NOTOOTO Speciale - Prof.ssa M.T.Grassi

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Anno 2021 - Speciale 02

Professoressa Maria Teresa Grassi A cura di: Lilia Palmieri Federica Chiesa e Claudia Lambrugo Il progetto Calvatone

Il progetto Palmira Raccontare l’archeologia. Salvare la memoria I libri Il ricordo

Notootto - Una iniziativa del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali - Università degli Studi di Milano


Editoriale Prof. Alberto Bentoglio Direttore Dipartimento dei Beni Culturali e Ambientali

Questo numero speciale di Notootto è interamente dedicato all’amica e collega Maria Teresa Grassi. Il Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali è orgoglioso di avere ospitato la sua intensa attività didattica, sempre svolta con passione e generosità, e di avere contribuito alle sue ricerche, condotte con rigore scientifico al fianco di studenti, dottorandi, specializzandi e colleghi. La nostra annuale “Giornata della ricerca”, svoltasi il 17 novembre 2020, è stata a lei dedicata e ha visto la partecipazione commossa di tutti coloro che hanno conosciuto e amato Maria Teresa. Anche il Senato Accademico, nella seduta del 16 aprile 2020, ha voluto deliberare, su proposta del Rettore Elio Fran-

zini, di intitolare, a partire dall'edizione 2020, il bando annuale d’Ateneo per il finanziamento della ricerca archeologica alla professoressa Grassi. Le tante testimonianze e le bellissime immagini che arricchiscono questo numero vogliono essere ancora una volta l’occasione per dire grazie a Maria Teresa per tutto ciò che ha fatto, per gli insegnamenti che ha voluto lasciarci e per la sua grande, infinita umanità.

Notootto - Una iniziativa del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali - Università degli Studi di Milano Ideazione e impaginazione grafica: Valentino Albini Immagini fotografiche: Valentino Albini, Archivio UniMi (lilia.palmieri@unimi.it), Paolo Bersani

_ In queste pagine il mio personale omaggio alla Prof.ssa M.T.Grassi con cui ho avuto l’onore ed il piacere di lavorare . Valentino Albini _

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Anno 2021 - Speciale 02

Contenuti Il progetto Calvatone Gli scavi La divulgazione

FOTO

Le mostre

Il progetto Palmira Gli scavi I convegni La divulgazione

Raccontare l’archeologia. Salvare la memoria

I Libri

Il ricordo I colleghi I collaboratori Gli studenti

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Il Progetto Calvatone Gli scavi

https://progettocalvatone.unimi.it

Il paese di Calvatone vanta una storia plurisecolare: nei pressi del paese moderno, nella seconda metà del II secolo a.C., fu fondato l’abitato romano di Bedriacum, un centro di servizi per il territorio della colonia latina di Cremona attraversato dalla via consolare Postumia. Se la scoperta di Bedriacum, vicus noto alle fonti antiche, è da collegare al rinvenimento della statua in bronzo della “Vittoria di Calvatone” (1836), la riscoperta del sito si data alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso (1957-61), quando Mario Mirabella Roberti (Soprintendenza alle Antichità della Lombardia) con rinnovato interesse scientifico per l’abitato romano effet-

tua una serie di indagini in un’area successivamente acquistata dalla provincia di Cremona (area di proprietà provinciale). Nel 1986 si apre una nuova stagione per l’archeologia a Calvatone: l’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con l’Università degli Studi di Pavia e la Soprintendenza Archeologica della Lombardia, avvia il “Progetto Calvatone”. In particolare, l’Università di Milano, dal 1988 al 2004 sotto la direzione di Gemma Sena Chiesa e dal 2005 sotto la direzione di Maria Teresa Grassi, si è impegnata a riprendere gli scavi all’interno dell’area di proprietà provinciale.

Mario Mirabella Roberti in visita agli scavi di Calvatone-Bedriacum tra Gemma Sena Chiesa (a sinistra) e Maria Teresa Grassi (a destra). 4

La prima campagna di scavo a Calvatone-Bedr nord (1994-1995); l’area della “Domus del Labi


Il tracciato della via consolare Postumia.

Rielaborazione da Google Earth.

riacum nel 1988. A destra, gli scavi dell’Università di Milano nell’area di proprietà provinciale: lo Scavo sud (1988-2000); il Saggio irinto “(2001-2006; 2014-2016); l’area della “Domus del Kantharos” (2008-2009; 2016-2018); il Quartiere degli Artigiani (2005-2013). 5


La “Domus dei Signini” (in alto) e il pozzo indagato presso il Saggio Nord (in basso).

La mensa pondedaria. 6


Presso lo Scavo sud (1988-2000), nella zona meridionale dell’area di proprietà provinciale, è stato individuato un quartiere residenziale, all’interno del quale si colloca la “Domus dei Signini”, un grande edificio a cortile centrale datato all’età augusteo-tiberiana (fine I secolo a.C. - inizio I secolo d.C.), ma utilizzato e ampiamente rimaneggiato fino a età tarda. La grande abitazione risulta particolarmente interessante per la presenza di sei pavimenti in cementizio, alcuni dei quali si distinguono nel panorama dell’Italia settentrionale per l’originalità e la varietà dei motivi decorativi utilizzati, ad esempio il pavimento con decorazione in tessere di mosaico bianche e blu/nere disposte a creare un tappeto di crocette e un reticolo di rombi. Tra i reperti individuati si segnalano una mensa ponderaria, lo strumento ufficiale per il controllo delle misure di capacità adottate nei commerci, anfore tardo-rodie integralmente ricostruibili per il trasporto del vino dall’isola di Rodi e una lucerna di pregio con la raffigurazione di Ercole che lotta contro il serpente Ladone nel giardino delle Esperidi. Presso il Saggio nord (1994-1995) è stato indagato un pozzo datato al I secolo d.C. e utilizzato fino all’età tardo-antica (IV-V secolo d.C.).

Anfora tardo-rodia al momento della scoperta e restaurata. 7

Lucerna con raffigurazione di Ercole.


Nel 2001, nella zona settentrionale dell’area di proprietà provinciale, riprendono gli scavi della “Domus del Labirinto”, parzialmente indagata da Mario Mirabella Roberti nel 1959, con l’obiettivo di definire l’estensione e la planimetria della domus e precisarne la cronologia. 8


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La “Domus del Labirinto” è l’edificio di Bedriacum ad All’interno e nei pressi dell’ambiente sono stati oggi meglio conosciuto. Di questa residenza di alto recuperati frammenti di macine, pesi da bilancia e livello si conosce bene il nucleo centrale, articolato in un’enorme quantità di frammenti di ceramica comune, cinque ambienti con funzioni di servizio e di soprattutto orli accuratamente ritagliati secondo rappresentanza. Si distinguono per le raffinate misure standard pertinenti per la maggior parte a un decorazioni i pavimenti delle due sale da pranzo recipiente definito “olla tipo Calvatone”. Ma a cosa contrapposte, destinate a un uso stagionale: il servivano e come venivano impiegati questi “orli pavimento del triclinio orientale, utilizzato nella ritagliati”? Potevano essi stessi costituire merce di stagione estiva, è arricchito con grandi tessere litiche scambio? Al momento il “mistero degli orli ritagliati” di colore blu/nero disposte a creare una trama non ha ancora trovato una soluzione. regolare, nella quale si inseriva il celebre “mosaico del Labirinto” scoperto nel 1959 dal Mirabella Roberti; il pavimento del triclinio occidentale, sfruttato prevalentemente in inverno, appare decorato da 237 lastrine di marmi colorati provenienti dalla Tunisia, dall’Egitto, dalla Grecia e dalla Turchia. Gli scavi stratigrafici sotto la direzione di Maria Teresa Grassi hanno permesso non solo di definire la cronologia della domus, datata con certezza all’età tiberiano-claudia (prima metà del I secolo d.C.), ma anche di individuare nella stessa area una fase insediativa precedente con edifici appartenenti al I secolo a.C., a cui ricondurre una fossa rituale realizzata per la fondazione di uno di essi (“Domus del Focolare”), e una fase insediativa successiva, caratterizzata da un ambiente (“Ambiente C”) frequentato durante la media età imperiale (metà del II Grande olla situliforme in ceramica a vernice nera importata da Adria metà del III secolo d.C.) e probabilmente destinato a (II secolo a.C.) e rinvenuta in frammenti all’interno della fossa rituale. scopi produttivi e di stoccaggio.

L’ “Ambiente C” e l’ “olla tipo Calvatone” (a destra) con una selezione di “orli ritagliati”. 10


Il pavimento del triclinio orientale e il “mosaico del Labirinto” (a destra) in tessere litiche bianche e nere, raffigurante il labirinto di Cnosso (Creta) con al centro il Minotauro morente realizzato in tessere colorate (oggi conservato al Museo Archeologico di Piadena).

Il pavimento del triclinio occidentale e una selezione di marmi colorati (a destra) provenienti dalle province dell’Impero romano. 11


Le campagne di scavo di Calvatone-Bedriacum si svolgono tutti gli anni durante la stagione estiva, quando nei campi tutt’intorno al sito archeologico fioriscono i girasoli. 12


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con al centro un kantharos - il vaso su alto piede con anse a doppia voluta e corpo campaniforme utilizzato per bere il vino -, intorno al quale si dispongono quattro quadrati più piccoli decorati da altrettanti uccellini. Nel 2014 ulteriori ricerche effettuate a ovest della “Domus del Labirinto” hanno permesso di individuare un grande ambiente (7x6 m), caratterizzato da un pavimento decorato da un mosaico in tessere colorate, denominato “mosaico della treccia policroma”. Si conserva una piccola porzione del mosaico: si riconoscono un bordo in tessere bianche quadrate di grandi dimensioni; due cornici concentriche, l’una con una treccia a due capi realizzata con tessere di colore bianco, nero, giallo, rosa, viola, l’altra con una greca di tessere rosa e gialle; un riquadro di forma triangolare, al cui interno si intravede un uccellino posato su un rametto d’ulivo. Il mosaico si data tra la fine del II e la prima metà del III secolo d.C. e risulta, dunque, posteriore agli altri mosaici rivenuti nel vicus.

L’équipe di scavo diretta da Maria Teresa Grassi ha portato alla luce a Bedriacum, tra il 2008 e il 2014, due nuovi mosaici, che, aggiungendosi al mosaico del Labirinto scoperto nel 1959, hanno arricchito il panorama dei tessellati rinvenuti nel vicus romano. Nel 2008 gli scavi condotti nella zona meridionale adiacente alla “Domus del Labirinto” hanno dimostrato come la domus non fosse una grande dimora signorile isolata, ma appartenesse a un più ampio quartiere residenziale, costituito da una serie di abitazioni disposte lungo un fronte rettilineo unitario. Le indagini, infatti, hanno portato alla scoperta di un nuovo nucleo abitativo coevo alla domus (I secolo d.C.), caratterizzato dalla presenza di una sala da pranzo con pavimento in cementizio ornato da un pannello a mosaico realizzato in tessere bianche e nero/blu dalla decorazione geometrica complessa. Il “mosaico del Kantharos” presenta quattro stelle composte da otto losanghe tangenti, che delimitano un quadrato centrale 14


Nuovi mosaici da Bedriacum

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Nel 2005 Maria Teresa Grassi avvia le ricerche presso un nuovo settore del vicus di Bedriacum mai esplorato in precedenza, il “Quartiere degli Artigiani”, che si distingue fin dall’inizio delle indagini per le sue caratteristiche strutturali, del tutto differenti dalle altre aree note dell’abitato.

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Situato presso l’estremità sud-occidentale della zona settentrionale dell’area di proprietà provinciale, il “Quartiere degli Artigiani”, in seguito a un periodo iniziale (I secolo a.C.) di sistemazione della zona testimoniata dal rinvenimento di canaline in mattoni per lo scarico delle acque, nel I secolo d.C. risulta occupato da un complesso produttivo. Gli scavi hanno consentito di riportare alla luce quattro piccoli ambienti di forma pseudo-quadrangolare, allineati in sequenza in senso nord-ovest/sud-est e affacciati a sud su un cortile. Questi ambienti facevano parte di un unico complesso produttivo, costruito nella prima metà del I secolo d.C. e dunque contemporaneo alla “Domus del Labirinto” e alla “Domus del Kantharos”. Di particolare interesse sono l’ “Ambiente 3”, dotato di un vano sotterraneo per lo stoccaggio, l’ “Ambiente 4”, con piano circolare centrale formato da frammenti di

mattoni e l’ “Ambiente 5”, fornito di un solido anello in cementizio posto intorno a un piano circolare centrale. È probabile che l’ “Ambiente 4” accogliesse al suo interno una grande macina, simile alle macine rinvenute a Pompei, i cui frammenti sono stati recuperati in particolare concentrazione tra l’ “Ambiente 1”, l’ “Ambiente 4” e l’ “Ambiente 5”. In via del tutto preliminare, il complesso produttivo è stato interpretato come un piccolo panificio. Verso la metà del II secolo d.C., quando il complesso produttivo ha ormai smesso di funzionare, il “Quartiere degli Artigiani” viene completamente ristrutturato e vengono costruiti alcuni edifici modesti, forse interpretabili come botteghe/magazzini. Anche in questo settore del vicus si rinvengono grandi quantità di frammenti in ceramica comune e soprattutto enormi quantità di “orli ritagliati” pertinenti per la maggior parte all’ “olla tipo Calvatone”.

Canalina per lo scarico delle acque.

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L’ “Ambiente 1” (a sinistra) e l’ “Ambiente 4” (in basso).

L’ “Ambiente 5” e una veduta panoramica del “Quartiere degli Artigiani” (a sinistra). 19


Cortile esterno pavimentato in mattoni.

Crollo del tetto di un edificio, in cui sono st 20


tate nascoste le monete.

Nel corso dell’ultima campagna di scavo diretta da Maria Teresa Grassi è stata effettuata una scoperta eccezionale, che ha rivoluzionato il quadro cronologico noto per il vicus di Bedriacum. Nel 2018, a nord del “Quartiere degli Artigiani”, appositamente sepolto tra le macerie del tetto di un edificio abbandonato, è stato rinvenuto un gruzzolo di 144 monete riposte sul fondo di un piccolo vaso. Si tratta di “antoniniani” (moneta di bronzo rivestita d’argento) databili all’età di Gallieno, imperatore tra il 253 e il 268 d.C. La posizione del gruzzolo di monete, denominato “ripostiglio Calvatone 2018”, indica che all’epoca del suo seppellimento, alla metà del III secolo d.C., questo settore di Bedriacum era già caduto in rovina, era stato abbandonato e aveva già subìto consistenti spoliazioni. Un dato storico assolutamente nuovo, dal momento che finora si era ipotizzato che la crisi dell'abitato romano e il suo abbandono fossero avvenuti soltanto nel IV-V secolo d.C.

Il ripostiglio monetale “Calvatone 2018” al momento della scoperta. 21


La campagna di scavo 2018 e il gruppo di lavoro.

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Nel 2019 il Comune di Calvatone ha conferito la “cittadinanza onoraria” a Maria Teresa Grassi con le seguenti motivazioni: «Per avere con il proprio lavoro di ricerca ultratrentennale sul territorio e per la dedizione dimostrata nei confronti della nostra comunità, reso Calvatone e in particolare il sito archeologico di Bedriacum un centro culturale e di studio riconosciuto, sia a livello nazionale che internazionale. Per il prestigio della stessa conseguito in Italia e all’estero attraverso l’insegnamento e l’incessante opera di studio che le hanno permesso, anche per merito delle sue doti umane e di propensione verso i giovani, di raggiungere risultati di assoluto rilievo scientifico e culturale».

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Il Progetto Calvatone La divulgazione: il Visitors Centre Calvatone-Bedriacum Il sito archeologico di Bedriacum è accessibile al pubblico soltanto durante gli scavi estivi, poiché al termine di ogni campagna l’area indagata viene sotterrata al fine di preservare il deposito archeologico. Per migliorare la fruizione pubblica del sito e favorire il “racconto dell’archeologia”, nel 2010 Maria Teresa Grassi progetta il “Visitors Centre CalvatoneBedriacum”, un centro per la divulgazione delle ricerche e degli scavi archeologici dell’Università degli Studi di Milano a Calvatone Romana, e grazie a un cofinanziamento ottenuto dal Comune di Calvatone su un bando

regionale per la valorizzazione del patrimonio archeologico lombardo nel 2011 il progetto diventa realtà. Situato presso il Municipio di Calvatone, il Visitors Centre, la cui direzione scientifica è affidata all’università, si è proposto fin dall’inizio l’obiettivo di raccontare al pubblico il work in progress, i lavori in corso nel sito. Nel corso di un decennio le attività di comunicazione e valorizzazione del patrimonio archeologico, di didattica e di ricerca sono aumentate esponenzialmente, con la produzione di contenuti multimediali e audio-video, guide e libretti illustrati per bambini.

Il logo del Visitors Centre (in alto) e Maria Teresa Grassi in compagnia del sindaco di Calvatone Pier Ugo Piccinelli (a destra).

La sede del Visitors Centre presso il Municipio di Calvatone. 26


Tra i contenuti multimediali proposti al Visitors Centre si segnala la ricostruzione 3D della “ Domus del Labirinto”.

Numerose le manifestazioni organizzate negli anni al Visitors Centre, tra cui le conferenze con esposizione di reperti. 27


Nell’ottobre del 2018, in occasione della Fiera Autunnale di Calvatone, Maria Teresa Grassi organizza la presentazione al pubblico dell’eccezionale scoperta effettuata a Bedriacum, il rinvenimento del ripostiglio monetale “Calvatone 2018”. Si tratta, tuttavia, di una presentazione virtuale, mediata dall’utilizzo di audio-video a supporto del racconto della scoperta, poiché le monete, in quel momento, sono in corso di restauro presso un laboratorio specializzato. Il gruzzolo di antoniniani viene

mostrato per la prima volta a Calvatone esattamente un anno dopo, nell’ottobre del 2019, alla presenza del soprintendente ABAP per le province di Cremona Lodi e Mantova Gabriele Barucca e del nuovo sindaco Valeria Patelli. In seguito al rinvenimento e al restauro del ripostiglio monetale si è concretizzata la possibilità di trasferire il Visitors Centre in una nuova sede ed usufruire di ambienti più spaziosi per l’esposizione dei reperti e le attività di valorizzazione.

Maria Teresa Grassi e Monica Abbiati (responsabile Ufficio valorizzazione patrimonio archeologico Regione Lombardia).

Presentazione al pubblico del ripostiglio “Calvatone 2018”.

Maria Teresa Grassi impegnata nelle attività di comunicazione e divulgazione del sito archeologico di Bedriacum. 28


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Presentazione al pubblico del ripostiglio monetale “Calvatone 2018” nell’ottobre del 2019 con il sindaco Valeria Patelli (a destra) e il soprintendente Gabriele Barucca (a sinistra).

La targa della nuova sede del “Visitors Centre Calvatone-Bedriacum”. La sede, di prossima inaugurazione, sarà dedicata a Maria Teresa Grassi. Nella strut-

tura, insieme ad altri reperti provenienti dal sito di Bedriacum, sarà esposto il ripostiglio monetale “Calvatone 2018”.

Il ripostiglio monetale “Calvatone 2018” dopo il restauro. 29


Il Progetto Calvatone Le Mostre Nel 2018 alle testimonianze archeologiche dell’antica Bedriacum, oltre alle molteplici attività di valorizzazione realizzate presso il Visitors Centre di Calvatone, è stata dedicata anche una mostra presso il Museo Archeologico “Platina” di Piadena. Il progetto, frutto della collaborazione tra il Museo di Piadena, la Soprintendenza ABAP per le province di Cremona Lodi e Mantova, l’Università degli Studi di Milano e il Museo Archeologico di Cremona, si propone di raccontare e mostrare ai visitatori attraverso diversi reperti significativi alcuni aspetti dell’edilizia privata di lusso e della vita quotidiana degli abitanti del vicus romano. Filo conduttore dell’intera mostra è una delle testimonianze più celebri del sito, la “Domus del Labirinto”, il cui mosaico raffigurante il labirinto di Cnosso al momento della scoperta nel 1959 venne portato a Piadena con gli altri reperti recuperati, costituendo così il primo nucleo del Museo Archeologico. Con l’aggiornamento degli scavi diretti da Maria Teresa Grassi, è stato possibile esporre per la prima volta i reperti rinvenuti nelle ricerche archeologiche più recenti, affiancando loro, in un allestimento completamente nuovo, anche i materiali già presenti in museo. I reperti in mostra, provenienti soprattutto dall’area della Domus, ma in parte recuperati anche in altre zone dell’abi-

tato antico, sono stati esposti per illustrare cosa significasse abitare, in vari momenti della sua storia, in una “piccola città” romana dell’Italia settentrionale.

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In piedi a sinistra, il soprintendente Gabriele Barucca. Maria Teresa Grassi (al centro) e Marina Volonté (a destra), conservatore del Museo Archeologico di Cremona.

In piedi a destra, il conservatore del Museo Archeologico di Piadena Marco Baioni.

Inaugurazione della mostra dedicata agli scavi di Bedriacum.

Visitatori all’inaugurazione della mostra. Visitatori all’inaugurazione della mostra.

Vetrina dedicata alla fossa rituale della “Domus del Focolare” con l’olla situliforme in ceramica a vernice nera.

Vetrina dedicata all’ “olla tipo Calvatone”. 31


Il Progetto Palmira Gli scavi

https://progettopalmira.unimi.it

Nel 2007 Maria Teresa Grassi, professoressa di Archeologia delle province romane, organizza l’accordo tra l’Università degli Studi di Milano e la Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Damasco per avviare una missione archeologica congiunta italo-siriana a Palmira (Tadmor, Repubblica Araba Siriana), metropoli dell’Oriente romano. Si tratta del primo intervento di un’équipe italiana a Palmira. L’area ottenuta in concessione, in cui non erano mai state svolte ricerche sistematiche, è un quartiere centrale dell’antica città (quartiere sud-ovest) compreso tra l’Agorà, la cinta muraria tardo-antica, la Via Colonnata Tra-

sversale e la Grande Via Colonnata (114.000 mq). Il progetto, finanziato dal MAE, si inserisce in una nuova prospettiva di ricerca, poiché intende approfondire il tema dell’edilizia residenziale privata in una città nota nella letteratura archeologica soprattutto per la rete di vie monumentali, per i grandi complessi pubblici e gli edifici religiosi, per le aree sepolcrali e i celeberrimi ritratti funerari. Nuove indagini risultano, dunque, indispensabili non solo per conseguire una piena conoscenza della strutturazione e della destinazione funzionale di tutti i quartieri del sito, ma anche per definire la cronologia del progressivo sviluppo urbanistico di Palmira.

L’avvio sul campo della missione PAL.M.A.I.S.

Il quartiere sud-ovest di Palmira.

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Rielaborazione da Google Maps.

Rielaborazione da Google Earth.

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La prima campagna di ricerche sul campo della missione PAL.M.A.I.S. (= Palmira. Missione Archeologica Italo-Siriana) si è svolta nel 2007. Con un’indagine sistematica dell’area si è proceduto in primo luogo all’identificazione delle strutture emergenti ancora in situ, in prevalenza allineamenti di blocchi litici, talora interpretabili come i limiti di piccole strade che attraversano il quartiere, ed elementi architettonici isolati, quali colonne, pilastri frammentari o stipiti. Altri allineamenti di più ridotte dimensioni costituiscono, invece, i limiti di singole unità edilizie: sono stati identificati spazi quadrangolari isolati oppure strutture articolate in più vani, alternati a spazi aperti, probabilmente da interpretare come residenze private, alcune di alto livello. Una seconda indagine sul terreno ha interessato l'identificazione di elementi architettonici abbandonati, come capitelli, mensole, architravi, presenti in gran numero nel quartiere. Attraverso la ricognizione di superficie, l’équipe diretta da Maria Teresa Grassi ha identificato un’area di particolare interesse nel settore meridionale del quartiere, presso cui si trova la struttura più imponente dell’area, costituita da un peristilio di forma quadrangolare, con sei colonne per lato (ne rimangono in situ 12). Proprio per approfondire l’indagine in questo ambito, si è deciso di avviare, nel 2008, uno scavo stratigrafico.

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All’avvio della missione PAL.M.A.I.S., numerose missioni straniere operano nel sito archeologico di Palmira, confermando la peculiarità della città antica di essere un luogo d’incontro di culture. Tra i primi archeologi stranieri a sostenere e incoraggiare il nuovo progetto di ricerca italiano a Palmira Michal Gawlikowski, direttore della missione archeologica polacca dell’Università di Varsavia, e Christiane Delplace (nella foto insieme a Maria Teresa Grassi), responsabile con Jacqueline Dentzer-Feydy della missione archeologica francese.

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Nel 2008 l’équipe archeologica diretta da Maria Teresa Grassi avvia lo scavo stratigrafico nell’area del peristilio individuato nei pressi delle mura tardo-antiche durante la ricognizione di superficie. L’indagine condotta presso la struttura denominata “Edificio con Peristilio” ha interessato il lato ovest del peristilio, caratterizzato dalla presenza di quattro ambienti, la corte interna del peristilio e il lato nord del portico, in cui sono stati ricavati altri due ambienti. La frequentazione dell’ “Edificio con Peristilio” si colloca tra l’età severiana (fine II - inizi III secolo d.C.) e l’età omayyade (VII-VIII secolo d.C.). La struttura più antica era probabilmente un edificio residenziale di un certo prestigio (privato? semipubblico?), come si evince dalle dimensioni e dai lacerti della decorazione di stucchi e marmi degli ambienti, poi ampiamente rimaneggiati e ridefiniti nella prima età islamica, che vede un ampio ricorso al fenomeno del riuso di elementi decorati e iscritti delle età precedenti. Lo scavo della missione italiana cattura fin dall’inizio l’interesse non solo degli organi di stampa nazionali, ma anche di troupe televisive internazionali presenti nel sito archeologico con intenti documentaristici (in alto l’intervista rilasciata da Maria Teresa Grassi alla BBC). 41


Lo scavo archeologico presso i quattro ambienti situati sul lato ovest dell’ “Edificio con Peristilio”.

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Con la campagna 2009 si conclude l'esplorazione degli ambienti situati sul lato ovest del peristilio. L’ “Ambiente A”, e in parte il lato nord del peristilio, restituiscono un nucleo consistente di stucchi, probabilmente pertinenti alla decorazione originaria dell’edificio di età severiana (fine II - inizi III secolo d.C.). Nell’ “Ambiente D” si mettono in luce, nella porzione sud-est, quattro gradini di una scala (uno dei quali con iscrizione greca) e un piccolo forno, e, nella porzione nord-est, i resti del lastricato di un pavimento. Nei livelli di crollo dell’ambiente sono stati trovati tre piccoli altari, due dei quali con iscrizioni in palmireno. Un'iscrizione, in particolare, riporta la dedica al "dio senza nome". 44

In alto, la scoperta dell’altare dedicato al “dio senza nome”. In basso, da sinistra, l’altare con dedica al “dio senza nome, un elemento architettonico frammentario con iscrizione greca riutilizzato come gradino e il nucleo di stucchi.


Maria Teresa Grassi sullo scavo di Palmira insieme a Waleed al As’ad, direttore della missione PAL.M.A.I.S. per la parte siriana.

L’ambasciatore italiano in Siria Achille Amerio in visita agli scavi italiani a Palmira. 45


Il campo della missione PAL.M.A.I.S. all’alba. 46


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In alto, l’équipe della missione archeologica PAL.M.A.I.S. a conclusione dell’ultima campagna di scavo nel 2010.

In basso, Maria Teresa Grassi nel 2010 durante l’intervista rilasciata alla RAI in occasione della realizzazione di un reportage sulla missione archeologica PAL.M.A.I.S.

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Nel 2011 scoppia la guerra in Siria e tutte le ricerche archeologiche nel sito di Palmira vengono sospese. L’ombra dell’ISIS si allunga anche sulle rovine della città antica, portando con sé morte e distruzione. Palmira, sopravvissuta alla storia per millenni, non sarà mai più la stessa.

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Il Progetto Palmira I convegni

XVII International Congress of Classical Archaeology Palmyra - Queen of the Desert. 50 Years of Polish ExcaMeetings between Cultures in the Ancient Mediterra- vations in Palmyra (Varsavia, 6-8 dicembre 2010). nean (Roma, 22-26 settembre 2008).

Stucs d'Orient. Contacts entre les traditions orientales Saving the Syrian Cultural Heritage for the Next Generaet les cultures hellénisées de la Méditerranée orientale tion: Palmyra. A Message from Nara (Nara, 11-13 luglio à travers les revetements stuqués architecturaux d'épo- 2017). que gréco-romaine (Nanterre, 21-22 novembre 2013). 54


Il Progetto Palmira La divulgazione A partire da maggio 2015, il sito archeologico di Palmira ha vissuto per quasi due anni una situazione drammatica a causa dell’occupazione da parte delle truppe dell’ISIS. L’avvio di questa tragica stagione è stato segnato dall’uccisione di Khaled al As‘ad, direttore del Museo e dell’area archeologica di Palmira per 40 anni (19632003, a cui fanno seguito le distruzioni di templi e monumenti simbolo della città antica. La morte dell’archeologo siriano ha suscitato grandissima emozione in tutto il mondo e sono state moltissime le manifestazioni che ne hanno onorato il sacrificio e la memoria. In particolare, a Milano, viene organizzata la cerimonia di dedica di un albero e di un cippo nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo, al Monte Stella, a cura dell’Associazione Gariwo (18 novembre 2015), conclusa da un convegno al “Piccolo Teatro”. Si tratta di uno dei primi interventi di Maria Teresa Grassi a ricordo di Khaled al As‘ad e del patrimonio archeologico di Palmira (foto in basso), a cui seguono innumerevoli interventi in ambito accademico e pubblico a sostegno del sito patrimonio dell’UNESCO. Maria Teresa Grassi diventa così la voce di Palmira in Italia. Le sue parole sono dettate non solo dalla necessità di preservare la memoria del sito, ma anche dalla volontà di credere che ci sia ancora un futuro per Palmira, all’insegna della ricostruzione e della ricerca.

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Raccontare l’archeologia. Salvare la memoria. Nel 2016 l’Associazione Postumia di Gazoldo degli Ippoliti (MN) presieduta da Nanni Rossi, per decenni a fianco di Maria Teresa Grassi e supporto della missione archeologica a Calvatone, propone di celebrare attraverso una giornata di studi la grande via consolare Postumia a distanza di vent’anni dal convegno archeologico internazionale “Postumia. Storia e archeologia di una grande strada romana alle radici dell’Europa” (Cremona 13-15 Giugno 1996), un momento importante di riflessione e di confronto non solo sui territori attraversati dalla via consolare, ma anche sull’ampia rete di rapporti con le regioni limitrofe e il resto dell’Impero romano. La nuova giornata di studi si propone di presentare i progetti di comunicazione delle più recenti scoperte del territorio, sottolineando la continuità dell’impegno dei ricercatori nel “raccontare l’archeologia” al pubblico. Richiamando l’obiettivo dell’Associazione - “saper guardare oltre le frontiere verso nuovi confini” - Maria Teresa Grassi, nell’organizzare il convegno, compie un passo in più e, con l’intento di ampliare il racconto oltre la Postumia, dà voce al dramma delle distruzioni subìte dai siti archeologici nell’area mediterranea e alla

necessità di “salvare la memoria”. Il convegno viene dedicato a Khaled al As’ad, direttore del sito archeologico di Palmira e suo strenuo difensore. Il “Progetto Calvatone” e il “Progetto Palmira” si ritrovano così riuniti l’uno accanto all’altro, protagonisti delle due tematiche della giornata di studi.

In alto a destra, Maria Teresa Grassi con Marina Volonté (conservatore del Museo Archeologico di Cremona), con cui numerose sono state nel tempo le occasioni d’incontro e le collaborazioni di ricerca, in particolare per Calvatone; sotto, i colleghi di Aquileia durante la presentazione di una mostra sull’archeologia ferita in Tunisia.

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I Libri Nell’ambito della vasta bibliografia di Maria Teresa Grassi è possibile riconoscere due linea di ricerca variamente declinate nel corso del tempo, ma sempre riconducibili a due tematiche principali: l’Archeologia della Cisalpina romana e l’Archeologia delle province romane, con particolare riferimento all’Africa e alla Siria. L’esordio editoriale risale al 1991, anno cui esce il volume “I Celti in Italia” (“Biblioteca di Archeologia”, vol. 16, editore Longanesi), cui segue nel 1995 il volume “La romanizzazione degli Insubri. Celti e Romani in Transpadana attraverso la documentazione storica e archeologica”, inaugurando la “Collana di Studi di Archeologia Lombarda” (edizioni ET). Ed è proprio affrontando il tema della romanizzazione dell’Italia settentrionale che Maria Teresa Grassi intraprende gli studi sulla cultura materiale romana, ricerche destinate a diventare delle pietre miliari nella bibliografia dell’Archeologia della Cisalpina romana. Il nome dell’archeologa è indissolubilmente legato a Calvatone-Bedriacum, sito in cui ha condotto studi pioneristici su materiali inediti, dedicandosi in modo particolare all’analisi della ceramica a vernice nera: le ricerche su questa classe ceramica includono sia le indagini archeometriche - organizzazione del convegno “Indagini

archeometriche relative alla ceramica a vernice nera: nuovi dati sulla provenienza e la diffusione” (Milano, 2223 novembre 1996) e cura degli Atti (1998) - sia l’accurato studio delle ceramiche provenienti dagli scavi dell’università, che sfocia nell’importante volume edito nel 2008 “La ceramica a vernice nera di CalvatoneBedriacum” (Flos Italiae. Documenti di archeologia della Cisalpina Romana, 7). Le indagini condotte nell’area della “Domus del Labirinto” di Calvatone-Bedriacum trovano una doppia sede editoriale: “Calvatone-Bedriacum. I nuovi scavi nell’area della Domus del Labirinto (2001-2006)” viene pubblicato dapprima nel 2008 su supporto multimediale (DVD) grazie a una felice intuizione sulle potenzialità delle pubblicazioni digitali open-access, e poi nel 2013 come volume cartaceo con il contributo dell’Associazione Postumia. A sigillo degli studi sull’Archeologia della Cisalpina romana, Maria Teresa Grassi pubblica nel 2009 con la collega e amica Patrizia Frontini, il poderoso volume “Lombardia” nella collana “Archeologia delle Regioni d'Italia” (Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato), in cui si passa in rassegna l’archeologia della Lombardia dalla preistoria all’epoca longobarda, passando per l’età romana.

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Docente di Archeologia delle province romane presso l’Università degli Studi di Milano, Maria Teresa Grassi partecipa alla realizzazione di un nuovo manuale per le province dell’Impero, pubblicato nel 2011: all’interno del volume “Arte e Archeologia delle province romane” (Mondadori), si occupa in particolare dei territori a cui ha dedicato progetti di ricerca e pubblicazioni, l’Africa e l’Oriente romano. L’archeologa sviluppa l’interesse per l’Africa romana alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, quando, in seguito a una serie di viaggi di studio in Libia e in Tunisia, pubblica “Libia mediterranea e romana” (1998), da cui vengono tratti i libretti “Sabratha”, “Leptis Magna” e “Cirene Apollonia”, e “Tunisia. Le città costiere, i siti romani e le oasi a nord del Sahara” (2002) per Polaris Editore. L’avvio della missione archeologica congiunta PAL.M.A.I.S. sposta l’interesse scientifico di Maria Teresa Grassi sull’Oriente romano e sul sito di Palmira. In seguito alle distruzioni subìte dalla città antica e avvertendo l’urgenza di salvare la memoria del sito, l’archeologa si impegna nella pubblicazione del volume “Palmira. Storie straordinarie dell’antica metropoli d’Oriente” (Edizioni Terra Santa, 2017), in cui descrive volti, strade, colonne, templi con la prodigiosa capacità comunicativa che la contraddistingue. Nel 2019 partecipa con un contributo sulla storia e l’archeologia di Palmira al volume “Guida di Palmyra” (Viella), traduzione della guida di Khaled al As’ad.

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Sesta Giornata della Ricerca “Maria Teresa Grassi” del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali

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Il ricordo I Colleghi, i collaboratori, gli studenti A un anno dalla scomparsa Maria Teresa Grassi è sempre con noi: Colleghi e Amici della Sezione di Archeologia e di altre Istituzioni, che con Lei si sono formati e che l’hanno apprezzata e stimata, o con Lei hanno collaborato, Allievi e Studenti che dalla sua Scuola hanno tratto insegnamento, sono qui insieme riuniti per porgerle un omaggio personale improntato al ricordo, ciascuno traendo dai momenti condivisi uno spazio dedicato a formare un mosaico gioioso. Osiamo sperare che a Maria Teresa i piccoli scritti che la ricordano, sugli scavi, nei viaggi e nelle considerazioni a Lei rivolte che sono sorte spontanee

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nel nostro pensiero, sarebbero piaciuti e li avrebbe graditi con quella sorridente risolutezza e sobrietà con le quali sapeva accogliere umanamente i suoi interlocutori. Desideriamo, dunque, ringraziare tutti Coloro i quali, con slancio e senza esitazione, hanno tradotto questo invito in righe ed immagini; un grazie speciale a Valentino Albini, che con la consueta professionalità si è industriato affinchè queste pagine ospitassero un collage formulato in maniera autentica e inconsueta secondo i crismi editoriali più adeguati.


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Lettere dall’Egeo Federica Chiesa

Un grazioso volumetto dedicato alle archeologhe italiane della prima metà del Novecento mi fu donato anni fa: l’epicentro tematico, integralmente declinato al femminile, era la Grecia. Giorni addietro “Lettere dall’Egeo” di Giovanna Baldini mi ha fatto risalire alla mente i ricordi. Della penisola e del suo mare disseminato da miriadi di isole Maria Teresa bene conosceva tanti orizzonti, quelli che in estate amava osservare traversandolo, battuto da un vento che mutava incessantemente. Di quel mare e di quel vento abbiamo parlato mille volte, senza feticci e senza accenni alle antiche rovine, catturate entrambe dall’inevitabile bellezza, dal profumo sparso della vegetazione rada, dal silenzio immoto, dalle cicale. Nel mese di settembre, chiuse nel suo studio in via Festa del perdono, avevamo la consolidata abitudine di rinnovare vicendevolmente la descrizione degli ultimi approdi scoperti e senza che mai, in quel dedalo di isole, ci fossimo incontrate una sola volta. La classicità l’avevamo entrambe già esplorata e dunque in quella circostanza non serviva allo spirito: lei navigava e dal mare approdava alla terra, al centro dei quattro punti cardinali; io cercavo rifugio in qualche microscopicità insulare fuori delle rotte più correnti per dipingere acquerelli. Un piccolo acquerellino glielo dipinsi un’estate: un’opera decisamente semplice, lo scorcio di una chiesa cicladica bianca, nella quale, però, lei vide di più e lo volle tenere accanto a sé, sulla scrivania dello studio. A Kimolos, non lontano dalla più famosa Milos, anche Maria Teresa una volta era arrivata: una piccola perla dove mi fermavo per due settimane nel mese di giugno e dove lei era passata in agosto, a vela. Intanto era partita la Missione palmirena e, per l’occasione della prima campagna di scavi compiuta, le dedicai un quadretto, una palma nella quale lei mi disse di riconoscere un preciso scorcio familiare e che insieme appendemmo sul muro di fronte alla scrivania cui abitualmente lavorava.

Era entusiasta. Eppure, come scrisse, in una frase che mi colpì, Stefan Zweig alla memoria di Rainer Maria Rilke, sembrava tenesse fra le mani una coppa di silenzio. Con Maria Teresa spesso le parole non erano indispensabili, ma solo necessarie. E in quello spazio mai tracimante di ridondanze e superfluità nel quale la nostra amicizia era cresciuta e si era cristallizzata, sicura e sincera, mi sono ritrovata e ancora mi ritrovo a parlarle con il pensiero, in un colloquio che supera la lontananza e che attinge, luminoso, ai ricordi di tante parole dette (a volte anche in greco).

Καλό ταξíδι, φίλη μο͂υ.

Le Immagini della Prof.ssa M.T. Grassi sono state gentilmente concesse dal Sign. Paolo Bersani

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Maria Teresa e Palmira Giorgio Bejor Le prime volte, dividevo con Mario Epifani una camera dove sorprendenti quantità di topini del deserto correvano veloci tutta la notte. Era ancora il vecchio hotel Zenobia, si era negli anni ’80, ancora con i mobili di quando vi aveva alloggiato Lawrence d’Arabia. Proprio accanto alla città antica, accostava direttamente storie assai più recenti al fascino di due kmq di muri e colonne alti come palazzi di 5 piani, in mezzo al nulla del deserto siriano. Mi sentii orgoglioso di appartenere ad un istituto che, grazie a Maria Teresa, ora poteva mettersi all’occhiello anche quest’altra grande, clamorosa iniziativa. Occorrevano molto coraggio e solide basi per affrontare e organizzare uno scavo in un sito esteso per decine e decine di ettari, dove per decenni avevano lavorato e lavoravano missioni siriane e poi anche francesi, tedesche, polacche. Ma a Maria Teresa coraggio, tenacia, capacità anche politiche e organizzative non mancavano di certo. Così, con tanti suoi allievi, anno dopo anno cominciò a far venire alla luce le grandi case del quartiere che le era stato affidato, esteso su un’area di quasi 12 ettari. Nel 2007 partì anche il suo "progetto Palmira dell'Università degli Studi di Milano”, avviato in collaborazione con la Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Damasco, con un suo sito ancora visibile in rete. Un altro grosso successo. Poi, quando lo scavo era ormai ingranato e stava producendo sempre più cospicui frutti, la situazione politica e militare di quelle aree, come tutti sanno, precipitò. Scavi e restauri tragicamente cessarono. Maria Teresa, che si era occupata della Siria anche nel nostro manuale di archeologia delle province romane, continuò a dimostrare il suo amore per quella terra in due libri e tanti articoli, tenendo una lunga serie di conferenze: sullo scavo, sui monumenti, sulla loro difficile situazione. Aspettando che la situazione tornasse a normalizzarsi. Per chi l’ha ammirata e le ha voluto bene, Maria Teresa, che ha voluto, cercato, costruito e portato avanti questo rapporto tra l’Università di Milano e la capitale del deserto, con capacità, tenacia ed entusiasmo, continua sempre ad esserne legata.

Colta, amante dei viaggi e delle culture, Maria Teresa Grassi conosceva già assai bene molte delle province romane sulle quali poi per tanti anni tenne il suo insegnamento. Anch’io avevo insegnato questa materia, prima a Pisa e poi a Venezia, concentrandomi sulle province orientali. Così se ne parlò spesso, sottolineandone le difficoltà ma ancor più le straordinarie prospettive; e ricordo ancora benissimo quando, rivedendoci in istituto dopo le lezioni, mi disse con emozione e soddisfazione che aveva appena ottenuto una concessione di scavo in Siria: a Palmira. Palmira! Non le ci volle davvero molto per comunicarmi il suo entusiasmo. La città di Zenobia e di Odenato, di Aureliano e di Gioacchino Rossini, di Robert Wood, James Dawkins, Michal Gawlikowski: la regina del deserto, la più fascinosa in una corona di città fantastiche. C’ero stato più volte, prima con Stefania Mazzoni e la sua équipe, poi per il mio lavoro sulle vie colonnate.

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Si j’avais quatre dromadaires. Nel deserto del Fezzan con Maria Teresa Elisabetta Gagetti Esistono diversi modi di viaggiare. Viaggiare con Maria Teresa nel Sahara – nell’aprile del 2004 – è stato il piacere di condividere la scoperta di luoghi nuovi

ignota all’archeologo classico, ma che lei aveva studiato con passione preparando accuratamente il nostro itinerario; la sorpresa di constatare quanto amata e ammirata fosse da colleghi e guide locali, e quanto lei amasse i luoghi e le persone che via via nel tempo aveva conosciuto. Viaggiare con Maria Teresa nel deserto è stata anche un’esperienza immersiva nella dimensione autentica del viaggio, senza concessioni alle comodità, in anni in cui il Sahara libico si andava invece aprendo al turismo e fiorivano gli eleganti campi tendati per viaggiatori che si spostavano su fuoristrada dotati di aria condizionata. Viaggiare con Maria Teresa è stato davvero come viaggiare con il don Pedro d’Alfaroubeira di Apollinaire: mi ha insegnato a percorrere vie insolite e ad abbandonarmi alla meraviglia della scoperta. Buon viaggio, Maria Teresa!

G. Apollinaire, Le Dromadaire Avec ses quatre dromadaires Don Pedro d’Alfaroubeira Courut le monde et l’admira. Il fit ce que je voudrais faire Si j’avais quatre dromadaires

con un’amica. Lo stupore di ascoltare le sue entusiasmanti spiegazioni dell’arte rupestre nel Tadrart Acacus per lo più del tutto

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Cara Maria Teresa Claudia Lambrugo È un anno esatto che conservo la tua fotografia sorridente nel cellulare. Non me ne separo perché mi rassicura: la vita è atroce talvolta e la tua scomparsa, così improvvisa, lo è per tutti noi. Come allieva della Scuola di Specializzazione, sono stata per qualche anno tua studentessa, senza lasciare – a dire il vero – un grande segno; tutti i miei pensieri erano già rivolti ai Greci, al Sud d’Italia, alla Sicilia. Quel poco però è bastato perché sperimentassi di te la limpidezza cristallina nell’esporre i contenuti e il rigore scientifico nell’interpretare lo scavo. Non ne abbiamo mai parlato, perché in fondo un po' me ne vergogno: chissà se conservi memoria di quel pomeriggio assolatissimo a Calvatone (era il 1998? o il 1999?) in cui, da studentessa un po' indomabile, sguardo spiritato, carattere poco propenso al rispetto delle liturgie accademiche (quale ero allora) mi allontanai dallo scavo di Calvatone senza il tuo permesso: mi era venuta un’improvvisa voglia di caffè…. le tue urla al mio ritorno le sento ancora. Negli anni siamo diventate buone colleghe. Voglio ricordarti così: mentre sorridi e con un cenno della

testa mi inviti a entrare nel tuo studio per due chiacchiere mattutine, una risata o uno sfogo condiviso su qualcosa che proprio non ci va giù. Voglio conservare l’immagine nitida del tuo studio perfettamente ordinato, con le tante fotografie dei viaggi, la grazia elegante di qualche ninnolo, un vasetto di fiori, le locandine delle conferenze e dei convegni perfettamente allineate sul vetro. Da donne energiche entrambe, pratiche e veloci nell’individuare soluzioni, abbiamo condiviso tanti momenti della quotidiana vita di istituto: i traslochi da uno studio all’altro, risolti con la praticità e l’efficienza proprie dell’esercito romano che leva il campo; le tue osservazioni a penna sulle carriere accademiche degli studenti ammessi alla laurea magistrale. Le conservo quelle carte nel mio armadio. Se non possiamo impedire che la vita ad un certo punto ci separi, possiamo almeno credere che separandoci nulla cambi. Buon viaggio, Maria Teresa.

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In viaggio in Libia con Maria Teresa Giovanna Bagnasco Maria Teresa mi ricordava spesso di essere quella vera mentre “l’altra”, quella asburgica, era solo quella che per un po’ si era presa la Cisalpina. Cisalpina dove, al tempo del nostro Dottorato alla fine degli anni Ottanta dello scorso secolo, lavorava a quelle genti che non rinunciavano al proprio repertorio vascolare, alle forme identitarie, al tempo della “Romanizzazione”. Romanizzazione autoindotta, però, che Maria Teresa andava scoprendo nei dati materiali portando il proprio originale contributo al dibattito sul termine che in quegli anni si intensificava discutendone con fermezza e limpidezza di parola. Parola, diceva, ne aveva una sola; la considerava la sua vera ricchezza di cui disporre con estrema cautela, l’unica che aveva e di cui davvero ci si poteva fidare, altrimenti non parlava, nel rispetto per chiunque fossero gli Altri. Altri per davvero, altri incontrati sulle coste del Mediterraneo e poi sempre più addentro fino al confine del

deserto africano in Libia e poi fino a Palmira, l’estremo limite del suo raggiunto sogno. “Un sogno volevo, il più bello, Giovanna”, mi diceva, e lo aveva afferrato nelle terre a perdita d’occhio delle carovane, nel tempo dilatato e negli sguardi. Sguardi da cui cogliere quando fosse opportuno parlare, quando tacere, quanta pazienza avere e ci era riuscita, mettendo in campo tutta se stessa, come al solito, fino al profondo del suo essere come nel suo progetto. “Un progetto giovane il mio, Palmira”, diceva, conquistato al cuore degli altri, diversi per cultura e uguali nelle radici più profonde del loro essere uomini, capaci di intercettare in lei la forza della convinzione e del progetto. Maria Teresa, non l’altra, quella con cui ho avuto il privilegio di condividere il tempo del Dottorato e del suo viaggio verso l’Altro.

2006, febbraio, deserto libico viaggio organizzato da Maria Teresa 72


Passione e tenacia Lilia Palmieri Quando rivolgo il mio pensiero alla Professoressa Grassi, per me Maestra, Mentore e Amica, sono tre le parole che immediatamente associo alla sua persona: passione, determinazione, ispirazione. La passione profusa in ogni attività svolta, dalle lezioni in aula ai progetti di ricerca internazionali, era straordinariamente tangibile per studenti, allievi e colleghi, conquistati dall’entusiasmo di cui erano permeate le sue parole e dalla prodigiosa capacità comunicativa. Gli studi sulla romanizzazione dell’Italia settentrionale e la passione per la cultura materiale romana si concretizzano in una serie di pubblicazioni destinate a diventare delle pietre miliari nella bibliografia dell’Archeologia della Cisalpina romana. E in tale contesto, il nome di Maria Teresa Grassi è indissolubilmente legato al sito romano di CalvatoneBedriacum. Nell’ambito del “Progetto Calvatone”, dapprima come responsabile sul campo e dal 2005 come direttore scientifico, ha condotto studi pioneristici su materiali, dedicandosi in modo particolare all’analisi della ceramica a vernice nera. Attraverso lo scavo di Calvatone è riuscita a polarizzare l’interesse di studenti di ogni ordine e grado e a plasmare le menti di giovani ricercatori, creando una “scuola milanese” di studi sulla ceramica romana. Io stessa ho incontrato per la prima volta la Professoressa Grassi partecipando a un seminario sulla ceramica romana. Ricordo soprattutto l’urgenza che la Professoressa sembrava avvertire nel voler trasmettere una corretta metodologia di studio e la passione che accompagnava ogni parola e ogni gesto. Allora ero inconsapevole di quale peso specifico questa esperienza avrebbe avuto sul mio percorso ... E so per certo, poiché vi ho assistito personalmente, che l’esperienza si è rinnovata decine e decine di volte all’arrivo di nuovi

studenti nel magazzino di Calvatone, che la Professoressa amava definire “il suo regno”. Maria Teresa Grassi si considerava “un’archeologa da campo” e l’impegno appassionato profuso per lo scavo di Calvatone-Bedriacum ne è la prova. La rilevante qualità intuitiva, a volte spiazzante, l’ha spinta spesso a intraprendere coraggiose strategie di scavo e innovative vie di condivisione dei risultati e la determinazione con cui ha diretto per anni il “Progetto Calvatone” è stata ricompensata dal posto privilegiato che il sito archeologico occupa nel panorama degli studi sulla Cisalpina romana. Il coraggio di intraprendere nuovi percorsi con determinazione si manifesta compiutamente quando la Professoressa Grassi avvia un progetto di ricerca internazionale presso il sito di Palmira. Un progetto ambizioso, una sfida possibile. La missione PAL.M.A.I.S., la prima missione archeologica italiana a Palmira, è stata fonte di enormi soddisfazioni per gli importanti risultati raggiunti, dalla mappatura di un quartiere di 11 ettari allo scavo archeologico di una residenza privata. L’avventura siriana resta indelebile nel cuore di coloro che hanno avuto l’onore e l’onere di parteciparvi e di condividerne sogni, speranze e sorrisi. Persona riservata e sempre disponibile, dal carattere forte e dai modi diretti, riflesso di un pensiero lineare; studiosa curiosa e attenta, impegnata in ricerche pioneristiche e dotata di una scrittura chiara ed essenziale, che ben rispondeva alle esigenze legate all’esposizione del dato scientifico. Maria Teresa Grassi era tutto questo e molto di più, onestà intellettuale ed etica professionale trovavano in lei pieno compimento. Ha rappresentato per generazioni di studenti una guida ferma, una fonte d’ispirazione e uno straordinario esempio da seguire, sempre pronta a intraprendere con coraggio e curiosità nuovi sentieri mai battuti. Protagonista di “tante archeologie”, ha insegnato a ciascuno a trovare la propria voce e ad affrontare le sfide sempre a testa alta. Conservo nella mia libreria una copia del volume “I Celti in Italia”, che la Professoressa aveva voluto donarmi segnandovi la seguente dedica: “A Lilia, con l’augurio di conservare per sempre passione e tenacia”. Parole preziose, che esprimono l’essenza stessa dell’essere ricercatore, parole che oggi più che mai mi danno la forza di perseverare nel mio percorso scientifico, in cui la mia sorridente Professoressa tanto credeva.

Krak des Chevaliers (2007) 73


Insieme all’Istituto di Archeologia Marina Castoldi Ho dei bellissimi ricordi con Maria Teresa, che incominciano quando, all’inizio di una carriera che è diventata poi lunga e articolata, partivamo insieme per i Convegni, piene di curiosità e di interessi, per “andare a conoscere la bibliografia”, parole sue; ricordo Roma, Taranto, Venezia, Ornavasso, e tante altre occasioni per chiacchierare, scambiare idee e, perché no?, qualche frizzante critica agli oratori del momento … Abbiamo lavorato insieme anche per mandare avanti l’allora Istituto di Archeologia: non avevamo segretari e amministrativi e facevamo un po’ tutto noi. Altri tempi. Io ero Tecnico Laureato, facevo funzioni di segretariato per la Scuola di Specializzazione in Archeologia e Maria Teresa, inquadrata come Ricercatore, ha avuto l’onore e l’onere di rivestire per qualche anno le funzioni di Vice-Direttore; praticamente le toccavano i tabulati con i fondi a disposizione e i rendiconti amministrativi, operazioni

che svolgeva con attenzione e puntualità, come se si trattasse di studiare nuove forme ceramiche … Affiancavamo il Direttore, preparavamo i programmi, le lettere per le conferenze, il concorso di ammissione, i verbali … Insomma, eravamo sempre indaffarate, ma ci si divertiva e i ricordi sono ancora tanti e buoni e vividi.

E resteranno sempre.

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Un’attrazione fatale tra due segni zodiacali Gabriella Tassinari Da dove cominciare? “No, no, non farla lunga! Mi raccomando!” sento la voce di Maria Teresa che mi prende in giro come sempre, conoscendomi grafomane e troppo attaccata a lei. Però devo cominciare dall’inizio. Dalla nostra nascita nello stesso anno, sotto due segni zodiacali che si attraggono fatalmente: io cancerina e lei scorpioncina. Ed è questo il fil rouge che ci ha sempre unito: due segni cosi diversi, opposti, ma complementari. Le nostre storie, le nostre vite, i nostri caratteri così diversi eppure… Insieme l’Università; insieme gli scavi ad Angera, vicine, lei a mezze maniche, io con il maglione; non potevo che essere la sua spalla, sempre, per suscitare il riso. Stessa stanza, letti vicini per chiacchierare: Maria Teresa sposava il suo amato Paolo, compagno di classe e di vita. Insieme i viaggi ad Angera, per studiare il materiale, ridere, confidarci, viverci. Passano gli anni. Maria Teresa presissima da tutti i suoi impegni universitari; e io che le scrivevo lettere su lettere; mi sentivo trascurata. E lei, straordinariamente libera, sbuffava, mi burlava per le mie interminabili manifestazioni d’amicizia; ma non mi allontanava mai, non tagliava mai. Mi chiamava la Colomba Bianca, Santa Chiara; lei esperta di quelle vipere umane, di quegli squali umani di cui pullula l’oceano della vita. Passano gli anni. Insieme nelle grandi tappe da studiose, il viaggio in Umbria, mia terra materna, che Maria Teresa ricorderà sempre. Insieme le feste in casa, da gioiose “liceali”, le lauree delle nostre amiche.

Lontane ma insieme le vacanze negli USA; Maria Teresa mi riempiva di cartoline, scrivendomi: “Così non potrai più lamentarti che mi dimentico di te!”. Lontane ma insieme le vacanze in Grecia, nostro comune amore. Passano gli anni. Mi definisce “la vera studiosa”. Ci doniamo i nostri libri. Per quegli incredibili casi del destino i nostri primi articoli escono vicini nelle stesse riviste. E anche gli ultimi. Quando scrivo delle gemme degli Asburgo, le mando sempre qualcosa sull’Imperatrice Maria Teresa, sapendo quanto lei ci tenga alla sua omonima: “Di Maria Teresa ce ne sono due, io e la mia antenata”. Ci incontriamo ai convegni, sediamo vicine, viaggiamo insieme per parlare del nostro mondo, della sua Libia che la mia mamma brama vedere, della sua Palmira; e Maria Teresa incantata mi racconta dei tramonti, dei suoi compleanni in riva all’Eufrate, apprezzando che io fossi sempre la prima a scriverle gli auguri. Passano gli anni. Le bufere, pur ben differenti, ci abbattono. Piccola grande luce: i pomeriggi passati a bere un tè; e mentre le racconto le mie infinite storie Maria Teresa esclama: “Ma ne facciamo un film, me regista”. L’ultimo suo messaggio scherzoso per il mio compleanno. Con il suo umorismo (ed aveva subito la prima operazione) a me proustiana nelle viscere: “Ho letto Proust. Che palle! Quanto è noioso!”. Ma come scrive Proust e come io vivo: “Non mi abituo alle cose che finiscono”. Così Maria Teresa sa che tra noi non finirà mai.

Con Maria Teresa alla discussione della tesi di laurea di Antonella Bonini

Dediche di Maria Teresa alla scrivente

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Visite con un’amica Fabrizio Slavazzi

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Pensando a Teresa Cristina Chiaramonte Treré Quando scompare un amico con cui si sono condivisi interessi, valori, fatiche e soddisfazioni, nel vuoto che resta si delineano i tratti essenziali, caratteristici di chi ora ci manca. Di Maria Teresa, anzi Teresa come da me voleva essere chiamata, mi torna agli occhi la scattante figura di una giovane signora elegante e graziosa, pronta a sorridere a chi le veniva incontro, a interessarsi a problemi e necessità altrui. Tornano alle orecchie sonore risate che punteggiavano i nostri intervalli di lavoro, spesso per allentare tensioni e scambiare confidenze. Teresa poteva però essere severa: risento anche la voce adombrata dell’insegnante insoddisfatta, della Maestra che molto con passione dà e molto chiede. La rivedo impegnata nel gravoso compito di avviare e condurre gli scavi a Palmira, addolorata poi per i terribili accadimenti in Siria, commossa per i monumenti distrutti ma ancor più per le persone con cui aveva lavorato e di cui non aveva più notizie. Con il medesimo interesse scientifico che un vero archeologo nutre per ogni ricerca, Teresa si dedicò alla prosecuzione degli scavi a Calvatone-Bedriacum. In proposito voglio ricordare il supporto essenziale dato da Teresa, valida coordinatrice e conoscitrice di pubblica amministrazione, quale referente, per la Regione, di un progetto di ricerca e valorizzazione del patrimonio

archeologico lombardo. Tre cantieri, Calvatone, Guardamonte, Lavagnone, di tre diverse Cattedre e per tutte riuscì generosamente a risolvere i sempre nuovi intoppi burocratici. Chi scrive, quale responsabile degli scavi al Guardamonte, le è riconoscente per tutte le pratiche, cronoprogrammi, incarichi, pagamenti, rendiconti e consuntivi sempre concordati nel rispetto delle opportunità di ognuno. Prima di tutto però Teresa è stata una preziosa docente per i nostri studenti e una vera divulgatrice così per le scuole come per il pubblico, offrendo l’occasione di conoscere il patrimonio archeologico del territorio e di vedere come si svolge il complesso lavoro di ricerca sul campo. Di tale lavoro è importante testimonianza il volume sui nuovi scavi a Calvatone-Bedriacum nell’area della “Domus del Labirinto” (2013) che costituisce un virtuoso esempio di pubblicazione sollecita, esaustiva, metodologicamente ineccepibile, che non tralascia al caso né dati, né approfondimenti, né prospettive di ulteriori indagini alla luce di quanto già acquisito. Lo studio mette in risalto la disponibilità dell’équipe diretta da Teresa, équipe che numerosa ed entusiasta ha riversato nel lavoro il frutto dell’insegnamento della prof. Pensando a Maria Teresa docente, si accende una speranza, nei nostri difficili tempi, per il futuro delle nuove generazioni.

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Ricordando Maria Teresa Marta Rapi Ho conosciuto Maria Teresa Grassi quando da giovane tesista disegnavo cocci alle Civiche raccolte archeologiche mentre lei era già una ricercatrice impegnata in un importante progetto di studio sulla ceramica a vernice nera. Ricordo che ne discuteva appassionatamente con la collega Patrizia Frontini, di cui sarebbe poi diventata grande amica. Anni dopo ci siamo trovate colleghe, vicine di stanza e non solo; tra le cose che ci hanno unito c’era l’interesse per i

Celti. Ai Celti Maria Teresa aveva dedicato una bella monografia che sapeva interessare anche un lettore inesperto, per la sua forma semplice e chiara, della qual cosa, mi diceva, era molto fiera, ed aveva ragione di esserne. Maria Teresa per me è stata esempio di quanto importante sia il condividere e diffondere il risultato dei nostri studi.

I colleghi archeologi Clemente Marconi, Umberto Tecchiati, Lorenzo Zamboni, da poco entrati a fare parte del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali, aggiungono a quello di tutti il proprio ricordo affettuoso per una collega con la quale, sono certi, sarebbe nata un’amicizia, se la prematura scomparsa non l’avesse così amaramente impedito. 78


30 anni di ricordi Marina Volontè Non è facile mettere in rapida sequenza 30 anni di ricordi, che intrecciano momenti di vita personale, oltre che di studio e di lavoro. Ho conosciuto Maria Teresa quando, studentessa laureanda con la prof.ssa Sena Chiesa, cominciai a frequentare l'Istituto di Archeologia della Statale, e, soprattutto, quando nel 1989 partecipai alla mia prima campagna di scavo a Calvatone. Si è avviato allora un percorso che non si è mai interrotto e che, proprio grazie a Maria Teresa, si è consolidato e “istituzionalizzato” dopo il mio trasferimento a Cremona per lavorare come conservatrice del Museo Archeologico. Calvatone è stato però anche il luogo dove è nata l'amicizia, tra chiacchiere e risate nelle serate estive quando, con Enrico, Antonella e altri amici, frequentavamo sagre e feste, sentendoci parte di un territorio che ci coinvolgeva con la sua storia e le sue tradizioni. La comune passione per la ceramica ha fatto sì che le nostre strade si incontrassero anche in occasione di pubblicazioni (la prima fu il volume sugli scavi della Soprintendenza a Bedriacum, curato da Lynn Pitcher), di incontri di studio e di quei convegni lontano da casa, che ora mancano a noi tutti e che ci davano l'opportunità di stare insieme senza la pressione degli impegni della vita di tutti i giorni.

Proprio gli impegni lavorativi mi hanno frenato dal seguire Maria Teresa in Libia e, poi, a Palmira; conservo i braccialetti di perline e, soprattutto, la gioia di aver trovato un “link” tra Cremona e Palmira grazie al ritratto di Zenobia esposto alla mostra su Genovesino, pittore del Seicento, allestita pochi anni fa nella Pinacoteca di Cremona, che lei venne a visitare ansiosa di vedere il quadro da vicino. Nel 2015 le chiesi di intervenire, al Museo Archeologico, all'inaugurazione della mostra sulla Vittoria di Calvatone, premonitrice del successivo ritrovamento della statua originale all'Ermitage di San Pietroburgo; il 31 maggio 2019 fu lei a presentare la relazione introduttiva e a moderare il convegno organizzato per celebrare il decimo anniversario dell'inaugurazione del museo nella nuova sede. Ricordo l'apprezzamento generale per quegli interventi, per la capacità di rendere vicine e familiari vicende apparentemente lontane e di trasmettere, a chi l'ascoltava, la grande passione che la animava, per quella verve che era tutta sua.

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Insieme a Calvatone È davvero difficile concentrare in poche righe i ricordi che si

Ma soprattutto la figura di Maria Teresa si ripresenta alla

presentano alla memoria non appena si ritorna con il

mente, viva e nitida, nell’afa assolata di quei lunghi

pensiero ai tanti anni condivisi con Maria Teresa a

pomeriggi di giugno passati a scavare: il cappello sempre in

Calvatone.

testa, i grandi occhiali da sole, la camicia colorata dalle

Per chi su quel cantiere di scavo ha passato gli anni più belli

maniche lunghe immancabilmente allacciate ai polsini, la

della propria vita universitaria – e non solo – la sua immagine

risata squillante che esplodeva improvvisa come improvvisa

ritorna infinite volte, nelle più diverse circostanze e

e sonora – e tutt’altro che infrequente, perché il carattere

occasioni: sul campo a organizzare il lavoro, nell’ombra

certo non le faceva difetto… – poteva arrivare la sfuriata,

fresca dei depositi a maneggiare gli amati “cocci”,

quando le cose non andavano nel verso giusto. Però passava

spiegandoli con pazienza e passione agli studenti, nelle

in fretta. A restare invece – sempre immutati nel corso di

serate in pizzeria a chiacchierare e scherzare senza alcuna

tanti anni – sono stati la passione per la ricerca, l’entusiasmo

formalità,

della scoperta, l’affiatamento con collaboratori e studenti.

nell’ufficialità

amichevole

delle

tradizionali

conferenze di fine scavo, in cui presentare in anteprima ai

Ed è così che oggi la vogliamo ricordare.

cittadini di Calvatone le novità delle ricerche appena

A. Bacchetta, A. Baudini, D. Benedetti, N. Cecchini, M. Colella, S. De Francesco, F. Giacobello, T. Ravasi

concluse.

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Una storia eccezionale Le Storie non sono tutte uguali.

Le Storie vanno raccontate.

Sono i personaggi, l’ambientazione e il Narratore a renderle ciò che sono, l’importante è avere la fortuna di farne parte. Che sia nel mare verde di un’assolata pianura estiva o nella sabbia d’oro finissima di un paese lontano, il Narratore sa coinvolgere: è lui che tiene le fila, ma non si impone; spiega, ma ascolta; discute, ma non sovrasta. Conosce il cuore dei personaggi e distingue ciò che è materiale da ciò che è personale, condividendo lo spazio del lavoro e quello dell’anima. Così, in un cerchio perfetto, nella semplicità del maestro che insegna senza prevaricare.

Che sia una o infinite, le Storie non devono restare nel cassetto e questo il Narratore lo sa. Vanno condivise, perché crescano, come i loro personaggi. Come la ceramica. Un coccio non è mai solo un coccio in una cassetta polverosa, ma un meraviglioso cantastorie di ciò che è stato: quanto più lo si osserva, tante più sono le sfaccettature. Il Narratore ama raccontare, il confronto migliora lui stesso e ciò che descrive. Le Storie continuano. Con amore. Con professionalità. Con perseveranza. Perché, in Maria Teresa Grassi, noi abbiamo avuto un Narratore eccezionale.

Le Storie sono variopinte. Hanno il colore di un arcobaleno di ghiaccioli freschi, di una candida tenda per il the, del nero della tempesta che incombe, quel nero negli occhi del Narratore che scruta la piega degli eventi, fumando pensoso una sigaretta con fiero cipiglio. Lui ha un’idea di come andranno le cose, ma sa che il Gruppo deve elaborarle a suo modo: non si può essere sempre d’accordo, ma si può imparare a collaborare. Il filo di fumo si assottiglia, la pausa è finita e i personaggi aspettano: un colore, da solo, è solo un colore; insieme, diventano paesaggio.

Gli allievi: M. Albeni, A. Bernardoni, D. Bursich, M. Cetti, A. Crisà, R. Giovanelli, F. Grossi, E.E. Intagliata, S. Nava, L. Restelli, M. Romagnolo, G. Rossi, D. Seveso, F. Venturino, G. Zenoni

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Grazie, cara “Prof” Molti di noi non avevano mai viaggiato in Medio Oriente e avere il privilegio di farlo nel 2008, in Siria, con una studiosa di pluridecennale esperienza si è rivelata un’avventura straordinaria e inaspettata. La “Prof”, oltre ad avere allora appena avviato un progetto di ricerca in Siria, era nota per la profonda conoscenza dei paesi arabofoni, conoscenza accumulata in anni di viaggi e ricerche, anche nell’amata Libia. La Siria rappresentava per lei un esempio perfetto di terra di confine, come la Gallia Cisalpina: un’intrigante commistione di saperi e culture. Ogni volta che si apprestava a spiegare le vicende storiche di un monumento o quando scrutava affascinata la tempesta di sabbia in avvicinamento a Dura Europos, si poteva scorgere nei suoi occhi una luce brillante, un riflesso che profumava di datteri e di cardamomo. Le sue spiegazioni erano chiare, pulite, puntuali; arrivavano dritte alla mente, spazzando ogni dubbio.

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Di tutte le tappe del viaggio, è stato però soprattutto a Palmira, la Regina del Deserto, che la “Prof” ha saputo trasmettere al massimo il suo entusiasmo e l’amore per una città dai monumenti eccezionalmente conservati: le tombe ipogee, le case, ancora sepolte sotto metri di sabbia finissima, la straordinaria via colonnata… Grazie, cara “Prof”, per averci permesso di apprezzare appieno il rumore delle Norie a Homs, i colori intensi del suq di Damasco, il tè alla menta con i biscotti al sesamo di fronte al Castello di Aleppo, e altre innumerevoli emozioni che nessuno saprà più suscitare in noi in egual misura. "Chi non capisce uno sguardo, non capirà nemmeno una lunga spiegazione" Gli studenti partecipanti al viaggio in Siria


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