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Seduta del Consiglio Grande e Generale del 5 giugno 2014 INTERVENTO DI FRANCESCA MICHELOTTI SULL’ESITO DELLA CONSULTAZIONE REFERENDARIA DEL 25 MAGGIO 2014 Se il Segretario Mussoni avesse vinto, sì che avrebbe rivendicato come suoi, e solo suoi, i due provvedimenti abrogati. Invece ha perso e allora si nasconde dietro la maggioranza che, ovviamente, pur di non destabilizzare gli equilibri interni alla DC con effetti spiacevoli sulle correnti sotterranee che sorreggono il potere del governo, fa quadrato intorno al suo campione - sembra per difenderlo più dal fuoco amico che da quello nemico. Siamo ormai rassegnati alla fragilità di questo governo che deve farsi carico, oltre che delle correnti, anche delle brezzoline che spirano dentro la DC. Che la sconfitta fosse nell’aria Mussoni è stato il primo a capirlo. Infatti solo così si spiega l’imponente macchina da guerra messa in piedi per vincere il referendum, di cui lo stesso Mussoni e la maggioranza temevano a buona ragione il giudizio politico. Non c’è dubbio che la discesa in campo dei partiti di maggioranza con la costituzione dei comitati contrari, e poi tutta quella serie di imbarazzanti iniziative (dirigenti sanitari in campagna elettorale, la famosa trasmissione autogestita a spese dei contribuenti, e così via) per convincere le persone a votare contro l’abrogazione di due norme che facevano acqua dalla prima all’ultima riga, è stata la chiave di volta per trasformare il giudizio popolare su due questioni circoscritte in una sentenza politica di condanna dell’operato di questo governo. Pensate a come sarebbe stato diverso il giudizio dell’elettorato se la maggioranza avesse tenuto un atteggiamento neutrale e di sospensione rispetto all’espressione del voto popolare ai due quesiti referendari. Avete il potere e lo avrete per i prossimi tre anni e mezzo, cosa vi sarebbe costato farlo? I cittadini lo avrebbero letto come un doveroso passo indietro dei loro rappresentanti quando il popolo sovrano intende riappropriarsi del potere che – ricordiamo – origina da lui, e che il popolo sovrano – attraverso il referendum – intende esercitare in maniera diretta su scelte determinanti. Sappiamo che chi governa non ama essere controllato, ma il potere dei governi e delle maggioranze non è incondizionato e la misura della nostra democrazia e il successo del modello democratico sammarinese –con tutte le sue imperfezioni - passa attraverso questa partecipazione popolare, che non va solo rispettata, ma onorata: che significa non solo togliersi il cappello quando passa per strada, ma ascoltare la sua voce con attenzione e premura, e assumerla come rotta da seguire, come impegno da osservare scrupolosamente e fedelmente. Questo è il nocciolo duro della democrazia e questo significa essere autenticamente democratici.


Le derive lideristiche, e la pretesa di poter fare per cinque anni i padroni del vapore, con l’illusione di riappropriarsi del consenso –magari con la sua manipolazione da parte dei politici più spregiudicati - solo quando la legislatura si avvia alla fine, non solo offendono il principio democratico, ma smentiscono anche le pretese di efficienza, di efficacia e di tempestività che vengono invocate a giustificazione. In tempi così tumultuosi e aspri cinque anni di legislatura sono troppo lunghi per lasciare mano libera a qualunque governo. Specialmente in una fase storica nella quale non basta l’ordinaria amministrazione ma servono svolte radicali, cambi di rotta, riforme di sistema che cambiano la vita alle persone e il futuro ai nostri figli. Le proposte del programma di governo sono ad alto indice di deperibilità, ormai bastano mesi, settimane, per renderle superate. In questo ci viene in soccorso il referendum, affinché i decisori politici possano correggere il tiro e prendere le misure alle loro proposte che diventano realizzabili non solo perché il Consiglio ha votato sì, ma soprattutto grazie all’accoglienza che ricevono quando vengono calate nella vita dei cittadini. Perché allora tanta insofferenza verso lo strumento del referendum? Perché questa supponenza, questa presunzione di autosufficienza quando la nostra presenza qua dentro dipende solo ed esclusivamente dalla volontà dei nostri cittadini. Durante la campagna referendaria i toni si sono alzati perché non c’è la parità delle armi quando il potere costituito sfodera tutto il suo arsenale, i mezzi e il personale delle segreterie, degli uffici, i consulenti, fino ai dirigenti. Ma il picco più alto si è toccato con il messaggio terroristico inviato dalla maggioranza alla popolazione sugli effetti devastanti che avrebbe prodotto la vittoria dei SI: la diaspora dei migliori medici, la perdita dell’eccellenza del sistema sanitario, il ritorno alla selvaggia deregulation di prima. Ora, nel dopo referendum sentiamo ancora gli stessi lugubri vaticini di sventura, e l’insistenza sul tema sembra quasi un invito ai medici migliori ad andarsene, quasi per ritorsione contro i cittadini che hanno tolto la fiducia al governo. Un Consigliere di maggioranza riferisce che il risultato referendario è stato interpretato da un gruppo consistente di nostri medici come una sentenza di condanna verso tutta la nostra classe medica, ma questa interpretazione delle intenzioni dei cittadini carica l’esito referendario di volontà punitive che non erano nelle intenzioni di alcuno. I cittadini sono in grado di riconoscere il valore dei nostri medici e sono capaci di distinguere fra l’uno e l’altro, perché il loro valore lo verificano sulla propria pelle, tutti i giorni, negli ambulatori della medicina di base, nelle sale operatorie, nella medicina specialistica, nelle corsie dell’ospedale. Perciò non si devono addossare colpe ai cittadini. Sarà il governo a doversi assumersi le proprie responsabilità se dovesse aprirsi un fronte di inutile conflittualità sociale. Perché non dimentichiamo che l’origine di tutto sta in questa legge intempestiva, poco riflettuta e per nulla condivisa e confrontata con la popolazione. D’altra parte come si poteva pensare di convincere qualcuno con la legge sulla libera professione medica e sanitaria? Un testo infarcito di regole e di deroghe a quelle regole, di convenzioni sì ma anche no, di controlli impossibili da fare fuori territorio nell’intramuraria allargata, di una intollerabile confusione etica e organizzativa fra pubblico e privato.


Nonostante questo è stata invocata per giustificare il cambio di passo, e foriera di risultati miracolistici e risolutivi per la sostenibilità del sistema e per una sanità di qualità. Torniamo coi piedi per terra: la legge è stata intesa dalla popolazione come una sanatoria di comportamenti illegittimi da parte di qualche medico. Comportamenti da sempre condannati dall’opinione pubblica che ne era a conoscenza perché ampiamente sperimentati da centinaia di pazienti. I cittadini non hanno accettato la disuguaglianza di quel provvedimento che avrebbe permesso a una sola categoria di lavoratori di incrementare i propri redditi, già sicuri e cospicui, a fronte della sofferenza di migliaia di disoccupati, di imprenditori, commercianti e artigiani in crisi, di lavoratori in mobilità o costretti a salari ridotti. Queste avrebbero dovuto essere le priorità da affrontare con l’urgenza e l’efficienza di cui Mussoni ha dato prova portando avanti il provvedimento, gravato peraltro anche da un sospetto di clientelismo. Poi i cittadini non hanno creduto che la legalizzazione libera professione dei dipendenti ISS - e anche la sua presumibile, maggiore diffusione incentivata dalla legalizzazione potesse costituirsi come fattore di sviluppo e di qualità del sistema sanitario. Se la maggioranza avesse veramente voluto una riforma della nostra sanità prima di tutto avrebbe dovuto spiegare la sua visione in un Piano Sanitario condiviso con la popolazione nel quale illustrare valori, obiettivi, attese: quale ospedale, quale medicina di base, quali risposte alle nuove esigenze di assistenza, quali eccellenze da sviluppare ancora, quali nicchie per attrarre pazienti paganti da fuori, quali rami secchi e quali sprechi da eliminare. Poi avrebbe dovuto intraprendere le iniziative necessarie, più chiare e coerenti nelle loro intenzioni: una norma specifica per attrarre e ospitare chirurghi e specialisti di valore; un’altra mirata alla formazione permanente dei medici dell’ISS che rispecchi più fedelmente e analiticamente le necessità di casistica, aggiornamento, pratica, conoscenza di ciascuna disciplina o specializzazione sanitaria; un’altra ancora per promuovere un utilizzo più razionale, più intensivo, più redditizio delle strumentazioni diagnostiche e degli apparati tecnici a più alta obsolescenza in dotazione alle nostre strutture, e altro ancora. Per il decreto Fondiss la maggioranza ha mostrato la stessa insofferenza verso l’opinione pubblica. Il decreto Fondiss è partito male: ignorando colpevolmente come l’istituzione del secondo pilastro pensionistico fosse subordinata alla scelta dirimente della gestione pubblica nella quale evidentemente il Paese ancora confida come baluardo agli interessi privati e alle avventure speculative della finanza d’azzardo. La legge istitutiva di FONDISS aveva fatto quattro scelte: la consulenza gratuita di Banca Centrale sugli investimenti diretti, Banca Centrale come Banca Depositaria a garanzia della legittimità e della legalità delle indicazioni per l’utilizzo dei soldi, la raccolta dei contributi e l’erogazione delle prestazioni ai pensionati in capo all’ISS (che è capacissima di farlo e lo fa per il primo pilastro ormai da decenni), soggetti esclusivamente sammarinesi per la gestione indiretta del Fondo.


Tutto questo non piaceva e non bastava a chi voleva fare business con i fondi pensionistici, e il decreto ha voluto farsi portatore di quegli interessi solo per agevolare ancora una volta il sistema bancario a danno del fondo, della sua redditività a causa dei costi di gestione più alti, e della sua sicurezza indebolendo la filiera delle garanzie. La previsione di soggetti gestori esteri è stata giudicata dai nostri cittadini troppo azzardata per la sicurezza dei fondi pensionistici complementari. La questione Delta/Carisp è stata una cocente lezione per i sammarinesi ed è ancora ben presente nella loro consapevolezza. Non si è voluto ripetere l’esperienza di trasferire sotto la giurisdizione di stati esteri la gestione di somme ingentissime di denaro sammarinese, il denaro delle pensioni complementari e dunque la sicurezza del futuro di centinaia di cittadini, esponendole al rischio di perderne il controllo, soprattutto in caso di controversie o di crisi dei soggetti gestori. La maggioranza ha parlato di un elettorato travolto dalla paura, ma se la paura è ragionevole non è mera pulsione emotiva, ma piuttosto prudenza, ragionevolissima prudenza. Mi rivolgo ai colleghi delle forze al governo: non fate torto ai nostri cittadini delegittimando la loro voce e la loro protesta. Se c’è una quota di protesta non la potete squalificare a rango di capriccio o di paura insensata, come ha fatto intendere il Capogruppo del PDCS Mazza parlando di pubblici dipendenti che non hanno gradito i tagli, di disoccupati in cerca di lavoro, di commercianti delusi. Prendete atto delle difficoltà della nostra gente e fatevene carico: queste sono le vostre responsabilità e soprattutto del Segretario alla Sanità Mussoni che in un anno e mezzo di governo ha offerto al Paese una politica sanitaria incentrata su due provvedimenti clamorosamente bocciati dal corpo elettorale. Francamente contano poco le sue dimissioni a norma di legge, puntualmente respinte dal Congresso di Stato. Se veramente è così coraggioso e corretto come lo dipingono i suoi colleghi, le ripresenti e questa volta irrevocabilmente: non solo per rispetto al principio di democrazia, ma affinché il suo successore possa fare meglio di lui. Francesca Michelotti Sinistra Unita

2014 06 04 intervento francy su esito ref  
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