigo, Venezia, e così via. Venezia è sempre stata un hub europeo cruciale — ma è altrettanto importante essere un gateway tra l’Europa e l’Oriente. Il porto del Pireo in Grecia è un esempio di


FUTUROVENETO

VENETOVOGUE

come la Grecia stia sfruttando investimenti cinesi per rafforzare il suo ruolo di passaggio Est-Ovest”. Veneto Vogue: Il Veneto ha bisogno di maggiore politica nazionalista o indipendentista per diventare come Singapore? Parag Khanna: “Dipende da quanto il governo centrale è collaborativo. Al momento, l’Italia ha bisogno di sostenere le iniziative di regioni e città come Venezia al fine di goderne dei benefici collettivi. Investimenti che arrivano a Venezia, o a Milano, o a Roma hanno bisogno di filtrare nel resto del paese e stimolarne la crescita a livello nazionale allo stesso modo. Ciò crea un vantaggio per tutti”. Veneto Vogue: Oggi in Veneto vivono 5 milioni di abitanti, distribuiti in diverse città. Il Veneto può essere considerato come un megalopoli policentrica orizzontale? Parag Khanna: “L’obiettivo del governo italiano di riorganizzare l’Italia in un insieme di 14 regioni metropolitane è una buona cosa e dovrebbe accelerare. Questo consentirà a più amministratori provinciali di inserire le città in cluster poli-centrici, migliorare le infrastrutture, attrarre investimenti e progettare politiche migliori”. A cura di Silvio Caoduro

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ARCHIVIOSTORICO

VENETOVOGUE Articolo di Giovanni Veronese Giacomo Girolamo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, odierna Duchcov, 4 giugno 1798) è stato un avventuriero, scrittore, poeta, alchimista, diplomatico, filosofo e agente segreto italiano, cittadino della Repubblica di Venezia. Di lui resta una produzione letteraria molto vasta ma viene principalmente ricordato come avventuriero e come colui che fece del proprio nome il sinonimo di seduttore e libertino. A questa fama di grande conquistatore di donne contribuì verosimilmente la sua opera più importante: Histoire de ma vie (Storia della mia vita), in cui l’autore descrive, con la massima franchezza, le sue avventure, i suoi viaggi e i suoi innumerevoli incontri galanti.

Breve visita del libertino più famoso di tutti i tempi in terra Berica

CASANOVA A VICENZA

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ella sua “Histoire de ma vie”, il cui manoscritto originale è custodito alla Biblioteca Nazionale di Francia, che ne è anche il proprietario, Giacomo Casanova narra una breve gita a Vicenza in compagnia di Pierantonio Capretta e di Maria Ottaviani, personaggi che nella sua biografia verranno citati solamente con le iniziali P.C. e C.. Per capire meglio chi erano i compagni di viaggio del libertino veneziano è opportuno un breve antefatto che ci riporta momentaneamente nella città lagunare. Casanova fa rientro a Venezia il 29 maggio 1753, o, come dice lui “l’antivigilia del giorno dell’Ascensione”, dopo tre anni passati a vagabondare per la penisola italica e in Francia. Il breve soggiorno all’estero fu consigliato al libertino da Matteo Zuane Bragadin, suo protettore nobile, discendente di quel Marcantonio Bragadin eroe di famagosta, perché i tre inquisitori di Stato avevano iniziato a rivolgere con una certa assiduità la loro attenzione verso lo stile di vita, tutt’altro che irreprensibile, del giovane e turbolento Casanova. Al suo rientro Giacomo Casanova fa la conoscenza di C.C., come ho già detto le iniziali nelle memorie casanoviane sono una costante, a tutela del buon nome dei personaggi molti di loro ancora vivi quando a Dux, in Boemia, inizia a scriverle. C.C., alla quale verrà dato un nome solamente negli anni ‘70 del novecento, verrà identificata, dopo un’avventurosa serie di ipotesi, come Caterina Capretta, figlia di un “diamanter” (intagliatore e commerciante di pietre dure e preziose) che risiede in parrocchia di San

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Marziale nel sestier di Cannaregio a Venezia. Tra i due, nonostante la giovanissima età della ragazza, che al tempo dei fatti era solamente quattordicenne, scocca la fatidica scintilla e il libertino, ventottenne ed innamorato, inizia a frequentare la casa di corte della Raffineria dove fa la conoscenza di P.C., ovvero Pierantonio Capretta, fratello della fanciulla, un poco di buono spesso coinvolto in loschi affari e truffe. Il 22 giugno 1753, un venerdì, Casanova riceve un biglietto da Pierantonio Capretta, il famigerato P.C., che, con uno stratagemma lo fa andare da lui e, una volta lì, gli illustra il progetto di andare con lui a Vicenza per un consistente acquisto di seta. La produzione e la mercatura della seta a Vicenza erano due delle voci di una fiorente economia manifatturiera fin dal XVI secolo ed i panni serici vicentini erano considerati pregiati nei territori della Veneta Repubblica ed in gran parte della penisola italica. L’allegra brigata arriva a Vicenza il 23 giugno del 1753, dopo tre ore di calesse da Fusina, e lo stesso libertino ci fa sapere, che presero alloggio all’albergo Al Cappello, al tempo uno dei più rinomati della città Berica. Da alcune ricerche effettuate ho potuto scoprire che l’albergo Al Cappello, e più precisamente la Locanda Al Cappello sul Nolo, si trovava su quello che oggi è corso Andrea Palladio, in pieno centro storico, all’altezza dell’attuale civico 141. Alcuni testi storici collocano l’albergo quasi di fronte all’attuale contrà delle Morette ed il libertino ci fa sapere che la sua camera è


ARCHIVIOSTORICO

VENETOVOGUE ARCHIVIO VICENTINO

Locanda al Cappello sul Nolo Corso Palladio 141

Casin dei Nobili Palazzo Braschi Corso Palladio 67

Pianta Angelica di Vicenza - riproduzione di Giovanni Pittoni - miniatore del XVI sec. La pianta Angelica è una grande pianta prospettica della città di Vicenza, realizzata in epoca rinascimentale e conservata presso la Biblioteca Angelica di Roma, da cui prende il nome. Si rifà alle vedute di città in voga nel Cinquecento, in primis quella di Venezia realizzata da Jacopo de’ Barbari nel 1500. Da vari documenti redatti dal nunzio vicentino a Venezia Giambattista Pigafetta si evince che costui pagò complessivamente la somma di 8 ducati, versati in varie tranche tra il 10

“al terzo piano” e l’edificio in questione risponde sia all’ubicazione che alla descrizione anche se ritengo che nei secoli abbia subito molti restauri e modifiche, alcune anche strutturali. Con ogni probabilità l’edificio dell’epoca era molto più grande e copriva anche una buona porzione dell’edificio, costruito all’inizio del XX secolo, che si trova attualmente al numero civico 139. La definizione “sul Nolo”, riferita a quel tratto dell’attuale corso Andrea Palladio, derivava dal fatto che la parallela di contrà delle Morette era, al tempo, contrà delle Vetture dove si trovavano i principali noli di carrozze, o vetture, della città. Indirettamente ce lo conferma proprio Giacomo Casanova, quando, scoperta una losca macchinazione di Pierantonio Capretta che aveva fatto registrare la Ottaviani, sua amante, come signora Casanova, si infuria e, dopo una furiosa lite, chiede al nipote dell’oste di fargli attaccare un”piccolo calesse per far rientro a Venezia. Altro elemento che mi conforta nell’identificazione del luogo sono i pasti ordinati allo stesso locandiere ed infatti alla locanda era annessa anche l’osteria Al Cappello di proprietà della nobile e potente famiglia vicentina Nievo. Dell’osteria all’insegna “del Capelo” troviamo traccia già nel 1458 nella “mariegola (o matricola) della fraglia degli osti di Vicenza”, oggi conservata alla Biblioteca Bertoliana di Vicenza, dove si cita un “Grigolo, osto al Capelo”. Nella Pianta Angelica di Vicenza, mappa rinascimentale elaborata da Giovan Battista Pittoni, notiamo che il corso aveva il nome di Strada,

dicembre 1579 e il 21 marzo 1580, al maestro miniatore Giovanni Battista Pittoni per la realizzazione della copia del disegno della città di Vicenza. La copia era stata richiesta dai Deputati del governo della Repubblica per trasmetterla a Roma. Recentemente si è ipotizzato che il disegno originale della pianta sia opera da Vincenzo Scamozzi, esperto in prospettive e progettista della prima biblioteca a Venezia.

o Strà, Maggiore mentre ai tempi della visita del libertino veniva chiamato Strà Grande (o Granda) e, oltre ai palazzi nobili, vi si affacciavano numerosissime botteghe artigiane ed osterie. Tra le osterie vicentine dell’epoca è opportuno ricordare la Spada, in contrà Catena, la Luna in contrà Pigafetta (al tempo contrà de la Luna), il Bo, le Gazole e le Morette, nelle contrà omonime, la Crose, l’Orso e le Do Spade D’Oro, quest’ultima in contrà del Pozzo Rosso. L’albergo venne presumibilmente chiuso e destinato ad altro uso a metà dell’800 durante la dominazione austriaca della città mentre della vecchia osteria si sa che poi prese il nome di Caffè al Paradiso come testimonia una vecchia foto del 1885 (Getty Images Archivio Alinari), ritroveremo il caffè Paradiso anche all’inizio del ‘900 e, dalle poche notizie ritrovate, chiuderà definitivamente durante il secondo conflitto mondiale. Sempre a Vicenza, il Casanova, ci dice che assieme ai Conti Velo, Sesso e “l’amabile” Conte Trento, si reca al Casin dei Nobili che era al tempo nell’attuale Palazzo Braschi, splendido palazzotto tardo gotico in stile veneziano, al civico 67 sempre in corso Palladio a pochi passi dall’albergo Al Cappello. Nello stesso “Casin dei Nobili” la sera seguente Casanova, Pierantonio Capretta e la Ottaviani vengono invitati ad un ballo che l’egocentrico, e permaloso, libertino lascia prima del tempo risentito del fatto che nessuno gli rivolgesse la parola.

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ARCHIVIOSTORICO

VENETOVOGUE ARCHIVIO VICENTINO

Alcuni stemmi delle famiglie nobili vicentine

Il Casin dei Nobili

Palazzo Braschi prima del bombardamento e dopo il restauro (archivio Parolin)

Il grande e lussuoso “Casin dei Nobili”, conosciuto anche come “Casin Vechio”, era il punto di ritrovo della nobiltà vicentina che il libertino veneziano ci ricorda essere composta quasi esclusivamente da Conti. Il Casino dei Nobili rimarrà a Palazzo Braschi fino al 1800, sopravvivendo alla caduta della Veneta Repubblica nel 1797, per poi trasferirsi provvisoriamente nella sala Bernarda del vicino palazzo Trissino e far ritorno a palazzo Braschi nel 1801. L’associazione del Casin dei Nobili, dopo varie vicissitudini, si scioglie nell’agosto del 1825 e in quella data la sede di palazzo Braschi viene definitivamente abbandonata dalla nobiltà vicentina. Il palazzo subirà gravi danni durante un bombardamento aereo nel febbraio del 1945 e parte del corpo di fabbrica verrà irrimediabilmente distrutto si salverà la facciata prospiciente il corso, il palazzo verrà ristrutturato dopo la guerra ed ora ospita la sede di una banca. I casini, a Vicenza come a Venezia, erano luoghi di conversazione, di cultura ma anche, specialmente quelli privati, ritrovi per giocare

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d’azzardo o per convegni amorosi e a Vicenza molti nobili avevano il loro decentrato rispetto al palazzo nobile. Molti dei casini nobili di Vicenza erano concentrati nei pressi dell’Isola, o attuale piazza Matteotti, tra i quali si diceva che spiccasse per lusso ed eleganza quello dei nobili Barbarano. A ricordarci il “Casin Vechio” di palazzo Braschi è oggi l’attigua farmacia detta appunto “Al Casino” unica testimone superstite del ritrovo nobiliare, mentre a ricordarci la parte del corso che prendeva il nome di Nolo rimane una targa con la vecchia toponomastica all’inizio di quella che oggi è contrà Manin. Giacomo Casanova farà rientro a Venezia il 26 giugno 1753 e per quanto ci è dato modo di sapere questa fu l’unica avventura vicentina del libertino più famoso di tutti i tempi. Giovanni Veronese


ARCHIVIOSTORICO

VENETOVOGUE Articolo di Luciano Parolin

La Società del Casino

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alazzo Braschi (XV° sec), si trova sulla principale via della città, cioè il Corso. In questo palazzo per secoli ha avuto sede una Società che accoglieva il fior fiore della nobiltà vicentina invidiata dalle città Venete. In data 22 giugno 1786, nel Capitolare del Casino è scritto: oggetti di decoro, di comodo e di divertimento con universale compiacenza determinarono nel passato secolo la lodevole istituzione di questa società, col titolo di Compagnia nobile del Casino,diretta da provvide leggi che la conservarono nella sua primitiva costituzione e che la resero sempre applaudita. La società si rinnovava di dieci in dieci anni, con la delibera del 24 luglio 1786 è confermata la rinnovazione a tutto 11 novembre 1796, con la determinazione di prendere in affitto dai Conti Braschi la solita casa per servire alla nobile compagnia. Sulla base delle capitolazioni del 1745, era formato uno Statuto recante disposizioni per quelli che oggidì hanno interesse ad adunanze e annuali intrattenimenti. Secondo lo Statuto potevano essere iscritte alla Società tutte le famiglie nobili della città, non esercenti offici notarili. Con scrittura del 26 marzo 1746, fu prescritto a ciascun cittadino nobile di presentare in avvenire il certificato di nozze e le fedi di battesimo dei propri figli per essere registrati in apposito libro ch’era tenuto dai Ragionieri del comune, e ciò perchè potesse provarsi la capacità legale ad appartenere al Consiglio dei 150. Questo perchè era ammesso anche il forestiero di qualunque città, così pure gli ufficiali di truppa regolare, ed i segretari della cancelleria ducale. Era potere dei presidenti introdurre soggetti meritevoli di essere ammessi per merito. L’ingresso era stabilito in Lire venete 31, il contributo annuo lire 88. Era impegno della Presidenza tenere sempre aperto il Casino e di promuovere, secondo le circostanze dei tempi e della cassa, nobili trattenimenti, come una festa da ballo nel giorno del Corpus Domini. Ammogliandosi alcuno dei soci e desiderando una festa da ballo per una sol volta in un giorno gradito previo l’esborso di 20 Ducati effettivi, a spese della Compagnia. L’organizzazione della Società prevedeva due presidenti, di cui uno cassiere, da due cavalieri addetti alla gala, assistiti da tre consiglieri detti di Banca. Aveva a stipendio un segretario, tre inservienti col titolo di custode, sotto custode e maschera. Colla caduta del Governo Veneto la Società si sciolse. Le idee democratiche non si conciliavanocon l’esistenza di sodalizi nei quali non poteva essere un solo ordine di cittadini (nobili). Dopo Campoformio con il ritorno dell’Austria, i Soci del Casino ricostruirono la Società con un nuovo Statuto addì 30 gennaio 1798, fissando le regole preliminari della Compagnia purchè: non siano sovversive, né alteranti le regole fondamentali scritte. 1. Avrà voce attiva solo la persona iscritta. 2. Saranno eletti a pluralità di voti tre Presidenti tra i quali chi otterrà il maggior numero di voti sarà Presidente Cassiere. 3. Il Conte Pietro Cristoforo Caldogno offre alla compagnia la propria casa sino a tutto 11 maggio p.v. Quando sarà di proprietà di Marc’Antonio Tecchio. La compagnia incarica i Presidenti di ringraziare.

4. Sarà formata una Cassa della Compagnia sborsando in mano del Presidente Cassiere zecchini N. 4 ossia Lire 94 e successivamente la quota annua stimata conveniente. 5. Se qualche spettacolo dovesse risultare troppo dispendioso per la cassa, la commissione dovrà votare a maggioranza, provvedendo ad una contribuzione straordinaria di N.2 zecchini ovvero Lire 47 in un anno. 6. Si potranno invitare ai trattenimenti quelle persone estranee, purchè nobili. 7. I tre Presidenti eletti dovranno presentarsi a S.E. Tenente Maresciallo Barone Kray e pregarlo ad accordare la sua protezione a questa nobile privata Unione, invitandola ad intervenire. 8. I forestieri nobili saranno ammessi quando vengano presentati da soci sottoscritti: Gian Giacomo di Thiene; Marc’Antonio Trissino; Pietro Sessi;Francesco Loschi; Gaetano Trissino; Giuseppe De Salvi; Gabriele Capra Pigafetta; Andrea Balzi Salvioni; Bernardin Conti Barbarano; Giovanni Montanari; Pietro Cristoforo di Caldogno; Luigi Squarzi; Gaetano Agostino Ghellini; Carlo Uberto Verlato; Marc’Antonio Di Velo; Pompeo Giustiniani; Gabriele Anguissola; Nicolò Nievo; Licinio Muzan; Lodovico Volpe Borsello; Girolamo Giuseppe Di Velo; Enrico Tornieri;Francesco di Thiene; Giovanni Battista Orazio Porto; Annibale Thiene; Cariolano Antonio Garzadori; Biagio Ghellini; Gio. Scipion Dal Ferro; Gio. Paolo Bissaro; Lodovico Cordellina Molin; Girolamo Valmarana; Luigi Porto Barbaran; Giacomo Valmarana Calidonio; Lodovico Porto; Giovanni Chiericati Salvioni; Girolamo Giuseppe di Velo; Francesco Quinto; Giacomo Stecchini; Francesco Maria di Thiene; Francesco Sessi; Nicolò Fracanzani; Girolamo Porto Godi Pigafetta; Gualdiniello Bissaro; Ottavio Monza; Camillo Chiericati e fratelli; Filippo Luigi Sale; Manfredi Repeta; Giovanni Cuman; Alessandro Maria Arrigoni; Alfonso Capra; Girolamo Ragona; Carlo Mattarelli; Francesco Folco; Angelo Revese; Francesco Pandini; Orazio Claudio Capra; Agostino Piovene; Prospero Cisotti; Lodovico Bonin Longare; Carlo Barbieri; Antonio Fioccardi; Sebastiano Anti Sola; Girolamo Pagello; Ottavio Trento; Matteo Capra; Conte Enrico Bissari. La sorte della Società dipendeva dal fatto di poter trovare una sede stabile e decorosa, poiché il conte Caldogno aveva concesso ospitalità solo provvisoriamente. I Presidenti furono costretti a chiedere in affitto per alcuni anni il piano nobile del Palazzo, ma il conte offrì una sala ed alcune camere gratuitamente, per un decennio. Il 27 dicembre 1798 la Società deliberava che la durata fosse di un decennio, cioè a tutto 11 novembre 1808. I Presidenti, misero a disposizione 400 Ducati per l’apprestamento dei mobili, andando tuttavia alla ricerca di un nuovo stabile. 28 marzo 1800 I Presidenti propongono all’Accademia l’utilizzo della Sala Bernarda (Palazzo Trissino Baston) e le adiacenti camere che sarebbero adattate per trattenimenti e spettacoli che erano lo scopo dell’istituzione. Con questa delibera rivolta ai Deputati della città implorano la concessione dei locali. Con decisione del 31 marzo 1800, si stabilirono le condizioni con le quali si regolava la concessione, era inteso “che se i deputati nel corso degli anni otto per qualunque motivo credessero disporre dei locali, l’Accademia dovrebbe lasciarli in libertà”

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ARCHIVIOSTORICO

VENETOVOGUE ARCHIVIO VICENTINO

1850 circa: Scene di vita in Piazza dell’Isola, Campo Marzio, Piazza dei Signori e Contrà Porti La Società del Casino si trasferì pertanto nell’antica sede dei Rettori Veneti. Ma purtroppo gli avvenimenti che seguirono la Battaglia di Marengo (Alessandria) 14 giugno 1800 tra Francesi e Austriaci, costrinsero l’Associazione a lasciare i locali all’occupazione Francese. Tornata la pace e ritornato il Governo Austriaco, l’Accademia il 26 giugno 1801 ritorna in Sala Bernarda ma per poco perchè l’Associazione il 13 ottobre 1801 riprendeva in affitto dai Conti Braschi la casa detta del Casino, il 2 gennaio 1802 i conti Paolo e Daniele Braschi stipularono con i Presidenti un contratto di sette anni con la “Compagnia considerata in cinque camere sopra la strada, compreso il granaro e diversi luoghi di detto appartamento, compreso una camera terrena come lo era in passato il tutto noto alla nobile compagnia, parte sopra la Corte grande e taluni verso la corticella di San Giacomo. Il fitto stabilivasi in Ducati 1550. Entrati nella sede di proprietà Braschi la Società dovette restaurare gli ambienti e acquistare mobili, per far fronte alle spese il 12 luglio 1802 si deliberò che ogni socio iscritto dovesse sborsare per quattro anni 10 Ducati, costituendo una cassa separata. I Presidenti volevano avere una splendida sede di rappresentanza. EVENTI DAL 1804 al 1825 Giugno 1804, Il fratello dell’imperatore l’Arciduca Giovanni, bramava di venire a Vicenza per alcuni giorni. La principesca visita aveva esaltato gli animi della città che voleva dimostrare lo splendore delle sue feste. La Società del Casino aderì all’invito e con delibera del 22 maggio 1804, stabiliva di dare un grande trattenimento con la spesa prevista in Lire Venete L. 2594. Mentre erano in corso i lavori di adattamento della sede Braschi, il principe comunicava di anticipare la propria venuta a Vicenza, non essendo possibile allestire in tempo i locali, offerse il proprio Palazzo il Conte Marc’Antonio Trissino 10 giugno 1804, Domenica, per l’augusto ospite si preparò una festa grandiosa, tanto da doverne fare una seconda con spesa di Lire 3749. La Società al Casino era giunta al suo massimo splendore, tale successo dava fastidio a molti facendo sorgere una copia del Casino al Duo-

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mo che prevedeva l’iscrizione anche ai cittadini non nobili, mercanti, orologiai, drappieri e altro. La nuova Società andava a collocarsi nel Palazzo dell’Ospedale in Piazza Duomo, rimesso a nuovo dall’architetto Fontana. 10 luglio 1805, l’acquisto viene regolarizzato dal notaio Disconzi, con l’atto gli azionisti versano un canone annuo di 600 Ducati alla Banca dell’Ospitale. Il nuovo Casino viene inaugurato nel 1808 la sera del Corpus Domini con una memorabile festa da ballo. Il nuovo Casino però non aveva chiesto il riconoscimento governativo che venne approvato solo il 26 marzo 1807, dal Prefetto del Bacchiglione. 3 gennaio 1814, il Prefetto del territorio del Bacchiglione, invitava la Presidenza del vecchio Casino di Palazzo Braschi ad organizzare una sontuosa festa da ballo per festeggiare l’Imperial Regio Quartier Generale Austriaco che aveva sede in Vicenza, con questo mezzo si poteva “avvicinare i signori ufficiali ai cittadini e rendere i primi persuasi della considerazione e dello spirito di cui sono animati gli abitanti”. Il ballo si tenne la sera dell’11 gennaio 1814. 20 aprile 1814, il Prefetto scrive “gli avvenimenti politici accaduti, fanno presagire un felice destino alle province italiche occupate dall’Armata di S.M. L’Imperatore e Re, colla cessazione dei mali della guerra, col ristabilimento del commercio e della tranquillità, esser deggiono celebrati con delle pubbliche dimostrazioni di gioia e di esultanza; considerando che la Società del Casino Vecchio sia la prima a festeggiare questi fausti avvenimenti” prega la presidenza di voler dare per il 24 aprile un ballo allargato agli ufficiali e con il permesso di portare le maschere. Le eccellenti condizioni della Società si mantennero per tempo, ogni anno per la festa del Corpus Domini si mostrava la Rua e si svolgeva il grande ballo. 8 agosto 1825, l’assemblea dei soci deliberava lo scioglimento dell’Associazione. Luciano Parolin


IMMAGINIVENETE

VENETOVOGUE Archivio fotografico Giovanni Veronese

Relaxing

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RADICIVENETE

VENETOVOGUE A cura di Davide Lovat

3000 anni di storia...

1. La stele in pietra di Isola Vicentina

LA TERRA DEI VENETKENS Il popolo Veneto fu alleato dei Romani contro i Galli e Germani comuni nemici e nella leggenda tramandataci da Virgilio e Tito Livio i due popoli Latino e Veneto avevano una origine comune in quanto provenienti dall’Oriente dopo la caduta di Troia: Enea giunse sulle rive del Lazio e fondò Roma mentre Antenore sbarcò sulle rive dell’alto Adriatico e fondò Padova.

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on il nome di Veneti si indicano le popolazioni indoeuropee diverse dalle italiche e dalle celtiche, stabilite nella pianura veneta e ivi rimaste fino al momento dell’annessione alla potenza romana. Le notizie degli antichi sono concordi nel ritenere i Veneti per immigrati. Secondo Erodoto si ritenevano essi stessi provenienti dall’Asia ed egli li definisce come Illiri. Secondo Livio loro capo sarebbe stato Antenore, di cui a Padova è conservato ancor oggi l’antico sepolcro; nel Veneto a cui diedero nome si sarebbero sostituiti agli antichi Euganei, in gran parte scacciati e in parte minore assimilati. Secondo Polibio la loro lingua era diversa da quella dei Celti. Secondo Plinio erano dediti al commercio, fra l’altro quello dell’ambra. Secondo Scimno essi avevano 50 città e, di queste, conosciamo Patavium (Padova), Altinum (Altino), Adria, Ateste (Este), Tarvisium (Treviso), Vicetia (Vicenza), Opitergium (Oderzo), Feltria (Feltre) e Bellunum (Belluno). I confini dei Veneti propriamente detti – senza i Carni di origine celtica – erano il fiume Adige, le Prealpi venete e carniche, il mare e

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il corso del fiume Liquentia (Livenza). Con la battaglia di Talamone (225 a.C.) i Romani ebbero per la prima volta la strada aperta verso la Gallia Cisalpina, dove stabilirono colonie in territorio gallico a Piacenza e Cremona. Dopo la seconda guerra punica, poco dopo Bononia (Bologna 189 a.C.), Parma e Mutina (Modena 185 a.C.), fondarono una colonia al di là del territorio veneto ad Aquileia (183181 a.C.). I rapporti tra Romani e veneti non cessarono però mai di essere amichevoli e più volte i Romani presero le difese dei Veneti dagli assalti dei Galli, ricevendone il contraccambio quando essi stessi furono attaccati e invasi. Dopo la guerra sociale le città venete furono trattate secondo la lex pompeia de Gallia Citeriore (89 a.C.) che le assimilava a colonie di diritto latino; le prime città a godere di questo status furono Ateste, Patavium e Vicetia. Con l’ordinamento augusteo i Veneti furono staccati dalla Gallia Cisalpina per costituire, a partire dal 42 a.C., la X Regio Venetia et Histria con il territorio dei Carni e degli

E’ sorprendente constatare che tutta questa area corrispose più tardi al tempo di Augusto alla X Regio Venetia et Histria e nei secoli successivi in età medioevale e moderna al territorio della Repubblica Veneta e ora in parte corrisponde al Veneto odierno con ben 3.000 anni continui di storia. Il nome Venetkens si rileva da una stele in pietra con l’iscrizione in Venetico ritrovata a Isola Vicentina, testimonianza di una cultura omogenea di un popolo su questo territorio. Non c’erano Re né città egemoni ma tutte erano legate tra loro da interessi agricoli, artigianali e commerciali, di lingua e religione, governate da un ceto di maggiorenti simile secoli dopo al governo della Serenissima.

Histri, prima definizione storica ufficiale dei confini geopolitici della patria veneta. E’ interessante notare che ancora oggi, dopo 21 secoli, il confine fra dialetti veneti, dialetti ladini moderni e dialetti slavi corrisponde assai bene al confine dei veneti antichi così delimitato in epoca romana. Dopo alcuni secoli di relativa calma e prosperità, a partire dal III secolo d.C. il Veneto fu sottoposto alle vicende comuni alle altre terre italiche settentrionali, a causa delle invasioni barbariche che nella maggior parte dei casi dilagavano verso la penisola varcando i più accessibili varchi delle Alpi orientali, portando a stanziamenti sulla terra veneta di germanici e franchi, a incursioni magiare, a violente razzie e a stragi compiute da popolazioni talvolta solo di passaggio, come gli Unni di Attila. La conseguenza fu duplice: una parte del popolo veneto si rifugiò nella laguna, dando origine a partire dal V secolo a quella che diventerà con un percorso autonomo la Repubblica Serenissima, destinata in seguito a riconquistare tutta la patria veneta; mentre un’altra parte rimase in terraferma e subì l


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3. Situla Benvenuti - VII sec. A.C.

Si intuisce che il popolo dei Veneti antichi non era un popolo bellicoso ma essenzialmente di allevatori, agricoltori, artigiani e commerciati insediati prevalentemente lungo i fiumi in case fatte di legno e argilla che naturalmente cercavano di difendersi dalle vicine invadenti popolazioni. Questa propensione per l’allevamento, l’artigianato ed i commerci era favorita dal territorio pianeggiante e dal notevole numero di fiumi e canali navigabili che erano di raccordo attraverso i valichi alpini tra i popoli del Nord Europa e danubiani della civiltà del ferro di Hallstatt con il mondo mediterraneo principalmente con il mondo Etrusco di Bologna ed i Greci che arrivavano con le loro navi nell’Alto Adriatico.

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2. Lamima con alfabeto Santuario di Retia - Este IV sec.A.C.

Adria era il loro porto principale dove erano scambiati i prodotti dell’artigianato greco ed etrusco con i prodotti metalliferi provenienti dalle Alpi, la preziosa ambra del Baltico, le lane, i prodotti agricoli e gli apprezzati cavalli veneti che nei circhi gareggiavano con il colore azzurro. Dagli Etruschi i Veneti appresero e specializzarono l’arte della lavorazione del bronzo e i caratteri della scrittura che adattarono alla lingua venetica che però era vicina alla lingua latina non all’etrusca. A Este principale centro culturale e religioso c’era una scuola per l’insegnamento della scrittura frequentato anche da molte donne evidentemente già emancipate (fig,2)

proliferazione, fitta e culturalmente vivace, di città, borghi, castelli, domini ecclesiastici (anche in vallate periferiche come l’Ampezzo, il Cadore, i Sette Comuni, la Val Venosta, il Patriarcato di Aquileia, la Contea del Friuli o Cividale, il vescovado principesco di Bressanone, la Contea di Gorizia), impedì nel Veneto lo svolgimento di una storia regionale polarizzata in modo unitario e generando quel policentrismo che ancor oggi caratterizza la patria veneta.

’evoluzione della storia comune alle regioni d’Italia sottoposte all’affermarsi del Sacro Romano Impero, a cui rimase formalmente soggetta fino a tutto il XIV secolo. Formalmente, però in modo del tutto particolare rispetto ad altre zone. Infatti la

Nonostante i tentativi egemonici in pieno Medioevo degli Ezzelini, solo tra il XIV e il XV secolo, dopo un’effimera espansione degli Scaligeri di Verona, la Repubblica di Venezia riuscì a riunificare amministrativamente, territorialmente e linguisticamente sotto un’unica sovranità la maggior parte dei Veneti, dal fiume Adda a ovest fino al fiume Isonzo a est, originando a partire dal 1404 quello Stato da Tera (Stato di Terra) che diventava la terza componente della Repubblica Serenissima, aggiungendosi al Dogado (il nucleo originario lagunare esteso da Chioggia a Grado e comprendente la capitale Venezia) e allo Stato da Mar (Stato di Mare, di cui faceva

5. Stele funeraria di Ostiana - I sec. A.C.

Del resto, le divinità erano principalmente femminili fra le quali la più importante Reitia sopraintendeva con il possesso della chiave alla vita e alla morte ed erano venerate in santuari naturali presso fonti, terme, fiumi, boschi dove venivano deposte offerte e suppliche di aiuto nonché ex voto di ringraziamento. Questi santuari confortavano chi percorreva le lunghe e pericolose vie che dalla pianura risalivano le valli alpine, i segni dei quali ritroviamo nell’Alpago, lungo il Piave a Mel, Calalzo (Lagole), Auronzo, lungo l’Isonzo a Tolmino e Caporetto, lungo il Brenta a Levico e lungo L’Adige nella Valpolicella e nei monti di tutta la fascia pedemontana

parte l’Istria già dall’anno 1004, assieme alla Dalmazia e a molti possedimenti nel Mediterraneo orientale). La definizione dei confini dello Stato da Tera, pressoché coincidenti con l’antica X Regio romana che delimitò per prima la patria dei Veneti, raggiunse la piena stabilità nel 1454 con la Pace di Lodi, di cui si parlerà più ampiamente in seguito. Prima di proseguire oltre la riunificazione dei primi anni del XV secolo e oltre il 1454, bisogna però capire come fu possibile questo avvenimento e, per fare questo, bisogna riannodare le fila della Storia dei Veneti laddove si era bipartita con le invasioni barbariche, la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e la fuga in laguna di una parte dei Veneti che non vollero assoggettarsi ai nuovi invasori e che diedero vita a una nuova entità politica, formalmente fedele all’Impero Romano ancora esistente, con capitale a Costantinopoli.

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2. Veduta del Castello

1. Stele funeraria di Ostiana - I sec. A.C.

ESTE

Gli antichi Veneti praticavano il culto dei morti che erano cremati e deposti in vasi di ceramica accompagnati da offerte funebri secondo il rango sociale. Ad Este sono stati ritrovati vasi di bronzo dette situle finemente sbalzate riproducenti momenti di vita e personaggi del mondo veneto. Famosa tra queste la situla Benvenuti del VII secolo A.C, dove appaiono, dignitari, pugilatori, guerrieri, agricoltori con le caratteristiche fogge dell’abbigliamento

Epoca Antica Ateste (Este) fu città dei Veneti, anzi la più popolata del territorio occupato da quel popolo fino a quando, nel III-II secolo a.C. cominciò a prevalere Patavium (Padova). Fu uno dei principali centri di civiltà dell’attuale Italia Settentrionale durante parte della prima e della seconda età del ferro. A una popolazione poco densa, a giudicare dalle rare vestigia (forse i cosiddetti Euganei di cui si sa ben poco oltre a qualche rara e dubbia menzione di pochi storici antichi), si sovrappose nel secolo IX a.C. una popolazione di Veneti giunti dalla sponda opposta dell’Adriatico e di probabile preistorica stirpe caucasica, la quale seppe mantenersi sempre indipendente, sia dagli Etruschi, sia dai Galli, pur avendo con loro attivi rapporti commerciali e risentendo anche per questo notevoli influssi delle loro civiltà. La civiltà atestina viene convenzionalmente divisa in quattro periodi, di cui i primi due corrispondono alla prima e alla seconda età del ferro (dal X fino alla fine del VI secolo a.C.); il terzo periodo va dal 500 a.C. fino alla metà del IV secolo a.C. e corrisponde al periodo bolognese della Certosa; il quarto periodo arriva fino alla dominazione romana, circa al 200 a.C. La forma e il corredo delle tombe hanno permesso di determinare questi periodi e le loro particolarità, anche perché il numero di esse, nei vasti sepolcreti che circondano l’abitato moderno, ha dato la possibilità di fare esaurienti raffronti e di stabilire la stratificazione. Gli Atestini, cioè i Veneti, abitanti il territorio di Este, praticavano la cremazione che veniva fatta con cura maggiore di quanto avvenisse presso le popolazioni coeve vicine.

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L’abitato antico doveva estendersi esattamente dove poi sorse la città romana e quella moderna. Al secondo e terzo periodo deve assegnarsi il fiorire di Este; in esso attive furono le relazioni commerciali con i popoli confinanti, pur conservando la città la sua completa indipendenza. Nulla di documentato con certezza sappiamo dei tentativi compiuti dai Galli per invadere e occupare il paese dei Veneti, ma certo l’ostilità tra questi due popoli è continuata agli albori della Storia e anche nelle lotte tra Roma e i Galli, nelle quali i Veneti parteggiarono per Roma; così pure nella guerra annibalica durante la quale, anzi, secondo una testimonianza di Silio Italico, combatté nella battaglia di Canne un buon numero di Veneti comandati da Asconio Pediano. Dopo la guerra dei Cimbri nella sistemazione della Gallia Cisalpina, Este seguì la sorte di questa regione, certo nella forma più benevola per la sua costante alleanza con Roma. Non sappiamo precisamente per quali contese i proconsoli Cecilius e Atilius Saranus dovettero delimitare con cippi i confini di Este con Padova nel 141 a.C. e con Vicenza nel 135 a.C. Dopo la guerra sociale, Ateste ebbe il diritto latino e nel 49 a.C. ottenne da Cesare il diritto di cittadinanza. Quando Ottaviano Augusto definì i confini delle province dell’Impero Romano (nel 7 a.C.), Este fu naturalmente compresa nella X Regio Venetia et Histria con tutta la patria veneta. Epoca medievale e moderna Già decaduta politicamente ed economicamente quando Padova crebbe in prestigio, Este dovette forse la sua estrema rovina alle prime invasioni barbariche. In seguito alla

terribile rotta dell’Adige dell’anno 589 alla Cucca presso Albaredo, per cui il corso del fiume deviò per Porto e Legnago, se pur qualcosa di Este restava o risorgeva, essa, privata del ricco fiume, perdette la sua fisionomia tradizionale per diventare semplice città di pianura e centro agricolo. Di più, roccaforte ad essa vicina diventò Monselice. Più tardi, a poco a poco risorse e, grazie a Ottone I re di Germania, costituì il feudo di una famiglia, longobarda d’origine, che poi dal luogo si chiamò d’Este; allora la cittadina diventò centro d’un vasto territorio, che comprese anche Monselice e Montagnana. Azzo II vi costruì un castello come residenza sua e dei suoi. Padova ne fu turbata; lotte lunghe e aspre seguirono, finché, trasferitisi gli Estensi a Ferrara, Este non fu compresa entro il dominio padovano che finì nelle mani dei Carraresi fino a quando tutto il loro territorio non fu conquistato, nel 1405, dalla Repubblica Serenissima di Venezia. Sotto la repubblica veneta Este visse in pace e nella prosperità, sede preferita di villeggiatura di parecchie nobili famiglie veneziane. Nel 1797 cadde la Serenissima e dopo le guerre napoleoniche Este finì sotto il dominio austriaco con tutta la patria veneta. Nel 1829 l’Austria la innalzò al grado di città. Nel 1866 al dominio austriaco subentrò sulla patria veneta il dominio italiano, che sussiste tuttora. In tale ordinamento giuridico, Este è compresa in quella Regione amministrativa denominata Veneto che, con Friuli e parte della Venezia Giulia (riunite in un’altra regione amministrativa) e con la Venezia Tridentina (definita Provincia autonoma di Trento), costituisce la storica patria veneta, oggi denominata anche Triveneto o Tre Venezie. (Davide Lovat)


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FRAMMENTI DAI LIBRI DI STORIA E ARTE VENETA “Il 1.500 segna il trionfo della Serenissima, che resiste all’ intera Europa coalizzata contro le sue

istituzioni... si regge sul consenso e non sulla repressione: le masse contadine, artigiane, operaie, che ovunque in Europa si rivoltano contro i governi e gli stati, sono invece la muraglia più possente e più durevole a difesa della Grande Repubblica Veneta che ha in Venezia il suo cuore e nel Diritto il suo spirito. Venezia e il Veneto diventano allora la patria dell’arte, l’arca della civiltà della pace. San Marco è per l’intera Europa bandiera di libertà e buon governo, gioia di vivere.” Atlante storico della Serenissima, Giovanni Distefano, vol. 1 pag. 13

Foto di Leo Maria Scordo

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all’inizio del XV secolo la Serenissima si espande verso la terraferma veneta e friulana. E’ il momento delle ‘donazioni’ a San Marco, più o meno volontarie, e tutti gli staterelli e signorie, il patriarcato di Aquileia e Patria del Friuli, chiedono di aderire alla Republica Veneta. Si forma così un vasto stato di straordinaria importanza nell’orizzonte europeo, coniugando la già floridissima potenza economica, cerniera e ponte tra oriente e occidente, con il peso politico e militare che un potente stato poteva offrire. Fu un successo straordinario che pose fine alle lotte feudatarie succedutesi per oltre un millennio, dovute a signorotti e scompensi delle ‘migrazioni’ straniere (le invasioni dei barbari).

Per la terraferma veneta e friulana, soprattutto per le masse contadine, saranno i quasi quattrocento anni di pace e prosperità, interrotti solamente dalla stagione dell’invidia europea verso Venezia con le truppe associate nella Lega di Cambrai a portare devastazioni per qualche decennio nel primo cinquecento. Coalizione battuta dalla straordinaria diplomazia veneziana ed anche dalla popolazione veneta e friulana unita in San Marco. La Repubblica, seppur oligarchica comunque la più tollerante e civile dell’epoca, prosperò grazie ad una lungimirante politica che aveva il cardine nelle amplissime autonomie locali (i ‘rettorati’, molto più di ‘federalismo’ come ora lo intendiamo, quasi una associazione di distretti indipendenti) lasciate alle ‘Regole’ locali delle varie Comunità e agli ‘Statuti’

delle varie Città con i loro Contadi. Molto esteso e protetto il terreno ‘demaniale’ (delle comunità locali) destinato ad uso civico, eredità di tradizione medioevale. Lo stato centrale si limitava a nominare nelle città e comunità locali un Podestà e un Capitano Militare. Persino più ampia ancora l’autonomia alla Patria del Friuli, dove veniva insediato un Luogotenente, quasi uno stato indipendente. Le varie città e comunità contribuivano (e non tutte) allo stato con tasse e/o con forniture (per esempio il legname dal Cadore e dagli Altipiani).

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L’ARTE DEL MAGNAR

A Venezia e le sue corporazioni

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l rapporto tra i Veneti e il cibo ha sempre rivestito un’importanza particolare, di cibo scrivono Veneti famosi come Carlo Goldoni, che, nei fatti, è forse il primo critico gastronomico, o come Giacomo Casanova, che nella sua “Histoire de ma vie” dedica molto spazio al cibo menzionando quel baccalà “vischioso” che molti identificano nel “Bacalà a la Vixentina” ma che, a mio avviso, è più identificabile nel venezianissimo “Bacalà Mantecato” tuttora protagonista, assieme alla immancabile polenta bianca, dei “cicheti” che fanno bella mostra nelle vetrine delle osterie superstiti. E’ Giacomo Girolamo Casanova nelle sue memorie a suggellare lo splendido matrimonio tra cibo ed eros, ogni suo incontro galante infatti, che si svolga a Murano nel casino dell’abate De Bernis assieme alla monaca M.M., o nel suo casino di San Moisé è preceduto da abbondanti libagioni descritte in ogni dettaglio come sono descritti in ogni dettaglio i suoi incontri amorosi. E’ Goldoni nella sua “Chi la fa l’aspetta”, gustosissima commedia in tre atti, inventa lo splendido dialogo tra “l’osto” Ménego e Lissandro “venditor de zogie false”, come veniva definita la bigiotteria nel secolo dei Lumi a Venezia, uno sciorinare di cibi che spazia dalla “lengua de manzo salmestrada co le mie man” alle “ostreghe”, quelle famose in tutta Europa che venivano dai bacini dell’Arsenale decantate anche dal conte Algarotti. Chiudendo il dialogo il “sior Carlo” , gastronomo “ante litteram”, ci dice una cosa paradossale ma vera nel secolo più opulento della città lagunare: “La comanda, e no la dubita gnente. Semo a Venezia, sala! No ghe nasse gnente, e ghe xe de tutto, e a tutte le ore, e in t’un batter d’occhio se trova tutto quel che se vol. La comandi”. I veneziani hanno però anche una visione pragmatica del cibo, basti pensare al “saòr” delle sarde, erroneamente tradotto da qualche frettoloso gastronomo italico con il termine carpione, del quale non è neppure parente, nato con il duplice scopo di insaporire e conservare.

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Il “saòr” infatti veniva spesso imbarcato dai pescatori ed era la sussistenza durante le lunghe battute di pesca fuori dalle bocche di porto, tanto che ne esistono due varianti: quella estiva con la cipolla e quella invernale alla quale vengono aggiunti pinoli e uvetta. Lo scrigno di questo immenso tesoro a Venezia erano le corporazioni d’arte, autentiche associazioni di mestiere autogestite dotate di quelle che venivano definite le “madre regole” subito etimologizzate in lingua veneta come “mariegole”. Le corporazioni d’arte a Venezia riunivano i proprietari di bottega ed i lavoratori dei vari mestieri e gli apprendisti garantendo a loro e alle loro famiglie tutela, istruzione e assistenza. Quelle “del magnàr” erano particolarmente importanti e la loro suddivisione era particolarmente complessa ed atta a non creare sovrapposizioni assegnando ad ognuna la trasformazione e la commercializzazione di uno specifico genere alimentare. E’ importante precisare che per la maggior parte delle arti era prevista una scuola di mestiere, il praticantato di bottega e infine l’abilitazione all’esercizio che permetteva anche l’apertura della bottega. Sulle botteghe vigilavano un numero cospicuo di magistrature che accertavano che i prodotti fossero conformi a quanto previsto dalle normative emanate dalla Serenissima Repubblica e controllavano, come nel caso del vino che i recipienti corrispondessero all’effettiva capienza dichiarata e, sopratutto, si accertavano che ogni bottega versasse quanto dovuto al Serenissimo erario. A testimonianza dei severi controlli negli archivi troviamo che, nel 1398, uno “Zaninus dal Cavaleto tabernarius”, oste appunto all’osteria all’insegna del Cavalletto a San Marco, venne punito per aver usato contenitori di capienza minore di quella dichiarata truffando così i clienti. Ogni arte aveva il proprio altare votivo intitolato ad un santo in una chiesa di Venezia e il “gastaldo” dell’arte provvedeva affinché fossero ufficiate funzioni religiose in memoria di un associato passato a miglior vita o semplicemente per le consuete ricorrenze religiose.


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VENETOVOGUE Immagini dall’archivio G. Veronese

Il sistema delle corporazioni d’arte era estremamente articolato e per ogni arte venivano posti precisi confini di competenza in modo che non vi fossero inutili sovrapposizioni tutelando così il lavoro di tutti. Giusto per capire quanto articolato era il mondo veneziano delle corporazioni vale la pena di citare quelle delle “arti del màgnar” con a fianco il loro anno di fondazione: -Acquavitieri (produttori e rivenditori di acquavite) 1601 -Bastioneri (gestione dei bastioni o magazeni. Corpo contribuente senza mariegola) -Becheri (macellai) ca. 1300 -Biavaroli (venditori di cereali e legumi) 1270 -Cafetieri (venditori di caffè, rosolio e ghiaccio) 1601 -Cameranti (gestori di locanda) 1355 -Compravendi pesse (grossisti di pesce) 1301 -Casaroli (vendita olio alimentare, miele, formaggi, carni suine fresche e salate) 1436 -Mandoleri (tostatura e commercio di mandorle) 1259 -Coghi e scalchi (cuochi, aiuti di cucina e camerieri) 1569 -Erbarioli (venditori di verdure ed ortaggi) 1414 -Fontegheri o farinanti (magazzinaggio e distribuzione di farine) 1529 -Forneri (cottura e vendita del pane [no preparazione]) 1445 -Fritoleri o furatoleri (vendita di pasta e fagioli, cibi fritti, maccheroni conditi) 1620 -Frutarioli (venditori di frutta esclusi gli agrumi) 1414 -Galineri, polameri, butiranti (vendita di galline, polli e burro) 1595 -Lasagneri (lasagne e pasta alimentare) 1639 -Lavoranti pistori e pistori (cottura del pane ma non vendita) 1334 -Lavoranti pistori e pistori todeschi (vedi pistori, venivano dalla Nazione Alemana) 1422 -Luganegheri (salumi e zuppe o “sguazeti”) 1497 -Luganegheri da cruo (preparazione e vendita di carne suina cruda) 1497 -Naranzeri (vendita di agrumi) 1412 (documenti) ma la mariegola risale all’inizio del 1300 -Osti e caneveri (gestori di osterie e cantine) 1335

-Pestrineri (vendita del latte e dei derivati: formaggi, ricotta, panna) 1656 -Salineri (raccolta e immagazzinamento sale marino) 1270 -Salumeri (vendita di pesce secco o salato e salumi) 1663 -Scaleteri (produzione e vendita di biscotti, buzoladi, dolci e torte) 1493 -Semolini (vendita di crusca nei domini Veneti di Terra Ferma) 1493 -Ternieri (ingrosso olio alimentare, miele, formaggi, carni suine fresche e salate) 1436 -Travasadori da ogio (immagazzinamento e travaso dell’olio alimentare) 1622 -Vendidori, Travasadori e Portadori de Vin (vendita all’ingrosso e trasporto del vino) 1568 Alcune delle corporazioni, come quelle dei Biavaroli e dei Salineri, furono fondate nel XIII secolo,segno inequivocabile che già nel medio evo si sentiva l’esigenza di regolamentare il mondo del lavoro e Venezia in questo fu sicuramente la prima a concepire un sistema associativo così completo. Le corporazioni d’arte furono sciolte alla caduta della Repubblica di Venezia e molti degli altari e delle sedi delle scuole furono demoliti durante le soppressioni napoleoniche, disperdendo così un patrimonio con oltre cinque secoli di storia. Di queste corporazioni e di questi mestieri rimane una traccia indelebile nella splendida topografia veneziana che ci tramanda calli, campielli e corti detti del Pestrin, del Luganegher, del Frutariol, del Cafetier, del Mandoler e molte altre. Quello che Napoleone Bonaparte comunque non è riuscito a distruggere è lo splendido rapporto dei veneziani e dei Veneti con il cibo che tutt’oggi si rifà a tradizioni ancestrali ed è spesso legato alle festività religiose in un matrimonio perfetto tra sacro e profano. Giovanni Veronese

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VENETOVOGUE RICETTE VENEZIANE

LE SARDE IN SAOR

“cibo di marinai...”

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uesta preparazione è tra le più conosciute della cucina veneta. Carlo Goldoni ne scrive nell’opera in due tempi in dialetto veneziano, “Le donne de casa soa”, ambientata in un campiello. L’opera è caratterizzata dalla predominanza dei ruoli femminili. “Grillo, sentì, fio mio, tolè la sporteletta; Voggio che andè da bravo a farme una spesetta. In pescaria ghe xe del pesce in quantità; M’ha dito siora Catte, che i lo dà a bon marcà. Un poche de sardelle vorria mandar a tor, Per cusinarle subito, e metterle in saor.” (Carlo Goldoni, da “Le donne de casa soa”) “Se tu voy fare pesse a savore che se chiama a sabeto, frizelli in bono olio, toy uva passa e maxenala con l’agresta e con aceto e toy cepola e lessala e batila con cotello poy frigilla con quello savore e mitige specie che non habia zafarano e mitigi galanga asai e fai che seano acetoxi non tropo.” Così invece un anonimo veneziano nel suo “Libro per cuoco”, un testo del ‘300 che raccoglie molte ricette ancora attualissime nella cucina veneta. Le sadee o sardele in saor, sono un semplicissimo piatto di pesce, così radicato nella cultura e nella vita dei veneziani e dei veneti in generale, da essere citato anche in diversi scritti che non hanno nulla a che fare con la cucina: Ed infatti delle sarde o sardele in saor ce ne racconta ancora una volta Tiziana Silvestrin, nel suo romanzo “I Leoni d’Europa”, piatto che viene servito al Capitano di Giustizia Biagio dell’Orso, unitamente al risotto al go, mentre è in visita a Venezia. Ma le sardele in saor sono l’emblema delal repubblica marinara veneziana e fanno parte della sua tradizione gastronomica e storica. Saor in dialetto veneto significa “sapore”, e gli ingredienti, semplici e poveri ma magistralmente amalgamati vedono protagoniste le sarde, cipolle e aceto, questi gli ingredienti, di questo piatto che si fa risalire, addirittura, al 1300, quando per conservare il pesce fu ideata questa “salsa agrodolce per il pesce” ; questo veniva messo in terrina e tra uno strato e l’altro di pesce ne veniva sistemato, un’altro consistente di cipolle cotte in padella a fuoco bassissimo con aggiunta di aceto di vino e a volte vino bianco, uvette e pinoli. La cipolla abbondante serviva ad aggredire e uccidere i batteri che portano al deterioramento del cibo. Non avendo frigoriferi il “saor” veniva usato anche per i pesci più piccoli, come le “moeche” e per gli “sfogieti”. Serviva a togliere al pesce quel gusto di “vecchio”, e, se la prepara-

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La ricetta Ingredienti (per 4 persone): – 700 g di sarde freschissime – 1,4 Kg di cipolle bianche – farina 00 q.b. – olio semi di arachide q.b. – olio extra vergine d’oliva q.b. sale – pepe – 1 cucchiaio di zucchero – mezzo bicchiere di aceto bianco – 2 cucchiai di uvetta sultanina (facoltativa) – 1 cucchiaio di pinoli (facoltativi) Esecuzione: Pulite le sarde eliminandone la testa, intestino e lisca ma lasciando attaccata la coda; sciacquatele bene e chiudetele come se fossero ancora intere. Infarinatele, friggetele in abbondante olio di arachide ben caldo, mettetele ad asciugare su carta assorbente e regolate di sale. Affettate sottilmente le cipolle e mettetele a stufare con un po’ di olio extravergine d’oliva facendole cuocere molto lentamente fino a quando non si appassiscono. Salate, pepate, aggiungete lo zucchero, poi l’aceto e fate evaporare. A fine cottura, unite l’uvetta precedentemente ammollata in acqua, ed i pinoli. zione non riposa almeno un paio di giorni non si insaporisce a sufficienza. D’altronde una ricetta simile la ritroviamo anche a Gallipoli, nota con il nome di scapece gallipolina Le proporzioni tra cipolle e pesce sono oggetto di accese diatribe tra i veneziani stessi, e pare che 2:1 sia la proporzione classica: 2 kg di cipolle per ogni kg di sarde. Questa la ricetta base, poi c’è qualche piccola variazione sul tema, come l’aggiunta dell’uvetta ammollata e/o pinoli alle cipolle e aceto, oppure il vino bianco a sostituire tutto o buona parte dell’aceto per rendere il piatto più delicato, meno aggressivo. Ma sicuramente queste variazioni non sono il saor dei vecchi pescatori veneti che di sicuro, preparavano questo piatto a a bordo utilizzando prodotti che avevano nella loro stiva e certamente uvetta e pinoli, molto più pregiati non ne facevano parte. Ma il saor, parliamo di quello tradizionale, lo si ottiene solo con l’aceto, poiché l’uso del vino che sì, sicuramente aggredisce meno pesce, poco adempie al suo dovere di conservante. Per la perfetta riuscita del piatto, abbiamo bisogno di sarde freschissime, niente di più, l’aceto deve essere un buon aceto di vino bianco, e le cipolle del territorio, perché il saor non si fa con una qualunque cipolla, deve essere una cipolla cresciuta negli orti lagunari, una bianca cipolla di Chioggia prodotta nel territorio di Venezia, in provincia di Rovigo o nel comune di Ariano Polesine, solo qui si può parlare di cipolla di Chioggia. La tradizione veneziana vuole che, oltre che nelle famiglie venete, questo venga preparato come cibo tradizionale per la Festa del Redentore che si tiene a Venezia, una festa estremamente sentita dagli abitanti della laguna e, che si festeggia la terza domenica di luglio. La storia di questo gustoso secondo piatto, che spesso ormai si presta anche a fare da antipasto, è semplice: nasce dalla tradizione marinara. “Cibo di marinai e scorta di terraferma”, lo definisce Bepo Maffioli, autorità, ormai scomparsa, nella cultura e diffusione della cucina della tradizione veneta, rivendicando la sua origine come modo per conservare il pesce durante i lunghi viaggi per mare. Venezia, infatti, è una città che della marineria italiana ha fatto la storia, i marinai, i pescatori, avevano la necessità di nutrirsi a bordo, spesso col frutto del proprio lavoro, il pesce, e questo pesce, tra le altre cose, si doveva conservare il più a lungo possibile. A questo si aggiunga il fatto che i marinai usavano consumare molte cipolle per scongiurare lo scorbuto, una carenza vitaminica (nello specifico, di vitamina C), che era molto diffusa in chi andava per mare e quindi non aveva la possibilità di nutrirsi in modo appropriato. Insomma le sarde in saor sono la summa di tutte queste esigenze, una creazione dovuta alla necessità, ma pur sempre una creazione geniale.


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VENETOVOGUE (foto delle isole Lofoten di Leo Maria Scordo) La ricetta Ingredienti merluzzo 6-700 grammi (per 4 persone) recatevi dal vostro pescivendolo e chiedete se ha del merluzzo fresco, fatevelo sfilettare, altrimenti andate al supermercato (o un negozio di surgelati) e prendete dal banco surgelati i “filetti di merluzzo”. Vengono venduti in confezione da 4 filetti per un totale di 400 grammi. prendetene due scatole, indicativamente il prezzo si aggira intorno agli 11-12 euro al chilogrammo. cipolla-carota-sedano prezzemolo vino bianco olio di oliva (o un extravergine leggero) un goccio di latte aglio(facoltativo)

BACALA’ MANTECATO

“Il re degli spuncioti...”

M

esser Piero Querini, mercante veneziano, nel 1431 cercava fortune commerciali fuori Mediterraneo. Partito da Candia (isola di Creta) con una nave carica di malvasia,legni aromatici, spezie e cotone con l’intento di raggiungere le Fiandre, vide via via svanire il suo sogno commerciale, sogno che si tramutò in un tragico naufragio. Parte dell’equipaggio perì tra i flutti, ma una delle due imbarcazioni di salvataggio, in balìa dei marosi e dei capricci dei venti, raggiunse fortunosamente un isolotto, coperto di neve,deserto. I superstiti bevvero neve sciolta, si nutrirono di frutti di mare e molluschi strappati all’oceano, fino a che, approdarono sullo scoglio delle isole Lofoten. I poveri superstiti vennero accolti, nutriti e curati dagli abitanti di quell’isola che oggi si chiama Rost.

preparate un brodo di verdure con due litri di acqua, la cipolla, la carota ed una costa di sedano. Fatele bollire per un ora. Trascorso il tempo, aggiungete un bicchiere di vino bianco per fermare il bollore. Aggiungete i filetti di merluzzo (scongelati) e cuoceteli per 15 minuti. Ricordatevi che il liquido di cottura non deve bollire. Scolate i filetti e fateli raffreddare. Controllate la presenza di eventuali spine. Metteteli nel robot da cucina e avviatelo a velocità media. Aggiungete l’olio a filo (serviranno circa 100 ml) fino ad incorporarlo con il merluzzo (diventera’ come una crema). Aggiungete il latte a filo (circa 30 ml) fino a quando il composto diventerà spumoso. Incorporate il prezzemolo tritato. Facoltativo è l’aglio, dipende dai gusti, provate eventualmente con un po’ di composto. Non serve il sale ed il pepe per non confondere il gusto.

Questa gente aveva un modo ben strano di conservare il proprio alimento principale, il merluzzo. Mondato, salato e seccato all’aria per mesi, il pesce diventava duro come un bastone. La gente di là chiamava questo cibo “Stockfiss”, insomma lo stoccafisso, erroneamente da noi chiamato Bacalà (altro non è che merluzzo sotto sale). Il mercante veneziano tornò a casa dopo un lungo viaggio per mare e per terra e portò con sé il nuovo curioso alimento, scambiandolo lungo il tragitto fino a Venezia, con vitto, alloggio e trasporti di vario genere. Non potremmo non ricordare quanto questo pesce abbia avuto ruolo salvifico nelle mense della popolazione meno abbiente vessata dalle intransigenti regole alimentari imposte dalla Riforma Tridentina. Piatto popolare e conservabile, di larga resa e costo contenuto.

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REALTA’VENETE

VENETOVOGUE Associazione culturale “San Marco Evangelista”

Foto di Giuseppe Desideri

DA SAN MARCO A SAN MARCO

Il Cammino che da Venezia arriva al Garda PERCHÉ “DA SAN MARCO A SAN MARCO”?

I

l Cammino è un evento organizzato dall’Associazione Culturale “San Marco Evangelista” in collaborazione con l’associazione Veneto Nostro – Raixe Venete; patrocinata dalla Regione Veneto e con il sostegno dal Patriarca di Venezia, dalla Diocesi di Verona, dell’Associazione Veneti nel Mondo Onlus, dal Centro Turistico Giovanile di Verona e della Lega delle Bisse del Garda.

La manifestazione “Da San Marco a San Marco” è un cammino che attraversa la nostra Regione con un messaggio di unione e solidarietà per le genti che vivono con gli stessi valori che ci accomunano da sempre: la Fede e l’amore per la nostra terra, rappresentato simbolicamente attraverso la cerimonia di piantumazione del Tiglio, pianta sacra ai Veneti.

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, è stato a Venezia ed in particolare a Piazza San Marco e nella sua Basilica. Pochi sanno però, che all’estremo occidente della nostra Regione esiste un paesino sulle rive del Lago di Garda, Pai di Sopra nel comune di Torri del Benaco, con una piazza ed una chiesa dedicata, anche qui, al nostro Patrono. Il Cammino nasce dalla volontà di riportare San Marco ai Veneti, unirli con un filo immaginario che va da un capo all’altro del Veneto, dal lago alla laguna, da una piccola Piazza San Marco alla grande Piazza San Marco, da una piccola chiesa dedicata a San Marco fino alla grande Basilica, in un connubio di ambiente, storia, cultura e fede.

“Da San Marco a San Marco” si propone come un momento importante per valorizzare i tesori della nostra cultura, e per questo riceve apprezzamento e patrocinio dalle più alte cariche religiose della regione: il Patriarca di Venezia S.E. Mons. Francesco Moraglia e il Vescovo di Verona S.E. Mons. Zenti e la Diocesi di Verona, e rientra nelle iniziative di tutela culturale della legge regionale 3/2003.

San Marco, Patrono del Veneto. Una figura unica che rappresenta la nostra cultura e le nostre tradizioni e alla quale i Dogi di Venezia hanno dedicato una tra le più famose piazze del mondo e una Basilica patrimonio dell’umanità intera. A Pai di Sopra, comune di Torri del Benaco, San Marco viene celebrato con una chiesa e una piazza in suo onore. Due poli, agli estremi opposti della nostra Regione, che come mani abbracciano tutto il Popolo Veneto dal lago al mare, in un gesto di unione e comunione.

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A testimonianza e simbolo dei valori promossi dal Cammino vi sarà il Gonfalone del nostro Patrono, che a partire da Pai di Sotto e per tutto il percorso fino all’arrivo in piazza San Marco a Venezia verrà passato di mano in mano quale simbolo di unione e solidarietà, per giungere infine nelle mani del Patriarca di Venezia che – dopo averlo benedetto – lo consegnerà in dono al rappresentante di una comunità veneta tramite l’Associazione “Veneti nel Mondo”, quest’anno di Melbourne. Viene inoltre chiesto ai Comuni ed ai partecipanti di far dono di generi alimentari di largo consumo da consegnare alla mensa dei poveri del convento dei Frati cappuccini di Mestre, in un gesto di carità cristiana.


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Via Consolini, n. 93, 37010 Costermano (Verona) info@dasanmarcoasanmarco.com - Cell. 347 1208097

PERCORSO E TABELLA TEMPI EDIZIONE 2017

Arrivo Partenza Dom. 5/03 San Marco Pai di sopra 07:45 08:00 San Marco Pai di sotto 08:10 08:10 Torri del Benaco - Porto 09:25 09:25 Garda - Porto 11:00 11:30 Bardolino - Porto 12:30 12:30 Lazise - Porto 13:30 13:30 Ronchi - Porto 14:50 14:50 Peschiera - Municipio 15:30 15:30 Peschiera - Basilica 16:20 Totale Km Sab. 11/03 Verona - Basilica San Zeno 07:45 08:00 Verona - Piazza Bra Municipio 08:20 08:30 Verona - Parrocchia Palazzina 09:30 09:30 San Giovanni Lup.to - Chiesa 10:30 11:00 Zevio - Chiesa Parrocchiale 13:15 13:15 Belfiore - Chiesa Parrocchiale 15:00 Totale Km Dom. 12/03 Lonigo - Duomo Ss. Redentore 07:30 Sarego - Municipio 08:30 Montebello - Municipio 10:30 Montecchio Maggiore - Duomo 12:00 Sovizzo - Chiesa Parrocchiale 13:30 Creazzo - Chiesa di San Marco 14:10 Vicenza - Santuario Monte Berico

KM 0,5 5,9 7 4 5 6 3,5 3 34,9 S. Marco Evangelista

1,3 5 5 8,7 7,6 27,6

08:00 2,5 08:30 8,4 10:30 7,1 12:30 4,3 13:30 2,7 14:30 8 16:35 Totale Km 33,0

Sab. 18/03 Rampazzo - Chiesa 08:00 08:15 Camisano Vic.no - Municipio 09:10 09:30 Grisignano di Zocco - Chiesa 11:15 11:15 Montegalda - Monastero 12:15 13:00 Montegaldella - Municipio 13:15 13:15 Cervarese Santa Croce 13:45 13:45 Fossona 14:30 14:30 Treponti (Teolo) 15:30 15:45 Teolo - Abbazia di Praglia 16:30 Totale Km Dom. 19/03 Padova - Basilica del Santo 10:00 11:00 Noventa Padovana - Chiesa 12:30 12:30 Noventa Padovana - Chiesa 12:50 12:50 Strà - Chiesa Parrocchiale 13:45 13:45 Strà - Villa Pisani 14:00 Totale Km Sab. 25/03 Mestre - Convento - 10:00 Mestre - Convento - 10:15 10:15 Venezia - Fondamenta 12:30 Piazza San Marco 15:30

4,2 6,5 4,4 1,1 1,9 2,8 4 3

S. Marco Pai - Torri del Benaco

Basilica S. Zeno - Verona

27,9 6,1 1,4 3,5 1 12,0

9,4

Totale Km 144,8

Villa Pisani - Strà

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VENETOVOGUE Articolo di Giovanni Veronese

LA VITA GIULIVA

dei carnevali di Venezia Fra fritòle e fritòleri

Il Campiello - 1792

L

’origine del carnevale veneziano risale probabilmente al IX secolo ma le prime tracce certe si hanno nell’XI secolo e più precisamente nel 1094, sotto il Dogado di Vital Falier, anche se sarà nel 1296 che verrà ufficializzata da parte del senato veneziano la sua investitura come festa ufficiale della Veneta Repubblica. C’è chi assimila il carnevale veneziano al “panem et circenses” di romana memoria ma i presupposti, lo svolgimento e sopratutto lo spirito del carnevale smentiscono categoricamente questo paragone. L’inizio del carnevale a Venezia coincideva con l’apertura dei teatri e del Ridotto di Stato di Ca’ Dandolo che avveniva il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, ed era di volta in volta regolato da severe disposizioni delle istituzioni veneziane riguardo l’uso delle maschere e gli spettacoli consentiti. L’uso delle maschere era consentito nei teatri, al ridotto e nei locali pubblici ma era severamente proibito nelle chiese e nei parlatori dei conventi, era inoltre proibito portare armi di qualsiasi genere. A Venezia durante i carnevali, come ci dice lo scrittore Pompeo Molmenti, “menava vita giuliva” e un’autentica marea umana si riversava per calli, campi, corti e campielli, dove si esibivano giocolieri, musici e giullari, a far baldoria. In piazza San Marco il “Liston” (l’attuale struscio ndr) era tra i più ricchi ed eleganti e osterie, malvasie, bastioni e caffè traboccavano di gente festante mentre gli zaffi della Repubblica avevano il loro bel da fare a mantenere l’ordine pubblico. Nei palazzi dei nobili si faceva a gara per

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Maschere

organizzare la festa più sfarzosa mentre i palchi dei teatri venivano pagati a caro prezzo per vedere l’opera buffa e non mancavano fastosi pranzi e cene dove, come dolce, era protagonista la “fritola”. L’assioma tra frittelle, o meglio “fritole” in lingua veneta, e carnevale non ha una data precisa ma si perde negli albori della storia di Venezia. La prima traccia scritta delle venezianissime “fritole” risale al 1359 ed è annotata su un verbale dei “Signori de note al criminal” antica magistratura della città lagunare che si occupava dei crimini commessi di notte a Venezia ma la ricetta delle “fritole” risale alla fine del 1200 ed è considerata la più antica ricetta veneziana e una delle più antiche in assoluto. Alla preparazione delle frittelle erano deputati i “fritoleri” arte privilegiata dal fatto che la “fritola” venne dichiarata dal senato veneziano il dolce ufficiale della Serenissima Repubblica già nel XVI secolo. Come tutte le “arti del magnar” i “fritoleri” erano riuniti in una corporazione d’arte che venne fondata nel 1620 con altare in chiesa di San Simeon Piccolo, altare che poi passò in chiesa di San Boldo per rimanervi fino al 1766, passando poi definitivamente nella chiesa della Maddalena. Le cronache veneziane ci raccontano che nel 1700 i fritoleri erano ben 70 divisi per contrade (le contrade veneziane corrispondevano alle varie parrocchie) e potevano allestire il proprio “caseo” che consisteva in una casetta lignea dentro la quale nel periodo di carnevale preparavano le fritole e le vendevano nei campi e nei campielli.

Ed è proprio nella commedia “Il Campiello” del 1755 che Carlo Goldoni tra i personaggi mette Orsola, una “fritolera” con il suo “Caseo”, in un non meglio specificato campiello ma le fritole e le “fritolere” verranno celebrate anche da Pietro Longhi nel suo dipinto “La venditrice di fritole” del 1750 e da Gaetano Zompini nelle sue “Arti che vanno per via nella città di Venezia” del 1753, una splendida raccolta di stampe che illustrano le arti ambulanti veneziane, con la venditrice di “fritole”. Nella Venezia settecentesca alle fritole si accompagnava la Malvasia che come ci dice il Boerio era “il vino navigato che ci viene dal levante” e tra le tre accezioni della Malvasia, dolce, tonda e garba, la prima era quella prediletta da abbinare alle frittelle oppure lo Zibibbo molto comune a Venezia nel ‘700 che veniva portato dalle navi veneziane che facevano rotta nel mediterraneo. La ricetta delle fritole veneziane è stata nel tempo soggetta a varie interpretazioni e rivisitazioni e di volta in volta troviamo l’aggiunta di pinoli piuttosto che di cedrini (piccoli canditi di cedro), il ripieno di crema pasticcera piuttosto che di zabajone o cioccolata, mantenendo però nei secoli il ruolo privilegiato di dolce carnevalesco a Venezia. La frittella, trasversale a tutta la penisola, ha diverse interpretazioni che spaziano dal dolce al salato e l’abbinamento ideale, per quella dolce veneziana, è un vino dolce fermo di vendemmia tardiva oppure uno spumante dolce magari a base di Moscato fior d’arancio dei Colli Euganei o di Garganega come il Recioto Spumante di Gambellara, rispettando così anche la territorialità.


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VENETOVOGUE TRADIZIONI VENEZIANE

Le ricette La ricetta delle “fritole” che riportiamo di seguito è quella tuttora usata nelle case veneziane e se volete “personalizzare” le vostre con un ripieno di autentico “zabajon” veneziano vi diamo anche la ricetta di quest’ultimo. Fritole Venessiane

ben calde, nello zucchero vanigliato. El Zabajon Lo “zabajon” di veneziana memoria è una piccola opera d’arte che unisce uova, zucchero, vino dolce (non Marsala) e la cannella, spezia di largo utilizzo nella cucina veneziana che le navi della Repubblica caricavano ad Alessandria d’Egitto e a Costantinopoli. Il vino dolce può essere ottenuto per ossidazione (maderizzazione) di Garganega secca che va tenuta in una bottiglia aperta avendo cura di porre sul collo un tovagliolo per evitare spiacevoli intrusioni.

Ingredienti per 6 persone 500 grammi di fior di farina (farina bianca finissima) 2 Bicchieri di latte 2 uova 130 grammi di uva passa (meglio se uva Zibibbo) 80 grammi di zucchero semolato 40 grammi di lievito di birra 2 bicchierini di grappa bianca La scorza grattuggiata di un limone (solo ed unicamente la parte gialla) Un pizzico di cannella in polvere Un pizzico di sale Abbondante olio per friggere Zucchero vanigliato Procedimento In una tazza mettere in ammollo con la grappa l’uvetta e sciogliere il lievito di birra in mezzo bicchiere di acqua tiepida. In un’ampia terrina mescolare le uova, il latte, lo zucchero, la scorza di limone e la punta di un cucchiaino da caffè di cannella ed una presa di sale. Utilizzando rigorosamente un cucchiaio di legno amalgamare mescolando continuamente il tutto ed unire lo lievito di birra precedentemente sciolto, l’uva passa con la sua grappa. Deve risultarne un composto morbido ed omogeneo (qualora risultasse troppo consistente allungare con poco latte) che lasceremo riposare per 5 ore coperto nella terrina in un luogo tiepido. In una padella dai bordi sufficientemente alti scaldare bene abbondante olio per friggere, la pastella va versata a cucchiaiate distanziate l’una dall’altra per evitare che le “fritole” si attacchino una all’altra avendo cura di rivoltarle perché risultino poi di colore uniforme e ben cotte, il colore finale dovrà essere ambrato abbastanza carico (nocciola). Una volta cotte estrarle dall’olio di frittura con una schiumarola avendo cura di scolarle bene dall’olio ed adagiarle su della carta assorbente. Completare l’opera passandole, ancora

Pietro Longhi, La venditrice di fritole Ingredienti per 6 persone 8 tuorli di uova fresche 12 cucchiai da cucina di zucchero 3 dl di vino dolce un pizzico di cannella in polvere In una pentola, con una frusta, sbattere assieme i tuorli d’uovo e lo zucchero fino ad ottenere un composto omogeneo e spumoso di color giallo chiaro. Aggiungervi il vino dolce e la cannella e lavorare ancora bene con la frusta per qualche minuto. Mettere la pentola sul fuoco lentissimo mescolando sempre nello stesso senso finché il composto aumenterà di volume e consistenza avendo cura di non farlo mai bollire altrimenti si rischia di farlo “impazzire”.

Bauta veneziana, 1700

L’alternativa al fuoco diretto è la cottura a bagnomaria, questo per evitare che il composto vada in ebollizione. Servire tiepido o utilizzare per riempire le frittelle con una sac-a-poche (o una siringa da dolci) avendo cura di usare un beccuccio molto piccolo. Oltre che nelle frittelle, oppure da solo come dolce al cucchiaio, lo zabaione veniva proposto con tutta la “biscoteria” veneziana come i “Zaeti”, i “Pevarini”, i “Essi Buranei” e anche con alcuni dolci della tradizione Veneta. Abbinando le nostre “fritole” a spumanti dolci evitiamo di servire questi ultimi ghiacciati e cerchiamo di tenerli ad una temperatura di servizio di 8/9° C, il connubio tra vino e dolce ne guadagnerà molto risultando perfetto. Giovanni Veronese Zompini, venditrice di fritole

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BELLEZZEVENETE

VENETOVOGUE Articolo di Ana Maria Chitoiu

CASTELLO DI SAN SALVATORE STORIA Di origine longobarda la famiglia di Collalto si stabilisce da Treviso nella zona di Susegana dove fondano i castelli di San Salvatore e di Collalto fra i XII e il XIII secolo. La costruzione del castello di San Salvatore inzia nella seconda metà del Duecento sotto il controllo di Rambaldo VIII in posizione strategica per controllare i guadi sul Piave. Lungo la sua lunga storia, durante otto secoli di vita ha avuto una serie di modifiche e ampliamenti che seguono una sequenza di stili diversi. Nasce quindi come tante alte fortezze, con un ruolo diffensivo nel Medioevo,quando diventa con suoi trentamilla metri quadri tra borgo e castello, una delle fortezze più estese del nord Italia. Durante il Rinascimento diventa una bellissima dimora sognorile , centro di potere nell’età barocca, luogo di politica e cultura in età rococò e romantica. Durante la pax veneziana il castello ospita numerosi artisti che lo arrichiscono con i loro numerosi contributi. Nel 1918, alla fine della prima guerra mondiale il paessaggio rimane desolante: i palazzi sono molto danneggiati , altrettanto le mura e il borgo. Ma la famiglia di Collalto non lascia tutto in rovina e il conte Rambaldo inizia una lunga e appassionata opera di recupero e restauro

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del enorme patrimonio storico e artistico, che hanno sempre diffeso lungo i secoli. Oggi il castello di San Salvatore e le sue proprietà vengono riconsegnate alla storia e alla gente grazie alla volontà e all’amore del principe Manfredo. VISITA VIRTUALE Durante una visita, si entra attraversando la porta nord costruita per diffendere il lato più esposto del castello. In origine era dotata anche da un ponte levatoio e saracinesca e diffesa da due torri collegate dal camminamento dei soldati. Poi si può ammirare il borgo fortificato da alte mura con cammino di ronda e la Torre dell’Orologio dipinto ad affresco nel Settecento. Procedendo dal borgo si arriva alla rocca che rivela agli occhi tutto suo fascino: fortificata da un altro muro lungo 425m e con un loggiato della Chiesa Santa Croce, costruita verso la fine del Cinquecento come ex voto dal conte Antonio IV. Qui dentro abitava la famiglia e in caso di pericolo venivano a rifugiarsi anche i contandini. A rendere difficile l’entrata nella rocca era un ponte levatoio. Oltrepassato questo si arriva nel piazzale interno, dove a destra si può ammirare una bellissima terrezza: Terrazza Belvedere con in mezzo un cimelio romano preso dall’ab-

bazia Sant’Eustachio di Nervesa dall’abate Vinciguerra VII di Collalto. Nella parte sinistra a ridosso della Torre si possono vedere i ruderi dei palazzi comitali che ospitavano la biblioteca e un prezioso archivio di famiglia che la guerra purtroppo ha distrutto e tantissimi documenti antichi si sono persi. Dietro questi ruderi si può vedere quello che si è riuscito a recuperare dalla Cappella Vecchia o la Chiesa di San Salvatore. Questa Chiesa è stata costruita su un’altra già esistente nel Duecento dal conte Giacomo per sepelire la moglie Lucrezia Pia di Savoia e si voleva un mausoleo di famiglia. Era stata affrescata nel Trecento da artisti di Scuola di Rimini e poi nel 1511 dal famoso Pordenone. Purtoppo la guerra ha distrutto tutto e oggi non è rimasto altro che delle riproduzioni fotogafiche. La struttura muraria che si può vedere oggi è stata rimessa in piedi con la tecnica dell’anastilosi (una tecnica di resturo in cui si mettono insieme elementi originali per ricostruire una costruzione andata distrutta). E poi non si può non ammirare il palazzo Odoardo, costruito nella metà del Settecento dal conte Odoardo. Si può visitare il suo cortile interno, lo scalone che porta al primo piano, l’armeria e la bellissima terrazza.


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INFORMAZIONI Il Castello si può visitare tutto l’anno su prenotazione telefonica. Le visite si svolgono solo con guide autorizzate e hanno una durata di 1h30min. Il Castello apre le sue porte anche per laboratori didattici per studenti di ogni ordine e grado. Il Castello fa da cornice a impotanti eventi privati ma anche aperti al pubblico, come Libri in cantina (www.libriincantina. it), Vino in Villa (www.prosecco.it). Per altre informazioni aggiornate e contatti, visitate il sito: www.castellosansalvatore.it

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BELLEZZEVENETE

VENETOVOGUE A cura della Redazione

SANTUARIO MADONNA DELLA CORONA Questo luogo è la meta ideale per chi desidera unire momenti di preghiera e serenità interiore a occasioni per rilassarsi e godere in tutta tranquillità degli spettacoli che la natura può offrirvi in questo luogo incantevole. Il Santuario si trova a Spiazzi in una delle località più suggestive dell’alta Italia. Sorge aggrappato sulla roccia dei monti che lo circondano, a 774 metri sul mare, a strapiombo sulla valle dell’Adige. Il Santuario diocesano di Verona della Madonna della Corona è aperto tutto il tempo dell’anno con i seguenti orari: Novembre – Marzo: dalle ore 8.00 alle ore 18.00 Aprile – Ottobre: dalle ore 7.00 alle ore 19.30

I

l Santuario della Corona è luogo di silenzio e di meditazione, sospeso tra cielo e terra, celato nel cuore delle rocce del Baldo. Documenti medievali attestano che già intorno all’anno Mille nell’area del Baldo vivevano degli eremiti legati all’Abbazia di San Zeno in Verona e che almeno dalla seconda metà del 1200 esistevano un monastero ed una cappella dedicata a S. Maria di Montebaldo accessibili attraverso uno stretto e pericoloso sentiero nella roccia. Una pia tradizione collocava la nascita del Santuario della Madonna della Corona nel 1522, anno in cui la scultura qui venerata sarebbe stata miracolosamente traslata per intervento angelico dall’isola di Rodi, invasa dall’armata mussulmana di Solimano II, ma la datazione viene smentita dall’esistenza, nei recessi dell’attuale Santuario, di un dipinto di una Madonna con bambino, di fattura trecentesca, che costituì la prima immagine venerata nell’originaria chiesetta, che da essa prese nome. Tra il 1434 ed il 1437 S. Maria di Montebaldo, passò in proprietà ai Cavalieri di San Giovanni, o del Santo Sepolcro, presenti a Verona dal 1362 come commenda di San Vitale e Sepolcro, che conservarono la proprietà del Santuario fino allo scioglimento con provvedimento napoleonico nel 1806. A questo periodo sembra risalire il gruppo in pietra della Pietà poi venerata come Madonna della Corona. Alta 70 centimetri, larga 56 e profonda 25, la statua è in pietra locale dipinta. La statua poggia su un piedistallo recante la scritta “HOC OPUS FEClT FIERI LODOVICUS D CASTROBARCO D 1432”, tradizionalmente considerata come prova che la statua venne fatta realizzare e donata alla Corona nel 1432 da Lodovico Castelbarco, proveniente da una nobile famiglia roveretana. Nei quattro secoli di gestione, la Commenda trasformò radicalmente la Madonna della Corona, facendola diventare un autentico Santuario capiente ed accessibile grazie alla sistemazione del ponte in legno di accesso a valle (1458) e alla costruzione sopra la preesistente di una nuova chiesa, di circa 18 metri per 7 (1490- 1521). Nel corso del Cinquecento vennero realizzate le due

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scale di accesso tuttora visibili: la più ampia, di 556 gradini, che dalla fonte di Spiazzi, poi denominata “Fonte dell’Indipendenza”, scendeva al ponte del tiglio, e quella più stretta, di 234 gradini, ricavata nella roccia lungo l’originario strettissimo percorso che conduceva dal ponte alla chiesa. La nuova Chiesa Nel 1625, iniziò la costruzione di una nuova e più ampia chiesa 4 metri sopra la precedente che rimase inglobata sotto il nuovo presbiterio. I lavori si protrassero per alcuni decenni, giungendo al tetto nel 1664 e concludendosi definitivamente nel 1685. Nel frattempo vennero risistemate le vie d’accesso grazie al contributo del commendatore Tancredi venne costruito in una cavità del monte un ospizio per le necessità di alloggio dei pellegrini sempre più numerosi. L’assetto complessivo dell’intera area del Santuario è documentato in due preziosi inventari, del 1724 e del 1744, ed è perfettamente visibile in una bellissima incisione eseguita nel 1750 da Giovanni Antonio Urbani su incarico del rettore don Giancarlo Balbi. Sul finire del secolo XIX, su progetti dell’arch. Giuseppe Magagnotti di Verona e dell’ing. Emilio Paor di Trento, la chiesa fu ampliata e dotata di una nuova facciata in stile gotico, ornata di marmi; la conclusione dei lavori fu solennizzata il 17 settembre 1899 con la cerimonia d’incoronazione della statua dell’Addolorata. Negli anni successivi facciata e chiesa furono impreziosite da statue dello scultore Ugo Zannoni, nel 1921-1922 fu rifatto il campanile con guglia svettante e nel 1922, in occasione del quarto centenario della comparsa della statua dell’Addolorata, venne migliorata la strada e aperta, su disegno dell’ing. Federici, la galleria d’accesso al Santuario, agevolando così il percorso ai pellegrini. Dopo l’ultimo conflitto mondiale, dal 1946 al 1949, il rettore don Sandrini fece eseguire, su progetto dell’arch. Banterle, un ampliamento della chiesa nella parte del presbiterio.


BELLEZZEVENETE

VENETOVOGUE ITINERARI DI DEVOZIONE DEL VERONESE

ESCURSIONE AL SANTUARIO

Lo storico “Sentiero dei Pellegrini” (o sentiero della Speranza) che dal fondo della Val d’Adige, in località Brentino, sale al Santuario della Madonna della Corona è uno degli itinerari più belli e frequentati del veronese, sia per gli aspetti paesaggistici e le valenze culturali e sia quale vera e propria Via Crucis di fede. Il Venerdì Santo viene percorso in processione recitando il Rosario e trasportando una statua della Madonna Addolorata. Se il Santuario è indubbiamente uno dei più suggestivi ed il più ardito d’Italia, il sentiero storico non è da meno e permette di raggiungere la Basilica nel modo migliore. Da Brentino si sale la caratteristica scala selciata, poco dopo il sentiero s’inoltra nella boscaglia e più oltre si trova la croce di cemento che domina la valle e la prima stazione della Via Crucis. In questo primo tratto la vista sulla grande arteria dell’autostrada del Brennero e soprattutto i rumori delle auto e dei treni in transito sono leggermente fastidiosi. Dopo alcuni tornanti il sentiero dirige decisamente verso l’interno del grande vajo e diventa via via più aereo e panoramico, con affascinanti visioni sui grandiosi paretoni rocciosi e l’orrido fondo della gola. A metà percorso, quando uno scorcio permette di vedere alto il Santuario, la traccia aggredisce decisamente il verticale e repulsivo paretone del monte Cimo. Sembra non vi siano passaggi praticabili. Ed invece un’arditissima scalinata, completamente scavata sulla roccia, incide il verticale paretone e sale a zig zag, cambiando direzione in una suggestiva grotta, e guadagna il ripidissimo terrazzo pensile dirimpettaio alla nicchia del Santuario.

Un ponte a due campate di pietra getta un passaggio sul burrone e si appoggia alla verticale parete sotto il Santuario che si raggiunge tramite una incredibile scalinata completamente scavata nella roccia. Il seicentesco ponte è chiamato ‘Ponte del Tiglio’ per il fatto che fino ad allora il passaggio si affrontava cavalcando un albero di tiglio cresciuto di traverso causa un grosso masso. Quest’ultimo tratto, dove la scala nei pressi del ponte è sbarrata da un cancello ed un muro, è l’esposto percorso originario anche per i pellegrini provenienti dal soprastante paese di Spiazzi prima della costruzione, del 1922, della galleria che permette un facile accesso dal piazzale dove arrivano i bus-navetta. il sentiero Difficoltà: facile e percorribile da tutti, tuttavia si tenga presente che è una vera escursione alpina e come tale va affrontata in maniera adeguata. Sconsigliabile in inverno, per neve e tratti ghiacciati che potrebbero essere pericolosissimi. Quasi tutto l’itinerario è sul versante nord. Tempo di percorrenza: circa due ore per la salita ed un’ora e trenta per la discesa. Dislivello: circa 600 metri, superati anche grazie ad oltre 1500 gradini. Caratteristiche: continua alternanza tra gradinate, gradini scolpiti nella roccia, gradini selciati e tratti di sentiero. A tratti la salita è abbastanza ripida. Tratti più suggestivi a metà percorso con le scale scolpite sul verticale fianco del monte Cimo e la lunga scalinata finale tra il Ponte del Tiglio ed il Santuario, con i caratteristici sette capitelli che richiamano i Sette Dolori di Maria.

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PROGETTIVENETI

VENETOVOGUE A cura della Redazione

COSA SUCCEDE IN CITTA’? La App dei locali e degli eventi

La storia che raccontiamo brevemente è emblematica di cosa vivono quotidianamente i Veneti sulla loro pelle, spinti dalla voglia di continuare a migliorare il mondo in cui tutti viviamo, attraverso la creatività e il lavoro, e contemporaneamente frenati e frustrati dall’ambiente sociale, economico e giuridico in cui essi sono oggi collocati. Paolo Mazzuoccolo è un imprenditore poliedrico che da una decina d’anni gestisce – tra l’altro - un bar serale in zona Fiera, a Vicenza. La collocazione del locale in questo posto caratterizzato da un grande via vai di persone gli ha permesso di sviluppare un contatto quotidiano con clienti di ogni tipo, estrazione sociale e provenienza geografica, carpendone non solo gli umori, le abitudini e i pensieri sugli argomenti più vari, ma anche le esigenze e i bisogni più disparati e a volte impensabili. Cosicché Paolo, che è anche un grande appassionato delle nuove tecnologie, ha avuto un’idea: non si potrebbe creare una APP per gli smartphone che possa dare a chiunque le indicazioni utili per trovare ciò che desidera, in qualunque luogo del mondo ove si arrivi, senza magari avere conoscenze personali a cui chiedere consiglio? E così Paolo si è dato da fare per creare “MyMazzu”, una APP che permette di sapere in ogni istante cosa succede in città: eventi, mostre, locali aperti di giorno o di notte, feste, negozi dove trovare quel che si cerca,

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qualunque cosa sia, con i relativi orari e dettagli, centri commerciali, attività di ogni genere e per ogni gusto, e tutto quel che può interessare e per il quale normalmente bisogna conoscere a fondo la città in cui ci si trova. Oppure, dal lato opposto, permette di pubblicizzare qualsiasi iniziativa, attività o motivo d’interesse che si voglia far conoscere. Tra il dire e il fare, si sa, c’è in mezzo il mare. Per l’aspetto pratico, tecnico, realizzativo, non c’erano difficoltà. Ma in Veneto, che è sottoposto alle norme della Repubblica Italiana, il mare non consiste mai nella capacità di fare, ma nella possibilità di avere il necessario sostegno che ogni attività nascente, o “start up” per usare il linguaggio più alla moda, ha bisogno di ottenere da una banca per potersi avviare. Così Paolo ha cominciato la peregrinazione per gli sportelli delle filiali dei principali istituti bancari presenti sul territorio dove vive. Invano, naturalmente. Una APP? E che cos’è? Si mangia? Che garanzie mi dai? Insomma, una delusione dietro l’altra e una serie di dinieghi, nemmeno tanto cortesi. Ma Paolo per tutta la sua vita ha mangiato il cibo e respirato l’aria di una terra che lo ha forgiato nel carattere, abituandolo a non darsi mai per vinto e a non demordere quando crede alla bontà delle sue idee o iniziative.

Ha preso armi e bagagli e si è recato presso una banca estera dove potesse parlare e spiegarsi bene: si è recato in Svizzera, nel Canton Ticino, determinato a proporre la sua iniziativa e a chiedere anche là lo stesso tipo di supporto finanziario richiesto inutilmente al sistema bancario italiano vigente in Veneto. Com’è andata? E’ andata che ne stiano parlando, perché è andata bene ovviamente. La risposta che si è sentito dare, davanti alla bontà della sua iniziativa, è stata: “Gentile signor Mazzuoccolo, guardi che non è lei ad avere bisogno di noi, ma siamo noi ad avere bisogno di gente come lei e di proposte come la sua”. In 10 giorni è stato formalizzato ogni singolo aspetto e ottenuto quanto richiesto, secondo le modalità pattuite e ritenute vicendevolmente soddisfacenti. Dall’inizio del 2017 la APP denominata “MyMazzu” è scaricabile e disponibile per tutti, fornisce uno strumento di grande efficacia per la ricerca di informazioni di ogni tipo, anche le più impensabili, strane o particolari, oltre a quelle generiche e classiche, e fornisce l’ennesima dimostrazione che il Veneto innovatore è perfettamente vivo e operativo, in questo caso specifico come in mille altri, e deve solo liberarsi dai vincoli e dalle catene a cui è soggiacente per potersi esprimere in tutta la sua dirompente potenzialità.


PROGETTIVENETI

VENETOVOGUE A cura di Veneto ciclabile www.venetociclabile.it

LA RETE DI PISTE CICLABILI SI ESPANDE La Regione investe sul turismo in bicicletta

Mappa delle piste ciclabili

Foto di Enrico Grotto

Foto di Alberto Fava

Foto di Alberto Fava

In questi anni di crisi una parte del Veneto non ha mai smesso di crescere. Al ritmo di decine, centinaia di chilometri all’anno continua ad espandersi e a creare valore. Stiamo parlando della rete ciclabile veneta, un patrimonio di oltre 6200 chilometri di piste e percorsi ciclabili che su venetociclabile.it ci occupiamo di mappare e monitorare. Forse non lo leggerete mai su nessun giornale, ma il Veneto, oggi, è la regione italiana in cui si investe di più in infrastrutture ciclabili. Negli ultimi anni sono stati investiti centinaia di milioni di euro per avvicinare la regione di Palladio a nazioni come l’Austria, i Paesi Bassi o la Germania, che della loro sconfinata rete ciclabile fanno giustamente un vanto nazionale. Analizzando la mappa delle ciclabili venete emerge invero una certa disomogeneità, con dei vuoti proprio dove servirebbero i pieni: ad esempio tra Verona e Vicenza, o tra Venezia e le confinanti Padova e Treviso. Lo stesso collegamento tra la città lagunare e la terraferma vedrà la luce solo quest’anno, con un progetto tormentatissimo e pesantemente al risparmio. A fronte di questi problemi, però, la traccia di quanto realizzato e in corso di realizzazione è impressionante. Già oggi è possibile andare, senza scendere di sella, da Trento a Verona, da Vicenza a Padova, da Padova a Treviso. Tra pochi mesi si potrà pedalare senza sosta dal capoluogo della Marca fino al mare, e tra pochi anni dalla Valbelluna fino ai piedi della Marmolada. Nel cuore delle Dolomiti patrimonio dell’UNESCO si lavora per completare un anello ciclabile di 100 chilometri, in larga parte realizzato. Ciò che ancora manca è l’organizzazione, la messa a sistema di questo patrimonio e della miriade di attività che gli stanno silenziosamente nascendo intorno: dai centri noleggio e riparazione ai luoghi di ristoro espressamente pensati per i ciclisti, dalle guide in bicicletta ai tour operator specializzati in vacanze sulle due ruote. Le esperienze d’oltralpe confermano che gli investimenti nel cicloturismo hanno una resa molto alta a fronte di investimenti contenuti, e soprattutto che hanno ricadute estremamente positive sul territorio. Su queste pagine cercheremo di raccontarvele. Lo staff di Veneto Ciclabile www.venetociclabile.it www.facebook.com/venetociclabile

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CULTURAVENETA

VENETOVOGUE Articolo di Giuseppe Dalla Massara

DONATELLO A PADOVA Il crocifisso svelato

La riscoperta di un capolavoro “dimenticato”

I tre crocifissi: Chiesa dei servi (1440 - 1445 - ligneo), Santa Croce (1406 - 1408 - marmo) e al Santo di Padova (1444-1446 - bronzo)

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on l’articolo apparso sul Domenicale del Sole 24 ore del 30 agosto 2015 a firma di Marco Carminati, si dava notizia della ‘scoperta’ ‘casuale quanto clamorosa’ del ritrovato crocifisso di Donatello. Il crocefisso peraltro era sempre stato dove sempre è stato ammirato, cioè nella chiesa dei Servi a Padova, ma del quale nessuno si era curato di dare un nome dell’autore. Si era detto fosse ‘solo’ una “copia” da Donatello (Kauffman, 1935), anche se nel febbraio del 1512 il ‘crocifisso insanguinato miracolosamente’, allontanava il problema del suo autore. Vero anche che padre Arcangelo Giani già nel Seicento disse che il crocifisso era “opus Donatelli fiorentini”. Sarà così lo storico Marco Ruffini a denunciare la riscoperta di oggi, merito della lettura di un manoscritto rimesso in luce alla Beinecke Library della Yale University dove si legge un dettaglio di totale importanza, capace di togliere ogni ulteriore dubbio, quale Donatello “Ha ancor fato il Crucifixo quale ora è in chiesa di Servi a Padova”. Seguirà a questa notizia l’iniziativa di Francesco Caglioti, autore di un importante studio su Donatello che “arrampicatosi sull’altare del Crocifisso dei Servi si è convinto essere i due crocefissi, del Santo e dei Servi, opere dello stesso Donatello, degli anni 1440-1445. Tutto questo che va pur in contrasto con quanto si legge nell’archivio Gonzati della Biblioteca del Santo appunto. Qui il registro cronologico depositato presso la Santa Basilica pone addirittura in discussione l’autenticità del bronzo appeso oggi nella stessa Basilica, perché opera pensata sì dal Donatello, ma realizzata (forse) da collaboratore. Da tempo comunque correva voce, arricchita da alcuni appunti facenti riferimento allo stesso Giorgio Vasari, pur degno di qualche riserva, per cui a Padova doveva essere gattapresente altro Cristo in Croce. A Padova si venivano a trovare così ben 3 (tre) crocefissi ‘donatel-

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liani’, uno al Santo in bronzo (documentato), quello della padovana chiesa di S. Agostino, perduto (?) nel 1818; forse nel corso delle requisizioni Napoleoniche.Ma il terzo poteva (forse) essere proprio quello in legno patinato e coperto da perizoma (precario) posto presso la Chiesa dei Servi di Maria. Fu nel recente 2008 che alla luce di quei documenti si diede il via a più approfondite analisi che portarono al lievo dell’incongruo perizoma e cosi mostrato nella sua collocazione il 14 Marzo 2015. Da attenta analisi non poteva essere quello perduto di S.Agostino il donatelliano, visto e descritto, peraltro, come ‘opera minore’, ma tanto meno sembrava essere quello della chiesa dei Servi. Il desiderio di scoprire la verità si accese ancor più sino alle approfondite ricerche sull’opera della chiesa dei Servi . Ricordiamo che il crocifisso dei Servi era prima sul pontile di mezza navata per poi essere stato collocato sull’altare dove è oggi, come si evince dalla tela del 1637, nella cappella laterale sinistra della Chiesa, bene incastonato nella nicchia dell’altare settecentesco e sin da quel momento vestito di adeguato perizoma conformemente alle indicazioni del Concilio di Trento. Un dettaglio a proposito dell’altare settecentesco e documentato sì nel 1764 , potrebbe, secondo lo scrivente essere opera della bottega vicentina dei Merlo. La bottega nel suo momento di massima attività dava suoi lavori ad altre chiese padovano come fu per la chiesa di S.Francesco e per i bellissimi altari della S. Rocco con la pala del Maganza e l’altro similare, oggi nel braccio destro della chiesa di S.Giustina e ancora quelli presenti nella S.Gaetano opera di V.Scamozzi, e ancora nella antica e centralissima S.Nicola, sempre della bottega dei Merlo. Questi purtroppo malamente smembrati, ma pure inseriti a pieno titolo nel Regesto completo della Bottega, con numerosi altri altari del territorio padovano come quello firmato di Cona.


CULTURAVENETA

VENETOVOGUE PATRIMONIO CULTURALE PADOVANO

Torniamo così a Donato di Nicolò di Betto BARDI detto DONATELLO (1386-1466) che fu a Padova dal 1443 al 1449, ma forse, più probabilmente, sino al 1454 (?). Venne chiamato per un monumento equestre da dedicare al Gattamelata, ma lavorò contemporaneamente per la Veneranda Opera del Santo per il nuovo altare e per un crocefisso (bronzeo) da porre sopra l’altare. Questo avvenne negli anni tra il 1444 e il 1446. In tali opere, di tale portata, coinvolse pure giovani collaboratori locali, tra i quali il Nicolò Pizolo, collega e amico, di brigata e non solo d’arte, di Andrea Mantegna. Come avvenne l’incontro lo abbiamo ricostruito per alcuni appunti proprio sul fiorentino bisognoso di aiuti per i suoi incarichi padovani. A Padova era molto in uso la pietra di Nanto caratteristica per il suo colore dorato e per la facilità della sua lavorazione, ma gravata da troppa fragilità specie nei confronti degli agenti atmosferici, quali sole e piogge, capaci di sgretolarla. Curioso, crediamo che il maestro si sia avventurato alla cava della famosa pietra dove ha avuto modo di incontrare Nicolò Pizolo, nato non molto lontano, a Villaganzerla di Castegnero e l’amico e collega, di avventure e non solo di lavoro, Andrea Mantegna nato a Isola, allora nel vicariato o meglio ‘Castello di Camisano’, nel Vicentino. Lionello Puppi la chiamò la coppia dei ‘giovani leoni’. La coppia impegnata per un pò con Donatello al Santo, tra il 1445 e il 1449, arrivò al litigio per spartire il compenso di 350 ducati frutto dei primi incarichi (come dire) ‘in proprio’, dopo aver lasciato la bottega dello Squarcione. Nel 1449 il Pizolo aveva 28 anni (nato nel ‘21), mentre Mantegna 18, se fosse nato nel ‘31, ma 23 se fosse invece nato nel 1426, come lo scrivente ebbe a proporre nel 2006 dall’editoriale del Corriere e allora sì ‘giovani leoni’. Abbiamo stretto così un forte legame tra i tre artisti, il fiorentino e i due veneti, perché non è forse coincidenza se a Irsina (prov. di Matera) sono oggi presenti, perché portati colà nel 1452 da Roberto de Mabilia ben tre opere quali: una Madonna del Mantegna, una Madonna del Pizolo e un Cristo considerato del Donatello (?). In questo contesto storico emerge la figura quasi dimenticata e da riscoprire qual è Nicolò Pizolo. E’ lui che attira alle cave di Nanto Andrea Mantegna dalla contrada di Isola, una specie di isolotto tra le acque del Ceresone nel camisanese. Pizolo e Mantegna crescono quindi a Padova e raccolgono incarichi per la capella Ovetari e vicini ai lavori del Donatello. Peccato perché troppo presto giunse la fine di Nicolò ucciso forse per causa di una competizione amorosa.

Donatello a Padova perché ? Curiosa è la ricerca di Fiocco in merito al come (mai) Donatello venne a Padova per immergersi “fra le rane dei suoi pantani..”, forse per sostituire Nicolò Barancelli al servizio di Palla Strozzi esule qui a Padova, e dove voleva realizzare ‘quel’ cavallo in onore a Gattamelata. Anche l’Ammanati era esule nelle nostre città, dove lascerà a Padova l’Ercole di Palazzo Mantova e altre opere e a Vicenza Palazzo Dal Toso di via Piancoli Donatello era stato chiamato a Padova forse che Palla Strozzi in esilio da Firenze, voleva far fare a Nicolò Barocelli. Donatello era pur reduce dall’aver realizzato, nel 1406-1408 per la grande chiesa fiorentina di S. Croce, il suo primo Cristo in Croce di linguaggio ancora per certi versi legato al tardo gotico già capolavoro, realizzato questo in legno. Giunse così pure l’incarico della Santa Basilica per un Cristo da porre al centro della navata della Basilica del Santo, sopra una colonna proprio opera del Pizolo, da farsi però in duro marmo ricca di colori azzurri e oro, e non in pietra di Nanto. Ma torniamo alle opere donatelliane perché la storia continua . L’avevamo lasciata infatti ai lavori di recupero e pulizia del Cristo in legno coperto da quella patina a finto bronzo della Chiesa dei Servi di Maria e liberato del perizoma. Già quello fu un avvenimento carico di sorprese, ma rimanevano ancora quei molti interrogativi e le tante ipotesi da accertare, da verificare: ma sarà, non sarà: è quello di cui parlò il Vasari? Alla mostra dei tre corocifissi del MArzo 2015 realizzata nel salone del Museo diocesano di Padova, abbiano rivisto quello che aveva comunque dimostrato già di essere un capolavoro. Ed eccolo finalmente ripulito di quella patina inutile, per rivelarsi a noi in tutta la sua bellezza. Un intervento di restauro, o meglio di sapiente pulizia, capace di mostrarci il legno con il suo colore e calore di legno naturale appena lavorato da mano artista. Parla di fresco, di nuovo. La figura del Cristo si mostra piena di emozione, di totale naturalismo, di dolcezza, di umanità quasi a dire “Vieni, con me, qui si sta bene”, c’è aria di un paradiso, non certo di sofferenza. È visione emozionante per un capolavoro mai visto, e oggi posto a confronto a quello della Basilica del Santo, in bronzo. All’attenta lettura si segnalano i caratteri di gemellaggio tra i due, dove ci si può soffermare sulla medesima origine, quella del maestro, del torace e del bacino. Ma l’impostazione delle gambe e quella testa bella, genuina, umana ci mostra il divino ‘trapasso’, qui senza alcuna sofferenza. (Giuseppe dalla Massara)

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CULTURAVENETA

VENETOVOGUE Articolo di Silvio Caoduro All’ ingresso dell’ Università di Padova è posta la seguente iscrizione: “Accedi all’ Università per farti ogni giorno più dotto. Escine in grado di giovare ogni giorno più alla patria e alla cristiana Repubblica. Sarà questo il vanto dell’ Università”

UNIVERSITA’ DI PADOVA

Epicentro propulsore dell’Europa

L

’ Università di Padova, nella Serenissima Repubblica Veneta, fu per secoli il più importante centro umanistico e scientifico d’Europa. Non solo furono fondate le principali discipline umanistiche e scientifiche, ma fu proprio da Padova che si diffusero in tutta Europa, come una benefica epidemia. Nella “sala dei Quaranta”, posta a fianco dell’ Aula Magna, sono raffigurati 40 illustri stranieri che dimostrano il ruolo di epicentro propulsore dell’ Università Veneta. Molti di loro erano profughi per motivi religiosi o a causa di invasioni del paese di provenienza. Tra di essi vi sono: - Re, Papi e Presidenti, Primi Ministri e Cancellieri, Ambasciatori, Cardinali ed Arcivescovi - consiglieri e medici personali di Re, Papi ed Imperatori - fondatori di discipline quali medicina, botanica, chimica, fisica, geologia, biologia, archeologia, diritto romano e canonico - fondatori delle letterature di molti paesi Europei tra i quali Ungheria, Polonia, Bielorussia, Romania - fondatori di Università, Istituzioni Scientifiche ed Accademiche, teatri e laboratori, in tutta Europa Elenco dei 40: 1. Damião de Goes(Alenquer,1502–1574) Portoghese Nel 1523 è stato collocato dal re Joao III del Portogallo come segretario e tesoriere della

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Feitoria di Anversa (testa di ponte principale dell’impero commerciale portoghese) 2. Antonio Agustín (Saragozza,1517- Tarragona 1586) Spagnolo E’ stato un giurista, teologo,e vescovo cattolico. Prese parte al Concilio di Trento. Suo padre era il vice-cancelliere d’Aragona. Nel 1544 Agustin è diventato un revisore dei conti, giudice, della Rota Romana , uno dei più alti tribunali della Chiesa cattolica. Agustín merita la sua posizione tra i pionieri della storia del diritto romano e canonico. 3. Emile Perrot ( ? -1556) Francese Umanista, ricoprì cariche politiche di rilievo a Parigi 4. Michel de L’Hospital (Aigueperse, 1505 – Champmotteux, 1573) Francese Fu consigliere al Parlamento di Parigi, ambasciatore al Concilio di Trento, sovrintendente delle finanze e cancelliere di Francia. Divenne Primo Presidente della Camera dei Chambre des Comptes tra il 1555 e il 1560. Come cancelliere di Francesco II e di Carlo IX, operò una semplificazione del diritto francese. 5. Caspar Bauhin (1560 – 1624) Svizzero A lui si deve l’introduzione nella tassonomia della nomenclatura binomiale, che fu poi adottata da Linneo nel suo sistema di classificazione scientifica. Il Pinax theatri Botanici è un punto di riferimento della storia botanica , descrivendo circa 6.000 specie e la loro classificazione 6. Jean Prévost (Delémont, 1585 – Padova, 1631) Svizzero

Fu medico e Prefetto dell’orto botanico di Padova 7. Adriaan van den Spieghel, (Bruxelles, 1578 – Padova, 1625) Fiammingo Fu medico, chirurgo e botanico . Il lobo epatico porta il suo nome 8. Johannes Heurnius (1543 - 1601), Olandese E’ stato un medico e filosofo 9. Thomas Linacre (Canterbury, 1460 – Canterbury,1524) Inglese E’ stato un medico personale del re Enrico VIII e umanista a cui è intitolato il Linacre College di Oxford. Ha promosso la fondazione del Royal College of Physicians (Collegio reale dei medici) che da allora è il solo organo autorizzato a concedere l’abilitazione alla professione medica . Visse anche a Venezia, Padova e Vicenza 10. Francis Walsingham (1532 – 1590) Inglese Fu segretario principale della regina Elisabetta I d’Inghilterra e “ capo delle spie “. E’ ritenuto uno dei primi organizzatori di servizi di spionaggio statali in epoca moderna. Grazie all’operato di Walsingham l’Inghilterra era costantemente informata sulle operazioni militari spagnole. Fu fra i primi a comprendere il potenziale della flotta inglese come strumento di potenza militare mondiale, per aprire nuove rotte commerciali e di esplorare il Nuovo mondo, ad immagine della Serenissima. 11. William Harvey (Folkestone, 1578 – Roehampton, 1657) Inglese E’ stato il primo scienziato a descrivere accuratamente il sistema circolatorio umano


CULTURAVENETA

VENETOVOGUE PATRIMONIO CULTURALE PADOVANO Il nome di “Sala dei Quaranta” dell’ambiente sinora descritto deriva dalle effigi, che adornano le pareti, appunto di quaranta illustri stranieri, allievi di Padova, che documentano il ruolo di grande centro propulsore di incontri, scambi e diffusione della cultura storicamente esercitato dall’Ateneo dei Veneti. In molti casi si tratta di immagini simbolicamente rievocative, non di veri ritratti, non disponibili per molti di questi illustri personaggi nonostante la loro notorietà. Furono dipinti a tempera nel 1942 da Giacomo dal Forno, artista dagli interessi eclettici formatosi all’Accademia di Brera, che oltre a grandi opere murali eseguì mosaici,vetrate, sbalzi in rame e sculture in ferro battuto

e le proprietà del sangue pompato dal cuore in tutto il corpo. Nel 1618 Harvey fu medico di corte sotto Giacomo I e medico del Re Carlo I 12. Oliver Goldsmith ( 1728 – 1774) Irlandese E’ stato uno scrittore e drammaturgo . Ha scritto Il vicario di Wakefield ,1766, uno dei romanzi più noti della letteratura inglese 13. John Ruthven, (1577 – 1600) Scozzese Offrì i propri servigi a Elisabetta I d’Inghilterra, fu rettore dell’ università di Padova per un anno. 14. Olaus Rudbeck, (Västerås, 1630 – 1702) Svedese E’ stato uno scienziato e scrittore , professore di medicina all’Università di Uppsala e per molti anni magnifico rettore della stessa. Era figlio del vescovo Johannes Rudbeckius, cappellano personale del re Gustavo II Adolfo di Svezia. Rudbeck fu chiamato il primo svedese che fece una scoperta scientifica. Alfred Nobel fu un suo discendente diretto. Rudbeck fu uno dei primi scopritori del sistema linfatico nel 1651, fece costruire un anfiteatro di anatomia uguale a quello di Padova 15. Ole Worm, (Århus, 1588 – Copenaghen, 1654) Danese E’ stato un medico,biologo e filologo , noto soprattutto come collezionista di cose antiche: è considerato il “padre” degli studi di archeologia in Scandinavia. Fu inoltre il medico personale di re Cristiano V di Danimarca. Nel campo della medicina, è famoso per le sue ricerche nel settore dell’embriologia: da

lui prendono il nome le ossa del cranio dette “ossa wormiane”. Fondò un museo e le sue collezioni sono nel Statens Naturhistoriske Museum di Copenaghen 16. Pier Giovanni Resenius ( 1625-1688) Danese E’ stato consigliere dello stato danese 17. Thomas Bartholin, (Copenaghen, 1616 – Copenaghen, 1680) Danese E’ stato un anatomista famoso per essere stato il primo a descrivere completamente il sistema linfatico umano (1652). Ha insegnato all’Università di Copenaghen e fu medico del re Cristiano V 18. Nicola Cusano, (Kues, 1401 – Todi, 1464) Tedesco E’ stato un cardinale, teologo, filosofo, umanista, giurista, matematico e astronomo Nel 1433 fu invitato da Papa Eugenio IV al Concilio di Basilea, nel quale ebbe un ruolo fondamentale per l’unità della Chiesa Cattolica e la concordanza di tutte le fedi cristiane. Fu confessore della famiglia reale del Portogallo. Tentò di riunificare le Chiese d’Oriente e d’Occidente. La legazione a Costantinopoli fu coronata da un enorme successo, tanto che Cusano rientrò accompagnato dall’Imperatore Giovanni VIII di Bisanzio, dal patriarca di Costantinopoli Giuseppe II, dai cardinali Isidoro di Kiev e Basilio Bessarione e sbarcarono l’8 febbraio 1438 a Venezia. Insieme si recarono a Ferrara, dove Eugenio IV aveva

spostato la sede del concilio. I conciliaristi restati a Basilea fecero un piccolo scisma d’Occidente. Quando Eugenio IV morì, Cusano fu nominato camerlengo ( presiede la sede vacante del Papa), perciò gli fu precluso il papato, e divenne Papa Niccolò V, suo amico di lunga data. Nel 1444 si era appassionato all’astronomia e sostenne, contro Tolomeo e Aristotele, che la Terra non è immobile, ma ruota intorno al proprio asse e che non è possibile determinare il centro dell’universo, che è infinito; che le stelle sono simili al Sole, che intorno ad esse possono ruotare dei pianeti e che alcuni pianeti possono essere abitati; produsse quindi delle teorie molto simili a quelle dell’astronomia a noi contemporanea. Oltre a Giordano Bruno , presero spunto da lui anche , Erasmo da Rotterdam, Leonardo da Vinci, Niccolò Copernico, Giovanni Keplero, Galileo Galilei, Albert Einstein. 19.Johann Georg Wirsung (Augusta, 1589 – Padova,1643) Tedesco E’ stato un anatomista che scoprì il dotto pancreatico. 20. Werner Rolfink (Amburgo 1599 - 1673) Tedesco E’ stato medico , scienziato e botanico . Fondò a Jena un laboratorio di chimica e un teatro anatomico simile a quello di Padova 21. Tas Di Cerna Hora, (1457-1482) Ceco Profondo interprete della cultura umanistica, si impegnò in favore dell’ avvento del re Mattia Corvino d’Ungheria al trono di Boemia.

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CULTURAVENETA

22. Jan Křtitel Bohac, (Ginkovy 1724, Praga 1768) Boemo Professore di medicina nel Carolinum di Praga 23. Erazmus Ciolek Witelo, (Legnica, 1230 – 1275) Polacco E’ stato un monaco, matematico, fisico, filosofo e teologo . Scrisse Prospectiva, studio dei problemi dell’ ottica, che avrà profonda influenza su scienziati e filosofi come Keplero, Galilei, Cartesio 24. Klemens Janicki (Januszkowo, 1516 1543) Polacco Fu segretario dell’ arcivescovo Andrew Ladislao , a sua volta segretario della regina Polacca e di Lituania 25. Jan Kochanowski (Radom, 1530 – Lublino, 1584) Polacco È riconosciuta la sua importanza per l’uso della lingua polacca, che con lui raggiunge dignità letteraria. Trascorse i successivi quindici anni vicino alla corte del re Sigismondo II Augusto , che serve per un certo periodo come segretario reale 26. Francysk Skaryna ( 1490-1552) Bielorusso E’ stato un umanista, medico, traduttore e uno dei primi stampatori di libri in Europa orientale , ponendo le basi per lo sviluppo della lingua bielorussa . Nel 1532, ha lavorato come medico e segretario di Giovanni, vescovo di Vilnius , figlio illegittimo de re di Polonia e granduca di Lituania. Ha contribuito allo sviluppo della lingua letteraria bielorussa e alla divulgazione della Bibbia 27. Peter Vasiljevic Postnikov (?-1716 ) Russo Primo russo con laurea in medicina, svolse molti incarichi per lo zar Pietro I 28. Janus Pannonius, (Čazma, 1434 – Medvevár, 1472) Ungherese E’ stato un vescovo cattolico, poeta e umanista, pose le basi della letteratura magiara. 29.Stefano I Báthory,(Szilágysomlyó, 1533 – Hrodna, 1586) Ungherese Divenne re di Polonia grazie all’elezione a regina di sua moglie, Anna Jagellona, sorella del re polacco Sigismondo II Augusto. Fu principe di Transilvania, re di Polonia, granduca di Lituania, principe della Prussia, aveva lo stato

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VENETOVOGUE

più grande e più popoloso d’europa. Difese l’indipendenza polacca dagli ausburgo, dai russi e dai turchi. 30. János Zsámboky , (Trnava, 1531-Vienna, 1584) Ungherese E’ stato filologo, storico, medico, cartografo, lettera-scrittore e collezionista di manoscritti, libri , e tesori d’arte. Ha vissuto a Vienna, in servizio corte imperiale, medico dell’ imperatore Massimiliano II. 31. Costantino Cantacuzeno,( 1650-1716) Rumeno Fu zio e consigliere del principe Costantino Brâncoveanu di Valacchia. Di lui rimane una Storia dei Romeni, nella quale è trattata l’origine del popolo romeno con vasta erudizione. Fondò a Bucarest un’ accademia letterario-filosofica sul modello di quella di Padova. 32. Marko Gerbec ( 1658 - 1718 ) Sloveno E’ stato un medico e scienziato, notevole come il fondatore della moderna medicina tra gli Sloveni e per la prima descrizione della sindrome di Adams-Stokes. Nel 1693 è tra i fondatori di Academia Operosorum Labacensium a Lubiana , prima accademia scientifica in Slovenia. 33. Dimitrija Demeter (1811-1872 a Zagabria ) Croato E’ stato scrittore e drammaturgo , fondatori del Teatro Nazionale Croato, fu uno dei maggiori rappresentanti del movimento Illirico 34. Giorgio Benigno (Juraj) Dragisic (Salviati) (Srebrenica, 1445 – 1520) Bosniaco E’ stato un arcivescovo cattolico , fu profugo a causa invasione ottomana. A Firenze fu istitutore del futuro Papa Leone X e a Roma divenne direttore dell’Università La Sapienza 35. Giovanni Argiropulo, (Costantinopoli, 1416 c – Roma, 1487) Bizantino E’ stato un umanista e scrittore , tra i primi promotori della riscoperta degli antichi nel mondo occidentale. fautore dell’unione della Chiesa greca con la romana Umanisti toscani chiesero che tornasse a Firenze a scacciare dai loro occhi “le tenebre e la caligine”. Andò a Roma dal Papa Sisto IV, suo antico

compagno-di studi a Padova, nella speranza di ottenere un incarico. 36. Alessandro Maurocordato (Costantinopoli, 1791 – Egina, 1865) Greco E’ stato un politico . Partecipò alla Guerra d’indipendenza greca e fu Primo ministro della Grecia Il 1º gennaio 1822, partecipò alla proclamazione dell’indipendenza della Grecia e alla promulgazione della Costituzione greca del 1822 . Fu chiamato a guidare le prime elezioni nella storia d’Europa, tenute a suffragio universale maschile nel1844 37. Giovanni Antonio Capodistria (Corfù, 1776 – Nauplia, 1831) Veneto/Greco E’ stato un politico e diplomatico greco, nato veneziano, poi politico della Repubblica delle Sette Isole Unite, quindi diplomatico dell’impero russo ed infine primo Presidente della Grecia indipendente. 38. Marino Becichemo (Scutari 1468-1526) Veneto/Albanese Il padre, Marino, per circa trenta anni era stato segretario della Repubblica Veneta alla corte Ottomana; il nonno Pietro era stato ambasciatore albanese presso la Repubblica di Venezia. Nel 1500 aprì una scuola di umane lettere a Venezia 39. Niccolò Leonico Tomeo (Venezia, 1456 – Padova, 1531) Veneto/Albanese E’ stato un umanista, figlio di un albanese. Niccolò Leonico Tomeo era un Veneziano studioso e professore di filosofia nella Università di Padova. E’stato uno dei primi professori di origine ellenica ad insegnare greco a Padova e uno degli umanisti più considerati del suo tempo 40. Emanuele Sciascian ( 1775-1858) Armeno A Costantinopoli fu medico celebratissimo per erudizione e abilità, medico della corte imperiale, fondatore dell’ospedale di S. Giacomo, promotore del primo istituto superiore di medicina in Turchia attuato dal Sultano Mahmud II, fondatore della medicina moderna dell’Impero ottomano


FUTUROVENETO

VENETOVOGUE Articolo di Davide Lovat

IL REFERENDUM VENETO DEL 2017 Nel 2017 secondo le dichiarazioni del Presidente della Regione Veneto, sig. Luca Zaia, ci sarà una consultazione popolare di importanza che non è esagerato definire storica e che riguarderà la cittadinanza residente sul territorio dell’ente amministrativo da lui amministrato. La scelta delle parole di questo incipit è stata molto attenta, perché a chi scrive e, si spera, a chi legge deve essere sempre chiara la differenza tra i confini geografici attuali dell’ente amministrativo della Repubblica Italiana, denominato appunto “Regione Veneto”, e quello che è invece il “limes” storico, geografico e demografico della Patria Veneta, per la quale varrà il discorso di un eventuale futuro referendum per l’autodeterminazione del popolo veneto, in modo indipendente e separato dallo Stato italiano. Rimanendo dunque sull’attualità, salvo voltafaccia clamorosi e ingiustificabili, si terrà nel 2017 un referendum ammesso dalla Corte Costituzionale della Repubblica Italiana che sottoporrà alla decisione dei cittadini della Regione Veneto la mutazione dei rapporti tra questa e lo Stato, in materia di competenze esclusive, nella direzione di maggiore autonomia decisionale e nella gestione delle risorse fiscali. Si tratta di molto meno di quanto spererebbero le persone che, leggendo i tempi presenti nella nuova era aperta dal fenomeno della Globalizzazione, hanno già capito che per preservare libertà, democrazia, efficienza e Bene Comune è doveroso riorganizzare le istituzioni politiche, in modo da superare il modello dello Stato centrale di vaste dimensioni territoriali, invalso negli ultimi due secoli di Storia. Tuttavia, in attesa che tale consapevolezza si estenda a una percentuale sempre più ampia della popolazione e non solo in Veneto, è necessario avere coscienza dell’epocale importanza di un esito nettamente favorevole alla riforma di questa consultazione popolare. Le ragioni storiche, antropologiche, culturali ed economiche che hanno determinato l’approdo a questo referendum vanno ricercate nella diversità del Veneto rispetto all’Italia, sulla quale sarebbe stucchevole e forse perfino privo di rispetto per la cultura dei lettori soffermarsi. Invece è essenziale ragionare sulle prospettive politiche implicate all’esito del voto. Una partecipazione massiccia con un esito incontestabile darebbe una forza politica notevole sia ai rappresentanti istituzionali che avranno il compito di trattare i termini delle riforme, sia alle forze politiche ancora in crescita che mirano alla futura autodeterminazione della Patria Veneta, ma che al momento attuale ancora non riescono a

trovare spazio perché, senza una meta concreta visibile, sono considerate affette da velleitarismo in rapporto alle elezioni italiane. Una vittoria al referendum segnerebbe di certo una svolta nella politica veneta e innescherebbe un processo destinato ad essere irreversibile, in direzione della riconquistata indipendenza della Repubblica di San Marco. Viceversa, la prevalenza di ritrosie, distinzioni, eccezioni, disinteresse, astensione, vanificherebbe anche il pronosticato ampio margine di consenso alla richiesta di riforme autonomiste. L’occasione per dimostrarsi coesi pur nelle diversità, perché prioritariamente appartenenti a un popolo che è diverso da quello dello Stato che lo governa, è storica e non va sprecata. Far capire alla comunità internazionale che il popolo veneto esiste ancora, che ancora si riconosce come tale e, pertanto, ha il diritto di essere riconosciuto da tutti come tale è di importanza decisiva, mentre mancare questa occasione metterebbe per lungo tempo una pietra tombale alle speranze di indipendenza che ardono in Veneto come in tante altre terre europee, dalla Catalogna ai Paesi Baschi, dalle Fiandre alla Scozia, dalla Corsica a numerose altre realtà che non hanno, comunque, neanche lontanamente una tradizione storica di indipendenza e sovranità di durata millenaria, come hanno i Veneti. L’auspicio è quello di veder sorgere comitati di attivisti che superino gli steccati dell’appartenenza partitica, nel nome di un bene superiore e condiviso; di vedere cioè l’embrione di un popolo rinascente nella sua identità specifica e consapevole, capace pertanto di perseguire un obiettivo comune. Una volta ottenuto il successo, nulla potrà mai più essere come prima e quand’anche ci volesse più tempo del necessario, la strada sarà tracciata e l’approdo finale sarà inesorabile. Siamo in attesa della comunicazione della data del voto, stiamo aspettando che il sig. Luca Zaia indica il referendum. Per il rapido evolversi dei fatti mondiali e per la necessità di stare al passo con la Storia, il popolo veneto non può più aspettare e non potrà perdonare eventuali tradimenti. Il Presidente Zaia scelga se vuol essere ricordato come un politico importante o dimenticato come una mezza figura d’opportunista. Tocca a lui, adesso. Poi toccherà al popolo dimostrare al mondo intero se ancora esiste una Patria Veneta, se ancora desidera far vivere la propria Repubblica.

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FUTUROVENETO

VENETOVOGUE Articolo di Davide Lovat

IL VENETO DIFENDE IL DIRITTO DI AUTODERMINAZIONE IN EUROPA “Riconosciamo pertanto che ogni volta che l’esercizio del diritto universale di autodeterminazione sia negato dalle istituzioni statali, i cittadini e i popoli d’Europa possano e debbano fare l’unica cosa possibile: esercitare unilateralmente - attraverso i loro democratici parlamenti - tale diritto, che si configura per propria natura nel quadro giuridico internazionale” Venezia, 29 novembre, 2016

Mercoledì 11 gennaio ha avuto luogo un simposio al parlamento Europeo organizzato dalla piattaforma sociale internazionale per l’esercizio del diritto all’autodeterminazione in Europa, ovvero ICEC (International Commission of European Citizens) e sponsorizzato da ben quattro partiti europei (EFA - European Free Alliance, ECR - European Conservatives and Reformists Group, GUE/ NGL - European United Left, ALDE - Alliance Liberals Democratis for Europe). Abbiamo chiesto a Luca Polo, portavoce ICEC per il Veneto, di raccontarci cosa è successo. Davide Lovat: Luca, conosco molto bene ICEC, organizzazione con cui anch’io collaboro da anni. Recentemente io e te ci siamo anche coordinati con ICEC per la realizzazione della sezione internazionale del libro “Il rischio della libertà” (Ciambetti-Lovat). Potresti spiegare ai nostri lettori in poche parole che cos’è ICEC? Luca Polo: ICEC è una ONG con sede a Brussels ed è in sostanza una alleanza di cittadini coordinata a livello continentale per esprimere la volontà di milioni di europei di difendere principi fondamentali come la libertà, la giustizia e la pace in Europa.

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L’esercizio del diritto universale di autodeterminazione dei popoli è secondo noi un punto fondamentale per la garanzia di tali valori. La Commissione è composta da membri di organizzazioni sociali, di partiti politici e reti accademiche che aderiscono su base individuale. ICEC ha mosso i primi passi con i referendum popolari sull’indipendenza catalana organizzate da comitati cittadini in 555 comuni catalani dal 2009 al 2011. Durante questa fase di esercizio popolare della sovranità i fondatori di ICEC coordinarono gli osservatori internazionali che garantirono un’organizzazione delle consultazioni basata sugli adeguati protocolli. Il processo vide la partecipazione di 250 osservatori internazionali, una rete internazionale che ha continuato ad operare e si è gradualmente strutturata. Nel 2014, ICEC è stato responsabile di 100 osservatori internazionali per il “processo partecipativo” catalano il 9 di novembre 2014. ICEC ha fornito anche osservatori internazionali per il referendum scozzese di settembre 2014. Oggi ICEC è la più importante e strutturata organizzazione internazionale che opera per l’esercizio del diritto di autodeterminazione in Europa e per garantire le corrette proce-

dure nelle consultazioni che rappresentano l’applicazione di questo diritto. ICEC è diventata oggi un referente per le istituzioni locali e continentali con le quali collaboriamo in un percorso costruttivo per sviluppare soluzioni atte a ripristinare la sovranità politica delle nazioni europee. Davide Lovat: veniamo quindi a questo recente secondo simposio internazionale sull’applicazione del diritto di autodeterminazione in Europa. Cosa è accaduto a Brussels? Luca Polo: martedì 10 gennaio abbiamo organizzato un incontro ufficiale tra il Parlamento fiammingo, l’Assemblea Nazionale Catalana e CostituÏm, ovvero un pool di 17 giuristi che ha presentato alle istituzioni delle Fiandre la bozza della costituzione della nuova repubblica catalana. Mercoledì 11 ha avuto luogo il simposio al parlamento Europeo a cui hanno preso parte 300 delegati da tutta Europa in rappresentanza di movimenti sociali, di istituzioni sia continentali che locali, accademici. La chiusura dei lavori ha visto la sottoscrizione unanime dei presenti della “Resolution of Venice”, ovvero la sottoscrizione internazio-


FUTUROVENETO

VENETOVOGUE

nale della Risoluzione 27 del 29 novembre 2016 del Parlamento Veneto, presentata dal Segretario del Consiglio Regionale Antonio Guadagnini. La Risoluzione 27 del Parlamento Veneto è diventata quindi di fatto un documento ed un atto politico internazionale che afferma la legalità del processo unilaterale di autodeterminazione. La risoluzione afferma infatti la “legittimità dell’unilateralità” del processo di autodeterminazione. Ecco l’atto internazionale di chiusura dei lavori del 2° Simposio ICEC al parlamento europeo: “We therefore recognize that whenever the exercise of the universal right of Self-determination is rejected by the state institutions, citizens and nations of Europe can do and should do the only possible thing: unilaterally exercise through their representative democratic parliaments this right that is configured by its nature in the international law framework” Venice, 2016 November 29th (“Riconosciamo pertanto che ogni volta che l’esercizio del diritto universale di autodeterminazione sia negato dalle istituzioni statali, i cittadini e i popoli d’Europa possano e debbano fare l’unica cosa possibile: esercitare unilateralmente - attraverso i loro democratici parlamenti - tale diritto, che si configura per propria natura nel quadro giuridico internazionale” Venezia, 29 novembre, 2016) Davide Lovat: Quali sono i prossimi passi di ICEC? Luca Polo: ICEC ha lanciato la campagna internazionale per sostenere il referendum per l’indipendenza della Catalogna di settembre ed abbiamo già pronte 350 personalità provenienti da tutto il mondo che coordineremo perché agiscano come osservatori internazionali nel rispetto dei protocolli internazionali. Ancora una volta gestiremo la struttura che garantirà la trasparenza e la correttezza delle operazioni di preparazione, voto e spoglio nell’esercizio del diritto di autodeterminazione.

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ASSOCIAZIONIVENETE

VENETOVOGUE Articolo Ass. Pax Tibi

UN FESTIVAL DI URBAN ART PER RISCOPRIRE LA STORIA VENETA

PALLADIO, MARCO POLO, PIGAFETTA... 7 VENETI DIVENTANO MURALES Si è tenuto nell’ottobre 2016 il primo Festival Veneto di Urban Art con una sfida ambiziosa: raccontare l’antica e preziosa storia che accomuna le genti di questa terra, proiettandola verso il futuro attraverso canali e linguaggi di oggi. L’iniziativa, ribattezzata PaxTibi (“Pace a te”) richiamando il messaggio che compare ai piedi del celebre leone alato simbolo dei Veneti, ha coinvolto 7 città venete e 7 differenti writers internazionali, che in contemporanea hanno realizzato imponenti opere murarie ispirate a personaggi famosi dei secoli scorsi. L’obiettivo era “tirare fuori la storia dai cassetti” e riportarla alla luce sui muri degli edifici, in una sorta di riqualificazione urbana che corrisponde ad una valorizzazione culturale attraverso la consapevolezza delle proprie radici. L’occasione è stata data dal particolare anniversario che occorreva il 21-22 ottobre 2016. Lo scorso anno si ricordavano infatti i 150 anni dall’annessione all’Italia: un’ottima occasione per collocare adeguatamente l’ultimo secolo e mezzo all’interno di una storia lunga millenni e scoprire che il nome che portiamo nasce da prima Cristo. Ad accompagnare il Festival, una campagna di comunicazione attraverso una collana di tre video nei quali 15 personaggi illustri venivano interpretati da altrettanti bambini, per ricordarci che i talenti sono ancora tra noi, basta saper guardare. Piccoli Vivaldi, Marco Polo, Alpini…diventeranno quindi gli artisti, gli imprenditori, gli scienziati di domani. Per l’edizione 2017 saranno scelte altrettante città e nuovi personaggi. Seguite il Festival su www.pax.tibi.com o sui social Facebook e Istagram.

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Città: Arcole (VR)

Artista: Dado Alessandro Ferri, Dado, nato a Bologna nel 1975. Il writing è la disciplina attraverso cui Dado unisce gli studi classici del disegno, alla grafologia e la poetica della strada. Fasci sinuosi e labirintici sono orchestrati da Dado in armoniche architetture attraverso speculazioni geometriche, serie numeriche e proporzioni auree. Oltre a partecipare a eventi in tutta Europa, è relatore in vari ambiti accademici, tra cui l’Accademia di Belle Arti di Bologna e l’Università di Padova, Venezia e Trento. Personaggio: Andrea Palladio. L’ARCHITETTO DEL VENETO. Nato da una famiglia di umili origini a Padova nel 1508, viene considerato come l’architetto più importante della Repubblica veneta. Le sue numerose ville lo resero famoso in tutto il mondo. Apprendista scalpellino dall’età di 13 anni, tra il 1535 e il 1538 incontra il conte vicentino Giangiorgio Trissino dal Vello D’Oro che lo prenderà sotto la sua protezione e gli darà il soprannome di PALLADIO, guidandolo allo studio della cultura classica. Da qui in poi Palladio realizzerà una incredibile quantità di opere, come la Basilica Palladiana, Villa Almerico Capra e il Teatro Olimpico, primo esempio

di teatro stabile coperto realizzato in epoca moderna nel mondo occidentale e ancor oggi capolavoro ineguagliato. Palladio fu anche l’autore del celebre trattato “I quattro libri dell’architettura” nel quale definì i canoni classici. Fu anche grazie a questo testo che l’architettura del Palladio, benché quasi totalmente confinata nel Veneto, divenne famosa e studiata in tutta Europa, dando vita al palladianesimo. Gli Stati Uniti d’America nel 2010 hanno riconosciuto Palladio come “padre dell’architettura americana” Città: Adria (RO)

Artista: Insane 51 Insane 51, pseudonimo di Stathis Tsavalias, nato nel 1992 ad Atene. Giovanissimo emergente, La sua specialità sono ritratti iperrealistici. Negli ultimi anni affina la tecnica del fotorealismo su grandi pareti e sperimenta nuovi approcci mescolando il tridimensionale ad effetti ottici. Ha partecipato a numerose rassegne d’arte e graffiti in tutta Europa tra cui: Designwars Exhibition, Thessaloniki Street Art Festival, Living Color Festival, Roskilde Festival e Overline Festival. Una sua tela è presente presso l’Amsterdam Street Art Museum.


ASSOCIAZIONIVENETA

Personaggio: Marco Polo. IL GRANDE ESPLORATORE VENETO. Nato a Venezia nel 1254 e figlio di mercanti, partì giovanissimo con lo zio e il padre verso la lontana Cina. In Cina divenne il consigliere preferito dell’Imperatore che lo tenne alla sua corte per molti anni facendolo anche suo ambasciatore. Attività questa che Marco Polo svolse con passione e per anni, attratto com’era dalla conoscenza di genti, usi, costumi e lingue nuove. Fatto prigioniero dai Genovesi, una volta ritornato, durante la prigionia dettò le sue memorie a Rustichello da Pisa. Questo libro da lui rivisto e integrato successivamente è noto come “Il Mil(i)one”, una vera e propria enciclopedia geografica che raccoglie in un volume tutte le conoscenze sull’Asia disponibili nel XIII secolo. Le sue descrizioni contribuirono alla compilazione del mappamondo di Frà Mauro e ispirarono i viaggi di Cristoforo Colombo. Città: Campo San Martino (PD)

Artista: Made 514 Nato a Padova nel 1975. Made rimarca il proprio stile mescolando gli studi calligrafici del writing al figurativo in una complessità di strutture, muovendosi con estrema libertà tra materiali e superfici, passando dalla tela al metallo alle facciate degli edifici. Dipinge ed espone nelle maggiori rassegne in varie città italiane ed estere, tra cui la Biennale di Venezia, il Museion di Bolzano, lo Stroke Art Fair di Monaco, l’Ayden Gallery di Vancouver. Nel 2016 è selezionato dall’area educazione del Mart di Rovereto per il ciclo Street Area. Personaggio: Bartolomeo Cristofori. IL VENETO CHE INVENTÒ IL PIANOFORTE. Organaro e liutaio, nacque a Padova il 4 maggio 1655 e fu uno dei più famosi costruttori di clavicembali del suo tempo. Fu chiamato al servizio dal principe Ferdinando De’ Medici, figlio del granduca di Toscana Cosimo III: ed è li che gli venne commissionato di inventare un nuovo strumento che percuotesse le corde anziché pizzicarle. Intorno agli anni 20 del ‘700 Cristofori realizzò il “fortepiano” che successivamente modernizzato diverrà il “pianoforte” Grazie all’espressività che riuscì a donare con l’intensità del tocco, diventò lo strumento preferito da compositori come Mozart, Haydn, Beethoven, Clementi. Oggi il pianoforte è uno degli strumenti musicali più diffusi, persino Google ha dedicato un doodle al “veneto che inventò il pianoforte”.

VENETOVOGUE

Città: Cittadella (PD)

Artista: Macs Antonello Piccinino, nasce a Lanciano (Ch), realizza il suo primo graffito nei primi anni 90 firmandolo con il nome “Macs”, lo pseudonimo che tutt’ora è il suo “nome d’arte”. Uno dei più noti realizzatori di graffiti, in particolare di characters (ritratti, personaggi, ed immagini) in Italia ed all’estero, partecipa a numerose mostre e rassegne nazionali ed internazionali di writing. Curiosità: nel 2010 viene chiamato a dipingere nel Teatro del Silenzio di Lajatico durante il concerto di Bocelli, Zucchero e Carreras. Nel 2016 è stato chiamato da Uefa per dipingere un tributo a Maldini durante gli Europei di Francia. Personaggio: Antonio Pigafetta. Nato a Vicenza nel 1492, fu navigatore e geografo. Nel 1519 trovandosi a Barcellona sentì parlare della spedizione che Magellano stava organizzando intorno al mondo. Pigafetta, da sempre curioso di scoprire terre lontane, ottenne il permesso di poter prendere parte al viaggio di Magellano. Partecipò così alla prima circumnavigazione del globo dal 1519 al 1522, completandola anche dopo l’uccisione di Magellano. A seguito del viaggio scrisse le sue memorie nel volume “La Relazione del primo viaggio intorno al mondo” dato per perso diversi secoli e ritrovato solo nel 1797, ritenuto uno dei più preziosi documenti sulle grandi scoperte geografiche del Cinquecento. Città: Oderzo (TV)

Artista: Axe Alex Ermini Nasce a Bologna il 15 gennaio 1974, padovano d’adozione. Partecipa a varie edizioni di eventi pittorici nazionali e internazionali tra cui il Meeting of Styles in Germania e in Italia,Style Monsters, 10 4 CT, Transitions, Tag The World, MOMART,El Signo dea Calle a Venezia, Sound Park, NU Fest a Roma, Bolo-

gna e Napoli, Strade del Paesaggio a Cosenza contro la Mafia, Overline a Salerno, Hip-Hop encuentra Jazz (Live painting durante concerto Jazz/Rap) in Messico. Personaggio: Antonio Canova. Nato a Possagno nel 1757 è uno scultore ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo. Rimasto orfano fu allevato dal nonno, scalpellino di una certa fama, che lo indirizzò verso la scultura. Nel 1768 si trasferì a Venezia e nel 1775, apre una sua bottega d’arte da dove incominciò l’ascesa artistica. A 22 anni si trasferisce a Roma dove studia e raffina l’arte statuaria antica. Canova ebbe il merito artistico di far rivivere nelle sue opere l’antica bellezza delle statue greche. Le sue sculture, che era solito realizzare con il marmo bianco gli venivano commissionate da papi, sovrani, imperatori e principi di tutto il mondo. Città: Portogruaro (VE)

Artista: Vesod Nasce a Torino nel 1981. L’influenza del padre Dovilio Brero, pittore surrealista, lo porta ad approcciarsi molto presto all’arte, avvicinandosi ai graffiti negli anni ‘90 dei graffiti. Parallelamente consegue la laurea in matematica. Le produzioni di Vesod riflettono la passione per il rinascimento, il dinamismo tipico del futurismo italiano e l’influenza degli studi matematici. Le sue opere sono cristallizzazioni geometriche ottenute dalla scomposizione di forme, spazio e tempo. Segnalato come artista influente all’interno nella pubblicazione “The Art Contemporary Guide 2015”, partecipa alle maggiori rassegne internazionali e mostre personali in tutto il mondo, tra le quali: Expo di Milano; Haussamanngallery Miami; Colab Gallery Basilea; Mirus Gallery SanFrancisco. Personaggio: Galileo Galilei. Non è veneto, bensì pisano, eppure la sua storia si intreccia intensamente con il Veneto. Il famoso scienziato toscano trovò infatti accoglienza nelle terre marciane per i suoi studi altrove rifiutati. I lunghi anni trascorsi, tra docenze all’università patavina e gli incarichi per la Serenissima, furono così ricchi di ricerche e soddisfazioni al punto tale da definirli “i 18 migliori (anni) di tutta la mia età”. Proprio durante la lunga permanenza veneta rivoluzionò l’astronomia, arrivando a realizzare e presentare al mondo nel 1609 a Venezia, uno dei primi cannocchiali al mondo.

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FUTUROVENETO

VENETOVOGUE Articolo di Gianluca Busato

VENEXIT. 8 MOTIVI PER CUI OGGI SI APRE UNA NUOVA FINESTRA PER l’INDIPENDENZA VENETA

Dopo la straordinaria stagione del referendum digitale di marzo 2014, oggi si riapre una nuova finestra di opportunità per accelerare il processo di indipendenza del Veneto, che già in molti battezzano come Venexit, dando attuazione a quanto già previsto da World Atlas. Ciò emerge infatti dal sommarsi di diverse situazioni e nodi che si apprestano ad arrivare al pettine: 1. L’elezione di Donald Trump a presidente degli USA. Ancora non è chiaro quale sarà il perimetro d’azione e la “legacy Trump” che emergerà, ma appare chiaro fin d’ora che essa comporterà migliori relazioni con la Federazione Russa e probabilmente una minore importanza della Nato. Ciò renderà giocoforza meno essenziale l’apporto strategico dell’Italia nel quadro geopolitico e quindi più semplice un’operazione Venexit. 2. Le nuove fasi di implementazione delle nuove Vie della Seta. Dopo l’annuncio da parte del presidente cinese Xi Jinping, i progetti implementativi del progetto “One Belt, One Road” stanno risalendo il percorso fino a lambire il Veneto e già ad interessare direttamente l’Alto Adriatico (Capodistria). È probabile che nel 2017 e ancor più nel 2018 si giocheranno partite fondamentali destinate a rendere Venezia fulcro cruciale nei nuovi corridoi di comunicazione intercontinentale tra Asia e Europa. 3. La creazione di una “nuova Europa”. È già matura la creazione di fitte relazioni diplomatiche e d’affari tra i 16 Paesi dell’Europa dell’est e la Cina, noto come Progetto “16+1”. Essa riguarda la collaborazione tra Cina e i seguenti paesi della UE e Balcanici: Albania, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Montenegro, Polonia,

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Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia e Macedonia. Sono già state stabilite inoltre forti relazioni con l’Austria e, per quanto ci riguarda, con strutture sinergiche al progetto di indipendenza del Veneto. 4. La prossima fase di stabilizzazione dell’Unione Europea. È chiaro che con l’emergere dei populismi nazionalisti in Francia e Italia, anche la Germania si appresta a vivere un 2017 difficile. Al momento pare inverosimile che nelle elezioni tedesche qualcuno riesca a togliere il cancellierato ad Angela Merkel, che d’altro canto rischia di vedere ridotto il proprio potere di influenza interno a causa della maggiore frammentazione politica che rischia di verificarsi. Il periodo pre-elettorale tedesco sarà un momento di parziale stand-by nella UE, che potrà vedere una nuova spinta se sarà confermata la fiducia nell’attuale governo. La Germania è l’indubbio cuore d’Europa, la sfida sarà ora rendere l’organismo istituzionale più sinergico e meno dipendente dalle clientele nazionali. 5. La crisi economica italiana. La mancata crescita italiana è un fattore che esercita una doppia influenza: negativa per le prospettive economiche immediate del Veneto, ma anche catalizzatore delle istanze indipendentiste che vedono nel restare agganciati alla palla al piede italiana un fattore di perdita di competitività in Europa e nel mondo. 6. La crisi finanziaria italiana. Se dovesse emergere una insostenibilità del debito pubblico italiano (ad esempio dovuto alla crisi bancaria, oppure alla speculazione internazionale sui titoli pubblici, o ad altri fattori interni od esterni), potrebbe diventare inevitabile una fuoriuscita dell’Italia dalla UE. Ciò renderebbe drammatica la posizione del Veneto, che sarebbe particolarmente

penalizzato dal mancato accesso al mercato comune, che resta il più grande mercato del mondo. La soluzione indipendentista a quel punto sarebbe sostenuta fortemente da tutto il comparto economico-produttivo che non avrebbe alcuna alternativa di sopravvivenza. 7. Il referendum di autonomia del Veneto. Per quanto l’iniziativa ha un chiaro significato elettoralistico, vista l’assoluta mancanza di conseguenze pratiche di un referendum, che oltre ad essere consultivo, è estremamente generico, essa potrebbe sfuggire di mano a Luca Zaia e alla lega nord, in quanto farebbe emergere un forte sentimento che potrebbe essere facilmente utilizzato dagli indipendentisti in caso di probabili conseguenze nulle sul piano pratico. 8. Il cambio di linea politica della lega nord, diventato partito nazionalista. Da un paio d’anni la lega nord ha cambiato il proprio obiettivo e la propria linea politica, passando da partito indipendentista, o quantomeno di rappresentanza degli interessi di un territorio specifico (il Veneto, la Lombardia e altre regioni settentrionali), a partito nazionalista italiano, alleato strategicamente anche con forze neo-fasciste, per definizione contrarie all’indipendenza del Veneto. Finora la lega è riuscita a fare una politica elettorale dei due forni, centralista in Italia e autonomista in Veneto, ma si avvicina il momento delle inevitabili contraddizioni di un simile insostenibile posizionamento politico. Ciò creerà un vuoto politico, che gli indipendentisti potranno colmare se sapranno emanciparsi in forza organizzata. Plebiscito.eu ha lavorato in questi 2 anni anche in previsione di ciò.


PROGETTIVENETI

VENETOVOGUE Articolo di Davide Lovat

LA LINGUA VENETA VE SARA’ CAPITA’ DE SENTIR............

«el laoro l’è vegnù/vegnesto fora pułito»

La lunga consuetudine all’uso della lingua italiana non ha sradicato dalla popolazione veneta l’abitudine alla parlata propriamente veneta. Tuttavia la mancanza di un frequente uso scritto ufficiale, giuridico e letterario in particolar modo, ha permesso la sopravvivenza solo dei dialetti locali, seppur tutti sostanzialmente provenienti da un’evidente matrice comune. Ciò preclude la possibilità di avere da subito la disponibilità di una lingua veneta ufficiale, riconosciuta e codificata in modo ineccepibile. I nostri professori, letterati ed accademici, sono chiamati a un lavoro importante per arrivare nel tempo di una generazione alla definizione di una lingua che possa ritornare al rango che le competeva ai tempi della Serenissima, la quale peraltro non volle mai imporre una definizione ufficiale della lingua scritta e parlata entro il suo dominio.

FA PUŁITO, SCRIVI PUŁITO, GO MAGNÀ PUŁITO. MA NON SIAMO OSSESSIONATI DALLO SPORCO. A chi che ga noni e fameja vèneti o el xe speso a contato col Vèneto, ghe sarà capità de sentir dir «me racomando fa pułito» o anca «ieri go pròpio magnà pułito» o ben «el laoro l’è vegnù/vegnesto fora pułito». Ma no ghe xe nisuna mania de netar. No semo mìa osesionai dal sporco. Da noaltri, “puito” o “pulito” – scrivo pułito e da ła Ł fèghene cuel che vołì – o “polito” el vien dal latin polïtus e ‘l xe parente gnanca tanto łontan de l’inglexe polite. «Pułito» l’è tuto cuel che xe curà, ordenà, ben postà. El fato l’è che a noaltri ne piaxe łe robe fate ben, ne piaxe chi che ‘l ga bèi mòdi de far. Parché ne piaxe (o ne piaxea na vòlta) łavorar e conportarse conforme łe règołe, co creança. No ghe xe po na gran difarènça fra na mama inglexe che ła dixe «Be polite» e na mama vèneta che ła dixe «Fa pułito». Tute do łe racomanda a so fiol de rispetar łe règołe de conportamento, de no far el mato o el małeducà. Se sentì dir che ghe xe un ristorante ndove che «se magna pròpio pułito» l’è mèjo che metì in programa un gireto parché vol dir che i parécia da magnar a règoła d’arte: el bocon el dà gusto e no ve rèsta gnente sul stómego. Se uno «el parla pułito» vol dir che ‘l parla ciaro e (de sòłito) co na scianta de bone maniere. Se «te scrivi pułito», i altri i łèze de gusto e co poca fadiga. Na caxa «fata pułito» no ła vien mìa zo. Insoma, se un łavoro «el vien fora pułito» podì ndar sodisfati: magari gavarè łe man onte da ła fadiga, ma gavì fato un bon prodoto. E se calcòsa va stòrto, semo boni de rìdarghe sora: parfin davanti ai problèmi son boni de dir «Pułito ciò!». Breve nota: la Ł potete pronunciarla piena o evanescente; la Z potete leggerla in vari mòdi secondo la vostra varietà (es. zo = zo - dzo - dho - do); anche la Ç potete leggerla in vari modi (es. creança = creansa - creantsa - creantha); la X è sempre sonora come in ‘xe’ (es. inglexe, caxa, piaxea).

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CULTURAVENETA

VENETOVOGUE Articolo di Mattia Carli Il Logo dell’Editore Manuzio

“Andrò ad attenderti a Venezia; questo è un paese libero dove non vi sono da temere né Bulgari, né Arabi, né Ebrei, né inquisitori”. Questo scrive Voltaire della Repubblica di Venezia nel suo romanzo Candido. Ed è particolarmente vero per quanto riguarda gli “inquisitori”. Difatti Venezia, tra il Cinquecento ed il Settecento, si impose come una vera e propria capitale europea della cultura. I fattori che contribuirono ad un tale sviluppo vanno ricercati nell’inedita tolleranza e libertà di espressione, che si concretizzava in un sistema di censura estremamente permeabile, e una grande ospitalità e opera di mecenatismo verso personalità culturali che in pochi altri posti avrebbero potuto sviluppare i propri talenti e pubblicare le proprie opere. Ciò permise a Venezia di diventare, attorno al seicento, un importantissimo centro editoriale. Pubblicato a Venezia il primo libro di matematica

LE RADICI DELL’EDITORIA VENETA ALDO MANUZIO

In questa circostanza vogliamo dare un po’ di spazio ad una significativa personalità, il cui lavoro a cavallo tra il ‘400 e il ‘500 in qualche modo rese possibile la successiva fioritura culturale nella Serenissima: Aldo Manuzio. Nativo laziale, con famiglia di origini ignote, si trasferì a Venezia attorno ai quarant’anni (1489-90 circa) poiché, come egli stesso scrisse, quella città era un “luogo più simile a un mondo intero che a una città”: a Venezia infatti vivevano molti esuli greci, rifugiatisi a seguito della conquista turca ottomana di Costantinopoli; il patrimonio letterario greco e latino che si portavano dietro, in molti casi inedito, era enorme. Inoltre l’aristocrazia del posto, che usciva da un periodo fertile di conquiste in quello che sarebbe stato chiamato lo “Stato da Tera”, si trovava in una condizione di particolare dinamicità culturale e ricchezza. Qui Manuzio, beneficiando di privilegi dispensati dalla Repubblica e dal clero locale per l’attività culturale, ebbe modo di sviluppare la sua intraprendenza di stampatore ed editore: teorizzò il carattere Bembo (dal nome del cardinale e poeta Pietro Bembo, chiamato anche “corsivo italico”) il quale, sviluppato dal suo incisore Francesco Griffo, sostituì con la sua chiarezza e leggibilità la scrittura gotica, criptica e difficile. Oltre ad avere un impatto culturale particolarmente simbolico (sancendo l’emancipazione letteraria latina, umanistico-rinascimentale, da quella germanica e gotica), tale carattere fu la base dei sistemi tipografici a venire, fino ai giorni nostri. Sotto il profilo tipografico, inoltre, Manuzio contribuì a una sistemazione della punteggiatura, con regole più definite e l’invenzione del punto e virgola.

A. Sadeler, opera a bulino

A. Sadeler, opera a bulino

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Sotto il profilo editoriale, tra le opere che fece stampare (alcune delle quali sottoposte a restrizioni nel resto d’Europa), peraltro in volumi tutti considerati di altissimo pregio, si ricorda l’edizione del 1502 della Divina Commedia, che riassume tutte le innovazioni aldine: utilizzo del carattere corsivo, essenzialità del corpo testuale, e il formato “in ottavo” (che noi oggi chiamiamo “tascabile”). Non era la prima volta che si producevano libri di tali dimensioni, ma era la prima volta che esse venivano usate per un classico: ciò consentì una maggiore diffusione dei volumi e la nascita di nuovi modi di approcciare la lettura. Quello che oggi chiameremmo un oscuro bibliotecario, la cui vita fu tesa per lo più a offrire ampi cataloghi e commenti di testi antichi, cambiò per sempre il mondo del libro. Esso, ora stampabile in centinaia di copie sempre più maneggevoli, si avviava a non essere più un oggetto di lusso, da aprire con massima reverenza all’interno di studioli monacali o aristocratici. Le potenzialità tecnologiche che egli stesso contribuì a sviluppare prepararono il terreno ad una nuova concezione e diffusione del libro e della lettura, verso quella che conosciamo ai giorni nostri.


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