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Quaderni aquilani

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Riprendiamoci Il terzo numero di Quaderni Aquilani è dedicato al dibattito sulla ricostruzione del capoluogo. Ospiti d’eccezione alcuni docenti universitari (primo fra tutti il Rettore dell’ateneo aquilano, professor Ferdinando Di Orio) che affrontano la questione da prospettive diverse fornendo elementi di discussione e possibili strade da percorrere. Il corredo fotografico è invece il lavoro svolto dalla Onlus Genitori si diventa, che ha realizzato Riprendiamoci, un documentario (presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia) e una mostra fotografica sui luoghi affettivamente rilevanti della città per i ragazzi delle famiglie associate.

Il Progetto Riprendiamoci è stato pensato per i ragazzi e le ragazze dell’Aquila durante i mesi che sono seguiti al terremoto del 6 Aprile 2009. Vi hanno finora partecipato una ventina di adolescenti. Il tutto è stato realizzato grazie ai fondi raccolti dall’Associazione Genitori si diventa Onlus, da anni attiva a L’Aquila come in tante altre parti d’Italia. L’intero progetto è stato reso possibile grazie alla collaborazione con il Circolo Arci “Querencia” e il suo Bibliobus. Coordinatrice psicopedagogica è la dottoressa Monica Nobile. Gli altri referenti responsabili per Genitori si diventa sono Fabio Antonelli, Antonio Fatigati, Anna Guerrieri e Maria Linda Odorisio. Per Arci “Querencia” è responsabile Nicoletta Bardi. Grazie a questa rete di volontari, nei mesi da maggio ad agosto è nato il video omonimo, Riprendiamoci, proiettato in anteprima a Venezia alla mostra del Cinema e poi a L’Aquila al Movieplex. Le ragazze e i ragazzi coinvolti, diretti da Francesco Paolucci, armati di telecamera e macchina fotografica, hanno raccontato il loro punto di vista, la loro storia, il loro vivere dopo il terremoto. Nel documentario i ragazzi sono protagonisti e persone autorevoli che offrono una rielaborazione creativa dell’esperienza vissuta durante e dopo il terremoto. L’idea di fondo di Riprendiamoci è quella di creare, per i ragazzi coinvolti, uno spazio dove discutere le proprie emozioni, sentimenti, difficoltà. È per questo che nei laboratori realizzati si è fatto uso della telecamera, della macchina fotografica e dello strumento grafico di animazione (grazie all’Atelier del Cartone Animato di Claudio Tedaldi). La telecamera e la macchina fotografica sono strumenti apprezzati dai ragazzi, immediati, legati ad un linguaggio multimediale con cui i giovani hanno confidenza. Il video Riprendiamoci è un viaggio da L’Aquila a Venezia (città amica e controparte del progetto) e ritorno, ma è soprattutto un viaggio attraverso i ricordi del terremoto, le angosce, le speranze. Un viaggio che racconta il desiderio di ricostruire, la speranza di ricominciare. Fisica-

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mente si passa attraverso le strade vuote e silenziose del centro storico dell’Aquila, attraverso le tendopoli sino a Venezia e i suoi canali. A Venezia, città fluida, fatta di acqua e di piazze, di luce e di storia, i ragazzi hanno ritrovato la dimensione di vita che avevano sino al 5 aprile ed hanno potuto avviare una profonda riflessione su quanto era accaduto loro, raggiungendo la consapevolezza che la socializzazione e la solidarietà passa per i luoghi del buon abitare, attraverso le scuole, attraverso le piazze da ritrovare, ricostruire, rivivere. Tale video può venire richiesto all’indirizzo e-mail: diventareaq@ genitorisidiventa.org Nel mese di novembre Riprendiamoci ha realizzato un cantiere fotografico. I ragazzi sono tornati in luoghi per loro affettivamente rilevanti affiancati questa volta dai fotografi Dario Orlandi, Claudio Palmisano, Maurizio Berlincioni e Danilo Balducci. Chi in centro storico, chi a Piazza d’Armi, chi a Scoppito, chi nei luoghi che sono stati campi di accoglienza nell’estate. Ognuno di loro aveva in mente un luogo importante, un luogo del “prima”. Luoghi amati, significativi, luoghi ormai interdetti o che si è visto rapidamente cambiare nell’arco di pochi giorni. Luoghi in cui si è cresciuti in fretta o dove si è lasciata una parte di infanzia. Tornandovi, fotografandoli e talvolta fotografandocisi (con degli autoscatti) i ragazzi hanno cercato di riappropriarsene, riempiendoli coi loro gesti e con gli scatti prescelti. La mostra fotografica è stata inaugurata in uno dei pochissimi locali riaperti nel centro storico dell’Aquila, la Cantina de Ju Boss, nel pomeriggio di giovedì 11 marzo. Un ringraziamento particolare va ai fotografi che hanno guidato i ragazzi, ai genitori che li hanno seguiti entrando nella Zona Rossa con loro quando ancora veramente pochi vi tornavano, e soprattutto al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco: senza il loro aiuto non avremmo potuto realizzare tanto di quanto è stato fatto. Anna Guerrieri

Vice Presidente Genitori si diventa Onlus

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• Giulia torna a Piazza Palazzo e si fotografa nove mesi dopo il sisma, davanti un cumulo di macerie che nascondono quasi completamente “Il Farfarello”, il locale da lei frequentato e la piazza antistante, luogo di ritrovo prima e dopo la scuola.

• Marta, davanti alle nicchie di San Bernardino, fa un salto liberatorio “intrappolata” dalla recinzione.

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di Ferdinando Di Orio*

La sfida della legalità Prima di ogni valutazione su questo primo anno trascorso dopo il sisma del 6 aprile 2009, vorrei premettere una considerazione. Il terremoto ha unito le comunità civile e accademica aquilane come mai prima era successo. Quella che era una vocazione istituzionale per l’università, che identificava solo una sintonia culturale, è divenuta esperienza concreta di vita che oggi la unisce alla città dell’Aquila in un unico e non più separabile destino. Destino che non rappresenta –come giustamente stigmatizzerebbe il nostro grande scrittore abruzzese, Ignazio Silone– “l’invenzione della gente fiacca e rassegnata”, bensì l’orizzonte condiviso nel quale università e Città dell’Aquila dovranno individuare e costruire insieme il loro futuro possibile. Perché il futuro della Città dell’Aquila o sarà “universitario”, o non sarà. Come d’altra parte non sarà possibile un futuro per l’università dell’Aquila senza la sua Città. L’università dell’Aquila è dunque chiamata, proprio dalle tragiche conseguenze del sisma, a vivere ancor più fortemente il proprio rapporto con la città. Ciò significa assumere responsabilmente su di sé le categorie e i processi che animano la città –con i suoi i problemi, le sue difficoltà, le sue aspirazioni, le sue attese, le sue speranze– e a cercare concretamente risposte efficaci. In questo momento, declinare il proprio ruolo di istituzione pubblica al servizio della cultura e della scienza, significa per l’università presentarsi, con indipendenza e autorevolezza, al rapporto e al confronto con le altre istituzioni, con la società, con la cittadinanza, in modo strategico e con spirito propositivo e propulsivo. Non si può tuttavia non guardare con preoccupazione quanto sta succedendo nel più ampio quadro dei processi di ricostruzione della nostra città, laddove per alcuni la tragedia di un intero popolo ha rappresentato e rappresenta solo un’opportunità per “fare affari”, magari ridendoci sopra. La ricostruzione della città deve avvenire sì nell’efficienza complessiva ma mai a scapito della trasparenza. In nome dell’emergenza non si può rinunciare alla legalità, che non può essere interpretata né tanto meno presentata come un ostacolo, un impedimento all’efficacia della ricostruzione. Non vorremmo poi scoprire, nella meraviglia e nello stupore di alcuni, che le tanto decantate risposte all’emergenza nascondano, invece, imprecisioni, trascuratezze, errori, se non addirittura occasioni di malaffare. L’unica garanzia nei confronti di tutto ciò, sta nella legalità e nella trasparenza, che solo chi è in malafede può interpretare come ostacoli o impedimenti. Le ragioni della ricostruzione della città dell’Aquila vanno, dunque, cercate nel tempo presente, rifuggendo dall’affarismo più deteriore ed effimero ed individuando, invece, le condizioni, i presupposti, gli elementi, che possono aprire questo tempo presente alla prospettiva concreta di un futuro possibile. Ma questa ricerca sarebbe parziale e incapace di individuare la vera identità della città, nella sua dimensione più generale e complessa, se non guardasse anche al tempo passato, alla sua storia.

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Non è mai scontato o superfluo ricordare, infatti, che l’identità di una città affonda le sue radici nella storia, nella sua storia. Una storia abitata ciclicamente dal terremoto, ospite terribile e non sempre inatteso, come questa volta è colpevolmente successo, capace di scompaginarne le pagine ma non di impedire la loro continua ricomposizione in forme nuove e creative, al punto che il motto stesso dell’Aquila “immota manet” solo a superficiali interpreti di questa storia può apparire paradossale. La coscienza di questa storia rappresenta l’unico antidoto per non ricostruire invano: cioè senza un senso e una direzione. Si ha, invece, la pericolosa sensazione che, mentre si dibatte ancora sulla new town –con un anglicismo mai così inopportuno– in realtà si stiano, freneticamente e confusamente, moltiplicando i nuclei abitativi, in una serie infinita e indefinita di cloni replicanti uguali a sé stessi e, in quanto tali, lontanissimi dall’idea di una città storicamente definita. Eppure, proprio dalla rilettura del passato, deriva una speranza ancora più forte e consapevole, nella presa d’atto, storicamente definita, delle mille resurrezioni di una città, caduta e riemersa dalle sue macerie sempre più bella, perché capace di non smarrirne la memoria e, quindi, l’identità. Sono convinto che, anche questa volta, sarà così, a patto che tutti insieme –istituzioni e cittadinanza– sapremo guardare al passato per rintracciare un’identità che longitudinalmente si sviluppa nel tempo e rifiuta, proprio per questo, esogeni schemi culturali, sociali, urbanistici, architettonici, che da quella storia non emergono e quindi non le appartengono. Ogni processo di ricostruzione implica sempre un processo di rinnovamento che richiede sì memoria del passato, ma anche lungimiranza e, soprattutto, creatività. Perché, come ci ricorda Jorge Luis Borges, ogni “lavoro creativo è un pò sospeso tra la memoria e l’oblio: bisogna ricordarsi tante cose, ma non tutte”. Ricordare “tante cose, ma non tutte” non vuol dire dimenticare, ma comprendere fino in fondo che per la ricostruzione creativa della Città, bisogna saper discernere e recuperare il bello presente nella sua storia, ma saper anche pensare il suo futuro con spirito rinnovato ed aperto in vista di una efficace e feconda sintesi tra antico e nuovo, secondo le più attuali tendenze della post-modernità. Perché rileggendo la storia della nostra Città, attraverso i suoi palazzi, le sue chiese, le sue piazze, le sue strade, insieme ad un lieve e dolcissimo sentimento di nostalgia per ciò che era e che forse non sarà più, ci sorprende la scoperta delle mille resurrezioni di una città, caduta e riemersa dalle sue macerie sempre più bella, perché capace di non smarrirne la memoria e, quindi, l’identità. Sono convinto che, anche questa volta, sarà così, a patto che tutti insieme –istituzioni e cittadinanza– sapremo guardare al passato per rintracciare un’identità che longitudinalmente si sviluppa nel tempo e che, per questo, è capace di proiettarsi, ancora e sempre, verso il suo futuro. *Magnifico rettore dell’Università degli Studi di L’Aquila

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• Alex nei campi da basket di Piazza d’Armi dopo il terremoto. “...Questa foto mi piace perché mette in risalto lo sguardo. Mi dà l’impressione di vedere qualcuno che ha perso il suo gioco preferito mentre dietro il cielo si rasserena e crea una sensazione che le cose prima o poi si aggiusteranno, non saranno più come prima, ma si aggiusteranno.”

• Aliosha a Piazza Chiarino dove si fermava prima e dopo la scuola per chiaccherare. “…Uno capisce che prima la cassetta della posta era chiusa con tantissima posta dentro pronta ad essere spedita e ora, dopo il terremoto, si nota che lo sportello è scardinato e la cassetta è vuota con dei rifiuti dentro dove si va a capire che quel posto è stato lasciato abbandonato…”

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di Nicola Mattoscio*

Ripensare il capoluogo

La ricostruzione non può prescindere dalla iniziale consapevolezza che la città capoluogo abruzzese, prima del terremoto, non era ancora riuscita a maturare l’opzione strategica di saper far convivere le funzioni e le architetture di una città moderna con quelle della città storica. Non aver concepito il proprio ruolo di città capoluogo come piattaforma di attività al servizio dell’intera regione e, perciò, come città aperta ad accogliere i flussi vitali alimentati in modo diffuso e intercettati dalla robusta rete policentrica della città-regione, elaborarli e riproiettarli in una permanente circuitazione virtuosa, ha imposto all’Aquila l’evoluzione infelice da “centro storico” a “centro urbano”. Ciò è dipeso soprattutto dalla mancata costruzione di un “centro moderno”, con l’insediamento armonioso delle attività tipiche della città capoluogo, pensato con facilità di accesso e di fruizione in primo luogo per tutti gli abruzzesi, oltre che per gli aquilani. Purtroppo, a lungo, si è fatto vivere L’Aquila in un permanente stato di armistizio, dove è necessario difendere in continuazione il proprio ruolo o strapparne di nuovi, in una logica surreale di città assediata. Per cui ogni giorno, ed ogni cosa, vengono interpretati in un palcoscenico teatrale non di rado surrettiziamente drammatizzato e reso laboratorio di ricerca costante della legittimazione del rango rivendicato. Per tutto questo finora L’Aquila non ha rappresentato una opportunità aggiuntiva di significato strategico nelle dinamiche del modello abruzzese di crescita e sviluppo, come lo è ogni capoluogo che è tale per naturale vocazione e per istintiva ed efficace autorevolezza con cui esercita i propri compiti. A partire dagli esiti della tragedia, dunque, non si può sfuggire all’invito a riflettere sull’idea di città ripensata nella sua interezza. Occorre però, al tempo stesso, essere davvero coerenti con la constatazione che l’alternativa tra new town e L’Aquila com’era e dov’era non solo è un falso problema, come dimostra ormai il lungo anno passato dal sisma, ma è perfino un pretesto fuorviante per malcelati interessi o un alibi per la non scelta. Aver realizzato per fronteggiare l’emergenza ben 19 little new town, sia pure prevalentemente ai margini dei preesistenti insediamenti abitativi, può comportare il rischio concreto di un’idea di ricostruzione nella direzione di nuove espansioni di spazi occupati, piuttosto che del restauro urbano finalizzato alla restituzione della città storica, con tutti i conseguenti aggravi derivanti

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dall’inevitabile amplificazione delle periferie. Ma tutto questo, ormai, è già uno stato di fatto. È meglio assumerlo e impegnarsi a dargli un senso qualificato verso l’idea forte di restituzione della “città storica”. In questa direzione, l’appello suggestivo di Cervellati (Quaderni Aquilani n.2, allegato a Vario 70/2009) a me sembra denso di indicazioni: “L’Aquila può ritornare ad essere città, appunto, storica se e in quanto la periferia trova, al suo interno, altre centralità, altre municipalità che insieme alla città storica formano una città di città”. Questa idea di città, da una parte farebbe riscoprire l’orgoglio di appartenenza, dall’altra finalmente maturerebbe l’idea dell’apertura: al contesto ambientale e paesaggistico, agli altri borghi e municipalità, al sistema reticolare di tutto il territorio regionale, affinchè il recuperato orgoglio identitario degli aquilani si possa coniugare con quello di tutti gli abruzzesi per la loro città capoluogo. Senza smarrire, comunque, che il contesto più ampio di riferimento è quello di un Abruzzo città-regione, non solo in rete con il sistema metropolitano romano o le direttrici Nord-Sud appenninica ed adriatica, ma anche come un’unica piattaforma di servizi, intersezione tra globale e locale nell’ambito delle dinamiche dei mercati transnazionali. Solo questa nuova prospettiva può far rifuggire dal rischio della retorica che implica l’invocazione acritica della restituzione della città storica. A ben vedere, nel nuovo contesto glocal, ovunque si assiste alla formazione di sistemi urbani nei quali si confondono e si dissolvono le stesse città storiche. Questo è diffusamente verificabile anche in un paese ricco di tante città storiche come l’Italia, e in un Abruzzo dove piccoli capoluoghi storici affondano radici finanche nella civiltà dei popoli italici. Pure nella regione, dunque, esiste una “questione urbana” alimentata dalla dissociazione ormai esistente tra questa complessa eredità, i sistemi urbani in nuce e le identità politico-amministrative stagnanti. Non tenerne conto nel sogno di far tornare a volare L’Aquila, oltre ad essere poco realistico, è decisamente innaturale e stridente con l’avere gli abruzzesi per la prima volta urlato coralmente nella silenziosa dignità di compartecipazione al dolore: “siamo tutti aquilani”. *Docente di economia, dipartimento di metodi quantitativi e teoria economica, Università G. d’Annunzio - Chieti, Presidente della Fondazione Pescarabruzzo

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• Oliviero in questa foto si trova davanti alla libreria della nonna, a Piazza Palazzo, dove, dopo aver passato il pomeriggio con gli amici, si recava per incontrare i suoi genitori per poi tornare a casa. “Questa foto mi piace perché mi ricorda tutti i momenti più belli passati con gli amici.”

• Jacopo a Piazza Fontana Luminosa. “Il mio ritorno in uno dei luoghi frequentati con i miei amici. Questo luogo è un semplice “sasso” con la strana forma di una panchina intorno al castello, un semplice sasso che racchiude però una marea di ricordi!”

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di Carlo De Matteis*

Oltre il destino L’evento del terremoto è inscritto nel destino storico dell’Aquila, che a dispetto dei calcoli degli astrologhi di cui narra Buccio di Ranallo nella sua Cronica, attenti a cogliere “l’ora e il punto” e la congiunzione astrale propizie alla fondazione, sorse, ahimé a loro insaputa, su un territorio percorso da faglie destinate a metterne continuamente in forse l’equilibrio geologico, sprigionando quei fenomeni sismici che ne hanno nel corso degli anni periodicamente sconvolto la struttura urbana. Dopo un primo “assaggio” non catastrofico nel 1315, la città è colpita nel 1349 dal primo terribile terremoto della sua plurisecolare storia, che ne distrugge gran parte dell’abitato, tanto da indurre i suoi abitanti a volerla abbandonare. Tralasciando gli eventi sismici minori, un secondo devastante sisma ha successivamente avuto luogo nel 1461-2 ed un terzo, ancor più grave, nel 1703, cui ha fatto seguito, dopo ben tre secoli, quello dell’aprile 2009, il quarto della sciagurata serie. Questa schematica sequenza intende mettere in rilievo come la città dell’Aquila ha nel corso della sua storia convissuto costantemente con l’esperienza del terremoto, consustanziale, direi, alla sua esistenza, e ne è ogni volta sopravvissuta, ricostruendo il suo tessuto urbano, che reca nella stratificazione degli stili e dei modi di costruzione dei suoi edifici più antichi, traccia dei diversi interventi. Non siamo in grado di definire, se non per ipotesi, cosa sia stato ripristinato della città dopo i terremoti più antichi; elementi più certi abbiamo per quello del 1703, a seguito del quale, senza l’ausilio di finanziamenti della Corona, ma con il solo, evidentemente ancora cospicuo, capitale locale dei ceti nobiliari e proprietari, la città acquisì un nuovo volto, dall’evidente impronta tardo barocca, che si sovrappose o si sostituì, per buona parte del centro, all’originaria facies medievale. È evidente che nessuno scrupolo filologico nei confronti del passato –estraneo alla cultura artistica della civiltà barocca, orgogliosa della propria modernità– ispirò il lavoro degli architetti e dei costruttori impegnati, fedeli al gusto del loro tempo o tutt’al più ad un generico classicismo liberamente rielaborato. Un siffatto metodo di ricostruzione è del tutto alieno dalla moderna coscienza critica del passato, rispettosa della storicità del prodotto artistico e, dunque, improntata ad una prassi restaurativa mirante per quanto possibile alla restituzione dell’originale. Si impongono perciò oggi scelte di tipo nuovo, in qualche modo sperimentali, che debbono nel contempo evitare radicali rotture con il passato ed escludere integrali riproduzioni alla lettera del suo patrimonio edilizio, ricorrendo perciò ad accorte forme di mediazione e di contaminazione tra antico e contemporaneo. È perfino superfluo affermare che il restauro dei grandi manufatti del passato –chiese, palazzi gentilizi– che contrassegnano il volto

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storico della città debba avvenire col massimo rigore filologico possibile, utilizzando le più avanzate tecniche già egregiamente applicate in altre recenti situazioni (Friuli, Assisi), per quanto lo stato di taluni edifici (come S. Maria in Paganica) sia al momento disperante e di ardua soluzione. Un diverso atteggiamento dovrebbe tenersi nei confronti di quei complessi edilizi di recente costruzione e di nessun pregio estetico e anche di specifiche situazioni urbanistiche coinvolgenti spazi pubblici e funzioni della vita cittadina, che andrebbero intelligentemente ripensate all’insegna di una progettazione creativa, implicante una trasformazione anche radicale dell’assetto urbano. Mi limito alla citazione di un caso di grande evidenza urbanistica concernente l’area circostante la Fontana luminosa, dove, come è noto, l’architetto Piano ha progettato la costruzione di un Auditorium che occuperà uno spazio tra la Fontana e il Castello invadendo anche una parte del parco e modificherà di conseguenza il tessuto viario circostante. Entro un paio di anni l’ex Ospedale S. Salvatore, parzialmente ristrutturato e riedificato, ospiterà l’intero polo umanistico dell’Università, con le Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze dell’educazione, calamitando sull’area migliaia di presenze ed un numero imprecisato di veicoli che richiederanno una nuova articolazione del sistema urbano. Ecco: in uno spazio circoscritto ma significativo si fronteggeranno l’antica mole cinquecentesca del Castello, il quartiere di formazione fascista con la Fontana al centro e il modello architettonico postmoderno di Piano, mentre poco lontano si svilupperà un nuovo vitale nucleo urbano da cui potrà irradiarsi un forte impulso alla ripresa dell’economia e della socialità cittadina. Non serve sottolineare che le riflessioni appena svolte non toccano altri fondamentali aspetti del problema che richiederebbero un discorso a parte, come il destino degli aggregati edilizi costruiti alla periferia della città, la configurazione dei centri del contado, la ripresa economica del territorio, per non citare che i principali. Ma su questo come su ogni discorso concernente la ricostruzione incombono una serie di interrogativi pregiudiziali, dalla cui risposta dipende il futuro della città: chi pianificherà, chi elaborerà e chi gestirà i progetti? Quali saranno i tempi d’intervento? Quando e in che misura saranno erogate le somme necessarie ai lavori? Lo stato delle cose, al momento, non induce all’ottimismo: bisognerà lottare a lungo e duramente perché il processo di ricostruzione inizi subito e prosegua senza interruzioni, salvaguardando l’identità della città e soddisfacendo i bisogni irrinunciabili dei suoi abitanti. *Docente di Storia della letteratura italiana contemporanea, Università dell’Aquila

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• Federica a Scoppito. “Il luogo che compare nella foto era per me il posto di ritrovo e di svago dove ho trascorso molti pomeriggi insieme ai miei amici. Spero che il tempo cancelli i brutti ricordi e si torni a sognare come prima.”

• Sabina si fotografa sulla ringhiera della Chiesa di Scoppito dove era solita arrampicarsi la sera. In secondo piano la chiesa e la scalinata dove giocava a rincorrersi con gli amici. “Il ritorno in quel luogo rievoca in me una sensazione di felicità perché, dopo tempo trascorso a giocare e divertirmi, mi è stato impedito di continuare normalmente il corso della mia giornata… ora mi sento di nuovo libera come una volta, mi sento me stessa nel luogo che amavo”.

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di Costantino Felice*

Identità sospese

Con il terremoto del 6 aprile 2009 L’Aquila diventa palcoscenico e metafora della postmodernità: non per la forza drammaticamente distruttiva del sisma ma per la trama narrativa, il discorso pubblico, che il potere e l’informazione vi ordiscono sopra. Più che in ogni altra catastrofe del nostro tempo, qui la cultura e la politica possono manifestarsi nelle loro più recenti e allarmanti mutazioni: un declino strutturale le cui derive etico-civili sono soltanto la forma più appariscente. La cultura è ridotta a fenomeno mediologico, senza profondità nel passato né proiezione verso il futuro. Con la “dittatura del presente” tutto diventa cronaca giornalistica e reality televisivo. Le macerie del terremoto fungono da set per passerelle della politica show (o politica pop). Il G8 conferma in dimensione planetaria il repertorio del teatro nazionale. Oltre che per il generoso mondo dell’arte e dello sport, L’Aquila assurge a “icona pop”, cioè spettacolo e teatralità, appunto. Le montagne di macerie (quattro milioni di tonnellate!), nella loro spettralità senza viventi, vengono ostentate quale backstage di star e primi ministri, con il contorno di first ladies e istituzioni locali dall’aria sofferente (se non lacrimosa). Non si era mai assistito a un’esplosione così enfatica e insistita di stereotipi identitari: l’“Abruzzo forte e gentile” quello più stucchevolmente reiterato, ma anche il “pastore” dannunziano e il “cafone” siloniano hanno tenuto banco. I misteriosi “Abruzzi” di Calandrino e frate Cipolla del Decameron fanno il paio –passando per l’atelier protoromantico dei viaggiatori sette-ottocenteschi e la lettura d’ascendenza positivistica dei materiali etnografici– con la regione barbarica di D’Annunzio e con quella desolata (il Fucino) di Silone: proiezioni idealtipiche che rimandano a una realtà chiusa e arretrata, schiacciata tra agrari e armentari assenteisti, da una parte, e misero contadiname dall’altra; dai residui feudali e dal peso del latifondo, come all’opposto dallo sminuzzamento aziendale e proprietario. È la straordinaria metafora del “sonno di Aligi” che dall’immaginario poetico de La figlia di Iorio si proietta nelle determinatezze dello spazio geografico e del tempo storico, avvolgendole, con forti dosi d’incongruenza, nel cono d’ombra della uniformità e dell’immobilismo. Ben altre dinamiche hanno caratterizzato in passato, e ancora di più caratterizzano oggi, l’evoluzione dell’Abruzzo. Il tema

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dell’identità è alquanto insidioso. Nasconde molte trappole. Le identità, se esasperate, possono sfociare in devastanti logiche di esclusione e conflitto (fino alle guerre di etnie o civiltà). Ma spesso i “miti”, in quanto invenzioni a posteriori, sono anche mistificanti, nel senso che stravolgono l’universo che vorrebbero simbolicamente rappresentare, fino a nasconderlo del tutto. Il terremoto aquilano erge l’Abruzzo, su scala globale, ad emblema di questo scollamento tra clichés identitari e concretezza storica. Si dice che le città sono tali, diventano polis, quando hanno un’anima. È sicuramente il caso di L’Aquila. Difficile trovare, non solo in Abruzzo, un altro capoluogo in cui la si respirasse –questa “sua” anima– così a pieni polmoni e con tale senso di nutrimento. Tutti sanno che L’Aquila è città d’arte e di cultura. Le ferite del terremoto hanno reso ancora più visibile la straordinaria ricchezza architettonica e monumentale del suo tessuto urbano. Occorre tuttavia dedicare altrettanta cura agli sfregi subiti dall’immenso capitale umano –la ricchezza “immateriale”– che nel corso dei secoli la comunità ha saputo coltivare: un patrimonio anch’esso straordinario, all’apparenza invisibile, ma indispensabile per ridare alla città quell’anima di cui si diceva. La cultura non va declinata solo in senso umanistico-letterario. L’Aquila ha accumulato un sapere tecnocratico, una “cultura del fare”, le cui ascendenze risalgono quanto meno all’illuminismo e al Gran Sasso d’Italia, la rivista di Luigi Dragonetti e Ignazio Rozzi (prima metà dell’Ottocento). Un tipo di sapere e di cultura che, trasfondendosi nell’operosità di una borghesia dinamica e intraprendente, cui ha fatto da virtuoso contrappunto un movimento operaio non meno ricco di soggettività sociale, ha inciso profondamente sullo sviluppo del capoluogo regionale e dell’Abruzzo. Sono questi “attori endogeni” a doversi riappropriare, come in altre analoghe tragedie affrontate con successo in passato, del proprio destino, sconfiggendo la logica emergenziale delle soluzioni e dei provvedimenti calati dall’alto. Insieme alla materialità delle opere e dei manufatti visibili, occorre dunque recuperare appieno l’inestimabile patrimonio umano di cui L’Aquila è storicamente depositaria: una linfa forse invisibile, ma quanto mai vitale per la rinascita della città. *Docente di Storia economica all’Università G. d’Annunzio di Chieti

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• Francesca. L’Aquila. La foto la ritrae seduta sul pianerottolo del palazzo in cui ha vissuto da bambina. Alle sue spalle la porta d’ingresso, le cassette postali degli inquilini, calcinacci e piastrelle a terra. “…E avevo voglia di tornarci, di vedere cosa era cambiato; sono arrivata davanti casa e mi sono fermata lì, sul pianerottolo, dove mi sedevo spesso con mia sorella. È stato un modo per riappropriarmi di quel luogo, per guardarmi attorno e pensare”.

• Francesco si trova sotto la propria casa dove abitava fin da bambino a Piazza San Biagio. “Questa foto mi piace perché mi fa tornare in mente tutti i ricordi di prima del terremoto. Infatti fin da piccolo giocavo lì e anche adesso che sono cresciuto passavo dei lunghi e spensierati pomeriggi con gli amici tra un cornetto e una giocata a pallone”.

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di Franco Eugeni*

Città regione Davanti ad un evento come quello che ha colpito il capoluogo dell’Abruzzo in quel 6 Aprile 2009, non possiamo che indicare molteplici interrogativi di natura storica, politica, filosofica e, non ultima, etica. Il sisma, di magnitudo 6,7 Richter, si è verificato alle 3 e 30 di notte e la faglia prodottasi ha una lieve profondità, di soli 10 Km. Ancora una volta la catena degli Appennini ha scaricato tutta l’energia che si era accumulata nell’interno degli stati rocciosi. Con un salto indietro nel tempo di circa 10 milioni di anni, risaliamo al lento avvicinamento dell’Africa all’Europa, dal quale si creò la frattura, che aprendosi formò il Tirreno, creò una rotazione dello stivale, provocò il distacco della Sardegna e della Corsica. Il momento liberatorio dell’energia accumulatasi avviene per via di una frattura in movimento detta appunto faglia, che si produce nei punti deboli della crosta. L’Aquila e l’Abruzzo conoscono purtroppo i terremoti. Terremoti si verificarono negli Abruzzi: ad Aquila nel 1461 (decimo grado Mercalli), nel 1646, nel 1672, nel 1702, come racconta Antinori, la città fu completamente distrutta (nono grado e 8mila morti). Ricordiamo nel 1915 la distruzione di Avezzano (undicesimo grado Mercalli, 7 gradi Richter e 30mila morti). Il sisma, colpendo l’Aquila, ha decapitato il corpo dell’Abruzzo della sua testa: il capoluogo! Ma cosa significa essere capoluogo di Regione? È un ruolo giuridicamente riconosciuto, in senso metaforico è la testa di un corpo; non è facile, come accade in un corpo vero, fare a meno della testa! Un capoluogo è intanto luogo storicamente consolidato, luogo di storia e tradizioni, luogo che, sia politicamente, sia socialmente, va conquistato e riconquistato giorno dopo giorno attraverso un’azione efficace, ma soprattutto di credibilità. L’Aquila nei tempi si è accreditata come capoluogo policentrico nel senso che tutti gli interessanti borghi che la circondano e i luoghi delle altre province sono stati vissuti nel pensiero collettivo, come posti sopra circonferenze sempre più ampie, a volte concentriche sui “quattro cantoni”, a volte centri di nuove circonferenze. Se la città è la testa e le circonferenze sono le linee di influenza, il recente terremoto ha modificato il modello e le aspettative sociali di convivenza e tende ad un modello forse nuovo, certamente da progettare. Il ruolo di capoluogo, se si vuole, è recente. Il rendere L’Aquila capitale divenne possibile solo alla fine dell’Ottocento, e si realizzò con l’Unità d’Italia. Ai primi dell’Ottocento Teramo e Chieti non erano collegate con il mare e nemmeno con la montagna, L’Aquila era isolata, Pescara non esisteva. Vi era una strada che da Teramo per Chieti portava a Napoli, percorsa da cavalli, carri e infine diligenze. Fu l’ingegnere teramano Carlo Forti (17761845), uno dei sette ingegneri del Corpo di Ponti e Strade istituito da Gioacchino Murat nel 1808, a progettare ed aprire molte strade. Forti, con la sua delega per gli Abruzzi, costruisce la strada Teramo-Giulianova per il mare, costruisce la strada per Montorio al Vomano, progettando il proseguimento per L’Aquila. Nel Teramano si ottiene una prima viabilità, ancora oggi in uso e pri-

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ma mancante, verso il mare e verso la montagna. Forti realizza la Sulmona-fiume Tronto (fino al confine del Regno), le strade trasversali per Penne e Nereto, il collegamento di Lanciano con Roccaraso fino all’innesto con la consolare per Napoli. La viabilità si completa con la nascita della ferrovia adriatica, e i collegamenti con quei tratti che furono poi detti i tratti morti. Con l’Unità d’Italia (1861), nasce l’Abruzzo (allora con il Molise), con capoluogo la città di Aquila, modificato in Aquila degli Abruzzi, nome che nel 1939, diviene L’Aquila. Si legge che: “[…]Nel quarantennio successivo all’unificazione nazionale quanto avviene nelle “piccole patrie”, in particolare nelle capitali di provincia, è qualcosa di straordinario: non è solo lo scatenamento di una gara emulativa che spesso farà tracollare le modeste finanze comunali ma soprattutto l’emergere e l’affermarsi nuove politiche amministrative capaci di creare nelle specifiche realtà[…]” Così nascono nuove classi sociali, si creano nuove identità differenziate da quelle agrarie dominanti fino ad allora, la società perde gran parte della tradizionale staticità, ci si occupa di migliorare o creare efficienti servizi per la popolazione. Nel 1963 nasce ufficialmente la Regione Abruzzo. La scelta iniziale di situare diverse attività amministrative a Pescara provoca la reazione furibonda degli aquilani, con disordini e scontri di piazza (moti dell’Aquila). Alla fine viene riconosciuto alla città il ruolo di capoluogo unico dell’Abruzzo, come sede quindi del Governo Regionale. La decisione di compromesso finale consente comunque eventuali riunioni a Pescara. Oggi tutta la Regione e tutte le città dovrebbero forse fare corpo unico per rilanciare un ruolo di capoluogo alla propria testa, manifestando quella forza rigeneratrice che può nascere solo dalla cooperazione e dall’amore dell’altro. Il senso del capoluogo aquilano che era assodato ora è perso, occorre ristabilirlo legando tra loro tutti i Comuni della Provincia e tutte le Province della Regione. Cito l’intervento del Prefetto Francesco Paolo Tronca, tenuto a Celano il 26 febbraio 2010, nel quale, dopo aver illustrato la grande capacità e professionalità dei Vigili del fuoco italiani, non disgiunta da quella incredibile umanità che li distingue, ha espresso una idea che io credo sia altamente condivisibile. Idea che credo di interpretare, forse riassumere, come segue: da ogni evento negativo, anche fortemente negativo, si può trarre motivo per costruire positività, traendo ammaestramento dall’esperienza, stimolo per una nuova progettazione, stimolo per la ricostruzione; questo nella completa cooperazione regionale e nazionale e usando tutte le sinergie che la buona volontà degli uomini mette a disposizione. Così, concludendo, L’Aquila dovrebbe essere o tornare ad essere il punto strategico atto a creare un ponte, attraverso la Marsica, con il vicino Lazio, ancora di più un ponte tra Tirreno e Adriatico, attraverso le due autostrade e il traforo. *Docente di Filosofia della scienza all’Università di Teramo

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• Nicoletta alla Villa Comunale. “Panchina dove mi sedevo tutti i giorni aspettando l’autobus. Squarcio di una felice e semplice quotidianità. Una quotidianità che rende il ricordo ancora più dolce. Ed era tutto meraviglioso.”

• Elena nell’ex Campo d’accoglienza a Coppito. “Campo sportivo, dove con gli scout del C.N.G.E.I. ho fatto servizio durante l’emergenza. Dopo le tende ho visto questo posto trasformarsi, dal nulla diventare tendopoli e da tendopoli tornare ad essere quello che era, un campo verde. Un po’ malinconica ricordo i momenti di servizio al campo, ma sono felice per la mia città che le cose vadano avanti.”

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di Tommaso Di Biase*

Una scuola per la ricostruzione

Ennio Flaiano ha frequentato per due anni la Facoltà di Architettura di Roma. I suoi scritti rivelano una notevole sensibilità per il paesaggio e l’architettura. Nel suo Diario Notturno, Taccuino 1956, scrive: “I dolori della domenica: tornare in un paesetto che non vediamo da due anni e trovare che l’amministrazione ha fatto degli abbellimenti. La vecchia e nobile passeggiata è ornata di tubi al neon, c’è un’edicola per la fermata della corriera, un enorme orinatoio circolare a quattro posti: il tutto in quello stile ardito e confuso che è lo stile “moderno” tradotto dal geometra locale. Nel vecchio palazzotto principesco c’è un garage e la facciata è piena di cartelli pubblicitari. Ah, poter buttare tutto giù, vero sindaco? E ricostruire daccapo sui nuovi modelli? Una volta i modelli erano la chiesa e il palazzo, oggi sono il bar e il distributore di benzina. Appena fuori del paese, le case Fanfani, già sporche. Le Corbusier non ha detto forse che l’architettura moderna non invecchia, ma si sporca?” Nel 1956 abitavo in campagna, frequentavo le elementari. Per arrivare a scuola tutte le mattine percorrevo a piedi oltre un chilometro di una stradina bianca che scendeva lungo il crinale della collina. Intorno il paesaggio era quasi intatto e conteneva ancora la realtà e la possibilità della bellezza. Non potevo certo immaginare quali disgrazie stessero per abbattersi su quei luoghi e sulle nostre città. All’epoca, infatti, stava per chiudersi la fase della ricostruzione post-bellica e iniziava quella fatidica dello sviluppo. Niente poteva fermarlo. Da adulto ho potuto studiare che l’urbanistica, con i suoi piani colorati, ci proponeva uno sviluppo programmato, città belle, con molto verde e servizi, sulla carta tot metri quadri a persona. Oggi, guardandoci attorno, sappiamo che purtroppo non era vero e possiamo constatare come è andata a finire. Flaiano l’aveva capito e lo scriveva, ma non è servito. La politica non l’ha ancora capito del tutto. A un anno dal terribile terremoto del 6 Aprile 2009 la città dell’Aquila è uno spettro che inquieta le notti dei suoi abitanti, sparsi e divisi nel territorio. Tutto è ancora da fare. Come? Si può dire, per riprendere Flaiano, che i modelli per una ricostruzione corretta sono già contenuti nella città stessa, sono quelli di una volta. Basta saperli osservare e trarne la lezione che continuano a darci da secoli. La lezione che sempre una città e i suoi monumenti ci propongono. Nella sua storia L’Aquila è stata distrutta e rasa al suolo almeno sei volte, di cui quattro da terribili terremoti. È stata sempre rico-

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struita tenendo conto di quello che c’era prima, con la sapienza e la cultura del momento storico in cui questo avveniva. Per questo è una città unica, caratterizzata, più di altre, dal contesto naturale nel quale si è sviluppata e dalla storia. Per ricostruirla andrà in primo luogo studiata a fondo e capita, confrontandosi con la sua forma urbana, con le sue architetture, con gli stili che la contraddistinguono. Soprattutto scavando la sua anima profonda e estraendo dal suo interno i materiali per immaginarne il futuro. Cosa accadrà dal punto di vista della qualità della ricostruzione sarà decisivo per il futuro della città e assurgerà, per forza di cose, al rango dell’esemplarità, nel bene o nel male. L’Aquila diventerà infatti il più grande e importante cantiere di restauro architettonico del mondo. Sarà discusso, analizzato, criticato. Poiché sarebbe il caso di occuparsi del bene, credo che vada colta l’opportunità di trasformare la sciagura in una grande esperienza culturale e di civiltà. Per fare questo è necessaria la costruzione di uno strumento forte: una vera, operativa scuola di architettura del restauro. Una scuola-cantiere di teorie e tecniche del restauro architettonico, nella quale possano formarsi e fare esperienza studenti e architetti di tutto il mondo, che sia inoltre capace di svolgere una funzione di indirizzo del lavoro di ricostruzione. Una scuola che per sua natura privilegerà il lavoro collettivo e lo scambio di esperienze, soprattutto la chiarezza e la comprensibilità delle scelte, la loro effettiva trasparenza (si fa questo perché…, si fa in questo modo per ottenere questo risultato…, tra le alternative possibili si è scelto di…, ecc.). Una scuola che necessariamente dovrà chiamare ad insegnare i migliori maestri italiani e europei nel campo, sulla base dei titoli scientifici e delle esperienze fatte, come avviene nelle più prestigiose università americane e nord europee. Una scuola che servirà a valorizzare al meglio i tanti studiosi e ricercatori già presenti nel territorio. Le istituzioni locali, l’università aquilana, i cittadini, dovranno proporre alla Regione e al governo una specifica legge, dotata di un finanziamento straordinario, per istituire una tale scuola, che costituirà, se realizzata, la prima vera pietra della ricostruzione. Una pietra ben fondata che, in quanto immateriale, difficilmente potrà cedere alle intemperanze della natura, ma che al contrario servirà a rafforzare, con un nuovo impulso, l’identità aquilana di città della ricerca e della cultura. *Architetto

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• Piergiorgio. Davanti ad un lucchetto dove ha scritto (per gioco) le sue iniziali e quelle della ragazza in Via Fortebraccio. “…È strano come quel lucchetto che stava li per prendere in giro film romantici e strappalacrime sia diventato così importante… Ricorda i momenti allegri e spensierati della normalità… In una strada percorsa mille volte dopo scuola…”

• Beatrice alla Villa Comunale. “Ed è da qui che partono le mie radici, guardando la mia città, le mie strade, le mie montagne, respirando questa nostra aria aquilana che da qui ora ha un profumo diverso… pensando che questo posto non è mai cambiato nonostante stia nel cuore della città …”

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• Cecilia si fotografa a Piazza Santa Maria in Paganica dove ha ricevuto il Battesimo e la Prima Comunione e dove i suoi genitori si sono sposati. Sullo sfondo si vedono la Chiesa, o meglio i suoi resti, dopo il terremoto del 6 Aprile, e la Piazza.

L’associazione Genitori si diventa Onlus è un’associazione nazionale di volontariato che si occupa del mondo dell’adozione ponendo al centro il bambino in stato di abbandono. Per favorire un modo di pensare adulto che ponga al primo posto i diritti dell’infanzia, Genitori si diventa, promuove la creazione di reti familiari, realizza interventi di informazione, preparazione e sensibilizzazione sui temi propri dell’infanzia e dell’adolescenza, con particolare attenzione al benessere dei bambini adottati e delle loro famiglie. Per informazioni: www.genitorisidiventa.org Sede dell’Aquila: diventareaq@genitorisidiventa.org Sede di Teramo: diventarete@genitorisidiventa.org. Il Circolo Arci Querencia ha svolto molte attività sui temi della legalità, dell’immigrazione, dell’integrazione. Perduta la sede nel sisma del 6 aprile, ha proseguito l’attività nel campo di accoglienza di Centi Colella (AQ) contribuendo in modo determinante alla nascita e alla gestione del Bibliobus. È capofila del progetto “La Piazza”, un nuovo punto di aggregazione cittadina dove avranno sede 18 realtà no-profit aquilane. Info: querenciacircolo@gmail.com e abruzzo2009@arci.it.

Quaderni Aquilani 3 allegato a Vario 72 direttore responsabile Claudio Carella Aut. Trib. di Pescara 12/87 del 25/11/87Sped. abb. post. GR.IV(70%) Tassa riscossa• Uff. P.T. Pescara Italia

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Quaderni Aquilani n.3