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RACCOLTA DI PROVE PRATICHE DI SCRITTURA di Valeria Ripamonti


Politecnico di Milano Scuola di Architettura e SocietĂ , Laurea Magistrale, a.a. 2012-13 TEORIE E TECNICHE DELLA PROGETTAZIONE ARCHITETTONICA Scrivere, leggere e parlare di architettura prof. Alessandro Rocca arch.Marta Geroldi


INDICE

- LA VIA ITALIANA VERSO L’ARCHITETTURA MODERNA Il Grattacielo Pirelli.................................................................................p.1

- RIUNIFICARE LA CITTA’ ATTRAVERSO L’ARCHITETTURA La Paul-Löbe-Haus e la Marie-Elisabeth-Lüders-Haus............................p.3 - PER FARE GLI ARCHITETTI BISOGNA AVERE CORAGGIO Novocomum.........................................................................................p.5 - UNA QUESTIONE DI CULTURA PET Architecture Tokyo.........................................................................p.7 - IL PAESAGGISTA E L’ARCHITETTURA...............................................p.9 - ARCHITETTURA PER TUTTI Designboom.......................................................................................p.13 - LEARNING FROM LAS VEGAS, LEARNING FROM THE EXISTING LANDSCAPE.....................................................................................p.15 - SCULTURA O CASA? Ville Lemoine......................................................................................p.19 - SAN ROCCO MAGAZINE Book of copies....................................................................................p.23

- ALDO ROSSI E “L’ELEMENTO SOGGETTIVO”.................................p.25 - I LATI POSITIVI E NEGATIVI DELLA TEMPORANEITA’......................p.29 - ARCHITETTURA E LUOGHI.............................................................p.33 - BUILDINGS’ EXPRESSIONS............................................................p.37


LA VIA ITALIANA VERSO L’ARCHITETTURA MODERNA Il Grattacielo Pirelli


Spesso in grandi metropoli d’importanza internazionale come New York, Chicago, Londra, Tokio ed altre, i grattacieli assumono il ruolo fondamentale di rappresentanti della modernità contemporanea, attraverso tecnologie innovative, macrodimensioni e soluzioni architettoniche e formali che destano stupore e restano impresse facilmente nell’immaginario comune. In questo modo i grattacieli diventano i nuovi “monumenti” delle città moderne, espressione dello sviluppo economico, tecnologico e sociale del ventunesimo secolo. Questa idea di grattacielo era già presente a Milano negli anni Sessanta. Il Grattacielo Pirelli, a mio parere, ne è un esempio rappresentativo. All’epoca, con la sua altezza di 127 metri e i suoi 31 piani fuori terra, esso divenne una delle strutture in cemento armato più alte del mondo, simbolo della rinascita della città e del boom economico. Soluzioni originali e innovative come l’armatura in cemento armato formata da due pareti-pilastro rastremate verso l’alto, la caratteristica spazialità interna con l’invaso dei percorsi illuminato alle estremità, l’articolazione della struttura dell’edificio in più volumi, che dialogano con lo spazio circostante, la forma particolare di esagono irregolare e schiacciato, che dà origine a un sottile volume che si integra perfettamente con la rete viaria della città, facevano di questo grattacielo un edificio moderno, proiettato verso il futuro. Sono rimasta impressionata da quanto ancora l’edificio sia indiscutibilmente Moderno e riesca a competere con i nuovi grattacieli che ultimamente si stanno costruendo a Milano in vista dell’expo 2015. Pur avendo mezzo secolo, Il Grattacielo Pirelli, grazie alla sua forma pulita, sottile ed essenziale, realizzata con materiali ancora oggi ampiamente utilizzati, come vetro e cemento armato, non si discosta molto dallo stile dei nuovi grattacieli che stanno sorgendo in zone limitrofe e sembra quasi essere un edificio senza tempo, che divenne elemento emblematico della Milano del dopoguerra e che oggi si adegua perfettamente alla nuova Milano.

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RIUNIFICARE LA CITTA’ ATTRAVERSO L’ARCHITETTURA La Paul-Löbe-Haus e la Marie-Elisabeth-Lüders-Haus


Berlino per molto tempo è stata una città divisa, luogo di separazione tra due parti dello stesso popolo. Dopo la caduta del Muro, la città pretendeva di trovare elementi di unione, di riappacificazione e di nuova serenità. Da qui la necessità di ripensare a nuovi spazi per la città che voltassero pagina rispetto ad un passato difficile. Anche l’Architettura, con i propri mezzi, ha contribuito a perseguire tali obiettivi. Un esempio architettonico importante della Berlino unita, a mio parere, sono gli edifici Paul-Löbe-Haus e Marie-Elisabeth-Lüders-Haus, dell’architetto tedesco Stephan Braunfels. Situati uno di fronte all’altro, i due edifici sono caratterizzati da ampie vetrate e superfici bianche che, riflesse nello specchio d’acqua del fiume Sprea, creano particolari effetti luminosi e contribuiscono alla formazione di una silenziosa atmosfera di solennità. Percorrendo gli spazi che si articolano tra gli edifici, ho notato che le costruzioni, moderne e funzionali, non riprendono gli stili classici degli altri edifici di rappresentanza della città e, pur conservando la loro monumentalità, non sono impenetrabili, anzi, grazie alle grandi superfici trasparenti, è facile osservarne l’interno e percepire il suo rapporto con l’esterno come un unicum. Sono posti su due sponde opposte del fiume, ma ugualmente, sono concepiti in modo unitario, grazie alla scelta degli stessi materiali per la costruzione e alla corrispondenza di entrambi ad un disegno omogeneo. Elemento di ulteriore connessione tra le parti è il ponte che permette l’attraversamento dello Sprea. Esile, sospeso fra i due edifici, esso non è solo un elemento di collegamento architettonico, ma è simbolo di unificazione della città, in quanto permette di compiere un’azione che, in passato, per la presenza del Muro, era impossibile. Questi edifici, più degli altri circostanti, mi hanno colpita per la loro capacità evocativa e simbolica e perciò ritengo che il progettista sia riuscito nel suo intento rappresentativo.

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PER FARE GLI ARCHITETTI BISOGNA AVERE CORAGGIO Novocomum


Durante il suo intervento, Attilio Terragni ci ha suggerito di “progettare, criticare noi stessi e osservare le architetture degli altri” per poter essere dei buoni architetti. Penso che ciò sia giusto, ma non basti. Per fare gli architetti credo occorra avere il coraggio di trasformare ciò che ci è stato insegnato per proporre nuove idee, andare oltre, avanzare nuovi concetti che siano al passo coi tempi. Insomma bisogna avere la sfacciataggine e la scaltrezza che ebbe Giuseppe Terragni che, a soli 23 anni, impose la propria visione di architettura attraverso la realizzazione del Novocomum. Come sappiamo, quando Terragni sottopose il progetto per il Novocomum alla locale Commissione d’Ornato, propose una versione attenuata delle soluzioni radicali che intendeva realizzare, in fase operativa poi ignorò i limiti che gli erano stati imposti e l’edificio divenne un vero scandalo, tanto da rischiare la demolizione. Per fortuna non fu abbattuto ed ancor oggi rappresenta un esempio chiaro dell’applicazione delle teorie razionaliste. L’alternarsi di volumi e linee pure, il contrasto tra la leggerezza del vetro e la solidità della muratura, la varietà dei colori e i riflessi della luce sui materiali, riassumono l’idea di abitazione che aveva Terragni ed esprimono sapientemente il suo linguaggio architettonico. Oggi “l’edificio scandalo” è simbolo emblematico di una svolta avvenuta sia nell’architettura che nella Storia Italiana, rappresenta un nuovo modo di pensare. Grazie alla sua voglia di osare ed al coraggio di andare contro l’opinione comune, Terragni è riuscito ad imporsi come un innovatore del linguaggio architettonico del suo tempo, divenendo uno degli architetti più geniali e importanti del periodo contemporaneo. L’ esempio che ci ha lasciato, a mio avviso, può servirci come stimolo per superare paure ed influenze dei canoni vigenti, così da osare proporre soluzioni innovative che possono assecondare la nostra immaginazione e le nostre aspirazioni.


UNA QUESTIONE DI CULTURA PET Architecture Tokyo


Piccoli edifici si insinuano negli spazi di risultanza di una grande Metropoli, strutture dalle pareti inclinate e dalle misure minime, architetture leggere che potrebbero essere demolite e ricostruite senza perdere la propria identità. Non fanno riferimento ad un particolare linguaggio spaziale, ma vogliono solo esprimere la loro presenza in un luogo, dimostrare la funzione che ospitano. Trovo questo tipo di architettura molto interessante e mi incuriosisce soprattutto per il fatto che di esempi di questo genere in Italia non ne ho mai visti. Sorge spontaneo chiedersi quali siano le ragioni per cui l’abitare minimo, l’adattarsi al contesto, l’architettura spontanea, non siano ben visti o comunque siano poco diffusi nell’ ambiente culturale Italiano. La ragione va forse ricercata alle origini della cultura architettonica italiana, nell’antica Roma. Essa deriva principalmente dalla tecnica muraria, basata sulla concezione di casa come uno spazio stabile, delimitato da mura solide e indistruttibili. Apparteniamo ad una cultura Occidentale, che cerca di interpretare i fatti in modo razionale, per individuare un elemento dominante che regoli il tutto. Nell’architettura Orientale Giapponese la situazione è ben diversa, il processo della cultura Giapponese è dinamico, trova le sue radici nel rapporto tra uomo e natura. In Giappone la bellezza viene riconosciuta ed apprezzata in oggetti semplici. L’idea estetica giapponese si fonda sull’accettazione della transitorietà, e riconosce tre realtà fondamentali: niente dura, niente è finito, niente è perfetto. I giapponesi inoltre, guardano sempre gli spazi tra le cose. Anche nella calligrafia non guardano le linee ma gli spazi bianchi, gli spazi intermedi. Le “Pet Houses” dell’ Atelier Bow-Wow sembrano proprio essere un’ interpretazione moderna della cultura architettonica Giapponese. Esse riempiono gli spazi vuoti, intermedi tra edifici che vogliono imitare l’Occidente. Sono oggetti semplici, leggeri, temporanei, quasi impercettibili, talmente instabili da risultare inaccettabili per un Occidentale, che fonda i suoi principi su stabilità, sicurezza e infinita durabilità.


IL PAESAGGISTA E L’ARCHITETTURA


Dopo aver sviluppato il tema del progetto del Paesaggio all’interno della tesi di laurea triennale, mi sembra doveroso cercare di spiegare come la tematica paesaggistica sia diventata fondamentale all’interno dell’architettura. Ad oggi ritengo che il Paesaggista non sia più una figura di contorno all’interno dell’iter progettuale, anzi l’architetto dovrebbe essere in grado di gestire ogni forma di architettura, anche quella della natura. Dal momento in cui “fare architettura” significa creare una successione di spazi adatti all’uomo, non ci si può limitare alla considerazione di un singolo edificio come unico elemento rappresentativo dell’architettura, ma è necessario prendere in esame anche l’ambiente esterno e il contesto in cui l’edificio stesso è inserito. Lo studio del Paesaggio include numerosi temi e analizza altrettante problematiche, quest’ultime riguardanti aspetti socio-economici, storico-culturali e naturalistico ambientali. L’architetto paesaggista effettua un’analisi mirata, focalizzandosi principalmente sui seguenti aspetti: idrografia e orografia, vegetazione e ambiente naturale, percorsi e insediamenti, colture, gestione ed amministrazione, infrastrutture, iconemi e coremi chiamati anche categorie del paesaggio. Si giunge così ad avere una visione oggettiva del luogo, differente da quella percettiva di persone comuni, poeti, ed artisti che si affidano principalmente alle emozioni e alle suggestioni. Dal punto di vista progettuale l’impostazione del lavoro deve prevedere progetti a lungo termine. Si lavora a stretto contatto con la vegetazione, un elemento di natura organica, che nella sua mutevolezza richiede tempistiche e condizioni a contorno specifiche. Non sono inoltre da trascurare le preesistenze naturali e i vincoli territoriali, perciò la riflessione che deve effettuare il paesaggista è più complessa e cosciente rispetto a quella degli altri progettisti. Da quanto detto si evince che il tema del paesaggio, a volte posto in secondo piano, andrebbe invece trattato al pari degli altri argomenti, proponendosi come obiettivo la valorizzazione del luogo e del suo edificato in relazione al contesto socio-culturale in cui è inserito e all’ambi10


ente naturale che lo circonda.

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ARCHITETTURA PER TUTTI Designboom


Siamo nell’era della comunicazione digitale e informare le persone su vari argomenti non è mai stato così facile. Anni fa il mezzo per eccellenza per diffondere e pubblicizzare architetture emergenti erano le riviste, ad oggi tale strumento di comunicazione, risulta alquanto datato. In un mondo in cui la vita è diventata sempre più frenetica e nel quale le persone necessitano di risposte immediate alle proprie esigenze, non c’è più spazio per grandi volumi costosi e ingombranti, che necessitano di tempo per essere letti. La comunicazione si è evoluta, è diventata veloce, immediata, diretta, semplice e gratuita. Attraverso un sito internet possiamo liberamente consultare articoli, scaricare immagini, condividere informazioni e pubblicizzare ciò che più è di nostro gradimento. Sono convinta che il digitale sia un buon mezzo per diffondere informazioni relative all’architettura e credo anche che, grazie a questo nuovo tipo di comunicazione, finalmente ciò che prima poteva essere compreso solo da pochi eletti, ora può diventare argomento di discussione per tutti. Designboom dimostra come, attraverso immagini di impatto e brevi articoli, si riesca a comunicare una grandissima quantità di informazioni relative alle ultime novità in campo di arte, design, tecnologia e architettura. Gli articoli sono ben studiati, ma semplici e facili da leggere, poche immagini significative li accompagnano e la lettura risulta veloce e mai noiosa. Il fatto che sia su una piattaforma digitale, consultabile da chiunque, aiuta a comunicare l’architettura anche a chi non se ne intende. L’architettura è importante, attraverso di essa, molto spesso si comunica la cultura e l’ideale del popolo che rappresenta e ritengo che far si che tutti la possano conoscere, sia un buon metodo per renderla ancora più rilevante all’interno dell’immaginario collettivo. Arte, design, architettura, non più intesi come un argomento di nicchia, adatto solo agli esperti nel campo e ai professionisti, ma come elementi fondamentali della cultura contemporanea, alla portata di tutti.

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LEARNING FROM LAS VEGAS, LEARNING FROM THE EXISTING LANDSCAPE


Osservare in modo oggettivo il paesaggio che ci circonda, imparare a fare architettura analizzando l’esistente, scoprire i nuovi elementi che stanno alla base del pensiero architettonico. Queste sono le tematiche che sembrano trapelare dal libro “Learning from Las Vegas” di Scott Brown e Venturi. Oggi la società è influenzata dall’apparenza e dalla cura dell’immagine, sono moltissime le architetture di rappresentanza, studiate per esaltare il potere economico di chi le ha commissionate. Osservare certe città come Dubai o Singapore, dimostra come, “l’architettura della comunicazione”, fondata sulla persuasione commerciale, sulla dimostrazione di potere, sulle insegne colorate e sulla pubblicità, sia una tendenza contemporanea molto diffusa. Ciò che più mi ha colpito dalla lettura del testo di Venturi e Scott Brown, è l’attualità del loro pensiero. Attraverso l’osservazione attenta della città di Las Vegas, i due architetti, non vogliono esaltare i caratteri immorali e consumistici del luogo, ma semplicemente sottolineare gli elementi caratterizzanti la civiltà e l’architettura moderna. Già negli anni ’70 gli autori riescono a proiettarsi con sguardo lungimirante, verso il futuro, infatti scoprono che non sono più lo spazio e la forma a prevalere in architettura, ma è il simbolismo che domina. Attraverso l’analisi della città, essi prendono atto dell’abbandono della tradizione e degli stili classici a favore della commercializzazione e del capitalismo. Sembrano essere i primi a delineare i nuovi caratteri distintivi delle città moderne, fondate sull’ uso di massa dell’automobile, sulla cartellonistica pubblicitaria, sulle insegne luminose e sull’uso commerciale di nuove tipologie architettoniche come gli shopping mall o i fast food. “Learning from the existing landscape is a way of being revolutionary for an architect”

Ritengo questa frase possa riassumere il concetto fondamentale che sta alla base del libro, infatti attraverso l’apprendimento dei simboli forniti dal paesaggio che li circondava, gli autori hanno individuato un nuovo linguaggio architettonico, si sono contrapposti agli architetti del Movimento Moderno, troppo legati alla disciplina e alla forma, e ci


hanno insegnato ad osservare l’esistente in modo tale da progettare in modo rivoluzionario, senza essere condizionati dai riferimenti storici, ma soltanto dal contesto e dai concetti che vorremmo esprimere.

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SCULTURA O CASA? Ville Lemoine


Spesso le architetture sembrano opere d’arte, i progettisti tendono immancabilmente a creare effetti speciali con la materia, per stupire, per distinguersi dalla massa e farsi notare. Ville Lemoine, la residenza progettata da Rem Koolhaas a Bordeaux, è un chiaro esempio di architettura pensata per stupire, per essere pubblicata sulle riviste, per dimostrare l’abile tecnica del progettista e per esprimere la sua creatività. Ma gli architetti si ricordano che all’interno di queste opere artistiche perfette e sorprendenti ci dovrebbero abitare persone reali? Il film Houselife, ambientato nella suddetta casa di Bordeaux ha come protagonista una comunissima domestica. Attraverso i piccoli e grandi problemi quotidiani da affrontare per tenere in ordine la casa, ci mostra un mondo forse troppo artistico, ma non a misura d’uomo. Ciò che principalmente appare come un paradosso è il fatto che Ville Lemoine fu ideata da Koolhaas per essere abitata da un uomo in sedia a rotelle. Per la stampa e per gli esperti di architettura la casa è un capolavoro, una sfida vinta dall’architetto che è riuscito a conciliare i limiti imposti dalla disabilità del committente e il suo estro artistico, un progetto talmente ben riuscito, da vincere nel 1998 il premio Best design attribuito da Time magazine. Ma quando ci si trova a doverla vivere, le opinioni sono opposte. Osservando la domestica Guadalupe Acedo, che si destreggia con l’aspirapolvere tra scale a chiocciola strette e tortuose, finestre a oblò, impianti tecnologici che non funzionano e gradini triangolari; si nota come la vivibilità della casa sia passata in secondo piano, di fronte all’idea di opera artistica. Ogni tanto la domestica mormora : << Se avessi un sacco di soldi non vorrei comprare una casa come questa>> e potrebbe non avere tutti i torti. Vivere all’interno di una casa in cui, filtra acqua dal tetto, i sistemi tecnologici sono malfunzionanti, la manutenzione è complicata, la pulizia e l’ordine diventano un impresa e non ci si può neanche entrare indossando le scarpe; non è vivere ma diventa quasi un atto di sopravvivenza. Le persone che la vivono, passano in secondo piano di fronte alla volontà di un progettista che realizza un’opera d’arte; una scultura 20


perfetta e impenetrabile che soddisfa i canoni dell’architettura contemporanea. Attraverso questo film, si contrappongono due mondi: quello dell’irrazionalità, della bellezza, dell’arte e della visione ideale di architettura; quello della razionalità, della quotidianità, della praticità e della visione utilitarista e funzionale dell’architettura. Comprendere quale sia la giusta posizione da mantenere nei confronti di queste due opinioni contrapposte, non è semplice. Bisogna sacrificare la vivibilità in onore dell’arte o l’arte in onore della funzione? La giusta soluzione è forse situata a metà tra le due realtà. L’architetto, pur non dimenticando l’importanza della creatività e dell’arte, dovrebbe porre maggiore attenzione alle esigenze reali delle persone, poiché sono proprio queste che hanno bisogno di una casa. Sono gli abitanti a rendere unico lo spazio in cui vivono e per questo devono essere rispettate.

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SAN ROCCO MAGAZINE Book of Copies


In un mondo ormai dominato dalla tecnologia informatica, dove semplicità e immediatezza prevalgono nel tentativo di comunicare informazioni, c’è ancora qualcuno che osa, scegliendo di pubblicare una rivista. Nel 2010, un gruppo di architetti provenienti da studi diversi, decide di autofinanziare la pubblicazione quadrimestrale della rivista San Rocco. Dalla descrizione fatta dal direttore Matteo Ghidoni, la rivista sembra molto semplice, con immagini prevalentemente assonometriche e in bianco e nero, con contenuti prodotti da architetti non professionisti della scrittura, ideata con lo scopo di coinvolgere i lettori in riflessioni e dibattiti relativi agli argomenti trattati. Come ha affermato il Professor Biraghi nel suo intervento, anche io condivido il pensiero per il quale tale rivista sia generatrice di qualcosa di positivo in grado di comunicare l’architettura come cultura e non solo come disciplina fine a se stessa. Attraverso la scrittura si introducono nuovi argomenti di discussione, si criticano o si elogiano i progetti di altri, si crea un nuovo ambiente culturale al quale tutti possono partecipare. Sembra riduttiva la frase, presente sul sito internet del San Rocco Magazine, che afferma: “SAN ROCCO does not solve problems. It is not a useful magazine.” Infatti ritengo che la pubblicazione in realtà sia molto utile, soprattutto da quando è stata ideata la nuova sezione “Book of copies”. Credo che la realizzazione di un archivio di immagini con sezioni appartenenti a temi architettonici diversi, sia davvero un idea brillante e molto utile per noi architetti. Avere a disposizione moltissimi riferimenti già ordinati secondo criteri, è di grande aiuto per lo sviluppo di nuove idee, e il fatto che siano facilmente e velocemente consultabili da un sito internet rende ancor più pregevole tale raccolta.

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ALDO ROSSI E “L’ELEMENTO SOGGETTIVO”


“ Per quanto io ritenga tutta l’architettura un fatto positivo, un argomento concreto, penso che alla fine noi ci scontriamo contro qualcosa che non può essere del tutto razionalizzato: questo qualcosa è in gran parte l’elemento soggettivo.” A.Rossi, saggio “Architettura per i Musei”

Questa frase riassume perfettamente il pensiero architettonico di Aldo Rossi. Egli cerca di seguire lo stile classico, senza copiarlo; ritiene di fondamentale importanza il contesto cittadino in cui realizza un opera, senza essere banale e ripetitivo utilizzando forme semplici e pure per realizzare progetti dallo stile semplice ma originale. Insomma Aldo Rossi, non ha seguito la moda del momento, ma ha tratto spunto da ciò che ha studiato e dai segni lasciati nella storia, per creare un proprio stile, la sua architettura dipende sempre dall’ “elemento soggettivo” che non “può essere del tutto razionalizzato” e spesso viene espresso in maniera più corretta all’interno dei suoi disegni preparatori o delle sue opere letterarie. Prima di concretizzarsi, i suoi progetti si fondano su un complesso studio teorico e su una lunga serie di schizzi preparatori e molto spesso il pathos, il fascino, lo studio profondo e l’innovatività contenuti nei disegni dell’architetto, non vengono rappresentati con la stessa forza e la stessa qualità, delle sue opere architettoniche ultimate. Forse è proprio “l’elemento soggettivo” che non può essere concretizzato, l’elemento chiave che spiega il divario tra teoria e realtà nelle opere di Rossi. Ciò che egli ha disegnato, ma che non è presente nelle opere costruite, fa parte dell’”elemento soggettivo”; qualcosa che egli aveva bene in mente e che appartiene al suo stile, ma che nella costruzione diventa intangibile. Il legame con “l’elemento soggettivo”, costituisce anche la forza del pensiero di Aldo Rossi; rende ogni suo progetto originale e porta l’architetto a creare un proprio stile personale. Molto spesso studiando altri architetti ci imbattiamo in somiglianze, in richiami a stili altrui. Studiando Aldo Rossi, osservando i suoi coloratissimi disegni, non mi vengono in mente altri stili, non trovo riferimenti particolari a opere di altri architetti, lo stile di Aldo Rossi è unico e facilmente riconoscibile.


Sono proprio la sua capacità di rendere uniche le sue opere, il suo talento e la sua visione di architettura come opera completa fatta di filosofi e arte, ma anche di concretezza che gli hanno permesso di essere il primo architetto italiano a vincere il Pritzker Price. La giuria che nel 1990 gli assegnò tale premio aveva capito che in Aldo Rossi e nelle sue opere c’era qualcosa di speciale e irripetibile, egli aveva inventato un nuovo stile; un elemento di svolta nella storia dell’architettura del periodo. Ciò che più ammiro nello stile e nel pensiero di Aldo Rossi è proprio “l’elemento soggettivo” presente in ogni sua opera, il suo coraggio nel distaccarsi dalle mode del momento e nel proporre nuove idee; spesso scontrandosi con le critiche di chi ottusamente non riusciva a comprendere il suo pensiero complesso e profondo. Originalità, coraggio e soggettività sono tre tra i più importanti valori che Aldo Rossi ci insegna e bisogna ringraziarlo per averci trasmesso il valore di un’architettura originale e soggettiva, qualitànecessarie per poter sviluppare un proprio pensiero e un proprio stile personali, senza lasciarsi influenzare dal mondo esterno e dai pensieri altrui.


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I LATI POSITIVI E NEGATIVI DELLA TEMPORANEITA’


L’architettura ha molteplici funzioni, una tra le quali è la comunicazione. I padiglioni espositivi e le architetture temporanee sono i migliori interpreti della funzione comunicativa dell’architettura. Essi sono progettati per esprimere e dimostrare idee e sensazioni, per stupire chi le osserva e le attraversa, per rivelare nuove scoperte tecnologico/architettoniche e per manifestare la bravura di chi le ha ideate. La caratteristica principale che le accomuna e il loro essere effimere e passeggere. Architetture che spesso risultano un involucro, una bella cornice dove all’interno non accade nulla. Non sono progettate per assumere la funzione principale che ci si aspetta solitamente da un’architettura, non sono state create dall’uomo come protezione dagli agenti esterni. La loro vera ragione di esistere è riconducibile al concetto di architettura puramente estetica, oggi sottoposta alla pressione del mondo globalizzato che chiede perentoriamente ai progettisti un tipo di architettura capace di concorrere nella lotta senza eguali tra le varie potenze capitalistiche. Queste “architetture oggetto” diventano un cartellone pubblicitario formato edificio. Comunemente questo tipo di costruzioni assumono un accezione negativa, risultano prive di senso, un inutile spreco di energie e risorse. Vengono realizzate per stupire, per fare pubblicità, o per entrare in competizione in una gara tra Nazioni (Esposizioni universali) e spesso, per renderle il più innovative possibile, si investono una gran quantità di risorse e denaro, che a causa della loro breve durata, sembrano sprecati. Ma non sempre è così, rappresentante emblematico di architettura temporanea capace di trasmettere un messaggio positivo, è il THE CUBE di Park Associati per Electrolux. Il ristorante itinerante progettato da Park Associati appartiene alla categoria delle architetture temporanee, un progetto che ha già fatto tappa a Bruxelles, Milano, Londra e Stoccolma, posizionandosi accanto ad edifici importanti, in luoghi straordinari. La sua temporaneità è data dal fatto che se si stabilisse permanentemente in uno dei luoghi in cui è stato situato per breve tempo, sarebbe senza senso, non avrebbe nessun legame con il contesto. A differenza di altre costruzioni temporanee, esso offre anche la possibilità di usufruire del servizio che ospita, in questo caso quello del ristoro. Temporaneità e offerta di un 30


servizio, lo accostano ai più moderni padiglioni fierisitici e la concomitanza di queste caratteristiche lo trasformano in un “Architettura Nomade”. Un edificio bianco dalle linee semplici che attrae flussi di persone all’interno della città e crea nuovi spunti da cui trarre esempio. Il nomadismo dell’architettura potrebbe essere una svolta per il futuro delle città in questo periodo di crisi. Spesso i costi sono insostenibili, la burocrazia allunga i tempi e crea dei limiti e la giusta soluzione sembra proprio accostarsi all’idea di architettura semplice, flessibile, adattabile e soprattutto economica. L’architettura nomade risponde a questi requisiti e grazie alla sua temporanea ma significativa presenza, potrebbe addirittura ridonare vita a quartieri ormai in disuso.

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ARCHITETTURA E LUOGHI


Il “Genius loci” o spirito del luogo, espressione tipicamente romana legata a tutto ciò che il luogo è e che vuole essere, è l’espressione, spesso adottata in architettura, che sembra essere sottointesa all’interno del discorso di Giacomo Borella, architetto dello studio Albori di Milano. Attraverso due mostre, in due scuole di italiano per stranieri a Roma e a Milano, l’architetto vuole dimostrare l’aleatorietà del concetto di luogo. Esso è frutto dell’immaginazione e della creatività personali, non è necessario essere architetti per poter esprimere le proprie sensazioni riguardo allo spazio che ci circonda. Sono proprio le novanta e più persone, nate in ventotto paesi diversi, a manifestare l’unicità che appartiene ad ogni luogo. Realizzando modelli, incisioni e disegni essi esprimono gioie, dolori, incontri, viaggi, malinconie, novità, ricordi, e qualsiasi altra sensazione determinata e suscitata dal luogo in cui è stata vissuta. E’ evidente come persone e luoghi si influenzino a vicenda ed è qui che si comprende l’importanza del concetto di “Genius loci”. Ogni luogo ha uno spirito intrinseco che lo contraddistingue, esso ha la potenzialità di influenzare e plasmare lo spirito delle persone e perciò va trattato con riguardo. Il messaggio che Giacomo Borella ci trasmette attraverso la sua architettura è chiaro: fare architettura ponendo una maggiore attenzione all’ambiente che ci circonda. Nello studio Albori si inizia fin dalle piccole cose a rispettare lo spirito del luogo. Dai materiali di scarto alle serre solari, il lavoro di questi architetti è fondato sulle cose semplici, sull’utilizzo dell’ingegno e della manualità prima che della tecnologia avanzata. E’ proprio grazie all’artigianalità, alla genuinità ed alla semplicità dei loro progetti che questi architetti riescono in maniera esemplare ad attenersi alle caratteristiche peculiari degli spazi che li circondano. L’intervento dell’uomo sulla natura è inevitabile, esso istintivamente cerca sempre di costruirsi uno spazio dove sentirsi protetto. Ma ci sono diversi modi di realizzare questi spazi e l’architetto, a fronte di molti anni di studio, detiene la responsabilità di ideare la maniera più corretta con la quale poter dar vita a luoghi che altrimenti sarebbero privi di senso. 34


Spesso però l’importanza del contesto e delle peculiarità del luogo, vengono trascurate in onore dei dettami dello stile architettonico del momento. E’ molto più facile rispettare dei canoni estetici, piuttosto che progettare in armonia con l’ambiente. Gli architetti dello studio Albori, stabiliscono un forte legame e un contatto diretto con i progetti che realizzano e con il luogo in cui li costruiscono e ci insegnano un nuovo modo pratico di fare architettura. Innanzitutto, bisogna tener conto delle persone che andranno ad abitare gli spazi da noi progettati, dopodichè è necessario considerare il “Genius loci” come elemento principale attorno al quale costruire le nostre idee. In seguito si cerca di utilizzare materiali semplici e rispettosi dell’ambiente ed infine si devono tenere in considerazione determinati canoni estetici ed architettonici. Giacomo Borella antepone all’italianità dell’architettura la necessità e forse i giovani architetti dovrebbero anteporre lo spirito del luogo e le sensazioni delle persone, ai canoni estetici dettati dalla teoria dell’architettura.

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BUILDINGS’ EXPRESSIONS


“Ornament is the figure that emerges from the material substrate, the expression of embedded forces through processes of construction, assembly and growth. It is through ornament that material transmits affects.” Farshid Moussavi_The function of ornament

L’ornamento in architettura è sempre stato oggetto di discussioni ed elemento caratterizzante dello stile di ogni epoca. Dallo stile eccentrico del periodo Barocco a quello minimalista del Modernismo, l’ornamento ha sempre fatto parte dell’architettura. Oggi ci chiediamo quale sia la sua posizione all’interno dell’opera architettonica e a quale tipo di stile appartenga. La risposta va ricercata in un tipo di architettura nuova, in cui l’ornamento svolge un ruolo diverso rispetto al passato. Come sostiene Farshid Moussavi nel suo libro “The function of ornament”, l’ornamento oggi è l’espressione dell’edificio, ciò che emerge dall’attento lavoro dell’architetto, fa parte dell’intero iter progettuale ed è necessario per poter esprimere adeguatamente l’idea e il processo di costruzione che stanno dietro a ciò che vediamo. Quando osserviamo per la prima volta un’opera architettonica, la prima cosa che notiamo è il suo aspetto esteriore, il suo involucro. Ornamento però non consiste più soltanto nell’involucro dell’edificio, non è l’elemento finale, ideato dall’architetto a coronamento del proprio progetto. L’Ornamento oggi è studiato nei minimi dettagli fin dagli albori del percorso progettuale, è il risultato della messa in atto di una serie di elementi diversi durante la costruzione. Tecnologia, struttura, forma, materiali ed efficienza energetica concorrono ad armi pari nella definizione di una nuova costruzione, e l’ornamento ne è l’espressione reale e percepibile al primo sguardo. Occhi inesperti giudicano le architetture da ciò che esse trasmettono, non conoscendo le regole e i canoni dell'architettura, non sapendo quale sia il lavoro che sta dietro a tali opere, le giudicano da ciò che provano nel vederle, toccarle e viverle. Perciò l’ornamento, l’aspetto esteriore di ogni costruzione, va ritenuto come elemento necessario e fondamentale all’interno di un progetto. Esso non si distacca affatto dal concetto di architettura, non è un tema da assegnare ai designer, ma fa parte dell’essenza stessa di ogni edificio. Ogni edificio esprime 38


se stesso attraverso l’ornamento. A dimostrazione dell’importanza dell’ornamento nell’architettura contemporanea, è interessante considerare il nome comune con il quale gli abitanti di Chicago chiamano i Marina City Apartments di Bertrand Goldberg: “The Cobs” (Le Pannocchie). L’effetto scanalato studiato dall’architetto, viene interpretato in modo folkloristico dai cittadini americani, l’ornamento diviene un aspetto della cultura. E’ risaputo che nella cultura alimentare americana, le pannocchie sono un tipo di cibo molto diffuso, e attraverso questi edifici, le persone comuni riescono a riconoscere se stesse e le proprie usanze. Sicuramente l’architetto, nel progettare queste due strutture, non aveva intenzione di realizzare due enormi pannocchie, ma, attraverso l’ornamento, ha creato analogie indirette tra osservatori e architettura. Ogni edificio produce nuove sensazioni che possono essere interpretate in qualsiasi modo. Per Moussavi e Kubo i Marina City Apartments sono lunghe colonne scanalate, per gli abitanti di Chicago invece sono due grandi pannocchie. A conclusione dell’introduzione al suo libro, Moussavi evidenzia la maggior vicinanza dei tipi di ornamento appartenenti alla categoria “Screen” (strati inseriti tra interno ed esterno) all’architettura contemporanea. Probabilmente oggi il ruolo dell’ornamento è quello di esprimere l’essenza dell’edificio attraverso uno strato intermedio tra interno ed esterno. Schermature e superfici sono la nuova espressione dell’architettura contemporanea.

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Prove pratiche di scrittura_Valeria Ripamonti  

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