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OROLOGIO SENZA LANCETTE Carson McCullers


Tratto da Carson McCullers “Orologio senza lancette”

In Novembre Malone ebbe un collasso e per la seconda volta entrò in ospedale. Fu contento di starci. Pur aven� do cambiato medici, la diagnosi non era cambiata. Dal dottor Hayden passò al dottor Calloway e da questo, al dottor Milton. Ma sebbene gli ultimi due fossero cristia� ni (membri della Prima Chiesa Battista e della Chiesa Episcopale), il verdetto medico fu lo stesso. Poiché aveva già chiesto al dottor Hayden quanto tempo avrebbe vis� suto ricevendone la inattesa, spaventosa risposta, stette attento a non chiederlo più. Anzi quando passò al dot� tor Milton, insisté che lui stava bene, che voleva solo un normale controllo e che un medico aveva accennato a un lontano sospetto di leucemia. Il dottor Milton confermò la diagnosi e Malone non fece domande. Il dottor Mil� ton consigliò il ricovero in ospedale per qualche giorno. Così ancora una volta Malone guardò il vivido sangue colare a goccia a goccia, ed era contento perché facevano qualcosa e le trasfusioni lo rinforzavano. 2


Il lunedì e il giovedì un’inserviente entrò con dei libri su un carrello, e il primo scelto da Melone fu un giallo. Ma il giallo lo annoiò: non riusciva a tener dietro alla trama. La volta dopo, quando ripassò l’inserviente, re� stituì il giallo e diede un’occhiata agli altri titoli: i suoi occhi furono attratti da un libro intitolato Dalla malattia alla morte. Aveva allungato la mano quando l’inserviente disse: «È sicuro di volere proprio questo? Non dev’essere molto allegro»��������������������������������������������� . Il tono gli ricordò la moglie e lo rese im� mediatamente deciso e furibondo: «È il libro che voglio, non sono allegro e non ci tengo ad esserlo». Dopo aver letto mezz’ora, Malone si chiese perché aveva strepita� to tanto per quel libro, e per poco si assopì. Quando si svegliò aprì il libro a caso e cominciò a leggere tanto per leggere. Dal disordine della stampa alcune righe gli col� pirono la mente e subito fu sveglio. Lesse e rilesse quelle righe: “Il maggior pericolo, quello di perdere se stessi, può anche passare sotto silenzio come se non fosse nulla; mentre di ogni altra perdita, quella di un braccio, una gamba, cinque dollari, la moglie, ci si accorgerà sicura� mente”. Se Malone non avesse avuto un malattia incura� bile, quelle parole sarebbero state solo parole, e in primo luogo egli non avrebbe nemmeno scelto il libro. Adesso invece quel pensiero lo agghiacciò e si mise a leggere dalla prima pagina. Ma il libro tornò ad annoiarlo, così chiuse gli occhi e pensò solo al brano che ricordava a memoria. Incapace di pensare alla realtà della propria morte, egli fu rigettato nel tedioso labirinto della vita. Aveva per� 3


duto se stesso… di questo si rendeva conto. Ma come? quando? Il padre era un droghiere all’ingrosso a Macon. Aveva ambizioni per J. T., il figlio maggiore. A Malone, ora quarantenne, piaceva ricordare gli anni della fanciul� lezza, perché allora non si era perduto. Ma il padre ave� va ambizioni per lui; troppe, gli parve in seguito. Aveva deciso che il figlio fosse medico perché era stata una sua aspirazione giovanile. Così il diciottenne Malone s’im� matricolò alla Columbia University e a novembre vide la neve. In quel periodo comprò un paio di pattini e cercò di pattinare al Central Park. Si divertiva alla Columbia: mangiò lo chow-mein, che no aveva mai assaggiato, im� parò a pattinare sul ghiaccio, e ammirò la città. Non si rese conto di peggiorare negli studi finchè non fu proprio a terra. Cercò di tirarsi su… la notte degli esami stava alzato fino alle due… ma nella sua classe c’erano tanti sgobboni ebrei che avevano alzato la media. Malone finì il primo anno strappando la promozione con i denti e si riposò a casa, da studente. Quando tor� nò l’autunno, la neve, il ghiaccio, la città non gli fecero più impressione. Bocciato al termine del secondo anno alla Columbia, sentì di essere un fallito. Il suo orgoglio di giovanotto non gli permise di restare a Macon e si trasferì a Milan, accettando un posto di impiegato nel drugstore del signor Greenlove. Fu quella prima umilia� zione a renderlo incerto all’inizio della vita? Martha era la figlia del signor Greenlove e fu naturale, o parve naturale, che lui al invitasse ad un ballo. Si era messo il suo migliore abito blu e lei aveva un vestito di 4


chiffon. Davano il ballo al Club delle Alci. Era diven� tato Alce da poco. Cosa aveva sentito toccando il corpo di lei e perché l’aveva invitata al ballo? Dopo il ballo l’aveva rivista molte altre volte perché conosceva molte ragazze a Milan e il padre di lei era il suo principale. E tuttavia non aveva mai pensato all’amore, e tanto meno al matrimonio con Martha Greenlove. Poi ad un tratto il vecchio Greenlove (non era vecchio, aveva solo qua� rantacinque anni ma il giovane Malone lo considerava vecchio) morì di un attacco di cuore. Il drugstore venne messo in vendita. Malone prese in prestito dalla madre quindicimila dollari e lo comprò con un mutuo a sca� denza quindicennale. Così si trovò sulle spalle un mutuo e, prima ancora di rendersene conto, una moglie. Martha veramente non gli aveva chiesto di sposarla, ma pareva che lo ritenesse sottointeso, tanto che si sarebbe senti� to un irresponsabile se non avesse parlato. Ne parlò al fratello che era adesso il capo della famiglia e si strinse� ro la mano e bevvero insieme un Blind Mule. Accadde tutto così naturalmente da apparire innaturale; ma lui era affascinato da Martha che portava, il pomeriggio, abiti deliziosi, ai balli uno di shiffon, e che soprattutto gli aveva ridato l’orgoglio perduto nella bocciatura alla Columbia. Eppure quando si sposarono nel soggiorno dei Greenlove, alla presenza della madre di lui, di lei, dei fratelli Greenlove e di una zia o due, e la madre di lei si mise a piangere, anche a Malone venne voglia di piangere. Non pianse ma seguì la cerimonia sbalordito. Gli gettarono il riso e dopo presero il treno per la luna 5


di miele a Blowing Rock nel Nord Carolina. E mai in seguito ci fu un particolare momento in cui rimpianse di aver sposato Martha, ma il rimpianto, o la delusione, sicuramente c’era. Non ci fu ami un particolare momen� to in cui si chiese: “È tutta qui la vita?”, ma invecchian� do se lo chiese senza parole. No, non aveva perso né un braccio, né una gamba, né un biglietto da cinque dollari, ma a poco a poco aveva perduto se stesso. Se Malone non avesse avuto una malattia mortale non ci sarebbe stato tanto a pensare. Ma il morire sollecitava in lui la vita, mentre disteso nel suo letto d’ospedale, guardava il vivido sangue colare a goccia a goccia. Si era detto che non gli importava delle spese d’ospedale, eppure, perfino mentre era lì, si preoccupava dei venti dollari al giorno.

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Pubblicato nel 1961. Orologio senza lancette fu ansiosamente elogiato e cautamente attaccato come l’atto estremo di una volontà indomabile, un testamento più che un romanzo. Il conflitto tra bianchi e neri, tra pubblico e privato, tra storia e coscienza individuale, parve anomale in una produzione narrativa fino allora esclusivamente attenta alle solitudini e alle devianze del «cuore». Il progetto letterario di Carson McCullers, il miraggio di una prosa esatta come una matematica dell’inconscio, «precisa come un numero telefonico», sembrò violato o disatteso. E invece, a vent’anni di distanza, è il rigore di teorema, è l’ordine quasi astrale da Carson McCullers imposto alle passioni dei suoi personaggi – gli amanti non riamati, i razzisti insaziati, i testardi portatori del sogno di uguaglianza – che scorgiamo nitidamente nel romanzo. Quelle che allora furono denunciate come discrepanze ci colpiscono oggi come volontarie spaccature di silenzio: crateri di un paesaggio esplorato per la prima e l’ultima volta in quell’attimo lunghissimo di lucidità, premonitore del morire, di cui l’orologio senza lancette scandisce la durata accecante. Scegliere la vita alla presenza della morte, sperare attivamente l’inseparabile, è qui, per Carson McCullers, il gesto unificante di salvazione, la sola possibilità di sfida alla violenza pubblica e privata. Marisa Bulgheroni

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Carson Smith McCullers nacque nel 1917 a Columbus, Georgia, una piccola città del Sud simile a quella che faranno da fondale ai suoi romanzi. A 17 anni partì per New York con l’intenzione di continuare gli studi mu� sicali iniziali da bambina; derubata del suo denaro, free� quentò i corsi serali di “«creative writing» alla Columbia University, mantenendosi con vari mestieri. Nel 1936 esordì sulla rivista «Story» con il racconto Wunderkind; nel 1937 sposò James Reeves McCullers, di cui assunse il cognome; nel 1940 si conquistò una fama precoce con il romanzo Il cuore è un cacciatore solitario; seguirono Riflessi di un occhio d’oro (1941), di cui John Huston darà una versione cinematografica nel 1967, Invito di nozze (1946) che sarà rappresentato nel 1950 nella ver� sione teatrale curata dall’autrice; La ballata del caffè tri� 8


ste (1951), da cui Edward Albee trarrà una commedia nel 1962. Il suicidio del marito nel 1953 seguito, a due anni di distanza, dalla perdita della madre, segnò per Carson McCullers una lunga fase di dolore e di silenzio, aggra� vata da sempre più frequenti minacce alla salute fisica e psichica. Orologio senza lancette, scritto negli anni della solitudine nella casa Nyack, New York fu pubblicato nel 1961; nel 1958 era stato rappresentato con scarso suc� cesso un testo teatrale, The Square Root of Wonderful. Nel 1967 la morte colse Carson McCullers impegnata in nuovi, incompiuti progetti. Nel 1971 la sorella, Mar� garita G. Smith, ha curato la prima opera postuma, una raccolta di inediti dal titolo The Mortgaged Hearth.

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Orologio senza lancette