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Costanzo Ferraro

CimettolafaCCia Narrativa


GLI ASTEROIDI collana diretta da Tiziano Camacci

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Questo libro senza l’intervento di Silvia Lavalle, che ha ascoltato e messo per scritto il racconto di Costanzo Ferraro, non sarebbe mai nato. L’autore e l’editore le rendono omaggio fin da questa primissima pagina. © Costanzo Ferraro © 2014 Valigie Rosse, Livorno Immagine di copertina: Riccardo Bargellini e Manuela Sagona Progetto grafico e impaginazione: Lisa Cigolini Produzione: Il Cane di Zorro via della Fontanella, 145 - 57128 Livorno valigierosse.net


Costanzo Ferraro

cimettolafaccia con una nota di

Gian Luigi Carlone Giorgio Li Calzi Johnson Righeira


Una storia trasparente come una pergamena

Il giorno in cui rileggerò questo libro e tutto quello che c’è scritto sembrerà fantascienza, festeggerò, anche da solo. Brinderò a Costanzo e al suo coraggio di raccontare le cose come stanno, di fare nomi e cognomi, come fosse uno schiavo d’America che per la prima volta ha il coraggio di raccontare la sua schiavitù. Perché di questo si sta parlando, di come chi ha potere, da qualsiasi parte stia, di qualsiasi sesso o provenienza geografica sia, lo eserciti nei confronti di chi non ne ha (o meglio, non ne è interessato) e come si voglia far sentire “inutile” chi già così si sente di suo. Mi piacerebbe leggere questo libro, come succedeva un tempo, a episodi su un quotidiano, magari in prima pagina, la domenica. Gian Luigi Carlone


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Carlone, Li Calzi, Righeira

Ho appena finito il libro di Costanzo. Una storia che racconta l’esperienza di una vita libera. Una storia trasparente come una pergamena, mai retorica, in cui Costanzo mette a nudo le sue felicità, le sua paure, le sue solitudini, nell’Italia surreale e western che ci circonda. Una storia che narra specialmente l’amore, quel dettaglio che ci fa dimenticare il western intorno a noi. Giorgio Li Calzi

Siamo alle solite. Ma perché Costanzo è costretto a scrivere un libro in cui ci racconta per filo e per segno la sua battaglia contro le insormontabili barriere (e non parlo di quelle architettoniche) che un Paese come il nostro sembra far di tutto per accrescere anziché abbattere? Perché un cosiddetto “disabile” è costretto a scontrarsi con interminabili elenchi di cose che non può fare invece di poter scegliere liberamente tra le mille e mille che, al contrario, potrebbe fare?


Una storia trasparente come una pergamena

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Questa scrittura è veramente forte, con un candore e una consapevolezza disarmante Costanzo ti sbatte in faccia la sua vita costringendoti a diventare suo amico e facendoti venire una voglia irrefrenabile di chiamarlo e raccontargli i cazzi tuoi, perché è così che è bello fare tra amici. Questa scrittura è veramente forte, e allora io spero che la prossima volta possa voltare pagina e scrivere un romanzo, oppure, visto un certo humour nero che qui trapela tra le righe, un libro di storielle, o di barzellette, magari sul rapporto tra disabili e cosiddetti “abili”. Ma poi “abili” in cosa? Io, per esempio, ci ho messo più di un mese a scrivere queste tre righe di prefazione... Johnson Righeira


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Prima di tutto

Conosco Costanzo a giugno del 2010; un’offerta di lavoro su un portale di annunci specifici. Complice un progetto denominato “Vita indipendente”; trattasi della sperimentazione di una innovativa forma di sostegno alla persona con grave disabilità motoria. Quindi un’assistenza personale autogestita con uno o più collaboratori scelti, assunti, formati e retribuiti direttamente dalla persona disabile sulla base di un piano personalizzato e l’assegnazione di fondi regionali necessari. Così, l’assistenza personale autogestita permette alla persona disabile di operare le scelte fondamentali che riguardano la propria vita, avvicinandosi a un’esistenza di pari opportunità rispetto alle persone senza disabilità. I soggetti disabili devono chiaramente manifestare capacità di autodeterminazione e volontà di gestire in modo autonomo la propria esistenza e le


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proprie scelte, consapevoli che l’assunzione di assistenti personali, individuati e formati direttamente, li vede impegnati nel ruolo di datori di lavoro con tutti i diritti e doveri che ne conseguono. Pertanto, tale assistenza autodeterminata offre posti di lavoro ai collaboratori, pienamente in regola, variabili per qualità, età, nazionalità, abilità o competenza, in un settore che altrimenti potrebbe impiegare lavoro sommerso. Costanzo ha fatto apposita richiesta agli organi competenti per poter fruire di tale opportunità. Freme nell’attesa di una risposta e intanto decide di effettuare colloqui preliminari. Conosco Costanzo il 5 giugno. È la prima vera giornata calda. Arrivo a Pisa. Costanzo mi aspetta alle 18:30 a casa sua. La sua assistente mi fa strada. Il tempo di uno sguardo veloce all’ ingresso ed entro in camera. Costanzo è seduto sul letto, una maglietta gialla e un paio di jeans lavaggio chiaro. Le presentazioni, un sorriso spalancato e occhi scuri. L’assistente l’aiuta a sedersi alla sua scrivania: un computer, una laurea appesa. L’ambiente è piuttosto asettico; la camera non parla di lui, se non per una fila di cd, una Madon-


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na appesa e una foto di Costanzo bambino. Guardo meglio. Il sorriso è lo stesso, vestito tricolore; è il lontano 1982 e Costanzo bambino festeggia la vittoria dell’Italia ai mondiali di Spagna. Oggi, 30 anni dopo, osserviamo alla tv il tricolore steso su bare di mogano e trite facce delle alte cariche dello Stato. Ci sorprende un conato di vomito. In poco più di mezz’ora proviamo a conoscerci. È facilissimo. Come un fiume in piena, parliamo di musica, di rock, respiriamo De André, commentiamo le sorti dell’Italia. Mi accorgo in un attimo che Costanzo è uguale a me: siamo cresciuti con Goldrake, l’Uomo Tigre e SuperGulp; abbiamo ascoltato Bruce Springsteen e i mitici anni ’80 ci hanno macchiati indelebilmente. Non so nulla di lui, ma sento di conoscerlo o forse spero di conoscerlo meglio. Da subito mi appare un perfetto cocktail di tenerezza e forza. Costanzo nasce a Capri il 4 gennaio del 1971 con una tetraparesi spastica distonica. Silvia Lavalle


Al mondo con una ventosa. Direi, determinato

Avverto ancora adesso, mentre mi racconto, un senso netto di fastidio, che trasuda di rabbia, quando ricordo schiacciante quella stupida frase: “Che fortuna Costa’, che sei nato a Capri!”. Certo, che fortuna, vivo in una delle più belle località di mare, ma il mare è per me inaccessibile, così come lo saranno i luoghi specialistici della mia riabilitazione. Per la precisione nasco a Piano di Sorrento nella clinica privata San Michele. Negli anni ’70 questo è l’unico antidoto alla paura di partorire all’ospedale di Capri. Ma anche in questa clinica si partoriscono disastri; il giorno che sto per nascere non c’è il primario, per averlo a disposizione si deve pagare. Non c’è il professor Gargiulo, il cui figlio, fino a qualche tempo fa, si è trovato comodamente seduto sulla poltrona di Elisir a Rai 3, ospite di Michele


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Mirabella, in qualità di medico di base dispensatore di buoni consigli. Oggi non sarebbe stato un parto naturale, ma un routinario cesareo, allora però, vista la complicazione del caso, preferirono addormentare mia mamma a sua insaputa e farmi venire al mondo con una ventosa. Attaccato alla vita come una ventosa, respiro ancora oggi tutto l’ossigeno che posso a pieni polmoni. Nasco asfittico, muoiono migliaia e più cellule e ho un danno permanente al sistema nervoso centrale. Nei miei primi due anni di vita, si pensa soltanto a un semplice ritardo motorio, finché un ortopedico spara la terribile diagnosi e la mia condanna: sono spastico. Tutto ciò che ricordo di quegli anni è filtrato dal racconto dei miei genitori. Come tutti gli altri bambini vado all’asilo. Il più vicino a casa mia è l’asilo “Tommaso de Tommaso” (primo sindaco democristiano di Anacapri) gestito dalle suore. Ma non posso rimanerci a lungo. Nonostante io sia sempre in disparte isolato dai miei compagni, nonostante io non sappia ancora camminare se non sulle ginocchia,


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disturbo la classe, addirittura sciolgo il fiocco ai grembiuli dei presenti. Questo riferiscono le suore a mia madre, per poter celare il secolare retaggio della loro ipocrisia. Non ricordo di aver avuto dei superpoteri. E così eccomi iscritto a un asilo pubblico, scomodissimo da raggiungere. Mamma deve fare una spaventosa rampa di scale con me in carrozzina. L’asilo è ricavato in una villa nella bellissima via Folligara, ma è dall’altra parte del paese. Non ricordo nulla di quel periodo, se non la dolcezza della maestra Annamaria Catuonnio: a parte la mamma, la prima figura femminile del mio universo, e la mia costante ricerca di protezione, calma, serenità, mitezza come caratteristiche fondamentali delle donne che mi circondano. A sei anni ancora non cammino, finché non entro in un centro specialistico ad Anzio, sul litorale romano. Qui, il dottore, allievo del professor Bollea (grande luminare della neuropsichiatria infantile), mi mette letteralmente in piedi e mi dice di muovere le gambe. Io vacillo, ho scarso equilibrio, sto per cadere. Mio padre ha più paura di me, tenta di sorreggermi. Il dot-


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tore sa che posso cavarmela da solo, devo cavarmela da solo. Mio padre invecchierà e le sue mani forti non potranno salvarmi. Così, con quasi cinque anni di ritardo, mi ritrovo a muovere i primi passi nel parco della struttura di Anzio; un’immagine buffa di me completamente bardato con ginocchiere, gomitiere e casco. Mi reco in questa struttura a più riprese, finché non inizia la scuola dell’obbligo. Ricordo pochissimo, qualche altro bambino disabile; Patrizia con deficit mentali, giocherellona e tenera; Livio, autistico, capace di canticchiare nel suo silenzio e di modi aggressivi per rompere il suo muro. All’età di sette anni vado in prima elementare, alla scuola “Benedetto Croce”. Mi piace evidenziare come negli anni ’70 la scuola avesse ancora un’impronta, che qualcuno, in senso dispregiativo, definirebbe “nozionistica”. Se oggi, a quarantuno anni, parlo e scrivo un italiano corretto, e ciò mi permette di relazionarmi in svariati contesti e di impegnarmi in settori politici e sociali, lo devo proprio a quell’impronta nozionistica.


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Nella scuola vecchio stile non esistono laboratori né espressioni di attività ricreative; si studia soltanto: aritmetica, geometria piana, geografia, storia, italiano da masticare quintali di grammatica, con spietate analisi logiche e del periodo. Ai miei occhi di bambino appare tedioso, ma oggi riconosco la grandezza della mia maestra. Ancora più grande, forse immensa, mi appare nel ricordo la mia macchina da scrivere, la mitica Olivetti “Lettera 32” di colore verde. E una fatica bastarda per i miei movimenti involontari che mi portano all’uso completo della sola mano sinistra, mentre gli altri bambini sfogliano fogli di piuma in quaderni colorati. Da subito mi innamoro della storia, una passione schiacciante, che condizionerà le mie scelte future. Amo la storia, amo studiarla. Inevitabilmente, ciò mi porta a schierarmi da una parte ben precisa. Per me la storia è una scienza, un’evoluzione scientifica della realtà, causa ed effetto, azione e reazione di momenti esatti. Non è narrativa, non è mitologia. Per comprendere la storia è più importante una mente scientifica che umanistica. E il mio


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approccio alla conoscenza comincia molto presto, quando sento crescere la mia maturità rispetto ai miei compagni di scuola. Con qualcuno di loro gioco, dopo i compiti, a casa mia. Con nessuno di loro stringo vere amicizie e non esistono ancora i social network per inventarmi degli interlocutori. Con lo studio non ho difficoltà, prendo ottimi voti, ma sono troppo piccolo per rendermi davvero conto che la scuola sarebbe stata il punto di partenza per la mia emancipazione. Ringrazio i miei genitori che, per non farmi saltare neppure un giorno di istruzione, hanno addirittura saltato terapie e riabilitazioni. Nel giugno dell’82 finisco la quinta elementare e faccio la Prima Comunione con mia sorella. È l’unico periodo in cui frequento assiduamente la chiesa di Anacapri. Rientrerò in una chiesa dopo undici anni per fare la Cresima mea sponte nella parrocchia universitaria di San Frediano, a Pisa.


Questa scrittura è veramente forte, con un candore e una consapevolezza disarmante Costanzo ti sbatte in faccia la sua vita costringendoti a diventare suo amico e facendoti venire una voglia irrefrenabile di chiamarlo e raccontargli i cazzi tuoi, perché è così che è bello fare tra amici. Johnson Righeira

ISBN 978-88-98518-01-2

9 788898 518012

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Questa scrittura è veramente forte, con un candore e una consapevolezza disarmante Costanzo ti sbatte in faccia la sua vita costringendoti a...