Il piccolo principe si mette la cravatta

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Antonio Vallardi Editore s.u.r.l. Gruppo editoriale Mauri Spagnol www.vallardi.it Per essere informato sulle novità del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita: www.illibraio.it www.infinitestorie.it Titolo originale: El principito se pone la corbata Copyright © Borja Vilaseca, 2010 Translation rights arranged by Sandra Bruna Agencia Literaria, SL All rights reserved Copyright © 2011 Antonio Vallardi Editore, Milano Traduzione di Claudia Marseguerra Grafica di copertina: Moskito Design Prima edizione digitale Realizzato da Oldoni Grafica Editoriale Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata. ISBN 978-88-7887-770-2


Sommario Nota introduttiva

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Prologo. I cinici non sono adatti a questo mestiere

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Dimmi come fai il capo e ti dirò chi sei

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Certi capi nuocciono gravemente alla salute

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L’uomo di oggi è ancora uno schiavo

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L’improduttività della sofferenza

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Il vero scettico è colui che esplora ciò che ignora

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Onestà, umiltà e coraggio Cos’è e a cosa serve l’autoconoscenza L’autoconoscenza è un atto egoistico? La schiavitù della reattività Allenarsi coscientemente alla pro-attività Realtà e interpretazione della realtà La tirannia dell’egocentrismo Il potere dell’accettazione La funzione delle crisi esistenziali Che cosa cambia quando una persona cambia?

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La patologia del successo

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L’apprendimento è il percorso e l’arrivo

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L’assunzione della responsabilità personale Paura, rabbia e tristezza Cos’è, come funziona e a cosa serve l’ego? Differenza tra innocenza, ignoranza e saggezza

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La felicità e la pace interiore vengono in serie Mettere in dubbio il sistema di credenze La sfida di auto-nutrirsi emotivamente L’importanza di coltivare l’energia vitale L’arte della compassione

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Alla ricerca di noi stessi

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Occhio! Il potere isola e corrompe

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Maturare significa smettere di credersi vittime delle circostanze

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Epilogo. Se vuoi davvero cambiare il mondo, comincia da te stesso

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Ringraziamenti

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Bibliografia raccomandata

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A mio padre e a tutti quelli che, come lui, incoraggiano e aiutano i figli a seguire la propria strada nella vita


Il mondo intero si fa da parte quando vede un uomo che sa dove va. Antoine de Saint-ExupĂŠry


Nota introduttiva Questo libro non è un romanzo. Lo definirei piuttosto un racconto basato su fatti e persone reali, ma rivestito di una patina di immaginazione che serve a rispettare la legittima esigenza di anonimato dei protagonisti. Era questa l’unica richiesta delle persone celate dietro i personaggi di finzione della storia, e per loro non ho che parole di ammirazione e ringraziamento. L’idea di scrivere questo libro risale a circa tre anni fa, quando il mio capo mi ha incaricato di stendere un rapporto su una società di consulenza – con un organico di settantatré impiegati – che negli ultimi cinque anni aveva registrato una crescita economica impressionante. Dopo quasi vent’anni di esistenza, nel 2002 la direzione si era decisa a introdurre una serie di cambiamenti che avevano portato l’azienda a moltiplicare per centodieci il suo fatturato, raggiungendo nel 2007 i diciotto milioni di euro. Come giornalista mi ero specializzato in psicologia e filosofia dell’organizzazione. Di solito i miei articoli non parlavano di denaro, ma di esseri umani. Scrivevo con il preciso scopo di ispirare la creatività e il potenziale degli altri, facendo da ponte tra gli esperti e i lettori più avidi di informazioni. Ecco perché in un primo tempo non avevo capito bene perché, fra tutti i colleghi, avessero scelto proprio me per questo servizio. Ma mi sono bastati pochi minuti di colloquio con il direttore generale dell’azienda – appena nominato dirigente dell’anno – per comprendere la scelta del mio giornale. L’alto dirigente – che qui chiameremo Ignacio Iranzo – indossava giacca e cravatta, ma non era come tutti gli altri. Parlava del


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suo lavoro con una passione contagiosa. A tutt’oggi, non ricordo di essermi mai emozionato tanto discutendo con qualcuno di questioni legate al mondo del lavoro. Tra gli altri argomenti, abbiamo riflettuto sull’importanza dell’autoconoscenza, dello sviluppo personale e dell’intelligenza emotiva, oltre che della necessità di costruire una cultura aziendale in maniera cosciente, coniugando la legittima esigenza di guadagno delle aziende al benessere dei lavoratori, dei fornitori, dei clienti e dell’ambiente di cui tutti facciamo parte. Ci siamo trovati d’accordo anche sul fatto che la mentalità materialista e i valori individualisti e mercantilisti branditi dal capitalismo sono ormai in fase di decadenza. Secondo Iranzo, «le aziende sono come gli esseri umani: hanno necessità, sogni e sentimenti». E perciò, «è importante che imparino a essere efficienti, a svilupparsi in maniera sostenibile e a contribuire con il proprio granello di sabbia a migliorare il contesto in cui sono presenti». Per riuscirci, «la grande sfida è far sì che ogni lavoratore metta in atto la sua capacità creativa e ami quello che fa, perché solo in questo modo l’esistenza delle aziende può acquisire un senso più significativo». Ricordo che poco prima di salutarci, questo strano tipo di dirigente mi ha stretto forte la mano e mi ha confessato con un filo di voce: «Mi ci sono voluti tanti anni, ma alla fine ho capito che le cose veramente importanti della vita non le possiamo vedere con gli occhi. Le possiamo solo sentire con il cuore». Questa chiacchierata mi ha portato un regalo davvero inatteso: mi ha fatto scoprire che l’autenticità e l’ispirazione si possono trovare ovunque, anche tra le alte sfere delle aziende. Uscendo dal suo ufficio, dopo due ore e mezzo di conversazione, avevo il cuore gonfio di felicità e di entusiasmo. E nella mia mente si era risvegliata la curiosità di saperne di più su una storia che mi aveva impressionato fin nel profondo. Da quel momento ho seguito il caso per conto mio e ho preso contatto con ogni singolo protagonista del successo ottenuto dalla società. Sono così arrivato a conoscere il suo fondatore e presidente onorario – attualmente in pensione, che qui chiameremo Jordi


Nota introduttiva

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Amorós –, persona splendida con cui mantengo tuttora un rapporto d’amicizia. Sono andato a trovarlo a casa diverse volte, e alla fine ho ottenuto la rivelazione che cercavo. A quanto sono venuto a sapere, la vera svolta nella società era avvenuta all’incirca un anno prima che Ignacio Iranzo fosse nominato direttore generale. Nelle parole dell’anziano Jordi Amorós, «tutto ciò che siamo e abbiamo ottenuto lo dobbiamo all’influenza che ha esercitato su di noi la persona più straordinaria che abbia mai conosciuto in vita mia. La sua foto non uscirà sui giornali, ma in realtà è lui l’autentico protagonista della nostra vicenda. Tutti gli altri, compresi Ignacio e ovviamente io stesso, siamo semplici comparse». E così, l’ambizione di questo libro è illustrare gli eventi che hanno spinto questo eroe anonimo ad agire come ha fatto. E mostrare il profondo cambiamento che possono sperimentare gli esseri umani, e di conseguenza le organizzazioni di cui fanno parte, quando prendono coscienza del loro vero potenziale, mettendolo al servizio di una funzione necessaria, creativa, sostenibile e dotata di senso. Perciò, sebbene nella forma possa ricordare un romanzo, mi permetto di insistere: il contenuto di quest’opera è frutto di un’appassionante e minuziosa inchiesta giornalistica. Il fondatore e presidente onorario della società mi ha chiesto di poter scrivere il prologo e l’epilogo, e io sono stato ben felice di accontentarlo. Condividiamo entrambi l’amore per la scrittura. Il giornalista 6 aprile 2010


Dimmi come fai il capo e ti dirò chi sei


Lunedì 30 settembre 2002 Pablo scoppiò a ridere da solo. Quindici minuti davanti allo specchio possono bastare, si disse. Non è che fosse un uomo vanitoso. Semplicemente non sapeva farsi il nodo alla cravatta. La ripiegò con cura e se la infilò in tasca. Era rossa, l’unica che aveva. «Oggi può essere un gran giorno.» Sorrise, guardandosi fisso negli occhi. Di qualsiasi umore si svegliasse, ogni mattina si ripeteva lo stesso. Era uno dei suoi riti quotidiani. Prima di uscire di casa, aprì la finestra della sua stanza e si affacciò al minuscolo balconcino, dove viveva la sua silenziosa compagna d’appartamento. «Ecco la tua colazione», le sussurrò. E mentre innaffiava l’unica rosa sbocciata in tutto il vaso, aggiunse: «Diventi ogni giorno più bella!» Pablo montò in bici e pedalò fino alla sede della società di consulenza in sistemi avanzati di tecnologia SAT. Quando scese, si lisciò la giacca con le mani, si aggiustò la sciarpa e si diresse con passo fermo verso l’ingresso dell’edificio. «Buongiorno, come va?» «‘Bene’ le basta, o vuole che mi metta a raccontare?» grugnì l’anziano portiere in uniforme. «Ti prego, non darmi del lei. Potrei essere tuo figlio.» «E io tuo padre, perciò non mancarmi di rispetto», ribatté con aria di sfida. «Ha ragione, mi perdoni se l’ho offesa.» Il portiere trasse un profondo sospiro e dopo qualche secondo, rilassando l’espressione del viso, brontolò:


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«Poi vediamo se la perdono», scherzò tutto serio, grattandosi il doppio mento. «Il verdetto lo saprà al termine del colloquio.» «Come fa a sapere che...?» «Perché stamattina la portineria sembra una sfilata di manichini, tutti vestiti uguali. Vanno di fretta, come se oggi fosse la fine del mondo. E poi hanno un’aria così arrogante... Che presuntuosi!» Sempre più infervorato, il portiere aggiunse: «Razza di maleducati! Cosa gli costa dire ‘buongiorno’?» Pablo si mise a ridere, ma il portiere non sembrò apprezzare. Per lui, gli altri dovevano prendere sul serio le sue disgrazie. Dopo una breve pausa, il portiere riprese fiato e cercò di calmarsi un po’. «Comunque», sospirò, «il mio intuito mi dice che lei è diverso.» Pablo sorrise. «Lei è l’unico che non porta la cravatta.» E l’unico che si è degnato di rivolgermi la parola, pensò. «A proposito di cravatte... Come si chiama?» «Io? Bernardo Marín», rispose timidamente. Pablo gli porse la mano e si presentò. «Piacere di conoscerla, Bernardo. Le posso chiedere un favore?» «A me? Non saprei...» esitò, sforzandosi di non apparire troppo curioso. «Mi chiedevo se sarebbe così gentile da farmi il nodo alla cravatta.» Il portiere scoppiò a ridere, rispolverando per una volta il suo buonumore arrugginito. «Ma certo, ragazzino! Dammi qui!» lo incitò con entusiasmo. «Lo sai? Anche se hai fatto un po’ tardi, questa vecchia volpe è sicura che il posto è tuo!» Come Bernardo Marín gli aveva anticipato, la hall della società era stracolma di giacche e cravatte nere e grigie. Lo spazio era angusto e tutti aspettavano il proprio turno in silenzio. Nessuno parlava con nessuno, ma gli sguardi erano decisamente eloquenti: i candidati erano in competizione per uno stesso posto di lavoro. «Esiste la possibilità che la smetta di gridare?» sbraitò la giova-


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ne e attraente receptionist non appena vide Pablo, che rimase immobile e sorridente davanti al bancone. «Uff, perché vuole che sia così sgarbata?» insistette la ragazza, indicando a Pablo l’auricolare appeso all’orecchio. «Le ho già detto tre volte che il signor Amorós è impegnato in colloqui di lavoro per l’intera mattinata! Ho capito che è urgente, ma deve per forza aspettare che la richiami lui...» Dopo aver annuito una decina di volte di fila, interruppe il suo interlocutore per troncare definitivamente la conversazione: «Sì, sì, sì, come vuole! Grazie infinite per la pazienza e buona giornata!» esclamò infastidita la receptionist, sfilandosi l’auricolare. «Non sopporto quelli che gridano!» commentò, sentendosi gli occhi di tutti puntati addosso. «Che noiosa, certa gente. Mi aspetta proprio una bella mattinata!» Pablo cercò il suo sguardo per darle manforte. «Ti capisco alla perfezione», ridacchiò. «Quanto a urla, il mio vecchio capo era un vero maestro: sapeva sempre come tirare fuori il peggio dagli altri. Dalla sua bocca non uscivano parole, ma veleno... In ufficio lo chiamavamo Signor Cianuro.» I due si scambiarono un sorriso complice. «Vedo che sai di cosa parlo», squittì la ragazza con fare vezzoso. «Perché la gente deve essere così sgradevole?» si chiese, più tranquilla. «Forse perché non sanno fare di meglio», rispose Pablo. «Non ho ancora conosciuto nessuno a cui piaccia essere sgradevole.» Quindi Pablo si presentò e rimase in piedi, a chiacchierare con Verónica Sierra, la receptionist. Un paio di minuti dopo il suo cattivo umore si era dileguato, e per ringraziarlo la ragazza gli confidò i dettagli del colloquio che stava per affrontare. A quanto pareva, il responsabile della selezione avrebbe dovuto essere il consulente capo Ignacio Iranzo, ma erano ben due settimane che non si faceva vedere in ufficio. Era la prima volta in tredici anni che si assentava per più di due giorni di fila. «Nessuno dei miei colleghi mi ha saputo dire come mai...» La receptionist si accostò all’orecchio di Pablo e gli sussurrò: «Conoscendolo, dev’essergli successo qualcosa di grave. Si dice che sia


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depresso. Ecco perché si sta occupando personalmente di intervistare i candidati il nostro presidente, il signor Amorós.» Pablo ascoltava attento, incoraggiando Verónica Sierra a rivelargli altri pettegolezzi: «Questo tienilo per te, ma meno di due mesi fa hanno operato il signor Amorós per un triplo bypass. C’è mancato poco che morisse, poveretto», sospirò la ragazza. «E da quando è uscito dall’ospedale è sembrato a tutti molto strano. Ma strano, strano davvero...» In quel momento si aprì la porta dell’ufficio di Jordi Amorós, Verónica raddrizzò la schiena e fece finta di niente. Mentre uno dei candidati si congedava a testa bassa, il telefono della reception prese a suonare. Era il presidente. «Mi sa che finalmente l’abbiamo trovato, signor Amorós», comunicò Verónica in tono dolce. Quindi annuì più volte, guardò con la coda dell’occhio Pablo e concluse: «D’accordo, adesso lo faccio passare.» Senza preavviso e tra gli sguardi irritati degli altri candidati, la receptionist fece accomodare Pablo nell’ufficio del presidente. Seduti l’uno di fronte all’altro, Jordi Amorós si accarezzava il cranio lucido, osservando il nuovo candidato neanche potesse dissezionarlo con lo sguardo. «Non so se si è accorto, signor Príncipe, ma deve aver fatto un’ottima impressione sulla nostra affascinante receptionist, Verónica Sierra», esordì il presidente. «La prego, mi chiami Pablo. Il signor Príncipe per me è sempre mio padre.» Jordi Amorós abbozzò un sorriso, ma si ricompose all’istante. «Va bene, diamoci del tu... Ti dicevo di Verónica perché quella ragazza ha occhio per riconoscere le persone di talento... Se devo essere sincero, sono tre ore e mezzo che ascolto gente bravissima a parlare senza dire niente. In tutto, venticinque candidati. E credimi, su quella sedia, dove sei seduto adesso tu, ho visto passare ambizione, avidità, presunzione, arroganza... Insomma, mi sono


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rivisto quando ero ragazzo! Per farla breve, te lo racconto perché sono stufo delle solite qualità», precisò ironico. «Ultimamente sto cercando qualcosa di diverso. Cerco il talento vero. Cerco autenticità.» Il presidente alzò gli occhi al soffitto e commentò: «Chiedo troppo?». Subito dopo prese quello che sembrava il curriculum di Pablo Príncipe e proseguì: «Allora, qui dice che hai trent’anni e che hai lavorato nel dipartimento Risorse umane di una grande società di consulenza.» Il presidente continuò a leggere e si soffermò su un punto che gli fece inarcare le sopracciglia. «Un momento. Non può essere. Sono più di tre anni che non metti piede in un ufficio? Ma è vero?» «Ebbene sì, come è vero che condivido l’appartamento con una rosa, che i miei migliori amici sono i libri e che il mio passatempo preferito è guardare le stelle», rispose Pablo, abbozzando un sorriso innocente che disarmò il presidente. Jordi Amorós, perplesso, aggrottò la fronte e si schiarì la voce: «Una rosa, dicevi?» «Esatto. È una rosa davvero bellissima.» Pablo Príncipe si tastò la giacca e aggiunse: «Devo avere una sua foto da qualche parte...». A quel commento il presidente cominciò a grattarsi il naso anche se non gli prudeva. Inspirò ed espirò più volte con fare nervoso, poi sbottò: «No, lascia stare. Non serve che me la mostri, me la posso immaginare. Tutte le rose sono uguali...» «O sono tutte diverse. Dipende sempre dagli occhi con cui le guardi.» «Bene, bene, non voglio perdere tempo a discutere di rose con te...» Jordi Amorós si sistemò sulla sedia e riprese il colloquio, con un tono di voce molto più distaccato: «Mi potresti dire che diavolo hai fatto in questi ultimi tre anni?». «Ho viaggiato.» «Viaggiato?» «Sì, per tutto il mondo. Mi sono pagato il viaggio facendo dei lavoretti qua e là.»


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«E come mai hai deciso di mollare tutto e andar via?» «Non è stato difficile. Quando lavoravo in quella società di consulenza ero una persona molto triste perché non sapevo chi ero e cosa volevo fare della mia vita. E siccome non avevo niente da perdere, mi sono messo in viaggio deciso a scoprirlo. E alla fine ci sono riuscito. Ecco perché adesso sono qui, davanti a te. Perché è esattamente il posto in cui sento di dover stare adesso. E il lavoro che mi offri è precisamente quello che vorrei fare. E se posso parlare con franchezza, ti dirò che non credo nelle casualità, ma nelle causalità. Sono tornato dal Madagascar neanche un mese fa e l’altro ieri è stato il primo giorno che ho comprato il giornale per dare un’occhiata alle offerte d’impiego. Appena ho visto la tua inserzione ho saputo che era il lavoro che cercavo.» «Strana storia, la tua», confessò il presidente. «Se non sbaglio, il Madagascar è un posto lontano, povero e poco sviluppato. Giusto?» «Dipende da cosa intendi per ‘sviluppato’. In realtà, sotto alcuni punti di vista abbiamo molto da imparare dal popolo malgascio. Lì sono ancora in contatto con la natura, e non riescono a capire come ci si possa sentire depressi quando si ha un piatto caldo in tavola e un tetto sopra la testa.» Nella mente di Jordi Amorós si profilò il viso grigiastro del consulente capo Ignacio Iranzo. «Touché», sorrise il presidente, che tornò a guardare il curriculum. «Bene, passiamo ad altro. Finora sei l’unico candidato senza MBA. Cos’hai da dire al riguardo?» «Sono troppo cari», ammise Pablo. «E poi, non hanno ancora inventato un master per quello che mi interessa imparare.» «E sarebbe?» Pablo Príncipe non ebbe un attimo di esitazione. «Conoscere me stesso per essere felice e servire gli altri attraverso una funzione professionale che generi ricchezza reale per la società.» Jordi Amorós lo squadrò serio, trasse un respiro profondo e aggiunse:


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«A quanto vedo nel tuo curriculum, questo devi averlo imparato viaggiando da solo per tutto il mondo... Non offenderti, ti prego, ma è la prima volta che faccio un colloquio a una persona che dà tanto valore alla formazione autodidatta.» Il presidente si accarezzò la testa, lasciò il curriculum sul tavolo e proseguì: «Bene, Pablo, sarò sincero con te: in altri tempi non saremmo neppure andati avanti a parlare. Figuriamoci... No, certo..., ti avrei buttato fuori senza pensarci due volte. Ma lo sai che c’è? Mi sono accorto da poco che stiamo costruendo un sistema che lascia da parte le vere necessità delle persone... E abbiamo persino la faccia tosta di chiamarlo welfare, ‘stato del benessere’!» Pablo Príncipe si strinse nelle spalle e rimase in silenzio. «Insomma, Pablo, torniamo a noi. Cosa ti fa credere di essere il candidato ideale per questo posto di lavoro?» «In realtà non so se sono il candidato ideale. Per saperlo, dovrei conoscere più a fondo il profilo della persona che stai cercando... In effetti, Jordi, mi piacerebbe sapere se te la senti davvero di affrontare il cambiamento che volete realizzare nella vostra società», chiese. E lo fece guardando Jordi Amorós dritto negli occhi. «Come dici?» si agitò il presidente. E Pablo, che non rinunciava mai a una domanda dopo averla formulata, tornò a chiedere: «Te la senti davvero di affrontare il cambiamento che volete realizzare nella vostra società?» «Be’, sì... Sento che c’è bisogno di cambiare qualcosa.» «Ti posso fare un altro paio di domande?» «Eh..., come no. Su, spara.» «Credi nel potenziale delle persone?» Jordi Amorós tornò a grattarsi il naso. E neppure questa volta gli prudeva. «Sì, credo nel... Ma certo, è ovvio.» «E nell’umanizzazione delle organizzazioni?» «A cosa ti riferisci esattamente, Pablo?» chiese il presidente, lisciandosi il mento.


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«Mi riferisco alla volontà di creare le migliori condizioni di lavoro possibili affinché le imprese raggiungano i propri obiettivi rispettando e promuovendo il benessere di tutti i collaboratori.» Jordi Amorós annuì e rispose a mezza bocca: «In questo caso, immagino di sì.» «E saresti capace di delegare questo processo di cambiamento alla persona che assumerai?» Il presidente si sistemò di nuovo sulla sedia, si passò la mano sulla testa e trasse un altro sospiro. «Be’, prima dovrei... Adesso vediamo...» Non sapeva cosa rispondere, e neppure come. «Lo dico perché i cambiamenti implicano rinunce, e una volta partiti non si torna più indietro. È una semplice questione di fede.» «Fede?» «Parlo di avere fede nel nuovo, avere il coraggio di avventurarsi nell’ignoto...» Sentendo tali parole, il corpo di Jordi Amorós fu percorso da un brivido. All’improvviso, il presidente ricordò la strana voce che aveva sentito in lontananza durante la sua esperienza di pre-morte... «Abbi fede in ciò che non puoi vedere e comincerai a sentirlo... Credi in ciò che senti e riuscirai a vederlo davvero.» Jordi tornò a guardare il curriculum di Pablo e riprese le redini del colloquio. «Nell’ipotetico caso che ti volessi assumere, Pablo, cosa potresti apportare a questa azienda?» «Fondamentalmente tre cose. In primo luogo, farei una radiografia per vedere com’è lo stato generale dell’azienda, nonché la soddisfazione delle persone che la compongono. Quindi farei il possibile per mettere l’essenziale al centro della strategia aziendale, introducendo nuove misure e politiche orientate a migliorare le condizioni di lavoro. E alla fine punterei sulla promozione dell’autoconoscenza e dello sviluppo personale degli impiegati mediante corsi di formazione emotiva. Che ci riesca oppure no dipende da quanto credi in quello che ti sto dicendo.» Il presidente estrasse dalla tasca un fazzoletto rosa e se lo passò


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delicatamente sul viso, coprendosi il naso e la bocca. Inspirò con tutte le sue forze e rispose: «Eh... Bene... Sì, non suona poi così male...» Pablo Príncipe, che diceva le cose come le pensava, aggiunse: «Credi che potresti fidarti di me per realizzare questo progetto?» E Jordi Amorós, poco abituato a tanta franchezza, rispose: «Questo... Adesso vediamo... Non lo so, credo di avere bisogno di altro tempo...» «Ti fidi dei tuoi collaboratori?» «Allora..., non è così facile. Come sai, c’è di tutto nella vigna del Signore.» «Non so se sarai d’accordo con me, ma so che senza fiducia non si può rischiare. E senza rischio si è condannati a fare sempre le stesse cose e a rimanere sempre nello stesso posto, non credi?» Il presidente cominciò a sentirsi a disagio. L’interesse che provava all’inizio del colloquio era svanito. Il dubbio aveva invaso la sua mente. Il timore, l’insicurezza e la sfiducia lottavano per impossessarsi del suo controllo. Erano i suoi nemici di sempre, gli stessi che per cinquantasette anni l’avevano convinto a opporsi al cambiamento, tenendolo lontano dalla fiducia e dal coraggio annidati nel suo cuore. «E dimmi un po’, Pablo, che esperienza hai accumulato nel campo delle Risorse umane in generale e in quello dei cambiamenti delle condizioni lavorative in particolare?» chiese il presidente, serissimo. Per qualche breve istante, era tornato a essere il freddo e distante uomo d’affari che aveva creato la società di consulenza SAT due decenni prima. «Esperienza, poca, ma sono pieno di entusiasmo e di voglia di fare.» Era la risposta che serviva al presidente per trovare la scusa necessaria. «Mi dispiace davvero, Pablo, ma temo che tu non sia la persona che stiamo cercando», mentì. I due rimasero in silenzio alcuni secondi, pieni di imbarazzo per il presidente.


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«Molte grazie per il tuo tempo, Jordi», si congedò Pablo Príncipe, stringendogli la mano. «Di nulla, è stato... interessante conoscerti. Sei un tipo originale. Ti auguro buona fortuna.» «Posso farti un’ultima domanda?» Guardando altrove, Jordi Amorós tirò un sospiro e annuì. E con sorprendente tranquillità, Pablo Príncipe chiese: «Cosa faresti se non avessi paura?» D’un tratto calò di nuovo il silenzio. Per qualche istante, il presidente si rifugiò nella sua mente. Immaginava se stesso mentre schiacciava un bottone rosso sotto lo scrittoio e vedeva comparire due agenti con gli occhiali da sole e l’abito scuro che buttavano fuori dal suo ufficio Pablo Príncipe. Ma nulla di tutto ciò accadde. E Pablo, che non rinunciava mai a una domanda importante, tornò alla carica: «Dimmi, Jordi, cosa faresti se non avessi paura?» «Non so di cosa parli, Pablo», rispose il presidente, senza riuscire a guardarlo negli occhi. «A quanto ho letto nell’inserzione che hai pubblicato sul giornale», proseguì Pablo, «sarai d’accordo che la cosa che vi serve di più è un cambio di paradigma nel modo di gestire le persone che lavorano qui.» Il presidente aggrottò la fronte, disorientato. Si asciugò di nuovo il sudore con il fazzoletto rosa e chiese: «Cambio di cosa?» «Del modo di pensare, dire e fare le cose in questa società. Potrà suonare stravagante, ma quello che ti propongo è un cambiamento radicale del modo di vivere l’azienda. Non era questo che cercavi?» «Forse, ma adesso non credo sia il momento più adatto.» Nelle ascelle di Jordi Amorós si disegnavano due macchie scure, che si allargavano lentamente sulla camicia. Pablo Príncipe si alzò dalla sedia e aprì la porta dell’ufficio. Lanciò un’occhiata rapida al resto dei candidati e si girò per guardare un’ultima volta il presidente.


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«Ti auguro di trovare qui fuori quello che cerchi.» Il presidente non rispose. Rimase seduto dov’era, mettendosi le mani sulla testa. All’uscita Pablo incrociò di nuovo Verónica Sierra, che riagganciò il telefono senza neppure salutare. «Com’è andata, Pablo? Sei dei nostri?» Pablo Príncipe la guardò con tenerezza, provocando un sorrisino vezzoso sul viso della ragazza. «Sembra che non sia la persona giusta per il tuo capo.» Verónica lasciò cadere le spalle e sospirò, a testa bassa. «Se fosse per me, saresti già assunto. Mi dispiace davvero.» «Non ti dispiacere, doveva andare così. Ti auguro buona giornata.» Quindi scese le scale e si ritrovò di fronte Bernardo Marín. «E allora? Sono una vecchia volpe o no?» Pablo Príncipe scrollò la testa, si tolse la cravatta e se la rimise in tasca. «Dannati manichini!» Il portiere si stava arrabbiando di nuovo. «Perché deve sempre andar male ai migliori?» All’improvviso Jordi Amorós fece irruzione in portineria. «Pablo, aspetta un attimo!» esclamò. «Quello di prima non ero io..., era il mio vecchio io. E non ho più voglia di essere così. Ho preso una decisione. Ti va di essere dei nostri?» «Ma certo», rispose Pablo. «Se per te va bene, comincio domani stesso.» Il presidente e Pablo Príncipe siglarono l’accordo con una stretta di mano. «Complimenti. Sei il nostro primo direttore Risorse umane.» «Grazie mille, Jordi. Non vedo l’ora di rivoluzionare la tua azienda. E poi, ho il presentimento che ci divertiremo un mondo.» Rivoluzionare l’azienda?, si ripeté incuriosito il presidente, Ci divertiremo un mondo?, ma all’istante rise di se stesso, del suo vecchio io. «A proposito», concluse Pablo Príncipe, «la prima cosa che


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vorrei fare è cambiare nome al mio incarico. Se per te va bene, da oggi in poi lo chiameremo ‘responsabile Persone e valori dell’azienda’.» «Non so a lei, signor Amorós, ma a me suona davvero bene», esclamò Bernardo Marín.


Epilogo

Se vuoi davvero cambiare il mondo, comincia da te stesso La cosa migliore che possiamo fare per l’umanità è imparare a vivere in pace con noi stessi. È vero, riconosco che ci ho messo una vita a capire che accidenti significa, ma oggi non posso che condividere appieno questa affermazione. Come la maggior parte dei mortali, anch’io prendevo in giro i manuali di auto-aiuto e i corsi di crescita personale. Sono persino arrivato a disprezzare chiunque cercasse di confidarmi le sue esperienze mistiche, legate agli aspetti più intangibili della nostra condizione umana. A quell’epoca non sapevo perché, ma quella gente mi faceva davvero uscire dai gangheri! Mamma mia, quanto sono cambiato da allora! Alla veneranda età di sessantacinque anni, l’unico che mi azzardo a prendere in giro è me stesso, per l’ignoranza e l’incoscienza che avevo raggiunto. Sapete come si dice: «Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere». Anche adesso che scrivo, al solo pensiero mi vengono i brividi. Come ho fatto a ingannarmi per così tanti anni? Come ho fatto a sbeffeggiare e insultare chi cercava di mostrarmi la strada? Come ho fatto a essere così arrogante? Come ho fatto a perdere così a lungo il contatto con l’unica cosa che mantiene vivi? A essere sinceri, non ne ho la più vaga idea. Quello che di sicuro ho scoperto, è che nulla avviene per caso. Ognuno di noi raccoglie quello che semina. Come ha scritto il grande leader indiano Mahatma Gandhi: «Attento ai tuoi pensieri


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Il Piccolo Principe si mette la cravatta

perché diventeranno parole, attento alle tue parole perché diventeranno azioni, attento alle tue azioni perché diventeranno abitudini, attento alle tue abitudini perché diventeranno carattere, attento al tuo carattere perché formerà il tuo destino, e il tuo destino sarà la tua vita». Davvero saggio, quest’uomo, sissignore. Non riesco a immaginare un modo migliore per esprimere l’immensa responsabilità che ognuno di noi ha nei confronti della propria vita. Quando mi guardo all’indietro e analizzo la mia storia personale, mi rendo conto che in generale non mi è successo quello che io volevo o desideravo, ma quello che mi serviva per imparare a essere felice. Quanto è meravigliosa la vita quando prendi coscienza! Quanto è stupefacente l’esperienza di essere vivi! Quanto tutto acquista senso quando vivi in contatto con il tuo cuore! Non è che sia una persona sentimentale, ma non posso e non voglio dimenticare ciò che conta davvero. Ecco perché ogni tanto mi piace ricordarlo. Soprattutto perché i miei primi cinquantasette anni sono trascorsi quasi senza rendermene conto. Per fortuna, la vita è così saggia e generosa che mi ha fatto flirtare con la morte. Dico sul serio: quel triplo bypass è stata un’autentica benedizione: mi ha fatto aprire gli occhi. È così che ho cominciato a vivere sveglio. Se non fosse stato per la mia morte clinica, niente di tutto ciò sarebbe mai accaduto. Pensate che strano! Solo poche settimane dopo ho conosciuto Pablo Príncipe. Come avrete capito, questo non è il suo vero nome. Ma non conta. Quello che conta è l’impronta che ha lasciato su tutti noi durante i due anni e mezzo che è rimasto nella nostra società. Ricordo ancora la prima volta che ho parlato con Pablo. La sua umiltà e la sua integrità hanno messo in evidenza le mie paure e le mie carenze. La rivoluzione che ha introdotto nella nostra impresa ci ha trasformati tutti quanti, compreso il mio caro Ignacio Iranzo, oggi diventato un grandissimo direttore generale. Da allora in poi, abbiamo modificato radicalmente la nostra scala di valori, e io personalmente ho ridefinito il mio concetto di «successo». Accanto a lui ho imparato a mettere l’essenziale al centro della strategia,


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definendo una nuova missione aziendale: promuovere la crescita personale dei professionisti, sviluppando e cambiando di pari passo la nostra cultura organizzativa e quella delle nostre imprese clienti. Ormai non ho più alcun dubbio: quando hai fiducia in ciò che non sei capace di vedere, cominci a sentirlo nel cuore. E quando credi in quello che senti, prima o poi finisci per farlo davvero. Adesso come adesso, sono certo che l’essere umano – come l’ambiente di cui fa parte – costituirà il centro della nuova filosofia economica che scaturirà dalla crisi finanziaria della nostra epoca. Non sono un visionario, e meno che mai un indovino. Ma sono convinto che le uniche organizzazioni che sopravvivranno sono quelle che faranno del bene all’umanità. Tutte le altre crolleranno sotto il proprio peso. La chiave del nostro futuro come società è che nel presente ognuno di noi creda nella propria responsabilità personale. Non serve a niente fare la vittima. L’unica cosa che ci impedisce di essere protagonisti della nostra vita è la paura. E finché non diventeremo padroni di noi stessi, saremo condannati a essere schiavi delle nostre circostanze. Invece, quanto più cresceremo e ci svilupperemo interiormente, tanto più cresceranno e si svilupperanno progetti aziendali autenticamente produttivi, sostenibili e allineati con l’evoluzione cosciente dell’umanità. Capisco che non sia facile trovare il coraggio. Ma è per questo che siamo qui, no? Per superare le paure che ci limitano e trasformarci nelle persone che siamo in grado di diventare. Tutto si riduce a una semplice scelta individuale. E, volenti o nolenti, la prendiamo ogni giorno della nostra vita. Quello che noi siamo stati e siamo ancora, altri lo saranno. E quello che noi abbiamo fatto e facciamo ancora, altri lo faranno. In pieno 2010 e nonostante la crisi, la nostra società di consulenza continua a crescere e ad espandersi. Il segreto del nostro successo è che mettiamo tutto il nostro impegno nel servire gli altri, creando e generando ricchezza reale per la società. Ma la cosa buffa è che adesso, quando mi invitano a tenere conferenze e la mia foto


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Il Piccolo Principe si mette la cravatta

esce ogni tanto sui giornali, mi rendo conto che per me il successo, quello vero, è semplicemente sentire pace e amore nel mio cuore. Perché con una simile pienezza posso essere il marito affettuoso che si merita mia moglie e il padre attento che si meritano i miei tre figli. Cos’altro può desiderare un essere umano quando è felice? Nulla. Assolutamente nulla. Ecco perché il desiderio compare solo quando ci sentiamo vuoti e insoddisfatti. Quanto è rischioso il desiderio! Se non facciamo attenzione, ci può portare in cima al mondo, ma a costo di corromperci l’anima. Insomma, ormai potrete immaginare la confusione che si crea quando un nonnino come me prende in mano un microfono ed espone le sue riflessioni in prestigiose scuole di economia e rispettabili circoli di imprenditori. Fanno certe facce! È come se parlare della felicità fosse vietato ed essere felici fosse un peccato! Ma io non li giudico. Come potrei farlo, se li capisco alla perfezione? È esattamente la stessa faccia che avrei fatto io solo qualche anno fa. Arriverà anche per loro il momento giusto. Il cambiamento e l’evoluzione della coscienza dell’umanità sono necessari quanto inevitabili. È questione di tempo e la gente sentirà scattare un clic nella propria testa. La verità è che sono tornato in contatto con il bambino giocherellone e sognatore che mi porto dentro. Capisco che le mie parole possano generare ancora molto scetticismo e resistenza. Vi basti pensare che il messaggio centrale di tutti i miei interventi è che il cambiamento di mentalità individuale è ciò che trasforma le aziende, e di conseguenza il sistema. Per questo incoraggio chiunque abbia l’ardire di ascoltarmi a impegnarsi nel proprio autoconoscenza e sviluppo personale. La cosa divertente è che quando parte il giro delle domande, gli anziani non sanno far altro che chiedermi come la penso a proposito della crisi. I più giovani, invece, mi chiedono di Pablo Príncipe. A quanto pare, il suo esempio serve di ispirazione. E prima di andar via, ripeto sempre lo stesso: «Non ho la minima idea di dove sia né di cosa faccia. L’unica cosa che posso dirvi è che se un giorno entra nella vostra azienda uno che si fa chiamare responsabile Persone e valori della società, pre-


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paratevi a vivere un’autentica rivoluzione. E se per caso dovesse comparire nelle vostre vite, fatemi una cortesia: scrivetemi subito, ditemi che il Piccolo Principe è tornato...Âť. Il presidente 29 gennaio 2010


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