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Terra e gente

Terra e gente Appunti e storie di lago e di montagna

ISSN 2281-3357

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ComunitĂ Montana Valli del Verbano

In copertina: Vincenzo Ferrario (Luino, 1913 - Firenze, 2008), Veduta di lago, olio su legno, 1950 circa, collezione privata, Luino.


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Editore Comunità Montana Valli del Verbano Š 2013 Comunità Montana Valli del Verbano


Terra e gente Appunti e storie di lago e di montagna

2013

ComunitĂ Montana Valli del Verbano


Comitato di Redazione: Francesca Boldrini, Serena Contini, Federico Crimi, Elsa Damia, Ercole Ielmini, Stefania Peregalli, Gianni Pozzi, Emilio Rossi, Simona Zinanni. Coordinamento di Redazione: Serena Contini

La rivista è aperta al contributo di tutti. Il Comitato di Redazione si riserva l’accettazione dei medesimi. Gli autori si assumono la piena responsabilità dei loro scritti e del materiale fotografico inviato.


Luino, Piero Chiara e Vittorio Sereni, uomini di lettere che l’hanno vissuta e narrata. Ma anche Vincenzo Ferrario e Franco Rognoni. Questo volume di Terra e gente, che verrà presentato proprio a Luino, cittadina di confine nota, anche letterariamente, per la bellezza dei suo paesaggio lacustre. Il 1913 è il denominatore comune degli scritti raccolti in questa XXI edizione della rivista storico letteraria edita da Comunità Montana Valli del Verbano: scrittori, poeti, artisti, religiosi, medici nati o morti nel 1913. Una ricorrenza, quella dei cent’anni, che solletica riflessioni e confronti sui cambiamenti che sono sotto gli occhi di tutti. Ed è quasi banale osservare i profondi segni lasciati da questo secolo nella nostra società e cultura, nei paesi e paesaggi. La crisi che stiamo vivendo, una crisi che non è solo economica, impone delle considerazioni sul passato, sul presente e sul futuro. Abbiamo l’obbligo di guardare oltre. Anticipare gli eventi. Immaginare il territorio tra 10, 50 e magari anche 100 anni. Solo una prospettiva a lungo termine ci permette di fare scelte coraggiose e investimenti importanti di cui oggi abbiamo bisogno. Mettere il territorio al centro di un ambizioso progetto di sviluppo significa investire innanzitutto nelle persone che lo vivono. Cultura, conoscenza, innovazione sono le parole d’ordine per ridare competitività al tessuto sociale e umano di questo paese. Occorre sviluppare le potenzialità che esistono: tirare dei metaforici fili tra risorse e iniziative per creare una solida rete. Ecco che sviluppo e sostenibilità acquistano una dimensione più concreta che trae forza dalla storia che ci ha preceduto, dalla tradizione contadina che ci ha cullato, dai monti che ci sovrastano e dai paesaggi che ci circondano. Occorre ampliare gli orizzonti, andare oltre i confini dei singoli comuni, intrecciare relazioni tra enti e pensare in prospettiva ad un’area vasta.

Dott. Marco Magrini Presidente Comunità Montana Valli del Verbano


Inedito di Piero Chiara

Quando il motore era il vento

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hi mai, e con quali documenti sott’occhio, scriverà la storia della navigazione sul Lago Maggiore? La navigazione sui laghi, legata al piccolo traffico commerciale tra sponda e sponda, e alla pesca, non ha storia. Non ha dato luogo a esplorazioni e a scoperte geografiche, non ha favorito migrazioni di popoli, non ha avuto, se non raramente e in modesta misura, impieghi bellici. In quanto alle imbarcazioni si è valsa, in misura ridotta, delle stesse strutture marittime, a partire dalla piroga o dal tronco d’albero scavato, fino agli aliscafi. Eppure quanta gente ha vissuto navigando e pescando sui laghi, in confidenza e in lotta con l’acqua, benché sempre in vista di terra. Il Lago Maggiore, non c’è dubbio, fu navigato dapprima dai palafitticoli stanziati dove le sue rive s’impaludavano, nei luoghi dove sorsero poi Sesto Calende, Angera, Monvalle e forse alle spalle degli attuali borghi di Laveno e Luino, dove il lago s’insinuava per profondi seni, poi colmati dalle alluvioni e dai displuvi lungo il corso dei secoli. Dopo i palafitticoli, senza soluzione di continuità lo navigarono i pescatori fino al Medioevo. Solo all’epoca dei Comuni e sotto i Duchi di Milano, il lago vide sulle sue onde i trasporti di merce e di persone. Allo sbocco di ogni valle si erano formati dei borghi, ognuno col suo piccolo porto e con una sua popolazione, oltre che di pescatori, di agricoltori, di artigiani e di mercanti. Il lago diventò una via di comunicazione tra i borghi rivieraschi, che non erano congiunti dalle sponde costiere, costruite soltanto tra l’Ottocento e l’epoca nostra. Nascosti dietro i promontori o annidati dentro i golfi, Cannobio, Locarno, Maccagno, Luino, Laveno, Intra, Pallanza, Suna, Solcio, Arona, Angera e altri paesi avrebbero formato una sola grande città unita dal lago, se le contese tra i vari potentati del tempo non li avessero assegnati quali ai Visconti, quali ai Torriani, agli Svizzeri, ai Borromei, quali ad altri contadi e feudi, tra di loro separati e spesso in contesa. Ma lo scambio di merci e 7


Terra e gente

La prima pagina dell’autografo Archivio privato Roncoroni - Como, Fondo Chiara, Sezione Inediti

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Terra e gente le stesse necessità di guerra intensificarono la navigazione, al punto che sul lago si videro galeoni e triremi, come quelli che assediarono i Malpaga nei castelli di Cannero o quelli che al comando di Simone Muralto combatterono davanti a Germignaga. Dopo di allora e con lo stabilirsi sul lago della potenza borromea, garantita prima dai duchi di Milano poi dalla Spagna, la navigazione tornò più che pacifica. Per gli usi della pesca e per i trasporti, si imposero due tipi fissi di imbarcazione. Il burchiello detto burcél, barca da pesca in tavole di abete a fondo piatto, mossa con remi e più raramente con uno straccio di vela quadra issata a prua, alta circa quattro metri e larga un paio, spesso munita di un telone tondo sostenuto da bacchette ad arco. È la barca ancora in uso per la pesca, benché mossa ora da motori fuori bordo. L’imbarcazione adibita ai trasporti era invece un barcone a fondo piatto, che poteva essere considerato un ingrandimento della barca da pesca a remi. Lungo dai dieci ai dodici metri, era portato solo a prua e a poppa aveva un largo pozzo per le merci nel mezzo. Inalberava una grossa vela quadra, ma poteva essere mosso, benché lentamente, con lunghi remi. Aveva un grande timone a barra, costituito da un palo ad arco che nella parte immersa era munito di una pala. La prua era mozza, come la poppa, le fiancate verticali. Poteva portare il carico di un autotreno di oggi e veniva adibito al trasporto del granito di Baveno, del marmo di Candoglia, del pietrame e della calce, dei cereali, degli animali e delle merci più varie. Costituivano, fin dal Seicento, una vera flotta, con centinaia di unità. Il loro motore era il vento: la tramontana o maggiore che si alza al mattino in direzione nord-sud e soffia fin dopo il mezzogiorno, poi l’inverna, che si alza nel primissimo pomeriggio e cade soltanto al tramonto. In prossimità di terra, aiutavano anche i venticelli delle valli, e in caso di maltempo erano benvenuti perfino i soffi tempestosi che uscivano dal grembo dei temporali. Nessuna burrasca poteva mettere in difficoltà quelle grosse chiatte, che pur dirigendosi malamente con la loro vela quadra montata su un albero tozzo e robusto, potevano sempre, all’occorrenza, uscire in breve dal vento e mettersi al riparo d’un promontorio. Andavano sempre col vento in poppa o al traverso di poppa, correggendo lo scarrociamento col timone che immerso profondamente serviva da deriva. Sono i barconi che si vedono nelle incisioni ottocentesche dei Lose e del Wetzel, con la bianca vela inalberata, simili a grandi gabbiani nell’azzurro.

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Terra e gente NOTA AL TESTO L’autografo del testo, conservato nel Fondo Chiara dell’Archivio privato Roncoroni di Como, è costituito da quattro pagine strappate da un quaderno scolastico a righe di 14,5x21,7cm: le pagine sono scritte su entrambe le facciate, la quarta solo per tre righe. La stesura del testo risulta fatta senza soluzione di continuità e, in base al ductus e al colore blu della biro usata, è databile all’inizio degli anni Ottanta. Gli interventi correttivi risalgono a quattro momenti diversi: una prima serie, più numerosa, è coeva alla stesura; un intervento isolato (l’inserimento dell’avverbio ”mai” nella prima riga, a dare forza all’interrogativa d’apertura) è pressoché contemporaneo a quelli di questo gruppo, anche se vergato con una biro blu di colore più intenso perché a punta meno sottile; una terza serie, scritta con una biro nera, e una quarta, scritta a matita, sono riconducili agli ultimi mesi di vita dell’autore, e ciò autorizza a essere meno generici nell’indicazione della stesura originaria e a pensare che risalga al 1985 o addirittura al 1986. Il testo è anepigrafo: il titolo Quando il motore era il vento è nostro. L’interruzione dell’esposizione al Seicento, e alle prime tre righe di una pagina, induce a credere che l’argomento avrebbe dovuto essere ulteriormente sviluppato. Federico Roncoroni

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Gianmarco Gaspari

Sereni, poeta «lombardo»? «Dovrò cambiare geografie e topografie.» Addio Lugano bella

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ul «Corriere della Sera» del 24 ottobre 1965, recensendone quello che avvertiva subito essere il suo «maggior libro», Gli strumenti umani, Eugenio Montale muoveva da un cenno anagrafico su Sereni, «nato a Luino», per ricordare come «per lui e per pochi altri» fosse stata «immaginata una “linea lombarda” o laghista che risalirebbe fino al Parini e che oggi sembra scomparsa o interrotta»(1). Tornerà certo alla mente questa punta polemica, smorzata ma circoscritta e dunque - come Montale stesso la voleva - perfettamente intelligibile, al lettore che apra, di Sereni, il Carteggio con Luciano Anceschi pubblicato nell’anno centenario per le cure di Beatrice Carletti, e che vi incontri, sotto la data dell’aprile 1952, uno dei documenti più impressionanti del Sereni epistolografo. È la lunga lettera - la più lunga del nutrito carteggio - in cui Sereni prende le distanze, con garbo dialettico ma senza mezzi termini, dall’antologia Linea lombarda, che Luciano Anceschi aveva curato, primo titolo della «collana di letteratura» oggetto e simbolo, per l’editrice Magenta di Varese, apparsa a stampa il mese precedente: Caro Luciano, scrivo direttamente a macchina in odio alla mia grafia, sempre più sconvolta e di problematica lettura. Di questo mi ringrazierai; in quanto al resto chissà, se sarà la lettera che t’aspettavi. [...] Sbarazziamoci prima di alcune premesse, diciamo così, più bassamente psicologiche. Mi rifaccio al momento in cui uno degli antologizzati futuri mi parlò, come di cosa ormai risaputa, di un’antologia di poeti lombardi che tu avresti fatto e nella quale anch’io avrei dovuto essere rappresentato. Lo aveva saputo da un altro dei futuri antologizzati, che tosto mi confermò la cosa. Io rimasi perplesso non - è bene dirlo una volta per tutte - di fronte alla compagnia, ma di fronte all’idea, allo spunto [...](2).

(1) E. MONTALE, Strumenti umani, in «Corriere della Sera», 24 ottobre 1965, poi nel vol. Sulla poesia, a cura di G. ZAMPA, Milano, Mondadori, 1976, pp. 328-33; la cit. da p. 330. (2) Sereni - Carteggio con Luciano Anceschi. 1935-1983, a cura di B. CARLETTI, prefazione di N. LORENZINI, Milano, Feltrinelli, 2013, pp. 169-85; la cit. dalla p. 169; qui e in séguito, tutti i corsivi sono di Sereni.

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Terra e gente La «compagnia» era, a ben vedere, di tutto rispetto: con Sereni, Linea lombarda proponeva testi di Roberto Rebora, Giorgio Orelli, Nelo Risi, Renzo Modesti e Luciano Erba. Sulla qualità dei rapporti intrattenuti con loro è Sereni stesso a ragguagliarci, nel séguito della lettera, dopo aver chiarito che avvertiva «come una debolezza» del suo corrispondente quell’occuparsi «dei movimenti minimi della poesia»: Ho detto movimenti minimi e mi spiego. Se mi prendo nei momenti di considerazione più equilibrata di me stesso, io non mi sento né massimo né minimo. In questo senso sto a vedere dove andrò a finire e per quali strade. Che cosa, per esempio, mi porterà il periodo in cui molti fuochi arderanno in modo più calmo e continuo e altri, i più pericolosi e forse, ormai, solo brucianti e non più illuminanti, si saranno spenti del tutto. Sento di poter puntare molto ancora sulla memoria, sullo sguardo ormai quieto che si può girare attorno quando si è toccato un qualsiasi punto della costa, di stabile terraferma. I quarant’anni alle viste... Ma non mi sento “movimento”, né mi sembra costituire movimento o filone, piccolo o grosso che sia, quel gruppo di nomi che formano una “linea lombarda”. È vero, tu l’hai detto, “nessuna scuola”... e non parli nemmeno di gruppo: semmai si tratta di un’amicizia nata ecc. - Con qualche dubbio sull’amicizia in un senso così collettivo ed aperto (con quali, se non forse con Rebora in tempi ormai lontani, con quali degli antologizzati ho mai avuto il bene di fare un discorso che non fosse di piccola cronaca letteraria o di osservazioni marginali sull’ultimo libro uscito?) sento che il discorso mi riporta al “modo occasionale” che ha offerto il “proposito” della raccolta. Ricordo i dubbi sul titolo. “Sei poeti” non ci piaceva per varie ragioni; ma certo era meno criticamente pericoloso (parentesi indispensabile: queste cose non potevo dirle prima? ma a parte il fatto della mia appartenenza, almeno in senso mentale, alla categooria degli individui a “scoppio ritardato” è la natura stessa del tuo lavoro che induce a una valutazione a distanza [...]). “Sei poeti”, come si dice “Sei pittori”, magari diversissimi, e se ne fa una mostra. Qui c’è la “comune disposizione lombarda”, “il particolare sentimento del rapporto tra poesia e realtà”, e - tu hai precisato ulteriormente - la “poetica dell’oggetto”(3).

Circa quest’ultimo punto, la “poetica dell’oggetto”, il titolo stesso della collana dice a sufficienza dell’autorizzazione che deriva al richiamo di Sereni, richiamo che anche riprende citazioni pressoché puntuali dalla Prefazione di Anceschi(4). Il percorso che da qui può arretrare all’Eliot di Tradizione e talento individuale, dove venivano per la prima volta incisivamente affermati il «sentimento impersonale» dell’arte e la stessa “poetica dell’oggettualità” che residua nelle righe di Anceschi, riserverebbe, certo, qualche tangenza interessante: si potrebbero per esempio ricordare le pagine dedicate all’oggettivismo eliotiano in Esistenza ed immagine da Enzo Paci, nel 1947 (e che fornirono qualche spunto interpretativo anche al maggior traduttore italiano del poeta di

(3) IVI, pp. 177-78. (4) L. ANCESCHI, Prefazione a Linea lombarda, Varese, Editrice Magenta, 1952, pp. 6-8.

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Terra e gente

Vittorio Sereni con (da sinistra) Treccani, Ferrata, De Grada, Anceschi, De Micheli alla Fondazione "Corrente", febbraio 1978

The Waste Land, Roberto Sanesi),(5) pagine che all’inizio degli anni Cinquanta andavano sicuramente a saldarsi alla risonanza che ebbe la conferenza tenuta da Eliot sul «significato» della poesia di Dante all’Istituto italiano di cultura di Londra. Più ancora nel dettaglio, e scegliendo a campione uno dei testi meno frequentati del poeta Sereni, che ci proietta a una data ancora più recente ma serba vistose tracce di queste frequentazioni: tra gli scartafacci di Stella variabile, l’abbozzo di uno dei testi più brevi della raccolta, Crescita, che nell’edizione in volume si ridurrà a soli tre versi È cresciuta in silenzio come l’erba come la luce avanti il mezzodì la figlia che non piange.

(5) Cfr. T. S. ELIOT, Opere 1904-1939, a cura di R. SANESI, Milano, Bompiani, 1992: Introduzione, p. XI. Per le letture eliotiane di Sereni, si veda anche la lettera a Parronchi del febbraio 1946: Un tacito mistero. Il carteggio Vittorio Sereni - Alessandro Parronchi, a cura di B. COLLI e G. RABONI, Milano, Feltrinelli, 2004, pp. 73-74.

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Terra e gente si protraeva invece per oltre settanta, «mezzo prosa e mezzo poesia», come li definì il poeta in un’intervista,(6) che sarà opportuno riportare almeno per la prima metà: Così te ne vai proprio. Sei cresciuta in silenzio come l’erba come la luce avanti il mezzodì. Mi vedo. Cammino in una Milano vuota di capodanno pensando che l’inventore del farmaco provvidenziale - se già non era morto poteva ora morire visto che aveva avuto tempo d’inventarlo e dunque di salvarti. Questo pensiero era una copertura di un altro: che oggettivamente tu potevi essere o non essere una fiammella che si accende o si spegne e non ne trasale l’universo intero. Infatti eri fragile e minacciata. Di quel giorno passò, ma dopo molto, tra le mie carte il tuo respiro aspro in lotta per sopravvivere. Scrissi: ... un infante malato che lotta, il respiro in affanno, contro il male, troppo più forte di lui. Nemmeno se leggessi potresti riconoscerti, non puoi ricordare, non sai. Eri fragile e minacciata ora sei sobria, linda e schiva. Siamo stati insieme sotto la cappa atomica con la differenza che hai potuto guardarla sapendo cosa era e rifiutarla e invece io l’ho solo pensata e subita come un’astratta metafora di un tempo mio di un mio e solo mio destino definitivamente volto al peggio fatto di piovaschi e sussulti, vaghi allarmi. [...]

(6) Ad Anna Del Bo Boffino: Il terzo occhio del poeta, «Amica», 28 settembre 1982, p. 154 (e cfr. V. SERENI, Poesie, edizione critica a cura di D. ISELLA, Milano, Mondadori, 1995, pp. 702-3; qui (pp. 699-701) l’abbozzo del testo in esame.

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Terra e gente

Inverno a Luino, abbozzo autografo

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Terra e gente La testimonianza di Sereni, nell’intervista, circoscrive un tema per lui piuttosto singolare, quello degli affetti familiari e in ispecie della paternità, tema che dichiara appunto «avvertito in concreto» non tanto dopo la nascita quanto dopo la crescita delle figlie, «e soprattutto nel sentirle cresciute». E di fatto, il tessuto della poesia si giustifica su basi estremamente intime, privatissime: Ti dirò com’è nata quella poesia. Quando una delle mie figlie s’è sposata. [...] Non c’è stata festa o cerimonia, non ci hanno voluto alle nozze. Credo che siano andati a cena con gli amici. E mi ricordo il giorno in cui questo è avvenuto: dopo essere stato a una partita, erano le cinque e mezzo del pomeriggio, d’autunno, era già buio, qui davanti c’è una specie di piccola centrale elettrica, che manda strane luci, che cambiano tono a seconda delle ore, sono rimasto al buio, per un’ora, a guardare quelle luci, pensando alla figlia, e accorgendomi, capendo che in quel momento una parte di me si staccava da me. Ho buttato giù, il giorno dopo, nervosamente, qualche riga: così, mezzo prosa, mezzo poesia... e da lì ho tirato fuori soltanto quei pochi versi.

Non sarà una forzatura, còlta in sostanza la parte seminale dello scartafaccio nei soli primi tre versi, riconoscere nella massiccia sottrazione l’esercizio, sicuramente ricorrente, della discrezione, ma sotto la specie evidente - appunto - dell’”oggettivismo” eliotiano, per il quale riesce possibile esporre, e proprio da Tradizione e talento individuale, un paio di affermazioni che meglio non potrebbero esprimere le ragioni della rimozione: Non è per i suoi sentimenti personali, per i sentimenti scaturiti da particolari eventi della sua vita, che il poeta può risultare interessante o degno d’attenzione. I suoi particolari sentimenti possono anche essere semplici, rudimentali, banali [...]. Nello scrivere poesia, c’è molto di cosciente e premeditato. Anzi, il cattivo poeta è di solito incosciente laddove dovrebbe essere cosciente, e cosciente dove dovrebbe essere incosciente. Tutt’e due gli errori tendono a farlo “personale”. La poesia non è un libero sfogo di sentimenti, ma un’evasione da essi; non è espressione della personalità, ma un’evasione dalla personalità(7).

Accostamenti che si possono ulteriormente puntualizzare, proseguendo sulla linea delle allusività cifrate che sono state sempre care a Sereni, rilevando come il terzo verso del testo definitivo, che in sostanza “sostituisce” i settantacinque espunti, è instaurato ex novo nella redazione finale (mancando anche nel secondo abbozzo autografo), ed è in sostanza risolutivo anche nel mutamento “impersonale” del passaggio dal tu alla terza persona, questa volta però ben definita: La figlia che piange è il titolo (si badi: in italiano) di una delle poesie della raccolta di Eliot Prufrock and other observations; il

(7) T. S. ELIOT, Tradizione e talento individuale, in Opere 1904-1939 cit., p. 401.

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Terra e gente

Prima edizione di Frontiera, Edizioni Corrente, Milano 1941

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Terra e gente testo, che ha tangenze non secondarie con la prima parte di The Waste Land, The Burial of the Dead, venne per la prima volta tradotto in italiano da Montale (in «Circoli», III, novembre-dicembre 1933), e ripreso poi con la stessa traduzione, nel ‘45, nella raccolta di Luciano Anceschi e Domenico Porzio Poeti antichi e moderni tradotti da lirici nuovi, l’anno dopo nell’Antologia di scrittori stranieri di Carlo Bo, Tommaso Landolfi e Leone Traverso, quindi nel ‘48 riprodotto da Montale nel suo Quaderno di traduzioni(8). Ma, rispetto a queste (credo) pur autorizzate diversioni, ci può ricondurre a un percorso più definito, al quale ora ci riavviciniamo, proprio la prima fase dell’eccezionale rimozione di Crescita, dal quarto verso Mi vedo. Cammino in una Milano vuota di capodanno...

già nella seconda redazione sottratta a ogni riferimento topografico, evidente principio motore della rimozione successiva e del successivo perfezionamento esercitato con il passaggio alla terza persona. Sottrazione, ci permettiamo di credere, significativa, nella prospettiva. alla quale finalmente torniamo. Riaffacciandosi, a più di quarant’anni di distanza dalla lettera dalla quale siamo partiti, sul distacco di Sereni dalle ragioni e dalle scelte della sua antologia, il destinatario si trovava ad annotare nel proprio diario come non gli riuscisse «ancora chiara del tutto la motivazione» di quel rifiuto, per cui, chiosava, «il problema resta aperto»(9). Assumiamo questa considerazione come il motore più plausibile di un tentativo di riepilogo, che non ha certo l’ambizione di chiarire - va precisato - se l’operazione di Anceschi avesse un senso. Ciò che davvero importa è la ferma obiezione di Sereni a quell’opzione, espressa in un sorta di serrato playdoyer, che annulla ogni possibile margine di dubbio o ipotesi di fraintendimento: In ogni modo la disposizione tu l’hai identificata, ne hai detto chiaramente una qualità pur senza individuarne l’essenza. “Lombardo” è rimasto un termine di comodo e di convenzione. (E qui l’equivoco si ripropone nella sua forma più volgare; o diciamo piuttosto che può riproporsi, dato lo spunto iniziale confrontato al titolo: il sospetto che la materia lombarda, la geografia lombarda, un certo contenuto affettivo insomma ti abbiano suggestionato al punto da spingerti a cercargli delle ragioni critiche. D’accordo, tu non hai voluto fare questo, ma le cose sono andate in modo che questo dubbio può, dico

(8) I dati in SERENI, Poesie, p. 702. (9) I diari di Luciano Anceschi/2. 1993-1995, a cura di T. LISA, in «Il Verri», 32, novembre 2006, p. 8. E cfr. la nota della curatrice nel Carteggio con Luciano Anceschi cit., p. 183.

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Terra e gente può, aleggiare ancora sull’opera). Vediamo qual è questa qualità. Si tratta del particolare rapporto tra poesia e realtà. E qui mi pare non ci sia dubbio: il moto di poesia colto nei sei poeti è quello che tu hai descritto, è la parte davvero concreta del saggio [...] e si può dire che vale per tutti quanti i prescelti (salvo sfumature). Ma qui ci risiamo. Questo particolare rapporto è proprio esclusivo, inconfondibile tanto da rendere reale una “linea lombarda”, una disposizione lombarda della lirica nuova? O questo particolare rapporto, o “sentimento del rapporto” tra poesia e realtà non è per caso un fatto molto più vasto nel quale s’iscrive, del quale partecipano, ognuno nei propri modi, i sei antologizzati? Forse c’è stata un po’ di fretta nel parlare di una “poetica degli oggetti” (e sappiamo, per esperienza fatta, che cosa succede, certe volte, a parlare di poetica [...])(10).

L’impressione è che Sereni stia dibattendo di un tema che gli sta a cuore come pochi altri, che ha a che fare con la sua problematica identità. Gli era noto certamente quel che Anceschi ribadirà nelle più recenti pagine di diario, che cioè «Il titolo di Linea lombarda è una contaminazione tra Linea K di Erba e Canzone lombarda di Sereni»(11). Ma, come la lettera di Sereni si fa carico di ribadire poco più avanti, si tratta di distinguo non sostanziali, che lasciano fuori una più profonda necessità, quella che Sereni avverte come indispensabile perché il proprio io si faccia tale, anche attraverso la riduzione delle similarità con gli altri, gli siano o non gli siano prossimi - l'«oggettualità», Sereni l'aveva capito da tempo, per sua natura non è condivisibile -; perché non si confonda la sostanza con l’accidente, là dove l’io ha ragioni essenziali per darsi per unico e non omologabile a ragioni di cronologia o di geografia (si trattasse pure di una “geografia morale”). Lo sa bene chi ricorda la nota posta da Sereni in calce alla prima edizione de Gli strumenti umani, o chi ne abbia presente il più esteso abbozzo emerso dall’Archivio di Luino e reso noto da poco da Giulia Raboni, dove il tema dell’esperienza individuale, della singolarità dell’io, si fa traccia implicita di una ben delimitata ma proprio per questo non eludibile poetica («...cerco di circoscrivere e identificare il terreno mio proprio e le condizioni alle quali mi è possibile scrivere e diventa concreto lo scrivere. In altri termini, i miei moventi sono sempre strettamente autobiografici, circoscritti a quanto è realmente, di fatto, sensibilmente passato nella mia esistenza»), dove persino la ragione stessa della scrittura si costruisce sull’opposizione fra sé e il mondo («Il restare impressionati è di tutti gli uomini, mentre la selezione è tipica se non esclusiva di chi nutre l’illusione dello scrivere»)(12). E dunque, in altri termini:

(10) Sereni - Carteggio con Luciano Anceschi cit., p. 179. (11) I diari di Luciano Anceschi/2 cit., p. 93. (12) V. SERENI, Poesie e prose, a cura di G. RABONI, Milano, Mondadori, 2013, pp. 28-29.

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Terra e gente In altri termini: lo spunto occasionale, per esplicita ammissione, ha finito col fruttificare in una “linea lombarda”. Il dubbio che a me rimane è questo: non valeva la pena, visto che ci si era avviati, distendere un discorso molto più generale sul sentimento del rapporto tra poesia e realtà nella poesia italiana contemporanea di cui sarebbe, più o meno evidente, più o meno felice, nient’altro che un episodio il caso dei sei poeti presentati? Di tenere cioè nettamente distinte la parte occasionale e la parte “necessaria”? Questo, se ben ricordi, era un consiglio sul quale ho insistito fin dal primo momento. Adesso, a cose fatte come sempre succede, mi si è ulteriormente chiarito(13).

Un tema che, nelle riprese e nei ritorni propri di una scrittura epistolare che si configura - insisto - come un caso eccezionale, entro un corpus di pur ragguardevoli dimensioni e impegno, definisce anche un proprio principio di oggettività. E appunto su tale base torna e si conferma come fondamentale la differenziazione cui l’antologista aveva derogato: Parlare di aria comune non ammette, ritengo, altra prova d’appello che quella appunto del linguaggio. Qui vale l’immagine, per quanto mi riguarda, della persona che si specchia. Non so giudicare di fronte a “Linea lombarda” quanta affinità esista, su questo unico terreno del linguaggio, tra me e gli altri prescelti(14).

E, poco oltre, mettendo nuovamente a fuoco quell’immagine collettiva che non gli riesce di accettare (ciò che precisamente ci dice della responsabilità della scelta, come se da un primo stadio di rifiuto, con la riserva opposta alla «compagnia», si venisse ora al rifiuto delle singole individualità): Ma perché proprio questi sei poeti? Questo mi pare il dubbio che rimane anche dopo le precisazioni che nel corso del tuo saggio tu hai creduto di fare qua e là. Insieme credo che un certo calore [non sarà da leggere «colore»?] ambientale (beato te che lo senti, se lo senti) ti abbia un poco forzato la mano, ti abbia fatto precipitare un discorso che in quel momento non era ancora compiutamente maturato: che insomma tu abbia scambiato gli oggetti possibili di quel discorso con gli oggetti che avevi materialmente sotto mano(15).

Nel dettaglio, le distinzioni, come si è già visto, ci hanno consegnato una menzione positiva del rapporto di Sereni con Roberto Rebora, sia pure «in tempi lontani». Per Luciano Erba i dati sono più prossimi: va infatti ricordato che Linea K, uscito da Guanda nel 1951, era stato recensito da Sereni su «Milano-sera» nel giugno dello stesso anno. Una frase della recensione,

(13) Sereni - Carteggio con Luciano Anceschi cit., p. 180. (14) IVI, pp. 180-81. (15) IVI, p. 182. Mio il corsivo tra quadre, che allude anche a una curatela del volume che forse meritava maggior attenzione (si vedano ad es., nell’Indice dei nomi, i riferimenti a Carlo Porta, confuso con Antonio, che pure vi viene registrato).

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Terra e gente

Linea lombarda, a cura di Luciano Anceschi, Editrice Magenta, Varese 1952

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Terra e gente anche questa un sottile distinguo («Sarebbe facile, ad apertura di pagina, sbarazzarsene come d’un “ermetico” della quarta o della quinta generazione»)(16), è cifratamente raccolta nel titolo che terrà dietro a Linea lombarda nella collana varesina di Anceschi, Quarta generazione (1954), a cura di Piero Chiara e dello stesso Luciano Erba. Osserviamo subito che qui l’esclusione di Sereni è ampiamente prevedibile, anche se a motivarla in termini oggettivi è il fatto che non vi siano rappresentati autori nati prima del 1914 (in termini soggettivi, e tenendoci stretti alle premesse fin qui esibite, basterebbe richiamare una frase della Prefazione: «Privata, e di tutti, è la storia dei poeti che si leggeranno in queste pagine»)(17). Più esplicito e diretto, nella lettera, il richiamo a Giorgio Orelli e a «non so quale suscettibilità urtata» da parte sua(18), che con ogni probabilità si lega a un accidente autobiografico questa volta enfatizzato nella prima parte della lettera, quella che diremmo meno “teorica”, in riferimento a un «infortunio luganese», e cioè al premio «Libera Stampa» del 1946, al quale Sereni aveva partecipato con Diario d’Algeria ottenendo il secondo posto. Da tale occasione data il sospetto, che possiamo oggi dire ampiamente giustificato, di una ostilità di Gianfranco Contini (il giurato più influente, con Giansiro Ferrata) nei suoi confronti, ostilità che nella lettera viene documentata come «dovuta appunto al vessillo lombardo e alle lombarde trombe che in mio onore, ma anche come pretesto d’una propria troppo disinvolta inventività pseudocritica, altri aveva sventolato e intonato»(19). La giustificazione di cui si diceva si chiarirà nel 1968, quando nella Letteratura dell’Italia unita Sereni comparirà, ultimo nella sezione degli “ermetici”, con un unico testo, e con il marchio ancora ben visibile della catalogazione operata da Anceschi, come lo esibiva la breve presentazione di Contini: «La “linea lombarda” di Sereni (la definizione è stata trovata soprattutto per lui) lo distingue nettamente dall’ermetismo vigente negli anni del suo primo apparire per un’inclinazione elegiaca (non immemore di Quasimodo) e per una

(16) Il testo della recensione in V. SERENI, Poesie e prose cit., pp.1061-64. (17) P. CHIARA - L. ERBA, Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), Varese, Editrice Magenta, 1954, p. 11. (18) Sereni - Carteggio con Luciano Anceschi cit., p. 174. (19) IVI, p. 172.

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Terra e gente

Prima edizione de Gli strumenti umani, Enaudi, Torino 1965

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Terra e gente

Quarta generazione, a cura di Piero Chiara e Luciano Erba, Editrice Magenta, Varese 1954

tormentata interrogazione morale»(20). Certo non era fuori luogo la domanda che la lettera del ‘52 - in un periodo, sarà bene sottolineare, in cui Sereni stava definendo scelte fondamentali per la propria carriera, lasciando l’insegnamento per l’industria, con mansioni di particolare impegno che non potevano non confrontarsi anche al clima politico particolarmente esacerbato di quei mesi rivolgeva direttamente ad Anceschi, e da cui certo non sperava risposta: Ma torniamo indietro d’un passo. “Disposizione lombarda”. È di ieri o di oggi o di sempre questa disposizione? Se è di ieri o di sempre non valeva la pena di precisarla ulteriormente? Di vedere cioè se la disposizione poteva in qualche modo rientrare in una nozione? Ci sono stati persino degli stranieri che hanno cercato di definire un’aria lombarda, che ci hanno aiutati a definirla. C’era dunque una situazione, anche, preesistente a questi sei di ora? La scapigliatura, Clemente Rebora, Linati(21)?

(20) G. CONTINI, Letteratura dell’Italia unita 1861-1968, Firenze, Sansoni, 19713, p. 927. Toni analoghi una decina d’anni più tardi in un’intervista su «Il Dovere», 17 novembre 1979: «Probabilmente quando si parla di Lombardia si pensa un po’ alla “linea lombarda”, inventata da Anceschi, e si pensa che possa trattarsi di uno scrittore che faccia gruppo con Vittorio Sereni o con Luciano Erba»; e, più oltre, si rileva ancora la presenza in questi autori di «un fondamento elegiaco svolto intorno a una realtà locale» (cito il testo da Pagine ticinesi di Gianfranco Contini, a cura di R. BROGGINI, Lugano, Salvioni, 19862, p. 193). (21) Sereni - Carteggio con Luciano Anceschi cit., p. 178.

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Terra e gente Se ancora ci teniamo prossimi, come si è scelto di fare, alla semplice certificazione dei fatti, non è dato sapere se riferimenti come questi si indirizzino anche alle pagine che Contini aveva dedicato alla scapigliatura piemontese (su «Letteratura» del luglio-ottobre 1947) e a Faldella (sulla «Rassegna d’Italia» dell’aprile dello stesso anno)(22), per non dire dei suoi intermittenti studi su Gadda, autorizzato a funzione centripeta nella «filiazione» da Dossi e Lucini, anche se, come è noto, con qualche perplessità dello stesso interessato, cui diamo indirettamente voce (a parlare è il cugino, Piero Gadda Conti, provocato da Carlo Emilio dopo l’uscita di una Antologia di scrittori lombardi contemporanei in cui s’era trovato a fianco Linati, Buzzati, Soavi «ed altri scrittori lombardo-veneti») per una riflessione in questo contesto particolarmente sintomatica: Ma, a questo punto, mi chiedo che cosa voglia dire essere lombardo. Linati (nato a Como) viene generalmente ricollegato a Gian Pietro Lucini (nato a Milano) e a Carlo Dossi (nato in provincia di Pavia e morto presso Como); la mia discendenza iniziale dal Linati «maestro ed amico» (come dissi dedicandogli «Incomparabile Italia») mi pare pacifica: e io, come Carlo Emilio, sono nato a Milano. Ma non credo che essere «scrittori lombardi» possa restare un dato puramente topografico: dovrebbe essere un dato spirituale e stilistico. Carlo Emilio e io, come vicende di vita e come carattere, siamo agli antipodi: ed anche Linati non somigliava per nulla a Carlo, quanto a temperamento. Lascio, quindi, ai critici di spiegarmi cosa si intende dire quando si parla del «lombardismo» di uno scrittore dei nostri tempi e quali sarebbero le comuni carattestiche che ci apparentano(23).

Impossibile invece - e questo è sicuro - che Sereni potesse conoscere l’atteggiamento analogo che sulla questione aveva assunto, oltre trent’anni prima, proprio uno degli autori che nella lettera di Sereni è menzionato come tra quelli meglio vocati a dar forma a quell’«aria lombarda» - si noti, come si preciserà più avanti, quanto poco Sereni ami servirsi del termine «linea» - , cioè Carlo Linati, scomparso nel 1949 (e lui stesso sicuramente, come aveva visto Sergio Solmi introducendo nel giugno del ‘51 la ristampa di Nuvole e paesi per le Edizioni della Meridiana, oggetto di più di un fraintendimento nelle pur misurate commemorazioni che all’«amabile scrittore lombardo» avevano ac-

(22) Mi riferisco all’Introduzione ai narratori della Scapigliatura piemontese e al Pretesto novecentesco sull’ottocentista Giovanni Faldella, poi in G. CONTINI, Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1970, pp. 533-66 e 567-86. (23) P. GADDA CONTI, Le confessioni di Carlo Emilio Gadda, Milano, Pan, 1974, p. 144. E si ricordi che almeno sino al periodo della sua attività radiofonica, e cioè la fine degli anni Quaranta, Carlo Emilio conosceva «poco gli scapigliati e meno degli altri il Dossi», giusta l’autorevole testimonianza di Giulio Cattaneo (per questi dati cfr. G. GASPARI, L’opera di Gadda e la cultura lombarda del Sette e Ottocento, «Strumenti critici». n.s., IX, 1994, pp. 195-221).

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Terra e gente collato troppe responsabilità)(24). Bene, Linati, che nei primissimi anni Venti era stato associato da Enzo Ferrieri all’avventura del «Convegno», quando la linea editoriale della rivista si stava volgendo troppo decisamente alla sottolineatura della componente geografica - ne era pretesto il recente coinvolgimento di Cesare Angelini -, aveva avuto per la richiesta dell’amico parole di inabituale determinazione: Vuoi formare il gruppo lombardo [...]. L’idea, come sai, ha quasi il tabarro del diavolo. Ma via, formiamo pure il famoso gruppo lombardo. Che ingredienti ci metti in questo piattoforte della letteratura italiana? Vediamo. Bernasconi dipinge e scrive poco e di rado; Angelini è un pigrone, brav’omo, pieno di buoni propositi, ma stiticissimo; Rebora, invisibile e anche lui scrittore per l’occasione. Poi ci son io che, a dirti il vero, son bell’e stufo di fare il lombardo, tanto questa nomea me la sento ormai addosso come la camicia di Nesso. [...] Se volete, io vi cedo per poco la mia eredità di lombardo, «Da cedersi, a buon prezzo, un valore lombardo fuori d’uso, causa mutamento d’alloggio etc...». Bando agli scherzi. Io non credo più ai gruppi, alle regioni, etc. Ci ho creduto un tempo, ora non più.(25)

Ma, quanto a Sereni, è davvero necessario tentare di trovargli dei “compagni di strada”, per giustificare il fatto che recalcitrasse di fronte a una classificazione che, chiaramente, gli riusciva troppo stretta - e non per ragioni di congruenza o meno, ma proprio in quanto classificazione? O sarebbe più produttivo aggiungere qualche altro referto che porti in altra direzione, come - ed era quanto il clima dell’epoca poteva ben arrivare a giustificare - come per esempio l’«impronta etnica lombarda», nientemeno, che nei primi anni Trenta uno studioso di buona scuola scuola attribuiva all’impegno «morale» dei Verri e di Beccaria?(26) Ad analoghe diversioni, credo, potrebbe

(24) Si veda almeno quanto osserva al proposto A. STELLA, Perché non resti solo, nel vol. Carlo Linati a 50 anni dalla morte, Atti del Convegno, Como, Marelli, 2001, pp. 11-12. (25) Linati a Ferrieri, 20 settembre 1920: «Son bell’e stufo di fare il lombardo». Tre lettere di Carlo Linati a Enzo Ferrieri, a cura di N. TROTTA, «Strumenti critici». XV, 1991, p. 406. Poteva però essere noto a Sereni il passo di Sulle orme di Renzo, dell’anno precedente, da cui forse Linati aveva fatto germinare quella riflessione, con la constatazione di come «sia sorte riserbata a noi lombardi vivere fraintesi in quest’Italia che non amiamo», mentre per converso «l’Italia, quest’eterna baccante, non ci ama» (ed. 1919, p. 45: cfr. ancora GASPARI, L’opera di Gadda e la cultura Lombarda del Sette e Ottocento cit., pp. 205-6): una personificazione così segnata, quest’ultima, che non mi pare eccessivo accostare all’esclamazione che i versi sereniani di Saba (che è poi, come si diceva, l’unica lirica antologizzata da Contini nella Letteratura dell’Italia unita) attribuiscono al poeta triestino, in occasione delle elezioni politiche del 18 aprile 1948: «“Porca - vociferando - porca”. Lo guardava | stupefatta la gente. | Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna | che ignara o no a morte ci ha ferito». (26) A. MAURI, La cattedra di Cesare Beccaria, «Archivio storico italiano», serie VII, XX, 1933, pp. 199 sgg.

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Terra e gente

Vittorio Sereni a Milano, 1940

indirizzarci quella cautela di Sereni nel servirsi, come si è già detto, del termine «linea», che ancora nell’aprile del ‘52 poteva associarsi («prima linea», «linea di fuoco» e «di confine», «linea gotica») alle esperienze ancora brucianti della guerra. Qualcosa potrebbe pure prodursi, con forse maggior frutto, a commento del «particolare rapporto tra poesia e realtà» che Sereni mostrava di voler salvare tra le proposte di lettura di Anceschi («mi pare non ci sia dubbio: il moto di poesia colto nei sei poeti è quello che tu hai descritto, è la parte davvero concreta del saggio»). Una «disposizione» contrassegnata da un sublimato realismo, dunque, ma un «realismo» sul quale Sereni sapeva bene come in quegli anni si stessero stendendo, di nuovo, ipotesi di scuola, che di nuovo allungavano la loro ombra verso appartenenze che sicuramente gli erano del tutto estranee. Impossibile dimenticare, infatti, come fra il 1951 e il ‘53 il tema del «realismo lombardo» fosse giunto alle vette del dibattito 27


Terra e gente critico, per guadagnare insieme l’interesse di appassionati e curiosi, con le mostre che Roberto Longhi dedicò a Milano a Caravaggio e ai «Pittori della realtà in Lombardia» (e non credo sia fuori luogo aggiungere qui anche il ricordo della mostra sul Piccio che a Varese, in Villa Mirabello, allestì nel ‘52 Piero Chiara). Comunque sia, quella di Sereni conta come una scelta risolutoria. Le ultime, sofferte parole della lettera sembrano anzi dettate apposta per chiedere di non sondarne oltre le ragioni. In tutto il séguito del carteggio con Anceschi non ne riemergerà cenno, come Sereni stesso imponeva all’amico: Questa lettera la dovevo a me stesso, non meno che a te. E insieme la gratitudine viva per le cose belle e intelligenti e convinte - lo si sente nel tono - che hai detto a mio riguardo: delle quali, credo, non muterei una virgola. Sono sicuro che per quanto riguarda noi due ripenserò a questo tuo scritto come a un fatto capitale nella storia della nostra amicizia; che ripenserò invece a questa lettera (alla quale ho affidato il compito di un’apertura su un mio stato d’animo, atta a far sì che tu ti ci potessi affacciare) come a un deposito di funeste apprensioni e inquietudini. Capirai adesso perché preferisco che tu non ne parli: è una lettera privata, una confessione di molte cose che non si dicono al primo che capita e nemmeno... a quelli che non capitano ma ci sono di solito. Il fatto solo che io l’abbia scritta, lo so troppo bene, sarebbe visto in una luce troppo diversa da quella in cui va vista per non essere ingenerosa. Ma da quanto ti ho detto hai una testimonianza inconfutabile o addirittura un documento preciso e inquivocabile contro ogni interpretazione e... contraffazione arbitraria del mio atteggiamento non verso di te (non ce n’è in alcun modo bisogno) ma verso “Linea lombarda”.

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Serena Contini

Piero Chiara tra politica e cultura

P

iero Chiara, eclettico intellettuale e letterato, esordì come giornalista agli inizi degli anni Trenta spaziando, nei suoi contributi, dalla poesia alla letteratura, dall'arte alla politica. Riflessioni di argomento politico sono rintracciabili in articoli apparsi su «L'Avvenire del Verbano» dal 1932 al 1934. Il 20 settembre 1932 Chiara disquisì sul disfattismo politico, atteggiamento che si era andato diffondendo nel periodo post-bellico: «[...] La lunga guerra europea ed i travagliosi anni che la seguirono, avevano dato occasione allo scatenarsi di tutti i livori politici nelle forme più nocive e più delittuose [...] È stigmatizzato in questi termini il così detto "disfattismo", fenomeno di delinquenza politica relativamente nuovo, che si ripercuote in modo funesto sul Paese che sia o debba trovarsi esposto al duro cimento della guerra, la quale oramai non è più circonscritta alle operazioni militari propriamente dette, ma si estende alle retrovie diventando conflitto di popoli»(1). Altre collaborazioni risalenti a quegli anni si possono rintracciare in giornali e riviste locali quali il «Corriere del Verbano», la «Cronaca Prealpina», «La Provincia di Varese» con articoli di critica letteraria e artistica, accompagnate da letture sempre più attente e puntuali di poesia e narrativa italiana -a partire dall’amato Boccaccio - e di narrativa europea, in particolare francese e spagnola. Con l’entrata in guerra, Chiara, iscritto al partito fascista, fu preso di mira da alcuni gerarchi varesini per la sua non partecipazione alla vita del partito e perché non indossava mai né camicia nera né distintivo. Venne

(1) P. CHIARA, Il disfattismo politico nel nuovo codice penale, in «L'Avvenire del Verbano», 20 settembre 1932. Altri articoli di argomento politico di Chiara apparsi sullo stesso giornale sono: Dalmazia martire, in «L'Avvenire del Verbano», 13 dicembre 1932; La Jugoslavia, in «L'Avvenire del Verbano», 17 gennaio 1933; L’artiglio tedesco sul Ticino, in «L’Avvenire del Verbano», 20 agosto 1935.

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Terra e gente espulso dal partito per indegnità e venne segnalato alla commissione per il confino. Accusato di aver posto il 26 luglio 1943 nella gabbia degli imputati del tribunale di Varese la fotografia del Duce(2), dopo averla tolta dal muro dell’aula del tribunale, venne condannato, resosi latitante, a 15 anni di carcere per vilipendio con sentenza del 5 aprile 1944(3). Il 21 gennaio precedente era stato emesso un ordine di cattura nei suoi confronti che lo aveva costretto, il 23 gennaio, a rifugiarsi in Svizzera dove venne accettato come rifugiato politico e inviato ad alcuni campi di lavoro. Divenuto bibliotecario nell’agosto 1944 del campo d’internamento ticinese di Loverciano, sito in Villa Maghetti(4), continuò a coltivare la sua passione per la lettura e intensificò la frequentazione con uomini di cultura svizzeri, instaurando rapporti amicali e professionali duraturi. Grazie all’interessamento di Giancarlo Vigorelli - uno dei tanti intellettuali italiani rifugiatesi in Svizzera - iniziò dal 1944 la collaborazione al «Giornale del Popolo» di Lugano e nel 1945 vide pubblicato il suo libro di poesie Incantavi a Poschiavo nella collana L’Ora d’oro diretta da don Felice Meghini. Proprio dalle edizioni del «Giornale del Popolo» nel 1950 venne stampato il volume di prose ambientate in terra elvetica, Itinerario Svizzero, già apparse sul quotidiano luganese. Giornalista pubblicista, la sua firma appare, dalla metà degli anni Quaranta, in giornali e riviste italiani(5) e svizzeri; partecipò anche alla fondazione di alcune riviste come «La Via», mensile edito a Varese nel 1946 e «La Provincia» edita in un unico numero nel 1948. Al giornalismo affiancò, in quegli anni, una notevole attività di conferenziere, sfruttando le doti di grande comunicatore e di divulgatore che gli erano proprie. Fu anche traduttore(6) a partire dagli anni Trenta -, occupazione che lo accompagnò anche nei decenni successivi: tradusse dallo spagnolo i Sonetti funebri - raccolti in volume nel 1955 - del poeta seicentesco Luis de Gongora, che Chiara considerava un simbolo del Barocco, e i canti di Antonio Machado; dal francese nel 1951 il volume Come in sé si prega del poeta belga Géo Libbrecht e nel 1959 il volume

(2) Cfr. M. LODI, Quando Chiara mise il Duce in gabbia, in «La Prealpina», 8 dicembre 1983. (3) Piero Chiara 1986-2006, a cura di F. BOLDRINI CATTANEO, C. CATTANEO, B. COLLI, T. GIUDICETTI LOVALDI, G. RABONI, D. RÜESCH, Francesco Nastro Editore, Germignaga (Va) 2006, pp. 23-25. (4) P. CHIARA, Lacrime vino bianco e paste, in Id., Helvetia, salve!, Edizioni Casagrande, Bellinzona1981, pp. 163-167. (5) Un primo articolo di ambito politico, sulla convergenza tra cristianesimo e liberalismo e sull’importanza della libertà spirituale dell’uomo venne pubblicato da Piero Chiara su «L’Italia» del 17 maggio 1946 col titolo Cristianesimo e liberalismo. (6) Sulle traduzioni realizzate da Piero Chiara cfr. S. CONTINI, L’arte di tradurre in Piero Chiara in Piero Chiara tra esperienza e memoria a cura di F. RONCORONI e S. CONTINI, Atti della giornata di studi, Varese 2 dicembre 2006, «Confini», 8 (2008), pp. 59-75.

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Terra e gente

Una fotografia di Piero Chiara apparsa su «Il Cittadino Libero» del 1° ottobre 1956

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Terra e gente Le lettere d’amore della Monaca portoghese. A queste seguirono traduzioni importanti del prediletto Casanova, emblema stesso per Chiara del cittadino libero e chiave di lettura intellettuale per capire il valore del liberalismo nello scrittore luinese, come dichiarò lo scrittore in un’intervista del 1971: «Casanova per me, nei lunghi anni del defunto regime, rappresentò la libertà. Fuggivo con lui dai Piombi del fascismo, giravo con lui l’Europa, prendevo sottogamba con lui e col suo secolo l’autorità costituita, la morale cattolica e quella convenzionale»(7). Dalla sua penna di fine casanovista, a cui si deve anche la cura per la Mondadori de La storia della mia vita in sette volumi pubblicati tra il 1964 e 1965, uscirono queste traduzioni: Lettere a un maggiordomo nel 1960, Saggi libelli e satire nel 1968, l’Epistolario nel 1968, la commedia Il Polemoscopio nel 1971, la Storia della mia fuga dai Piombi nel 1976. In questo clima intellettualmente vivace, in cui Chiara era immerso, va inserita la sua adesione alle idee liberali(8). Egli stesso testimoniò in un’intervista nel 1982: «La mia formazione è stata indirizzata all’ideologia liberale da quando, sotto il fascismo, frequentavo degli antifascisti, laici e liberali, che certamente mi hanno influenzato. Ma credo di essere liberale perché ho sempre avversato ogni forma di dispotismo; perché mi pare che in una società liberale l’uomo possa realizzarsi meglio che in una società di tipo teologico o marxista. Né cellule né chiese ma un uomo libero di costruire il suo destino»(9). Chiara aveva partecipato come internato a quello stato di angosce e di speranze dei tanti fuoriusciti italiani in Svizzera, dove erano rappresentati i vari partiti italiani e dove venivano mantenuti i contatti sia con gli Alleati sia con il Comitato di Liberazione Nazionale. Fondamentale, per l’avvicinamento di Piero Chiara al Partito liberale varesino, fu il suo rapporto di stima ed amicizia con l’avvocato Maurizio Belloni, nato a Milano l’8 ottobre 1904, che ricoprì nella Varese post-bellica numerose ed importanti cariche. Costui, catturato dai tedeschi il 9 settembre 1943, una volta liberato aveva continuato a partecipare

(7) Le formiche e le muffe della letteratura. 15 domande a Piero Chiara, «La Fiera letteraria», 28 marzo 1971. (8) Sul poco studiato rapporto di Piero Chiara col Partito Liberale si veda S. CONTINI, Piero Chiara in «Libro aperto. Rivista fondata da Giovanni Malagodi», n. 73, aprile-giugno 2013, pp. 157160 e anche S. CONTINI, Piero Chiara in Dizionario del liberalismo, Rubettino Editore, Soveria Mannelli (Cz) in corso di pubblicazione. Cfr. anche E. STERPA, Il Chiara sconosciuto bisogna cercarlo in Via Bernascone, «Il Giornale», 23 agosto 2002, poi in E. STERPA, Qualcosa di liberale, Greco & Greco, Milano 2005, pp. 143-148; C. ZANZI, Piero Chiara, liberale in «Confini», 2 (2002), pp. 37-48; M. DELLA PORTA RAFFO, Piero Chiara, Macchione Editore, Varese 2005, pp. 65-71. (9) P. FOGLIANI, Sono ritardato, infetto e peccatore, in «Amica», 29 giugno 1982.

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Terra e gente attivamente alla Resistenza, divenendo il comandante di zona del Corpo Volontari della Libertà(10). Maurizio Belloni, chiamato affettuosamente da Chiara “il Presidente”(11), figura di spicco del Partito Liberale varesino di cui fu prima deputato provinciale e poi, dal 1951, consigliere provinciale, ricoprì la carica di presidente dell’Ente Provinciale del Turismo di Varese dal 1945, di presidente dell’Automobile Club di Varese, di presidente dell’Associazione Combattenti e Reduci, di presidente della Pallacanestro Varese, fu consigliere d’amministrazione e poi presidente della Banca Popolare di Luino e di Varese dal 1968 al 1974. Stante i Maurizio Belloni suoi molti ruoli, ebbe con Chiara diversificate occasioni di collaborazione in ambito sia culturale che politico. Tra le tante, l’organizzazione della mostra dedicata al pittore Giovanni Carnovali detto il Piccio(12), realizzata a Villa Mirabello dal 7 settembre al 5 ottobre 1952 per celebrare il XXV anniversario della costituzione della Provincia di Varese e promossa dall’Ente provinciale per il Turismo di cui era presidente Belloni. Il Comitato Stampa era formato da Gianfranco Bianchi, Franco Bonacina e Piero Chiara.

(10) A lui si deve una memoria di questo periodo intitolata Uno come tanti, Editrice Faro, Roma 1948. (11) Chiara scrisse in occasione della morte dell’amico Belloni, avvenuta il 17 dicembre 1980, un ricordo, che inizia con queste parole: «Presidente dell’Automobile Club, presidente dell’Ente provinciale Turistico, presidente dell’Associazione dei Combattenti, presidente di chissà quante altre associazioni sportive o d’armi, di un partito, di una banca, di numerose società anonime e non anonime, nonché di tutto quanto era presidenziabile nell’ambito di una provincia, il Cavalier di Croce avvocato Maurizio Belloni, colonnello della riserva, si può dire sia nato presidente. Nessuno, nemmeno i presidenti della repubblica, possono essere stati più presidenti di lui, che in ogni riunione nella quale venisse a trovarsi, in ogni sodalizio del quale facesse parte, in ogni gruppo di tre o più persone in cui capitasse, prendeva naturalmente il primo posto in forza della sua straordinaria capacità a presiedere, per l’imponenza della sua persona e per il cipiglio che sapeva assumere». In P. CHIARA, Addio al Presidente, manoscritto conservato nell’Archivio privato di Federico Roncoroni, Como, che ringrazio per avermi messo a disposizione il testo. (12) Sulla passione di Piero Chiara per il pittore Giovanni Carnovali di cui divenne collezionista cfr. S. CONTINI - P. DE VECCHI (a cura di), Il Piccio nella collezione di disegni e nelle carte di Piero Chiara, catalogo della mostra tenutasi a Varese dal 14 dicembre 2007 al 2 marzo 2008, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Mi) 2007.

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Terra e gente I loro rapporti in ambito politico si intensificarono ulteriormente in concomitanza delle elezione del giugno 1953: Chiara curò la campagna elettorale del consigliere provinciale Maurizio Belloni che, per il P.L.I., si era candidato per il Senato. Le elezioni del 7 giugno non portarono alla nomina del Belloni, ma bensì ad un’affermazione del P.L.I. in provincia di Varese(13). Durante i comizi nel territorio della provincia, fu Chiara, di cui era ben nota la capacità oratoria, a prendere la parola in luogo del candidato al Senato e a lui si devono ascrivere alcune iniziative anche abbastanza particolari, quali l’utilizzo a fini propagandistici di un elefante affittato da un circo. È lo stesso Chiara a ricordare il curioso episodio in un intervista in occasione delle elezione europee del 1984 a cui era stato candidato per il P.L.I. - P.R.I.: «Non mi faccia parlare del voto europeo: è un voto triste. Quelle di una volta sì che erano elezioni. Negli anni Cinquanta si inventava: io facevo la campagna per un mio amico, ricco, e dato che questo aveva mezzi inventavo cose strabilianti. Vennero da Napoli gli avvocati di Lauro per ingaggiarmi. Ricordo che una volta feci circolare sulle piazze dei paesi del Varesotto un elefante enorme, affittato da un circo equestre. Sulla proboscide avevo messo un cartello: Contro l’elefantiasi dello Stato, vota P.L.I.»(14). I documenti risalenti ai primi anni Cinquanta, presenti nell’Archivio Chiara del Comune di Varese (15), attestano la partecipazione dello scrittore alla Direzione provinciale del Partito Liberale varesino, di cui divenne segretario

(13) Tale affermazione venne sottolineata dal giornale liberale cittadino «Il Contemporaneo» del 14 giugno 1953 che intitolò a piena pagina: «L’idea liberale è perenne essa continuerà a vivere e ad affermarsi» e che in un piede a fondo pagina scrisse: «La stampa nazionale, in questi giorni, ha ripetutamente messo in evidenza la singolare affermazione del Partito Liberale in provincia di Varese dove dal 2047 voti […] del 1948, si è passati , nel 1953 a 10.659, per il Senato e a 6 mila 405 preferenze per la Camera. Il più grande quotidiano italiano non ha, tra l’altro, tralasciato di amaramente rilevare come i liberali non abbiano raggiunto, in Lombardia, il quoziente per il seggio al Senato, “nonostante la fortissima affermazione ottenuta a Varese dal Consigliere Provinciale, avv. Maurizio Belloni”». (14) M. ANSELMO, Domenica sognavano l’Europa. 4 candidati si confessano, «La Stampa», 25 giugno 1984. I candidati intervistati furono Guglielmo Zucconi, Piero Chiara, Emilio Fede e Livio Caputo. (15) Nell’Archivio Chiara del Comune di Varese sono pochi i documenti attestanti la partecipazione alla vita politica di Chiara: ulteriori e più precise informazioni si potrebbero avere dalle carte della sede varesina del Partito Liberale, a cui non è stato possibile accedere.

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Terra e gente

Ferdinando Gaslini, «Il Contemporaneo» del 26 aprile 1953

Ferruccio Zuccaro, «Il Cittadino Libero» del 30 ottobre 1960

provinciale dal gennaio 1949 il ragionier Ferdinando Gaslini(16). Una convocazione della Direzione Provinciale del Partito Liberale varesino, datata 17 dicembre 1951(17), ancora presso la sede in Via Volta, ne prova la partecipazione di Chiara. È ancora Gaslini a scrivergli nel febbraio 1953: «Ho il piacere di comunicarLe che nella Assemblea del giorno 9 corr. Mese, Ella è stata eletta a far parte del Consiglio Direttivo provinciale […]. Il nuovo Consiglio Direttivo è convocato per il giorno di domenica 15 corrente nella sede del Partito in Via Bernascone n°1»(18). All’ordine del giorno, oltre alla designazione del Presidente, del Vice Presidente e del Segretario, la nomina della Commissione Elettorale in vista delle prossime elezioni politiche che si sarebbero svolte nel giugno

(16) Nella Varese degli anni Cinquanta i rapporti e i ruoli erano inevitabilmente intrecciati: il nome di Belloni, di Gaslini e di Chiara si trovano attestati -esempio emblematico- al di là delle questioni liberali, da una lettera inviata il 2 novembre 1955 da Ferdinando Gaslini in qualità di consigliere dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci in cui invita, a nome della federazione varesina dell’Associazione e a nome di Belloni, che ne era “ovviamente” il presidente, Piero Chiara ad intervenire come oratore ufficiale alla manifestazione organizzata per il 4 novembre ad Arcisate. Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, Lettere di Ferdinando Gaslini. (17) Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, Lettere di Ferdinando Gaslini. (18) Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, Lettere di Ferdinando Gaslini.

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Terra e gente

Giovanni Malagodi durante l'inaugurazione del Circolo «Camillo Cavour» a Varese tra Vittorio Marzoli e Ferdinando Gaslini - Archivio privato Gaslini

1953, a cui lo stesso Gaslini -come Belloni- era candidato come deputato. In quelle elezioni politiche, che non vide eletto alcun rappresentante varesino, venne nominato deputato, nella circoscrizione Milano - Pavia, Giovanni Malagodi, figura di spicco del Partito Liberale, che fu designato Segretario Generale nell’aprile 1954. Piero Chiara intessé con lui un rapporto di fiducia e di collaborazione, che mantenne nei lunghi anni della sua segreteria provinciale a Varese e fino alla sua scomparsa. Giovanni Malagodi il 3 maggio 1957 giunse a Varese per inaugurare il Circolo «Camillo Cavour» istituito nella sede rinnovata del partito. La cronaca dell’epoca ci racconta che Malagodi, accompagnato dal segretario provinciale Ferdinando Gaslini e dai consiglieri Piero Chiara e Mario Orelli, giunse presso la sede in cui si erano raccolti i più autorevoli rappresentanti locali: il segretario cittadino Vittorio Marzoli, l’assessore comunale Edoardo Lanzavecchia, i consiglieri provinciali del partito Cavalieri, Serena, Sparacciari, Corbetta, il segretario della sezione giovanile Bottini, oltre al commendator Mazzucchelli e all’avvocato Belloni. L’occasione era data dalla creazione di nuovi spazi per convegni e dibattiti in ambito politico e culturale, per un confronto democratico e libero di fatti e opinioni e per momenti di approfondimento. Secondo Giovanni Malagodi per l’ideologia liberale «la cultura si si assume nella più ampia e libera discussione dei fatti 36


Terra e gente

Piero Chiara con Ferdinando Gaslini a Roma per il VIII Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano - Archivio privato Gaslini

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Terra e gente

Prima pagina de ÂŤIl ContemporaneoÂť del 14 giugno 1953

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Terza pagina de ÂŤIl ContemporaneoÂť del 15 febbraio 1953 con un articolo di Piero Chiara

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Terra e gente e delle idee che è la base su cui si articola tutta la struttura politica e sociale del tipo di Stato che, sulle orme di Cavour, essi intendono costruire: cultura dunque assolutamente libera, perché libero è lo spirito da cui essa nasce, in una società assolutamente libera, che a tutti garantisca lo svolgimento pieno della propria libertà in ogni settore della vita e che nella ricorrente dinamica ideologica trova il senso e la linea del suo ordinato sviluppo»(19). Innegabilmente queste affermazioni di Malagodi non potevano non essere pienamente condivise da Piero Chiara, spirito liberale e uomo di grande cultura, che mise al servizio del partito le sue propensioni ideali e le sue attitudini professionali. La partecipazione politica di Chiara si attuò con la collaborazione a giornali liberali varesini, a partire da «Il Contemporaneo», settimanale di politica e cultura, il cui primo numero uscì il 15 novembre 1952. Il direttore era Piero Ardenti, allora vice segretario nazionale della Gioventù Liberale Italiana, che si dimetterà dal partito nel 1955; responsabile editoriale era Ferruccio Zuccaro, avvocato liberale varesino. Nell’articolo di fondo i propositi editoriali vengono enunciati ai lettori: «Il settimanale che vede oggi la luce è nato per rispondere a delle precise esigenze di carattere informativo, culturale e politico, profondamente sentite in ogni strato sociale. Questo fogli si prefigge un’assoluta indipendenza informativa, nello spirito e nella tradizione del migliore liberalismo »(20). Tra i collaboratori del primo numero Luigi Ambrosoli e Piero Chiara, ambedue con articoli di ambito culturale: Luigi Ambrosoli firmò un articolo inerente la rivista Il ponte diretta da Pietro Calamandrei, mentre Chiara pubblicò un articolo, dedicato al pittore da lui ammirato, studiato e collezionato, di cui si è detto sopra, dal titolo Giovanni Carnovali da Varese a Bergamo, incentrato sulla mostra tenutasi a Varese che egli stesso aveva patrocinato. Fin da questo numero appare evidente una caratteristica costante di tutte le pubblicazioni ufficiali del Partito Liberale locale: una grande sensibilità per gli argomenti culturali di respiro locale o nazionale, a cui Chiara stesso si dedicò negli anni. Del resto è l’articolo di fondo di questo primo numero ad illustrarne anche in ambito culturale i motivi e i significati: «Nel campo culturale il giornale si propone di contribuire a mantener vive le istanze di rinnovamento che sono in atto nella società italiana, partecipando all’allargamento dello spirito provinciale e al suo inserimento nella vita culturale italiana ed europea». Qualche titolo degli articoli di Chiara apparsi su questa testata per capirne l’ampiezza

(19) Il Circolo “Cavour” inaugurato da Malagodi, «La Prealpina», 4 maggio 1957. (20) Ai lettori, «Il Contemporaneo», 15 novembre 1952.

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Prima pagina de ÂŤIl Cittadino liberoÂť del 15 maggio 1956

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Terra e gente di interessi: Giuseppe Viviani maestro dì incisione del 22 novembre 1952; Josè Martinez Ruiz “Azorin” del 29 novembre 1952; Domenico De Bernardi del 22 marzo 1953; Memoria di Carlo Linati del 10 maggio 1953; Le lettere di Paul Gaugin del 26 luglio 1953. A Piero Chiara si devono certamente ascrivere le importanti collaborazioni di scrittori svizzeri di lingua italiana apparse sul settimanale liberale: vi si trovano le firme di Giorgio Orelli, di Francesco Chiesa, di Piero Bianconi, di Pio Ortelli. A lui si deve anche la partecipazione, con articoli o racconti, di intellettuali italiani ai quali negli anni si era legato professionalmente e amichevolmente: Angelo Romanò, Luciano Erba, Renzo Modesti, Domenico De Bernardi, Enotrio Mastrolonardo, Libero de Libero, Giacinto Spagnoletti. Conclusasi nel 1954 l’avventura editoriale de «Il Contemporaneo», il 25 gennaio 1956 uscì «Il Cittadino libero», quindicinale di politica e cultura, organo del P.L.I. per quanto riguardava le province di Varese, Como, Sondrio con tre relative redazioni, ma con la direzione e amministrazione presso la sede del Partito Liberale a Varese. Il periodico era diretto da Ferruccio Zuccaro, all’epoca membro del Consiglio Direttivo del P.L.I. di Varese. Dal novembre 1958 la direzione fu assunta da Piero Chiara. Oltre ad articoli di carattere politico sia a livello nazionale sia internazionale, molti gli articoli in questa pubblicazione dedicati ai padri del liberalismo Luigi Einaudi e Benedetto Croce, accanto ad articoli squisitamente culturali a firma di Chiara. Compaiono inoltre articoli di Bruno Lauzi, all’epoca trasferitosi con la famiglia a Varese e membro della Gioventù Liberale. Sotto la direzione di Chiara, in occasione del centenario della battaglia di Varese avvenuta il 26 maggio 1859, uscì, il 26 maggio 1959, un numero speciale dedicato interamente a quelle vicende risorgimentali. Il giornale si apre con la riproduzione a piena pagina del quadro di Eleuterio Pagliano intitolato Lo sbarco dei Cacciatori delle Alpi a Sesto Calende, di proprietà dei Musei Civici di Varese, seguito da un articolo, a firma di Maurizio Belloni, intitolato L’idea liberale nel Risorgimento italiano, affiancato ad un altro di Vittorio Marzoli intitolato Significato di una celebrazione(21). L’anno successivo, in concomitanza con le votazioni amministrative del 6 e 7 novembre 1960 fu dato alla stampa un numero con il profilo dei candidati

(21) Alla fine delle celebrazioni del centenario venne edito dal Partito Liberale varesino un libretto intitolato semplicemente 1859-1959, contenente gli articoli L’idea liberale nel Risorgimento italiano a firma di Maurizio Belloni e Varese nelle giornate decisive del Risorgimento a firma di Vittorio Marzoli, La Tipografica Varese, Varese 1959.

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Prima pagina de ÂŤL'altolombardoÂť dell'8 dicembre 1961 con un articolo di Piero Chiara

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Volantino stampato a Luino in occasione delle elezioni comunali del 1960. Tra i candidati figura Piero Chiara

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Terra e gente al Consiglio Provinciale di Varese e con l’elenco dei candidati alle elezioni comunali di Varese, Busto Arsizio, Gallarate, Somma Lombardo e Luino. A Luino, dove il P.L.I. ottenne 360 voti - la D.C. 3469- si presentò anche Chiara(22), che non venne eletto: in Consiglio comunale entrò a far parte della minoranza solo l’industriale Mario Ferrari. A Varese furono nominati i consiglieri comunali i liberali Antonio Lanzavecchia e Rodolfo Libanoro. L’ultima avventura editoriale liberale in cui appare come direttore responsabile Chiara - e come redattore Bruno Lauzi - è «L’altolombardo», quindicinale -poi mensile - apparso il 26 febbraio 1961 e terminato nell’aprile 1965 che s’interessava delle tre provincie di Varese, Como e Sondrio. Ben presto queste due ultime redazioni furono sostituite da quelle di Busto e Gallarate. L’articolo di fondo del primo numero annunciava, come di consueto, le finalità della testata liberale, lamentando le difficoltà economiche nel sostenerne la pubblicazione: «Attraverso pubblicazioni periodiche di non assoluta regolarità, è stato mantenuto il contatto con l’opinione pubblica dei capoluoghi e delle provincie […] Se la stampa veramente indipendente o liberale avesse davvero quella facilità di finanziamento che invece hanno certe pubblicazioni di fazione, la presenza di un organo di stampa largamente ispirato al principio della libertà sarebbe stata assicurata anche nelle nostre provincie dell’alta Lombardia. […] Oggi, a coronamento di un notevole sforzo, ha avuto successo l’entusiasmo e la buona volontà di alcuni giovani ai quali va principalmente il merito di questa riapparizione di un organo di stampa con un titolo indicativo: L’ALTOLOMBARDO».(23) Pochissimi gli articoli di Chiara di carattere politico(24), al contrario di quelli di carattere culturale con recensioni di volumi, articoli sulla poesia contemporanea, presentazioni di mostre e di artisti. Apparvero tra gli altri, il 25 aprile 1961 La situazione della poesia contemporanea, il 14

(22) Per le elezioni venne stampato un bifoglio con i nomi dei ventun candidati liberali al consiglio comunale di Luino, in ordine alfabetico, tra cui si nota Piero Chiara in qualità di pubblicista. Sul recto campeggia una frase di Malagodi: «Bisogna combattere tutte quelle forze e quelle formule politiche il cui successo arresterebbe lo slancio produttivo del Paese. Occorre dunque combattere innanzitutto il Partito Comunista e con esso il Partito Socialista ad esso strettamente legato dal suo classismo, dal suo collettivismo e dal suo neutralismo». Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, Collaborazioni. (23) Articolo non firmato intitolato Ai lettori, ai cittadini, «L’altolombardo», 26 febbraio 1961. (24) Due sono gli articoli firmati da Chiara di ambito politico, ambedue del 1961: il 28 aprile apparve Il mito di Malagodi e l’8 dicembre La prima e la seconda anima liberale dedicato a Francesco Cocco Ortu.

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Terra e gente dicembre 1962 Giuseppe Montanari alla Galleria Gussoni di Milano dal 15 al 24 dicembre 1962, il 25 gennaio 1963 Giuseppe Viviani “diavolo d’uomo”, il 29 maggio 1964 Dopo un lungo silenzio Paolo Franchi espone a Luino, il 26 luglio 1963 Luigi Bartolini. Stimato referente del segretario del Partito Liberale Giovanni Malagodi, Chiara assunse - riconfermato negli anni - la carica di vicesegretario prima e di segretario provinciale poi, mantenendo nel tempo contatti epistolari, come è provato dalla corrispondenza conservata nell'Archivio Piero Chiara del Comune di Varese, con i maggiori esponenti del partito a livello nazionale: Giovanni Malagodi, Valerio Zanone, Pietro Sorrentino, Alfredo Biondi, Raffaele Costa, ma anche con altri uomini politici quali Giuseppe Cossiga, Giovanni Spadolini, Giulio Andreotti e Giovanni Leone, sulle cui dimissioni nel 1978 scrisse il volume Il caso Leone. Una storia italiana(25). Chiara aveva accettato di scrivere, dopo un incontro casuale con l’ex presidente Leone nei pressi della di lui villa “le Rughe” fuori Roma, un volume che - in chiave difensiva - desse nuova luce a quell’ ennesimo mistero politico italiano, ricostruendo le vicende e le motivazioni per le quali il presidente Leone era stato costretto a dare le dimissioni il 14 giugno 1978 su richiesta del P.C.I. e non più sorretto dalla D.C. Copioso e interessante il materiale raccolto dallo scrittore per realizzare quest’opera che si allontanava dai suoi interessi consueti. Una motivazione del suo interesse per questa questione squisitamente politica venne data da Chiara stesso a Giovanni Malagodi in una lettera: «Ti domanderai di certo la ragione di questo mio improvviso interesse, estraneo alla mia vocazione narrativa. Ma, vedendo esaurirsi i temi dei quali potevo disporre, già da qualche anno e con la Vita di D’Annunzio, ho cominciato a coltivare terreni adiacenti, come quello delle biografie e, nel caso per il quale ti scrivo, quello dei panorami storico-politici. Partendo dall’idea che nel decennio 1970-1980 mi pare sia venuto a spegnersi il lungo dopoguerra, per lasciar posto ai germogli, in verità assai velenosi, di una nuova epoca, ho rivolto per ora la mia attenzione a quel periodo nel quale i fatti più significativi […] sono le dimissioni del senatore Giovanni Leone da Presidente della Repubblica e l’assassinio dell’ON. Aldo Moro.(26)” Aderì al Comitato Nazionale per la difesa del divorzio insieme a molti altri intellettuali a partire da Eugenio Montale, in vista del referendum del 1974

(25) P. CHIARA, Il caso Leone. Una storia italiana, Sperling & Kupfer, Milano 1985. Il volume venne dato alle stampa nel giugno del 1985 e fu presentato a Cortina d’Ampezzo da Giulio Andreotti. (26) Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, copia dattiloscritta di lettera di Piero Chiara a Giovanni Malagodi datata 10 novembre 1983.

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Terra e gente Convocazione della Direzione centrale del P.L.I. da parte del segretario generale Valerio Zanone. Comune di Varese, Archivio Piero Chiara

Telegramma di felicitazioni inviato da Francesco Cossiga a Piero Chiara in occasione della sua nomina a Vice Presidente Nazionale del P.L.I. Comune di Varese, Archivio Piero Chiara

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Terra e gente che voleva abrogare la legge Fortuna. Il 26 ottobre dello stesso anno sposò in seconde nozze la varesina Mimma Buzzetti, sua compagna dagli anni Cinquanta. Nei primi mesi del 1984 si esasperarono a tal punto i contrasti interni fra le due correnti della sezione liberale varesina che sfociarono nella sfiducia alla segreteria provinciale retta da molti anni da Chiara. La sua amarezza è percepibile da un lettera, in data 14 febbraio, a Valerio Zanone, segretario nazionale del Partito liberale, con cui gli annunciava che non avrebbe partecipato né alla riunione che si sarebbe tenuta il 17-18 febbraio a Roma, né a quella di Democrazia liberale perché trattenuto dalla spiacevole situazione politica che si era andata creando: «Resterò al posto che occupo nell’interesse del P.L.I. da più di vent’anni, fino all’Assemblea provinciale ed eventualmente al 18° Congresso Nazionale […] Ho servito il P.L.I. dal 1945 a oggi senza mai aspirare a nulla e lasciando ogni gloria e ogni vantaggio ad altri, forse immeritevoli. Posso quindi ritirarmi con tranquilla coscienza»(27). A dimostrazione della considerazione che conservava presso la dirigenza nazionale del partito fu nominato vice presidente del Partito Liberale italiano durante il Congresso di Torino di fine marzo dello stesso anno, entrando a far parte di diritto della Direzione Centrale del partito(28). Venne convinto a candidarsi - ma non eletto nonostante le 26.000 preferenze - alle elezioni europee per il P.L.I.-P.R.I. del 17 giugno 1984(29). Aveva accettato l’incarico come uomo di lettere con queste motivazioni rilasciate al giornale locale: «[…]a più di 70 anni, ho ormai dato sfogo, con una produzione concentratasi soprattutto negli ultimi decenni, alla mia attività creativa. Oggi quindi posso dedicare parte del tempo di cui dispongo allo sviluppo naturale della mia personalità artistica, cioè a preparare, insieme con altri, una situazione culturale nella quale l’Italia entri a far parte su un piano di parità con qualsiasi Stato europeo. Mi piace, insomma, l’idea di poter contribuire alla realizzazione di una fusione di quella cultura europea che ha radici e tradizioni identiche e che ha avuto uno sviluppo comune, dalla Spagna di Cervantes,

(27) Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, copia dattiloscritta. (28) Tra le attestazioni di felicitazioni per l’avvenuta importante nomina, spiccano una lettera e un telegramma inviati il 4 aprile da Giuseppe Cossiga, allora Presidente del Senato. Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, Lettere di Giuseppe Cossiga. (29) Valerio Zanone lo ringraziò per l’impegno profuso nella campagna elettorale appena conclusa con un telegramma in data 20 giugno 1984: «TI RINGRAZIO DI CUORE PERSONALMENTE ET A NOME PARTITO PER GENEROSO CONTRIBUTO CHE HAI SAPUTO DARE ALLA CAUSA LIBERALE ET EUROPEISTA IN QUESTA CAMPAGNA ELETTORALE CHE MERITAVA UNA DIVERSA FORTUNA». Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, Lettere di Valerio Zanone.

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Terra e gente

Invito del segretario generale Alfredo Biondi a Piero Chiara a partecipare al XIX Congresso Nazionale con la risposta manoscritta di Chiara che annunciava la sua assenza per motivi di salute

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Terra e gente alla Francia di Villon e Racine, all’Inghilterra di Shakespeare, alla Germania di Goethe. Per non parlare dell’Italia, la cui proiezione culturale passa soprattutto attraverso Virgilio, Dante, Petrarca e Boccaccio»(30). Ammalatosi di tumore ed operato a Roma il 23 aprile 1985, si allontanò dai suoi impegni politici con una serie di lettere a Raffaele Costa, a Aldo Bozzi, a Alfredo Biondi, a Giovanni Malagodi con cui avvisava della sua impossibilità a partecipare al Consiglio Nazionale e alla Direzione Centrale. A pochi giorni dall’operazione, l’8 maggio, scriveva a Zanone: «Da due giorni ho lasciato la clinica romana e sono a casa per una lunga convalescenza. L’intervento è stato assai laborioso e complicato. Per almeno sei mesi dovrò sottostare a controlli e cure. Sono un malato inesperto perché fino a settantadue anni non sono mai stato a letto un giorno. Spero di restituirmi presto a me stesso e al Partito. Ho seguito la campagna elettorale e ho viva speranza di una buona affermazione»(31). Morì a Varese il 31 dicembre 1986 all’età di settantatre anni. In un’intervista rilasciata prima del Congresso di Torino del 1984 aveva espresso la sua opinione sul significato dell’essere liberale: «Il P.L.I. è un partito antico, non di governo, che ha poco da inventare. È già molto se tiene il suo posto senza arretramenti. Deve tuttavia tener presente che è sempre stato un rifugio dei galantuomini, in Italia, e che tale deve rimanere. Non può, come i grossi partiti, sopportare arrivisti, intrallazzatori o anche semplici opportunisti. Deve mantenersi puro. Direi che non può neppure sopportare gli imbecilli. È un partito di élite nel senso migliore: élite della moralità pubblica e privata, élite dell’intelligenza o almeno del buon livello culturale»(32).

(30) M. LODI, L’Europa è unita da secoli aiutiamola a ricordarsene, «La Prealpina», 16 giugno 1984. (31) Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, copia dattiloscritta. (32) Comune di Varese, Archivio Piero Chiara, Intervista dattiloscritta anepigrafa e non datata.

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Pierangelo Frigerio

Don Agostino Nagel (1913-1985) ultimo prevosto di Luino fra scuola e cura d’anime

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elineare la figura di Agostino Alberto Nagel, alla guida della chiesa luinese dei SS. Pietro e Paolo dal 1960 fino al 1983, è arduo per chi è stato suo allievo al liceo del Collegio di Tradate, poi suo parrocchiano a Luino e collaboratore, professionale o amatoriale, in molte attività della parrocchia. Per chi anche da lui ha imparato che alla base di ogni pagina pur modesta di storia c’è lo scrupoloso esame di tutti i documenti disponibili, è disagevole muoversi sul preminente fondale dei ricordi personali e delle testimonianze affettuose di quanti lo hanno stimato. Era nato a Barletta il 1° agosto 1913, ove la famiglia si trovava per lavoro, stabilendosi poi a Milano. Alla scomparsa dei genitori sarebbe rimasto lui il riferimento ideale dei suoi dieci fratelli. Presto era entrato in seminario; già consacrato al sacerdozio e destinato presso il Collegio Arcivescovile di Tradate, alla fine degli anni ’30 si iscrisse alla facoltà di matematica e fisica dell’Università di Milano, laureandosi con il massimo dei voti. Ricorda l’ingegner Ermanno Bazzocchi(1) (1914-2005), famoso progettista e dirigente dell’Aeronautica Macchi, suo amico sin dall’arrivo a Tradate: Nagel con quella mentalità aperta a tutti gli interessi portò in collegio tra gli studenti ed i professori una ventata di entusiasmo che contagiò molti: creò un gruppo aviatorio che iniziò con la costruzione di modelli volanti e passò poi con la collaborazione mia e di altri alla costruzione di un aliante, creò un gruppo di appassionati di fotografia; quando

(1) Ricordando don Nagel… Luino, 1985, s.n.e., pp. nn. 5-8: il modesto quaderno, a cura della Scuola Media parrocchiale, raccoglie le testimonianze di: Ermanno Bazzocchi, mons. Ferdinando Maggioni, sen. Pio Alessandrini, don Natale Monza, Giovan Battista Pippione, Gianni Gallinotto, Pierangelo Frigerio e Pier Giacomo Pisoni, suor Amelia e suor Onorina FMA, Aldo Mazzuchelli, don Giuseppe Parapini, Aldo Mongodi, Luciana Bergamaschi, Maria Giulia Tomasina, Doroty Thiele, Waltrude Raiser, Patrizia Vinci, don Giovanni Montorfano; inoltre testimonianze anonime e di associazioni cattoliche.

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Terra e gente più tardi cominciò l’era dei missili e dello spazio raccolse intorno a sé gli appassionati di questi nuovi sogni dell’umanità. […] Lo incoraggiai a darsi alla carriera dello studio all’Università; anche il professor Polvani con cui aveva sviluppato la tesi di laurea [in ottica sperimentale e teorica] lo vedeva indirizzato a quella carriera e penso che don Nagel considerò, forse accarezzò una tale idea ma di proposito vi rinunciò. Si era fatto sacerdote per vivere una missione e decise che la sua missione fosse nella scuola e nell’apostolato.

La carriera d’insegnante di fisica e matematica si svolse nei collegi di Tradate e Saronno e nel seminario di Venegono; a lungo egli fu anche assistente spirituale all’Ospedale di circolo di Tradate. Per quel Liceo scientifico allestì un laboratorio modello di fisica, costantemente aggiornato alla vertiginosa evoluzione tecnico-scientifica. Accompagnandoci nel 1951 o ’52 a una gita scolastica a Monaco di Baviera, conclusa con la visita da lui guidata al Deutsche Museum, approfittò della risorgente industria tedesca per procurarsi evoluti strumenti di elettrotecnica (nascosti alla dogana nelle valigie di noi studenti). Il suo insegnamento lasciò in me e nei miei compagni una traccia profonda. Trascurava le pagine obsolete del manuale (con qualche disagio nostro all’esame di maturità) e ci introduceva invece ai settori nuovi della ricerca, incoraggiandoci ad approfondirli sulle riviste scientifiche. Ricordo quando ci parlò della rivoluzione che si preparava nelle comunicazioni, grazie a un minuscolo apparecchio detto transistor. Ci insegnava come nella scienza fossero necessari sia l’estremo rigore (i pezzi dell’aliante pesati al grammo), sia l’immediata percezione dell’ordine di grandezza (con vertiginosi calcoli in progressiva approssimazione). Il Collegio di Tradate era un laboratorio aperto, frequentato da ex alunni impegnati nell’industria che colloquiavano con il professore-amico per sottoporgli problemi di fluido-tecnica o di trattamenti sotto vuoto, cui anche noi eravamo interessati. Tutti, ancor dentro gli anni di stenti del dopoguerra, provammo nel ’53-’54 la sensazione d’una Italia che si stava risollevando quando giocando sotto il portico vedemmo entrare l’ingegner Bazzocchi, con il modello - capimmo subito - di quello che sarebbe stato il primo jet di costruzione italiana, il MB 326… Nel 1960 don Nagel chiese di essere mandato in cura d’anime. Fu designato come vicario del prevosto Enrico Longoni da tempo malato. Seguirono vent’anni quasi frenetici di opere e di attività in una parrocchia intorpidita, dopo anni di coinvolgimento nelle drammatiche svolte politiche e sociali del dopoguerra. La gente si chiedeva donde traesse i finanziamenti necessari il vicario, prevosto dal 1962, ridotto a parroco nel ’72 per la riforma territoriale che abolì i vicariati foranei e riunì quelli di Luino e Bedero nel nuovo ‘decanato’ di Luino. Occorre dire che don Nagel realizzò nel modo più fruttuoso il valore di beni immobili lasciati in eredità alla parrocchia dalla nobildonna Luini. Seppe anche suscitare un grande concorso di offerte o prestazioni in natura 52


Terra e gente da parte dei luinesi e specialmente dei suoi ex alunni(2) che si erano affermati in vari settori produttivi. È però vero che egli si lasciò prendere la mano da un trend economico che sembrava in permanente crescita. La malattia gli impedì di riassestare il bilancio come aveva saputo fare sino a qualche anno prima e il suo successore si trovò in difficoltà, superate solo con l’aiuto dei luinesi e della Curia ambrosiana.

La scuola in primo piano L’esperienza d’insegnamento aveva maturato in don Nagel la convinzione che la scuola fosse la base del futuro d’ognuno e anche della comunità ecclesiale. La scuola doveva unire l’educazione civica e cristiana a una formazione culturale di ampio spettro, con le componenti umanistiche (lui stesso amava le arti e la poesia, suonava con talento il pianoforte) a quelle scientifiche e tecniche che tanto avevano contribuito a un civile progresso. Per questo la scuola doveva essere bella e confortevole, come ogni famiglia vuol bella e confortevole la sua casa. Cominciò con portare a termine la scuola elementare parrocchiale di piazza S. Giovanni Bosco, affidata alle Figlie di Maria Ausiliatrice, che si stava allora ampliando con un’ala nuova. I lavori ristagnavano e trovarono nuovo impulso, il progetto fu modificato migliorando le finiture e gli impianti previsti. Fu completamente rinnovato l’arredamento con tavolini e sedie a misura di bambino, che sostituirono i vecchi banchi. Lo stabile fu inaugurato dal cardinal Montini nell’ottobre 1961. Fu poi necessario provvedere a un confacente alloggio per le suore e fu per questo costruito un padiglione appoggiato al muro cieco di confine. Un ampio porticato coperto servì per il gioco dei bambini, un’edicola con l’immagine della Madonna a fresco offrì un’occasione di preghiera all’aperto. Un colpo che era sembrato troppo audace era stato già nel 1960 l’acquisto della villa Ambrosetti, addossata allo stabile del calzaturificio Elio ma dotata verso il lago di un ampio parco e portineria. Don Giuseppe Parapini, parroco emerito di Dumenza e compagno di don Nagel al seminario ginnasiale, ricordava(3) che la proprietà aveva interessato anche il Comune; il sindaco Zona non giunse in tempo a dar corso all’iter burocratico, don Nagel lo prevenne stipulando fulmineamente un mutuo con la Banca Popolare di Luino. Lo stabile di

(2) Come don Nagel ricordava, un suo maestro di vita (di cui aveva ereditato la Bibbia), don Angelo Griffanti, aveva sempre insegnato ai suoi studenti di ragioneria che in ogni bilancio aziendale dovesse essere sempre prevista la voce ‘beneficenza’. (3) Ricordando don Nagel…, cit., pp. nn. 41 sg.

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Terra e gente

Il cardinal Carlo Maria Martini e don Agostino Nagel in occasione di una visita pastorale a Luino

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Terra e gente grande qualità edilizia, fu adattato all’asilo infantile che le suore avevano gestito alla meglio e in forma ridotta insieme alle scuole elementari. Nel 1977 il sistema scolastico parrocchiale si completò con la scuola media , di cui don Nagel fu naturalmente preside. Si cominciò sfruttando i vani che l’ampliamento della scuola elementare aveva lasciato liberi. Il successo di iscrizioni richiese una nuova sede e tornò utile la Casa del Giovane che, costruita negli anni ’50 presso la chiesa di San Pietro, era stata il cuore dell’oratorio maschile. Nello stabile già erano ospitati i laboratori per i corsi Inapli; quando la Regione Lombardia si assunse l’istruzione professionale e costruì un grande centro di formazione (CFP), la Casa si rese libera, fu ristrutturata e adibita a sede della Scuola media. Don Nagel la tenne nel suo cuore sino al sopraggiungere della malattia. La dottoressa Maria Giulia Tomasina, che la scuola aveva sostenuto, rievocava(5): (4)

In un breve ma intenso colloquio che ebbi con lui nell’aula di presidenza entrambi fummo presi da commozione; don Agostino conscio di non poter essere vivace, entusiasta e combattivo come ai tempi dei nostri primi colloqui, io consapevole di non poter più essere sostenuta da lui ma addirittura di trovarmi a dover essere, io, a sostenerlo. Tra frasi a metà e parole quasi sussurrate, chiaramente mi disse: “Fate in modo che questa mia scuola non si esaurisca subito”.

Va dato atto ai suoi successori di averla mantenuta vitale, riconducendola con rinnovata disposizione di spazi nella storica sede di piazza San Giovanni Bosco. E va anche detto che don Nagel non meno si prodigò a beneficio della scuola pubblica. Nel 1965 si riprese una vecchia idea, che aveva avuto breve sviluppo nei primi anni del dopoguerra, con il distacco a Luino di una sezione del Liceo scientifico varesino. Nel 1965 i tempi erano maturi perché Luino avesse un suo liceo, come pochi anni prima aveva avuto per iniziativa comunale un Istituto tecnico per ragionieri. Don Nagel sostenne l’idea, si prestò a dirigere il Liceo e a insegnarvi, come il suo curriculum scolastico consentiva, dando subito l’impressione di un insegnamento d’alta qualità. Al Liceo don Nagel lasciò un retaggio di entusiasmo che assicurò le successive fortune dell’attuale Liceo Vittorio Sereni. Testimonia uno dei primi 22 allievi(6): ci chiamava a raccolta di pomeriggio, quasi sempre di sorpresa, per mostrarci uno strumento che era riuscito a farsi regalare per allestire il primo laboratorio di fisica.

(4) E. FRIGERIO, M. PUORTO, Storia dell’Istituto Maria Ausiliatrice, in Figlie di Maria Ausiliatrice a Luino 1943-1993, s.n.e., p. 13. (5) Ricordando don Nagel…, cit., pp. nn. 51 sg. (6) D. FRANZETTI, Ricordando don Nagel, in Quarantaventi, a cura C.A. PISONI, Liceo Scientifico V. Sereni di Luino e Associazione “Amici del Liceo”, Luino 2006, pp. 11 sg.

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Terra e gente Non era cambiato, dai tempi di Tradate, nel cercare che fosse costante il dialogo fra la scienza, la tecnica sua ancella e la scuola.

Le case parrocchiali Appena giunto a Luino non c’era casa ad accogliere il Vicario. La casa parrocchiale di via Luini Confalonieri era occupata dal prevosto Longoni, la vecchia casa “dei preti” era destinata ai coadiutori e alquanto degradata. Per alcuni mesi don Nagel fu ospite di Villa Fonteviva, la casa per esercizi spirituali della Compagnia di San Paolo. Vi risiedeva anche il ‘paolino’ senatore Pio Alessandrini (quando non impegnato in Parlamento) che ha ricordato(7) quei giorni, in una casa governata da severa disciplina. Entrambi erano costretti per i loro impegni a orari irregolari e, rientrando insieme, trovavano per cena una scodella di minestra fredda e un pezzo di formaggio. Poi il vicario si ridusse in alcuni spogli locali della vecchia casa, in cui stonavano le belle porte che un ex-alunno di Tradate, imprenditore nel settore, gli aveva donato. Quando mons. Longoni morì, il prevosto novello rinunciò a un difficoltoso ammodernamento della vecchia casa e con il consenso della Curia decise di demolirla e sostituirla con una moderna che ospitasse anche gli uffici parrocchiali e ambienti di riunione. Pensava in prospettiva alla formazione di un forte centro parrocchiale, più vicino ai centri di vita luinesi, ampliabile sui terreni limitrofi, sino a ricongiungersi con la vicina scuola parrocchiale(8). Il progetto dello scrivente - Piero Chiara avrebbe parlato di “villa holliwoodiana del prevosto”- a don Nagel piacque per lo svecchiamento che portava nell’immagine della parrocchia. Non mancarono altre critiche per quello che sembrava un lusso, quando i coadiutori erano confinati negli ambienti vetusti presso la chiesa. In realtà don Nagel aveva pensato subito anche a quelle case, tanto che il suo successore, lasciandogli la nuova per una lunga degenza, poté trovarvi residenza confortevole. Un salto di qualità era stato ottenuto con l’apertura della piazza poi

(7) Ricordando don Nagel…, cit., pp. 11 sg. (8) A lungo don Nagel ventilò l’idea di una nuova parrocchiale nel cuore della Luino che si era sviluppata a valle del vecchio nucleo, coronato dalla chiesa dei SS. Pietro e Paolo. I progettisti del Piano regolatore 1964, mirando a dar carattere al nuovo centro della città che stenta tuttora a configurarsi, trovarono fondata l’idea e a titolo indicativo segnalarono la possibilità che una nuova chiesa fosse collocata nelle aree inedificate di via XV agosto. La sola eventualità del genere sollevò proteste politiche e il tempo passato ha vanificato il progetto.

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Terra e gente

Chiesa di S. Pietro: gli affreschi con L'adorazione dei Magi dopo il restauro

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Terra e gente dedicata a Giovanni XXIII. Ricordava don Parapini, non senza un tocco di bonaria ironia(9): Di fianco alla parrocchiale c’era una casa che la soffocava: per andare dai preti si percorreva un vicolo lungo il muro della chiesa. Non c’è rimedio, dissi al prevosto: “Ti faremo un monumento in mezzo alla piazza…”, la casa fu rasa al suolo e don Nagel soddisfatto andò in vacanza lasciando don Antonio in un pastiz mentre la ditta Berranini asfaltava la nuova piazza Giovanni XXIII.

La demolizione di un casamento degradato, acquistato allo scopo, unì il ’vicolo’ parrocchiale alla stretta via della S. Trinità, formando una piazza che diede aria all’antico centro religioso di Luino, in particolare al “cortile dei preti”, giustificando la prospettiva di conservazione in loco degli uffici parrocchiali quando fu abbandonata l’idea di uno spostamento a valle e la casa costruita da don Nagel fu vantaggiosamente venduta a privati, colmando così i vuoti di bilancio cui si è accennato.

Il salone Pellegrini Il salone intitolato a Giovanni Pellegrini(10) aveva avuto un ruolo importante nella storia di Luino dall’anteguerra sino agli anni ’50, ospitando spettacoli e concerti, le filodrammatiche parrocchiali, riunioni e conferenze del movimento cattolico politico e sindacale e, infine, una regolare stagione cinematografica. Questa entrò in crisi per la scarsa frequenza, motivata anche dalla mediocrità dei programmi, fortemente vincolati da un miope moralismo. Il salone rimase chiuso e in via di degrado, comunque difforme dalla sopravvenuta normativa di sicurezza. Don Nagel prese di petto la situazione, ristrutturò l’edificio con una nuova scala per la galleria, un ridotto per piccole riunioni, la completa soffittatura termo-acustica della sala, il nuovo palco e le attrezzature connesse. Una pensilina d’ingresso annunciò all’esterno il Cinema Pellegrini. Poi don Nagel lanciò programmi di qualità che riavvicinarono il pubblico adulto, mentre i giovani furono attirati dal cineforum, il primo organizzato a

(9) Ricordando don Nagel…, cit., pp. nn. 41 sg. (10) Giovanni Pellegrini apparteneva a una famiglia del Malcantone trasferita a Luino, nella scia d’un proprio componente che abbandonando la diocesi transfrontaliera era divenuto prevosto di Luino. Oltre che ad esercitare la professione di ingegnere, Pellegrini era stato il primo sindaco di Luino restando in carica per un quarto di secolo. La famiglia che non compattamente aveva conservato sentimenti cattolici finanziò negli anni Trenta il salone come luogo di incontro e riunione parrocchiale.

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Terra e gente Luino e durato parecchi anni. Affidò la presentazione a giovani come Angelo Aschei, interessati alla cinematografia come arte e mezzo di comunicazione di forte coinvolgimento sociale. Spesso il prevosto interveniva nelle discussioni, molto libere (parteciparono talora anche esponenti politici di parte laica e socialista) e impegnate su temi di forte interesse umano. Poi si guastò la relazione con gli animatori laici, per prese di posizione che se non nel prevosto trovarono espressione in ambienti conservatori. L’esperienza si chiuse dopo un tentativo di conduzione da parte di un coadiutore. Il Salone ebbe ancora qualche momento di fortuna, con spettacoli organizzati da giovani e l'ospitalità data al teatro del circuito agevolato dall’Amministrazione Provinciale, come un Enrico IV nella straordinaria interpretazione di Salvo Randone; il cinematografo si spense nella generale crisi che si profilava nel settore. Il Salone Pellegrini fu chiuso, cicli di conferenze promosse dalla Parrocchia furono ospitati nella sala pubblica di palazzo Verbania.

Le quattro chiese Considerate per ultime, furono le chiese il costante argomento di attenzione di don Nagel. Tutte le quattro chiese luinesi furono via via adeguate alla rivoluzione voluta dal Concilio Vaticano II, indipendentemente o in corrispondenza d’un restauro complessivo. In tutte fu rinnovato l’arredo con nuovi banchi, non senza difficoltà per quelli della Prepositurale, progettati fuorivia, che si dovettero modificare con il soccorso di una industria luinese. Di conserva vennero gli impianti di riscaldamento più o meno evoluti. La prima fase del 1960-1961 aveva impegnato Costantino Anselmi, restauratore e pittore oltre che insegnante di disegno al Collegio di Tradate. A lui si deve un primo restauro della cappella destra nella chiesa di San Pietro in Campanea; rimosse la pesante cornice in stucco che tardivamente aveva inquadrato la luinesca Adorazione dei Magi, scoprì che l’affresco si svolgeva intorno alla porta di accesso alla adiacente prima casa parrocchiale luinese; egli liberò la lunetta sovrastante da un tendaggio che aveva obliterato metà della figurazione, finalmente riconoscibile nella sua alta qualità come la Conversazione spirituale dei grandi santi del IV secolo milanese, Ambrogio e Agostino. Sulla parete destra Anselmi scoprì una Crocifissione cinquecentesca (forse fu troppo frettoloso nel rimuovere lo strato superficiale settecentesco) ed eseguì anche interventi conservativi per due pregevoli tele del Carmine, proponendo la collocazione d’una di esse (La Vergine Maria assegna lo scapolare a san Simone Stock) dietro l’altare. 59


Terra e gente Nel 1969 la chiesa di San Pietro, già parrocchiale e da tempo volta alle funzioni cimiteriali, fu completamente restaurata. Don Nagel volle che se ne ricostruisse la storia con scavi sotto il pavimento che andava rinnovato. Con accuratezza di indagini archeologiche, dirette dall’architetto Sandro Mazza (anche lui ex alunno di Tradate), supportate da ricerche storiche svolte da Pier Giacomo Pisoni e dallo scrivente, furono individuate le fondazioni della primitiva chiesa romanica, delle addizioni quattrocentesche, del primo ampliamento cinquecentesco e della finale veste seicentesca. Una tomba privilegiata confortò la tradizione secondo la quale presso la cappella, poi ornata con l’Adorazione dei Magi, fosse stato sepolto Iacopino de Luino, fondatore di chiesa e convento del Carmine e ‘beato’ per concorde riconoscimento di popolo. La parallela indagine storica diede frutto poiché la figura di Iacopino trovò concretezza in atti notarili del ’400. Don Nagel volle infine che le ricerche fossero esaurientemente pubblicate(11). Il restauro dell’architetto Mazza valorizzò la pregevole decorazione barocca e in conclusione fece pienamente apprezzare i valori architettonici e plastici dello spazio interno. Attirò tuttavia le critiche di Piero Chiara in un elzeviro letterariamente splendido che nella generica deplorazione degli interventi che in qualche modo spegnessero i sedimenti secolari della pietà popolare, si riferiva scopertamente al San Pietro luinese. Don Nagel tacque e lasciò a noi di difendere un operato che nasceva da altrettanto amore per il passato ma anche dalle esigenze di mantenere vitale, rispondente alle sue finalità, un monumento che nei secoli era stato molte volte adeguato ai tempi. Le buone intenzioni furono riconosciute e strinsero, almeno il nostro trio, in amicizia con lo scrittore. A guardare le cose a distanza d’anni qualche ragione Chiara l’aveva, drastico essendo l’impatto del nuovo presbiterio rispetto agli antichi muri. Ma complessivamente il San Pietro restò un buon esempio di come l’adeguamento alla riforma conciliare potesse giovare alla dinamica spaziale del tempio. Don Nagel si prodigò anche per la chiesa del Carmine. Per dire del suo carattere, duro fu l’impatto con i particolarismi locali, che tendevano a creare

(11) La chiesa di San Pietro antica parrocchiale di Luino, indagini storico-archeologiche a cura di P. FRIGERIO, S. MAZZA, P.G. PISONI, Luino 1969. Cfr. Ricordando don Nagel…, cit., pp. nn. 22 sg.: allorché segnalammo a don Nagel l’esistenza presso i Carmelitani di Roma di cronache riguardanti il beato Iacopino, senza porre indugio lui accompagnò Pisoni in aereo a sfogliare fruttuosamente le carte romane. Del resto aveva stimolato noi del gruppo Travallium, neofiti della ricerca storica, a trovare presso l’Archivio storico diocesano le tracce del nostro passato, fornendoci un lettore dei microfilm che lui stesso ci procurava.

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Terra e gente isole privilegiate all'interno della parrocchia. Al Carmine era incredibilmente sopravvissuta una fabbriceria semi-autonoma che faceva capo a quanto restava dell’antica Confraternita dei carmenitt, spesso polemici con la parrocchia. Don Nagel senza tanti complimenti ricondusse chiesa e sagrestano al governo parrocchiale, come del resto voleva un'annosa norma concordataria. Allo stesso modo nella chiesa prepositurale egli fece demolire la scala esterna che portava a un locale sopra la sagrestia ove un consorzio di pie donne coltivava una sua particolare devozione. Al Carmine fu rifatto il tetto cadente e mutato il pavimento; questa volta la preoccupazione per le spese crescenti impedì lo svolgimento di indagini che del resto nemmeno un più recente e globale restauro portò a fondo. Negli anni ottanta fu la volta della chiesa di San Giuseppe. Intricata ne era la situazione giuridica; la chiesa era di proprietà privata, costruita nel 1665 dai nobili feudatari del luogo, i Marliani, in aderenza al loro palazzo, con il vincolo di apertura al culto pubblico. Il feudo passò poi ai Crivelli, e fu soppresso; dopo l’Unità d’Italia i Crivelli cedettero il loro adiacente palazzo, mai completato nella parte centrale, metà al Comune e metà alla Banca Popolare. Nella chiesa si riservarono una tribuna ove collocarono cimeli di famiglia ma, dopo la morte dell’ultima “duchessa”, anche quel vano divenne di uso pubblico. La chiesa fu regolarmente officiata dalla parrocchia sino agli anni ’50 poi per qualche tempo restò chiusa. L’ultimo erede dei Crivelli pensò allora di vendere la chiesa per usi profani. Come era ovvio il nuovo prevosto si oppose recisamente; aveva lasciato la chiesa senza officiature, sia per la trascurata manutenzione sia per il mancato adeguamento liturgico, che sarebbero spettati ai patroni, ma difese il diritto storico dei luinesi a fruire della chiesa. Infine dopo complicate transazioni la chiesa pervenne nella disponibilità della Banca Popolare di Luino e Varese, allora presieduta da Gaetano Cortesi il quale procurò il passaggio dello stabile alla parrocchia, dopo aver guidato un comitato che promosse il restauro, ancora una volta diretto dall’architetto Mazza. Nel 1981 la chiesa fu riaperta al pubblico. Fu l’ultimo rilevante risultato del governo parrocchiale di don Nagel, la cui vita si avviava al tramonto. Volle che una lapide ricordasse quell’impresa e chi con munificenza l’aveva resa possibile.

Vita della parrocchia Non tutti riconobbero a don Nagel qualità di pastore, alcuni lo giudicarono come una guida elitaria, attento più alle strutture materiali della parrocchia che alle anime del gregge a lui affidato. La sua parola sembrò talora 61


Terra e gente eccessivamente elevata per la media cultura del tempo; ma troppi parrocchiani hanno ricordato con gratitudine il suo insegnamento, la sua vicinanza per sorreggere, consolare, incitare al bene, per giustificare quei giudizi ingenerosi. Una coppia di sposi conservò il testo dell’omelia per le nozze, pronunciata nella chiesa del Carmine(12) e la rese pubblica dopo la di lui morte: un discorso limpido e appassionato legava il latino teologico di bonum fidei, bonum prolis e bonum sacramenti con il calore umano e l’augurio finale, che in una nuova casa piena di luce vegliasse l’angelo dell’amore e della pace. Fedele al suo vescovo, il prevosto don Nagel svolse compiti ingrati di disciplinamento ecclesiastico, mostrò certo limiti caratteriali, che destarono insofferenze tra i parrocchiani e anche tra i confratelli. La sua impulsiva schiettezza ebbe comunque il merito di strappare ogni velo d’ipocrisia. Don Parapini, con la confidenza del vecchio compagno di studi, parlava di quei momenti con una metafora non casuale, presa dall’elettrotecnica: Uno studente poco amante della fisica e dell’elettricità intuì come era don Nagel, “a corrente alternata”. Bisognava avvicinarlo nella fase giusta.

Quando nel 1972 fu costituito il decanato di Luino, don Nagel non fu eletto decano, lo fu solo più tardi. Andrebbe qui indagato quanto egli avesse operato nelle parrocchie contermini, nelle quali doveva curare il passaggio di cariche, fungendo intanto da vicario, come a Curiglia, con problemi riguardanti la casa parrocchiale. Per incarico della Curia intervenne anche nella costruzione di una nuova casa parrocchiale a Mesenzana. D’altra parte egli fu sensibile all’articolazione laicale dell’attività parrocchiale. Si è detto del suo intervento deciso contro compiti impropri assunti dai laici ma a contraltare si può citare l’ampia disponibilità manifestata nei confronti di associazioni come l’Acli con il suo ‘circolino’ di piazza San Francesco; con il suo sostegno nacque l’Unitalsi(13) (Unione nazionale italiana per il trasporto di ammalati a Lourdes e santuari internazionali): Nel 1961 ancora solo in carica di Vicario imbastiva l’UNITALSI di Luino con una telefonata alla sede di Varese. Lui, Anna Maria e Laura già del gruppo OFTAL di Vercelli davano inizio al trasporto ammalati a Lourdes…

Nel 1973 riportò gli scout a Luino, dove lo scoutismo aveva avuto breve fortuna nel primo dopoguerra, per iniziativa della Compagnia di

(12) Ricordando don Nagel…, cit., pp. nn. 33-39. (13) Ivi, p. nn. 27.

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Terra e gente San Paolo e in particolare di Pio Alessandrini, presso villa Fonteviva. Così si espresse un gruppo di ex Guide(14), memori: …don Nagel che è stato uno dei promotori dell’iniziativa […] ci ha regalato il pentolame per la cucina scout […] Per spronarci alla lettura ci ha regalato i primi libri della nostra biblioteca […] Nella preparazione della veglia “A che vale la bontà” ci ha messo a disposizione il teatro parrocchiale per le prove plurisettimanali e si è entusiasmato più per l’impegno che per la riuscita dello spettacol…ino.

Nel 1976 offrì una sede al Centro Italiano femminile(15) (una associazione nata nel 1945 nell’ambito dell’Azione Cattolica ma poi diffusasi fra le donne cattoliche, specialmente le insegnanti, e attivo nell’assistenza sociale e nella “proposta culturale”. Servizio reso alla comunità, non solo luinese, fu la partecipazione al Consiglio d’amministrazione dell’Ospedale Luini Confalonieri e del Ricovero Mons. Comi di Luino, le cui tavole di fondazione, rimaste in vigore sino alla recente riforma sanitaria, contemplavano la presenza dei parroci di Luino e Voldomino. Erano gli anni in cui fu costruito il nuovo Ospedale e fu certo lui a convincere la grande impresa milanese dell’ing. Guffanti a partecipare alla gara d’appalto che vinse, portando a termine i lavori in tempo breve. Per la sua competenza scientifica fu incaricato di valutare le caratteristiche tecniche delle apparecchiature da acquistare. Ne è rimasta testimonianza in due ex alunni dei Collegi Arcivescovili, Aldo Mazzucchelli, che in quegli anni ricoprì la carica di presidente dell’ente,(16) e Gianni Gallinotto, primario di ortopedia, che scriveva(17): l’organizzazione della divisione di ortopedia mi obbligava all’acquisto di apparecchiature talora sofisticate che imponevano scelte spesso imbarazzanti sotto l’aspetto tecnico. A chi rivolgersi per un consiglio qualificato e disinteressato? Al professor don Agostino Nagel. Egli infatti mettendo a disposizione le sue conoscenze di fisica fu sempre avveduto nel consigliarmi l’acquisto più confacente alle mie necessità. ***

La malattia impedì a don Nagel di continuare nei suoi incarichi, mentre era ancora in vegeta età, e nel 1983 dovette dimettersi dalla parrocchia. Nell’omelia funebre il vescovo Citterio rievocò(18) la sua lunga sofferenza: il

(14) Ivi, p. nn. 56. (15) Ivi, pp. nn. 32. (16) Ivi, pp. nn. 29 sgg. (17) Ivi, pp. nn. 19 sgg. (18) Ivi, pp. nn. 60 sgg.

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Terra e gente calvario si svolse dentro e fuori gli ospedali (degente a Luino lo confortarono gli allievi della ‘sua’ scuola, con la letture dei poeti prediletti) e durò sino al 22 ottobre 1985. Fu per lui la deambulazione fattasi sempre più difficoltosa fino ad immobilizzarlo: sofferenza fu l’affievolirsi della vista che gli tolse la possibilità della lettura sempre avidamente cercata; sofferenza di disturbi vaso-circolatori che sono stati alla radice di quelli accennati; sofferenza lasciata intuire ma non espressa, la solitudine che chi vi parla ha sentito come gran prova del Signore…

Riposa nel cimitero di Luino, la Luino che non aveva mai voluto lasciare. Anche di lui si sarebbe potuto dire: qui nunquam quievit, quiescit. In Domino, siamo certi.

I coetanei del 1913 in una foto di gruppo per il cinquantenario: fra essi don Nagel e Piero Chiara (a sinistra)

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Mauro Catenazzi - Emilio Rossi

Dal cuore della Veddasca don Valentino Gambi, l’editore di Dio a cento anni dalla nascita

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hi l’avrebbe mai detto che un umile figlio della Valle Veddasca sarebbe diventato «l’editore di Dio»? Così lo definisce, infatti, Angelo De Simone in un’esauriente pubblicazione a cura dell’Editrice San Paolo. Don Valentino Gambi, infatti, nacque a Lozzo il 24 novembre 1913. All’età di dodici anni entrò nella Pia Società San Paolo di Alba (CN), fondata da don Giacomo Alberione il 20 agosto 1914(1). Qui frequentò le scuole secondarie inferiori e superiori, incluso il corso filosofico e teologico che aveva la durata di sette anni. Fu ordinato sacerdote nel 1937 e nell’agosto del 1938, appena superato l’esame di licenza liceale nella scuola pubblica di Alba, conditio sine qua non per frequentare l’Università, fu mandato con un altro paolino a vendere libri nel Veneto. Curiosa la motivazione: perché «si riposasse dalle fatiche degli esami» aveva sentenziato il suo superiore(2). In una lettera a don Leonardo Zega del 3 dicembre 1993, don Gambi scriverà: «Che delizia con l’abito talare e il cappellone da prete, due borse rigonfie di libri, andar bussando di porta in porta nella calura agostana della pianura veneta e sentirsi dire da un parroco: “Ecco, arrivano i mendicanti!”». Dal 1938 al 1942 frequentò la facoltà di lettere nella Regia Università di Roma; contemporaneamente insegnava greco e latino nel ginnasio della comunità romana. Molti erano anche gli impegni legati all’esercizio del suo ministero: celebrazione della messa domenicale a Montemigliore (Pomezia), seguita da una seconda messa nella parrocchia romana di San Saba. Spostamenti che avvenivano in bicicletta e per lo più sine cibo et sine potu, perfino nella torrida calura estiva, nel rigoroso rispetto del

(1) L’attuale Società San Paolo è transitata attraverso diverse ragioni sociali: Scuola Tipografica «Piccolo Operaio», Pia Società San Paolo, Società San Paolo. (2) A. DE SIMONE, Valentino Gambi, l’editore di Dio, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2003.

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Terra e gente digiuno eucaristico imposto dai sacri canoni. Un’attività frenetica, un impegno diuturno che non conosceva soste. Così lo descrisse il paolino don Licinio Galati nell’omelia pronunciata durante le sue esequie: «Era una gioia pensare a questo professore, burbero all’apparenza ma nel profondo austero, sensibile e buono oltre ogni dire, che alle otto di mattina si recava all’Università e, dopo aver mangiato furtivamente un panino dietro gli scaffali della biblioteca Alessandrina, tornava alle diciotto, stanco, per educare i suoi studenti al bello del sapere e del vivere. Soprattutto quando parlava loro dei suoi studi e del suo lavoro - proprio in quegli anni stava preparando la biografia di sant’Ambrogio in obbedienza a don Alberione che esigeva da ogni paolino che scrivesse in vita almeno un libro - , la loro ammirazione per lui cresceva a dismisura e, con l’ammirazione, l’affetto sincero. I suoi allievi sapevano dei suoi successi all’Università e dei lusinghieri giudizi nei suoi confronti da parte dei professori. Uno di questi un giorno, complimentandosi con lui esclama: “Reverendo, lei non soltanto traduce, ma ciceroneggia”». Un brillante percorso universitario, coronato da una tesi altrettanto prestigiosa, riguardante Gerhoch von Reichersberg (1093-1169) ed i Papi del suo tempo, con Appendice sulle sue opere (cartelle XV- 320). Relatore il senatore Pietro Fedele, già ministro dell’Educazione, che la propose a Benedetto Croce perché venisse inserita in una collana da lui diretta, edita da Laterza. La guerra con i suoi terribili risvolti e il trasferimento ad Alba gli impedirono purtroppo di apportare alcuni indispensabili ritocchi richiesti dal suo docente di Storia Medievale, difficilmente realizzabili senza un’indispensabile consultazione di testi della Biblioteca Vaticana. Un trasferimento voluto sbrigativamente da don Alberione di cui si fatica a comprendere le motivazioni. Don Gambi, infatti, dopo la discussione della tesi e le allettanti profferte del suo relatore, si presentò al suo superiore, chiedendo due o tre mesi di tempo per ultimare il lavoro. Si sentì sbrigativamente rispondere che avrebbe dovuto immediatamente trasferirsi ad Alba dove don Giancarlo Timoteo, superiore della comunità, lo attendeva come insegnante di letteratura latina e greca presso quel liceo. Una tesi che giace ancora tra i suoi scritti inediti. Il suo incarico presso il liceo di Alba durò ininterrottamente per dieci anni, ma contemporaneamente don Gambi espletò altre mansioni, alcune legate al suo ministero pastorale, come la scuola alle Pie Discepole, la terza congregazione religiosa fondata da don Alberione nel 1924. Dal 1945 al 1952 collaborò con «Famiglia Cristiana», un settimanale di ispirazione cattolica, fondato ad Alba nel dicembre 1931 dallo stesso Giacomo Alberione, il quale sosteneva che la «nuova frontiera» dell’evangelizzazione dovesse passare proprio attraverso i mezzi di comunicazione, non per parlare di religione cristiana, ma di tutto cristianamente. Don Gambi fu il punto di riferimento autorevole per diverse 66


Terra e gente rubriche: «Storia della Chiesa» (1946-1951); «Come ti chiami?» e «Catechismo in briciole» (1949-1952). Particolarmente apprezzati una trentina di articoli sull’anno santo 1950. Un uomo di cultura come lui non poteva far a meno dei libri, per cui alle sue già consistenti occupazioni si aggiunse anche quella di bibliotecario(3). Don Gambi fu figura prestigiosa per i suoi studenti. Lo conferma la testimonianza di don Licinio Don Valentino Gambi Galati, uno dei primi collaboratori che affiancò il Direttore delle Edizioni Paoline: «Negli anni, in cui fu impareggiabile docente di materie letterarie, egli si propone quale formatore di giovani paolini avviati al sacerdozio e, attraverso le discipline scolastiche, ne forgia lo spirito. Le sue lezioni, attraverso la sua voce calda e vibrante, non sono soltanto affascinanti avventure della mente, esse divengono lettura e scuola della vita e del pensiero umano, inducendo i giovani allievi ad apprendere l’arte di riflettere sulla propria esistenza quale missione da compiere al servizio dell’umanità. Non era il solito insegnante ripetitivo e noioso ma, straordinariamente colto, sapeva parlare con entusiasmo e slancio come mai essi avevano sentito parlare, tanto da provocare negli allievi un processo di identificazione, al punto che tentavano di imitarlo in tutti i comportamenti. Egli sapeva comunicare come pochi altri il gusto della cultura e l’amore per lo studio. Coltissimo, assistito da una memoria fotografica, poteva risparmiarsi la fatica della preparazione immediata, eppure non una sola volta che si sia presentato in classe senza aver prima trascorso almeno un’altra ora in biblioteca per preparare indisturbato la sua lezione». Un uomo dunque di grande cultura, strumento indispensabile per affrontare la navigazione attraverso i flutti agitati della vita. Un insegnante preparato e coscienzioso che aborriva dalle facili improvvisazioni, rispettoso della dignità dei suoi studenti ai quali non poteva essere ammannito un cibo dozzinale. Per lui i classici costituivano un costante riferimento. Il pensiero, come entità immateriale, infatti, sopravvive al suo autore e travalica le barriere del tempo. Cicerone era uno scrigno di saggezza a cui spesso attingeva, come ad esempio nella introduzione a «Chi è don Alberione» dove fa riferimento al «piano di parità che l’autentica amicizia esige per le reciproche, incontrollate, intime confidenze e rivelazioni, le quali

(3) Lo dichiara lui stesso in una intervista concessa il 18 maggio 1987 a suor Mercede Mastrostefano, Archivio Storico delle Figlie di San Paolo di Roma.

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Terra e gente peraltro propiziano in cambio la mutua e profonda conoscenza del proprio io; un senso di liberazione, di gioia e di sicurezza: addirittura “un non so che di divino” - com’ebbe a scrivere Cicerone - popolando così di caldi e stimolanti affetti la glaciale solitudine della nostra povera vita»(4). Riferendosi alla grande ammirazione che don Gambi nutriva per Cicerone, don Giuseppe Zilli, suo ex allievo e direttore di «Famiglia Cristiana» scriveva tra l’altro: «Quando parlava della morte di Cicerone, si commuoveva fino alle lacrime». La pietra angolare della sua vita era senza dubbio la cultura, non intesa però come ricerca fine a se stessa o apprendimento di aride nozioni, ma come acquisizione di valori spirituali attraverso la conoscenza delle scienze umane. E questo nello spirito del programma di Paolo: interessarsi a «tutto ciò che è vero, nobile giusto, bello, amabile, degno di lode». Don Galati riconosce a don Gambi e ad altri insegnanti della sua tempra il merito di aver sprovincializzato gli studi all’interno della Società San Paolo. La missione dell’autentico maestro è quella di formare i suoi allievi, valorizzandone le potenzialità. Ricorda ancora don Galati: «Don Gambi seguiva passo passo i suoi discepoli mentre insegnava la metodologia e il rigore degli studi, tanto che, al momento della costituzione dell’Ufficio editoriale centrale, non avrà alcuna difficoltà a selezionare tra di loro i suoi collaboratori per farsi affiancare nella nuova attività». Nel 1952 don Alberione gli affidò la direzione generale delle Edizioni Paoline italiane che resse per trent’anni. Don Gambi era consapevole che una casa editrice non avrebbe avuto ragionevoli prospettive di successo, se non avesse compiuto una radicale trasformazione, pubblicando testi di teologia e di morale di elevato livello internazionale. Sulla strada del rinnovamento fu sostenuto anche dall’illuminata consulenza di monsignor Natale Bussi, figura eminente del clero diocesano e soprattutto uomo di vasta e profonda cultura. È lo stesso don Gambi in una sua relazione del 1978 a ripercorrere le tappe di questo cammino: «Passando alla cultura religiosa generale bisogna ricordare anzitutto la prima gloriosa collana di cultura, iniziata ad Alba alla fine degli anni quaranta e poi continuata sino agli inizi degli anni settanta. È la collana Catholica che si qualificava come “una presenza cristiana nel mondo moderno”. Ebbe due serie: la prima di quindici volumi, la seconda di trenta: tra i nomi più noti che vi figurano, ricordiamo: J. Leclercq, E. Mounier, G: Thils, R. P. Galtier, G. Brunher, C. Feckes, Ch. Journet, M. Schmaus, M. Jugie, Scheeben-Fuchs». Uno sforzo poderoso per imprimere una svolta epocale alla società editrice. La

(4) Alberione, a cura di A. ZANELLI, M. PRANDO, C. REDAELLI, A. MILELLA, Edizioni Paoline, Roma 1975.

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Terra e gente

Atto di nascita di don Valentino Gambi, Archivio Comunale di Veddasca

traduzione delle opere teologiche di B. Bartmann segna un ulteriore passo verso la sprovincializzazione della Società San Paolo. Prima ancora di assumere il suo nuovo incarico, Don Gambi si era reso disponibile per la realizzazione di un ambizioso progetto editoriale, concepito da don Alberione: la pubblicazione di una rivista dal titolo Magisterium, espressione scientifica, filosofica, storica, giuridica e teologica della spiritualità e del pensiero paolini. Don Gambi avrebbe scelto come ambito di lavoro la civiltà cinese, analizzando il concetto di “Maestro” nella letteratura di un Paese asiatico che aveva avuto un ruolo così importante nella diffusione di una cultura, radicata in una tradizione millenaria. Purtroppo però il progetto, per tutta una serie di motivi, non andò in porto. Nell’affidargli il compito di organizzare a Roma l’Ufficio centrale delle Edizioni Paoline, don Alberione raccomandò vivamente al suo collaboratore di non trascurare nessun aspetto dello scibile umano. Consegne che indicavano un obiettivo ben preciso: andare al di là di una produzione di opere ad esclusivo scopo devozionale, come era avvenuto fino a quel momento. Sulla necessità di privilegiare una cultura divulgativa, senza artificiosi paludamenti, don Gambi aveva le idee chiare. In un’intervista pubblicata su «Il Popolo» del 26 maggio 1965, egli sosteneva la necessità della diffusione capillare del libro tra le masse. «L’autentico libro popolare - affermava - è quello che è scritto nel 69


Terra e gente linguaggio che il popolo intende, all’altezza della sua capacità intellettuale, rispondente alle sue istanze più immediate e concrete, nonché - anzi soprattutto - a quelle più profonde che spesso dissimula. […] Non va taciuto che un’impostazione programmatica del genere ha i suoi rischi […]. I recensori, i critici letterari, i partecipanti ai “convegni” e ai “dibattiti”, i giornalisti fanno parte di quell’élite di quattro o cinque milioni, abituati, in genere, alla lettura di libri non “popolari”. È quindi comprensibile che, pur tessendo commoventi geremiadi sulla scarsa diffusione del libro tra le masse, arriccino il naso davanti alle modeste pubblicazioni di carattere popolare, le stronchino o le qualifichino con l’epiteto: “Roba da donnette”. Ma anche le donnette fanno parte della massa…». E sulle scelte editoriali non aveva dubbi: «L’editore non deve pubblicare un libro perché lo trova di suo gradimento. Egli ha davanti a sé un pubblico enorme che, per classi, cultura, età, sesso, aspirazioni è quanto mai vario: c’è il bambino, la ragazza, il giovanotto, la mamma, la vecchietta, il professionista, il dotto, lo studente, ecc. L’editore deve offrire un banchetto a cui tutti si possano sfamare. Indubbiamente l’editore condiziona le sue scelte ad ideali ben precisi; deve però adattarsi alla frastagliata mentalità del pubblico. Ciò premesso, giudicare tutta la produzione paolina dal punto di vista della propria cultura, preferenze personali, è assurdo, puerile e antiapostolico. Se è lapalissiano che il conferenziere, il predicatore debbano tenere presente la mentalità degli ascoltatori, non vedo perché la stessa cosa non si debba dire dell’editore. Perciò un libro che non piace a te, può essere bello ed utile, ad esempio, per tua mamma»(5). Inizia da questo momento un fecondo periodo caratterizzato da un fiorire di opere che abbracciano i più disparati ambiti del sapere, dalla teologia, alla filosofia, dalla letteratura, alla psicologia, dalla pedagogia alle tematiche scientifiche. Una linea editoriale che fatica non poco ad accreditarsi presso l’opinione pubblica. Lo stesso don Gambi lo segnalava riferendosi ad un tentativo di coinvolgimento di una figura controversa del mondo letterario e filosofico: «Quando scrissi a Papini per avere la sua collaborazione, mi disse: “Ah, voi siete quelle delle Massime eterne! Io le ammiro, ma non è la mia produzione”: Ecco: noi eravamo quelle delle Massime eterne! Che tutti stampavano»(6). La produzione editoriale si arricchì di nuove collane tra le quali meritano di essere ricordate «Maestri», «Psychologica», «Enciclopedia cattolica dell’uomo d’oggi» e «Biblioteca di cultura religiosa». Lusinghiero, in

(5) Le Edizioni Paoline nel complesso dell’editoria italiana, in Noi e gli altri, «Bollettino interno del Collegio Teologico Internazionale Paolino», 15 dicembre 1968. (6) Intervista del 25 dicembre 1995, concessa a suor Mercede Mastrostefano, cit. (7) A. DE SIMONE, cit.

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Casa natale di don Valentino Gambi a Lozzo - Veddasca

riferimento a quest’ultima, il giudizio dell’Osservatore Romano del 14 luglio 1963: «Nessuna collezione ha dimostrato finora in Italia la vitalità ed ha riscosso il successo della “Biblioteca di cultura religiosa” […]. In poco più di due anni, infatti, ha allineato un’ottantina di volumi di notevole mole e di grande interesse, ponendosi all’attenzione dei circoli intellettuali anche fuori del mondo strettamente ecclesiastico». Un riconoscimento autorevole per don Gambi che lo accreditava non solo presso le alte sfere ecclesiastiche, ma anche presso le élite culturali del suo tempo. A questi successi editoriali si aggiunsero i famosi dizionari EP (Edizioni Paoline) riguardanti non solo l’ambito religioso, ma anche quello profano. Non dobbiamo peraltro dimenticare che negli anni 1962-1965 si svolgeva a Roma un avvenimento di portata storica planetaria: il Concilio Ecumenico Vaticano II. Fu una straordinaria occasione per conoscere realtà fino a quel momento rimaste ai margini della Chiesa. Nel corso dell’ultimo secolo, la Chiesa cattolica, infatti, aveva perso il suo carattere eurocentrico, caratterizzandosi sempre più come una Chiesa universale. Le gerarchie ecclesiastiche non potevano più ignorare le diversità delle Chiese latino-americane ed africane, che chiedevano un riconoscimento delle loro peculiari 71


Terra e gente identità. Un’assoluta novità era costituita dalla partecipazione, in qualità di osservatori, anche degli esponenti delle altre confessioni cristiane, come ad esempio quelle ortodosse e protestanti. In questo contesto le Edizioni Paoline ebbero il merito di fare da ponte tra la cultura mondiale e quella dell’episcopato italiano, quasi estraneo al dibattito teologico delle altre nazioni. La libreria romana, che incrociava via Conciliazione, divenne in quegli anni un punto di ritrovo quasi obbligato per i padri conciliari(7). Un altro successo editoriale fu la «Nuovissima versione della Bibbia» che ebbe una diffusione capillare nelle famiglie italiane: un progetto espressamente voluto dal fondatore e realizzato da don Gambi. Sul mercato librario le Edizioni Paoline ora immettevano più di ottomila titoli. Non per nulla G. Romanato e F. Molinari definivano le Edizioni Paoline «un vero impero editoriale». Lusinghiero il giudizio sul direttore: «Al vertice dell’Ufficio Edizioni lavora don Valentino Gambi di Varese che ha il fiuto di individuare le attese del mercato. È un rabdomante dell’editoria che ha inventato molti best-sellers».(8) Riconoscimenti insperati giungevano anche dagli esponenti della cosiddetta cultura laica. Ambrogio Donini, comunista rigido e storico del cristianesimo affermava senza mezzi termini che «ciò che di notevole la cultura cattolica ha dato alla politica in Italia è stato prodotto da Il Mulino e dalle Edizioni Paoline». In un fascicolo della Editrice SAIE (Editrice e Società di distribuzione libraria collaterale alle Edizioni Paoline), pubblicato nel 1984 in occasione del centenario della nascita di don Alberione, don Gambi veniva definito addirittura come l’uomo che «ha fatto le Edizioni Paoline». Don Valentino però era ormai logorato dai ritmi incalzanti imposti quotidianamente dal suo lavoro. Sul suo tavolo affluiva ogni giorno una pletora di progetti editoriali: centinaia di autori in cerca di un editore. Proposte che leggeva coscienziosamente, alla perenne ricerca di nuovi talenti. Perfettamente consapevole del suo precario stato di salute, lo fece presente al suo superiore: «Sono stanco, i miei nervi sono quasi a pezzi, le ansie, anzi le angosce per i vari problemi del mio incarico spesso mi tolgono il sonno e a volte mi causano un tremito insopprimibile per ore e ore». Erano le prime avvisaglie del morbo di Parkinson che avrebbe condizionato pesantemente la sua attività futura(9). Don Gambi aveva fatto del senso del dovere la stella polare della sua esistenza. Significativo in proposito uno stralcio dell’omelia della festa dell’Assunta,

(8) G. ROMANATO - F. MOLINARI, Cultura Cattolica in Italia ieri e oggi, Marietti, Genova 1980. (9) Lettera a don Remo Perino del 18 luglio 1982, Archivio Storico delle Figlie di San Paolo, Roma.

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Terra e gente pronunciata nel paese natio di Lozzo dove ogni anno trascorreva le sue vacanze, sostituendo il parroco in tutte le funzioni: «La vita non è una festa per alcuni e un peso per altri, ma per tutti una grave responsabilità. Responsabilità, come dice l’etimologia della parola, significa rispondere a un dovere che tutti hanno l’obbligo di svolgere: nella famiglia, nel lavoro, nella vita civile. Chi non lo compie è un fallito e tradisce la vita. Le filosofie e le sociologie più serie di qualsiasi colore sono d’accordo nella definizione: la vita è responsabilità». Mantenne comunque sempre una grande lucidità mentale che gli consentì di operare a latere della Società, offrendo ancora un prezioso contributo di idee, avvalendosi della sua Lapide commemorativa di don Valentino Gambi pluriennale esperienza. Era finalmente giunto nella chiesa parrocchiale il momento per dedicarsi ad un progetto amdi Lozzo - Veddasca bizioso che aveva dovuto accantonare per necessità: una biografia del papa. Nel 1987, don Lugi Zanoni, primo successore di don Alberione, in una lettera a lui indirizzata gli esprimeva tutta la sua gratitudine e il suo apprezzamento per l’ottimo lavoro svolto: «Hai iniziato l’ufficio edizioni che poi è stato copiato in tutte le nazioni. Se la nostra congregazione ha avuto un ottimo sviluppo in Italia prima e poi nel mondo nella moltiplicazione dei libri, lo si deve a te. Ho girato in tutte le nazioni ove si lavora nel libro: l’esempio dell’ufficio edizioni italiano era scuola e stimolo, e il tuo nome lo si conosceva da tutti. Hai dato un contributo sostanziale alla Congregazione che nel libro ha raggiunto mete invidiabili. Ma quanta fatica ti è costata! Non perdevi un minuto. L’esempio di don Alberione lo hai incarnato. Quando a tavola ti chiedevo qualche cosa, su qualunque argomento avevi la risposta pronta. Eri un’enciclopedia vivente. Sei il migliore della nostra classe». Un ritratto quanto mai incisivo ed efficace. «Sessantotto anni regalati alla San Paolo»: così don Gambi a commento degli auguri pervenutigli in occasione del suo ottantesimo compleanno. E aggiungeva: «Sai, caro don Zega, quali sono le due cose di cui mi sento più orgoglioso? Prima di aver sempre “sgobbato”; seconda: di non aver mai mosso un dito - dico mai! - per avere una sola delle cariche (invidiatemi da molti) che mi vennero via via affidate». Poi don Valentino si abbandonava alle tristi considerazioni sul suo stato di salute: « […] pulvis et umbra sumus e l’ombra della morte che, dal 1980 non è più nei miei riguardi “la freccia” aristotelica “che colpisce sempre il vicino”, bensì quella 73


Terra e gente che colpisce proprio me, mi è diventata familiare. Sorella morte mi condurrà alla casa di mio Papà, il Pater noster, che amabilmente serio mi ammonisce: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato dite: Siamo servi inutili: abbiamo fatto quanto dovevamo fare!” Ma io ho fatto tutto quello che mi è stato ordinato? Tutto quello che mi è stato ordinato dai miei superiori, credo di sì. Ma come l’ho fatto?». Singolare confessione di modestia, fiore raro nella nostra società. Una senescenza operosa la sua, anche se tra le opere che si era prefissato di pubblicare riuscì a portare a termine solo la traduzione della Lettera al duca di Norfolk: coscienza e libertà, di John Henry Newman, preceduta da un ampio saggio introduttivo. Nel mese di luglio del 2000 venne colpito da un ictus che lo costrinse ad una penosa inattività. L’uomo comunque reagì con la consueta forza di volontà ed ancora nel 2001 riuscì a rielaborare e ad ampliare l’introduzione del libro di Mario Sgarbossa, Alberione. «Una meraviglia del nostro secolo»(10) . Nel suo breviario don Valentino conservava stralci di classici latini, di Cicerone e del poeta Ennio, frammenti del testamento di Paolo VI e di altri autori coi quali aveva dimestichezza. Particolarmente significativo un passo, tratto dal Cato Maior seu de senectute di Cicerone che sembra una sorta di testamento spirituale: «A mio avviso, non può essere che la natura, dopo aver ben regolato le altre parti della vita, non si sia curata dell’ultima, quasi come un poeta inesperto che trascuri l’ultimo atto di un dramma. E come i frutti degli alberi e i prodotti della terra, una volta maturi, avvizziscono e cadono, così è inevitabile che avvenga anche all’uomo, nell’ultimo periodo della vita. Una tale necessità deve essere perciò sopportata con rassegnazione da chi è saggio […]. Non è mia intenzione parlare male della vita, come fecero spesso molti filosofi; né mi dispiace essere vissuto, poiché vissi in modo tale da poter dire di non essere nato invano. Ora mi dispongo a lasciare la mia vita, proprio come si lascia la casa di un ospite, non la propria, poiché questa terra, su cui la natura ci ha posti, è per noi un luogo di passaggio, non già una stabile dimora». Il 25 gennaio 2002, don Valentino concludeva la sua vicenda terrena, come il generoso corsiero descritto da Ennio, che molte volte nei giochi olimpici era giunto primo al traguardo, e che ora, affranto dagli anni, si riposa.

(10) M. SGARBOSSA, Alberione. «Una meraviglia del nostro secolo» (Paolo VI), Paoline, Milano 2000.

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Federico Crimi

“A quando un’esecuzione dei Castelli di Cannero?” Vincenzo Ferrario e l’arte sua tra il Verbano e Firenze

«A

quando un’esecuzione dei Castelli di Cannero»? Questo ordinava, con nostalgia, Piero Chiara, costretto all’esilio (il primo, il più bruciante, quello che diverrà definitivo) dal “piccolo mondo” luinese, allontanato nelle preture «oltre Isonzo»: Pontebba, Cividale del Friuli, Aidussina. Era il 1932. La richiesta era rivolta al grande amico Vincenzo (Cenzo) Ferrario, nato, come lui, nel 1913, il 29 dicembre, come lui a Luino e, come molti nella Luino d’allora (tra cui Sereni), figlio di un “altrove”: nel caso dei Ferrario, la famiglia proveniva dalla “bassa”, tra Turbigo e Castano Primo, donde s’erano recati sul lago per commerci vari (vino, ma non solo) intorno al 1910(1). Pochi dati per gettare una luce sull’intensità dei rapporti giovanili tra Chiara e i Ferrario (oltre Cenzo, il fratello Nino, classe 1911, e il minore, Ede, nato nel 1920). L’addio giovanile del futuro novellatore alle amate terre di una spensierata gioventù, per affrontare la spedizione «oltre Isonzo», ebbe come teatro la grande casa dei Ferrario sulla piazza della stazione di Luino, acquistata, si pensa, nel 1919 da quei Branca che l’avevano innalzata nel 1882-84 come sontuoso albergo per far fronte alla fugace belle époque locale, quei Branca da cui discese direttamente, una volta trasferitisi, dopo la vendita, a Savona, il celebre italianista Vittore. Ricordò Chiara, rientrato da «oltre Isonzo» a Varese, nel 1935, scrivendo a Nino: «Era una mattina di novembre - ed alle 5,30 del mattino io camminavo

(1) Per la citazione di Chiara (da una lettera a Cenzo, Aidussina, 17 dicembre 1932) cfr. F. CRIMI Lettere da un esilio. Il carteggio Piero Chiara - Nino Ferrario, «il Rondò», 18 (2006), p. 20 (passim, per informazioni sulla famiglia Ferrario). Su Cenzo (Luino, 29 dicembre 1913 - Firenze, 29 ottobre 2008), il più completo resoconto si trova in F. CRIMI, Intorno a Vincenzo Ferrario, Pittore, «il Rondò», 23 (2010), pp. 63-86; ivi, per un elenco di mostre (personali e collettive) aggiornato poi in Vincenzo Ferrario, catalogo della mostra (Firenze, ristorante Vecchio Casale, dal 26 novembre 2010), a cura di H. CHYLEWSKA, Nastro & Nastro, Germignaga (Va) 2010.

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Luino, casa Branca (poi Ferrario-Forzinetti, ora Ferrario-Crespi): sede di giovanili incontri tra i fratelli Ferrario e Piero Chiara e primo “studio” di Cenzo

in punta di piedi sul terrazzo della tua casa vecchia per venirti a salutare. Quel mattino io partivo per Pontebba, dove incominciavo a lavorare e da dove non credevo più di poter tornare. Mi ricordo che entrai nella stanza tua e del Cenzo, sempre aperta, e stetti un momento con voi. Quando uscii, avevo nell’animo un dolore e un’amarezza indicibile. Mi pareva ancora una di quelle mattine quando venivo a prendervi per andare dalla parte di là del lago a sciare. Quanta libertà allora! Davanti ai nostri occhi non c’erano preoccupazioni né timori, né incertezza dell’avvenire»(2).

(2) Lettera di Piero Chiara a Nino Ferrario, datata Varese, 18 luglio 1935, cit. in F. CRIMI, Lettere, cit., p. 9.

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Terra e gente Accomunati in un percorso scolastico di giovanile irrequietezza (Cenzo e Chiara, prima alle elementari a Luino, poi nei grandi saloni del collegio De Filippi ad Arona, annata 1927-1928, dove almeno un biennio prima - e, a dire il vero, più scrupolosamente -, Nino si cimentava negli studi ginnasiali), i tre sodali sognavano piuttosto il volo di una vela sul lago(3). Ancora nel 1935, nelle parole di Chiara, a Nino, il 23 gennaio, al rientro in Varese,: «A proposito del giro del mondo, la cosa rimane intesa. Non manca che il tempo, l’occasione e l’imbarcazione. Poi si fa vela […]. E non 20 volte la faccia della luna si sarà riaccesa, che il nostro sloop taglierà le acque del Mar dei Sargassi…»(4). Nino, soprattutto, rimase ancorato a questo progetto, costruendo e ricostruendo più volte nei decenni a venire un fantastico natante (Clipper), in tutto disegnato da lui sin nei dettagli delle cabine. La meticolosa dedicazione per un perfezionamento del panfilo e la grandezza, a suo modo, dell’impresa - l’ossatura dello scafo fu fatta giungere da cantieri pugliesi; per far uscire l’imbarcazione, una volta terminata, dalle cantine dell’ex albergo di Luino si dovette demolire un settore dei casamenti rustici allungati sul retro del fabbricato -, stimolarono ancora nel 1978 la penna dell’amico Piero Chiara che tratteggiò, nelle pagine de Il cappotto di astrakan, la figura di Ferdinando Masoero. Ferdinando, consacrato alla propria barca «fra i tini e le botti sfondate» nella «vecchia “cantina” abbandonata dal padre», installava sul suo barcone «una quantità di ingegnosi automatismi e di congegni segreti, in una febbre crescente di perfezione che lo spingeva a

(3) P. CHIARA, Presentazione a Vincenzo Ferrario. Dipinti e grafica, Francesco Nastro, Luino 1987 (riedito in I miei amici artisti, a cura di F. RONCORONI, Nicolini, Varese 1994, e come prefazione a Vincenzo Ferrario. Litografie e Dipinti, Francesco Nastro, Germignaga 2004). Nella presentazione, datata giugno 1986, Chiara ricorda: «Ho conosciuto il “Cenzo” nei primi anni delle scuole elementari e l’ho ritrovato, tra il 1927 e il 1928, nel Collegio […] di Arona». Di Nino rimangono, in Archivio Ferrario, Luino (d’ora in poi APF; ivi per le lettere qui citate e riassunte in F. CRIMI, Lettere, cit.), parte dei volumetti di studi classici, diligentemente appuntati con le annate di frequentazione nel ginnasio aronese e di acute note di approfondimento. Tra questi, uno, almeno, è riferibile a Cenzo; a fronte dell’impegnativo argomento (La poesia eroica dei Greci e dei Latini, autore Achille Pellizzari), vi è conservato un foglietto di schizzi appuntati a margine di una versione: una facciata è riempita con repliche della firma (Vincenzo Ferrario) e con luoghi di riferimento per un’adolescenza sospesa tra identità, costrizioni e sogni di fuga (Luino, Arona, Carolus e Francia); l’altra reca abbozzi di figure maschili in atteggiamenti sportivi (tuffi, pallavolo, salto in alto, ecc.), vere e proprie istantanee di ginnici programmi didattici d’allora. (4) Cit. in F. CRIMI, Lettere, cit., p. 24.

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Terra e gente rifare continuamente quel che aveva già fatto […]»(5). Cenzo, da par suo, non fu da meno: negli ultimi anni di vita era ancora intento a ragionare, “gettando giù” sicuri schizzi sulla carta, sulla possibilità di brevettare un albero mobile per imbarcazione a vela, che ruotasse come un perno avendo il boma solidale(6). Vennero, poi, le difficoltà della guerra, a rinsaldare amicizie e affetti. Cenzo ricorda d’aver accompagnato Chiara in auto al confine elvetico, per l’esattezza «al ponte di Biviglione», oltre il quale un «mio amico finanziere gli aprì un cancelletto attraverso il quale passò in Svizzera». Era la notte che volgeva al 23 gennaio 1944(7). La testimonianza non trova riscontro nelle numerose pagine dedicate alla fuga di Chiara, se non per dettagli collaterali che ne rafforzerebbero l’autenticità. Ad attendere Piero alla stazione di Lugano, infatti, fu Ede, a riprova di una “rete” di fuga ben congegnata e studiata all’unisono. “Pierino” ebbe modo di ritrovare Nino a Ginevra e, forse, anche Mürren, campo d’internamento svizzero dove Nino frequentava corsi universitari, portandogli una

(5) P. CHIARA, Il cappotto di astrakan, Mondadori, Milano 1978, pp. 158 e segg.; vi è menzionato anche il trasporto del natante dalla Puglia. Cfr. anche Piero Chiara 1986-2006, catalogo della mostra (Linea della vita, Luino, palazzo Verbania, 4 novembre-31 dicembre 2006/Sguardo sulla Svizzera, Lugano, Biblioteca cantonale, 29 settembre-28 ottobre 2006), a cura di F. BOLDRINI, C. CATTANEO, B. COLLI, T. GIUDICETTI LOVALDI, G. ROBONI E D. RÜESCH, Francesco Nastro, Luino 2006, pp. 63 e segg. Negli ultimi anni di vita di Nino, il Clipper rimase in ricovero nell’improvvisato hangar dove era stato perfezionato sino a che, «dopo la sua morte i suoi amici dei “Fratelli della Costa” la seppellirono in fondo al lago»; con loro «c’era […] anche Piero Chiara». Cfr. S.B. [Silvio BARIGOZZI], “Uomini e barche”, in Associazione Velica Alto Verbano Luino 1938-1988, Francesco Nastro, Luino 1988, p. 105; ivi anche per ID., Mezzo secolo di AVAV, pp. 28 e segg. (per il trasbordo dalla Puglia e note su Nino, Cenzo e Ede Ferrario) e pp. 44 segg. (per lo «scarabocchio» di Nino, base per le linee costruttive della sede dell’AVAV); ivi anche per Il sinasso jr [pseudonimo per Carlo Alessandro PISONI], L’ultimo giorno del “Clipper”. La bibliografia su Nino (qui non esaustivamente elencata) andrebbe sostanziata con un intervento dedicato al vaglio dei numerosi progetti per l’imbarcazione e dei documenti presenti in APF. (6) I disegni, non datati e da non confondere con i numerosi dettagli per lo yacht di Nino, si rintracciano in APF. (7) Testimonianza orale raccolta nel 2005 da Francesca Boldrini e Carlo Cattaneo e cit. in Piero Chiara 1986-2006, cit., p. 25. Chiara ricorda, al contrario, d’aver strisciato «attraverso un buco sotto la rete di confine»; una redazione ufficiale riporta, come luogo d’ingresso, «presso Fornasette», donde avrebbe raggiunto Cremenaga; ma lo stesso Chiara appunta geografie consone al vallone di Biviglione, piuttosto che a Fornasette, dove il fiume Tresa è, del resto, piuttosto lontano: «Sotto di me gorgogliava il fiume ancora notturno»; «Superato il canalone del fiume entrai nei prati», quindi prima del ponte di Cremenaga. Per la questione, comunque, si rimanda a P. CHIARA, Diario svizzero 1944-1945, a cura di T. GUIDICETTI LOVALDI, Casagrande, Bellinzona 2006, p. 13; cfr. la Postfazione della curatrice per precisazioni documentali sull’argomento, in particolare pp. 225 e seg.

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A sinistra: Vincenzo Ferrario, Autoritratto, olio su tela, 1953. Collezione privata, Luino. A destra: Ede e Cenzo Ferrario in viaggio verso Firenze, settembre 1980. APF, Luino

foto della piccola “Popi”, la primogenita, nata nel dicembre ’43, dopo il suo espatrio. Quella foto era nella tasca di Chiara mentre Cenzo lo scortava al confine(8). Nella prima raccolta d’“oltre frontiera”, Incantavi, Chiara amò dedicare i versi, riuniti sotto il titolo di Nostre sere, A Cenzo: con efficace tratto, il carattere dell’amico/pittore è tutto ne la parola parca (nel 1933 già l’aveva definito «taciturno» in una lettera a Nino); con un altro verso (amici d’altro tempo) si profilava, tramite il ricordo di Cenzo, un sentimento di insanabile distacco da una giovinezza travolta dallo scorrere degli anni(9).

(8) Per un probabile incontro tra Chiara («Pierino») e Nino a Mürren, cfr. l’inedito diario di prigionia di Nino in APF. Per Ede e Chiara a Lugano, cfr. P. CHIARA, Diario, cit., p. 14 e seg. Una foto di Nino e Chiara a Ginevra (marzo 1945) è pubblicata in F. CRIMI, Lettere, p. 19. (9) Cfr., in merito, le precisazioni di A. PAGANINI, Note filologiche e critiche, in P.CHIARA, Incantavi e altre poesie, a cura di A. PAGANINI, L’Ora d’Oro, Poschiavo 2013, p. 151: la dedica A Cenzo fu emendata dallo stesso Chiara in una copia con correzioni autografe. Per la lettera a Nino, Cividale, 29 aprile 1933, cfr. F. CRIMI, Lettere, cit., p. 20.

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Vincenzo Ferrario, Graglio, olio su tavola, 1932 circa. Collezione privata, Firenze

Vincenzo Ferrario, Chiaravalle, olio su tavola, giugno 1933. Collezione privata, Luino

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Vincenzo Ferrario, Il Limidario da Luino, olio su cartone, 1995 circa. Collezione privata, Firenze

Vincenzo Ferrario, Piscina di Bagno Vignoni, olio su tavola, settembre 2008. Collezione privata, Firenze

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Terra e gente Le strade dell’esistenza, infatti, separarono i sodali. Eppure il sodalizio rimase vivo a distanza. Ancora nel 1971, ad esempio, Chiara ringraziava indirettamente Nino sulle pagine de La Fiera letteraria: «D. - Ha un lettore ideale […]? R. - Si, un mio amico […] che poteva essere scrittore meglio di me e non lo fu per varie ragioni, finendo […] nel commercio. È a lui, più che ai miei critici, che penso quando licenzio uno scritto. Scrivo per lui, per dimostrargli che sono davvero uno scrittore; ed è quindi a lui che chiedo l’unico parere che m’interessa». Tenne a precisare, lo stesso Chiara, in una lettera privata all’amico/critico: «Caro Nino, il “lettore” […] sei tu, come avrai capito»(10).

Il sogno di Cenzo Il battesimo di Cenzo alla pittura avvenne, dunque, sotto lo sguardo di un adolescente Chiara, forse stupito per l’abilità dimostrata dall’amico in quella disciplina in cui lui stesso tentava incerti esperimenti. Scriveva, infatti, a Cenzo, da Aiudussina, il 17 dicembre 1932: «Almeno tu passi la gioventù in un esercizio nobile - ed ài davanti una visione più grande della mia». L’8 gennaio 1936, da Varese, Chiara si dilungava con Nino sulla gestazione di un dipinto dal vero del fratello: «Cenzo […] è andato in Forcora il giorno 5 ed il sei di sera incontrai Sandro Bonari reduce di lassù, il quale mi disse che Cenzo era rimasto solo per un’altra giornata, anche perché aveva incominciato a “tirar giò” la chiesetta della Forcora e voleva terminare l’abbozzo». Cenzo, concludeva Chiara nel 1933, «può essere solo un’artista»(11). Quelle giovanili esortazioni ad una pittura di natura, dapprima lacustre, poi, per frequenti trasferimenti, dedicata a Venezia, Firenze, Roma, ecc., risuonarono come il richiamo d’una vita, come la conferma di una naturale inclinazione conservatrice che, in Cenzo, produsse un costante e sprezzante rifiuto ad ogni percorso di “modernità” nell’arte(12). Si consideri - come amava raccontare - con quale orgoglio avrebbe negato di fornire gli strumenti del mestiere (una tela, forse un cavalletto, magari dei pennelli) a Filippo De Pisis che era Luino

(10) Cfr. la missiva a Nino, Varese, 22 giugno 1971, cit. in F. CRIMI, Lettere, cit., p. 7. (11) Nell’ordine, cfr. le lettere in F. CRIMI, Lettere, cit., p. 20 (1932 e 1933) e p. 26, nota 48 (1936); ivi, p. 21, per il dipinto, in collezione privata. (12) Emblematica la testimonianza rilasciata ad un amico: «Aborro la novità fine a se stessa […]. [Se] dovessi ricominciare […] non cambierei né idea, né percorso». Cfr. B. CADONI, Il valore della coerenza, in Vincenzo Ferrario. Litografie, cit.

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Presentazione di Piero Chiara alla mostra del pittore Vincenzo Ferrario, 1981. APF, Luino

per un periodo di convalescenza, bramoso di immortalare fugacemente qualche angolo del borgo. Era l’estate del 1951(13). Chiara, che per le vie dell’arte mosse ben altri passi, si accorse di quale divario andava separando l’amico dalla ricerca avanguardistica nel campo delle arti visive nel Secondo dopoguerra. Due sole le pagine dedicate, quindi, negli

(13) La vicenda non ha riscontro nei pochi dati sul soggiorno del maestro ferrarese sul lago raccolti da C. BARIGOZZI, De Pisis a Luino, «La Rotonda», 2-1980, pp. 10-12, e,in questa sede, appuntati con il riferimento a O. VERGANI, Una cartolina di De Pisis, «Corriere della Sera», 9 ottobre 1951, p. 3, in merito a memorie scritte del pittore, «risanato dopo un lungo male» (da qui il soggiorno sul Verbano), e alla mostra in corso «alla villa ex-reale» di Milano. La cartolina in questione pervenne a Vergani proprio da Luino: De Pisis, infatti, era solito dare «notizie di sé nel rettangolino delle cartoline illustrate, in una calligrafia volante e precipitosa». Al lettore, continuava Vergani, «importerà poco sapere che de Pisis è andato a Luino, che, insomma, non è una grande distanza da Milano; ma glie ne importerà di più quando saprà che questo segno di poter viaggiare, sia pure sulle brevi distanze […], è motivo di conforto […] per gli amici [e] per coloro che amano la buona e bella pittura».

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Vincenzo Ferrario, Ritratto della moglie del pittore Costantino Anselmi, olio su tela, 1932 circa. Collezione privata, Luino.

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Terra e gente anni della maturità, a Cenzo, come pittore; l’una, succinta, la prefazione ad una personale nel 1981 a Firenze; l’altra, più articolata, in apertura del catalogo monografico, edito nel 1987. Il discorso dell’81 non poté che ragionare sull’inevitabile isolamento culturale che tale pervicace adesione all’arte tout court comportava: «In un’epoca tanto complessa come la nostra, nella quale la pittura e l’arte in genere attraversano una crisi di adattamento a nuove esigenze espressive […], Vincenzo Ferrario […] trapassa le rivoluzioni artistiche per ritrovarsi sempre nel suo chiaro e costante processo di evoluzione formale»; formalismo che, allora, lo scrittore racchiuse sotto l’etichetta “impressionistica” non tanto per questioni tecniche e artistiche, in senso stretto, quanto per l’adesione ad una pittura di realtà(14). Nel giugno del 1986 - tale la data apposta alla prefazione per la monografia - il discorso fu più esplicito e l’aggancio ad una tradizione accademica di stampo ottocentista meglio meditato: «Schivo e silenzioso da sempre, [Cenzo] pareva voler circondare di una difesa d’indifferenza e di distacco il suo sogno pittorico, sapendo che si trattava proprio di un sogno, della riapparizione sotto la sua mano, di un virtuosismo antico e in particolare del secolo scorso, […] dominato da una riverenza devota per quell’inesauribile mondo romantico che l’Ottocento aveva proiettato nell’avvenire come una categoria dello spirito»(15). Né Cenzo fece niente per rifiutare simili “etichette”. Del resto tale fu la sua educazione all’arte, come sostenne proprio in una lettera spedita a Piero Chiara, intorno al 1979(16), con Attilio Andreoli (Chiari, 1877 - Cavaglio Spoccia, 1950) e poi, attorno al 1930 - e ne siamo certi - con il poco noto Costantino Anselmi (Milano, 1905 - ivi, 1994), altro esponente di teorie e prassi di derivazione accademico(17). In ogni caso, ad Anselmi, apprezzato restauratore, forse anche per il Duomo di Milano, connaisseur d’arte e dotato di indiscussa capacità tecnica, Cenzo fu debitore di una prima maniera, rivolta sì alla natura dei luoghi e di volti umani, ma certo restituita con efficacia per mezzo di grandi spatolate d’olio, di

(14) P. CHIARA, presentazione alla Mostra del pittore Vincenzo Ferrario (Firenze, Società Belle Arti Circolo degli Artisti «Casa di Dante», 31 ottobre-12 novembre 1981). APF. (15) P. CHIARA, Presentazione, cit. (16) Lettera di Cenzo a Piero Chiara, s.d., APF. (17) Si rimanda, per tutto, a F. CRIMI, Intorno, cit., pp. 65 e segg., testo debitore delle lettere Chiara/Cenzo, gentilmente segnalate da Francesca Boldrini e Carlo Cattaneo, conservate presso il Comune di Varese nell’Archivio Piero Chiara.

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Terra e gente Vincenzo Ferrario, biglietto augurale per la nascita di Maria Teresa, figlia del fratello Nino, xilografia, 1943. APF, Luino

Vincenzo Ferrario, Ritratto della moglie Lydia Zanieri, matita su carta, 1965 circa. Collezione privata, Luino

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Terra e gente vigore e ben assestate(18). Tutto ciò sino agli anni Cinquanta. Poi arrivò il giogo di un eccellente orientalista, Arturo Zanieri (Firenze, 1870 - Maccagno, 1955), di cui sposò la nipote Lydia, e, come ebbe a notare Basilio Cadoni, fu soggiogato in tutto dalla sua arte(19). Ancora per qualche tempo, negli anni Sessanta, la maniera rimase peculiare, personale, come grandi marine e belle vedute di Venezia dimostrano. Ma nel campo in cui Zanieri eccelleva, il ritratto, l’impaccio tra la tendenza alla gestualità, innata e maturata negli anni giovanili, e quel tratto fine, quasi meccanico, proprio del nuovo maestro, che Cenzo chiamava «grado di finitura», quasi fosse un pittore fiammingo, divenne più evidente, con esiti che - nell’anzianità - ancora continuavano a riversarsi nelle composizioni floreali, nelle vedute, nei ritratti(20). Il “gioco” di Zanieri si tramutò nel “giogo” della Toscana, culla stessa dell’arte, all’autorità della quale si erano piegate, dal Dopoguerra, molte ed eccellenti correnti del gusto, e con il placet di illustri critici. Non fu difficile, per Cenzo, trovare a Firenze, dove si era trasferito negli anni Settanta, circoli dediti al mantenimento dell’ultima eredità valida per quella terra, quella dei “macchiaioli”, del resto così affine alla sua pittura, e, tramite questa, alla rinascita di tradizionali forme di Belle Arti: il Circolo degli artisti «Casa di Dante»(21). Non era solo una questione di stile: la condivisione di un sostanziale rifiuto di ogni forma d’avanguardia trovava ora nel bagaglio di un campionario di maniera ampiamente condiviso da quei nuovi amici - vecchi mestieri, pittoreschi scorci, angoli dei bei tempi antichi - una definitiva conferma per antichi principi e nuova linfa(22). Nel settore della grafica, dal disegno (matita, penna feltro, pastello) alla

(18) Su Anselmi connaisseur, oltre quanto cit. in F. CRIMI, Intorno, cit., pp. 66 e segg., si segnala, a titolo di curiosità, il suo interessamento per l’acquisto di alcune tele di antica quadreria ospedaliera milanese. Cfr. A. SPIRITI, “Un bellissimo pezzo di fabbrica”. Il Fatebenefratelli tra Barocco e Neoclassico, Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda, Milano 1992, p. 116: «Nel 1941, il restauratore Tino Anselmi proponeva di acquistare dodici dipinti […] poi saliti a quindici». (19) B. CADONI, Vincenzo Ferrario. Andar per arte di bolina stretta, in Vincenzo Ferrario. Dipinti, cit. (20) Per la questione, cfr. F. CRIMI, Intorno, cit., pp. 71 e segg. (21) La Società delle Belle Arti - Circolo degli artisti «Casa di Dante», presso la quale Cenzo allestì nel 1981 la personale introdotta da Chiara (cfr. nota 14), poneva la propria storia nel solco di quella Società Promotrice di Belle Arti sorta nel 1844 e frequentata da «pittori illustri», tra i quali, ovviamente, Giovanni Fattori. Quella prima società fu sciolta nel 1950. Nel 1957 riprese la sua attività «fondendosi al Circolo degli Artisti, Casa di Dante, già esistente dal 1948»; da qui la duplice dedicazione dell’associazione. Cfr. L’opuscolo della Società delle Belle Arti - Circolo degli Artisti, VII mostra del disegno. 18-30 aprile 1981, rintracciato in APF. (22) Per la questione, cfr. F. CRIMI, Intorno, cit., pp. 71 e segg.

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Terra e gente

Vincenzo Ferrario, Castelli di Cannero, litografia, 1971. Collezione privata, Luino

tecnica incisoria, l’azione tutelare e vincolata di guide e maestri fu, per Cenzo, più blanda. Prevalentemente col bianco e nero, dedicò in tal modo vigorose rappresentazioni a monumenti e a scorci urbani: l’architettura fu una delle passioni latenti di una vita(23). Venne, infine, il cimento nell’acquatinta: mazzi di fiori, sciolti o in vaso, rappresentarono la maturazione tecnica e d’ispirazione di una lunga vecchiaia, terminata a 94 anni, nell’ottobre 2008.

(23) Ivi, pp. 78 e segg.

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Edoardo Maria Castelli

Nella tela di Rognoni

U

na città, Luino, che non vuole essere un’espressione geografica indefinita, bensì un cantuccio artistico e culturale nel quale durante i secoli si sono avvicendati poeti, pittori, prosatori, attori e… cabarettisti; una località che ti cattura la mente, che ti avvolge il cuore; un “grande paese” che, quando lo lasci, ti senti colpito da un «malinconico piacere», come scriveva Hemingway in A Farewell To Arms. È forse questa, a ben vedere, la malia che, a parte le indubbie qualità paesaggistiche, ha attratto molti personaggi, più o meno illustri, i quali, come mosche avvinte alla ragnatela, alla fine ne sono rimasti così affascinati da rimanere avvolti per sempre, in una spirale di affetti, di creatività e d’incontri. È questa la parabola di Franco Rognoni, tessitore, con altri mezzi espressivi, di quella grande tela lirica che l’ultimo secolo ha steso sulla cittadina, tenuta salda ai lati estremi da figure di rilevanza nazionale, se non internazionale. Per questo, nel mese di settembre, il Comune di Luino ha inteso organizzare una commemorazione del pittore, milanese di nascita, ma luinese per sensibilità(1). Si trattava di allestire una piccola selezione d’opere presso la Sala Rossa, un ambiente che ancora conserva il sapore dell’antico palazzo Crivelli-Serbelloni, da oltre centoventi anni sede del Municipio. Questo perché il 20 settembre scorso correvano i cento anni dalla nascita

(1) La bibliografia su Rognoni è vasta, e non è questa la sede per rimandarvi. Sulla “luinesità” del maestro hanno insistito in tanti, con maggiore consapevolezza sia P. BIAVASCHI, Artista “nostro”, «il Rondò», 11-1999, pp. 18-20 (nell’ambito di un collage di testimonianze, riassunte sotto il titolo Parlando con Rognoni, tra le quali una conversazione con Luigi Alfré che si dilunga alquanto sulle lieson tra Rognoni, Luino e i “luinesi”, illustri e meno), sia (nel tentativo di tracciare i confini di una “scuola” locale), C. GATTI, Maestri degli affetti. Tradizione lombarda nell’arte, a Luino, dal ’500 ad oggi, in Luino sul Lago Maggiore. Luoghi amati, a cura di P. FRIGERIO, Francesco Nastro editore, Germignaga (Va) 2004.

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Terra e gente

Scorcio della mostra - omaggio, Rognoni in rosso, allestita nella Sala Rossa del Palazzo Comunale di Luino dal 20 al 28 settembre 2013

del maestro, anche lui classe 1913. L’evento di cui mi sono fatto carico, perché da tempo educato a coltivare i valori del bello e ad apprezzare Rognoni in particolare, non ha avuto, ovviamente, la pretesa di essere un’antologica, quindi con impostazione articolata per capisaldi scientificamente prefissati, cronologici, culturali o per tecnica, bensì un tenero, dolce ricordo di un artista dalle doti riconosciute e del suo amore per Luino. Franco iniziò a frequentare Luino intorno agli anni Trenta: fu subito grande intesa(2). Lontano da Milano, dalla compostezza e dalla freneticità della grande

(2) L’esordio luinese di Rognoni, a 18 anni, avviene come «pittore dilettante» alla collettiva di arte decorative, organizzata dall’azienda locale di turismo e soggiorno, al debutto degli anni Trenta. Lapidario il commento da parte di un altrettanto imberbe Piero Chiara su di lui, su Leopoldo Giampaolo (i cui meriti di acquerellista non sono stati riscattati neppure dal pur doverosa, recente retrospettiva maccagnese) e su Antonio Salvi, misconosciuto intagliatore: tutti e tre erano giudicati bisognosi «di incoraggiamento a migliori risultati». Cfr. Sergio BAROLI, L’arte come richiamo. Pittori in mostra nel 1932, «il Rondò», 20-2008, pp. 75 e segg.

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Terra e gente Direttore d’orchestra, china e acquerello su carta, s.d.

Clarinettista, china e acquerello su carta, 1972

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Terra e gente

Interno Esterno, olio su tela, 1996

metropoli, vi approdò scoprendone un’inedita vocazione poetica, senza sapere, allora, che quelle stesse rive si stavano rivelando fonte d’ispirazione per tanti e non solo per i “grandi” nomi. Ida Boni, forse perché pure lei “del lago”, ha saputo cogliere quel senso d’appartenenza che allacciava Rognoni a Luino: «[...] il paese che sin dall’infanzia aveva coinciso con l’estate - il lago, il profumo dei prati, il diffondersi della gran luce ribattuta sulle acque. Un paese di cui amava parlare […], e dal quale ogni volta gli accadeva di allontanarsi con fatica, quasi per uno strappo»(3).

(3) I. BONI, Ricordando Franco, in Omaggio a Franco Rognoni, catalogo della mostra (Maccagno, Civico Museo Parisi Valle), a cura di F. DEL SOLE e C. A. PISONI, La Compagnia de’ Bindoni, Germignaga (Va) 2004.

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Terra e gente

Donna in bianco, olio su tela, 1966

Dalle trascolorate velature lacustri, come sfondo d’esili figure, affacciate ad una pensile terrazza, Rognoni sapeva passare alle grandi e forti macchie di colore acceso, in grado di trasmettere le emozioni di una vita, ancora oggi, vibranti per chi le contempla. L’esecuzione finale è pura: l’illuminazione della tela viene proiettata violentemente nelle nostre pupille, arrivando a stimolare il nostro intelletto. Un dolce “pizzicotto”, utilizzando un’espressione ossimorica. Del resto, pare evidente che il colore abbia avuto per lui un significato preciso, una caratterizzazione netta, perché delatore d’umori, emozioni, di paure e titubanze, quasi un resoconto sentimentale in cronaca. È, questa, la sua dimensione espressionistica, in senso lato, e con tutto il carico che questa parola ha assunto nel Novecento, in arte e nella critica d’arte. Ma, sulla tela, come mostra anche il corpus radunato in occasione dell’omaggio resogli in Municipio, in parte inedito perché confinato gelosamente da privati che qui si ringraziano, è anche distillato il suo carattere: ironico e sottile, riservato e malinconico. 93


Terra e gente

Il Pianista, acquerello su carta, 1954

Il tratto, infine, emerge come strumento di potente gestualità: un tratto, a volte marcato direttamente solo a china nera, sicuro e semplicissimo, in grado di conferire volume con pochi gesti ad esitanti corpi nello spazio. Certo, anche questo è omaggio meditato ai “grandi” del Novecento e, da qui, all’arte orientale. Ma, a ben vedere, appare anche come recondita sopravvivenza di una vita, quella degli affetti, e delle prime prove, iniziata tra panni, drappi e tessuti - si specializzò originariamente in corsi di Tessitura -, uno spago nero cucito sulla tela(4). Questi erano i fili che l’allestimento, dedicato a Franco Rognoni nel Municipio, tentava di riannodare, attorno ad una produzione artistica distesa per cinquant’anni, con oli, disegni e quelle tecniche miste che tanto amava, perché - per l’appunto - iniziato all’arte applicata nella scuola del Castello di Milano, e attorno al suo sentimento verso Luino. E, da sempre, di Luino verso di lui.

(4) I. BONI, Ricordando, cit., così riassume l’approccio infantile del piccolo Franco: «Sin da bambino […] si era perduto a pasticciare con i fogli, la colla, le forbici, i pastelli, tanto che […] era apparsa quasi d’obbligo, al momento delle decisioni importanti, la scelta della Scuola superiore d’Arte applicata […]». La sorella Pasqualina, dal canto suo, finì per fare la modista, confezionando vezzosi cappellini a Luino.

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Daniele Cassinelli

“Also, The Lovely Figure in Marble…” Alcune notizie intorno a Silverio Martinoli

A

lcuni aspetti della biografia di Silverio Martinoli (Bedero Valcuvia, 1830-1913) - quali la fortuna incredibile ottenuta dallo scultore nell’arco della sua vita e la dimenticanza fulminea che ricadde sulla sua figura all’indomani della morte, oltre che la qualità sublime della sua arte - concedono di tratteggiare in poche pagine e in maniera emblematica la parabola della scultura varesina del XIX secolo. Originario di Bedero Valcuvia - vi nacque il 17 giugno del 1830 - Martinoli frequentò l’Accademia di Brera, dove dovette conoscere le opere dello scultore ticinese Vincenzo Vela, e dove s’iscrisse alla scuola di ornato di Lorenzo, fratello quest’ultimo, coltivando probabilmente la speranza di trovare un lavoro sicuro nei cantieri della Milano della seconda metà dell’Ottocento o presso le ville che l’alta borghesia ambrosiana andava edificando alacremente nei territori ancora pressoché incontaminati esistenti a pochi chilometri dal centro cittadino. Della produzione dei due fratelli di Ligornetto, Martinoli ammirò più di ogni altra cosa l’attenzione per il particolare realistico e la capacità di tradurre nel marmo la consistenza degli incarnati e delle stoffe. Giovanissimo, venne premiato nel 1851 al Concorso della Scuola di Ornamento dell’Accademia di Brera «Per l’invenzione di un ornato applicato al mobiglio»(1), mostrando precocemente quella dote innata per la decorazione plastica che nel 1857 lo condusse a presentarsi all’esposizione braidense con un «camino in marmo»(2). Probabilmente il manufatto è da identificarsi con il

(1) Atti dell’I.R. Accademia di Belle Arti in Milano […], Luigi di Giacomo Pirola, Milano 1851, p. 29. (2) Esposizione delle opere di belle arti nelle gallerie del palazzo nazionale di Brera nell’anno 1860, Milano, Pirola 1860, cat. 379, p. 57.

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Terra e gente «camino in marmo di Carrara di prima qualità, figurato con putti che vendemmiano»(3), che permise a Silverio di cogliere fin dalle prime uscite il favore della critica, tanto che Antonio Caimi nel 1862 registra nel suo compendio sull’arte lombarda dell’ultimo secolo la figura dello scultore “con la dovuta lode”, accanto a quella dei migliori allievi di Lorenzo Vela(4). A questa primissima fase della produzione dell’artista si potrebbe far risalire anche l’ingaggio da parte dei fabbricieri della chiesa di Sant’Ilario di Poitiers nella natia Bedero per l’esecuzione delle balaustre marmoree, compiute con maturo gusto eclettico a imitazione dello stile Barocco. Nel 1864 la carriera di Martinoli doveva aver già imboccato la strada maestra della grande scultura di genere lombarda, che per diversi decenni ottenne successi incontrastati presso i collezionisti di tutto il mondo, se decise di presentarsi all’esposizione braidense di quell’anno con due sculture di figura: un Ritratto di fanciulla, di commissione del Sig. Milani, un amatore purtroppo non meglio identificato, e un busto in marmo raffigurante in maniera allegorica La Primavera(5), mentre nel 1865 Martinoli - che risiedeva in Via Castefidardo 9 a Milano - presentò un altro busto intitolato La sposa(6). All’Esposizione del 1866 esibì Un furto in giardino(7), monumento in marmo di Carrara grande al vero che dovette riscuotere grande successo se fu presentato nel 1873 all’Esposizione Mondiale di Vienna e all’Esposizione Universale di Parigi del 1878. Un successo internazionale che iniziò ad arridere allo scultore di Bedero proprio in quello stesso anno 1866, quando molti artisti cresciuti in seno all’Accademia braidense furono invitati ad esporre i propri lavori all’Esposizione di Oporto, in Portogallo, dove Martinoli avanzò La preghiera, una figura velata in marmo, una Giuditta e un «camino in marmo fregiato di figure e ornati», a documentare la formazione dello scultore, che, come abbiamo visto, era avvenuta nell’ambito della decorazione artistica, più che

(3) L’opera fu esposta nuovamente presso l’Accademia Albertina di Torino nel 1861. Cfr.Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla pubblica esposizione […], Tipografia della Reale Accademia Albertina, Torino 1861, cat. 441, p. 26. (4) A. CAIMI, Delle arti del disegno e degli artisti nelle provincie di Lombardia dal 1777 al 1862, Luigi di Giacomo Pirola, Milano 1862, p. 200. (5) Esposizione delle opere di belle arti nelle gallerie del palazzo nazionale di Brera nell’anno 1864, Pirola, Milano [1864], catt. 404 e 405, p. 57. (6) Esposizione delle opere di belle arti nelle gallerie del palazzo nazionale di Brera nell’anno 1865, Pirola, Milano [1865], cat. 367, p. 40. (7) Esposizione delle opere di belle arti nelle gallerie del palazzo nazionale di Brera nell’anno 1866, Pirola, Milano [1866], cat. 288, p. 30.

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Terra e gente

Ritratto fotografico di Silverio Martinoli, in La morte dello scultore Silverio Martinoli, «Cronaca Prealpina», 12 novembre 1913

della scultura(8). Il camino, raffigurante La Vendemmia, doveva essere un pezzo davvero raffinatissimo, tanto che con ogni probabilità era lo stesso lavoro presentato all’esposizione braidense del 1857 e a quella albertina del 1861(9). Una piccola carrellata di sculture che fu tanto apprezzata sull’Atlantico che Martinoli fu insignito dal Re del Portogallo, Luigi I di Braganza, con la Croce di Cavaliere dell’Ordine di Cristo. Le parole dell’Archivio Pittoresco pubblicato a Lisbona nel 1866 descrivono i manufatti presentati da Martinoli: «Poremos na

(8) Ibidem, p. 65. (9) La morte dello scultore Silverio Martinoli, in «Cronaca Prealpina», 12 novembre 1913.

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Terra e gente frente do catalogo duas formosas estátuas esculpidas em mármore de Carrara per exímio estatuário de Milão, o sr. Silverio Martinoli. Una representava Judith no momento de arrancar de espada para cortar a cabeça de Holophernes; a outra a Oração. A primeira, cujo rosto, em perfeita harmonia com a posição do corpo, revela bem o vivou supremo esforço de coragem e energia, foi comprada par el-rei o sr. D. Luiz I e adorna presentemente uma das salas do real paco de Ajuda. A segunda, figurando uma mulher de joelhos e com as mão postas, orando fervosãmente, è notável per expressão religiosa que se lhe descobre no semblante, sem embargo do véu come que está velado»(10). Nel 1868 Martinoli partecipò nuovamente all’esposizione braidense con una figura in marmo grande al vero intitolata Il primo pensiero d’amore(11), mentre nel 1869, l’artista - che all’epoca condivideva lo studio di Via Montebello 3 con il meglio noto Antonio Tantardini - espose un busto intitolato La sposa e La ricamatrice, immagine a figura intera(12). A quell’anno risale anche un’altra attestazione del successo sopranazionale dello scultore, in quanto alla galleria di Robert Sommerville, che si affacciava sulla Quinta strada di New York, si vendette Listening to the birds, “Lovely Figure in Marble”, il cui titolo e autore facevano capolino sul frontespizio del catalogo di vendita, unici tra centinaia di altri nomi di artisti ben più noti al pubblico degli appassionati d’arte di oggi. Si trattava della vendita di una delle raccolte più rilevanti della prima metà dell’Ottocento statunitense, quella di Samuel Putnam Avery Sr. (New York 1822-1904): i taccuini dei suoi viaggi in Europa e altri materiali documentari si conservano al Metropolitan Museum of Art di New York(13). Negli Stati Uniti d’America vi è anche una scultura in marmo firmata “SILVERIO MARTINOLI | MILANO”, raffigurante una fanciulla a figura intera e grande al naturale, con il corpo adornato da una collana composta da un doppio giro di perle, effigiata con dei fiori tra le dita e colta nell’atto di sollevare la leggera veste che le ricopre le membra(14). Negli anni Settanta del XIX secolo si assiste all’ulteriore e definitiva consacrazione dello scultore, che si presenta all’Esposizione braidense del 1874 con

(10) Archivio pittoresco, Tipografia de Castro Irmão, Lisbona 1866, vol. IX, p. 164. (11) Esposizione delle opere di belle arti nelle gallerie del palazzo nazionale di Brera nell’anno 1868, Pirola Milano [1868], cat. 325, p. 40. (12) Esposizione delle opere di belle arti nelle gallerie del palazzo nazionale di Brera nell’anno 1869, Tipografia della Società cooperativa, Milano [1869], catt. 304-305, p. 36. (13) Catalogue of Samuel P. Avery’s entire collection […], 27-28 aprile 1869, New York 1869. (14) Our Annual End of the Summer Spectacular Maine Auction, Jamed D. Julia Auctioneers, 23-29 agosto 2009, lot. 4039.

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Terra e gente

Silverio Martinoli, Mamma ce n’è una sola, marmo di Carrara, 1874

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Terra e gente

Silverio Martinoli, Bambina con fiori, marmo di Carrara, 1875 circa

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Terra e gente ben quattro opere: un busto intitolato Costume lombardo, il gruppo Mamma ce n’è una sola, altri due busti intitolati L’orfanella(15) e La candida rosa(16). Il tema degli affetti familiari dovette diventare via via sempre più centrale nella produzione di Martinoli, se nel 1876 si presenta a Brera con un gruppo a grandezza naturale intitolato L’onomastico della mamma(17). Nel 1877 si registra poi la presenza di Martinoli all’Esposizione di Napoli, dove inviò l’opera presentata a Brera nel 1874, Mamma ce n’è una sola!(18). L’opera è comparsa di recente sul mercato antiquario londinese: eseguita in marmo di Carrara essa è alta 125 centimetri e riporta un’iscrizione con la firma, la data e il titolo “MARTINOLI F.CT1874 / MAMMA CE N’E’ UNA SOLA”(19). Una versione in terracotta è invece passata per le sale di Bonhams nel 2009(20). Nel 1879 fu Odoardo Tabacchi, originario di Ganna e docente dell’Accademia Albertina di Torino, a chiamare in Piemonte Martinoli per lavorare al monumento edificato per commemorare l’impresa dell’apertura del traforo ferroviario alpino del Frejus. Qui il maestro di Bedero eseguì uno dei titani atterriti e sconfitti dalla raffigurazione allegorica del Genio della Scienza cesellato da Tabacchi. Una fortuna professionale che accompagna Martinoli come i suoi compagni della così detta “Scuola di Milano”, una definizione oggi dimenticata, ma che qualifica un momento di particolare importanza nella storia della scultura ottocentesca. Sotto questa classificazione, che comincia ad apparire nei commenti critici alle esposizioni della prima metà degli anni Cinquanta, si raccolgono scultori attivi a Milano e in Lombardia quali Vincenzo Vela, Pietro Magni, Giovanni Strazza, Antonio Tantardini, Costantino Pandiani, Giosuè Argenti, fino a Francesco Barzaghi e Odoardo Tabacchi e altri ancora. Artisti che incontrano il gusto borghese stemperando l’influenza della tradizione aulica di primo Ottocento con temi tratti dalla vita quotidiana con prevalenza di soggetti infantili o femminili. Immagini disimpegnate che permettono all’artista di dedicarsi a un’accurata definizione delle superfici di abiti e vesti, guarnite da pieghe, ricami e pizzi, con morbide carni ritratte in atteggiamenti aggraziati o sensuali, con notazioni

(15) Esposizione delle opere di belle arti nel palazzo di Brera: anno 1874, Lombardi, Milano [1874], catt. 541, 542, 543 p. 57. (16) Esposizione delle opere di belle arti nel palazzo di Brera: anno 1874, Lombardi, Milano [1874], cat. 554, p. 58. (17) Esposizione delle opere di belle arti nel palazzo di Brera: anno 1876, Lombardi, Milano, cat. 443, p. 44. (18) Catalogo dell’esposizione nazionale di Belle Arti del 1877 in Napoli, Tipografia S. Pietro a Maiella, Napoli 1877, catt. 270, pp. 3, 21, 30. (19) 19th and 20th Century european sculpture, Sotheby’s, London, 23 novembre 2010, lot. 88. (20) Art and Antiques, Bonhams, Honiton, 27 febbraio 2009, lot. 708.

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Terra e gente d’ambiente improntate spesso allo sfoggio di una destrezza artistica inusitata. Un gusto ispirato dai modelli del naturalismo internazionale, la cui declinazione lombarda è caratterizzata da un interesse per il dato reale visto come aneddoto di genere, illustrato senza toccare le corde di un realismo profondo. Un naturalismo che potremmo definire “da salotto”, che però, in forza di una tecnica straordinaria, è stato in grado di mettere in discussione le regole del classicismo e dell’accademismo, sollecitando un ammodernamento dell’arte plastica(21). Da questi cliché ben individuati da Francesco Tedeschi si discosta la parte più impegnata della produzione degli scultori milanesi di quell’epoca, che spesso sono in grado di trasmettere al marmo quel calore desunto dai migliori modelli della scultura classica, rinascimentale e barocca, suscitando sentimenti profondi e concordi con la sensibilità tardoromantica, con particolare riferimento all’impegno di alcuni degli scultori menzionati nella raffigurazione di soggetti storici, patriottici o religiosi. In questo senso il cantiere del Duomo di Milano - esplorato da Rossana Bossaglia in una mostra pioneristica come quella sulla scultura romantica e floreale del 1977, in grado di suscitare viva impressione anche negli studiosi della mia generazione che non hanno potuto assistervi direttamente - individua proprio all’altezza cronologica degli anni Sessanta dell’Ottocento alcune opere capaci di toccare le più sincere corde sentimentali. Basti pensare alla Santa Dorotea di Odoardo Tabacchi del 1866, attraversata da un fremito di patetismo intimista sconcertante, che s’intuisce, tra le altre cose, osservando il trattamento verista riservato alle ghirlande di fiori disfatti e avvizziti, che scivolano copiosi tra le dita della Santa, indirizzando allo spettatore un messaggio simbolico indubitabile(22). L’anno successivo Silverio si presenta nuovamente a Brera con un gruppo in marmo intitolato Il bacio del vero amico, una nuova attestazione dell’attenzione dello scultore per le tematiche sentimentali e per il mondo degli affetti famigliari(23). Il marmo dovette essere scolpito nel nuovo studio situato al numero 281 di Via Luigi Sacco a Varese, presso la casa Girelli, dove Martinoli si era trasferito, salutato anche da un articolo de L’indicatore Varesino del 9 ottobre 1879, recante l’auspicio di “decorare il nostro nuovo cimitero di monumenti”. Proprio

(21) F. Tedeschi, La scultura della “Scuola di Milano” attraverso le esposizioni internazionali (1851-1878) e la critica, in Due secoli di scultura, a cura dell’Istituto di storia e teoria dell’arte e dell’Istituto di scultura Accademia di Belle Arti di Brera, Fabbri, Milano 1995, pp. 64-80. (22) Scultura romantica e floreale nel Duomo di Milano, a cura di R. BOSSAGLIA E M. DI GIOVANNI, catalogo della mostra, Museo del Duomo di Milano, dicembre 1977 - febbraio 1978, Veneranda fabbrica del Duomo, Milano 1977, p. 51. (23) Esposizione 1880: catalogo ufficiale, Lombardi, Milano [1880], cat. 417, p. 39.

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Terra e gente

Silverio Martinoli, Edicola Jemoli, La Desolazione, con particolare, marmo di Carrara, 1880, Cimitero Monumentale di Varese

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Terra e gente accanto all’occhiello di benvenuto al celebre plasticatore, si legge il triste resoconto della cerimonia funebre del giovane Paolo Jemoli, per il quale Martinoli l’anno successivo fu incaricato di eseguire il monumento funerario: uno dei primi del Monumentale di Varese che era stato inaugurato il 2 maggio 1880(24). Si tratta de La Desolazione, opera in marmo di Carrara grande al vero collocata in un tempietto ideato dall’architetto Aimetti di Torino per l’affermato notaio bosino Oscar Jemoli, che volle commemorare così il suo unico figlio Paolo scomparso prematuramente. La figura femminile è colta nell’atto di discendere nel sepolcro con l’intento di porvi una corona di fiori sorretta nella mano sinistra e con istoriata l’iscrizione “Paolo”(25). Gli anni Ottanta dell’Ottocento per Silverio sono cadenzati da una serie cospicua di ingaggi varesini, tra i quali sono noti oggi in particolare quelli nel settore della ritrattistica commemorativa, grazie alla destinazione pubblica delle sculture. A 1881 risale il Busto di Giuseppe Ferrari conservato nei giardini dell’ex-pretura di Gavirate: una commissione di rilievo se consideriamo che il Ferrari fu una delle figure più alte del pensiero politico italiano della sua epoca(26). In questo senso basti la menzione delle commesse per il Busto di Filippo del Ponte e per il Busto del nobile Carlo Luini, destinati rispettivamente agli Ospedali di Varese e Cittiglio. A Giubiano, oltre a un capolavoro della produzione funeraria ottocentesca come La Desolazione, Martinoli lasciò il Ritratto di Cesare Picinelli (1882) e quello di sua moglie Antonietta Comolli (1889)(27), mentre è datata al 1884 l’effigie di Eligio Corti, tolto all’affetto dei suoi cari appena ventenne. Sulla parte bassa del piedistallo lo scultore ha voluto raffigurare un orologio meccanico, simbolo del lavoro di artigiano praticato dal giovane e al contempo memento mori illustrato in chiave moderna(28).

(24) Entrambi gli articoli sono senza titolo in «L’indicatore Varesino», 9 ottobre 1879. (25) G. F. FERRARIO, I luoghi della memoria. Storie di famiglie e personaggi varesini, Macchione editore, Varese 2006, pp. 40-41. A Giubiano Martinoli lavorò anche all’edicola della famiglia Crugnola, che oggi non è più purtroppo identificabile, Cfr. La morte dello scultore Silverio Martinoli, in «Cronaca Prealpina», cit. (26) C. AMBROSOLI, G. ARMOCIDA, P. ASTINI, P. FRIGERIO, G. PETROTTA, Giuseppe Ferrari e la vita sociale e politica nel collegio di Gavirate Luino in Giuseppe Ferrari e il nuovo Stato italiano, atti del convegno internazionale (Luino, 5-6 ottobre 1990) a cura di Silvia Rota Ghibaudi e Robertino Ghiringhelli, Cisalpino, Milano 1992, p. 346. (27) G. F. Ferrario, I luoghi della memoria. Storie di famiglie e personaggi varesini, cit., pp. 40-41, 127. (28) Ibidem, p. 128.

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Terra e gente Di maggiore impegno fu l’ingaggio da parte della famiglia Crugnola per la grande edicola, probabilmente del 1886, situata nel campo R, dove sopra a un’alta base in porfido è collocato un gruppo di angeli in marmo di Carrara. Dopo essersi stabilito a Varese, Silverio seppe mantenere i rapporti con il milieu culturale ambrosiano e lo spostamento nella cittadina prealpina, che in quegli anni iniziava a divenire centro privilegiato per il turismo alto borghese alle porte della metropoli ambrosiana, non fermò la carriera dello scultore, che si presentò all’Esposizione di Milano del 1881 con Il vero amico(29), identificabile con l’opera del 1880 e definita da Angelo de Gubernatis una: «leggiadra statuetta [che fu] molto ammirata e venne encomiata assai dai critici»(30). In quel ristretto giro d’anni peraltro il Martinoli fu attivo anche a Nizza, dove partecipò alla gara per il Monumento da edificarsi in quella città per Giuseppe Garibaldi e contribuì alla realizzazione dei padiglioni per l’Esposizione che vi si tenne nel 1882(31). Al 1890 risale un’altra commissione che attesta l’affermazione incontrastata dello scultore nel genere della ritrattistica commemorativa e l’apprezzamento da parte dei committenti istituzionali per la capacità dello scultore di restituire effigi veritiere e al contempo signorili, ovverosia quella per il Ritratto di Giacomo Ferrari, sindaco di Piacenza. Il politico emiliano è ritratto nel busto che corona la sua tomba al Cimitero Comunale piacentino con fine realismo, in un marmo che poggia su di un piedistallo ai cui piedi è collocato un lungo cartiglio con il testo dell’iscrizione commemorativa. Agli ultimi anni della vita dello scultore corrisponde anche il periodo dell’impegno politico nell’amministrazione della comunità di Bedero, di cui Martinoli fu sindaco, garantendo, tra i risultati più rilevanti della sua amministrazione, l’edificazione dell’Asilo Infantile. L’epitaffio comparso sulle colonne della «Cronaca Prealpina» del 12 novembre 1913, all’indomani della scomparsa dello scultore, ripercorre in tre colonne la carriera luminosa dell’artista che «ebbe la visita nel suo studio di uomini eminenti, quali il Re Vittorio Emanuele II, Alessandro Manzoni e Camillo Benso Conte di Cavour», restituendoci anche un suo raro ritratto fotografico e l’immagine di La Modella e La fidanzata, due marmi altrimenti sconosciuti in cui lo scultore indugia come di consueto nella restituzione

(29) Catalogo ufficiale della esposizione nazionale del 1881 in Milano : belle arti. , E. Sonzogno, Milano 1881, n. 50, p. 70. (30) Dizionario degli artisti italiani viventi : pittori, scultori e architetti, a cura di A. DE GUBERNATIS, con la cooperazione di U. MATINI, Le Monnier, Firenze 1906, p. 284. (31) La morte dello scultore Silverio Martinoli, in «Cronaca Prealpina», cit.

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Terra e gente lenticolare delle superfici, come avviene nelle calze della modella seduta, provandosi in maniera inesausta nella scoperta di nuovi e inauditi virtuosismi, quale è la raffigurazione di un piccolo foglio sorretto tra le dita esilissime in La fidanzata(32). Nello stesso anno l’Amministrazione comunale di Bedero Valcuvia volle commemorare la figura dell’illustre conterraneo tramite l’apposizione di un ricordo marmoreo con l’effigie dello scultore. Se non fosse per la presenza di questo monumento e per il busto che si conserva nei depositi dei Cimiteri comunali di Varese, fino a oggi di Silverio Martinoli si sarebbero perse le tracce(33).

(32) La morte dello scultore Silverio Martinoli, in «Cronaca Prealpina», cit. (33) Infine si veda anche: BCCMi, Fondo Roberto Aloi, busta 130, ad vocem Silverio Martinoli. Tra i desiderata utili a completare il lavoro che qui si è appena iniziato vi è l’indagine sui quotidiani pubblicati a Milano all’indomani delle esposizioni cui partecipò Martinoli, la visione sistematica degli stessi quotidiani nei giorni intorno alla commemorazione dei Defunti per cercare di indagare l’opera di Martinoli al Cimitero Monumentale di Milano, di cui purtroppo non si è potuta trovare traccia e infine un’indagine degli archivi comunali di Bedero Valcuvia, utili a scoprire ulteriori dettagli sull’attività di amministratore pubblico che svolse il nostro scultore.

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Sergio Redaelli

Un secolo dalla morte (1863-1913) Enrico Cassi e la pietra di Saltrio

N

el Registro dei Battesimi della parrocchia di S. Ambrogio a Cuasso al Monte - volume ottavo, tavola 50, n. 21 - Carlo Francesco Enrico Cassi risulta nato il 18 ottobre 1863 nella frazione di Cavagnano, oggi sede parrocchiale. Era figlio di Faustina Vanoni, casalinga e di Giuseppe Cassi (1831-1894), lavoratore del marmo e proprietario - spiega una targa dell’epoca - di uno «studio di scultura a Pavia con deposito e lavori in marmo d’ogni genere e cave proprie di pietre». I genitori, entrambi cattolici, erano stati uniti in matrimonio il 14 gennaio 1854 dal parroco don Giuseppe Manzoni. Abitavano a Saltrio, nel mandamento della diocesi di Como dove esiste tuttora l’abitazione, in via Viggiù 21, ma la madre andò a partorire nella casa paterna a Cavagnano. A Saltrio il piccolo Enrico crebbe e, dopo il trasferimento a Milano, tornò spesso a villeggiare con la moglie Luisa Valassina che gli diede due figlie, Enrica e Maria e a frequentare gli amici e i colleghi artisti. Morì il 12 febbraio 1913, a soli cinquant’anni, ed è sepolto in fondo al cimitero del paese adagiato ai piedi della montagna(1). Di lui ricorrono un secolo dalla morte e un secolo e mezzo dalla nascita. Nel corso degli anni la municipalità gli ha dedicato una strada e la scuola materna. Spiega Giampiero Gattoni nella recentissima biografia di Enrico Cassi uscita nel mese di settembre 2013: «In relazione alle origini della famiglia, le prime

(1) Sulla lapide nel cimitero di Saltrio, opera dell’allievo Prassitele Barzaghi, accanto al ritratto dell’artista e all’obelisco costruito con un pezzo unico di pietra di Saltrio, è scritto: «Enrico Cassi, scultore, 12 febbraio 1913». Non molto distante c’è la sepoltura Cassi Uccelli, realizzata da A. Rescaldani nel 1910, che conserva le spoglie di Carolina Uccelli Cassi (1896-1977) e di Giuseppe Cassi (1894-1977). Sotto l’iscrizione “per ricordare” sono citati un altro Giuseppe Cassi, il padre di Enrico defunto nel 1894, la madre Faustina Vanoni in Cassi morta nel 1916, Giuseppina Cassi morta nel 1892 e Anetta Roveda in Cassi morta nel 1936.

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Terra e gente

La firma di Enrico Cassi sul monumento funebre della famiglia Chiesa al cimitero monumentale di Pavia

testimonianze la vedono stanziarsi sin dalla metà del ‘400 a Clivio dove abitarono Donato de Caxiis (1475), Antonio de Caxiis (1549) e Andrea de Caxiis (1556). Nel 1609 i Cassi si trasferirono a Saltrio unendosi in matrimonio con alcune delle famiglie più in vista del paese, Marchesi, Giudici, Donghi, Sartorelli, Galli, Sant’Elia, Paracca e Sassi. Dalla seconda metà del ‘700, la famiglia risulta proprietaria di alcune cave a levante del monte Oro e sul monte Croce mentre un altro ramo familiare, dal secolo successivo, possedette una cava di pietra a Valera, una a Piamo di Viggiù e una bottega-laboratorio sempre a Viggiù»(2). Il nonno Antonio (1790-1851), di professione marmorino e suo fratello Giacomo (1782-1839), commerciante in pietre, si dedicarono all’estrazione e alla lavorazione della pietra come tanti altri artigiani saltriesi e dei paesi limitrofi. Le botteghe erano laboratori familiari. Il sapere veniva trasmesso di padre in figlio e tra fratelli e cognati, così come passava di mano in mano il patrimonio di attrezzi, cartoni, modelli e materie prime. Nello stesso laboratorio si trovavano cavatori, quadratori, intagliatori, scultori e procacciatori di lavoro. Gli apprendisti più svegli erano affidati ai “magistri”, scultori e scalpellini esperti e di buona fama, con contratti notarili, per perfezionarsi nell’arte. Dalle cave di Saltrio e Viggiù partivano allora spedizioni straordinarie in ogni direzione d’Italia. Nel 1831 i Cassi fornirono la pietra grigia e nera di Saltrio per

(2) G. GATTONI, Enrico Cassi scultore 1863-1913, Comune di Saltrio, Galliate Lombardo (Va) 2013. Il libro del defunto Giampiero Gattoni (Viggiù, 13 novembre 1933 - Varese, 1 febbraio 2012) è stato stampato in trecento copie nel mese di settembre 2013 per i cento anni dalla morte di Enrico Cassi, a cura di Francesco Rizzi e Camilla Traino, grazie alla sensibilità del sindaco Giuseppe Franzi. Il libro vuole rendere omaggio a un territorio, scrive il sindaco nella prefazione, «dove hanno lavorato tanti scalpellini, tanti “picasass” che hanno saputo dare un’impronta artistica ai nostri paesi, un cuore alla pietra di Saltrio, bianca o grigia, che ha dato vita ai Maestri Comacini per intere generazioni, formando dinastie di artisti».

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Enrico Cassi

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La casa di Enrico Cassi a Saltrio

costruire la cappella funebre di Alessandro Volta a Camnago (decorata con le statue del viggiutese Luigi Argenti) e nel 1834 recapitarono la materia prima necessaria per rimettere a nuovo ventiquattro pilastrini della facciata della Certosa di Pavia. Talvolta erano imprese titaniche. Nel 1862 sedici colossali colonne monolitiche alte 7,60 metri per un metro e diciotto centimetri di diametro e venti tonnellate di peso, presero la strada di Genova tra mille difficoltà. Furono trasportate sui carri trainati da cinque paia di buoi per tortuose valli, destinate a sorreggere la cupola del costruendo Tempio dei Suffragi sulla sommità del cimitero di Staglieno. E nel 1884 un blocco nero di Saltrio servì per ornare il monumento funebre del duca Ludovico Melzi d’Eril nella cappella di villa Melzi a Bellagio, che le abili mani di Vincenzo Vela trasformarono in un’opera d’arte. All’inizio del 1862, il padre Giuseppe fu tra i fondatori della Società di Mutuo Soccorso di Viggiù e l’anno successivo, nella cava di famiglia a Piamo, avvennero dei crolli. Per salvaguardare l’incolumità dei centocinquanta operai, Giuseppe 110


Terra e gente e i cugini figli di Giacomo furono invitati a sospendere l’attività estrattiva e a consolidare gli ingressi con l’ingiunzione del sottoprefetto di Varese. Si rifiutarono di pagare le opere poiché l’entrata alla cava era in comune con altre proprietà ma il ricorso fu respinto e Giuseppe abbandonò la cava. Fu così che, pur mantenendo l’abitazione a Saltrio, aprì un terminale per il carico e lo scarico delle pietre a Pavia, dove il lavoro non mancava. Enrico, scultore di belle speranze, quarto di sei fratelli tra cui due femmine, non si fermò tra le montagne natie. Dopo aver frequentato le elementari e la Scuola d’Arte Industriale di Viggiù, una delle prime istituzioni scolastiche sorte in provincia di Varese per la formazione tecnica e professionale, emigrò a Pavia e, poco più che ventenne, si affermò nel laboratorio paterno nel campo della scultura funeraria(3). A Pavia frequentò la rinomata Civica Scuola di Pittura diretta da Giacomo Trecourt, una sorta di piccola accademia che insegnava l’educazione artistica, l’incisione e il nudo e a cui s’iscrisse, nel 1896, anche il cugino Antonio Piatti. Completò l’istruzione di base a Viggiù, presso la bottega dello scultore Domiziano Rasetti dove apprese l’intero ciclo creativo dal disegno a carboncino all’ideazione del bozzetto, all’esecuzione del modello in creta a quello in gesso e infine in marmo. Gli inizi furono tanto brillanti che il padre volle che si perfezionasse alla Regia Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, ritenuta una delle più qualificate d’Europa. Il suo maestro di scultura era Francesco Barzaghi, di cui fu l’allievo prediletto e divenne in seguito uno stretto collaboratore. Alla fine dell’anno accademico 1885-1886 si diplomò con la menzione onorevole. Pur non trascurando il laboratorio paterno a Pavia, Enrico svolse la propria attività artistica prevalentemente a Milano con il Barzaghi, artista rinomato, vincitore di numerose commesse pubbliche e autore dei monumenti in bronzo di Napoleone III al parco Sempione, di Alessandro Manzoni in piazza San Fedele, di Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Crema e del pittore Francesco Hayez a Mortara. Enrico preparava i modelli in gesso per il maestro e prima di lui lo aveva fatto Enrico Butti che, alla morte di Barzaghi, nel 1892, lo sostituì nella cattedra

(3) G. GATTONI, Enrico Cassi, scultore 1863-1913, cit.: Enrico si diplomò a Viggiù nell’anno 18761877 seguendo le lezioni dello scultore Gerolamo Argenti, che era stato allievo a sua volta di Abbondio Sangiorgio, l’autore del gruppo equestre sopra l’Arco della Pace di Milano. Nella scuola di Viggiù insegnavano docenti perfezionatisi all’Accademia di Belle Arti di Brera. L’istituto restava aperto due ore e mezza al giorno per undici mesi l’anno. La frequenza era serale dal primo ottobre a Pasqua, pomeridiana da Pasqua al 31 agosto. I corsi duravano quattro anni.

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Terra e gente di scultura all’Accademia di Brera e incoraggiò il giovane Cassi ad aprire un proprio studio a Milano. Se Pompeo Marchesi, altra gloria saltriese, amico di Hayez, Porta e Cagnola, era stato il principe dei “picaprèe” nella Milano della restaurazione e il suo spettacolare studio, citato da Stendhal, divenne il centro della cultura meneghina, Enrico Cassi fu il testimone di un’epoca successiva, l’epopea garibaldina. Bell’uomo un po’ stempiato, alto, baffi e capelli ricci, ciarliero e di carattere espansivo, lo sguardo buono e sereno incline al sorriso, abitò a Milano in via Solferino, a due passi dall’Accademia Braidense. Il cugino, Antonio Piatti, annota in Viggiù terra d’artisti che «era di temperamento espansivo, di facile parola e di tutto cuore, la vera personificazione della camerateria dell’arte».(4) Faceva parte del gruppo goliardico-gastronomico Torta Mater che si ritrovava ai bastioni di Porta Nuova nel ristorante Cervo. Frequentava la Famiglia Artistica e il cenacolo della Patriottica in via Giuseppe Verdi. Aprì infine lo studio in una chiesa sconsacrata in via Borgonuovo dove scolpì le opere che poi furono collocate a poca distanza: nel 1892 eseguì i bassorilievi del monumento bronzeo a Luciano Manara che era stato iniziato da Francesco Barzaghi e che fu sistemato nei Giardini Pubblici in corso Venezia. Nel 1902 realizzò il monumento al generale garibaldino Giuseppe Dezza che oggi si ammira all’incrocio tra via Palestro e via Marina e nel 1906 la statua Et Ultra poi ospitata nel palazzo della Montecatini(5). Intanto a Pavia già dal 1882 era stato completato il nuovo cimitero monumentale, circondato da porticati e sostenuto da basi e colonne in pietra di Viggiù e da capitelli in pietra di Brenno, finemente lavorati, per suddividere le campate. Nel 1787 l’imperatore Giuseppe II d’Austria aveva proibito le inumazioni dentro le mura delle città e le successive leggi napoleoniche avevano imposto la costruzione dei cimiteri all’esterno dei centri abitati. Cresceva dunque, con la nascita dei nuovi camposanti, la richiesta di monumenti sepolcrali.

(4) A. PIATTI, Viggiù terra d’artisti, L. Alfieri, Milano 1942. (5) Francesco Barzaghi morì il 31 agosto 1892 dopo aver terminato il modello in creta della statua di Luciano Manara, il patriota milanese caduto nella difesa della seconda repubblica romana il 30 giugno 1849. L’amministrazione affidò il compito di completare l’opera all’allievo Enrico Cassi che eseguì i bassorilievi laterali con episodi delle Cinque Giornate di Milano e dell’Assedio di Roma. La statua del generale Dezza, che dopo l’epopea garibaldina fu deputato alla Camera e senatore del Regno, è alta 2,66 metri, con un piedistallo di 2,70 metri in granito di Baveno con bassorilievi laterali e l’artistica cancellata in ferro battuto realizzata dallo stabilimento di Alessandro Mazzucotelli.

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Monumento a Luciano Manara, Milano, 1892 Cassi realizzò i bassorilievi laterali e il piedistallo in pietra di Saltrio, sovraintendendo alla fusione in bronzo del modello in creta realizzato da Francesco Barzaghi

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Terra e gente A Pavia la committenza aristocratica e altoborghese si compiaceva di dedicare ai defunti artistiche cappelle che erano il simbolo del prestigio sociale ed economico raggiunto dalla famiglia e un modo per immortalarne il ricordo. Scultori e scalpellini si adeguarono offrendo una vasta gamma di prodotti: stele funerarie, cippi, urne, piramidi, obelischi, colonne intere e spezzate, lapidi e fregi. La ditta commerciale Cassi si era già installata nella zona di San Patrizio all’angolo fra la strada provinciale per Abbiategrasso e la via d’accesso alla stazione ferroviaria, in una posizione strategica per lo scarico e il carico delle pietre. Dava lavoro a venticinque marmisti. Sino agli anni Ottanta l’attività si era svolta in un padiglione neogotico di legno, poi fu trasferita in un edificio in muratura sul viale della stazione, probabilmente progettato dal padre di Enrico che vi portò ad abitare la famiglia. Sul muro di cinta il vecchio Giuseppe aveva ricavato diverse nicchie con putti, fregi, rilievi e decorazioni che svolgevano una funzione pubblicitaria e dimostrativa della premiata ditta. Il biografo Gattoni attesta che gli scultori della famiglia, papà Giuseppe, Enrico, il fratello Antonio e il nipote (anch’egli Enrico), si specializzarono nello scolpire le varie qualità di fiori in omaggio al gusto liberty e nell’ornare le nuove cappelle «con archetti acuti, cuspidi, pinnacoli, colonnine tortili, eleganti cornici e rosoni a traforo, così da farle assomigliare a piccoli templi rivestiti di marmi pregiati, decorati con statue grandi al naturale ed illusionistiche pitture prospettiche». Osserva Susanna Zatti, direttore dei Musei Civici di Pavia, nel libro La Città del Silenzio: «Nel 1888 con il rilievo marmoreo per la tomba Palestra esordisce nel campo della scultura cimiteriale Enrico Cassi, discendente della rinomata ditta di mormorai fondata in città alla metà dell’Ottocento da Giuseppe. La sua formazione si era aggiornata all’Accademia di Brera a Milano nel clima tra Verismo e Scapigliatura di Francesco Barzaghi e di Enrico Butti. Da quei maestri lo scultore aveva derivato la tendenza a unire all’accuratezza della resa naturalistica una speciale attenzione per l’indagine psicologica, per la penetrazione dei contenuti emotivi e sentimentali, tradotti in una modellazione vibrante e sensibile agli effetti luministici e pittorici». «Se, nel rilievo Palestra, il giovane Cassi si era distinto per la novità del dinamismo linearistico delle vesti e delle ali dell’angelo, oltre che per l’iconografia non tradizionale della figura discinta elevata al cielo, nel monumento Cairati, di due anni più tardo, diede prova della sua perizia tecnica - specie nella resa virtuosistica del prezioso scialle di trina e del serto floreale - e insieme della capacità di sottolineare, con finezza e senza enfasi retorica, la rievocazione del dolore, secondo un modello che egli aveva ripreso suggestivamente dalla 114


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Monumento al Generale Dezza, Via Palestro, Milano, 1902

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Terra e gente statua della tomba Omodeo, realizzata da Edoardo Tabacchi nel cimitero di Milano»(6). Enrico dimostra di sapere «adattare lo stile e l’inventiva al gusto e alla cultura del committente». Lavora a Pavia nelle cappelle delle famiglie Gratognini, Lucini, Pietra, Perotti, Bugnatelli, Faruttini, Bottoni, Ricotti, Cattaneo e molte altre. Emblematica, per capire il tipo di committenza, è la cappella di Pietro Chiesa, un ricco commerciante di liquori, aceti e vini che aveva il negozio nel palazzo d’angolo tra corso Cavour, via Bussolaro e via Beccaria, poi demolito per fare posto alla Banca Commerciale Italiana. La famiglia Chiesa abitava in una settecentesca casa di proprietà nel vicolo di San Giovanni al Fonte con l’ingresso anche dalla via San Giovanni Domnarum, con il cortile interno e l’accesso privato all’omonima chiesetta. Commenta Susanna Zatti: «Il monumento a Pietro Chiesa costituisce il miglior esempio dell’adesione dell’artista al Modernismo, dominato dalla figura femminile, estatica e rapita, avvolta in lunghe e morbide vesti e circondata da tralci di rose, dove l’esuberante florealismo rimanda al tema del perpetuarsi della vita nel trasmutarsi degli elementi della natura». Le sue figure femminili, «vestite di virginali clamidi o avvolte in veli fluttuanti con gli occhi socchiusi”, sono sospese senza tempo mentre, nei ritratti maschili, l’artista privilegia la robustezza delle membra e la perfetta somiglianza del ritratto»(7). In piena stagione liberty, Enricò incominciò così a ottenere nel capoluogo pavese importanti commissioni per il Famedio, scolpì la lapide a Giuseppe Mazzini (1888, Albergo Croce Bianca), il busto di Benedetto Cairoli (1893) e dell’esploratore Luigi Antonio Brichetti (1900, entrambi al Castello Sforzesco), creò il cenotafio al generale garibaldino Gaetano Sacchi (1901, cimitero monumentale), eresse la stele a ricordo di Carlo Cantoni (1912, Università), sbalzò la lapide a Pietro Verri (1913, piazza Petrarca) e decorò le cappelle funebri d’eminenti personalità cittadine. Fattasi la fama di bravo scultore, fu chiamato a lavorare a Varese (monumenti funebri delle famiglie Marzoli e Pietro Macchi), a Milano (famiglie Quaglia, Prina, De Daninos, Meschieri, Barelli, Peduzzi, Rotondi, Fossati-Perego), a Barzanò (Confalonieri), a Sondrio (Giovanni Buzzi), a Gallarate (cappelle Calderara e Pastorelli-Marco), a Fagnano Olona (Leonso Tronconi), a

(6) S. ZATTI, La città del silenzio, scultura e pittura nel cimitero monumentale di Pavia 1880-1940, Edizioni Cardano, Pavia 1996, p. 80. (7) S. ZATTI, La città del silenzio, scultura e pittura nel cimitero monumentale di Pavia 1880-1940, cit., p. 89.

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Terra e gente Germignaga (Berutti), a Pallanza (famiglie Roncoli, Ponti e Cavanna), a Dorno Lomellina, Gombolò, Salice Terme e perfino a Bucarest in Romania (monumento di George Assan). Sandra Berresford sottolinea il valore dell’attività di Enrico Cassi nel libro Italian Memorial Sculpture 1820-1940, A legacy of Love, illustrato con fotografie di Robert W. Fichter e Robert Freidus: «La costruzione del nuovo cimitero di Pavia iniziò nel 1874 sotto Carlo Vergani e il suo progetto classico fu alterato sotto Angelo Savoldi verso l’imperante stile nuovo gotico. Sebbene ci sia un importante priLa lapide della famiglia Chiesa mo monumento di Vincenzo Vela (Adami al Cimitero Monumentale di Pavia, 1906 Bozzi, 1845), probabilmente i più importanti contributi al cimitero sono quelli di Enrico Cassi di Cuasso al Monte che poi eresse anche il monumento ai fratelli Cairoli a Pavia nel 1900». Nel 1891 l’artista varesino prese parte all’Esposizione della Triennale di Brera con L’Emigrante (o Portatrice d’Acqua), una statua in gesso che fu giudicata tra le migliori della mostra, realizzata l’anno precedente dopo aver meditato davanti alla statua Il Minatore di Enrico Butti (di cui Cassi fu un tenace frequentatore e un convinto seguace)(8). Nel 1900 era di nuovo a Pavia. Vinse il concorso pubblico per costruire il Monumento Nazionale alla famiglia Cairoli e il 27 aprile 1900 inaugurò nella piazza del Lino, denominata precedentemente Piazza del Popolo, presenti le autorità e i redattori di numerosi giornali, uno dei più apprezzati tributi al Risorgimento lombardo. Ricavò il suo capolavoro, alto tredici metri, dal granito e fu coadiuvato dal giovane architetto Ernesto Quadri. Sopra un massiccio basamento, si erge il

(8) G. GATTONI, Enrico Cassi, scultore 1863-1913, cit. Ecco le altre opere che E. Cassi presentò ai vari concorsi di scultura: 1887, Ai burattini, Permanente Milano; 1893, L’afflitta, Esposizione di Brera; 1894, La guerra, Esposizioni Riunite Milano; 1898, Il lottatore, Milano; 1898, Donna lombarda, Biennale Venezia; 1899, Donna lombarda, Società Promotrice di Belle Arti, Torino; 1900, Sonno tranquillo, Biennale di Brera; 1904, Ispirazione, Concorso per il monumento a Giuseppe Verdi; 1906, Et Ultra, Esposizione Internazionale per l’inaugurazione del tunnel del Sempione. Al Museo dell’Ottocento di Milano sono conservate le opere Poesia (1895) e Voluttà (1896).

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Terra e gente gruppo bronzeo che raffigura Adelaide Cairoli, la “mamma d’Italia” che consegna il tricolore ai figli Benedetto, Enrico, Ernesto, Luigi e Giovanni in procinto di partire per le patrie battaglie e di morire, quattro di cinque, per la liberazione dell’Italia dal giogo straniero. L’unico superstite, Benedetto, farà scudo al re Umberto I di Savoia nell’attentato messo a segno dall’anarchico Passannante il 17 novembre 1878 e diventerà presidente del consiglio dei ministri del Regno, a più riprese, tra il 1878 e il 1881(9). Il voluminoso dado alle spalle del gruppo bronzeo ha su un lato la veduta di Pavia e sugli altri tre lati i rilievi bronzei con i combattimenti di Varese, Palermo e Villa Glori. Un medaglione alla base dell’obelisco reca l’effige del professor Carlo Cairoli, medico chirurgo e podestà di Pavia, padre dei coraggiosi fratelli. In Storie d’arte e d’artisti in Varese e circondario, Luigi Piatti rileva che in quegli anni «la scultura è soprattutto celebrazione. Lo dimostra Legnano il 29 di giugno del 1900 con il monumento ad Alberto di Giussano, Il Guerriero di Legnano, di Enrico Butti. Lo conferma Pavia con l’inaugurazione nel 1900 del monumento alla famiglia Cairoli, opera di Enrico Cassi mentre a Varese si celebrano i Cacciatori delle Alpi con il monumento Al Garibaldino, opera in pietra del viggiutese Luigi Buzzi Leone, tradotta in bronzo per sottrarla alle ingiurie del tempo»(10). Enrico lasciò la firma anche al Palazzo Estense di Varese e precisamente sulla lapide dedicata a Giacomo Limido, imprenditore e stratega della Varese turistica di fine Ottocento. Fu Limido, infatti, con i soci Garoni e Biroldi, a trasformare Villa Recalcati Morosini nel Grand Hotel Excelsior oggi sede dell’amministrazione

(9) Cinque figli degni di tanta madre. Adelaide Bono Cairoli era l’anima del Comitato Patriottico Femminile d’ispirazione mazziniana e aveva il compito di raccogliere fondi per la causa nazionale con Laura Solera Mantegazza, l’altra “pasionaria” che univa la sensibilità sociale all’impegno politico, che creò le scuole per le ragazze madri a Milano e abolì la ruota dei trovatelli. Insieme organizzavano collette, sottoscrizioni, raccolte d’indumenti e di denaro per rispondere all’appello del Generale che chiedeva “un milione di fucili”. Dalla sua villa a Belgirate, sulla sponda piemontese del lago Maggiore, Adelaide Cairoli gestiva la cucitura delle camicie rosse per i volontari di Garibaldi e favorì l’impegno dei figli nelle guerre per l’indipendenza sopportando - con ammirabile forza d’animo - il loro sacrificio. Ernesto, volontario dei Cacciatori delle Alpi, cadde nello scontro di Biumo Inferiore il 26 maggio 1859 e l’episodio fu immortalato in un celebre quadro da Federico Faruffini. A Napoli morì invece Luigi, ventidue anni, stroncato dal tifo durante la spedizione dei Mille il 18 settembre 1860. In quello stesso anno a Palermo, l’altro figlio Enrico riportò una ferita alla testa che non gli impedì di combattere in Aspromonte nel 1862 e quattro anni più tardi a Monte Suello. Morì il 23 ottobre 1867 nel colpo di mano di Villa Glori a Roma tra le braccia del fratello Giovanni, anch’egli ferito, che si spegnerà a Belgirate l’11 settembre 1869 per i postumi della ferita. (10) L. PIATTI, Storie d’arte e d’artisti in Varese e circondario, Grafica Varese Edizioni, Varese 1999, p. 11.

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Terra e gente

Monumento ai fratelli Cairoli, Piazza del Popolo, Pavia, 1900

Particolare della battaglia di Varese del monumento ai fratelli Cairoli

Inaugurazione del monumento ai fratelli Cairoli apparsa su ÂŤLa Domenica del CorriereÂť del 14 giugno 1900

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Terra e gente provinciale, a fare di Casbeno un quartiere di villeggiatura con ben venticinque ville sorte in quel periodo e a promuovere la costruzione dell’ippodromo, della tramvia della Valganna e delle linee ferroviarie Saronno-Malnate, Como-VareseLaveno e Varese-Porto Ceresio. Quando Limido morì, nel 1907, a onorarne la memoria fu chiamato proprio Cassi, allora all’apice della fama. Fu una scelta felice data la bravura del maestro partito giovinetto dai monti della Valceresio e approdato alla gloria con capolavori d’arte liberty civile e funeraria(11). Enrico non scordò Saltrio dove amava soggiornare d’estate con la famiglia nella casa paterna in via Viggiù 21 e dove frequentava la folta schiera degli scultori locali tra cui Antonio e Giosuè Argenti, Luigi Buzzi Leone, Enrico Butti, Rizzardo Galli, Primo Giudici e il cugino Antonio Piatti, pittore. Il centenario della morte di Cassi è dunque, in fondo, l’occasione per celebrare l’intera scuola dei picasàss (o picaprèe o cavandoni) di Saltrio, Clivio, Viggiù, Brenno e dintorni, come scrive Gattoni «una terra generosa di scultori e intagliatori, ornatisti e scalpellini che nel corso dei secoli diedero i natali a numerose generazioni di maestri… con la produzione di statue, altari, balaustre, colonne, capitelli, frontoni, lapidi funerarie e persino vasche da bagno. I loro cognomi ricorrono nel tempo, presenti in varie fabbriche lombarde già nel Quattro e Cinquecento, nel periodo barocco e nella Roma dei papi. Diedero un valido contributo alle costruzioni ecclesiastiche e ad abbellire i palazzi delle grandi città, operarono nelle cattedrali e rinnovarono gli altari delle chiese». I nomi più importanti della secolare scuola valceresina sono noti a tutti, autentiche dinastie d’artisti come i Longhi e gli Argenti, Butti, Buzzi e Piatti, Marchesi, Galli, Bossi, Trentini, Leone, Ponzio, Bottinelli e, appunto, Cassi. Il Repertorio dei pittori, scultori, architetti e artigiani bosini, varesotti e varesini di Fernando Cova ricorda numerose generazioni d’artisti in questa famiglia e di Enrico cita tra l’altro la statua all’Emigrante del 1891. Per Amerigo Sassi, storico dell’arte di Saltrio e biografo di Pompeo Marchesi, «Cassi ebbe i numeri per diventare uno dei più grandi scultori varesini, allo stesso livello di Enrico Butti di Viggiù. Purtroppo la morte precoce troncò una più che promettente attività artistica». Secondo Amerigo Sassi «alcuni gessi di Enrico Cassi depositati a palazzo Marinoni nel centro di Saltrio andarono dispersi nel 1946». È un piccolo giallo su cui, prima o dopo, bisognerà fare luce.

(11) Per maggiori informazioni: S. CONTINI, Ricordo marmoreo in memoria di Giacomo Limido, in Il lapidario di Palazzo Estense a Varese - Storie di uomini e di eroi, a cura di S. CONTINI, prefazione di G. ARMOCIDA e R. GHIRINGHELLI, Comune di Varese, Tipolitografia Galli & C., Varese 2011, p. 54-57.

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Giuseppe Armocida - Roberta Serra

Angelo De Vincenti, un neuropatologo benefattore

N

ascosta per lungo tempo nella storia, la figura del varesino Angelo De Vincenti (1848-1913) è stata riscoperta di recente nei suoi aspetti scientifici di fondatore della neurologia del nostro paese(1). De Vincenti godette di una certa fama come medico e di una vasta clientela nella Milano di fine Ottocento e di primo Novecento. Fu un personaggio di spicco assai noto per l’attività professionale, con un indiscutibile impegno anche nella vita sociale, a fianco di quei molti medici che diedero prova di una sincera dedizione al riscatto delle classi disagiate dalle miserie della povertà e della malattia. Contribuì con le proprie risorse economiche a molte significative opere di beneficenza. Morendo, egli confermò questa sua sensibilità e lasciò una ingente somma da destinare ad istituzioni sanitarie e assistenziali di Milano e di Varese, che lo annoverano tra i benefattori generosi e a lui hanno

(1) G. ARMOCIDA, Serafino Biffi e i suoi nipoti Angelo De Vincenti e Eugenio Medea. Una famiglia di neuropsichiatri tra Milano e Varese, in «Rivista di Storia della Medicina», XII, 1-2, 2002, pp. 87-100. G. ARMOCIDA, I nipoti varesini di Serafino Biffi: Angelo De Vincenti (1848-1913) e Eugenio Medea (1873-1967), in «Rivista della Società Storica Varesina», XXIII, 2005, pp. 145-156; G. ARMOCIDA, P. GIUDICI, Un quasi dimenticato medico e benefattore varesino, Angelo De Vincenti (1848-1913), in «Calandari d’ra Famiglia Bosina par ur 2003», Varese 2002, pp. 97-103. Utili informazioni si trovavano nel volume commemorativo Alla cara memoria del dottor Angelo De Vincenti. Omaggio affettuoso del fratello e sorelle, s.n.t. Un breve, ma largamente incompleto profilo era in F. DELLA CHIESA, Ricordi varesini e reminiscenze di foro, Arti Grafiche Varesine, Varese 1917, pp. 213-215. Alcune righe gli sono dedicate da C. RIQUIER, Medici milanesi nella tradizione neuropsichiatrica, in «Rivista Sperimentale di Freniatria», LXVI, 1942, pp. 22-23. Dello zio De Vincenti qualche pagina il nipote E. MEDEA, Come, quando, dove li ho conosciuti. Profili di grandi medici. Edizioni Minerva Medica, Torino 1966, pp. 54-56.

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Terra e gente intitolato due vie(2). Tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento nella storia della psichiatria lombarda si delinea una singolare genealogia, che vede collegate tra loro da zio a nipote, in via femminile, tre autentiche personalità di rilievo delle discipline neuropsichiatriche. Serafino Biffi (1822-1899) era zio di Angelo De Vincenti e quest’ultimo era a sua volta zio di Eugenio Medea (18731967). L’opera di Serafino Biffi, uno dei massimi esponenti italiani del tempo nel suo campo specialistico, è stata oggetto di notevole attenzione da parte della storia della medicina(3) e anche Eugenio Medea(4) apportò successivamente importanti contributi alla neuropsichiatria. Gli studiosi di storia di Varese non sembravano però essersi molto interessati di questi illustri concittadini. Qui a cento anni dalla morte intendiamo ricordare Angelo De Vincenti che era nato a Ligurno, piccolo paese sul confine svizzero, il 10 marzo 1848(5), da Gabriele ed Eugenia Biffi che si erano sposati il 5 agosto 1846 nella Parrocchia di S. Maria del Carmine a Milano. Il padre era ricevitore di finanza al valico di Gaggiolo. Sappiamo che Angelo fu riformato alla visita di leva militare a causa della sua esile corporatura, ma sappiamo anche che ciò non gli impedì di arruolarsi volontario con Garibaldi nel 1866. Partì per la terza guerra di indipendenza con il colonnello Giovanni Cadolini, che era a Varese il 22 maggio di quell’anno, per

(2) Il Consiglio Comunale di Varese deliberò nel 1920 di intitolargli la breve “via che dalla Sanvito Silvestro porta al Ginnasio”, come si legge negli atti conservati in Archivio Storico Civico di Varese. Chiarisce queste vicende la buona indagine di R. TALAMONA, Tra segni e simboli: le denominazioni del ginnasio ora Cairoli e delle vie di accesso (1908-1946), in «Quaderni del Cairoli», 15, 2001, pp. 21-38. A dimostrazione della scarsità di notizie reperibili, si può notare che il nome di De Vincenti non compare nel volume di M. LODI, L. NEGRI, C’erano una volta, ASK edizioni, Varese 1989, che delineava le figure di coloro ai quali la città di Varese ha intitolato una via. (3) G. COARI, Biffi Serafino, in «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 10, Roma 1968, pp. 385-386. (4) Eugenio Medea era nato a Varese il 4 ottobre 1873 e trascorse l’infanzia a Milano. Rimasto orfano del padre in giovane età, venne spesso ospitato dallo zio Serafino Biffi, nella sua villa a Rancate (in Brianza) e nello stabilimento sanitario “Villa Antonini”, dove il suo interesse per la medicina venne coltivato nella precoce conoscenza del mondo dei malati di mente, accanto allo zio Angelo De Vincenti, allora già «ben noto ed originalissimo nevrologo milanese», come ricordato in E. MEDEA, Congedo dai vecchi amici. Rievocazione a cura di Fausta Mancini Lapenna, Edizioni Umana, Trieste 1967, p. 27. Si laureò in Medicina a Pavia e fu tra gli allievi prediletti di Camillo Golgi che aveva conosciuto a Varese. La sua considerevole attività scientifica e clinica, si colloca tutta nella prima metà del XX secolo. Compì una brillante carriera scientifica e morì, assai anziano, il 14 gennaio 1967. (5) Libro degli Atti di nascita della parrocchia di S. Giorgio a Ligurno, conservato nella parrocchia di S.Pietro e Paolo a Cantello; tavola 89, anni 1834-1850.

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Terra e gente

Busto di Angelo De Vincenti, Ospedale Regina Elena di Milano

reclutare volontari(6). Dopo la breve campagna di guerra, De Vincenti conseguì la laurea nel 1871 a Pavia, dove si respirava l’aria di una medicina positiva rappresentata da grandi maestri come Eusebio Oehl, Paolo Mantegazza e Cesare Lombroso, professore di psichiatria. Non appena laureato, iniziò ad affiancare nella sua professione lo zio Biffi, soprattutto nel Manicomio privato di S. Celso di Milano. Approfondì la sua istruzione all’estero, com’era consuetudine del tempo, recandosi in Germania ed in seguito frequentò importanti cliniche in altri paesi europei. Fu anche a Parigi dove conobbe il celebre Jean Martin Charcot. Tornato in Italia, continuò a collaborare con lo zio per parecchi anni, qualificandosi ulteriormente in campo psichiatrico, interessandosi a questioni di tecnica manicomiale, di psicopatologia e neuropatologia. Si dimostrò presto assai preparato e si affermò come professionista molto apprezzato, divenendo anche perito e consulente richiesto nei Tribunali. Di una certa importanza era stata la partecipazione agli esperimenti condotti da Biffi per provare la veridicità delle conclusioni cui Lombroso era giunto circa la pellagra e le sue possibili cause. Prese parte alla fondazione della Società Freniatrica Italiana di cui fu Segretario con le presidenze di Serafino Biffi e Augusto Tamburini

(6) G. CADOLINI, Il quarto reggimento dei volontari ed il Corpo d’operazione in Valcamonica nella campagna del 1866. Ricordi, Tipografia del Diritto, Firenze 1867.

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Terra e gente diventandone poi Vicepresidente. In quelle cariche operò per organizzare diversi convegni e fu redattore della rivista «Archivio Italiano per le malattie nervose» che nel 1872 era diventato l’organo della Società. La sua attenzione apparve presto orientata soprattutto verso la neurologia, disciplina che in quel tempo era agli albori, come scienza autonoma, svincolandosi dalla dominanza della psichiatria. Con questo deciso orientamento, egli segnò una priorità nell’ambiente milanese, tanto da essere ricordato dal nipote Eugenio Medea come il primo a portare a Milano la neurologia come “branca autonoma” della medicina(7). Nel 1882 diede vita con altri medici alla “Poliambulanza di Milano”, un’istituzione che riuniva una serie di ambulatori specializzati sul modello di quanto esisteva nel Policlinico di Vienna(8). Egli esercitò per molto tempo nella Sezione Neurologica. L’adesione al modello positivo sperimentale non gli impedì di interessarsi ai fenomeni psichici con uno sguardo più ampio, comprensivo anche degli orientamenti psicoterapici:«[…]fu uno dei primissimi presso di noi a intuire tutta l’importanza della psicoterapia nel trattamento delle psiconeurosi, precedendo di molti anni nella pratica quell’indirizzo che soprattutto per merito di Dubois si era diffuso nel mondo»(9). Non lascia molti scritti e conosciamo i suoi interessi scientifici attraverso le testimonianze dei collaboratori, come Alessandro Clerici, suo aiuto, che ne tracciò il necrologio: «[…]fino a poco tempo fa, sotto l’influenza dei sistemi materialistici di filosofia, si è ritenuto da molti psichiatri, di fama grande e piccina, che le malattie mentali potessero venire interpretate e fino a un certo punto curate semplicemente in base alla conoscenza dei fatti materiali, alterazioni anatomiche del cervello e degli altri organi, disposizioni costituzionali ereditarie o acquisite e così via: i fenomeni psichici anormali venivano ritenuti come epifenomeni delle alterazioni materiali, cioè di natura affatto secondaria e quindi immeritevoli di formar la base d’una classificazione delle malattie mentali e di fornire il filo conduttore per la ricerca del loro meccanismo di sviluppo e di decorso. Contro tale dottrina, donde venne a gran parte degli studii moderni di psichiatria un carattere d’aridità e delle sorti d’infecondità disperanti, è insorta in questi ultimissimi tempi una reazione vivace, specialmente in Germania, e lo studio

(7) E. MEDEA, Come, quando, dove li ho conosciuti, cit., p. 29, ricorda la visita che Charcot fece a Milano all’ambulatorio di Angelo De Vincenti, «il primo a portare a Milano la nevrologia come branca autonoma». (8) L. BELLONI, La medicina a Milano dal Settecento al 1915, in «Storia di Milano della Fondazione Treccani», vol. XVI, Milano 1962, p. 1015. (9) Dalla commemorazione tenuta da E. Medea alla Società Lombarda di Scienze Mediche e Biologiche, pubblicata in Alla cara memoria del dottor Angelo De Vincenti, cit., p. 51.

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Terra e gente

Alla cara memoria del dottor Angelo De Vincenti. Omaggio affettuoso del fratello e sorelle, s.n.t.

diretto della psiche malata considerata come un complesso di fenomeni strettamente incatenati fra loro, che porta in se stessa le sue cause, le sue ragioni e le sue spiegazioni in modo necessario e sufficiente, ha riconquistato dei fautori numerosi e appassionati(10). Nella vita di Angelo De Vincenti si era delineata sempre l’indole ad esercitare la sua opera in consonanza con gli ideali umanitari e di impegno sociale, non solo con la competenza di medico, ma anche con il personale aiuto economico a tante azioni di soccorso e di assistenza sanitaria e sociale:

(10) Dal necrologio apparso nel ÂŤCorriere della seraÂť del 7 marzo 1913, a firma Dott. Ry, pseudonimo usato sempre da Alessandro Clerici, poi ripubblicato in Alla cara memoria del dottor Angelo De Vincenti, cit., pp. 14-15.

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Terra e gente alle Poliambulanze milanesi, alla Società di patrocinio per i pazzi poveri, alle istituzioni che favorivano gli studi psichiatrici in Italia(11). Fu membro del consiglio di amministrazione della Opera Pia Guardia Ostetrica di Milano(12) e molto contribuì per fondare l’Asilo Regina Elena per le madri povere legittime, nel 1909(13). Un impegno notevole fu quello che lo vide operare nel far risorgere gli impianti di Salice Terme per creare una vera e moderna stazione termale:«[…] pensò di risollevare le terme di Salice, degne d’un avvenire, diede tutto sé stesso, tutta la sua vertiginosa attività, tutta la forza e la tenacia del suo volere, a quella stazione balneare; si fece finanziere, costruttore, tecnico; convinse amici, conquistò dei nomi; creò un ambiente; nulla, assolutamente nulla, lasciando di intentato, perché sulle rive dolci e quiete della Staffora, in quella verde e simpatica plaga del Vogherese, le importanti acque saline venissero conosciute ed apprezzate, ed il modesto impianto assumesse l’importanza grandiosa di un centro balneare»(14). De Vincenti era socio della Associazione Medica Italiana di Idrologia e Terapia Fisica e si interessò di diverse località termali, attento alle molte innovazioni dell’idroterapia e studiandone anche l’applicazione nella cura delle malattie nervose. Negli ultimi anni della sua operosa vita, fornì direttamente il suo aiuto ad iniziative in favore di Varese e per prima cosa si favorì la creazione di un Liceo comunale pareggiato(15). Morì a Pavia il 5 marzo 1913, all’età di 65 anni, nella clinica chirurgica di Igino Tansini. Celebrandosi i suoi funerali, al Cimitero Monumentale di Milano, si ascoltarono i discorsi di Giuseppe Antonini, di Lorenzo Ellero e dei nipoti Eugenio Medea e Eugenio Diviani. Egli scrisse di voler essere ricordato soltanto come «uomo onesto e benefico» e qui diamo l’elenco delle sue molte beneficenze per la città di Varese: Liceo di Varese (50.000 lire) mediante borse di studio per studenti poveri e con un

(11) Un generoso benefattore era stato anche il padre Gabriele, morto nel 1899, all’età di novant’anni. Infatti, in osservanza delle volontà paterne i figli disposero cospicue somme a favore di vari istituti di beneficenza di Varese e della Congregazione di carità di Masnago. (12) G. ARMOCIDA, Attività di prevenzione nell’opera della “Guardia Ostetrica” di Milano, Atti del “34° Congresso della Società Italiana di Storia della Medicina (Messina 27/29 ottobre 1989)”, Messina 1992, pp. 209-215. (13) G. ARMOCIDA, “Regina Elena” Storia di un ospedale milanese dalla fondazione della Guardia Ostetrica ad oggi, Milano 1990, pp. 50-54. (14) Dalla Commemorazione tenuta il 25 giugno 1913, a Milano, nella riunione dell’Associazione Medica Italiana di Idrologia e Terapia Fisica da G.S. VINAJ, in Alla cara memoria del dottor Angelo De Vincenti, cit. (15) G. ARMOCIDA, I nostri primi sessant’anni, in «Il Cairoli. Periodico dell’Associazione degli Amici del Liceo Classico», a. V, n. 2, 1996, pp. 2-4.

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Terra e gente premio di perfezionamento all’estero per quei giovani che avessero percorso l’intero corso liceale in città; Ricreatorio Laico di Varese (20.000 lire); Patronato scolastico di Varese (1.000 lire); Orfanotrofio di Varese (2.000 lire); Ricovero di Mendicità cittadino (2.000 lire); Congregazione di Carità di Masnago (2.000 lire); Asilo Infantile di Masnago (2.000 lire). Dispose una notevole somma di denaro anche per diverse Istituzioni della città di Milano: Istituti Clinici di Perfezionamento (10.000 lire); Reparto neuropatologico dell’Ospedale Maggiore (40.000 lire); Biblioteca Biffi nell’Ospedale Maggiore (5.000 lire); Asilo Regina Elena per le madri povere legittime (15.000 lire); Istituto Pedagogico Forense (15.000 lire); Istituto Asilo Mariuccia (5.000 lire); Cura Climatica laica di Berzonno (5.000 lire); Pellagrosario di Inzago (5.000 lire); Poliambulanza di Via Arena (5.000 lire); Patronato per i Pazzi poveri di Milano (3.000 lire); Istituto Verga-Biffi per i medici alienisti poveri di Milano (3.000 lire); Patronato scolastico di via Rugabella (1.000 lire). Lasciò una somma considerevole anche all’Istituto Balneare per i gracili poveri di Salice Terme (15.000 lire), poiché quelle acque salsoiodiche avrebbero potuto servire alla cura degli infermi ed erano occasione per nuove opportunità economiche al paese. Il 20 settembre 1914, nel parco di Salice Terme, si scoprì il busto di Angelo De Vincenti con una cerimonia cui parteciparono molte personalità del mondo scientifico e politico; un ricevimento fu organizzato nel salone del Grand Hotel. La città di Varese era rappresentata da Mario Badini. L’orchestra suonò una Elegia in onore del Dott. De-Vincenti, composta dal maestro Bernardoni. De Vincenti divideva la sua esistenza tra Milano, dove abitava in Via Rugabella e Varese, dove si ritirava volentieri nella villa costruita in un grande giardino sul colle dei Miogni. Vestiva spesso i panni dell’agricoltore, curando personalmente il suo parco, nei momenti di riposo dalla attività di medico. Aveva anche fama di abile cacciatore e prodigava agli amici, specie nei tempi di magra, il frutto della sua cacciagione(16). Il nipote scrisse: «Il suo modo di comportarsi e di parlare molto originale e talvolta bizzarro, la sua generosità, il suo disinteresse, la sua dedizione ai malati e agli amici, sono tuttora ricordati da quanti ebbero la fortuna di avvicinarlo»(17). Di lui si ricordano alcune perizie(18), una nota sulla cura dei crampi funzionali, ma soprattutto le relazioni ai congressi della Società Freniatrica italiana. Ne disse brevemente Giuseppe Antonini nell’elogio funebre:«[..] ricordo il suo lavoro di

(16) F. DELLA CHIESA, cit., p. 214. (17) E. MEDEA, Come, quando, dove li ho conosciuti, cit., p. 55. (18) J. BIRKHOFF, Una perizia psichiatrica di Angelo De Vincenti (1910), in «Contributi di Storia della psichiatria», Insubria University Press, Varese 2005, pp. 43-57.

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Terra e gente divulgazione dell’opera di Hemming, sulla condizione presente (nel ’77) della Psichiatria e dei Manicomi in Germania. Ricordo le numerose bibliografie e recensioni sull’Archivio delle opere di scienziati tedeschi, importantissima quella dell’Obersteiner sul Contributo dell’anatomia patologica dei vasi cerebrali. Le diligentissime relazioni ai Congressi Freniatrici sull’andamento della Società nei trienni da un Congresso all’altro sono altrettanti capitoli della storia della Psichiatria italiana. Partecipò alla formazione di progetti di diversi Manicomi, prestò sempre disinteressato l’opera sua in cento Commissioni»(19). Luigi Mangiagalli, nel tracciarne un necrologio per il “Secolo” del 7 marzo 1913, delineava il ruolo di De Vincenti nel processo che portò la neurologia a rendersi autonoma dalla psichiatria. Ne ricordava le qualità, la parola rapida e fluente, l’intuito, l’azione energica e commentava la sua limitata produzione scientifica: «egli aveva la fobia dello scrivere di cose scientifiche, gli pareva che già fossero troppi gli estensori di memorie». Non mancava comunque di far rilevare che la raccolta delle sue perizie poteva formare molti volumi che avrebbero costituito «un materiale prezioso per il perito giudiziario»(20). Tra i suoi pazienti più affezionati si trovavano delle vere celebrità, come il commediografo Carlo Bertolazzi o la poetessa Ada Negri che ne scrisse un accorato ricordo per il «Corriere delle Terme di Salice»: «[…]io sono una delle tante creature che ricorsero ad Angelo De-Vincenti nel terribile periodo della crisi vitale, in cui par che ogni forza ci abbandoni e il nulla, l’annientamento, sia pronto per inghiottirci: e che il genialissimo Medico, penetrando con un suo magico Radium spirituale nel più profondo segreto del perché nervoso, indovinò, illuminò, purificò, sorresse, guarì (21). Un suo ritratto, opera di Romano Valori, si trova tra quelli dei benefattori dell’Ospedale Maggiore di Milano(22). Un medaglione bronzeo lo raffigura su una facciata dell’Asilo Regina Elena, accanto ad altri generosi sostenitori dell’ente(23). Angelo De Vincenti merita dunque un posto di rilievo non solo nella storia della medicina, ma pure in quella della città di Varese.

(19) G. ANTONINI, in Alla cara memoria del dottor Angelo De Vincenti, cit, pp. 32-33. (20) Alla cara memoria del dottor Angelo De Vincenti, cit., p. 12. (21) Ibidem, p. 84. (22) P. PECCHIAI, I ritratti dei benefattori dell’Ospedale Maggiore di Milano (secoli XV-XX), Arti Grafiche Pizzi & Pizio, 1927, tav. 206. (23) G. ARMOCIDA, Regina Elena, cit., p. 38.

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Francesca Boldrini

Annie Vivanti: la poesia incontra la musica

«L

a musica mi edifica e ricrea(1)», con questo verso Anna Emilia (Annie) Vivanti esprimeva tutto il suo amore per l’arte musicale che riusciva a infonderle vitalità e diletto. Annie possedeva una bella voce da soprano, aveva studiato canto, sapeva suonare con padronanza il pianoforte e la chitarra, aveva dote e portamento da attrice: tutte qualità che le consentirono, con estrema disinvoltura, di esibirsi, prima di avviarsi sul cammino della scrittura di poesie e romanzi, nei caffè-concerto(2) o nei teatri. Durante i suoi soggiorni in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America scrisse

(1) A. VIVANTI, Ego, in Lirica di Annie Vivanti (George Marion), Fratelli Treves Editori, Milano 1890, p. 1. (2) Prova della sua attività di “chanteuse” è nel testo di una minuta di lettera indirizzata al proprietario della birreria Zolesi di Genova e datata 22 dicembre 1889:«Egregio Signore, Sapendo che Ella è proprietario di un Café-Chantant a Genova sarei lieta se potesse servirsi della mia voce per nostra reciproca utilità. Ho ventun anni, e mi dicono simpatica; sono americana (di New York) parlo e canto in 5 lingue [ho un repertorio estesissimo in tutte quante]. Ho voce di soprano, chiara e robusta. [Ho da mostrarLe delle scritture teatrali per la Fenice di Venezia ed il Comunale di Trieste; per ragioni che Le dirò ho per poco abbandonato il teatro] […] M’accompagno sulla chitarra quando voglio variare l’inevitabile pianoforte ed orchestra. Il mio repertorio? [Ma qualunque cosa]. Dalle canzonette di Costa, alle opere di Wagner, al “Petit bleu”, da “Carolì” ai preludi di Chopin, alle arie del Faust, Mignon, Carmen, la Traviata. Vesto e canto piuttosto seria che no [però rido volentieri avendo i denti belli. Ho gli occhi grandi ed azzurri]. - Se occorre il mio ritratto lo posso mandare. - Preferirei però sempre venire io stessa a farmi giudicare. Potrò in Gennaio muovermi da Milano dove La prego scrivere Poste Restante. G. Marion». Cfr. Giosuè Carducci, Annie Vivanti, Addio caro Orco. Lettere e ricordi (18891906), Saggio introduttivo a cura di Anna Folli, Feltrinelli, Milano 2004, pp. 20-21.

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Terra e gente in inglese opere teatrali di successo, successo che invece non incontrò in Italia, nel 1899, con il dramma La rosa azzurra, scritta per Eleonora Duse . In questa intensa vita caratterizzata da viaggi, incontri, esibizioni, riuscì a ritagliarsi momenti intimi da dedicare alla poesia. Le numerose liriche, che scrisse sin dalla giovinezza, le permisero di comporre il volume Lirica che fu pubblicato dagli editori Fratelli Treves a Milano nel 1890, grazie soprattutto all’intervento di Giosuè Carducci che, sollecitato dalla stessa Vivanti, ne scrisse la prefazione. Parecchie delle poesie ivi contenute furono musicate da importanti compositori del tempo dediti ad un genere musicale molto amato in quegli anni dal pubblico: la romanza da salotto. La stessa poetessa musicò la sua lirica Valzer con una composizione per pianoforte. La romanza era un’aria d’opera che poteva essere eseguita singolarmente, come pezzo indipendente dall’opera stessa, con l’accompagnamento di un solo strumento, in genere il pianoforte, uno strumento presente quasi sempre nelle case della borghesia dove questo genere musicale caratterizzò, verso la fine dell’Ottocento, feste e intrattenimenti. Sulla falsariga delle romanze d’opera i compositori iniziarono a comporre melodie per canto e pianoforte di carattere sentimentale, rappresentative della società del tempo, avventurandosi sempre più spesso nel campo della poesia. E Vivanti fu una delle poetesse di riferimento. Dalla sua prima raccolta di versi Lirica, furono musicate le poesie Vaticinio, O mia bambina, Aut-Aut, Chi sa!,Valzer, Via!..., L’ho riveduto, Presentimento, Era d’Aprile!, Vieni, amor mio!, C’era una volta, Viole bianche, Quando sarò partita, Io sono stanca, Dio, siete buono!, Aprile, Vuoi tu?. Nel romanzo I divoratori Annie, attraverso il personaggio di Nancy nella quale si raffigura, espresse l’emozione della potessa nell’ascoltare una romanza nata dalla sua ispirazione poetica:«[…]Allora Della Rocca si mise al pianoforte, e preludiando pianamente, passò da armonia in armonia, alle romanze da lui composte per Nancy.[…] Nancy, sporta in avanti con le mani giunte, ascoltava le parole create da lei e che ora, nella loro veste d’armonia, le parevano più soavi, come una schiera di bimbi che appaiono più belli se adorni di rilucenti vesti e coronati di rose. Ella aveva mandato fuori nel mondo le sue poesie nude e selvagge, nella loro innocente e appassionata immaturità. Ed ecco: egli gliele riconduceva, ammantate di melodie argentee, aureolate di chiare armonie, adorne di limpidi accordi, e portate trionfalmente su palanchini di suoni ritmici…divenute superbe e altere come sorelle di re»(3). Il compositore siciliano Francesco Paolo Fortini musicò Viole bianche nel 1898: parole e musica furono pubblicate dalla Società Musicale Napoletana

(3) A. VIVANTI, I divoratori, Mondadori Editore, Milano 1933, p. 128-129.

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Terra e gente e, in seguito, dalla Casa Editrice Forlivesi di Firenze. Fu poi la volta, nel 1902, di Io sono stanca musicata da Elisabetta Oddone Sulli-Rao e il libretto, pubblicato dalla Casa Editrice Ricordi, portava come dedica «Alla baronessa Bice Ajroldi di Robbiate». Si cimentarono con detta poesia anche i compositori Salvatore Auteri-Manzocchi (nel 1925), Adolfo Gandino, Giuliano Mauroner, Ottorino Respighi (nel 1910 col titolo Abbandono), Felice Robert (nel 1898), Pier Adolfo Tirindelli (nel 1913 col titolo Sconforto), Giuseppe Vallaro (nel 1923). Nel 1907 Ruggero Leoncavallo si occupò di Vieni, amor mio. Il libretto edito dalla Società Italiana di Fonotipia venne dedicato dall’autore ad Alessandro Bonci. Fu il 1913, l’anno in cui più liriche di Annie Vivanti ebbero trasposizione musicale con stampa delle composizioni. Paolo Adolfo Tirindelli musicò Io sono stanca assegnandole un nuovo titolo Sconforto. La romanza, edita da Giulio Ricordi, fu dedicata «A Rita Robecchi-Tirindelli». Sempre da Tirindelli, con pubblicazione presso lo stesso editore, furono musicate con la forma di “Mattinata” Vieni, amor mio, dedicata a «Miss Elizabeth Lehn» e come “Canzone” Aut -Aut(4), con dedica «Alla Signorina Maria Merelli». Ruggero Leoncavallo compose la partitura di Aprile(5), dedicando la romanza «al Cav. Enrico Bocchi». Tullio Stegano tradusse in romanza per canto e pianoforte Chi sa!..., pubblicata a Padova per conto della casa editrice Carturan. Mettendo a confronto le poesie con i testi delle romanze, si scopre che i compositori, pur rimanendo fedeli al testo poetico, non si limitavano ad apporre modifiche al titolo, ma intervenivano sul testo stesso raggruppando versi, aggiungendo o togliendo parole, modificando l’espressività delle parole stesse, per dar vita a frasi musicali più incisive e melodiche, ciascuno secondo una propria modalità di lettura, di interpretazione e di traduzione del testo.

(4) Aut-Aut era già stata musicata da Alberto Montanari nel 1908 come composizione per tenore e orchestra e sempre opera dello stesso compositore fu, nel 1911, la composizione per soprano, tenore e orchestra tratta dalla poesia Via!... (5) Anche Aprile era già sta musicata da Leoncavallo, anche nella versione tedesca Der Lenz!, nel 1907 e pubblicata dalla Società Italiana di Fonotipia, con omaggio a Elvira Sonzogno.

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Terra e gente POESIA

ROMANZA

APRILE Lascia i tuoi vecchi libri e dammi un bacio, Spalanca le finestre: ecco l’April! Che odore di viole! Che cinguettio di rondini! Usciamo, usciamo al sole. Ho la veste e i pensieri color del cielo; Vedi? anco gli occhi! - Usciamo. - Ecco l’April!

APRILE (Romanza) Lascia i tuoi vecchi libri e dammi un bacio, Spalanca le finestre: ecco l’April Che odore di viole! Che cinguettio di rondini! Usciamo, usciamo al sole. Ho la veste e i pensier color del cielo; Vedi? Anco gli occhi! Usciamo! Usciam! Usciam Ecco l’April!

La bianca veste della terra ha sciolto Impaziente e vincitore il sol: Di sue luci focose Egli la vede timida, E la copre di rose. Paion farfalle i fior, tremuli al vento. Mette l’ale ogni cosa e scioglie il vol! E non vi son rancori a cancellare? Torti ed oltraggi a riparar non v’han? Non abbiamo nemici? Pedoni a dare o a chiedere? -Noi che siamo felici Usciamo, usciamo a salutar gente, Gl’ingrati cui l’April sorride invan! E a chi ci vuol del male andremo a offrire Un gran mazzo di primole, e la man.

AUT AUT Io voglio il sole, io voglio il sole ardente Che l’ebbrezza mi dia del suo splendore, O pur la buia notte, ed il fragore Forte della tempesta alta e furente. La grigia nebbia il core la detesta: Datemi il cielo azzurro o la tempesta

AUT AUT Io voglio il sole, io voglio il sole ardente Che l’ebbrezza mi dia del suo splendore, O pur la buia notte, ed il fragore Forte della tempesta alta e furente. La grigia nebbia il core la detesta: Datemi il cielo azzurro o la tempesta

E voglio l’amor tuo: l’intero ardente, Illimitato amore, o l’odio intenso. Ma sia l’odio o l’amor, lo voglio immenso! Io non sopporto un guardo indifferente. L’amor che tutto soffre e tutto dona O l’odio che non piega e non perdona

Voglio la libertà! la sconfinata Intera libertà la voglio mia! O pur la tetra e stretta prigionia Di quattro travi e la cassa inchiodata Volare in alto!...o vinta dalla sorte Piombar coll’ali infrante nella morte.

O tutto o nulla io voglio: il riso o il pianto Il sole d’oro o l’uragano nero, La stretta bara o l’universo intero, E dallo sguardo tuo martirio o incanto!

E voglio l’amor tuo; l’intero ardente, Illimitato amore, o l’odio intenso. Ma sia l’odio o l’amor, lo voglio immenso!

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Terra e gente Io non sopporto un guardo indifferente. L’amor che tutto soffre e tutto dona O l’odio che non piega e non perdona

Tutti i tuoi baci dammi e tutto ilcore O la croce sublime del dolore!

O tutto o nulla io voglio: il riso o il pianto Il sole d’oro o l’uragano nero, La stretta bara o l’universo intero, E dallo sguardo tuo martirio o incanto! …Vita, che cosa rechi pel mio cuore? L’estasi tutta della terra in fiore? O la croce sublime del dolore! CHI SA!... La lunga notte mi negò ristoro, Alfin l’alba è risorta Nell’oriente il ciel si tinge d’oro, Ed ogni stella è morta

CHI SA!... La lunga notte mi negò ristoro, Alfin l’alba è risorta Nell’oriente il ciel si tinge d’oro, Ed ogni stella è morta

Chi sa se è vero ch’avvi un Dio lassù! Un Dio ch’ama e conforta -Io penso a voi che non m’amate più, Ed a mia mamma, morta.

Chi sa se è vero ch’avvi un Dio lassù! Un Dio ch’ama e conforta Io penso a voi che non m’amate più. Ed a mia mamma morta

VIENI, AMOR MIO!... Vieni, amor mio! Vieni, è levato il sole E la fiorita via ride, e ci attende. Quanta luce nel cielo! E quanto azzurro Negli occhi nostri fluttua e risplende! Oh vieni, andrem di nuova sorte in traccia, Tu del tuo genio, ed io di te sarò. Tu mi sorreggerai fra le tue braccia, Io, col sorriso, ti conforterò. Se avremo fame, correremo in cerca Di selvatici frutti per la via. Si domirà sottto alle stelle blande Colla tua bocca sulla bocca mia Ed al meriggio farem sosta all’ombra Di misteriosi giganteschi fior; Tu, colla testa sulle mie ginocchia, Sognerai l’avvenire - ed io, l’amor!

VIENI, AMOR MIO!... Vieni, amor mio! Vieni, è levato il sole E la fiorita via ride, e ci attende. Quanta luce nel cielo! E quanto azzurro Negli occhi nostri fluttua e risplende! Oh vieni, andrem di nuova sorte in traccia, Tu del tuo genio, ed io di te sarò. Tu mi sorreggerai fra le tue braccia, Io, col sorriso, ti conforterò. Vieni, amor mio! Vieni, è levato il sole E di zaffiri e d’oro il ciel cosperso. Andiam col nostro giubilo d’amore A mettere a soqquadro l’universo. Andiam col gaudio nostro, andiam col riso Audace della nostra gioventù A sfondare le porte al paradiso E riportare l’estasi quaggiù.

Colla mia man sfiorandoti i capelli D’antichi eroi ti ridirò la storia. Vedrò destarsi nella tua pupilla L’ardor della battaglia e della gloria. La tua pupilla azzurra ed indolente Vedrò di glauche fiamme sfolgorar

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Terra e gente E forte e battagliero e prepotente Lo spirito sorgerà, pronto a pugnar! Vieni, amor mio! Vieni, è levato il sole E di zaffiri e d’oro il ciel cosperso. Andiam col nostro giubilo d’amore A mettere a soqquadro l’universo! Andiam col gaudio nostro, andiam col riso Audace della nostra gioventù, A sfondare le porte al paradiso E riportare l’estasi quaggiù! IO SONO STANCA Io sono tanto stanca di lottare: Dammi la pace tu, che solo il puoi! Io sono tanto stanca di pensare: Dammi il sereno dei pensieri tuoi!

SCONFORTO Io sono tanto stanca di lottare: Dammi la pace tu, che solo il puoi! Io sono tanto stanca di pensare: Dammi il sereno de’ grand’occhi tuoi!

Io sono tanto stanca di sognare: Or tu mi desta a giorno glorioso! Io sono tanto stanca di vagare: Legami l’ale, e chiamami al riposo.

Io sono tanto stanca di sognare: Or tu mi desta a giorno glorioso! Io sono tanto stanca di vagare: Legami l’ale, e chiamami al riposo.

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Maurizio Miozzi

In punta di penna... Autori e testi della Valdumentina

I

n un territorio appartato e silente, tra l’asperità delle montagne e l’ombra dei boschi, sul tracciato di strade millenarie, negli ultimi anni il patrimonio librario si è arricchito con studi approfonditi, che hanno notevolmente ampliato il panorama della storia finora conosciuta. Attraverso le ricerche confluite in questo catalogo il quadro degli approfondimenti appare significativamente mutato se messo a confronto con gli scritti prodotti nel secolo scorso. Tali pubblicazioni hanno permesso di tracciare nuovi profili e interessanti scoperte che hanno consentito di ricostruire e approfondire il tessuto sociale, artistico e ambientale del luinese. In questo contesto l’Alto Verbano ne emerge come un’area niente affatto marginale, dove le piste di ricerca che il territorio offre andranno approfondite e ulteriormente indagate: certamente da questo repertorio potranno scaturire ulteriori ricerche e molte nuove scoperte. Un motore instancabile della cultura del Verbano è Pierangelo Frigerio, firma autorevole della storia locale. È stato ed è animatore di incontri culturali, con importanti collaborazioni, come quelle proposte su «Verbanus», «il Rondò» e su «Il Corriere del Verbano». Prezioso l’apporto poi di Leopoldo Giampaolo che ha curato diverse pubblicazioni che hanno fatto da guida a nuovi studi. Grazie poi alle pagine di diversi autori il corredo iconografico diventa protagonista delle trasformazioni del territorio, fissando importanti momenti delle rare testimonianze della cultura locale. Il percorso bibliografico è articolato in quattro parti. Un primo quadro riepilogativo riguarda la Valdumentina nel suo complesso, dove sono elencate la maggior parte delle opere. Nelle altre tre parti sono citati i testi che raccontano le vicende dei singoli paesi.

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Terra e gente Valdumentina P. MORIGIA, Historia della nobiltà, et degne qualità del Lago Maggiore, Hieronimo Bordone & Pietro Martire Locarni, Milano 1603. G. G. VAGLIANO, Le rive del Verbano, Marco Antonio Pandolfo Malatesta, Milano 1710. C. AMORETTI, Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e ne’ monti che li circondano, per Giovanni Silvestri, Milano 1824 (VI ed. I ed. 1794). V. DE VIT, Il Lago Maggiore, Stresa e le Isole Borromee, Allegretti, Prato 1875-1880. L. BONIFORTI, Il Lago Maggiore e dintorni. Corografia e guida, A. Ghemmi, Arona 1858. A. AMATI, Dizionario corografico illustrato dell’Italia, F. Vallardi, Milano s.d. (dopo il 1879). L. BORRI, Il congresso e il trattato di Varese, in Documenti Varesini raccolti, annotati e volgarizzati da Luigi Borri, Tip. Macchi e Brusa, Varese 1891. G. CHIESI, Provincie di Como e Sondrio, Canton Ticino e Valli dei Grigioni, Unione tipografico-editrice, Torino 1896. F. BEZZIO, Il Lago Maggiore e le vallate circostanti, Tipografia Francesco Roi, Luino 1910. V. ADAMI, Storia documentata dei confini del Regno d’Italia, vol. II - parte I, Confine italo-svizzero, Ministero della Guerra, Libreria del Provveditorato Generale dello Stato, Roma 1927. L. G. NANGERONI, Carta geognostico-geologica della Provincia di Varese con studio sulla geologia, le rocce e le forme del territorio della regione varesina, Regio Istituto Tecnico F. Daverio, Varese 1932. A. ILDEFONSO CARD. SCHUSTER, Una settimana di San Carlo in Val Veddasca (2228 luglio 1581), in «Ambrosiana», a. XII, n. 9, 1936, pp. 10-15. 138


Terra e gente G. C. MOR, L’ “Universitas Vallis Vedasche” e la pertica del “Municipium” di Milano, in Scritti Storici e giuridici in memoria di Alessandro Visconti, Istituto Editoriale Cisalpino, Milano 1955, pp. 12-18. A. ASTORI, La pieve della Valtravaglia, Tipografia S. Gaudenzio dei F.lli Paltrinieri, Novara 1953. ID., La pieve di Luino: indagine religiosa ed economico sociale dal Concilio di Trento al secolo XIX, Tipografia S. Gaudenzio dei F.lli Paltrinieri, Novara 1965. G. VIDESOTT, La conduzione comunitaria delle terre. Esperimenti nel comune di Duno e nella zona montana del Giona, edito sotto gli auspici della Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Varese, Varese 1960. L. GIAMPAOLO, La Provincia di Varese nei suoi aspetti geografici, storici, artistici, Taborelli, Varese 1965. G. ANTINORO, Studio geografico dei confini italo-svizzeri dal Lago Maggiore al Lago di Lugano. Tesi di laurea in Geografia, Università Cattolica del S. Cuore, Milano, Anno Accademico 1968-69. A. FUMAGALLI, Architettura contadina nel Varesotto, Silvana Editoriale, Milano 1985. P. FRIGERIO, Luino, un secolo 1885-1985, Banca Popolare di Luino e di Varese, Luino 1985. ID., Storia di Luino e delle sue valli, Macchione Editore, Varese 2009. J. ANTONINI BALLINARI, Santuari Mariani minori, Dalle sponde dell’Alto Verbano alle vette del confine svizzero, Josca Edizioni, Varese 1988. ID., Dumenza, Runo, Stivigliano, Cossano. ”Breve indagine in epoche lontane”, vol. 1, Josca Edizioni, Varese 1989. ID., Dumenza, Runo, Stivigliano, Cossano. ”Breve indagine in epoche lontane”, vol. 2, Josca Edizioni, Varese 1990. M. MIOZZI, “Vita sui monti…”. Gli Alpeggi delle Valli Dumentina, Veddasca e Molinera, Josca Edizioni, Varese 1992. 139


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Terra e gente P. FRIGERIO, P. G. PISONI, Luino 1455 - Dumenza 1568. Povere streghe, poveri carcerieri, in «Verbanus», n. 7, 1986, pp. 376 e sgg.

Agra J. ANTONINI BALLINARI, Agra racconta la sua storia, vol. 1, Josca Edizioni, Varese 1982. ID., Agra racconta la sua storia, vol. 2, Josca Edizioni, Varese 1987. J. ANTONINI BALLINARI, Agra erzählt seine Geschichte. Band 1, Übersetzung ins Deutsch: Käthe Stolz. M. MIOZZI, I sindaci di Agra, in «il Rondò», n. 22, Francesco Nastro editore, Luino 2009, pp. 119-126.

Curiglia con Monteviasco C. DEL TORCHIO, Notizie storiche del Santuario della Serta in Monteviasco, Tipografia dell’Addolorata, Varese 1923. ID., Una valle ignorata del nostro Verbano, Collettiva Tipografica, Milano 1925. P. FARÈ, Note sul dialetto di Monteviasco (Val Veddasca), estratto da «Aevum», fasc. 5-6, 1960. P. ASTINI, Il Masso delle Croci, in «Rivista della Società Storica Varesina», fasc. XI, 1973, pp. 7-19. ID., Il masso grande dell’ Alpone, in «Rivista della Società Storica Varesina», fasc. XII, 1975, pp. 7-13. ID., Le incisioni sporadiche della Viaschina, in «Rivista della Società Storica Varesina», fasc. XV, 1981, pp. 7-13. ID., Le cuppelle della valle detta Viaschina, in «Sibrium», vol. XI, 1971-72, pp. 11-26. 144


Terra e gente ID., Valore dei massi incisi nelle valli prealpine, in «Sibrium», fasc. XII, 1973-75, pp. 287-293. P. ASTINI MIRAVALLE, L. GIAMPAOLO, Monteviasco. Storia di un paese solitario, Pubblicazione della Società Storica Varesina, Varese 1974. M. MIOZZI, “Acqua passata non macina più”. Vecchi mulini della valle Veddasca, con il patrocinio del Comune di Curiglia con Monteviasco, Josca Edizioni, 1990. E. ROSSI, La chiesa dell’Alpone di Curiglia con Monteviasco, Storia di un Santuario solitario sperduto tra i monti, Comune di Curiglia con Monteviasco 1993. D. FERRARI, Lo Statuto di Curiglia, in «La Rotonda», n. 3, Francesco Nastro Editore, Luino 1980, pp. 83-90. E. FUSELLI, Monteviasco: terreni case e… guai!, in «il Rondò», n. 15, Francesco Nastro editore, Luino 2002, pp. 129-136. E. ROSSI GIUSSANI, Donne di Curiglia, in «il Rondò», n. 17, Francesco Nastro editore, Luino 2004, pp. 81-88. ID., Gli emigranti della Val Veddasca, in «il Rondò», n. 19, Francesco Nastro editore, Luino 2006, pp. 143-148.

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Francesca Boldrini - Elsa Damia

Album fotografico

L

e cronache giornalistiche cartacee, soprattutto locali, hanno il merito di fermare sulla carta, conservare e tramandare la memoria di fatti e avvenimenti di vicissitudini umane, di mutamenti sociali e culturali, dai più importanti ai più quotidiani, che caratterizzano un’epoca, una società, un territorio. Nel tempo queste cronache acquistano la dignità di documenti storici attraverso cui poter ricostruire, nella storia generale, la vita e le vicende di singole comunità. Da giornali, riviste, cartoline e immagini fotografiche del 1913 è stato possibile recuperare il ricordo di alcuni episodi e di alcune circostanze che hanno, a loro modo, connotato il corso degli eventi di luoghi e persone appartenenti all’alto Varesotto.

I mezzi pubblici di trasporto erano, all’inizio del Novecento, l’alternativa più agevole ai faticosi ed estenuanti spostamenti a piedi e per questo assai utilizzati. E proprio per rispondere alle esigenze di trasporto passeggeri e merci per via lacuale e quindi incrementare il servizio di navigazione, vennero varati, in quegli anni, sul Lago Maggiore nuovi piroscafi tra cui, il 22 febbraio 1913, il piroscafo Torino al comando del capitano Ormezzano. Era un tipico piroscafo a elica che era stato commissionato dall’Impresa di Navigazione sul Lago Maggiore, appartenente alla Società Anonima Mangilli, ai cantieri Bacigalupo di Genova. Il collaudo era stato eseguito dalla Commissione di cui facevano parte gli ingegneri Giovanni Bernardi, Beniamino Fusarini, Luigi Gusmani, Ettore Parducci, Vincenzo Poeta. Il piroscafo aveva una capacità effettiva di circa 500 viaggiatori; era lungo 44,20 metri e largo 5,80 e procedeva alla velocità media di 22 chilometri l’ora. Nel marzo del 1923 il Torino, con tutto il resto della flotta, passò a una nuova proprietà, la Società Subalpina di Imprese Ferroviarie, e continuò la sua navigazione lungo le sponde piemontesi, lombarde e svizzere del lago Maggiore fino al pomeriggio del 25 settembre 1944 quando fu bombardato da aerei anglo-americani mentre era ormeggiato al pontile di 147


Terra e gente Luino. «[…] Alle ore 15 mitragliano il piroscafo “Torino” attraccato al pontile ma con a bordo il solo personale di equipaggio che fa in tempo a porsi in salvo. Il “Torino” s’incendia e affonda su un basso fondale», così scriveva il capitano Fernando Caldini sul rapporto da lui redatto per la Polizia Ausiliaria di Luino(1). Alla fine della guerra il relitto fu recuperato e nei cantieri di Arona trasformato in motonave che riprese a navigare il 21 settembre 1950. Ammodernato nel 1969, il “Torino” è tuttora in servizio sulla rotta Locarno-Brissago-Locarno. Il periodo estivo è generalmente il momento più favorevole a gite ed escursioni ed è per questo motivo che l’associazione «Pro Comerio», costituita nel 1912 per promuovere le bellezze naturali dei dintorni di Comerio, decise di festeggiare l’apertura al pubblico delle «Grotte del Remeron» con una grandiosa festa, il 20 luglio 1913. A tale scopo si premurò di rendere accessibile l’ingresso alla cavità e agevole la discesa verso le prime sale, con scale di ferro fissate nella roccia, con ripari di rete metallica e parapetti in ferro e a illuminarla attraverso un impianto a gas acetilene(2). Il programma prevedeva per le ore 9.30 la partenza per le Grotte con accompagnamento della Filarmonica di Comerio, a seguire visita alle Grotte con «vertmouth offerto dalla “Pro Comerio” nella terza grotta»(3). Nel “Grande Salone”, come fu denominato questo spazio, ebbero luogo eventi culturali e visite guidate fino agli anni Cinquanta, attività poi riprese nel 2004 per opera dell’Associazione “Amici della grotta Remeron”. La Grotta del Remeron o Büs del Remeron, ha uno sviluppo pressochè verticale che, dopo una prima ampia cavità, prosegue con pozzi sino alla profondità di -175 metri, dove si trova un lago denominato lago Bertarelli, in ricordo del suo scopritore. Con gallerie discendenti si arriva fino alla parte terminale, a quota -226 dall’ingresso, costituita dal lago intitolato allo speleologo Felice Binda. Fu esplorata la prima volta nell’agosto del 1900, con «corde e scale di fibre di Manila, una scorta di candele steariche e del filo di magnesio per provocare bagliori a intermittenze»(4), dal geologo e speleologo Luigi Vittorio Bertarelli con la collaborazione dello

(1) F. OGLIARI, La navigazione sui laghi italiani - Lago Maggiore, vol. II, Cavallotti Editore, Milano 1986, pp. 211-214. (2) L’inaugurazione delle Grotte del Remeron. Una escursione caratteristica, in «Cronaca Prealpina», 21 luglio 1913. (3) L’inaugurazione delle “Grotte del Remeron” a Comerio, in «Cronaca Prealpina», 17 luglio 1913. (4) La grotta del Remeron, in P. CROSTA, Comerio. Un poggio a nord del lago. Note storiche e paesistiche, Nicolini Editore, Gavirate (Va) 1986, p. 15.

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Terra e gente speleologo varesino Luigi Orrigoni, di Don Giacomo Pensotti di Comerio e di Don Luigi Tadini di Barasso. Il fondo della grotta fu raggiunto da una spedizione del Gruppo Grotte Varese solo nel 1952. Successivamente furono scoperte nuove gallerie e diramazioni piuttosto interessanti. «Santuario di Sant’Anna Vergobbio (Valcuvia)| Saluti affettuosi a te ed a Bianca dal campo del 7° Reggimento | Balza | 28.VIII. 13». Questa cartolina testimonia la presenza in Valcuvia, nell’agosto del 1913, di soldati impegnati per circa quindici giorni, in esercitazioni militari che avevano luogo nel periodo maggio-settembre, con cadenza pressoché annuale. Battaglioni del 7° e del 67° Reggimento erano acquartierati a Cuvio, Vergobbio e Cittiglio; quelli dell’8°, altri sempre del 67°, i richiamati del 159° e un reparto del Corpo Volontari Guide a Cabiaglio, Cunardo, Marchirolo, Cugliate Fabiasco; soldati del 27° Cavalleria Aquila a Luino. Al seguito non mancavano mai le bande reggimentali che allietavano le serate dei militari, dei valligiani e dei villeggianti. La «balda gioventù», alloggiata presso edifici comunali o presso alloggi privati, animava, con la vivace presenza e con la ricchezza e la varietà dei vissuti, la monotona vita dei paesi. L’arrivo dei militari venne documentato da un giornalista de «L’Ordine della Domenica»:«CITTIGLIO, 19 - Stamane portati da due lunghi treni, giunsero qui e nelle adiacenze un contingente stragrande di militari del 7 ed 8. In totale disseminati nella plaga raggiungono la somma di cinque mila. In questi ameni luoghi si svolgeranno le manovre di brigata. Oggetto di curiosità interessante sarà l’opera prestata dalla artiglieria che raggiungerà i reggimenti all’ultimo scorcio del tempo di permanenza dei militi. Stamane la musica che attorniava la bandiera, ridestava gli echi estosi e la popolazione accorse a salutare con festosità l’arrivo dei soldati»(5). Il mese di agosto del 1913 è ricordato anche per la grande festa che si tenne sulla vetta del monte San Martino, il giorno 24, in occasione dei restauri del millenario Oratorio - dal 1903 Monumento Nazionale -, ivi edificato in epoche remote e dedicato al Santo da cui prese nome anche il monte stesso. Il progetto di restauro era stato predisposto dall’ingegner Antonio Giussani di Como, «competentissimo in materia archeologica e storico fedele ed esatto

(5) Movimento militare, in «L’Ordine della Domenica», 21 agosto 1913. A Gianni Pozzi un sentito ringraziamento per aver messo a disposizione il suo archivio privato.

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Terra e gente dell’Oratorio del S. Martino»(6) e i lavori, appaltati all’impresa di Sonzini Giuseppe e diretti dal capomastro Paglia di Canonica di Cuvio, iniziarono nell’agosto del 1912. Domenico Malcotti fu Andrea scalpellino, eseguì le opere in pietra e Luigi Malcotti, pittore, le decorazioni murali. Il Comitato per i festeggiamenti, il 27 luglio 1913, deliberò quanto segue: I. Rimane approvato il programma ad unanimità ed clause ed indirizzi. II. Per domenica 3 Agosto si deciderà per stampare i manifesti murali d’invito. III. Il signor don Carlo preparerà per domenica tutte le lettere degli invitati di alta funzione a penna. IV. Ogni membro del comitato presenterà una lista delle proprie conoscenze da inviare invito. V. Menù - Antipasto Minestra - Finanziera - Pollo con insalata - Gelato - Dessert Sciampagne offerto dal direttore dei festeggiamenti. Per domenica presentare i preventivi, almeno 2. VI. Malcotti Luigi incaricato per domani 3 Agosto di dare ampie spiegazioni per la musica. VII. Germano Negri Capomastro offre i fochi artificiali da far esplodere sul piazzale della chiesa di Duno.(7)

Il costo dei restauri ammontò a 4200 lire e la somma fu raccolta tramite pubbliche sottoscrizioni. Sulle pagine di «Cronaca Prealpina» comparve un resoconto dettagliato della cerimonia di inaugurazione che, in parte qui di seguito si ripropone: «Per volontà di popolo, per l’indefessa e molteplice attività di quell’anima buona e generosa che è Don Carlo Cambiano, parroco di Duno, per l’appoggio di autorità e d’artisti insigni, l’Oratorio di S. Martino in Culmine è rinnovato, con importanti ed ingegnosi restauri, a secolare vita, ritornando così all’antico splendore fra i più bei monumenti nazionali esistenti nella regione varesina. E la consacrazione di un avvenimento così insolito e pur tanto gentile e commovente è riuscita veramente solenne e superiore ad ogni aspettativa. Alle ore 8.30 ebbe luogo lassù, al tempio, la cerimonia di collaudo presente l’architetto Annoni della Commissione Lombarda per la conservazione dei monumenti patri. Dopo la visita minuziosa, alle opere compiute, Don Cambiano

(6) Per l’Oratorio di S. Martino in Culmine, in «Cronaca Prealpina», 3 luglio 1913. (7) Verbale manoscritto della riunione del Comitato pro restauri Chiesa di S. Martino che ha avuto luogo a Duno il 27 luglio 1913. APDU, Sezione Prima, Titolo X, Classe 2, Chiesa di S.Martino in Culmine, Fascicolo 1, Restauri, interdizione al culto, pellegrinaggi, perizia per danni di guerra, ricostruzione.

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Terra e gente parlò alla folla intervenuta alla cerimonia ricordando coloro che, non badando a sacrifici immensi, avevano costruito in epoca ormai lontana il tempio che è ora ragione d’orgoglio per i dunesi e per la Valcuvia tutta. […] Si calcola che erano radunate lassù fino dalle ore 6 oltre duemila persone. Prestava servizio la musica di Grantola»(8). «Firenze, 12 notte | Il quadro della Gioconda è stato rinvenuto presso il sedicente Perrugia Vincenzo da Dumenza, il quale prima aveva dichiarato di chiamarsi Leonardi e che pare l’abbia trasportata da Parigi a Firenze Egli ha offerto di vendere il quadro all’antiquario Geri che ha negozio in Borgo Ognissanti»: con un lungo articolo dal titolo Un verniciatore di Dumenza è l’autore del furto della “Gioconda” «Cronaca Prealpina» dava, il 13 dicembre 1913, la notizia del ritrovamento del quadro della Gioconda. Probabilmente fu l’inserzione fatta pubblicare dall’antiquario fiorentino, Alfredo Geri, su vari giornali nell’autunno del 1913 «in cui offriva di comperare quadri e oggetti artistici di qualunque epoca»(9), avendo come fine l’organizzazione di un’importante mostra mercato di opere d’arte provenienti da collezioni private, a spingere il Peruggia(10), sotto il falso nome di Vincenzo Leonardi, a tentare di cedere al collezionista italiano l’opera di Leonardo da Vinci da lui trafugata al Museo del Louvre di Parigi il 21 agosto 1911. Preceduto da una fitta corrispondenza iniziata il 24 novembre, Peruggia si recò il 10 dicembre 1913 a Firenze dal Geri per concludere l’affare. Dopo aver pattuito un compenso e l’impegno

(8) F. V., La grande festa di Duno Valcuvia per i restauri all’Oratorio di S. Martino, in «Cronaca Prealpina», 24 agosto 1913. (9) G. ARTOM, rubò LA GIOCONDA per patriottismo, in «Storia Illustrata», a. XVI, n. 173, aprile 1972, pp.73-79. (10) Vincenzo Peruggia nacque l’8 ottobre 1881 da Giacomo e Celeste Rossi a Dumenza (Co) dove trascorse l’infanzia insieme ai tre fratelli e alla sorella. In giovane età, nel 1897, seguì il padre emigrante a Lione, in Francia, e imparò il mestiere di stuccatore e decoratore. Nel 1907 si trasferì a Parigi, fu assunto dal signor Gobier e lavorò con altri operai al Museo del Louvre per la sistemazione della teca dove era custodita la Gioconda di Leonardo da Vinci. La mattina di lunedì 21 agosto 1911 rubò il dipinto perché convinto che appartenesse all’Italia e non dovesse quindi restare in Francia. Lo portò a Dumenza e ingenuamente, nel 1913, si recò a Firenze per rivendere l’opera per pochi soldi. Fu arrestato e condannato a una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotti a sette mesi e quindici giorni. La sua difesa si basò tutta sul patriottismo e suscitò qualche simpatia nell’opinione pubblica italiana. Dopo la scarcerazione partecipò alla Prima Guerra Mondiale dove fu fatto prigioniero dagli Austriaci. Nel 1921 si sposò e, con un espediente, si trasferì di nuovo in Francia. Lì nacquero i suoi tre figli. Morì improvvisamente l’8 ottobre del 1925, giorno del suo compleanno, a Saint Maur Des Fossés, alla periferia di Parigi, a causa di un infarto.

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Terra e gente che l’opera fosse rimasta in Italia, dove Leonardo l’aveva creata, la tela fu consegnata nelle mani dell’antiquario e del direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi. Il 15 dicembre la perizia, eseguita da Poggi e dall’Ispettore delle Regie Gallerie, Nello Tarchiani, stabilì che:«[…] I molteplici caratteri esteriori sopra descritti che nel loro complesso attestano dell’antichità del dipinto e non possono essere perfettamente contraffatti, persuadono noi dell’identità del dipinto in esame con l’originale di Leonardo. Il valore della pittura, che è notoriamente di straordinaria importanza è rilevantissimo, è calcolabile in qualche milione»(11). Prima di essere riconsegnata alla Francia fu esposta per due giorni a Firenze, presso la Galleria degli Uffizi, nella sala degli autoritratti e poi fu portata a Roma e messa in esposizione, nell’ordine, a Palazzo Minerva, a Palazzo Farnese, al museo Borghese per poi partire la sera del 28 dicembre per Milano. Anche qui poté essere ammirata dal pubblico nella giornata del 29 dicembre, a pagamento alla Pinacoteca di Brera e poi, in serata, gratuitamente, dal personale del Regio Istituto Lombardo di Scienze e Arti presso l’aula magna dell’istituto stesso(12). La mattina del 31 dicembre 1913 la Gioconda, affidata al conservatore del Louvre, lasciò l’Italia accompagnata dal seguente documento: «Il portatore di questo documento è monsieur Paul Laprieur, conservatore delle pitture del Museo del Louvre, il quale riaccompagna a Parigi il dipinto rappresentante la Gioconda, trafugata a Parigi il 21 agosto 1911 e recuperata il 12 dicembre 1913. Il dipinto può liberamente uscire dai confini del Regno d’Italia. Firmato: il direttore della Pinacoteca di Brera: Dott. Modigliani del Regio Ufficio d’esportazione degli oggetti antichi d’arte»(13).

(11) Verbale della perizia della “Gioconda”| 15 patriottismo, in «Storia Illustrata», a. XVI, n. 173, aprile 1972, pp. 73-79. Verbale della perizia della “Gioconda” | 15dicembre 1913, in P. MACCHIONE, La Gioconda rapita, con un saggio di Raffaella Ganna, Macchione Editore, Azzate (Va) 1995, pp. 94-95. (12) I Sovrani a Palazzo Farnese ad ammirare la “Gioconda”, in «Cronaca Prealpina», 29 dicembre 1913. (13) La “Gioconda” a Milano. L’ultima giornata d’Esposizione, in «Cronaca Prealpina», 31 dicembre 1913.

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Terra e gente

Il piroscafo a elica «Torino», 1913, in F. OGLIARI, La navigazione sui laghi italiani - Lago Maggiore, vol. II, Cavallotti Editore, Milano 1986, p. 137

Il piroscafo «Torino» trasformato in motonave, 1950 in F. OGLIARI, La navigazione sui laghi italiani - Lago Maggiore, vol. II, Cavallotti Editore, Milano 1986, p. 236

153


Terra e gente

Inaugurazione della motonave «Torino» alla presenza del Ministro dei Trasporti, Ludovico D’Aragona, in F. OGLIARI, La navigazione sui laghi italiani-Lago Maggiore, vol. II, Cavallotti Editore, Milano 1986, p. 235

La motonave “Torino” dopo i lavori di ammodernamento del 1969, in F. OGLIARI, La navigazione sui laghi italiani-Lago Maggiore, vol. II, Cavallotti Editore, Milano 1986, p. 307

154


Terra e gente

Grotta del Remeron, lago Bertarelli. Cartolina illustrata

Turisti e musicanti nella Grotta del Remeron in P. CROSTA, Comerio Un poggio a nord del lago, Nicolini Editore, Gavirate (Va) 1986, p. 16

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Terra e gente

Chiesetta di S. Anna - Cuveglio. Cartolina illustrata inizio Novecento

Il portale dell’Oratorio di S. Martino in un disegno di Antonio Giussani, in A. GIUSSANI, L’Oratorio di S. Martino in Culmine, Premiata Tipografia Editrice Ostinelli di Bertolini Nani e C., Como 1903

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Terra e gente

L’Oratorio di S. Martino dopo i restauri. Cartolina illustrata, 1913

Pellegrini presenti alla cerimonia del 24 agosto 1913 per i restauri dell’Oratorio di S. Martino

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Terra e gente

L’Inno di S. Martino: parole e musica di Angelo Scolari. (ApDu, Sezione Prima, Titolo X, Classe 2, Chiesa di S.Martino in Culmine, Fascicolo 1, Restauri, interdizione al culto, pellegrinaggi, perizia per danni di guerra, ricostruzione)

La Gioconda, dipinto a olio su tavola di pioppo, di Leonardo da Vinci, in «Storia Illustrata», a. XVI, n. 173, aprile 1972, p. 72

158


Terra e gente

Vincenzo Peruggia, in «Storia Illustrata», a. XVI, n. 173, aprile 1972, p. 7

L’antiquario fiorentino Alfredo Geri, in«Storia Illustrata», a. XVI, n. 173, aprile 1972, p. 76

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Terra e gente

Da sinistra: Luigi Cavenaghi (restauratore), Corrado Ricci (Direttore delle Belle Arti), Giovanni Poggi (Direttore degli Uffizi di Firenze), in «Storia Illustrata», a. XVI, n. 173, aprile 1972, p. 79

La Gioconda in esposizione nella Sala degli autoritratti presso gli Uffizi di Firenze, in «Storia Illustrata», a. XVI, n. 173, aprile 1972, p. 77

160


Terra e gente

Cerimonia tenutosi a Roma il 21 dicembre 1913 per la riconsegna del La Gioconda ai Francesi. Da sinistra: Albert Besnard (Direttore dell’Accademia di Francia), Antonio Paternò Castelli (Ministro degli Esteri), Luigi Credaro (Ministro della Pubblica Istruzione), Corrado Ricci (Direttore Generale delle Belle Arti), Camille Barrère (Ambasciatore francese). Archivio de «La Repubblica»

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Indice 5

Presentazione

7

Inedito di Piero Chiara Quando il motore era il vento

11

Gianmarco Gaspari Sereni, poeta «lombardo»?

29

Serena Contini Piero Chiara tra politica e cultura

51

Pierangelo Frigerio Don Agostino Nagel (1913-1985) ultimo prevosto di Luino fra scuola e cura d’anime

65

Mauro Catenazzi - Emilio Rossi Dal cuore della Veddasca don Valentino Gambi, l’editore di Dio a cento anni dalla nascita

75

Federico Crimi “A quando un’esecuzione dei Castelli di Cannero?” Vincenzo Ferrario e l’arte sua tra il Verbano e Firenze

89

Edoardo Maria Castelli Nella tela di Rognoni

95

Daniele Cassinelli “Also, The Lovely Figure in Marble…” Alcune notizie intorno a Silverio Martinoli

107 Sergio Redaelli Un secolo dalla morte (1863-1913) Enrico Cassi e la pietra di Saltrio 121 Giuseppe Armocida - Roberta Serra Angelo De Vincenti, un neuropatologo benefattore 129 Francesca Boldrini Annie Vivanti: la poesia incontra la musica 137 Maurizio Miozzi In punta di penna... Autori e testi della Valdumentina

147 Francesca Boldrini - Elsa Damia Album fotografico


Impaginazione, grafica e stampa: Nastro & Nastro S.r.l. - Germignaga (Va)

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Terra e gente  

XXI edizione della Rivista storico letteraria delle Valli del Verbano - Questo volume di Terra e gente ha come motivo ispiratore il 1913, o...

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