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INTERVENTO sul REFERENDUM per l’INVIO della RICHIESTA di ADESIONE all’UNONE EUROPEA La consultazione referendaria di domenica scorsa ha fatto segnare in primo luogo una partecipazione significativa che mostra comunque un interesse crescente della popolazione, nonostante la scarsa informazione portata avanti in primo luogo dalla TV di Stato che non ha voluto andare oltre agli spazi obbligatori per legge. E nonostante l’ennesimo tentativo di banalizzare la portata di un referendum con argomenti risibili come l’invito a votare scheda bianca, cosa mai capitata prima d’ora. Una posizione incredibile anche in ragione del fatto che viene espressa dal partito di maggioranza relativa che tra le altre cose esprime il Segretario di Stato agli Esteri. Pensiamo di mandarlo a Bruxelles a trattare con l’UE con una scheda bianca in mano? Un atteggiamento pilatesco specie alla luce di alcune dichiarazioni in cui si ribadiva la posizione ma “sperando che i Sì prevalessero sui No”. Adesso alla ampia varietà di opzioni possibili si aggiunge anche quella del “tifoso”, quella cioè di chi sta alla finestra guardando cosa fanno gli altri ma facendo il tifo per una delle due parti in causa. Adesso che la campagna referendaria è terminata possiamo oltretutto smettere di fare propaganda: il referendum non determinava l’ingresso immediato in Europa bensì l’avvio di una procedura finalizzata all’adesione. Dire quindi che non abbiamo le strutture predisposte è una baggianata, in quanto da un lato sappiamo bene che qualora il Sì avesse raggiunto il quorum si sarebbe solo iniziato un percorso e ci sarebbe stato tutto il tempo per individuare uffici, personale e risorse da mettere a disposizione del progetto, anche risparmiando in altri settori; dall’altro lato ci dipingiamo come dei sempliciotti incapaci di condurre una trattativa, senza renderci conto che comunque sia le trattative d’ora in pio dovranno essere condotte in maniera anche più serrata! La strada dell’adesione infatti sarebbe partita almeno da uno standard di carattere generale sul quale andare a negoziare, mentre la strada degli accordi, o della ipotetica “maggiore integrazione” presuppongono percorsi tutti da tracciare, e che quindi richiedono uno sforzo ancora maggiore. Dire di non essere in grado di farlo significa rinunciare a esercitare il ruolo di uno Stato sovrano. L’Europa non ha mai detto che non vuole San Marino nell’UE, per il semplice fatto che San Marino non ha mai fatto domanda in tal senso. Tanto è vero che, negli anni scorsi, Paesi piccoli come Malta e Cipro hanno già aderito in tempi tutt’altro che biblici, a riprova che l’Europa è pronta ad accogliere anche i piccoli Stati. Certo bisogna volerlo! Bisogna tuttavia registrare il “valore vero” del NO, dare cioè una lettura politica e non solo giuridica al voto di domenica: da una parte c’è il comitato del NO che canta vittoria come se tutti coloro che non hanno votato SI fossero contrari a qualunque ipotesi di avvicinamento all’UE. Dall’altra c’è la maggioranza che si sforza invece di interpretare il voto non come una contrarietà secca all’Europa ma come una sorta di “fiducia” nel percorso intrapreso dal Patto per San Marino prima e confermato oggi dal governo attuale.


Non pensate entrambi che tra chi non ha votato Sì non ci siano anche quelli che sono possibilisti verso un’adesione all’UE ma preferiscono avere ulteriori elementi per valutare e non la ritengono l’ipotesi migliore in questo momento? Visto dunque il fronte composito del NO che andava da chi preferisce prendere più tempo per analizzare tutte le ipotesi possibili fino a chi vorrebbe tornare ai tempi dei Comuni e delle Signorie… con gli scudi e i fiorini penso sia difficile dare una lettura univoca dei contrari al quesito. L’unica cosa certa è che chi ha votato SI ha mostrato il coraggio necessario per andare avanti verso un cambiamento di sistema e lasciarsi alle spalle un passato recente segnato da troppe ambiguità e tentennamenti. Il punto cruciale infatti è proprio quello della tempistica: sino ad oggi se ne è perso fin troppo! Mi meraviglia dunque questa ostinazione nell’accampare pretesti di ogni genere per giustificare la preclusione verso alcune strade. Possiamo condividere il fatto che ci sia un lungo cammino da fare e che possa essere opportuno non precludere alcuna ipotesi, ma questo dipenderà anche dal lavoro che intendiamo fare, e dalla motivazione che ci spinge. Se sotto sotto si pensa che l’Europa possa essere solo un luogo a cui accedere per avere gli stessi diritti degli altri ma senza concedere nulla allora rischiamo di continuare a raspare a lungo come i criceti nella ruota. Non abbiamo forse dovuto recepire tutta una serie di normative, leggi, disposizioni che hanno stravolto il nostro sistema economico pur senza fare parte di Istituzioni come l’Unione Europea? Normative Moneyval, ritenuta Ecofin, abolizione segreto bancario e anonimato societario. Teoricamente non si è obbligati ad accettare di adeguarsi, purché poi si sia pronti ad affrontare il conseguente isolamento a cui si va incontro quando si viene emarginati dalla comunità internazionale. La storia degli ultimi anni ha mostrato come questi processi di adeguamento siano inevitabili e chi non ha paura di andare verso l’Europa non vuole solo rassegnarsi ma vuole anche partecipare attivamente ai processi di formazione decisionale e vuole che il nostro Paese faccia sentire la sua voce, anche solo come testimonianza. Abolizione del quorum: vorrei ricordare al Consigliere Mularoni che pochi mesi fa è venuta in quest’Aula un’iniziativa di legge popolare per abolire il quorum. La maggioranza ha stravolto quella legge diminuendo leggermente il quorum anziché abolirlo. La via parlamentare dunque è già stata seguita senza successo. Non vedo perché allora la cittadinanza tradita dalla democrazia delegata non dovrebbe riprendersi la parola e pronunciarsi direttamente. Il quorum a mio avviso non dovrebbe esserci: decide chi va. Ci sono paesi come la Svizzera dove ogni anno si celebra più di un referendum, anche solo a livello cantonale così come ci sono Paesi in cui c’è il partito unico e non si vota nemmeno per le elezioni politiche. Ci sono Paesi in cui si svolgono anche referendum di natura consultiva poiché il governo decide di sentire l’opinione dei cittadini prima ancora di prendere una determinata decisione. Non è che quelli in cui si vota spesso delegittimano le loro assemblee legislative, semplicemente consentono ai cittadini di interagire in maniera più frequente con le loro Istituzioni.


Allora perché non imporre un quorum anche per eleggere il Consiglio Grande e Generale visto che si tratta della decisione più importante possibile dato che si consegna il potere esecutivo per 5 anni ad una maggioranza che, come in questo caso non è maggioranza assoluta nemmeno tra i votanti? D’altra parte la contraddizione interna alla maggioranza su questo tema è emersa in occasione della Legge sulle Giunte, in cui è stato confermato un quorum pure per la elezione di un’assemblea rappresentativa (per analogia comparabile al Consiglio Grande e Generale non ad un quesito referendario). Consigliere Ivan Foschi


Intervento sul Referendum per l'invio della Richiesta di Adesione all'Unione Europea  

intervento del Consigliere IVAN FOSCHI, il 22/10/2013

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