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Petr Hruška

Le macchine entrano nelle navi

PREMIO CIAMPI «VALIGIE ROSSE» 2014


Valigie Rosse Poesia Collana diretta da Paolo Maccari e Valerio Nardoni

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Questo libro è stato pubblicato con il sostegno dell’Università «F. Palacký» di Olomouc nell’ambito del progetto di sviluppo MŠMT 2014

Le poesie di Petr Hruška sono pubblicate per gentile concessione della casa editrice Host © Petr Hruška © Della traduzione, Jiří Špička e Paolo Maccari © Valigie Rosse, 2014 In copertina: «La Venere dei porti» di Riccardo Bargellini Progetto grafico e impaginazione: Lisa Cigolini Produzione: Il Cane di Zorro via della Fontanella, 145 - 57128 Livorno valigierosse.net


Petr Hruška

Le macchine entrano nelle navi prefazione di

Jan Štolba traduzione di

Jiří Špička con la collaborazione del poeta

Paolo Maccari

Premio Ciampi «Valigie Rosse» 2014


Quattro radici della poesia di Petr Hruška 1 La poesia di Petr Hruška mi piace. Voglio dirlo subito all’inizio in modo semplice e chiaro. Perché? Perché Hruška è uno dei pochi autori di oggi che prima di ogni altra cosa professano la poesia dell’umano. Nei suoi versi Hruška non si nasconde dietro alle piroette poetiche, non corre dietro agli espedienti retorici a tutti i costi: quello che la poesia significa per lui non sono le metafore vertiginose e le dolci armonie, ma un intransigente contenuto umano. Con questa impostazione si discosta non poco dalla tradizione melico-metaforica della poesia ceca avvicinandosi piuttosto a quella anglosassone, rappresentata da Whitman e Williams, edificata su immagini, sensazioni, visioni. Proprio in virtù di questo atteggiamento Hruška ha suscitato l’attenzione della critica fin dalla sua prima, aspra e laconica raccolta poetica Obývací nepokoje (‘Soggiorni irrequieti’, 1995) finendo per diventare una delle voci poetiche più rilevanti dell’epoca libera dopo la Rivoluzione di velluto. Nella sua poesia, la misura della concretezza da sempre si accompagna a una straordinaria capacità di cogliere in ogni evento un sostanziale momento metafisico, una sutura invisibile ma fondamentale dentro l’esistenza umana, dove il quotidiano si incontra con il trascendente. La sua concretezza, tuttavia, non rifiuta il dono di un’immaginazione sobria e moderata, che resta pur sempre penetrante e originale. Queste sono le caratteristiche che sono andate evolvendosi e allo stesso tempo confermandosi nelle successive raccolte poetiche, che non sono poi molte, essendo state pubblicate con la scadenza di tre-quattro anni. L’originalità e l’unità

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interiore della personalità poetica di Hruška si è rivelata in pieno nel volume Zelený svetr (‘Il maglione verde’, 2004) che raccoglie tutta l’opera poetica disponibile fino a quel momento. E il Premio dello Stato per la letteratura, conferitogli nel 2013 per la sua ultima raccolta poetica, Darmata (2012), sancisce ufficialmente la sua importanza per la società ceca. Pur se la poesia sopravviva in Cechia al margine degli interessi, un poeta come Hruška ha una straordinaria importanza e influenza benefica per la società ceca di oggi, malgrado la sua letargia e, in un certo senso, contro la sua stessa volontà. Per quale motivo? Per la calma precisione con cui Hruška riesce a identificare i momenti esistenziali e sociali decisivi nella vita delle persone. Per la sua abilità di riportare in poesia, senza sforzo, questi momenti essenziali, in modo sintetico e circoscritto. Accanto alla sua calma dizione sta poi, imprescindibile, l’implicita urgenza della poesia di Hruška, la cui tensione, facilmente percepibile, è di frequente impregnata dell’intransigenza del poeta, fino a una sorta di accanimento soggettivo. Hruška, però, unitamente ai suoi toni indomabili, duri e inflessibili nei confronti della stupidità e della profanazione dell’epoca presente, offre anche tenerezza nella sua poesia. Sono tratti inequivocabili, essenzialmente umani, in definitiva, del tutto semplici e umili: che tanto più sono tali, tanto più urgentemente li ricerchiamo nel mondo post-industriale che non ha né frontiere né scrupoli. 2 Hruška, nato nel 1964, è emerso da una generazione che ha ancora pienamente vissuto gli anni della cosiddetta «normalizzazione», l’ultima fase del regime comunista.

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Erano gli anni di uno strano tempo senza tempo, di acque stagnanti, quando il regime aveva tutto il Paese sotto il suo controllo, la propaganda politico-culturale dominava i media e tramite essi ostentava un’immagine di onnipresente felicità e benessere. È vero che a quest’immagine non credeva nessuno, ma quasi tutti scuotevano la testa in segno dell’ubbidiente assenso e addirittura, a loro volta, lo realizzavano con le loro personali fughe nelle casette di campagna, dove contenti e soddisfatti curavano i giardini e si esercitavano nei lavoretti manuali mantenendosi indifferenti nei confronti delle questioni politico-sociali. Gli anni della normalizzazione erano anni della «noia tautologica» (Václav Havel) e della famigerata «calma per lavorare», così esaltata, in opposizione a un qualsiasi moto di disturbo attivato da un’opposizione o da una critica sociale, da Gustáv Husák, l’allora Presidente della Repubblica, il «Presidente dell’oblio», come l’ha definito Milan Kundera. Gli anni della normalizzazione erano anni in cui apparentemente non accadeva niente. Ciononostante, il Paese era occupato dall’invisibile armata sovietica e decine di dissidenti erano perseguitati senza scrupoli, carcerati ed espulsi in esilio. Ognuno impostava come meglio poteva il proprio livello di assenso al regime, nel tentativo di barcamenarsi e di cercare delle scappatoie, secondo la misura del proprio coraggio, della libertà e dell’autostima interiori. Ma le persone si trovarono a dover fronteggiare dilemmi non facili anche in situazioni in cui non rischiavano una diretta repressione. E soprattutto la sfera dell’arte e della letteratura erano strettamente sorvegliate dagli ideologi del regime. Hruška non pubblicava durante la normalizzazione, difficilmente sarebbe stato possibile. Per i gusti del regime la sua poesia era troppo cruda e sincera. Anche se Hruška non

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trattava argomenti politici, il regime di allora avrebbe riconosciuto immediatamente la sua voce che parlava libera e senza limitazioni ideologiche. Simili voci erano giudicate automaticamente inammissibili e pericolose: manifestavano infatti la verità interiore sullo stato della società, quell’autentica, unica e intima verità dell’uomo. Aprivano spazi umani dentro cui il regime non aveva accesso con le sue goffaggini, gli schemi ideologici e le menzogne celestemente trasparenti, dove ai suoi occhi si nascondeva una minaccia di indipendenza interiore. Chi, come Hruška, era in grado di scorgere la realtà nuda nel tremito di un unico eloquente secondo, non poteva essere accettato dal regime, che aveva invece bisogno di aggiustare continuamente la realtà, di adattarla, di smussarne le punte, di verniciarla con colori rosei. Lo stretto legame con la realtà: è questa la prima radice della poesia di Hruška. Sorprende come le poesie della sua prima raccolta, Soggiorni irrequieti, siano grezze, come riescano a creare un contatto tangibile con le cose, ma come, allo stesso tempo, siano anche inequivocabilmente, stuzzichevolmente ellittiche. Tali poesie ci rapportano in modo fisico e sensoriale con una ineludibile realtà. Tuttavia, ci permettono di intravedere una certa assenza, che si trova invischiata nella realtà: urtiamo fisicamente contro la realtà, ma pur sempre troviamo in essa molto di indescrivibile e di ineffabile. Così, cerchiamo subito di riempire come possiamo questo spazio vuoto, con la nostra umanità, stabilendo un piccolo, pacifico patto con la realtà, della durata di un solo secondo. Per un attimo ci troviamo a essere in armonia con la sua incomprensibilità. Hruška cerca sin dall’inizio di introdurci nello spazio di questa camera di soggiorno irrequieto, dell’intesa-non intesa con la realtà, concentrandosi sul

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momento dell’appello e dell’allocuzione con i quali la realtà stessa ci aggredisce. 3 L’impressione che ci dà la poesia di Petr Hruška è quella dell’immediatezza. Il poeta ci invita a condividere i momenti – spesso intimi – che ha vissuto, ci comunica le sue osservazioni, sempre sottili e sorprendenti. Un umile maglione verde può diventare il segno di tutti quegli anni che abbiamo vissuto con la nostra compagna. Oppure, un incontro inatteso con la propria moglie nell’oscuro della dispensa di casa, può diventare miracoloso: due individui che si conoscono intimamente si incontrano improvvisamente nel buio, come due estranei che si attraggono. Dentro le nostre vite viviamo ininterrottamente altre intime ed eccitanti vite, che ci offrono la loro tenerezza e il loro mistero, la loro muta, seconda verità delle nostre vite veraci. La poesia di Hruška appare diretta e sempre a portata di mano, ma questo non vuol dire che sia banale o semplicistica. Nelle immagini concrete che strappa alla realtà, egli riesce a cogliere il mistero dell’istante con mirabile sottigliezza, in un unico momento personale riesce a svelare la giusta misura o lo stato d’aggregazione del tempo fatale che viviamo in ogni secondo della nostra vita. Dalle poesie piuttosto brusche e laconicamente spaccate della prima raccolta poetica, Hruška progredisce poi verso accenti più morbidi e sottili, più permeati di umanità. Nelle raccolte Měsíce (‘Mesi’, 1998) e Vždycky se ty dveře zavíraly (‘La porta si chiudeva sempre’, 2002) si va costruendo uno straordinario mito della casa, della cucina, dei più comuni e più privati spazi casalinghi, in cui si concentra tutto l’universo della quotidianità. Lo spazio della cucina ha uno stra-

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no e magico potere: i più banali e apparentemente effimeri momenti riescono a trasformarsi, per un raro incantesimo, in decisive epifanie dell’esistenza. Un gesto sfuggente della donna, il buio fuori dalla finestra, una cartolina piegata, un residuo di neve dietro casa: tutte queste futilità sono come dei passaggi segreti, che riescono a condurci verso una nascosta, impensata essenza. Ma si tratta di un passaggio non ricercato e non sostenuto da particolari effetti poetici: è naturale come il respiro. Questa è la seconda radice della poesia di Hruška: la capacità di costruire una vertiginosa rappresentazione poetica zen, una condensazione poetica che, da un attimo microscopico della comune ordinarietà, estrae un atemporale significato umano. Non siamo più in una semplice cucina o chiusi in una casa qualunque: all’improvviso, la cucina e la casa volano attraverso il cosmo, e il microcosmo umano, da un momento all’altro, è perfettamente confrontabile con la sconfinatezza del cosmo grande. Sono due cosmi che s’incontrano in una gara di incommensurabilità e di inafferrabilità: di continuo si intersecano e si sovrappongono l’un l’altro. 4 Nella successiva raccolta, Auta vjíždějí do lodí (‘Le macchine entrano nelle navi’, 2007), però, assistiamo a un sostanziale spostamento: Hruška non è più un poeta mite, di momenti intimi e tranquilli, di un rapimento zen. Nel suo petto trema e sale adesso una certa stizza. Hruška riesce a essere ostinato, dà a se stesso (o allo spazio circostante?) comandi stranamente impersonali tramite l’accumulo di severi e inappellabili verbi all’infinito, come se ci fos-

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se qualcosa a cui non volesse o non dovesse soccombere. Come se fosse necessario far fronte a qualcosa, proteggere un ritaglio dell’intatto, integro cosmo umano. Dal sacrale spazio della cucina, siamo all’improvviso trascinati in un modo tutt’altro che usuale per questo poeta, nell’abitacolo dell’automobile, uno spazio sempre intimo, ma nello stesso tempo angusto, claustrofobico, spersonalizzato. L’originario mito della casa e della cucina acquista all’improvviso una dimensione completamente diversa. È vero che l’abitacolo dell’auto rimane un rifugio, al contempo, però, questo rifugio ci stringe visibilmente, ci rapisce sfrecciando attraverso lo spazio. Dentro l’abitacolo non siamo più soltanto esposti al cosmo, ma siamo in gran parte divorati da esso senza pietà, senza che esso si curi di comunicarci la nostra futura sorte. E non solo: gli abitacoli delle automobili, queste impotenti piccole anime in fila, tacitamente entrano – nella poesia centrale della raccolta – nelle viscere del traghetto, si lasciano divorare da Leviathan; ugualmente, non sappiamo quale sia la sua disposizione verso di noi: lo percepiamo come una mostruosità. Siamo in viaggio e andiamo avanti, ci abbandoniamo a un vascello errante o forse a un ventre della balena biblica, mentre la meta del nostro viaggio e come esso avverrà sono ormai fuori dalla nostra portata. Resta una muta ammirazione nei confronti della mostruosità che ci circonda; ammirazione e stupore che facilmente si possono trasformare in pura paura e terrore. La sensazione di pericolo, di stretta, il disaccordo con il mondo circostante sempre più violento, veloce e spietato sfociano infine nel libro Darmata (2012), la più solida delle sue raccolte, protesa verso l’universale, abitata da un’aperta sensazione di irrequietezza sociale, da una protesta sociale e civile che è privata ma decisa; tutto ciò sfocia anche in mo-

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menti di autoaccusa e di dubbi sulla comunicazione umana in generale o più specificamente intergenerazionale. Il padre e il figlio stanno sulle rive opposte del fiume, il figlio grida qualcosa con insistenza, ma il padre coglie solo parole misteriose, senza senso, che assomigliano a un linguaggio cifrato e indecodificabile... Qui incontriamo la terza radice della poesia di Hruška: la sensibilità e l’attenzione per i rapporti umani e per l’umanità in generale, per la sua fragilità e abbondanza, ma anche per la sua nodosa inflessibilità e una solitudine e orfanezza misteriose, al cui limite l’uomo si muove cercando continuamente un bilancio. Hruška percepisce allo stesso tempo l’umanità e l’essere uomo, a tutti i livelli: da quello intimo e familiare, fino a quello sociale, collettivo, civilizzato o emarginato. Riesce a cogliere la fragile solitudine della madre; con una crudele franchezza registra un’estraneità perfino fisicamente robusta verso il proprio padre (la quale coincide con un toccante legame reciproco); nella sua memoria si incide il grido incomprensibile del giovane figlio lanciato attraverso la rapida del fiume come una domanda permanente, come una catena di domande: vuol dire che per tutta la vita non riusciremo mai a capirci? Quali parole o segni sono comprensibili e quali no? Rispetto alla nostra capacità o incapacità di comunicare, non è alla fine più importante il mero fatto di esserci ritrovati insieme in un unico e identico istante, legati dall’urgenza e dall’inafferrabilità di quella scena così intensa, della quale siamo entrambi attori? Finalmente, in una semplice macchia di colore rovesciato nell’angolo trasandato di una chiesa, Hruška non cerca Dio, ma la mano che ha rovesciato il barattolo di vernice. Cerca il momento della titubanza umana, dello sbaglio umano, dell’impaccio che hanno lasciato una muta e sin-

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cera traccia. Cerca il colore bianco rovesciato e inerme, in opposizione alla civiltà ampollosa e sicura di sé, vanitosamente infallibile e onnisciente. Hruška non ha bisogno di dire molto, non deve ricorrere a una patetica geremiade per esprimere un’opinione risoluta sulla società e per sottolineare la propria posizione, per manifestare senza clamore che egli sta dalla parte di coloro che a causa del fracasso e dell’assalto della civilizzazione sono stati estromessi dal loro spazio vitale, e resi emarginati, dei veri e propri senzatetto, anche in senso materiale, non solo metaforico. La quarta e ultima radice del valore e della natura dei versi di Hruška è infine la loro urgenza: leggendoli, percepiamo sempre che la poesia è per lui un’esperienza fondamentale, una scoperta dell’istante e della sua essenza, addirittura una soluzione metaforica del momento presente, del rapporto, delle sensazioni e delle emozioni accumulate. Hruška non si esibisce, non recita parti sofisticate o grottesche, evita la metapoesia, ogni tipo di allusione o mistificazione, ma ci conduce nella sua vita e con tutta naturalezza ci parla di quello che vive. Si tratta, a suo modo, dell’eterno ritorno alle radici e al senso della poesia, dello scrivere, dell’arte. Per questo la poesia di Hruška è così straordinaria e per questo mi piace. Jan Štolba

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Le macchine entrano nelle navi


ZATÍMCO JSME V KUCHYNI Vjeli bychom do tmy žluté větve nesázených javorů sahaly by hrabivě po autu Někde na kraji byla by tam počmáraná kaple ale nemusela by být ani ten vyhozený plech deště nemuselo by tam být nic Vystoupili bychom stáli vedle sebe bezradně a pevně ve svetrech a ve světlech nádherný kouř od úst Teprve pak bych sešel dolů přeptat se na cestu

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MENTRE SIAMO IN CUCINA Entreremmo nel buio i rami gialli degli aceri selvatici si allungherebbero avidi sull’auto In un luogo ai margini ci sarebbe una cappella imbrattata ma potrebbe anche non esserci neanche quella lamiera abbandonata alla pioggia potrebbe non esserci niente Scenderemmo staremmo insieme in piedi irresoluti e fermi dentro la luce dei fanali e nei maglioni – uno stupendo fumo dalla bocca Solo dopo scenderei giÚ a chiedere la strada

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KRÁDEŽ Ty naše věci z odcizené tašky jistě v závětří u řeky zklamaně házeli na jednu hromadu: košili s kostkami, obálky, červenou ženskou sponu. Jistě to leží někde na sněhu, navždy, v nepotřebě. Obálky se občas pohnou. Modrá barva košile těžkne. Kdy naposledy jsme byli tak spolu?

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IL FURTO Sicuramente nascosti, al fiume, avranno, delusi, buttato in un mucchio ciò che custodiva la borsa alienata: la camicia a quadri, buste da lettere, una fibbia rossa da donna. Sicuramente tutto giace da qualche parte nella neve, ormai inutile per sempre. Le buste ogni tanto oscillano. Il blu della camicia s’appesantisce. Quand’è l’ultima volta che siamo stati così insieme?

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NOCLEH tiráky řvaly jak hladová noční zvěř volala jsi na mne cenu pokoje pro dva chlápek od pumpy kostnatý nevyspáním nás pak vedl po strmém schodišti Berlín Krakov Terst všechno bylo za náma nikdy jsem neviděl tak úzký pokoj když jsme se chtěli otočit museli jsme se obejmout

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PERNOTTAMENTO i tir urlavano come fameliche bestie notturne mi hai gridato il prezzo della camera doppia il tizio del distributore ossuto dal poco sonno ci ha poi condotti sulla scala ripida Berlino Cracovia Trieste tutto era alle nostre spalle non ho mai visto una camera cosĂŹ stretta quando ci giravamo dovevamo abbracciarci

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Hruška non pubblicava durante la normalizzazione, difficilmente sarebbe stato possibile. Per i gusti del regime la sua poesia era troppo cruda e sincera. Anche se Hruška non trattava argomenti politici, il regime di allora avrebbe riconosciuto immediatamente la sua voce che parlava libera e senza limitazioni ideologiche. Simili voci erano giudicate automaticamente inammissibili e pericolose: manifestavano infatti la verità interiore sullo stato della società, quell’autentica, unica e intima verità dell’uomo. Jan Štolba

ISBN 978-88-98518-09-8

9 788898 518098

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Le macchine entrano nelle navi  

Petr Hruška - Premio Ciampi Valigie Rosse 2014

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Petr Hruška - Premio Ciampi Valigie Rosse 2014

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