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Terra e gente

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ComunitĂ Montana Valli del Verbano

Terra e gente Appunti e storie di lago e di montagna

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In copertina: Attacco del Forte di Laveno sul Lago Maggiore, tratto da Biografia di Giuseppe Garibaldi, a spese di Giovanni Gattai, Firenze 1859


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Editore Comunità Montana Valli del Verbano Š 2011 Comunità Montana Valli del Verbano


Terra e gente Appunti e storie di lago e di montagna

2011 ComunitĂ Montana Valli del Verbano


Comitato di Redazione: Francesca Boldrini, Serena Contini, Federico Crimi, Elsa Damia, Ercole Ielmini, Stefania Peregalli, Gianni Pozzi, Emilio Rossi, Simona Zinanni.

Coordinamento di Redazione: Serena Contini

La rivista è aperta al contributo di tutti. Il Comitato di Redazione si riserva l’accettazione dei medesimi. Gli autori si assumono la piena responsabilità dei loro scritti e del materiale fotografico inviato.


È con una certa emozione che mi trovo a presentare questa 19ª edizione della rivista storico-letteraria Terra e gente. L’occasione è unica ed importante, il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il celebrare da Presidente della Comunità Montana una così importante ricorrenza – tanto più che il nostro territorio è stato profondamente coinvolto dagli avvenimenti del Risorgimento italiano – mi onora e mi riempie di orgoglio. Infatti la Comunità Montana Valli del Verbano, quest’anno ha voluto dedicare la sua rivista, divenuta ormai una tradizione, interamente al nostro Risorgimento. I vari contributi, tutti riguardanti questo periodo storico, puntano a far conoscere le figure e gli avvenimenti del nostro territorio, per far meglio comprendere anni cruciali della nostra storia patria. L’idea cardine che è alla base di questa nostra scelta culturale è quella che “chi non c’era” deve conoscere la storia, perché solo chi conosce può veramente scegliere e valutare obiettivamente ed oggettivamente la realtà dei nostri giorni. I nostri figli, in futuro, saranno chiamati a scelte determinanti, politicamente e socialmente, ed è nostro compito far sì che possano decidere in modo consapevole. Non è un caso che il volume viene presentato a Laveno, luogo significativo del nostro Risorgimento: colgo l’occasione per ricordare una figura importante lavenese di quegli anni, Luigi Tinelli, sul quale sono state qui pubblicate interessanti pagine. Ringrazio il Comitato di Redazione di Terra e gente, coordinato magistralmente da Serena Contini, che anche quest’anno ci offre un corposo volume di interesse. Auspico infine che non manchi mai la volontà da parte delle Istituzioni e delle Associazioni di mantenere vive le iniziative di salvaguardia e tutela delle tradizioni e della storia locale, soprattutto in periodi particolari come quello attuale, quando si presenta il rischio che la parola “locale” possa divenire sinonimo di isolamento o separazione, termini in netto contrasto con i princìpi che hanno caratterizzato il nostro Risorgimento. Dott. Marco Magrini Presidente Comunità Montana Valli del Verbano


Stefania Peregalli

“Povera Italia! a che uomini si affidano i tuoi destini!”. Il 1848 attraverso i documenti dell’esule politico lavenese Luigi Tinelli

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ignori Aronesi! Una vittima infelice dell’austriaca tirannide, un nostro italiano esule da 15 anni sui lidi transatlantici pell’Italiana rigenerazione ora vi presento, o signori, in Luigi Tinelli di Laveno ora Console generale degli Stati Uniti d’America in Portogallo; e mentre la tirannide austriaca tenne noi due fratelli disuniti per tre lustri, le 5 gloriose nostre giornate del passato prossimo Marzo valsero a riunirci in oggi, e porgerci la mano fraterna in Arona. Con ciò signori Arnesi, vedete, ed io pur veggo simboleggiata l’imagine della riunione di noi lombardi con voi Novaresi pure Lombardi, ma oltre la sorte ci tenne per pochi lustri disgiunti, e che ormai possiamo con asseveranza già chiamarci riuniti sotto più felici, e liberi auspici, e porgerci la mano fraterna in unione agli altri nostri fratelli piemontesi, che ora dividono i nostri allori sul Mincio e sull’Adige. Vivano i piemontesi! Viva Carlo Alberto! Viva l’Italia libera! Vivano i liberali abitanti del Verbano! Li 6 Maggio 1848 in Arona C. Tinelli”(1). Con questo discorso Carlo Tinelli saluta ad Arona il fratello Luigi che ritorna in Italia per la prima volta dopo l’esilio iniziato nel 1836; questo documento, conservato nell’archivio della famiglia, costituisce una delle prime testimonianze di come abbia vissuto il 1848 Luigi Tinelli, prototipo dell’idealista risorgimentale che ha pagato con l’esilio le proprie scelte e convinzioni politiche(2).

(1) Documento manoscritto conservato nell’Archivio Tinelli di Gorla (d’ora in poi AT), cart. 23. (2) Nato nel 1799 a Laveno da una ricca famiglia lavenese, arruolatosi nel Corpo dei Cacciatori d’Ivrea nel 1821 si aggrega all’esercito rivoluzionario piemontese di Santorre di Santarosa, partito poi per la Spagna, la Svizzera e l’Inghilterra rientra in Lombardia nel gennaio del 1824. Nel novembre del 1831 Tinelli è vicino ad alcuni personaggi della Giovine Italia tra i quali Giacomo Ciani, Gaspare Rosales e Vitale Albera, il lavenese sembra ricoprire un ruolo importante nelle trame cospirative del 1832-1933 ma i preparativi per l’insurrezione nazionale vengono interrotti dalla repressione poliziesca iniziata nel 1833. Il 30 agosto Luigi Tinelli viene catturato e trasportato in carcere, con sentenza del 27 febbraio 1835 il Tinelli viene condannato a morte per alto tradimento, la pena, poi commutata con il rescritto imperiale del 27 febbraio 1835, lo

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Terra e gente Diversi studi in passato si sono occupati di analizzare e ricostruire le vicende e le relazioni politiche di Luigi Tinelli negli anni venti e trenta(3), ma ad oggi si sono poco approfonditi gli anni successivi all’esilio volontario negli Stati Uniti. Rimangono, tuttavia, nell’archivio di famiglia molteplici testimonianze che permettono di delineare la sua parabola politica anche in quegli anni e ne testimoniano il lungo periodo di esule. La fonte sicuramente più importante è costituita dalle lettere che Luigi ha inviato prevalentemente al fratello Carlo dal 1820 al 1872(4). All’interno del ricco corpus epistolare, in cui emergono prevalentemente le preoccupazioni di un uomo allontanato dalla famiglia e dai propri interessi economici di imprenditore e proprietario terriero, si distinguno le lettere scritte nel 1848. A differenza delle lettere precedenti, in questo ristretto gruppo di documenti il Tinelli manifesta chiaramente la sua passione politica, le sue convinzioni e la sua volontà di partecipare ancora alla causa italiana, tanto da fargli affermare, nonostante l’esilio: “Né l’età né le serie vicissitudini della mia vita non hanno menomamente infiacchita la mia fede nell’avvenire e nella santità della causa, alla quale mi consacrai fino dal 1821”(5). In quegli anni, Tinelli si trova ad Oporto, in Portogallo, dove ricopre la carica di Console generale degli Stati Uniti dal 1840 al 1851 e i documenti presi in esame testimoniano come il patriota, nonostante la lontananza e i dolori vissuti, segua ancora con grande fervore le difficili tappe del processo di indipendenza italiano. Le lettere del 1848 insieme alle prime risalenti al 1849 sono già state in parte prese in considerazione da alcuni studiosi, principalmente per indagare il rapporto testimoniato in questi documenti tra Luigi Tinelli e il re di Sardegna Carlo Alberto. Nel 1849, infatti, i destini dei due uomini si incrociano quando Carlo Alberto, dopo aver abdicato a favore del figlio Vittorio Emanuele, parte

porta il 6 agosto 1836 a salpare da Trieste verso gli Stati Uniti, dove morirà il 25 marzo1873. Per una biografia di Luigi Tinelli si vedano: G. CASTELLI, Figure del Risorgimento lombardo: Luigi Tinelli, Milano 1949; G. PEREGALLI, L’emigrazione politica forzata: Luigi Tinelli attraverso una sua lettera, in C. BRUSA, R. GHIRINGHELLI (a cura di), Emigrazione e territorio: tra bisogno e ideale, Atti del Convegno internazionale di Varese 18-20 maggio 1994, Varese 1995, vol. I, pp. 305316; N. FERRARI, Alba del secolo. Le società segrete ed i primi martiri - Luigi Tinelli, in Laveno Mombello nel risorgimento (1815-1870), Laveno Mombello 1959, pp. 33-41. (3) Cfr. F. DELLA PERUTA, Luigi Tinelli: un verbanese nella Giovane Italia in «Verbanus», 19 (1998), pp. 259-278; F. DELLA PERUTA, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il “partito d’azione” 1830-1845, Milano, 1974, pp. 107 e seg. (4) G. PEREGALLI, L’archivio di famiglia, in M. CAVALLERA (a cura di), I Tinelli Storia di una famiglia (secoli XVI-XX) Atti del Convegno di Laveno Mombello 2001, Milano 2003, pp. 119-130. (5) Lettera n. 3 datata 7 luglio 1848.

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Discorso manoscritto di Carlo Tinelli pronunciato ad Arona all’arrivo del fratello, AT, cart. 23

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Terra e gente per l’esilio volontario e giunge proprio ad Oporto dove trascorre gli ultimi momenti della sua vita ed incontra Luigi Tinelli. Sarà proprio il lavenese a firmare l’atto di morte del sovrano. Nell’archivio Tinelli è conservato anche un articolo manoscritto intitolato “Il 48 e gli ultimi giorni di Carlo Alberto nelle lettere di un mazziniano”(6) a firma dello studioso Giovanni Battista Reggiori. Il saggio, che riporta in calce la data marzo 1913, è composto da una quindicina di pagine nelle quali il Reggiori, dopo aver brevemente riassunto la storia del Tinelli fino all’esilio, analizza nello specifico l’opinione che il lavenese, mazziniano convinto, esprime nelle sue lettere sul re Carlo Alberto. Nell’archivio è conservato anche un altro saggio in cui si affronta l’incontro tra i due personaggi, l’autore, lo studioso Renzo Boccardi(7), pubblica nel 1914 questo articolo relativo alla frequentazione dei due esuli in Oporto. A testimonianza di questo rapporto nel testo vengono riportati alcuni brani delle lettere che il Tinelli scrive al fratello tra l’aprile e il maggio del 1849. Nella prima nota di questo articolo, tra l’altro, l’autore fa menzione della redazione da parte dello studioso Giovanni Battista Reggiori di una biografia molto approfondita di Luigi Tinelli ancora in corso d’opera. Se il Boccardi si riferisse all’articolo presente nell’archivio, non è dato a sapersi; di sicuro il saggio di Giovanni Battista Reggiori, che peraltro non risulta essere mai stato pubblicato, è molto più ampio ed approfondito dello scritto del Boccardi e presenta l’opinione del Tinelli sul re partendo già dalle lettere del 1848, da quando cioè i due ancora non si erano incontrati(8). Infine, anche il biografo ufficiale del Tinelli, Giuseppe Castelli, ripercorrendo le tappe di quegli anni cita brevi brani di alcune lettere del 1848 e 1849. Come i suoi predecessori, tuttavia, non ne fornisce né una trascrizione né un elenco completo, limitandosi a riportare solo alcuni stralci particolarmente significativi. Nonostante questi studi e le varie citazioni, manca ad oggi un esame completo sulla documentazione di quegli anni, documentazione che se letta nella sua completezza offre molti spunti di indagine capaci di restituirci uno specifico quadro storico del 1848 grazie alle qualità del Tinelli che, oltre ad essere un patriota convinto, possedeva capacità analitiche e culturali che gli permettevano di interpretare gli avvenimenti.

(6) AT, cart. 116. (7) Cfr. R. BOCCARDI, Carlo Alberto nelle lettere di un testimone alla sua morte, in Nuova Antologia, vol. I, Roma 1914, pp 73-80, riporta le lettere datate 14 aprile 1849, 19 aprile 1849, 19 maggio 1849, 3 agosto 1849; n. 2 copie dell’estratto della pubblicazione sono conservate nell’AT, cart. 74. (8) Il Reggiori fa riferimento alle lettere datate: 11 giugno 1848 (Lettera n. 1), 15 giugno 1848 (Lettera n. 2), 21 luglio 1848 (Lettera n. 4), 4 settembre 1848 (Lettera n. 6), 14 aprile 1849, 19 aprile 1849.

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Terra e gente È interessante segnalare che, in tutte le lettere precedenti, il Tinelli non tocca mai tematiche politiche né fa cenno diretto al suo passato di patriota, probabilmente per non incappare nella censura austriaca, mettendo così a rischio il fratello al quale scrive con grande regolarità. Inoltre, negli anni precedenti prevale ancora nel lavenese il risentimento verso il governo austriaco per averne decretato l’esilio e per il successivo divieto di rientrare nel Lombardo Veneto, anche in qualità di cittadino statunitense. All’interno di questo panorama diversi devono essere i fattori ad aver contribuito alla presa di posizione aperta del Tinelli verso gli avvenimenti italiani del 1848. In primo luogo il patriota ritorna per la prima volta a Milano proprio nell’anno in cui il movimento per le riforme e l’indipendenza subisce un’intensa accelerata, inoltre, arriva subito dopo le cinque giornate di Milano(9) che in quel momento rappresentano la più alta espressione di mobilitazione popolare e che sembrano realizzare il sogno mazziniano di una guerra di popolo. Milano, la sua città, è diventata il simbolo della rivolta contro quel governo austriaco che 15 anni prima ne aveva decretato la condanna a morte e poi l’esilio, così che sentimenti ed affetti sopiti devono essere tornati prepotentemente alla luce. In secondo luogo, gli avvenimenti del marzo allentano presumibilmente l’attività della censura austriaca e i suoi controlli capillari sulla corrispondenza con l’estero, così che il Tinelli si sente libero di esprimersi senza timore di possibili ripercussioni. Il rientro degli austriaci in Milano grazie al generale Radetzky(10) riporta gradatamente la vigilanza alla normalità, e il lavenese, preoccupato, ma anche fortemente deluso dalla progressione degli avvenimenti in Italia, dopo il 1849 abbandona nelle sue missive gli argomenti politici. La trascrizione integrale e l’esame delle 10 lettere scritte nel 1848, dal mese di giugno a quello di dicembre, mostra tutta l’evoluzione dell’analisi minuziosa che il Tinelli compie degli avvenimenti milanesi e dell’attività del Governo provvisorio lombardo fino alla riconsegna di Milano agli austriaci. Il Tinelli arriva in Italia in maggio, quando a Milano il Governo provviso-

(9) Insurrezione avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848, per mezzo della quale i cittadini di Milano si liberarono dal dominio austriaco. La sera del 22 marzo 1848, gli austriaci si ritiravano verso il “Quadrilatero”, il resto del territorio della Lombardia e del Veneto era ormai libero. (10) Josef Radetzky (1766-1858) nobile boemo fu feldmaresciallo austriaco a lungo governatore del Lombardo-Veneto, batté l’esercito di Carlo Alberto a Custoza il 25 luglio, costringendolo alla ritirata su Milano ed alla firma dell’armistizio di Salasco, che obbligava l’esercito piemontese ad evacuare la Lombardia e Milano (rioccupata il 6 agosto).

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Articolo manoscritto di Giovanni Battista Reggiori, AT, cart. 116

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Terra e gente rio(11) sta preparando la fusione della Lombardia al Piemonte; fermatosi per pochi giorni, riparte e le prime due lettere scandiscono il suo percorso di rientro ad Oporto. La prima tappa è la vicina Svizzera, da sempre luogo di rifugio dei patrioti in fuga dal governo austriaco e dove lo stesso Tinelli, come tanti altri, si è recato per sfuggire ai controlli austriaci dopo gli avvenimenti del 1821. Luigi scrive al fratello l’11 giugno da Losanna riportando come il clima lì sia estremamente favorevole alla causa italiana e di come ci siano dei patrioti che seguono le vicissitudini con grande attenzione “I patrioti della Svizzera si lamentano, che già da due giorni non ricevono il periodico “il 22 di marzo”(12); o c’è negligenza nell’inviarlo, o è clandestinamente sotratto ai corrieri.”. Si capisce chiaramente dal testo che quello intrapreso dal Tinelli non è un semplice viaggio di ritorno in Portogallo, dato che in Svizzera si ferma negli accampamenti dei soldati volontari che si preparano a partire verso il Nord Italia e qui incontra un ufficiale del generale Constant Bourgeaud(13) con il quale si confronta in merito agli avvenimenti milanesi. La seconda tappa del Tinelli è Parigi dove si incontra con personaggi politici di spicco con i quali condivide le sue opinioni sull’andamento della situazione italiana “Fra le moltissime cose che passammo in breve rivista circa ai movimenti italiani, e circa a certi errori, che qui e là si verificano nella condotta degli esimi e benemeriti patrioti del governo provvisorio”(14). Giunto ad Oporto, nei mesi successivi il Tinelli segue da vicino l’andamento delle vicissitudini milanesi; nelle prime lettere del 1848 emerge chiaramente e ripetutamente il clima di entusiasmo con il quale all’estero venivano seguiti gli avvenimenti italiani, in Svizzera, come anche in Portogallo dove al suo arrivo trova molti soldati scelti che, seppur privi di mezzi, sono desiderosi di partire per contribuire alla causa. Proprio in questo clima di fervente attesa, Tinelli con l’intento di partecipare in prima persona alla liberazione, elabora il progetto di formazione di un esercito di crociati lusitani, una proposta concreta che il patriota invia al fratello in modo che la consegni all’amico e patriota Giacinto Collegno o a chi

(11) Il Governo provvisorio di Milano era presieduto dal podestà, Gabrio Casati, e da un Consiglio di guerra, di cui era anima Carlo Cattaneo. (12) Nel periodo compreso tra le Cinque giornate e il ritorno degli Austriaci viene stampato a Milano “Il 22 marzo”, organo ufficiale del Governo Provvisorio della Lombardia, filosabaudista, espressione delle tendenze della nobiltà, dell’alta borghesia e di parte della borghesia intellettuale di tendenze moderate. Il giornale iniziò le sue pubblicazioni il 26 marzo 1848, dalla sede di Palazzo Marino, sotto la direzione di Carlo Tenca. (13) Il generale vodese Constant Bourgeaud fu a capo di una delle tante colonne di volontari svizzeri che giunsero nel Nord Italia nelle settimane e nei mesi successivi al 22 marzo 1848. (14) Lettera n. 2 datata 15 giugno 1848.

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Terra e gente ritenga più idoneo. Questo documento dimostra come l’amore di Luigi Tinelli per la patria non fosse solo un sentimento astratto bensì l’espressione di un uomo pronto ad esporsi e a battersi in prima persona per i suoi ideali. Il giovane patriota, che aveva combattuto nel 1821 al seguito di Santorre di Santarosa, era nuovamente pronto a riprendere le armi. Nella lettera inviata da Oporto il 21 luglio1848(15) si esprime così: “È tempo io mi dissi a me stesso, di lasciare ogni esitazione, di deporre e addormentare ogni spirito di partito; chi ha braccia ed un petto deve opporlo al torrente invasore del settentrione” e ancora “Subito che tu mi rispondi a questa mia e all’inchiuso progetto, sono pronto a presentare al mio ministro in Lisbona la mia demissione, ed a mandare al governo provvisorio l’atto di rinuncia alla cittadinanza americana, e di adesione alle nuove istituzioni d’Italia, siano pure quelle che siano!!!”. Al testo della lettera è allegando un progetto, breve, ma estremamente dettagliato, che fornisce indicazioni precise sull’organizzazione di un esercito di lusitani da mettere al servizio del governo provvisorio della Lombardia. Il Tinelli prende in considerazione ogni aspetto organizzativo del contingente, includendo sia la gestione dei soldati sia i diritti e i doveri di tutte le parti coinvolte. Si offre, di organizzare un reggimento di linea composto da mille a milleduecento uomini fra quelli che più si sono distinti nelle ultime guerre del Portogallo. Nella sua visione, il corpo avrebbe dovuto chiamarsi “Reggimento de crociati Lusitani”. Il Tinelli si impegna a provvedere sia al vestiario che alla paga dei soldati; il reggimento equipaggiato sarebbe giunto a Genova tramite navi noleggiate e, almeno all’inizio, egli stesso sarebbe stato a capo del reggimento; la scelta di mettersi a capo del contingente era la logica conseguenza della sua condizione di conoscitore della lingua, degli usi e dei costumi non solo dei soldati italiani ma anche di quelli portoghesi. Tinelli specifica di aver preliminarmente chiesto il benestare del presidente del consiglio portoghese João Carlos de Oliveira Daun duca di Saldarha per impiegare ex militari in una missione all’estero, e che il duca, di fronte alla proposta, non aveva sollevato obiezioni, anzi, l’impresa sarebbe stata una buona valvola di sfogo per i militari anche se il governo non avrebbe potuto appoggiare l’iniziativa apertamente. La presa di posizione di questo progetto è forte e Luigi Tinelli di fronte ai successivi avvenimenti e al rientro degli austriaci in Milano esprime il suo timore che il progetto sia caduto nelle mani sbagliate o intercettato dagli agenti austriaci, pregiudicando così la sua posizione nei confronti del governo degli Stati Uniti e del Portogallo(16).

(15) Lettera n. 4 datata 21 luglio 1848. (16) Lettera n. 6 datata 4 settembre 1848.

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Terra e gente Se da un lato, nelle lettere, è testimoniata la volontà sempre crescente del patriota di partecipare agli eventi, dall’altro è sempre più manifesto il dissenso per la gestione delle trattative da parte del Governo provvisorio. Il Tinelli non esita ad esprimere il suo giudizio sulle scelte compiute e sulle personalità coinvolte e fin dalla prima lettera dell’11 giugno 1848 dichiara “Ma (costami a dirlo, dal poco che ho visto nei pochi dì che rimasi in Italia, ci fu sovverchia rilasciatezza e poco giudizio in certe scelte ed in certe operazioni. E se tali errori non perderanno la causa, che quasi è impossibile il perderla, né renderanno più lunga e più difficoltosa la soluzione. Nelle rivoluzioni la lentezza è sempre causa di rovesci, e nel caso presente ho gran timore, che trascini il glorioso movimento del 22 marzo nelle vie intricate e ingannatrici dei protocolli. Gl’italiani più che dell’austriaco hanno da diffidare delle mere secche della diplomazia”(17). Nel giudizio del lavenese deve aver influito, in qualche misura, anche una sorta di risentimento per non essere stato direttamente coinvolto nell’attività del nuovo governo durante la sua permanenza nel maggio del ‘48 a Milano, nonostante il suo passato di attivo cospiratore; dichiara infatti: “Dirò dunque che lo stabilimento del nuovo governo [ita]liano quantunque non mi fornisse brillanti speranze, visto il nessun conto che fecero di me durante la mia dimora in Milano, al punto di neppure mandare un portiere a restituirmi la visita che feci ai figuroni del governo provvisorio, pure rimaneva sempre per me la probabilità che almeno per vergogna mi offrirebbero col tempo qualche onorato posto di vice faciente funzioni di sottoprotocollista di qualche giudice di pace o commissario distrettuale”(18). Ma con il passare dei mesi Tinelli motiva ampliamente le sue posizioni e le sue accuse sul piano ideologico e polito fino ad arrivare al punto di affermare sconsolato ad ottobre “Povera Italia! Arrestata dapprima nel eroico suo movimento da un branco di stupidi ambiziosi, che solo si univano alla rivoluzione per dominarla, per incatenarla, per soffocarla; calpestata dappoi dall’insolenza de’ barbari vincitori, ora dovrà passare per molte ambagie che la perfida diplomazia de’ gabinetti le sta armando e poi vedersi nuovamente fra le griffe dell’insaziabile aquila austriaca!!!”(19). Luigi Tinelli esprime chiaramente le sue opinioni indicando con precisione colpe e colpevoli, e fornendo il panorama delle personalità che, a suo giudizio, influiscono sul processo di riconferma del governo austriaco. Sul fronte diplomatico, il suo biasimo va ai commissari Giulio Spini e Ludovico Frappoli(20), in-

(17) Lettera n. 1 datata 11 giugno 1848. (18) Lettera n. 6 datata 4 settembre 1848. (19) Lettera n. 9 datata 4-7 settembre 1848. (20) Spini Giulio (-1852) e Ludovico Frappoli (1815-1878) vennero inviati dal Governo Provvisorio di Lombardia nel 1848 a Parigi come sui rappresentanti presso la Repubblica Francese (lettera n. 2), cfr. L. POLO FRIZ, La massoneria italiana nel decennio postunitario. L. Frapolli, 1998.

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Terra e gente viati dal Governo Provvisorio a Parigi, che definisce “eccellenti giovani, ma assai al dissotto della loro missione: mi disse che si fecero giustizia da se stessi e si dimisero”(21). Il Tinelli deve inoltre avere una scarsa fiducia nell’azione della diplomazia, dato che, nelle lettere, sono frequenti gli attacchi all’azione di mediazione accusata di rallentare il moto rivoluzionario fino ad arrestarlo, e così ad esempio la diplomazia inglese, nelle sue lettere, diventa la “perfida diplomazia inglese”(22). Le critiche sono anche sulla gestione del fronte militare; nella lettera datata 7 luglio(23) Tinelli accusa di incapacità i comandati Giacomo Durando, Michele Allemandi e Giuseppe Ferrari “A chi ben conosceva Durando e Allemandi gemeva l’anima che in gran parte la somma delle cose militari fosse a tali avventurieri confidata. Dicono alcuni che il Ferrari (quello di Roma ben inteso) non è migliore dei due sopranominati”, il 22 agosto il generale Manfredo Fanti “Fra i grandi spropositi fatti vedo, che si era confidato interamente la difesa di Milano al generale Fanti, di cui se ne dicevano grandi cose. Questo povero diavolo non fu mai che tenente nella legione di Borsò di Carminate in Ispagna, e nessuno mai sospettò che fosse qualche cosa”. I suoi attacchi vanno anche al membro del Governo Provvisorio Giuseppe Durini(24) che viene citato sempre nelle sue lettere in tono negativo, il 21 luglio infatti Tinelli afferma “È l’uomo più chiaccherone, più imbrogliatore, più ideologo che io mi conosca; quanto al fare, la sua inettitudine è quasi proverbiale”(25) e ancora il 19 ottobre “Ho letto nei fogli inglesi il memorandum diretto ai mediatori della consulta lombarda. Per Dio che pezza bislacca! Sembra quasi una Durinata!”. Nelle lettere compaiono anche apprezzamenti di Luigi Tinelli verso personaggi con i quali, a vario titolo, entra in contatto. Così, ad esempio, nella lettera inviata da Parigi(26), Luigi Tinelli esprime parole di grande stima per il dottor Antonio Fossati(27), con il quale probabil-

(21) Lettera n. 2 datata 15 giugno 1848. (22) Lettera n. 9 datata 19 ottobre 1848. (23) Lettera n. 3 datata 7 luglio 1848. (24) Giuseppe Durini (1800-1850), partecipò alle Cinque Giornate, fu poi ministro degli Esteri del governo provvisorio milanese ed ebbe parte attiva nel plebiscito per l’annessione al Piemonte. (25) Lettera n. 4 datata 21 luglio 1848. (26) Lettera n. 2 datata 15 giugno 1848. (27) Antonio Fossati (1806-1885), durante le Cinque giornate venne arrestato e imprigionato fino a che le truppe del maresciallo Radetzky lasciarono Milano. Scoppiata la guerra tra il Regno di Sardegna e l’Austria, il Fossati divenne maggiore del 2° battaglione di studenti e prese parte ai combattimenti presso Mantova; dopo l’armistizio di Salasco (agosto 1848), costretto a lasciare l’insegnamento a Pavia, emigrò a Torino. Dopo il fallito moto mazziniano avvenuto a Milano il 6 febbraio 1853 prestò la sua opera insieme con V. Crivelli per condurre in salvo gli esuli. Il Fossati fu vicepresidente del Comizio dei veterani lombardi e venne decorato della medaglia commemorativa delle Cinque giornate, istituita con deliberazione del 7 gennaio 1884 (lettera n. 2).

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Lettera di Luigi Tinelli n. 1 datata 11 giugno 1848, AT

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Terra e gente mente in quel momento condivide il destino di essere escluso dalla fase di ricostruzione del governo nonostante il passato di patriota. Il Tinelli chiede al fratello notizie anche di altri patrioti ai quali era legato da vincoli di amicizia: gli antichi compagni di cospirazione degli anni venti e trenta come Gaspare Ordono Rosales(28), Giacinto Collegno e Carlo Cattaneo. Da diversi riferimenti nell’epistolario risulta inoltre che il Tinelli era ancora in contatto con Giuseppe Mazzini, al quale si era avvicinato nel 1831 aderendo alla Giovine Italia(29), come dimostra l’affermazione del 7 luglio “Mando con questo ordinario i fogli di qui a Mazzini in concambio di quelli, ch’egli ha la bontà di qui spedirmi, e che mi fanno sommo piacere, e fanno tutto il giro della città. Desidererei, che tu lo vedesti e gli esprimesti la mia gratitudine per questo suo tratto di delicatezza. Se credi potresti anche mostrargli questa mia. Pare che gli avvenimenti ci porteranno a far coincidere un’altra volta i nostri pensamenti”(30). Lo scambio di fogli informativi con Mazzini è una delle tante testimonianze del forte interesse e legame che Luigi Tinelli ha con la stampa, lui, uomo di cultura per formazione e professione, ha da sempre avuto grande interesse per le lettere; oltre al giovanile opuscolo intitolato “Del gusto romantico”(31) il Tinelli ha pubblicato numerosi articoli sulle testate locali sia negli Stati Uniti che ad Oporto. Sicuramente ha dato grande peso al valore e all’importanza del pensiero scritto come mezzo di informazione e di formazione; già in una lettera datata li 7 giugno 1837(32) inviata da New-York afferma “Il giornalismo è divenuto oggidì un ausiliario della diplomazia e non se ne può fare senza”. Anche nelle lettere del 1848 la sua attenzione è rivolta al ruolo della carta stampata “Non ti mando giornali di qui perché non ne capisci la lingua; ma il cuore si gioirebbe nel vedere come ho fatto valere la poca mia influenza con la stampa di tutti i partiti in questo paese a favore della emancipazione italiana”(33). Quando rientra ad Oporto dall’Italia Tinelli riferisce di aver portato in Portogallo molti giornali che mostra con orgoglio ai concittadini per seguire le causa italiana e numerose sono le testate che il Tinelli cita nelle sue lettere, dimostrando di conoscere bene il ricco panorama editoriale del nord Italia(34).

(28) Per approfondire i legami del Tinelli con Rosales si vedano i già citati articoli di F. DELLA PERUTA. (29) F. DELLA PERUTA, Luigi Tinelli:un verbanese nella Giovane Italia in “Verbanus”, 19 (1998), pp. 259-278. (30) Lettera n. 3 datata 7 luglio 1848. (31) Il testo, datato 1820, è scritto in forma di lettera indirizzata al padre, una copia a stampa è conservata nell’AT, cart. 74. (32) AT, cart. 116. (33) Lettera n. 7 datata 4-7 settembre 1848. (34) La fioritura di tante pubblicazioni e fogli è tipica delle fasi rivoluzionarie, nel caso in questione aveva sicuramente influito anche il recente Editto sulla stampa emanato da Carlo Alberto il 26 marzo 1848.

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Terra e gente Le principali testate citate nelle lettere sono il 22 Marzo e l’Italia del popolo pubblicati a Milano nel 1848, il Risorgimento pubblicato tra il 1847 e il 1852 a Torino ed infine la Lega italiana di Genova(35). Dopo l’armistizio di Salasco, il 9 agosto 1848, l’Impero Austriaco rientra negli antichi confini stabiliti nel 1815 dal congresso di Vienna, e Tinelli segue l’andamento delle trattative diplomatiche. Dal mese di settembre riferisce l’atteggiamento evasivo dell’Austria e gli interventi di mediazione delle altre potenze europee e in particolar modo, nella lettera datata 19 ottobre, delinea con previsione i diversi ruoli ed interessi che si giocano tra Francia, Inghilterra ed Austria(36). All’interno di queste riflessioni prende sempre più importanza la figura e il ruolo che può giocare il re di Sardegna Carlo Alberto, al quale, nonostante Tinelli si dichiari apertamente repubblicano, attribuisce un ruolo decisivo nella risoluzione della causa italiana(37). Il 1848 di Luigi Tinelli si chiude con l’amara osservazione riportata nell’ultima lettera datata 10 dicembre(38) “a mé di te più giovane non è lecito dare consigli o istruzioni, ma come per una lunga e triste esperienza conosco assai bene le mene, e gli intrighi che accompagnano somiglianti vicende, e conosco troppo bene molte delle persone che o opportunamente, o dietro alla cortina conducono la presente rivoluzione”. Ormai nelle parole del patriota prevale l’amarezza e la disillusione non solo per la situazione italiana ma anche per la propria e sembra svanire in quei giorni anche la possibilità di ottenere il trasferimento al consolato di Genova presentato al Governo Americano.

Note di Edizione L’archivio Tinelli di Gorla è oggi conservato presso il Comune di Laveno Mombello ancora privo di un inventario completo. La presente pubblicazione è partita dal lavoro di riordino e trascrizione del carteggio di Luigi Tinelli iniziato da Giancarlo Peregalli negli anni Novanta e che ha portato nel 2001 alla realizzazione dell’importante convegno svoltosi a Laveno Mombello “I Tinelli. Storia di una famiglia (Secoli XVI-XX)”. Le lettere di Luigi Tinelli sono conservate in due buste con l’indicazione

(35) Per il 22 Marzo si veda la lettera n. 1, per l’Italia del popolo si vedano le lettere n. 4 e n. 8, per il Risorgimento si veda la lettera n. 8, per la Lega italiana si veda la lettera n. 8 datata 2 ottobre 1848. (36) Si veda in particolar modo la lettera n. 9. (37) Lettera n. 6 datata 4 settembre 1848. (38) Lettera n. 10 datata 10 dicembre 1848.

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Terra e gente

Ultime righe della lettera di Luigi Tinelli n. 4 datata 21 luglio 1848, AT

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Terra e gente “Lettere di Luigi Tinelli” provenienti dall’unione delle cartelle 116 e 127, con l’intento di ricostruire l’ordine cronologico corretto. Dal corpus epistolare di circa 176 lettere, si riporta di seguito il testo integrale delle dieci lettere scritte da Luigi Tinelli al fratello Carlo nel 1848. Le missive sono contrassegnate sui fascicoli con una numerazione progressiva provvisoria da 136 a 145. Le lettere non hanno busta in quanto sono state inviate come plichi postali, pertanto nella quasi totalità dei casi l’indirizzo del mittente è riportato sul verso del primo bifoglio nel quadrante centrale della piegatura. Nei quadranti vicino all’indirizzo vi sono altre annotazioni di mani diverse che riportano generalmente il luogo e la data della lettera. Sono individuabili due scritture diverse: una probabilmente coeva o di poco successiva a quella del Tinelli (indicata con la lettera “a”) e una sicuramente posteriore scritta con matita blu e rossa (indicata con la lettera “b”). All’autore delle annotazioni in matita blu e rossa si devono purtroppo anche numerosissime evidenziature di punti salienti diffuse praticamente in tutte le lettere. Per quanto le lettere siano tutte autografe, sono prive di firma, dato che il Tinelli conclude sempre con la dicitura “tuo fratello”. L’unico documento che riporta la firma completa è il “Progetto di costituzione di un esercito di crociati lusitani” allegato alla lettera n. 4, probabilmente perché destinato ad essere consegnato a terzi indipendentemente dalla lettera di accompagnamento. Al termine di ogni lettera, il Tinelli invia sempre il saluto ai famigliari, in particolar modo alla moglie Anna Zannini (detta Nina), ai figli Ferdinando (detto Nandino) e Daniele, ai nipoti Filippo e Luigia, figli del fratello Carlo.

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Terra e gente 11 giugno 1848, Losanna Losanna, domenica sera 11/6/1848(39). Carissimo fratello, solo arrivando a Sion verso la mezzanotte passata trovai conto del comandante Bungeaud dei carabinieri vodesi. Egli trovasi colà già da tre giorni riunendo i diversi drappelli di volontari, che gli stanno arrivando alla spicciolata. Egli trovavasi a letto, ma parlai con uno de’ suoi offiziali, che informai di tutto e incombenza di far affrettare il comandante nella sua partenza, affine di non trattenere più a lungo il distaccamento, che lo stà aspettando a Laveno. Lo spirito pubblico tanto nel Vallese che qui, e mi si assicura anche nel resto della Svizzera, è ottimo. C’è quasi entusiasmo in favore della gran causa italiana; ed ove si fossero quà mandati agenti attivi ed esperimentati in queste cose, è fuori di dubbio che se ne sarebbe potuto ritrarne ottimi risultati tanto in uomini che in cavalli ed armi. Ma, (costami a dirlo, dal poco che ho visto nei pochi dì che rimasi in Italia(40), ci fu sovverchia rilasciatezza e poco giudizio in certe scelte ed in certe operazioni. E se tali errori non perderanno la causa, che quasi è impossibile il perderla, né renderanno più lunga e più difficoltosa la soluzione. Nelle rivoluzioni la lentezza è sempre causa di rovesci, e nel caso presente ho gran timore, che trascini il glorioso movimento del 22 marzo nelle vie intricate e ingannatrici dei protocolli. Gl’italiani più che dell’austriaco hanno da diffidare delle mere secche della diplomazia. Per ora non posso dire di più, ma tu ben m’intenderai. I patrioti della Svizzera si lamentano, che già da due giorni non ricevono il periodico “il 22 di marzo”; o c’è negligenza nell’inviarlo, o è clandestinamente sotratto ai corrieri. Ti scriverò ancora da Parigi(41), se ci sarà cosa che ne valga la pena, se nò da Oporto. Bacia per me la mano alla Nina, che riceverà mie nuove da Parigi, senza fallo, e dì mille cose affettuose da parte mia a Filippino, Luigina, Nandino e Daniele, e tanti cordiali saluti a tutti gli amici. Colgo anche questa occasione per rinnovarti i vivi miei ringraziamenti per tante cortesie e favori usatimi durante la mia dimora costì, e nella speranza di presto ricevere notizie tue e di tutta la famiglia sono di vero cuore. Tuo affezionatissimo fratello.

(39) Lettera autografa non firmata su un bifoglio. Sul verso autografo “Monsieur Monsieur Charles Tinelli 110 Guastalla a Milano”, di altre mani (a) “1848 11 giugno Luigi da Losana”, (b) “Losanna 11 giugno 1848”. (40) Luigi Tinelli tornò per la prima volta in Italia nel maggio del 1848 e qui rimase per pochi giorni. (41) Il 15 giugno 1848 Luigi Tinelli è già a Parigi (lettera n. 2 datata 15 giugno 1848).

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Terra e gente 15 giugno 1948, Parigi Parigi 15 di giugno 1848(42). Carissimo fratello, La Nina, a cui scrissi stammattina, ti comunicherà quanto le dico rispetto al colonnello Bourgeois, ti prego a farne caso. Credevo, che non ti avrei scritto che da Oporto, solo per mancanza di tempo, non già di materia, che dovrei scriverti volumi. Solo per un oggetto, che credo assai importante, impiego gli ultimi momenti in Parigi per iscriverti due righe a vapore. Non vidi Lamartine, ma bensì l’ottimo Flonon capo del Comitato degli affari esteri nell’assemblea nazionale. Fra le moltissime cose che passammo in breve rivista circa ai movimenti italiani, e circa a certi errori, che quà e là si verificano nella condotta degli esimii e benemeriti patrioti del governo provvisorio; si parlò dei due commissari, qui spediti, Spini e Frappolli, eccellenti giovani, ma assai al dissotto della loro missione: mi disse che si fecero giustizia da se stessi e si dimisero “E perché, mi diceva egli accalorato, non si prevalsero dell’incomparabile patriota e statista qui residente già da 30 anni, dell’amico di Dupont de l’Eure e di tutti i più validi diffensori della libertà in Europa, dell’ottimo dottore Fossati? Questo esimio e infaticabile progressista travagliò fin dal 1814 a questo giorno indefessamente per la nobile causa dell’unione e indipendenza italiana: troppo modesto per mettere in evidenza le estese sue cognizioni e come professore di medicina e come uomo politico, conosciuto da tutta Europa, non è neppure invitato da suoi compatrioti a rappresentare il suo paese all’estero, né chiamato a qualche importante impiego in patria, dove potrebbe disimpegnare con grande onore e abilità le più alte funzioni!!! Confesso, aggiungeva egli mortificato, che poco intendo negli andamenti del governo provvisorio lombardo”. Io sentiva nel fondo del cuore la giustizia di questa rampogna a né mi starebbe bene il farne menzione, se non credessi e desiderassi, che tu adoprasti la tua influenza per fare in qualche modo riparare ad una dimenticanza, che fra le tante, parmi puzzi troppo non voglio dire per ora di che. Poche ore prima di questo colloquio, avevo io stesso fatto una visita al veterano della libertà italiana, al dottor Fossati. Egli è animato or più che mai per la gran causa, che si stà agitando. I molti e immensi sacrifici che fece e stà facendo, e i servigi che prestò sempre, sono, credo, notori a tutti i più conspicui patrioti italiani, per essere necessario di menzionarli. Egli casa stabilita e una larga clientela, ma non esiterebbe un momento a recarsi ove il governo italiano lo desti-

(42) Lettera autografa non firmata su un bifoglio. Sul verso autografo “Monsieur Monsieur Charles de Tinelli N. 110 Guastalla à Milan”, di altre mani (a) “1848 15 giugno Luigi da Parigi”, (b) “Parigi 15 giugno 1848”.

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Terra e gente nasse, se a ciò fosse invitato. È eminentemente partigiano della monarchia costituzionale; tutto chè egli abbia influito, mesi fa all’elezione di Mazzini a presidente dell’Associazione italiana, associazione che già più non esiste, e che in realtà non esistè mai che sulla carta. Mi diceva con sentimento di rancore (questo è segreto) etc.etc. Tante cose a Filippino e a Luigina, a miei figli e agli amici e credimi di cuore. Tuo affezionatissimo fratello. Fra mezz’ora sarò sul cammino di ferro per l’Haure.

7 luglio 1848, Oporto Oporto li 7 luglio1848(43). Carissimo fratello Nina ti avrà già communicato le notizie del felice mio ritorno in questa città ove tutti, senza distinzione di partito, mi dimostrarono molta simpatia e sincera amicizia: tutti si congratulavano meco dell’eccellente accoglienza che mi fecero i miei parenti ed amici, e pelle buone nuove che loro io recava circa alla gloriosa rivoluzione italiana. Gl’italiani qui residenti vennero tutti, nel primo dì festivo (era il dì di San Giovanni) a complimentarmi alla mia casa di campagna. Non ti posso descrivere con quale entusiasmo accogliessero essi le dettagliate nuove dei movimenti italiani, i racconti delle eroiche prodezze milanesi e degli esempi commoventi di patria carità. Accettarono con riconoscenza le medaglie e i nastri che io loro portai, baciavano e ribaciavano la sciarpa tricolore e la magnifica coccarda che col cappello calabrese mi regalò Filippino. Leggevano e divoravano con avidità le poche gazzette, proclami e i vari scritti che meco portai d’Italia; gioivano alla vista delle barricate, delle cavalcatue, e davano solo uno sguardo di sprezzo a quella rappresentante la fiezza della polizia austro-lombarda!! Infine era uno spettacolo tale da commuovere anche un’anima più vecchia e più inaridita della mia. A mia mozione trattarono tosto di nominare un comitato per rediggere un indirizzo o un saluto ai loro concittadini ed ai membri del governo provvisorio, e per mettere altresì insieme qualche piccolo fondo sopra i scarsi loro risparmi da inviarsi in soccorso o dei feriti o delle vedove. A qual punto ora siano arrivati in tali lavori ora non so. Uno o due fra essi intendono di recarsi fra poco personalmente in Lombardia, e è probabile saranno latori di quanto avranno fatto. Però pochi dì so-

(43) Lettera autografa non firmata su un bifoglio più un foglio. Sul verso autografo “A Monsieur Monsieur Charles Tinelli En son Hotel Milan”, di altre mani (a) “1848 7 Luglio”, (b) “Oporto 7 luglio 1848”.

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Terra e gente no parlai con alcuni di loro e francamente mi espressero, che gli ultimi avvenimenti nella Venezia, la poco chiara condotta del governo provvisorio, la totale inerzia di Carlo Alberto e la certezza che la micidiale diplomazia inglese già metteva la mano nella nostra pasta, avevano completamente prostrato le loro speranze e alterato i loro sentimenti, non già che siano animi proclini ad essere abbattuti per le sorti contrarie dell’armi ma bensì perché avvertiti da lunga e fatale esperienza, diffidano degli uomini che paiono voler monopolizzare in loro solo profitto il gigantesco moto di tutta Italia, diffidano perché sanno, che una rivoluzione che si arresta è una rivoluzione perduta. Su una sola cosa furono i rivoluzionari del governo provvisorio sovverchiamente solleciti, e si fu nella promessa annessione della Lombardia al Piemonte, cioè nel consegnare i lombardi a mani e piedi legati all’eroe del Trocadero. Strane coincidenze di questo mondo mi dicevano essi! Il 22 marzo 1848 segnò la più gloriosa pagina negli annali di Milano, e lo stesso giorno nel 1821 passava il Principe di Carignano il Ticino per presentarsi a Bubna in Milano!!! In verità io non poteva tacciare di male lingue questi miei ami[ci], perché i fatti consumati non si ponno distruggere né l’istoria si può alterare Anzi io ti dirò colla maggior franchezza, che a malgrado delle opinioni da me manifestate al mio arrivo in Italia di promovere a tutta forza una completa fusione di tutte le famiglie italiane, onde op[porre] un argine insuperabile ai torrenti del settentrione, e che nelle circostanze presenti l’unico uomo che potesse effettuare questa fusione e offrire garanzie di forza, di volontà e d’indipendenza era a mio parere il capo della nazione e del brioso esercito austriaco; pure, ti ripeto, ebbi più volte il cuore avvelenato in vedere l’inavvedutezza di molti, l’inerzia e poca capacità di altri, e la perfidia di certi liberali improvvisati, la di cui apparizione sul proscenio politico genera più diffidenza che sorpresa. A chi ben conosceva Durando e Allemandi gemeva l’anima che in gran parte la somma delle cose militari fosse a tali avventurieri confidata. Dicono alcuni che il Ferrari (quello di Roma ben inteso) non è migliore dei due sopranominati. E i lunghi indugi e le esitazioni e le ambagie, e i misteriosi conciliaboli al quartier generale, l’inattività assoluta in che si lasciava un esercito pieno di valore e di volontà di battersi e le beffarde manovre da Somma Campagna a Valleggio e da Valleggio a Somma Campagna in presenza d’un inimico scoraggiato e quasi rotto; e la presenza continua nel campo di certi forestieri, tra i quali di un celebre corrispondente del Times sinistramente conosciuto nell’istoria della giunta di Oporto; e le carezze che ancora ricevono nella corte i mirmidoni dell’antico sistema, fra i quali alcuni forse che consigliava fucilamenti e gli assassini giuridici di Alessandria in 1833!!! Dimmi, per Dio, non sono tutte queste circostanze più che sufficienti a scolorare la migliore delle cause e a spargere una desolante diffidenza frai popoli? Né l’età né le serie vicissitudini della mia vita non hanno menomamente infiacchita la mia fede nell’avvenire e nella santità della causa, alla quale mi consacrai fino dal 1821. Aggiungerò che ho piena fede in molti dei nobili virtuosi caratteri, che si posero alla fronte del moto lombar25


Terra e gente do, e nutro fiducia che i presenti rovesci, e le reazioni, ed i secreti intrighi non serviranno che a infervorare davantaggio i miei compatrioti; ed a rinforzare le loro risoluzioni e soprattutto la loro vigilanza. Qui molti officiali portoghesi assai sperimentati e di merito, e che io conosco perfettamente, desidererebbero o di rendersi costì e di offrire i loro servigi, ma non hanno mezzi pel viaggio a Genova. Ove io fosse positivamente autorizzato a trattare con loro e a provvederli del passaggio, lo farei e darei conto delle spese a te o a chi mi s’indicasse. Sono specialmente incaricato di scriverti in nome del cavaliere Paolo Centarini, oriundo genovese, capitano di fregata, e che qui comanda attualmente la corvetta Porto. Egli brucia di desiderio di essere impiegato nella marina italiana, ma non s’indurrebbe a dare la sua dimissione da questo servizio, che ricevendo o per mano mia, o per quella del ministro sardo in Lisbona, la sua nomina come capitano di fregata, contando la sua anzianità dalla data della sua nomina, e che se gli facessero bastanti fondi per fare il suo viaggio colla famiglia. È allievo di sir Charles Napiei ed è uno de’ più abili comandanti di questa marina; quanto a coraggio, basta dire che lo chiamano il Miaulic del Portogallo. È liberalissimo, tutto che nella guerra dell’anno passato egli servisse sotto la bandiera della regina, solo perché forse per falsa delicatezza si credeva schiavo della data parola. Ti prego di parlarne in proposito o di farne parlare a chi più crederai conveniente, e fammi pervenire una pronta ed esplicita risposta, che subito communicherò al mio amico. Quanto prima ti manderò per la via di Lisbona e Genova gli aratri ed il vino per te, pei figli e per Nina, e se sarà già finita la sella per Filippino la unirò egualmente, se no sarà per la prima occasione. Non ho oggi tempo da scrivere ai figli e a Filippino, come desiderava, ma lo farò quanto prima. Intanto tu ti farai interprete de miei sentimenti presso ai medesimi, come pure alla Nina, e Marietta e a suo marito, a Luigina. all’ottima madame Garnier, a Racheli, Venini, Zoppis, Porta, Tentorio, e infine con tutti i nostri cari amici, ai quali vò pensando ogni giorno, anzi ogni istante. Mando con questo ordinario i fogli di qui a Mazzini in concambio di quelli, ch’egli ha la bontà di qui spedirmi, e che mi fanno sommo piacere, e fanno tutto il giro della città. Desidererei, che tu lo vedesti e gli esprimesti la mia gratitudine per questo suo tratto di delicatezza. Se credi potresti anche mostrargli questa mia. Pare che gli avvenimenti ci porteranno a far coincidere un’altra volta i nostri pensamenti. Nina ti mostrerà certo mio memorandum: ti prego di ben intenderti con essa circa l’uso da farsi di esso, uso che deve essere suggerito dalle circostanze e dagli avvenimenti. La nuova legge sulla riorganizzazione consolare non è ancora passata nel congresso a Washington e dubito assai se passerà nell’anno venturo, giacché il tesoro si trova sopracaricato e per le spese di guerra, e pel pagamento, che ora devono fare al Messico di 16 milioni di dollari in compenso della cessione della California e del Nuovo Messico. Avrai mie nuove quanto prima, intanto addio ben di cuore. Tuo affezionatissimo fratello. 26


Terra e gente 21 luglio1848, Oporto Oporto li 21 luglio1848(44). Carissimo fratello. Nessuna tua lettera mi è ancora giunta dopo il mio ritorno in questa città. Io ti scrissi circa due settimane fa, e il mio scritto si risentiva considerabilmente del mal umore, che mi cagionavano le nuove d’Italia. Non ti nascosi, durante la breve mia dimora in Milano, la poca confidenza che m’ispiravano certi atti bislacchi del governo provvisorio certe scelte di persone, e in generale la marcia, che si era adattata nella direzione politica del grande movimento italiano. Però sperava ancora che le mie idee fossero o errate o sovverchiamente esaggerate. Parevami in pari tempo cosa impossibile di perdere, anche volendolo, una così bella e così gigantesca causa. Ma ohimè! Gli avvenimenti posteriori a quella mia gita hanno pur troppo giustificato quella mia diffidenza, e corsero pur troppo al di là delle tristi mie previsioni. Però mi venne alla mano l’“Italia del popolo” del 27 di giugno, che porta la proclamazione con vari decreti del governo provvisorio, che sono come un cri d’etresse, che giunge alle spiagge allarmate dalla nave naufragante. È tempo, io mi dissi a me stesso, di lasciare ogni esitazione, di deporre e addormentare ogni spirito di partito; chi ha braccia ed un petto deve opporlo al torrente invasore del settentrione. Subito che tu mi rispondi a questa mia e all’inchiuso progetto, sono pronto a presentare al mio ministro in Lisbona la mia demissione, ed a mandare al governo provvisorio l’atto di rinuncia alla cittadinanza americana, e di adesione alle nuove instituzioni d’Italia, siano pure quel che siano!! Fin prima della mia partenza da qui per l’Italia, molti officiali e sargenti mi facevano vive istanze perché li aiutassi a passare in Italia, dove ardevino di desiderio di prender posto fra i propugnatori della libertà. Però io non avea né i fondi necessari per assicurare il loro passaggio a Genova, né istruzioni, onde accettare le loro proposizioni. Pensava ancora che individui isolati, benché assai valenti, ignari della lingua del paese, poco conosciuti, non pratici dei costumi e delle circostanze d’Italia, di ben poco servizio potrebbero riuscire. Ora però queste proposizioni si sono fatte più estese e reiterate, e sembravami, che un corpo regolare ausiliare di portoghesi, che abbiano già servito, non sarebbe di poca utilità nelle circostanze attuali d’Italia. Il mettermi io alla loro testa non m’è già inspirato da presuntuosi sentimenti, né dalla credenza di valer meglio di un altro ma è solo suggerito dalla necessità di essere questo corpo

(44) Lettera autografa non firmata su due bifogli. Sul verso autografo del primo bifoglio “Illustrissimo signor signor Carlo Tinelli 110 Guastalla a Milano”, di altre mani (a) “Oporto 21 luglio 1848”, (b) “Oporto 21 luglio 1848”.

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Terra e gente capitaneato da un vero italiano, il quale conosce uno per uno tutti i membri del corpo; sa’ quel che ponno fare parla la loro lingua, conosce perfettamente le loro evoluzioni, è al fatto dei loro costumi, e gode sopra tutto di una illimitata confidenza per parte loro. Ebbi occasione, e credetti necessario, prima di fare questa apertura, di farne riservatamente parola al duca Saldarha, onde sapere se vi sarebbero gravi ostacoli nell’ingaggio di volontari ex-militari per un servizio forestiero; ed egli mi disse candidamente, che apertamente il governo di sua maestà fedelissima non potea permettere un tale ingaggio, ma che fatto di sottomano, egli non solo chiuderebbe gli occhi, ma anzi mi aiuterebbe in quel che può, perché in tal modo uscirebbero di qui molte teste bollenti, che specialmente nella classe degli uffiziali, gli danno molto da fare, però non potranno uscire di qui con armamento. Se io possedessi, come in altra epoca della mia vita, una fortuna qualunque, io l’avrei subito utilizzata nel fare le prime spese per l’equipaggiamento di questo corpo, e pel suo trasporto fino a Genova. Ma ora! Tu ben lo sai, non ho nel mondo più che il mio impiego, e le suppelletili della mia casa e dello scrittorio. E’ per questo che ho dovuto specificare nel mio progetto a quanto ammonterebbe la prima spesa di equipaggiamento d’ogni soldato, la quale spesa sarebbe bene che fosse qui anticipata, affine che il reggimento arrivasse a Genova tutto allestito e in ordine da ricevere solo il fucile e cartucciame. Ti prego di communicare, se credi conveniente, questo progetto sia all’amico Collegno, o a chi crederai più atto a dar corso a questa faccenda; ma se credi meglio farne niente, communicalo a Durini, che nelle sue mani impetrificherà. È l’uomo più chiaccherone, più imbrogliatore, più ideologo che io mi conosca; quanto al fare, la sua inettitudine è quasi proverbiale. Dì mille cose da parte mia alla Nina ed ai miei figli, a Filippino, a Luigina e a tutti gli amici. Gli aratri, il coltivatore Tinelli, e i barili di vino sono pronti tosto che ci sarà in Lisbona un bastimento per Genova. Desidererei che il coltivatore, il quale ti piacerà infinitamente conservasse il mio nome, avendolo io di molto perfezionato. Addio di fretta e di cuore. Tuo affezionatissimo fratello. P.S.: Il negozio del capo mastro Fontana fu spedito a Port-au-Prince (Santo Domingo) con raccomandazione.

Progetto L. Tinelli offre al Governo Provvisorio di Lombardia, di organizzare nel più breve termine possibile, un reggimento di linea, ammaestrato però anche alle evoluzioni di cacciatori, di 1000 a 1200 uomini, presi per la maggior parte tanto offiziali, che soldati, fra quelli che si sono più distinti nelle ultime guerre e fazioni del Portogallo. 28


Terra e gente Questo corpo sarà chiamato “Reggimento de crociati Lusitani”, e sarà sotto l’immediato comando del sottoscritto, e questi si porrà interamente a disposizione del ministro della guerra in Milano. Il sottoscritto si obbliga a provvedere tutti i suoi soldati d’una sopraveste di tela o di fustagno, di un’uniforme verde alla cacciatora, d’un paio di pantaloni di panno e due paia di tela, di due camicie, d’un paio di scarpe, di un sacco cerato, d’un bannet da cacciatore, e dei necessari bandriers neri, pel compenso di trè monete e mezza (105 franchi) per ciaschedun uomo; la qual somma gli sarà sborsata a misura, che farà gli sborsi per la detta organizzazione, sia con assegni sopra il ministro sardo residente in Lisbona, sia coll’aprirgli un credito in Inghilterra, del quale si possa valere all’occorrenza. Tosto che il reggimento sarà organizzato e equipaggiato, il sottoscritto sarà debitamente autorizzato a noleggiare bastimenti ben sicuri sia a vela che a vapore, pel suo trasporto a Genova, dove il reggimento riceverà immediatamente il suo armamento tamburini e bandiere, per quindi recarsi al luogo, che gli sarà destinato. Almeno nel suo principio il reggimento conserverà le sue manovre e comando in Portoghese. I soldati semplici riceveranno, oltre i viveri come di costume, 15 soldi di Francia di pret per giorno. Gli offiziali, sotto-offiziali e stato maggiore verranno trattati sullo stesso piede dei reggimenti nazionali attalmente in servizio nel governo provvisorio. Finita la guerra tutti quelli che vorranno lasciare il servizio e tornare in patria, tanto soldati che offiziali, riceveranno tre mesi di pret ed il piccolo equipaggio. Quelli però che volessero continuare a servire saranno equiparati ai soldati ed officiali dell’esercito regolare italiano. Quanto alla disciplina il reggimento sarà soggetto in tutto e per tutto alle leggi militari italiane. Ma in caso di consiglio di guerra, o corte marziale per processare alcun membro del reggimento Lusitano, questa sarà composta, almeno per una metà, di portoghesi appartenenti al corpo. Il sottoscritto avrà il diritto di nominare, solo però nella prima organizzazione del corpo, gli offiziali superiori e subalterni del reggimento, eccettuati solo il maggiore, 2 capitani e 2 tenenti, che saranno di nomina diretta del Ministro della guerra. Però anche le nomine fatte dal sottoscritto, dovranno essere confermate dal prelodato signor Ministro, all’arrivo del reggimento in Italia. Oporto 21 di luglio 1848. Luigi Tinelli.

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Terra e gente 22 agosto 1848, Oporto Oporto 22/8/1848(45). Carissimo fratello, avevo già quasi chiuso una mia lettera diretta a Marietta, quando il pacchetto inglese mi portò coi fogli francesi e di Londra le deplorabilissime notizie della Lombardia e dell’entrata di Radetzky in Milano! Sono vecchio alle disgrazie e ai disappunti politici e le mie speranze non isvaniscono ancora, tuttachè il mio dolore a siffatte notizie m’impedisce qualunque rifflessione. Nulla sò della tua presente situazione, ma non dubito che avrai trovato prudente di non rimanere in Milano, almeno per qualche tempo. Se dunque le presenti mie circostanze domestiche non ti facessero obiezione od ostacolo, e un comodo e rispettato ritiro per te e la tua famiglia non si oppone al tuo piano, ti offrirei questa mia casetta, che senza avere né lusso, né molta spaziosità, ti offrirà però tutto quanto si può desiderare di commodo e anche di piacevole; ben certo poi che sarai quì molto stimato e rispettato da tutti e per essere mio fratello, e perché tutti simpatizzano sinceramente coi patrioti italiani. Se accetti la povera mia offerta la via più breve e più commoda è di qui venire col pacchetto a vapore inglese, che parte da Southampton tutti i 7, 17 e 27 d’ogni mese. Rifletti dunque e decidi. Fammi notizie di Nina, dei figli, di Filippino e di Luigia, ai quali tutti farai i miei più cordiali saluti. Ho spedito a Mussino a Genova quattro bariletti di vino e 3 macchine agrarie per te. Ti prego di fare pervenire i tuoi ordini al medesimo circa la destinazione di tali oggetti. Fra i grandi spropositi fatti vedo, che si era confidato interamente la difesa di Milano al generale Fanti, di cui se ne dicevano grandi cose. Questo povero diavolo non fu mai che tenente nella legione di Borsò di Carminate in Ispagna, e nessuno mai sospettò che fosse qualche cosa. Povera Italia! a che uomini si affidano i tuoi destini! Nel caso che mi scrivesti con urgenza per la via di Londra, porrai sulla soprascritta le seguenti parole “Manoel Joaquin Soares esquare in London, to be for warded to mister Garrard in Oporto” senza neppure mettere il mio indirizzo. Il tutto verrà salvo e speditamente. Bariletto da 75 boccali marcato al bordone 99 contiene vino rosso del 1837 pel tuo uso. Altro simile colla stessa marca, ma solo di 36 boccali è per Saverio, pre-

(45) Lettera autografa non firmata su un bifoglio. Sul verso autografo “Signor don Carlo Tinelli Laveno”; di altre mani (a) “1848 Oporto 22 agosto”, (b) “Oporto 22 agosto 1848”.

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Terra e gente gandolo a farlo assaggiare ai nostri particolari amici di Laveno, come il curato, coadiutore, Lozzia, Crippa, Ferrari, Giuseppe del Lorenzino etc. Altro da 36 boccali marcato 9 con Madeira secco del 1832 per Philippino. Altro da 36 boccali marcato o con Malvasia bianca del Douro per donna Nina. Tutti e quattro portano sulla fronte la seguente marca di fuoco L.T. Ho raccomandato a Mussino di non lasciar vedere gli aratri e coltivatore a nessuno, perché non siano copiati. Saluti di cuore tuo affezionatissimo fratello.

4 settembre 1848, Oporto Oporto 4 settembre 1848. Carissimo fratello. Ti scrissi pel ½ di Marietta, e scrissi a Nina e Nandino pel ½ di Saverio, nutro fiducia che le mie missive saranno giunte salve ed intatte. Tre giorni fa ricevei la carissima tua del 13 passato prossimo da Locarno: non mi sorprese il suo stile, né i pensamenti in essa espressi mi parvero strani, vista l’agitazione in che ti dovevi trovare in que’ momenti. Spero però che già avrai guadagnato un po’ di calma, e che questa ti troverà se non contento almeno quieto a Laveno a prepararti pel le vendemmie, che ti auguro piacevoli ed abbondanti. Da quanto scrissi a Nandino ed a Nina, che credo ti avranno comunicato, vedrai, che a malgrado delle mie opinioni già anteriormente manifestate riguardo al modo stolido e imprevidente con che furono condotte le cose in Lombardia non possa però addottare intieramente il tuo modo di vedere quanto all’infelice risultato. In primo luogo non mi entra l’idea d’un tradimento per parte di Carlo Alberto, però che non veggo ciò che potesse guadagnare in si criminoso procedimento. Credo bensì, che Carlo Alberto si ponesse nel movimento italiano non per conscienzioso impulso m[a] trascinato dall’energica espressione del voto del suo popolo, e sedotto da promesse esagerate che gli si facevano dal resto d’Italia e in ispecie dai lombardi, promesse che ben sappiamo furono o affatto eluse o compite solo per metà. Credo che trovandosi il re circondato in parte da perfidi consiglieri, dell’antica scuola, e in parte da generali ignoranti presontuosi e senza coraggio vide che lo scopo di espellere il nemico d’Italia era al di sopra delle sue forze e che battuto su tutti i punti come lo fu sul finire di luglio, da un nemico che s’ingrossava ogni dì comprometterebbe la sicurezza de’ suoi propri stati e la sua propria corona. In tale stato di cose non esitò nell’entrare in trattative aperte e forse anche secrete coll’inimico. E come per coprire un errore se ne commette alle volte una dozzina fu trascinato nelle vergognose transazioni del 4 e 5 d’agosto e ad altre che esser devono la ne[ces]saria conseguenza di quelle. Posto nell’alternativa o di transiggere col31


Terra e gente l’Austria o di chiamare gli aiuti di Francia, era ben naturale che il re preferisse trovare nel suo antico alleato, l’Austria, un assicurazione pel suo trono e per la sua dinastia alla vicina po[ssi]bilità di vedere il bonnet rouge inalberato in piazza Mada[ma] all’ombra delle bandiere francesi. Parmi fuor di dubbio che la maggior simpatia ed appoggio avrebbero gli italiani trovato presso il governo francese se avessero avuto il buon senso e la savia inspirazione di proclamare nel marzo passato prossimo una repubblica federativa per tutta Italia: ma li pseudo-liberali del marzo ebbero paura della rivoluzione vollero per ordine e legalità, prima di acquistare libertà e indipendenza, vollero rinnegare il principio della loro propria esistenza, e si sono persi. Non credo ora probabile l’intervento armato della Francia, solo nel caso che Venezia le differenti guerriglie, che compariranno nelle Alpi e nella Valtellina dessero alcuna consistenza al partito della repubblica; solo se a Roma o in alcun altro punto si proclamassero principi e reggimenti omogenei all’attuale governo di Francia. Però avremo congressi, diplomazie, protocolli a bizzeffe. Non credo, che l’Austria né potrà, né desideri rimanere in possesso delle provincie lombardo-venete. Avrete dunque o nuovo progetto d’annessazione al Piemonte, o più probabilmente qualche duchino o reottino di nuova formazione, chiamisi egli Leuchtenberg, Coliurgo o Cò di legno e ciò con un po’ di costituzione in polvere fina per gettare negli occhi ai gonzi, proprio alla Metternich o alla Pilleridorf . Però sarà meglio così, che coi Croati. L’idea poi di una unità italiana è ora lontana più che mai, e l’ho sempre creduta assai poco possibile e per le generali circostanze d’Italia, e perché le potenze tutte sono interessante a mantenerci divisi. Per gli stessi motivi non credo nella lunga stabilità dell’unione tanto decantata dell’Allemagna, che desidero al diavolo di tutto cuore. Resterà il progetto d’una lega italiana. Amo con predilezione il sistema federativo repubblicano; ma quanto a un lega di diversi potentati e principi la credo poco probabile, principalmente in Italia ove quel centro infernale d’intrighi e di […]zioni, Roma, sarà sempre come un verme corroditore d’ogni pace e concordia tra la grande famiglia italiana. Potranno dunque gli italiani contentarsi d’una semplice lega doganale, se si potrà effettuare della proprietà letteraria garantita in tutti gli stati e di pochi altri vantaggi di reciprocità. Più estesi limiti di libertà, di unità, d’indipendenza solo si potranno ottenere quando gli italiani avranno acquistata la capacità di curarsi da sé con forme popolane e avranno il buon senso di mandare alla rete il maggior prete!!! Se la Nina arriva a leggere queste ultime righe, temo che non mi faccia lanciare un terribile anatema di scomunica dal conclave femmineo ed ecclesiastico della contrada Santo Spirito!! In luglio ti scrissi mandandoti un mio progetto per la leva qui di un reggimento di Crociati Lusitani(46). Non so se ti sarà pervenuto quel foglio, e

(46) Lettera n. 4 datata Oporto 21 luglio 1848.

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Terra e gente assai temo, che, arrivato a Milano dopo l’entrata degli austriaci, la mia lettera non sia stata aperta dagli agenti della nuova polizia. Essa lettera non comprometterebbe te per nulla, ma mi potrebbe compromettere seriamente col governo americano e anche con questo, perché diceva in essa, che avendo fatto parola del mio progetto al duca Saldarha [lui] mi fece capire che il governo portoghese chiuderebbe un occhio etc. È necessario che tu mi scrivi se ne sai alcuna cosa in proposito ho egualmente e ripetutamente scritto all’“Italia del popolo” al “Risorgimento” di Torino e alla “Lega italiana” di Genova per denunciare la continua presenza al quartier general del re, di un infamissimo ebreo inglese che alla qualità di corrispondente del “Times” unisce anche quella di spia: il suo nome è Honan: per dare un’idea del male che questo [gro]ssissimo intrigante stava facendo, indicai le date di varie sue lettere pubblicate sul “Times”. Non so se facessero qualche cosa per smascherarlo, ma nel Times del dì 25 di agosto scrisse una sua corrispondenza, che passa ogni misura pei termini indegni ed oltraggianti con cui questo rozzo animale tratta gli italiani, e in ispecie i lombardi di più, senza nominare Pareto, lo indica però tanto distintamente da non poterlo confondere, in una atrocissima accusa, della quale è necessario che codesto distinto patriota si giustifichi e mostri evidentemente caluniosa l’imputazione. Dice il corrispondente del Times che durante la guerra, l’Austria fece presentare a un influente ministro di Carlo Alberto un progetto per cui questa cedeva al Piemonte tutto il territorio sino alla Piave, e che questo ministro restò col progetto in tasca e non volle communicarlo ai suoi colleghi. Se hai modo di dar notizia in Torino, ove si trova tutt’ora il detto Honan, di tali corrispondenze, sarà un grande servizio prestato all’Italia e se i patrioti gli dessero una severa lezione sulle immense sue spalle sarebbe un servizio fatto all’umanità. Col brigantino francese il generale Decamp, che sortì da Lisbona per Genova il 23 del passato agosto, ti mandai a Massino e C. di Genova 4 bariletti di vino come dalla distinta, che già ti mandai in altra mia, 2 aratri americani, che credo superiori a quello che già possiedi e il coltivatore Tinelli, specie di aratro a 5 fendenti e graticcio e che serve tanto per dare una semplice rottura al terreno che per sacciare il formentone passandolo tra un solco e l’altro è un strumento che dappertutto fu trovato di somma utilità. Il perfezionamento di che io reclamo il diritto di invenzione è il traverso di mezzo a viti doppie per fare più stretto e più largo il detto coltivatore non che il graticcio che serve a spianare il terreno e a togliere radici e gramigne. Desidero che almeno questo conservi il mio nome. Di questi oggetti tutti ho pagato i diritti di uscita e il trasporto fino a Lisbona ma da Lisbona a Genova t’intenderai con Mussino per le spese di noleggio. L’aratro sotto-suolo lo riceverai direttamente da New-York a Genova, a sconto di dazi e di noleggi intermedi. Ti prego di dire a monsieur Richard, che in esecuzione de’ suoi ordini sto allestendo il kaolino, di cui la miglior cava trovasi a 7 miglia da questa città; che ben poco mi coste33


Terra e gente rebbe se non fosse per […] un grande imbarazzo il farlo decantare, poiché non trovo persone intelligenti ne’ utensili propri per tale oggetto, e ho dovuto ammanire il tutto lo stesso. Tosto che avrò pronto una dozzina di quintali, lo farò […] in botti e lo spedirò a Genova per la via di Lisbona, ciò aumenta di circa 50 per cento la spesa di trasporto. Spero lo troverà perfetto. Ora parliamo di me; però che le ultime disgraziate vicende d’Italia affettano pure i miei prospetti d’avvenire, ma ciò è la minima delle disgrazie. Dirò dunque che lo stabilimento del nuovo governo [ita]liano quantunque non mi fornisse brillanti speranze, visto il nessun conto che fecero di me durante la mia dimora in Milano, al punto di neppure mandare un portiere a restituirmi la visita che feci ai figuroni del governo provvisorio, pure rimaneva sempre per me la probabilità che almeno per vergogna mi offrirebbero col tempo qualche onorato posto di vice faciente funzioni di sottoprotocollista di qualche giudice di pace o commissario distrettuale. Ora la sola ed unica speranza, che mi sorride, è di poter tosto o tardi ottenere dal mio governo la traslocazione al consolato di Genova. Ne feci tempo fa la domanda, ma Dio sa quando ne avrò la risposta. Questo cambiamento oltre al piacere di essere vicino a tutti i miei parenti e di vedermi restituito e rispettato in patria, migliorerebbe d’assai la mia sorte, e per la facilità che avrei d’intavolare affari lucrativi tra America ed Italia, e perché le mie spese mensili si troverebbero diminuite di un terzo di quello che sono in questo bruttissimo paese, ove il vivere è carissimo e senza commodi e conforti. Desidererei che tu mi dicesti, se a tuo parere un deposito di macchine e di utensili d’agricoltura importati d’America potrebbe dare buon lucro in Genova, e se varrebbe la pena di pensarci […] nuova di sé mi diede Ferdinando dopo la mia partenza. Mi pare d’avere in lui scoperto una forte tendenza al dolce far niente. Mi rincrescerebbe se così fosse.

< 4 o 7 settembre> 1848 Pel(47) vapore “Tiger” or ora arrivato d’Inghilterra, vengo, informato da canale più che f[e]de degno, che l’Austria evade in modi artificiosi e gesuitici tutte le proposizioni di mediazione amichevole fatta dalla Francia e che ha sparso immenso numero di agenti secreti e officiosi in Italia, incaricati di promuovere un’energica espressione di desiderio per parte dei lombardi contrario al-

(47) Lettera autografa non firmata su un foglio, lettera gravemente danneggiata lungo i bordi superiore e destro, in particolar modo la mancanza della parte superiore ha privato la lettera della data, sul verso autografo “Signor Don Carlo Tinelli raccomandata al signor Saverio Monteggia a Laveno” inoltre di altra mano (a) “4 e 7 settembre”.

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Terra e gente l’annessione al Piemonte e favorevole alla formazione di un regno dell’Italia settentrionale unito all’Austria, e il pampalughetto testa-grossa del re. Questo progetto è fortemente appoggiato dalla cara assemblea di Francoforte e più ancora dalla dieta di Vienna, composte di fabbricanti di tele, di panni, di tappeti e d’altri stracci, che hanno finora monopolizzato il commercio dell’Italia. Mi sia sicura, che l’Austria è in tale stato, che senza l’Italia, la bancarotta sarebbe inevitabile e che per conseguenza tutto si farà per conservarla. Ma tutto altresì devono fare gl’italiani per liberarsi dall’infamissimo giogo austriaco. Se Carlo Alberto non fa decisamente, come credo, infedele alla causa italiana; se onesto si offre a sposarla, persistette nell’essere amalgamati. Ma se Garibaldi può ingrossarsi al punto del sommuovere nuovi moti nel nord di Lombardia facciasi uno sforzo dappertutto per unirsi all’immortale Venezia fatevi repubblicani, e allora, e forse solo in tal caso la Francia repubblicana vi assisterà poderosamente. Non ti mando giornali di qui perché non ne capisci la lingua; ma il cuore si gioirebbe nel vedere come ho fatto valere la poca mia influenza con la stampa di tutti i partiti in questo paese a favore della emancipazione italiana. In tutto e per tutto io sono prontissimo e benché non abbia capitali a mia disposizione, qualora vogliano disporre dei magri miei servigi venderò prontamente le mie mobiglie e mi metterò in cammino. Spero con ansietà altre tue nuove e quelle di Nina che saluterai per me. Parmi, che sarebbe assai prudente per tua parte fissarti intieramente a Laveno finché sianvi tedeschi in Milano. Un abbraccio a Luigina, Filippino e a miei ragazzi e credimi di cuore. Tuo fratello

2 ottobre <1848>, Oporto(48) La tua lettera del 13 settembre con l’acchiusa di Nina mi giunse oggi. Veggo con piacere che entrambi siate in buona salute, e riavuti dalle prime impressioni. Nandino ancora non mi scrisse nulla, sento con piacere che sia nel reggimento guardie, ove con buona e cavaliera condotta potrà fare una buona ed onorevole carriera. Da precedenti mie lettere dirette a te, a Nina e a Nandino avrai visto, che trattava Carlo Alberto con bastante severità. Però veggo con dolore che associassero il suo nome con quello di molti imbecilli e traditori, che lo circondavano. C’è più perfidia e falsità nel dito mignolo di Pio IX che in tutta la persona del re. Tu sai che io fui tutta la mia vita francamente re-

(48) Lettera autografa non firmata su un foglio su foglio di piccole dimensioni, senza indirizzo.

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Terra e gente pubblicano; ma nella presente questione opino, che se Carlo Alberto, come credo, marcia nella retta via tutti i veri patrioti d’Italia si devano rallier intorno a lui; non vedo altro mezzo praticabile di riuscita per l’indipendenza italiana. Scriverò quanto prima a lungo tanto a te che a Nina, a cui farai i miei cordiali saluti. Se mi giungeranno certe gazzette americane nelle quali pubblicai vari articoli sull’Italia, te le manderò. Addio a tutti. 2 Ottobre.

19 ottobre 1848, Oporto Oporto lì 19 ottobre 1848(49) Carissimo fratello, Ho ricevuto a debito corso la cara tua del 14 settembre con l’acclusa di Nina. Non mi sorprende la tua risoluzione di prolungare la tua assenza dalla Lombardia visto il pessimo andamento, che paiono prendere le cose. Povera Italia! Arrestata dapprima nel eroico suo movimento da un branco di stupidi ambiziosi, che solo si univano alla rivoluzione per dominarla, per incatenarla, per soffocarla; calpestata dappoi dall’insolenza de’ barbari vincitori, ora dovrà passare per molte ambagie che la perfida diplomazia de’ gabinetti le sta armando e poi vedersi nuovamente fra le griffe dell’insaziabile aquila austriaca!! Ti ricordi tu di quanto io ti scriveva da Parigi? Che più io temeva i raggiri dei protocolli che le armi di Radetzkj? Poco allora io credeva che la povera Italia dovesse passare a traverso delle più disgraziate vicissitudini degli uni e delle altre. Dall’Inghilterra nulla mai può sperare un popolo generoso e che potrebbe farsi grande. Gli obsoleti principi dinastici, d’inciso stabilità di corone, di prerogative del trono che sono or più che mai radicati nella patria di Sant James e di lord Palmerston è da tale da far convergere tali principi sempre a danno dei popoli oppressi e a beneficio della vecchia egoista Albione. Quanto alla protezione francese, poco, ben poco se ne può sperare nelle attuali circostanze. È chiaro, che il programma di Cavargnac non è che un’appendice al piano di Guizot, e una sua continuazione: addormentare lo slancio patriottico nell’interno e la pace all’estero a qualunque costo. A raggiungere il primo scopo c’è lo spauracchio del socialismo, del

(49) Lettera autografa non firmata su un bifoglio. “Stimatissimo signor Tommaso Franzoni a Locarno Svizzera per rimettere a don Carlo Tinelli a Laveno”; di altre mani (a) “1848 10 ottobre”, (b) “Oporto ottobre 1848”.

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Terra e gente communismo, ed un’emeute di tanto in tanto; per assicurare il secondo è da fare buona edera ai vecchi lampioni della diplomazia della Santa Alleanza. Vive la fraternité des peuples!!! Le intenzioni poi dell’Austria non lasciano più dubbi. Quello, che si dice colà partito liberale vorrebbe unicamente, se lo si lascia fare, fare di Vienna quello, che era Roma rispetto alle lontane provincie: Roma era la Repubblica, tutto il resto erano terre di schiavi. Quanto alla corte il piano di reazione è abbastanza manifesto, per quanto gesuitismo adoprino per mascherarlo. Ora nel congresso i plenipotenziari austriaci hanno da fare le più belle le più lusinghiere promesse e agli italiani e ai diplomatici mediatori: ma una volta decisa la quistione, addio governo indipendente, addio amministrazione separata le provincie lombardo-veneziane saranno ancora onorate dalle guarnigioni croate, boeme, serviane etc. e i militi italiani saranno mandati, per oggetto di salute, a cambiar aria a Erlau, Comorn e Femiswar; e un buon esercito di consiglieri e impiegati tirolesi, istriani e austriaci verrà a liberare i giovani nostri dottori dallo incomodo di servire negli impieghi giudiziari e civili. Quanto al budget e alle spese si classificheranno dal molto imparziale ministerio di Vienna, e si approveranno da quella liberalissima assemblea. Vive la fraternitè des peuples! Guarda all’Ungheria, e formati un’idea di ciò che il conscienzioso gabinetto di Schonbrunn manterrà all’Italia. A tante disgrazie non c’è altro rimedio che opporre una dignitosa rassegnazione. Educare i nostri discendenti e preparare noi stessi a far miglior uso dell’occasione, tosto che essa si presenterà. Sopratutto associazione nazionale tacita o espressa: infamia a chi fuma; infamia e persecuzione a chi veste la più piccola cosa o compra la benchè minima merce prodotta in Allemagna; infamia e ostracismo al negoziante che apre crediti o transazioni con case di Germania et. etc. etc. Ho letto nei fogli inglesi il memorandum diretto ai mediatori della consulta lombarda. Per Dio che pezza bislacca! Sembra quasi una Durinata! Gli orgogliosi figuroni, che solevano dispotizzare il movimento popolare, non solo perdettero con tante asinerie la più bella delle cause, ma sgraziatamente rendendosi ridicoli sé stessi in faccia ai popoli civilizzati inspirarono una sfavorevole opinione di tutta la nazione, come infelicemente si vede dalle pubblicazioni inglesi e francesi. Ora pare, che questi indispensabili politiconi continuano nella sublime opera di voler rendere l’indipendenza italiana impossibile. Nina mi scrive che l’invitto generale Lecchi è a Torino generalissimo!!! Ora la patria è salva!! Ferdinando non ha creduto conveniente di scrivermi dopo la mia partenza da Milano; ora mi dicono che è nel reggimento Guardie, e credo soldato gregario. Se il mio Presidente sapesse che il figlio primogenito d’un suo Console generale ha l’alto onore di vestire la divisa di semplice soldato nelle file obbedienti di un Re, ne sarebbe altamente flattè, e me ne ringrazierebbe. 37


Terra e gente Ti prego di scrivere una riga a monsieur Richard per dirgli da parte mia, che il kaolino è quasi pronto, ma non so ancora quando ci sarà un bastimento per ispedirglielo: che però farò tutta la diligenza. Quando tornai dall’Italia trovai già raccolte le gallette, e che per isvista, mi avevano conservate vive ben poche per la semente. Ora mi trovo corto di circa 20 once della quantità che devo presentare alla Società nella prossima primavera, fosse anche il caso, che ottenessi per quella epoca la mia traslocazione. Nell’anno scorso me ne mandò una buona porzione il Puricelli; ma come la spedì tardi, e rimase molto tempo a Gibilterra, quando mi giunse sul finire di marzo, era parte in nazione e parte putrefatta. Se tu mi puoi spedire una scattoletta contenente circa 20 once di semente buona, ti sarei obbligatissimo, che lo facesti sul principio di dicembre, diriggendo l’involto come segue: monsieur Luigi Tinelli, consul Américain à Oporto. Recommandé a monsieur Pierre Ransan au Havre. Mandala pel roulage accéleré affrancato fino all’Havre. Ti prego di dare l’inchiusa a Nina, alla quale vorrai anche communicare questa mia, a scanso di ripetizione. Che è di Mazzini? Di Rosales, di Cattaneo? Salutami Zoppis, Venini, Porta, Racheli e gli altri nostri amici, e dì loro che non disarmino. La lega dei re, duchi e papi non ha d’essere eterna!!! Non aveva ancora finito di scrivere questa mia, quando mi giunse finalmente una lettera di Nandino, colla quale mi annuncia, che aspettava il suo congedo da un istante all’altro. Tanto meglio. Ti prego d’influire perché, ove non vi siano seri ostacoli, ritorni, senza ritardo, al collegio Borromeo, per ivi completare tranquillamente i suoi studi, e che faccia buona compagnia alla mamma senza più imbarazzarsi della maledetta politica. Finiti che abbia gli studi, vedremo allora qual carriera gli convenga meglio. Un bacio a Filippone, e addio di cuore. Tuo affezionatissimo fratello.

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Terra e gente 10 dicembre 1848, Oporto Carissimo fratello(50) Oporto 10 di dicembre 1848. È pure un secolo che sono privo di tue notizie dirette ed indirette, e come pure di tutti i nostri. Ogni corriere, ogni pacchetto inglese mi porta notizie se non affatto spiacevoli almeno molto straordinarie a rispetto de’ movimenti italiani. Gli intempestivi e assai imprudenti tentativi della Valtellina, e del lago Maggiore mi hanno dato le più serie apprensioni: a mé di te più giovane non è lecito dare consigli o istruzioni, ma come per una lunga e triste esperienza conosco assai bene le mene, e gli intrighi che accompagnano somiglianti vicende, e conosco troppo bene molte delle persone che o opportunamente, o dietro alla cortina conducono la presente rivoluzione, pur certo glorioso nel suo scopo, ho sempre in grave timore che la tua sincerità e buona fede non sia maliziosamente sorpresa e che ti abbi a trovare in qualche serio comp[…]. Quanto alla tortuosa politica del Re Trocadero, non voglio [avere una certezza], ma quanto prima credo spiegherà da sé stesso. Giova ripetterti che ad ogni evento, qualora certe circostanze della presente mia situazione non ti facciano obice, troverai tanto tu, che tutta la tua famiglia e i tuoi in questa capanna franca e liberale ospitalità, non raffinamenti ma comodi, rispetto e stima per parte di tutti. Giacchè nel modo che vanno ora le cose in Italia credo che dovrà aggiornarsi il mio favorito piano di traslocazione. Nella ultima mia ti pregai di mandarmi per la via di monsieur Ransan del Havre della semente di bigatti. Ora ti prego a volerne limitare la quantità a sole otto once, e fare in modo che si trovi al Avre prima della metà di gennaro. Trovandomi ora disligato dalla Società sericola che non adempì mai fedilmente le sue condizioni e promesse mi trovo ora nell’occasione di alimentare continuamente il filatoio, che può dare e già ha dato considerevoli profitti. Però le sete di qui, eccettuate quelle filate in mia casa, sono peggiori delle peggiori d’Italia. Desidererei dunque sapere se tu potesti o in Milano o altrove procurarmi la vendita di vini tutti o di caffè che avrei l’intenzione di mandarti da qui il di cui netto prodotto ti servirebbe approvedermi di tanto in tanto qualche balotto di seta greggia di qualità ordinaria ma buona all’incanaggio; per esem-

(50) Lettera autografa non firmata su un bifoglio. “Illustrissimo signore Signor don Carlo Tinelli Milano”; di altra mano (a) “1848 18 ottobre”, (b) “Oporto dicembre 1848”.

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Terra e gente pio dal 34 al 50. Scrivimi quali sarebbero le migliori qualità di vino più facile ad esitarsi, ed in che quantità potresti facilmente disporne. Ti prego dell’inchiusa alla Nina e un abbraccio a Filippino, Luigina ed a tutti gli amici. Ti auguro buone feste e buon capo d’anno ti saluto e credimi di vero cuore. Tuo affezionatissimo fratello. Mando(51) a scrivere invece di scrivere io stesso, perché l’affezione reumatica nel mio avanti-bracio mi impedisce quasi di farne uso. Se puoi ottenere da qualche buon pepineriste a Milano o a Torino una o due oncie di semente di morus elata mi fai sommo favore mandandomela giunta colla semente de’ bigatti.

(51) Da qui scrittura di altra mano.

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Ivana Pederzani

Strade di lago e terre di confine. Il Verbano nelle prime trame cospirative risorgimentali (1821-1833)

L

a Giovine Italia fu diffusa in Lombardia tra 1832 e 1833 da alcuni affiliati che ne divennero poi gli “ordinatori” – vale a dire i responsabili – nelle varie località in cui la propagarono. Così ci informa nell’ottobre 1833 Fedele Bono, uno dei più noti mazziniani milanesi arrestato qualche tempo prima nel capoluogo lombardo(1). Le sue deposizioni riescono indubbiamente a dare la misura della diffusione della setta che già allora aveva una struttura accentrata, fondata su affiliazioni e comitati in varie province lombarde, da Milano a Bergamo, Brescia, Como. È noto, infatti, che Mazzini, giunto esule in Francia nell’estate del 1831, aveva dato inizio al lavoro di organizzazione della Giovine Italia: già alla fine dell’anno in Piemonte e poi nel 1832 in Lombardia. Quanto a Varese solo nella primavera del 1833 si era deciso dal comando operativo di Milano l’invio di un federato per impiantare la setta in città: in pochi mesi «in Varese era pienamente regolarizzata la cosa». Era quanto emergeva da una deposizione del Tinelli, un altro famoso mazziniano di Laveno arrestato il 28 agosto di quell’anno e in stretti contatti con un sospetto affiliato varesino il dottor Luigi Grossi(2). Quel che è certo è che egli ebbe un ruolo di primo pia-

(1) Oltre a M. MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto, Torino 1987, pp. 318 ss., per le deposizioni del Bono cfr. A. ARISI ROTA, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), Milano 2003, pp. 32 ss. Anche sul Bono vedi poi F. DELLA PERUTA, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il partito d’azione 1830-1845, Milano 1974, pp. 114 ss. e più in generale per quanto riguarda la Lombardia pp. 107-122; ma resta fondamentale anche S. MASTELLONE, Mazzini e la “Giovine Italia” (1831-1834), 2 voll., Pisa 1960. Per Varese vedi ora I. PEDERZANI, I mazziniani e il primo Risorgimento varesino (1833-1848), in «Rivista Società Storica Varesina», XXVIII (2011), pp. 53 ss. (2) Vedi sul Tinelli e sul suo esplicito riferimento a Varese F. DELLA PERUTA, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il partito d’azione 1830-1845, cit., p. 111 n. Sul Grossi cfr. ora I. PEDERZANI, Luigi Grossi e il primo Risorgimento varesino, in pubblicazione in «Annali di storia moderna e contemporanea», XVII (2011).

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Terra e gente no nella propagazione della federazione mazziniana nel periodo compreso fra la metà del 1831, quando – stando alla sua stessa testimonianza(3) – essa era più una rete a maglie larghe di nuclei di propaganda che quell’organismo centralizzo che Mazzini avrebbe voluto in vista di un’eventuale insurrezione e la metà del 1833, quando era già un movimento di largo raggio in ampie zone della Lombardia settentrionale con una ramificazione estesa anche ai centri minori: si fa riferimento a paesi del comasco come Appiano, Carate e soprattutto Porlezza e Tremezzina, terre di lago dove l’introduzione di libri clandestini dalla Svizzera avveniva ad opera del comasco Luigi Dottesio tramite spalloni che si muovevano tra Capolago, in Svizzera, e Cernobbio(4). Lo stesso può dirsi per altre zone dell’Alto Varesotto, come le valli del Ceresio a ridosso del confine elvetico dove già la carboneria aveva fatto proseliti: tra questi l’avventuroso Felice Argenti di Viggiù il quale fu tra i mazziniani condannati nel 1833. Egli aveva appoggiato la rivoluzione piemontese del 1821 riuscendo a sottrarsi alla cattura con l’esilio; aveva poi incontrato Mazzini il quale col suo tramite aveva affiliato alcuni lombardi tra cui un altro viggiutese il giovanissimo Giovanni Albinola. Si pensi infine alle località sulla sponda lombarda del Lago Maggiore confinanti col Piemonte e vicine anche alla Svizzera, da dove si cercò di avviare un’intensa attività di propaganda mazziniana verso l’Italia col diffondere giornali e scritti clandestini stampati sia nelle tipografie ticinesi di Lugano e di Capolago sia a Marsiglia(5). In particolare Bellinzona e Locarno, tradizionali mete del fuoriuscitismo politico piemontese e lombardo, dal 1832 erano divenute vere e proprie basi operative in stretto collegamento tra loro e con Marsiglia, dove Mazzini rimase nascosto dal 1831 fino all’aprile 1833 e dove si stamparono i primi fascicoli del giornale «La Giovine Italia». A Laveno viveva Luigi Tinelli nella avita “casa da nobile” acquistata dalla famiglia – famiglia di ricchi commercianti – a coronamento di un’ascesa sociale e di un prestigio non disgiunto da una rilevante fortuna economica.

(3) Archivio di Stato di Milano (d’ora in poi ASMi), Processo contro la Giovine Italia, n. 615. Ma sulle deposizioni del Tinelli citate da qui in avanti nel testo vedi F. DELLA PERUTA,Luigi Tinelli e la Giovine Italia,1831-1833, ora in M. CAVALLERA (a cura di), I Tinelli. Storia di una famiglia (secoli XVI-XX), Atti del Convegno 13-14 ottobre 2000, Milano 2003, pp. 49 ss. (4) Su questa e altre notizie relative ai patrioti menzionati nel testo cfr. G. GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia, Azzate 1968, pp. 216 ss. Ma sull’Argenti vedi anche F. DELLA PERUTA, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il partito d’azione 1830-1845, cit., p. 21 e nota; F. CARAVATTI, Un martire viggiutese dello Spielberg, F. Argenti nel centenario del suo processo, Varese 1932; ID., Giovanni Albinola, martire viggiutese dello Spielberg, in «Rassegna Storica del Seprio», I (1938), pp. 167 ss. Su Argenti e Albinola cfr. infine A. LUZIO, Giuseppe Mazzini carbonaro, Torino 1920, pp. 275 ss. (5) Sui dissensi tra i profughi che facevano capo rispettivamente alla tipografia elvetica di Capologo e alla Ruggia di Lugano cfr. tra l’altro G. GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia, cit., p. 218.

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Terra e gente

Luigi Tinelli

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Terra e gente I Tinelli, i Borghi e i Dandolo: circuiti geografici e circuiti familiari nel primo patriottismo lombardo Si trattava di un giovane laureato dell’Università di Pavia che, già prima di affiliarsi alla Giovine Italia, aveva dato prove di indubbio patriottismo respirato forse nello stesso ambiente familiare. Non è irrilevante al proposito ricordare che lo zio Antonio, fratello del padre Ferdinando, chiamato nel 1797 a Milano per un breve periodo nel Consiglio dei seniori della Cisalpina, aveva mostrato in più occasioni un atteggiamento avverso ai francesi in seno all’amministrazione comunale di Laveno, di cui faceva parte(6). Per quanto legato a questioni perlopiù contingenti e di carattere locale questo atteggiamento ci pare riconducibile in qualche modo all’opposizione suscitata in vaste zone della Lombardia presso i Giacobini più estremi dall’involuzione antidemocratica del Direttorio parigino nel quadro delle forti tensioni manifestatasi all’interno della Cisalpina già tra la fine del 1796 e l’inizio del 1797: queste si erano accentuate poi nel 1798 a causa dei tre successivi colpi di Stato che sconvolsero la Repubblica tra l’estate ed il dicembre del 1798. Ne era giunta l’eco anche nella zona del laghi: ricordiamo tra l’altro Vincenzo Dandolo che – trasferitosi da Venezia a Varese nel 1797 a seguito della pace di Campoformio e della cessione del Veneto all’Austria – nel 1798 fu subito pronto ad aderire alla Società dei Raggi, considerata la prima associazione segreta di carattere nazionale nella penisola, trascinando con sé il varesino Luigi Grossi di cui avrebbe sposato la sorella Mariannina. Questa Società, infatti, aveva la sua centrale organizzativa in Emilia ma a Milano disponeva di influenti appoggi e organizzava segrete riunioni cui partecipava in gran parte la schiera dei fuorusciti meridionali e, stando a quanto scriveva il Botta, metteva già tra i suoi programmi quello di dare all’Italia «un essere proprio e indipendente»(7). E non è

(6) M.T. LUVINI, Politica ed esperienze familiari nella stagione cisalpina e napoleonica, in M. CAVALLERA (a cura di), I Tinelli. Storia di una famiglia (secoli XVI-XX), cit., p. 221. (7) Oltre ai riferimenti specifici in G. VACCARINO, I patrioti ”anarchistes” e l’idea dell’unità italiana (1796-1799), Torino 1955, ora in ID., I giacobini piemontesi (1794-1814), Roma 1989, vol. I, pp. 147 ss., si rimanda in generale a J. STUART WOOLF, La storia politica e sociale, in AA.VV., Storia d’Italia, III. Dal Settecento all’Unità, Torino 1973, pp. 155 ss. Cfr. più in particolare E. MICHEL, voce Raggi, in M. ROSI (a cura di), Dizionario del Risorgimento nazionale, 4 voll., Milano 1930-37, I, 1931, pp. 851 ss. Vedi poi sulla Società dei Raggi dopo i primi cenni in C. BOTTA, Storia d’Italia dal 1789 al 1814, t. III, libro XIV, Milano 1824, p. 57, P. SORIGA, La ristampa milanese della “Lira focense” di Antonio Ierocades, in «Rassegna Storica del Risorgimento», V (1918), 1, pp. 727 ss.; ID., Le società segrete, l’emigrazione politica e i primi moti per l’indipendenza, Modena 1942, pp. 189 ss. nonché A. OTTOLINI, La carboneria dalle origini ai primi tentativi insurrezionali (1797-1817), Modena 1936, pp. 13-23. Per la citazione nel testo vedi P. SORIGA, La ristampa milanese della “Lira focense” di Antonio Ierocades, cit., p. 728. Su Vincenzo Dandolo si rimanda al lavoro di prossima pubblicazione I. PEDERZANI, I Dandolo. Tre generazioni di “patrioti” tra l’Italia dei lumi e l’Italia del Risorgimento, ma cfr. anche EAD., Luigi Grossi e il primo Risorgimento varesino, cit.

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Terra e gente

Vincenzo Dandolo

Tullio Dandolo

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Terra e gente improbabile che quel Luigi Borghi che figurava – senza alcuna altra precisazione – in una rapporto del ministro di polizia di Milano a Parigi del dicembre 1798 tra i sospetti di cospirazione e di segreta intesa che come il Dandolo si riunivano a Milano nelle case dei più radicali giacobini per abbattere il Direttorio d’oltralpe altro non fosse che quello stesso Luigi Borghi di Varano che avrebbe venduto qualche tempo dopo a Vincenzo la casa di Ternate e che probabilmente era già in contatto con lui condividendone lo spirito indipendentistico e unitario(8). Certo è che questo Luigi Borghi di Varano era imparentato con Pasquale, noto imprenditore della zona che conosceva a sua volta assai bene il Dandolo tanto da imitarne nei primi anni della Restaurazione le famose “dandoliere”, autentica innovazione nel campo Luigi Borghi della gelsibachicoltura per l’allevamento del baco da seta: Vincenzo ne aveva collocate, infatti, sia nella sua dimora di Varese che in quella di Ternate divenuta anch’essa cenacolo di incontri e di discussioni tra i suoi amici più cari da Giuseppe Compagnoni a Cesare Bargnani, già suo collega tra gli juniori della Cisalpina, Antonio Fortunato Stella, Giuseppe Luosi, ministro di giustizia per un decennio nel napoleonico Regno d’Italia, fino allo stesso Pasquale Borghi: costui impiantò poi nel 1819 una filatura di cotone a Varano sul canale Brebbia nel quadro dell’avviato processo di sviluppo e di trasformazione dell’economia lombarda. Anche nel Varesotto, infatti, tale processo interessò tutto il settore serico ma anche quello cartario e metallurgico nonché il cotoniero il quale in particolare, a partire dal 1819-1820, cominciò a valersi delle prime macchine proprio grazie a Pasquale Borghi, che il Pecchio additava per questo dalle colonne de «Il Conciliatore» come uno degli artefici del successo dell’industria cotoniera lombarda(9). Nipote di Pasquale era un altro Luigi Borghi (nella foto) – omonimo (8) Per la notizia su Luigi Borghi cospiratore a Milano cfr. G. VACCARINO, I patrioti “anarchistes” e l’idea dell’unità italiana (1796-1799), cit., p. 69 nota 1. Per quella relativa alla vendita della casa di Ternate cfr. invece M. TAMBORINI, M. RIBOLZI, Ternate. Vicende storiche, Garivate 2001, p. 113. (9) Vedi sul Pecchio M. GUGLIELMINETTI, “Decadenza” e “progresso” dell’Italia nel dibattito tra classicisti e romantici, in AAVV., La Restaurazione in Italia. Strutture e ideologie, Atti del XLVII Congresso di storia del Risorgimento italiano (Cosenza 15-19 settembre 1974), Roma 1976, p. 287. Su Pasquale Borghi, oltre a M. GOBBINI, Luigi Borghi, in Dizionario biografico degli italiani (d’ora in poi DIB) ,12, Roma 1970, pp. 672-673, cfr. G. MACCHI, Il patriota gallaratese Luigi Borghi, Gallarate 1945, nonché R. ROMANO, La modernizzazione periferica, Milano 1990, pp. 58-60. Cfr. infine sulle “dandoliere” V. DANDOLO, Sulle cause dell’avvilimento delle nostre granaglie e sulle industrie agrarie riparatrici dei danni che ne derivano, Milano 1820, pp. 102 ss.

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Terra e gente a quello citato sopra – subentrato poi allo zio nella gestione del cotonificio e noto mazziniano arrestato nel 1833 insieme al Tinelli. Si trattava sia nel caso del Tinelli che del Borghi di due laureati a Pavia che attestavano l’adesione alle idee mazziniane da parte di un gruppo di giovani lombardi conquistati dalle ragioni del riscatto politico del paese oltre che da quelle del rinnovamento economico. Insomma le vicende del Tinelli, del Dandolo e del Borghi, oltre a confermare l’importanza dei circuiti geografici e familiari per la diffusione delle prime trame cospirative risorgimentali, sembrano attestare che già nel periodo che va dalla Cisalpina alla prima Restaurazione la zona dell’Alto Varesotto tra Varese e il Lago Maggiore – comprendente sia Varano che Ternate e Laveno – oltre che culla della protoindustria fu centro di irradiazione di un primo sentimento nazional-patriottico venato da spirito indipendentistico e unitario che poi continuò a dare i suoi frutti negli anni successivi. In questa zona di frontiera operò Luigi Tinelli. Benché ancora giovane – era nato infatti nel 1799 – egli fu subito vicino alla cultura milanese della prima Restaurazione assai sensibile ai temi del progresso economico e dell’indipendenza nazionale. Già nel 1820, infatti, pubblicò uno scritto d’intonazione romantica e ciò è estremamente indicativo ai fini del nostro discorso: ci fa pensare infatti che a Milano, dove si trasferì nel 1816 dopo aver frequentato il collegio di Gorla quando si iscrisse al liceo Longone, egli fosse venuto a contatto con uomini di tendenze romantiche, ma anche politicamente orientati contro l’Austria, come il Porro, il Ciani e il Confalonieri, che già in occasione del tumulto nobiliar-popolare di Milano del 20 aprile 1814 contro Napoleone si erano distinti perché «vagheggiavano l’indipendenza e l’autonomia del Regno»(10); ed erano probabilmente questi uomini politicizzati che preoccupavano il padre Ferdinando, quando parlava di alcune frequentazioni del figlio a lui poco gradite(11). Certo è che tra 1818 e 1819, insieme a Pellico, Pecchio, Ermes Visconti, Ludovico Di Breme e altri ancora, questi stessi uomini collaborarono con «Il Conciliatore», autentico cenacolo del romanticismo liberale milanese teso a promuovere l’auspicato rinnovamento civile(12). Ma quel che è ancora più importante notare è il fatto che

(10) Per la citazione nel testo riferita al Bossi, un altro cospiratore sia del 1814 che del 1821, cfr. G. DE CASTRO, Ricordi autobiografici inediti del marchese Benigno Bossi, in «Archivio Storico Lombardo», XVII (1890), p. 906. (11) Oltre a L. AMBROSOLI, La lettera sul Romanticismo, in M. CAVALLARI (a cura di), I Tinelli. Storia di una famiglia (secoli XVI-XX), cit., pp. 41 ss. cfr. sul giovane Luigi M.T. LUVINI, Politica ed esperienze familiari nella stagione cisalpina e napoleonica, cit., pp. 226-227. (12) Cfr. tra l’altro sugli uomini de «Il Conciliatore» M. GUGLIELMINETTI, “Decadenza” e “progresso” dell’Italia nel dibattito tra classicisti e romantici, cit., pp. 273 ss; S. LA SALVIA, Giornalismo lombardo, Roma 1977, pp. 138 ss.; R. CAMBRIA, Federico Confalonieri, “Il Conciliatore” e la Lombardia della Restaurazione. Studi e riflessioni, in «Archivio Storico Lombardo», s. XI, VII (1990), pp. 401 ss.; G. BARBARISI, A. CADIOLI (a cura di), Idee e figure de “Il Conciliatore”, Milano 2004, ma vedi anche C. MOZZARELLI, Sulle opinioni politiche di Federico Confalonieri patri-

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Terra e gente alcuni di loro nel 1821 furono coinvolti nel programma dei federati lombardi il quale consisteva nel propugnare il riscatto della Lombardia dal gioco asburgico e la formazione di una monarchia costituzionale sotto i Savoia comprendente Piemonte, Lombardia e Veneto. Laureato a Pavia il Tinelli ebbe certamente stretti contatti con il gruppo dei cospiratori milanesi del 1821 e soprattutto con Vitale Albera, ardito studente dell’ateneo pavese e infaticabile patriota, il quale fu tra i volontari lombardi che nel 1821 accorsero a sostegno della rivoluzione piemontese, sperando in una liberazione della Lombardia. E fu subito anch’egli conquistato alla causa dell’indipendenza italiana: militò infatti nel marzo 1821 nei reparti costituzionali piemontesi agli ordini del Santarosa(13) Non è escluso Luigi Grossi che fosse in relazione anche con il varesino conte Tullio Dandolo di cui sono certe le simpatie per i federati lombardi: anni dopo costui confessò, infatti, che il fallimento dei moti piemontesi del 1821 lo aveva colpito nei suoi sentimenti di italiano, parole che fanno pensare a vive aspirazioni indipendentistiche e nazional-patriottiche(14). Figlio di Vincenzo, illuminista e scienziato, Tullio era un giovane rampollo della nobiltà napoleonica nato a Varese nel 1801, che fin dall’adolescenza fu soggetto a svariati stimoli culturali nel corso dei viaggi intrapresi per svolgere l’iter di studi umanistici tipico della nobiltà del tempo: tra 1813-1814 soggiornò a Milano dove giunse nel 1816 anche il Tinelli, la Milano del «romantico crocchio di via Morone», di cui ci parla Ermes Visconti, vale a dire del gruppo di intellettuali romantici che frequentavano la casa del Manzoni e che confluirono poi in buona parte nel clan del Confalonieri e de «Il Conciliatore»(15). Come il Tinelli anche

zio e gentiluomo, ora in ID., Antico regime e modernità, Roma 2008, pp. 123 ss. Sul Porro Lambertenghi cfr. infine anche M. ROMANI, L’agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859, Milano 1957, p. 160 e nota, p. 236. (13) F. DELLA PERUTA Milano e il Risorgimento, Milano 1992, p. 73. (14) T. DANDOLO, Ricordi di Tullio Dandolo. Primo periodo (1801-1821), Assisi 1868, p. 292. (15) G. ALBERTI, Alessandro Manzoni, in E. CECCHI, N. SAPEGNO (a cura di), Storia della letteratura italiana, VII. L’Ottocento, Milano 1969, pp. 619 ss. e per la citazione nel testo p. 651.

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Terra e gente Tullio frequentò poi l’Università di Pavia – in particolare la facoltà legale – che era un autentico cenacolo di iniziazione politica ed esercitava una grossa influenza sugli studenti tanto che secondo il Confalonieri sarebbe stato addirittura attraverso l’ambiente pavese che i federati si diffusero in Lombardia(16). Quando tornava a casa Tullio alloggiava sia nella dimora di Varese che in quella di Ternate e non è escluso che anche da qui avesse modo in entrare in contatto a Laveno col Tinelli. Quale sospetto federato alla fine del 1823 egli era stato costretto a ritornare dall’esilio volontario col quale nel 1821 insieme ad altri contumaci aveva cercato di evitare il carcere(17). Certo è comunque che – come confessò personalmente anni più tardi – nel marzo 1821 diede ospitalità a due amici di università i quali, come lui, erano stati forse estranei all’organizzazione vera e propria del piano di azione confluita nel moto piemontese ma l’avevano senz’altro sostenuto tanto è vero che, alla notizia della rivolta, erano partiti subito da Pavia, sede dell’ateneo, per Alessandria che ne era il centro propulsore; da qui, dopo il fallimento del moto, passando per il lago Maggiore, erano poi giunti a Varese ed erano andati a rifugiarsi nella dimora dei Dandolo a Cuasso al Monte(18). Ed è singolare che per arrivare da Alessandria a Varese i due fuggiaschi fossero passati proprio dal lago Maggiore dove non è escluso si fossero fermati a casa del Tinelli che probabilmente conoscevano dai tempi dell’università e che era divenuto un punto di riferimento e di appoggio per i perseguitati dalla polizia austriaca. Anche per via della sua vicinanza al Piemonte, culla di vivi

(16) Vedi anche sull’opinione del Confalonieri R. SORIGA, Le società segrete, l’emigrazione politica e i primi moti per l’indipendenza, cit., p. 210. Cfr. poi R. SORIGA, Gli studenti dell’Università di Pavia e i moti del 21, in «Bollettino della società pavese di storia patria», 1923, 1-4, pp. 178 ss., nonché S. POLENGHI, Studenti e politica nell’Università di Pavia durante il Risorgimento (1814-1860), in «Storia in Lombardia», XXI ( 2001), 3, pp. 5 ss. (17) Oltre a M. MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto, cit., pp. 312 ss.; C. SPELLANZON, I primi anni della dominazione austriaca in Lombardia, in AA.VV. Storia di Milano, Fondazione Treccani, vol. 14, Milano 1960, pp. 22 ss. Vedi anche F. DELLA PERUTA, Il mondo cospiratorio della Restaurazione, in «Il Risorgimento», LV (2003), 3, pp. 335 ss. e, su Tullio Dandolo, R. GIUSTI, Tullio Dandolo, in DIB, vol. 32, Roma 1986, pp. 507 ss.; G. PERNA, La società varesina: protagonisti e storia. Dal Settecento alla prima guerra mondiale, Varese 2008, pp. 21 ss., pp. 161 ss. Per i riferimenti a Tullio contenuti da qui in avanti nel testo si rimanda al lavoro in pubblicazione di I. PEDERZANI, I Dandolo. Tre generazioni di ‘patrioti’ tra l’Italia dei lumi e l’Italia del Risorgimento. (18) In particolare a uno di loro, quello che preferì emigrare anziché costituirsi come fece invece Carlo Germani, Tullio fornì regolare passaporto ticinese comperato dal Commissario governativo di Lugano. Non ne conosciamo il nome perché Tullio ce lo consegna nei suoi Ricordi con la sola sigla puntata P, ma è probabile che fosse il suo amico del cuore Alessandro Poggiolini il quale avrebbe poi preso la via esilio e si sarebbe immolato per la libertà spagnola. Vedi dunque R. SORIGA, Le società segrete, l’emigrazione politica e i primi moti per l’indipendenza, cit., p. 212 ma cfr. anche M. MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto, cit., p. 318. Cfr. poi la testimonianza diretta in T. DANDOLO, Ricordi di Tullio Dandolo. Primo periodo (1801-1821), cit., p. 293.

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Terra e gente sentimenti indipendentistici, la zona dell’Alto Varesotto tra Varese e il lago Maggiore confermava anche negli anni della prima Restaurazione la sua centralità nei circuiti geografici del primo patriottismo risorgimentale. Tra Laveno, Milano e il Canton Ticino. La rete cospirativa mazziniana Successivamente il Dandolo scelse la via dell’esilio volontario: andò, infatti, a Parigi, Londra e Ginevra dove, a contatto con le personalità più attive nel dibattito culturale e politico del tempo, iniziò una lunga evoluzione personale terminata più tardi con l’adesione al programma prima neoguelfo e poi dei cosiddetti “albertisti” che era sostanzialmente quello di Cesare Balbo. Il Tinelli invece prese ben altra strada: si recò prima in Spagna, dove convenivano anche molti piemontesi attratti dal mito spagnolo risalente ai tempi della guerra d’indipendenza contro Napoleone; passò poi in Inghilterra e infine in Svizzera, divenuta uno dei centri di raccolta degli emigrati politici dopo i moti del 1820-1821(19). In particolare nel cantone di Vaud incontrò esuli in stretto contatto con le fitte trame settarie del tempo. Nel 1824 rientrò in patria dedicandosi all’attività imprenditoriale, tanto che nel 1833, nel quadro del generale risveglio economico lombardo degli anni trenta, fondò a Milano una fabbrica di ceramiche rilevata poi nel 1840 da Giulio Richard. Ma la manifattura di ceramiche di san Cristoforo – nei cui locali coll’aiuto della moglie Anna Zannini avrebbe riunito stampe clandestine e i primi cospiratori di fede mazziniana – non costituiva l’unica attività per Luigi(20): oltre al piccolo feudo nella zona di Gorla – località dalla quale proveniva il settecentesco titolo nobiliare della famiglia – i Tinelli possedevano immobili rurali di vario tipo e terre specie nella zone di Leggiuno, Cittiglio e Laveno e grazie a queste avevano impiantato un’attività per la produzione di vini destinati al consumo locale che vendevano alle varie osterie del lago fino a Locarno. La famiglia aveva anche un’azienda serica la quale costituì per Luigi l’occasione per spostarsi indisturbato lungo le vie del lago Maggiore col pretesto di comprare legna per azionare i fornelli delle filande senza destare particolari sospetti da parte della polizia. Egli possedeva inoltre una casa a Milano – acquistata ai tempi in cui la fami-

(19) Oltre a M. ISABELLA, Risorgimento in esilio, Bari 2011, vedi A. GALANTE GARRONE, L’emigrazione politica italiana del Risorgimento, in «Rassegna Storica del Risorgimento», XLI (1954), 23, pp. 223 ss.; ma cfr. anche S. CARBONE, I rifugiati italiani in Francia 1815-1830, Roma 1962; M. BATTISTINI, Esuli italiani in Belgio (1815-1861), Firenze 1968. (20) Oltre a G. CASTELLI, Figure del Risorgimento lombardo. Luigi Tinelli, Milano 1949, pp. 43 ss. vedi S. CONTINI, La figura di Anna Zannini Tinelli tra famiglia, politica ed arte, e sulle attività economiche dei Tinelli; A. CARERA, Prove d’imprenditorialità lombarda nel XIX secolo: tra filande, ceramiche e torbiere, entrambi in M. CAVALLERA (a cura di), I Tinelli. Storia di una famiglia (secoli XVI-XX), cit., pp. 93 ss. e pp. 237 ss.

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Terra e gente glia era entrata nell’orbita dei grandi affari in area milanese rinsaldando la propria posizione economica – e per questo, proprio a motivo della collocazione strategica delle sue abitazioni oltre per il suo antico e sempre vivo spirito patriottico, fu visto subito come un ideale propagatore della Giovine Italia in Lombardia. Poteva, infatti, agevolmente mettersi a contatto con gli organismi direttivi della setta e in particolare fare da tramite tra Giacomo Ciani e l’avvocato milanese Vitale Albera che, dopo i moti del 1821, avevano girovagato entrambi per l’Europa ed entrambi erano approdati al mazzinianesimo. In particolare il primo era emigrato in Svizzera e poi, nel 1829, era passato da Ginevra al Canton Ticino: dal 1830 risiedeva stabilmente a Lugano dove dirigeva la famosa tipografia Ruggia centro di stampa di scritti antiasburgici e da dove si recava a Locarno per incontrare esuli ed emissari di Mazzini(21): «Ora si è stabilmente in Canton Ticino, formando un centro rivoluzionario. Egli è il creatore o il fautore almeno dei progetti i più detestabili» scriveva di lui anni dopo un informatore alla Direzione Centrale della polizia di Milano(22). Anche durante l’esilio Giacomo non aveva dimenticato i suoi ideali indipendentistici ed unitari che vedeva in parte riproposti nel programma della Giovine Italia e per questo ne era divenuto il centro irradiatore e cercava di diffondere la setta in Lombardia grazie ai contatti a Milano con l’Albera: anche quest’ultimo dopo i moti del 1821 si era rifugiato a Ginevra, Bruxelles e Londra e tra 1832 e 1833 fu tra i promotori della setta. Suo compito era infatti quello di facilitare la diffusione di giornali e stampe provenienti da Marsiglia e da Lugano sia nel capoluogo lombardo che nell’Alta Lombardia al fine di coordinare i principi e le idee, sostenere l’azione dei patrioti e raccogliere denari e volontari per far fronte alle spese delle stampe, dei viaggiatori e delle progettate spedizioni. Lo fiancheggiava il marchese Gaspare Rosales (di cui l’Albera era amico e amministratore ) che risiedeva perlopiù nelle sue ville comasche di Monguzzo e villa Comacina(23): si trattava di un esponente di quella nobiltà la cui frustrazione costituì un fertile terreno per l’attività politica e che, già sospetto della polizia nel 1827, fu poi collaboratore stretto del Mazzini. Albera e Rosales frequentavano entrambi a Milano il Tinelli che da Laveno portava loro i libri pervenutigli direttamente dalla Svizzera. Ma a Milano quest’ultimo era in contatto anche con uno dei fratelli Grassi – proprietari a Castiglione Olona di

(21) Cfr. in generale sui due fratelli Ciani i profili di L. AMBROSOLI, in DIB, vol. 25, 1981, alla voce. Ma vedasi anche A. ARISI ROTA, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), cit., pp. 91 e 132. (22) Si veda la testimonianza in R. CADDEO, La tipografia elvetica di Capolago, Milano 1931, p. 46 ma si rimanda anche a R. REGORA, L’esilio di Carlo Cattaneo nel Canton Ticino. I. Movimenti liberali nel Canton Ticino prima del 1848, in «Archivio Storico della Svizzera Italiana», 1929, I, p. 85. (23) Oltre alle considerazioni generali sulla nobiltà in M. MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto, cit., p. 322, cfr. G. GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia, cit., pp. 217-218.

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Terra e gente una filatura di cotone che fu centro di diffusione della stampa clandestina; si recava infatti spesso nel negozio di Antonio – un altro dei patrioti milanesi legati al Bono il quale fu per questo arrestato e interrogato dalla polizia, per «vedere se era giunto il Tribuno», vale a dire il noto giornale mazziniano che si era preso a stampare nel gennaio 1833. Il suo negozio di stoffe posto in città, in piazzale delle galline tra Duomo e piazza dei Mercanti, era infatti un grande deposito di fogli propagandistici(24). Il Lago Maggiore ebbe dunque da subito una notevole rilievo nella geografia della trama cospirativa mazziniana(25). Nell’autunno del 1831 il Ciani incontrò a Lugano il Tinelli e, pur non vedendolo dai tempi del moti del 1821, continuando a fidare nel suo spirito patriottico, non esitò a mostragli il particolareggiato Piano per la società della Giovine Italia. Successivamente riuscì invece a fargli pervenire alcuni fascicoli de «La Giovane Italia» ricorrendo a contrabbandieri – di cui il Tinelli avrebbe pagato poi il silenzio con quattro zecchini – che operavano lungo il confine italo-elvetico tra la Svizzera e il Varesotto, luoghi di passaggio della stampa politica clandestina. Trafficanti per mestiere costoro non erano in contatto coi mazziniani per motivi ideali; tuttavia senza di loro e la loro conoscenza del territorio in tutta la zona di confine sarebbe stato assai difficile far arrivare a Milano fogli e scritti proibiti di Mazzini. All’inizio del 1832 «da un barcaiolo non so se di Intra o di Cannobio» – confessava il Tinelli – il Ciani gli aveva fatto recapitare via lago a Laveno un biglietto suo ed uno di Mazzini e un manifesto a stampa per invitarlo ad associarsi al giornale «La Giovine Italia»: non è escluso che il barcaiolo fosse in realtà un colono del Tinelli, certo Pietro Bevilacqua, il quale fu tra i distributori degli stampati che il primo riceveva dai suoi compagni di fede e al quale il nostro affidò in quell’occasione anche 20 franchi per l’esule svizzero(26). Nel giugno del 1832 i due si incontrarono a Locarno dove il Tinelli era giunto col pretesto di acquistare legname per la filanda ma in realtà per prendere contatto con alcuni esuli non solo lombardi ma anche piemontesi venuti appositamente da Bellinzona, centrale operativa svizzera, per studiare come introdurre in Italia libri e giornali della Giovine Italia. Tra questi figurava un certo Beccaro, che il Tinelli aveva conosciuto in Spagna lungo le vie della tradizionale emigrazione politica degli anni venti, e un certo Bramani, avvocato piemontese che aveva incrociato invece a Pavia ai tempi degli studi universitari: costui non mancava polemicamente di ricordare quanti ancora in Piemonte, in alternativa al nuovo programma unitario mazziniano, pensavano di affidare la realiz-

(24) Sui fratelli Grassi cfr. G. GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia, cit., p. 218; A. ARISI ROTA, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), cit., p. 96 e n. (25) Vedi le deposizioni del Tinelli del settembre 1833 citate da qui in poi nel testo in F. DELLA PERUTA, Luigi Tinelli e la Giovine Italia, 1831-1833, cit. (26) G. CASTELLI, Figure del Risorgimento lombardo. Luigi Tinelli, cit., p. 47.

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Terra e gente zazione delle loro aspirazioni indipendentistiche al re sabaudo. L’incontro di Locarno metteva in evidenza ancora una volta in pieno 1832 la rilevanza della triangolazione geografica che faceva capo a Milano, la Svizzera e Torino dove i cosiddetti “indipendenti” continuavano a pensare come nel 1821 ad un regno costituzionale esteso a tutta l’Italia settentrionale sotto i Savoia. Il ruolo del lago nella trama cospirativa mazziniana si intensificò nei primi mesi del 1833 quando da Milano l’Albera incaricò il Tinelli di tenere i contatti con Pietro Olivero, esule vercellese che risiedeva a Locarno e gravitava nell’orbita del movimento settario filo-buonarrotiano propugnando una radicale riforma della società in senso egualitario: «due volte fui pregato dallo stesso Albera di far avere per la via di lago lettere a Locarno a Oliveri» dichiarava ancora il nostro riferendosi ai contatti con il noto mazziniano che proprio a Locarno nel 1833 avrebbe affiliato Fedele Bono il quale a sua volta aggregò poi alla federazione parecchi suoi amici. Non è escluso che a facilitare l’affiliazione fosse stata proprio l’opera di mediazione del Tinelli che si recava a Locarno col pretesto di vendere il suo vino. Ancora nella primavera del 1833 quest’ultimo incontrò a Lugano il Ciani, il quale aveva portato questa volta con sé due polacchi contattati probabilmente per sostenere un’eventuale insurrezione armata. Si ricordi, infatti, che il fallimento della rivoluzione polacca aveva fatto affluire prima in Germania, poi in Francia e infine in Svizzera numerosi esuli di quel paese e vi era chi sperava decisamente in un loro aiuto alla causa italiana(27): qualche mese dopo, e precisamente nel luglio poco prima della catena d’arresti che si susseguirono nell’autunno, sempre a Lugano il Ciani consegnò al Tinelli un plico per l’Albera contenente trame sovversive per un’eventuale sollevazione in Valtellina: nel caso fossero scoppiate insurrezioni nel regno di Napoli e gli Austriaci si fossero mossi a contrastale, v’era il progetto di far entrare per la Valtellina cinquecento polacchi per fare una dimostrazione contro il Tirolo a fini diversivi nei confronti dell’esercito asburgico. Insomma la sponda lombarda del Verbano continuava a essere un punto strategico nella geografia della trama cospirativa. Un canale clandestino per trasportare stampe e lettere fu sicuramente, almeno per un certo periodo negli anni tra 1831 e 1833, il battello a vapore Verbano nelle sue corse giornaliere tra la riva piemontese, quella svizzera e quella lombarda del Maggiore: incalzato dal ritmo degli interrogatori il Tinelli aveva finito, infatti, mesi dopo col confessare che molti plichi di lettere di Mazzini e altra corrispondenza relativa alla Giovine Italia gli erano giunti a Laveno tramite Guadenzio Duclos, contabile del battello: si trattava di un suddito sardo già sospettato dalla polizia di esser un tramite tra la Svizzera e il Piemonte

(27) G. GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia, cit., p. 219; S. MASTELLONE, Mazzini e la “Giovine Italia” (1831-1834), cit., II, p. 167.

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Terra e gente ma famoso anche per i suoi contatti a Milano con Fedele Bono. E probabilmente era a lui che alla fine di giugno 1833 facevano riferimento autorità lombarde e piemontesi lamentando, oltre all’attivismo di un gruppo di profughi, anche e soprattutto il contrabbando di libri e stampe clandestine regolarmente trasportati via lago dal Canton Ticino(28). Come si può ben capire non era affatto difficile che da Laveno gazzette e giornali clandestini pervenissero, nella vicino Varano, nelle mani di Luigi Borghi il quale ebbe anch’egli parte attiva nelle cospirazioni mazziniane e nel 1833, come il Bono ed il Tinelli , venne arrestato e sottoposto a lunghi interrogatori dalla polizia austriaca(29). Forse attraverso il Tinelli da Laveno tali scritti giungevano anche Varese nelle case di quei patrioti come Domenico Adamoli il cui mazzinianesimo, in verità, più che ad una vera e propria azione clandestina farebbe pensare ad una semplice condivisione dell’idea di Mazzini di un’Italia unita, indipendente e repubblicana, una condivisione che si traduceva comunque nella appassionata lettura dei suoi scritti(30). Di ben altra entità fu il coinvolgimento nella trama cospirativa del dottor Luigi Grossi, noto medico varesino cognato dell’ormai defunto Vincenzo Dandolo che, come si è visto, nel 1798 aveva appoggiato come lui gli ideali indipendentistici degli unitari milanesi. Negli anni successivi era rimasto lontano dalla vita politica e in particolare da movimenti, come quelli del 1821, che si ispiravano ad un liberalismo moderato di valenza monarchico-costituzionale certo a lui poco congeniale; per quanto fosse già abbastanza attempato il Grossi fu invece subito pronto ad aderire alle idee repubblicane di Mazzini, trascinato forse dall’esempio di molti colleghi medici coinvolti in gran numero nelle prime inchieste della polizia milanese quali capi delle strategie sovversive(31). Prese certo contatto col Tinelli e fu tra i sospetti affiliati di Varese fin dall’ottobre 1833(32). Secondo alcune indiscrezioni raccolte dalla polizia austriaca, egli sarebbe stato infatti «in relazioni intime coll’arrestato Luigi Tinelli»: alla notizia dell’arresto di quest’ultimo, mentre era in viaggio verso Adro per far visita al nipote Tullio Dandolo e alla di lui moglie Giulietta Bargnani (figlia di Cesare), avrebbe fatto precipitoso ritorno “notte

(28) A. ARISI ROTA, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), cit., p. 114 e p. 131. (29) Per i riferimenti al Borghi cfr. A. ARISI ROTA, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), cit., alla voce. (30) Oltre a I. PEDERZANI I mazziniani e il primo Risorgimento varesino (1833- 1848), cit., cfr. per la famiglia Adamoli G. ARMOCIDA, Le “Notizie storiche di Besozzo e della famiglia Adamoli” di Giulio Adamoli, in C.G. LACAITA (a cura di), Fare storia. Studi in onore di Luigi Ambrosoli, Milano 1995, p. 161. (31) A. ARISI ROTA, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), cit., pp. 92 ss. (32) Per i rapporti Tinelli-Grossi, oltre a Nota dell’I.R. Direzione generale della Polizia all’I.R. Consigliere Aulico Presidente del Tribunale Criminale di Milano, 16 ottobre 1833 vedi dunque Nota dell’I.R. Direzione generale della Polizia all’I.R. Consigliere Aulico Presidente del Tribunale Criminale di Milano, 10 gennaio 1834, in ASMi, Processi politici, rispettivamente cart. 137, fasc. 4, pezzo 444 e cart. 141, fasc. 2, pezzo 1237.

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Terra e gente

Cesare Bargnani

Giulietta Bargnani

tempo” a Varese per distruggere le prove della sua affiliazione alla setta. Occorre precisare, infatti, che nonostante la sua linea difensiva che sostanzialmente negava ogni partecipazione diretta alla propagazione delle federazione in Lombardia il Tinelli fu arrestato poiché in una perquisizione delle sua abitazione vennero rinvenuti opuscoli “antipolitici” vale a dire antiasburgici(33). Lo stesso giorno in cui fu arrestato il 28 agosto 1833, mentre Luigi Grossi tornava precipitosamente a Varese per cancellare con successo ogni traccia delle sue simpatie mazziniane, Vitale Albera riusciva a prendere la via dell’esilio. La complessità del Risorgimento italiano La vicenda del Tinelli mazziniano dopo la partecipazione attiva ai moti carbonari del 1821 induce a sottolineare la rilevanza di zone di frontiera tra Svizzera, Lombardia e Piemonte, come quella del lago Maggiore, per la diffusione delle cospirazioni antiasburgiche. Ma la stessa vicenda, messa a confronto ad

(33) A. ARISI ROTA, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), cit., p. 26.

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Terra e gente esempio con quella di Tullio Dandolo, che dopo i moti del 1821 coltivò ben altre idee, induce anche a riflettere sulla diversità delle scelte operate da coloro che in occasione di quei moti avevano sperato tutti insieme in un Regno indipendente nell’Italia settentrionale. Alcuni aderirono, infatti, agli ideali predicati dalla Giovine Italia che erano ideali per un’Italia unita, repubblicana e democratica: fu il caso dei già nominati Felice Argenti di Viggiù, Vitale Albera e Giacomo Ciani. Ma ricordiamo ancora Giacomo Filippo De Meester, capo della rivolta militare milanese bresciana del 1814, che era stato a colloquio con Carlo Alberto insieme a Benigno Bossi nel marzo 1821 per convincerlo a far guerra all’Austria(34). Anche il marchese Benigno Bossi vicino al clan de «Il Conciliatore», che aveva sostenuto il Confalonieri nel tumulto popolarnobiliare del 1814 e poi nei moti carbonari del 1821, anni dopo aderì a Mazzini(35). Questi casi ci riportano al variegato mondo degli esuli del 1821 che in certi casi nel loro continuo vagare per l’Europa vennero a contatto con nuovi programmi politici fino a rivedere le loro iniziali posizioni e passare dal liberalismo costituzionale, monarchico e moderato del 1820-1821 ai mazziniani, che nel frattempo si erano stretti intorno alla Giovine Italia. Ma non fu per tutti così. Giovanni Arrivabene, ad esempio, amico del Pellico e del Confalonieri che come quest’ultimo si era impegnato in scuole di mutuo insegnamento ed in varie altre iniziative per il progresso della società civile e che dopo il marzo del 1821 ne seguì la sorte di perseguitato dalla polizia, nel suo vario peregrinare non avvertì affatto il richiamo degli ideali unitari repubblicani e democratici(36). Lo stesso può dirsi per il conte Tullio Dandolo, che come già si è accennato aderì al mito neoguelfo nel quadro del vasto movimento del cattolicesimo liberale lombardo: egli era nipote per via della madre Mariannina del dottor Grossi, fervente mazziniano in stretto collegamento come si è visto col Tinelli. Proprio la intima parentela tra i due uomini così di-

(34) L. DODI, Giacomo Filippo De Meester da giacobino a esule del ’21, in M. CANELLA (a cura di), Armi e nazione. Dalla Repubblica Cisalpina al Regno d’Italia (1797-1814), Milano 2009, pp. 218 ss. (35) Oltre a G. DE CASTRO, Ricordi autobiografici inediti del marchese Benigno Bossi, cit., vedi V. SPRETI, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 2, Bologna 1981, p. 156. (36) Per le notizie sull’Arrivabene oltre al cenno in M. GUGLIELMINETTI, “Decadenza” e “progresso dell’Italia nel dibattito tra classicisti e romantici”, cit., p. 289 vedi R.O.J. VAN NUFFEL, Cultura italiana e cultura europea durante la Restaurazione, in AAVV., La Restaurazione in Italia. Strutture e ideologie, cit., p. 401. Cfr. anche R.O.J. VAN NUFFEL (a cura di), L’esilio di Giovanni Arrivabene e il carteggio di Costanza Arconati. 1829-1936, Mantova 1966 ed ora anche M. ISABELLA, Risorgimento in esilio, cit., pp. 244-45, 285, 312-313. Cfr. infine U. COLDAGELLI, Giovanni Arrivabene, in DIB, vol. 4, 1962, p. 325.

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Terra e gente stanti sul piano politico induce ad alcune considerazioni conclusive sulla complessità del Risorgimento italiano. Non può sfuggire al proposito che sia l’Arrivabene, ricco possidente nobile mantovano, che Tullio, erede unico delle ricchezze del padre oltre che del suo titolo nobiliare, si trovavano in una posizione economica e finanziaria ben differente da quella di un Benigno Bossi, nobile indebitato e in difficoltà finanziaria, per il quale la fede mazziniana poteva essere una sorta di velleità chimerica dettata dal disagio e dall’impossibilità a trovare una collocazione sociale ed economica soddisfacente. Ma la loro condizione di possidenti Mariannina Grossi era diversa anche da quella di alcuni famosi mazziniani come Luigi Borghi, Luigi Tinelli e Luigi Grossi, appartenenti ad una categoria ben definita, quella dei professionisti, laureati perlopiù all’Università di Pavia, e talora penalizzati proprio in quegli anni nelle loro più profonde aspirazioni di promozione sociale, sulle quali aveva fatto una chiara diagnosi Carl Czoernig nel suo famoso Memoriale evidenziando i temi dello scontento(37). Se però pensiamo alle ricchezze di altri seguaci di Mazzini come i fratelli Ciani «tenaci, pieni di zelo per la causa d’Italia» ma anche «largamente favoriti di censo»(38), in quanto il loro padre Carlo originario della Val Leventina aveva accumulato cospicui capitali in Milano con l’attività di banchiere, allora per spiegare le scelte di molti patrioti del nostro Risorgimento occorre passare ad un altro piano di considerazioni: il piano delle contaminazioni culturali e di un più generale atteggiamento di pensiero che connotò parte della possidenza moderata lombarda la cui ricchezza prevalentemente fondiaria risaliva in molti casi al regime napoleonico e ne aveva costituito la base sociale specie negli anni del Regno: «All’origine di molte grosse fortune e di molte casate patrizie dell’Ottocento

(37) M. MERIGGI, Il Regno Lombardo-Veneto, cit., pp. 321-22. (38) Vedi la citazione in R. CADDEO, La tipografia elvetica di Capologo, cit., p. 46.

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Terra e gente italiano che ebbero parte notevole nelle patrie vicende, ci sono acquisti massicci di beni ecclesiastici» scrive Carlo Zaghi(39). Forse nelle parole del noto storico dell’età napoleonica stanno le ragioni di scelte politiche così differenti che negli anni divisero alcuni protagonisti della nostra storia: tra questi lo zio Luigi, medico mazziniano, dal nipote Tullio, erede delle fortune messe insieme dal padre grazie agli acquisti di beni nazionali, un uomo che per certi versi, come il Cavour in Piemonte, richiamava da vicino l’impegno politico e culturale di quella aristocrazia del talento, della proprietà e del paternalismo sulla quale poggiò in buona parte il trionfo del moderatismo risorgimentale italiano col suo rispetto delle gerarchie e il suo culto delle libertà costituzionali.

(39) C. ZAGHI, Proprietà e classe dirigente nell’Italia giacobina e napoleonica, in «Annuario dell’Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea», XXIII-XXIV (19711972), p. 146.

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Marco Tamborini

L’assalto di Garibaldi ai forti di Laveno nel 1859 e la requisizione di materiali nei paesi vicini

N

onostante le diverse pubblicazioni e i numerosi riferimenti a questo fatto d’armi della seconda guerra d’Indipendenza, terminato con un nulla di fatto da parte dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi che dovevano, non riuscendoci, liberare la munita piazza portuale degli austriaci sul Verbano, molti lati oscuri ricoprono l’episodio e, a parere di alcuni studiosi, non è stata sufficientemente valutata la portata tattico-strategica dell’attacco militare ai forti di Laveno. Le vicende sono note(1). Dopo lo sbarco a Sesto Calende la notte del 23 maggio, Garibaldi e i suoi Cacciatori delle Alpi si portano a Varese la mattina successiva e il 26 maggio avviene lo storico ed eroico combattimento varesino a Biumo inferiore. Subito dopo marciano verso Como, dove il 27, a S. Fermo, sbaragliano gli austriaci liberando la città. Il 29 maggio Garibaldi torna a Varese e si appresta a organizzare l’assalto ai forti di Laveno. L’azione non è chiara a molti, ma il Cadolini ci riferisce essere parte del piano concordato tra Garibaldi e Cavour, «allo scopo di attrarre da quella parte il Corpo del generale Urban, perché, come infatti avvenne, non recasse molestie alle truppe che si accingevano a marciare verso il Ticino»(2). I Cacciatori delle Alpi, avendo con brillante successo tenuto in iscacco le truppe austriache del generale Urban a Sesto Calende, Varese e Como, dovevano continuare ad impegnarle in questo settore nord-occidentale della Lombardia. I preparativi per l’attacco non sono quindi improvvisi, ma preparati per tempo e non, come commenta il Della Valle, per «tentare un colpo di sorpresa sopra il Forte di Laveno»(3).

(1) Per le vicende garibaldine della seconda guerra d’Indipendenza si veda l’opera di L. GIAMPAOLO, Vicende varesine dal marzo 1849 alla proclamazione del Regno d’Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel Varesotto, Varese 1969, per l’assalto ai forti di Laveno, pp. 287-354 alla quale rinviamo per più dettagliate informazioni su questo fatto d’armi. (2) G. CADOLINI, Memorie del Risorgimento. Dal 1848 al 1862, Milano 1911, p. 337. (3) G. DELLA VALLE, Varese, Garibaldi ed Urban nel 1859, Varese 1959, p. 89.

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Terra e gente Il 28 maggio Domenico Adamoli è incaricato di formare a Varese la Guardia Nazionale, che si adopererà in appoggio ai Cacciatori delle Alpi per la difesa del territorio, Giuseppe Maggioni, agente di casa Litta a Gavirate, deve invece garantire il controllo dello stradale da Varese a Laveno(4); gruppi di guardie nazionali varesine pattugliano la strada per Laveno e si spingono fino a Brebbia e Cittiglio(5). La notte del 29 alcune guardie nazionali si aggregano a un manipolo di Cacciatori e, in circa 150 uomini, partono da Varese verso Laveno come avamposto dei battaglioni garibaldini che seguiranno poche ore dopo: Garibaldi il 30 maggio pone il suo quartier generale a Cittiglio(6). Si organizza l’assalto alle fortificazioni lavenesi, privilegiando il forte Castello, sito sulla sommità del promontorio a nord dell’abitato(7). Innanzitutto viene fatta una requisizione in larga scala di arnesi e strumenti atti alla predisposizione di trincee e apprestamenti per facilitare l’attacco militare. Il 30 maggio (e non il 27, come erroneamente riporta un documento) la deputazione comunale di Gavirate manda alle deputazioni del circondario un foglio di richiesta per la consegna a quel municipio di attrezzi da campagna su ordine del generale Garibaldi ad uso della truppa dei Cacciatori delle Alpi, in vista dell’attacco ai forti di Laveno. Prontamente lo stesso giorno i comuni rispondono consegnando 200 attrezzi per un valore complessivo di 383 lire: la requisizione viene fatta a Gavirate, Travedona, Monate, Brebbia, Comerio, Orino e Azzio(8). Seguendo una tradizionale strategia d’attacco militare ad una fortezza, l’attrezzatura sarebbe servita a guastatori, badilanti, scavatori, paleggiatori e zappatori per l’apprestamento di trincee e per distruggere gli ostacoli in vista dell’assalto al forte Castello, come del resto recitano i manuali di scienza militare dell’epoca(9). Seppur il Giampaolo – che rimane tuttoggi il maggior storico delle gesta varesine di Garibaldi – sottolinea che l’azione «non fu del tutto una improvvisazione», comunque minimizza la portata della requisizione,

(4) L. GIAMPAOLO, Vicende varesine, cit., pp. 258-259. (5) Ibidem, p. 250. (6) G. MONICO, Il pronunciamento di Varese e il generale Urban, Varese 1859, p. 49; L. GIAMPAOLO, Vicende varesine, pp. 277 e 282. (7) Sulle caratteristiche storico-architettoniche delle fortificazioni austriache a difesa del porto di Laveno si veda G. CERESA, Blockhaus. Fortificazioni austriache sul Lago Maggiore, Varese 2000. (8) Archivio di Stato di Varese, Fondo Comuni diversi, Gavirate 2, Tabella A, datata 27 maggio ma in realtà 30 maggio. (9) Cenno sommario di fortificazione e d’attacco e difesa delle fortezze, Roma 1874², pp. 1014 e 29.

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Terra e gente

Attaque de nuit du fort de Laveno, sur le lac Majeur, par les troupes de Garibaldi, stampa francese dell’epoca da un disegno di M.J. Gaildrau

definendo il materiale raccolto come «materiale molto alla buona»,(10) o ancora «i mezzi a loro disposizione per l’assalto alle mura erano assolutamente inadeguati, qualche leva, qualche piccone, e scale»(11). Se si analizza l’elenco degli attrezzi sequestrati vediamo la loro diversificata composizione. Questi consistevano in zapponi da taglio, zapponi da picco, zappe, badili, vanghe, scure, falci, seghe a mano, resegoni, livere di ferro, mazze di ferro, tinivelli. I vari comuni avevano contribuito in base alle caratteristiche dei loro terreni agricoli e boschivi, ma non certo in base al numero degli abitanti o alla loro capacità contributiva: Gavirate consegnò solo una zappa, un livere di ferro e due mazze, Comerio due zapponi da taglio e un livere di ferro. Decisamente più sostanziosa la raccolta nelle altre località. Orino consegnò 12 zapponi da taglio, 2 zapponi da picco, 11 zappe, 7 badili, 8 scure, 6 falci, 2 seghe a mano, 1 resegone, 2 livere da picco e 1 tinivello, per un totale di 140 lire di valore; Azzio 2 zapponi da taglio, 1 zappone da picco, 6 zappe, 1 badile, 5 scure, 5 falci, 1 sega a mano, 1 resegone, 1 livera di ferro per un valore di 52 lire.

(10) L. GIAMPAOLO, Vicende varesine, cit., p. 307. (11) Ibidem, p. 309.

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Terra e gente Più tradizionali gli attrezzi agricoli consegnati dai comuni di Travedona, Monate e Brebbia. Travedona: 3 zapponi da taglio, 5 zapponi da picco, 20 zappe, 20 badili e 4 scuri, valore 64 lire. Monate: 7 zapponi da picco, 11 zappe, 6 badili, 6 vanghe, 2 scure, valore 55,50 lire. Brebbia: 9 zapponi da taglio, 14 zappe, 9 badili, 2 scure, valore 47,95 lire. Se confrontiamo questi 200 attrezzi con gli uomini destinati all’azione d’attacco, poco più di 350 secondo il Giampaolo(12), osserviamo che il materiale destinato ai guastatori non era per nulla inadeguato e insufficiente per non garantire all’impresa un risultato positivo. I Cacciatori delle Alpi erano poi assistiti da dieci guide locali reclutate da Domenico Adamoli a Mombello e a Laveno – e regolarmente pagate tramite la deputazione comunale di Besozzo il 10 settembre successivo – che dovevano portarli con sicurezza fino al forte Castello non visti dai difensori della postazione(13). A mezzanotte del 30 l’operazione ebbe inizio e durò per tutta la notte del 31, mentre Garibaldi controllava l’azione da una felice posizione sul monte Brianza; anche l’ora dell’attacco è da manuale: per gli attacchi di sorpresa, come in questo caso, le ore migliori sono quelle notturne. Conpulsando il libro scritto sull’arte della guerra da Carlo de Cristoforis, il prode garibaldino morto a S. Fermo, nelle istruzioni per la tattica d’assedio dichiara che «la notte è il momento delle operazioni dell’assediante»(14). È altresì da manuale la divisione dei Cacciatori in due distinte compagnie d’assalto: in caso di sorpresa, anche De Cristoforis suggerisce che si attacchi poi tutti insieme nello stesso momento i vari punti della fortezza, per rendere la difesa più debole(15). Infatti Garibaldi manda la compagnia capitanata da Landi verso la porta del forte Castello sul lato meridionale, quella di Bronzetti verso la parte settentrionale: purtroppo la pioggia scrosciante e la presunta incertezza dei sentieri da seguire da parte della compagnia del Bronzetti che si perse nei boschi circostanti fece naufragare l’impresa, lasciando solo il capitano Landi con i suoi uomini, circa una trentina, a raggiungere l’ingresso del forte. Seppur con una azione rapida ed ardita riuscì ad arrivare fino a quel punto, ma non poté poi far molto per la mancanza di affiancamento dell’altra compagnia, dovendo quindi rinunciare alla prosecuzione dell’attacco e ridiscendere il promontorio per riunirsi agli altri Cacciatori

(12) (13) (14) (15)

Ibidem, p. 309. Ibidem, p. 310. C. De CRISTOFORIS, Che cosa sia la guerra, a cura di R. MORRETTA, Roma 1938, p. 287. Ibidem, p. 290.

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Carta geografica di Laveno con le sue fortificazioni (1860)

del maggiore Marocchetti rimasti in riserva alle porte di Laveno(16). L’operazione si dovette ritenere fallita e conclusa e la brigata garibaldina fece ritorno il 1° giugno a Cittiglio e, per Gemonio, Cuvio e Brinzio, ridiscese verso Sant’Ambrogio e Varese. E gli attrezzi raccolti per facilitare l’assalto? Secondo il Carrano, forse non vennero nemmeno utilizzati: «Per massima sventura fra gli arditissimi che andarono fino al cancello non era nessuno che avesse un palo di ferro, o scure o piccone, di quelli che ben erano stati la sera distribuiti in buon numero alle compagnie destinate ad assalire»(17).

(16) L. GIAMPAOLO, Vicende varesine, cit., pp. 311-313. Sull’episodio lavenese si veda N. FERRARI, Laveno Mombello nel Risorgimento (1815-1870), Laveno Mombello 1959 e ancora L’assalto al Forte di Laveno (da “Le Memorie” di Giuseppe Garibaldi), in Il lago Maggiore e Garibaldi, Atti del convegno nel secondo centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, Laveno Mombello, 17 novembre 2007, Laveno Mombello 2009, pp. 107-109, questo volume degli atti è stato stampato a cura del Comune di Laveno in cofanetto assieme alla ristampa del volume di Nazareno Ferrari, cit. (17) F. CARRANO, I Cacciatori delle Alpi comandati dal generale Garibaldi nella guerra del 1859 in Italia, Torino 1860, p. 336 e ss.

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Terra e gente A guerra conclusa i vari comuni, ormai sotto l’ala protettrice dell’amministrazione pubblica sabauda, cercano invano di recuperare il materiale sequestrato. L’11 novembre la deputazione amministrativa del Comune di Travedona comunica a quella di Gavirate «che i diversi individui consegnanti tali oggetti avrebbero fatto istanza per essere indennizzati o quanto meno della rispettiva restituzione, per cui la sottoscritta si rivolge a codesta lodevole autorità perché abbia a disporre al più presto possibile sia in un modo, che nell’altro»(18). Il 27 novembre il Comune di Travedona scrive alla Commissione liquidatrice in Como per avere notizie degli attrezzi sequestrati, non avendo ricevuto «né essi attrezzi, né il corrispettivo valore»(19). Uguale istanza viene inviata dal Comune di Monate il 28 novembre alla Commissione liquidatrice(20). Ancora la richiesta di restituzione viene inviata dal Comune di Travedona a quello di Gavirate il 4 agosto 1860; quest’ultimo risponde il 31 agosto che già l’agente comunale di Travedona si era presentato per verificare se tra alcuni e pochi attrezzi recuperati ve ne fossero di quelli sequestrati a Travedona ma, non riconoscendoli, consigliava di rivolgersi nuovamente alla Commissione liquidatrice in Como(21). In seguito non se ne seppe più nulla, arguendo che tale materiale non fu mai più ritracciato né vennero rimborsati i legittimi proprietari(22).

(18) Archivio di Stato di Varese, Fondo Comuni diversi, Gavirate 2, Travedona 11 novembre 1859. (19) Archivio Comunale di Travedona, cart. 19, tit. XIII, 3, Travedona 27 novembre 1859. (20) Ibidem, Monate 28 novembre 1859: il comune di Monate era ente autonomo rispetto a Travedona, dove confluì soltanto nel 1927. (21) Ibidem, 4 e 31 agosto 1860. (22) Il carteggio di questa vicenda è conservato sia in Archivio Comunale di Travedona sia in Archivio di Stato di Varese nei fondi citati; l’episodio è riportato anche in M. TAMBORINI, M. RIBOLZI, Travedona e Monate tra Otto e Novecento, Travedona Monate 2008, p. 188.

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Federico Crimi

15 agosto 1848: Garibaldi a Luino. Dramma storico

«Q

uando poco dopo le sette, entrai in Luino, ne trovai le via abbastanza animate di gente che si abbandonava a grida di gioia; da molte finestre sventolava la bandiera tricolore». Così si presentava Luino agli occhi di un cronista milanese, Giuseppe Augusto Cesana, accorso dal Canton Ticino per verificare – da buon giornalista, quale negli anni a venire effettivamente fu – la veridicità di una notizia circolata di bocca in bocca oltre frontiera: gli Austriaci erano vinti, almeno per ora, sulle rive del Verbano, la sera del 15 agosto 1848(1). Diversa sorte per l’evento immaginò, invece, un’altra voce coeva, ossia un opuscolo anonimo, dedicato a ripercorrere in forma teatrale la battaglia di Luino, edito a Novara nel 1850 per i tipi della tipografia nazionale di Pasquale Rusconi: un Garibaldi perdente sulla piazza di Luino intento ad intonare un canto alla terra Svizzera, garanzia di libertà e sicuro rifugio di patrioti cospiranti. A ben vedere si trattava di riassumere, in omaggio a tradizionali unità narrative, l’intera epopea della spedizione varesina in un testo che potesse, in soli due atti, sunteggiare il rinnovarsi di speranze – quali quelle riaccese dall’ultima fiammata del ’48 lombardo in queste terre di frontiera – e il loro rapido eclissarsi nel volgere di pochi giorni. Eppure, dietro quella cocente sconfitta in armi di Garibaldi a Luino (che, si sottolinea ancora, non avvenne nei termini narrati nel testo) s’intuisce l’amarezza con cui, a distanza di due anni dalla battaglia, l’anonimo compositore ripercorreva i fatti; ed è, forse, un flebile indizio per tentare di associarvi il nome di una persona che – almeno questo sembra dato incontrovertibile scorrendo il componimento – a Luino fu presente, testimone oculare e attivo partecipe nella mischia.

(1) C.A. CESANA, Ricordi di un giornalista (1821-1851), tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, Milano 1890, cap. XXI. Per Cesana, cfr. la voce di L. AMBROSOLI, in Dizionario Biografico degli Italiani (d’ora in poi semplicemente DBI).

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Terra e gente Garibaldi a Luino nell’anno 1848. Dramma storico Questo è il titolo premesso al componimento, che reca in calce la sola sigla T.C. e un succinto riferimento biografico in apertura: «scritto da un emigrante bresciano». Per il resto, il testo riconduce con una qualche esattezza agli eventi e si aggiunge ad una relativamente folta schiera di fonti coeve o di poco seguenti l’“agosto luinese” che, ancora, manca di un regesto completo(2). «La Scena è sulla Piazza di Luino», e lì tutto accadde nel dramma, come fu e come era utile per conferire all’azione teatrale la necessaria unità di tempo, di luogo e d’azione. Sulla riva di Luino, l’anonimo rammenta l’antefatto storico, il rifiuto dell’armistizio di Salasco. Tuona Garibaldi, irrompendo nella seconda scena del primo atto: «Popoli venduti! io non vi mercanteggerò». Alle sue spalle sono alla rada i due battelli sequestrati ad Arona, il San Carlo e il Verbano, altro puntuale riferimento – peraltro tra i più noti per essere stati immortalati in una discreta serie di fonti iconografiche coeve – all’evento(3). Partito Garibaldi, dopo energizzante proclama (non si dice nel testo, ma è chiara l’allusione e alle ore di riposo nell’albergo della Beccaccia, attorno e dentro il quale si svolse lo scontro)(4), compaiono sulla scena il Moro e un incognito, tra i protagonisti annunciati in antiporta. Il primo era in qualche modo riconducibile alla realtà del fatti, figura che rievocherebbe il fantomatico battaglione dei «soldati d’Africa»(5), il secondo, invece, è altro espediente letterario introdotto per conferire risalto narrativo all’azione teatrale. È proprio al tradimento dell’incognito, in-

(2) Per resoconti sulla campagna varesina e sulla battaglia luinese i testi più aggiornati sono, rispettivamente: L. GIAMPAOLO, M. BERTOLONE, La prima campagna di Garibaldi in Italia (da Luino a Morazzone) e gli avvenimenti militari e politici nel Varesotto 1848-1849, Musei Civici di Varese editore, Varese 1950; C. MERCANDINO, Garibaldi in armi sul Lago Maggiore, «Novarien», 21988, pp. 1-24; B. GALLI, 1848. “Mettetemi a disposizione due vapori…”. La spedizione garibaldina vista dal lago, in Il Lago Maggiore e Garibaldi, atti del convengo nel secondo centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi (Laveno 17.XI.2007), a cura di G. MARGARINI, G. MUSUMECI, M. TAMBORINI, Comune di Laveno Mombello 2009; P. FRIGERIO, Storia di Luino e delle sue valli [1999], Macchione, Varese 2008, pp. 302 sgg. (con altra bibliogr.). In queste fonti si riferisce anche dei ricordi in merito di Garibaldi, compresi nelle Memorie autobiografiche. (3) Ne parlano compiutamente, tra altri: C.A. VECCHI, La Italia. Storia di due anni. 1848-49, Sebastiano e Franco & figli & C., Torino 18592, vol. I, p. 261 (l’A era colonnello sul campo della battaglia luinese); e, con tutte le fonti alle spalle: C. MERCANDINO, Garibaldi, cit., p. 9. Iconografia vagliata in: [S. BAROLI, F. CRIMI], Il Quarantotto illustrato, «il Rondò», 11-1999, pp. 115118, cui va aggiunto l’olio di anonimo nel Museo del Paesaggio di Pallanza, raffigurante i battelli durante la risalita del lago, circa all’altezza di Intra, con Garibaldi ben in vista sulla prua del piroscafo. (4) Cfr. anche: Atto I. Scena V: «Dall’altura dell’albergo dove alloggio […]». Garibaldi «non scese dal battello che nel pomeriggio» e poi prese «alloggio all’albergo»: L. GIAMPAOLO, M. BERTOLONE, La prima campagna, cit., p. 88. (5) C. MERCANDINO, Garibaldi, cit. p. 9.

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Arturo Zanieri (Firenze, 1870 - Maccagno, 1954)

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Terra e gente fatti, che l’anonimo autore s’affida per anticipare, alla battaglia conclusiva (narrata nel secondo atto), un antefatto favorevole alla falange garibaldina che, di fatto, coincide con l’unica scaramuccia in armi ch’ebbe luogo sul lungolago di Luino, nel tardo pomeriggio del 15 agosto.

Sulle barricate Dramma e vicenda storica sembrano coincidere. L’incognito giura al Moro che «dalla parte i Varese devono venire qui alcune compagnie di tedeschi» (atto I, scena III). Garibaldi, avvertito, parte in quella direzione, mentre ordina di alzare barricate sulla piazza; ma i «tedeschi […] vengono da questa parte», ossia da una direzione diversa da quella segnalata dal traditore. Sicché al loro arrivo la maggior parte della colonna è altrove, costretta ad una richiamata improvvisa; ma, almeno per ora, è in grado di respingere l’attacco. Qui finisce il primo atto, colla morte – pateticamente preannunciata da un amore nato tra le cataste di guerra – di tale Antonio, spirante tra le braccia dell’amata Carolina, eppure felice di vedere «il nemico fuggire». Andò, del resto, più o meno così, almeno nell’agiografia garibaldina che non intese narrare del “grande” generale steso dalla febbre in un letto d’alber-

Palamede Casnedi, Luino 1848. Impressione popolare, olio su tela (disperso; già in Museo del Risorgimento, Milano)

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Terra e gente go, un poco impreparato allo scontro. Collimano, infatti, la ricostruzione di Giampaolo e Bertolone, elaborata sulle memorie, dello stesso Garibaldi, e alcune fonti coeve, compresa quella in esame: l’“Eroe dei due Mondi”, trovato il borgo sguarnito di difesa, non aveva intenzione di fermarsi a Luino; pertanto predispose per la partenza del grosso delle legioni verso Varese (sulla via di Voldomino, nell’entroterra); di contro, le truppe austriache sopraggiunsero – non preventivamente segnalate – da sud, sulla litoranea da Germignaga. La sorpresa impose difficoltà tattiche nel divincolare le colonne già in marcia verso altra destinazione; ma, con aggiramento complessivo del caseggiato, alla fine i “nostri” ebbero la meglio sul corpo di Croati, e occuparono vittoriosi l’albergo della Beccaccia(6). L’incognito finisce, secondo quanto l’intero componimento qua e là proclama, come deve: fucilato. Perché nessuna pietà è per il tradimento alla patria. E pare anticipare quell’altra figura letteraria con la quale Piero Chiara volle arricchire la narrazione dell’episodio, a distanza di oltre un secolo: l’«austriacante» farmacista che avrebbe propinato, invece che un ricostituente, un bel purgante a Garibaldi(7). Nicostato Castellini, forse l’autore del Dramma storico, edito nel 1850 e interamente dedicato alla battaglia di Luino del 1848

(6) L. GIAMPAOLO, M. BERTOLONE, La prima campagna, cit., pp. 90 seg.; gli autori, inoltre, comparano diverse fonti, non tutte concordi sul primo invio di truppe verso Varese, cagione della sorpresa che colse il generale costretto al ripiegamento. In ogni caso, quanto riportato ha attinenza con il dramma storico in esame. (7) Verità storica e finzione letteraria riassunti in S. BAROLI, P. FRIGERIO, Una dinastia di farmacisti: i Clerici, «Il Rondò», 13-2001, p. 33.

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Terra e gente Carolina, Maria e… Laura

Carolina, Maria, accanto agli altri protagonisti, sono figure di fantasia, pateticamente introdotte per aprire squarci narrativi su soprusi e varie vessazioni del nemico(8). Aleggia, dietro di queste, il ruolo centrale delle donne sulle barricate del Risorgimento, fatto che, per la battaglia di Luino, rimanda con immediatezza alla figura di Laura Solera Mantegazza, lesta nel soccorrere i feriti, di qualunque fazione, sopraggiungendo dalla riva del lago opposta a Luino. A Laura, però, nessuna delle protagoniste è completamente associabile. Carolina, infatti, l’amata da Antonio, che pure accorre in qualità di soccorritrice dei feriti – lei stessa ferita – durante la seconda tranche dello scontro (atto II, scena IX), ha padre romano (atto I, scena VII), mentre – si sa – Laura era Solera di nascita, ossia di stirpe originaria di Campagnano Veddasca donde provenivano illustri patrioti e, persino, il librettista del Nabucco di Verdi(9). Maria, invece, è tracciata in troppo esigui dati biografici per tentare una qualche identificazione, ed ha funzione quasi di coro per moltiplicare e variare le voci degli attori sulla piazza di Luino. Non ci si dilunga, infine, sul Maggior Zaverio, ossia Francesco Daverio, nell’azione teatrale a fianco di Garibaldi e, nei fatti, anche promotore di un altro tentativo insurrezionale a Luino, l’ottobre successivo(10).

Sono un lombardo, son figlio di questa terra infelice Così si qualifica Antonio (atto I, scena VI), figura nella quale si riassumono i destini della falange pavese, elogiata anche da Garibaldi per la tenacia mostrata in quell’agosto; dietro il suo sacrificio si stagliano i nomi dei quattro ca-

(8) Sono annunciati in antiporta; oltre quelli commentati nel testo: Giuseppe, capitano, ufficiale, soldato e sentinella. Solo del primo si può tentare un parallelo con Dezza (Melegnano 1830 – Milano1898; cfr. la voce di L. ROSSI in DBI); altrettanto arbitrariamente si può associare al capitano Angelo Pegurina (Cagliari 1815 – Montevideo 19 agosto 1878), al comando del 2° bersaglieri pavesi, ovvero Angelo Bassini (Pavia 1815 – ivi 1889) che fu solo maggiore nell’organigramma di quel reggimento (cfr. la voce di T. TESSARI in DBI) che fu protagonista indiscusso del fatto luinese, quei «lombardi» alle cui gesta ardimentose il dramma è, di fatto, dedicato. (9) Ogni rimando in: S. REDAELLI, R. TERRUZZI, Laura Mantegazza. La garibaldina senza fucile, Alberti, Verbania Intra 1992. (10) Oltre ad una vasta bibliografia in argomento (cfr. nota 2), si segnala l’opuscolo di G.B. REGGIORI, In memoria di Francesco Daverio […]. Discorso pronunziato in Luino il 10 settembre 1911 scoprendosi la lapide commemorativa all’eroe, ed. delle Banche popolari di Milano [Milano, 1911]. La lapide, disegnata dall’arch. V. Morandi, campeggia ancora sulla facciata dell’ex albergo Sempione (già albergo Beccaccia).

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Terra e gente duti, tutti nelle file del medesimo battaglione, i cui nomi sono iscritti alla base del monumento eretto a Luino, sul luogo dello scontro, nel 1867, primo in onore dell’eroe ancora vivente(11). Che fosse anche un velato riferimento autobiografico? Non è dato sapere, se non per la qualifica di lombardo. Tra attaché armati di matita e tavolozza (l’uno fu Giuseppe Fontanesi), cronisti, avvocati e architetti, la schiera “élitaria” d’intellettuali, in quell’agosto luinese, era folta. Tra loro, molti erano abili nell’uso della penna, non tutti in tutto e per tutto riferibili per ora all’«emigrante bresciano» che firmò il dramma, altra cifra biografica che va intesa o come nativo di quella provincia, o come già partecipante ai moti di Brescia, o, ancora, come riferimento alla non riuscita difesa di Brescia, alla quale Garibaldi era stato destinato il 29 luglio, ma cui desistette per essere richiamato a Milano (sicché Luino ebbe il primato di prima battaglia dell’eroe sul suolo italiano). Un Antonio, effettivamente ci fu, a Luino: il milanese Antonio Picozzi, abile poeta dialettale e autore di un opuscolo interamente dedicato all’Episodio storico concernente i fatti militari di Garibaldi e Medici nell’anno 1848(12). Ma va anche detto che il dramma mostra tratti letterari davvero troppo piani per individuarne motivi propri dell’uno o dell’altro compositore. Il testo, infatti, fu steso con finalità di coinvolgimento popolare (da qui, forse, anche la scelta di un’azione scenica invece che di un puntuale resoconto), con linguaggio estremamente semplice, primo di metafore o altri escamotage allegorici, fermo nel ribadire i concetti chiave (tradimento, sacrificio, speranze non concluse con la disfatta su «questo estremo confine lombardo» – atto II, scena X –, ma ancora accese ancorché affidate ad un’accogliente terra d’esilio), in grado di accendersi in veri e propri proclami di risolutezza epigrafica, quale il finale, affidato alle voce di Garibaldi (atto II, scena XI: «Tedesco […] il tuo potere in Italia è illegittimo».

(11) Per il monumento tutti i rimandi in: P. FRIGERIO, Luino, cit. Per i caduti pavesi: A. ARLECCHI, Mille nomi nella storia di Pavia, in Venti secoli di personaggi pavesi, Liutprand, Pavia 1998: nessuno tra caduti aveva nome Antonio. (12) Segnalato in G. GUERZONI, Garibaldi, G. Barbera, Firenze 1882, vol. I, p. 229. Picozzi pubblicò poi: Garibaldi e Medici. Epistolario storico della guerra italo-austriaca del 1848 narrato dal veterano Antonio Picozzi, G. Civelli, Milano 1882, con altri rif. a Luino, op. che, però, fu preso di mira da Francesco Branca dalle colonne de Il Corriere del Verbano, che dirigeva e che lui stesso aveva fondato (si rimanda al contributo di Emilio Rossi in questo volume).

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Echi di una battaglia. Milano, piazza S. Ambrogio, caserma di S. Francesco

Echi di una battaglia. Cunardo

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Echi di una battaglia. Montegrino, via Veneto, una lapide

Echi di una battaglia. Montegrino, via Veneto, un omaggio al generale Garibaldi

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Terra e gente Luino… val bene una messa Altre figure, quindi, concorrono a farsi carico del componimento, più “giornalisti” e redattori, forse, che letterati veri e propri. E, tra questi, forse qualche mazziniano. Perché altrimenti non si spiega quell’inedita protezione divina più volte invocata da Garibaldi già dalla seconda scena del primo atto: «È il dì della Vergine Maria: festeggiamo adunque»; «Maria, madre di Cristo» (atto I, scena V), ecc. Anche per questo, i rimandi sarebbero molteplici e andrebbero vagliate quelle figure che avessero avuto, contemporaneamente, appigli bresciani e itinerari biografici dispiegati tra Novara e il Piemonte nel 1850, anno della stampa del volumetto in questione. Tra i nomi: Carlo Gorini (Milano 1824-1865), a Luino nella compagnia capeggiata da Giacomo Medici, già collaboratore, prima di quel ’48, a La Voce del popolo(13). Enrico Cernuschi che, sebbene più incline a finanza e collezionismo che alle lettere, va pure additato tra quelli che rimasero legati ai luoghi della battaglia, tanto che nel 1880 dalle colonne del Corriere del Verbano non s’esitava a definirlo «nostro compatriota»(14); Enrico Lavelli e Paolo Perego. Su questi ultimi s’addensano altri sospetti per esser associati al nostro anonimo, mentre altrettanto vive ragioni sono forti per escluderli dalla conta. Lavelli dedicò alla “sua” campagna del ’48 un volume nel quale nulla intese riferire circa lo scontro di Luino, passando da Arona direttamente all’esilio svizzero, ma intonando un Va’ pensiero, in coro coi «lombardi» dai battelli in partenza da Arona, che suggerisce più di un accostamento con i versi dall’Inno di Mameli, che i soldati del dramma proclamano all’inizio della quarta scena del primo atto; entrambi richiami forse un poco scontanti, ma certo utili per il forte impatto popolare(15). Anche Perego – prima mazziniano di ferro, poi passato alla storia per un clamoroso voltafaccia all’epopea risorgimentale, e perciò noto come “patriota traditore” – “si scarta” per le questioni biografiche sopra elencate. Fu certamente, però, a Luino e resistette nelle retroguardie sino alla smobilitazione generale, una decina di giorni dopo; quindi andò in Svizzera e nel 1850 fu se-

(13) Cfr. la voce di F. ZAVALLONI in DBI. (14) Per Cernuschi: Viaggio in Oriente. L’avventura di Enrico Cernuschi (1821-1896). Patriota. Finanziere. Collezionista, cat. della mostra (Monza, Villa Reale, 2 dicembre 2005-19 febbraio 2006), a c. di Rosanna Pavoni e Silvia Davoli, Motta, Milano 2005. Per la sua comparsata a Luino: G. ALBERGONI, Il patriota traditore. Politica e letteratura nella biografia del “famigerato” Paolo Perego, Franco Angeli, Milano 2009, p. 69, che annovera Perego e Cernuschi al comando del colonnello Tommaso Risso, a Luino sino alla fine della campagna varesina. Cfr. anche «Corriere del Verbano», 28 gennaio 1880 (segnalato in www.verbanensia.org): Cernuschi «ora domiciliato a Parigi […] nostro compatriota […] per avere ancora qui amici e parenti». (15) E. LAVELLI, Un anno di emigrazione: reminiscenze, Chapman, Londra 1849, pp. 8 segg. Per Lavelli redattore e giornalista, cfr. G. ALBERGONI, Il patriota, cit., passim.

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In ricordo della battaglia di Luino: il monumento sulla riva della cittadina, primo ad essere dedicato nel 1867, allâ&#x20AC;&#x2122;eroe ancora vivente. Cartolina, ante 1890, coll. priv.

Cerimonia commemorativa a Luino, forse nel 1903, coll. priv.

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Terra e gente gnalato in Piemonte. Pertanto piace menzionare il reportage di fantasia che, della battaglia di Luino, pubblicò su La Sferza nel 1857, con semifinzione letteraria solo in parte affine al nostro opuscolo: il ricorso ad uno strumento narrativo parallelo a quello della mera cronaca, finalizzato ad una maggiore incidenza sul pubblico (una novella autobiografica con protagonista Riccardo); Garibaldi perdente a Luino, in ritirata sui vapori, mentre la spiaggia di Luino è rioccupata dai «Tedeschi»(16). Un “emigrante bresciano” Di entrambi, Perego e Lavelli – che destini comuni avrebbero associato in un battagliero pamphlet contro Giuseppe Ferrari – sono poco marcati, nel dramma luinese, gli accenni mazziniani, gli inni poetici e quel generale riscatto delle masse proletarie, quasi di sapore socialista, con cui erano soliti sferzare delle pagine di giornali e di battaglieri opuscoli; neppure i toni più accesi contro il voltafaccia di Salasco: («Sì, maledizione sui traditori d’Italia», ecc., in bocca a Garibaldi nella nona scena del secondo atto) s’avvicina agli sperticati insulti al re traditore con cui Perego infiocchettò i primi saggi e articoli scritti a caldo durante e dopo le vicende del ’48. Rimane, perciò, un ultimo nome da vagliare, Nicostrato Castellini (Rezzato 1829-Vezza d’Oglio 1866), ossia l’unico – finora – che potesse dirsi bresciano e l’unico a presentare almeno un rimando alla sigla in calce(17). Era giovanissimo, in quell’agosto ’48, ma c’era, arruolato già nell’aprile precedente. Non agilissimo di penna, forse, eppure preciso negli appunti, di cui si servì il nipote, Gualtiero, per stendere un completo resoconto di Pagine Garibaldine, e, tra le prime, proprio quella di Luino, l’agosto ’48(18).

(16) P. PEREGO, L’esule italiano. Garibaldi e Valle Intelvi. I, «La Sferza», a. VIII, 7 novembre 1857 (il resoconto prosegue in: a. VIII, 17 novembre 1857), segnalato in G. ALBERGONI, Il patriota, cit., pp. 90 segg. (cui si rimanda per ogni riferimento a Perego). (17) Si rimanda solo a: G. ADAMOLI, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Treves, Milano 1911. (18) G. CASTELLINI, Pagine garibaldine. 1848-1866. Dalle memorie del maggiore Nicostrato Castellini, Bocca, Torino 1909.

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Gianni Pozzi

150 fa, i primi sindaci delle nostre valli

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a fonte documentaria, che è stata qui utilizzata, è una pubblicazione annuale che dal 1838 fino al 1942 – pur con qualche defezione – ha accompagnato la vita amministrativa dei Comuni della provincia di Como, compresi i Comuni delle nostre vallate che fino al 1927 hanno fatto parte di detta provincia. Nei lunghi anni di vita ha cambiato denominazione varie volte: da Almanacco statistico della provincia di Como a Manuale provinciale di Como, ad Almanacco manuale della provincia di Como ed ancora a Manuale della provincia di Como; ed è con riferimento a quest’ultima denominazione che nel presente testo viene semplicemente citato come Manuale con l’aggiunta dell’anno di riferimento(1). Una storia, che è stata ben ricostruita in epoca recente in un sito internet della regione Lombardia (www.lombardiabeniculturali.it), annota: “Due periodi ben distinti si individuano però nella vita dell’almanacco, come bene mette in evidenza Achille Avogadro in un suo scritto introduttivo all’edizione 1895: il primo risente delle condizioni politiche del paese nel periodo che precede il 1859, e quindi «delle limitazioni imposte dalla prepotente polizia austriaca alle manifestazioni del pensiero italiano»… Quando poi «sorse l’alba del ‘59… anche il vecchio «Almanacco» sentì l’influsso dei tempi novelli, e dalle sue pagine sprigionò l’inno festoso all’Italia risorta»: abbandonate le materie che prima formavano argomento di erudite dissertazioni, vediamo la rivista dedicare buona parte delle sue pagine ai nuovi pro-

(1) I dati locali relativi al circondario di Varese, estratti dal Manuale della provincia di Como per l’anno bisestile 1848, sono in L. GIAMPAOLO, M. BERTOLONE, La prima campagna di Garibaldi in Italia (da Luino a Morazzone) e gli avvenimenti militari e politici nel varesotto, 1848-1849, Ediz. Musei Civici di Varese, 1950, pp. 438-443, senza statistiche per singolo comune, per altro non pubblicate in quell’anno. Altri dati, solo per i comuni del circondario di Varese per l’anno 1910, estratti dal Manuale della provincia di Como per l’anno 1910, sono consultabili nel sito www.archiviostoricovalcuvia.org.

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Terra e gente blemi creati dall’indipendenza e dall’unità politica, quali il rinnovo di pressoché tutti gli ordinamenti amministrativi, la promozione dell’incremento della ricchezza nazionale mediante lo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura, la “redenzione” delle plebi dall’ignoranza e dalla miseria. Da qui la pubblicazione «di una serie di pregevolissimi lavori statistici e d’indole economico-sociale, nei quali sono studiate sotto ogni aspetto le condizioni della nostra estesa provincia, se ne rilevano i bisogni e si suggeriscono opportuni provvedimenti atti a promuovere ogni sorta di progressi». Fra le tematiche trattate, l’economia agraria (Francesco Peluso, Dell’ordinamento rurale nella provincia di Como, 1869; Id., L’orticoltura in Lombardia, 1880; l’amministrazione provinciale (alle annuali «Note della Prefettura sulle condizioni morali, igieniche, economiche e amministrative della provincia di Como» compilate dal 1861 a1 1884,…(2). Con l’avvento dell’Unità d’Italia anche le rubriche fisse dell’«Almanacco» si ampliano e si diversificano per seguire i cambiamenti operati nell’organizzazione della pubblica amministrazione, suddividendosi in “Uffici amministrativi governativi, provinciali e comunali”, “Uffici giudiziari”, “Uffici finanziari” “Pubblica istruzione”, “Beneficenza pubblica”, “Gerarchia ecclesiastica”, “Poste e telegrafi”, “Uffici militari” , “Associazioni diverse” (con notizie attinenti le società di mutuo soccorso e le società cooperative ed operaie del circondario), “Agricoltura commercio e industria” (contenente i dati dei Comizi agrari e delle Camere di commercio ed arti dei circondari di Como, Varese e Lecco, della stagionatura e assaggio di sete in Como, della succursale comense della Banca nazionale, della Banca popolare di Como e Varese, delle compagnie d’assicurazione contro i danni della grandine e infine l’elenco delle ditte industriali e manifatturiere dei circondario di Como, Varese e Lecco, al quale successivamente viene dedicato un paragrafo a parte)”. Nella tabella A, sono riportati i dati riferibili ai nostri comuni, leggibili nel Manuale per il 1861 e, quando mancanti, in quello del 1862, con l’avvertenza che i dati ed i nomi ivi scritti non sono sempre aggiornati e, soprattutto, spesso risentono delle pessime “scritturazioni” manuali, della loro trascrizione da parte degli impiegati e del successivo intervento del “proto” che, talvolta, fornisce una sua interpretazione. Sono stati qui trascritti così come pubblicati, suddivisi per mandamenti, con qualche nota di precisazione laddove si avevano informazioni più precise(3). Alcuni dei Comuni qui citati oggi non

(2) Tra gli studi di nostro interesse che compaiono nel manuale: E. ZANZI, Di alcune industrie ed arti nel circondario di Varese, 1863; Filatura e tessitura del cotone dei F.lli Borghi in Varano, 1863; Lungo la Tresa. Osservazioni sullo sviluppo industriale del territorio di Luino, 1893; L. ZANZI, Le condizioni della proprietà rurale nel Varesotto e i contratti agrari, 1890. (3) Per i Comuni della Valtravaglia e delle valli del luinese prezioso è stato l’aiuto di Federico Crimi, che qui si ringrazia.

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Urna per votazioni comunali

(Foto Sangalli per gentile concessione del comune di Orino)

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Terra e gente esistono più come comunità amministrativamente autonome ma solo come frazioni, essendo state incorporate o accorpate con altri Comuni in seguito alla riforma del 1927 che ha portato anche alla formazione della provincia di Varese(4). La situazione amministrativa dei nostri Comuni alla data del 1861, cioè 150 anni fa, è basata sulle determinazioni scaturite dalla Legge 23 ottobre 1859, Regio Decreto n. 3702, composta da 245 articoli, che disciplina Comuni ed Amministrazioni provinciali, cioè le autorità cui è demandato il governo del territorio. La legge è firmata da “ VITTORIO EMANUELE II, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, duca di Savoia e di Genova, ecc. ecc., principe di Piemonte, ecc. ecc.” e dal Ministro dell’Interno del Regno di Sardegna e guardasigilli Urbano Rattazzi. Nota come legge o decreto Rattazzi (5); venne emanata grazie ai poteri conferiti al Re il 25 aprile 1859 con la legge n. 3345 (6). Con questo provvedimento venne ridisegnata radicalmente la geografia

(4) Con Regio Decreto Legislativo n. 1/1927 del 3 gennaio 1927 “Riordinamento delle circoscrizioni provinciali” vennero istituite 17 nuove province: oltre a Varese anche Aosta, Vercelli, Savona, Bolzano, Gorizia, Pistoia, Pescara, Rieti, Terni, Viterbo, Frosinone, Brindisi, Matera, Ragusa, Castrogiovanni, Nuoro e la soppressione della provincia di Caserta. Nello stesso anno vennero soppressi i circondari che costituivano circoscrizioni subprovinciali sedi di sottoprefettura e tribunale. (5) Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 - Frosinone, 5 giugno 1873), avvocato e politico nelle file della sinistra storica, deputato nel primo parlamento subalpino (aprile 1848) per il collegio di Alessandria, rimase alla Camera per 11 legislature e fu ministro varie volte. Nel 1859 fu presidente della Camera, carica che lasciò per entrare nel governo La Marmora come ministro degli Interni durante un periodo di guerra, grazie al quale vennnero concessi al governo poteri straordinari. Ne approfittò per ridisegnare i confini amministrativi del Piemonte (annessione della Provincia di Novi e brevemente della ex Provincia di Bobbio), senza il bisogno di passare per la Camera e per varare il Regio Decreto 3702 del 23 ottobre 1859, detto Decreto Rattazzi. Successivamente Rattazzi divenne, il 18 febbraio 1861, primo Presidente della Camera dopo l’Unità d’Italia e, in quella veste diresse la discussione parlamentare sulla proclamazione del Regno d’Italia. Nel 1867 succedendo a Ricasoli (come nel ‘62), dovette affrontare nuovamente la questione romana visto che Garibaldi stava ritentando l’impresa. Questa volta Rattazzi agì preventivamente, facendo arrestare Garibaldi, ma quando il generale fuggito rocambolescamente da Caprera sbarcò in Toscana, Rattazzi fu costretto dal Re a rassegnare le dimissioni (27 ottobre 1867) che portarono alla conclusione della sua carriera politica. (6) Con questa legge il Re venne investito, da parte di Camera dei Deputati e Senato, di tutti i poteri legislativi ed esecutivi sotto la responsabilità ministeriale. La legge era composta di soli due articoli: «Art. 1. In caso di guerra coll’Impero d’Austria, e durante la medesima, il Re sarà investito di tutti i poteri legislativi ed esecutivi, e potrà, sotto la responsabilità ministeriale, fare per semplici Decreti Reali tutti gli atti necessari alla difesa della Patria e delle nostre Istituzioni. Art. 2. Rimanendo intangibili le Istituzioni costituzionali, il Governo del Re avrà la facoltà di emanare disposizioni per limitare provvisoriamente, durante la guerra, la libertà della stampa e la libertà individuale.

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Terra e gente amministrativa dell’intero stato sabaudo(7) riprendendo il modello francese che prevedeva la suddivisione in province, circondari, mandamenti e comuni. Ogni provincia era guidata da un Governatore (poi chiamato Prefetto col Regio Decreto n. 250 del 1860), nominato dal re, coadiuvato da un vice-governatore, entrambi dipendenti direttamente dal Ministro dell’Interno. Importante notare come questo decreto venisse poi esteso a tutta l’Italia dopo l’unificazione del 1861 e costituisse, fino all’avvento delle leggi fasciste, salvo qualche modifica ed assestamento, l’ordinamento amministrativo per comuni e province. Nell’allegato alla legge si definiva la suddivisione territoriale del regno(8). La provincia di Como(9) era divisa in tre circondari: Como, Varese e Lecco Il circondario di Varese, a sua volta, era suddiviso in 8 Mandamenti (Varese, Arcisate, Cuvio, Maccagno, Luvino, Angera, Gavirate, Tradate), per un totale di 160 comuni con 125.924 abitanti.

(7) C’è qualche dubbio sull’estensione del provvedimento anche alla parte lombarda del Regno Lombardo-Veneto sottoposta ad occupazione militare del Regno di Sardegna con l’Armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), ritenuta da alcuni illecita, visto il diritto internazionale, non essendo ancora intervenuto il Trattato di Zurigo. (8) Le province, oltre a quella di Como, furono: Torino (comprendente l’attuale provincia di Torino e la Val d’Aosta), Cuneo (i cui confini verso le altre province italiane sono rimasti perfettamente invariati da allora), Novara (comprendente le attuali province di Vercelli, Novara, Biella e Verbania), Alessandria (comprendente anche la attuale provincia di Asti), Genova (comprendente le attuali province di Genova, Savona e La Spezia, eccetto alcuni pochi comuni), Cagliari (comprendente le successive province di Nuoro e di Oristano e le attauli province di CarboniaIglesias, del Medio Campidano e dell’Ogliastra), Sassari (comprendente anche le attuali province di Olbia-Tempio e di Oristano, oltre che parte della provincia di Nuoro, Milano ( comprendente anche una parte dell’attuale provincia di Varese e tutte le province ora di Lodi e di Monza e Brianza), Bergamo, Brescia (che all’epoca comprendeva anche Castiglione delle Stiviere), Sondrio, Pavia (comprendente anche le precedenti province di Bobbio, di Voghera e della Lomellina, che facevano parte del regno sabaudo già da molto prima delle guerre d’indipendenza, come territorio rispettivamente dei dipartimenti di Genova, Alessandria e Novara), Cremona (comprendente anche i comuni mantovani a destra del fiume Oglio), ed inoltre Nizza (comprendente all’epoca l’attuale Arrondissement di Nizza poi ceduto alla Francia nel 1860 e nel 1947, e l’odierna provincia di Imperia, che dopo il 1860, come unica parte della provincia di Nizza rimasta in Italia, divenne provincia di Porto Maurizio), Annecy (attuale dipartimento francese dell’Alta Savoia, poi ceduta alla Francia nel 1860) e Ciamberi (italianizzazione ufficiale di Chambéry, ceduta anch’essa alla Francia nel 1860 e attuale dipartimento della Savoia). (9) Comprendente anche la gran parte dell’attuale provincia di Varese e l’odierna provincia di Lecco. Primo Governatore, poi Prefetto della provincia fu Lorenzo Valerio (Torino 1810 - Messina 1865), organizzatore di cultura, fondatore e direttore di giornali, importante politico di parte liberale. Fu inoltre deputato fin dalla I Legislatura, governatore della provincia di Como per il quinquennio 1860-1865, poi governatore straordinario delle Marche subito dopo l’Unità d’Italia, infine senatore del Regno e prefetto di Messina, città nella quale morì colpito da malattia. Nella sua casa torinese, sede di un affollato salotto di intellettuali e patrioti liberali, era stato fatto conoscere per la prima volta l’Inno di Mameli o Inno d’Italia, musicato da Michele Novaro sui versi, scritti nel 1847, del giovane patriota Goffredo Mameli.

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Terra e gente Per quanto riguarda i Comuni, questi gli articoli riportati per sommi capi. Quello decisamente più importante è l’art. 95: «La nomina del Sindaco è fatta dal Re… È scelto fra i Consiglieri comunali; dura in ufficio tre anni, e può essere confermato se conserva la qualità di Consigliere». Il Sindaco è quindi scelto tra i consiglieri comunali, eletti con elezione dagli abitanti del Comune che ne hanno diritto, come sancito in un successivo articolo. Lo sceglie il Re, ovviamente su indicazione dei Prefetti o Governatori che si avvalgono dei suggerimenti delle sottoprefetture che hanno sede nei circondari(10). L’art. 10 definisce innanzitutto che «Il Comune è corpo morale avente una propria amministrazione determinata dalla legge», poi l’art. 11 stabilisce che «Ogni Comune ha un Consiglio Comunale ed una propria Giunta municipale. Deve inoltre avere un Segretario comunale ed un Uffizio (Sic) comunale. Più Comuni possono prevalersi dell’opera di uno stesso segretario, ed avere un solo archivio«. Ed ancora l’art. 12 precisa che il Consiglio comunale è composto da 15 membri nei Comuni inferiori a 3000 abitanti, ed è il caso di tutti i nostri Comuni dove il Comune più popoloso è Luino che conta 2404 abitanti, dato del censimento del 1861. Quanto alla Giunta comunale si stabilisce nell’art. 13 che è composta da Sindaco e da «[…] Assessori in numero di due per i Comuni con meno di 3000 abitanti» e dagli assessori Supplenti due in ogni caso. All’art. 14 si definisce che «I Consiglieri comunali sono eletti dai cittadini che hanno 21 anni compiti, che godono dei diritti civili, e che pagano annualmente nel Comune per contribuzioni dirette per qualsivoglia natura Lire 5 nei Comuni di 3000 abitanti o meno…» e poi altri quattro scaglioni fino al caso dei Comuni con più di 60.000 abitanti dove servono lire 25 di tasse per essere elettore(11). L’elettorato, essendo a base censitaria, era di conseguenza molto ristretto. Ad esempio riprendendo una pubblicazione sulla situazione di Laveno si può segnalare come nel 1861 “gli elettori lavenesi erano 89, i votanti 39, con una media del 43,82%, Rispetto al numero degli abitanti che figuravano residenti in quell’anno ( 1547), significa che gli aventi diritto al voto rispetto agli abitanti costituivano il 5,75%...”(12). Un elettorato comunque sempre più vasto di quello per le elezioni politiche che era ancor più ristretto(13).

(10) Nel 1898 quell’articolo venne modificato per cui il Sindaco doveva essere scelto a maggioranza tra i consiglieri eletti nelle elezioni. (11) L’articolo 43, sempre della stessa legge, stabilisce che le elezioni si tengano da marzo a maggio, ma non oltre il mese di luglio. (12) Cfr. Al servizio della comunità, sindaci, podestà, amministratori e consiglieri comunali dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, a cura di G. MUSUMECI, F. OTTONE, Laveno 2008. Nel 1862 iscritti 93 e votanti 41, nel 1863 iscritti 89 e votanti 53, nel 1864 iscritti 82 e votanti 38. (13) Per opportuno confronto a Gemonio nell’anno 1874 gli elettori per le elezioni amministrative erano 131 contro i soli 20 aventi diritto al voto per le elezioni politiche (Gemonio in quell’anno contava circa 1000 abitanti).

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Terra e gente Altri numerosi articoli riportavano norme varie di cui alcune curiose quali il cumulo delle tasse tra moglie e marito (art. 18, ovviamente a favore del marito perché le donne non potevano votare, come specifica l’art. 23 che le accomuna agli analfabeti, agli interdetti, ai falliti, ai condannati vari, ecc…), la delega del padre a favore del figlio (art. 19), la ineleggibilità nelle cariche comunali (art. 23) per i sacerdoti ed ecclesiastici in “cura d’anime” quindi soprattutto per i parroci (ma troviamo un sacerdote – don Mazzola - che è nominato addirittura sindaco a Malgesso, ed un altro a Gemonio – don Valaperta – consigliere comunale, evidentemente non erano in “cura d’anime”), per funzionari ed impiegati del Governo e del comune, ecc. All’art. 74 si precisa che i consigli comunali si devono adunare in sessione ordinaria due volte l’anno (in primavera ed autunno) per deliberare sulla gestione corrente del comune. Molti gli articoli sulle province, sull’amministrazione di queste e sull’elezione dei consiglieri provinciali (il numero – ex art.148 – dei consiglieri varia per categorie secondo il numero degli abitanti: la provincia di Como ha diritto ad un totale di 50 consiglieri). Tra gli articoli riguardanti sia l’Amministrazione comunale sia quella provinciale figura l’art. 190 sulla durata delle amministrazioni indicata in cinque anni, con rinnovo dei consiglieri “per quinto ogni anno” ma rieleggibili. L’art. 197 prevede la gratuità della carica salvo le spese per incarichi speciali. Nella nascente burocrazia il legislatore è ben consapevole delle difficoltà dell’avvio di questa “macchina” e quindi prevede, all’art. 227 che “I Comuni sprovvisti d’ufficio e di archivio devono provvisoriamente lasciare le carte loro presso i funzionari che ne hanno in ora la custodia, né potranno ritirarle senza aver prima giustificato all’intendente di essersi procurati locali adatti alla conservazione delle medesime”… ed infatti all’art. 111 il primo punto della definizione delle spese obbligatorie comunali è “per gli uffici ed archivio comunale”, subito seguito dagli stipendi per segretario, impiegati e salariati, riscossione di entrate e tasse, conservazione del patrimonio comunale, manutenzione strade, culto (laddove previsto) e cimiteri, “per istruzione elementare dei due sessi”, per la Guardia Nazionale(14) e per l’abbonamento alla Gazzetta ufficiale ed infine (si tratta in tutto di 13 punti) “per gli uffizii elettorali”. Circa la consistenza dei comuni riporto in apposita tabella (tabella B) i dati della popolazione così come rilevabili al censimento del 1861, suddivisi per Mandamento(15). La consistenza dei comuni, sia come popolazione sia come territorio, per lo più l’uno inversamente proporzionale all’altro, porta ben presto il governatore Lo-

(14) Sarà abolita nel 1877. (15) Dati tratti dal sito (www.lombardiabeniculturali.it); talvolta contrastano – anche se di poco – con quelli pubblicati in testi di storia locale.

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Terra e gente

Fortunato Valaperta (Caravate 1815 - Gemonio 1865), primo sindaco di Gemonio

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Terra e gente renzo Valerio a scrivere in una relazione al Consiglio Provinciale “…Ora conviene consigliare i piccoli comuni a unirsi insieme per le spese obbligatorie dell’ufficio comunale, dalle strade, della condotta medica, delle guardie campestri, delle pompe idrauliche per gli incendii, per l’istruzione, per ricoverare i poveri e principalmente per avere Segretari capaci. Ma i comuni troppo restii per tale riguardo e troppo autonomi schivan le associazioni, e per quanto faccian miracoli gli antichi agenti comunali, non ponno, meno poche eccezioni da altamente encomiarsi, acquistare provetti, un’istruzione che solo si guadagna da giovani. Non è possibile avere un valido Segretario con un compenso meschino – Credo però che tale carriera troverebbe più concorrenti, a grande vantaggio dei Comuni, se i giovani alunni amministrativi fossero eccitati ad esercitarla per un po’ di tempo; e quale vantaggio costoro trarrebbero da un continuo contatto colle cose e colle persone! Quando si è saliti in alto si comunica più colle carte che colle persone, onde, se non già si possiede, difficilmente s’acquista il tatto della realtà, tanto necessario agli amministratori tutti di uno Stato”(16). Considerazione – di molta attualità! – che poi qualche anno dopo, con la nuova legge sui comuni e province datata 1865(17) porterà al tentativo di accorpare od unire i comuni confinanti ma che incontrerà molte resistenze e porterà, per quel che è dato sapere, ad un fallimento della iniziativa(18). (16) Relazione pubblicata nel Manuale per il 1862 in un articolo a firma di tal Francesco Viganò. (17) Si tratta della legge 20 marzo 1865, n. 2248; conferma la precedente legge comunale e provinciale del 1859, estendendola all’Italia unita, ovviamente con l’esclusione delle province ancora appartenenti allo Stato pontificio; introduce varie ed importanti novità rispetto alla precedente e, oltre alla possibilità di accorpamento dei piccoli comuni confinanti, istituisce lo stato civile affidando ai sindaci le funzioni di pubblico ufficiale con la conseguenza che ogni Comune, a partire dal primo gennaio 1866, deve tenere i registri degli atti di cittadinanza, di nascita, di matrimonio e di morte, compiti precedentemente affidati alle parrocchie. Questa legge è nota anche perché introduce per la prima volta in Italia una tassa sui cani. (18) Ad esempio, per la proposta di unire Caravate con Gemonio si veda Caravate storia arte società, a cura di G. ARMOCIDA, G. POZZI, Nicolini Editore, Gavirate 1990 - I edizione e II edizione, aggiornata, con il titolo Il nostro paese, Caravate, 2004 ed in Gemonio,ritratto di un paese, a cura di G. POZZI, Nicolini Editore, Gavirate 2004. Quella proposta è respinta, per quanto riguarda Gemonio, nel consiglio comunale del 22 maggio 1870 che avrebbe dovuto sancire quell’unione tanto che il segretario comunale aveva già predisposto la delibera, considerando che il consiglio provinciale aveva già approvato la formazione del nuovo comune! Su proposta del consigliere Achille Jemoli il consiglio comunale gemoniese si dichiara contrario, nonostante fosse qui prevista la sede municipale, motivando che «[…] tra gli abitanti di Gemonio e quelli di Caravate non esistono quelli intimi rapporti di famigliarità e può esservi il pericolo che la proposta aggregazione anziché istituire una Municipalità forte ed unita possa invece causare dissidi e discrepanze dannose alla pubblica amministrazione», quindi il consiglio comunale presieduto dal sindaco Valaperta (gemoniese da tantissimi anni, ma nato a Caravate), trascinato dallo Jemoli, all’unanimità respinge l’aggregazione, riafferma la propria autonomia e decide di «[…] protestare sin d’ora contro qualsiasi decisione che tendesse ad invalidare le suddette deliberazione”. Altro tentativo fallito è quello di unire i comuni di Cuvio, Orino, Azzio e Casalzuigno, cfr. G. RONCARI, Sindaci, podestà e commissari prefettizi di Cuvio, Cuvio 1998.

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Terra e gente

Lorenzo Valerio (Torino 1810 - Messina 1865), primo governatore poi prefetto della Provincia di Como

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Terra e gente Alcuni dei nostri Comuni in quei primi anni videro modificata o aggiornata la propria denominazione. Furono ben 80 i cambi o perfezionamenti di denominazione dei Comuni della allora provincia di Como, al fine di evitare, dopo l’annessione di nuovi territori al Regno, casi di omonimia. Lo suggerì, o meglio lo impose, la sottoprefettura di Varese che, con lettera dell’agosto 1862, segnalava questi casi di omonimia tra Comuni del Regno e, pertanto, invitava questi comuni «[…] almeno di farvi qualche aggiunta, che si potrebbe desumere dalla speciale situazione di ciascun Comune, secondo che si trova in monti, o nel piano, al mare o sovra fiume o torrente». Evidentemente anche la sottoprefettura di Varese copiava, pedestremente, qualche circolare governativa visto che è difficile pensare a qualche nostro comune «[…] al mare»! Come risultato si ha che i Comuni ottemperarono all’invito e con successivi decreti ufficializzarono le nuove denominazioni. Quindi con Decreto 8 febbraio1863 si passò da Bosco del mandamento di Luino in Bosco Valtravaglia(19), da Campagnano in Campagnano Veddasca, da Cassano in Cassano Valcuvia(20), da Cossano in Due Cossani, da Ferrera in Ferrera di Varese, da Masciago in Masciago Primo, da Pino in Pino sulla sponda del Lago Maggiore(21), da Rancio in Rancio Valcuvia. Con Decreto 29 novembre 1863 Tronzano divenne Tronzano Lago Maggiore(22) e con Decreto 28 giugno 1863 mutarono Castello in Castello Valtravaglia, Cerro in Cerro Lago Maggiore, Cuveglio in Cuveglio in Valle, Mombello in Mombello Lago Maggiore, Porto del mandamento di Luvino in Porto Valtravaglia(23) e infine, con Decreto 4 febbraio 1864, Oltrona in Oltrona al Lago e Roggiano in Roggiano Valtravaglia.

(19) Altro comune a nome Bosco, sito nel mandamento di Gavirate, divenne Bosco di Gavirate, qui inteso con riferimento al mandamento, perché la località è confinante con Leggiuno ed ora ne è una frazione come stabilito nel periodo 1927/1928. (20) Decisione ratificata nel consiglio comunale il 20 ottobre 1862, poi sancita con quel Regio Decreto di Vittorio Emanuele II, datato da Torino 8 febbraio 1863. Cfr. G. POZZI, V. ARRIGONI, S. PEREGALLI, Cronologia in Cassano, Ferrera e Rancio aspetti, eventi ed immagini di tre paesi della Valcuvia, a cura di S. CONTINI, Varese 2004. (21) E conquista così il primato di essere il Comune italiano con il nome più lungo. (22) Sino al 1863 il Comune mantenne la denominazione di Tronzano e dall’8 febbraio al 29 novembre 1863 assunse la denominazione di Bassano di Tronzano (cfr. sito www.lombardiabeniculturali.it). (23) Altro comune denominato Porto, ma nel mandamento di Arcisate, divennne Porto Ceresio, con lo stesso decreto.

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Terra e gente

Giovanni Pellegrini, ritratto di anonimo, matita su carta, tratto da C. BARIGOZZI, Dai Marsaglia, in «La Rotonda», 3, 1981, p. 20

Quanto a Luino fino al 1889 mantenne la denominazione di Luvino e dopo questa data assunse l’attuale denominazione di Luino(24), mentre Cabiaglio divenne Castello Cabiaglio con R.D. 833 del 10 giugno 1940 in seguito a proposta del Podestà. In realtà la comunità desiderava che il nome fosse solo Castel Cabiaglio, ma un errore dattilografico della prefettura nella trasmissione dei documenti al ministero a Roma ne fece scaturire altra definizione che poi fu accettata, non senza qualche mugugno locale(25).

(24) Luino ottenne poi il titolo di Città nel 1969 con decreto del Presidente della Repubblica. (25) Dette vicende sono rintracciabili in Cabiaglio notizie, periodico dell’amministrazione comunale di Castello Cabiaglio, n. 0 Anno 1 – Pasqua 1991 ed anche in Cabiaglio (o Castello Cabiaglio) – Anche un «giallo» nella storia del nome, in «Il settimanale della diocesi di Como», del 21 marzo 1992.

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Terra e gente

TABELLE

Sindaci e abitanti

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Terra e gente

Mandamento

Tabella A Circondario di VARESE Assessori Effettivi Comune Sindaco

III di CUVIO

Arcumeggia

III di CUVIO

Azzio

III di CUVIO

Brenta3

III di CUVIO

Bedero

III di CUVIO

Brinzio5

III di CUVIO

Cabiaglio

III di CUVIO

Casalzuigno

III di CUVIO

Cassano

III di CUVIO

Cavona

III di CUVIO

Cittiglio

III di CUVIO

Cuveglio 15

III di CUVIO

Cuvio

III di CUVIO III di CUVIO

Duno Ferrera

III di CUVIO

Gemonio

III di CUVIO

Masciago

III di CUVIO

Orino

III di CUVIO

Rancio21

III di CUVIO

Vararo

III di CUVIO

Vergobbio

Malcotti Domenico

Cerini Felice e Allera Vincenzo Giovannoni dott. Porro Gio. Antonio e Giovan Battista1 Biasini Luigi2 Longhi Paolo Zoppis dott. G. B. e Zoppis Gius. Antonio Borsotti Onorato Martinoli Bernardo e BorsottiGiuseppe4 Vanini Pietro Piccinelli Grisostomo e Vanini Giuseppe Leoni Angelo Stella Francesco e Signorini Gaetano6 Zaffrani Giuseppe Zaffrani rag, Bartolomeo e Malcotti Domenico Pedroletti Paolo7 Pedroletti Paolo e Ronchi Isidoro 8 Lucchini Battista9 Forzinetti Michele fu G. e Forzinetti Michele fu A. 10 Cellina Raimondo 11 Lozzia G.B. e Pisciotti Carlo12 Calori Carlo Danielli Giuseppe e Pasquale Daverio Paolo Maggi Pasquale Mascioni Giacomo e Di-Pietro Martino16 Calori Anacleto Bettelini dott. Angelini Severino e Giovanni17 Velatti Domenico Valaperta ingegnere Piccinelli Gaetano e Fortunato18 Valassina Domenico19 Mainoli Giuseppe Breganni Giuseppe e Belotti Domenico 20 Clivio Tranquillo Giovannoni G. B. e Moja Giovanni Velati dott. Bernardo Peregalli Giovanni Grazio e Parini Pietro fu Battista Arioli Bernardo Martinoli Carlo e Martinoli Angelo Trezzi Carlantonio23

Segretario Danielli ing. Giovanni De Vincenti Tranquillo Pedotti Paolo Ossola Giacomo Vanini Angelo Gattoni Giuseppe Felli Marcello

Giani Stefano Rossetti Domenico Jemoli Achille13 Danielli G.B. 14

Mascioni Anacleto Giracca dott. Giosuè Donati Giovanni Gianoli Gaspare Clivio Luigi Barbaglia Giuseppe DegiovanniAngeli E.22

Altri comuni del Mandamento di Cuvio che non fanno parte della attuale CMVV: Caravate (primo sindaco: Gasperini Luigi poi subito sostituito da Carnevali Antonio) e Bedero (primo sindaco: Borsotti Onorato)

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Terra e gente Mandamento

Comune

Sindaco

VII di Gavirate

Cerro

Frascoli Giuseppe24

VII di Gavirate

Cocquio

VII di Gavirate

Gavirate

Della Porta Nob. Giovanni25 Maggioni Giuseppe

VII di Gavirate

Laveno

VII di Gavirate

Mombello

VII di Gavirate

Trevisago

VII di Gavirate

Voltorre

Tinelli Nobile Carlo27 Reggiori ingegnere Paolo29 Cilia Santino30

Assessori Effettivi

Segretario

Rodari Giuseppe e Degiovanni Terruggia Giovanni Angeli E. Spinelli Giovanni e Calori Bossi Nob. Giuseppe Giuseppe26 Baj Benedetto e Buzzi Ghiringhelli Luigi Benedetto Carnelli Alessandro e Jemoli Achille Vegezzi Angelo 28 Ratazzi Giacomo e Jemoli Achille Poroli Giovanni Spinella Antonio e Ossola Ruspini Natale Giuseppe

Bernago Nobile Aurelio31 Altri comuni del Mandamento di Gavirate che non fanno parte della attuale CMVV: Arolo (primo sindaco: Besozzi Angelo), Bardello (Quaglia rag. Paolo), Besozzo (Pirinoli Paolo32), Biandronno (Manfredi Gerolamo), Bogno (Mazzola Andrea), Bosco (Marchetti Carlo), Brebbia (Passera Natale), Bregano (Quaglia Giacinto), Cardana (Caprotti Giuseppe), Cazzago (Quaglia Angelo), Cellina (Reggiori Ambrogio), Comerio (Bernago ing. Carlo), Leggiuno (Riva Angelo), Malgesso (Mazzola sacerdote Giuseppe), Monate (Binda Natale), Monvalle (Beltramini Grazio), Olginasio (Besozzi Antonio), Sangiano (Fidanza Simone), Travedona (Ribolzi Giuseppe Antonio).

Mandamento I di Varese

Comune Oltrona

Sindaco

Assessori Effettivi

Segretario

Garoni Teobaldo33

Alemagna conte Cova Angelo Riccardo e Alioli Giulio Altri comuni del Mandamento I di Varese che non fanno parte della attuale CMVV: tutti gli altri di questo mandamento e cioè: Azzate (primo sindaco: Bossi nobile Antonio), Barasso (Comolli dott. Pompeo), Bizzozzero (Bizzozzero nob. avv. Giacomo), Bobbiate (Martignoni ing. nob. Gaetano), Bodio (Bossi nob. Pietro), Brunello (Ghiringhelli Gaetano), Buguggiate (Bernasconi Giuseppe), Capolago (Picinelli ing. Cesare, nel 1862 Luchino Angelo), Casciago (Tallacchini cav. Antonio Maria), Crosio (Bossi dott. Giuseppe), Daverio ( Bossi ing. Gio. Battista), Galliate34 (Sessa nob. Cesare), Gazzada (Brusa Giuseppe), Gurone (Mantegazza avv. Gio. Augusto, poi nel 1862 Oppio cav. Carlo), Lissago (Mozzoni nob. Emilio), Lomnago (Bossi dott. Carlo), Luvinate (Vanotti Paolo), Malnate (Vallino ing. Luigi), Masnago (Bazzini Giacomo), Morosolo (Comolli dott. Giuseppe, poi nel 1862 Gottardi Angelo), Santâ&#x20AC;&#x2122;Ambrogio (Speroni ing. Giovanni), Santa Maria del Monte (Bellasio Giacomo), Schianno (Della Silva Giuseppe) e Velate (Arcellazzi ing. Attilio).

Mandamento

Comune

Sindaco

Assessori Effettivi

Segretario

IV di Maccagno

Agra

Sardella Pietro35

IV di Maccagno

Armio

Monaco Benigno

IV di Maccagno

Biegno

Zannini Giovanni

Piccardi Ottavio e Ciocca Paolo36 Saredi Giovanni e Sartorio Giovanni37 Brenta Battista e Zannini Domenico

Piccardi Francesco Saredi Giovanni38 Zannini Carlo39

IV di Maccagno IV di Maccagno

Campagnano Cossano

Giani Domenico fu Gio. e Conti Francesco

Piccardi Francesco

BosciettiMichele40 Giani Battista fu Giuseppe

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Terra e gente IV di Maccagno

Curiglia

Rossi Carlo fu Pietro Piccardi e Rossi Gaspare fu Francesco 41 Gius. IV di Maccagno Dumenza Marchesi Vincenzo Baroni Ignazio e Piazza Menerini Lucio Antonio IV di Maccagno Garabiolo Cristoforetti Natale Margaritelli42 Della Valle Giuseppe e Zaccheo Candido Giacomo IV di Maccagno Graglio Simonelli Gio. Origoni Celso e Pugni Battista Barbita Gervaso Giuseppe IV di Maccagno Lozzo Lotti Pasquale Zanini Bernardo e Nosetti Carlo Catenazzi Pietro Spozio Carlo IV di Maccagno Maccagno Inf. Fiora dott. Marco Casnedi Giuseppe e Calisto Giovanni43 IV di Maccagno Maccagno Baroggi Materno44 Carmine Bartolomeo Monaco Sup. e Monaco Girolamo Giulio IV di Maccagno Monteviasco Morandi Giuseppe Morandi Gius. fu Gio. Morandi e Morandi Ambr. fu Giacomo Giac. IV di Maccagno Musignano Tadeoni Giuseppe45 Cristoforoni Monaco Gioachino e Mondini Girolamo Giovanni IV di Maccagno Pino Tadeoni Gio. fu Tadeoni Gio. fu CompĂ Francesco Carlantonio Franc. e Tadeoni Gio. fu Batt.46 IV di Maccagno Runo Bonera Giuseppe Picardi Pasquale e Rossi Terruggia Carlo Giovanni IV di Maccagno Tronzano CompĂ  Domenico47 Mangezzi Andrea e Belloni Belloni Giacomo Antonio48 Tutti i comuni del mandamento IV di Maccagno fanno parte della attuale CMVV

Mandamento

Comune

Sindaco

Assessori Effettivi

Segretario

V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino)

Brezzo di Bedero Bosco

Fiorati Antonio49 Martinelli Giovanni

Spozio Francesco Moroni Carlo

Brissago51

Zosi Luigi

Bricchi Giuseppe e Todeschini Carlo Zenoni Battista e Baroni Giovanni 50 Menotti Agostino e Lazzarini Francesco 52

Castello

Maragni Giacomo53

Germignaga

Bricchi Giovanni54

Pisoni Carlo

Grantola

De Nicola Gaspare55

Luvino56

Pellegrini ing. Giovanni

Mesenzana

Scacchi Carlo

Montegrino59

De Silvestri Giuseppe

Moro Carlo e Giovanelli Bernardino Giorgetti Federico e Morazzoni Serafino Strigelli nob. Giulio Ces. e Boscetti avv. Enrico57 Zuretti Francesco e Parietti Anselmo58 Campoleoni Leonardo e Paranzini Domenico

V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino)

Franchetti Carlo

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Giorgetti Filippo

Tarella dott. Aless. Brovelli Giuseppe Zuretti Luigi Parietti dott. Gius.


Terra e gente V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino) V di Luino (Luvino)

Muceno

Zaniroli Carlo

Musadino

Lazzarini Giuseppe

Porto

Lucchini Giuseppe61

Roggiano64

Bollini Felice

Voldomino

Andreoni Fedele65

Veccana

Castellotti Carlo e Zaniroli Giovanni Lazzarini Domenico e Boldrini Francesco 60 Porta Costantino e Martignoni Pietro62 Ferrini Gaetano e Galantini Paolo Maggiolini Carlo e Berzi Giovanni Giovanelli Genesio e Pietrini Martiniano67

Lavezzari Giovanni Lazzarini Bernardo Gervasi Domenico63 Massa Gio. Claudio De Vittori Biagio Bergonzoli Giuseppe

Tramontani ingegnere Giacomo66 Altri comuni del Mandamento di Luino che non fanno parte della attuale CMVV: Arbizzo (primo sindaco: Menotti Bartolomeo), Cremenaga (Manfrini Giovanni), Cugliate (Filippini Bernardo), Cunardo (Andreani Maurizio), Fabiasco (Vanetti dottor Giovanni), Marchirolo (Scolari Pietro fu Giuseppe) e Viconago ( Righetti Zaccaria). Altri Mandamenti del Circondario di Varese: II di Arcisate, VI di Angera e VIII di Tradate, nessun comune di questi mandamenti fa parte della attuale CMVV.

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G. Battista Giovannoni, medico; una vecchia lapide sistemata nel muro del cimitero di Azzio lo ricorda: "medico segnatissimo in Buscate Garbagnate e in S. Caterina di Milano...a Castano Primo accorso nell'infuriare di pericoloso morbo, in Azzio sua patria sindaco dal 1860 sino all'ultimo dei suoi 86 anni / 20 maggio 1875"; cfr. V. ARRIGONI, G. POZZI, Notizie su Azzio e sul suo convento, Azzio 1996 (I edizione) e 2010 (II edizione). 2 Nel Manuale per il 1862 compare Barbieri Tranquillo al posto di Biasini Luigi. 3 Per una cronistoria del comune si veda M.T. Luvini, Il comune di Brenta: storia dell’ente in età moderna e contemporanea, 2003. 4 Nel Manuale per il 1862 compare Borsotti Gioachino in sostituzione di Borsotti Giuseppe 5 Cfr. G. PEREGALLI, Il comune e gli uomini di Brinzio in Brinzio cento case millecose, Varese, 1994. 6 Nel Manuale per il 1862 sono indicati come Moia Santino e Petter Giovanni . 7 In realtà primo sindaco, con decreto regio del 18 febbraio 1860, è Giuseppe Giani che però si dimette quasi subito dalla carica “Stante gli impegni di famiglia…”; motivando le dimissioni col trasferimento a Como ed anche perché il segretario comunale non garantisce di continuare la sua attività a Cassano (si tratta di Stefano Giani che chiederà poi l’esonero per l’avanzata età). Gli succede – ed è indicato poi nel Manuale per il 1862 - Paolo Pedroletti fu Giuseppe dal 1861 al 1863; resta in carica finché è nominato segretario comunale. Rinuncia poi alle cariche di sindaco e di segretario, ma resta in consiglio comunale come consigliere. Cfr. G. POZZI, V. ARRIGONI, S. PEREGALLI, Cronologia in Cassano, Ferrera e Rancio: aspetti, eventi ed immagini di tre paesi della Valcuvia, a cura di S. Contini, Varese, 2004. 8 Nel Manuale per il 1862 compaiono Badi dott. Raffaele e De-Tomasi Domenico. 9 Nel Manuale per il 1862 è indicato Cotta Napoleone. 10 Nel Manuale per il 1862 sono indicati Lucchini Battista e Forzinetti Francesco. 11 Nel Manuale per il 1862 2 si precisa Lozzia Giovanni Battista. 12 Nel Manuale per il 1862 Pisciolli (SIC !) Carlo e Lozzia Pietro. 13 Achille Jemoli (Gemonio 1809 – ivi 1889), segretario anche di altri comuni, personaggio di spicco nella politica sociale della Valcuvia e del varesotto. Per la sua figura si veda G. POZZI, V. ARRIGONI, Due scrittori per la Valcuvia nell’800: Rodolfo paravicini e Achillejjemoli, in Terra e gente, vol. 4, 1996/97. 14 Nel Manuale per il 1862 il segretario è indicato come Danielli ing. Gio. ed il sindaco semplicemente come Calori Carlo. 15 Per una cronistoria del comune si veda G. RONCARI, Sindaci, Podestà e Commissari Prefettizi di Cuvio, 1998. 16 Nel Manuale per il 1862 gli assessori sono indicati come Mascioni Giacomo e Di-Pietro Martire Giac.

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Terra e gente 17 Giovanni Bettellini (1833-1903) primo sindaco per nomina regia, avvocato ed anche proprietario della locale cartiera che viene così descritta nel 1876 “ fabbrica grandiosa di carta, testè rimessa a nuovo con macchinismi fatti espressamente nelle officine inglesi secondo i più recenti ritrovati della meccanica, e della scienza positiva. Questo stabilimento è di ragione dell'Avvocato signor Giovanni Bettelini, ottimo cittadino, distinto ed ingegnoso industriale. Varj prodotti della cartiera Bettelini vengono somministrati allo Stato.” (in Cenni Corografici storici statistici della Valcuvia brevemente e liberamente esposti da Michele Lajoli, Milano 1876). Nel 1884 gli subentra, come sindaco, Severino Angelini mentre Bettelini rimane nel nuovo consiglio come assessore. In una seduta tenutasi subito dopo le elezioni, il sindaco uscente ricorda i suoi 24 anni di amministrazione; in realtà dalla lettura degli atti risalenti al periodo del suo governo si apprende che il sindaco era solito fare lunghissime assenze, dal 1872 al 1882 addirittura il Bettellini non presiede alcun consiglio comunale ma viene sostituito proprio da Severino Angelini, allora assessore anziano. Cfr. G. POZZI, V. ARRIGONI, S. PEREGALLI, Cronologia in Cassano, Ferrera e Rancio: aspetti, eventi ed immagini di tre paesi della Valcuvia, a cura di S. Contini, Varese 2004. 18 Fortunato Ing. Valaperta (Caravate, 1815 - Gemonio, 1873), resta in carica fino al 26 giugno 1873, data della sua morte. Gli succede, sempre per nomina regia in data 10 agosto 1873, Domenico Visconti (...-1889) che dirige l'amministrazione Comunale fino al maggio 1884 quando, ancora e per l'ultima volta per nomina regia, viene nominato sindaco ilo notaio Pericle Sangalli. La prima riunione del Consiglio Comunale di Gemonio (in Archivio non vi è alcun documento circa le elezioni) è dell'11 maggio 1860 e la seconda è del 13 maggio 1860 (segretario comunale è Donati Giovanni). Per una cronistoria dei sindaci di Gemonio si veda G. POZZI, Amministratori pubblici: sindaci e podestà in AA.VV., Gemonio, ritratto di un paese, Gavirate 2004. 19 Nel Manuale per il 1862 sono indicati Jemoli Achille e Visconti Domenico fu Carlo. 20 Nel Manuale per il 1862 Belotti Domenico è sostituito da Lana Domenico. 21 Il primo Consiglio Comunale si riunisce il 14 febbraio 1860; è composto da: Antonio Maria Tabacchi di Lorenzo, Giovanni Tabacchi di Domenico, Paolo Tabacchi fu Pasquale, Giuseppe Peregalli fu Domenico, Giovanni Scalvini fu Domenico, Bernardo Velati di Gaetano, Giosuè Bernasconi fu Giuseppe, Pietro Parini fu Gio. Battista, Pasquale Bonari fu Giovan Battista, Gio. Grazio Peregalli fu Giuseppe, Antonio Velati fu Domenico, Giuseppe Bonari fu Domenico, Pasquale Barassi fu Santino, Gaetano Barbaglia di Angelo Maria e Luigi Bonari fu Pietro. I quindici consiglieri sono tutti di Rancio ma già nel settembre del 1861 si affronta il problema della rappresentatività della frazione di Cantevria e si decide che i suoi cittadini abbiano diritto ad avere sempre un adeguato numero di rappresentanti. Decisione decisamente democratica e precorritrice di altri tempi che viene poi rispettata in altre decisioni, qualche volta con qualche polemica come ad esempio per la proposta di una scuola alla frazione di Cantevria. Primo sindaco viene indicato per nomina regia nella persona dell’avvocato Bernardo Velati. Gli subentra nel 1863 Giovanni Scalvini e poi nel 1866 Giosuè Bernasconi, ancora con nomina reale. Cfr. G. POZZI, V. ARRIGONI, S. PEREGALLI, Cronologia in Cassano, Ferrera e Rancio: aspetti, eventi ed immagini di tre paesi della Valcuvia, a cura di S. Contini, Varese 2004. 22 Probabilmente si tratta di Ercole De Giovanangeli (a volte scritto anche come Ercole De Gio Angeli), segretario anche in altri comuni. Cfr. Al servizio della comunità, sindaci, podestà, amministratori e consiglieri comunali dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, a cura di G. MUSUMECI e F. OTTONE, Laveno 2008. 23 Assessori e segretario non sono indicati nel Manuale per il 1861 e nemmeno nel Manuale per il 1862. 24 Giuseppe Frascoli (Laveno, 1808 – Laveno, 1879) commerciante di granaglie. Cfr. Al servizio della comunità, sindaci, podestà, amministratori e consiglieri comunali dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, a cura di G. MUSUMECI, F. OTTONE, Laveno 2008. 25 Il primo sindaco di Cocquio è in realtà Bernardino ROSSI. Regge l'amministrazione comunale per pochi mesi, da febbraio a settembre 1860, poi rassegna le dimissioni per diventare segretario comunale. Il primo consiglio comunale, almeno quello del quale c'è traccia documentaria, si riunisce il 7 febbraio 1860. Quei primi consiglieri comunali, eletti con il voto dei loro concittadini, sono: Dr. Giuseppe Rossi, Bernardino Rossi ( poi sarà scelto per la carica di sindaco), Antonio Spinella, Angelo Cattaneo, Carlo Morosi, Pasquale Anessi, Natale Ruspini, Antonio Mattioni, Gioacchino Andreoli, Giovan Battista Vanoli, Felice De Berti, Giuseppe Besana, Leonardo Ruspini, Giuseppe Panosetti, nob. Giovanni Della Porta. Un unico punto all'ordine del giorno, l'elezione degli assessori che vengono indicati in Antonio Spinella e Bernardino Rossi, come effettivi e nobile Giovanni Della Porta e Giuseppe Bossi come supplenti. Poi Rossi verrà chiamato alla carica di sindaco e sarà sostituito, come assessore, da Natale Ruspini. Cfr. G. POZZI, Storia delle istituzioni in Cocquio Trevisago verso il nuovo millennio, Varese 2004. 26 Nel Manuale per il 1862 è indicato Rossi Bernardino. 27 Primo sindaco è il farmacista DR. Ambrogio Crippa; solo con regio decreto 3 ottobre 1860, avendo rinunciato alla carica il sindaco Crippa viene nominato Tinelli. Il segretario Jemoli è incarica dal 19 settembre 1860 e sostituisce De Giovanangeli E. Cfr. Al servizio della comunità, sindaci, podestà, amministratori e consiglieri comunali dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, a cura di G. MUSUMECI, F. OTTONE, Laveno 2008. 28 Nel Manuale per il 1862 a Vegezzi Angelo subentra Fumagalli dott. Carlo. 29 Paolo Antonio Maria Reggiori (Mombello, 1823 - ivi 1909), ingegnere; Cfr. Al servizio della comunità, sindaci, podestà, amministratori e consiglieri comunali dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, a cura di G. MUSUMECI , F. OTTONE, Laveno 2008.

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Terra e gente

30 Primo sindaco Santino Ciglia (non Cilia); gli subentra nel 1863 Antonio Spinella fu Giovanni, fino al 1886. Curioso il fatto che il sindaco di Trevisago, Spinella, è anche assessore del limitrofo comune di Cocquio. Non è questo un caso unico, infatti troviamo altri cittadini sia di Cocquio che di Trevisago a ricoprire cariche in entrambi i comuni (oggi sarebbe un evidente motivo di incompatibilità); l’ingegnere Carlo Malgarini, ad esempio sindaco di Trevisago nei primi anni del secolo 1900 e poi anche dal 1917 al 1920 ricopre anche la carica di consigliere comunale a Cocquio per molti anni e qui è anche assessore; Cfr. G. POZZI, Storia delle istituzioni in Cocquio Trevisago verso il nuovo millennio, Varese 2004. 31 Assessori e segretario non sono indicati nel Manuale per il 1861 e nemmeno nel Manuale per il 1862. Un elenco dei primi sindaci in P. CROSTA, Gavirate incontri di civiltà, Gavirate, 1984. 32 In realtà erroneamente indicato nel Manuale per il 1861 come Primoli Paolo. 33 Teobaldo Garoni, sindaco fino al 1894 (muore nel 1896) titolare della filanda di famiglia, istallata nella proprietà già dei Padri Carmelitani da metà ottocento; cfr. P. CROSTA, Gavirate incontri di civiltà, Gavirate, 1984. 34 Scritto come Gagliate, sia nei Manuali per il 1861 e per il 1862. 35 Pietro Sardella proveniva, certamente, da una di quelle famiglie di emigranti, da Agra in particolare, attive nella gestione di locande ed esercizi alberghieri in Italia e in Europa, accanto ai compaesani Baglioni (fondatori dell’omonimo Grand Hotel che ancora sopravvive a Firenze) e Piccardi, e ai Casnedi, Marchesi e Bonera distribuiti tra Colmegna e Dumenza: era, questa, una vocazione comune all’intero bacino del Luinese radicata nei secoli, accanto e a lato delle correnti emigratorie di maestranze legate all’edilizia, figure che altrettanto ricorrono nelle prime pagine della storia amministrativa post-unitaria del territorio. Per un quadro generale rimando a P. FRIGERIO, Storia di Luino e delle sue valli, Macchione, Varese-Azzate 2008 (II ed.), cui, salvo diversa indicazione, si rinvia. 36 Nel Manuale per il 1862 si trovano Bagliotti (da leggersi più probabilmente come Baglioni) Dom. fu Vincenzo e Ciocca Paolo. 37 Nel Manuale per il 1862 si trovano Monaco Antonio e Piazza Pietro. 38 Nel Manuale per il 1862 si trova Nasetti (più facilmente trattasi di Nosetti) Carlo. 39 Questo cognome, Zannini, nel successivo Manuale per il 1862 diventa Zanini, mentre come sindaco è indicato Zanini Francesco. 40 Probabilmente Boscetti più corretto; assessori e segretario non sono riportati neanche nel 1862. Capimastro e impresari edili furono le prime personalità impegnate nella gestione amministrativa dei piccoli borghi della Valle Veddasca: Zanini, Monaco, Sartorio, Nosetti, Cristoforetti, ancora Piccardi, ecc. Su Michele Boscetti, in particolare, si può riferire della sicura discendenza dall’omonimo architetto o capomastro, nativo di Campagnano, che innalzò la facciata di S. Materno a Maccagno Sup. nel 1769. 41 Nel Manuale per il 1862 è indicato Dellea Vittore. 42 Scritto così sia nel 1861 che nel 1862, più probabilmente è da leggersi in Margaritella. 43 Nel Manuale per il 1862 si trovano Calisto Giovanni e De Giovanni Giu. Anche per Lozzo, Graglio e Garabiolo i cognomi dei primi amministratori pubblici denunciano la preponderanza, nella vita politica e sociale dei borghi, di famiglie di “maestri da muro” emigranti. Tra questi anche Giuseppe Margaritella, di ramo assai prossimo a quel Giuseppe, figlio di Antonio, (Garabiolo, 1848 - Luino, 1935) che si distinse come progettista a Luino, dove fu anche podestà, a cavallo tra i due secoli (cfr. la scheda biografica di F. CRIMI, Giuseppe e Giovanni Margaritella, in www.verbanensia.org). Proveniva, invece, da facoltosa famiglia di possidenti il dott. Marco Fiora, primo sindaco di Maccagno. 44 Materno BAROGGI, “cavaliere dell’ordine della corona d’italia / sindaco benemerito del comune / integerrimo funzionario / probo ed onesto commerciante”, recita l’epigrafe nel cimitero di Maccagno, morì il 24 gennaio 1885 a 73 anni; cfr. la scheda biografica in www.verbanensia.org. 45 Nel Manuale per il 1862 trovo Baroggi Materno; lo stesso (un caso di omonomia? O un errore tipografico?) è anche sindaco di Maccagno Superiore. 46 Nel Manuale per il 1862 troviamo Tognini Domenico e Brogiotti Andrea. 47 Nel Manuale per il 1862 trovo Sala Carlo. Emigranti, o stretti congiunti, anche i sindaci e primi assessori di Musignano, Pino e Tronzano, provenienti dalle famiglie Tadeoni e Compà, dinastie di “mastri da muro” per le quali, oltre alle fonti citate, si rimanda in special modo a: P. FRIGERIO, B. GALLI, A. TRAPLETTI, Magistri di lago e di monte nelle terre degli Spinola-Doria in Il Rondò, 19-2007, pp. 171-194. Domenico Compà, (Tronzano, 1790 - 1861), «primo sindaco di questo comune italiano», recita la lapide nel cimitero di Tronzano; non va confuso con l’omonimo fondatore del locale asilo, morto a Parigi, dove possedeva una consistente ditta di decorazioni, nel 1892. 48 Nel Manuale per il 1862 trovo Compà Francesco. 49 Nel Manuale per il 1862 scritto come Fioroli Antonio. 50 Nel Manuale per il 1862 trovo indicati Formentini Marco e Moroni Bartolomeo. 51 Per una cronistoria del comune si veda G. BUZZI, Brissago Valtravaglia storia, personaggi, curiosità, 2006. 52 Nel Manuale per il 1862 sono indicati Giorgetti Luigi e Menotti Agostino. 53 Assessori e segretario non sono indicati nel Manuale per il 1861 e nemmeno nel Manuale per il 1862.

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Terra e gente 54 Su Giovanni Bricchi (Germiganga, ante 1840 -1885) cfr. l’inedita nota del 1865 stesa da Giuseppe Ferrari, reperita e pubblicata da C.A. PISONI, Bricchi Giovanni. Uomo politico, amministratore germignaghese, benefattore, in verbanensia.org. 55 L’impresario Gaspare De Nicola (Grantola, 1815 - 1883) “assunse molte opere colossali pubbliche / in Italia e all’estero”, come recita l’iscrizione commemorativa nella bella cappella di famiglia a Grantola; particolarmente attivo nel rampo ferroviario, incrociò i destini della famiglia torinese Marsaglia, anche per via di un matrimonio della figlia. Ebbe sontuosa villa a Luino, in collina, che fu, poi, dei Castiglioni (oggi scomparsa). 56 Denominazione mantenuta fino al 1889, poi assume quella attuale di Luino. Giovanni Pellegrini (Luino? 1829 - ivi 1902), di famiglia originaria di Castelrotto, nel Malcantone (a Croglio una bella casa settecentesca ne porta ancora il nome), resse le giunte, d’ispirazione liberale e cattolica, sino al 1887 e si fece carico di indirizzare la spinta economia e sociale del borgo, in quei decenni interessato da una cospicua crescita industriale e turistica (ferrovia, stazioni, ecc.), in un piano di ammodernamento che ancora configura il centro abitato di Luino. Per un quadro politico e amministrativo, con attenzione anche alle figure degli assessori Strigelli, d’antichissima casata locale, e Boscetti: P. FRIGERIO, 18851985. Luino, un secolo, Germignaga 1985; ID., La Luvineide. Luino e la Belle époque, in Il Rondò, 17-2005, pp. 57-80, per una puntualizzazione delle medesime tematiche nei decenni seguenti il 1887. 57 Probabilmente da leggersi come Boschetti. 58 Nel Manuale per il 1862 troviamo Motti Costantino e Picciocchi Giuseppe. 59 Per Montegrino si rimanda alla bibliografia cit. in merito al comune di Bosco. 60 Nel Manuale per il 1862 trovo Boldrini Francesco e Bini Giovanni 61 Giuseppe Lucchini (Milano? 1828 - ivi 1898) resse l’importante vetreria di Porto Valtravaglia, ereditandola dalla madre, Paolina Minetti, sposa di Francesco; senza discendenti maschi, lasciò la fortunata impresa al nipote, Angelo, figura cardine nella vita industriale, politica e sociale dell’intero alto Verbano. Per le vetrerie di Porto Valtravaglia e i dati su Giuseppe: B. CAMPAGNANI, Duecento anni di vetreria a Porto Valtravaglia, in Loci Travaliae, IV-1995, pp. 43-121; per Angelo: F. COLOMBO, Angelo Lucchini e Scipione Ronchetti: imprenditoria e politica tra ’800 e’900, in Loci Travaliae, XV-2006, pp. 127-150. 62 Nel Manuale per il 1862 si trovano Porta Costantino e Scaccabarozzi Stefano. 63 Nel Manuale per il 1862 si trova Monaco Pietro. 64 Per una cronistoria del comune si veda G. BUZZI, Brissago Valtravaglia storia, personaggi, curiosità, 2006. 65 Nel Manuale per il 1862 rettificato in Andreani. 66 Giacomo Tramontani (Ronchiano, 1806 - Saltirana, 1881) fu personalità centrale nello sviluppo dei luoghi. Per una biografia, cfr. la scheda di F. CRIMI, Giacomo Tramontani, in www.verbanensia.org. 67 Nel Manuale per il 1862 2 si trovano Bergonzoli Gaspare e Bini Antonio.

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Terra e gente Tabella B ABITANTI dal Censimento del 1861 - Circondario di VARESE Mandamento III di Cuvio Comune

Abitanti

Comune

Abitanti

Arcumeggia 275 Cuvio 1048 Azzio 437 Duno 280 Brenta 792 Ferrera 436 Brinzio 565 Gemonio 1.056 Cabiaglio 533 Masciago 257 Casalzuigno 868 Orino 507 Cassano 459 Rancio 700 Cavona 472 Vararo 252 Cittiglio 1.112 Vergobbio 508 Cuveglio 601 Altri comuni del Mandamento II di Cuvio che non fanno parte della attuale CMVV: Caravate (abitanti 1.273) e Bedero (535) Mandamento VII di Gavirate Comune

Abitanti

Comune

Abitanti

Cerro 321 Mombello 1.268 Cocquio 1.872 Trevisago 367 Gavirate 1.829 Voltorre 439 Laveno 1.547 Altri comuni del Mandamento VII di Gavirate che non fanno parte della attuale CMVV: Arolo (298) abitanti al censimento del 1861), Bardello (697), Besozzo (1.877), Biandronno (1.043), Bogno (476), Bosco (233), Brebbia (1.227), Bregano (324), Cardana (536), Cazzago (712), Cellina (324), Comerio (699), Leggiuno (726), Malgesso (450), Monate (332), Monvalle (760), Olginasio (366), Sangiano (478) e Travedona (1.054).

Mandamento I di Varese Comune

Abitanti

Oltrona 516 Altri comuni del Mandamento I di Varese che non fanno parte della attuale CMVV: tutti gli altri di questo mandamento e cioè: Azzate (1.424 abitanti al censimento del 1861), Barasso (693), Bizzozero (850), Bobbiate (386), Bodio (676), Brunello (386), Buguggiate (446), Capolago (378), Casciago (712), Crosio (250), Daverio (926), Galliate (428), Gazzada (678), Gurone (564), Lissago (362), Lomnago (224), Luvinate (604), Malnate (2.495), Masnago (927), Morosolo (927), S. Ambrogio (640), S. Maria del Monte (340), Schianno (612) e Velate (1.357).

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Terra e gente Mandamento IV di Maccagno Comune

Abitanti

Comune

Abitanti

Agra 752 Lozzo 315 Armio 464 Maccagno Inf. 349 Biegno 491 Maccagno Sup. 446 Campagnano 288 Monteviasco 400 Cossano 289 Musignano 221 Curiglia 520 Pino 329 Dumenza 663 Runo 380 Garabiolo 223 Tronzano 519 Graglio 681 Tutti i comuni del Mandamento IV di Maccagno fanno parte della attuale CMVV.

Mandamento V di Luino (Luvino) Comune

Abitanti

Comune

Abitanti

Brezzo di Bedero 792 Montegrino 1.015 Bosco 453 Muceno 343 Brissago 441 Musadino 523 Castello 855 Porto 668 Germignaga 1.003 Roggiano 294 Grantola 456 Voldomino 798 Luvino (Luino) 2.404 Veccana 890 Mesenzana 610 Altri comuni del Mandamento V di Luino che non fanno parte della attuale CMVV: Arbizzo (abitanti 276), Cremenaga (176), Cugliate (750), Cunardo (1.145), Fabiasco (165), Marchirolo (827), Viconago (1.204).

Nota: Dati del censimento 1861 tratti da sito internet della Regione Lombardia

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Francesca Boldrini

Amor di Dio e amor di patria: timori e ardori del clero dell’Alto Varesotto nelle lotte risorgimentali

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l suono delle campane, che si espandeva, nelle giornate di lotta risorgimentale, dai campanili delle chiese verso la campagna circostante e penetrava ossessivamente nelle case dei paesi che sorgevano qua e là lungo le nostre valli, trasmetteva messaggi con le tonalità imposte dalle circostanze. «[…] I sacri bronzi dovettero fare contro gli Austriaci le veci de’ bronzi micidiali, che mancavano ai nostri, e che essi manovravano inutilmente»(1), scriveva don Giuseppe Della Valle nelle sue memorie rievocanti i fatti accaduti a Varese nel maggio del 1859. Il sacerdote varesino spiegava che suonare «a stormo» le campane – atto assolutamente vietato dalle leggi austriache in situazioni di guerra – era «un mezzo efficacissimo per ingenerare il timore, suscitare la confusione, paralizzare il coraggio del nemico»(2) e, nel contempo, far movimentare i cittadini: «[…] Gli uomini corrono alle armi, a sussidiare le ambulanze, a raccogliere i caduti, a sottrarre i morti – donne spingono ed incoraggiano all’impresa, apprestano soccorsi […] – ragazzi […] contribuiscono in mille maniere alle instanti imperiose necessità del momento»(3). All’ingresso in città o in paese delle truppe garibaldine e in caso di loro vittoria in scontri con l’esercito nemico, le campane inondavano l’aria di note festose. Erano i parroci ad assumersi la responsabilità di siffatto concerto, quasi sempre di spontanea volontà, qualche volta su sollecitazione dei funzionari municipali come accadde il 26 maggio 1859 a Varese quando il segretario municipale Ezechiele Zanzi emise un decreto che così recitava: «Ai RR. Parroci delle Castellanze | Le campane suonino a stormo. I Parroci sono responsabili dell’esecuzione del presente decreto»(4).

(1) G. DELLA VALLE, Varese Garibaldi ed Urban nel 1859 durante la guerra per l’indipendenza italiana. Notizie storiche raccolte compilate su documenti dal Sacerdote Giuseppe Della Valle, Tipografia di G. Carughi e C, Varese 1863, p. 58n. (2) Ibidem, p. 58n. (3) Ibidem, pp. 58-59. (4) Ibidem, p. 60.

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Terra e gente Era allora convinzione che i parroci potessero avere un ruolo di un certo peso nell’impegno politico di liberare l’Italia dal dominatore straniero perché la loro parola, i loro sermoni, la loro predicazione arrivavano anche al cittadino più semplice il quale, per il semplice fatto di riconoscere nel pastore una persona colta ed istruita di cui potersi fidare, era disposto ad accogliere suggerimenti e a far proprie le istanze del sacerdote. Nelle omelie i sacerdoti acculturati e innovatori concentravano le loro argomentazioni sui concetti di libertà, uguaglianza e fraternità sottolineando che ciò era voluto «da Dio per rendere felici le nazioni»(5) e inoltre sostenevano con vigore che se «il popolo italiano professa la stessa religione, se esibisce unità linguistica, se vive in un unico ambito geografico, ha pure il diritto di essere uno politicamente»(6). Arringare le popolazioni per scuotere le coscienze era la richiesta palese o velata che i preti – fossero essi parroci o cappellani militari o appartenenti ai vari ordini ecclesiastici – sentivano venir loro rivolta dai liberali e dai rivoluzionari. Anche Giuseppe Garibaldi credeva e confidava in questa sollecitazione popolare condotta dal clero anche se esprimeva giudizi di tutt’altro genere nei confronti dei preti. Nelle sue Memorie li descriveva come «maestri di menzogne»(7), «razza di vampiri che stanno in Italia a fare i mezzadri allo straniero»(8), «fautori ed amministratori di torture»(9). Nonostante questo tra i suoi uomini si erano arruolati sia frati sia preti di cui egli si serviva per far propaganda nei luoghi in cui si trovava a passare o dove aveva programmato di attaccare il nemico. Tant’è vero che padre Alessandro Gavazzi(10), entrato a far par-

(5) S. SPARTÀ, Anche i preti hanno fatto l’unità d’Italia 1794-1870, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2010, p. 83. (6) S. SPARTÀ, Anche i preti hanno fatto l’unità d’Italia 1794-1870, cit., p. 83. (7) G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche, G. Barbera Editore, Firenze 1888, p. 301. (8) Ibidem, p. 204. (9) Ibidem, p. 32. (10) Padre Alessandro Gavazzi nacque a Bologna il 22 marzo 1809 da Vincenzo e da Maria Patuzzi. Secondo di venti figli, entrò nel 1825 nella Congregazione dei Barnabiti frequentando in Bologna il Collegio di S. Lucia. La sua grande propensione per gli studi letterari e retorici lo portò a divenire a soli vent’anni professore di retorica a Napoli. Fu ordinato sacerdote ad Arpino il 28 maggio 1832. Grande predicatore dalle idee liberali, percorse tutta l’Italia propagandando idee patriottiche, criticando i comportamenti della Chiesa ed entrando spesso in contrasto con i Gesuiti. Fu accanto a Garibaldi nella difesa di Roma nel 1849, nella seconda guerra di indipendenza del 1859, nell’impresa dei Mille del 1860, nella terza guerra di indipendenza del 1866 e nel tentativo di liberare Roma nel 1867. In netto contrasto con il papato lasciò, nel 1850, il cattolicesimo e l’anno successivo andò esule a Londra ove rimase fino al 1859. Morì a Roma il 9 gennaio 1889. In sua memoria nel 1892 un comitato di cittadini fece realizzare dallo scultore Raffaele Cotogni un suo busto che venne collocato sulla Passeggiata del Gianicolo a Roma. Cfr. The life of Father Gavazzi [G.M. Campanella Transl.], Arthur Hall Virtue & Co, London 1851; S. SPARTÀ, Anche i preti hanno fatto l’unità d’Italia 1794-1870, cit., pp. 80, 83, 117, 120-124.

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Terra e gente te, come volontario, dei Cacciatori delle Alpi con l’incarico di ufficiale delle ambulanze, veniva mandato, sia solo sia con altri volontari ad avvisare le popolazioni dell’arrivo dei garibaldini: «[…] in località prossime ad esser raggiunte da reparti operanti, egli arringava le popolazioni, inducendole al soccorso di uomini sprovveduti di tutto. Così fece a Sesto Calende, a Varese, a Laveno»(11). Garibaldi ricevette molti aiuti dai preti e a volte deve loro l’aver scampato dei pericoli. Dopo la ritirata da Roma e dopo aver superato la frontiera tra Romagna e Toscana, soccorso e aiutato da don Giovanni Verità(12), verso la fine Padre Alessandro Gavazzi di agosto del 1849, riuscì a passare in Liguria, territorio del governo sardo: «Un Anastasio tra gli altri ci accolse e ci custodì in una sua casa dei monti. Poi un prete! Vero angelo custode del proscritto, ci cercò, ci trovò e ci condusse in casa sua a Modigliana. Rammenterò qui ciò ch’io dissi già molte volte, odiare il falso perverso carattere del prete; ma tolto l’individuo alla sua qualità d’impostore, e tornando all’uomo, io lo consideravo come qualunque altro. Il padre Giovanni Verità di Modigliana era il vero sacerdote del Cristo, e qui per Cristo m’intendo l’uomo virtuoso e il legislatore, non quel Cristo fatto Dio dai preti e che se ne servono per coprire l’oscenità e la fallacia della loro esistenza. Il padre Giovanni Verità, dacché un perseguitato dai preti per amore d’Italia si avvicinava a dette contrade, era fatto suo il proteggerlo, il nu-

(11) L. SANTINI, Alessandro Gavazzi (Aspetti del problema religioso del Risorgimento), Società Tipografica Editrice Modenese, Modena 1955, p. 135. (12) Don Giovanni Lorenzo Gaspare Verità nacque a Modigliana – allora in provincia di Firenze oggi di Forlì – il 17 febbraio 1807 ed ivi morì il 26 novembre 1885. Fu ordinato sacerdote nel 1829 e nel 1830 si iscrisse alla Giovane Italia. Da ardente patriota partecipò ai moti risorgimentali della Romagna. Fu a capo di un’organizzazione denominata “Trafila” che si occupava della fuga dallo Stato Pontificio dei perseguitati politici e della propaganda rivoluzionaria. Nel 1859 ebbe la nomina di cappellano maggiore dell’Italia Centrale, che conservò fino al settembre del 1870 quando lasciò gli incarichi militari. La sua casa natale venne, nel 1932, trasformata in museo per raccogliere e conservare i suoi documenti e i suoi cimeli. Cfr. G. CASTELLANI, Eroi garibaldini, Parte prima. Da Rio Grande a Palermo (1837-1860), Nicola Zanichelli, Bologna 1911, p. 120; S. SPARTÀ, Anche i preti hanno fatto l’unità d’Italia 1794-1870, cit., pp. 109113, 182, 225.

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Terra e gente

Don Giovanni Verità

(Cartolina del Comitato “Trafila garibaldina” delle Romagne, Ravenna)

trirlo e farlo condurre o condurlo lui stesso, al sicuro dalle persecuzioni»(13). Numerosi sacerdoti, di cui si è trovata traccia nella copiosa editoria risorgimentale, erano animati dagli stessi slanci ideali di tanti patrioti e come gli stessi erano disposti a sacrificarsi per la patria fino al dono della propria vita. Spirito rivoluzionario, amore di patria, spesso sostenuti da una radicata dote culturale, ben si coniugavano con l’impegno pastorale che in un certo senso garantiva loro una discreta libertà d’azione. Non bisogna diconoscere che, d’altro canto, le invettive delle Curie, conservatrici e intransigenti, contro le insorgenti aspirazioni liberali intimorivano parte del clero tanto da indurla a comportamenti non sempre coerenti e ortodossi. E comunque occorre prendere atto anche dell’esistenza di sacerdoti pienamente in sintonia con i regimi dominanti.

(13) G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche, cit., pp. 255-256.

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Terra e gente «[…] Fortunatamente però che hannosi a contare delle eccezioni, e non sono poche, mentre esiste tuttavia fra il Clero una porzione, che guidata da costante amor di Patria, e convinta che questo non può e non deve assolutamente essere contraddetto e condannato dalla Religione del Vangelo e dalla Missione sacerdotale che dal Vangelo ne venne per il bene dell’Umanità, animosa sostiene e propugna coll’Italia la causa d’Italia, e quella de’ Popoli oppressi»(14). Queste le ragioni secondo don Giuseppe Della Valle(15), Maestro di Cappella nella basilica di S. Vittore di Varese, che motivava anche il perché di siffatta partecipazione: «[…] in allora il Clero non era trattenuto da interessate mire di partito, non era paralizzato dalle mene tenebrose della reazione e dalle minaccie delle Curie; perché in allora il Clero, specialmente Lombardo, educato alla scuola di principj morali e filosofici santamente liberali, onorava insieme ed amava la Religione e la Patria e col pretesto di quella non aveva ancora appreso a rinnegar questa. È necessità ben dura e penosa il dover confessare simile verità!...»(16). I moti del 1848, che coinvolsero in primo luogo la Lombardia, videro, an-

(14) G. DELLA VALLE, Varese Garibaldi ed Urban nel 1859, cit., pp. 171-172. (15) A Varese il 15 febbraio 1823 nacque da Pietro e da Emilia Zanzi, sposata in seconde nozze, Giuseppe Della Valle. Da ragazzino palesò passione per la musica certamente trasmessagli dal padre Pietro, organista, clavicembalista e Maestro di Cappella dal 1806 nella Basilica di S. Vittore in Varese. Consacrato sacerdote nel 1844, fu nominato organista a Desio. Nel 1847 si trasferì al Sacro Monte di Varese dove rimase fino al 1851 quando tornò a Varese per collaborare coll’anziano padre cui successe nell’incarico il 28 aprile 1858, data della sua nomina a Maestro di cappella nella citata basilica. Il 26 maggio 1859 fu lui a chiamare a raccolta i varesini per dare manforte ai garibaldini nell’attacco alle forze austriache, suonando le campane a distesa. Di spiccata personalità e di spirito battagliero si adoperò perché fossero apportate migliorie nella basilica sia agli strumenti sia agli arredi e fossero codificate le regole per l’utilizzo degli stessi. Non meno importante fu il suo impegno come collaudatore di organi e come certifica Mario Manzin: «Sono molti gli archivi delle Fabbricerie del Varesotto e del Milanese che conservano suoi certificati di collaudo d’organi nuovi o rifatti. Contengono osservazioni sempre precise, attente, puntigliose che spesso vanno in profondità offrendo suggerimenti apprezzabili ed estremamente circostanziati». Non mancò nel frattempo di dedicarsi alla composizione di musica sacra e al giornalismo. Fece parte della redazione del periodico «La Libertà» nato nel 1863 e nell’ottobre del 1866 diede vita ad un nuovo giornale «La Cronaca Varesina» che fu attivo fino al 1873. Ricoprì anche il ruolo di cappellano nella carceri cittadine e diresse le scuole serali istituite dalla Società di Mutuo Soccorso nel 1864. Nel suo impegno l’obiettivo primario fu di sostenere l’educazione degli strati sociali disagiati attivando tutte le strategie più funzionali allo scopo. Per questo motivo rese operativa una Biblioteca ambulante per i bambini delle castellanze varesine e delle scuole rurali. Morì a Varese il 10 dicembre 1877. Cfr. G. DELLA VALLE, in «Cronaca Varesina», 16 dicembre 1877; M. LODI, L. NEGRI, Giuseppe Della Valle, in C’erano una volta. Novantuno protagonisti della storia di Varese, Varese 1989, pp. 85-86; M. MANZIN, La tradizione organaria varesina nel contesto lombardo, Marco Cattaneo Editore, 2005, pp. 146, 153, 192, 193. (16) G. DELLA VALLE, Varese Garibaldi ed Urban nel 1859, cit., pp. 169-170.

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Terra e gente che nel Varesotto, emergere figure di preti-patrioti o balzare alle cronache nomi di sacerdoti di opposti intendimenti. Sulle barricate milanesi, nei giorni che vanno dal 18 al 22 marzo 1848, dove accorsero accanto ai milanesi tanti sacerdoti della città e delle province lombarde, c’erano anche don Ottavio Pellegatta(17) parroco di Gavirate dal 1869, allora seminarista presso il Seminario di Porta Orientale e il diacono Antonio Stoppani, poi geologo e paleontologo di grande fama(18): «[…] i seminaristi, al comando di mons. Gaetano Annoni[…] innalzavano una serie di fitti ripari e trasformavano in breve tempo il seminario in un quartiere generale con rifugio e ristoro per i combattenti, che giorno e notte vi sostavano»(19). Anche a Luino, dove giunse la notizia della rivolta milanese la sera del 19 marzo, si organizzò in tutta fretta un Comitato insurrezionale del Verbano Superiore con a capo Achille Longhi, di cui facevano parte Cattaneo, Lavizzari, Gennari e Porzi con l’intento di liberare Luino e Germignaga dagli Austriaci e portare aiuti a Milano in rivolta(20). Con il Comitato collaborò attivamente don Giuliano Moro(21)

(17) Don Ottavio Pellegatta, nato a Pusiano (Como) il 15 agosto 1824 da Francesco e Carolina Manzoni, benestanti di idee liberali: «Di famiglia patriota, egli ebbe un fratello nel regio esercito quale colonnello del Genio». Dall’arcivescovo di Milano, Luigi Nazari di Calabiana, nel 1868 fu nominato preposto di Gavirate ove si insediò il 22 giugno 1868. Come coadiutore ebbe il nipote don Filippo Pellegatta. Il suo mandato, condotto con intelligenza ed energia, fu caratterizzato da profonde innovazioni riguardanti sia il patrimonio immobiliare (ampliamento della chiesa parrocchiale nel 1874, sostituzione dell’organo) sia la vita spirituale e sociale dei fedeli. Nei primi anni del Novecento fu insignito della «Croce di Cavaliere della Corona d’Italia, di motu proprio di S. M. il Re». Concluse la sua vita terrena a Gavirate il 10 marzo 1906. Cfr. La morte di un sacerdote patriota, in «La Prealpina Illustrata», a. IV, n. 32, 31 marzo 1906; La morte di un benemerito sacerdote, in «Cronaca Prealpina», 11 marzo 1906; I solenni funerali del Preposto di Gavirate, in «Cronaca Prealpina», 14 marzo 1906; P. CROSTA, Gavirate incontri di civiltà, Nicolini Editore, Gavirate (Va) 1984, p. 98; Cenni di storia della Chiesa di Gavirate, a cura della parrocchia di Gavirate, 1973, pp. 6-7, 19-20; AA.VV., Gavirate Luoghi e genti di una storia in riva al lago, Nicolini Editore, Gavirate (Va) 2004, pp.181-182; Archivio parrocchiale di Gavirate, Cronaca Parrocchiale della Prepositurale di Gavirate e Libro dei morti anno 1906. Per la cortese collaborazione si ringrazia il parroco di Gavirate don Piero Visconti. (18) P. GHEDDO, Carlo Salerio. Missionario in Oceania. Fondatore delle Suore della Riparazione 1827-1870, prefazione di don Ennio Apeciti, Editrice Missionaria Italiana, p. 29. (19) S. SPARTÀ, Anche i preti hanno fatto l’unità d’Italia 1794-1870, cit., p. 163. (20) Cfr. Relazione del Signor Achille Longhi: «Memorie inerenti alla rivoluzione 1848, Luvino 19-23 Marzo», in L. GIAMPAOLO, M. BERTOLONE, La prima campagna di Garibaldi in Italia (Da Luino a Morazzone) e gli avvenimenti militari e politici nel Varesotto 1848-1849, Musei Civici di Varese Editori, Varese 1950, pp. 291-297. (21) Don Giuliano Moro nacque a Germignaga il 22 gennaio 1820 da Giuseppe e da Maria Luisa Calderoni, famiglia benestante e di idee liberali. Il padre, di professione notaio, ricopriva la carica di conservatore dell’archivio e di presidente della camera notarile di Como. Entrò giovinetto nel Pontificio Collegio Gallio di Como. Ordinato sacerdote fu assegnato nel 1844 alla parrocchia di Germignaga come coadiutore. Uomo di grande cultura coltivò interesse per la letteratura e per le scienze in particolar modo quelle agrarie di cui pubblicò alcuni studi,

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Terra e gente in quel momento in servizio presso la parrocchia di Germignaga come coadiutore supplente della cappellania(22) Testorio. L’apertura liberale di don Giuliano e la sua passione patriottica lo accreditarono presso i politici locali che accolsero con favore la sua partecipazione alle azioni rivoluzionarie(23). Un duro scontro tra i circa ottocento uomini di Garibaldi e gli Austriaci si esplicò, con alterne vicende, a Luino nel corso della giornata del 15 agosto 1848 dapprima in prossimità dell’Albergo della Beccaccia per poi espandersi fino a Germignaga dove attiva fu la partecipazione di don Giuliano che si adoperò «con zelo ed abnegazione nel soccorrere i feriti»(24). I liberali luinesi ebbero in quell’occasione la possibilità di dare il loro contributo alla causa italiana intervenendo in aiuto del Generale. Poiché Luino doveva costituire per le truppe garibaldine il punto di parten-

come ben evidenziato nel necrologio apparso su «La Nuova Tresa» il 18 febbraio 1894. Partecipò alla Esposizione Agricola-Industriale-Artistica del Lago Maggiore tenutasi a Pallanza nel 1870 nella sezione cultura. Nell’agosto del 1881 pubblicò presso l’editore Antonio Bolognini Pusterla una raccolta di novelle intitolata Dieci novelle del teologo Giuliano Moro pei giovinetti e nel 1888 scrisse e musicò canti per la processione del Venerdì Santo che si teneva nella parrocchia di Germignaga. I canti Son finite le barbarie offese e Col volto dimesso, col duolo nell’alma vennero stampati dalla Cartoleria e Libreria di Ronchi Francesco. Dal 1869 fu titolare del beneficio teologale a Brezzo di Bedero. Per parecchi anni ebbe l’incarico di delegato scolastico del Mandamento di Luino. Si deve al suo intervento e al suo sostegno la fondazione dell’Asilo Infantile di Bedero: il suo nome risulta infatti inciso nella lapide posta in memoria dei benefattori su una parete dell’edificio. E proprio a Bedero morì l’8 febbraio 1894. È sepolto a Germignaga nella tomba di famiglia posta sul lato destro della cappella d’ingresso al cimitero. Sotto la scritta che campeggia nella parte alta del momumento DOVE SEI NATO IL SAI | MA NON OVE MORRAI, su lastra marmorea bianca è inciso il ricordo di don Moro SACERDOTE DON GIULIANO | COADIUTORE A GERMIGNAGA | PER 25 ANNI E PER ALTRI 25 | TEOLOGO DELLA COLLEGIATA | DI BREZZO DI BEDERO | OVE MORÌ L’8 FEBBRAIO 1894. Cfr. Bibliografia, in «Il Corriere del Verbano», 3 agosto 1881; G. MORO, Una gita in Val Veddasca, in «il Rondò. Almanacco di Luino e dintorni per il 1992» n. 4, Francesco Nastro Editore, Luino 1991, pp. 79-89; C.A. PISONI, Son finite le barbare offese…, in «il Rondò. Almanacco di Luino e dintorni per il 1995» n. 7, Francesco Nastro Editore, Luino 1994, pp. 1454154; P. FRIGERIO, Storia di Luino e delle sue valli, Macchione Editore, Varese 1999, pp. 223, 232, 485, 494; www.verbanensia.org, Magazzeno Storico Verbanese, Sezioni Volumina, Opuscola & Bibliographica e Lapidario Verbanese. (22) La cappellania si costituiva in seguito a lascito o donazione alla parrocchia, da parte di un fedele, di un patrimonio le cui rendite venivano utilizzate per sostenere funzioni o atti religiosi. La cappellania Testorio fu attivata nel 1620. (23) Don Giuliano Moro ebbe legami di amicizia con Achille Longhi e con Giuseppe Ferrari del cui impegno parlamentare fu convinto sostenitore, come si evince dalla lettera di sostegno inviata il 12 giugno 1869 al deputato al Parlamento italiano Ferrari dai suoi elettori tra cui figurava anche don Moro. Cfr. AA.VV., Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano (Convegno Internazionale - Luino, 5-6 ottobre 1990), a cura di S. ROTA GHIBAUDI, R. GHIRINGHELLI, Cisalpino Istituto Editoriale Universitario, Milano 1992, pp. 304, 307, 317, 355a. (24) Necrologio, in «La Nuova Tresa»,18 febbraio 1894.

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Terra e gente za da cui espandere l’azione di lotta nel resto del Varesotto, conquistata la cittadina, Garibaldi raggiunse Varese dove fu ricevuto con «acclamazioni entusiastiche di quella buona gente»(25), alle ore 5 pomeridiane del 18 agosto 1848. Il giorno successivo, al fine di raccogliere fondi per dare proseguo al suo progetto, diede l’ordine di far pagare un contributo ai nobili di fede austriaca. Per raggiungere tale scopo ritenne opportuno farli arrestare, affidando l’incarico ad un individuo di ambiguo comportamento che fece trarre in arresto anche tante persone per nulla affrancate al nemico. La qual cosa addolorò la cittadinanza che inviò presso il Generale una delegazione composta dai più importanti rappresentanti della Municipalità. Tra questi vi era monsignor Benedetto Crespi(26), Proposto parroco di Varese, che ebbe Don Ottavio Pellegatta con Garibaldi un cordiale colloquio cui seguì la liberazione degli arrestati e la promessa di aiuti per sopperire alle necessità contingenti. Garibaldi si rivolse al sacerdote chiamandolo “Sig. Proposto” e questo significa che Garibaldi era a conoscenza della personalità di quel prete apprezzato ed ammirato dai varesini per la magnanimità del suo animo, per la generosità e per l’altruismo che lo portarono a morire in assoluta povertà dopo aver effettuato una cospicua donazione al Comune di Varese

(25) G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche, cit., p. 153. (26) Don Benedetto Crespi nacque a Milano il 10 luglio 1772 da Fedele e da Elena Magni. Discepolo di Giuseppe Parini compì gli studi presso le Scuole Braidensi. Nel 1792 entrò nell’ordine dei Domenicani nella sede di Roma dove fu consacrato sacerdote il 19 settembre 1795. Conseguì il dottorato in Filosofia e Teologia il 16 novembre 1801 presso il Collegio domenicano di S. Tommaso. Nel 1810 rientrò a Milano dove ebbe incarichi presso la chiesa di S. Maria delle Grazie e a S. Vittore ad corpus. Dal dicembre 1811 all’ottobre 1813 fu inviato come coadiutore del parroco a Civenna e, dal dicembre 1813 al marzo 1814, a Robecco sul Naviglio. Nel 1814 fu nominato Proposto Parroco a Varese dove rimase fino alla sua morte avvenuta il 12 agosto 1858. Cfr. L. BORRI, Lo spedale de’ poveri: Notizie e documenti, Arti Grafiche Varesine, Varese 1909, pp. 434-325; S. CONTINI, Monumento funebre in memoria di Benedetto Crespi, in Il lapidario di Palazzo Estense a Varese. Storie di uomini e di eroi, a cura di S. CONTINI, prefazione di G. Armocida e R. Ghiringhelli, Comune di Varese, Varese 2011, pp. 24-28.

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Monumento funebre della famiglia Moro con lapide di don Giuliano Moro

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Terra e gente perché si realizzasse una «Casa di ricovero» dove alloggiare i tanti bisognosi di quel tempo: «[…] e quei due uomini, quei due Grandi Uomini, che eransi tanto bene compresi l’un l’altro, stimati ed apprezzati a vicenda, abbracciaronsi e baciaronsi in fronte»(27). La vittoria luinese fu oscurata da «la capitolazione di Milano, la ritirata dell’esercito piemontese e l’abbandono del territorio lombardo per parte dei numerosi corpi di volontari di Durando, Griffini, ecc.»(28). Nel frattempo gli Austriaci andavano rioccupando in forze tutto il territorio varesino. Il pomeriggio del 26 agosto 1848 a Morazzone vi fu l’ultimo tentativo di liberarsi dagli Austriaci, che, accorsi in forze dopo la segnalazione di una spia(29) circa la presenza dei garibaldini, non esitarono a far uso dell’arma dell’incendio. Impossibilitati a sferrare un nuovo attacco i garibaldini incominciarono a ritirarsi. Dalle parole di Garibaldi si comprende come uscirono dall’accerchiamento predisposto dal nemico: «Guide non se ne poteva trovare e fummo obbligati di far marciare un curato che ci accompagnò colla maggior renitenza; ed era naturale: quella razza di vampiri stanno in Italia per far i mezzani allo straniero. Cotesto prete, consegnato a due de’ nostri che lo conducevano in mezzo, ci servì poco, e poté fuggire a poca distanza ad onta della possibile vigilanza»(30). Il curato in questione si chiamava don Bernardino Sala(31). Questo giudizio piuttosto severo appare strano allorché leggendo il memoriale di don Carlo Colli(32), parroco di Schianno, si scopre che Garibaldi consumò il pranzo proprio in casa del parroco Sala. A questo punto sorge naturale la domanda se l’invito fatto dal sacerdote a Garibaldi fosse stato spontaneo o indotto dalle circostanze. Don Sala, sempre secondo il ricordo di don Colli, fu poi lasciato libero a Casciago dove il gruppo dei fuggitivi trovò una guida che li condusse verso la Svizzera. Un partecipante allo scontro redasse il 1 settembre 1848 sul periodico ticinese «Il Repubblicano della Svizzera Italiana» un breve resoconto in cui denunciava l’ostracismo dei morazzonesi e a proposito del parroco così si

(27) G. DELLA VALLE, Varese Garibaldi ed Urban nel 1859, cit., pp. 177-179. (28) G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche, cit., p. 200. (29) D. DELLA GASPERINA, Garibaldi e i Morazzonesi: un rapporto piuttosto conflittuale, in «Il Morazzone», luglio 2011, pp. 22, 23. Si ringrazia lo storico Diego Della Gasperina per la preziosa collaborazione. (30) G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche, cit., p. 204. (31) Don Bernardino Sala nacque a Monza il nel 1795 da Giovanni Antonio e Marianna Valerio. Dal gennaio 1835 fu nominato parroco di Morazzone. Morì il 16 novembre 1848 e fu sepolto nel cimitero parrocchiale. In merito cfr. D. DELLA GASPERINA, Morazzone tra Ottocento e Novecento vita religiosa e vicende civili, presentazione di Mons. Antonio Rimoldi, collaborazione di Giuseppe Albinati, Parrocchia di Morazzone, Morazzone 2005. (32) Il manoscritto di don Colli fu affidato alla custodia del Museo Patrio di Varese nel 1859: consta di sei fogli protocollo con note biografiche di Luigi Borri.

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Gerolamo Daverio Luzzi, Don Benedetto Crespi, olio su tela Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi, Varese

espresse: «[…] e perché il parroco si risolvesse ad aprire il campanile per suonare a stormo, si dovette minacciarlo con le armi»(33). Don Bernardino visse la vicenda con grande terrore e con tale angoscia da compromettere il suo stato di salute. Con il corpo debilitato non riuscì a reagire all’attacco di vaiolo che lo portò a morte tre mesi dopo. Territorialmente del 1859 va ricordata la data del 26 maggio, giorno della battaglia di Varese. Si deve proprio ad un sacerdote, don Giuseppe Della Valle, il già citato prete patriota, la cronaca di quelle giornate, scritta con il beneficio della testimonianza personale e diretta e tradotta con precisi riferimenti storici, politici e sociali, con equilibrata partecipazione emotiva e

(33) D. DELLA GASPERINA, Garibaldi e i Morazzonesi: un rapporto piuttosto conflittuale, in «Il Morazzone», luglio 2011, p. 23.

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Terra e gente con spiccata attenzione al particolare: «[…] cercai nei miei ricordi, interrogai le mie impressioni, studiai quelle de’ miei Concittadini, chiesi ed ottenni consigli, documenti, rivelazioni, e scrissi una Memoria Storica sulle vicende»(34). Il testo composto tra il 1859 e il 1861 e pubblicato per la prima volta nel 1863(35) in occasione del quarto anniversario della battaglia, fu dedicato a Giuseppe Garibaldi(36). Tutta la somma ricavata dalla vendita del libro venne devoluta dal Sacerdote alla sottoscrizione aperta dal settimanale «La Libertà»(37) per la realizzazione di un monumento in memoria dei patrioti morti durante lo scontro tra i Cacciatori delle Alpi e gli Austriaci, da erigersi a Biumo Inferiore, sul luogo dove si svolsero i fatti. Il prete patriota, sorretto da valori e da ideali risorgimentali, si prodigò in tutti i modi in quelle ore di lotte a fianco dei suoi concittadini, anche prestando di notte la sua opera presso l’ospedale cittadino: «[…] Nelle notti in cui io ebbi a vegliare nell’ospitale presso il letto dei feriti, fui testimonio di tali scene di eroismo, di grandezza d’animo, di amor patrio, da esserne meravigliato e commosso»(38). L’euforia per la vittoria fu di breve durata: Garibaldi dopo aver cacciato gli Austriaci da Como fece ritorno in terra varesina per garantirsi gli approdi del Lago Maggiore, tentando di occupare Laveno. Don Giuseppe Della Valle potè ripercorrere anche le fasi degli attacchi garibaldini ai forti di Laveno e la dura reazione austriaca, grazie alla testimonianza del coadiutore di Laveno don Antonio Riva(39) «[…] ottimo prete, sincero, schietto, liberale e

(34) G. DELLA VALLE, Varese Garibaldi ed Urban nel 1859, cit., p. 10-11. (35) Tutte le edizioni del libro Varese Garibaldi ed Urban nel 1859 durante la guerra per l’indipendenza italiana. Notizie storiche raccolte e compilate su documenti del Sacerdote Giuseppe Della Valle, furono stampate da tipografie varesine: la prima edizione dalla Tipografia di Giuseppe Carughi e C. nel 1863, la seconda da Maj e Malnati nel 1909, la terza dalla Tipografia “La Tecnografica” per conto dell’A.N.P.I. Varese nel 1959 con note e indici di Domenico Bulferetti, la quarta edizione da Arterigere nel 2011 con introduzione di Enzo Rosario Laforgia e biografia di Giuseppe Della Valle di Massimo Lodi e Luisa Negri. (36) Questo il testo della dedica: «A | GIUSEPPPE GARIBALDI | EROE CITTADINO | VINCITORE DI VARESE | QUESTO LAVORO | INSPIRATO DALLE SUE GESTA | DETTATO DALL’AMOR DI PATRIA | CONSACRATO ALLA CARA E SANTA MEMORIA | DE’ NOSTRI MARTIRI | L’AUTORE». (37) Il periodico settimanale «La Libertà» fu fondato nel maggio del 1863 da Giuseppe Bolchini che ne fu direttore fino al 1866, da Ugo Scuri e da Vittore Prestini. Tra i giornalisti figurava anche don Giuseppe Della Valle. (38) G. DELLA VALLE, Varese Garibaldi ed Urban nel 1859, cit., p.73. (39) Don Antonio Riva era in quel periodo coadiutore nella parrocchia di Laveno retta dal parroco Giovanni Martinoli che «[…] forse soverchiamente proprio da quei fatti terribili e dalla paura, effetto naturale della sua mitezza d’animo, sicchè da quell’anno 1859 cominciò a per-

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Giuseppe Garibaldi

(«L’Illustrazione Italiana», 5 giugno 1932)

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Terra e gente buon patriota. […] Testimonio oculare dei fatti che ivi successero, egli, da me richiesto, gentilmente me li comunicò, ed io gliene debbo i miei ringraziamenti»(40). Anche il parroco di Cerro, don Giuseppe Della Chiesa(41), come riportato da Leopoldo Giampaolo in un suo saggio, seguì i movimenti delle forze austriache e garibaldine operanti sia nella zona dei Forti sia nelle acque del Lago Maggiore «dal Ronchetto adiacente alla sua casa» e visse con i suoi parrocchiani le angosce di questa battaglia che riportò poi nella cronaca di quelle giornate raccolte nel testo Memorie. I suoi sentimenti patriottici erano noti a tutti anche perché non perdeva occasione per manife-

dere di salute». Alla morte di detto parroco, avvenuta il 29 gennaio 1864, don Riva divenne vicario e svolse le funzioni di parroco fino alla metà del 1865 quando fu nominato parroco di Laveno don Carlo Bazzi. Archivio parrocchiale di Laveno, cart. 1, fasc. 1, Liber Chronicus; Registro Atti di morte 1846-1870. (40) G. DELLA VALLE Varese Garibaldi ed Urban nel 1859, cit., p. 90. (41) Don Giuseppe Carlo Cesare Della Chiesa, di Giuseppe Federico, avvocato, e Carolina Piccinelli, nacque a Varese il 27 marzo 1813. Attese agli studi presso il Ginnasio Imperiale di Como e poi presso il Seminario Arcivescovile di Milano. Il 20 maggio 1826 entrò a far parte come chierico del Clero di Varese e il 18 febbraio 1837 fu assegnato come suddiacono alla chiesa di S. Maria Madre di Morazzone. Venne investito dal padre Giuseppe Federico e dallo zio Francesco, il 27 giugno 1836, del beneficio della Cappellania, di loro jus patronatus, istituita in Mercallo dal fu sacerdote don Gerolamo Zocchi. Fu ordinato sacerdote il 20 maggio 1837. Ricoprì, dal luglio 1837 al 1 luglio 1844, l’incarico di coadiutore presso la parrocchia di Laveno. Nel 1838, essendosi egli applicato in Seminario allo studio della Metodica, ebbe la possibilità di iniziare ad insegnare nella scuola minore maschile comunale di Laveno, impegno che continuò fino al 1841 quando ottenne, dopo aver brillantemente superato un apposito esame, la licenza di «maestro elementare in una pubblica Scuola minore e maggiore fino alla terza classe inclusivamente», come risulta dal documento rilasciato dal Regio Ispettorato Generale delle Scuole Elementari il 18 giugno 1841. Il 6 luglio 1844 fu trasferito alla parrocchia di Porto Valtravaglia in aiuto del parroco Giovanni Beretta momentaneamente assente per motivi di salute. Nel 1845 gli fu affidata la parrocchia di Cerro ed egli fu il primo parroco a risiedere stabilmente in paese. E proprio in paese istituì, circa dieci anni dopo, una scuola privata, organizzata come convitto, con corsi di scuola elementare e con corsi ginnasiali. Nel gennaio del 1853 conseguì l’abilitazione per «gli insegnamenti privati di Geometria, Algebra, Storia Naturale e Fisica popolare nel ginnasio inferiore», abilitazione confermata nel dicembre 1854 fino al 9 novembre 1860 dalla Regia Direzione del Ginnasio Liceale di Como. Nel 1856 fu autorizzato dal Ministero della Pubblica Istruzione «a insegnare privatamente nelle classi del ginnasio». La sua vena artistica si esplicò in più occasioni nella composizione di poesie come accadde anche nell’agosto del 1865 quando dedicò una sua composizione al novello parroco di Mombello, don Giovanni Gatti. E come spiegò in un suo scritto a stampa: «[…] quasi ogni anno pubblicai qualche cosa per le stampe. Sempre unicamente mirando al bene della patria». Fu onorato dell’amicizia di personalità quali l’abate Antonio Rosmini e lo scrittore Alessandro Manzoni con i quali amava intrattenersi nelle loro abitazioni di Stresa ed ebbe rapporti epistolari con l’educatrice varesina Felicita Morandi. Nel 1870 partecipò alla Esposizione Agricola-Industriale-Artistica del Lago Maggiore, nella sezione Alimenti, esponendo una pianta leguminosa di origine giapponese, di facile coltivazione, dai cui frutti si estraeva un olio utilizzabile sia come alimento, sia come combustibile, sia come com-

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Terra e gente starli come quando rimproverò aspramente le donne impegnate nei lavori di consolidamento dei forti di Laveno che stavano cantando, al loro rientro a casa, una canzone antipiemontese appresa dagli Austriaci(42). Nonostante tutto vi furono “male voci” che, col chiaro intento di sminuire la fama del suo impegno patriottico, lo accusarono di essere «un tedesco, un tedescone, un tedesco Contributo di don Giuseppe Della Chiesa a favore della causa garibaldina marcio»(43). Don Giuseppe reagì aspramente confutando le calunnie con una lunga lettera aperta nella quale ricostruì e motivò tutto il suo vissuto di uomo e di sacerdote: «[…] E anzitutto, chi ignora in queste parti, che Giuseppe Della Chiesa non ebbe bisogno di convertirsi

ponente di vernici. Don Giuseppe guidò spiritualmente la comunità di Cerro fino al giorno della sua morte, il 21 maggio 1883. «[…] Dotato di non comune coltura, di vivace ingegno, di eloquio facondo ed attraente – affezionatissimo alla città natale, di cui seguiva, si può dire, con ansia affettuosa, ogni evento, e devoto alla patria per cui aveva, anche nella tarda età, un culto giovanile – sollecito della popolare istruzione che sempre zelò infaticato e d’ogni pratico miglioramento a favore delle classi operaie e campagniuole» così lo ricordò nel necrologio del 27 maggio 1883 la redazione della «Cronaca Varesina», di cui fu «un cortese e sollecito corrispondente». Don Giuseppe ebbe più volte a ribadire il suo attaccamento a Varese nelle sue corrispondenze giornalistiche e nei suoi interventi in celebrazioni cittadine. In occasione della morte del Proposto Monsignor Benedetto Crespi compose un ricordo dal titolo Intorno agli onori funebri resi al Proposto. Questo suo intervento, col nuovo titolo Degli onori funebri resi al proposto parroco vicario foraneo D. Benedetto Crespi venne poi stampato, con altri contributi, presso la Tipografia di Andrea Ubicini nel 1858 nel volume Omaggio alla memoria del sacerdote nobile Benedetto Crespi dottore di Sacra Teologia proposto parroco vicario foraneo di Varese e già ispettore delle Scuole Elementari, da p. 5 a p. 15. Il manoscritto del testo è conservato, unitamente ad altri documenti relativi al sacerdote, nell’Archivio parrocchiale di Mombello, ex Parrocchia di Cerro, nella cartella Parroco Prof. Della Chiesa nativo Varese il 27/III/1813. (42) L. GIAMPAOLO, Vicende varesine dal marzo 1849 alla proclamazione del Regno d’Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel Varesotto, Tipografia “La Tecnografica”, Varese 1969, pp. 295, 318, 334, 336. (43) Cfr. Foglio a stampa datato «Cerro, Lago Maggiore, 16 aprile 1860», firmato «Giuseppe Della Chiesa» dal titolo «GIUSEPPE DELLA CHIESA | PARROCO DI CERRO, E MAESTRO ! La calunnia è un venticello!». Archivio Storico del Comune di Varese, cart. 42, fasc. 3. Dono Del-

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Terra e gente né al 9 giugno, né al dicembre del 59, italiano sempre di cuore, di detti, di fatti, come tutta la sua numerosa famiglia? (44) […]. Taccio la votazione unanime della mia popolazione per la fusione col regno Subalpino, fatta in casa mia: per cui ebbi comune cogli altri parroci di Lombardia e l’odio dei repubblicani, che soli per buona pezza si fecero sentire, e l’odio degli austriaci, che ci chiamavano spergiuri ed apostati, per cui le successive guarnigioni tedesche ebbero severa proibizione di confessarsi da me». Fallita l’impresa lavenese e braccato dal nemico che, nel frattempo, con cospicue unità si era riappropriato di Varese, GariLettera aperta di don Giuseppe Della Chiesa baldi convogliò i suoi uoai calunniatori mini verso la Valcuvia con l’intenzione di riportarsi a Varese attraverso la Valganna per attaccare di nuovo l’esercito del generale austriaco Urban. Il 1° giugno 1859 a Cuvio dopo un incontro di Garibaldi con i patrioti locali, si scatenò la caccia al prete, don Giacomo Cappia(45), segnalato come

la Chiesa | Stampato di Giuseppe Della Chiesa, sacerdote, parroco di Cerro: lettera aperta ai calunniatori, 16 aprile 1860. (44) Don Giuseppe Della Chiesa faceva parte dell’importante famiglia varesina dei Della Chiesa che annoverava famosi avvocati. Era fratello di Emanuele Della Chiesa che fu padre di Federico Della Chiesa, nota figura varesina di patriota, avvocato giornalista e politico che fu Sindaco di Varese dal 27 febbraio 1911 al 29 luglio 1914. Cfr. D. CASSINELLI, S. CONTINI, Ricordo marmoreo in memoria di Federico Della Chiesa, in Il lapidario di Palazzo Estense a Varese, cit., pp. 70-73. (45) Il fatto di nutrire sospetti di delazione nei confronti della persona di don Giacomo Cappia è probabilmente dovuto alla scarsa fiducia che i parrocchiani nutrivano nei suoi confronti visto il suo passato piuttosto burrascoso e i suoi discutibili comportamenti. Proprio a causa di ciò le

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Terra e gente sostenitore degli Austriaci e accusato di sospetta delazione. Arrestato a Cavona dove si era recato per celebrare la messa, fu consegnato ed aggregato al comando garibaldino in partenza per Varese: «[…] Era grande la mia voglia di attaccare Urban e liberare Varese; ma sapevo il generale austriaco voler vendicare sui poveri abitanti le sue sconfitte, e sapevo pure che era capace di farlo. Tutto ben pensato non attaccai, e decisi di ricondurre la brigata a Como»(46). Don Cappia rimase con i garibaldini finché costoro giunsero a Como dove fu liberato da Garibaldi che appurò l’infondatezza delle accuse a suo carico. Con marce successive Garibaldi si portò a Lecco e da lì a Bergamo, a Brescia, a Salò per poi dirigersi verso la Valtellina. Qui lo raggiunse don Giuseppe Bernasconi(47), vicario coadiutore di Lenno, intenzionato ad arruolarsi nei Cacciatori delle Alpi. Costui si occupò dell’assistenza ai feriti e della riorganizzazione degli interventi delle ambulanze e non mancò di partecipare alle azioni come combattente sapendo ben destreggiarsi con le armi dato il suo trascorso di provetto cacciatore. Partecipò anche ai combattimenti del 1866 in Valcamonica prima di riprendere la sua missione pastorale nella diocesi di Como e giungere nello stesso anno, come economo spirituale, a Brinzio. Poiché l’armistizio di Villafranca aveva lasciato in sospeso molti problemi della questione italiana e maturando in Garibaldi la consapevolezza di do-

Autorità Ecclesiastiche lo avevano destituito dall’incarico di insegnante della scuola elementare di Cuvio e, inviato, data la scarsità di personale ecclesiastico, presso la Parrocchia di Vararo come vice parroco. Fu poi ammesso al concorso per la carica di parroco, ma non venne approvato e da qui i suoi risentimenti nei confronti della società e del clero. Cfr. L.V. FERRARI MUSUMECI, Vararo. Ricordi di un vecchio paese, Ricerche archivistiche di Giuseppe Musumeci, Grafica Piemar, Varese 1991, pp. 150-151; G. RONCARI, Cuvio,la Valcuvia e i Valcuviani nella storia, Pro Loco di Cuvio, Cuvio 2003, p. 96. (46) G. GARIBALDI, Memorie autobiografiche, cit., pp. 300-301. (47) Don Giuseppe Bernasconi nacque a Brunate nel 1825. Ordinato sacerdote il 21 maggio 1848, fu inviato nel 1850, come vicario coadiutore, a Lenno. Partecipò come volontario alla campagna garibaldina del 1859, lasciando l’abito talare per la divisa dei volontari dei Cacciatori delle Alpi. Ritornato in sede, riprese servizio a Lenno per passare poi a Bellagio S. Giacomo. Dopo sei mesi si ritirò, per ragioni di salute, a San Donato in casa della sorella. Nel periodo che intercorse tra la campagna del 1859 e quella del 1866 don Giuseppe, oltre che prestare servizio a Civiglio, coltivò l’interesse per il tiro a segno partecipando a importanti gare a Como (28 maggio 1862), Torino, Milano e Firenze. Dopo la partecipazione alla III guerra di indipendenza ritornò a fare il prete in varie parrocchie della Diocesi di Como: nel 1866 economo spirituale a Brinzio, dal 1867 al 1874 parroco a Palanzo e dal 1874 fino alla morte, avvenuta nel 1922, a Civiglio. In questo Comune fondò l’Asilo Infantile di cui fu il «maggiore oblatore». Cfr. O. BRENTARI, Il secondo battaglione Bersaglieri volontari di Graibaldi nella campagna del 1866, Ditta Giacomo Agnelli, Milano 1908, pp. 357-358; S. SPARTÀ, Anche i preti hanno fatto l’unità d’Italia 1794-1870, cit., p. 97; P. BERRA, Nell’eremo i segreti del parroco garibaldino, in «La Provincia di Como», 3 marzo 2011; M. MASCETTI, Don Giuseppe patriota, in «Il Settimanale», Diocesi di Como, 12 marzo 2011, p. 20.

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Terra e gente ver riprendere le armi per portare a termine la liberazione dell’Italia dalle forze straniere rimanenti, costui, in un discorso tenuto a Ravenna il 20 settembre del 1859, lanciò l’appello per una sottoscrizione che permettesse l’acquisto di un milione di fucili, cui seguirono vari proclami(48). Raccolsero l’invito Giuseppe Finzi ed Enrico Besana che aprirono a Milano, il 5 gennaio 1860, detta sottoscrizione che, in breve, permise di raccogliere un’ingente somma con la quale furono acquistate munizioni, armi e due navi complete di equipaggiamento, inviati in Sicilia, a Garibaldi impegnato nell’isola con i suoi Mille. Don Giuseppe Della Chiesa parroco di Cerro versò il 31 ottobre 1859(49) alla Commisione della Città di Varese L. 5 italiane e il parroco di Gavirate, don Antonio Porta, con il suo coadiutore don Giuseppe Ambrogio, nel novembre 1859, contribuì con L. 53 alla raccolta fondi organizzata da un’apposita commissione gaviratese composta da Giuseppe Lanzavecchia, Giuseppe Sant’Ambrogio, Luigi Besozzi e Benedetto Baj(50).

(48) Garibaldi rivolse i suoi proclami il 24 dicembre 1859 agli studenti dell’Università di Pavia, dell’Italia Centrale e a tutti gli italiani. (49) Il suo fu il millecentocinquantaduesimo versamento. Archivio parrocchiale di Mombello, ex Parrocchia di Cerro, cartella Parroco Prof. Della Chiesa nativo Varese il 27/III/ 1813. (50) Don Antonio Porta, di Domenico e Domenica Boni, nacque a Porlezza nel 1805. Fu parroco a Gavirate dall’aprile 1842 al 2 marzo 1868, data della sua morte. Cfr. P. CROSTA, Gavirate incontri di civiltà, Nicolini Editore, Gavirate (Va) 1984, pp. 98, 102; Archivio parrocchiale di Gavirate, Libro dei morti anno 1868.

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Fabrizio Panzera

Emilio Morosini, Emilio e Enrico Dandolo, Luciano Manara dalle Cinque Giornate alla difesa della Repubblica Romana Emilio Morosini, i Dandolo e Luciano Manara nelle Cinque Giornate di Milano Tra le carte dell’archivio della famiglia Morosini - Negroni - Prati conservate all’Archivio di Stato del Canton Ticino è presente un nutrito gruppo di lettere scritte tra l’inizio del 1848 e il luglio del 1849 da Emilio Morosini e dai fratelli Emilio e Enrico Dandolo alla famiglia Morosini, e in particolare alla madre di Emilio, Emilia Morosini - Zeltner e alle sorelle di lui, Luigia, Annetta, Giuseppina, Carolina e Cristina. Tali lettere ci consentono di seguire quasi giorno per giorno le tragiche vicende che segnarono i mesi della prima guerra d’indipendenza italiana, nonché di avere impressioni e giudizi di prima mano su quegli avvenimenti. Non essendo qui possibile riportarle tutte, ci limiteremo a sceglierne alcune, ossia quelle che ci sembrano cogliere meglio i momenti più significativi di quel periodo. Trascriveremo perciò talune notizie e commenti del Morosini e dei fratelli Dandolo, accanto ai quali non è però possibile non menzionare, per gli stretti legami che li legarono, anche Luciano Manara. Emilio Morosini – nato a Casbenno di Varese nel 1831, da genitori, Giovanni Battista e Emilia Zeltner, originari di Lugano, unico maschio con cinque sorelle (Luigia, Annetta, Giuseppina, Carolina e Cristina) – crebbe sotto l’influsso dell’educatore e patriota Angelo Fava e studiò a Milano nel ginnasio di Brera e al liceo di Porta Nuova. Qui conobbe e strinse amicizia con i fratelli varesini Enrico ed Emilio Dandolo e con Luciano Manara(1). Enrico ed Emilio Dandolo, nati a Varese dal conte Tullio e da Giulietta Bargnani rispettivamente nel 1827 e nel 1830, frequentarono con profitto le scuole ginnasiali di Brera, legandosi di stretta amicizia con Emilio Morosini, Lu-

(1) V. CHIESA, Emilio Morosini, Lugano 1949.

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Terra e gente

Antonietta Bisi, Ritratto di Emilio Morosini, metĂ XIX secolo, olio su tela, Museo del Risorgimento, Milano

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Terra e gente ciano Manara e altri giovani che con lui partecipavano agli entusiasmi patriottici. Da molti compagni riconosciuto come capo, Emilio Dandolo partecipò alle collette a scopo benefico, alle dimostrazioni, ai preparativi della sommossa, specie dopo la proclamazione dello stato d’assedio(2). Luciano Manara, nato a Milano nel 1825 da Filippo, facoltoso avvocato discendente da una famiglia di agricoltori arricchitasi durante l’età napoleonica, e da Maria Luca, compì gli studi liceali a Milano. Benché non militasse nell’esercito asburgico, assimilò una discreta cultura militare, frequentando le lezioni della scuola di Marina a Venezia. Nel 1843 sposò Carmelita Fè (nata nel 1823 e originaria di Lugano), dalla quale ebbe tre figli. Nel clima agitato di fine 1847 - inizio 1848 acquisì in breve tempo una rinnovata coscienza patriottica, e, presentendo una imminente sollevazione antiaustriaca, già nel dicembre 1847 effettuò un consistente acquisto di armi da fuoco. Emilio Dandolo descrisse così in una pagina dei suoi ricordi il fermento che regnava in quei giorni tra gli studenti milanesi. «Ognuno sa le imprevidenti sevizie della polizia Austriaca del settembre 1847 e del 3 gennaio seguente. Ognuno s’immagina l’odio e il furore aumentatisi per esse nei bollenti animi lombardi. Fra i giovinetti studenti in ispecie, era tale odio cresciuto sì smisuratamente, e sì infervorato dalla baldanza propria dell’età, che mal sapevano frenarlo gl’insegnamenti e la necessità di prudenza. Le lezioni scolastiche erano trascurate fino dai più diligenti; i pazzi discorsi, le ardenti speranze assorbivano la nostra mente esaltata. Riunitici in piccole brigate, noi passavamo le ore apprendendo i militati esercizi; la notte ci trovava raccolti in qualche remota cameretta a fonder palle e preparare cartuccie. […] Cento volte al giorno noi mettevamo a risico la vita per imprudenti gradassate ed inutili pericoli. Gli assennati ci davano del ragazzo, e ci domandavano sorridendo se immaginavamo con ciò di scacciare da Milano i Tedeschi; ma noi sentivamo quasi per profetico istinto che grandi avvenimenti si andavano preparando, e il nostro sangue ribolliva troppo perché potessimo dar orecchio a pacifici suggerimenti. Non contenti delle pubbliche dimostrazioni, noi ne facevamo di particolari per conto nostro. Oltre l’astinenza dai sigari e dal teatro, oltre alla frequenza in dati giorni sul Corso Pio IX e alle messe nel Duomo, ora noi ci adunavamo subitaneamente in luoghi fissati senza apparente motivo; ora, per segnale di riconoscimento, portavamo il cappello in una determinata guisa o il pelo di esso acconciavamo in un modo caratteristico. La Direzione di Polizia si sbranciava a tener dietro a dar importanza ai nostri fanciulleschi divisamenti, ed ogni giorno noi ci pigliavamo il sollazzo di leggere qualche ridicolo decreto […]»(3).

(2) R. GIUSTI, Dandolo Emilio, in Dizionario Biografico Italiano (d’ora in poi DBI), vol. 32, pp. 445-448; Id., Dandolo Enrico, in DBI, vol. 32, pp. 459-460. (3) E. DANDOLO, I Volontari ed i Bersaglieri lombardi. Annotazioni storiche, Torino 1849, pp. 18-19.

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Terra e gente

Ritratto di Enrico Dandolo, litografia in Storia delle Cinque Giornate narrate da Paolo Besana, Milano 1876

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Terra e gente

Anonimo, Ritratto di Emilio Dandolo, tecnica mista, Archivio di Stato del Canton Ticino, Archivio Morosini Negroni Prati, carte in via di riordino

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Terra e gente Nella notte fra il 17 e il 18 marzo 1848, un drappello di giovani si radunò presso l’abitazione di Angelo Fava: vi erano, fra gli altri, il Manara, i fratelli Dandolo e Morosini. Dopo essersi recati, all’alba del 18 marzo, presso la chiesa di S. Bartolomeo (ove ricevettero l’assoluzione), i giovani milanesi presero parte ai primi scontri che si accesero in città nelle ore successive. L’indomani, guidati dal nizzardo Augusto Anfossi, combatterono a Porta Nuova, la cui conquista fu completata la mattina del 20. Con queste rapide parole il 20 marzo 1848 Emilio Morosini informava la madre della sua partecipazione all’insurrezione che stava allora scuotendo Milano e presto si sarebbe estesa a tutto il Regno Lombardo-Veneto: «Signora Morosini. Casa Bellotti - C.da del Monte Lunedì 20 marzo ‘48 Io sono di fazione con due compagni d’arme nel Collegio Longone. Ho già ferito ed ammazzato due tedeschi e mi fermerò facilmente tutta notte. Emilio Dandolo è qui di stazione al Ponte di Porta Nuova. Guardate se ci fosse un po’ di polvere. Addio Emilio Morosini»(4).

Nelle ore seguenti, il Manara, per evitare la riconquista del duomo da parte degli austriaci, fece alzare barricate in diverse contrade. Il 21 marzo i milanesi, nel tentativo di eliminare gli ultimi capisaldi nemici dentro la cerchia del Naviglio, diedero l’assalto al palazzo del Genio, in via del Monte di Pietà: ferito a morte l’Anfossi, il Manara assunse con decisione la guida dell’operazione, conclusasi solamente dopo l’incendio delle porte. Fu però il giorno successivo, durante il decisivo assalto a porta Tosa (grazie al quale i milanesi spezzarono l’accerchiamento austriaco, aprendosi una via verso il contado) che il Manara, al quale fu unanimemente riconosciuto un ruolo cruciale nell’impresa, s’impose come guida indiscussa dei giovani compagni d’armi(5). Una volta che il maresciallo Radetzky uscì con le sue truppe da Milano, i più si convinsero che la ritirata degli austriaci non era dovuta soltanto al coraggio mostrato dai milanesi, ma anche alle condizioni in cui versava allora l’Impero asburgico e alla situazione di debolezza dell’esercito austriaco in Italia. Si formò così la convinzione che, allontanatosi il Radetzky, la guerra era ormai terminata (mentre cominciava invece proprio allora) e fosse così possibile inseguire con poche forze il nemico, tagliargli la strada per poi annientarlo. E i primi a pensarlo furono proprio i valorosi giovani che si erano distin-

(4) Archivio di Stato del Cantone Ticino [ASTi], Archivio Morosini Negroni-Prati, carte in via di riordino. Il biglietto di Emilio Morosini è riportato anche in: G. CAPASSO, Dandolo, Morosini, Manara e il primo battaglione dei Bersaglieri lombardi nel 1848-49, Milano 1914, p. 33. (5) F. ZAVALLONI, Manara Luciano, in Dizionario biografico degli italiani [DBI], vol. 68, pp. 415418.

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Terra e gente ti nelle Cinque Giornate. Il 23 marzo l’inseguimento fu deciso e si formò, con il consenso del Governo provvisorio, una colonna comandata da Luciano Manara che costituì il nucleo di quel primo battaglione di volontari e bersaglieri lombardi che avrebbe poi preso parte a tutta la campagna del 1848-1849, finché caduto sul Gianicolo il suo fondatore, si disciolse(6). Il 24 la colonna Manara era pronta per partire: raggiunse in treno Treviglio, dove fece poi una sosta piuttosto lunga per la necessità di organizzarsi, raccoglie armi e attendere rinforzi. Da Treviglio scrivevano tra il 24 e il 26 marzo Emilio Morosini e i due fratelli Dandolo alla famiglia Morosini: «Vi scrivo di fretta da Casa Della Porta, in Treviglio, dove abbiamo posto per ora il nostro quartier generale. La nostra spedizione ha cambiato in gran parte d’aspetto perché avendo saputo che a Crema stanziano cinque o sei mila uomini di truppa sarebbe cosa imprudente attaccare questa città con 130 uomini. Per quella licenza permessa sui campi interrompo l’Emilio per dirvi che qui si fa una vita magnifica, allegra, ecc., ecc., ma che solo abbiamo bisogno di trovare presto il nemico perché la nostra impazienza marziale non conosce più limiti. Addio di cuore a tutti, un bacio a Fava e a Donna Emilia e state bene. Enrico (Dandolo) A dir la verità non mi degno di scrivere io che sono luogotenente dopo mio fratello semplice soldato. Ma già al campo la va così. Se sapeste che magnifica vita! Adesso ci secchiamo un po’ perché non ci sono pericoli e non c’è nessuno da uccidere; ma speriamo di rifarci domani o a Crema o a Lodi o dove diavolo quei merda (scusino le signore la cosa) di Croati si sono cacciati. Lascio stare di andare avanti perché il Capitano mi chiama. Ho un da fare che non so dove mettere la testa. Oh che bella cosa che sono le schioppettate e la vita del soldato! Il luogotenente Emilio (Dandolo) Dunque riprendo il filo delle mie idee e dico che noi terremo un metodo difensivo anziché offensivo finché ci vengono dei rinforzi da Milano, riserbandoci poi a fare qualche scaramuccia con qualche truppa sbandata. Ad ogni modo voi dovrete esser sicuri che noi torneremo sani e salvi a Milano, seguiti da qualche bandiera presa al nemico, da qualche cannone e da prigionieri […]. Il vostro Emilio Morosini»(7).

(6) ASTi, Archivio Morosini Negroni-Prati; G. CAPASSO, Dandolo, Morosini, Manara, cit., pp. 34-35. (7) Id., pp. 38-39.

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Terra e gente

Anonimo, Ritratto di Luciano Manara, fine XIX secolo, Archivio di Stato del Canton Ticino, Archivio Morosini Negroni Prati, carte in via di riordino

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Terra e gente I volontari dal Ticino a Milano L’origine ticinese di Emilio Morosini e i legami che sia i Dandolo sia Manara ebbero con la famiglia Morosini (e con la loro villa di Vezia, presso Lugano, dove essa spesso ritornava da Casbenno e da Milano e dove ebbero rifugio nei mesi turbolenti del 1848 molti patrioti lombardi) impongono di accennare almeno brevemente ai volontari partiti dal Ticino per sostenere l’insurrezione milanese. Diversi furono d’altra parte i ticinesi che presero parte al sollevamento milanese del 18-22 marzo: il commerciante Taddeo Petrolini di Brissago, il bleniese Giuseppe Broggi, i tre fratelli Rossi di Sessa, Luigi Bartolomeo Romerio di Locarno e, almeno secondo certe fonti, anche Carlo von Mentlen di Bellinzona. Sia il Petrolini sia il Broggi, entrambi ticinesi nati a Milano, persero la vita nei combattimenti: sono tutti e due ricordati da Carlo Cattaneo nel Registro mortuario delle barricate in Milano pubblicato in l’«Italia del Popolo» del 3 luglio 1848, che indicò in oltre 300 i caduti delle Cinque Giornate(8). L’arrivo delle prime notizie degli avvenimenti milanesi suscitarono comunque subito un grande entusiasmo nel Canton Ticino. «I Ticinesi - avrebbe ricordato Carlo Cattaneo - furono anche primi a rompere il confine per soccorrerci, e senz’altra mente che di soccorrerci»(9). In effetti già nella notte tra il 18 e il 19 vi fu un continuo armarsi e radunarsi di volontari. Il 20 da Lugano partiva una colonna di 250 volontari, guidata da Giacomo Ciani (che allora aveva già 72 anni) e formata per la maggior parte di ticinesi, che, passando da Como e poi da Desio, puntava su Milano. Nelle stesse ore ad Agno un Comitato insurrezionale ticinese, in relazione con un altro di Luino, e composto dell’avvocato Natale Vicari di Agno, di Giovan Battista Ramelli di Barbengo, dell’avvocato Eugenio Demarchi di Astano e del dottor Giovan Battista Muschietti di Agno, riuniva un’ottantina di carabinieri del Malcantone. Tutti questi uomini prendevano la via del lago, passavano alla spicciolata il confine a Porto Ceresio (per eludere un’ordinanza federale che vietava la formazione di corpi franchi) e il 22 entravano a Varese, sgombrata il giorno prima dagli austriaci. Di qui si dirigevano, assieme a una colonna di varesini, a Milano, dove si sarebbero congiunti con un manipolo di novaresi e a un centinaio di volontari del Lago Maggiore, comandati da Francesco Simonetta di Intra (nipote dei fratelli Ciani) e dal conte Vitaliano Borromeo. A Milano raggiunse la colonna Vicari-Simonetta – che contava quasi 400 uomini – anche lo scultore Vincenzo Vela(10).

(8) C. CATTANEO, Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, Milano 2001 (1ª ed. Lugano 1849), p. 74. (9) C. CATTANEO, Dell’insurrezione, cit., p. 74. (10) In generale sui volontari ticinesi cfr.: G. ROSSI, E. POMETTA, Storia del Canton Ticino, Locarno 1980 (1ª ed. 1941), pp. 276-277; 280; G. MARTINOLA, Gli esuli italiani nel Ticino 1848-1870, Lugano 1994, pp. 3-225; F. Chiesa, Un anno di storia nostra (Il Ticino nel ‘48), Lugano, pp. 27-71; GIOVAN BATTISTA BIONDETTI, Volontari ticinesi nel Risorgimento, Milano 1942. Ora vedi anche F. PANZERA, I volontari ticinesi dal 1848 al 1866, in Svizzeri a Torino. Storia di una presenza, Lugano 2011 (in corso di stampa).

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Terra e gente Da Lugano tra il 18 e il 19 era partito anche un drappello di 72 volontari ticinesi, organizzati da Antonio Arcioni e finanziati dal Ciani, che entravano a Como la sera del 19 e il giorno successivo concorrevano alla liberazione della città. Il Municipio della città lariana apriva gli arruolamenti e il 23 un migliaio di volontari comandati dall’Arcioni, ai quali si erano uniti i Carabinieri guidati dal Ciani e un manipolo radunati da Leone Stoppani di Ponte Tresa, uscivano dalla città e la mattina del 24 entravano a Milano. Un battaglione di questo piccolo esercito era comandato dal comasco maggiore Odescalchi, gli altri due rispettivamente da Francesco Jauch di Bellinzona, e da Domenico Bazzi di Brissago. Tra gli altri ufficiali, oltre allo Stoppani, vi erano Antonio Gabrini, nipote del Ciani, Benigno Soldini di Chiasso, Augusto Fogliardi di Melano e un Fontana della valle di Muggio; il dottor Carlo Lurati, luganese, era uno dei chirurghi di quel corpo di spedizione(11). Altri volontari ticinesi, oltre a quelli già citati, presero parte tra la primavera e l’estate del 1848 alle operazioni militari contro gli austriaci. Vanno ricordati in particolare quattro giovani studenti che si arruolarono nel Battaglione universitario toscano, costituito tra gli allievi degli atenei di Pisa e Siena: Domenico Tognetti di Bedano (laureatosi poi in giurisprudenza, sarebbe più tardi diventato membro del Gran Consiglio e consigliere di Stato per il partito conservatore), Paolo Borelli di Cadro, e i bellinzonesi Angelo Molo e Alessandro Belloni (che avrebbe in seguito esercitato a lungo medicina nella sua regione di origine)(12). I volontari dopo l’intervento piemontese contro l’Austria Proclamata, il 23 marzo, la guerra all’Austria da parte del Regno sardo, a Milano tutti i volontari furono posti sotto il comando del generale Michele Napoleone Allemandi, che li divise in quattro colonne, comandate rispettivamente da Manara, Arcioni, Longhena, Thannberg. La colonna Arcioni si distinse in numerosi combattimenti nel Trentino e in Tirolo. Il 1° aprile l’Arcioni era a Brescia, il 4 a Salò, l’11 a Tione, e di lì si spinse sino a Castel Toblio e a Stenico, dove si unì a Manara. L’arrivo di nuove forze austriache, la carenza di munizioni e approvvigionamenti, nonché l’incertezza del comando dell’Allemandi, costrinsero la colonna dell’Arcioni a ritirarsi, tra il 20 e il 21 aprile, per operare un concentramento di tutte le truppe franche verso Brescia. Assai vivace fu lo scontento dei volontari, e in seguito a dissensi coll’Allemandi l’Arcioni tornò in Svizzera(13). Dal canto suo, come già ricordato, Luciano Manara il 23 marzo, con il consenso del governo provvisorio di Milano, decise di organizzare l’inseguimento

(11) G. MARTINOLA, Gli esuli, cit., pp. 20-21. (12) G. ROSSI, E. POMETTA, Storia, cit., pp. 286-287. (13) M. BARSALI, Arcioni Antonio, in DBI, cit., p. 782.

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Terra e gente alle truppe austriache in ritirata. Lasciata Milano il 24 marzo, con un centinaio di uomini, il Manara si diresse a Treviglio, ove attese l’arrivo delle altre colonne di volontari. L’estrema disorganizzazione e i cattivi rapporti fra i vari comandanti non favorirono un’efficace azione contro gli Austriaci: la stessa colonna Manara non andò oltre limitate operazioni su Crema e Desenzano. Dopo la riorganizzazione dei volontari compiuta dal generale Allemandi su incarico del governo provvisorio di Milano, il Manara, che assunse il grado di comandante di colonna, ebbe alle sue dipendenze circa seicento uomini. Ai primi di aprile 1848, ebbe l’ordine di penetrare nel Trentino, per compiere una manovra di accerchiamento su Verona. In seguito, il comando dell’esercito piemontese preferì utilizzare gli uomini del Manara nelle operazioni contro Peschiera: essi ebbero così a Castelnuovo (10-11 aprile 1848) il primo vero scontro con gli austriaci, che si risolse, dopo un promettente inizio, in una completa disfatta(14). Il Vicari invece si rifiutò, giudicando il piano strategicamente sbagliato, di avanzare con la sua colonna – salita a Milano a 352 uomini – verso il Trentino. In seguito, incaricato anche lui prima di occupare e poi di stringere d’assedio Peschiera, rifiutò nuovamente l’ordine dell’Allemandi di gettarsi nel Trentino e preferì congedarsi. Retrocesse quindi con la colonna fino a Milano, e qui la sciolse il 20 aprile(15). Alcuni volontari – tra i quali Antonio Gabrini, Vincenzo Vela e Francesco Carloni – preferirono invece rimanere e continuare a combattere. Il Carloni, ottimo tiratore, il 24 luglio cadde ferito a morte – come testimoniò il Vela – durante un combattimento nei pressi di Somma Campagna(16). Dopo lo scontro di Castelnuovo, la colonna Manara, fatta eccezione per una brevissima puntata nel Trentino in soccorso alla colonna Arcioni (14-20 aprile 1848), rimase di stanza a Salò. In seguito a una ulteriore riorganizzazione dei volontari disposta dal nuovo comandante Giacomo Durando (maggio 1848), il Manara assunse la guida, con il grado di maggiore, del primo battaglione dei volontari lombardi (circa 450 uomini, suddivisi in sei compagnie). Alla fine del maggio 1848, gli uomini del Manara furono dislocati presso Monte Suello, fra Lombardia e Trentino. Sullo stato d’animo dei Bersaglieri lombardi durante questa permanenza a Monte Suello possiamo citare le testimonianze tratte da due lettere scritte da Emilio Dandolo al fratello Enrico: «Monte Suello, 8 giugno Carissimo Enrico, Se vedessi quali magnifici e svariati spettacoli si godono in queste montagne, forse tu brillante aiutante d’un generale(17) invidieresti me pitocco d’un volontario.

(14) (15) (16) (17)

F. ZAVALLONI, Manara Luciano, in DBI, cit., pp. 414-416. G. MARTINOLA, Gli esuli, cit., pp. 25-26. R. MANZONI, Vincenzo Véla. L’homme, le patriote, l’artiste, Milan 1906, p. 87. Enrico Dandolo era stato nominato aiutante del generale Perrone.

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Terra e gente

Emilio Morosini, accorso nel 1849 alla difesa della Repubblica Romana, ferito a morte dai francesi, Archivio di Stato del Canton Ticino, collezione stampe

Noi siamo arrivati qui eri mattina su una montagna altissima che domina il Chiese. A piedi i paesi di Caffaro confine del Tirolo e di Lodrone amendue incendiati per metà e disabitati. Servono di campo alle ardite escursioni delle pattuglie nostre e tedesche che vi fanno scorrerie come in terra neutrale. I nostri soldati occupano tutta la linea del monte fino a Caffaro. Tutti quei gruppi di gente armata variamente atteggiata intorno a un immenso fuoco che cuoce un quarto di bue, e le canzoni e le grida delle sentinelle avanzate e delle pattuglie che percorrono la montagna, e le lontane fucilate dei nostri carabinieri che trovano sempre qualche coserella da fare alla traditora, tutto insieme forma un quadro veramente incantevole. Ier sera poi il quadro era ancora più animato pei fuochi che brillavano nell’oscurità a tutti i posti e per i gridi dell’All’Erta! Ogni quarto d’ora ripetuti dalla sentinella del quartiere e ripetuti ad uguali intervalli in tuoni sempre decrescenti finché l’ultimo si perdeva nella lontananza […]».

E tre giorni dopo, l’11 giugno: «Oggi ho assistito a uno spettacolo che mi ha vivamente commosso; abbiamo ascoltato la messa a cielo aperto sulla cima della montagna. Il cielo immenso per volta, la vallata

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Terra e gente con a piedi il lago, il fiume e due paesi mezzi incendiati; i soldati dispersi a gruppi sulla china armati; i lontani Carabinieri posti in vedetta, il silenzio imponente, e più che tutto le idee che mi si affollavano nella mente vedendo quel pugno di uomini che a tre miglia dal nemico ascolta tranquillamente la messa in faccia alla natura e a Dio, e il riandare cosa sono io adesso appoggiato alla mia santa Bandiera in confronto di ciò che ero tre mesi fa, tutto mi aveva messo addosso un’agitazione da farmi quasi piangere. Per altare un tavolo con due candele; e un tamburo con sopra un crocifisso, di dietro i Cannoni coi Cannonieri al posto, intorno dei giovani di cui forse domani ben pochi vedranno il sole, che anelano a battersi e che si batteranno da bravi, se Dio ci manda un’occasione, ti assicuro che forse in questo mese da te passato a Milano, tra le violenti ed animatissime scene(18), a cui avrai assistito, forse neppur una ti avrebbe colpito come questa. Il tuo Emilio (Dandolo)»(19).

Il vero stato della situazione fu invece descritto da Luciano Manara in una lettera del 3 luglio alla sua amica Fanny Spini: Il generale Durando ha chiesto più volte che tutta la sua brigata, stanca, sdrucita, mancante di tutto venga per qualche tempo rilevata dai Toscani e mandata all’interno a ristorarsi un poco, a riorganizzarsi. A quanto mi si dice la sua domanda verrà presto esaudita. Io coglierò l’occasione per rifondere completamente il personale e l’armamento del mio battaglione. Non mi sento più capace di comandare a de’ volontari! In una guerra d’insurrezione che dovesse compiersi quasi febbrilmente e per mezzo dell’entusiasmo delle masse slanciate su di un nemico demoralizzato, non v’ha certo truppa più utile del volontario, il quale si batte per i principi sacrosanti di libertà, e d’indipendenza, ed è pronto a soffrire, a correre, ad assalire con una audacia che ben difficilmente si potrebbe supporre in una milizia regolare. Ma la nostra guerra ormai è ridotta a tutt’altra cosa. Io non so se per imperizia dei Capi nostri, o se per reale potenza dell’esercito nemico, il fatto si è che ora l’Austriaco è forte, è inchiodato nelle sue fortezze, ha invaso il Veneto e il Tirolo, si è organizzato, è ben diretto, ed ove le trattative non valgano e si debba snidarlo colla forza l’affare sarà lungo, ostinato, sanguinosissimo. La campagna dura da oltre tre mesi, ora i movimenti di truppa esigono un ordine tecnico, una precisione matematica, che non si può ottenere se non per mezzo di un esercito regolare. I volontari i quali per lo più sono giovinotti di buona famiglia che uscirono in campo lasciando parenti, occupazioni, studj, nell’idea di presto ritornare alle case loro, ora si spaventano dell’incerta e lunga strada che resta a percorrere; la disciplina militare va di giorno in giorno diventando più severa ed essi sono arrabbiati di vedersi ridotti a fare il soldato davvero, per cui ad ogni tratto escono in disobbedienze incompatibili, in capricci stranissimi, si lagnano di tutto, o vogliono andare qua e là; colla scusa di poter dire: sono volontario, credono di essere autorizzati a far quello che vogliono. Le responsabilità dei Capi diventano sempre più

(18) Si riferiva a un tentativo di rovesciare il Governo provvisorio avvenuto a Milano alla fine di maggio. (19) ASTi, Archivio Morosini Negroni-Prati; G. CAPASSO, Dandolo, Morosini, Manara, cit., pp. 83-84.

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Terra e gente stringenti, e v’assicuro, si fa una vita infernale senza speranza di ottenere quello che i casi di guerra, e la volontà dei maggiori vogliono si abbia a ottenere.[…](20).

Dopo il disastro di Custoza (26-27 luglio 1848) i volontari del Manara iniziarono la ritirata verso il Piemonte: brillanti protagonisti nello scontro di Lonato (6 agosto), varcarono il Ticino il 19 agosto(21). Nei tristi giorni della ritirata Emilio Morosini scrisse alla sorella Giuseppina: «E ritirarsi, e ritirarsi! Ah, che vergogna, qual dolore per noi! Io sono profondamente afflitto ed inquieto su ciò che succederà e su ciò che accadde e accade a Milano. Non dispero ancora però e non vorrei per tutto l’oro del mondo che i Francesi intervenissero. Ho un’immensità di cose da dirti ma non ne posso più per la stanchezza ed il sonno: figurati tredici ore di marcia sotto il sole e domani mattina alle 3 dover retrocedere sino a Pizzighettone; spero che qui ci fermeremo e che l’Illustrissimo signor Carlo Alberto vorrà difendere almeno la linea dell’Adda. Io spero sempre nella santità della nostra causa ma sono profondamente afflitto; voi procurate di star sani e lontani da ogni pericolo; sono assai inquieto per Fava, per voi e tutti i nostri amici. Ma se le cose andassero diversamente da quello che io credo, se i Piemontesi si ritirassero in Piemonte, io non vedrò i Tedeschi regnare in Lombardia e dopo avervi salutato partenti per Vezia morrò contento sotto le case di Milano»(22).

In tutto questo periodo tra i volontari di Manara figurarono, come si è visto, anche Emilio Morosini e i due fratelli Dandolo. Emilio Dandolo divenne secondo aiutante del Manara. Enrico Dandolo prese parte come semplice soldato alle prime operazioni della colonna Manara. Richiamato a Milano dal generale comandante in capo, fu ingaggiato come aiutante maggiore dal generale Ettore Perrone comandante della divisione lombarda, che, ai primi di luglio fu inviata al fronte partecipando al blocco di Mantova. Il 7 agosto 1848, dal quartier generale di Trecate, assieme a Emilio Morosini Emilio Dandolo fu congedato dal generale Perrone con un attestato di coraggio, zelo e capacità militari. Partito per rifugiarsi a Vezia in casa Morosini, qualche settimana dopo passò in Piemonte per rientrare nel battaglione Manara, che fu ricostituito e prese il nome di VI Bersaglieri(23).

I volontari dalla ripresa della guerra in Piemonte fino alla caduta della Repubblica romana Nell’ottobre 1848, scoppiato il moto insurrezionale della Val d’Intelvi, organizzato da Mazzini, l’Arcioni partì il 28 a capo di una colonna di volontari (mol-

(20) Id., pp. 89-90. (21) F. ZAVALLONI, Manara Luciano, in DBI, cit., p. 416. (22) ASTi, Archivio Morosini Negroni-Prati; G. CAPASSO, Dandolo, Morosini, Manara, cit., p. 104. (23) R. GIUSTI, Dandolo Emilio, in DBI, cit., pp. 445-446; Id., Dandolo Enrico, in DBI, cit., p. 459.

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Terra e gente ti erano disertori del esercito austriaco, ed erano stati raccolti e armati dal Comitato dell’Emigrazione italiana di Lugano) per portare aiuto agli insorti. Un’altra colonna era guidata dal generale D’Apice. La colonna si impadronì di Blevio, Chiavenna ed altri luoghi militarmente importanti, mentre gli insorti tentavano di unirsi ai volontari. Ma l’arrivo di rinforzi austriaci comandati dal generale Latour, e i dissensi scoppiati tra l’Arcioni e il D’Apice costrinsero i volontari a ritornare, il 31 ottobre stesso, nel territorio del Canton Ticino. Un giudizio sulla spedizione in Valtellina e più in generale sulla situazione in Lombardia lo dava il 12 novembre da Vezia Emilia Morosini in una forte lettera scritta a Emilio Dandolo, che in precedenza le aveva manifestato l’intenzione di prender parte al moto insurrezionale: «Possibile che dopo tutto quello che ti scrissi intono alla ultima malaugurata spedizione in Lombardia, tu abbia potuto solo pensare a fare (come tu spesso dici) una buzzurra, sei proprio un vero disperato, per fortuna che hai vicino due bravi giovani che saranno sempre intenti ad impedirti di mettere ad esecuzione le tue pazze intenzioni. Ti giuro che ho tremato per voi per vari giorni, ancorché avessi da confidare nel giudizio d’Enrico e d’Emilio mio, che certo avranno prestato maggior fede a quanto io vi scrivevo che alle folli insinuazioni di chi fu mandato ad eccitarvi per perdervi. Immaginatevi un momento che il Piemonte avesse assecondato la vostra impresa, e non l’avesse in tempo appoggiata o non abbastanza energicamente come di certo sarebbe andato, ecco che l’onta ne sarebbe ricaduta di nuovo sui Piemontesi, i malintenzionati vi avrebbero trovato di nuovo argomento di chiamarli traditori, e quindi nuova e più durevole scissione tra Lombardi e Sardi, e per conseguenza nuovo danno alla causa comune. Oh! Teste teste! E non volete intenderlo una volta, che per cacciare di Lombardia 120 mila e più austriaci ci vogliono per lo meno altrettanti armati, e ed il concorso di tutte le popolazioni, le quali pur troppo temo non sieno ancora in gran parte mal impressionate verso i loro fratelli Sardi, e per conseguenza della per loro inconcepibile capitolazione di Milano. Io sono ora contentissima che il Piemonte non vuole, e non può dichiarare la guerra sino alla primavera ventura, in questo frattempo si possono accomodare tante cose. Certo che s’accenderà la rivoluzione di Napoli, e quindi la lega di Napoli, Sicilia, Toscana e Piemonte, allora sì che potremo contare su forze bastanti, senza il concorso degli infami stranieri che tali si può chiamare quei ciarlatani buffoni di francesi. Frattanto si può sperare anche che gli animi si acquietino che i risentimenti tra stato e stato si calmino, insomma il tempo è atto a sanare gran parte delle nostre piaghe. Vedi che dopo la stupida spedizione, ed insurrezione ultima i frenetici repubblicani devono essere screditati, tutto concorre a far chiaro a chi vuol vedere che l’unica nostra speranza è riposta nel Piemonte, e se come non se ne può dubitare, c’è anche costì del marcio nelle opinioni, anche questo marcio deve diminuire col progresso che è così evidente e così rapido in quest’epoca. Altra nostra speranza sta nelle terribili dissensioni fra Ungheria, Austria e Croazia, ché anche Vienna di nuovo sottomessa non farà altro che esasperare sempre più gli animi: tutta Europa è in fuoco (certo intanto la lotta sarà lunga e sanguinosa), noi avremo tempo di prepararci alla difesa contro gli oppressori e con speranza di buon esito»(24). (24) ASTi, Archivio Morosini Negroni-Prati; G. CAPASSO, Dandolo, Morosini, Manara, cit., p. 157-158.

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Terra e gente Al principio del ‘49 l’Arcioni, con altri ticinesi, corse alla difesa di Roma. Il 18 marzo 1849 il Comitato esecutivo della Repubblica romana gli dette il comando della Legione dell’emigrazione italiana (Legione italiana) e l’incarico di organizzarla; alla fine di aprile, la Legione aveva un effettivo di circa 600 uomini su 8 compagnie. Il 4 maggio, per dissensi dell’Arcioni col generale Bartolucci, la Legione veniva aggregata alla I brigata Garibaldi. Il 5 maggio il triumvirato incaricava l’Arcioni di organizzare e comandare le “Bande Nere” nelle province, che avevano il compito di disturbare il nemico. L’Arcioni riuscì a raccogliere un contingente di 685 uomini. Il 10 giugno, alla testa dei suoi soldati, l’Arcioni rientrava in Roma, e si distingueva nei combattimenti ai Parioli (12 giugno), a Ponte Milvio (13, 14, 15 giugno), a Porta S. Pancrazio. Nei combattimenti della notte dal 25 al 26 giugno gli uomini della Legione Arcioni meritarono l’elogio di Garibaldi. L’Arcioni continuò a combattere con i suoi uomini sino al 30 giugno quando, proclamata impossibile la difesa della Repubblica, egli lasciò Roma(25). Dal canto suo Luciano Manara, persuaso che solamente il Piemonte offrisse in quel momento una credibile prospettiva militare e politica, aveva lasciato cadere all’inizio del settembre 1848 i pressanti inviti di Garibaldi e Mazzini a proseguire la guerra di resistenza in territorio lombardo. Il 7 settembre 1848 sciolse il proprio battaglione, oramai irrimediabilmente minato dall’indisciplina. Pensò, in un primo momento, di recarsi a Venezia, insieme con Emilio Dandolo e pochi altri, ma, dopo un viaggio a Torino, decise di costituire un corpo scelto inquadrato nell’esercito piemontese. In ottobre il Manara fu nominato maggiore comandante del battaglione dei bersaglieri lombardi, inserito più tardi nella divisione lombarda comandata dal generale Gerolamo Ramorino. Gli effettivi, circa ottocento, provenivano dai disciolti corpi dei doganieri, della colonna Thannberg e della guardia nazionale bergamasca. Tra gli ufficiali, il Manara poté annoverare i Dandolo, Morosini e il bavarese von Hoffstetter. L’iniziale inattività seminò inquietudine tra i giovani volontari. Di questo stato d’animo si lamentò alla fine di ottobre Emilio Dandolo, da Trino Vercellese dove erano accampati, con Giuseppina Morosini: «Noi qui secondo il solito non stiamo male, ma vi assicuro che tutti i giorni cresce quello stato di inquietudine e di svogliatezza portato dal non sapere mai nulla di positivo sui fati nostri, e del nostro povero paese. A me fa l’effetto di veder un mio amico che sta per annegarsi e di essere trattenuto sulla sponda per forza da uno che mi dice non esser ancora tempo di saltare nell’acqua per salvarlo. Sarebbe un bel divertimento davvero! Ma fate conto che per noi le cose sono presso a poco così. Un giorno ci vengono a dire che Mantova è insorta, un altro che gli Ungheresi e i Croati a Milano sono venuti alle mani, un terzo che Milano è insorta perché volevano minare il Duomo: insomma tutti i giorni ce ne è una e noi siamo qui a fare gli esercizii. I soldati sono frementi e noi vi assicuro

(25) M. BARSALI, Arcioni Antonio, in DBI, cit., p. 783.

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Terra e gente che non ne possiamo proprio più. Basta verrà poi questo benedetto ordine di marciare. Oh allora sì che sarà una gioia per tutti noi! E verrà presto perché tutti pare siano d’accordo nel far subito la guerra. Qui passano truppe tutti i giorni, fanteria e cavalleria che va verso il Ticino e il Po. Intanto noi se non altro approfittiamo del tempo studiando, facendo esercizii, ed istruendo i soldati, i quali speriamo si faranno onore, e ne faranno a noi. E’ un gran piacere vi assicuro aver a che fare con dei soldati disciplinati e vogliosi di battersi come son questi. Vedrete che dei Bersaglieri Lombardi si parlerà, ma basta che non ci lascino qui a languire un pezzo perché sono persuaso che alla prima colonna lombarda che avesse ad entrare in Lombardia se noi siamo ancora di qui del Ticino metà dei nostri se ne vanno per poter far più presto le schioppettate»(26).

La ripresa delle ostilità si rivelò però una tremenda delusione: dislocati in località La Cava, alla confluenza fra Ticino e Po, i bersaglieri del Manara (privati, a causa di un grave errore di valutazione del generale Ramorino, dell’appoggio del resto della divisione lombarda) opposero, il 20 marzo 1849, una disperata ma vana resistenza al grosso dell’esercito austriaco, che poté così scagliarsi contro l’ala destra dello schieramento piemontese, appoggiata su Mortara. Nei successivi giorni del conflitto, rimasero inattivi sulle rive del Po(27). Dopo l’armistizio di Vignale, che stabiliva lo scioglimento della divisione lombarda senza offrire concrete garanzie ai sudditi dell’imperatore d’Austria, il Manara rifiutò sdegnosamente la prospettiva dell’inquadramento a titolo personale nell’esercito sardo. Scartata l’eventualità di unirsi alla ribellione della città di Genova, il Manara accettò l’offerta di recarsi a Roma, per contribuire alla resistenza contro l’intervento francese. Giunti a Roma il 29 aprile, gli uomini del Manara vollero mantenere l’uniforme scura e il cappello piumato dei bersaglieri piemontesi, con la croce di Savoia sulle cinture. Il 9 maggio a Palestrina, sotto il comando di Garibaldi, ebbero il battesimo del fuoco contro le truppe napoletane. Il 14 maggio il Manara ricevette il grado di tenente colonnello e gli venne affidato un secondo battaglione, che, insieme con il suo, costituì il reggimento dei bersaglieri lombardi. Il Manara combatté valorosamente nella sanguinosissima giornata del 3 giugno 1849, perdendo tra morti e feriti, nei tre disperati contrattacchi per riconquistare villa Corsini, duecento uomini del suo reggimento (cadde, fra gli altri, Enrico Dandolo). Il 4 giugno il Manara succedette a Francesco Daverio (anche lui morto a villa Corsini) nel ruolo di capo di stato maggiore di Garibaldi, verso il quale, superata la profonda diffidenza iniziale, aveva maturato sentimenti di simpatia e stima. Nei giorni seguenti, il Manara tentò di organizzare l’estrema difesa di Roma. Questa strenua resistenza non valse a

(26) ASTi, Archivio Morosini Negroni-Prati; G. CAPASSO, Dandolo, Morosini, Manara, cit., p. 154-155. (27) F. ZAVALLONI, Manara Luciano, in DBI, cit., p. 416.

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Terra e gente

Villa Morosini a Vezia, facciata sud (Foto Brazzola, collezione Archivio storico Città di Lugano)

impedire che nella notte fra il 21 e il 22 giugno i Francesi occupassero villa Barberini e alcuni bastioni prossimi a porta S. Pancrazio. Il 30 giugno 1849, a villa Spada, mentre guidava un ultimo assalto contro le truppe francesi, il Manara fu ferito al petto da un colpo di carabina: morì dopo alcune ore di agonia(28). Il giorno successivo spirò – non ancora diciottenne – pure Emilio Morosini a causa delle gravi ferite riportate il 29 giugno durante gli scontri con le truppe francesi che assediavano il Gianicolo. Colpito nel ventre da una palla e da un colpo di baionetta, fu colpito una seconda volta dal nemico inferocito mentre alcuni bersaglieri cercavano di portarlo lontano dalla battaglia(29).Emilio Dandolo ricordò con queste parole la fine dell’amico Morosini: «Il posto di Morosini fu dei primi ad essere circondato. Appena intesa le strane grida [dei francesi che avevano fatto breccia nelle difese romane, N. d. A.], quell’ammirabile giovane si era slanciato solo, onde osservar che cosa ci fosse di nuovo, quando ad un tratto si vide attorniato ed assalito sì d’improvviso che ogni soccorso tornava inutile. Egli colla sciabola e colle pistole si difese per alcuni minuti mentre incoraggiava i suoi. Colpito nel ventre da una palla e da un colpo di baionetta, egli cadde e il nemico passò oltre. Quei pochi bersaglieri dopo un’ostinata resistenza, presi ai fianchi, alle spalle, circondati, decimati, gettarono le armi. Quattro di essi però erano già accorsi a raccoglie-

(28) Ibid., p. 417. (29) E. DANDOLO, I volontari, cit., pp. 234-235.

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Terra e gente re il caduto Morosini che da tutti era grandemente amato, e postolo su una barella, favoriti dalla confusione, s’avviarono correndo verso villa Spada. Ma questa era già circondata; s’imbatterono quindi nei francesi che gridarono da lungi: Qui vive? - Prisonniers - rispose Morosini con voce fioca. Ma i nemici temendo forse d’una frode s’avventarono colla baionetta calata. Raccontò alcuno dei bersaglieri i quali portavano Morosini, che trovandosi circondati e minacciati nella vita dal nemico inferocito dalla pugna, aveano deposto la barella e tentato di salvarsi, e che allora, mirabile a dirsi, fu veduto quel povero giovinetto alzarsi, ritto sulla barella insanguinata, e posta mano alla spada che gli giaceva a lato, continuare già morente a difendere la propria vita, finché colpito una seconda volta nel ventre ei cadde di nuovo. Commossi a tanto e sì sventurato coraggio, quei francesi lo raccolsero e portarono all’ambulanza di trincea»(30).

A Emilio Dandolo il 30 giugno toccò anche il doloroso compito d’informare della morte del marito la sventurata Carmelita Manara: «Carissima Carmelita, Non so se avrò la forza di raccapezzare le idee: ma in ogni caso è meglio che la notizia della tremenda sventura che vi è piombata addosso, venga dalla voce di un amico, che dalle gazzette. Il povero Luciano è morto saranno due ore. Ecco i tristissimi particolari. Alle 31/2i francesi attaccarono su tutti i punti. I nostri soldati alla prima perdettero molto terreno. Molti di essi si rinchiusero in Villa Spada, Quartiere generale, per far fuoco dalle finestre. Luciano era con loro. Durante tutto il combattimento io gli ero stato vicino, dopo l’avevo perso di vista. Ma mosso come da un istinto, che mi diceva di non perderlo di vista, arrivai a raggiungerlo in casa. Le cannonate e le bombe vi piovevano dentro da ogni lato. Le fucilate si scambiavano dalle finestre. Io e Luciano andavamo di camera in camera ad incoraggiare i soldati. Una palla mi colpì il braccio destro, ma con poca forza; solo me lo gonfiò assai. Luciano diceva ridendo: Ma perché devono toccare sempre a te le ferite e a me niente? Pochi minuti dopo si affacciò a una finestra col cannocchiale per osservare i nemici: io gli ero vicino. Le nostre spalline attirarono una scarica. Una palla colpì il povero Luciano alla bocca dello stomaco e gli uscì dalla schiena. Fece tre passi, e io accorsi e lo presi in braccio. Ho pochi momenti da vivere, mi disse: ti raccomando i miei figli: e mi diede un bacio. Io lo feci mettere sulla barella e uscimmo di nascosto dalla casa e lo portammo al più vicino ospedale. Egli era già livido e parlava a fatica. Con che animo lo seguissi, potete immaginarvelo. Appena arrivato mi pregò di andare a prendere il dottor Bertani. Poi mi chiamò vicino e mi disse sotto voce: Dì a mia moglie che mi perdoni i dispiaceri che le ho dati: alleva tu i miei figli nell’amor della patria e della religione. Vedendo che io non frenavo le lagrime mi disse: Non piangere. Ti dispiace che io muoio? Io risposi con uno scoppio di pianto; ed egli con una rassegnazione straziante: Anche a me dis-

(30) E. DANDOLO, I Volontari, cit., pp. 234-235.

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Terra e gente piace. Dopo molto silenzio gli dissi: Pensa anche al Signore. Oh! Ci penso molto, rispose. Si avvicinô allora uno dei buoni cappuccini, che servono all’ospedale e gli domandò se voleva ricevere i soccorsi della religione. Luciano si confessò, poi volle comunicarsi, e poi mi guardò con un sorriso sì angelico che faceva scoppiare il cuore. Si tolse di dito l’anello e me lo mise in dito egli stesso; chiamò Ferrari, l’ordinanza, e gli domandò scusa se lo aveva fatto immatire, poi mi disse: Vado a raggiungere tuo fratello, lo saluterò per te! Dopo non parlò quasi più. Arrivò Bertani e lo medicò. Di tanto in tanto diceva: Bertani, fammi morir presto, soffro molto! Poi mi stendeva la mano già fredda e mi stringeva la mia e mi guardava con un angelico sorriso. Negli ultimi momenti non fui più padrone di me stesso. Mi venne male e fui portato via. Quando rinvenni tornai al letto, ma aveva già gli occhi fissi e non parlava. Gli misi la mano sul core: sentii a poco a poco i battiti leggeri affievolirsi e poi più nulla. Il mio povero Luciano, che io amavo tanto, era morto. Morto senza dare un grido, tenendo gli occhi aperti, sembrando ancora vivo. Ah mio Dio: Povero Luciano. Giovine santo, ammirabile. Povero amico, fratello mio! Fra due o tre giorni le cose saranno qui finite, ed io verrò a portarvi il suo corpo, che, come mi disse, desidera che sia seppellito vicino ai suoi cari. Povero Enrico! Povero Luciano! Cosa debbo fare ora al mondo senza di voi. Io ho l’animo straziato, la testa mi gira. Oh mio buon Luciano! Ora egli è un angelo del Signore in Cielo, un eroe della terra. Che Iddio lo benedica e dia forza a voi, mia buona Carmelita, a sopportare questo orribile colpo. Noi ora siamo fratelli di sventura. Il Cielo ci ha colpiti in ciò che avevamo di più caro al mondo. Oh potessi esser presto vicino a voi per piangere i nostri poveri morti e parlare di loro! Scusate se non posso scrivere come vorrei. Ho l’animo che non può più. Vorrei sapere perché invece di Enrico e Luciano non sono morto io. Poveri fratelli miei. Come ho da fare senza di loro! Fatevi coraggio, ve ne supplico. Non posso darvi consolazione, perché ne ho bisogno io. Addio, addio. Emilio P. S. Manderò a voi i capelli e radunerò tutta la sua roba»(31).

Anche Emilio Dandolo era rimasto ferito, guidando il 3 giugno per ordine di Garibaldi un drappello di una ventina di uomini in un disperato assalto a Villa Corsini, durante il quale fu colpito a morte il fratello Enrico. Dopo aver preso parte alle ultime fasi della difesa di Roma, egli si preoccupò del trasporto nel Ticino delle salme del fratello e degli amici Morosini e Manara, che trasportate per mare a Genova ai primi di settembre del 1849 furono fatte proseguire per Arona e Magadino fino a Vezia, dove il 12 settembre vennero tumulate insieme in una cappella nel giardino di villa Morosini(32).

(31) G. CAPASSO, Dandolo, Morosini, Manara, cit., pp. 252-254. (32) Id., p. 260.

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Robertino Ghiringhelli

Un filosofo federalista primo parlamentare della sponda lombarda del Lago Maggiore

G

iuseppe Ferrari. Chi era costui? La domanda resa famosa dal Manzoni se la pone la stragrande maggioranza degli abitanti delle nostre zone e solo pochissimi (nonostante un Convegno Internazionale tenutosi a Luino all’inizio di ottobre 1990 ed i relativi Atti pubblicati l’anno seguente ed il recupero del busto del suddetto, già in bella vista nel cortile interno della Pretura di Gavirate, recuperato dai magazzini comunali per merito dell’Amministrazione comunale di Gavirate e del Comitato Varese per l’Italia 26 maggio 1859 ed oggi posto all’ingresso della Biblioteca di Gavirate) sanno che dal 1860 al 1876 fu il parlamentare di queste terre, quindi il primo rappresentante politico nelle istituzioni dell’appena nato Stato unitario nazionale. Riprendo pertanto i caratteri salienti della sua biografia politica, ricordando che proprio quest’anno ricorre il bicentenario della nascita

Una vita avventurosa e da isolato tra filosofia e politica Giuseppe Ferrari(1) nacque a Milano il 7 marzo 1811, fu battezzato il giorno seguente in San Satiro e il padre Giovanni, medico, scelse per lui ben quattro nomi: Giuseppe, Michele, Giovanni e Francesco. Dopo aver fre-

(1) Su Giuseppe Ferrari si vedano: Le più belle pagine di Giuseppe Ferrari scelte da Pio Schinetti, Treves, Milano 1927; A. AGNELLI, Il diritto secondo Ferrari, Cedam, Padova 1958; S. ROTA GHIBAUDI, Giuseppe Ferrari. L’evoluzione del suo pensiero (1838-1860), Olschki, Firenze 1969; S. ROTA GHIBAUDI (a cura di), Scritti politici di Giuseppe Ferrari, Utet, Torino 1973; R. GHIRINGHELLI, Joseph Ferrari et le fèdèralisme, Puam, Aix-en-Provence 1992; S. ROTA GHIBAUDI e R. GHIRIGHELLI (a cura di), Giuseppe Ferrari e il nuovo Stato italiano, Cisalpino, Milano 1992; S. ROTA GHIBAUDI, I percorsi della politica: teoria e realtà Epistemologia, storia e politica in Tocqueville, Ferrari, Mosca, Angeli, Milano 1996; M. MARTIRANO (a cura di), G. Ferrari. Scritti di filosofia e di politica, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006.

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Terra e gente quentato il Liceo Sant’Alessandro, si iscrisse all’Ateneo pavese ove si laureò in Giurisprudenza il 9 giugno 1832. Giovane svogliato di studio presso l’avvocato Gerardi, iniziò a frequentare il cenacolo degli “Annali Universali di Statistica” di Gian Domenico Romagnosi (1761-1835), il padre dei democratici italiani dell’epoca, di cui facevano parte Carlo Cattaneo, Cesare Cantù, Cesare Correnti. Nel 1833 pubblicò su «Il Nuovo Ricoglitore», il suo primo scritto dedicato all’analisi della Philosophie du droit di Eugène Lerminier (1803-1857) nel quale iniziò a tratteggiare uno dei concetti cardine del suo pensiero: il diritto è per sua natura civile e quindi collegato alle scienze sociali. Nel 1835 suscita scalpore nel mondo culturale con la Mente di Romagnosi, primo studio critico sulla dottrina del suo maestro, e con la pubblicazione delle opere di Giovan Battista Vico (1668-1744), considerato il primo vero filosofo civile italiano. Nel gennaio 1838, insofferente alla pesante aria censoria della Milano austriaca, si trasferisce a Parigi, dove due anni dopo consegue il dottorato in lettere. Diventa famoso per i suoi scritti sulla «Revue des deux mondes» dedicati alla letteratura popolare in Italia e il saggio Vico e l’Italia. Nell’autunno del 1841 ottiene l’incarico di supplente nell’insegnamento di Storia della filosofia all’Università di Strasburgo. Nel febbraio successivo viene rimosso dall’incarico su richiesta del vescovo locale in conseguenza del contenuto delle sue lezioni che, come leggiamo sul «Journal des debats» del 14 febbraio 1842, sono giudicate troppo poco accademiche e blasfeme. Si dedica ad approfondire la questione italiana pubblicando diversi articoli sulla «Revue des deux mondes» e sulla «Revue indépendente», fra i quali emergono La phiposophie catholique en Italie e La révolution et les réformes en Italie. Sono i prolegomeni alle sue due opere teoriche più importanti che appaiono nel 1851 a Capolago in Canton Ticino: la Filosofia della rivoluzione e la Federazione repubblicana. Nel 1858 pubblica a Parigi l’Histoire des révolutions d’Italie, che ne accresce la fama tra i democratici della Penisola. Dopo una fugace apparizione nel 1848, rientra in Italia nell’inverno del 1860 poiché è candidato al Parlamento per i mandamenti di Luino e Angera sul Lago Maggiore. Eletto, rimase deputato sino al 15 maggio 1876 quando fu nominato senatore. Devo però precisare che vi fu una breve parentesi tra il febbraio 1866 e il marzo 1867 quando per incompatibilità con la carica di membro del Consiglio Superiore dell’istruzione pubblica fu costretto a dare le dimissioni da onorevole. Sulla sua attività di parlamentare del Lago Maggiore ritornerò nel paragrafo successivo. Qui mi preme sottolineare che nel 1865 pubblicò Il Governo a 162


Terra e gente

Giuseppe Ferrari tratto da A. MAZZOLENI, Giuseppe Ferrari. I suoi tempi e le sue opere. Commemorazione pronunciata nel Salone dei Giardini Pubblici il giorno 8 luglio 1877, Milano 1877

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Terra e gente Firenze, concepito come una lettera aperta agli elettori ed agli amici sui sei anni di vita parlamentare. Il 2 luglio 1876 morì a Roma; il 15 luglio seguente le sue spoglie vennero sepolte al Cimitero monumentale di Milano.

Un repubblicano al Parlamento italiano Giuseppe Ferrari è a Parigi quando la Società Patriottica di Como, la Società Unitaria e l’Associazione Elettorale di Milano, il Circolo elettorale di Luvino (il vecchio nome di Luino rimasto in vigore sino al 1889) e la Società Nazionale decidono di candidarlo alle prime elezioni politiche unitarie del 25 marzo 1860. Accetta cinque giorni prima, il 20 marzo, con una lettera inviata alla Società Unitaria e al Comitato Elettorale presieduto da Achille Longhi (18111888). Nel Manifesto a favore della sua candidatura, diffuso il 16 marzo, quindi prima dell’accettazione, si invitano gli elettori dei mandamenti di Luino e Arcisate della provincia di Como a scrivere sulla scheda dottor Giuseppe Ferrari di Milano, pubblicista. Gli aventi diritto al voto sono 459, i votanti furono 317. Ferrari ebbe 157 voti. Il suo avversario, Giulio Sarti, 94. I voti nulli o dispersi assommarono a 66. Come leggiamo nella lettera del 20 marzo erano elezioni che si svolgevano nella incertezza più assoluta in quanto «non sappiamo neppure in questo momento se l’Italia sia Unità o Federazione, Pontificia o libera»(2). Lo stesso parlamentare, che non aveva partecipato alla lotta elettorale direttamente, ma solo attraverso il Longhi e il Circolo di Luino, giunse nelle città lacuale solo nell’agosto successivo, ben cinque mesi dopo l’elezione. A Torino, nelle sedute parlamentari di Palazzo Carignano, intervenne il 27 maggio dichiarandosi contrario alla cessione di Nizza e Savoia alla Francia di Napoleone III. Avrebbe sostenito ne Il Governo a Firenze (1865): «non esitai a dichiarare quella cessione parimenti funesta al Piemonte che l’aveva concetta e all’Italia chiamata a sancirla… Con quel patto (di Plombières) si promisero Nizza e Savoia alla Francia in concambio di uno Stato generico di dodici milioni di abitanti nell’alta Italia; quindi si ridusse la libertà italiana ad uno Stato generico, recente, incerto»(3). Parimenti si oppose l’8 e l’11 ottobre 1860 alla proposta di legge di con-

(2) In P. FRIGERIO, Luino. Un secolo (1885-1985), Banca di Luino e Varese, Luino 1985, p. 102. (3) In G. FERRARI, Scritti politici a cura di S. ROTA GHIBAUDI, Utet, Torino 1973, p. 915.

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Terra e gente ferire al Governo la facoltà di compiere l’annessione di nuove province. La settima legislatura durò meno di un anno poiché il 17 dicembre fu sciolta in seguito ai plebisciti nell’Italia centrale e meridionale e all’estensione a queste terre degli ordinamenti amministrativi del Regno di Sardegna e dello Statuto Albertino: il Parlamento non era più rappresentativo di tutto il territorio della Penisola, riunito sotto la dinastia sabauda. Il 27 gennaio 1861 si tennero le prime elezioni politiche generali del Parlamento italiano e in queste terre lacuali cambiò la composizione territoriale del Collegio elettorale. Difatti Arcisate fu accorpata a Varese mentre Luino comprese i mandamenti di Maccagno, Luino, Angera e Gavirate. Gli aventi diritto al voto non erano più dell’1,4% della popolazione. I candidati erano tre: il Ferrari, Giulio Borghi, deputato uscente per Gavirate - Angera, e il nobile Guido Borromeo. Ma la lotta era ristretta ai primi due poiché, come sottolineava l’«Eco di Varese» del 25 gennaio «chi desidera l’Italia una indipendente voti per Borghi, chi vuole la federazione degli stati italiani dia la propria scheda al Ferrari»(4). Su 685 iscritti si presentarono ai seggi in 380; Borghi ebbe 159 voti, il Ferrari 129 ed il Borromeo 89. I voti nulli o dispersi furono solo 3 ad indicare la vivacità di questa tornata elettorale. Borghi aveva largamente vinto a Gavirate ed Angera, dove il Ferrari prese un solo voto, ma non bastò. Si dovette ricorrere al ballottaggio tra i due che si tenne il 3 febbraio successivo. Aumentò il numero dei votanti (456) e vinse il Ferrari con 245 suffragi ottenuti contro i 206 del suo avversario. Giova qui ricordare che aveva diritto al voto chi aveva 25 anni, sapeva leggere e scrivere e pagava da quaranta lire annue in su di tasse personali. In un lettera al filosofo francese Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) datata 16 aprile 1861 così il Ferrari commentava l’accaduto: «La Camera scaduta aveva ridotto della metà il numero dei deputati delegando al ministro il compito di rideterminare le circoscrizioni elettorali. Voi indovinate che il Cavour ha approfittato di questa facoltà da vero bandito; tutte le circoscrizioni fedeli ad idee liberali sono state sconvolte, tutti i vecchi collegi sono stati rifusi in modo da giungere ad elezioni ministeriali; malgrado tutto, se sono stato battuto a Milano, Luino ha votato per me come un solo uomo, ho battuto un Borromeo, primogenito della famiglia più illustre di Milano e segretario generale del Ministero dell’Interno; ed ho battuto il vecchio deputato, liberale a mezzo, degli elettori di Gavirate, dove si è trasportato l’ufficio centrale, a svantaggio di Luino, di cui non posso più portare il nome.

(4) «Eco di Varese», Supplemento, 25 gennaio 1861.

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Terra e gente Aggiungete che sono stato rieletto nel pieno di una disfatta di tutta la parte democratica»(5). Il Ferrari da allora fu sempre rieletto e cioè il 22 ottobre 1865, il 10 marzo 1867, il 20 novembre 1870 e l’8 novembre 1874. In realtà, come già sottolineato in precedenza, essendo stato dichiarato decaduto dalla Camera dei deputati nella seduta del 5 febbraio 1866 per incompatibilità con altri incarichi pubblici, dal 10 marzo del medesimo anno al 10 marzo del successivo fu parlamentare di queste terre il garibaldino, futuro gran maestro della massoneria, Lodovico Frappolli (1815-1878). Il 15 maggio 1876 il Ferrari fu nominato senatore del Regno e nelle elezioni suppletive del 28 maggio divenne a larghissima maggioranza rappresentante di queste terre Giulio Adamoli (1840-1926). Come parlamentare Ferrari ebbe un rapporto particolare con il proprio elettorato. Fu a Luino poche, ma significative volte. Sempre soggiornò presso la Villa Longhi a Lavello di Germignaga, ove concepì la sua ultima opera teorica, La mente di Pietro Giannone, nell’estate del 1867. Era insensibile alle richieste insistenti dei vari postulanti che trattava con distacco, poiché, non accettando prebende, onorificenze e impieghi, non poteva raccomandare nessuno; al massimo si limitava, e non sempre, a sottoporre il caso a chi di dovere. Diverso l’atteggiamento verso le richieste delle amministrazioni locali soprattutto per i lavori pubblici richiesti sia nell’ambito viario che ferroviario. A questo proposito nella seduta della Camera del 15 marzo 1863 intervenne sulla questione della ferrovia da Milano al Lago Maggiore, destreggiandosi abilmente tra i sostenitori della linea Gallarate - Varese - Laveno e quelli della Gallarate - Sesto - Laveno. Affermò, infatti, la necessità di un collegamento tra Milano e il Lago Maggiore senza dettagliare il tracciato preferito in modo da non scontentare sia l’elettorato di Gavirate che quello di Laveno, ma ( e qui si nota la vicinanza con le teorie ferroviarie di Carlo Cattaneo) tenendo presente, anzi ammonendo il Governo, che necessitava prime la progettazione di un piano di rete ferroviaria per tutto il Nord Italia collegato alle scelte elvetiche e francesi e alle esigenze del porto di Genova. Decisivo, inoltre, fu il suo apporto per dotare di telegrafo Luino (gennaio 1872), istituire la linea telegrafica Varese - Laveno (inverno 1875), assegnare alle varie amministrazioni locali contributi statali per i lavori pubblici. Nelle sedute camerali a Firenze del 14,15 e 16 marzo del 1868, dedicate alla proposta di legge sull’introduzione di un’imposta sul macinato, si pronunciò veementemente contro un simile “iniquo” provvedimento susci-

(5) In F. DELLA PERUTA, Lettere di Giuseppe Ferrari a Pierre Joseph Proudhon, in «Annali della Fondazione Feltrinelli», 1961, vol. I, Lettera n. 23.

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Terra e gente

Giuseppe Ferrari, 1870, Archivio Armocida, Ispra

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Terra e gente tando l’approvazione dei mugnai di Gavirate, dei contadini di Mombello e di Angera. Senza scendere ulteriormente nel dettaglio degli interventi da deputato del Ferrari, occorre dire che la sua influenza sul territorio ed il conseguente legame furono soprattutto teorici. Attraverso il Ferrari la nascente classe dirigente locale conosceva e partecipava alle grandi questioni allora dibattute, in primis la riforma elettorale, la questione agraria, la richiesta di maggiori autonomie municipali, la questione sociale e il tema cruciale del controllo politico, cioè dello Stato, del nascente sistema industriale. Mi piace qui riportare il giudizio che Petrucelli della Gattina nella sua opera I moribondi del Palazzo Carignano diede del Ferrari parlamentare. Sostiene, difatti, che: «Giuseppe Ferrari è conosciuto in Francia forse più che in Italia, e, del resto fu un momento nel quale sollevò qui in Italia la collera universale, non per l’esemplare suo carattere, ma per le originali sue dottrine. È il solo federalista della Camera, dacchè io ignoro che, palesemente almeno, ve ne sia un altro. Egli non simula vilmente il pensiero suo, le sue opinioni: al contrario lancia l’uno e l’altra, a torto o ragione, ne sia o no il caso, sempre che gli capiti, e ormai la Camera, che interromperebbe chiunque altro, non fosse che col mormorio e i commenti, lascia lui liberamente dire, dire e ridire le proprie teorie, non che per la sua rinomanza, per la tinta scientifica di cui l’eminente filosofo della storia sa rivestire gli sfolgoranti suoi paradossi. Spesso, del resto, egli ha degli sprazzi di luce, che riassumono con una parola, con una frase profonda, tutta una situazione. Se avesse rinnegato le antiche convinzioni forse sarebbe nella Camera una vera macchina da guerra. Restando onoratamente federalista, siede impotente sui banchi dell’opposizione». Il pensiero politico federalista del Ferrari Sulla parigina «Revue des deux mondes» appaiono tra il primo giugno 1839 e il 15 febbraio 1840 due articoli del Ferrari dedicati a La letteratura popolare in Italia, coi quali si afferma che solamente a partire dal Sedicesimo secolo si può parlare di una letteratura nazionale italiana con una lingua nazionale che, però, in seguito, ha perso quest’ultima caratteristica con l’affermarsi di quattordici dialetti o lingue volgari, parlati dall’ottantacinque per cento degli abitanti della Penisola. La lingua nazionale, il volgare fiorentino o italiano, infatti, è considerato troppo aulico, astratto, accademico e lontano dal comune sentire quotidiano. Secondo alcuni studiosi italiani (Antonio Monti, Alessandro Levi, Silvia Rota Ghibaudi) si tratta dei primi cenni della sua teoria fedele che, rafforzata dalle riflessioni conseguenti alla frequentazione ed alla lettura degli scritti di 168


Terra e gente Saint-Simon, Fourier e Proudhon, La rèvolution et les rèformes en Italie, saggio apparso sul fascicolo del 10 gennaio 1848 della francese «Revve indépendente», lo porta a sostenere che in base alla propria storia e alla propria conformazione geografica l’Italia è la sede naturale di una federazione. Difatti non ha come la Francia un solo centro vitale, ma diverse città che hanno una loro originale visione dello stare assieme. Pertanto, poiché «la realtà in Italia è la divisione storica degli Stati e il diritto d’ogni italiano è di vivere libero nel proprio Stato (essa) conduce alla confederazione italiana»(6). Gli avvenimenti della prima guerra d’indipendenza e la rivoluzione del febbraio 1848 in Francia stimolano il nostro autore a trasformare in compiuta dottrina filosofica e politica l’esperienza e le riflessioni maturate negli anni milanesi attorno alla scuola di Gian Domenico Romagnosi (1761-1835) e con la lettura e pubblicazione delle opere di Giovan Battista Vico, vivificate dai rapporti diretti col mondo culturale francese e dalle polemiche col cattolicesimo liberale di Vincenzo Gioberti (1801-1852) e Cesare Balbo (1789-1853) e con i mazziniani. Escono così nel per lui magico 1851 le sue due opere maggiori: la Filosofia della rivoluzione e la Federazione repubblicana. La tesi fondamentale espressa nella Filosofia della rivoluzione è che il progresso tende all’affermarsi nella vita quotidiana della scienza e del principio dell’uguaglianza e a dare alla filosofia il compito di scienza che governa l’umanità. Nei dodici capitoli in cui viene divisa la Federazione repubblicana il Ferrari traccia sinteticamente i caratteri salienti della storia politica dei diversi Stati italiani, oscillante tra le due teorie dell’indipendenza e dell’unità nel delineare le leggi che portino ad una vera rivoluzione sociale. Per rivoluzione sociale egli intende «una rivoluzione di filosofi che fornisce una parola d’ordine alla grande armata degli oppressi»(7). Questa parola d’ordine è il socialismo o rivoluzione del povero, cioè «revisione del patto sociale, il nuovo riparto delle ricchezze, in guisa che il cieco diritto dell’eredità non signoreggi più la società e che la concorrenza sia libera veramente»(8). Il socialismo di Ferrari si fonda sulle idee astratte di merito individuale e di uguaglianza di condizioni, retaggio delle influenze della civile filosofia romagnosiana e il cui contenuto deve essere precisato dalle singole collettività secondo le esigenze del popolo. In Italia queste esigenze vengono ad identificarsi con la modifica radicale del regime della proprietà o legge agraria, definita diritto di necessità della fa-

(6) In G. FERRARI, Scritti politici, cit., p. 121 (7) In G. FERRARI, Scritti politici, cit., p. 383. (8) Ibidem, p. 384.

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Terra e gente

Villa Longhi, poi Fara Forni, Brezzo di Bedero

me del povero contro i vizi del ricco «che si sviluppa col rovesciare le caste, il patriziato, la feudalità, la nobiltà»(9). Come ha già sostenuto nel 1849 in Machiavel juge des révolutions de notre temps, per arrivare a tutto ciò bisogna recuperare il primato dell’uomo, che ha segnato il Rinascimento italiano e la Rivoluzione francese, che porta all’unica forma di governo in grado di trasformare il diritto di uguaglianza in realtà: la federazione repubblicana. La repubblica è «quella emergente dalla tradizione, dalla legge, dalle lotte, dal progresso di ciascun Stato italiano; essa non può essere che le repubbliche di Lombardia, di Venezia, di Toscana, di Roma, di Napoli, di Piemonte, di Pama, di Modena»(10). Quindi l’ideale repubblicano è il fine della rivoluzione italiana se si vuol sconfiggere il disegno del Regno di Sardegna di giungere ad un’unione monarchica della Penisola. Guardando la storia delle cento città italiane, le loro tradizioni civili, i loro statuti, emerge un insieme di repubbliche che la rivoluzione sociale e la lotta

(9) Ibidem, p. 384. (10) Ibidem, p. 392.

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Terra e gente

Achille Longhi, Archivio Armocida, Ispra

Lodovico Frapolli, Archivio Polo Friz, Nebbiuno

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Terra e gente contro il Papato, l’Impero, i re ed i principi trasformano in un’assemblea nazionale italiana, composta di rappresentanti dei diversi Stati italiani, che sono «un senato di Sovrani (che abbia) il diritto di fare la guerra e la pace, di far leve militari, di disporre dei porti, delli arsenali»(11). La mancanza poi in Italia di un’unica capitale, centro politico e di governo, cuore di tutta la Penisola, come è Parigi per la Francia, e la presenza di una serie di città Stato fa, a giudizio del Ferrari, dell’Italia un insieme naturalmente federale di società. La connotazione federale del pensiero del nostro autore non è scevra di contraddizioni essendo frutto delle antinomie fra libertà e uguaglianza, proprietà e comunione di beni, spirito di ribellione e saggezza, interesse e fratellanza, forza e virtù. Corrispondendo alla complessità della situazione contingente non solo italiana e pur venendo annoverata fra le dottrine dei vinti del Risorgimento si tratta di una concezione che conferma come l’età risorgimentale fosse agitata da un movimento composito di idee e di fatti ed in essa fossero ben presenti quei modi dello stare assieme, della rappresentanza politica, delle identità nazionali e locali che ancora oggi sono irrisolti e dividono le culture e le società del nostro Paese.

(11) Ibidem, p. 394.

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Giuseppe Armocida

Riappare a Gavirate il busto di Giuseppe Ferrari, il nostro deputato avverso all’Unità d’Italia

I

l busto di Giuseppe Ferrari, realizzato dallo scultore Silverio Martinoli e scoperto il 30 ottobre 1881 sotto il portico della casa comunale di Gavirate con l’iscrizione: «A Giuseppe Ferrari i suoi elettori posero il giorno 30 ottobre 1881. Nacque a Milano il giorno 7 marzo 1811 morì in Roma il giorno 2 luglio 1876 e solo cessò d’essere deputato del nostro collegio quando fu elevato al grado di senatore», era poi stato per molti anni nel piccolo cortile del palazzetto della Pretura, da dove fu tolto con il trasferimento degli uffici giudiziari nella nuova sede. Da allora era rimasto invisibile fino al 18 dicembre 2010, quando l’Amministrazione comunale, sollecitata da Luigi Barion e dall’associazione “Varese per l’Italia”, lo ha riportato alla visibilità collocandolo sotto il portico del palazzo che ospita la biblioteca. Il filosofo Giuseppe Ferrari è stato certamente uno degli intelletti maggiori dell’Ottocento italiano, uno dei grandi protagonisti della democrazia risorgimentale, ma anche uno degli sconfitti dalla storiografia nazionale e non sorprende, quindi, che il suo busto sia stato dimenticato per tanto tempo in qualche reposto sito del Comune. I nostri paesi lo avevano eletto deputato, rappresentante in Parlamento del collegio di Maccagno-Luino-Gavirate-Angera dal 1860 al 1876(1). Era un uomo repubblicano e un filosofo socialista, maturato nel pensiero francese di Proudhon, di Saint Simon ed anche di Fourier. Era passato attraverso idee forti, come l’abolizione dell’eredità e la limitazione del diritto di proprietà, per andare verso la correzione delle profonde sperequazioni sociali e l’elevazione economica delle classi popolari. Ma al rientro in Italia, sfumato il più deciso impegno socialista, Ferrari fu soprattutto il parlamentare decisa-

(1) C. AMBROSOLI, P. ASTINI, G. ARMOCIDA, P. FRIGERIO, G. PETROTTA, Giuseppe Ferrari e la vita sociale e politica nel collegio Gavirate-Luino, in Giuseppe Ferrari e il nuovo Stato italiano, Atti del Convegno di Luino 5-6 ottobre 1990, a cura di S. ROTA GHIBAUDI, R. GHIRINGHELLI, Milano 1992, pp. 285-367.

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Terra e gente mente avverso alla Unità, critico verso lo stato accentratore e solitario sostenitore di un programma federal-socialista. Da solo si era opposto alla annessione immediata delle Marche e delle Due Sicilie, per difendere le tradizioni, l’ordine economico, le ragioni delle città capitali e tutti i principii di diritto pubblico e di geografia politica, contro l’estensione di un unico sistema piemontese dominante sugli altri. Distante anche dagli uomini dello stesso schieramento di sinistra al quale apparteneva, era stato capace di argomentare e sostenere la propria posizione con la forza del pensatore isolato rispetto alla maggioranza: Giuseppe Ferrari è un nome reso popolare in Italia non tanto dalla sua fama letteraria, quanto da una eccentricità politica che lo distingue dai suoi compagni in Parlamento. Domandate ai centomila lettori dei pubblici fogli quali sieno i suoi principi politici, e vi diranno unanimi che egli è il deputato federalista della Camera unitaria di Torino(2).

Il filosofo-deputato fu in Parlamento un vero «apostolo del federalismo, certo. E combattente, solitario e chisciottesco, contro l’avanzante mito di Roma»(3), ma era stato visto come un pensatore pericoloso già all’indomani della prima guerra di indipendenza, nel 1851: Non è un mistero per nessuno la fatale scissione che esiste adesso nel campo della democrazia. I federalisti per l’ultimo proclama del Comitato di Londra si sono sguinzagliati come tanti cani arrabbiati contro i partigiani dell’unitarismo /…/ Ferrari è uno scrittore venturiero, una testa balzana, e si licet parva componere magnis, un originale sul gusto di Cattaneo; la stravaganza gli si legge in faccia, ha un viso da spaventato, proprio da autor polemico e tiene i biondi crini scarmigliati alla foggia di Iacopo Ortis(4).

Era accomunato a Cattaneo («uomini tra loro ben diversi e concordi soltanto all’apparenza») e il pubblicare in Svizzera li faceva definire i «faziosi di Capolago». Con La federazione repubblicana (Capolago 1851) Ferrari aveva impostato il problema rivoluzionario italiano, contrapponendo alla visione di Mazzini, nazionale ed unitaria, l’idea di una rivoluzione che interessasse le masse lavoratrici per la loro emancipazione e che conducesse non verso una sola grande repubblica, ma ad una federazione tra le diverse repubbliche. Ogni singolo stato indipendente avrebbe dovuto concorrere ad una federazione italiana con autorità limitata agli affari militari ed internazionali: La republica adunque non può essere che quella emergente dalla tradizione, dalla legge, dalle lotte, dal progresso di ciascun Stato italiano; essa non può essere che

(2) L. ALBERTI, Federalista o unitario? Esame critico intorno al voto di Giuseppe Ferrari sulla convenzione del 15 settembre, Firenze 1864, p. 11. (3) G. SPADOLINI, Prolusione, in Giuseppe Ferrari e il nuovo Stato italiano, cit., p. 39. (4) E. LAVELLI, P. PEREGO, I misteri repubblicani e la Ditta Brofferio, Cattaneo, Cernuschi e Ferrari, Torino 1851, pp. 7, 51-52.

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Terra e gente

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Terra e gente le republiche di Lombardia, di Venezia, di Toscana, di Roma, di Napoli, di Piemonte, di Parma, di Modena. Come mai il popolo piemontese potrebbe giudicare li uomini di Roma? Come mai il popolo romano potrebbe accordare la sua confidenza alli uomini di Lombardia, che operano secondo leggi, tradizioni, abitanti e costumi che da mille anni sono ivi sconosciuti? Le republiche adunque, e non la republica, che sarebbe il primo principio di un immenso errore, di un intrigo senza esempio(5).

Uno dei cardini di quel pensiero era il ruolo delle città capitali. Il decentramento era il principio primo della federazione, perché ammetteva più governi e più assemblee, escludendo il predominio di una città su altre egualmente popolose. Ferrari ne vedeva l’esempio americano che trasportava il governo a Washington per evitare le rivalità tra gli stati federati: Gli stati a più centri popolosi, gli stati situati su vaste estensioni di territorio, dove il corso dei fiumi e dei monti intercettando la libera azione di una sola metropoli, ne crea parecchie di forze equivalenti, sono federali, hanno capitali moltiplici, a seconda della popolazione e della ricchezza, e si riuniscono col mezzo di una dieta, spesso nomade, e mancando l’uniformità imposta dall’alto, la libertà regna sola con moto che parte dal basso(6).

Invece, uno stato unitario, nel pensiero di Ferrari, doveva avere un centro unico, una metropoli maggiore di tutte le altre città, come era Parigi per la Francia. Negli stati organizzati, industriali e commerciali, uniti in un sistema di strade e di porti, la gerarchia doveva risalire alle capitali capaci di esercitare un’influenza economica sulle città minori. Uno stato unitario doveva avere: Un’unica capitale, in mezzo a foltissima popolazione, a ricchezze soverchianti, a cittadini che signoreggiano tutte le comunicazioni e che, abitando un punto d’incrocchio universale di tutte le vie, propagano con moto regolare le loro idee e i loro comandi dal centro alla più lontana circonferenza dello stato /…/ la loro forza d’attrazione sta nel denaro, nel commercio, nelle mode, nel’industria, nei palazzi, nelle vie, nei fiumi, nei canali che vi conducono tutti gli abitanti delle provincie ad esse soggette /…/ Perciò io reputai viltà il modificare, il velare le mie idee federali nell’atto di entrare nel Parlamento italiano /…/ e nel 1860, nel momento in cui tutta Italia facevasi piemontese «Queste capitali, io scriveva, sì gelose delle loro rimembranze, dei loro trofei, del loro passato, sì gloriose delle loro centralizzazioni conquistate attraverso tante peripezie»(7).

(5) Citiamo dall’edizione Opere filosofiche e politiche di Giuseppe Ferrari, tomo IV, Capolago 1854, pp. 167-168. (6) G. FERRARI, Il governo a Firenze, Firenze 1865, p. 49. (7) Ibidem, pp. 49, 52, 53.

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Terra e gente E dunque, come collocare l’Italia di allora tra gli stati unitari? Quale era la città che poteva farsi capitale? Uno stato unitario doveva avere quel che in Italia non c’era, una metropoli che dominasse per importanza e per dimensioni. In realtà nessuna città italiana avrebbe voluto cedere «moralmente» ad un’altra. Ferrari aveva accettato il trasporto della capitale da Torino a Firenze, solo sperando di poter così superare il centralismo di Torino e del Piemonte, ma certamente non guardava con favore a Roma: Non siamo certo a Firenze per fondare una capitale capace di reggere unitariamente i destini d’Italia /…/ L’Italia si propone di tenere Firenze come un albergo, la Toscana come una villeggiatura /…/ non siamo a Firenze nemmeno per approssimarci a Roma /…/ Roma non popolosa, non ricca, non illuminata, né commerciale né industriale, non esercita da secoli alcun influenza sulle metropoli tutte sorte in odio suo; quest’orgogliosa ruina non è che il capoluogo dello stato romano, e chi la propone come centro economico della nazione parla a caso e non merita risposta(8).

In Parlamento, il nostro deputato era stato uno dei tre che nel 1861 votarono contro Roma capitale, perché quella era stata la città di un’antica tirannia ed ora era il luogo «d’una nuova tirannia sotto i Papi». Roma era ancora del Papa e ai tanti pregiudizi che portavano a diffidarne si poteva aggiungere il severo giudizio di Massimo D’Azeglio: Non bisogna perdere di vista che per gli individui come per i governi esistono gli ambienti sani, come gli ambienti malsani. Esistono le arie che danno forza ed energia, come quelle che inducono ignavia e fiacchezza. L’ambiente di Roma impregnato di 2.500 anni di violenze materiali o di pressioni morali esercitate dai suoi successivi governi sul mondo… non pare il più atto a infondere salute e vita nel governo di un’Italia giovane, nuova, fondata sul diritto(9).

Per fare di Roma la capitale occorreva prima demolire per ricostruire una città nuova e diversa sulle rovine dei due imperi pagano e cattolico, ma questo sembrava piuttosto una utopia(10). Se l’Italia non era la Francia e non poteva aspirare ad una capitale perfetta come Parigi, ciascuno dei suoi stati, piccoli o grandi, valeva la storia di una nazione intera e Ferrari vedeva il rischio che nella teoria dell’indipendenza (in «un’Italia una, che il popolo non vede»)(11) gli stati si potessero ridurre tutti al sistema piemontese e «all’ambizione del re di Sardegna»(12). Una battaglia per il federalismo, per il decentramento e per le autonomie (Discorsi sull’annes-

(8) Ibidem, pp. 68-69, 16. (9) M. D’AZEGLIO, Questioni urgenti, pensieri, Firenze 1861, p. 42. (10) L. ALBERTI, Federalista o unitario?, cit., p. 44. (11) Opere filosofiche, cit., p. 167. (12) Ibidem, p. 40.

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Terra e gente sione delle Due Sicilie pronunziati al Parlamento italiano nelle tornate dell’8 e 11 ottobre 1860, Torino 1860) si riaccendeva vedendo la facilità con cui si dava l’Italia al Piemonte, senza nemmeno alterare la numerazione dei suoi re: E di fatto il Piemonte, che mal poteva assimilarsi la Lombardia, i Ducati e la Toscana, poteva forse farsi signore di popolazioni quattro volte più numerose delle sue? Torino che mal reggeva Milano, Bologna, Modena, Parma e Firenze, poteva forse dominare su Napoli a lei tre volte superiore?(13).

Il 26 marzo 1861, alla Camera, il deputato del Collegio di Luino tornò a sostenere l’inopportunità di uno stato unitario, vedendo i rischi di un accentramento burocratico. Il 2 dicembre 1861, non potendo convincere ad un assetto federale, sperava almeno in un ordinamento regionale. Nel 1864 aveva votato la convenzione del 15 settembre e il suo discorso alla Camera, l’11 novembre, era stato applaudito anche dagli avversari: Il deputato Ferrari ha pronunziato il suo lungo discorso in mezzo all’attenzione universale della camera /…/ e quando la lunga dissertazione ha finalmente raggiunto il suo termine, l’assemblea tutta quanta ha salutato il rappresentante del Collegio di Luino, con una salva d’applausi(14).

Luino aveva mandato in Parlamento il filosofo repubblicano e federalista nel 1860 e nelle elezioni dell’anno seguente, nel gennaio 1861, anche a Varese si doveva discutere delle idee del deputato. Presentando i due candidati, un giornale varesino schierato con i liberali progressisti spiegava: Stando alle voci comuni sembrano in predicato per la nomina a deputato di codesto collegio gli egregi signori D. Giulio Borghi e D. Giuseppe Ferrari, l’uno e l’altro ben meritevoli, ed entrambi capacissimi a rappresentare degnamente i loro mandanti, sebbene l’uno in base opposta all’altro. Chi pertanto desidera l’Italia una indipendente voti per Borghi. Chi vuole la federazione degli Stati Italiani, dia la propria scheda al Ferrari(15).

Quelle ultime parole avevano naturalmente sollevato dubbi pericolosi. Il definire Borghi sostenitore dell’Italia indipendente metteva in difficoltà gli elettori del filosofo federalista. Achille Longhi, che coordinava il comitato dei democratici, ottenne che l’«Eco di Varese» pubblicasse una intera pagina di supplemento per spiegare la posizione politica di Ferrari e dissipare dubbi o perplessità.

(13) G. FERRARI, Il governo a Firenze, cit., p. 14. (14) L. ALBERTI, Federalista o unitario?, cit., p. 3. (15) «Eco di Varese», 21 gennaio 1861.

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Terra e gente

Due momenti della cerimonia del 18 dicembre 2010, a Gavirate, con il sindaco Felice Paronelli e il discorso del prof. Robertino Ghiringhelli

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Terra e gente Era necessario un corretto esame di quelle idee e Longhi si assumeva il compito di chiarirlo agli elettori: Egli espose primamente che il sistema piemontese dicendo ai Lombardi, ai Veneti, ai Toscani, ai Napoletani, ai popoli tutti d’Italia – Insorgete ed appena fatta l’insurrezione siate immediatamente piemontesi e tanto vi basti – è causa che la nazione precipiti al massimo disordine. Ma non abbiamo noi Lombardi provata tanta verità, senza discorrere d’altro? L’inondazione di tanti impiegati piemontesi, la poca deferenza pei nostri, le nuove codificazioni, le tante leggi d’ogni genere a noi imposte contrariamente ai nostri interessi, alle condizioni nostre territoriali, di proprietà, di persone, senza partecipazione de’ nostri rappresentanti non sono forse cagioni di malcontento gravissimo fra noi, atte, se accresciute, a degenerare in pubblica calamità?(16).

Longhi voleva spiegare le ragioni che avevano portato Ferrari ad opporsi in Parlamento alla incondizionata annessione del regno di Napoli. Si vedevano, purtroppo, certe gravi conseguenze di una affrettata unificazione nel governo piemontese, con la prepotenza dei nuovi padroni ed anche con la mortificazione della valorosa armata meridionale di Garibaldi. Si vedevano le rivolte e le violente repressioni. Sotto forma di lotta al brigantaggio, si mandava l’esercito a sedare le ribellioni di quei popoli verso il piemontese, con arresti, esecuzioni sommarie e massacri. Ma non si trattava solo di questo. Ferrari aveva affrontato nei suoi discorsi anche il problema delle differenti economie della Penisola, quando sembrava che nessuno volesse toccare quell’argomento. Aveva parlato per primo di decentramento, auspicando l’autonomia delle diverse regioni, contro la dominanza del Piemonte su tutta l’Italia. Le sue parole erano state accolte quasi come «eresie», ma poi si era vista una certa stasi industriale, erano venuti i rincari e la sovraimposta di 19 centesimi che gravava la Lombardia di più di due milioni di lire milanesi «oltre la quota di un giusto riparto». Ferrari propugnava una federazione nella quale l’unità della nazione fosse limitata a quei settori nei quali era possibile e di utile generale, «nell’esercito, nelle finanze e nelle leggi generali». Gli si muoveva l’accusa di essere federalista e non unitario, ma Longhi spiegava che si doveva intendere la federazione collegata all’unità nel medesimo sistema di governo, per garantire il più grande decentramento amministrativo. In realtà, come abbiamo visto, Ferrari era decisamente contrario ad uno Stato unitario, a suo giudizio generatore di un rovinoso accentramento. Critico acceso del potere cattolico e di tutti i concetti tradizionali di una società fon-

(16) «Eco di Varese», supplemento, 25 gennaio 1861.

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Terra e gente data sulle diseguaglianze economiche, voleva una sostanziale trasformazione delle leggi per il federalismo, per il decentramento e per le autonomie: Autore di una teoria federale, storico dell’antica federazione pontificia e imperiale, interprete delle tradizioni libere, legali e cosmopolite che resero il risorgimento italiano eguale e forse superiore all’antica civiltà della Grecia /…/ dedito al culto della scienza, delle arti, dei monumenti, della storia che fece delle città italiane altrettante capitali dove ogni vita sorgeva maledicendo l’unità gotica longobarda e bizantina, io non saprei accettare la parola d’unità senza cadere in tal dedalo di contraddizioni da rimanere da me stesso annientato. Sulla nostra terra l’unità è anomalia, patrimonio della regia barbarie; creò imprese effimere, odiate, crudeli /…/ rimembra apparizioni rapide, poi rinnovate dal soffio di estere invasioni; una progressiva decadenza, capitali rovinate /…/ odi seminati tra città e città e minacce contro i più ricchi e popolosi centri a cui sarebbero svelti e governi e parlamenti e leggi e tradizioni e glorie sotto pretesto di un’apparente indipendenza che sarebbe di fatto la somma dipendenza a causa dell’affievolimento generale(17).

Si diceva che l’Unità era l’espressione più alta della libertà e della civiltà, ma poi i paesani del Sud restavano miseri, sudici, affamati, costretti a vivere in abituri fetenti, a farsi soldati nella coscrizione, mentre non si contrastava la tradizionale iniqua sperequazione tra potenti e miserabili, non si cercava di modificare il sistema di educazione o il riparto delle ricchezza e si rispettavano i già privilegiati del vecchio sistema: Le annessioni suggeriscono di prendere le redini del governo, coll’uniformità delle leggi, dei bureaux, dell’amministrazione, con un’unificazione senza progresso, concetta nell’interesse dei capi e non dei popoli, per comodo del Piemonte e non dell’Italia, e ne nasce l’insufficienza dell’unificazione condannata a lasciare sussistere le antiche amministrazioni /…/ i piemontesi che occupano quasi tutti i posti superiori dell’armata e anche adesso quarantatre prefetture sulle cinquantanove del regno(18).

Le province meridionali erano percorse dal brigantaggio indipendentista e tra i fattori della ribellione Ferrari vedeva anche l’effetto di una affrettata ed imperfetta annessione: Appena decretate le annessioni, il disordine scoppiò colle proporzioni gigantesche della guerra civile. Briganti audacissimi, truppe militarmente armate a piedi e a cavallo, capi di ribellione col contegno di capitani sostenuti dalla simpatica connivenza di vaste campagne /…/ battaglie spesso sanguinose e sostenute con eroica resistenza, rappresaglie crudeli da far raccapriccio /…/ nel 1861 si ordinano sanguinose repressioni, si sca-

(17) Lettera trascritta in F. DELLA PERUTA, Giuseppe Ferrari, in Giuseppe Ferrari e il nuovo Stato italiano, cit., p. 380. (18) G. FERRARI, Il governo a Firenze, cit., p. 33.

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Terra e gente tena la soldatesca contro villaggi di cinque a sei mila abitanti, contro borghi grandi come talune nostre città; la strage, l’incendio, lo stupro colpiscono gli innocenti invece dei colpevoli; io non poteva credere alle voci sparse sui fatti di Pontelandolfo e di Casalduni, e recatomi sui luoghi trovava la fama inferiore al disordine(19).

Pontelandolfo era stato, insieme a Casalduni, il 14 agosto 1861, il teatro di un eccidio perpetrato dall’esercito italiano dopo che dei briganti avevano ucciso soldati e carabinieri. Per vendetta, il colonnello Negri, al comando di 500 bersaglieri, massacrò un numero stimato di oltre 400 inermi cittadini e distrusse il paese incendiandolo: molte donne furono stuprate prima di esser assassinate e non furono forniti dati ufficiali sul numero totale delle vittime della repressione. Dopo gli eccidi, il bravo colonnello aveva telegrafato al governatore di Benevento: «All’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora». La distruzione così violenta del paese ferì la coscienza del nostro deputato che in Parlamento gridò: Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. È possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120.000 uomini? Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta e non dai briganti.

Condivideva forse il chiaro argomentare di Massimo D’Azeglio: «Bisogna sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo diritto di dare delle archibugiate». Ed avrebbe certamente capito le parole del principe di Salina quando disse al colonnello Pallavicino: «Mai siamo stati tanto divisi come da quando siamo uniti»(20).

(19) Ibidem, pp. 25-27. (20) G. TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo, Milano 1974, p. 159.

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Ilaria Gorini, Gabriele Polita

Pietro Pirinoli, uno studente di Cunardo caduto alle Cinque Giornate di Milano

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ntendiamo qui, con questo breve intervento, portare l’attenzione su un dimenticato episodio delle Cinque Giornate di Milano che vide cadere tra i patrioti un giovane studente della Valcuvia. L’insurrezione milanese, fra il 18 ed il 22 marzo 1848, fu certamente fra i più significativi momenti della storia risorgimentale italiana. Tra le molte opere che ci fanno conoscere i fatti di quei giorni, abbiamo anche il volume Cronaca della rivoluzione di Milano, di Leone Tettoni, pubblicato in Milano proprio nel periodo del Governo Provvisorio, «a profitto delle famiglie de’ morti nelle gloriose 5 giornate», come leggiamo nel frontespizio(1). Si tratta di un’opera non molto conosciuta e quasi nascosta fra i numerosi altri racconti contemporanei della rivoluzione milanese. Per quel che a noi interessa, dobbiamo notare che il libro del Tettoni è la prima fonte che ci informa della tragica vicenda di un giovane, che cadeva vittima della violenza dei soldati austriaci il 20 marzo 1848. La vicenda avveniva intorno alle dodici e trenta di quel giorno, nel quartiere di Milano che guarda verso la Porta Comasina. Il Tettoni ci narra di un maggiore ungherese che procedeva verso il “Ponte Vetro”, cercando di persuadere gli abitanti in tumulto a cessare le ostilità ed addirittura «gridando pace». In quel frangente, i soldati notarono due giovani – «due studenti di legge» – che provenivano “dalla Foppa” e che, portando la coccarda tricolore al cappello, dovevano intendersi come rivoltosi da fermare. Sappiamo dalla lettura di quel libro cosa accadde. I due ragazzi, visto l’incombente pericolo di un arresto, non si fermarono e la soldataglia si diede ad inseguirli lungo la strada. Per uno dei due fu facile fuggire, ma l’impresa non riuscì al suo compagno. Il giovane, scappando, tentò di nascondersi ed entrò da una porta socchiusa nella bottega di un fornaio. Da quel locale, salendo una rampa di sca-

(1) L. TETTONI, Cronaca della Rivoluzione di Milano, coi tipi di Claudio Wilman, Milano 1848. L’episodio al quale ci riferiamo si legge nelle pp. 199-200.

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Terra e gente le, riuscì a portarsi al piano superiore, al solaio e sui tetti, per poi discendere in una casa vicina («casa N. 2189») e nascondersi nell’abitazione di un tale Giovanni Larghi. Ma purtroppo con la sua veloce manovra non era riuscito a liberarsi dagli inseguitori. I soldati che lo andavano cercando di porta in porta, forse informati da qualcuno della sua presenza, perquisirono tutte le stanze e lo trovarono quasi subito, nascosto sotto un letto, come leggiamo nelle pagine di quel volume. I militari lo ferirono a colpi di fucile ed afferratolo lo trascinarono sul pavimento, portandolo davanti ad una finestra per farlo vedere alla gente. Infine lo scaraventarono nel cortile sottostante, gridando «va a trovare Pio Nono», peraltro dopo aver sottratto il denaro che il poveretto teneva in tasca(2). Così il Tettoni descriveva la triste fine del giovane ed a noi interessa sapere che, secondo la stessa fonte, il ragazzo si chiamava Giuseppe Pirinoli, veniva da Cunardo ed era uno studente di legge. La nostra storiografia locale non appare essersi occupata di questo episodio milanese, fino a quando uno di noi ne ha potuto dare cenno, riferendosi alla scarsa documentazione ancora esaminabile(3). Dopo quel primo volume del 1848, il fatto era stato registrato anche da Carlo Cattaneo nell’Archivio Triennale delle cose d’Italia(4), scritto circa vent’anni dopo gli avvenimenti, quando la mole di documentazione consentiva di esporre in una visione complessiva il triennio di storia italiana che decorreva dall’inizio del papato di Pio IX alla caduta di Venezia. Se il Cattaneo si era limitato a riportare quasi testualmente le parole del Tettoni, si può leggere una versione più dettagliata di quell’evento in un successivo volume, dal titolo Le cinque giornate di Milano, scritto da Arturo Faconti e pubblicato nel 1894(5). Il Faconti, in un ordinato elenco dei morti e dei feriti delle giornate rivoluzionarie, si intrattiene anche sul nostro Pirinoli, riprendendo il fatto dalla prima fonte del Tettoni, ma integrandolo con quanto egli aveva potuto sapere successivamente per correggere le scarse informazioni iniziali. La persona che gli consentì di essere più preciso sull’accaduto era il fratello del giovane ucciso, il cassiere della milanese Congregazione di carità, il ragioniere Marcello Pirinoli («collega ed amico ragioniere Marcello Pirinoli, cassiere alla Congregazione di carità, fratello dell’ucciso»)(6). È dunque chiaro che la diretta testimonianza del fratello aiutò la migliore

(2) Ivi, p. 200. (3) G. POLITA, Cunardo. Attraverso la storia, Tipografia cunardese Digi Print, Cunardo 2004, p. 44. (4) C. CATTANEO, Archivio Triennale delle cose d’Italia, dall’avvenimento di Pio IX all’abbandono di Venezia, a cura di Luigi Ambrosoli, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1974, p. 888. (5) A. FACONTI, Le cinque giornate. Morti, feriti, benemeriti, Libr. Editr. Galli di C. Chiesa e F. Guineani, Milano 1894, pp. 344-346. (6) Ibidem, p. 345.

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Terra e gente

Stampa tratta da Vincenzo Dandolo, Del governo delle pecore spagnuole e italiane e dei vantaggi che ne derivano, Tipografia e Fonderia di Luigi Veladini, Milano 1804

ricostruzione di quanto veramente era accaduto. Il primo elemento da notare è il nome di battesimo del ragazzo che non era Giuseppe, come scriveva Tettoni, ma si precisava e diventava Pietro. Inoltre, dal Faconti sappiamo anche il cognome del compagno fortunato che era riuscito a fuggire e si chiamava Martinelli («certo Martinelli di Morazzone»). Secondo l’esposizione aggiornata, il giovane Pirinoli alloggiava a Milano presso la casa della famiglia Brocca («in contrada Orso Olmetto N. 2189») e quel 20 marzo si dirigeva al Pontaccio, deciso a combattere, armato «di una gran pala da fuoco» ed in compagnia del suo amico. La versione del Faconti, oltre ad offrire dettagli prima ignorati, ci mostra alcune discrepanze rispetto al racconto originale. L’amico di studi e di avventura del Pirinoli, che nella descrizione precedente fuggiva agli austriaci, secondo il Faconti si era lasciato, invece, «arrestare e condurre in Castello». Inoltre, la vicenda è arricchita di altri particolari. 185


Terra e gente Prima di raggiungere l’abitazione del Larghi, dove sarebbe stato rintracciato dai soldati, il Pirinoli era riuscito a fuggire in contrada Anfiteatro (strada Guasto) in una bottega da rigattiere dove si cangiò d’abito per sfuggire alle ricerche del nemico, ma riconosciuto ed inseguito di nuovo, tentò salvarsi in una bottega da parrucchiere nella stessa contrada, dove si faceva tagliare i capelli perché li portava lunghissimi, poscia ne usciva(7).

Da lì, avrebbe proseguito la sua fuga nascondendosi, come già sappiamo, nella casa del Larghi, al terzo piano di un’abitazione in S. Simpliciano, dove lo ferivano «con baionetta in 12 parti del corpo». Dal racconto di fine Ottocento apprendiamo senza dubbio che il giovane opponeva resistenza anche durante gli ultimi istanti di vita e mentre lo trascinavano sul pavimento, per gettarlo nel cortile sottostante, si aggrappava alla ringhiera del balcone, nel tentativo di salvarsi. La ferocia dei soldati austriaci ebbe fine solo quando gli mutilarono le mani per farlo precipitare ed osservarono il corpo esanime al suolo. La tumulazione del povero Pirinoli avveniva il giorno successivo, nel cimitero milanese di S. Simpliciano. Tratti ad interessarci oggi di quel lontano fatto, la nostra indagine si arresta ancora di fronte ad alcuni interrogativi. Il principale dubbio viene dal casato dei Pirinoli e sostanzialmente imbarazza non essere in grado di andare oggi con sicurezza all’atto di nascita o di battesimo del giovane ucciso a Milano. Le informazioni estratte dagli archivi consultati non ci aiutano in questo senso(8). Quel poco che sappiamo dei genitori, Giuseppe e Martina Ambrosoli, delle attività della famiglia, titolare anche di una cartiera(9), ovvero del fratello, cassiere alla Congregazione di carità, non aiuta a conoscere meglio il profilo del giovane, che era forse ventenne al momento della morte. Anche la definizione di studente, meriterebbe qualche approfondimento che non ci è consentito dalla necessità di chiudere questo nostro contributo in tempo per la stampa. Forse il Pirinoli era studente a Milano o forse lo era a Pavia. Forse abitava in Milano, forse si era portato in città proprio per la sollevazione antiaustriaca o forse la sua presenza in quelle giornate era occasionale. È certo che gli fu fatale.

(7) Ibidem, p. 344. (8) Archivio Parrocchiale di Cunardo, estratto del Registro dei Morti, v. V, a. 1848; Archivio Parrocchiale di S. Simpliciano, Libro dei Morti, a. 30/10/1846 - 30/04/1851, tav. 74, n°123. (9) Editori e tipografi a Varese. L’editoria nel circondario di Varese dal Settecento alla metà del Novecento, Edizioni Lativa, Varese 2001, p. 150.

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Emilio Rossi

Francesco Branca, uomo del Risorgimento, paladino della rinascita del nostro Paese

F

rancesco Branca è una di quelle figure di grande spessore che, nonostante il loro straordinario impegno civile, morale e culturale, sono rimaste nascoste nell’ombra. Sarà pertanto utile, ai fini di una maggiore conoscenza della microstoria locale, cercare di farla riemergere in tutta la sua grandezza. Nato il 28 Novembre 1834, Francesco discendeva dal ramo dei Branca di Maccagno. Il padre Giuseppe Maria aveva avuto, infatti, due figli: Carlo e Francesco(1). All’età di 14 anni, studente a Pavia, aveva partecipato alle Cinque giornate di Milano, combattendo sulle barricate contro gli invasori austriaci(2). All’età di 20/25 anni aveva lavorato al Figaro. In seguito aveva sposato Emilia Pozzi, donna colta, dalla quale aveva avuto tre figlie: Emma, morta in giovane età, Elena che avrebbe sposato Carlo Ciuti(3), Emanuelina che avrebbe diretto «Il

(1) Carlo aveva esercitato la professione di notaio in Maccagno e aveva avuto cinque figli: Marianna, Giuseppe, Antonio, Luigi e Delizia. Come risulta dal Catasto teresiano, Salvatore Branca – capostipite del ramo di Cassano d’Adda – era comproprietario con i nipoti Gioacchino Maria e Giuseppe di una casa a Maccagno, con torchio di vino, ubicata nei pressi della chiesa parrocchiale. Nell’impresa della raffinazione del sale, entra in scena a Maccagno un ramo brissaghese dei Branca, di cui era capostipite Antonio Francesco (Cannobio 1664). Ben noto è il nipote Antonio Francesco II detto il Moscovita, benefattore del Sacro Monte di Brissago. A Maccagno Superiore si trasferì Carlo Giuseppe che risulta committente nel 1721 della cappella dedicata ai Santi Anna e Gioacchino (oggi Addolorata) nella chiesa di S. Materno. I figli Giuseppe Maria e Gioacchino Maria fecero da parte loro erigere sul Sacro Monte di Brissago la dodicesima cappella della Via Crucis, affrescata poi da Giuseppe Orelli. Cfr. S. BAROLI e P.A. FRIGERIO, Commercio e raffinazione del sale sul Verbano (XV-XVIII sec.), in «Verbanus» n. 18-1997 e n. 19-1998, pp. 256- 257. (2) Né dà conto nel necrologio per la morte del generale Erminio Tessera, suo compagno di scuola a Milano quando dice: «[…] era pur esso superstite delle cinque giornate del Marzo 1848». Cfr. Grisantemi, in «Corriere del Verbano», 1° febbraio 1911. (3) Carlo Ciuti, ufficiale di Dogana presso la stazione internazionale di Luino, fu in seguito trasferito a Bologna. Promosso commissario, fu nuovamente destinato a Luino. Cfr. Nella dogana, in «Corriere del Verbano», 8 giugno 1910.

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Terra e gente Corriere del Verbano» dal 1912 al 1916. Notevole fu il suo impegno imprenditoriale per il rilancio economico del nostro territorio. Nel 1873 aveva fatto installare il telegrafo tra Luino e Maccagno(4). Nel 1876 si era adoperato per la realizzazione di un piccolo albergo al Lago Delio. Aveva anche fatto costruire nel 1874, insieme ai fratelli Girardi e i due comuni consorziati, la strada che collega Maccagno Superiore con Maccagno Inferiore(5) e aperto e diretto setifici a Maccagno, Cadero, Runo e Germignaga. Editore a sue spese, aveva fondato nel 1879 «Il Corriere del Verbano». Nel 1906 le sue condizioni di salute incominciarono a peggiorare a causa di un’artrite dolorosa che gli rendeva difficile la deambulazione(6). Morì a Luino l’11 ottobre 1912(7). Uomo di prestigio Branca, con la consueta modestia che lo contraddistingueva quando riteneva necessario parlare del suo operato, rivendicava giustamente i suoi meriti. Non si trattava di stucchevole vanagloria, ma di una necessaria sottolineatura di fronte alle presunte benemerenze di politici locali. Nell’anno 1862, ad esempio, il comune di Maccagno Inferiore si era rivolto al deputato del Collegio per ottenere l’approdo dei piroscafi diretti a Locarno, almeno nella mattinata. Il Ministero dei Lavori Pubblici aveva però risposto negativamente. Una lettera del Ministro Menabrea, conservata nell’archivio comunale, lo attestava inequivocabilmente. Un tale F. B. di Maccagno (evidentemente Francesco Branca) si era allora attivato presso la Direzione delle Ferrovie e tanto aveva detto e tanto aveva fatto che aveva ottenuto l’approdo dei piroscafi. Lo stesso era accaduto quando, in anni successivi, la ditta Hussy ed il Municipio di Luino avevano chiesto l’apertura a Creva di un ufficio postale. Anche in questo caso era stato incaricato di seguire la pratica il deputato locale. Fumata nera. Ancora una volta l’intervento di F. B., che si era recato personalmente a Roma, aveva sortito l’effetto sperato. «Avremmo tanti altri fatti salienti e veri da narrare e per dimostrare la poca forza dei deputati», concludeva Branca, «ma per modestia li tacciamo, per non offendere quell’amabile e modesto individuo che

(4) Lo ricorda in un articolo del «Corriere del Verbano» dal titolo Il nostro deputato dell’8 febbraio 1911, dove dice tra l’altro: «Un bell’esempio ha dato il Direttore del nostro Giornale sull’estensione del telegrafo. Nell’anno 1874 (trentasette anni or sono) a sue spese impiantò la linea telegrafica fra Luino e Maccagno, lungo la sponda sinistra del lago che è ancora di sua proprietà, aprendo nella casa dei suoi nipoti a Maccagno l’Ufficio Telegrafico, lasciando a loro beneficio gli introiti fino ad oggi». (5) Strada carrozzabile Luino-Maccagno, in «Corriere del Verbano», 14 febbraio 1906. (6) Scolari birichini, in «Corriere del Verbano», 4 aprile 1906. (7) Archivio Storico della Famiglia Ciuti di Luino.

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Terra e gente fu più potente e fortunato dei deputati e dei ministri, con molti dei quali è in buoni rapporti di vecchia ed inalterabile amicizia»(8). Non era certamente uomo dalle mezze misure il Branca: al momento opportuno era in grado di assumersi le proprie responsabilità anche quando, per la difesa del suo buon diritto, era stato costretto a passare alle vie di fatto. Memorabili erano stati, infatti, i ceffoni, orgogliosamente dichiarati nella cronaca locale, somministrati al direttore del giornale «Il Lago Maggiore» di Ascona che aveva infangato la sua reputazione con continue maldicenze, calunnie verbali e scritte(9). Nostalgie risorgimentali Francesco Branca, fondatore de

Un certo signor Rolland di Nizza, nel «Il Corriere del Verbano», 1880, forse memore dell’aiuto fornito da per gentile concessione della proprietà Garibaldi alla Repubblica di Leon Gambetta, discutendo animatamente con alcuni italiani tra i quali un certo Giovanni Motti di Bedero, lamentava il fatto che in Italia non fosse ancora stato eretto un monumento all’Eroe dei due Mondi. La risposta del Motti, punto sul vivo, era stata pronta: a Luino un monumento a Garibaldi c’era, eccome, fin dal lontano 1863 (sic). L’incredulo San Tommaso d’Oltralpe, che aveva scommesso 100 lire, volendo verificare di persona l’affermazione del suo interlocutore, si era recato a Luino verso la fine di quell’anno. Dopo aver ammesso la propria sconfitta, non solo aveva pagato quanto dovuto, ma aveva scritturato la Filarmonica di Germignaga perché eseguisse diversi brani patriottici di fronte alla statua di Garibaldi. La serata si era conclusa tra una bevuta e l’altra in un clima di grande allegria(10). Con vivo compiacimento Francesco Branca, nel riporta-

(8) Quadro retrospettivo, in «Corriere del Verbano», 6 giugno 1900. A proposito delle sue aderenze politiche, Branca si dichiara apertamente amico del deputato A. Falcioli di Domodossola, nominato sottosegretario agli Interni da Giolitti. Cfr. Nomina illustre, in «Corriere del Verbano», 19 aprile 1911. (9) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 7 novembre 1888. (10) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 12 gennaio 1881.

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Terra e gente re l’episodio, rivendicava a Luino la primogenitura nell’aver dedicato un monumento a colui che nel 1848 aveva combattuto proprio in questo borgo lacustre contro gli Austriaci. Grande attenzione egli riservava sul suo settimanale ai protagonisti del nostro Risorgimento, ricordando ad esempio il prode Dè Giovanni Battista di Maccagno Inferiore che aveva preso parte alla battaglia di S. Martino nel 1859(11). Il suo indefettibile patriottismo si era però dispiegato in tutta la sua potenza evocativa in occasione della scomparsa del vegliardo di Caprera. L’edizione de «Il Corriere del Verbano» del 7 giugno 1882 era uscita listata a lutto, recando un’ampia biografia di Garibaldi, con chiari riferimenti all’impresa di Luino del 1848. Branca riportava nella cronaca locale le iniziative di molti comuni del Verbano che avevano indirizzato telegrammi di condoglianze alla famiglia Garibaldi a Caprera. Anche i piroscafi in navigazione sul lago avevano abbassato le bandiere a mezz’asta e dalle finestre delle case sventolavano i vessilli tricolori abbrunati. Inoltre, davanti alla statua di Garibaldi a Luino, erano stati deposti corone d’alloro e serti di fiori. La festa dello Statuto peraltro, per ordine ministeriale, era stata differita al 18 giugno(12). C’era stato però chi aveva disatteso le disposizioni ministeriali che proclamavano il lutto nazionale, come il parroco di Maccagno Superiore il quale, pur non avendo chiesto il necessario permesso alle competenti autorità, aveva deciso di effettuare ugualmente la processione del Corpus Domini, con tanto di accompagnamento della banda musicale(13). A rappresentare la provincia di Como ai funerali del defunto eroe era stato delegato il dott. Achille Longhi. Il giornale aveva offerto ospitalità a tutti coloro che avessero inteso onorare la memoria del generale. La Società Operaia della Valcuvia, oltre ad aver inviato un telegramma alla famiglia, aveva aperto una «sottoscrizione per raccogliere offerte onde porre una sembianza del defunto nella Sala Operaia ed eternare la di lui memoria. Aveva poi disposto di tenere a gramaglia la Bandiera Sociale pel corso di un anno: come pure di tenere addobbata la Sala Operaia per otto giorni continui a lutto». Il Consiglio Provinciale, dal canto suo, aveva deliberato di denominare la strada Laveno – Varese e Como – Lecco Provinciale Garibaldi. Branca deplorava però il fatto che tale denominazione non fosse stata estesa anche alla strada Luino – Cittiglio, una diramazione della stessa. Ma c’era di più. Il consigliere Cornelio aveva formulato la proposta di stanziare £ 10.000 da distribuire in parti uguali a tutti gli asili infantili della Provincia in memoria di Garibaldi. Proposta respinta. «Gli Asili della Provincia», conclude laconicamente e amaramente Branca, «estremamente grati al Consi-

(11) Cronaca di Maccagno Inferiore, in «Corriere del Verbano», 12 ottobre 1881. (12) Garibaldi è morto, in «Corriere del Verbano», 7 giugno 1882. (13) Cronaca di Maccagno Superiore, in «Corriere del Verbano», 14 giugno 1882.

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Terra e gente glio Provinciale di Como»(14). Si profilava già in nuce la ferma avversione alla politica della provincia di Como che, a suo dire, aveva sempre penalizzato l’area occidentale dell’alto Varesotto e che sarebbe sfociata in un aperto incitamento al passaggio sotto la giurisdizione di un’altra provincia. Tanto grande era la considerazione di cui godeva nel borgo che il Municipio di Luino, in un primo momento, aveva espresso l’intenzione di farsi rappresentare da Francesco Branca ai funerali di Garibaldi a Caprera. Forse, a fronte di un suo diniego, era stato delegato il deputato e consigliere provinciale Achille Longhi, già designato dalla provincia di Como per tale incarico. «Il Corriere del Verbano» per l’occasione era uscito con un supplemento listato a lutto con il titolo Onoranze funebri in memoria del generale GIUSEPPE GARIBALDI rese nei paesi del Lago Maggiore. Il Municipio di Luino, la Società Operaia e la Direzione de «Il Corriere del Verbano» di comune accordo avevano deciso di aprire una sottoscrizione per la creazione di un fondo per la posa di quattro medaglioni in bronzo ai lati del monumento di Garibaldi. Iniziativa che aveva avuto un notevole riscontro come si evinceva dalla pubblicazione del fitto elenco di oblatori. Particolare rilievo Branca, presente insieme al direttore de «La voce del Lago Maggiore» di Intra, aveva attribuito alla cerimonia di commemorazione che si era svolta domenica, 11 giugno, a Laveno. Il corteo, partito dalla piazza del Municipio, al suono di marce funebri, si era diretto verso il cimitero per deporre corone sulle tombe dei garibaldini caduti sotto i forti di Laveno nella notte tra il 28 e il 29 maggio 1859 e sul monumento provvisorio eretto in memoria dell’Eroe dei Due Mondi(15). Nell’edizione del 21 giugno 1882, Branca riportava invece la cronaca della cerimonia avvenuta a Luino la domenica precedente. Anche qui un corteo si era recato al cimitero a rendere omaggio ai prodi garibaldini pavesi, Giuseppe Franzini, Urbano Lanza, Emilio Marangoni e Carlo Sora, caduti durante la battaglia del 15 Agosto 1848. Sulle loro tombe Giovanni Bagella e l’ing. Cesare Pozzi avevano pronunciato applauditi discorsi celebrativi. Il corteo si era avviato poi verso il monumento di Garibaldi, decorato con festoni e fiori, per deporvi corone di metallo, al suono di musiche patriottiche. Non erano mancati neppure i rituali discorsi di circostanza. Durante tutta la giornata il cannone aveva tuonato più volte in segno di esultanza per la festa dello Statuto, conclusasi con una fiaccolata a suon di musica. Anche l’Amministrazione Co-

(14) Cronaca di Brezzo di Bedero, in «Corriere del Verbano», 14 giugno 1882. (15) «Seguivano dodici ricchi stendardi tricolori velati a lutto con una rappresentanza dei dodici seguenti sodalizi e cioè: dei garibaldini di Laveno, dei garibaldini della ferrovia Novara-Pino, Reduci dalle patrie battaglie di Intra, Società Cappellai, sezione bianco, Intra, Società Operai di Laveno, Tessitori di Intra, Società Operaia di Gemonio, Società Artigiani di Pallanza, Società Panettieri di Intra, Stovigliai di Laveno, Operai di Caldana, Cappellai, sezione nero, Intra, Muratori di Laveno, Gioventù Democratica e rappresentanza Società Operai di Luino». Cfr. Cronaca di Laveno, in «Corriere del Verbano», 17 giugno 1882.

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Terra e gente munale di Germignaga aveva voluto partecipare al luttuoso evento, aprendo una sottoscrizione per «erigere un ricordo» in memoria di Giuseppe Garibaldi, stanziando una prima somma di £ 600(16). La festa dello Statuto era stata celebrata in tutta Italia il 18 giugno 1882, proprio con lo scopo dichiarato di onorare la memoria di Garibaldi e in quella circostanza un’apposita commissione(17) aveva formulato la proposta di costituire anche a Luino una Società dei Reduci dalle patrie battaglie e dall’Esercito Nazionale. Il sodalizio sarebbe stato ufficialmente presentato alla cittadinanza in occasione del 34° anniversario della battaglia di Luino. Puntualmente «Il Corriere del Verbano» aveva pubblicato il programma predisposto dalla Società dei Reduci per martedì, 15 Agosto, «anniversario della prima vittoria riportata su terra italiana dall’immortale GENERALE GARIBALDI». A rendere maggiormente solenne la cerimonia aveva contribuito anche l’inaugurazione della bandiera, acquistata grazie ad una sottoscrizione promossa da alcune signore del borgo. Il Banchetto sociale sarebbe stato offerto presso l’Albergo del Sempione e gli arrivi e le partenze dei piroscafi sarebbero stati salutati da colpi di cannone. A conclusione della giornata le vie lungo il lago sarebbero state illuminate «con un copioso assortimento di globi policromi». Inoltre la locale Società Operaia di Mutuo Soccorso avrebbe organizzato una veglia danzante il cui ricavato sarebbe stato destinato ai progettati abbellimenti del monumento a Garibaldi. I Reduci avevano anche deciso, a ricordo della festa, in accordo con l’Amministrazione de «Il Corriere del Verbano» che lo avrebbe fatto pervenire in dono ai suoi abbonati, di pubblicare un numero unico a spese della Società e a beneficio del fondo per gli scrofolosi poveri. Il giornale avrebbe inoltre raccolto le testimonianze patriottiche relative al combattimento del 15 Agosto 1848 ed al monumento di Garibaldi. Branca aveva fatto notare che anche l’onorevole Giulio Adamoli, deputato in parlamento, si era affrettato ad inviare la propria scheda di adesione alla Società dei Reduci di Luino, «accompagnata da una lettera molto lusinghiera per la Presidenza». Un’adesione prestigiosa, non solo per il ruolo del personaggio, ma soprattutto per i suoi trascorsi. Adamoli – riferiva Branca – aveva, infatti, partecipato da semplice soldato alla campagna del 1859 nel 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, battendosi con valore nella battaglia di S. Martino, riportando la menzione d’onore e il grado di sottotenente. Col grado di capitano di stato maggiore nella divisione Türr, aveva in seguito combattuto nella battaglia del Volturno, conquistando una medaglia al valore. Nel 1862 inoltre era stato sull’Aspromonte con Garibaldi e nel 1866, capitano nei Bersaglieri Milanesi, aveva ri-

(16) Cronaca di Germignaga, in «Corriere del Verbano», 21 giugno 1882. (17) La commissione era così formata: Ing. Cesare Pozzi, presidente; Enrico Renoldi, segretario. Membri: Tenente Gerevini Luigi Martino, Alessandro Terreni, Attilio Eusebio. Cfr. «Corriere del Verbano», 28 giugno 1882.

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Terra e gente cevuto un’altra medaglia al valore, nella fazione Vezza dove era rimasto ferito. Da ultimo era stato ancora una volta a fianco di Garibaldi nel 1867 nella campagna per l’Agro Romano(18). L’evento del 15 Agosto 1882 era stato veramente memorabile. Branca lo evidenziava con viva partecipazione nell’articolo di fondo Il ricordo della patriottica festa di Martedì resterà incancellabile nella mente e nel cuore di quanti vi hanno assistito(19). Un momento di esultanza collettiva che le incerte condizioni meteorologiche non erano riuscite a smorzare. Già dalle prime ore dell’alba le gioiose note di una fanfara avevano dato la sveglia al borgo, una sveglia marziale cui avevano fatto seguito due colpi di cannone che avevano annunciato l’arrivo delle rappresentanze delle Società invitate. Le musiche di Germignaga, Luino e Cunardo, l’una allo scalo e le altre davanti al monumento dell’Eroe, suonavano ininterrottamente la Marcia Reale e l’Inno di Garibaldi. Verso le 12,30, alla presenza dell’onorevole Adamoli, era stata inaugurata la nuova bandiera, portata dal reduce Melotti Siro, sul cui petto brillava la medaglia d’argento conquistata nel 1848 nella battaglia di Goito. La madrina, Maria Marsaglia De Nicola, aveva ricevuto in omaggio un enorme mazzo bombé di sceltissimi fiori, mentre all’onorevole Adamoli il giovinetto Aldo Scotti aveva presentato una medaglia d’oro che recava incisa la data del XV Agosto MDCCCLXXXII e la seguente dedica: «A Giulio Adamoli, padrino della loro bandiera, i reduci dalle patrie battaglie e dall’esercito nazionale di Luvino e paesi limitrofi». Erano presenti alla manifestazione il Comizio Centrale Lombardo dei Veterani delle guerre 1848-1849 di Milano, la Società dei Reduci e dei Sottufficiali, Caporali e Soldati in congedo di Milano, i Reduci Varesini, la Società Universale Operai di Intra, le Società operaie di Binago, della Valtravaglia e di Dumenza, della Valcuvia, dei due Maccagno, di Cadero con Graglio e Valle Veddasca, la sezione dei Reduci di Laveno. Giove pluvio però sul più bello aveva scompaginato il programma. Il corteo era stato costretto a fare dietrofront e tutti si erano diretti verso l’Albergo del Sempione, prendendo letteralmente d’assalto le mense. Erano, infatti, previsti 250 invitati, ma alla fine si era dovuto apparecchiare per un centinaio di commensali in più. Momento di panico generale da parte dei gerenti, ma poi, con molta buona volontà, tutti erano stati accontentati. E tra gli ospiti d’onore, Branca segnalava la presenza di Antonio Candiani, «rappresentante i Mille di Marsala e portante sul petto le insegne onorate di tutte quante le campagne combattute per l’unità e l’indipendenza d’Italia dal ’48 in poi». Dulcis in fundo, «mentre si cominciava a lavorare gagliardamente di mandibole», l’arrivo non previsto col piroscafo dei rappresentanti del Sottocomitato Veterani ‘48-‘49 di Intra e dintorni che recavano in dono una medaglia di

(18) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 9 agosto 1882. (19) La festa del 15 Agosto, in «Corriere del Verbano», 19 agosto 1882.

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Terra e gente socio benemerito con relativo diploma alla consorella di Luino. Telegrammi erano stati inviati al Re e alla Famiglia Garibaldi(20). Venerdì, 29 settembre 1882, proveniente da Stresa, era giunto a Luino l’onorevole Benedetto Cairoli(21) con la moglie e parecchi amici, tra i quali il commendator Casanova. Una breve sosta, poi, noleggiato un calesse per la Valganna, l’illustre ospite si era recato a Varese per visitare i luoghi delle sue gesta militari e incontrare gli amici, l’avvocato Arconati, gli avvocati Scuri e Bizzozero. Da ultimo, in treno da Gallarate, aveva raggiunto Arona e quindi Belgirate. Branca esprimeva tutto il suo rammarico per non essere stato avvisato in tempo utile onde potergli rendere i meritati onori. Forniva anche particolari importanti sullo stato di salute dell’ex garibaldino al quale una vecchia ferita non consentiva di camminare speditamente. Chissà, forse aveva avuto modo di conoscerlo personalmente o indirettamente durante le Cinque giornate di Milano alle quali anche lui, ancora ragazzo, aveva dato il suo contributo(22). Il 2 Maggio 1888, in occasione del 40° anniversario della battaglia del 15 Agosto, Branca pubblicava un estratto delle memorie autobiografiche di Garibaldi, relative alle vicende del 1848 a Luino(23). Un’altra occasione per riaffermare gli ideali risorgimentali che avevano costituito il suo retroterra culturale erano state le celebrazioni del 15, 16 e 17 Agosto dello stesso anno. Un borgo, quello di Luino, che aveva sempre custodito gelosamente «il culto verso la memoria del Grande», una celebrazione che non aveva avuto precedenti per il numero delle società presenti, 60 in tutto, tra le quali si distinguevano i Veterani pavesi, i Superstiti di Mentana, i Volontari Garibaldini di Milano, i Legionari Garibaldini di Torino e numerosissime Società Operaie provenienti da ogni parte. Gli ospiti venivano accolti al loro arrivo con colpi di cannone e, accompagnati da diversi corpi musicali, condotti nell’ampia sala della Società di Mutuo Soccorso di Luino, dove era stato preparato il rinfresco. Di rilievo anche un’esposizione di quadri del pittore Palamede Casnedi di Germignaga che

(20) La festa del 15 Agosto in «Corriere del Verbano»,19 Agosto1882. (21) Benedetto Cairoli nacque a Pavia nel 1825 e morì a Capodimonte nel 1889. Nel 1848 gli fu assegnato un ruolo importante nelle Cinque Giornate di Milano. Ebbe anche un comando nel corpo dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, insieme al fratello Ernesto. Nel 1860, con il fratello Enrico partecipò con Garibaldi alla spedizione dei Mille: fu ferito per due volte: la prima, in modo lieve, a Calatafimi e la seconda, gravemente, a Palermo nel 1860. Nel 1866, partecipò alla campagna di Garibaldi nel Trentino. Nel 1867, mentre i fratelli Enrico e Giovanni conducevano lo scontro di villa Glori, combattè a Mentana. Fu presidente del Consiglio nel 1878 e dal 1879 al 1881, ma gli fu rimproverato di aver seguito una politica estera, che fu detta delle mani nette, assai lesiva degli interessi italiani, specialmente nei riguardi della Francia. (22) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 4 ottobre 1882. (23) Il 15 Agosto 1848 in Luino - Memorie autobiografiche di G. Garibaldi, in «Corriere del Verbano», 2 maggio 1888.

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Terra e gente aveva rappresentato alcune scene significative dell’incontro di Garibaldi col comitato di pubblica sicurezza di Luino e dell’imbarco dei feriti verso La Sabbioncella di Cannero, messa a disposizione dalla nobildonna Laura Solera Mantegazza(24). Tra i discorsi di circostanza pronunciati nel corso della rievocazione storica, particolarmente importante quello del colonnello Bruzzesi, presidente dei Reduci di Milano che aveva attinto le informazioni riguardanti la vicenda luinese direttamente da Garibaldi. A suo avviso, la manifestazione di paPalamede Casnedi in un bozzetto da «I tribunali di guerra», triottismo più commovente 15/16 luglio 1898, collezione privata era stata per l’Eroe l’incontro con Laura Solera Mantegazza, «un angelo, una sublime donna» che, sfidando i pericolo dell’attraversata, era approdata a Luino per soccorrere i feriti garibaldini e per trasportarli nella sua villa di Cannero. Bruzzesi raccontava anche dell’amarezza che aveva assalito Garibaldi, costretto a lasciare il suolo patrio e a rifugiarsi in Isvizzera: «[…] Egli (Garibaldi) risale per un tratto la Valganna poiché, dice egli stesso <era necessario cambiare ogni notte posizione per ingannare i nemici che, per sventura d’Italia, massimo in quei tempi, trovavan sempre una massa di traditori disposti a far loro la spia, mentre a noi, anche con pugni d’oro era difficile sapere esattamente del nemico. Facevo lì, prosegue Garibaldi, le prime esperienze del poco affetto della gente di campagna per la causa nazionale». Amaro sfogo che travalica la contingenza temporale e si pone come disincantata analisi della grettezza dei comportamenti umani in situazioni caratterizzate da profondi rivolgimenti sociali e politici(25). Nel 1907, in occasione del venticinquesimo della morte dell’eroe, «Il Corriere del Verbano» ne esaltava le gesta con questo elogio encomiastico: «Garibaldi! Ec-

(24) Palamede Casnedi ebbe l’onore di essere stato il primo ad entrare in Roma dalla breccia di Porta Pia. Cfr. Il XX Settembre, in «Corriere del Verbano», 26 settembre 1888. (25) Feste del 15, 16 e 17 Agosto in Luino, in «Corriere del Verbano», 22 Agosto 1888.

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Terra e gente co un santo della Patria da non confondersi, intendiamoci bene, coi santi improvvisati del giorno d’oggi, ed alla memoria sua, che è fiaccola accesa perennemente nel culto degli italiani, inchiniamoci reverenti e devoti!»(26). Branca non tralasciava di ricordare i trascorsi risorgimentali dei suoi conterranei, come in occasione della morte di Daniele Giovanelli di Porto Valtravaglia, classe 1835, deceduto nel maggio 1884, che «alla sua patria, all’Italia, consacrò il cuore ed il braccio nel 1859 seguendo le schiere che, duce Garibaldi, si prefissero ed eroicamente conseguirono l’indipendenza della patria, cacciandone gli usurpatori stranieri ed i tiranni»(27). Con altrettanta partecipazione emotiva annunciava la scomparsa, avvenuta nel dicembre 1888, a soli 46 anni, di Attilio Eusebio che nel 1859, a soli 19 anni, si era arruolato nelle file garibaldine e che dal 1861 aveva prestato servizio per ben cinque anni nell’esercito regio. Unica nota dissonante in tanta mestizia il rifiuto del parroco di far entrare in chiesa la bandiera italiana. «Se la va di questo passo», commentava polemicamente Branca, «un giorno proibiranno a tutti gli italiani di entrare in chiesa»(28). E ancora nel novembre 1900, commemorava la figura del rag. Aquilino Bricchi di Germignaga, deceduto dopo breve malattia. Anche lui, infatti, aveva preso parte nel 1848 «alle gloriose cinque giornate, combattendo alle barricate», e forse in questa circostanza si erano conosciuti. In seguito si era arruolato nel Reggimento dei Dragoni Lombardi, sempre durante la campagna del 1848. Nel 1859, quale tenente della Guardia Nazionale Mobile, era stato destinato ad Ancona e ad Ascoli Piceno. Un combattente valoroso se le città di Milano e di Ascoli lo avevano nominato cittadino onorario(29). Personaggio singolare anche quel Giuseppe Pugni, soprannominato Brascin, per aver perso un braccio dopo esser stato colpito da una palla di cannone. Morto a Cadero nel 1901, aveva fatto parte della «leggendaria e prode legione italiana capitanata da Garibaldi» che aveva combattuto nell’America del Sud. Particolare significativo: «Quando Garibaldi nel 1862, venne a Luino, volle vedere il Pugni e», sottolineava Branca, «chi scrive, essendo stato presente all’incontro, ne provò grande soddisfazione, e ne serba grato ricordo del loro incontro»(30). Un altro garibaldino, il cav. Pecchio di Porto Valtravaglia, cugino dell’on. Lucchini, si era spento nel febbraio del 1906(31) e nell’aprile dello stesso anno era morto anche Angelo Marchelli, classe 1829, che Branca definiva «nostro venerato cittadino». Il padre era stato sindaco di Graglio e si

(26) Garibaldi, in «Corriere del Verbano», 12 giugno 1907. (27) Elogi pronunziati sulla tomba del compianto amico Giovanelli Daniele, in «Corriere del Verbano», 30 luglio 1884. (28) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 19 dicembre 1888. (29) Cronaca di Germignaga, in «Corriere del Verbano», 21 novembre 1900. (30) Cronaca di Cadero, in «Corriere del Verbano», 5 giugno 1901. (31) Cronaca di Porto Valtravaglia, in «Corriere del Verbano», 28 febbraio 1906.

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Terra e gente era adoperato per la costruzione della mulattiera della Valle Veddasca sino a Graglio e per la realizzazione del locale acquedotto. Verso il 1846/1847, il giovane Angelo si era trasferito a Milano per studiare architettura. Nel 1848, a 17 anni, aveva preso parte come volontario alle eroiche Cinque giornate, ragione per cui al ritorno degli Austriaci era stato costretto a lasciare la città e a riparare a Torino con pochi soldi in tasca. Successivamente aveva conseguito il diploma di geometra che gli aveva permesso di essere assunto nello studio di uno dei più prestigiosi architetti di Torino, Barnaba Panizza. Un praticantato che gli aveva consentito di aprire un proprio studio, divenuto in seguito uno dei più importanti della città, e di intraprendere una fortunata carriera di costruttore(32). Nel 1907, all’età di 63 anni, era morto anche Guglielmo Clerici di Maccagno Superiore. Provetto orefice, era entrato nel rinomato stabilimento Calderoni di Milano e successivamente aveva aperto un suo studio, assicurandosi una rispettabile posizione. Nel 1866, «abbandonato il bullino», si era arruolato tra le file garibaldine, nel 4° battaglione Volontari, combattendo valorosamente a Bezzecca(33). Branca si indignava di fronte alla palese violazione delle leggi di uno stato, nato dal sacrificio di tanti giovani eroi, anche quando c’era di mezzo un sacerdote, come nel caso del coadiutore delle Motte, don Santino Ranzani. Dopo la soppressione della festa della Purificazione, infatti, era nato un contenzioso con le istituzioni ecclesiastiche, sfociato in aperta ribellione da parte di alcuni preti. Alle Motte, don Ranzani, nel giorno della Purificazione, aveva impartito ordini perentori al sacrestano: impedire che venisse suonata la campana per il segnale di inizio della scuola. La porta del campanile era stata però forzata e a quel richiamo sonoro i bambini presenti alla Messa erano balzati in piedi come soldatini ed erano usciti dalla chiesa. Apriti cielo! Il sacerdote, interrotta la celebrazione della messa, era andato in escandescenze, lanciando fulmini e saette contro il governo e le inaccettabili disposizioni legislative. Copione che era stato replicato pari pari la domenica successiva e che si era concluso con una denuncia all’autorità giudiziaria per eccitamento all’odio delle leggi dello stato(34). Un analogo episodio si era verificato a Maccagno Inferiore, dove a Carlo Simonetta, direttore della locale filarmonica, era stato vietato dal parroco, don Chelio, di entrare in chiesa, per essersi opposto, come cittadino italiano, ad una petizione promossa dal clero e poi miseramente fallita(35). Branca vedeva nella bandiera tricolore il simbolo della nazione e dell’onore, che poteva risvegliare, specie negli animi giovanili, sentimenti di profondo patriottismo. Si indignava pertanto contro i piccoli comuni che non disponevano di una bandiera da esporre in occasione delle ricorrenze nazionali: «Si direbbe che in questi paesi non vi sono classi

(32) Cronaca di Maccagno, in «Corriere del Verbano», 16 maggio 1906. (33) Cronaca di Maccagno Superiore, in «Corriere del Verbano», 23 ottobre 1907. (34) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 15 febbraio 1888.

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Terra e gente dirigenti oppure che esse alla loro volta si lasciano ipnotizzare da coloro che amano l’Italia nuova come il fumo negli occhi, l’amano per farla tornare indietro e per dividerla ancora se fosse possibile! Vorremmo esserci ingannati, ma, comunque, ripeteremo sempre: le bandiere tricolori in tutti i paesi»(36). L’allusione all’opposizione ecclesiastica era palese. Branca riferiva, infatti, di un progetto di legge teso a disciplinare l’ingresso e la permanenza delle bandiere nazionali nei templi riservati al culto(37). E con estrema soddisfazione aveva pubblicato la disposizione prefettizia del 21 ottobre 1898 nella quale venivano minacciate severe sanzioni nei confronti di quei parroci che si fossero opposti alla partecipazione alle processioni religiose dei corpi musicali che avessero suonato in occasione della festa del XX settembre o di altre ricorrenze patriottiche(38). Si rammarica Francesco Branca per l’apatia dei luinesi in vista del 50° anniversario della battaglia del 15 Agosto 1848. «Il patriottismo – si domandava – è adunque propriamente spento a Luino?»(39). Forse, ricordando i suoi trascorsi giovanili, si rallegrava però per il conferimento della cittadinanza onoraria ai combattenti non milanesi delle Cinque giornate del 1848, tra i quali un certo Mai Leopoldo di Maccagno Superiore. «Viva Milano – concludeva – che anche dopo 41 anni si ricorda dei suoi prodi! Vivano quei prodi che conservano sempre i buoni principi di patriottismo e di progresso!»(40). Un sottinteso riferimento al suo impegno civile di propulsore di ogni iniziativa in favore della collettività? Forse.

Ideali e realismo etico Gli ideali risorgimentali di Francesco Branca non si riducevano soltanto ad una sterile evocazione delle passate glorie patrie, ma si traducevano in una ferrea volontà ad operare per la rinascita del nostro Paese nella prosasticità della vita quotidiana. Da questo punto di vista il suo impegno civile come fondatore e direttore del più importante organo di informazione e di opinione del borgo aveva fornito un contributo determinante alla soluzione di annosi problemi che travagliavano il nostro territorio

(35) (36) (37) (38) (39) (40)

Cronaca di Maccagno Inferiore, in «Corriere del Verbano», 28 marzo 1888. La bandiera tricolore, in «Corriere del Verbano», 14 dicembre 1898. La bandiera tricolore, in «Corriere del Verbano», 14 dicembre 1898. La musica nelle processioni, in «Corriere del Verbano», 16 novembre 1898. Pel 15 Agosto, in «Corriere del Verbano», 10 agosto 1898. Cronaca di Maccagno Superiore, in «Corriere del Verbano», 8 maggio 1889-

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Terra e gente

La prima pagina del centenario del ÂŤCorriere del VerbanoÂť, 11 gennaio 1978, con i contributi di Piero Chiara, Vittorio Sereni e Claudio Barigozzi

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Terra e gente Branca secessionista Animato da un sacro furore per l’indifferenza della Provincia di Como nei confronti dei problemi del nostro territorio, Branca si era battuto come un leone per affermare i diritti dell’Alto Varesotto. «Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate – affermava polemicamente in un suo articolo nell’ottobre 1888 –. Questo lo si potrebbe ripetere ai nostri consiglieri provinciali quando si portano in Consiglio. È scandaloso, è una enormità il modo con cui vengono sprezzantemente respinte ogni e qualunque ragionevoli istanze fatte nell’interesse di questi comuni, e purtroppo bisognerà rassegnarci e non illudersi di conseguire quello sviluppo che giustamente si riprometteva dopo la provvida legge del 1881, con cui questi paesi venivano dotati di una buona viabilità. E forse la rivalità di lago a lago non sarà ultima delle ragioni che causa una sistematica opposizione a quanto può giovare al progressivo miglioramento di questi comuni»(41). Vie di comunicazione Ed era proprio sul capitolo strade che si moltiplicavano i suoi interventi, in particolare sulla Luino-Maccagno che non era stata sistemata in concomitanza con i lavori di costruzione della linea ferroviaria. La Deputazione Provinciale, a suo parere, avrebbe fatto meglio a prevedere un intervento risolutivo piuttosto che continuare a spendere pubblico denaro «per mantenere in punti assolutamente impraticabili un servizio di barche(42). Nel luglio 1884, i municipi dei mandamenti di Maccagno e di Luino indirizzarono al Ministero dei Lavori Pubblici un’istanza nella quale si deplorava il fatto che la strada LuinoMaccagno, dopo i lavori per la costruzione della ferrovia, fosse stata in alcuni tratti completamente distrutta e fosse ancora impraticabile. Il sentiero riattivato attraverso un piccolo ponte in legno continuava ad essere sprovvisto dei necessari ripari, mettendo a repentaglio l’incolumità di uomini ed animali che si trovassero a passare di lì». Si auspicava pertanto che il ministero non fosse

(41) Le nostre strade provinciali, in «Corriere del Verbano», 17 ottobre 1888. (42) «[…] Quando si trattava di costruire la ferrovia Novara-Pino, le Rappresentanze Comunali di Luino, dei due Maccagno, Tronzano e Pino furono sollecite di far presente all’onorevole Deputazione Provinciale la grande necessità di costruire la ripetuta strada carreggiabile e la grande convenienza che tale costruzione fosse fatta o prima o contemporaneamente a quella della ferrovia. Il poco o nessun interessamento, gli indugi e le questioni fecero sì che non solo non fu costruita la strada carreggiabile, salve alcune piccole tratte, ma in alcuni punti fu distrutta la vecchia stradella ed il passaggio fu reso anche pericoloso! E pensare che tanto materiale, proveniente dagli scavi delle gallerie ferroviarie fu gettato nel lago mentre poteva benissimo servire di riempimento quando si fosse costruita allora la strada carreggiabile!». Cfr. Le strade provinciali, in «Corriere del Verbano», 6 febbraio 1889.

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Terra e gente sordo «ai reclami di una popolazione stata finora dimenticata in merito alla viabilità stradale»(43). Sarebbe stato dunque naturale dare la precedenza alla costruzione di questo tronco, compreso nella Laveno-Luino-Confine Svizzero, stabilito dalla legge 23 luglio 1881. Inutile sperare. L’unica soluzione, drasticamente proposta dal Branca, l’unione con la provincia di Novara(44). E ancora dieci anni dopo sfoderava nuovamente la spada del secessionismo, sempre più convinto «che noi del Lago Maggiore stiamo a disagio nella Provincia di Como e che bisogna muoversi, agitarsi per riuscire una buona volta a svincolarsi da una tutela che mette in non cale gl’interessi di questa zona per la semplice ragione che stanno ad essa più a cuore quelli di un’altra zona, la Comasca». Non rimaneva quindi altra soluzione che quella di perseguire un disegno determinato: l’opzione per la provincia di Novara o per quella di Milano(45). Detto, fatto: nel maggio dell’anno successivo, si era costituto a Luino un comitato per propugnare la separazione dei mandamenti rivieraschi del Lago Maggiore dalla provincia di Como. Una petizione in tal senso era stata indirizzata al Ministero. L’opzione per Milano poteva essere giustificata da una comunanza di interessi commerciali. «Quarant’anni fa – ricordava Branca – chi scrive sollevò tale idea, ma non fu assecondato; si possa almeno ora fare quello che si sarebbe dovuto fare allora». A proposito di strade, era già nata una querelle sull’opportunità di costruire o meno la Laveno-Luino. Per caldeggiare la realizzazione di questo tratto, alla fine del 1898, si era costituito un «comizio» sotto la presidenza dell’industriale Teofilo Hussy ed era stato predisposto un documento da inviare al Ministero. In esso si richiamava lo spirito della legge 23 luglio 1881 che prevedeva la costruzione di nuove strade, anziché l’adattamento delle vecchie. Anche il Regio Decreto 26 luglio 1886 non era in antitesi con i presupposti legislativi precedenti, cioè la costruzione di una nuova arteria tra Luino e Laveno, anziché il progettato riattamento del tracciato per la Valcuvia. Soltanto presunte ragioni di ordine economico avevano indotto il Consiglio Provinciale prima e il Governo poi ad approvare il tracciato per la Valcuvia. Si era fatto abilmente credere, infatti, che la sistemazione di questo tratto avrebbe comportato una spesa non superiore alle 70.000 lire, mentre la linea lacuale avrebbe avuto un costo di circa un milione di lire. Nulla di vero. Ad un esame più approfondito, il preventivo reale per la Cittiglio-Luino si sarebbe aggirato intorno alle 600.000 lire, mentre la linea lago non avrebbe superato la spesa di £ 500.000. Si sarebbe dovuto inoltre tener presente che la Laveno-Cittiglio-Luino aveva una percorrenza di 24 chilometri, mentre il tratto lacuale misurava soltanto 16 chilometri. La Laveno-Luino sarebbe stata peraltro un necessario corollario della ferrovia

(43) Strada Luino-Maccagno, in «Corriere del Verbano», 23 luglio 1884. (44) Le nostre strade provinciali, in «Corriere del Verbano» 17 ottobre 1888. (45) La solita dolente nota, in «Corriere del Verbano», 17 agosto 1898.

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Terra e gente che correva lungo la sponda del lago, un tracciato che, anche sotto il profilo della sicurezza, come aveva giustamente fatto osservare il Ministero della Guerra, avrebbe più facilmente contribuito alla difesa nazionale. L’abbandono di tale progetto avrebbe poi avuto una serie di ripercussioni negative sull’economia agricola, industriale e commerciale della Valtravaglia(46). Il Consiglio Provinciale però, sordo a questo appello, aveva deciso per la strada della Valcuvia, provocando la reazione sdegnata del consigliere del mandamento di Luino, Angelo Lucchini che aveva rassegnato le sue dimissioni(47). Nel 1906 comunque non si era ancora messo mano alla costruzione della tanto sospirata Laveno-Porto-Germignaga. Nel 1911, «Il Corriere del Verbano» si era fatto portavoce di un ambizioso progetto, sempre teso alla valorizzazione delle nostre valli: la costruzione di una filovia che da Luino, attraverso Dumenza, Runo e Due Cossani, approdasse ad Agra: da qui una funivia avrebbe inoltre consentito il raggiungimento della vetta del Monte Lema. Conditio sine qua non la sistemazione stradale della Luino-Agra, lungo la quale sarebbe stata posta in essere la rete filoviaria(48). Biasimava il Branca il negligente disinteresse degli amministratori locali che non si avvalevano delle agevolazioni previste dalla legge per la costruzione delle vie d’accesso alle stazioni, nel caso specifico i comuni di Agra, Curiglia, Cossano, Dumenza e Runo. E dire che lo stato si accollava il 50% della spesa e la provincia il 25%. Comuni che agivano come monadi incomunicabili tra loro dovevano essere richiamati all’ordine dall’autorità tutoria «perché non è giusto che si procrastini un’opera così necessaria per colpa di quisquiglie campanilesche». Egli riconduceva però la sua requisitoria a motivi altamente ideali: «Le strade sono i primi fattori del progresso, della civiltà e della ricchezza delle Nazioni». Di fronte agli indugi della pubblica amministrazione, Branca si era fatto promotore del progetto per la costruzione di una tranvia a scartamento ridotto fra Luino, Cuvio e Cittiglio che avrebbe avuto un costo complessivo di £ 400.000. Certo sarebbe stato meglio una ferrovia a scartamento normale, ma – affermava – «piuttosto che nulla, preferiamo avere qualche piccola cosa». Provocazione o vero e proprio intento imprenditoriale? Sta di fatto che il progetto era stato inoltrato direttamente dal Branca all’ing. Enrico Peregrini, deputato provinciale, affinché lo esaminasse e ne curasse la realizzazione(49). Nel 1910 però l’opera era ancora in fase di definizione.

(46) Strada lacuale Luino-Porto-Laveno in «Corriere del Verbano», 14 dicembre 1898. (47) Movimento separatista dalla Provincia di Como, in «Corriere del Verbano», 3 maggio 1899. (48) Per una filovia, in «Corriere del Verbano», 1° gennaio 1911. (49) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 27 agosto 1890.

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Terra e gente Turismo e infrastrutture alberghiere Entrando in polemica con coloro che attribuivano lo scarso afflusso di villeggianti ed escursionisti sul Lago Maggiore al limitato numero delle corse dei piroscafi, Branca individuava con straordinaria lucidità i mali endemici del territorio, tra i quali soprattutto l’inadeguatezza delle strutture alberghiere. Gli albergatori, in realtà, solo in rari casi erano proprietari degli immobili, concessi in gestione con canoni d’affitto troppo elevati. La qual cosa si ripercuoteva negativamente sulla clientela, costretta a pagare prezzi più alti, rispetto ad altre strutture alberghiere. I proprietari peraltro spesso si rifiutavano di provvedere ad una manutenzione straordinaria degli edifici in vista di un loro adeguamento a standard abitativi più confortevoli. Il confronto con la vicina Confederazione Elvetica, dove gli alberghi erano dotati di ogni confort, «addobbati con eleganza, tappeti dappertutto, camere e corridoi riscaldati nell’inverno», avrebbe pur dovuto insegnare qualcosa ai nostri operatori turistici. E rilevava con amarezza: «È purtroppo una fatalità che noi italiani a cui la grande e provvida natura ha largito tanti tesori di cielo, di lidi, di monti, di laghi, di sorgenti, dobbiamo eternamente assiderci sui banchi degli stranieri per imparare a fare i nostri interessi, per dar sviluppo alle nostre industrie, per mettere in evidenza i nostri naturali tesori e sfruttarli. Una delle maggiori attrattive del mondo, e forse la massima, è ai giorni nostri il superbo e magnifico spettacolo dei laghi»(50). Già dal 1873, Francesco Branca aveva attivato una cordata di imprenditori e di professionisti per la costruzione di un albergo alpino al Lago Delio, aperto nei mesi estivi per gli amanti della montagna, sull’esempio di analoghe strutture funzionanti nella vicina Confederazione Elvetica. Un’ambiziosa iniziativa per valorizzare uno degli angoli più pittoreschi di tutta la valle. E questo anche in vista dell’apertura della ferrovia del Gottardo che avrebbe facilitato le comunicazioni con i principali centri della Lombardia e del Piemonte. Per raggiungere tale obiettivo era stata aperta una sottoscrizione per 1000 azioni, di lire cento cadauna, sufficienti «per l’erezione d’un corpo di casa con stanze da letto, di servizio, sale di lettura, ecc.» L’appello era stato sottoscritto, oltre che dallo stesso Branca, da Giovanni Battaglia, da Leonardo Mella, dall’ingegner Margaritella e dall’ingegner Zanini(51). L’impresa non aveva però ottenuto gli effetti sperati. Branca, infatti, nel 1890, parlava di «tentativo mal riuscito della costruzione di un piccolo albergo al Lago Delio, causa l’impraticabilità delle strade conducenti lassù» Il vero problema per promuovere un turismo di montagna era costituito dalla inacessibilità del luogo. Si era pertanto presa in considerazione l’ipotesi della costruzione di una funicolare

(50) Il Lago Maggiore e il suo avvenire, in «Corriere del Verbano», 29 agosto 1888. (51) Archivio famiglia Ciuti Luino.

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Terra e gente per accedervi e l’acquisto di terreni incolti per costruirvi uno stabilimento balneare(52). Era stata individuata anche l’impresa disposta ad accollarsi l’onere della costruzione di «un impianto di una ferrovia funicolare tra la riva del Lago Maggiore ed il Lago Delio». Il Consiglio Comunale di Musignano aveva, infatti, approvato, in data 28 dicembre 1890, a voti unanimi, il preliminare di contratto tra il Sindaco e la ditta dei signori Baer e Suardi di Milano(53). Branca aveva anche sollecitato una grande società edilizia a costruire a Luino uno o due grandi alberghi di prim’ordine con almeno duecento camere, che potessero affiancarsi all’Hotel Simplon, unica risorsa turistica del borgo, proposta favorevolmente accolta, benché il progetto non fosse stato ancora formalizzato. Dunque una chiara visione delle coordinate di riferimento lungo le quali si sarebbe dovuta sviluppare l’economia locale(54).

A difesa dei diritti dei più deboli Branca si era impegnato anche sul fronte della difesa dei diritti dei più deboli e aveva intrapreso una campagna a salvaguardia del lavoro minorile. Il 18 Agosto 1886 era entrata in vigore la normativa che regolava il lavoro dei bambini. Tre edizioni del «Corriere del Verbano» erano state dedicate all’illustrazione della legge che vietava categoricamente «di ammettere a lavoro negli opifici industriali, cave e nelle miniere i fanciulli dell’uno e del’altro sesso, se non avessero compiuto nove anni o dieci nel caso di lavori sotterranei». Riguardo all’orario, i bambini che avevano compiuto nove anni, ma non ancora dodici, non avrebbero potuto lavorare più di otto ore. Per i lavori pericolosi ed insalubri, la legge vietava l’impiego di soggetti che non avessero compiuto il quindicesimo anno di età. Branca non mancava di elencare le sanzioni a carico dei contravventori della legge, alla cui esecuzione sarebbero stati preposti appositi ispettori che avrebbero esercitato una scrupolosa sorveglianza(55). E sempre in favore dei bambini, egli sottoscriveva senza riserve la crociata intrapresa dal «Corriere della Sera» contro i maltrattamenti di cui spesso erano vittime. Anche a Luino però si erano verificati episodi incresciosi come nel caso delle sevizie perpetrate da una madre crudele contro la figlia, nella totale indifferenza dei vicini di casa che non si erano preoccupati di denunciare il fatto all’autorità competen-

(52) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 18 giugno 1890. (53) Cronaca di Musignano, in «Corriere del Verbano», 21 gennaio 1891. (54) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 17 ottobre 1888. (55) Il lavoro dei fanciulli, in «Corriere del Verbano», 25 agosto 1886; Regolamento per l’esecuzione della legge sul lavoro dei fanciulli, in «Corriere del Verbano», 27 ottobre 1886 e Regolamento per l’esecuzione della legge sul lavoro dei fanciulli (continuazione), in «Corriere del Verbano», 3 novembre 1886.

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Terra e gente te. Il suo giudizio in proposito era stato perentorio: «Purtroppo fra i segni della scarsissima educazione morale nel nostro paese e, diciamo pure, della incompleta o traviata coscienza dei doveri, v’è quello che si manifesta col lasciar correre tutto quanto non ci tocca direttamente e da vicino; col <non immischiarsi>, coll’elevare l’egoismo e il quieto vivere a tutti i costi a massima di elementare prudenza di savia condotta». Osservazione più che pertinente di perenne valore etico(56). Da qui l’esigenza di un articolato programma di interventi educativi per promuovere la formazione dell’individuo fin dai primi anni di vita.

Istruzione ed educazione Branca sosteneva la necessità di istituire asili infantili in tutte le realtà locali, anche se, «non è fuori luogo osservare che in molti comuni di montagna non sorgono mai né asili infantili, né società di mutuo soccorso, né latterie sociali, principalmente perché gli abitanti seguono pecorilmente tutti i suggerimenti retrogradi di certi pastori che non vogliono vedere alcuna innovazione nel loro gregge, il quale si lascia menare per il naso magnificamente senza capire che in tal modo non può conseguire il vero benessere ed il progresso. Poveri gonzi!»(57). Sull’utilità di queste istituzioni, egli riportava la memoria-proposta del consigliere provinciale Giacinto Bianchi, datata 20 gennaio 1885, nella quale si auspicava «la più attiva propaganda possibile perché il numero degli Asili Infantili si accresca continuamente fino ad estendersi anche in piccole proporzioni all’ultimo villaggio d’Italia». L’esigenza era quella di creare almeno dei «piccoli locali di custodia dei bambini poco o nulla custoditi dai loro genitori», quando dovevano, soprattutto per esigenze lavorative, allontanarsi dalle loro abitazioni. Branca insisteva sul significato della beneficenza in senso moderno che non doveva essere considerata come un’avvilente assistenza ai poveri, «che fomenta l’ozio e l’infingardaggine», ma come un supporto per «sollevare il fisico ed il morale di chi trovasi prostrato dalla miseria e dall’ignoranza»(58). I dati statistici segnalavano comunque un incoraggiante incremento degli asili infantili in provincia di Como. Per evitare che queste istituzioni divenissero unicamente un luogo di custodia, «Il Corriere del Verbano» si batteva per l’introduzione del sistema fröebeliano, una scuola di pensiero che si fon-

(56) Una nobile crociata in «Corriere del Verbano», 10 dicembre1890. (57) Cronaca di Gemonio in «Corriere del Verbano», 8 maggio1889. (58) Da notizie ricavate dagli almanacchi e manuali della provincia, risultava che gli asili infantili esistenti erano in Como e circondario 52 nel 1895, 54 nel 1896, 61 nel 1897, 68 nel 1898. Nello stesso periodo a Varese e circondario gli asili erano passati da 41 a 63 e a Lecco e circondario da 28 a 37. Cfr. Gli asili infantili nella provincia di Como, in «Corriere del Verbano», 3 agosto 1898.

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Terra e gente dava sull’insegnamento oggettivo: «Si faccia che col giardino sia puramente e semplicemente in giuochi istruttivi, nel canto, nella ginnastica adatta a quell’età in giardini ed in ampie e ridenti sale. Si aboliscano i saggi finali teatrali inutili, senza scopo e dannosi alla salute dei bambini; alla solerte Amministrazione, alle egregie Istitutrici, agli Azionisti e Benefattori, alle gentili Patronesse basti la soddisfazione interna di fare del bene». Un richiamo alla sobrietà contro la vanagloria dei soliti benefattori alla perenne ricerca di gratificazioni plateali(59). L’argomento Istruzione stava particolarmente a cuore al Branca. Nel giugno del 1887 «Il Corriere del Verbano» aveva dato spazio ad un articolato dibattito sulla condizione delle scuole luinesi e sulle prospettive di un loro adeguato sviluppo. I pareri si erano sprecati: c’era chi reclamava a gran voce l’istituzione di una scuola tecnica e chi replicava ritenendo più utile una scuola professionale. Altri invece si sarebbero accontentati di una classe quarta complementare, altri ancora, in aggiunta a quest’ultima, avrebbero voluto l’organizzazione di corsi di disegno, di lingua francese e tedesca. Istanze conglobate nella sottoscrizione presentata alla Civica Amministrazione da parte di molti esercenti che auspicavano l’accettazione della proposta di un privato, il prof. Emilio Baragiola, per l’apertura di un istituto con scuola tecnica, corsi commerciali e di lingue straniere con annesso collegio e convitto. Favorevole auspicio che aveva trovato riscontro presso un gran numero di persone, «indizio questo positivo che qualche bisogno si sente, un bisogno non ben definito sinora, un bisogno di qualche cosa di più dell’attuale stato di cose(60). Una scuola Tecnica in verità era già stata aperta nei pressi del Santuario del Carmine, un regolare istituto di educazione con tutte le classi elementari e l’intero corso tecnico, diretto dal prof. Vanetti. L’Amministrazione Comunale, per sostenere questo ambizioso progetto, aveva approvato un contributo annuale di £ 700, con la promessa che negli anni successivi sarebbe stato elevato a £ 1000, poi a £ 1500 fino a £ 2000. Inutile dire che la promessa non era stata mantenuta e il Convitto Vanetti, dopo soli tre anni di attività, aveva dovuto chiudere i battenti. Un vero peccato perché alla quarantina di allievi interni si erano aggiunti oltre ottanta esterni. Nel 1906 era stato compiuto un altro tentativo per la riapertura di una scuola tecnica a Luino(61). Nel 1910, gli iscritti erano 58, tra i

(59) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 19 febbraio 1890. (60) Già dal 1883, Francesco Branca, venuto a conoscenza che il cav. Emilio Baragiola di Como aveva aperto a Riva S. Vitale un fiorente collegio internazionale con più di 150 convittori e che intendeva trasferirlo altrove, aveva intavolato trattative per trapiantarlo a Luino. Un imprenditore locale, il cav. Campagnani, si era dichiarato disponibile a costruire l’edificio che lo avrebbe dovuto ospitare. Il comune, dal canto suo, avrebbe dovuto demandare all’istituto il compito di provvedere alla gestione dei vari gradi di istruzione, erogando un adeguato contributo. La proposta rimase però lettera morta. Cfr. Scuola Tecnica, in «Corriere del Verbano», 2 novembre 1910. (61) Scuola Tecnica, in «Corriere del Verbano», 5 settembre 1906.

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Terra e gente quali 32 ragazze(62) e nel 1911 era già al lavoro un Comitato per la raccolta dei «mezzi necessari a raggiungere la municipalizzazione e il pareggiamento della Scuola». Nell’istruzione, Branca scorgeva in embrione i presupposti per un reale progresso del nostro Paese e non si stancava di elogiare tutte quelle iniziative che, in qualche modo, contribuissero alla diffusione della cultura. Spesso però l’ottusa e miope politica locale non teneva conto di queste esigenze, come era avvenuto a Cadero, dove il Comune insensatamente aveva inoltrato una supplica al Re per l’abolizione della scuola elementare del paese che aveva l’obbligo di amministrare(63).

La rete ferroviaria Branca era fermamente convinto che all’effettivo processo di formazione dell’unità del Paese dovesse contribuire la costruzione di un’articolata rete ferroviaria e con grande soddisfazione aveva annunciato nel maggio del 1879 la notizia dell’approvazione da parte della Camera dei Deputati del progetto per la linea Novara-Sesto Calende-Luvino(64). L’individuazione del tracciato non era stata impresa facile, anche per i molteplici interessi in gioco. C’era, infatti, chi si ostinava a sostenere il transito attraverso la Valcuvia e chi propendeva per la linea lacuale. A conclusione di una serie interminabile di diatribe localistiche, era stata scelta la seconda soluzione. Nel novembre del 1882 finalmente l’opera era stata ufficialmente inaugurata. Branca esultava, sprizzava gioia da tutti i pori, anche perché aveva seguito passo passo l’esecuzione dei lavori, ora sollecitando i tecnici ad adottare tutte quelle misure che potessero ridurre al minimo i rischi per la manodopera operaia, ora contribuendo a rimuovere gli ostacoli materiali derivanti dalle resistenze dei proprietari dei fondi attraversati dalla linea ferroviaria. L’annuncio apparso sul «Corriere del Verbano» aveva il tono solenne delle grandi imprese epiche: «Il 18 Novembre 1882 ha segnato per Luino e per il mondo una data gloriosa negli annali dell’industria, aprendosi una nuova via fra le Alpi e il Mediterraneo»(65). Una giornata veramente speciale che aveva registrato la presenza del ministro dei Lavori Pubblici, Alfredo Baccarini, del vicepresidente della Confederazione Elvetica, Ruchonnet, del ministro d’Italia a Berna, Fè d’Ostiani, del consigliere dell’ambasciata germanica a Roma, Derenthal e di molti senatori e deputati. Branca aveva partecipato come inviato speciale al viaggio inaugurale di due convogli straordinari diretti a Genova, dove gli ospiti avevano potuto incon-

(62) (63) (64) (65)

Scuola Tecnica, in «Corriere del Verbano», 2 novembre 1910. Cronaca di Cadero, in «Corriere del Verbano», 11 gennaio 1899. Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 28 maggio 1879. Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 22 novembre 1882.

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Terra e gente trare a Palazzo Ducale il principe Amedeo di Savoia. Al termine di una cena sontuosa, il celebre professor Sivori aveva dato un concerto suonando col violino di Paganini. Per l’occasione il cavalier Boniforti aveva pubblicato una nuovissima edizione della Guida illustrata al Lago Maggiore e al S. Gottardo con la descrizione della ferrovia Novara-Pino e della Gotthardbahn(66).

Un sogno mancato La speranza di aver maggior voce in capitolo mediante l’elezione di un deputato legato a Luino aveva spinto Branca a sponsorizzare, nel 1897, la campagna elettorale dell’imprenditore Carlo Menotti. Lo aveva esplicitato in un articolo, facendo leva sul diffuso sentimento di scontento popolare: «Pensino gli elettori che se noi fino ad oggi fummo sempre trascurati, sempre dimenticati da tutti e in tutto, lo si deve alla mancanza di una persona che là in alto facesse sentire che noi pure eravamo al mondo e che noi pure pagavamo le nostre sacrosante imposte come tutti gli altri cittadini del Regno. Ora ci si offre l’occasione di avere un deputato nostro, tutto nostro, per nascita, per carattere, per interessi. Non lasciamolo sfuggire, il pentircene poi sarebbe troppo tardi»(67). Un candidato che, a suo parere, aveva già dato prova di lungimiranza politica. Infatti, Menotti, insieme ai deputati Farinet, Ambrosoli, Rizzetti e Valle, aveva a suo tempo presentato un’iniziativa parlamentare per la creazione di una zona doganale intermedia che avrebbe interessato anche i circondari di Como e di Varese. Gli estensori del progetto partivano da una rigorosa analisi dei costi delle infrastrutture doganali. Un sistema geografico complicatissimo di valli, valloni, colli e passi tra l’Italia e la Svizzera rendeva sostanzialmente inefficace la vigilanza. «Data l’abilità dei contrabbandieri, la loro pratica della montagna, in rapporto all’esiguo numero delle guardie, il servizio di sorveglianza ha sulla frontiera un carattere più decorativo che altro»(68). In relazione all’onere di spesa che lo stato doveva sostenere per garantire l’intangibilità delle proprie frontiere, le entrate doganali erano cifre infinitesimali(69). Un progetto de-

(66) Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 22 novembre 1882. (67) Scegliete!, in «Corriere del Verbano», 17 marzo 1897. (68) Sulla creazione di una zona doganale neutra o intermedia, in «Corriere del Verbano», 24 febbraio 1897. (69) Si citava come caso emblematico quello del mandamento di Luino «che presenta in modo singolare tutti i requisiti per costituire una zona neutra e nel quale per una popolazione complessiva di 11.437 abitanti, ripartiti in 18 comuni, il Governo spende in 8 stazioni doganali con 130 agenti e gli altri accessori, nientemeno che un 160.000 lire all’anno!» Non meno rilevante era la mole di processi per contrabbando. Dalle statistiche risultava, infatti, un complesso di 4.500 processi in cinque anni, cioè una media di 900 processi all’anno per soli 4 tribunali, con un numero di condanne che si aggiravano intorno ai 900 anni di carcere. Cfr. Sulla creazione di una zona doganale neutra o intermedia, in «Corriere del Verbano», 24 marzo 1897.

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Terra e gente stinato a far discutere, ma senza reali prospettive di successo. È quanto affermava il «Cacciatore delle Alpi»(70). Ritorniamo però alle vicende elettorali del 1897. Un comitato, presieduto dall’ing. Marchelli, aveva organizzato una serie di incontri in cui Menotti avrebbe potuto accreditarsi personalmente presso i suoi potenziali elettori e sconfiggere i due avversari: il prof. Pullé e l’avv. Lanzavecchia, peraltro investito della candidatura da un altro comitato composto da industriali, professionisti, possidenti, negozianti, ecc.(71). Il lunedì successivo alle votazioni politiche del 21 marzo(72) a Gavirate era scoppiata una rissa. L’assemblea dei presidenti di seggio era stata presa d’assalto dai fautori di Menotti che pretendevano l’immediata convalida dell’elezione del loro candidato, sebbene non avesse conquistato la maggioranza prescritta dalla legge. I menottiani avevano sollevato un tal baccano che il povero presidente, frastornato, aveva deciso di mandare la documentazione a Roma perché sbrogliasse la matassa. Il ballottaggio non avrebbe pertanto avuto luogo la domenica successiva e per alcuni mesi il Collegio sarebbe rimasto privo di un proprio rappresentante in Parlamento. I socialisti, che in un primo momento si erano dichiarati disponibili a sostenere durante il ballottaggio uno dei due avversari del Menotti, improvvisamente, con uno spudorato voltafaccia, avevano optato per l’astensione, che sembrava connotarsi come un tacito appoggio a Menotti. Ci avrebbe pensato però Felice Cavallotti(73), il 29 aprile 1897 a lanciare i suoi strali contro la candidatura di quest’ultimo, nonostante il boicottaggio dei me-

(70) Nella lotta, in «Cacciatore delle Alpi», 14 febbraio1897 e Ma…e quell’altro?, in «Cacciatore delle Alpi», 28 febbraio 1897. (71) Come si mette la lotta, in «Cacciatore delle Alpi», 7 marzo 1897. Il prof. Francesco Pullé era definito da «Il Corriere del Verbano» «un nobile, ricco e bravo professore di lingue morte all’Università di Pisa, che fa il proletario e il socialista», ma che non poteva essere in grado di tutelare gli interessi vivi e reali del territorio. Analogo giudizio negativo veniva espresso sull’altro candidato, Edoardo Lanzavecchia, «al quale non si dovrebbe nel nostro Mandamento dare neppure un voto dopo il modo con cui e nel Consiglio e nella Deputazione Provinciale quel Signore avversò sempre e accanitamente tutto ciò che poteva ridondare a vantaggio dei nostri paesi». Si citava a titolo esemplificativo l’opposizione da parte del Lanzavecchia al progetto di costruzione «della tanto necessaria Laveno-Luino-Zenna». Era stato lui peraltro «principalmente che con le sue chiacchiere riuscì a far negare alla tramvia Luino-Varese le concessioni chieste dalla Società assuntrice di quell’impresa tanto utile». Cfr. Scegliete!, in «Corriere del Verbano», 17 marzo 1897. (72) Nel Collegio Gavirate Luino. L’esito delle elezioni, in «Cacciatore della Alpi», 27 marzo 1897. (73) Felice Cavallotti nacque a Milano nel 1842 e morì a Roma nel 1898 nel corso di un duello. Combatté con i Garibaldini nel 1860 e nel 1866 in Valtellina e in Trentino, nel Corpo Volontari Italiani. Nel 1867 fu di nuovo al fianco dell’eroe nella Roma pontificia, durante la fallita insurrezione che vide l’intervento delle truppe francesi in aiuto di Pio IX. Deputato radicale nel 1873, fu rieletto per dieci legislature consecutive. Fu implacabile avversario del Depretis, del suo trasformismo e del Crispi. Come scrittore, Cavallotti commentò le azioni dei Garibaldini per il giornale milanese «L’Unione» e per il napoletano «L’indipendente» di Alexandre Dumas padre; tra il 1866 ed il 1872 scrisse satire anti-monarchiche per la «Gazzetta di Milano» e per il «Gazzettino Rosa».

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Terra e gente nottiani che «avevan fatto venire in luogo alcune musiche da qualche paese vicino affidando a queste il compito di dar fiato agli strumenti quando il deputato di Corteolona avesse impreso a parlare». Per evitare possibili tafferugli, l’autorità di pubblica sicurezza aveva adottato gli opportuni provvedimenti a garanzia dell’ordine pubblico. Anche la locale Società Operaia di Mutuo Soccorso aveva fatto la sua parte, negando l’uso del teatro Sociale allo stesso Felice Cavallotti. E dire che il Comitato pro Cavallotti si era offerto di pagare 50 lire per l’affitto della sala. «Cavallotti parlò come sa parlare lui, ascoltato da parecchie migliaia di persone che a più riprese interruppero il suo dire con entusiastiche ovazioni. Egli lavorò il Menotti al cesello, come soltanto Cellini avrebbe saputo fare, illustrandolo meravigliosamente e palesandolo nella sua vera figura […]. Parlando della elezione di Varese del 1895, Cavallotti ebbe a dire che in un ambiente appena rispettabile sarebbe bastata la decima parte delle prove raccolte per farla annullare, poiché fu un momento di bruttura corruttrice; se non che quella elezione era tanto brutta, che doveva essere approvata da una Camera brutta del pari, da una Camera crispina, da una Camera che applaudiva a Crispi e gli affidava le falangi da mandare al macello africano»(74). All’arrivo a Luino di uno dei più prestigiosi protagonisti del nostro Risorgimento, Branca aveva avuto un sussulto di consapevolezza che lo aveva indotto ad un clamoroso cambio di rotta e ad una sconfessione del suo precedente operato. In un suo editoriale aveva scritto tra l’altro: «A voi tutti o lettori io debbo una franca dichiarazione. Il mio giornale non canterà più le lodi del comm. Carlo Menotti. Io mi sono liberato da coloro che mi opprimevano; da coloro che, senza mia autorizzazione, stampavano, diffamavano, innalzavano, insultavano nascondendosi sotto il modesto mio nome. Questo giornale non era più mio. Assalito da una banda furiosa di interessati, io mi lasciai travolgere nella baraonda di corruzione che dilaga e imbratta questo nostro collegio. Testimonio di fatti vergognosi, d’imposizioni indegne, di minacce a pubblici funzionari e persino a poveri e bisognosi, io mi sono sentito nauseato e sciogliendomi da ogni legame, ridivento padrone del mio giornale. Da questo istante io mi sento libero da ogni oppressione. Voi lettori vi meraviglierete di questo linguaggio e con la mente ripasserete tutte le lodi che furono scritte su questo giornale per il comm. Menotti. Ma io vi assicuro che non furono scritte da me; ma dai suoi stipendiati ed affiliati. Pentito rientro sulla retta via e sul mio giornale io scrivo un saluto ed un evviva a Felice Cavallotti che oggi parlerà a Luino. Io che sono vecchio ho seguito la sua vita intemerata e pura ed oggi l’animo mio esulta nel salutare il campione della democrazia, il vindice della moralità conculcata. Lettori, abbonati, amici ascoltate la sua smagliante parola, meditatela nella sincerità del vostro cuore e vi sia di guida nel mo-

(74) Cavallotti a Luino, in «Cacciatore delle Alpi», 2 maggio 1897.

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Terra e gente mento che dovrete deporre il vostro voto nell’urna, che segnerà la sconfitta di Carlo Menotti, questo seguace dell’infausta politica di Crispi». Accorato e profetico appello. Nel ballottaggio, infatti, Menotti, con 2331 preferenze, era stato battuto da Lanzavecchia con soli due voti di scarto. Questo risultato aveva posto una pietra tombale sulla sua avventura politica(75).

Contro i socialisti Netta era poi la sua condanna del movimento socialista a cui attribuiva la grave responsabilità di aver provocato i disordini di Milano e di Luino nel 1898. Una pagina nera nella storia del borgo con un tragico bilancio di ben 14 morti(76). Un’inutile carneficina che si sarebbe potuta evitare se fosse prevalso il buon senso. Il rammarico per i luttuosi eventi si mescolava all’indignazione nei confronti di chi irresponsabilmente aveva provocato sommosse popolari in una realtà come Luino, non connotata da insanabili conflitti tra operai e datori di lavoro. Accusato di partigianeria, Branca si era difeso rivendicando il sacrosanto diritto di cronaca: «Non facciamo che il nostro dovere. Spiace però che persone non comprese di ciò, cercano di svisare i fatti, aizzando e promovendo ire e guerra contro di noi per aver pubblicato quanto è nel dominio del pubblico e che noi siamo obbligati a confermarli e a renderli noti»(77). Branca era un liberale che credeva nelle istituzioni, un uomo d’ordine quindi che si compiaceva della presenza a Luino di un presidio militare che garantiva «la sicurezza dei grandiosi stabilimenti e [teneva] a dovere i molteplici operai e i villeggianti e i forestieri sicuri della loro permanenza in paese»(78). In verità egli aveva espresso la sua soddisfazione per la lettera di encomio fatta pervenire dal Comando della Legione Carabinieri di Milano al maresciallo Galmozzi per «il suo sangue freddo, intelligenza ed attività»(79). Un giudizio che non rende giustizia alla realtà storica. Infatti, l’ordine da lui impartito di sparare ad altezza d’uomo contro i dimostranti non era stato condiviso neppure dal tenente della Finanza(80). L’essersi apertamente schierato dalla parte dei militari gli aveva attirato una gragnola di critiche, ma anche lettere di solidarietà da parte dei benpensanti(81). La sua avversione verso i Socialisti si manifestava in un crescendo che si esprimeva attraverso una serie

(75) (76) (77) (78) (79) (80) (81)

Collegio Gavirate-Luino in «Cacciatore delle Alpi», 9 maggio 1897. Cavallotti a Luino, in «Cacciatore delle Alpi», 2 maggio 1897. Dilucidazioni, in «Corriere del Verbano», 8 giugno 1898. Cronaca di Luino, in «Corriere del Verbano», 15 giugno 1898. Ricompense, in «Corriere del Verbano», 15 giugno 1898. P. A. FRIGERIO, cit., p. 364. Ringraziamento, in «Corriere del Verbano», 22 giugno 1898.

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Terra e gente martellante di articoli, volti a dissuadere le ingenue masse operaie da una colossale mistificazione: «Il Socialismo, sotto la parvenza di proteggere le classi lavoratrici ed illudendo con le frasi ad effetto tutti coloro che si lasciano ammaliare ed abbindolare dai falsi propagandisti, mira poi in realtà a combattere tutti quei mezzi i più validi, i più salutari per la redenzione sociale, quali sono gli istituti di previdenza, cooperazione e risparmio»(82). A difesa degli imprenditori luinesi, chiamati dai socialisti «vili sfruttatori, i quali poi sono quei benemeriti industriali che da mane a sera si rompono il cervello per fare andare avanti il meno peggio la loro impresa», Branca ricordava che erano loro a dare «lavoro e pane a tante famiglie, agiatezza e comodità a tanti… proletari»(83). Del resto, lui stesso era stato imprenditore, se nel 1875 risultava possessore a Maccagno di una «filanda in cui lavoravano 160 persone»(84). E portava ad esempio il rione di Creva che doveva la sua esistenza e il suo benessere ai «benemeriti industriali», contro i quali venivano aizzati gli operai(85). Branca elogiava il buon tempo andato quando «non si guardavano in cagnesco i padroni perché allora non splendeva ancora il sole dell’avvenir, né si cantava l’inno dei lavoratori in odio ai padroni, ma con essi invece si chiacchierava e si discuteva confidenzialmente sotto l’ombra di grossi platani nelle ore del riposo». Esemplare in proposito il comportamento dei fratelli Girardi di Maccagno che nel corso di una festa avevano voluto «premiare con medaglie e con denaro i loro bravi ed affezionati operai, assicurandoli presso la cassa pensione e disponendo per sussidi durante la loro vecchiaia»(86). Un industrialismo illuminato dunque, sicuro antidoto ad un populismo vuoto e demagogico, in aperto contrasto con gli ideali patriottici che avevano animato il nostro Risorgimento.

Per le società di mutuo soccorso Branca si dichiarava, invece, sostenitore delle Società di Mutuo Soccorso, sorte fin dal 1868 a Luino e in Val Dumentina, nei comuni di Agra, Due Cossani, Dumenza e Runo. I risultati di questa intensa azione di sensibilizzazione erano stati ben presto tangibili: aiuto e assistenza ai soci ammalati, inabili al lavoro e istituzione di scuole popolari per insegnare a scrivere, a leggere e far di conto, ma anche per fornire i primi rudimenti del disegno e della musica. Nel 1882 erano sta-

(82) I veri fini del socialismo, in «Corriere del Verbano», 9 gennaio 1901. (83) L’opera dei cantastorie, in «Corriere del Verbano», 21 febbraio 1906. (84) Cfr. C. A. PISONI, Epigrafi cimiteriali del Verbano Lombardo, parte prima, Cimiteri dei comuni a Nord della Tresa, Giampaolo Passera, Germignaga 2007, p. 80. (85) Il grido del Circolo Cavallotti, in «Corriere del Verbano», 23 maggio 1906. (86) Le ultime feste, in «Corriere del Verbano», 8 agosto 1906.

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Terra e gente te costituite altre società in Valle Veddasca, a Maccagno e nei paesi limitrofi, ma con scarsi risultati, «sia per la freddezza e l’apatia di una gran parte degli abitanti che non vogliono comprendere la grande utilità di tali istituzioni, sia per la iniqua ed improvvida propaganda contraria che fanno certi messeri, non a torto chiamati nemici della civiltà e del progresso». Fra gli sciocchi pregiudizi sollevati per combattere le società di mutuo soccorso si affermava che elementi di discussione durante le adunanze sociali come i concetti di patria, di progresso, di libertà potessero far perdere la fede. Branca ne attribuiva la responsabilità alle istituzioni ecclesiastiche che non sembravano avere ancora metabolizzato la costituzione di uno stato unitario e la conseguente fine del potere temporale della Chiesa(87).

Verso il tramonto Nell’ultima fase della sua vita, Branca aveva ammorbidito notevolmente il suo atteggiamento critico nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, merito del mutato clima tra Stato e Chiesa, soprattutto dopo la pubblicazione nel 1905 dell’enciclica Il Fermo Proposito, che allentava le restrizioni del Non expedit o del timore per l’avanzata del Partito Socialista di matrice anticlericale? «Il Corriere del Verbano» si era impegnato già fin dal 1900 a sostenere il progetto per la costruzione di un nuovo ospedale, sollecitando la pubblica beneficenza e pubblicizzando regolarmente i nominativi dei generosi oblatori(88). Incondizionata la stima nei confronti di Mons. Gerolamo Comi «il donatore munificente delle 150.000 lire, il benefattore ammirevole che ha provveduto con tanta larghezza ai bisogni dei suoi simili, seguendo così le leggi del Vangelo e corrispondendo ai sentimenti del suo animo buono e caritatevole». Il sacerdote, infatti, oltre ad aver costituito un fondo per la creazione di un ricovero per gli anziani, nel giorno della posa della prima pietra del nuovo ospedale, aveva comunicato con grande sobrietà alla Commissione la sua intenzione di donare la ragguardevole somma di 150.000 lire per la realizzazione dell’opera. Branca avrebbe voluto dedicare un intero numero del suo settimanale alla figura dell’illustre benefattore: non lo aveva fatto conoscendo la sua ben nota modestia(89). Altrettanto ferma era stata la condanna della manifestazione anticlericale, organizzata dal partito socialista il 17 febbraio 1907, definita una palese violazione della libertà di pensiero, a dimostrazione che i socialisti non sopportavano «nessun’altra credenza che quella di Carlo Marx»(90). Lodava inoltre l’iniziativa del Comitato per l’eri-

(87) Il Mutuo Soccorso, in «Corriere del Verbano», 29 maggio 1889. (88) Ospedale Luini-Confalonieri, in «Corriere del Verbano», 25 aprile 1900. (89) Mons. Gerolamo Comi, in «Corriere del Verbano», 24 ottobre 1906. (90) La manifestazione anticlericale di Domenica, in «Corriere del Verbano», 13 febbraio 1907.

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Terra e gente genda chiesa di Creva, generosamente incoraggiata anche dal cardinal Andrea Ferrari(91) ed era lieto di segnalare che a sostegno della Scuola Tecnica, per la quale si era tanto battuto, aveva contribuito perfino don Enrico Montonati, prevosto di Luino, con un’elargizione di £ 50(92). Lunedì, 1° maggio 1911: un evento esaltante per il borgo: bandiere sciorinate al vento alle finestre ed ai balconi, manifesti che invitavano ad accogliere con entusiasmo i giornalisti. «Alle 8,30 con vetture della Ferrovia Varesina arrivarono a Luino i rappresentanti della Stampa, ed alla stazione furono ricevuti dal sindaco, dalla Giunta, dal Direttore del nostro Giornale e dalle rappresentanze delle varie associazioni». Questa la cronaca de «Il Corriere del Verbano». Nell’ampio salone del Kursaal, era avvenuto l’incontro tra il Comitato ed i componenti dell’Associazione della Stampa. «A tutti fu servito il vino d’onore, framezzo a complimenti, strette di mano con tante e care e vecchie conoscenze ai nuovi arrivati, fra i quali molte ed eleganti signore e signorine». Branca, che aveva voluto offrire personalmente il vino d’onore, aveva assunto il ruolo di cortese anfitrione(93). Quel raduno, forse vagheggiato da tempo, aveva rinsaldato antiche e più recenti amicizie: un festoso revival in cui il vecchio leone del Lago Maggiore, strenuo difensore dei diritti della sua terra, aveva ricevuto una sorta di consolante viatico prima dell’ineluttabile declino. L’anno successivo la crudele Atropo avrebbe posto fine al suo instancabile certamen contro tutti coloro che avevano cercato di relegare una terra così privilegiata dalla natura e dalla indomita laboriosità dei suoi abitanti in un aureo isolamento(94).

(91) Omaggio all’illustrissimo Mons. Comi, in «Corriere del Verbano», 17 luglio 1907. (92) Scuola Tecnica, in «Corriere del Verbano», 13 novembre 1907. (93) Il 1° Maggio a Luino, in «Corriere del Verbano», 3 maggio 1911. (94) Significativo in proposito l’elogio funebre tessuto da Carlo Ciuti nell’edizione del «Corriere del Verbano» del 16 ottobre1912, dal titolo Francesco Branca: «Oggi il nostro giornale esce listato a lutto dopo che Francesco Branca, suo fondatore e direttore non è più. Anch’egli venne travolto dalla legge ineluttabile che regge i destini del mondo: la morte. Forte fibra d’animo, egli conobbe la vita, ne seppe le battaglie e se gli eventi ebbero talora ragione di Lui nella lotta che più affatica, Egli li dominò nella filosofica rassegnazione del saggio. Ma non è della sua vita che vogliamo parlare e nemmeno della sua opera che egli fin da giovane indirizzava più al bene della collettività che all’individuale suo tornaconto. Quando di lui si è detto che fu un uomo di gran cuore, crediamo che in tale elogio sia sintetizzato ciò che lo caratterizzava e gli cattivava la simpatia generale. E difatti nessuno che fosse ricorso a Lui per aiuti materiali e morali se ne partì insoddisfatto. Egli donava tutto quanto poteva con signorile spensieratezza ed usiamo questa parola pensatamente poiché il cuore in Lui prevaleva sul calcolo. Luino ed i paesi circonvicini di questo incantevole lago ebbero in Lui un costante propugnatore dei loro interessi e sia col giornale sia per mezzo delle sue relazioni personali, sia colla propria borsa, s’adoprò sempre e continuamente per ottenere ai medesimi ogni sorta di benefici, cosicché il popolo che lo conosceva ha dimostrato in modo commovente ai funerali di domenica il suo cordoglio e il suo rimpianto». Si ringrazia la Direzione del «Corriere del Verbano» per aver concesso, in data 19 settembre 2011, l’autorizzazione alle presenti citazioni.

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Daniele Cassinelli

Lo Stabilimento fotografico di Eugenio e Francesco Fidanza e i Musei Civici di Varese

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li albori della fotografia a Varese sono stati oggetto di alcune ricerche negli ultimi due decenni, ed in particolare sono argomento di un articolo scritto da Pietro Macchione per i «Calendari dra famiglia Bosina del 1992»(1). In quell’occasione l’autore, traendo notizie dalla scarna bibliografia disponibile e sulla scorta di una attenta analisi dei quotidiani dell’epoca, chiarì come la fotografia arrivò a Varese negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia e come il primo studio attivo in città in maniera stabile fu quello di Eugenio Fidanza. Una delle prime immagini note uscite dallo “Stabilimento fotografico locale Fidanza e Luzzi” – seguo sempre Macchione poiché l’articolo è ben documentato – fu un Panorama di Varese inviato da Luigi Molina a Firenze in occasione del Terzo tiro a segno nazionale del 1865: a quelle date Eugenio Fidanza aveva appena intrapreso la professione che poi diverrà anche di suo figlio Francesco, dopo essere stato disegnatore di ricami. Attivo con risultati alterni tra 1863 e 1864, dal 1867 Eugenio Fidanza subì la concorrenza di Pasquale Bossi, professionista milanese trasferitosi in provincia cui si devono alcuni album di soggetto paesaggistico, che a quell’epoca riscossero grande successo. Interrotto il sodalizio con Luzzi – continua a narrare Macchione – Fidanza, il cui studio aveva sede in piazza Cacciatori delle Alpi 63, si mise in società a partire dal 1871 con lo studio fotografico Puppo di Milano ed eseguiva, come di consueto a quell’epoca, principalmente ritratti. La definitiva affermazione dello Studio Fidanza – a questa altezza cronologica anche il figlio Francesco, di Eugenio ed Elisabetta Crespi, nato a Varese il 29 febbraio 1848, sposò Luigia Nicora e morì, sempre a Varese, il 13 agosto

(1) P. MACCHIONE, Gli esordi dell’“arte fotografica” in Varese, in «Calendari dra famiglia Bosina par ur 1992», 1992, pp. 79-86.

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Terra e gente 1923(2), è partecipe dell’impresa di famiglia – avviene in occasione della Prima Esposizione Agricola Industriale svoltasi a Varese tra il 23 settembre e il 3 ottobre 1871. Sempre Macchione ricorda come le immagini presentate dai fotografi ritraessero paesaggi, ma soprattutto opere d’arte esistenti a Varese e nel suo circondario. Alcune immagini probabilmente appartenenti a quella campagna fotografica, assieme ad altre più moderne, furono donate al Comune di Varese da Francesco Fidanza, a una data che al momento non è stato possibile precisare, ma da collocare ai primissimi anni del Novecento(3). Le immagini donate e conservate ritraggono alcune lapidi antiche e moderne esistenti a Varese, vedute cittadine e di località limitrofe, come Castiglione Olona, dove vengono ripresi anche pezzi medioevali e rinascimentali, o i castelli di Besozzo e Caidate, mentre alcune stampe probabilmente sono da considerare perdute, come l’immagine del Cristo portacroce attorniato da monache, dipinto sulla controfacciata del Santuario di Santa Maria del Monte. La campagna fotografica cui si è accennato è da inquadrare probabilmente nel contesto di una serie di iniziative promosse dal giovane ministero dell’Istruzione italiano, infatti a partire dagli anni immediatamente successivi all’unità si fece strada presso gli organi preposti alla tutela del patrimonio del Regno, sulla scorta di quanto già avveniva nei secoli precedenti in moltissimi stati pre-unitari, la volontà di tutelare le cose di interesse artistico e storico. A causa dell’impasse verificatosi nel varo di una legge nazionale di tutela delle belle arti(4), il Governo italiano pensò di intervenire con provvedimenti amministrativi relativi al complesso tessuto degli organismi periferici, recuperando in via provvisoria la vecchia presenza di commissioni speciali a carattere locale. Gerolamo Cantelli, ministro della pubblica istruzione tra 1874 e 1875, decise di creare per ogni provincia una Commissione conservatrice dei monumenti e delle opere d’arte le cui funzioni comprendevano la tutela di «monumenti, oggetti d’arte e memorie storiche» e la compilazione di «un esatto inventario di tutti i monumenti ed oggetti d’arte esistenti nella rispettiva provincia»(5).

(2) Anagrafe del Comune di Varese. (3) Archivio Storico Civico di Varese (ASCVa), Raccolta Museo Patrio, cart. 2, fasc. 13. (4) Per queste complesse vicende storiche il riferimento rimane M. BENCIVENNI, R. DALLA NEGRA, P. GRIFONI, Monumenti e istituzioni. Parte II. Il decollo e la riforma del servizio di tutela dei monumenti in Italia. 1880-1915, Firenze 1992, vol. I, pp. 189-203. (5) Artt. 3 e 6 del Regio Decreto del 7 agosto 1874, n. 2032. Poiché il Decreto Cantelli non prevedeva lo scioglimento delle commissioni analoghe già presenti sul territorio, ci volle un nuovo Decreto del ministro Ruggero Bonghi per attuare definitivamente il progetto (5 marzo 1876, n. 3028).

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Terra e gente A Milano, per esempio, Giovanni Morelli e Gustavo Frizzoni si impegnarono con assiduità per la creazione del Museo Patrio Archeologico (1867) e del Museo Artistico Municipale di Milano (1878), accompagnando i progetti nelle sedi istituzionali, favorendo le donazioni di importanti collezionisti e confortando l’ingaggio di Giuseppe Mongeri per la compilazione la prima guida al Museo Artistico(6). In conseguenza di questo impegnativo sforzo governativo di sensibilizzazione – che davvero coinvolse gran parte della penisola, nonostante le difficoltà nell’attuare le disposizioni del legislatore(7) – allo scadere dell’Ottocento anche a Varese quindi si provvide a realizzare campagne fotografiche delle opere d’arte presenti sul territorio. Tanto più che, come hanno chiarito le ricerche di Laura Basso(8) è proprio dalle esposizioni agricole e industriali che in quello stesso giro d’anni nasce il Museo Patrio di Varese, infatti giunti al 23 settembre 1871, appunto la data dell’inaugurazione dell’Esposizione di quell’anno, e visto il successo dei materiali archeologici esposti, si ritenne che i tempi fossero maturi per l’istituzione di un Museo Patrio. Andrea Apostolo convocò immediatamente il sindaco Magatti, il direttore del Museo di Scienze Naturali di Milano Emilio Cornali, l’archeologo Alfonso Garovaglio, oltre agli storici Luigi Borri e Giulio Bizzozzero, e, con Ezechiele Zanzi, Ugo Scuri e Luigi Speroni, fondò la Società del Museo Patrio. La qualità alta delle immagini pervenute al Comune di Varese documenta la professionalità raggiunta dai Fidanza, come conferma anche il giudizio espresso dalla Giuria che le considerò: «bellissime, eseguite con molta cura e riuscite con perfezione», premiandole con una medaglia di bronzo. Francesco Fidanza beneficò il Comune di Varese con le immagini fotografiche menzionate, ma, nel 1902, anche con la donazione di una medaglia commemorativa in bronzo raffigurante Garibaldi(9), e un’immagine fotografica del generale Stefano Turr, militare e poi politico ungherese che fu tra i Cacciatori delle Alpi e che poi prese parte alla spedizione dei Mille, governatore di Napoli, imparentato con Napoleone Bonaparte e la cui sorella sposò il ministro Urbano Rattazzi. A questi episodi si aggiunge la donazione risalente al 1916 di un volume del giornale illustrato «Il Folletto», edito a Brescia nel 1859. Oggetti che contribuiscono a documentare il sen-

(6) G. MONGERI, Catalogo del Museo Artistico Municipale di Milano, Milano 1879. (7) Basta ricordare che quasi dovunque, come a Milano, fu disatteso il regio decreto n. 6197 del 20 giugno 1889, che istituiva un commissariato regionale per le antichità e le belle arti (Monumenti e istituzioni, 1992, pp. 31-38 e pp. 60-63). (8) Laura Basso, Dal Museo patrio ai musei civici. 1871-1965, Varese 1990. (9) ASCVa, Raccolta museo patrio, cart. 2, fasc. 1. Questa cartella contiene anche i documenti concernenti la donazione del Ritratto del generale Turr, avvenuta nel 1907, e della rivista «Il Folletto» di Brescia.

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Terra e gente timento patriottico dei Fidanza, tanto più che la donazione del giornale illustrato bresciano è accompagnata da un commento che chiarisce come quella rivista: «colla satira e la caricatura fu uno dei Giornali dell’epoca che seppe tener vivo negli italiani il sentimento di patria ai fini nobilissimi del riscatto italico». A questi dati possiamo aggiungere che l’Archivio Storico Civico di Varese conserva un album fotografico realizzato da Francesco Fidanza nel 1920, in occasione delle nozze d’oro di Italo Arconati – e infatti si tratta di un dono della famiglia Arconati – con Enrichetta Conti, con le fotografie dei coniugi ritratti nell’atto del matrimonio e dell’anniversario(10), oltre che una rara immagine fotografica del Teatro sociale di Varese(11), quest’ultima priva di data(12).

Eugenio Fidanza, Veduta della Villa detta “La Quiete” a Varese, 1871-1873

(10) ASCVa, Raccolta Museo Patrio, cart. 17, fasc. 7. (11) ASCVa, Raccolta Museo Patrio, cart. 2, fasc. 22. (12) Devo ringraziare Daria Banchieri, Serena Contini, Piero Mondini e Nicoletta Zucchi per l’aiuto fornito alla ricerca.

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Terra e gente

Eugenio Fidanza, La Rocca Borromeo ad Angera, 1871-1873

Eugenio Fidanza, Il castello di Caidate, 1871-1873

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Terra e gente

Eugenio Fidanza, Resti di arca romana presso la chiesa di San Primo a Leggiuno, 1871-1873

Eugenio Fidanza, Cippo funerario romano nella casa giĂ Mazenta, poi Castiglioni, a Castiglione Olona, 1871-1873

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Terra e gente

Eugenio Fidanza, La chiesa di San Primo a Leggiuno, 1871-1873

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Terra e gente

Eugenio Fidanza, Veduta dellâ&#x20AC;&#x2122;Ospedale di Varese, 1871-1873

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Serena Contini

«All’Italia questi versi popolari e patriottici con amore e riverenza intitolo e consacro»: il poeta risorgimentale Pasquale Contini

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l settimanale Il 26 maggio, dato alle stampe dalla tipografia Maj e Malnati nel maggio 1883 in occasione delle celebrazioni della battaglia di Varese, presenta, in quel primo numero uscito in edizione speciale, un ritratto a piena pagina del giovane eroe Ernesto Cairoli, colpito a morte il 26 maggio 1859 da una pallottola austriaca mentre stava incitando i suoi compagni alla lotta. La pubblicazione, per celebrare la ricorrenza storica, si apre con una poesia di Pasquale Contini intitolata Ernesto Cairoli a sua madre, scritta dal poeta varesino in quel fatidico maggio del 1859 e dedicata alla madre del giovane eroe Adelaide Bono Cairoli(1). È il figlio, ormai morto, che parla alla madre con versi di consolazione e di coraggio:

(1) In data 12 agosto 1859 Adelaide Bono Cairoli così ringraziava Pasquale Contini per la poesia dedicatale: «Egregio Signore, è la madre del povero Ernesto che le scrive, quella madre che le deve uno fra i più soavi conforti che le erano riservati nella immensa sciagura che la colpì. Vi sono impressioni, ad esprimere le quali, il cuore non trova parole: una sola cosa può dire la povera madre a lei, anima e cuore di Poeta; ne’ di lei versi, ho ritrovato il mio Ernesto, l’Angelo mio perduto… L’ho ritrovato nella sua devozione a tutto quanto è nobile, buono, grande, nel suo amore infinito alla patria, nell’affetto, che tendeva all’adorazione, a me desolata, inconsolabile madre, nel suo indefinibile attaccamento alla famiglia. E tutto ciò santificato da quella vergine poesia del cuore che era come la nota caratteristica dell’anima del mio martire benedetto. Oh, è lui, proprio lui, il mio Ernesto che mi parla in quei versi! Che le può dire di più la povera madre?… L’Autore della santa poesia – A mia Madre – poteva soltanto così bene comprendere l’anima dell’Angelo mio! Ed è a questo proposito, che le potrò dire per il dono impareggiabile ch’Ella ebbe la bontà di inviarmi? In quei due volumi di versi – Memorie e fantasie giovanili – L’Album del cuore – che staranno sempre benefici consolatori sul mio tavolo, io andrò a cercare coraggio e rassegnazione; con essi sorriderà ancora l’anima mia alle sante gioie della famiglia, alle quali assisterà non veduto ma vivo nel cuore di ognuno di noi, il nostro Ernesto. Per mezzo dell’ottima sig. a Piccaluga, presso la quale Ella vorrà essere gentile interprete mio, mi permetto di farle avere una copia del ritratto del mio povero figlio, con alcune parole pronunciate da un intimo amico di lui, in quel nostro santuario della famiglia, dove andiamo a trovare i nostri cari partiti. Voglia ella, egregio signore, aggradirlo con quella squisita bontà di

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Terra e gente Povera madre mia! Quando mi hai detto: “Va pugna, vinci e a me ritorna ancor”, Una pietosa lagrima d’affetto Ambo verserem e ci stringeremo al cor. Povera madre mia! Benché lontano Io sempre ti scorgea vicino a me, Il tuo spirto era meco, e un senso arcano Scuoteami l’alma ripensando a Te. […] Ma tu non gemerai! Tu forte e grande Soffrirai rassegnata in mezzo al duol: Itala madre lagrime non spande, E la sfidanza e la viltà non vuol. Tu ti consolerai che la mia vita Abbia all’Italia consacrata in don, Tu me la desti, io l’ho così compita, Degno d’invidia e non di pianto io son […].

Questa poesia, conosciuta e recitata in quegli anni di passione patriottica, fu sempre molto cara ad Adelaide Bono Cairoli, figura mitica dal nostro Risorgimento e madre encomiabile che, con dignità ed orgoglio, seppe sopportare la perdita dei suoi figli per la causa unitaria italiana(2). In una lettera datata 25 maggio 1863 la Cairoli ricorda ancora, scrivendo al poeta varesino, i versi dedicati al di lei figlio morto: […] E così domani (26 maggio) La benedirò nel mio pianto, Ottimo Signore, da quel mio prediletto Santuario rileggendo colà davanti a quella si cara Tomba quella sua poesia (cotanto benefica a questa povera e pur invidiabile madre!) consacrata alla memoria del mio adorato Ernesto!(3).

cui volle darmi sì elette prove, quale simbolo della stima profonda e della inestimabile riconoscenza che le consacra la desolata anima mia, e con cui ho l’onore di professarmi per la vita Dev.ma Obbl.ma Serva». La lettera è pubblicata nell’Appendice. Lettere ricevute dall’Autore in merito ad alcune poesie contenute in questo volume in P. CONTINI, Le armonie della vita nell’infanzia nell’adolescenza e nella giovinezza. Nuovi componimenti poetici per le scuole e le famiglie, Casa Tip. Libr. Editr. Ditta Giacomo Agnelli, Milano 1897, pp. IV e V. (2) Sul rapporto tra la Cairoli e i figli: Adelaide Bono Cairoli e i suoi figli: lettere dal 1847 al 1871 a cura di E.G. GIULIETTI, R. Cortina, Pavia 1960; A. TAFURRO, Madre e patriota: Adelaide Bono Cairoli, University Press, Firenze 2011. (3) Lettera di Adelaide Bono Cairoli a Pasquale Contini datata Pavia, 25 maggio 1863. In questa lettera la Cairoli ringrazia per il recapito di una nuova poesia «che meco qui in coro festeggiano gli amici nostri e che tanto anelo di comunicare ai miei tre cari superstiti assenti […]». Musei Civici di Como, Archivio Mori, cart. XIX, n. 9. Questa lettera fa parte della donazione di nove autografi che il poeta volle destinare al Museo Archeologico Comense come da lettera datata 17 aprile 1879: «nove lettere autografe a me indirizzate da persone note nel mondo letterario e politico». Musei Civici di Como, Commissione Archeologica, cart. 1879-1898.

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Terra e gente

Pasquale Contini nel 1897

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Terra e gente Numerosi sono i componimenti poetici scritti da Pasquale Contini nel corso degli anni esaltanti il Risorgimento italiano, i suoi eroi, i suoi ideali. E persino i suoi monumenti, come nel caso dell’inno Le Cinque Giornate di Milano(4) stampato nel 1875 per sostenere la realizzazione del monumento milanese a ricordo degli eventi del marzo 1848. Inno inviato a Garibaldi che lo ringraziò con una lettera inviata da Roma nel marzo 1875: Ho la gentile vostra lettera ed il Canto bellissimo a commemorazione delle Cinque Giornate. Grazie per ogni cosa. Abbiatemi. Vostro G. Garibaldi(5).

Pasquale Contini fu il cantore primo del Risorgimento a Varese dove ebbe quella notorietà che il trascorrere del tempo gli tolse inesorabilmente(6). La sua produzione poetica, copiosa e laudativa, ma non scevra di pulsioni sincere, contrassegnò tutta la sua vita trascorsa tra Varese, Cremona, Como e Milano, per ritornare alla sua Varese ove si spense nella sua casa di Via Bizzozero il 2 marzo 1909(7). Nella città prealpina era nato il 12 ottobre 1829 da Giuseppa Conconi di Malnate e da Luigi Giuseppe Maria(8), libraio varesino con negozio sotto i portici di piazza Porcari(9). Venne battezzato col nome di Pasquale

(4) La seconda parte di quest’inno venne musicato dal maestro del Duomo di Milano Raimondo Boucheron per essere cantato dai bambini dell’Orfanotrofio maschile milanese. Tale inno venne pubblicato una prima volta nel florilegio a più autori Per l’Anniversario delle Cinque Giornate. Brindisi patriotico al teatro Castelli la sera del 23 marzo 1876, Milano 1876 per poi essere ristampato dalla Tipografia Ranzini nel 1895. Ai moti risorgimentali del marzo 1848 il Contini aveva dedicato anche l’inno Ai martiri dell’Indipendenza Italiana: inno posto in musica dal prof. Luigi Negri. Funebre anniversario nella chiesa di S. Maria del Carmine il 18 marzo 1867, pubblicato da Pietro Agnelli a Milano nel 1867. (5) Lettera di Giuseppe Garibaldi a Pasquale Contini, Roma 22 marzo 1875. Archivio Storico Comunale di Varese (ASCVa), Raccolta Museo, cart. 22, fasc. 33, dove sono conservate altre cinque lettere di ringraziamento da parte di Garibaldi per poesie o libri ricevuti, presenti, con altre, in seguito ad una donazione Contini. La notizia con il testo della lettera anche in «La Cronaca Varesina», 4 aprile 1875. (6) Praticamente dimenticato dalla storiografia locale varesina e comasca, alcuni rapidi cenni in F. COVA, Il “poeta” Pasquale Contini in «Calandari do ra Famiglia Bosina par or 2007», pp. 76-83. (7) Questo il necrologio apparso sulla «Cronaca Prealpina» il 4 marzo 1901: «Il figlio Prof. Dott. Attilio, la sorella Maria, la nuora Porati Giuseppina, i nipoti, l’abbiatico, le cognate coi parenti tutti annunciano la morte del loro amatissimo Cav. Uff. prof. Pasquale Contini avvenuta il 2 corrente. I funerali avranno luogo giovedì 4 corrente ore 16 partendo dalla casa in via Giulio Bizzozero n° 5». (8) I genitori Luigi Giuseppe Maria, figlio di Carlo e di Isabella Staurenghi, e Giuseppa Conconi, figlia di Agostino e Daria Comerio, si erano sposati a Varese il 15 aprile 1823. Archivio Prepositurale di S. Vittore (ASPV), Registro dei matrimoni 5/bis, tav. 53. (9) «Il negozio di Libreria e Cartoleria già Contini, ora assunto dai Soci Torniamenti e Bianchi, sotto i portici in piazza Porcari, si presenta con buon gusto ordinato» in «La Cronaca Varesina», 31 luglio 1870.

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Terra e gente Vittorio Agostino(10), assumendo come primo nome quello dello zio paterno Pasquale. Terzogenito dopo la sorella Maria Teresa, nata nel 1825, e il fratello Carlo Andrea, nato nel 1827, Pasquale Contini vide aumentare il numero dei fratelli e delle sorelle: Maria Francesca, nata nel 1830, i gemelli Antonio Luigi e Matilde, venuti alla luce nel 1832, Agostino, nato nel 1834 e l’ultimogenita Marianna nel 1836(11). Allo stato attuale delle ricerche nulla sappiamo del suo cursus studiorum che lo portò ad ottenere presumibilmente una laurea in Lettere, entrando dapprima nell’apparato della amministrazione scolastica in qualità di Segretario dell’Ufficio del Provveditore agli Studi, prima a Cremona e poi a Como dove, mutato il suo ruolo da funzionario a docente, nel 1870 venne nominato titolare di «letteratura, geografia, storia, doveri e diritti de’ cittadini nel 2° e 3° corso dell’Istituto Tecnico di Como»(12). A partire dal settembre 1884 venne trasferito a Milano presso l’Istituto Tecnico in via Capuccio(13) e terminò la sua carriera di docente presso l’Istituto Tecnico Cavallieri, dove insegnava ancora nel 1897. Collaborò a diversi quotidiani e periodici tra cui «La Cronaca Varesina», «Il Corriere del La-

(10) APSV, Registro dei Battesimi n. 12, tav. 93, prog. 51. (11) ASPV, Registro dei Battesimi: Maria Teresa Isabella, nata il 13 ottobre 1825 (Registro dei Battesimi n. 12, tav. 30, prog. 98); Carlo Andrea Agostino Ottavio, nato il 24 marzo 1827 (Registro dei Battesimi n. 12, tav. 55, prog. 51); Maria Francesca Cecilia 1830 (Registro dei Battesimi n. 13, tav. 22, prog. 145); Antonio Luigi Fedele Maria e Matilde Teresa Faustina Maria nati il 22 agosto 1832 (Registro dei Battesimi n. 13, tav. 55, prog. 92-93); Agostino Giuseppe Gaetano Luigi, nato il 23 aprile 1834 (Registro dei Battesimi n. 13, tav. 89, prog. 77); Marianna Filomena, nata l’8 luglio 1836 (Registro dei Battesimi n. 13, tav. 34, prog. 77). (12) Così è riportato in una delle molteplici segnalazioni riguardanti Pasquale Contini in veste di poeta su «La Cronaca Varesina», pubblicata dal 1866 al 1873, fondata e diretta dall’amico don Giuseppe Della Valle, testimone ed entusiasta narratore delle gesta garibaldine a Varese. Dalle pagine di questo giornale apprendiamo che due anni prima Pasquale Contini era stato designato dal Ministero come professore incaricato di belle lettere, storia e geografia alla Scuola Tecnica di Como, ma che aveva rifiutato la proposta poiché lavorava all’amministrazione scolastica da molti anni. Il commento alla notizia è abbastanza interessante per capire le motivazioni che hanno spinto il Contini a rifiutare tale primo incarico: «Il nostro concittadino Sig. Pasquale Contini, richiamato in questi giorni dal Ministero in attività di servizio, fu designato a professore incaricato di belle lettere, storia e geografia nella R. Scuola Tecnica di Como. Il Ministero con questa sua disposizione, diede certamente al Sig. Contini, giovane distinto per ingegno e coltura, un attestato di considerazione: ma non pensò che altro è il sapere, altro l’insegnare, e che il sullodato Signor Contini non avrebbe potuto accettare dall’oggi al domani un impegno di tanta importanza e di si grave responsabilità, come infatti non l’accetta, per la ragione che avendo da 18 anni fatto il suo tirocinio nella partita amministrativa, non saprebbe resolversi a tentare, così all’improvviso, altre prove in altri rami […]», in «Cronaca Varesina», 5 maggio 1867. (13) «La Cronaca Varesina», 14 settembre 1884.

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Terra e gente

Pasquale Contini, Memorie e fantasie giovanili. Primi versi, Per Carlo e Felice Ostinelli di C.A., Como 1854

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Terra e gente rio» e «L’Indipendente»(14), dove vennero pubblicati integralmente alcuni suoi componimenti. La sua formazione culturale ed umana a Varese fu forgiata dalla frequentazione di casa Dandolo e dal profondo rapporto di affetto che aveva con il conte Tullio. È a lui che nel 1854 dedicò il suo primo volume di poesie intitolato Memorie e fantasie giovanili. Primi versi, edito dai tipografi comaschi Paolo e Felice Ostinelli: «Al / Conte Tullio Dandolo / che allo splendore del nome / l’inapprezzabil gloria aggiunge / della virtù e del sapere / tenue segno di riverenza e di affetto / L’Autore»(15). A prova dell’accettazione della dedica il conte inviò questa lettera che è stata pubblicata in calce alla dedica stessa nel volume: «Queste due righe ti valgano per la dichiarazione domandata dal tuo tipografo, che io accetto con grato animo la dedica che ti piacque farmi delle tue MEMORIE E FANTASIE: io mi son avvezzo da molti anni a portarti affezione paterna; e tu me ne volesti ricambiare nella guisa più gentile e generosa. / Abbiatene i rinnovati ringraziamenti / Del tuo T. Dandolo»(16). Non casualmente in questa prima raccolta vi è una poesia intitolata Il Deserto di Cuasso scritta nell’agosto del 1846 che decanta il luogo prediletto dal conte Dandolo per i suoi studi letterari(17): Qui tra i silenzii del solingo ostello, Sacri al profondo meditar solenne, Un illustre Signor, che al vero, al bello Spiega le penne, E caldo anch’esso del celeste foco Onde fur que’ romiti, egli ragiona Di Dio, di patria, e caro in ogni loco Quel nome suona!… Ma già da quest’erte montagne oscura Scende la notte col suo velo, ed io Mesto parto; o Deserto, o di natura Incanto, addio!…

(14) Si legge su «La Cronaca Varesina» del 12 maggio 1872: «Tra i distinti collaboratori del nuovo giornale L’Indipendente, ideato dal Pio Istituto Tipografico di Milano per beneficare il suo nascente Fondo vedove ed orfani e che verrà pubblicato nelle circostanze straordinarie e in quei giorni dell’anno (cominciandosi dalla prossima Festa Nazionale) in cui prendono riposo gli altri giornali – con sommo piacere troviamo il nome dell’egregia scrittrice nostra concittadina, signora Felicita Morandi e del bravo poeta varesino signor Pasquale Contini». Il 16 giugno 1872 venne riportato che sul primo numero de «L’Indipendente», uscito in occasione della Festa Nazionale, il Contini aveva pubblicato la poesia intitolata La famiglia dell’operajo. (15) P. CONTINI, Memorie e fantasie giovanili. Primi versi, Per Carlo e Felice Ostinelli di C.A. Tipografi provinciali, Como 1854. (16) Ibidem, p. III. (17) Sulle complesse vicende di questo sito cfr. G. GHIRINGHELLI, Il Deserto di Cuasso, in «La Prealpina illustrata», novembre-dicembre 1905, pp. 3-15.

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Terra e gente I loro incontri sono stati narrati dallo stesso Contini anni dopo – a commento della citata poesia – nell’Appendice del volume Le armonie della vita del 1897: In quest’ode saffica l’Autore ha ricordato l’illustre conte Tullio Dandolo; ed ora, giovinetti lettori, a voi, vuolsi dire qualche cosa di lui, letterato valente, cittadino integerrimo, patriota cattolicamente italiano e troppo presto dimenticato anche come padre dei due valorosi giovani, Enrico ed Emilio, che si sono sagrificati per la libertà e l’unità d’Italia. Il Contini lo conobbe a 15 anni in Varese, patria di entrambi, dove soleva passare la più parte dell’anno, e lo prese ad amare quasi come un altro figliuolo. Fu per tanto tempo suo ospite a Varese, ad Adrio ed al Deserto, e non vi era gita, o svago, che non godessero insieme. Nel 1853, lo volle compagno in una visita a quel sant’uomo che fu l’ab. Antonio Rosmini a Stresa, nel palazzo Bolongaro, ora della Duchessa di Genova, dove passò otto deliziosissimi giorni, i più belli della sua vita, indimenticabili […](18).

Nel 1855 fu Tullio Dandolo a dedicare la sua ultima opera dal titolo La Signora di Monza e le streghe del Tirolo processi famosi del secolo decimosettimo per la prima volta cavate dalle filze originali(19) al giovane poeta varesino scrivendogli affettuose parole: T. Dandolo a P. Contini / Mi facesti pubblico dono di versi che mercaronti la universale simpatia: abbiti, mio giovin amico, ad affettuoso ricambio la intitolazione di questo libro. Già il tuo nome si fa largo nella fama, ed io vo’ lieto scrivendol in fronte al volume, per la natura de’ suggetti che svolge, destinato a vasta pubblicità, di contribuire a renderlo noto e caro a molti più ancora. Rare sono le anime ingenue come la tua; prezioso poi il rivestimento di poesia ch’elle assumono; conciossiaché i nobili affetti che le ispirano consegnan ale dà bei versi per penetrare più addietro, per aggiungere più lontano: l’Italia su cui tanto può l’armonia, ha mestieri di chi lo faccia memore della Musa invocata da Torquato. Ma tu sì valente ad esprimere il pio sentire di quell’innocente adolescenza da cui se’ appena uscito, or aggiungi alla tua lira una corda; e, senza imporre silenzio al soave fremito dell’altre, la destina ad esprimere con note, a cui la forza non sarà per iscemar armonia, il meraviglioso fluttuare d’eventi che commove il mondo. Piena di miracoli è questa età che viviamo. I casi contemporanei si riflettono vivacemente nella fantasia del poeta che li feconda e trasmette a venturi conniati per l’immortalità […]

(18) Appendice. Lettere ricevute dall’autore in merito ad alcune poesie, cit., p. I. (19) T. DANDOLO, La Signora di Monza e le streghe del Tirolo processi famosi del secolo decimosettimo per la prima volta cavate dalle filze originali, Tipografia e Libreria Arcivescovile, Ditta Boniardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, Milano 1855, pp. I-II.

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Terra e gente Il volume di versi, dedicato dal Contini al Dandolo, d’ispirazione intimista con poesie di ambientazione familiare(20) e d’occasione(21), era stato stampato a favore dell’Asilo comunale di Varese con presentazione di don Filippo Sessa(22), il parroco che aveva caldeggiato la fondazione di un asilo per l’infanzia in città, e che non mancò di sottolineare il nobile scopo: «[…] verrà tutto il ricavato versato a vantaggio dell’Asilo. Bello, generoso pensiero, santo lodevole scopo! Coll’avere le primizie offerte del suo facile ingegno, della sua gentil penna a sollievo dell’indigente Infanzia, il nostro Contini rendesi sempre più degno che il pubblico gli tributi stima ed affezione, la patria se ne glorii e l’abbia fra i suoi figli più cari […]»(23). Appare non marginale soffermarsi sul rapporto tra Pasquale Contini e la famiglia Dandolo, per meglio ricostruire quel clima pervaso da un profondissimo amor di patria che portò al sacrificio della vita per taluni, all’azione politica per talaltri ed ancora all’utilizzo della poesia come mezzo per glorificare gli eroi caduti e spronare gli animi, come nel caso del Nostro. Il suo nome compare affettuosamente nelle lettere tra Tullio Dandolo e i figli a testimonianza delle loro legame amicale e possiamo solo immaginare quali parole e pensieri condividessero, durante i loro incontri, in momenti

(20) Piace qui ricordare la presenza della poesia In morte di mio zio, composta in occasione della dipartita, avvenuta il 25 gennaio 1848, dello zio Pasquale, suo padrino, della poesia A mia madre, morta l’8 settembre 1849 e, tra le altre, Sull’Album dell’amico E.Z., identificabile con Ezechiele Zanzi, segretario comunale di Varese durante le note vicende del 1859. (21) Alcune poesie furono scritte in occasione della celebrazione della prima messa di amici sacerdoti, tra cui Per prima Messa, agli amici F.C.G.A., edita sciolta per la tipografia Rainoldi nel 1850 con l’intitolazione: «Ai novelli Sacerdoti D. Ferdinando Calzoni e don Giuseppe Antognazza nel dì della loro prima messa in attestato di stima e di affettuosa amicizia P.C. offre e consacra», conservata in ASCVa, Fondo Museo, cart. 18, fasc. 19. (22) «Il Corriere del Lario», nel recensire la pubblicazione, stronca senza appello la prefazione definita “scrimoniale” del volume, esaltandone invece i componimenti poetici: «[…] saltate di pié paro le 10 pagine di questa scrimoniale prefazione, o lettera panegirica che sia, passa<te> con gran piacere da una classica e pesante prosa ad una brillante ed animata poesia». Encomiastiche le parole rivolte al poeta: «Chi è, nella nostra provincia che non conosca quanto valga la cetra del giovane Contini di Varese? Chi non lesse con vero trasporto alcune sue composizioni, ora inserite nelle strenne, ora sui giornali, ora manoscritte? Chi dubita ormai che il canto di questo cigno dell’Olona non sia per tornare gradito anche lungi dal suo nido, ad onore di lui e della sua patria […]». Alla recensione siglata L.F. segue l’intera poesia intitolata Il dì dei morti, «Il Corriere del Lario», 15 novembre 1854. (23) In F. SESSA, [Prefazione] in P. CONTINI, Memorie e fantasie giovanili, cit., p. XIII. Il nobile scopo viene ricordato anche da Antonio Maroni nelle sue memorie del 1851: «Col concorso quindi di molte azioni ed il ricavo di alcune accademie date nel luogo stesso dell’asilo con alcune serate al Teatro, coll’offerta fatta dal giovine Pasquale Contini di alcuni libri con le sue belle poesie, e col legato di lire 3.000 disposto dal signor Borsotti, quel pio stabilimento poté essere mantenuto fino ad ora in buono stato», in A. MARONI, L. MARONI, Varese memorie cronologiche a cura di G. BUZZI, C. MAGGIORA, Edizioni Lativa, Varese 2003, p.15.

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Terra e gente così pieni di speranza e al contempo tragici per la realizzazione dell’Unità italiana. In una lettera indirizzata al padre, Enrico Dandolo, dopo aver proclamato «mi vedrai fare il mio dovere da cittadino e da cristiano», subito aggiunse: I versi del Contini mi son piaciuti, specialmente questi: E quando tutto per me sarà muto / E morammi sul labbro un fioco addio, / Sia l’ultima mia voce – io ti saluto / O santa immago del morente Iddio! Bravo Contini! propriamente bravo, e buono!(24).

E i versi citati sembrano richiamare il suo imminente tragico destino. Il conte Tullio scrisse ai figli da Varese l’11 febbraio 1848: «Contini, che s’interrompe a sentirsi nominato, ed anco arrossisce a dover scrivere di sé, mi comunicò l’altro giorno alcuni suoi versi, che gli ispirò la pena risentita per la morte d’un vicino parente che teneramente amava: lo assistette negli ultimi istanti, e ne provenne per lui una commozione profonda, che riuscì a felicemente esprimere»(25). A queste parole seguono i versi riportati della poesia dedicata all’amato zio Pasquale, morto pochi giorni prima(26). Non altrimenti che dolorose e profonde poterono dunque essere le parole dedicate da Pasquale Contini ad Enrico Dandolo, alla notizia della di lui uccisione per mano mendace francese avvenuta a Roma nei pressi di Villa Corsini il 3 giugno 1849(27). Una lunga poesia, scritta pochi giorni dopo il tragico evento, di cui riportiamo qualche strofa: O mute, ardenti lagrime sgorgate, A torrenti sgorgate! Ah sol voi siete A un cor franto dal duolo immenso dono E tu mest’alma mia sciogli un lamento!… Dunque per sempre io t’ho perduto, o caro, Diletto amico, né vedrò più mai

(24) Lettera LXXXVIII di Enrico a Tullio Dandolo, in T. DANDOLO, Ricordi biografici dell’adolescenza d’Enrico e d’Emilio Dandolo. Lo spirito della imitazione di Gesù Cristo esposto e raccomandato da un padre ai suoi figli, Libreria di Francesco Sanvito, Milano 1861, p. 322. (25) Lettera LXXXVI di Tullio Dandolo ai figli, in T. DANDOLO, Ricordi biografici dell’adolescenza d’Enrico e d’Emilio, cit., 314-315. (26) Si tratta della poesia, già citata, intitolata In morte di mio zio, composta in occasione della morte dello zio Pasquale, avvenuta il 25 gennaio 1848. (27) Una toccante descrizione della sua morte nelle pagine del fratello Emilio, in E. DANDOLO, I volontari ed i bersaglieri lombardi. Annotazioni storiche, G. Brigola Editore, Milano 1860, pp.154-156. Un profilo di Enrico Dandolo, in L. ZANZI, Enrico Dandolo, Società del Museo Patrio, estr. «La Cronaca Varesina», Varese 1872, pubblicato anche a puntate sul settimanale varesino il 7, 14, 21, 28 luglio 1872.

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Terra e gente Quel tuo volto gentil, su cui splendea La purezza d’un anima beata?… Più dunque non udrò la tua soave Angelica parola, che nel core A svegliar mi scendea pietosi affetti… Né più mi volgerai quel tuo sì dolce, Tenero sguardo, né più le mie labbra Un tuo bacio d’amor disfioreranno?… Solo di te fia che mi resti in terra La rimembranza e il desiderio?… Ahi troppo, Troppo grave sciagura! Io nel delirio De’ miei pensier talor pasco me stesso D’un inganno crudel! Credo vederti, Abbracciarti, sentirti, e d’un tuo riso Bearmi tutto; ma illusion sì bella Quale un lampo scompare, e sol di pianto Innondato mi trovo, ed una voce Mi ripete nel cor: Tu l’hai perduto!… E davanti all’accesa fantasia Sorridendo mi danzano d’intorno I dì seco trascorsi nell’amena Beata Franciacorta. […] Oh quante volte nelle nostre gite, Col tripudio nel core, ambo innalzammo Un prediletto canto! Era l’Italia, l’Italia il nostro canto, e nel silenzio Della notte quel nome risonava Mestamente pei boschi e per le selve, E l’eco da lontan lo ripetea. […] A te sia gloria o generosa, o forte Anima grande!… Il nome tuo fia sculto Nel cuor di tutti, e più nel mio. – L’Italia Piange, che perdendo Ella ha perduto L’illustre figlio, il pro’ guerrier, l’eroe. La tua terra natia geme nel pianto Te rimembrando, ed in suo cor fa giuro Di vendicarti il dì della riscossa E altera va di te che sei sua gloria! […]

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Terra e gente Le speranze del poeta, come di tanti patrioti, si affievolirono con la fine della Repubblica Romana. Egli aveva salutato entusiasticamente l’inizio del 1849 convinto che sarebbe stato possibile a breve realizzare i sogni di libertà dell’Italia(28): […] Il giorno è vicino che i prodi tuoi figli, Congiunti ad un patto di fede, d’amor, Verranno a strapparti dai nordici artigli, Verranno a ridarti l’antico splendor.

Ma quell’invito schietto diretto alle forze asburgiche: «Ai vostri tornate pacifici tetti,/ ciascuno una Patria dal cielo ebbe in don,/ ciascun la difenda: ma voi maledetti/ che a tôrre quel d’altri movete tenzon»(29) dovette, per concretizzarsi, attendere gli avvenimenti della Seconda Guerra d’Indipendenza. I fatti vissuti in prima persona a Varese nel maggio del 1859(30) e le vicende nazionali gli fecero dare alle stampe nel 1860 un volume interamente ispirato alle istanze di libertà e di unità nazionale dal titolo emblematico Prima e dopo il riscatto. Nuovi canti popolari e patriottici il ricavato della cui vendita fu destinato dall’Autore alla Causa nazionale. La dedica recita: «ALL’ITALIA / CHE DOPO IL MARTIRIO / DEL SERVAGGIO E DELLA SVENTURA / VA RISORGENDO LIBERA E FORTE / PEL VALORE DEL SUO RE / E DE’ SUOI FIGLI UNITI E CONCORDI / QUESTI VERSI / POPOLARI E PATRIOTICI / CON AMORE E RIVERENZA / INTITOLO E CONSACRO.//» L’intero testo mostra l’animo patriottico del poeta che aveva già saputo metter a disposizione la sua vena poetica per celebrare gli eventi del 1849, componimenti qui in parte ripubblicati(31). Non a caso nella Prefazione veniva sottolineato il ruolo sociale del poeta il cui compito, in quegli anni di lotta per l’indipendenza, assumeva «la nobil impresa di rinvigorire gli animi» divenendo «guida del senso del popolo alla concordia ed alle virtù generose». Il Contini del resto riunì in queste pagine le sue migliori poesie nate in quel clima risorgimentale caratterizzato da delusioni,

(28) I versi riportati sono tratti dal canto La Speranza, o il primo dì dell’anno 1849 pubblicato nel volume P. CONTINI, Prima e dopo il riscatto. Nuovi canti popolari e patriottici, Coi Tipi di Carlo Franchi, Como 1860, p. 51. (29) Ibidem, p. 53. (30) Il Contini dovette avere un qualche ruolo attivo nelle tumultuose giornate varesine del maggio 1859 se il Giampaolo scrive: «Gli ufficiali comunali dr. Ezechiele Zanzi, ragionier Carlo Rossi, rag. Tito Torniamenti, si offrono di prestare incessantementel’opera loro, altrettanto fanno Giacomo Rusca, Giuseppe Fontana e il poeta locale Pasquale Contini (cancellista), in L. GIAMPAOLO, Vicende Varesine dal marzo 1849 alla proclamazione del Regno d’Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel Varesotto, Tipografica “la Tecnografica”, Varese 1969, p. 150. (31) In particolare le poesie Ad Emilio Morosini, Ernesto Cairoli, a sua Madre e La Speranza, o il primo dì dell’anno 1849.

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Terra e gente

Pasquale Contini, Prima e dopo il riscatto. Nuovi canti popolari e patriotici, Coi Tipi di Carlo Franchi, Como 1860

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Pasquale Contini, Prima e dopo il riscatto. Nuovi canti popolari e patriotici, Coi Tipi di Carlo Franchi, Como 1860, antiporta con dedica

speranze e molta enfasi ed i titoli dati ai suoi versi ben esemplificano i suoi intenti: Invito ai Lombardi, La Speranza, o il primo dì dell’anno 1849, Ai Martiri dell’Indipendenza italiana, Lo Stendardo italiano, La festa dello Statuto, per non sottacere quelle dedicate ai grandi protagonisti del Risorgimento quali Ad Emilio Morosini, Garibaldi a Varese, Ernesto Cairoli, a sua Madre, A Vittorio Emanuele. La sua accorata esortazione affinché le popolazioni lombarde lottassero unite contro l’oppressore asburgico risale al marzo del 1848 quando aveva declamato in rima «O Lombardi, è surto il giorno / dell’Italico riscatto, / su giurate uniti intorno / al vessillo tricolor», proprio nel carme Invito ai Lombardi. Quel “riscatto” che significativamente scelse come parola centrale per il titolo del suo volume. Anche questa pubblicazione patriottica venne fatta pervenire a Garibaldi il quale, da Caprera, scrisse al Contini:

Ho sommamente gradito il libro che mi favoriste. Le vostre poesie molto mi piacquero e vi ringrazio. Gradite intanto i sensi della distinta stima con affetto dal Vostro G. Garibaldi(32).

Il valore civile della poesia, in cui Contini credeva fortemente, traspare qualche anno dopo nel tomo Nuova raccolta di poesie morali e civili ad uso delle scuole e delle famiglie italiane(33). Il suo “patriottico” attaccamento alla casata Savoia si evince nella dedica al principe Umberto «CHE PER MAGNANIMI E GUERRESCHI SPIRITI / IL PADRE EMULANDO / CONGIUNGE AL FORTE AMORE D’ITALIA / IL NOBILE SENTIMENTO / DEL BELLO / DEL BUONO / DEL VERO / QUESTA PREMIATA RACCOLTA / DI

(32) Lettera di Giuseppe Garibaldi a Pasquale Contini, Caprera, 16 febbraio 1861. ASCVa, Raccolta Museo, cart. 22, fasc. 33. (33) P. CONTINI, Nuova raccolta di poesie morali e civili ad uso delle scuole e delle famiglie italiane, Presso la Ditta Giacomo Agnelli, Milano 1866.

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Lettera di Giuseppe Garibaldi a Pasquale Contini, Caprera, 16 febbraio 1861, ASCVa, Raccolta Museo, cart. 22, fasc. 33

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Terra e gente POESIE MORALI E CIVILI / CUI DA’ PREGIO E SPLENDORE / L’AUGUSTO NOME / ARRA AL POPOLO ITALIANO DI SUA COMPLETA REDENZIONE / MODESTAMENTE DEVOTAMENTE L’AUTORE CONSACRA//» Tale dedica gli valse il dono, da parte del principe Umberto, di una spilla di diamanti che gli fece pervenire attraverso il sindaco di Como, con una lettera firmata dal Maggiore Generale De Sonnaz: Pervennero a suo tempo nelle mani di S.A.R. il Principe Umberto gli esemplari della NUOVA RACCOLTA DI POESIE MORALI E CIVILI, che la S.V. volle offrirle. L’Augusto Principe, che già ne accettava la dedica, non poteva a meno di ricevere con piacere queste interessanti di Lei composizioni, e per darle un attestato della particolare sua soddisfazione, l’A. R. si è degnata ordinarmi di offrirle il qui unito gioiello col Real Suo nome. Sono ben lieto di rendermi interprete presso la S.V. di questo tratto di distinzione che meritatamente le venne impartito dall’amatissimo Nostro Principe, e di potermi aggiungere l’assicuranza della più distinta stima(34).

Il volume è composto da due sezioni ben distinte: le poesie morali riuniscono versi più intimi legati al mondo della famiglia, della società e della religione, mentre le poesie civili raccolgono versi ispirati alla storia risorgimentale, con la riedizione di talune già apparse nel 1860: ventisei poesie per ogni sezione. Questa pubblicazione fece meritare al poeta varesino la medaglia d’argento della Società Pedagogica Italiana, che in una lettera datata 5 maggio 1865, gli annunciava il premio che gli venne poi conferito a Lodi l’8 aprile 1866(35). Fra le lettere di congratulazioni che giunsero all’Autore pare rilevante sottolineare - per le sue relazioni personali e per il suo ruolo politico e culturalela presenza della lettera dello scrittore milanese Giulio Carcano che riportiamo integralmente: Egregio Signore, Al mio tornare in città, trovai, fra non pochi altri opuscoli, il pregiato volume de’ suoi versi. È un dono cortese, del quale io devo renderle grazie, perché mi offerse bella prova ch’ella sa colle sincere aspirazioni della poesia rallegrare le poco liete cure d’un officio amministrativo. Mi congratulo con lei della onorevole corona che le toccò da parte d’una Società che molto si preoccupa del bene del popolo. E vorrei che il desiderio da lei significato nella sua lettera, di veder meglio avviata la sua carriera, si potesse e ben presto, avverare. Aggradisca con un mio ringraziamento gli atti più sinceri della mia stima(36).

(34) La notizia dell’avvenuto dono e il testo della lettera di accompagnamento si leggono nella rubrica Cose Cittadine, in «La Cronaca Varesina», 5 maggio 1867. (35) Lettera della Società Pedagogica Italiana a Pasquale Contini, datata 5 maggio 1865, ASCVa, Raccolta Museo, cart. 22, fasc. 40. (36) Questa lettera è stata riportata nell’Appendice del volume Le armonie della vita, cit., p. VII.

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Pasquale Contini, Nuova raccolta di poesie morali e civili, Stabilimento Tipografico della Ditta Giacomo Agnelli, Milano 1866

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Terra e gente Lo scrittore e uomo politico milanese, all’epoca della lettera Provveditore agli Studi di Lombardia, che in prima persona aveva partecipato alle Cinque Giornate di Milano e che aveva provato l’esperienza dell’esilio, alla fine degli anni Quaranta aveva frequentato a Lesa Villa Stampa, di proprietà della seconda moglie di Alessandro Manzoni che in quel periodo soggiornava stabilmente sul Lago Maggiore. Unito da amicizia al Manzoni, ne condivideva la passione per la letteratura e gli ideali patriottici, come i molti che sulla sponda piemontese del Verbano elessero a luogo di riflessione e confronto le residenze di Alessandro Manzoni a Lesa e di Antonio Rosmini a Stresa. Della presenza di Pasquale Contini a Stresa nel Palazzo Bolongaro si è già accennato: nell’accompagnare il conte Tullio Dandolo ebbe l’opportunità di trascorre, in compagnia di Antonio Rosmini e del circolo di intellettuali che lo circondava, alcuni giorni, giorni da lui definiti i «più belli della mia vita». Queste le parole del giovane poeta che ricordano gli incontri esaltanti con quelle due personalità incomparabili del suo tempo, particolarmente con Alessandro Manzoni: Ma la conoscenza che mise al colmo l’entusiasmo giovanile del Contini, fu quella di Alessandro Manzoni che da Lesa giornalmente recavasi a Stresa a visitare l’illustre filosofo roveretano, a cui anche Milano ha innalzato condegno monumento. Si trovava in terra libera, sulle incantevoli sponde del maggior lago, in mezzo a cospicui personaggi, e fra i due sovrani del pensiero italiano, e potete voi meglio immaginarvi che non dirvi, gli interni sensi di ammirazione e venerazione ond’era l’animo suo compreso. Il conte Dandolo lo presentò all’altissimo Poeta, che il salutò con un sorriso e con una stretta di mano; e prima di partire, egli, dietro preghiera del Dandolo accettava di leggere il manoscritto del primo volume di versi del nostro Autore, intitolato – Memorie e fantasie giovanili- che dopo sei mesi restituiva a Milano al Conte con queste testuali parole: Dite a quel vostro e mio giovine amico, che mi congratulo sinceramente con lui. […] La relazione poi incontrata a Stresa coi quei due Sommi, durò sempre finché vissero, e la benevolenza, particolarmente del Manzoni si manifestò continuamente in ogni visita che il nostro Autore gli faceva a Milano e a Brusuglio; e a conferma di ciò, per tacere de’ molti colloqui avuti con lui, vuolsi accennare che un giorno G. Carcano, che pur era amico, essendo il Contini in disponibilità per soppressione dei Segretarii dei Provveditori a cui apparteneva, gli disse: Sa, Signor Contini, chi si è occupato di lei? Quell’omino che si chiama D. Alessandro. A Brusuglio gli donava per ricordo, una sua fotografia impreziosita dalla firma autografa(37).

(37) La visita al Manzoni venne ricordata anche dalla stampa varesina non sottacendo che gli fu consegnata dal Manzoni una sua fotografia «sottosegnata col suo nome»: «L’illustre letterato gli fece la più gentile e lieta accoglienza, si intrattenne a lungo con lui e gradì un esemplare di versi che il Contini scrisse per la Comense Esposizione», in «La Cronaca Varesina», 3 novembre 1872.

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Terra e gente Alla notizia della avvenuta morte di Manzoni Pasquale Contini compose il 25 maggio 1873, tre giorni dopo il mesto evento, un sonetto commemorativo intitolato In morte di Alessandro Manzoni in cui, in pochi versi, venivano evidenziate le sue grandi e molteplici virtù: […] Mente vasta, cuor grande, ardente zelo, Genio, fede inconcussa, alto desio, Opre sublimi del pensiero anelo, Tutto in te sol volle congiunto Iddio.

Parte di questa poesia venne pubblicata sul settimanale «La Cronaca Varesina» in ricordo della morte del Manzoni(38). Un onore per il Contini l’utilizzo del suo sonetto in memoria del grande scrittore, forse dovuto al fatto che in Varese era ben nota la sua frequentazione, pur saltuaria, col Sonetto di Pasquale Contini Manzoni e si ricordavano ancora apparso su «La Cronaca Varesina», in occasione della morte di Alessandro Manzoni, le parole incoraggianti di questi 15 giugno 1873 alla sue prime composizioni poetiche. Certo è che, molti anni prima, nel 1858, il sacerdote Giuseppe Della Chiesa nell’opuscolo stampato in onore del prevosto Benedetto Crespi, defunto il 12 agosto di quell’anno, citando la poesia del Contini dedicata al Crespi e ivi contenuta ebbe l’ardire di scrivere: «Per ultimo anche un flebile e robusto Canto scioglieva la Patria sulla cetra del suo ingenuo figlio il manzoniano Contini»(39).

(38) In «La Cronaca Varesina», 15 giugno 1873. In occasione della sesto anniversario della scomparsa di Manzoni il Contini compose un altro sonetto datato 21 maggio 1879 e intitolato Alla cameretta di Alessandro Manzoni in cui lo ricorda: «[…] Parmi d’udirlo, e di vederlo ancora / in sua grandezza sì modesta e pia […]». Un’altra poesia dedicò al «divin poeta» dal titolo Ad Alessandro Manzoni. (39) Omaggio alla memoria del sacerdote nobile Benedetto Crispi dottore di Sacra Teologia proposto parroco vicario foraneo di Varese e già ispettore delle Scuole elementari, Tipografia di Andrea Ubicini, Varese 1858, p. 8. Tale pubblicazione fu edita per volere proprio di Pasquale Contini con Carlo Rossi e Giuseppe Rainoldi con l’intento di raccogliere fondi, con la vendita dell’o-

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Frontespizii dei due volumi di poesie di Pasquale Contini editi nel 1858 e nel 1897

La poesia in ricordo del prevosto Crespi, permette di ricordare che vasta – per numero e per argomento – fu la produzione poetica del nostro Autore di cui qui si è voluto far risaltare l’animo patriottico e le sue composizioni frutto del clima risorgimentale in cui era profondamente immerso. Basti ricordare le sue altre pubblicazioni più importanti. Nel 1858 era stato editato il volume L’album del cuore(40) dall’editore milanese Francesco Colombo. L’opera è intimista e rivolta ai suoi affetti, alla madre, alla sorella. La seconda parte del volume contiene una serie di canti per le scuole infantili, che venivano musicati per essere cantati, durante le varie manifestazioni, dalle classi di alunni in scuole e collegi.

puscolo, per la realizzazione di un monumento funebre in onore del prevosto Crespi. Cfr. S. CONTINI, Monumento funebre in memoria di Benedetto Crespi in Il lapidario di palazzo Estense a Varese. Storie di uomini e di eroi, a cura di S. CONTINI, Comune di Varese, Varese 2011, pp. 24-28. (40) P. CONTINI, L’Album del cuore. Nuovi versi, Presso Francesco Colombo Libraio Editore, Milano 1858. Erroneamente questo libro viene citato dal Giampaolo: «Il concittadino Pasquale Contini si fa onore con la pubblicazione di un saggio di canti per le scuole infantili intitolato «L’album de mare», L. GIAMPAOLO, Vicende varesine, cit. p. 70.

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Monumento ai Cacciatori delle Alpi inaugurato il 26 maggio 1867, ASCVa, Fondo Risorgimento, cart. 23, fasc. 23,2

Un florilegio dei suoi componimenti venne raccolto infine nel 1897 in un volume intitolato Le armonie della vita(41) in cui vennero inserite poesie nuove e conosciute suddivise in tre sezioni denominate L’Infanzia, L’Adolescenza, La Giovinezza. Il libro, scritto in memoria dei suoi genitori(42), porta una prefazione del pedagogista Pasquale Fornari, direttore della Reale Scuola Norma-

(41) P. CONTINI, Le armonie della vita, cit. Questa la recensione uscita sulla «Cronaca Prealpina» il 12 settembre 1897: «Il lavoro […] ha pregi tipografici, un bel ritratto del poeta, una prefazione del prof. Fornari, che è una carica a fondo contro i costumi della gioventù odierna e un’appendice di lettere di cospicui personaggi. Le armonie della vita sono belle perché buone – scrive in proposito il prof. avv. Pecchio – e l’egregio prof. Contini può andare lieto di sapere, con una forma naturale, quindi semplice, vaga, squisita, di rivelare le intimità dell’anima umana nei contrasti della vita, accendere il sacro fuoco della speranza, esaltare i sentimenti patriottici, infondere odio contro ogni bruttezza morale». (42) Questa la dedica: «ALLA / VENERATA MEMORIA / DE’ MIEI DILETTISSIMI / DA CUI EBBI LA VITA / QUESTI PENSIERI DELLA MENTE / QUESTI AFFETTI DEL CUORE / CONSACRO//».

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Melodia per lâ&#x20AC;&#x2122;inaugurazione del Monumento ai Cacciatori delle Alpi, 26 maggio 1867, ASCVa, Fondo Risorgimento, cart. 23, fasc. 23,4

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Terra e gente le per l’istruzione dei Sordomuti di Milano, che sottolinea il valore educativo dell’opera del Contini. Questi sempre credette nel valore morale e sociale della poesi, incarnando per tutta la vita la figura del poeta civile, attento alle vicende del suo tempo, solidare con i più deboli, educatore con i più giovani. Ma nel concludere questo primo profilo del poeta Pasquale Contini, non possiamo sottacere almeno altri due suoi testi d’ispirazione risorgimentale, entrambi molto popolari in città quando vennero composti. In occasione dell’inaugurazione del monumento al Cacciatore delle Alpi, realizzato dallo scultore Luigi Buzzi Leone e posizionato dinnanzi alle Scuole Tecniche varesine, vennero organizzati solenni festeggiamenti in cui grande risalto ebbe un inno composto da Pasquale Contini e musicato da Eugenio Maroni Biroldi. Il programma per domenica 26 maggio 1867, che si sarebbe aperto con una messa al Lazzaretto al mattino presto, venne annunciato alla popolazione con un manifesto a firma del sindaco Magatti: «A mezzodì preciso, avrà luogo la cerimonia dell’inaugurazione del Monumento, alla presenza delle Autorità locali, e con intervento delle Società operaje e della Milizia Cittadina: uno stuolo di ben 200 fanciulli d’ambo i sessi, con accompagnamento della Banda civica, canterà una melodia che su parole dell’affettuoso Poeta concittadino sig. Pasquale Contini, recò in musica l’altro distinto Concittadino sig. Eugenio Maroni-Biroldi. Alla sera, illuminazione degli Stabilimenti comunali: il Corpo filarmonico eseguirà ripetuti concerti sul piazzale del Monumento»(43). Tale inno, così musicato, venne nuovamente cantato il 26 maggio 1901 dai bambini delle scuole con accompagnamento della banda Codega(44), durante la cerimonia dell’inaugurazione quando il monumento al Cacciatore delle Alpi, fuso in bronzo, venne posizionato ove si trova attualmente. L’inno, che prevedeva una prima parte cantata dai bambini, una seconda cantata dalle bambine e una terza parte a coro uniti, inizia con il ricordo del valoroso Garibaldi: Era un giorno come questo, Era un’alba lieta e bella: GARIBALDI sempre desto Fea suonar la sua favella, Desïoso della pugna Quale indomito destrier, Che battendo il suol coll’ugna Morde il fien del Cavalier.

(43) Manifesto della Città di Varese ed Unite Castellane relativo all’inaugurazione del monumento ai Cacciatori delle Alpi, 24 maggio 1867, ASCVa, Fondo Museo, cart. 51, fasc. 8. (44) Cfr. A. MARONI, L. MARONI, Varese memorie cronologiche, p. 333.

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Terra e gente Il cannon tuonò: le squille Eccheggiàr di colle in colle: E il Tedesco quando udille Sentì il viso smorto e molle: Di Milano le giornate Sospirando rammentò: Poi le forze richiamate L’aspro assalto rinnovò.

Anche un altro componimento, intitolato Garibaldi, venne molto apprezzato. Il Contini lo compose proprio il 26 maggio 1859, sollecitato dal positivo risultato degli eventi e spinto dall’ orgoglio cittadino per aver visto la fuga degli austriaci. Orgoglioso della sua Varese, resa «grande» perché per prima aveva accolto Garibaldi: «Garibaldi, fa grande il tuo nome, / ché tu prima il vedesti tornar», orgoglioso di vedere i suoi concittadini affiancarsi ai Cacciatori: «della guerra innalzate le grida /, vuol Varese emularvi in ardir». Orgoglioso che i civici destini fossero strettamente intrecciati con il prode Garibaldi: Garibaldi e Varese la sorte Han comune, e comuni i perigli; Questa voce è nel cor de’ suoi figli: Garibaldi, siam tutti con te; Tu ci guida alla vita, alla morte, Tutti siam per l’Italia e pel Re!

Intenti e sentimenti comuni a molti varesini. Non è dunque casuale che Giuseppe Della Valle, sacerdote ed ardente patriota, volle aprire il suo celebre volume(45), dedicato a Garibaldi e stampato nel 1863 – in cui raccontò le vicende ineGiuseppe Della Valle, renti l’arrivo del generale e dei suoi Cacpagina iniziale del volume Varese Garibaldi e Urban nel 1859, ciatori delle Alpi in città e i tragici eventi Tipografia di Giuseppe Carughi C., che ne seguirono – proprio riportando alVarese 1863 cuni versi dell’amico Pasquale Contini. A testimonianza di una fama delle poesie del Contini che nel tempo è andata perdendosi.

(45) G. DELLA VALLE, Varese Garibaldi e Urban nel 1859, Tipografia di Giuseppe Carughi C., Varese 1863.

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Terra e gente Pel sangue de’ miei figli il lungo scherno Del mio servaggio e il mio dolor finì.

ERNESTO CAIROLI A SUA MADRE Povera madre mia! Quando mi hai detto: “Va, pugna, vinci e a me ritorna ancor,” Una pietosa lagrima d’affetto, Ambo versammo e ci stringemmo al cor.

E allor che passerai vestita a bruno, Lungo le vie dell’itale città Con altre madri, reverente ognuno Insegnandoti altrui, t’inchinerà.

Povera madre mia! Benché lontano, Io sempre ti scorgeva vicina a me, Il tuo spirito era meco, e un senso arcano Scuotermi l’alma ripensando a te. Nel dì della tenzone, oh; come forte Dall’Italia e da te m’udia gridar: Coraggio, o figlio, non temer la morte, Essa dà vita a chi sa ben pugnar.

Madre, fratelli, non v’incolga oblio, Chè anco estinto vi son figlio e fratel, Per l’Italia pugnai, morii per Dio, Per sempre è mia la libertà del ciel.

AD ENRICO DANDOLO

E pugnando morii! Povera madre, Chi mai detto t’avria che non mai più Visto m’avresti fra le patrie squadre, Grande reddir qual mi volevi Tu!

O mute, ardenti lagrime sgorgate, A torrenti sgorgate! Ah sol voi siete A un cor franto dal duolo immenso dono E tu mest’alma mia sciogli un lamento!…

Chi mai detto t’avria che così presto Solo concesso ti saria veder, Le mute spoglie del tuo caro Ernesto, Primo nel dar la morte e nel cader!

Dunque per sempre io t’ho perduto, o caro, Diletto amico, nè vedrò più mai Quel tuo volto gentil, su cui splendea La purezza d’un’anima beata?… Più dunque non udrò la söave Angelica parola, che nel core A svegliar mi scendea pietosi affetti?… Né più mi volgerai quel tuo sì dolce, Tenero sguardo, né più le mie labbra Un tuo bacio d’amor disfioreranno?… Solo di te fia che mi resti in terra La rimembranza e il desiderio?… Ahi troppo, Troppo grave sciagura! Io nel delirio De’ miei pensier talor pasco me stesso D’un inganno crudel! Credo vederti, Abbracciarti, sentirti, e d’un tuo riso Bearmi tutto; ma illusion sì bella Quale un lampo scompare, e sol di pianto Innondato mi trovo, ed una voce Mi ripete nel cor: Tu l’hai perduto!…

Ma tu non gemerai! Tu forte e grande Soffrirai rassegnata in mezzo al duol: Itala madre lagrime non spande E la fidanza e la viltà non vuol. Tu ti consolerai che la mia vita Abbia all’Italia consacrata in don; Tu me la desti, io l’ho così compita; Degno d’invidia e non di pianto io son. Tu nell’amore dei rimasti figli Prendi conforto e acqueta il tuo sospir; Ma se talun fra i bellici perigli Dovesse al par di me forse morir; Il nuovo sacrificio offri all’Eterno, Offri all’Italia, che diratti un dì:

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Terra e gente Oh come ardente gli fervea nel petto Di libertade il foco! Oh come al solo Nomar di patria lacerata, oppressa Dal giogo stranier, sentiasi in core Un fremito di sdegno, e sulla fronte Gli brillava l’ardor d’alma guerriera, E anelava la pugna!… Oh cinque giorni Del lombardo riscatto, che il vedeste Al primo suon della bellica tromba Correr festoso all’armi, disfidando La stranïera rabbia, oh, voi mi dite Il magnanimo ardir, l’alto valore Che gli fur guida nel marzial cimento! Mi dite come il suo temuto acciaro Fulminava la morte, e a lui davanti L’atterrita fuggia nemica schiera.

E davanti all’accesa fantasia Sorridendo mi danzano d’intorno I dì seco trascorsi nell’amena Beata Franciacorta. O dolci rivi, Fertili poggi, aeree collinette, Selvosi monti, interinato piano D’allegre ville sparso di borgate, Azzurro e queto lago, oh quante gioie Innocenti e soavi in seno a voi Divisi col mio buono e caro amico!… Oh quante volte nelle nostre gite, Col tripudio nel core, ambo innalzammo Un prediletto canto! Era l’Italia, L’Italia il nostro canto, e nel silenzio Della notte quel nome risonava Mestamente pei boschi e per le selve, E l’eco da lontan lo ripetea. Un giorno, oh mi ricordo! Io stava solo Contemplando al veron l’ultimo raggio Del sol morente, e i variati scherzi Della luce sui monti; egli improvviso Amabilmente colla man toccommi, Guarda che bel tramonto ed io guardava E del giovin sul volto era dipinta Un’arcana mestizia, e a me furtiva Tremolava una lagrima sul ciglio!…

Un giorno lo rividi; ei s’era tolto Dal fragore dell’armi, e al suo natio, Che l’accolse giulivo, ei fea ritorno. Oh quanto egli era splendido e ricolmo Di beltà guerriera! Oh quanta fosse Del mio core l’ebbrezza in rivederlo S’anco il volessi, io non saprei ridirla! La man gli strinsi, gli baciai le gote, E col pianto confusi andar que’ baci; E ripartendo, io lo richiesi: Quando, Quando ancor mi farai di te bëato?… Il dì della vittoria, ei mi rispose. Chi mai detto m’avrebbe in quell’istante Ch’io più non l’avrei visto, e che gli estremi Esser per me doveano, ahi cruda sorte, Quell’amplesso, quel bacio e quell’addio?…

O meste, o dolorose rimembranze, Che pari a un sogno, a una vision celeste Mi alïate d’intorno senza posa, E crudelmente mi ferite il core, Deh! per ora tacete; ed a men tristi, Men funesti pensier lasciate il varco. Chi per quel agiol di bontà, compreso D’amor non si sentia? Puro, sincero, Amabile, espansivo, religioso, D’umiltà pieno, d’alterezza privo, Nutria sublimi, generosi sensi Nel magnanimo core: in lui raccolte Eran le grazie, le virtù più belle; E il suo vivace, penetrante sguardo Era un raggio d’amor, che dentro ogn’alma, Siccome per magia, l’amor destava.

Già nell’Insubria muto era dell’armi L’orribil suon, già le sabaude schiere Della disfatta raccoglievano il frutto Rimarcando il Ticino, e la valente Gioventude lombarda a trovar scampo Dal furore de’ barbari, in Piemonte Fremebonda gettatasi anelando Il novo dì della novella pugna! Venne quel dì, ma perché venne solo

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Terra e gente Il cor di tutti palpitava, e in cui Di tutti s’affisavano gli sguardi, Come a simbol d’amore e di speranza… Ei si scosse a quel grido, e col desio L’ora affrettava di calcar la terra Dei Scipioni, dei Bruti! O voi secondi Spirate, o venti, della prora intorno Su cui siede l’amico, e gli recate Un saluto d’affetto, un voto mio!… Festosamente già l’accoglie Roma Il cor d’Italia! Oh quante rimembranze Di valor, di gloria, di grandezza Parlano al cor del giovinetto eroe! Pargli l’aure sentir delle passate Conquiste e dei trionfi: intorno vede Alzarsi mille brandi, mille petti Con fremito sdegnoso, e gridar guerra; E il foco dell’onore e della gloria A lui brilla sul volto, e impugna l’armi In atto di disfida e di battaglia!… Oh quanta gioia! è fatto duce anch’esso D’un eletto drappel. Già le francesi Armi infide e spergiure, incontro a Roma Movon superbe a soffocar la fiamma Della nascita libertade. O giorni Della gloria francese ove spariste?… Roma la sfida accetta, e già s’appresta All’impari conflitto: all’aura ondeggia L’italico vessillo e il popol tutto Morte giura sui brandi allo straniero! Il cannone rimbomba – in Campidoglio Suona la squilla, s’ode un grido: All’armi! O Signor della vita e della morte Guarda i tuoi figli, i cari amici, il mio Enrico! Ei corre alla tenzon col gaudio Della speranza che sorride ai prodi!… Il segno è dato, arde la pugna, i brandi Son respinti dai brandi, e scorre il sangue. Una voce nemica in fra ‘Il tumulto Dell’armi grida: Amici, tregua; amici, Noi siam fratelli, figli siam di Francia Egli fe’ sosta, e le anelanti braccia Protendeva all’amplesso: una fischiante

Ad aggiunger sventura alla sventure Della miseria Italia? Oh te infelice A cui popoli e re, perfidamente Niegan la libertà che lor tu cerchi!… Oh con qual trepidanza a udir mi fea Le belliche vicende! Oh quanti palpiti Di speranze e timori! Ogni rimbombo Del lontano cannon che a me giugnea Piombavami sul cor come una squilla Risonante di morte, e il mio pensiero Indomito correva ai cari amici Al mio più caro Enrico, e una fervente Preghiera venivamo sul labbro E sull’ali d’amor volava a Dio! Tacque repente il sanguinoso ludo Per cui la patria ricadea venduta Allo stranier che alternamente vile, Con giubilo infernali sull’onta nostra Un blasfemo lanciava ed uno scherno! Oh speranze deluse! Oh tradimento!… Alle natie contrade e a miglior tempo Servate il valor vostro! E il vostro brando! Ma cui nel petto arde la sacra fiamma Di libertade e libertade anela E sol vive per lei, mal puote il giogo Soffrir d’un servaggio, e alle ritorte Porger le man che già trattavan l’armi S’anco fosse il signor d’un mondo intero; E gli foran più belli e più giocondi L’esiglio, i patimenti, il suol, la morte!… Tale il diletto Enrico! A lui la voce Dell’adorato genitore e gli agi E le dovizie, e un viver beato In braccio dell’amor fean dolce invito! Tutto fu muto per quell’alma ardente; La libertà, la patria, ecco i suoi beni; Ei per esse ha giurato avanti a Dio Di vincere o morir. Giunse improvviso A percuoterlo un grido: uscia quel grido Dalla risorta gloriosa Roma Unico raggio sfolgorante ancora In messo all’altra tempestosa notte Ond’era avvolta Italia, e per cui solo

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Terra e gente Palla rispose alla sua fronte, e il colse, E il fe’ cadere, e nel cader moria Mormorando una prece… ahi di qual morte!… Cada il sangue italian sovra te, Francia, Come il sangue di Cristo sulla cruda Gerusalemme; e le ritorte, e i ceppi Onde gravasti crudelmente Roma Sieno le tue – T’abbi nel nome invitto De’ nostri prodi per tua man caduti Indelebile obbrobrio, onte perenne! Ah così dunque tu perir dovevi Nell’april de’ purissimi tuoi giorni O magnanimo Enrico?… Né il tuo caro Amoroso fratel che a te d’accanto Combatteva da forte, al dolce seno Potè serrarti, né il fuggente spirito Raccogliere, né dirti il vale estremo!… Oh sventura!… E perché non mi fu dato Sul tuo labbro esalar l’anima mia?…

“Sgombrate l’ansia che vi opprime il core; Bandite il duolo, rasciugate il pianto; Io vivo in grembo dell’Eterno Amore.

A te sia gloria o generosa, o forte Anima grande!… Il nome tuo fia sculto Nel cuore di tutti, e più nel mio – L’Italia Piange, che te perdendo Ella ha perduto L’illustre figlio, il pro’ guerrier, l’eroe. La tua terra natia geme nel pianto Te rimembrando, ed in suo cor fa giuro Di vendicarti il dì della riscossa, E altera va di te che sei sua gloria Martire invitto, a te sia gloria eterna!… O voi pure, gentil alme, che insieme A quell’angiol cresciute, divideste Nel mattin della vita le soavi Gioie che sì dilette Iddio concede Ai primi anni innocenti. E d’un amore Etereo tutto l’amavate in terra, Che dal dolore e dall’affanno oppresse Non trovando conforto, vi contrista L’incarco della vita, e non vedete Termine al vostro duol, fuorché la tomba, Gli occhi stanchi di pianto ergete al cielo; Ei di là vi ragiona; udite, udite Le sue care, dolcissime parola:

Libertà sulla terra è solo un nome; Dappertutto son ceppi e son ritorte, E mani incatenate e fronti dome!

La morte mi fu vita: il giogo ho franto D’ogni servaggio in terra, e la vittoria A me sen venne e mi si pose accanto. Come i cherubi, di celeste gloria E di luce impassibile son cinto, E in me di voi sta viva la memoria. Pugnai di Dio nel nome, e giacqui estinto; E a lui che mi mandò feci ritorno, Su pronti vanni, suo campion non vinto. Venne per me di libertade il giorno, Trovai la patria che cercava: oh come Il sorriso di Dio mi brilla intorno!…

Serenate lo sguardo, e a miglior sorte I pensieri volgete: è solo Iddio L’arbitro della vita e della morte. O miei cari, di voi m’arde il desio; Per voi, solo per voi dinanzi al trono Dell’Eterno depongo il prego mio; Spunti il dì dell’amore e del perdono; Vi sorrida la vita, e all’ore estreme L’angiol di Dio vi chiami ove io mi sono A goder pace e libertade insieme!…

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Terra e gente GARIBALDI

Cacciatori! Suonate la tromba, Date il segno che l’Austria vi sfida, Della guerra innalzate le grida, Vuol Varese emularvi in ardir; Dove il tuon del cannone rimbomba, Verrà vosco il nemico a ferir.

I Come nembo che romba, che vola Foriero di strage e di morte, Garibaldi il terribile, il forte, Co’ suoi prodi il Ticino varerò, E l’annuncio repente trasvola Che da Sesto a Varese passò!

Garibaldi e Varese la sorte Han comune, e comuni i perigli; Questa voce è nel cor de’ suoi figli: Garibaldi, siam tutti con te; Tu ci guida alla vita, alla morte, Tutti siam per l’Italia e pel Re!

Undici anni son corsi!… e il Nizzardo Da Varese mandava una saluto All’Italia. E il suo brando temuto D’austro sangue bagnato splende; E racchiuse nel lampo d’un guardo Il suo giuro onde l’Austro fremè.

II Bella è l’alba – puro e limpido Sorge il sole in suo splendore, E saluta insieme all’aura Il vessillo tricolore, Che qual Angiol tutelare Da Varese ovunque appare, All’Insubria segno e nunzio Di Vittoria e Libertà.

Tenne il giuro, è tornato! Oh qual lingua Dir potria di Varese la festa? Anche il Genio in silenzio s’arresta, E al gran volo più vanni non ha: Sol nel cor non fia mai che s’estingua Quanto il labbro narrare non sa!… O Varese, beata siccome La città di Betlemme nascosa Che fra le altre si fè gloriosa, Perché il Cristo in Lei venne a posar; Garibaldi, fa grande il tuo nome, Chè tu prima il vedesti tornar.

S’ode un grido, e dietro un fremito D’armi e armati si diffonde, Pari a’ venti che s’incontrano, Pari ad onde urtate da onde: Ogni squillo a stormo suona, Il cannone fischia e tuona; Come a invito di tripudio, Corre all’armi la Città.

Salve, Arcangiol novello di guerra! Cacciatori suoi fidi, salvete! Voi del Re l’avanguardo Voi siete, Voi d’Italia la gloria, l’onor; Per Voi forti, d’Insubria la terra Terge il pianto, sorride d’amor.

Viva Italia e Garibaldi! Gridan baldi – i cacciator; Sono pochi, ma nel core Han l’amore – ed il valor!

O Stendardo! sospir di tant’anni, Che qui stavi nel lutto celato, Garibaldi t’ha sciolto e spiegato, Né più mai ti vedremo cader; Sovra i troni ove regnan tiranni, Un Re sol verrà teco a seder.

Scorre il sangue, e sangue austriaco Bagna i colli di Varese: Esultate, o balze, o vertici, Che su voi quel sangue scese: L’erbe vostre, i vostri umori

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Terra e gente Comporranno i tre colori, E diranno a tutta Italia De’ suoi figli la virtù.

Essa è patria largita a’ suoi figli Che tra l’Alpi ed il mare si stanno: Non è patria di Sire tiranno, Ma di prode, magnanimo Re.

Già il fragor della battaglia Lento muor lontan, lontano: I portenti rinnovaronsi Della pugna di Legnano: Garibaldi alla Vittoria Strappò il manto della Gloria, Libertà lo segue vindice Della vile Servitù.

O Colosso dai piedi di creta, Breve sasso è caduto dal monte, T’ha colpito nel cor, nella fronte, Il tuo regno per sempre finì. Garibaldi è vendetta di Dio, Che dovunque terribile piomba Un abisso dischiude, una tomba, E per te quella tomba s’aprì!…

Viva Italia e Garibaldi! Gridan baldi – i cacciator: Fugge vinto l’Austro infido A quel grido – di terror. III Dove siete, o falangi dell’Austria, O campioni del Sire guerriero?… O sostegni del giovine Impero, Il vantato valore dov’è?… Dove son tanti arnesi di guerra, Che pareano tuonare alle genti: Sfidar l’Austria nessuno s’allenti, Stolta Italia se pugna con me?… Garibaldi, il proscritto mendico E venuto con pochi ribelli Che si disser soldati fratelli, Che giuraron pugnare o morir. Garibaldi, l’errante corsaro, E’ venuto con piccola schiera, Colla santa italiana bandiera, E vi fece qual nebbia svanir! O fuggite, stranieri, fuggite! Il supremo momento v’incalza, E vi grida ogni sasso, ogni balza: Vostra patria l’Italia non è.

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Carolina De Vittori

In punta di penna… Montegrino, terra di personaggi illustri

C

hiunque si trovi a passare nel Comune di Montegrino Valtravaglia è attratto principalmente dal fascino della natura, fra prati, boschi, un piccolo laghetto ricoperto di ninfee, grandi pinete, un tempo meta di turisti e villeggianti provenienti dalla provincia e da Milano; un ambiente ancora incontaminato, anche se oggi un po’ trascurato, che attrae per la sua naturale bellezza e tranquillità. Non mancano inoltre percorsi di interesse storico che portano al “Masso altare”, un grande masso di roccia con coppelle e petroglifi risalenti all’età del bronzo e alle fortificazioni e trincee della Linea Cadorna, realizzate durante la prima guerra mondiale. Nelle numerose frazioni che costituiscono il Comune, sparse sulle pendici del Monte Sette Termini, partendo dalla salita di Grantola da una parte e scendendo fino al Margorabbia dal lato opposto, si incontrano ben sette chiese e oratori di varie epoche e dimensioni, antichi cortili all’interno di vecchie case, cascine abbellite da affreschi votivi, che lasciano supporre un passato di gente contadina, di operai, di famiglie non certo fortemente acculturate in senso scolastico, come nella maggior parti dei piccoli centri limitrofi. L’unico elemento di spicco “culturale” facilmente individuabile si incontra a Montegrino: è il monumento a Giovanni Carnovali detto il Piccio, il grande maestro della pittura dell’Ottocento lombardo, eretto nel 1912 al centro della piazzetta antistante la casa natale dell’artista. Ma alcune ricerche storiche condotte negli scorsi anni hanno portato a scoprire un numero rilevante di personaggi degni di citazione, nati o vissuti nel Comune, che sarebbe doveroso ricordare per il loro affermarsi in svariati campi quali la pittura, la storiografia, l’economia, la letteratura, le scienze. Vorremmo, in queste pagine, ricordare almeno i più significativi, menzionati da qualche studioso o essi stessi autori di scritti vari, ben consapevoli che il nostro lavoro rimane parziale e che molti altri sarebbero meritevoli di una citazione. 253


Terra e gente Il primo in ordine cronologico che ci sembra doveroso menzionare è il pittore Guglielmo Iotti de Nave, noto come Guglielmo da Montegrino, artista tardogotico che operò a fresco fra la fine del XV secolo e la prima metà del XVI in varie chiese della Valtravaglia e sulla sponda piemontese del lago Maggiore. La sua prima opera nota è ancora visibile proprio nel paese natale, all’interno della Chiesa medievale di San Martino: l’affresco raffigurante San Bernardino è firmato e datato 1488. L’ultima opera conosciuta del pittore è datata 1522 e si trova nella Chiesa di San Giorgio a Brissago. Sempre legato alla pittura è Giovanni Carnovali detto il Piccio, nato il 29 settembre 1804 a Montegrino. Trasferitosi con il padre nella bergamasca nel 1812, studiò disegno presso l’Accademia Carrara di Bergamo e lavorò poi alle committenze di varie famiglie della borghesia e dell’aristocrazia, spostandosi fra le provincie di Bergamo, Cremona e Milano, dove fissò la sua residenza a partire dal 1836. La critica non fu molto benevole nei suoi confronti per molti anni, ma oggi il Piccio è considerato come uno dei più grandi pittori romantici dell’Ottocento, un innovatore della tecnica pittorica, precursore della Scapigliatura Lombarda e, secondo alcuni, dell’Impressionismo. Il nostro grande artista morì tragicamente nelle acque del fiume Po, raffigurato in tante sue opere, il 5 luglio 1873. Contemporaneo del Piccio, è Marco Formentini, nato a Bosco (all’epoca Comune separato da Montegrino) il 17 giugno 1811, anch’egli vissuto per un certo periodo nella bergamasca dove frequentò l’Accademia Carrara di Bergamo, per dedicarsi poi agli studi economici – si diplomò ragioniere a Sondrio – che divennero il suo campo prediletto. Il Formentini, stabilitosi a Milano, si affermò come stimato ragioniere della città e si dedicò alle ricerche storiche della Milano del periodo dei Visconti e degli Sforza, fino alla dominazione spagnola. Le sue pubblicazioni furono importanti per la ricchezza documentaria e per la presentazione, in chiave economica, dei fatti storici descritti. A Bosco si trova ancora la sua casa natale e a Bonera la villa dove spesso soggiornava con la famiglia. Fu battezzato da don Costantino Formentini (Bosco, 11 febbraio 1786 - Luino, 19 dicembre 1858) che merita una citazione per la sua importante attività svolta soprattutto come parroco a Laveno dal 1819 al 1842, dove ingrandì la chiesa dei SS. Filippo e Giacomo e fece sostituire il vecchio organo con un pregevole strumento dell’organaro Eugenio Biroldi, nel 1825. Orsolamalia Biandrà di Reaglie, nata a Milano il 7 luglio 1929, è discendente diretta di Marco Formentini e da oltre quarant’anni risiede a Montegrino, nella frazione di Bonera, nella villa abitata dall’avo. Laureata in Lettere presso l’Università Cattolica di Milano, ha dedicato la sua vita all’insegnamento universitario e alle ricerche storiche, anche su Marco Formentini. Discendente delle famiglie Formentini - Parietti, anche se non nato a Bosco, è Paride Formentini, nato a Cremona il 12 giugno 1899 da Angelo, pittore e decoratore di chiese e da Ester Marcella Parietti. Laureatosi in scienze economiche e commerciali nel 1920, perfezionò le sue esperienze di lavoro a Roma 254


Terra e gente nei ministeri, a Berlino, a Londra. Fu promosso direttore del Banco di Roma, collaborò con il ministero delle Finanze nel primo dopoguerra, ricoprì cariche di primo piano presso l’IMI (Istituto Mobiliare Italiano), l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), fino ad assumere la carica di Direttore Generale della Banca d’Italia nel 1948. Nel 1959 si trasferì a Bruxelles, sede della BEI (Banca Europea degli Investimenti) di cui divenne presidente fino al 1970, poi a Lussemburgo, dove morì il 22 giugno 1976. Fra i numerosi Formentini illustri, dobbiamo doverosamente citare anche Fermo Formentini (Bosco, 8 agosto 1919), personalità eclettica, pittore per diletto, autore di poesie in vernacolo e, soprattutto, artista del celebre e originale “Presepe di radici” allestito dal 1987 presso la Chiesa Parrocchiale di Bosco, che richiama ogni anno centinaia di visitatori da ogni parte del mondo. Un altro personaggio degno di nota, conosciuto come “il Professore”, fu Ferdinando Kientz (Milano, 13 agosto 1903 - Bosco, 11 novembre 1978) di cittadinanza svizzera. Si laureò presso la facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Milano nel 1930. Nel 1931 conseguì il diploma in Filologia Romanza presso l’Università Cattolica e il diploma di Paleografia, Diplomatica ed Archivistica presso l’Archivio di Stato di Milano. Iniziò la carriera di insegnante a Merate e nel 1935 si sposò con Elda Zenoni di Bosco, dalla quale ebbe tre figli. Durante il periodo bellico, residendo forzosamente in Svizzera, lavorò presso l’Archivio Cantonale di Bellinzona e nel 1945 rientrò in Italia, prese residenza a Bosco e chiese la cittadinanza italiana che ottenne anni più tardi. Dal 1945 fu insegnante e vicepreside a Luino, a Cuveglio, diventando poi preside a Mesenzana nel 1964 e dal 1970 anche a Cunardo, fino al pensionamento avvenuto nel 1973. Il 15 gennaio 1975 un ictus gli impedì di portare a termine la pubblicazione di un voluminoso libro di trentasei novelle cui lavorava da decenni. A Bosco si distinse nella comunità per il suo impegno politico e sociale. La famiglia Moroni (Augusto, Erminia, l’avvocato Giulio, Giovanni sindaco di Bosco nel 1905 e sottoprefetto) ha lasciato tracce importanti nella vita del Comune, in particolare a Bosco dove si trova tuttora la dimora di famiglia, non solo per la generosità con cui operò aiutando economicamente la frazione (costruzione dell’acquedotto comunale, dell’edificio dell’asilo, rifacimento della facciata della Chiesa Parrocchiale di Bosco), ma anche per i numerosi articoli pubblicati dall’avvocato Giulio Moroni (Roma, 5 gennaio 1877 - Varese, 18 dicembre 1957) che fu podestà del Comune, a testimonianza di un legame profondo con la sua terra. A lui si deve inoltre l’iniziativa di erigere, nel 1912, il monumento in onore del Piccio, collocato di fronte alla casa natale del pittore. Anche i Parietti, altro cognome storico di Bosco, vantano personalità di spicco in vari campi. Il sacerdote don Antonio Parietti (Bosco, 4 settembre 1794 - Bosco, 27 agosto 1878) che resse la parrocchia di Mesenzana dal 1820 al 1838 (dove fu tuttavia molto contestato per il suo comportamento “disinvolto”), scrisse un trattato sulla coltivazione dei bachi da seta, attività alla quale si era attivamente dedicato, possedendo anche una filanda a Bosco. 255


Terra e gente Giovanni Battista Parietti di Zaccaria (Bosco, 25 marzo 1819 - Bosco, 26 febbraio 1882), fu ingegnere, matematico, compositore di mappe stradali comprendenti la Valle Marchirolo, la Valtravaglia e la Valle Veddasca. Giuseppe Parietti di Zaccaria (Bosco, 27 settembre 1827 - Bosco, 19 giugno 1901), dottore in legge, partecipò come Garibaldino ai moti insurrezionali del 1848. Fu sindaco di Bosco per diversi anni, notaio a Cunardo e fondatore di un Asilo a Bosco nel 1900. Angelo Parietti di Zaccaria (Bosco, 6 giugno1838 - Bosco, 23 gennaio 1876), dottore in chimica e farmacia, operò come farmacista a Luino e pubblicò uno studio sugli idracidi. Emilio Parietti di Saturno, nipote del Garibaldino (Bosco, 8 febbraio 1863 Pavia, 4 febbraio 1892) si laureò a Pavia nel 1877 in igiene. Fu assistente presso l’Università di Genova e docente di igiene a Pavia e pubblicò alcuni studi sperimentali sull’argomento. Non possiamo non citare don Albino Parietti (Bosco, 26 ottobre 1818 - Patna in Bengala, 30 novembre 1864), che fu parroco di Castelnovate (Vizzola Ticino) e poi missionario in India dal 1855, dove fondò scuole per i piccoli indigeni dedicandosi alla loro istruzione fino alla morte, ricordato nell’opuscolo di Marco Formentini come autore di numerosi articoli pubblicati nel giornale «Il Cattolico» e di svariate lettere dall’India alla famiglia e a Monsignor Marinoni, direttore del Seminario di San Calocero a Milano. Antonio Parietti (Bosco, 14 febbraio 1867 - Bosco, 26 gennaio 1948), figlio di Felice, pittore, e di Francesca Briccoli, contadina, studiò a Milano all’Accademia di Brera. Si stabilì poi a Parigi dove, per quarant’anni svolse attività artistica, ritornando spesso nelle sue valli per affrescare chiese, cappelle, ville, fra le quali la “Villa delle Muse” a Bosco. Amico del pittore Carlo Fornara della Val Vigezzo e di altri artisti operanti nelle valli del Lago Maggiore, ritornò definitivamente al suo paese per viverci gli ultimi anni, fino alla sua morte. Numerosi sono i suoi dipinti come pittore figurativo e pregevole ritrattista. Il secolo XX ripropone, nel campo della pittura, un altro personaggio meritevole di citazione e molto apprezzato dai conterranei e dalla critica. Parliamo di Massimo “Antime” Parietti (Bosco, 18 dicembre 1914 - Bosco, 23 giugno 2002) che, dopo aver frequentato l’Accademia di Brera a Milano, fu chiamato ad eseguire opere varie a fresco a Milano, Nizza, Varese. Inviato in Albania, a Tirana, affrescò il Palazzo del Re Zogg e la Chiesa dell’Ospedale Militare. Rientrato in Italia, si rifugiò in Svizzera e iniziò un intenso lavoro al cavalletto con olii, pastelli e tempere, che gli ha dato fama come “pittore di luce” postimpressionista. Don Ottavio Paronzini (Montegrino, 22 ottobre 1861 - Abbiategrasso 15 maggio 1942), stimato parroco di San Pietro in Abbiategrasso dal 1889 al 1942, fu l’ideatore di una innovativa impresa per realizzare un’alpe modello sul monte “Bederoni”, che mirava a favorire lo sviluppo economico di Monte256


Terra e gente grino, con lo scopo di contrastare l’emigrazione maschile verso i paesi stranieri, origine di «danno morale per la corruzione dei costumi di cui è causa». Il suo tentativo durò dal 1913 al 1924, poi i terreni passarono alla “Cooperativa Alpeggio”, ma purtroppo il progetto non venne realizzato. Le famiglie Zenoni si distinsero nella comunità per il ragguardevole contributo dato alla Chiesa, con studiosi in teologia, diventati sacerdoti; ben quattro ne segnala Marco Formentini nel suo opuscolo su Bosco, alla metà dell’Ottocento. Fra questi, il più importante fu certamente don Carlo Zenoni (Bosco, 1 dicembre 1808 - Milano, 7 maggio 1889), professore di grammatica latina e di lingue nel Collegio Bosisio di Monza, personaggio di cultura enciclopedica come dimostrano i testi rinvenuti nella sua biblioteca, che rivelano lo studio e la conoscenza della lingua tedesca, inglese, francese e del dialetto sardo. Fu autore di diversi epigrammi e testi scolastici. Francesco Zenoni (Bergamo, 23 settembre 1828 - Lecco, 20 maggio 1890) fu pittore di discreta fama, allievo dell’Accademia Carrara di Bergamo, elogiato come buon ritrattista. Inoltre, certo Ermenegildo Zenoni di Gianbattista di Bosco (Bergamo, 1839 - Pavia, 29 agosto 1900), nipote di don Carlo Zenoni, si iscrisse all’Università di Pavia nel 1858 dove si laureò in chimica e si dedicò all’insegnamento in qualità di assistente presso l’Università dal 1866, poi nell’Istituto Tecnico della città. Scrisse numerosi e importanti articoli scientifici relativi ai suoi studi. Don Augusto Dell’Acqua (Busto Arsizio, 21 agosto 1881 - Bosco, 20 ottobre 1965) fu ordinato sacerdote nel 1907 a Milano e resse la parrocchia di Bosco dal 1916 al 1965. Sacerdote di buona cultura, ci ha lasciato un opuscolo interessante con varie notizie documentate sul paese di Bosco e sulla sua Chiesa Parrocchiale. Fu inoltre autore di un bollettino parrocchiale mensile, cronaca pastorale della vita del paese, «Voce Amica», dal 1945 al 1965. Montegrino ha dato un contributo significativo anche alle guerre del XX secolo, durante le quali caddero per la Patria numerosi giovani. Fra tutti vogliamo ricordare due patrioti ai quali sono state intitolate una piazza e una via: Dante Girani di Montegrino (Montegrino, 4 settembre 1924 - Brissago Valtravaglia, 7 ottobre 1944) e Pietro Stallivieri di Bosco (Bosco, 25 settembre 1918 - Voldomino, 7 ottobre 1944) che furono fucilati dai fascisti, come componenti del gruppo di partigiani della “Banda Lazzarini”, durante i “fatti della Gera” a Voldomino. Esponente degli studi letterari, Dante Ughetti (Montegrino, 7 dicembre 1925 - Milano, 10 dicembre 1977) visse a Milano dove si laureò in Lingua e Letteratura Francese all’Università Bocconi. Fu dapprima docente universitario a Padova, sede staccata di Verona e nel 1976 ottenne la cattedra all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Si distinse per le sue ricerche scientifiche e i suoi scritti sugli autori della letteratura francese, con particolare attenzione a 257


Terra e gente François d’Amboise e al sec. XVI. I suoi soggiorni nella casa di Montegrino con la moglie sono ricordati in alcune poesie pubblicate nel volume Espoirs. Carolina De Vittori (Bosco, 28 febbraio 1947) ha vissuto a Milano fino al 1972, dove si è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Trasferitasi a Bosco, ha insegnato lingua Francese presso l’ISIS “Carlo Volontè” Città di Luino. Dal 2002 si dedica alle ricerche sul Piccio e su altri personaggi e aspetti storici del territorio e nel 2006 ha fondato a Montegrino, con altri Soci, l’Associazione Culturale “Amici di Giovanni Carnovali detto il Piccio”, della quale è tuttora presidente. Enrico Fuselli, nato a Perugia il 7 marzo 1959, di madre montegrinese, residente in Orte Scalo (VT), si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi “La Sapienza” nel 1987. Insegna Materie Letterarie presso l’I.I.S. “Fabio Besta” di Orte (VT). È membro della “Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, della “Società dei Verbanisti”, del “Club Alpino Italiano”(sez. di Luino) e degli “Amici di Giovanni Carnovali detto il Piccio”, Socio onorario dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia (figlio di Giuseppe, app. della Guardia di Finanza). Ha pubblicato testi vari su Montegrino. La bibliografia di seguito riportata non vuole essere esaustiva, ma offrire un solido appoggio a future ricerche su Montegrino e sui suoi personaggi, sottolineando come anche i piccoli centri possano vantare ricchezze insospettate di talenti sconosciuti o di apparente gente comune che ha lasciato tracce importanti nella vita e nella storia non solo locale(1).

SCRITTORI DI MONTEGRINO O.A. BIANDRÀ DI REAGLIE, Marco Formentini storico ed economista del sec. XIX e la sua raccolta di documenti, in «Archivio Storico Lombardo», n. 100, Società Storica Lombarda, Milano 1974, pp. 23-41. O.A. BIANDRÀ DI REAGLIE, L’infeudazione di Castell’Arquato a Bosio Sforza di S. Fiora, Deputazione di storia patria per le province parmensi, Parma 1977. O.A. BIANDRÀ DI REAGLIE, Una controversia giuridica in Masio all’epoca di Ludovico il Moro, luogo di pubblicazione non indicato, 1981.

(1) Si ringraziano per la preziosa collaborazione: Enrico Fuselli, Achille Locatelli, Corrado Kientz, Carlo Parini, Anna Sacconi.

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Terra e gente O.A. BIANDRÀ DI REAGLIE, Il feudo di Castellino e San Vincenzo in Moncalvo Monferrato 1705-1797, Società di Storia Arte e Archeologia Accademia degli Immobili, Alessandria 1982, in «Rivista di storia, arte archeologia per le province di Alessandria e Asti». O.A. BIANDRÀ DI REAGLIE, Varano feudo dei Trecchi, luogo di pubblicazione non indicato, 1985. O.A. BIANDRÀ DI REAGLIE, Scambio epistolare tra San Carlo, il duca di Savoia e il doge di Genova . Contributo alla ricerca dell’epistolario carolino, in «Ricerche Storiche della Chiesa Ambrosiana», XVII, Ed. Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi Religiosi, Milano 1988, p. 103 e seguenti. A. DELL’ACQUA, A ricordare due secoli compiuti di vita religiosa e benefica queste pagini vibranti fede e bontà offro grato al mio popolo di Bosco. 1739-1939, Tipografia Arcivescovile dell’Addolorata, Varese 1939. «Voce Amica», Bollettino Parrocchiale di Bosco Valtravaglia, Ediz. “Angelo della Domenica”, pubblicato dal 1945 al 1965, dalla Tipografia San Gaudenzio di Novara. Nel Giubileo Sacerdotale del M.R. Sacerdote Don Augusto Dell’Acqua Parroco di Bosco Valtravaglia, Tip. ved. Corti & G., Como 1957. La morte di don Augusto Dell’Acqua Parroco di Bosco Valtravaglia, in «Voce Amica», n. 11, novembre 1965, pp. 1-3. C. DE VITTORI LOCATELLI, Itinerari nella tradizione pittorica di Bosco Valtravaglia, in «Tracce», VII, n. IV, ottobre 1987, pp. 257-280. C. DE VITTORI LOCATELLI, Diario di un viaggio. Alla ricerca dei luoghi della vita e della pittura di Giovanni Carnovali detto “il Piccio”, Luinostamp, Germignaga 2004. C. DE VITTORI LOCATELLI, Il Piccio da Montegrino a Cremona. Diario di un viaggio che continua, a cura dell’Associazione Culturale “Amici del Piccio”, Francesco Nastro Editore, Luino 2007. C. DE VITTORI, E. FUSELLI, Omaggio a Marco Formentini nel bicentenario della nascita (1811-2011), a cura dell’Associazione Culturale “Amici del Piccio”, Francesco Nastro Editore, Luino 2011. M. FORMENTINI, Cenni statistici storici e biografici risguardanti il Comune di Bosco e suoi abitanti, Tipografia Giuseppe Chiusi, Milano 1856.

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Terra e gente E. ROSSI, I Martiri della Gera. Una storia da non dimenticare, a cura di Comunità Montana Valli del Verbano, Associazione Amici del Liceo, A.N.P.I. Luino, 2010. C. SPAGNOLO, I protagonisti dell’intervento pubblico: Paride Formentini, in «Economia pubblica», n. 6, giugno 1987, pp. 243-253. J. STOPPA, A Montegrino Valtravaglia una tela della cerchia di Giuseppe Vermiglio, in «Tracce», XVII, n. 16 ,1997, pp. 29-32. Scritti su Guglielmo da Montegrino – C.A. LOTTI, Luino. Chiesa del Carmine, in «La Prealpina», Itinerario n. 4, 20 settembre 1964. – P. ASTINI, P.G. PISONI, C.A. LOTTI, San Biagio di Voldomino, in «Luce del Verbano», 28 aprile 1967. – C.A. LOTTI, San Martino, Montegrino, in «La Prealpina», Itinerario n. 38, 27 aprile 1967. – C.A. LOTTI, Bedero Valtravaglia. Collegiata di San Vittore, in «La Prealpina», Itinerario n. 42, 22 giugno 1967. – C.A. LOTTI, Itinerario artistico di Luino, in «Varese in Linotype», giugno-luglio 1968. – P. FRIGERIO, S. MAZZA, P.G. PISONI, Domo e l’antica pieve di Travaglia, Centrostampa Luino, Luino 1968, pp. 25-55. – C.A. LOTTI, Guglielmo da Montegrino affreschista tardo-gotico, Monografie di Itinerari, in «La Prealpina», 14 maggio 1970. – P. VIOTTO, Guglielmo da Montegrino e la pittura ad affresco in Valtravaglia tra Quattrocento e Cinquecento, in «Loci Travaliae», n. V, Biblioteca Civica di Portovaltravaglia, 1996, pp. 25-55. – J. SHELL, Two documentary notices for the activity of Guglielmo da Montegrino, in Conservazione e valorizzazione degli affreschi nella Provincia di Varese, Atti del Convegno (Varese 1995) Varese 1997, a cura di P.C. MARANI, pp. 53-57. – P. FRIGERIO, Storia di Luino e delle sue valli, Macchione Editore, Varese 1999, pp. 466-467. – P. VIOTTO, Committenza rurale e richiesta di immagini: il caso Guglielmo da Montegrino, in Dominique Rigaux (a cura di) “D’une montagne à l’autre. Etudes comparées” in «Les cahiers du CRHIPA» n. 6, 2002, pp. 173-195. – P. FRIGERIO, San Michele in Monte. Una chiesa millenaria, in «Loci Travaliae», XIII, Biblioteca Civica di Portovaltravaglia, 2004, p. 129. – P. FRIGERIO, Un affresco di Guglielmo da Montegrino, in «Verbanus» n. 25, 2004, pp. 308-313. 271


Terra e gente – AA.VV., Luoghi e Gente di Valtravaglia, a cura di D. SANTUCCI, Stampe Nastro & Nastro, Germignaga 2004, pp. 135-140. – M. FAZIO, Per un repertorio della pittura medievale e rinascimentale in Valtravaglia, in «Loci Travaliae», XV, Biblioteca Civica di Portovaltravaglia, 2006, pp. 9-48. Articoli su Fermo Formentini – Il “Presepe di radici” è stato oggetto di numerosi articoli su giornali e riviste, di servizi radiofonici e televisivi su reti locali e nazionali. Riportiamo di seguito il nome del giornale o rivista e la data di pubblicazione dei servizi più significativi, con relativo titolo, citando una sola volta le testate che hanno pubblicato anche ogni anno. – Belle queste radici e cortecce divenute personaggi del presepe, in «La Prealpina», 7 gennaio 1988. – Qui i personaggi del presepio sono nati dalle radici, in «Gardenia», dicembre 1988. – Un presepe tutto particolare, in «Luce», 17 dicembre 1989. – Quando è la natura a costruire il presepe, in «Il Giorno», 17 dicembre 1989. – Le radici del presepe, in «Radiocorriere TV», 24 dicembre 1989. – Presepe artistico realizzato con radici, in «Famiglia Cristiana», 20 dicembre 1991. – Un presepe di arte e fede, in «Lombardia Oggi», 18 dicembre 1994. – Un presepio originale appena fuori dal confine, in «Il Malcantone-Lugano», Natale 1995. – Aspettando Natale, in «50 & più», 17 dicembre 1997. – Il presepe in radici di Fermo Formentini, in «Varese Mese», dicembre 1998. – Nel Varesotto un presepe creato con le radici, in «Qui Touring», dicembre 1998. – C’è un presepe fatto con le radici degli alberi, in «Gente Mese», 20 dicembre 2001. – A Montegrino presepe di radici, in «Varesefocus», dicembre 2002. – Tra arte e natura, in «Festival dei laghi», dicembre 2002. – Il bosco che interpreta la natività, in «Dove andiamo», dicembre 2003. – Carpino, faggio, edera per una insolita natività, in «Bell’Italia», dicembre 2004. – Formentini e le sue radici, in «La rivista di Natale», dicembre 2004. – Il presepe fatto con radici stupisce per la creatività, in «Corriere della Sera», 23 dicembre 2005. – Bosco Valtravaglia, dalle radici nasce il presepe, in «La Provincia di Varese», 30 dicembre 2005. 272


Terra e gente – Gli Amici del Piccio si prendono cura del Presepe di radici, in «Arte Varese», 2 dicembre 2008. – Buon anno con il presepe di radici, in «VareseNews», 29 dicembre 2008. – Immagini fuori concorso di un originale presepe, in «La Padania», 15 gennaio 2009. – La targa della Provincia a Fermo Formentini, in «L’Eco del Varesotto», 15 gennaio 2010. – I presepi di Fermo Formentini, in «Turismo Stampa», novembre-dicembre 2009. – Mons. Stucchi Benedirà Presepe e Natività di radici boschive, in «Il Corriere del Verbano», 8 dicembre 2010. Scritti su Marco Formentini

– A. BUTTI, Il cav. Marco Formentini, in «Archivio Storico Lombardo», X, 1883, pp. 609-612. – G. SEREGNI, I documenti viscontei dei manoscritti Formentini, in «Archivio Storico Lombardo», XXVII, 1900, pp. 512-530. – F. NOVATI, E. VERGA, Marco Formentini nel centenario della sua nascita. Commemorazione tenuta presso la «Società Storica Lombarda» il 22 giugno 1911. Discorsi del prof. Francesco Novati e del dott. Ettore Verga, Allegretti, Milano 1911. – E. CAZZANIGA, In commemorazione del ragioniere Marco Formentini, Tip. Rozza, Milano 1911. – D. BIANDRÀ DI REAGLIE, Marco Formentini e le spedizioni dei volontari lombardi a Venezia l’anno 1848, in «La Lombardia nel Risorgimento Italiano», XIII, 1928, pp. 3-10. – O. A. BIANDRÀ DI REAGLIE, Marco Formentini storico ed economista del sec. XIX e la sua raccolta di documenti, in «Archivio Storico Lombardo», n. 100, Ed. Società Storica Lombarda, Milano 1974, pp. 23-41. – L. NARDUCCI, voce Marco Formentini, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 1977, vol. IL, pp. 28-30. – V. BUZZI, C. BUZZI, Le vie di Milano. Dizionario della toponomastica milanese, Hoepli, Milano 2005. – G. DELLA VALLE, Varese. Garibaldi ed Urban nel 1859, Arterigere, Varese 2011. – C. DE VITTORI, E. FUSELLI, Omaggio a Marco Formentini nel bicentenario della nascita (1811-2011), a cura dell’Associazione Culturale “Amici del Piccio”, Francesco Nastro Editore, Luino 2011. – C. DE VITTORI, Nel bicentenario della nascita Bosco celebra lo storico e patriota Marco Formentini in «Il Corriere del Verbano», 2 marzo 2011. – S. REDAELLI, Marco Formentini, il ragioniere che teneva i conti a Garibaldi, in «Varesefocus», XII n. 5, 2011, pp. 77-78. 273


Terra e gente Scritti su Giovanni Carnovali detto il Piccio

– C. CAVERSAZZI, Notizia di Giovanni Carnevali pittore detto il Piccio, in «L’Arte in Bergamo e l’Accademia Carrara», Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1897, pp. 193-240. – A. PODESTÀ, Collezione Giovanni Finazzi, Giovanni Carnovali detto il Piccio, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1942. – U. GALETTI, Disegni di Giovanni Carnovali detto il Piccio (Collezione Marinotti), E. Damiani Editore, Milano 1943. – C. CAVERSAZZI, Giovanni Carnovali il Piccio, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1946. – C. CARRÀ (prefazione), G. Carnovali detto il Piccio - 12 capolavori della Collezione Giovanni Finazzi, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1946. – M. VALSECCHI, Giovanni Carnovali il Piccio, Catalogo della mostra, Varese, Villa Mirabello, 7 settembre - 5 ottobre 1952, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1952. – N. ZUCCHELLI, il Piccio, Catalogo della mostra celebrativa, Bergamo Palazzo Comunale, 26 ottobre - 30 novembre 1952, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1952. – G. NICODEMI, Paesaggi Padani, Casa d’Arte Ariel, Milano 1954. – M. VALSECCHI, Maestri moderni (Il Piccio), Garzanti Editore, 1956, pp. 53-61. – P. CHIARA, M. VALSECCHI, Disegni di Giovanni Carnovali detto il Piccio, edito per la Ditta Michele Ratti di Luino (VA), edizioni di Vanni Scheiwiller, Milano 1968. – P. CHIARA, M. VALSECCHI, Nuovi Disegni di Giovanni Carnovali detto il Piccio, edito per la Ditta Michele Ratti di Luino (VA), edizioni di Vanni Scheiwiller, Milano 1969. – S.A. EDIZIONI MONUMENTA BERGOMENSIA, Disegni inediti di Giovanni Carnovali il Piccio, Prima raccolta 1973, Seconda raccolta 1974, edizione promossa dalla Banca Provinciale Lombarda, Grafica Gutenberg, Bergamo. – M. VALSECCHI, F. ROSSI, B. LORENZELLI, Il Piccio e artisti bergamaschi del suo tempo, Bergamo, Palazzo della Ragione, Mostra 14 settembre / 10 novembre 1974, Electa Editrice. – C. P., Il Piccio e la VII Biennale d’Arte Sociale dell’A.D.A.F.A. (19 maggio10 giugno 1973), in Strenna dell’A.D.A.F.A. (Amici dell’Arte Famiglia Artistica) per l’anno 1974, 1974, pp. 111-120. – M. VESCOVO, G. Carnovali detto il Piccio, catalogo della mostra Regine’s Gallery, Roma, 1983. – G. MASCHERPA, Giovanni Carnovali detto il Piccio, edito dal Gruppo RAS, 1991. – F. ROSSI, Giovanni Carnovali detto il Piccio in I pittori bergamaschi dell’Ottocento, vol. 1, Bergamo Bolis edizioni, 1992. – P. CHIARA, I miei amici artisti, a cura di F. RONCORONI, Nicolini Editore, Varese 1994, pp. 13-20. 274


Terra e gente – P. DE VECCHI, Giovanni Carnovali detto il Piccio, Catalogo Ragionato, Federico Motta Editore, 1998. – M.G. PANIGADA: Alzano Lombardo, Basilica di San Martino Vescovo - La Cappella del Rosario - Testi di M. Olivari, M.G. Panigada, F. Rossi, Stampa Ferrari Grafiche Spa, Clusone (Bg) 2001. – S. CONTINI, Piero Chiara e il libro d’artista, Sala Veratti, Varese 2004. – S. BAROLI, P. FRIGERIO, Il Piccio a Montegrino, appunti, Francesco Nastro Editore, Luino 2004. – C. DE VITTORI, Diario di un viaggio. Alla ricerca dei luoghi della vita e della pittura di G. Carnovali detto il Piccio, Luinostamp, Germignaga 2004. – S. BAROLI, Un presunto autoritratto del Piccio, in «il Rondò» n. 17, Francesco Nastro Editore, Luino 2005, pp. 149-152. – AA.VV., Accademia Carrara: i dipinti dell’Ottocento, Skira, Milano 2005, p. 19. – S. BIETOLETTI, M. DANTINI, L’Ottocento Italiano, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze 2006, pp. 98-101. – F. MAZZOCCA, G. VALAGUSSA, Piccio l’ultimo romantico, Catalogo della mostra di Cremona, Silvana Editoriale, 2007. – S. CONTINI, P. DE VECCHI, Il Piccio nella collezione di disegni e nelle carte di Piero Chiara, Catalogo della mostra di Varese, Castello di Masnago, Silvana Editoriale, 2007. – C. DE VITTORI, Il Piccio da Montegrino a Cremona. Diario di un viaggio che continua…, Francesco Nastro Editore, Germignaga 2007. – A. P. QUINSAC, Piccio, un avvenirista di mezzo secolo fa. Catalogo della mostra “Scapigliatura”, Palazzo Reale Milano, Marsilio Editore, 2009, pp. 51-61. Articoli vari sul Piccio

– I. CAMELLI, Il pittore G. Carnevali detto Piccio, in «Il Faro», Rivista quindicinale di cultura d’avanguardia, n. 13, 1929. – G. CORNALI, Scoperta del Piccio, in «L’Ambrosiano», 18 luglio 1930. – A. BOSI, La storia Sissese di G. Carnovali detto il Piccio, in «Il Sissese», ottobre 1973. – P. CHIARA, Un centenario mancato, in «Corriere della sera», 10 agosto 1973. – P. CHIARA, Malinconia del Piccio, in «Corriere della sera», 7 febbraio 1974. – P. CHIARA, Alla riscoperta del Pittore selvatico, in «Corriere della sera», 22 novembre 1974. – S. MACCHIONE, “Dove nacque il Piccio e pernottò Garibaldi”, in «Lombardia oggi», 4 febbraio 1996. – C. DE VITTORI, Montegrino: nasce una nuova Associazione Culturale, in «L’Eco del Varesotto», 8 settembre 2006. 275


Terra e gente – R. DE GRADA, Il ritorno del Piccio pittore dell’infinito, in «Corriere della Sera», 23 febbraio 2007. – N. ARRIGONI, Il Piccio fa il tutto esaurito, in «La Provincia di Cremona», 24 febbraio 2007. – C. VANZETTO, Piccio, strambissimo e geniale, in «Corriere della Sera», 18 marzo 2007. – P. BIAVASCHI, 150 opere del Piccio, ultimo romantico, di Montegrino, in «Il Corriere del Verbano», 18 aprile 2007. – C. DE VITTORI, Spettacolo teatrale sul Piccio, in «L’Eco del Varesotto», 27 luglio 2007. – M. CHIODETTI, Il nostro strambissimo Piccio, in «La Provincia di Varese», 30 luglio 2007. – M. CHIODETTI, Le avventure di uno scapigliato geniale raccontate da Piero Chiara, in «La Provincia di Varese», 16 dicembre 2007. – L. NEGRI, Carnovali detto il Piccio, l’ultimo romantico, in «Varesefocus», gennaio 2008, pp. 52-53. – C. DE VITTORI, Montegrino-Roma, il Piccio ritorna nella capitale fra i grandi, in «L’Eco del Varesotto», 30 maggio 2008. – S. FACCHINETTI, Carnovali il Piccio che divenne un grande della pittura, in «L’Eco di Bergamo», 5 marzo 2009, p. 10. – E. FRIGERIO, Montegrino e Sissa uniti nel nome del Piccio, in «La Prealpina», 7 giugno 2009. – S.N., Coltaro, una via dedicata al Piccio, in «Gazzetta di Parma», 11 giugno 2009. – C. DE VITTORI, Milano e Bergamo, il Piccio due volte in mostra, in «L’Eco del Varesotto», 24 luglio 2009. – V. VANETTI, La pittura dell’800, tra il Piccio e il Bertini, in «Varesefocus», ottobre 2009, pp. 62-65. – R. REDAELLI, Dal Piccio al Segantini, l’800 lombardo declinato nel paesaggio: mostra a Villa Reale di Monza, in «Il Cittadino», 18 marzo 2010, p. 43. – M. CARMINATI, Ritratto del’800. Da Appiani a Piccio, in «Il Sole 24 Ore», 30 ottobre 2010, p. 40.

Indirizzi internet sui quali si possono reperire notizie sul Comune e sui suoi personaggi: – ArteVarese: www.artevarese.com – Associazione “Amici di G. Carnovali detto il Piccio”: www.ilpiccio.it – Magazzeno Storico Verbanese: www.verbanensia.org – Società Storica Lombarda: www.societastoricalombarda.it – Società Storica Varesina: www.societastoricavaresina.it – Società dei Verbanisti: www.societadeiverbanisti.org 276


1848-1915. Luino, il volto del cambiamento. Didascalie per una mostra Testo e foto di Federico Crimi

I

l volto del cambiamento, con sottotitolo Ideali, protagonisti, crescita e sviluppo, è stato il tema della mostra, inaugurata a Palazzo Verbania il 24 settembre e chiusa il 16 ottobre 2011, destinata a ripercorrere le tappe della storia della città nei decenni postunitari. Decenni di grande fioritura, sociale, economica, turistica, industriale e urbanistica che hanno lasciato nel corpo di un borgo, improvvisamente divenuto città, segni che ancora oggi ne marcano il volto e l’anima. Una dilatazione improvvisa – e impensata – che dall’abitato antico ha proiettato il paese all’inedita configurazione di una “piccola Nizza”: verso una stazione di dimensioni inusitate (sulla linea del Gottardo, dal 1881), verso un Rondò a chiusura di un lungolago che fu tra i più eleganti del lago, per alberature oggi perdute (1884-1913), verso stabilimenti meccanici e tessili nei sobborghi, grandi quanto e se non il doppio dell’abitato civile (dal 1868-1870). Una città esemplificativa – quella Luino di fine Ottocento – nella quale rintracciare i prodromi di una “perdita di centro” che avrebbe compromesso – ma questa è storia del Novecento – la possibilità di un’azione unitaria, a scala urbana e a scala sociale. Limitandosi al XIX secolo fu, invece, una sincera fiducia nelle sorti progressive quella che legò insieme una classe imprenditoriale di una lungimiranza invidiabile (per buona parte d’estrazione svizzera – Huber, installati a Germignaga almeno dal 1822, e Hussy –, prime esperienze entro le quali germogliarono le capacità dei “locali”, Battaglia e Ratti, tra tutti, che seppero rilanciare l’“esperienza luinese” oltre i limiti ristretti dei confini nazionali) con quella nomenclatura politica e intellettuale che fu capace di interpretare le grandi esigenze di riforma statuale (per primo il gaviratese Giuseppe Ferrari) o le “più semplici” impellenze locali, eppure fondamentali per dare ad una società, segnata da possibili squilibri (concentrazioni inconsuete di forza lavoro, disimmetrie salariali, ecc.), gli strumenti per una adeguata crescita collettiva: una più funzionale sede municipale (nell’ex palazzo dei conti Crivelli, dal 1887), una completa rete di distribuzione per l’acquedotto, nuove moderne 277


Terra e gente scuole (1910) e nuovi teatro (1889) e ospedale (1905), innestati su un reticolo urbanistico ampio e arioso (ne fu autore il geom. Luigi Sbarra) secondo dettami di accortezza negli investimenti pubblici di cui ancora oggi, un secolo e oltre dopo, usufruiamo. Ai volti dei protagonisti di questa locale rivoluzione la mostra era dedicata (con ritratti, su tela, tavola o nel gesso di mezzibusti), accompagnando l’iconografia del cambiamento con documentazione composta in vetrinette, suddivise, sommariamente, in aree tematiche, dal rinnovato municipio all’industrie, dalla stazione all’urbanistica, dai servizi per la collettività alle tensioni sociali. A saldatura tra due mondi, l’antico e il nuovo, l’esposizione poneva l’episodio della battaglia di Garibaldi, vincitore su un drappello austriaco a Luino, il 15 agosto 1848, evento al quale in questa rivista è dedicato adeguato spazio, in parte documentato con materiale recuperato in occasione della rassegna. Per un catalogo sistematico di quanto esposto a palazzo Verbania si rimanda agli inventari gentilmente ospitati sulle pagine del Corriere del Verbano (5 e 12 ottobre 2011). Qui, a corollario ulteriore, si propone una carrellata di immagini, raggruppate secondo alcune delle aree tematiche in mostra: antica e nuova nomenclatura: l’ultimo “conte” di Luino, Giuseppe Crivelli (Milano 1862-Bordighera 1918), ritratto da M. Cominetti (olio su tavola, ante 1918), in accompagnamento ad esponenti della classe dirigente postunitaria, d’estrazione locale (Luciano Belloni, nella tela di M. Petrini, 1909 ca. e Giuseppe Solera, in un bozzetto da I Tribunali di guerra, 15/16 luglio 1898, tra i primi sindaci) o di respiro nazionale, ossia villeggianti, imprenditori (qui esemplificati da Vincenzo Marsaglia, Torino 1847-Luino? 1894, nel ritratto di P. Marchelli, 1895) e intellettuali, ma comunque attivi nella gestione delle sorti progressive della città. Da nord verso est: il distretto industriale di Luino. Giovanni Rodolfo Hussy (Stringel 1818-Luino 1906), ritratto da H. Michaelis, qui associato alla prima moglie, Rosita Künz (tela di C. Gironzini; entrambi i ritratti sono nel municipio di Luino), non fu primo tra gli Svizzeri ad aprire iniziative produttive nel Luinese, imprese da cui germogliarono filiali locali rivolte, a loro volta, ad un mercato europeo: Battaglia (il fondatore, Giovanni, Germignaga 1810-1888, nel busto in gesso poi replicato nel marmo per il cimitero di Germignaga) e Ratti (il fondatore: Michele, Luino 1839-1910, nell’olio su tavola di U. Ruini, 1938). La prima manifattura fu quella degli Huber, presso il ponte di Germignaga, poi divenuta Stehli e riprodotta in acquatinta da Franco Rognoni, alla quale fecero seguito i cotonifici Hussy, documentati negli scatti fotografici poco dopo l’impianto (1885 ca.) e dopo il raddoppio (1930 ca.). Imponenti masse operaie (in relazione alla dimensione della cittadina) e precarie condizioni salariali infiammarono gli scioperi (una bandiera operaia da Voldomino inneggiava a pace e lavoro, tra simboli ancora incerti e venature anarchiche; 1910 ca.): l’uno, la “rivolta del pane” del 1898, costò circa 14 morti. 278


Terra e gente La ferrovia del Gottardo. La stazione di Luino in uno scatto fotografico dal CAF, Civico Archivio Fotografico di Milano, in un disegno, firmato Starnone, del 1962 e in un olio di Franco Rognoni, dedicato allâ&#x20AC;&#x2122;imponente fascio dei binari. La nuova cittĂ , con ampi viali, nuovo lungolago (in un acquarello di E. Turri Bonacina, 1965 ca.) ed eclettiche palazzine: urbanistica ed edilizia in mano di abili progettisti operanti secondo una secolare tradizione. Qui lâ&#x20AC;&#x2122;ing. Domenico Marchelli (Milano 1861-Torino 1908), plasmato da Giuseppe Cerrina (Arcumeggia 1863-Torino 1935) in un bozzetto in gesso per la mausoleo di famiglia a Tronzano Lago Maggiore.

279


Terra e gente

Lâ&#x20AC;&#x2122;allestimento a palazzo Verbania

280


Terra e gente

Antica e nuova nomenclatura. Dallâ&#x20AC;&#x2122;alto, da sinistra: Giuseppe Crivelli, Luciano Belloni, Giuseppe Solera e Vincenzo Marsaglia

281


Terra e gente

Il distretto industriale di Luino. Dallâ&#x20AC;&#x2122;alto, da sinistra: Giovanni Rodolfo Hussy e la moglie Rosita KĂźnz; Giovanni Battaglia e Michele Ratti

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Terra e gente

Il distretto industriale di Luino. Franco Rognoni, Il turno di notte

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Terra e gente

Il distretto industriale di Luino. Cotonifici Hussy: 1885 ca. e dopo il 1930 ca.

284


Terra e gente

Il distretto industriale di Luino. Maestranze della torcitura Battaglia nel 1937 e una bandiera operaiada Voldomino (recto e verso)

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Terra e gente

La stazione di Luino in fotografia (da CAF) e disegno (Starnone, 1962)

286


Terra e gente

La stazione di Luino, in un olio, di Franco Rognoni

287


Terra e gente

La nuova cittĂ : grandi viali (acquarello di E. Turri Bonacina, 1965 ca.) e capaci professionisti (ing. Marchelli, plasmato nel gesso da Giuseppe Cerrina)

288


Indice

5

Presentazione

7

Stefania Peregalli “Povera Italia! a che uomini si affidano i tuoi destini!”. Il 1848 attraverso i documenti dell’esule politico lavenese Luigi Tinelli

41

Ivana Pederzani Strade di lago e terre di confine. Il Verbano nelle prime trame cospirative risorgimentali (1821-1833)

59

Marco Tamborini L’assalto di Garibaldi ai forti di Laveno nel 1859 e la requisizione di materiali nei paesi vicini

65

Federico Crimi 15 agosto 1848: Garibaldi a Luino. Dramma storico

101 Gianni Pozzi 150 fa, i primi sindaci delle nostre valli 123 Francesca Boldrini Amor di Dio e amor di patria: timori e ardori del clero dell’Alto Varesotto nelle lotte risorgimentali 141 Fabrizio Panzera Emilio Morosini, Emilio e Enrico Dandolo, Luciano Manara dalle Cinque Giornate alla difesa della Repubblica Romana 161 Robertino Ghiringhelli Un filosofo federalista primo parlamentare della sponda lombarda del Lago Maggiore 173 Giuseppe Armocida Riappare a Gavirate il busto di Giuseppe Ferrari, il nostro deputato avverso all’Unità d’Italia 183 Ilaria Gorini, Gabriele Polita Pietro Pirinoli, uno studente di Cunardo caduto alle Cinque Giornate di Milano 187 Emilio Rossi Francesco Branca, uomo del risorgimento, paladino della rinascita del nostro Paese


215 Daniele Cassinelli Lo Stabilimento fotografico di Eugenio e Francesco Fidanza e i Musei Civici di Varese 223 Serena Contini “All’Italia questi versi popolari e patriottici con amore e riverenza intitolo e consacro”: il poeta risorgimentale Pasquale Contini 253 Carolina De Vittori In punta di penna… Montegrino, terra di personaggi illustri

277 1848-1915. Luino, il volto del cambiamento. Didascalie per una mostra Testo e foto di Federico Crimi


Videoimpaginazione e stampa: Tipolitografia Galli & C. - Varese

Terra e gente  

Appunti e storie di lago e di montagna. Rivista storico letteraria edita da Comunità montana Valli del Verbano

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