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Dario Pontuale

Ho visto il film Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo


FuoriCampo


© Dario Pontuale © Delle illustrazioni, i rispettivi autori © Valigie Rosse, 2014 In copertina: «J.K.J.» di Francesca Ghermandi Progetto grafico e impaginazione: Lisa Cigolini Produzione: Il Cane di Zorro via della Fontanella, 145 - 57128 Livorno valigierosse.net


Dario Pontuale

Ho visto il film Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo


Ci sono due specie di critiche, l’una che s’ingegna più di scorgere i difetti, l’altra di rivelar le bellezze. A me piace più la seconda che nasce da amore, e vuol destare amore che è padre dell’arte; mentre l’altra mi pare che somigli a superbia, e sotto colore di cercare la verità distrugge tutto, e lascia l’anima sterile. Luigi Settembrini

Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende, vado in un’altra stanza a leggere un libro. Groucho Marx


A chi ha scoperto con i libri la magia di poter imbrogliare il tempo. L’oro celai nel mare.


Prefazione La nostra vita è attraversata dai romanzi. Leggere, per molti di noi, significa resistere, sognare, è un antidoto alla malinconia, conforto, consolazione. Il libro è entrato nella mia esistenza attraverso la voce di mia madre che, a San Paolo del Brasile, mi leggeva Monteiro Lobato in portoghese ed Emilio Salgari, il «padre degli eroi», in italiano. Il primo volume letto da solo fu Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain e, pagina dopo pagina, diventavo io Tom e Huck Finn era il mio amico immaginario, che mai e poi mai mi avrebbe tradito. Mi addormentavo, da bambino, pensando di fare gol con la maglia della Juventus oppure di navigare lungo il Mississippi, perdutamente innamorato di Becky Thatcher. Da quel momento in avanti, da quella folgorante lettura, i libri hanno cominciato ad abitare non solo nelle librerie delle mie varie case, ma dentro di me. Nel mio profondo. Posso restare senza tv, senza cena, senza carnevale ma non senza un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie. Ho avuto la fortuna di conoscere molti scrittori, di apprezzare il loro essere oltre le loro opere. Il mio ricordo e il mio ringraziamento vanno a chi non c'è più: Giovanni Arpino, mio maestro di letteratura, ho appreso molto anche dai suoi silenzi quando andavo a trovarlo nella sua casa torinese al quartiere Crocetta, Osvaldo Soriano, Mario Soldati, Ugo Riccarelli, Antonio Tabucchi, Jorge Amado e il professor Stefano Jacomuzzi che, ai tempi dell'università, facoltà di Lettere, mi consegnò la conoscenza di Guido Gozzano, il poeta crepuscolare delle «cose che potevano essere e non sono state». Un dono importante è questo volume che avete tra le mani. Maneggiatelo con cura e conservatelo come un bene prezioso. Parla di libri, della passione per i libri, della passione travolgente per i libri. A scriverlo è un intellettuale senza boria, un lettore senza pace, un divoratore di pagine. Ci racconta, con esemplare sintesi, i testi che hanno segnato il suo cammino letterario-esistenziale. E, alla fine, di ogni narrazione ci indica dove vedere quel libro al cinema o alla televisione. Ho visto il film – Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo, rappresenta uno straordinario invito alla lettura. Pontuale coglie il senso di una storia, con sapienza, con leggerezza, a volte con furore: e ci porta a correre in libreria o in biblioteca per prenderlo, quel volume. E farlo nostro, come un fratello ritrovato. Condivido tutte le sue scelte, sono anche le mie. A cominciare dal primo titolo, Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway: mio figlio

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si chiama Santiago per il «magro e scarno» pescatore. E, proseguendo, ecco i miei amati Stevenson e Fenoglio, Conrad e Svevo, Camus e Salinger, con quei delicati omaggi a Ciampi e Basaglia. E l'immenso Cesare Pavese de La luna e i falò. Con quella frase che per me è un manifesto della nostra comune saudade: «Un paese ci vuole, non fosse altro per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta lì ad aspettarti». Darwin Pastorin

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Leggere avvera i desideri e amplifica i sogni Credo che la lettura sia epidemica, non vi siano vaccini con cui curarla e credo, anzi spero, che nessuna casa farmaceutica ne stia sviluppando uno. Le lettura ti investe quando hai l’età che può essere qualunque età, quella in cui si cerca sé stessi dentro parole scritte secoli prima da persone che, a ben guardare, la pensano come te. La lettura ti assale alle spalle all’improvviso, quando sbatti contro un vecchio libro sullo scaffale di casa, oppure quando lo scovi in una libreria. La lettura, se ti prende, non ti lascia più; è come uno di quei cani da guardia che mordono al polpaccio e non mollano la presa. Iniziando a leggere, però, si diventa avidi, la sana cupidigia di chi riga dopo riga, pagina dopo pagina, parola dopo parola riempie di libri i ripiani della propria mente. Finché una mattina ti svegli dando del tu a Proust, una pacca sulla spalla a Stevenson, un buongiorno a Joyce, un buffetto a Kafka. Amici di vecchia data con i quali condividi interessi, passioni, gusti aspettando di ritrovarli in uno di quei pub fumosi, voglioso di scambiarci quattro chiacchiere offrendogli, magari, una birra. Sei pronto ad offrire la bevuta poiché hai un debito con loro, vuoi ricambiare quel che ti hanno trasmesso, l’inestimabile patrimonio ereditato senza diritti e per il quale qualunque avvocato ti trascinerebbe con forza in tribunale. Viceversa nessuno rivendica nulla. Allora incassi impunito un bel gruzzolo di storie, personaggi e… CLASSICI, soprattutto CLASSICI. Puoi solcare gli oceani su un galeone o sprofondare negli abissi della terra; vestirti da ussaro attraversando la steppa o pescare a mani nude un pesce gigantesco. Puoi svegliarti tramutato in insetto o incrociare le spade alla corte di Francia; scivolare sulle nevi a bordo di una slitta trainata da cani o aggirarti per la città seguendo il canto seduttore delle sirene. Puoi far tutto, volare restando a terra e girare il mondo seduto sulla tua poltrona. Scoprirai che i CLASSICI sono splendidi, ma saperne di più lo è doppiamente. Scoprirai titoli sconosciuti, autori ignoti, storie inimmaginate e ciò può accadere per sbaglio oppure per suggerimento. Scoprirai che gli amici a cui offrir da bere aumenteranno, bisognerà aggiungere delle sedie e ascoltare nuovi racconti, ma non sarà faticoso, tutt’altro. Scoprirai che leggere avvera i desideri e amplifica i sogni. Scoprirai l’universalità dei CLASSICI, la potenza con la quale valicano illesi il buio dei tempi e tu, volendo, potrai essere testimone oculare del più bel piacere degli ultimi millenni. Scoprirai leggendo.

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IL VECCHIO E IL MARE Ernest Hemingway «Era un vecchio che pescava solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva pesce». Il nome di quel vecchio: Santiago. Il titolo del libro: Il vecchio e il mare. L’autore, superfluo dirlo, Ernest Hemingway. Romanzo uscito su Life nel 1952, premiato con il Pulitzer, anticipazione per il Nobel del 1954. La trama è semplice, per metà riassunta nell’incipit. Caraibi, fine anni Trenta. Il vecchio Santiago ormeggia per l’ottantaquattresimo giorno senza aver pescato nulla. Senza famiglia, né affetti, vive miseramente in una capanna accanto al porto. Il suo giovane aiutante, Manolin, lo ha lasciato perché costretto dai genitori a far pratica su imbarcazioni più fortunate. Il ragazzo, tuttavia, affezionatosi all’anziano, lo accudisce trascorrendo giornate a parlare di baseball e pesca. All’alba dell’ottantacinquesimo giorno il vecchio prende il mare in solitudine: alza la vela, giunge a largo, getta in profondità le esche e attende. Qui comincia l’essenza del libro. Hemingway descrive così Santiago: Magro e scarno, aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance aveva le chiazze del cancro della pelle provocato dai riflessi del sole sul mare tropicale e le mani avevano cicatrici profonde.

Lo immaginiamo, allora, sperso sulla spianata blu a bordo di una barchetta, con le esche penzolanti nell’oceano, accecato dall’alba e parlottante con sé stesso. D’improvviso uno strattone, un altro, poi un terzo, il più violento, quello decisivo. Qualcosa nel buio degli abissi sembra abbia abboccato. Santiago afferra la fune provando a far emergere la preda, impossibile, il peso dell’animale risulta eccessivo. Non demorde. Da pescatore esperto attende, asseconda i movimenti del pesce, non tende il filo per non spezzarlo. Il pesce braccato nuota negli abissi trainando la barca distante dalla costa, mentre il vecchio resta con le mani strette alla fune. Si incoraggia sotto voce, cambia posizione per non stremarsi, disinfetta i tagli nell’acqua salata, prova a scongiurare i crampi. Cala la notte con i due ancora legati in quello scontro logorante tanto da far mormorare a Santiago: «Da come ha preso l’esca sembra un maschio, non c’è panico nella sua lotta. Chissà se ha un piano o se è disperato come me?». Nonostante le lunghe ore trascorse i duellanti non si sono mai visti, separati

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dalle profondità dei mari, poi un pensiero come un lampo: «Al di là di tutta la gente del mondo. Ora siamo legati l’uno all’altro e lo siamo da mezzogiorno e nessuno dei due ha qualcuno ad aiutarlo». È una frase sintomatica, quanto quella pronunciata poco dopo: «Grazie a Dio le prede non sono intelligenti come noi che le uccidiamo, anche se sono più nobili e più capaci». È un attestato di merito, un’ammissione di lealtà verso il rivale. Sebbene la lotta trascinerà fatalmente uno dei due alla morte, non sarà per una questione personale, ma soltanto perché ogni sfida esige un vincitore, lo sanno entrambi, difatti: «Tutti uccidono tutti, in un modo o nell’altro». Santiago rimane stretto alla lenza. Centellina la poca acqua restante, esercita una mano paralizzata dai crampi, non molla neppure quando il pesce compie un salto spaventoso. È un gigantesco e possente marlin, un pescespada di oltre cinque metri, con striature violacee che ricade in un tonfo fragoroso. Al terzo giorno di lotta, stremato come un pugile all’ultimo round, il vecchio affonda mortalmente la fiocina nel corpo della bestia, àncora la carcassa alla barca e si affretta a remare verso terra affinché la scia di sangue non richiami i pescecani. I combattimenti, però, non sono ancora conclusi. Il proseguo è da leggere tutto di un fiato, scoprire la tempra umana nella difficoltà è la maggiore eredità lasciata dallo scrittore statunitense. Restare al fianco del vecchio, farsi rinfrancare dalle sue parole e dalla punta della fiocina, sono un modo splendido per consumare le ultime pagine e raccogliere quanto di saggio seminato. Critica e lettori acclamarono immediatamente Il vecchio e il mare, ne furono vendute cinquecentomila copie in sole quarantotto ore e Hollywood ne acquistò i diritti per un film con Spencer Tracy. Con tale successo, difficile restare insoddisfatti, tranne per quel caratteraccio di Hemingway. L’autore mal tollerò i commenti che segnalavano nel romanzo tracce di simbolismo e allegoria, poiché di ritrarre la malvagità della natura a lui non importava, gli interessava, semmai, suscitare emozione dall’azione, catapultare il lettore nel testo. Infatti, a tirare la fune insieme a Santiago, a non allentare la presa, ci siamo anche noi. La scrittura di Hemingway è secca, non sbava mai, resta con i piedi a terra e nella trama, si attiene al succo delle cose, quasi un verbale. I suoi personaggi si identificano in ciò che fanno, in gesti eseguiti con sapienza e provata capacità. Nelle loro azioni c’è la volontà di essere all’altezza dei compiti proposti, all’altezza di un’esistenza basata sulla realizzazione di queste prove restando in un perfetto equilibrio con il mondo. Se catturano un pescespada, accendono un fuoco, cacciano un leone o vengono rincorsi da un toro, non importa; in loro c’è un preciso comportamento etico, un codice morale da rispettare, un regolamento da non in-

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frangere. Una gara dunque, un confronto che esige un vincitore e, necessariamente, un vinto. Un vinto che, seppur battuto, merita rispetto nella sconfitta, rispetto per la fatica impiegata nel contrastare il destino. Hemingway, pertanto, misura la virtù umana in relazione al coraggio mostrato nella lotta, non l’esito di questa, perché è una lotta contro la brutalità della vita. Il senso ultimo è, allora, riassunto nella frase forse più celebre del libro: «L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto». Questo è il sicuro punto di partenza e di arrivo. Il vecchio affronta lo scontro come una prova, una partita apparentemente vinta, poi persa, ben sapendo, tuttavia, che né le vittorie, né le sconfitte sono assolute. A Hemingway, come uomo, accade lo stesso, cerca la propria consolazione nella sconfitta dei vinti, ben sapendo che ognuno viene piegato da una forza superiore e insindacabile. Una pesante cappa, infatti, grava su ogni suo romanzo, così pesante da diventare angosciosa, stringente, asfissiante. Hemingway, come i suoi personaggi, come Santiago, e in fondo come tutti noi, combatte da solo contro la morte.

Il dolore non deve avere importanza per un uomo. (Ernest Hemingway)

Dalla carta alla pellicola Titolo: Il vecchio e il mare Anno: 1958 Durata: 86 minuti Colore: Colore Paese di produzione: usa Regia: John Sturges Interpreti: Spencer Tracy, Harry Bellaver, Felipe Pazos

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LE TIGRI DI MOMPRACEM Emilio Salgari La giacca ben ripiegata in terra vicino al cappello e al bastone da passeggio. Poco distante, riverso in una pozza di sangue, un corpo dalla testa tonda, i baffi neri, piccolo di statura. A rinvenire quel cadavere, in un bosco alle porte di Torino, è la lavandaia Luigia Quirico, subito fuggita in cerca di soccorsi. Il medico legale non ha dubbi sulle cause della morte, un suicidio causato da un affilato rasoio da barbiere che ha dilaniato ventre e gola, come in un antico harakiri. È la primavera del 1911, il 25 aprile per l’esattezza, e quel corpo privo di vita è del celeberrimo Emilio Salgari, uno degli autori più prolifici della nostra narrativa. Poche ore prima, stravolto dall’internamento della moglie e dalle disagiate condizioni famigliari, si era allontanato da casa deciso a farla finita. Prepara tre lettere. Una indirizzata ai figli, un’altra rivolta alla stampa e l’ultima diretta ai propri editori riportante: A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.

Nato a Verona quarantanove anni prima, nel 1862, è uno studente dalle numerose traversie, respinto dalla Scuola Regia, si iscrive all’Istituto Nautico, supera il primo anno, ma il rendimento del secondo è disastroso. Perde la possibilità di conseguire i galloni di Capitano di Gran Cabotaggio, titolo che, malgrado tutto, ostenterà fino alla morte. Si imbarca come mozzo sull’Italia Una, un trabaccolo che costeggia la Dalmazia, non oltrepassando mai Brindisi. Questa circoscritta esperienza sarà, probabilmente, il suo unico viaggio, che colorirà come soltanto gli instancabili sognatori o gli inguaribili bugiardi osano fare. Ho visto il mondo. Sempre in velieri, osservando e fumando montagne di tabacco. In

viaggio stetti sei mesi in navigazione con una sola breve fermata a Ceylon, perché crivellato dai rosicanti.

Crea mille eroi, oltre sé stesso, perché come sovente afferma: «Il destino gli doveva una rivincita». Si impegna in attività senza successo: una biblioteca circolante,

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una rivendita di bicicli; infine, diventa recensore teatrale e scrittore d’appendice per La Nuova Arena. Sulle pagine del quotidiano esce la prima delle numerose storie che Salgari concepisce: La tigre della Malesia. La promozione è spregiudicata, ogni muro veronese viene tappezzato di manifesti raffiguranti un’enorme tigre a fauci spalancate. Il quotidiano monta ad arte la notizia della fuga dell’animale da un serraglio e getta nel panico la popolazione. Trascorre poco tempo e un nuovo manifesto stavolta reca la scritta: «La Tigre sta per arrivare». Finalmente, pochi giorni dopo, la soluzione dell’arcano: «La Tigre della Malesia è arrivata. Leggete La Nuova Arena». La trovata impenna le vendite, l’opera suddivisa in centocinquanta puntate, svela il talento scrittorio e l’inettitudine affaristica salgariana, il quale accetta come unico compenso una torta raffigurante lo striato felino. Nel 1900 il romanzo viene pubblicato in volume con il titolo Le tigri di Mompracem, costituendo il primo degli undici libri che comporranno il famoso ciclo dei Pirati della Malesia. Il successo tra i lettori è dilagante, meno tra i critici. Il Capitano sposa la bruna attrice Ida Peruzzi, ribattezzata romanticamente Aida. Si trasferiscono in via Superga, a Torino, giacché gli editori Speirani garantiscono lavoro costante e retribuito. La famiglia cresce, vengono alla luce quattro figli dall’esotico nome: Fatima, Nadir, Romero e Omar. Emilio pubblica anche con Treves e Paravia, la fama aumenta al pari delle angustie economiche. Sottoscrive un contratto con l’editore Antonio Donath, trasloca a Genova e si impegna a redigere nove libri per quattromila lire annue. Un’impresa improba, ma che onora pur accusando problemi alla vista per le ore trascorse sui fogli. Le paghe risultano insufficienti, la situazione famigliare è caotica, perciò fronteggia il dissesto pubblicando sotto pseudonimi. Lo sforzo, tuttavia, non basta. L’editore Bemporad, per incrementare le tirature e garantirsi una grossa fetta di lettori, promette un consistente aumento allo scrittore veronese e lo strappa alla concorrenza. L’aumento, purtroppo, non sana le emorragie famigliari e costringe Salgari a tornare nel capoluogo piemontese. In casa i figli crescono senza educazione, la moglie è sull’orlo della depressione e, con i nervi logori, il disperato capofamiglia scrive senza riposo. La situazione precipita quando manie furiose e pericolosi atti impulsivi inducono al ricovero di Aida che, viste le scarse disponibilità, viene alloggiata in uno squallido manicomio. Emilio, allora, firma le lettere, prende il rasoio ed esce. Eccoci tornati, quindi, a quel corpo dilaniato alle porte di Torino, ecco raccontata l’affannata vita di Salgari, fecondo autore afflitto da un destino contrario. Per apprezzare il Salgari scrittore, per godere della sua creatività bisogna necessariamente conoscerne la vicenda personale. Evidente, dunque, la sua sia una variopinta, intima, sgangherata autobiografia, zeppa di fatti immaginati e sognati, di

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cui il suicidio è l’ultimo tragico capitolo. Calzanti, senza particolari spiegazioni, le parole di Giovanni Mosca: Attraverso i personaggi il pover’uomo cercava di vivere la vita che avrebbe voluto e mai potuto, piccolo e debole e meschino com’era (e la parola non suoni offensiva).

Proprio così, la vita che avrebbe voluto, la riversa tutta sulla pagina scritta, ecco spiegato come il grande capolavoro salgariano si annidi nel mito di Sandokan. Il romanzo narra le gesta di una banda di pirati che combattono la potenza britannica, salpando proprio dall’isola di Mompracem. Il loro capo è Sandokan, soprannominato la Tigre, descritto così: Di statura alta, slanciata, dalla muscolatura potente, dai lineamenti energici, maschi, fieri

e d’una bellezza strana. Lunghi capelli gli cadono sugli omeri: una barba nerissima gli in-

cornicia il volto leggermente abbronzato. Ha la fronte ampia, ombreggiata da due stupende

sopracciglia dall’ardita arcata, una piccola bocca mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, d’un fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi sguardo.

Al fianco della Tigre della Malesia, suo fidato braccio destro, c’è l’avventuriero portoghese Yanez, uomo di provata lealtà e coraggio. La trama del romanzo si dipana da due principali nuclei narrativi: le continue schermaglie contro l’esercito britannico e il difficoltoso amore tra il protagonista e Lady Marianna, nipote di Lord Guillonk, capo della guarnigione coloniale. Il sentimento tra il pirata e la bella ragazza scocca quando Sandokan, catturato e ferito, viene assistito dalle tenere cure di lei. Dopo lunghi scontri, Yanez e i tigrotti di Mompracem liberano il loro comandante riconducendolo in patria, ma per riabbracciare Marianna, sarà necessario rapirla assaltando nuovamente gli inglesi. I colpi di scena, come i colpi di fucile, non sono ancora finiti. Salgari, forse per un incosciente riscatto sociale, sceglie i propri eroi sempre tra gli audaci insorti e non tra i protervi conquistatori, così Sandokan, come pure l’altro suo celebre paladino, il Corsaro Nero, ne sono l’esempio. Apparentemente fuorilegge, sono in realtà difensori degli oppressi, una fiera marmaglia spinta dal desiderio di libertà e da qualità imprescindibili: il coraggio esibito quando la paura mette a dura prova la tempra; l’onore mostrato nella disgrazia, la lealtà nella ricerca della pace e la vendetta sanguinosa, ma necessaria, per ripristinare la giustizia.

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L’originalità della scrittura del Capitano cova, nell’orchestrazione sapiente tra ritmo e senso dell’immagine. Nelle trame traboccanti di riferimenti storici, scientifici e tecnici, dove l’aspetto illustrativo esalta una vivida prosa, l’equilibrio tra azione e digressione è gestito egregiamente in un ricorrente sali e scendi narrativo, tra pause didascaliche e improvvise accelerazioni. La scrittura visionaria del veronese trasmette un’autentica passione avventurosa e si abbandona a una creatività amplificata dall’inesauribile itinerario iconico. Un mosaico che, seppur composto da tessere non precisamente allineate, presenta un’idea di letteratura, e del mondo, di schietta ingegnosità. Rivelatrice è la definizione di Ann Lawson Lucas: In genere la sua letteratura esprime un messaggio ottimista, che incoraggia a raccogliere sfide, ad avere aspirazioni, ad affrontare rischi per superare difficoltà e ostacoli.

Una letteratura, in definitiva, che stimola l’atavica propensione immaginifica del pubblico e ne amplia i confini, tanto che dopo oltre un secolo le opere del Capitano Salgari, rappresentano ancora uno stimolante modello di romanzo di avventura.

Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli. (Emilio Salgari)

Dalla carta alla pellicola Titolo: Le tigri di Mompracem Anno: 1970 Durata: 90 minuti Colore: Colore Paese di produzione: Italia, Spagna Regia: Mario Sequi Interpreti: Ivan Rassimov, Claudia Gravy

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INDICE (non proibito) DEI LIBRI

Prefazione di Darwin Pastorin

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Il vecchio e il mare – Ernest Hemingway . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le tigri di Mompracem – Emilio Salgari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Moby Dick – Herman Melville . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La luna e i falò – Cesare Pavese . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1984 – George Orwell . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il deserto dei Tartari – Dino Buzzati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’isola del tesoro – Robert Louis Stevenson . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Una questione privata – Beppe Fenoglio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Factotum – Charles Bukowski . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Cronaca familiare – Vasco Pratolini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La linea d’ombra – Joseph Conrad . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La coscienza di Zeno – Italo Svevo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Tre uomini in barca – Jerome Klapka Jerome . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La vita agra – Luciano Bianciardi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Lo straniero – Albert Camus . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Bouvard e Pécuchet – Gustave Flaubert . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Roma – émile Zola . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il giovane Holden – J. D. Salinger . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Leggere avvera i desideri e amplifica i sogni

Profili di uomini e di idee Il poeta con tutte le carte in regola – Piero Ciampi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95 Una connaturale attitudine all’apertura – Franco Basaglia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101


INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI

Ernest Hemingway – Irène Gérard . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Emilio Salgari – Manuela Sagona . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Herman Melville – Sophie Brunner . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Cesare Pavese – Giuseppe Verde . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . George Orwell – Chicco Aiello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Dino Buzzati – Remy Pierlot . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Robert Louis Stevenson – Alberto Valgimigli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Beppe Fenoglio – Alessandro Mainardi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Charles Bukowski – Dominique Theate . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Vasco Pratolini – Gentiane Angeli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Joseph Conrad – Xavier Lemmens . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Italo Svevo – Lorenzo Ghignone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Jerome Klapka Jerome – Francesca Ghermandi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Luciano Bianciardi – Riccardo Sevieri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Albert Camus – Giga . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Gustave Flaubert – Pascal Leyder . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Mario Rigoni Stern – Salvatore Pirchio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . J. D. Salinger – Tuono Pettinato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Émile Zola – Veronica Martinelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

14 18 23 27 31 35 39 43 47 52 56 60 64 68 72 76 81 86 90

Franco Basaglia – Riccardo Bargellini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 96 Piero Ciampi – Alberto Pagliaro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 102


Ho visto il film – Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo, rappresenta uno straordinario invito alla lettura. Pontuale coglie il senso di una storia, con sapienza, con leggerezza, a volte con furore: e ci porta a correre in libreria o in biblioteca per prenderlo, quel volume. Darwin Pastorin

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Ho visto il film  

"Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo" di Dario Pontuale.

Ho visto il film  

"Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo" di Dario Pontuale.

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