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Antonio Vallardi Editore s.u.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol www.vallardi.it Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it www.infinitestorie.it Titolo originale: Tweetonomics Copyright © 2010 Ivy Press Limited Ivy Press, 210 High Street, Lewes, East Sussex, BN7 2NS, UK Illustrated by: Daniel Mackie Copyright © 2011 Antonio Vallardi Editore, Milano Traduzione di Antonello Galimberti Tutti i diritti riservati. Nessuna parte del libro può essere riprodotta, archiviata in sistemi server o trasmessa in nessuna forma e con nessun mezzo elettronico o meccanico, su cassetta, né fotocopiata, registrata o altro, senza il permesso scritto dell’editore.

Ristampe:

9 8 2015

7 6 5 4 2014 2013

ISBN 978-88-7887-715-3

3 2 2012

1 0 2011


Sommario Introduzione

5

Come funziona l’economia

9

Che cosa fanno i governi?

25

Le grandi idee

35

I grandi pensatori

47

Denaro virtuale

57

Espansione e recessione

73

Verso la globalizzazione

85

Colmare il divario

101

L’economia verde

113

Glossario

120

Bibliografia e siti Internet

123

Indice analitico

124

Ringraziamenti

127


Introduzione

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I disastri aerei conquistano i titoli in prima pagina. Lo stesso vale per gli incidenti ferroviari. E così pure, si è scoperto, per i crolli finanziari. La crisi finanziaria dei mutui subprime del 2007, con lo sfiorato collasso del sistema bancario che ne è conseguito, ha avuto piena copertura mediatica. Prima d’allora non si erano mai dedicati così tanti metri quadri di carta da giornale agli arcani meccanismi del sistema finanziario; prima d’allora i palinsesti televisivi non avevano mai dedicato così tante ore a investigare il comportamento dei nostri assatanati banchieri. È però stato subito chiaro che non tutti intendevano prendersi la briga di spiegare nei dettagli che cosa fosse esattamente un’obbligazione ABS o perché fosse importante per la crisi; oppure in che modo i credit default swap potessero affossare un’impresa (se non addirittura un intero sistema finanziario); o cosa significasse l’espressione «rapporto di indebitamento» – o leverage (per dirla all’americana) – e in che modo potesse trasformare uomini prudenti in folli giocatori d’azzardo fuori controllo. Questo libro illustrerà tali concetti, talvolta complessi, in una forma facilmente digeribile dai profani. E cosa c’è di più digeribile degli ormai popolari tweet, cioè delle brevi pillole di Twitter? Provare a scrivere di economia in 140 caratteri può sembrare un’idea sciocca. Dopo tutto, se ad argomenti come il monetarismo sono stati dedicati interi tomi cosa potremmo sperare di ottenere in pochi tweet? Tuttavia non c’è dubbio che essere costretti a ridurre e tagliare le parole al minimo può portare a un sorprendente livello di chiarezza. Certo, qualche sfumatura potrebbe andare persa, ma se la spiegazione funziona il vantaggio è la comprensione immediata di concetti piuttosto complessi. E questa è senz’altro una cosa per cui vale la pena di impegnarsi.


Punto di partenza del libro sono i termini che quotidiani e telegiornali usano ogni giorno, di solito senza spiegazioni adeguate: espressioni come «libero mercato», «domanda e offerta», «politica fiscale e monetaria». Da lì ci si spinge ai grandi concetti che hanno plasmato le nostre economie, come keynesismo, neoliberismo e marxismo, avvicinando qualcuno dei personaggi implicati (Keynes, Friedman, Hayek). Una panoramica sul funzionamento dei mercati azionari porta quindi dritti all’espansione e recessione, tornando alla crisi del 2007-09. Si passa poi ad analizzare l’impatto delle politiche economiche sulla scena globale, prima di rivolgersi alla green economy per capire se possa offrire soluzioni durevoli al malessere finanziario. Questo libro non vuol essere un testo esaustivo sull’economia, ma sarà una guida utile per chi ascolta i notiziari o legge i giornali, specialmente in periodi di turbolenza finanziaria. E se la lettura dei tweet spinge ad approfondire qualche aspetto dell’economia, andando al di là del poco che qui viene scritto, allora la missione sarà compiuta.


Come funziona l’economia Che cosa spinge il macellaio, il barista e il panettiere ad alzarsi la mattina, aprire il negozio e vendere la merce? Quali sono i fattori chiave per determinare se diventeranno imprese multimilionarie o se chiuderanno bottega e se ne torneranno a casa? Ecco i principi chiave dell’economia.


Che cos’è il libero mercato? Nel vero libero mercato la produzione è controllata solo dalla domanda e dall’offerta. Niente regolamentazioni, né sovvenzioni, né tasse. Il governo dovrebbe intervenire solo per evitare ricatti, frodi e abusi dei diritti di proprietà, attraverso l’aumento dei minimi fiscali. Permette a tutti di competere sullo stesso piano, senza ostacoli o supporti artificiali. E che vinca il/la migliore! Domanda e offerta regolano prezzi e disponibilità delle merci molto più efficacemente di qualsiasi pianificazione, specie se governativa. La magia del confronto tra offerta, domanda e prezzo: ecco ciò che Adam Smith chiamava la «mano invisibile del mercato». Smith mostrò che panettieri e macellai vendono pane e carne per campare e non per cortesia, ma che a trarne beneficio è la società intera.

Che cosa sono domanda e offerta? Domanda e offerta guidano l’economia nel libero mercato. Se capisci come funzionano sei sulla buona strada per diventare un economista. La legge del mercato dice che più il prezzo è alto, minore è la domanda. Infatti nessuno vuole pagare più del dovuto.


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La stessa legge afferma che più il prezzo delle merci è alto, maggiore è l’offerta: infatti ci sono più possibilità di guadagno. Quando l’offerta equivale alla domanda c’è equilibrio. È la situazione ottimale perché non si spreca niente e tutti ottengono ciò che vogliono. Ma l’equilibrio si raggiunge di rado e i prezzi cambiano in base alle oscillazioni di domanda e offerta. Basta vedere i prezzi dei computer. Alcuni beni sono definiti «elastici»: non se ne ha davvero bisogno e basta un piccolo cambiamento di prezzo per ridurne le vendite. I beni «anelastici» sono le cose ritenute essenziali o non sostituibili (es. petrolio) che si comprano a prescindere dal prezzo.

Che cos’è il consumo? Il consumo è il complesso dei beni e servizi che la gente compra. Di solito è la parte più cospicua del PIL nazionale (vedi più avanti). La tendenza tradizionale degli economisti era focalizzarsi sulla produzione delle merci ignorando i consumi, ma Keynes ha cambiato tutto. Le principali aree di consumo sono: beni durevoli (case, auto); non durevoli (cibo, vestiti) e servizi (salute, trasporti, comunicazioni). La quota di reddito spesa in ciascuna area è indicativa del livello di ricchezza, a prescindere dallo stipendio: esprime la qualità di vita.


Che cos’è la concorrenza? Quando più aziende operano nello stesso mercato, fornendo prodotti simili e cercando tutte di massimizzare i profitti, c’è concorrenza. Secondo molti economisti la concorrenza nel libero mercato è la migliore garanzia per la redistribuzione di beni e servizi accessibili. La concorrenza stimola le imprese a creare nuovi prodotti e servizi per attirare i clienti, costringendole a contenere i prezzi. Secondo altri, la concorrenza non funziona perché le imprese si limitano a replicare i processi pur di competere tra loro in mercati simili.

Che cos’è un monopolio/ oligopolio? Quando un’impresa domina un mercato tanto da escluderne le altre, si ha un monopolio. Se a prevalere sono pochissime, c’è un oligopolio. Le imprese monopoliste tendono a produrre un minor numero di beni a un prezzo più alto. La società s’impoverisce perché sono in pochi a godere i benefici della produzione, con ricchi azionisti che hanno profitti sproporzionati. Rispetto a un’impresa nuova, quella già attiva non ha gli alti costi dell’avvio e gode di economie di scala che ne proteggono il monopolio. Negli oligopoli le aziende possono costituire un cartello, in maniera ufficiale o meno, per tenere i prezzi alti in maniera artificiale.


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Alcuni mercati sono monopoli «naturali» (es. quello dell’acqua). Di solito sono controllati da un ente pubblico che stabilisce il prezzo.

Che cos’è la regolamentazione? Si introducono regolamentazioni per correggere lacune individuate nel mercato e per generare benefici economici, sociali o ambientali. In realtà nessun mercato è davvero «libero»: i governi controllano i comportamenti, per esempio con le tasse su carburante e sigarette. In settori come l’alimentare e l’edile la regolamentazione autorizza solo produttori e fornitori di servizi che assicurano standard minimi. Serve anche a tutelare i diritti dei lavoratori con standard di sicurezza e salario minimo garantito, e per proteggere l’ambiente. È usata pure per controllare i monopoli naturali (es. acqua ed elettricità), garantendo ai consumatori un prezzo equo e un servizio valido. I sostenitori del libero mercato si oppongono alle regolamentazioni, tranne a quelle che proteggono la vita, la libertà e la proprietà. Secondo loro, la regolamentazione disincentiva gli affari, provocando di solito conseguenze diverse da quelle auspicate. Molti mercati sono stati deregolamentati negli anni ’80 del XX secolo, da Ronald Reagan negli USA e Margaret Thatcher in Gran Bretagna.


Che cos’è il debito? Il debito è un prestito ottenuto da banche e altre istituzioni (prestito multilaterale) o da altri Paesi (prestito bilaterale). Gli Stati possono beneficiare anche di prestiti interni emettendo obbligazioni e titoli di Stato oppure stampando nuova moneta. Nel giugno 2009 gli USA avevano il più alto debito in valuta estera (13,45 trilioni di dollari), seguiti dalla Gran Bretagna (9 trilioni di dollari). La Banca Mondiale è nata per aiutare i Paesi in via di sviluppo, erogando prestiti a tassi di mercato dove mancano i finanziamenti privati. La crisi petrolifera degli anni ’70 fece lievitare il debito di vari Paesi in via di sviluppo, costringendoli a varare misure di austerità. Nel 2002 l’Africa aveva un debito di 295 miliardi di dollari: si è stimato che per ogni dollaro di aiuti l’Africa deve restituirne 3.

Che cos’è l’inflazione? L’inflazione è un aumento del costo generale della vita misurato da strumenti come l’indice dei prezzi al consumo. Danneggia gli affari creando incertezza e scoraggiando gli investimenti; se i prezzi salgono i lavoratori chiedono aumenti salariali. Danneggia i risparmiatori e chi ha un reddito fisso, mentre favorisce i mutuatari riducendo in termini «reali» il costo del prestito. Un moderato tasso di inflazione incoraggia i consumatori a spendere e sviluppa l’occupazione, com’è dimostrato dalla Curva di Phillips.


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Secondo molti economisti l’inflazione è frutto di una crescita eccessiva dell’offerta di moneta, cioè la quantità di denaro nell’economia. La maggior parte degli economisti chiede di ridurre la quantità di moneta in circolazione e le tasse, nonché di contenere la spesa pubblica.

Che cos’è la deflazione? Opposta all’inflazione, la deflazione è una riduzione del costo della vita, misurata da strumenti come l’indice delle spese al consumo. È causata dalla diminuzione dell’offerta di moneta e delle spese. I prezzi dei beni scendono, ma il valore del denaro resta alto. La caduta dei prezzi non incoraggia i consumatori a spendere, perché li induce ad aspettare ribassi ulteriori. Deflazione significa anche che i beni valgono meno in termini «reali»: ciò implica una perdita di fiducia e la tendenza a risparmiare. È un circolo vizioso: la produzione cala, i lavoratori vengono licenziati, le fabbriche chiudono e la gente ha meno soldi da spendere. Spesso la cura è un alleggerimento quantitativo: nuova liquidità nell’economia e abbassamento dei tassi di interesse per favorire i consumi. Gli economisti furono sorpresi dalla «stagflazione» degli anni ’70, un misto di stagnazione e inflazione che ritenevano impossibile.


Che cos’è il capitale? Nell’economia classica il capitale è uno dei tre «fattori di produzione»: gli altri sono la terra e la manodopera. Come il patrimonio finanziario, comprende edifici, strumenti, veicoli e oggetti usati nel processo di produzione, ma non le materie prime. A livello personale il capitale comprende la casa, i mobili, l’auto, le azioni: anche una collezione di francobolli rientra nel capitale. Chi trae profitto dalla vendita di un elemento del capitale è soggetto al pagamento di una tassa sui guadagni di capitale. Altri tipi di capitale stanno diventando sempre più importanti, come il capitale naturale o il valore delle risorse naturali (es. i fiumi). Con «capitale sociale» ci si riferisce alle reti sociali in un’economia. Per «capitale intellettuale» si intende il valore delle idee.

Che cos’è il capitale umano? L’espressione «capitale umano» designa conoscenze, doti e caratteristiche (es. puntualità, motivazione e onestà) della forza lavoro. Nell’economia classica i lavoratori erano «manodopera» che si poteva sostituire a piacimento, ma negli anni ’50-’60 le cose sono cambiate. Nuove ricerche hanno dimostrato che investire in educazione, formazione e sanità potrebbe portare enormi vantaggi all’economia di un Paese.


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Queste risorse sono considerate capitale umano perché rappresentano un patrimonio permanente e non materiale di consumo. Jacob Mincer e Gary Becker sono stati i pionieri del nuovo approccio che collegava le cause sociali ai risultati economici e viceversa. Distinsero capitale «specifico» e «generale»: abilità «specifiche» utili a una parte del personale e capacità «generali» utili a tutti. Mostrarono come l’educazione personale dell’individuo possa influenzarne la competenza sul lavoro tanto quanto la formazione professionale.

Che cos’è il mercato del lavoro? Nell’economia classica quello del lavoro è come altri mercati: domanda e offerta fissano prezzo (salario) e quantità (numero di lavoratori). In un mercato perfettamente libero si può raggiungere l’equilibrio quando l’offerta corrisponde alla domanda e non c’è disoccupazione. Secondo tale teoria la disoccupazione è creata da lavoratori che rifiutano il «salario di equilibrio»: quindi è in larga misura volontaria. Un alto tasso di disoccupazione avvantaggia i datori di lavoro perché determina una costante disponibilità di manodopera a salari bassi. Keynes contestò l’idea che ci volesse una forte disoccupazione, chiedendo incentivi di spesa per aumentare le opportunità occupazionali. Il mercato ignora l’«elemento umano» (compresi l’influenza delle conoscenze personali nel trovare lavoro) e i fattori geografici.


Che cos’è la produttività? La produttività è l’unità di misura della produzione di un’azienda (o Paese) in rapporto al numero di ore lavorate dai suoi impiegati. In altre parole, la produttività è data dalla quantità prodotta, divisa per il numero di ore lavorate. La produttività migliora realizzando più prodotti nello stesso numero di ore lavorate oppure producendo la stessa quantità più velocemente. Spesso si aumenta la produttività sviluppando la tecnologia, andando a ridurre il tempo di fabbricazione del singolo prodotto. L’introduzione novecentesca della catena di montaggio e del tempario nelle fabbriche americane dimezzò i tempi di produzione di un’auto. L’aumento della produttività si può ottenere anche con incentivi salariali e miglioramenti nell’ambiente di lavoro.

Che cos’è il PIL? PIL sta per Prodotto Interno Lordo. È la somma di beni e servizi consumati in un Paese nell’arco di un anno. Il PIL comprende anche investimenti, spese pubbliche ed esportazioni nette. Le esportazioni nette sono la differenza tra esportazioni e importazioni di un Paese: in proposito si parla anche di «bilancia commerciale». Il PIL è un’utile misurazione dell’attività economica di un Paese, che però dice poco sullo standard e/o sulla qualità della vita.


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Il PIL omette molte cose importanti. Per esempio: il divario tra ricchi e poveri, la longevità economica e la sostenibilità ambientale. L’indice di sviluppo umano (HDI) cerca di misurare la qualità della vita, unendo al PIL fattori come l’aspettativa di vita e l’educazione. Altri indici sono: indice di progresso effettivo, felicità interna lorda, qualità della vita in Europa e indice di felicità del pianeta. Nel 2009, gli USA avevano il PIL più alto con 14,26 trilioni di dollari, contro i 14,5 trilioni di dollari dell’intera Unione Europea.

Che cos’è la bilancia commerciale? La bilancia commerciale è la differenza tra esportazioni e importazioni di un Paese. È un altro modo per indicare le esportazioni nette. Un Paese che esporta più di quanto importa ha un avanzo commerciale; un Paese che importa più di quanto esporta ha un disavanzo commerciale. La maggior parte dei Paesi cerca di esportare più di quanto importa, in modo da stimolare l’economia e creare riserve di valuta straniera. Dagli anni ’60 gli USA hanno un disavanzo commerciale che finanziano stampando più dollari: il meccanismo funziona finché tutti incassano dollari. Nel 2009 il disavanzo commerciale americano ammontava a 380 miliardi di dollari contro i 296 miliardi di avanzo commerciale cinese.


Che cos’è il credito? In parole povere il credito è il denaro chiesto in prestito: si compra qualcosa ora (soldi, beni, servizi) concordando di pagare in seguito. Di solito lo eroga la banca. Chi usa la carta di credito, accende il mutuo sulla casa o fa un prestito per l’auto sta comprando a credito. Il credito è utile: permette di comprare online o all’estero, rateizzare il costo di acquisti importanti o avviare una piccola attività. Comprando a credito ci s’indebita: bisogna restituire più di quanto si spende a causa degli interessi, quote da pagare per avere il credito. Chi non salda è insolvente, cosa che il prestatore non apprezza: perciò la banca verifica la solvibilità tramite il merito creditizio.

Che cos’è la stretta creditizia? La stretta creditizia rende difficile ottenere credito. Le banche sono meno disposte a prestare denaro a persone, imprese e altre banche. La stretta si verifica se ci sono molte insolvenze, i prezzi di mercato fluttuano o il governo emana nuove normative sui prestiti. È alimentata anche dalla paura: se una banca teme che le altre banche non abbiano soldi, non eroga crediti. È una profezia che si autoavvera. Nella stretta creditizia le banche adottano norme restrittive sui prestiti: chi godeva di un buon credito non riesce più a ottenere un mutuo.


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Il credito costa di più: per coprire il rischio le banche alzano gli interessi, i mutui rincarano e i tassi delle carte di credito salgono. La borsa subisce ribassi: con meno denaro e disponibilità di credito la fiducia diminuisce. Ecco perché investimenti e fondi si svalutano. Quando il credito costa di più e si fatica a ottenerlo, diminuiscono sia gli investimenti negli affari che i consumi privati.

Che cosa ha provocato la stretta creditizia del 2007? Prima della stretta era molto facile ottenere credito; quindi la gente ha chiesto prestiti che non era in grado di rifondere. Le banche statunitensi hanno acceso mutui a persone a cui di solito non l’avrebbero concesso: si tratta dei famigerati«mutui subprime». Le banche concedevano mutui subprime a rischio per incassare interessi e spese d’apertura più alti: prestavano meno facendo pagare di più. Quando il prezzo delle case calò molti non riuscirono più a pagare i mutui. Avendo perso molto, le banche ridussero i prestiti, rincarandoli. Le insolvenze non hanno toccato solamente una banca, ma una complessa rete di istituti e società, causando una stretta creditizia globale. Le banche cedettero i mutui subprime ad altre banche, agenzie e società, come Fannie Mae e Freddie Mac.


Che cos’è l’investimento? Un investimento è l’acquisto di attrezzatura, competenza o tecnologia per produrre dei beni. È una specie di scommessa. Se si vince, la produttività migliora aumentando i profitti dell’impresa. Se si perde, l’investimento può andare in fumo (completamente). L’investimento è diverso dal capitale, perché quest’ultimo si basa sull’interesse e/o rivalutazione del patrimonio per produrre un ricavo. Tra investimento e speculazione la distinzione è sottile: il primo può dare benefici a lungo termine; la speculazione dà guadagni immediati. Il termine «investimento» deriva dal latino vestis, alludendo all’azione di mettere qualcosa (denaro) nella tasca di qualcun altro. Alti tassi d’interesse portano a riduzioni degli investimenti: il ritorno dei miglioramenti produttivi è inferiore a quello del risparmio. Bassi tassi d’interesse incoraggiano gli investimenti, perché costa meno chiedere soldi in prestito e scommettere sull’incremento produttivo.

Che cos’è l’innovazione? L’innovazione è lo sviluppo di un prodotto tramite il miglioramento della tecnologia, delle conoscenze e/o del marketing. Nel mercato concorrenziale l’innovazione incide sui profitti più dell’aumento di efficienza o della competitività di prezzo.


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Determina gran parte delle crescite economiche: la Rivoluzione industriale nell’800, le fabbriche nel ’900, le telecomunicazioni nel 2000. L’economista J. Schumpeter sottolineò l’importanza dell’innovazione negli anni ’40, invitando le imprese a puntare maggiormente su di essa.

Che cosa sono i diritti di proprietà? I diritti di proprietà determinano chi possiede una risorsa, chi decide come usarla e chi guadagna dal suo prestito o dalla sua vendita. I diritti di proprietà sono una chiave del capitalismo. Solo definendo chi possiede date cose si stimola la gente a fare scambi e commerci. La caduta del comunismo è spesso legata ai diritti di proprietà: senza proprietà privata nessuno era stimolato a rendere proficua un’impresa. Il degrado ambientale è talora associato ai diritti di proprietà: l’ambiente sarebbe protetto meglio, nel caso se ne definisse la proprietà. I diritti di proprietà intellettuale comprendono la proprietà industriale (invenzioni, progetti) e artistica (quadri, romanzi, musica). L’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ha siglato l’accordo TRIPS sugli aspetti commerciali connessi alla proprietà intellettuale. L’accordo TRIPS rafforza i diritti di proprietà, imponendo agli Stati di far rispettare il copyright sul loro territorio. Gran parte dei brevetti è posseduta dall’Occidente: questo svantaggio dei Paesi in via di sviluppo aumenta il divario di anno in anno.

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L'economia in un tweet

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