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BOLLETTINO TRIMESTRALE DI CULTURA VEGETARIANA.

A NNO 5, N UMERO 3

D ICEMBRE 2007.

Se ami la vita e la rispetti, se vuoi che qualcosa cambi in meglio, comincia da te stesso: prendi l’impegno di non nutrirti di violenza: diventa VEGETARIANO e ti accorgerai che è l’inizio di un cammino giusto e utile per la tua salute e quella del Pianeta. La nostra associazione ti può aiutare in questa tua scelta. http://www.vegetariani-roma.it

francolibero.manco@fastwebnet.it


Mondo Vegetariano.

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Dicembre 2007.

CHI SIAMO. L’Associazione Vegetariana Animalista “Armando D’Elia”, già Gruppo Vegetariano “Armando D’Elia”, nasce nell’anno 2002 come Movimento Indipendente di ispirazione olistica. Il nostro interesse nasce dal ripudio di ogni espressione violenta nei confronti dell’uomo, degli animali e della natura, dall’amore verso la Vita e dalla consapevolezza che solo da un corretto modo di vivere e di alimen-

tarsi (secondo le leggi naturali conformi alle nostre esigenze fisiologiche di esseri fruttariani) è possibile conservare la salute del corpo, l’equilibrio mentale, i valori morali e spirituali. Infatti la pratica del vegetarismo favorisce lo sviluppo di una coscienza umana piú giusta e sensibile, una mentalità di pace e di disponibilità verso il prossimo, il superamento dello sfruttamento degli animali e delle risorse naturali, e l’eliminazione della fame nel mondo.

COLLABORAZIONE. La collaborazione a Mondo Vegetariano è gratuita. Le opinioni degli articolisti possono non coincidere perfettamente con la filosofia che anima l’Associazione. Ogni articolista resta, pertanto, responsabile delle sue affermazioni. Coloro che intendono collaborare con il Bol-

lettino possono inviare i loro articoli per posta ordinaria a Franco Libero Manco, in Via Cesena 14, 00182 Roma, oppure per posta elettronica a: francolibero.manco@fastwebnet.it. Quanto ricevuto non verrà restituito e la Redazione si riserva di ridurre, in caso di utilizzo, la sua lunghezza.

Per ricevere il bollettino occorre iscriversi all’Associazione per un anno. Socio sostenitore: 60 Euro; socio ordinario: 30 Euro; studenti, pensionati, disoccupati e minori: 20 Euro. Sede: Via Cesena 14, 00182 Roma, tel. 06

7 022 863. E-mail: francolibero.manco@fastwebnet.it. Conto corrente postale: 58 343 153 intestato ad Associazione Vegetariana Animalista, Via Cesena 14, 00182 Roma. ‗ ‗ ‗ ‗ ‗

ARGOMENTI Nostri ideali. Alimentazione e salute. Principî nutrizionali. Principî terapeutici. Poveri animali. Tecnologie e timori.

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O S T R I

PRINCIPÎ FONDAMENTALI DEL VEGETARISMO.

Franco Libero Manco. Noi abbiamo un sogno: quello di un’umanità libera dai condizionamenti mentali esercitati per millennî dai centri di potere politico, economico e religioso; un’umanità libera dalle malattie, dal dolore e dalla violenza; un’umanità in cui ogni individuo ha gli strumenti per essere artefice del proprio destino,

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LORO

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Nel tempo che fu. Hanno detto. L’angolo della poesia. Ricette di cucina vegetali. Indirizzi di nostri amici.

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della propria salute fisica, del proprio equilibrio mentale e della propria sfera spirituale. Noi siamo consapevoli che una società migliore è possibile solo se migliori saranno le coscienze di coloro che la compongono: piú giuste e sensibili verso le esigenze vitali di ogni essere vivente; aperta alla fratellanza biologica universale, in cui i codici del diritto alla vita, alla libertà e al rispetto siano estesi dall’uomo a ogni creatura. Siamo consapevoli che i sistemi politici ed economici cambieranno


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solo se cambieranno il cuore e la mentalità della gente che li fa e li gestisce. Riteniamo il vegetarismo l’anello mancante alla cultura umana per poter superare il lungo periodo storico dell’ingiustizia, della violenza, della guerra, del dolore, della malattia. Noi siamo convinti che educare a rispettare e a valorizzare il piccolo sia la soluzione di gran parte dei problemi del genere umano. Infatti come potrebbe l’uomo nuocere al suo simile se fosse educato alla gentilezza verso ogni essere vivente? Chi dice «io sono verde» oppure «io sono bianco» è in errore: chi guarda in una sola direzione esclude dal suo orizzonte tutto il resto. Chi dice «io sono arcobaleno», questi è nel vero. Noi sosteniamo la cultura delle cause e del senso critico; non la cultura della sintomatologia. La filosofia universalista del vegetarismo valorizza le diversità formali e sostanziali della vita. Ci opponiamo all’arcaica quanto perniciosa visione antropocentrica, alla quale contrapponiamo la vitale filosofia del biocentrismo. Consideriamo una vergogna per un popolo civile convivere con, tollerare, giustificare l’esistenza di quei campi di sterminio che sono i mattatoî, come ciò che preclude l’evoluzione civile, morale e spirituale di un popolo. Nessuna malattia può essere debellata senza considerare l’individuo nella sua interezza e senza neutralizzare le cause che l’hanno generata, che sempre risiedono nel modo di essere e di alimentarsi dell’individuo. Nessun vero benessere è possibile se l’individuo non cura simultaneamente le quattro componenti fondamentali dell’essere: quella fisica, quella mentale, quella emozionale e quella spirituale. Il cibo influisce sulla mente, sul corpo, e sulla sfera morale e sulla dimensione spirituale dell’individuo. La tossiemia è l’effetto di una moltitudine di cause che porta a tutte le malattie. I cibi cotti sono la causa della debilitazione dell’uomo.

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Con la frutta, i cibi crudi, il digiuno, l’aria pulita, la serenità d’animo e la bontà del cuore è possibile curare ogni malattia. L’alimentazione carnea è correlata ai sette problemi piú gravi del mondo (la violenza, la malattia, la fame nel mondo, la distruzione delle foreste, l’inquinamento generale, la carenza di acqua potabile e di risorse energetiche). La carne e gli alimenti derivati dagli animali hanno causato piú morti di tutte le guerre messe assieme del secolo scorso. Non è vero che occorre mangiare di tutto: se cosí fosse dovremmo imbandire le nostre tavole anche con i lombrichi e la cicuta: l’uomo deve mangiare ciò che è compatibile con la sua natura di essere fruttariano. Non è vero che per stare bene in salute è necessario mangiare carne o derivati animali: se cosí fosse coloro che non mangiano queste sostanze dovrebbero accusare carenze nutrizionali, mentre invece godono di una salute migliore degli onnivori. Non è vero che le proteine della carne sono di «alto valore biologico» perché contengono tutti gli aminoacidi essenziali: l’accoppiamento di due o piú diversi alimenti dà come risultato proteine di qualità migliori perché piú assimilabili e piú digeribili. Non è vero che per assicurasi il calcio è necessario bere il latte degli animali e mangiare i suoi derivati; è vero il contrario: l’alto contenuto di calcio dei latticini unito alle proteine animali aumenta la calciuria riducendo la fissazione del calcio nel tessuto osseo. Il calcio del latte è scarsamente assimilabile perché legato alla caseina, base di una delle piú potenti colle per il legno delle navi. Non è vero che ci può essere carenza di ferro nella dieta vegetariana: nel mondo cinquecento milioni di persone soffrono di carenze di ferro indipendentemente dalla dieta, ed è molto piú facile trovare una persona anemica tra gli onnivori che tra i vegetariani, perché ciò che consente l’assimilazione di questo minerale è la presenza di vitamina C, rame e cobalto, che sono presenti nei vegetali. Non è vero che l’uomo è un animale onnivoro: se cosí fosse sarebbe strutturato anatomicamente come gli animali predatori: dovreb-


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be avere artigli, zanne, velocità per rincorrere la preda, propensione a squartarla e divorarla palpitante. Non è vero che l’uomo ha sempre mangiato la carne: per milioni di anni è vissuto da fruttariano nella foresta, e quando per necessità di sopravvivenza ha dovuto includere nella sua dieta anche la carne nella misura del 20 % ci sono stati un calo a picco della vita media e lo sviluppo di molte malattie umane. Non è vero che per essere vegetariani occorre farsi seguire da un nutrizionista: nessuna generazione che ci ha preceduto ha avuto bisogno di nutrizionisti: ogni animale riconosce A

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IL «TEST DI CAMBRIDGE» E LA FAMOSA FORMULA DEI CINQUE PASTI AL GIORNO. Valdo Vaccaro. A difesa e onore dei medici di oggi, spesso troppo bistrattati dagli igienisti e dalla critica antimedica in genere, occorre ricordare che l’Università di Cambridge in Inghilterra, sotto la guida della professoressa Key Tee Khaw e di un gruppo nutrizionistico coadiuvato dalla dottoressa Aisla Welch, ha dimostrato nel 2001, con un memorabile esperimento di massa durato diversi anni e coinvolgente ventimila uomini e donne di Norfolk, nell’Inghilterra Orientale, fra i quarantacinque e i settantanove anni, che la soluzione migliore e garantita contro le tre maggiori cause di morte nel mondo (cardiopatia, cancro e diabete) consiste in una semplice dieta fruttariana - vegetariana basata su almeno cinque pasti d frutta e verdura allo stato crudo (non cotto) al giorno, con la quale si fronteggiano anche i reali fabbisogni aggiornati di vitamina C naturale, che risultano essere drammaticamente superiori a quanto finora pensato. Chi ha concentrazioni superiori alla madia di vitamina C nel sangue e nel plasma si ritrova libero dalle malattie gravi che affliggono la media delle persone devitaminizzate e a rischio. Visto che la frutta (salvo mele, ananas e papaia, dotate di enzimi antifermentanti) va sempre mangiata a stomaco vuoto, i cinque pasti al giorno significano, a livello pratico,

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per istinto il cibo adatto alla sua dieta e gli animali liberi e allo stato naturale si ammalano incomparabilmente meno, a differenza dell’uomo che è flagellato da diverse centinaia di terribili malattie. Non è vero che gli animali sono fatti per l’uomo (come i neri erano fatti per i bianchi, le donne per gli uomini, gli schiavi per i padroni); non è vero che non hanno un’anima o che il loro dolore o la loro vita hanno meno valore della nostra: se cosí fosse il Creatore sarebbe un dio ingiusto e crudele, dalla parte dei forti, dei predatori e non degli ultimi e dei deboli come affermava Gesú. E

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una quasi totale eliminazione dei non cibi, ossia dei cibi non della nostra specie, inadatti alla costituzione del tubo gastrointestinale e di tutto l’organismo dei primati, alla cui categoria l’uomo appartiene. Come dire che il nuovo nutrizionismo medico, la Medicina Responsabile, la medicina preventiva e tendenzialmente antivaccinatoria dei nostri giorni sono talvolta capaci perfino di superare e battere il Movimento Igienistico Naturale e il Vegetarianismo piú sfrenato nel loro proprio terreno. Il minimo che si può fare è complimentarsi e plaudire, per il graduale rientro ai giusti lidi di diverse pecorelle smarrite, di medici che mettono a repentaglio e a rischio la loro incolumità professionale dagli strali dell’Ordine, tuttora ligio ai vecchî schemi obsoleti e privi di sbocchi. Ed è proprio qui, in questo tipo di eccezionali ricerche scientifiche, che bisogna andare a cercare risposte ai proprî dubbî e alle proprie domande sulla salute. È qui che si risolve l’eterno quesito del dove sta il ferro. Il crudismo, la dieta prevalentemente crudista e rigorosamente fruttariana - vegetariana, dunque coerente con il disegno gastrointestinale umano e coi reali fabbisogni fisici, psichici, estetici, morali della entità uomo, fa sí che non ci sia riduzione o distruzione di vitamine (da parte del calore) né dispersione di minerali e di ferro. I cibi al natuale, non cotti e non lavorati, sono sempre vivi e carichi dei loro enzimi straordinariamente importanti (sen-


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sibili al calore molto piú delle stesse vitamine), per cui permettono la loro autodigestione con apporti netti e sicuri. Ecco dunque che non si deve mai andare a caccia di una particolare sostanza, di una specifica vitamina, o di uno speciale cibo dotato di chissà quali poteri, e che occorre invece puntare sempre su una progettazione positiva, su un metodo di vita e di alimentazione pertinenti e ottimali, tali da garantire massima efficienza al sistema. Nessuno intende qui imporre sistemi perfetti di scarsa applicabilità o addirtitura utopistici. Occorre però che la gente sappia quale è la perfezione virtuale e quale è la verità precisa e univoca sugli alimenti. Piú ce ne allontaniamo e piú paghiamo caro di tasca nostra. L’adozione di sani principî si può comunque attuare anche passo dopo passo, sempre a patto che si punti a un obiettivo finale di qualità e progresso. Niente sostanze miracolose da ricercare, dunque. Ma, se proprio vogliamo puntare a qualcosa di prezioso di cui sempre tutti scarseggiamo, esso sia non il ferro o il cobalto o la proteina cosiddetta nobile, ma la nobilissima e regale vitamina C, dato che ne consumiamo tanta e non disponiamo di un organo adatto a contenerla come riserva. L’unica, ripeto l’unica, fonte di approvvigionamento è la frutta e la verdura viva. L’altro elemento che ci manca sempre è l’acqua biologica, che si trova pure nella frutta e nella verdura fresche di alta succosità, e che equivale a una autentica iniezione P GLI

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di energia vegetale e solare. Per la cronaca, a conferma inequivocabile della precarietà e della impreparazione cronica delle strutture sanitarie e pediatriche mondiali, l’acqua biologica non viene mai citata in nessuna tabella alimentare esistente, quasi non esistesse, quasi non fosse della massima importanza. E, sempre in tali tabelle, fa spicco e fa notizia la grave e colpevole sottoestimazione della quota giornaliera di vitamina C. Non a caso, acqua biologica e vitamina C latitano sia nel latte che nella carne, ovvero nell’accoppiata classica carne - latte, che è da sempre la bibbia di base della Food and Drugs Administration statunitense. Chi srive, pur nel suo insignificante peso culturale e scientifico, ama ispirarsi e riferirsi a un maestro del nome di Pitagora, il quale prese a piene mani quanto di meglio offriva lo scibile della preantichità. Il magnifico faro solare illuminante ogni angolo del Pianeta Terra è beninteso a costante disposizione, da duemilacinquecento anni, di chiunque voglia imparare. Il mondo intero sta invece buttando via oggi le sue opportunità di apprendimento correndo dietro alle luci artificiali, fasulle e vacue, prepotentemente imposte da quarant’anni, di un ente statunitense notoriamente sottoposto a gravi forme di condizionamento e corruzione. Trattasi di un confronto davvero improponibile: Pitagora contro Food and Drugs Administration. Nessuna meraviglia se il mondo sta andando a catafascio.

N U T R I Z I O N A L I

ENZIMI.

Armando D’Elia. Una menzione particolare meritano gli enzimi, che sono degli speciali biocatalizzatori di natura proteica, contenuti in numero notevole in ogni cellula vivente, dove esplicano compiti rilevantissimi, addirittura «vitali». Essi infatti regolano, pur restando inalterati, tutti i processi biochimici intracellulari, compresi quelli che presiedono alla costruzione delle altre proteine, e facilitano, incrementano, o addirittura provocano, tutte quelle reazioni biochimiche di sintesi, scissione e trasformazione

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che in ogni organismo animale (quindi anche nell’uomo) o vegetale presiedono alle manifestazioni, anche energetiche, della vita. Gli enzimi devono quindi essere considerati come dei bioregolatori: sono sostanze «oligo-dinamiche», capaci cioè di provocare grandi effetti pur agendo in quantità infinitesimali. Esempio: il presame (caglio), enzima che agisce sull’albumina del latte, fa cagliare una quantità di latte pari a quattrocentomila volte il suo peso. Un altro esempio: una molecola di catalasi può scomporre cinque milioni di molecole di acqua ossigenata in un minuto. Caratteristica fondamentale degli enzimi


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è la loro specificità, in quanto ogni enzima agisce solo e sempre su una determinata sostanza e non su altre. Oltre agli enzimi attivi (o «veri enzimi») occorre citare i «proenzimi» (o «profermenti»), la cui potenziale capacità bioregolatrice agisce dopo un adeguato «processo di attivazione». L’ambiente, acido o basico, può in certi casi «attivare» e in altri «rendere inattivo» un enzima; ad esempio, la ptialina della saliva, che è leggermente alcalina, viene inattivata da un ambiente acido (ad esempio da quello dello stomaco), che funziona quindi come un «inibitore enzimatico». È importante notare che, mentre le basse temperature inattivano alcuni enzimi, le alte temperature li inattivano tutti. Questo fatto ci fa capire sin d’ora quanto deleterie siano le conseguenze della cottura dei cibi. Gli enzimi sono in realtà protagonisti di primaria importanza del fenomeno «vita», al quale concorrono in maniera determinante; di conseguenza, si può ben dire che un cibo cotto è un cibo morto perché «ucciso» dal calore eccessivo al quale l’uomo lo ha sottoposto. In realtà l’alta temperatura modifica le caratteristiche organolettiche del cibo, altera le fini strutture chimico-fisiche dei principî alimentari in esso presenti e devasta (e in gran parte distrugge) il suo patrimonio vitaminico; ma forse il dramma piú grave è l’inattivazione degli enzimi. Occorre anche precisare che l’optimum di azione degli enzimi si raggiunge attorno ai 40 ˚C. Oltre che per effetto delle alte temperature, alcuni enzimi possono restare inattivi se non sono contemporaneamente presenti determinate sostanze, di diversa natura; per esempio la rennina, enzima preposto alla digestione delle proteine del latte (e che quindi si trova nello stomaco dei giovani mammiferi), è attiva solo in presenza di ioni calcio. In generale si può poi affermare che gli enzimi non sono attivi se non in presenza di vitamine, che, anche per questo fatto, diventano quindi indispensabili. Ecco perché gli enzimi digestivi puri che si vendono in farmacia sotto l’etichetta di «bioalimenti» o di «complementi alimentari» o di «integratori» sono praticamente inattivi (e, a parere di chi scrive queste righe, anche nocivi). In realtà niente può

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sostituire gli enzimi naturali. Gli enzimi, questa immensa categoria di sostanze a base proteica, sono cosí importanti che possono ben definirsi «la radice della vita». Si deve sottolineare il fatto fondamentale che in realtà quasi tutte le reazioni chimiche che riguardano l’alimentazione umana sono rese possibili proprio per effetto dell’azione catalitica svolta dagli enzimi, per esempio anche nei processi di demolizione e ricostruzione delle proteine. Ed ecco alcune altre importanti notazioni sugli enzimi. Il termine «enzima», coniato nel 1878, deriva dal greco «en zyme» (nel lievito). Gli enzimi si denominano generalmente con il nome della sostanza sulla quale agiscono specificamente, con l’aggiunta del suffisso «-asi»; per esempio: amilasi, lipasi, proteasi. Esistono migliaia di enzimi. Attualmente se ne conoscono circa ottocento. Essi, pur non essendo viventi, hanno in comune con gli esseri viventi lo svolgimento dei seguenti fenomeni. Sono in grado di ridurre le dimensioni di grosse molecole, fatto assai importante per la digestione dei cibi: per esempio per trasformare l’amido in destrina e questa in zucchero semplice. Producono, per sintesi, molecole nuove, anche proteiche. Presiedono alla respirazione cellulare, mediante la quale viene resa disponibile l’energia necessaria agli organismi viventi. Essendo protagonisti primarî delle tre funzioni suddette, gli enzimi divengono quindi agenti essenziali dei processi biologici. Ma non si può avere un’idea sufficientemente esatta dell’importanza degli enzimi se non si inquadra la loro azione nel grande processo del metabolismo degli organismi animali. La vita dell’uomo, come, del resto, quella di tutti gli altri animali, in tanto può svolgersi in quanto soggetta a metabolismo, cioè a quel complesso di reazioni chimiche di sintesi (anabolismo) e di scissione (catabolismo), che consentono il continuo rinnovamento dell’organismo, oltre che la sua crescita. Questi processi metabolici utilizzano e


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trasformano chimicamente sostanze solide, liquide e gassose, determinando delle «sintesi» e delle «analisi». I processi di sintesi utilizzano sostanze relativamente semplici per giungere, sintetizzandole, a sostanze ad alto peso molecolare: per fare questo necessitano di energia, quindi assorbono e consumano energia. I processi di analisi, al contrario, partono da sostanze ad alto peso molecolare, che vengono scisse, per giungere a sostanze di peso molecolare ridotto: questo porta a liberazione di energia. Ma, sia per i processi di sintesi che per quelli di analisi, sono indispensabili, appunto, gli enzimi, che agiscono da catalizzatori biologici; senza di essi nessuna reazione chimica, anche la piú semplice, sarebbe possibile alle condizioni fisico-chimiche compatibili con la vita. Fra questi processi di sintesi i principali sono i seguenti. La combinazione degli aminoacidi, per ottenere i protidi. L’unione della glicerina (o di altri alcoli) con acidi grassi, acido fosforico e basi azotate, per ottenere i lipidi. La combinazione di molte molecole di glucosio per ottenere glucidi polisaccaridi. È da notare che durante questi processi viene liberata dell’acqua in notevole quantità e, come detto, viene assorbita dell’energia. Invece i principali processi di analisi sono soprattutto costituiti dalla scissione di protidi, lipidi e glucidi nei loro componenti fondamentali. Questi processi avvengono con assunzione di acqua e, come detto, liberano energia. La classificazione degli enzimi è stata stabilita da una apposita commissione internazionale. Sono state cosí distinte sei grandi clasP OLIGOELEMENTI

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si di enzimi, in base ai tipi di reazioni da loro catalizzate. Ossidoreduttasi: ossido-riduzioni (trasferimento di elettroni). Transferasi: trasferimento di gruppi (per esempio le cinasi, che trasferiscono un gruppo P dall’ATP a una molecola accettore). Idrolasi: rottura di legami con intervento d’acqua. Liasi: addizione o sottrazione di gruppi su doppî legami. Isomerasi: isomerizzazione all’interno di una stessa molecola. Ligasi: formazione di legami C-C, C-S, C-O, C-N, con utilizzazione di ATP. È bene ricordare anche quanto segue. Esistono delle persone il cui organismo non è in grado di produrre, come dovrebbe, alcuni enzimi, e questo provoca stati patologici particolari, solitamente a carattere ereditario; ad esempio la cosiddetta «malattia di Folling» (oligofrenia fenilpiruvica), causata dal fatto che l’aminoacido fenilanalina non riesce a trasformarsi in tirosina appunto perché manca l’enzima preposto a tale trasformazione. L’ingegneria genetica, agendo sul gene (di alcune piante) che produce particolari enzimi, riesce a ottenere la comparsa di caratteristiche utili o la scomparsa di caratteristiche dannose alla utilizzazione pratica di alcuni prodotti della terra. Per esempio si è riusciti a evitare l’ammezzimento dei pomodori agendo sul gene della pianta che produce l’enzima che causa tale ammezzimento (l’enzima in oggetto è la poligalacturonasi). Anche nell’industria gli enzimi rivelano oggi la loro grande utilità. Ad esempio in alcune cartiere moderne invece del cloro, la cui pericolosità è ben nota, si riesce a sbiancare la carta mediante un enzima particolare. ‗ ‗ ‗ ‗ ‗

T E R A P E U T I C I

COME TERAPIA.

Leila Nicoletti. Il termine «oligoelementi» deriva dal greco «oligos», che vuol dire «poco», ed è usato per indicare alcuni elementi chimici, pre-

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senti nel nostro organismo e nei viventi in piccolissime quantità, detti anche «elementi in tracce». Storicamente furono fatti esperimenti ed osservazioni empiriche nel corso dei secoli, tra cui famoso fu quello di Basilio Valentino, che


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somministrò pezzetti di spugna marina a pazienti, che vivevano in zone montane, affetti da gozzo tiroideo, ottenendo subito miglioramenti, a causa della presenza di iodio nelle spugne marine. Gabriel Bertrand comprese il ruolo enzimatico di questi costituenti, ma è soprattutto con il grande medico francese Jacques Ménétrier, fondatore di un centro di ricerche biologiche con 75000 dossier clinici, che iniziò la vera Oligoterapia, affiancata dal contributo sperimentale di altri ricercatori, come Henri Picard, in particolare, in campo reumatologico. A metà degli anni settanta, Forsenn diede la definizione di «oligoelementi» come «elementi chimici presenti in concentrazione uguale o inferiore allo 0,01 % del peso secco del corpo umano». In seguito si arrivò alla definizione di «oligoelementi essenziali», per indicare quegli elementi presenti in tutti i tessuti dei viventi, con concentrazione per lo piú costante, che in carenza causano alterazioni tissutali e fisiologiche. Tra questi vi sono: Fluoro, Selenio, Cobalto, Cromo, Rame, Ferro, Manganese, Molibdeno, Nichel, Vanadio, Zinco, Silicio, Boro, Stagno e Alluminio. Essi si legano a varie molecole e possono avere un ruolo: - strutturale, come il Ferro per l’emoglobina del sangue o il Cobalto per la vitamina B 12; - funzionale, se sono necessarî al ruolo catalitico, in quanto accelerano la velocità di reazione di uno o piú enzimi. La mancanza di alcuni dei suddetti ioni metallici, definita «ametallosi», può portare prima ad un deficit enzimatico, poi ad uno squilibrio metabolico ed infine alla malattia funzionale, che, in assenza di lesioni, può guarire con la somministrazione di oligoelementi. Dagli Anni Trenta in poi, mentre da un lato era sempre piú chiaro il ruolo che gli oligoelementi svolgevano come cofattori enzimatici, collegati a problemi carenziali nell’insorgenza di patologie, dall’altro si sperimentò l’importanza di alcuni particolari oligoelementi, in gruppi simili di individui con terreni organici omogenei, detti «diatesi». Le diatesi sono quattro: allergica;

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ipostenica; distonica; energica. Per ognuna di queste diatesi c’è una specifica combinazione carenziale di oligoelementi; nell’ordine: manganese solo; manganese e rame; manganese e cobalto; rame, oro e argento. In associazione agli studî di bioelettronica, che misuravano il «ph» e il potenziale ossido-riduttivo di alcuni liquidi organici (sangue, saliva, urina), si rilevò che gli individui appartenenti a una sola delle quattro diatesi presentavano una sola delle quattro possibili combinazioni fra ph acido o basico e potenziale ossidato o ridotto: diatesi allergica o del Mn: acido - ridotto; diatesi ipostenica o del Mn - Cu: acido - ossidato; diatesi distonica o del Mn - Co: alcalino - ridotto; diatesi energica o del Cu, Au, Ag: alcalino - ossidato. D’altra parte sono tutt’altro che frequenti gli individui appartenenti a una sola diatesi: per lo piú ce n’è un intreccio di due, dove una è predominante. Esiste poi una «sindrome di disadattamento», dovuta alla difficoltà di adattamento delle ghiandole endocrine agli stimoli di natura ipofisaria, che colpisce: l’asse ipofiso-genitale, con disturbi quali ritardi nello sviluppo generale o locale, impotenze sessuali funzionali, disfunzioni ovariche e mestruali, la cui terapia è data dalla somministrazione di Zinco - Rame, ma da non usare in caso di tumori; l’asse ipofiso-pancreatico, con sintomi legati al turbamento del tasso glicemico, quali fame eccessiva seguita da sonnolenza e sensazione di svuotamento intellettuale, curata con somministrazione di Zinco - Nichel - Cobalto. In generale, l’oligoterapia risulta piú efficace se usata in sinergia con altre terapie naturali, quali: omeopatia, fitoterapia e aromaterapia, fiori di Bach. (Diatesi: classicamente vuol dire «predi-


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sposizione a contrarre una determinata affezione patologica»; oggi è piú sovrapponibile al concetto di «terreno», che è una condizione P

O V E R I

POLLI

E G A L L I N E , Q U E S T E G R A ZI O S E E SVENTURATE CRERATURE.

Franco Libero Manco. (Questo articolo non recentissimo potrebbe renderci curiosi di verificare quali progressi siano sopraggiunti nell’ultimo paio di anni). Circa venti miliardi tra galline e polli vengono uccisi ogni anno nel mondo; cinque miliardi e duecento milioni sono allevati e uccisi in Europa; quattrocentocinquanta milioni finiscono sulle tavole degli italiani, mentre quaranta milioni di galline sono destinate a produrre, solo in Italia, ben dodici miliardi di uova all’anno. Allo stato naturale una gallina vive fino a sette anni, e depone una dozzina di uova nella fase fertile della sua vita, uova che vengono in buona parte fecondate e producono pulcini. Occorrendo invece le uova agli esseri umani, la gallina non viene mai fecondata e proprio per questo ne produce molte di piú. In un allevamento intensivo la gallina in genere viene uccisa dopo un anno o al massimo quattordici mesi di vita, dopo cioè che ha terminato il suo primo periodo ottimale di produzione delle uova (ottimale per l’allevatore), che dura dai quattro ai sei mesi. In una seconda fase le galline farebbero uova piú grandi ma ne farebbero di meno, e questo tutto sommato non viene ritenuto economicamente redditizio. Inoltre, e in accordo con questa scelta, costrette a vivere in una piccola gabbia o in altre condizioni inimmaginabili, sono a quel punto già decisamente debilitate, con un fegato spesso degenerato dall’alimentazione forzata, e anche per questo non piú raccomandabili per affrontare una ulteriore produzione. Negli allevamenti intensivi (un obiettivo dei quali è la crescita piú rapida possibile dell’animale nello spazio piú esiguo possibile) le

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reversibile prelesionale, con sintomi che possono regredire o scomparire attraverso l’oligoterapia). A N I M A L I

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galline vivono in condizioni terribili: ciascuna ha a disposizione lo spazio di una scatola di scarpe o, se sono allevate a terra nei capannoni, ce ne sono stipate anche diciotto in ogni metro quadrato. Nei capannoni ad allevamento intensivo (alcuni contengono anche cinquantamila esemplari) la luce viene tenuta accesa quasi ventiquattro ore al giorno, per cui non godono mai del buio e del riposo. L’illuminazione costante stimola l’apparato endocrino, con conseguente aumento della deposizione di uova. Questo tipo di allevamento consente di produrre una grande quantità di uova e di portare i costi di produzione al minimo invalicabile. La gallina, se allevata in gabbia e alimentata con mangimi fortificati, in cinque mesi depone in media centoventi uova; se allevata a terra con granaglie biologiche depone solo trentasei uova, ma piú pesanti. La qualità dell’uovo è tanto piú alta quanto migliore è la condizione della vita della gallina e quanto migliore e naturale è la sua alimentazione. Da ciò consegue che le uova prodotte da galline ruspanti e alimentate con prodotti naturali sono biologicamente migliori, e questo si deduce anche dal colore del guscio, che non deve essere pallido, e del tuorlo, che deve essere di un rosso arancione. L’affollamento degli allevamenti intensivi genera aggressività tra i polli; per arginare il problema del cannibalismo viene loro mozzato il becco bruciandolo oppure strappandone la punta (benché questa pratica sia vietata dal regolamento 1804 del 1999), pratica estremamente dolorosa che impedirà per tutta la vita all’animale di beccare normalmente. In passato si usava anche accecare i polli per evitare che la disperazione provocata dalla mancanza di spazio li spingesse ad aggredirsi a vicenda. Gli allevamenti in batteria saranno proibiti in Europa dall’Uno Gennaio Duemiladodici. Nei capannoni intensivi i polli restano accovacciati a terra a contatto coi loro escrementi; questo


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genera infezioni e sofferenze agli animali, che devono essere trattati con farmaci e antibiotici per scongiurare il diffondersi di malattie infettive: farmaci somministrati come tali o mischiati nei mangimi fin negli stadî embrionali dell’uovo. L’elevata densità e un’esasperata selezione genetica, tesa ad accelerare la crescita e a sviluppare maggiormente il petto e le cosce (parti che piú interessano al consumatore), provocano gravi patologie all’animale. Le ossa non riescono a crescere alla stessa velocità dei muscoli, e a due settimane di vita il pollo fa fatica a muoversi; a trenta giorni si verificano frequenti rotture alle zampe. Molti di questi animali (in conseguenza del fatto che un pollo d’allevamento cresce quattro volte piú velocemente di una gallina ovaiola), muoiono di morte improvvisa dovuta ad un collasso cardiaco che ogni anno uccide milioni di polli. Per mezzo dei miracoli dell’ingegneria genetica si prevede che nel Duemilasette alcuni polli potranno essere allevati in solo trentatrè giorni, con maggiori vantaggi per gli allevatori. Sono inoltre diffuse dermatiti, infezioni ed asciti. La cura di queste malattie richiede l’uso di antibiotici; altri antibiotici ancora sono utilizzati per gonfiare i muscoli di acqua e ottenere cosí carni piú tenere, che possono dunque lasciare residui degli uni e degli altri costituendo un serio pericolo per chi le mangerà. Anche le uova da cui nasceranno le galline vengono trattate con antibiotici, ancora prima di essere messe nell’incubatrice, per diminuire il rischio di infezioni. Certe molecole farmacologiche vengono utilizzate appositamente, come nel caso dei coloranti, che vengono somministrati alle galline per far apparire il tuorlo piú arancione e di un colore piú vivo. Tutte le vaccinazioni e tutti gli interventi terapeutici sono programmati fin dall’immissione degli animali nei capannoni, ma spesso debbono essere modificati e intensificati perché i germi patogeni sviluppano ceppi resistenti ai farmaci, specialmente agli antibiotici. In un articolo del Corriere Della Sera del Dodici Maggio Duemiladue si afferma che le autorità sanitarie di Bruxelles hanno deciso di mettere al bando, dall’Uno Gennaio Duemilasei, gli anti-

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biotici aggiunti ai mangimi animali per incrementarne la crescita. Questi farmaci, pur utilizzando principî attivi diversi da quelli utilizzati per l’essere umano, interferiscono aumentando il numero dei batterî patogeni resistenti alle cure. Negli ultimi venti anni l’Unione Europea ha vietato oltre venti antibiotici utilizzati negli allevamenti e, secondo uno studio della Federazione Europea per la Salute Animale in Europa, negli ultimi cinque anni l’uso di antibiotici si è ridotto da milleseicento a settecentoottanta tonnellate all’anno. Le galline devono essere periodicamente sottoposte alla somministrazione di farmaci, altrimenti, con l’apparato immunitario indebolito dal logoramento cui sono sottoposte, e sopraffatte dalle piú diverse patologie, morirebbero in poco tempo. I tempi di sospensione dei farmaci, anche se rispettati dall’allevatore, risultano spesso insufficienti perché le molecole farmacologiche e i loro metaboliti vengono completamente eliminati dal corpo dell’animale. Questo è un fatto di particolare gravità: l’assunzione continua di farmaci ad azione antibiotica, ad esempio, pian piano fa sí che si selezionino nuovi ceppi di batterî patogeni resistenti, che per essere distrutti hanno bisogno di farmaci sempre piú nuovi e potenti, che funzionano solo per pochi anni prima di diventare anch’essi inefficaci. Comunque vengano allevati i polli e le galline, per essere uccisi vengono appesi per le zampe a dei ganci metallici attaccati a dei nastri trasportatori; quindi vengono storditi con l’elettricità, poi vengono fatti passare attraverso un apparecchio che taglia loro la gola consentendone la fuoriuscita del sangue, immergendoli poi in acqua calda, dove muoiono ponendo fine all’agonia. I corpi morti vengono quindi fatti passare attraverso apparecchî che strappano le penne, un altro apparecchio ancora stacca le teste e poi le zampe, che insieme agli intestini diventeranno mangime per i maiali. I resti di questi poveri esseri saranno acquistati, arrostiti, cucinati in varî modi, e divorati con gusto da quegli esseri umani che considerano gli animali cibo per il loro stomaco.


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E C N O L O G I E

TELEFONINI PROVOCANO AUTISMO?

Maurizio Blondet. Ci è stato segnalato questo articoletto, che riprendiamo cosí com’è dalla «rivista on line» “Effedieffe”. Lo sostiene una rivista scientifica autorevole australiana, il “Journal of the Australasian College of Nutritional and Environmental medicine”: le radiazioni elettromagnetiche («erm»), non solo dei telefonini e delle antenne fisse cellulari sul territorio, ma in generale la «tecnologia wi fi», sembrano avere un effetto accelerante (o sinergico) sull’autismo infantile. Questa gravissima affezione apparentemente psichica è in esplosiva crescita fra i bambini. Fra le cause messe sotto accusa c’è il fungicida al mercurio («timerosal») usato nei vaccini specialmente negli Stati Uniti, dove per di piú i piccini vengono vaccinati a poche settimane di vita anziché in età scolare. Il «timerosal» è stato abolito in Europa e in Russia da una ventina d’anni, proprio a causa di questo sospetto. Sospetto non smentito dallo studio australiano, che anzi lo corrobora: le radiazioni «erm» hanno un effetto negativo sulla membrana cellulare, specie delle cellule nervose, che rallenta o impedisce l’evacuazione dei metalli pesanti da queste cellule, aumentandone gradualmente la concentrazione. Il mercurio è appunto un metallo pesante di ben provata tossicità. Come si sa, cure innovative dell’autismo - avanzate in America partono dall’esame tossicologico dei capelli per stabilire la concentrazione del mercurio (i capelli sono anche degli escretori) e procedono con cure disintossicanti vitaminiche e diete alimentari, con risultati spesso buoni e talora imponenti. La principale autrice del rapporto apparso sul «journal» australiano, Tamara Mariea, dirige appunto una clinica di «detoxication» a Nashville, Tennessee (http://www.internalbalance.com/). La biologa afferma che l’autismo può essere causato da una convergenza di fattori diversi, come la diminuita capacità di autodisintossicazione per ragioni genetiche, l’ag-

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gressione in età neonatale al sistema immunitario dovuta a vaccini contaminati, e il fatto che i bambini oggi nascano in un ambiente tecnologico, carico di tossicità metalliche. Ma il coautore dello studio, Dottor Gorge Carlo, punta l’indice sulla crescita esponenziale della malattia: «una simile crescita deve avere una causa ambientale. Le nostre statistiche ci rivelano una connessione ragionevole fra l’espandersi del male e l’espandersi delle tecnologie «wireless» (senza fili).» Se questa ricerca fosse confermata, sarebbe una ragione di piú per non dare i telefonini ai proprî figli piccoli, come si fa oggi con leggerezza, non solo morale. Il cranio dei bambini è meno denso e piú sottile di quello adulto, e i loro cervello è piú suscettibile alle «informazioni» diffuse dalle radiofrequenze. È interessante apprendere che il citato Dottor George Carlo, già docente alla “Gorge Washington Medical School” in sanità pubblica, negli Anni Novanta ricevette uno stanziamento di ventotto milioni di Dollari dalle industrie di cellulari per comprovare la sicurezza dei telefonini. La sua ricerca lo portò ad appurare il contrario. Le industrie in risposta gli offrirono un posto da un milione di Dollari annui…. Ora Carlo dirige un suo centro «no profit» per informare il pubblico del pericolo (“The safe wireless initiative”). Attualmente nel mondo sono in uso almeno quattro miliardi di telefonini. Uno studio del Duemilasei, condotto in Svezia su duemiladuecento pazienti con cancro, ha mostrato una correlazione tra i tumori cerebrali e l’uso «pesante» del cellulare (duemila ore di telefonate, o un’ora al giorno per dieci anni). Il tumore tenderebbe ad apparire nel lato della testa in cui il singolo paziente tende ad accostare il cellulare all’orecchio. Per l’esattezza, quattro volte di piú rispetto al gruppo di controllo. Il consiglio dei medici è di usare il piú possibile l’auricolare, e non tenere il telefonino acceso a contatto del corpo (come facciamo tutti), ma in una borsa.


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A

PROPOSITO DEL

E L

T E M P O

SANTO GRAAL. Luciano Gianazza.

Dal «sito» “www.medicinenon.it”, nel quale si può leggere per intero l’articolo “Santo Graal e immortalità”. Quella conoscenza che alimenta la ricerca del Graal anche ai giorni nostri è stata rinvenuta dai crociati in Medio Oriente. I crociati, a partire dalla prima crociata, erano dei fanatici esaltati da un malcompreso senso religioso, allettati dalla possibilità di tornare ricchi dopo aver razziato i tesori, l’oro e le pietre preziose dei pagani. Erano piú delle «armate brancaleone» ma senza ideali (per lo meno Brancaleone li aveva), che dei cavalieri. Intorno all’anno 1100 anche dei nobili incominciarono a partecipare con milizie organizzate per dare lustro al proprio casato, e fra questi Hugues de Payns e altri otto cavalieri. Erano colti e non accecati dal fanatismo, aperti alle diverse culture, e durante la loro permanenza in Terrasanta furono ospitati in un monastero dove incontrarono monaci dallo sguardo limpido e consapevole, ben diverso da quello accecato dall’odio dei crociati convinti di combattere contro le milizie del diavolo. Disposti ad ascoltare il loro pensiero, furono pervasi dalla forte, inequivocabile atmosfera spirituale che pervadeva il luogo, e chiesero di essere iniziati alla loro conoscenza. Il loro stile di vita era alquanto parco, sobrio e frugale (non a caso «frugale» deriva da «frutta»), e Hugues de Payns e gli altri cavalieri lo adottarono, passando attraverso la purificazione del loro corpo e apprendendo la conoscenza inalterata che in quel luogo veniva messa in pratica. Appresero anche che quella conoscenza era anteriore al cristianesimo. Il loro cibo era «ogni frutto degli alberi e tutte le erbe a foglia verde». Nel 1118 Hugues de Payns fonda l’Ordine dei Templari. Le origini non sono molto chiare, a causa del silenzio imposto ai membri dell’Ordine. Passarono vent’anni prima che il Papa Innocenzo Secondo riconoscesse ufficialmente l’Ordine, dopo una serie di verifiche per accertare che quell’ordine cavalleresco fosse

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davvero anche monastico. Il fatto che non si sappia molto delle pratiche spirituali dei Templari è dovuto al fatto che Hugues de Payns comprese che la Chiesa non avrebbe mai permesso di esistere a un ordine che seguisse una pratica spirituale che non includesse la preghiera e che non affermasse che il destino di ogni uomo è nelle mani di Dio. Tanto meno poi avrebbe accettato la pratica di insegnamenti anteriori al cristianesimo, e quindi saggiamente tenne la bocca chiusa. Gli inviati del papato furono costretti a levatacce all’alba per assistere assonnati ai momenti di preghiera in cappella, al termine dei quali i Templari si dedicavano alle loro attività. Questo fervore convinse infine gli inviati che l’atmosfera spirituale che si respirava presso i Templari era dovuta al fatto che non vedevano l’ora di alzarsi per andare a pregare, e Innocenzo Secondo riconobbe compiaciuto l’Ordine. Ma quando il potere e la determinazione dei Templari crebbe a dismisura, vedendo il loro sguardo fermo e penetrante, cosí diverso da quello irriflessivo del bigotto istupidito dai dogmi, fu chiaro alla Chiesa il trovarsi di fronte a esseri indomabili, indipendenti e non controllabili e, temendo che il loro carisma avrebbe avuto il sopravvento sulle urla dei predicatori allucinati di piazza, impiegò tutte le sue forze e quelle dei suoi alleati per annientarli. La forte personalità e l’attitudine al comando dei Templari fece sospettare che il loro potere derivasse da qualcosa che essi possedevano, qualcosa di sacro che avevano trovato in Terrasanta, una reliquia dai poteri magici, e qualcuno cominciò a dire che era il calice dell’ultima cena, un altro la lancia di Longino, e tutto quant’altro è oggi oggetto della ricerca del Graal. I Catari subirono lo stesso destino. È interessante notare l’importanza della dieta per questi gruppi spirituali, per i quali il corpo era il veicolo tramite il quale si manifestava il potere spirituale, che dunque doveva essere puro affinché quel potere si manifestasse. Il fascino esercitato dalla Chiesa Catara fu molto forte, e questo per il rigore morale


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che la distingueva dalla Chiesa Cattolica, composta da uomini molto spesso mediocri e corrotti. Si ritiene che anche i Catari possedessero il Graal e fossero in contatto con i Templari. Il loro cibo era «ogni frutto degli alberi e tutte le erbe a foglia verde». Ecco una citazione dai “Rotoli del Mar Morto”. «Dio predisse a Noè: «Verrà un giorno che ogni creatura che si muove sarà alimento per la vostra prole, mentre ho dato a te solo la frutta dolce e le erbe verdi, per le quali la gente non avrà molto appetito, perché i loro gusti saranno pervertiti da ogni genere di carne, uova, formaggi, dolci, alimenti proibiti, e saranno cosí puniti alla loro tavola lussuriosa».» Ed ecco una citazione dal libro di Arnold Ehret “Il sistema di guarigione della dieta senza muco”. «In Palestina restammo parecchî mesi, studiando i costumi locali e la storia delle condizioni passate, con il risultato che la mia concezione del vero significato dei Vangeli e del Vecchio Testamento cambiò radicalmente. Imparai che la vita di Cristo e gli insegnamenti erano in completa attinenza con le leggi naturali, ora ben note, che gli procurarono un’intelligenza e una salute superiori, ma quando furono scritti circa centocinquant’anni H

A N N O

IL

PROBLEMA DEI TOPOLINI E I COMMENTI DEL SAGGIO.

Tiziano Terzani. Una sera era già buio pesto quando lo sentii arrivare alla mia porta. Era venuto a chiedermi qualcosa ma, entrando, vide per terra una ciotola con una mezza mela e si distrasse. «Ah… sí, è per il topo», dissi io, avendo finalmente l’occasione di esporgli un problema per il quale da giorni cercavo una soluzione. Ogni notte compariva in casa un topo che andava a giro e rosicchiava qua e là quel che poteva sciupandomi tutte le mie preziose provviste di frutta, patate e pomodori. Non volevo ammazzarlo e stavo cercando di convincerlo a

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dopo furono colorati da forme di espressione e metafore di incompleta conoscenza dei fenomeni naturali. Ciò che era meraviglioso fu considerato miracoloso.» Ed ecco un altro passo dello stesso libro. «Il sistema di guarigione della dieta senza muco si oppone diametralmente alla causa della malattia, ovvero i cibi che formano muco: una dieta senza muco a base di frutta e verdure a foglia verde, considerata fuori moda dai tempi di Mosè, grande dietologo ed esperto di digiuno.» Se stai cercando il Graal, non devi cercare calici, lance o ampolle sigillate contenenti il sangue di Gesú Cristo. Non è un oggetto materiale, ma vera conoscenza, che porta alla consapevolezza del Sè, o meglio dell’intero Sè, e l’importante qui è che deve essere sperimentabile. Se non è sperimentabile e non produce «effetti straordinarî», ma si presta solo a vivaci discussioni fra eruditi, dall’aspetto malaticcio, è solo ciarpame intellettuale. A onore dell’imparzialità, è a questo punto doveroso far presente la recentissima notizia della clamorosa riscoperta di una documentazione storica che proverebbe l’assoluta estraneità, e anzi opposizione, della Chiesa di Roma nello sterminio dei Templari. D E T T O

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mangiare quel che gli offrivo nella ciotola senza andare a toccare il resto. Il vecchio rise da matto ai miei buoni propositi e raccontò cosa era successo a Lama Govinda quando era suo vicino sul Crinale degli Strambi. Anche a lui un topo entrava continuamente in casa e la gente gli diceva: «Lamaji, lo devi ammazzare, non c’è altro da fare». Ma a Lama, che era buddhista, ripugnava l’idea di uccidere un essere vivente. Cosí fece comprare una di quelle gabbiette con la porta a molla che intrappolano il topo, ma lo lasciano vivo. Funzionò benissimo. In pochi giorni Lama acchiappò varî topi. Ognuno venne portato nel bosco e rimesso in libertà. «Ma non capisci? È sempre lo stesso topo», gli diceva la


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gente. «Lo devi ammazzare. Dovunque tu lo porti, quello torna.» Lama non poteva crederci. Però, quando un altro topo finí in gabbia, Lama con un pennello della moglie pittrice gli dipinse la coda di verde. Poi, uscendo per una passeggiata, andò molto piú lontano del solito a liberarlo. Quando tornò a casa con in mano la gabbia vuota, un topo era già sulla soglia ad aspettarlo. «Aveva la coda verde e mi sorrideva», diceva Lama Govinda quando raccontava quella storia. Secondo il Vecchio la mia soluzione non violenta poteva funzionare. «In fondo è tutta una questione di psiche», disse. Di psiche? «Sí, la psiche non è dentro di noi, siamo noi dentro alla psiche. La psiche è dappertutto, la psiche è tutto quel che ci circonda. Non è né occidentale né orientale. È universale. La psiche è una, per animali, piante, sassi e uomini. È tutta la stessa psiche. Guarda un rampicante, un piccolo rampicante: trova un posto a cui attaccarsi e poi sale su verso la luce. Guarda le api, tenute tutte assieme da una regina, o le cicogne che ogni anno passano da qui nel loro volo dal Lago Manasarovar in Tibet verso il Ra-jasthan. Che cosa rende possibile tutto questo? La psiche! La coscienza che sta sotto tutte le coscienze, la coscienza cosmica che tiene assieme l’intero universo e senza la quale non esisterebbe nulla. Il fine dello yoga è esattamente quello di mettersi in contatto con la coscienza cosmica. Una volta che ci riesci non c’è piú tempo, non c’è piú morte.» Ma il topo? «Anche lui è in quella coscienza di cui la mia, la tua, la sua coscienza non sono che un riflesso.» E rise. Poi, come per sfidarmi, aggiunse: «E queste non sono idee indiane! In Occidente, i vostri rishi hanno detto le stesse cose dei nostri, le stesse cose del Vedanta. Solo che voi i vostri rishi li avete dimenticati, li avete messi nei musei, nei libri dei professori. Per noi invece i rishi sono sempre presenti, sono compagni, maestri di vita. Questa è la differenza.» Rishi occidentali? La lista dei nostri «veggenti» per lui era lunga: da Eraclito a Pitagora a Boezio, da Giordano Bruno a Bergson. Platone era di gran lunga il suo preferito.

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«Prendilo come guru e vedrai che lui ti accetta come discepolo e ti parla.» Era quello che il Vecchio faceva. Confessò che da un po’ di tempo la notte riceveva Platone nella sua bella stanza dinanzi alle montagne e passava ore, in silenzio, a discutere con lui. Secondo il Vecchio, Platone era uno che era andato molto piú «al di là» di tanti altri; la sua Repubblica restava per lui una delle piú belle e ispiranti visioni della «repubblica interiore», la repubblica del Sè. Il fatto che Platone l’avesse descritta cosí bene, diceva, doveva essere di grande incoraggiamento perché anche altri la cercassero. Per il Vecchio c’era un filo comune che legava, attraverso i millennî e i varî continenti, personaggi cosí diversi come Platone e Gurdjeff, Plotino e Sri Aurobindo, i maestri sufi, Meister Eckhart, Ramana Maharishi e Krishna Prem. «Sono tutti sulla stessa via, alcuni sono piú avanti, altri piú indietro, alcuni si sono persi, alcuni sono arrivati, ma tutti sono alla ricerca delle nostre radici. Questo è il senso della domanda «Io chi sono?» Quelli che non se la pongono non possono capire e magari pensano che siamo matti, ma noi dobbiamo continuare. Stiamo tornando a casa…. Avanti, vieni anche tu», disse. Forse gli sembrò d’essere stato troppo personale con quell’invito e tornò sul tema del topo. Voleva raccontarmi «un’altra di quelle storie che la mente non capisce» ma di cui lui, disse, era stato testimone. Io misi dell’altra acqua a bollire per il tè; lui si arrotolò una nuova sigaretta e…. Nell’ashram di Mirtola, Krishna Prem aveva con sè una decina di discepoli. C’era anche un grosso cane tibetano che la notte non veniva mai lasciato fuori perché un leopardo aveva preso l’abitudine di fare il giro dell’ashram e fermarsi a guardare nella grande finestra. Il leopardo ruggiva, il cane abbaiava e tutti dovevano alzarsi dal letto e mettersi a urlare per mandare via il leopardo. Ogni notte la stessa musica, e nessuno riusciva piú a dormire. «Proverò a farci qualcosa, disse Krishna Prem. Andò nel tempio e ci rimase per una decina di minuti. Quella sera il leopardo non si fece vedere. La sera dopo neppure, né quella di poi. Il leopardo era svanito. «Ma cosa hai fat-


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to?», chiese uno dei discepoli al vecchio professore inglese che era diventato sanyasin e aveva fondato quell’ashram dedicandolo a Krishna, al quale lí tutti si riferivano chiamandolo semplicemente «Lui». «Io non ho fatto niente, rispose Krishna Prem. «Ho solo parlato con Lui e gli ho detto: «Il tuo leopardo disturba il tuo cane».» «Tutto lí», concluse il Vecchio. «La psiche è dovunque, e noi, il leopardo, il cane e il tuo topo siamo tutti dentro alla psiche. Negarlo significa voler essere ciechi, voler restare al buio.»…. Cosí gli raccontai degli «orfani» che erano comparsi sul Crinale. Erano per lo piú stranieri di mezza età che avevano passato anni come discepoli di Osho a Puna e poi di Babaji a Luknow e che da quando questi loro guru avevano «lasciato il corpo» erano rimasti al perso. Due di loro mi avevano portato nel loro cubicolo bianco sul Crinale per farmi ascoltare una cassetta in cui Osho parlava della morte come di «un enorme orgasmo con Dio». A sentire per l’ennesima volta quella voce, i due erano caduti in deliquio e io ero rimasto colpito dalla dipendenza psicologica di questa gente dai loro guru. Valeva la pena vivere per anni in un ashram, seguire un maestro, se non era per liberarsi ma per diventare schiavi? Il Vecchio, divertito, mi rispose nel moL’ANGOLO CHI

SONO

Franco Libero Manco. Dimmi, o Spirito Supremo, Tu che aleggi nel centro di ogni essere e permei ogni dimensione sconosciuta, chi sono io che vivo un solo istante in questo corpo di atomi pensanti? «Tu sei uomo e donna e nulla di tutto questo. Sei spirito e materia e nulla di tutto questo. In te vive l’Universo infinito e ciò che sta oltre l’apparenza delle cose. Tu sei la sintesi di tutto ciò che ti precede nel tempo e sei il tempo che precede le cose. Sei l’acqua che scorre nei ruscelli

do che gli piaceva di piú. Con una storia. Un uomo si sveglia una mattina in catene e non sa come togliersele. Per anni cerca qualcuno che lo liberi. Poi un giorno passa davanti alla bottega di un fabbro, vede che quello forgia il ferro e gli chiede di aiutarlo. Il fabbro con due colpi rompe le catene. L’uomo gli è gratissimo. Si mette a lavorare per lui, diventa il suo servo, il suo schiavo, e per il resto della sua vita rimane… incatenato al fabbro. «Il guru è importante», continuò il Vecchio. Esprime a parole quel che tu senti come vero dentro di te. Ma una volta che hai fatto l’esperienza diretta di quella verità non hai piú bisogno di lui. Il guru ti indica la Luna, ma guaî a confondere il suo dito con la Luna. Il guru ti fa vedere la strada, ma quella la devi percorrere tu. Da solo.» Il Vecchio volle dare peso a quel che aveva detto e mi ricordò le ultime parole di Buddha. Quando era per morire, circondato dal gruppo ristretto dei seguaci in lacrime, Ananda, suo cugino e discepolo, gli chiese: «E ora chi ci guiderà?» «Siate la luce di voi stessi. Rifugiatevi nel Sè», rispose Buddha. Il Sè di cui parlava Buddha era, secondo il Vecchio, lo stesso Sè del Vedanta. «E senza la conoscenza di quel Sè», concluse, «non c’è conoscenza. Solo informazione.»

DELLA

IO?

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POESIA

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e il fuoco divorante dei vulcani. Il respiro del vento ti pulsa nelle vene e la zolla spaccata dal vomere è parte della tua intima natura. Ma sei anche la lucciola che illumina la sera bruciandosi d’amore e sei l’esile foglia che cade in autunno. Sei la gioia della vita che sboccia e il dolore del ramo spezzato. Tu appartieni alla luce dorata che danza sulla spuma del mare e alla notte che sprofonda negli abissi della materia. Tutto questo tu sei e nulla di tutto questo. Perché questo io sono e nulla di tutto questo.»


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Pagina 16. RICETTE

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DI CUCINA VEGETALI

L’INSALATA

DI CAVOLFIORE E POMPELMO ROSA.

Per decretare una definizione ottimale della ricetta ci era venuta la tentazione di metterci con la bilancia a misurare grammi e proporzioni e coi commensali a raccogliere impressioni, ma come al solito in questi casi è troppo piú conveniente limitarsi a una specie di «buon senso». Dunque ci affidiamo ancora una volta ai lettori, sperando che sperimentino loro e trovino le varianti che maggiormente li soddisfino. Bastano allora poche parole. Bollite il cavolfiore come meglio potete - cioè attuando qualche accorgimento per non imporre odori sgradevoli (cosa d’altronde di solito elementare per i vegetariani), magari con un po’ di sale e cercando di non esagerare nella cottura - e disponetelo allargato a pezzi INDIRIZZI

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su un piatto grande o un vassoio di portata. Sbucciate il pompelmo o i pompelmi, tagliatene fettine al disopra del piatto o vassoio suddetto lasciandoci intanto cadere dentro le inevitabili gocce di succo, e disponete orizzontalmente quelle fettine rosate o rossastre sopra il bianco del cavolfiore. Rompete un po’ di noci e inseritene i gherigli qua e là al di sopra del tutto. Versateci sopra appena un po’ d’olio. La veduta è spettacolare e, per chi dice che anche l’occhio vuole la sua parte, la composizione dei colori risulta assolutamente attraente: il bianco e nero nel quale ne è qui riportata la fotografia non ne dà neanche la piú pallida idea. Ma anche quella dei sapori è una composizione degna di attenzione. C’è una quanto mai delicata confluenza di vagamente dolce, acidulo e amarognolo. E chi si azzarda a dire che anche una venatura di amaro non possa essere gradevole? Per esempio ce n’è una anche nel ben noto cioccolato. Provare per credere. Dunque la possibilità di variare proporzioni. E sbizzarrirsi con variazioni. Potreste spremerci anche un po’ di succo di limone. Aggiungerci pinoli. Fettine di avocado. Pezzetti di barbabietola rossa. Foglioline aromatiche. . (In ordine di «codice postale»).

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0712 - N. 16 Mondo Vegetariano - Luglio 2007  

Bollettino trimestrale dell'AVA - Associazione Vegetarina Animalista

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