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Nella cattiva sorte Ho perso il conto delle fermate. Facile, in metropolitana. Facile, quando non t’importa di quello che ti lasci dietro né di quello che ti aspetta alla prossima fermata. «Sei una puttana.» Una constatazione. Semplice, chiara, buttata lì dopo giorni di silenzio. Il tono di mio marito è talmente neutro, talmente controllato, che la sua non sembra nemmeno un’accusa. Lo conosco questo tono. Ho imparato a conoscerlo mio malgrado, così come ho imparato a riconoscere i suoi passi lungo le scale. Incerti, pesanti, ubriachi di vino e chissà cos’altro. Non rispondo. Continuo a lavare l’insalata, mentre lo sento avvicinarsi alle mie spalle. Pum. Pum. Pum. I suoi passi un tutt’uno col mio cuore. «Puttana.» Una ventata d’alcol che quasi mi stordisce. Non gli rispondo. Continuo a esaminare la lattuga, una foglia dopo l’altra. L’ha comprata lui in uno dei suoi rari momenti di lucidità. Io non posso più uscire nemmeno per fare la spesa. Potrei incontrare qualcuno che vorrebbe di sicuro impicciarsi nella nostra vita o, Dio non voglia, potrei dover scambiare un paio di parole con il commesso del negozio. E poi la spesa non la so fare: spenderei sicuramente troppo, comprerei delle inutili schifezze. Vedrebbero l’ultimo livido che mi ha lasciato proprio ieri sera, sulla tempia destra. Non è sempre stato così. È un uomo buono, in fondo. È l’alcol che lo rovina, che lo fa diventare un’altra persona. All’inizio era solo un po’ geloso. Non voleva che indossassi gonne corte o magliette scollate. Non potevamo andare al mare o in piscina perché tutti mi avrebbero vista in costume. E in costume stavo male, diceva lui. Strano, considerando che ci siamo conosciuti proprio al mare. L’uomo più bello che avessi mai visto eppure, nonostante i fianchi larghi e il viso troppo rotondo, mi aveva scelta e preferita alle altre e di questo non potevo che essergli grata. Nemmeno sei mesi ed eravamo sposati, trasferiti nella periferia di Milano, lontani anni luce dalla mia famiglia e dai miei amici. Inutile averli attorno, si sarebbero intromessi. Già i miei avevano storto il naso di fronte a un matrimonio tanto affrettato. Ma io lo amavo. Lui era perfetto. Lui mi aveva notata. Ho lasciato il lavoro, ho messo da parte la mia laurea e ho cominciato a occuparmi della casa e di mio marito. Lui lo preferiva e potevamo permettercelo. Dopotutto lavorava in banca, stimato dal suo capo e dai suoi colleghi, con una promozione alle porte. Uscivo poco, solo di giorno e sempre con lui. L’idea che potessi trovare dei nuovi amici o semplicemente parlare con qualcuno senza la sua supervisione sembrava inorridirlo. Non era mai il caso che aiutassi a preparare la festa della Parrocchia, tanto più che avrei solo intralciato gli altri. Ed era inutile anche che partecipassi alla vendita di dolci organizzata per beneficienza: mi avrebbero derisa perché le mie torte facevano schifo. Di frequentare un corso di ballo o di andare in palestra nemmeno a parlarne, ché col mio sedere grosso non sarei riuscita a combinare nulla di buono. Così anche la sera rimanevo a casa ad aspettare che tornasse dal lavoro. Rimaneva fuori fino a tardi. Coi colleghi, diceva. Ed era anche giusto, mi dicevo io, visto che per


mantenermi stava rinchiuso tutto il santo giorno in un ufficio. Era giusto che si svagasse un po’. Mentre io aspettavo. Pian piano aveva preso a tornare sempre più tardi, sempre più ubriaco. Diceva cose senza senso. Urlava, furioso perché non lo aspettavo sveglia fino alle quattro di mattina. Finché le urla non sono diventate botte. La prima volta la ricordo come se fosse ieri. Stavo guardando la televisione, gli occhi fissi sulle immagini e le orecchie tese per sentire il suo passo sulle scale. Ancor prima che la chiave girasse nella toppa ero in piedi, tesa come la corda di un violino, pronta a scappare in camera da letto non appena lui si fosse distratto. Nell’alzarmi non mi ero accorta, però, che il telecomando che tenevo sulle ginocchia era scivolato a terra. D’altronde il tonfo era stato lieve, attutito dal tappeto. Il telecomando fu la prima cosa che lui vide. Il telecomando fu l’ultima cosa che vidi io, prima del suo schiaffo: rapido, inaspettato, dato a mano aperta e con tanta forza da farmi ricadere indietro, sul divano. “Sta’ più attenta alle mie cose, deficiente!” la voce impastata aveva raggiunto a fatica il mio cervello. La sera dopo tornò a casa puntuale come un orologio svizzero. Con un mazzo di rose. Non sarebbe più successo. Non mi avrebbe più picchiata. Mai più. “Amore mio, perdonami.” Sono passati otto anni, centoquarantatre mazzi di rose, ventisei cene al lume di candela e quarantadue borsette nuove. Che non ho mai usato, visto che non posso uscire. Avverto la sua carezza pesante sui capelli. Li raccoglie. Li arrotola sulla mano come farebbe un amante ansioso di carpirne il profumo. Falsa promessa che non ha mai saputo mantenere. «Non saluti tuo marito, puttana?» Lo strattone non mi coglie di sorpresa, eppure cado. Lui mi tiene ancora per i capelli. Mi trascina sul pavimento fino al bagno, sordo alle mie grida quanto lo sono i nostri vicini. Per loro non esisto. Per lui non esisto. Sono solo uno straccio da prendere a calci tra il lavandino e la vasca da bagno. Uno straccio che non ha nome, non ha passato. Non ha futuro. La metropolitana si ferma. È il capolinea, ma io non scendo. Non riesco ad alzarmi. Ho asciugato il sangue. Ho pulito le piastrelle lasciando il bagno intatto, immacolato, come piace a lui. È caduto quando d’istinto ho afferrato quella gamba che non smetteva di colpirmi. Ha sbattuto la testa contro il mobiletto bianco. L’ha comprato lui quel mobiletto, io non lo volevo. L’avevo detto che aveva gli spigoli troppo appuntiti. L’ho guardato a lungo. L’ho guardato mentre moriva. “Amore mio, perdonami.” Gliel’ho sussurrato prima di uscire. Valentina Simoni

Nella cattiva sorte  

L’amore si declina in molti modi, una donna ne ha conosciuto gli aspetti più imprevedibili e violenti. Dopo una vita di maltrattamenti, mina...