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Je Me Souviens L Ricerc


Je Me Souviens Nuova Accademia di Belle Arti - Milano Diploma accademico di 1째 livello del corso di Design Titolo del progetto: Je me souviens Relatore: Donata Paruccini Valentina Di Rosa, matricola 4109D Valentina Fontana, matricola 4320D A.A. 2012 - 2013


La Memoria. Sacca piena di cianfrusaglie che rotolano fuori per caso e finiscono col meravigliarti, come se non fossi stato tu a raccoglierle, a trasformarle in oggetti preziosi. Wu Ming


INDICE 0.0

Introduzione

Memento 1.0

Analisi

Ricerca 2.0

2.1

2.2

Analisi Filosofica 2.01 2.0.2 2.0.3 2.0.4 2.0.5 2.0.6 2.0.7 2.0.8

Introduzione Aristotele Immaginazione e Memoria Hobbes Cartesio Hegel e Diderot Bergson Freud

Analisi Scientifica 2.1.1 2.1.2 2.1.3 2.1.4 2.1.5 2.1.6 2.1.7 2.1.8 2.1.9 2.1.10

Introduzione Alberto Oliverio: L’ Arte di ricordare - La memoria e i suoi segreti Cristina Alberini - È possibile cancellare? Ecco come funziona Chi comanda Memoria Spaziale Proteina in più? I motori di ricerca Rievocare il passato Proust aveva ragione?

La Memoria e il Cervello 2.2.1 2.2.2 2.2.3

Introduzione Come un puzzle L’ Apprendimento


2.2.4 2.2.5 2.2.6 2.2.7 2.2.8 2.3

2.4

Struttura L’ Architettura della Memoria I processi Mnestici Come ricordiamo Fisiologia della Memoria

Tipi di Memoria 2.3.1 2.3.2 2.3.3 2.3.4 2.3.5 2.3.6 2.3.7 2.3.8 2.3.9 2.3.10

Autobiografica Sensoriale Prospettica rievocazione e Riconoscimento Breve Termine Lungo Termine Procedurale Semantica Emozionale Episodica

Personalità 2.4.1 2.4.2

Introduzione Che cos’ è?

2.5

Il mobile e i suoi stili 2.5.1 L’arredo 2.5.2 Rinascimento 2.5.3 Barocco 2.5.4 Roccocò 2.5.5 Impero

2.6

La Sécrétaire 2.6.1 2.6.2

Combi - Center Carteggio


Spunti Progettuali 3.0 3.1 3.2 3.3 3.4 3.5 3.6 3.7 3.8

Chest of Drawers Matrioska Pillow Synapse Travel Trowers Frank Assemblage WWW Grand

Bibliografia Sitografia Filmografia


0.0

La memoria è una importante funzione biologica è ciò che ci rende dei soggetti con un’esperienza unica, che configura la nostra identità e la nostra unicità nei diversi momenti della vita. Essa costituisce non solo il cardine delle nostre attività mentali, ma è fondamentale per la sopravvivenza degli organismi viventi. Basti pensare quanto sia importante per la sopravvivenza di un animale ricordare il luogo dove ha trovato il cibo e l’acqua, il luogo dove si è imbattuto in un predatore, oppure la via giusta per uscire da una situazione di pericolo. Non esiste alcun tipo di azione o comportamento che non necessiti delle funzioni mnestiche: un pò come qualsiasi computer che non può funzionare senza i moduli di memoria. Questa ricerca si pone di esplorare ed approfondire il tema della Memoria in tutte le sue sfaccettature, esaminando teorie, studi e nozioni di carattere storico, filosofico, letterario, artistico e scientifico. Il punto di partenza è l’elemento che ha ispirato la scelta di tale argomento, ovvero il film del 2000 “Memento” (Regia di Christopher Nolan); ci soffermeremo in particolar modo sull’analisi del protagonista, il quale, a seguito di un incidente, ha perso la capacità di assimilare nuovi ricordi.

Introduzione

La ricerca prosegue con un excursus filosofico e scientifico, approfondendo le teorie antiche e moderne di celebri Filosofi tra i quali citiamo Aristotele, Hobbes, Cartesio, Hegel e Freud, e scienziati esperti nel settore come Alberto Oliverio e Cristina Alberini, i quali ci illustreranno le ricerche e le scoperte più attuali nel campo della neuroscienza. Segue un approfondimento sui dieci principali tipi di memoria (memoria a lungo termine, a breve termine, memoria semantica, emozionale, procedurale, sensoriale, di rievocazione e riconnoscimento, autobiografica, prospettica ed episodica). Nella seconda parte della ricerca ci soffermiamo sull'analisi della Sècrètaire classica che, trattandosi del primo mobile nato per custodire e conservare i ricordi oltre che vari elementi della vita quotidiana, ha ispirato l'intero progetto. Ne abbiamo studiato ed analizzato la composizione e le caratteristiche, nonchè gli innumerevoli stili, dal Rococò al Barocco allo stile Impero. Concludono la ricerca gli spunti progettuali, una serie di highlights su progetti di designers internazionali più o meno recenti.


1.0

Memento


1.1

Analisi

Memento 2000 USA Regia di Nolan C.

“Ricordati di non dimenticare” è la tag-line del film Memento, regia di Christopher Nolan. Il film parla di un uomo che in seguito ad un’aggressione durante la quale la moglie muore, perde la memoria a breve termine. Il suo desiderio di vendetta e chiarezza si dipanerà attraverso mille problematiche legate al suo handicap costringendolo a tatuarsi sul corpo le informazioni necessarie allo svelamento della verità. Il protagonista Leonard ad un certo punto affermerà: “La memoria può cambiare la forma di una stanza, il colore di una macchina. I ricordi possono essere distorti; sono una nostra interpretazione, non sono la realtà; sono irrilevanti rispetto ai fatti”. La parte in bianco e nero va avanti in modo “lineare” come la sua memoria prima dell’incidente; mentre la parte a colori va avanti e indietro come la sua memoria dopo l’incidente. Il doppio montaggio colori/bianco e nero simboleggia due narrazioni diverse che si incrociano, facendoci riflettere su cosa sia veramente importante, ricordare esattamente una cosa o ricordare cosa ci fa stare meglio?


Il forte trauma alla testa ha compromesso la sua memoria breve: ora Leonard non riesce più ad assimilare nuovi ricordi; per lui il tempo s’è fermato. L’incidente è l’ultimo ricordo fissato nella sua memoria. Leonard dimentica nomi, appuntamenti, fatti e persone. In pratica non riesce più a memorizzare niente, in un paio di minuti dimentica, inizia un discorso, e se troppo lungo, alla fine non sa con chi sta parlando e perché quel discorso era iniziato.

Quello che guida Leonard nella sua parabola spezzata dal labirinto dei fatti, è un metodo che privilegia la parola scritta e che pretende di avere una sola regola: “ordine e metodo”. Fedele al motto latino per cui “scripta manent”, Shelby dubita delle parole spese a voce e fa del suo corpo, della sua pelle, un santuario di tracce incise: la sede della sua memoria non è più la mente ma la fisicità del corpo, disseminato com’è di tatuaggi che dovrebbero guidarlo.

Dal momento che non può assimilare nuovi ricordi infatti, Leonard usa vari stratagemmi e trasforma il suo corpo in un “database”, un archivio della memoria, tatuandolo con scritte telegrafiche, cifre ed appunti d’importanza per lui vitale. Per rendere la sua esistenza “possibile”, gira in tasca con dei promemoria, dove appunta segnali, indicazioni, tracce e quanto altro potrebbe servirgli per orientarlo nella giungla che è la vita. Sua fedele compagna, inoltre, una vecchia Polaroid, con la quale stampa foto su foto e sul cui retro annota qualche piccolo dettaglio informativo su luoghi e persone, in cui si imbatte giorno dopo giorno.

Il corpo di Shelby è un dispositivo della memoria. La sua vita è una mappa, in cui ogni tessera deve essere mossa, aggiunta o tolta a seconda dello stato delle “sue” indagini. Lo spettatore si trova nella stessa condizione di spaesamento, poiché si rende testimone di eventi di cui ancora non ha potuto conoscere il tassello precedente. L’obiettivo del film sembra quello di condurre lo spettatore nei meandri della mente complessa di Leonard.


Memento Citazioni

“Tu sai chi sei, sai più o meno tutto di te stesso, gli appunti ti servono pià che altro per le cose di tutti i giorni Sammy Jankins aveva il mio stesso disturbo però lui non seguiva un metodo si scriveva una marea di appunti ma poi li incasinava tutti, in questi casi invece devi perforza importi un metodo se vuoi farcela, io ho trovato una soluzione migliore al problema, sono disciplinato e organizzato, uso ordine e metodo per rendere la mia vita possibile.” 00:16:13

“Io cerco fatti non cerco consigli.. la memoria non è affidabile, no veramente la nostra memoria non è perfetta e può contraddire avvolte chiedilo alla polizia persino un testimone oculare è inaffidabile la polizia stessa arresta in base a fatti non ai ricordi, prende appunti e arriva alle conclusioni, fatti non ricordi.” 00:23:00


“...Concentrati. Dai, trova una penna. Scrivilo. Scrivilo subito, concentrati concentrati! Non dimenticarlo non dimenticarlo!Dai,trova una penna.Ora scrivi questo,scrivi esattamente quello che è successo!Forza forza, devo trovare una penna! Dai, concentrati! Continua a concentrarti! Dai,tienilo a mente,forza dai concentrarti,non dimenticarlo, dai concentrati,non dimenticarlo,dai,trova una penna trova una penna trova una penna, trova... Cosa ti è successo?” 00:17:04

“Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente, devo convincermi che le mie azioni hann ancora un senso anche se non riesco a ricordarle, devo convincermi che quando chiudo gli occhi il mondo continua a esserci. Tutti abbiamo bisogno di ricordi che ci rammentino chi siamo” 00:48:30


2.0

Analisi Filosofica


2.0.1

Introduzione

Dall’antichità al Rinascimento Una tematizzazione filosofica dell’ambito e delle facoltà della memoria in relazione ai problemi della conoscenza, dell’origine iperurania e della vicissitudine delle anime è presente negli scritti di Platone, che privilegia, rispetto alla connotazione della memoria come ‘ricordo’, quella di ‘reminiscenza’, legata alla dottrina dell’anamnesi, esposta nel Menone e nel Fedro. Platone distingue la memoria intesa come «conservazione della sensazione» dalla possibilità che l’anima possiede «in sé stessa, da sé, senza il corpo» di ‘riprendere’ quanto più è possibile «quelle affezioni che un tempo ha provato insieme col corpo». In tal senso la reminiscenza è ricondotta alla preesistenza delle idee, e non al ricordo di quanto vissuto. Aristotele, in della memoria e della reminiscenza, ricalibra la distinzione fra memoria e reminiscenza, oltre che dal generale rifiuto della dottrina platonica delle idee, dall’analisi dinamico-temporale del ricordo come sensazione attuale e come possibilità di ripercorrere una percezione passata, concepita in quanto «movimento» richiamato dall’«immagine mnemonica». Tale immagine rispetto alla sensazione attuale è come l’immagine di un animale dipinto, la quale è, insieme, sia l’animale stesso sia la sua rappresentazione, e dunque lo rende ‘presente’ mediante il ricordo come avviene quando si ricorda ciò che non è presente attualmente. In tal modo la dinamica del richiamo alla memoria e della reminiscenza si risolve nel presente e nelle esperienze passate, al di fuori di ogni riferimento alla preesistenza anamnestica. Nello stoicismo la memoria viene connotata come corporea, e con essa «gli atti di memoria», ossia i ricordi, mentre nell’epicureismo essa va connotandosi in maniera più decisamente meccanica in base alla teoria della conoscenza basata sul flusso di immagini sensibili da cui originano le «sensazioni ripetute» conservate nella memoria, don-

de sono poi ricavate le rappresentazioni generali e le «anticipazioni». In Plotino la memoria è prettamente spirituale e l’elemento corporeo la ostacola piuttosto che coadiuvarla o esserle concomitante. Essendo la memoria un ‘perseverare’ «l’essere corporeo che si muove e scorre sarà necessariamente causa di oblio». Mentre però il ricordo è legato alla temporalità dell’anima, la reminiscenza è invece dovuta al suo derivare dalle realtà supreme, e si colloca dunque in una ‘perennità’ al di fuori del tempo cui tende a ricongiungersi. In Agostino la trattazione della m. si inserisce entro la concezione dell’interiorità e dell’illuminazione, definendosi come m. innata, anteriore a ogni conoscenza, non empirica o acquisita. In Tommaso d’Aquino il tema della m. è posto a partire dall’impostazione aristotelica (pur tenendo presente Agostino), per ovviare alla concezione avicenniana dell’intelletto, in relazione alla possibilità della scienza e della conoscenza delle specie. Per Tom­maso la memoria è propriamente legata al senso e al passato, dunque alla parte sensitiva, e non intellettiva, dell’anima, ma in quanto nel conoscere si dà consapevolezza della memoria, ossia si sa ricordare, memoria è anche la potenza con cui la mente conserva le specie delle cose conosciute. Durante il Rinascimento con il ritorno della filosofia platonica, in autori quali Ficino e G. Pico della Mirandola, si assite a un recupero della concezione platonica della memoria., ciò avviene anche in connessione con i temi delle tecniche di memoria., che a partire dalla tradizione retorica ciceroniana vanno saldandosi con la tradizione lulliana della combinatoria, intesa come via non soltanto all’accumulo mnemonico, ma al discoprimento delle intrinseche connessioni del


La Scuola di Atene (1509-1510) affresco di Raffaello Sanzio


Introduzione

lulliana della combinatoria, intesa come via non soltanto all’accumulo mnemonico, ma al discoprimento delle intrinseche connessioni del sapere e al suo ampliamento. A ciò si legano anche tecniche combinatorie di ascendenza cabalistica, relative alle combinazioni delle lettere e alle ‘permutazioni’, come i successivi sviluppi di logiche combinatorie di tipo formale-matematico, lungo una traiettoria in cui si collocano le opere mnemotecnico-metafisiche di Bruno, come ancora il complesso progetto dell’ars combinatoria di Leibniz. L’età moderna In Descartes sono presenti sia una svalutazione della memoria, nell’ambito della fondazione metafisica del sapere incentrato sull’evidenza attuale, sia una trattazione fisiologica della memoria in relazione alle tracce cerebrali che costituiscono la corporeità del ricordo, che, mediante successivi passaggi, si imprimono meccanicamente nella materia cerebrale. In Hobbes si ha la ripresa di un modello strettamente cineticomeccanico di matrice epicurea nel quale la memoria è il prolungamento e affievolimento della sensazione e il ricordare è «sentire di aver sentito». Locke, nel Saggio sull’intelletto umano (1690), lega la memoria alla coscienza e all’esperienza, distinguendo la presenza attuale (in cui la memoria è una sorta di contemplazione) dalla reminiscenza (retention) intesa come possibilità di richiamare alla mente una «sensazione illanguidita» presente in maniera più o meno chiara nel «deposito della memoria», cui si accompagna la consapevolezza di tale richiamo, inteso come ‘attività’. Leibniz, che confuta direttamente Locke nei Nuovi saggi sull’intelletto umano, iscrive il problema della m. all’interno della concezio-

ne spiritualista della sostanza e della percezione. La memoria attesta ed elabora la presenza virtuale delle idee nella mente, come «piccole percezioni», e il loro pervenire a livello della coscienza. Nell’Antropologia dal punto di vista pragmatico Kant evidenzia l’aspetto attivo (produttivo) della memoria, differenziandolo da quello conservativo, come «facoltà di rendersi volontariamente presente il passato». In Hegel la memoria è ricondotta al ‘concreto’ del ricordare e legata allo sviluppo dello spirito, inteso come approfondimento ed esplicarsi di proprie intrinseche potenzialità: la memoria in quanto tale «è soltanto il modo estrinseco, il momento unilaterale dell’esistenza del pensiero». Il Novecento Oltre al trattamento specialistico dei problemi relativi alla memoria nelle discipline psicologiche o nella psicanalisi di Freud (che insiste sulla componente inconscia della memoria e della vita psichica), è Bergson, in Materia e memoria (1896), a riproporre il tema filosofico dei rapporti fra memoria e corporeità, in opposizione a temi evoluzionistico-materialisti. La memoria non è riducibile alla corporeità; essa, come ‘memoria pura’, si colloca nella dimensione spirituale della durata (tempo vissuto irreversibile) ove in ogni istante confluisce l’intero passato e non in quella fisico corporea del tempo omogeneo della scienza (tempo spazializzato reversibile). In Husserl il tema della memoria si colloca nella riflessione sul vissuto condotta sulla base del carattere intenzionale della coscienza, la quale continuamente si genera e rigenera proiettandosi nelle tre dimensioni del tempo, (presente, passato e futuro) assunto non


come ‘dato’, ma come modo di costituirsi della coscienza stessa. Altri approcci Allo studio della memoria secondo approcci più specialistici si riconducono, nell’ambito della psicologia, le ricerche di H. Ebbinghaus, svolte fra il 1879-80 secondo il metodo sperimentale e associazionista incentrato sullo studio dell’apprendimento verbale e della verbalizzazione, riprese successivamente dal comportamentismo. Gli psicologi della Gestalt, hanno prestato maggiore attenzione alla ‘trasformazione’ delle tracce mnemoniche, legata al loro tendere alla ‘pregnanza’; il ricordo è uno ‘schema’ narrativo i cui dettagli vengono via via modificati e armonizzati. Successivamente, con il cognitivismo si è avuta una rottura con le prospettive comportamentiste, mediante la differenziazione dei processi di memorizzazione a breve termine (memoria primaria, limitata anche a pochi secondi) e a lungo termine (memoria secondaria, che può conservarsi anche per l’intera vita). Nuove linee di ricerca e nuovi approcci, in via di sviluppo, propone il connessionismo con l’introduzione del concetto di reti neurali, in cui la mente è considerata come un tutto interconnesso, senza una netta differenziazione fra memoria e pensiero.

Archeologi (1961) olio su tela, dipinto di Giorgio De Chirico


2.0.2

Aristotele De Memoria et Reminescentia

“La passione prodotta dalla sensazione nell’anima e nella parte del corpo che possiede la sensazione è qualcosa come un disegno... Infatti il movimento che si produce imprime come un’impronta della cosa percepita, come fanno coloro che segnano un sigillo con l’anello”.

È stato un filosofo, scienziato e logico greco antico, noto come il “filosofo dell’immanenza”.

Nei Parva Naturalia Aristotele stabilisce e analizza i rapporti tra i fondamenti biologici degli organismi e i loro comportamenti naturali (psichici). Tra tutti i trattati che compongono questa raccolta, il De memoria et reminiscentia sembra aver maggiormente catturato l’attenzione degli interpreti moderni1. Mentre le altre opere che compongono i Parva Naturalia sono primariamente contributi scientifici, nel De memoria l’aspetto teoretico è predominante, in quanto viene messa in primo piano la definizione formale di memoria. Tratto pressoché comune alla storiografia che si è occupata di questi temi, è un’interpretazione del trattato come uno studio di due capacità tra loro connesse, mneme e anamnesis. Contrariamente a questa opinione alquanto diffusa, non siamo di fronte a due fenomeni distinti; lo sviluppo dell’argomentazione dello Stagirita mette in evidenza come mneme e anamnesis siano due forme di memoria in qualche modo coordinate, in cui la seconda si configura come forma specializzata della prima. Un primo indizio in favore di questa ipotesi si ricava dall’uso dei termini mneme e anamnesis accanto alle relative forme verbali: solo nella seconda metà della prima parte del testo queste due capacità sono distinte attraverso l’applicazione di una terminologia codificata. Solo nel corso della distinzione tra richiamo alla memoria e processo di riacquisizione del sapere, Aristotele usa mneme e mnemoneuein come se si trattasse di distinguere tra un senso forte di mneme e uno più debole, applicabile a fenomeni affini. Un secondo indizio è ricavabile dal fatto che Aristotele procede riservando al primo capitolo la trattazione della memoria e al secondo il richiamo alla memoria solo formalmente. Il piano espositivo del


secondo capitolo appare intrecciato al primo; dopo aver presentato la nozione di anamnesis, Aristotele torna nuovamente sul problema della durata temporale di cui si era occupato nella prima parte del trattato, e solleva alcune questioni che sarebbe fuorviante applicare all’anamnesis per concludere con una serie di analogie e differenze tra le due. L’impressione che se ne ricava è che per Aristotele si dia un ampio uso del termine mneme in grado di comprendere due fenomeni che possono essere distinti in base alla natura dei dispositivi dell’anima di cui si servono. Se memoria e richiamo alla memoria sono in Aristotele due tipi di memoria, si può paragonare la sua distinzione con una capacità mnemonica che si potrebbe chiamare iconica, e una seconda forma di memoria, di tipo associativo, chiamata anamnesis. L’analisi della trasmissione dei movimenti sensibili e il processo di formazione delle immagini costituisce la base della trattazione aristotelica della memoria e del richiamo alla memoria. La principale difficoltà insita nel confrontare la teoria aristotelica della memoria con le teorie moderne risiede nel differente approccio metodologico. Noi partiamo, in genere, da un’idea di memoria come magazzino che può contenere le più svariate informazioni: esperienze del nostro passato, istruzioni su come svolgere classi di operazioni, proposizioni e teorie scientifiche, significati di parole e concetti, etc.. Questa grande varietà di fenomeni viene poi divisa in vari tipi di memoria, ognuno specializzato in un particolare ambito di informazioni. Al contrario, Aristotele concentra la sua attenzione su un dato che ritiene di per sé unificante: la memoria è intrinsecamente connessa al trascorrere del tempo, di conseguenza, è rivolta al passato (implica sempre una precedente esperienza sensibile o intellettiva). La definizione che egli fornisce è la definizione di un tipo di memoria così come essa si presenta nelle sue varie applicazioni, che implicano tutte un riferimento al passato attraverso un’immagine.

perciò bisogna in primo luogo considerare quali sono gli oggetti di cui si ha memoria, perché in proposito spesso ci si inganna. Non è possibile avere memoria del futuro, che è piuttosto oggetto di opinione e di attesa (ci sarebbe allora anche una scienza dell’attesa, come alcuni dicono sia la mantica), né si ha memoria del presente, ma percezione; e infatti con questa non abbiamo conoscenza né del futuro né del passato, ma soltanto del presente. La memoria è di quanto è accaduto: di ciò che è presente, quando è presente, ad esempio quando uno vede che questo è bianco, nessuno direbbe di ricordarlo, neppure di un oggetto che contempla, mentre lo contempla e ci riflette; ma nel primo caso si parla soltanto di percepire, nel secondo soltanto di conoscere. La lettura di De memoria fa nascere il sospetto che il concetto di memoria, così come viene determinato da Aristotele, sia troppo ristretto rispetto al nostro: il punto critico è rappresentato dal fatto che lo Stagirita sembra restringere l’ambito della memoria alle sole esperienze personali del soggetto, in modo da escludere una vasta area di contenuti e informazioni che noi non esitiamo a elencare tra i possibili oggetti di memoria. Vi è un’obiezione del tutto ovvia all’affermazione secondo cui la memoria è del passato. In primo luogo, vi sono diversi modi di intenderla. In una prima accezione, può essere interpretata in riferimento ad eventi accaduti nel passato, oppure a esperienze o conoscenze passate. Senza ulteriori chiarimenti, infatti, difficilmente si potrebbe dare una spiegazione del ricordo delle verità atemporali (per esempio che gli angoli interni di un triangolo sono uguali a due retti, o del risultato della moltiplicazione tra i primi dieci numeri). Se si ipotizza che oggetto della memoria sia un’immagine che nel presente rappresenta una copia di un oggetto che si è percepito o conosciuto in passato, anche il ricordo di un teorema implica in qualche modo il tempo: aver appreso il teorema.


Aristotele

De Memoria et Reminescentia

L’ipotesi che si intende sostenere è la seguente: se ricordare qualcosa implica ricordare non di aver appreso o esperito x, ma ricordare x che nel passato si è esperito o appreso, allora diventa una verità analitica dire che la memoria riguarda il passato, poiché il contenuto del phantasma sarà necessariamente derivante dal passato del soggetto che ricorda. Si ricordano fatti e concetti, non di aver esperito un fatto o imparato un concetto. Aristotele non si pone il problema del valore di verità dei ricordi in termini di memoria personale; la teoria del phantasma come eikòn risponde all’esigenza ontologica di fornire dei criteri di identità in base ai quali un’immagine è un’immagine di un tipo piuttosto che di un altro. Dal momento che ogni episodio mnemonico coinvolge un phantasma, la natura stessa di copia di un’ esperienza passata ne giustifica il valore di verità. Non è dunque necessario collegare tramite l’immagine questo fatto a un’esperienza passata. È una caratteristica essenziale della teoria aristotelica della memoria che l’oggetto ricordato e l’evento da cui deriva la conoscenza di quell’oggetto siano due aspetti distinti, seppur strettamente correlati, dell’atto mnemonico. Il phantasma deve certamente essere considerato come derivante da una precedente esperienza, ma la relazione tra il phantasma (Aristotele usa la parola “phantasma” in riferimento a quella che oggi chiamiamo “immagine mentale”.) e l’esperienza stessa non è determinata in modo univoco (e questo permette di ipotizzare che i contenuti della memoria non siano solo contenuti autobiografici). Nella seconda parte del testo Aristotele analizza il richiamo alla memoria, che è il recupero di conoscenze o esperienze passate; ciò non solo non significa recuperare memoria, ma non vuol dire neppure acquisire memoria. Il motivo addotto concerne la relazione che la memoria ha con il tempo, estranea all’anamnesis. Sia la memoria uno

stato dell’anima o un’esperienza, essa non viene ad essere insieme all’esperienza di cui è memoria: “ma il ricordare per sé non sarà possibile prima che sia trascorso del tempo; infatti uno ricorda ora ciò che ha visto o esperito prima, e non ricorda ora quello che ha esperito ora.” In questo passo, «ora» sembra indicare il presente fittizio, «appena ora»; se ho appena avuto la percezione di un colore, anche se in senso stretto la mia percezione appartiene già al passato, essa va analizzata in quanto prodottasi nella parte iniziale del presente fittizio, quindi non come qualcosa che si può ricordare. La memoria, infatti, è diversa dal percepire o pensare qualcosa nel presente, in quanto ci si ricorda di aver percepito o pensato tale cosa: quando invece, scrive Aristotele, si possiede la conoscenza e la percezione senza l’esercizio delle rispettive facoltà, allora si ricorda la percezione senza l’esercizio delle rispettive facoltà, allora si ricorda (ad esempio che gli angoli di un triangolo sono uguali a due retti) e la scienza ricorda di averla appresa o contemplata, la percezione di averla udita o vista o qualcosa del genere. a memoria non può essere ricondotta a un discorso interno all’anima, altrimenti Aristotele non potrebbe attribuirla anche agli animali. In alcuni animali non si produce la persistenza dell’impressione sensoriale poiché nel loro apparato percettivo gli oggetti non lasciano alcuna traccia, mentre negli altri casi tracce ripetute permettono la formazione della memoria. Precisa inoltre che hanno memoria solo gli animali che hanno percezione del tempo, e che ricordano con la stessa facoltà con cui hanno il senso del tempo. Per questo motivo la memoria appartiene anche ad altri animali e non soltanto agli uomini e a quelli dotati di opinione e ragione. Se invece facesse capo a una delle altre parti dell’anima, ad esempio quella intellettiva, non apparterrebbe a molti degli altri animali, in quanto non tutti hanno il senso del tempo. Quando infatti


si attiva il ricordo che si è visto o udito o appreso qualcosa, si percepisce sempre al tempo stesso che questo tipo di esperienza percettiva è avvenuta ‘prima’; ma il ‘prima’ e il ‘poi’ sono neltempo. Di quale parte dell’anima è dunque propria la memoria, è chiaro: della stessa parte di cui è propria anche l’immaginazione, e sono oggetti della memoria per sé gli oggetti di cui vi è immaginazione, per accidente gli oggetti che non sono senza immagini.

“Ma il ricordare per sé non sarà possibile prima che sia trascorso del tempo; infatti uno ricorda ora ciò che ha visto o esperito prima, e non ricorda ora quello che ha esperito ora.”

Aristotele (1565) di Paolo Veronese


2.0.3

Immaginazione e Memoria in Hobbes e Cartesio di Aldo Ferrarin

Mentre per Hobbes immaginazione e memoria sono nomi diversi per una stessa funzione, Cartesio istituisce tra loro un’alternativa, che però muta di segno tra gli anni Trenta e Quaranta. Nelle Regulae la memoria è intrinsecamente debole, e Cartesio propone di congelarne la successione temporale in un’intuizione il più possibile puntuale; d’altro canto, l’immaginazione è la mediazione indispensabile tra intelletto e conoscenza dei corpi estesi. Nelle Meditazioni, invece, Cartesio riduce l’immaginazione a raffigurazione sensibile, e contrappone immaginare e concepire puramente. Al contempo, la memoria viene distinta in corporea e intellettuale; ma viene ora recuperata come momento interno al cogito. La memoria intellettuale manifesta un rapporto fondamentale tra cogito e tempo. Ci sono ottimi motivi per associare memoria e immaginazione. Entrambe queste facoltà presentificano cose che non sono date alla percezione qui ed ora, le rendono oggetto di attenzione pur nella loro assenza. Per entrambe vale, si può dire in prima approssimazione, la formula aristotelica per cui abbiamo di fronte, come ad un occhio interiore, la forma senza la materia. Non siamo interamente consegnati e asserviti al dato della percezione; manteniamo una certa libertà di prescindere dalla sua presenza fisica, di distanziarcene, e possiamo avere a che fare con esso in quel modo vicario che chiamiamo immagine, che ci mette sotto gli occhi aspetti e contenuti della cosa. Dopo tutto, un ricordo tende a sopravvivere in noi nella forma di un’immagine; la stessa presenza in cui rivive il passato remoto rievocato ora sembra essere quella di un’immagine. E tuttavia si noti come qui le confusioni si possano immediatamente moltiplicare. Innanzitutto, se un ricordo tende a rivivere come immagine, non vale affatto che l’immagine tenda a diventare un ricordo: la memoria assimila in maniera selettiva, e non ogni sensazione diventa un’affezione per noi. Inoltre non sembra rispondere alla nostra esperienza che i ricordi vivano esclusivamente in immagini: questo pregiudizio sembra postu-

lare un primato della vista e delle sue operazioni cognitive che non solo non tiene conto della memoria affettiva o del coinvolgimento degli altri sensi, ma soprattutto presuppone quello che vuole trovare, cioè una funzione cognitiva della memoria nell’esperienza. Quello che in certi casi rivive in noi non sono immagini, come se serbassimo in noi delle fotografie del nostro passato, bensì esperienze nella loro ricchezza e globalità, e cioè non già ridotte nella forma bidimensionale di un oggetto visivo. Sembrerebbe quindi che i motivi per rettificare la contiguità memoria-immaginazione da cui siamo partiti siano numerosi e importanti, e che ci dovrebbero piuttosto condurre a tenerle separate. Fa differenza se immagino mio fratello (e qui posso attribuirgli i caratteri che voglio, perché l’immagine non si deve adattare a nessun dato) e me ne ricordo. Nel secondo caso, mi riferisco non a un assente come tale, ma a un’esperienza di qualcosa che per ciò stesso è stato presente nel passato e che sto rievocando. E in tale rievocazione è essenziale la fedeltà. In questo senso la fenomenologia distingue tra funzioni posizionali e non posizionali. Nella memoria pongo l’oggetto come esistente – nel passato; quindi l’oggetto che ora non è dato spazio-temporalmente ha avuto per me una spazio-temporalità, e una memoria funziona tanto muto a piacimento. Da ciò deriva il fatto che la memoria è connessa alla credenza (se mi limito a immaginare qualcosa di spaventoso senza ritenere che sia un pericolo imminente, non mi spavento, dice ancora Aristotele); che possa essere tanto volontaria quanto involontaria; e che rappresenti non tanto particolari decontestualizzati o eventi passati come tali, ma sequenze, successioni. Nell’immaginazione non ho bisogno di porre come esistente l’oggetto, perché esso dipende dalla mia volontà, e sarebbe quindi strano prenderlo poi a criterio di realtà o verità di alcunché. Se pertanto nell’immaginazione ci possiamo presentificare qualsivoglia oggetto, la memoria temporalizza il suo oggetto.


Nella memoria l’oggetto acquisisce un indice temporale, ed è al modo di un segmento interno ad una successione proiettata sul passato; e, a sua volta, l’eventuale immagine che rievoco ha funzione rappresentativa di eventi vissuti (reali o immaginari non importa). Ma questa funzione temporalizzante non è che uno dei tratti fondamentali di un nome che può assumere significati diversi. Per memoria si possono infatti intendere la ritenzione, la conservazione, il luogo più o meno metaforico in cui deposito quello che conservo, la ripetizione, il tentativo di recuperare quello che ho posto come antecedente e da cui mi so distante, e finanche qualcosa che segna il divario tra memoria e percezione: il recupero immaginativo del passato. Perché molto spesso il mio passato, e ciò vale quanto più esso è oscuro, frammentato e lontano, non è affatto percepito e riprodotto fedelmente, ma ricostruito, congetturato: immaginato appunto. E tutto questo vale solo come una prima precisazione intorno alla memoria personale. Ora, se l’immaginazione sembra per sua essenza personale e privata, la memoria viene valorizzata come veridica nella misura in cui è strumento affidabile e potenzialmente condiviso per la nostra esperienza e il nostro giudizio, e in quanto tale ausilio alla conoscenza. Nell’idea corrente, comune tanto a teorie empiriste quanto razionalistiche dell’esperienza, per cui giudichiamo ciò che di volta in volta ci si presenta sulla base di quanto congetturiamo o già sappiamo, la memoria svolge una funzione cognitiva primaria, sia come la facoltà che offre al giudizio punti fermi articolabili in forma di concetti e opinioni sia come quella facoltà responsabile della verità di certi asserti sul passato. E tuttavia, esiste a fianco di questa memoria personale una memoria intellettuale che non sembra avere nulla di personale (chi ha subito un certo tipo di lesione cerebrale, infatti, o quelli che una volta, e per esprimermi in un gergo volutamente non tecnico, si

competenza linguistica o la capacità di pensare tramite inferenze). Da un punto di vista storico, l’associazione di memoria e immaginazione diventa canonica con il trattato aristotelico De memoria, in cui troviamo la zione di eikon e phantasma in base al riferimento temporale ad un’esperienza passata di cui l’immagine può essere copia. A sua volta, questa funzione di copia dipende dal fatto che iscriviamo nell’anima dei contenuti d’esperienza così come si imprime un sigillo sulla cera o su una tavoletta per scrivere (grammateion). La tesi è che l’immagine è derivata dalla sensazione, che ha come una forza inerziale che rende possibile l’iscrizione e la conservazione in noi delle nostre percezioni. Quando Hobbes parla di ripple effect, cioè paragona l’impulso della sensazione che si affievolisce in immagine ad un sasso lanciato in uno stagno che continua a lasciare onde concentriche ben dopo che è affondato essi non fa che variare sul tema aristotelico del moto del proiettile o del giavellotto, che continua il suo corso ben dopo che il braccio ha smesso di imprimergli forza: nell’immaginazione, la trasmissione dell’impulso eccede il contatto diretto, ed è più duratura di quello, ha uno spessore temporale più esteso. Ripercorrere la storia delle trasformazioni profonde di questo concetto, che si ripresenta con tale continuità che perfino gli esempi aristotelici si ritrovano ripetuti nelle teorie più svariate ma in forme sempre mutate, non è la mia ambizione qui. Quello su cui mi vorrei soffermare non è neppure la teoria causale che si ritrova nei principali autori del Seicento, per cui l’immagine è residuale e posteriore rispetto alla sensazione; piuttosto, mi interessa sondare la tensione interna al rapporto immaginazione memoria nella concezione cartesiana del sapere. Mi ha sempre colpito l’ambivalenza di Cartesio riguardo all’immaginazione, e la speculare attenzione alla memoria. Per arrivare a discutere di Cartesio, vorrei dapprima fare una breve ricognizione del tema in Hobbes.


2.0.4

Hobbes “Un nome è una voce umana, usata come nota con la quale possa suscitarsi nella mente un pensiero simile a un pensiero passato”.

È stato un filosofo britannico, autore nel 1651 del famoso volume di filosofia politica intitolato Leviatano.

Ripercorro alcuni motivi del Leviatano, che esordisce con la tesi secondo cui l’origine di tutti i nostri pensieri è nel senso. L’oggetto esterno agisce sugli organi di senso, e quest’azione, trasferita al cuore e al cervello, causa una resistenza o reazione del cuore per liberarsene. Noi prendiamo tale sforzo verso l’esterno come qualcosa di esterno a noi, ma in realtà tutto quello che abbiamo è un’immagine. In altre parole, all’inizio non abbiamo che immaginazione indipendente dal mondo e prioritaria rispetto a questo: noi non siamo in contatto col mondo che tramite delle rappresentazioni, e queste sono indice e segno di una realtà dapprima solo congetturata, e poi compresa a partire dalla resistenza alla nostra volontà e immaginazione. Come ci sono usi ed abusi dell’immaginazione, entrambi causati dalla sua irrequietezza e tendenza a guardare aldilà del dato, lo stesso vale per la memoria, che viene perpetuata grazie all’invenzione della scrittura. Il discorso registra, richiama e dichiara i pensieri; trasformando un discorso mentale in uno verbale, rende possibile il contratto, la pace, lo stato, tutto ciò che ci fa uscire dalla natura (e pure tutto ciò che ci conduce a stravolgere lo scopo per cui il linguaggio è stato inventato). Con l’imposizione dei nomi, traduciamo il calcolo mentale delle cose immaginate in un calcolo sulla concatenazione dei nomi, e permettiamo di dispensare quello che diciamo dalla considerazione del luogo e del tempo. Ma tra immaginazione e memoria per Hobbes non c’è nessuna differenza sostanziale. Se l’immagine è decaying sense, formula che traduce letteralmente la aisthesis asthenes della Retorica («tanto più debole quanto più è lungo il tempo trascorso dopo la visione o la sensazione dell’oggetto», «immaginazione e memoria sono una cosa sola che assume nomi diversi» a seconda che si esprima la sensazione che si indebolisce o l’indebolirsi della sensazione passata.


L’immaginazione qui non vive che della forza riflessa, anzi impressa, dalla sensazione; l’urto va concepito come materiale, e da questo alle rappresentazioni che vi si riferiscono il movimento è continuo. Come dicevo, questa immaginazione, interamente parassitaria e di cui non viene riconosciuta nessuna attività indipendente, viene poi clamorosamente smentita quando si considera la sua capacità di generare mondi sociali complessi, in cui le passioni sono intrise di aspettative e incessanti riflessioni in cui si commisurano potere e immagine sociale di sé. Ma quel che più conta qui è la dimensione temporale, a sua volta specchio di questa incongruenza. Infatti memoria e immaginazione non possono essere due lati della stessa cosa non perché in astratto immaginare e ricordare sono due atti diversi, ma proprio perché sono rivolti ad ambiti temporali diversi: l’immaginazione al possibile, e in particolare al futuro ma non necessariamente soltanto a questo, la memoria al passato. E qui la differenza non è paragonabile alla scelta se prendere a destra o sinistra a un bivio, cioè non abbiamo due direzioni indifferenti, paritetiche e modalmente indistinguibili. Anche qui il problema è in primo luogo interno alla teoria hobbesiana; non si tratta di giudicarlo dall’esterno, ma di portarne alle conseguenze gli elementi costitutivi. Aristotele scriveva che la memoria è del passato, perché del presente non può che esserci percezione e del futuro aspettativa; Hobbes riformula lo stesso pensiero quando scrive: «In natura esiste solo il presente; le cose passate esistono soltanto nella memoria, ma le cose a venire non esistono affatto, poiché il futuro è una pura finzione della mente che attribuisce alle azioni presenti la successione delle azioni passate». Scrive inoltre Hobbes: «Molti ricordi, o la memoria di molte cose, vengono chiamati esperienza»; e la prudenza è definita come una presunzione del futuro tratta dall’esperienza del tempo passato. È Hobbes stesso a sottolineare come esperienza e prudenza, come

pure la comprensione (understanding), siano proprie di tutti gli animali, mentre l’immaginazione è una ricerca esclusivamente umana rivolta a ciò che è lontanto dalla percezione. Se non ché va notato immediatamente come rispetto ad Aristotele il futuro sia decisamente ed esplicitamente associato all’immaginazione: ci differenziamo dagli animali per l’immaginazione di effetti non dati, per la rappresentazione del possibile sulla base di un progetto, di un piano o disegno, e quindi per la considerazione di noi stessi come cause efficienti di prodotti che hanno realtà nel mondo. L’immaginazione è diretta al futuro, come invenzione, produzione, curiosità usata a scopi pratici. Si tratta di regolarne metodicamente il corso, e a ciò supplisce la ragione, che non fa che disciplinare l’immaginazione. Ma una volta staccatasi dalla datità, la mente ha un suo ambito privilegiato, un mondo di rappresentazioni in cui vive, un mondo simbolico. Si pensi all’uso massiccio di questo strumento – la sostituzione, la rappresentazione, o rappresentanza – fatto da Hobbes nel Leviatano: il sovrano è attore, e noi siamo gli autori delle sue azioni; non si dà corpo politico prima della nostra istituzione e indipendentemente dalla relazione che lo crea. L’immaginazione ha a che fare col mondo del possibile, con quello che è dissociato dalla realtà, sia che questo venga poi usato per avere un’incidenza sulla realtà, sia che venga asservito alla negazione della realtà per gonfiare la nostra stima di noi stessi. Ciò spiega la sua ambivalenza: essa ci permette tanto di staccarci dalla natura e dalla datità per scopi positivi, a cominciare dall’instaurazione di un ordine politico artificiale imposto alla natura e eretto dal nulla, quanto serve alle assurdità e superstizioni, alle fantasticherie senza metodo, all’ansia senza limite (il Prometeo che guarda troppo lungi avanti a sé del dodicesimo capitolo del Leviatano), e alle immagini che fomentano e assecondano la nostra vanagloria.


Hobbes

La memoria non ha a che fare col possibile, ma anzi cerca di registrare fedelmente il reale. Quando Hume nel Treatise sposa la stessa teoria e parla delle immagini illanguidite e meno vivide delle impressioni, descrive la maggior forza della memoria a partire appunto dall’ordine che questa deve rispettare. Per tornare alla tesi di Hobbes che la ragione sia la disciplina dell’immaginazione, notiamo che essa ritorna anche nelle obiezioni alle Meditazioni di Cartesio, in cui assistiamo, com’è noto, ad uno scontro aspro. Cartesio condivide con Hobbes l’idea che i corpi rimangano nello stato di quiete o moto finché non intervengano movimenti ulteriori, e questo principio del movimento fisico è un modello che si riflette anche all’interno della teoria della percezione e dell’immaginazione. Nelle Passioni dell’anima e nel carteggio con Elisabetta, Cartesio si sofferma sui pericoli dell’immaginazione, ma altrettanto sull’uso prezioso che possiamo farne per riabituare le passioni; arriva a chiamare le passioni immaginazioni dipendenti dagli spiriti animali in noi tre. Ma in generale sembra prendere una strada del tutto diversa rispetto a quella hobbesiana. Non perché sia meno materialista anzi, ma perché, il rapporto tra immaginazione e memoria deve rendere conto di un elemento che in Hobbes non si dà, il pensiero puro, e con questo del superamento cartesiano del luogo comune aristotelico per cui si pensa sempre in immagini; e il contesto è quello interamente diverso del rapporto tra la mathesis universalis e la filosofia prima.

“Sentire se sentisse meminisse est” Raffigurazione presente nel frontespizio della prima edizione del Leviatano, 1651


2.0.5

Cartesio

“ E in primo luogo richiamerò alla memoria quali sono le cose che ho sin qui stimate come vere per averle ricevute dai sensi, e su quali fondamenti le mie credenze si appoggiavano; in seguito, esaminerò le ragioni che mi hanno obbligato poi a metterle in dubbio, e infine prenderò in considerazione quello che ne devo credere.” Anche Cartesio è ambivalente riguardo all’immaginazione, ma per motivi ben diversi. Mentre nelle Regulae l’immaginazione è fattore essenziale in ogni conoscenza del mondo in quanto media sempre tra l’intelligenza e l’estensione, nelle Meditazioni l’immaginazione sembra trattata alla stregua della fonte principale di falsità ed errore, al punto da non appartenere neppure alla nostra più propria essenza. Al contempo, tutta l’opera cartesiana abbonda del ricorso all’immaginazione in ambito cognitivo. Nel Mondo, dove già Cartesio sta abbandonando il modello delle Regulae, in cui l’immaginazione era il nome dell’intelligenza nella misura in cui produceva e trasformava immagini per conoscere tutti gli oggetti esterni ridotti a figura, e quindi ad ordine e misura, Cartesio ci invita a ricostruire spazi immaginari nella nostra mente per liberarci dai nostri pregiudizi e contemplare i risultati della nuova fisica: di conseguenza lo spazio, che nelle Regulae veniva assunto come dato, qui è addirittura immaginato e rende possibile ogni figurazione. Nelle stesse Meditazioni del resto tutta l’ambientazione drammatica è creata dall’immaginazione, e l’intelletto sembra avere la funzione esclusiva di valutare ed esaminare ciò che l’immaginazione gli porge. Ma qui c’è un elemento nuovo rispetto a Hobbes, ed è l’alternativa tra immaginazione e memoria.Nelle Regulae sembra che l’immaginazione debba supplire alle debolezze della memoria; nelle Meditazioni la memoria della conoscenza passata garantita dalla veracità di Dio ci permette di oltrepassare l’ingannevole immaginazione. Le Regulae hanno per scopo di migliorare l’ingenium nella ricerca della verità, di dare appunto delle Regole o un metodo per una conoscenza certa,

È stato un filosofo e matematico francese. È ritenuto fondatore della filosofia e della matematica moderna.


Cartesio

in cui non vi sia spazio per dubbi o ci si debba accontentare di conoscenze solo probabili. A tale scopo occorre evitare, scriverà Cartesio nel Discorso sul metodo, di affaticare memoria e immaginazione, come faceva l’analitica degli antichi; piuttosto, bisogna ridurre ogni problema ai suoi elementi semplici, chiaramente intuibili, e da lì ripartire, certi di non aver lasciato nulla di inindagato, per ricostruire ogni complessità per gradi. Questa procedura non è limitata alla matematica o ad un’altra scienza determinata: è il metodo unico proprio di tutta la scienza, perché non si danno scienze diverse in base ai generi dei loro oggetti, ma un unico sapere umano universale. La memoria è ovviamente essenziale per ogni conoscenza mediata; ma Cartesio ci propone di condensarla in una forma il più possibile intuitiva. Cartesio scrive che «per completare la scienza occorre percorrere con un moto del pensiero continuo e ininterrotto in un’enumerazione sufficiente ed ordinata». La memoria vive dello scarto tra ora e prima, l’ideale sarebbe disporre la successione del tempo in uno spazio di compresenza, contrarla in un ora continuo non diviso tra passato e presente. Pur nella consapevolezza della sua impossibilità, è questo che Cartesio ci invita a fare,e scrive che è utile presentare agli occhi e ai sensi esterni le figure in disegni, perché così il pensiero si mantiene più facilmente attento. Mettendo su carta le figure, «non affidiamo alla memoria nessuna delle cose che richiedono un’attenzione costante», ed evitiamo che «un ricordo superfluo sottragga una parte della nostra mente alla conoscenza di un oggetto presente». Se non avessimo una mente finita non avremmo bisogno della memoria; potremmo esercitare un’attenzione continua. Nella sua conoscenza l’intelletto può essere assistito non solo dall’immaginazione, ma da altre tre facoltà, immaginazione, senso e memoria. Cartesio dice che la sensazione è meramente passiva e ha luogo al modo in cui la cera riceve un’impressione da un sigillo, e aggiunge che «non si deve ritenere che ciò sia detto per

analogia», perché la figura esterna del corpo senziente (comprese le narici, la lingua e l’orecchio) viene realmente modificata dall’oggetto come la superficie della cera è modificata dal sigillo. Questo impatto si traduce in una figura che viene trasmessa a un’altra parte del corpo, il senso comune, che a sua volta funziona come un sigillo che imprime nella phantasia le idee, ora smaterializzate, che provengono dal corpo esterno. Né si deve pensare che la phantasia sia puramente spirituale, anzi: risiede nel cervello, e muove i nervi. Fin qui tutto avviene in modo materiale, ma il motivo principale di questo materialismo è la polemica nei confronti delle teorie scolastiche delle species visive e della necessità che le immagini somiglino alle cose da cui derivano. Se la forza conoscitiva si volge con l’immaginazione al senso comune, si dice che tocca, vede, sente; se all’immaginazione e alle figure in essa tracciate, si dice che ricorda; se all’immaginazione che forma figure nuove, si dice che immagina o concepisce; ma quando agisce da sola e si volge a se stessa, si dice che comprende. Si vede in questa enumerazione come immaginazione e memoria corporea siano virtualmente indistinguibili; ma appunto perché di una memoria personale ora si tratta, come di una tavoletta piena di incisioni reali, a differenza che nelle considerazioni svolte prima. In questo la forza conoscitiva può essere passiva o attiva, e imitare ora il sigillo ora la cera; ma stavolta Cartesio, a scanso di equi-voci, precisa che in questo caso si tratta solo di un’analogia, perché nelle cose corporee non c’è nulla di simile a questa forza pura. Cartesio non studia più il metodo per conoscere idee tutte ugualmente soggettive, ma vuole indagarne l’essere reale. L’immaginazione ora è solo uno dei modi di contemplare la figura di una cosa estesa, e viene quindi privata di parte del suo potere cognitivo; anzi, al suo interno viene distinta la funzione ricettiva delle immagini dalla loro produzione, che risulta non dall’immaginazione ma dalla volontà.


L’esempio del pezzo di cera è illuminante riguardo al diverso accento in questo rapporto tra pensiero e immaginazione. La percezione del pezzo di cera, dice Cartesio, «non è una visione, un contatto, un’immaginazione... ma unicamente un’ispezione della mente». Quello per cui la mente eccede l’immaginazione che le porge le immagini impresse dal senso è l’ammettere di non poter fermarsi a tutte le immagini finite e determinate che possiamo averne; essa scopre così che solo il pensiero è in grado di render conto di tutte le possibili apparizioni, in linea di principio infinite, della cera. Quello che l’immaginazione non può avere, né conoscere, è appunto l’assolutezza della mente, e la sua prorità rispetto ad ogni immagine finita delle cose. Se ora mi chiedo cosa sono, concludo che sono ogni volta che penso. E cosa sono? Il pensare puro contrapposto alle facoltà inferiori? No: la risposta cartesiana è nota. «Una cosa che dubita, concepisce, afferma, nega, vuole, non vuole, immagina e sente». Se la mente si volge alle impressioni del senso o alle figure dell’immaginazione, occorrerà dire che essa è in stretta unione con il corpo; ma la mente serba il privilegio e la prerogativa di poter pensare a sé, a Dio, e alle essenze matematiche, senza che il corpo e le funzioni corporee in genere abbiano alcuna rilevanza. E questo è quanto vuol dire la sesta Meditazione quando nega che l’immaginazione sia un momento della mia essenza più propria. E la memoria? È, a differenza dell’immaginazione, essenziale per il cogito? Nella terza Meditazione, dopo aver stabilito che il certo è vero, cioè che quello che cogliamo in modo chiaro ed evidente per ciò stesso esiste, Cartesio si chiede se il dubbio non dovrebbe coinvolgere anche ciò che ricordiamo di aver percepito con evidenza in passato, ma a cui non stiamo più prestando attenzione. La soluzione è nota: l’identità di certo e vero è garantita dalla veracità di Dio; una volta provatane l’esistenza potrò ridiscendere dal cogito alle cose esterne. Se si pensa a quel che si è visto relativamente alla debolezza della memoria

nelle Regulae, non è chiaro cosa esattamente sia cambiato nella considerazione cartesiana. La memoria rimane una certezza inferiore all’attenzione presente, e infatti per l’ateo non garantisce l’assolutezza della scienza. D’altro lato, la conclusione a cui giunge Cartesio è che, in chi ha seguito la dimostrazione dell’esistenza di Dio, la memoria ora fonda la scienza, sicché se nelle Regulae la memoria era intrinsecamente debole, ora la memoria funziona da condizione di possibilità di un sapere che si costruisce serialmente. a memoria ha funzione cognitiva in quanto aiuta nella catena deduttiva con la sua stabilizzazione di verità intuite; ma, a fianco di questo, la memoria di quando ho intuito qualcosa rimarrà sempre fallibile, soggetta ad errore. Memoria dell’esperienza e memoria intellettuale, dunque. A questi opposti Cartesio dà, nell’epistolario degli anni Quaranta e nei colloqui con Burman, i nomi rispettivi di memoria corporea e intellettuale. La memoria corporea lascia tracce nel cervello paragonabili a delle pieghe in un foglio di carta. Addirittura troviamo l’idea che il suonatore di liuto mantiene nel corpo, nelle mani, la memoria che gli torna utile per suonare con naturalezza pezzi complessi che solo lo studio e la pratica gli permettono di far sembrare facili. Questa traccia è corporea e serve a muovere gli organi, anzi, non occorre neppure che sia riflessa. Con questo si capisce come una memoria corporea sia operante nel movimento, ma non come possa riemergere alla nostra considerazione: si capisce la traccia, ma non il ricordo. Non si capisce cioè come, dovendo rievocare un’immagine, io possa cercarla nella memoria se non so già cosa cerco, cioè se il processo è soltanto meccanico e non illuminato da una mente. Se ogni esperienza cosciente lascia una traccia mnestica nel cervello, mi sembra anzitutto necessario distinguere all’interno della memoria corporea uno schema motorio appunto meccanico e spontaneo, un’abitudine causata dal movimento (l’esercizio del liutista) e a sua volta causa di movimento (l’esecuzione della sonata), dalla traccia


Cartesio

dell’esperienza utilizzabile per la riflessione – una memoria corporea irriflessa da una che diventa oggetto di considerazione nella riattivazione. Le due differiscono per grado di irriflessività, e l’una può agevolmente diventare l’altra. Ma nessuna delle due forme di memoria corporea mi dà la possibilità di una riattivazione volontaria, né una coscienza di questa memoria, perché la memoria corporea è solo passiva: un’acquisizione e ritenzione. E una memoria corporea passiva può proporsi come teoria materiale della traccia ma non può in nessun modo spiegare il valore della traccia, la falsità della traccia, l’identità del riferimento in un oggetto permanente ed esterno alle tracce diverse della stessa cosa.

ro stesso». Le considerazioni che Cartesio svolge successivamente spostano significativamente il discorso, dall’oggetto della memoria intellettuale alla funzione di riconoscimento del pensiero passato e, con questa, alla natura temporale della coscienza dell’esperienza.

È possibile in generale una memoria corporea che, non potendo trascendere se stessa e farsi conscia, mentale, non spieghi come si ricorda? Quando parla di queste due forme di memoria, Cartesio si limita, come di consueto, a contrapporle, perché l’una appartiene al corpo solo e l’altra «non dipende che dalla sola anima» ed è «sicuramente indipendente dal corpo».

“A parte i nostri pensieri, non c’è nulla che sia davvero in nostro potere.”

La memoria spirituale è quella di cui ci serviamo più spesso e che ci differenzia dagli animali. Su cosa sia e come funzioni questa memoria Cartesio è singolarmente parco di indicazioni. «Della memoria non posso dire nulla. Ognuno deve aver esperito se ricorda bene, e, se ne dubita, deve far uso di note scritte e simili strumenti che l’aiutino». Balza agli occhi la discrepanza di questo tono liquidatorio con l’ipotesi che nelle Meditazioni il dubbio riguardi la memoria delle inferenze; ma risalta anche il rapporto tra memoria e segni mnemonici. Cartesio scrive che la memoria intellettuale è relativa agli universali e non ai particolari. In altre parole, la differenza tra memoria corporea e intellettuale si fonderebbe sui rispettivi generi di oggetti, le cose intellettuali e le esperienze personali; e la memoria delle cose intellettuali dipende da tracce di tipo diverso rispetto alle tracce come immagini impresse nel cervello, ma che ugualmente «permangono nel pensie-

Memoria è qui soltanto traccia nel cervello – non c’è ricordo vero e proprio delle cose intellettuali. Ma non basta per la memoria che ci siano tracce lasciate nel cervello da pensieri precedenti; le tracce devono essere tali che la mente riconosca che non sono sempre state in noi, ma che ad un certo punto nel passato vi sono giunte come nuove.


Descartes en la Corte de la Reina (1650) di Cristina Pierre Louis Dumesnil


2.0.6

Hegel e Diderot Memoria della conoscenza e conoscenza della memoria: Hegel e Diderot Per Hegel l’individuo è un “serbatoio” di sensazioni, conoscenze, pensieri “senza esistenza”. Nell’enciclopedia, egli osserva: “Ogni individuo è una ricchezza infinita di sensazioni, rappresentazioni, conoscenze, pensieri ecc.; ma io sono, tuttavia, perciò affatto semplice: un fondo indeterminato, nel quale tutto ciò è serbato, senza esistere. Solo quando io richiamo a mente una rappresentazione, io la porto fuori da quell’interno all’esistenza innanzi alla coscienza”. Le conoscenze sono conservate senza esistere; ed esistono solo quando sono richiamate alla mente: “Così l’uomo non può mai sapere quante conoscenze egli di fatto serba in sé, quantunque le abbia dimenticate: -esse non appartengono alla sua attualità, alla sua soggettività come tale, ma soltanto al suo essere in quanto è in sé”. La questione del serbatoio di conoscenze, che non esiste se non è richiamato all’attualità della coscienza, viene semplicemente concepita come faccenda di memoria: così appare che il ricordare sia l’aspetto principale. Se così fosse, che cosa accadrebbe se, ad esempio, la conoscenza acquisita dallo studio di migliaia di volumi fosse sempre immediatamente presente alla coscienza? La risposta a questa domanda va cercata nel paradosso della cosiddetta memoria prodigiosa di rari individui nei quali il serbatoio di conoscenze è sempre immediatamente presente alla coscienza, essendo sempre appartenente alla loro attualità. Il risultato è che questi individui ricordano tutto, ma proprio per questo sono incapaci di pensare, di riflettere, come spesso capita a certi talenti della matematica, per non parlare della predisposizione al calcolo numerico nell’autismo. Qui, l’eccesso della memoria, affollando la mente di dati d’ogni ge-

-nere, danneggia il pensiero non meno della eccessiva smemoratezza. Il contrario avviene, invece, quando il “serbatoio” di conoscenze rimane silente nell’interiorità, ma la mente dello studioso è pronta a richiamarlo alla attualità ad ogni richiesta specifica del suo pensiero e della sua riflessione. Se nessuno può affermare con certezza quale sia la giusta dose di memoria, tra i due estremi della memoria prodigiosa e della smemoratezza, un fatto è certo: l’eccessiva facilità ad avere presente mille particolari, nomi, date, luoghi ecc. non è affatto utile al pensiero, per il quale è necessario avere presenti immediatamente i contenuti, i nessi, le leggi inerenti i fenomeni e i processi complessivi. Per la conoscenza è vantaggioso soprattutto riuscire a fare mente locale, in breve tempo, sugli aspetti fondamentali di ogni fenomeno e processo naturale e sociale. E ciò diventa possibile solo se la mente non è affollata di infiniti aspetti, minuti e inessenziali. Rileggendo alcuni estratti su Diderot, si possono ritrovare riflessioni analoghe su questa questione. Nella “Lettera sui sordomuti”, egli scriveva: “Penso che sia questo il motivo per cui il giudizio e la notevole memoria sono così raramente accoppiati. Una grande memoria presuppone una notevole facilità ad avere insieme rapidamente numerose idee differenti; e tale facilità nuoce alla tranquilla comparazione di un piccolo numero di idee che la mente deve, per così dire, considerare con attenzione. Una testa ingombra di numerose cose disparate è abbastanza simile a una biblioteca di volumi scompagnati”.


“E’ uno di questi empori riempiti di analisi e di giudizi su opere che l’analista non ha affatto compreso; empori di mercanzia alla rinfusa dove, di utile, c’è soltanto un inventario; è un commentario in cui si trova spesso ciò che non si cerca, raramente ciò che si cerca e, quasi sempre, le cose di cui si ha bisogno sono disperse fra la massa di cose inutili”.

La persistenza della memoria (1931) olio su tela, dipinto di Salvador Dalì


2.0.7

Bergson

“Materia e Memoria” di Matteo Perrini

“La materia, in quanto estesa nello spazio, deve essere definita, a nostro avviso, un presente che ricomincia incessantemente, e, inversamente, il nostro presente è la materialità stessa della nostra esistenza, cioè un insieme di sensazioni e di movimenti, e nient’altro che questo. E questo insieme è determinato, unico per ciascun momento della durata, proprio perché sensazioni e movimenti occupano i luoghi dello spazio e perché, nello stesso luogo, non ci possono essere più cose contemporaneamente.” È stato un filosofo francese. La sua opera ebbe una forte influenza nei campi della psicologia, della biologia, dell’arte, della letteratura e della teologia.

Nel 1896 Bergson pubblica Materia e memoria, che reca il sottotitolo “Saggio sulla relazione tra il corpo e lo spirito”. È un’opera ricca di contenuto e rivoluzionaria nel metodo, anche se non è divenuta mai popolare. “Questo libro - scrive Bergson nella prefazione alla settima ristampa - afferma la realtà dello spirito, la realtà della materia, e cerca di determinare il rapporto tra l’uno e l’altra su un esempio preciso, quello della memoria”. In Materia e memoria si parte dall’osservazione secondo cui la vita interiore non sarebbe pensabile se l’esperienza cosciente non abbracciasse nel mio presente il mio passato come ricordo e il futuro come aspettazione. Insomma, come aveva ben visto Agostino nel libro XI delle Confessioni, senza la simultanea compresenza di più momenti alla coscienza, il tempo non sarebbe e non vi sarebbe neppure un io: un presente come polvere di istanti si dissolverebbe nel nulla, il passato sarebbe inconcepibile e così pure il futuro. Il tempo vissuto della coscienza è, invece, ben reale, proprio perché la coscienza è memoria e la memoria, coestensiva alla coscienza, è capace di riportare il passato nel presente, pur lasciandogli la sua qualità di passato. L’uomo, però, non è soltanto coscienza e libertà, memoria pura, spirito. Ha un corpo e la sua vita interiore si esprime necessariamente con parole, gesti e movimenti che si dispiegano nello spazio. La coscienza dell’uomo dev’essere compresa, pertanto, nella sua


relazione effettiva con tutto l’uomo e dunque con il suo corpo. Per Bergson la memoria è un fenomeno in cui il fatto psicologico e quello fisiologico si incontrano e si mescolano tra loro. L’approfondimento del rapporto tra l’io e la sua base organica è, dunque, il problema chiave a cui non può sottrarsi un’indagine autenticamente metafisica. Da almeno tre secoli, a partitre da Cartesio, scienza e filosofia sostengono che “essendo posto uno stato cerebrale, ad esso segue uno stato psicologico corrispondente”. È questa la tesi del parallelismo psicofisico, che nella seconda metà dell’Ottocento sembrò trovare un inizio di prova sperimentale nel fatto che a certe lesioni degli emisferi del cervello si accompagnano determinate turbe nelle facoltà intellettuali. Nel 1861 destò enorme impressione l’osservazione del medico francese Paul Broca che le malattie della memoria delle parole, o afasie, sono causate da una lesione della terza circonvoluzione frontale sinistra. Divenne opinione comune che la memoria fosse una semplice funzione del cervello e che i ricordi visivi, auditivi, motori delle parole fossero depositati all’interno della corteccia cerebrale come lastre fotografiche che conservano impressioni luminose, o dei dischi che registrano vibrazioni sonore. La serrata, puntuale verifica dell’attendibilità o meno di una tale ipotesi arbitrariamente trasformata in dogma scientifico, fu il punto di partenza della lunga, complessa ricerca esposta in Materia e memoria. Su questa prima, decisiva questione quali furono i risultati a cui Bergson pervenne? Essenzialmente due: 1. una lesione cerebrale puó causare disturbi del riconoscimento uditivo o visivo, ma non per questo siamo autorizzati a pensare che ci sia una scorta di ricordi accumulata nel cervello; 2. la pretesa di localizzare i ricordi nel cervello è insostenibile da ogni punto di vista, mentre tutto sta ad attestare che il cervello serve a richiamare il ricordo e non a conservarlo. I fatti, considerati senza pregiudizi, non solo non confermano,

ma non suggeriscono neppure la tesi del parallelismo; in particolare, le ricerche sulle afasìe, supportate da un’incredibile quantità di osservazioni - tratte dall’anatomia, dalla fisiologia e dalla psicologia - fanno emergere sul funzionamento del cervello ipotesi di tutt’altro tipo. Il non senso della domanda “dove sono di casa i ricordi?” emerge nella maniera più chiara soprattutto dall’esame delle afasìe, cioè di quei fenomeni patologici che i sostenitori della localizzazione dei ricordi nel cervello adducono a prova in favore della loro tesi. In tal modo la scelta metodologica operata dall’Autore di Materia e memoria assume il carattere di una sfida a ciò che si dà per scontato e che, essendo stato acquisito come avente valore scientifico, è divenuto luogo comune. In effetti tutti gli argomenti che possono essere invocati a favore dell’accumulazione di ricordi nella sostanza cerebrale fanno leva sulle malattie localizzate della memoria. “Ma se i ricordi- incalza Bergson - fossero realmente depositati nel cervello, a una dimenticanza netta corrisponderebbe sempre una ben netta lesione del cervello. Ora, nelle amnesie in cui dalla memoria viene strappato bruscamente un intero periodo della nostra vita passata, non si osservano lesioni cerebrali precise; al contrario, nei disturbi della memoria in cui la localizzazione cerebrale è netta e certa, cioè nelle afasìe e nelle malattie del riconoscimento visivo e uditivo, non sono questi o quei ricordi determinati ad essere strappati dal luogo in cui si troverebbero, ma è la facoltà del ricordo che è più o meno diminuita nella sua vitalità, come se il soggetto trovasse una maggiore o minore difficoltà nel mettere a contatto i suoi ricordi con la situazione presente. Per questo, in tutti i casi in cui una lesione colpisce una certa categoria di ricordi, i ricordi colpiti non si assomigliano per il fatto di appartenere tutti a una stessa epoca, o perché vi è tra loro una parentela logica, ma semplicemente perché sono tutti uditivi, o tutti visivi, o tutti motori”. Dunque, più che i ricordi stessi sembra che ad essere lesi siano i meccanismi che permettono alla memoria di agire; ma se le cose


Bergson

“Materia e Memoria” di Matteo Perrini

stanno così, la memoria è qualcosa di diverso da una funzione del cervello. Nel gran numero di afasìe puntigliosamente studiate da Bergson, noi ne scegliamo una perché reca un particolare contributo al problema in discussione. “Nel loro scomparire le parole seguono un ordine metodico e grammaticale, lo stesso che ci viene indicato dalla legge Ribot: si eclissano prima i nomi propri, poi quelli comuni, ed infine i verbi... Come spiegare il fatto che l’amnesia segua un andamento del genere? Se le immagini verbali fossero realmente depositate nelle cellule della corteccia, sarebbe praticamente impossibile: non sarebbe strano, infatti, che la malattia intaccasse sempre queste cellule nello stesso ordine?”. Se i ricordi fossero localizzati in determinate cellule della sostanza cerebrale, la distrazione di quelle cellule comporterebbe la distruzione di quei ricordi in esse immagazzinati; ma i ricordi, come si sa, ritornano non appena si siano ricostruiti i meccanismi motori a cui la coscienza fa appello per attualizzarli; dunque l’ipotesi della localizzazione dei ricordi nel cervello è falsa. Occorre allora rappresentarci in un’altra maniera il rapporto tra cervello e coscienza. Il problema diventa ineludibile anche per un’altra ragione: le guerre e lo spaventoso moltiplicarsi di incidenti hanno posto e pongono sotto gli occhi di tutti un fatto: ci sono persone che, pur avendo perduto della materia cerebrale, talora in quantità notevole e dopo qualche tempo riacquistano a poco a poco l’attività motoria, riprendono a parlare, a ricordare e a ragionare. Ebbene, in quei soggetti si constata che, malgrado la fuoriuscita di materia cerebrale, non sono fuoriusciti i ricordi, salvo, com’è naturale, quello dell’incidente, che non avevano avuto il tempo di organizzare. Tutto ciò porta un’evidente conferma alle vedute di Bergson. n Materia e memoria Bergson afferma la realtà dello spirito e la realtà del corpo e tende a determinare il rapporto tra l’una e l’altra su un esempio preciso, quello della memoria. Quel grande libro ebbe subito il consenso dei più illustri neurofisiologi, come il Marie, il Monakow e il Morgue, ma sconcertò i catte-

dratici di filosofia per il suo modo di procedere così rigorosamente scientifico, “su misura dei fatti”. Orbene i fatti esaminati sembrano a Bergson suggerire una precisa, inequivocabile conclusione: il pensiero, la coscienza, lo spirito - l’anima per usare il termine della tradizione filosofica inaugurata da Socrate e della tradizione religiosa ebraico-cristiana - ha bisogno del cervello per esprimersi, non per essere. Lo spirito non ha nel cervello la sua sorgente e lo oltrepassa infinitamente. Il cervello serve a richiamare il ricordo in rapporto a un certo tipo di azione, a un interesse, a una percezione. Esso è il filo conduttore che ci inserisce, mediante i suoi meccanismi, in una realtà, in una situazione. “Il cervello è una specie di ufficio telegrafico, il cui ruolo è di passare la comunicazione, oppure di farla attendere”. Il cervello non aggiunge nulla a ciò che riceve, ma è il centro a cui si collegano tutti gli organi percettivi. Esso riceve il movimento e lo restituisce: per suo mezzo l’eccitazione periferica entra in rapporto con l’uno o l’altro meccanismo motorio. Il suo ruolo è condurre il movimento raccolto ai meccanismi motori e smistarlo tra essi, limitandosi ad abbozzare una pluralità di azioni possibili. Di qui l’altra immagine a cui ricorre Bergson: “Il cervello è simile ad un interruttore, che permette di erogare la corrente ricevuta da un punto del corpo ai dispositivi motori, tra i quali a noi tocca scegliere”. Nell’uomo la presenza del cervello sostituisce al sistema degli adattamenti infallibili, ma unilaterali e ciechi, dell’istinto un sistema che tra la sollecitazione esterna e la risposta intercala un intervallo in cui l’io si inserisce facendo valere la sua capacità di discernimento, di rinvio, di scelta. Insomma, il cervello ha una funzione “moratoria” (mora = indugio) che abbozza, in qualche modo, l’indeterminazione del nostro volere. Guadagnare tempo per la coscienza significa, infatti, sottrarsi al meccanismo eccitazione-risposta e scegliere la propria ora. Dello stato psichico il cervello disegna soltanto la parte capace di tradursi in movimento, esteriorizzando quanto lo stato di coscienza contiene


di azione, quel che di esso è l’aspetto motorio, schematico, rappresentabile in rapporti spaziali. È ovvio che se il meccanismo motorio si guasta, ne subiamo gli effetti, ma questo non significa affatto che sia il cervello a generare la coscienza. Le lesioni e le malattie non aboliscono mai il ricordo in quanto tale, ma compromettono certamente questa o quella funzione necessaria al suo attualizzarsi. Il ricordo sussiste anche quando sono interrotti i meccanismi motori che ci aiutano a renderlo presente; ma, una volta che questi siano ricostituiti, esso può tornare ad essere evocato. L’esperienza ci mostra che la vita dell’anima è legata alla vita del corpo e che tra essi vi è bene una relazione; ma chi oserà pensare che una relazione tra due termini equivalga a uno di essi? Il problema è chiarire qual è questa relazione, in che cosa consiste. “La coscienza è innegabilmente appesa ad un cervello, ma da questo non discende affatto che il cervello disegni ogni particolare della coscienza, né che la coscienza sia una funzione del cervello”. La relazione del cervello con il pensiero è complessa e sottile. “Se mi chiedete di esprimerla in una formula semplice, necessariamente approssimativa, io direi - scrive Bergson - che il cervello è un organo di pantomima. Il suo ruolo è mimare la vita dello spirito, mimare anche le situazioni esterne a cui lo spirito deve adattarsi”. Il meccanismo cerebrale sta al pensiero e alla coscienza press’a poco come il via vai degli attori sulla scena, i loro gesti, i loro atteggiamenti stanno al testo che essi interpretano. Se non conosciamo il testo, quel susseguirsi di movimenti ci dirà ben poco sulla commedia che viene rappresentata e sul suo valore. In una buona commedia, infatti, vi è molto più che nei movimenti con i quali la si rappresenta. Non meno calzante è l’altra immagine a cui Bergson ricorre: “L’attività cerebrale sta all’attività mentale come i movimenti della bacchetta del direttore d’orchestra stanno alla sinfonia. La sinfonia supera da ogni lato i movimenti che la scandiscono; allo stesso modo, la vita dello spirito supera la vita cerebrale”.

E ancora: “Il cervello, dunque, non è organo di pensiero, né di sentimento, né di coscienza; ma fa sì che coscienza, sentimento e pensiero restino tesi sulla vita reale e, di conseguenza, capaci di azione efficace. Diciamo, se volete, che il cervello è l’organo dell’attenzione alla vita”. Nel linguaggio corrente con lo stesso termine di memoria noi indichiamo due modi radicalmente diversi di concepire il ricordo. “Studio una lezione e, per impararla a memoria, la leggo scandendo prima ciascun verso; la ripeto poi un certo numero di volte. Ad ogni nuova lettura si accompagna un progresso; le parole si collegano sempre meglio, finiscono per organizzarsi in un insieme. In quel preciso momento io conosco a memoria la mia lezione... Il ricordo della lezione ha così tutti i caratteri di un’abitudine. Come l’abitudine viene acquisito attraverso la ripetizione di uno stesso sforzo. Come l’abitudine, all’inizio ha richiesto la scomposizione e poi la ricomposizione dell’azione completa. Come ogni esercizio abituale del corpo, esso si è inserito in un sistema chiuso di movimenti automatici, che si succedono nel medesimo ordine e occupano il medesimo tempo. Al contrario, il ricordo di una lettura particolare di quello stesso testo non ha alcuno dei caratteri dell’abitudine. Esso è come un evento della mia vita; e in questo senso porta essenzialmente una data e, di conseguenza, non può ripetersi”. La distinzione fra i due tipi di ricordo è così fondamentale che si deve parlare di due memorie, l’una meccanica, l’altra spirituale. L’una trova nei meccanismi motori del cervello il suo strumento, l’altra può ben dirsi memoria pura in quanto distinta dalla sensazione e dalla percezione. La memoria abitudine è del corpo, la memoria pura è lo spirito. Della prima si occupa la psicologia, ma anche la fisiologia, la medicina, la neurochirurgia; della seconda la metafisica. La memoria pura, infatti, definisce nella sua essenza e nella sua purezza la realtà spirituale e con essa si identifica. La memoria pura di ogni persona fu tutt’uno


Bergson

“Materia e Memoria” di Matteo Perrini

con la storia della sua vita. Dire che il ricordo non è in un luogo, ma è lo spirito significa dire che il ricordo si conserva in se stesso.

“Del resto questo è ciò che la coscienza constata senza fatica tutte le volte che, per analizzare la memoria, segue il movimento stesso della memoria che lavora. Si tratta di ritrovare un ricordo ... A poco a poco esso appare come una nebulosità che potrebbe condensarsi; da virtuale passa allo stato attuale; e man mano che i suoi contorni si delineano e la sua superficie si colora, esso tende a imitare la percezione. Ma con le sue profonde radici rimane attaccato al passato, e se, una volta realizzato, non fosse contemporaneamente uno stato presente e qualcosa che spezza il presente, noi non lo riconosceremmo mai come ricordo.” La mémoire (1948) olio su tela, di Magritte


2.0.8

Freud

La Metafora dell’Archeologia di Adelaide Baldo

“L’inconscio è un particolare regno della psiche con impulsi di desiderio propri, con una propria forma espressiva e con propri caratteristici meccanismi psichici che non vigono altrove.” il tema della memoria è centrale in psicoanalisi, anzi si può affermare che la psicoanalisi si regge proprio sull’assunto teorico che solo attraverso il ricordo si può giungere ad una nuova riorganizzazione del presente e, quindi, guarire.Ma si può anche dire che non esiste memoria senza oblio, dal momento che questi due stati della mente sono strettamente legati fra loro, vuoi come antitesi, vuoi come alternanza.Vorrei qui ricordare che gli studi di Freud hanno preso le mosse dalla pratica dell’ipnosi: è un’immagine molto suggestiva quella del paziente (anzi della paziente visto che inizialmente Freud si è interessato di isteria, patologia ritenuta allora tipicamente femminile) che viene ipnotizzato, cioè messo in una condizione di assenza di contatto con la realtà e, quindi, di assenza di memoria proprio per poter accedere ai ricordi più antichi, quei ricordi che la memoria vigile non tollera di portare alla luce. E ho scelto questo titolo anche perché reputo che, in questo finire di millennio, sia una buona cosa interrogarsi sulla propria memoria individuale e collettiva e in che misura la memoria, individuale e collettiva, possa essere funzionale ad un processo di ulteriore sviluppo o, al contrario, una trappola in cui la presunzione di poter ricostruire il proprio passato, individuale e collettivo, pietrifica ogni possibile progettualità.In altre parole vorrei, con questo mio intervento, sollevare alcuni quesiti di metodo circa il lavoro dell’analisi partendo dall’esame di come il tema della memoria abbia avuto una significativa evoluzione nel corso degli anni nel pensiero di Freud e come questo abbia gettato le basi di successivi sviluppi.Inoltre vorrei offrire spunti di riflessione circa la collocazione che ciascuno di noi intende avere all’interno della linea di sviluppo della storia sia individuale che collettiva.Il tema della memoria, della memoria come conoscenza e

È stato un neurologo e psicoanalista austriaco, fondatore della psicoanalisi, una delle principali branche della psicologia.


Freud La Metafora dell’Archeologia di Adelaide Baldo

coscienza, percorre tutto il pensiero occidentale fin dagli albori del pensiero greco ed è tra gli aspetti che contraddistinguono il pensiero filosofico e scientifico occidentale, soprattutto se lo poniamo a confronto con il pensiero filosofico orientale dove al contrario viene posto al centro l’abbandono, l’oblio, il lasciare che le cose vadano dove devono andare, seguendo un loro ineffabile destino. In Freud la memoria è essenzialmente una memoria individuale, è l’individuo singolo che compie il lavoro di ritrovamento e ricostruzione del proprio passato, della propria storia: la risoluzione di conflitti individuali e la cura di patologie individuali, richiedono un percorso che attraversi passato individuale, alla ricerca del perché dell’origine della nevrosi nella storia individuale.Secondo la teoria freudiana all’origine della nevrosi vi è un conflitto tra pulsioni fra loro inconciliabili, da una parte pulsioni libidiche, che tendono ad affermarsi nella loro prepotenza arcaica, dall’altra la necessità di mitigarle ed adattarle al contesto sociale del quale l’essere umano non può fare a meno. Secondo Freud il percorso individuale verso la maturità psicologica è un percorso d’inibizione delle pulsioni: Freud sostiene che senza inibizione delle pulsioni non può formarsi un essere umano maturo e capace di vita sociale.In ultima analisi, non si può formare la civiltà umana, giacché anche la storia collettiva del genere umano è la storia di come collettivamente si è affrontato e risolto ( o volendo possiamo anche dire non si è affrontato e non si è risolto ) il nodo pulsionale col quale tutti dobbiamo fare i conti.(Mi riferisco qui in particolare agli scritti “ Psicologia delle masse e analisi dell’Io” , del 1921, e “Il disagio della civiltà” , del 1929, nei quali Freud ha cercato di far confluire la ricerca clinica nella ricerca sociologica e antropologica )Il conflitto tra pulsioni è quindi la matrice psichica alla quale tutti facciamo riferimento, ed è anche l’origine della nevrosi che in qualche modo appare come lo scotto da pagare al processo di civilizzazione dell’individuo e della collettività. Quell’originario conflitto riguarda temi talmente incompatibili con la possibilità di vivere nel gruppo umano, temi che

provocano una tale angoscia e di cui ci si vergogna a tal punto che la mente se ne difende relegandoli in una dimensione di dimenticanza, di oblio- l’inconscio per l’appunto- dove però essi continuano ad albergare e da dove fanno sentire la loro presenza attraverso i sintomi, ma anche attraverso i sogni, i lapsus, l’arte. Anzi, tanto più il nucleo conflittuale originario è dimenticato, tanto più esso comparirà sotto forma di sintomi.Compito dello psicoanalista è districarsi nella aggrovigliata matassa di simboli attraverso cui il conflitto nevrotico si esprime e ritrovarne il significato originario. Con questo presupposto teorico si capisce perché la terapia analitica si basi sul ripercorrere a ritroso le tappe evolutive attraverso le quali si è strutturata la mente fino a ritrovare quella verità originaria che si era, strada facendo, nascosta.Il paragone con il lavoro dell’archeologo è effettivamente suggestivo: interessarsi di psicoanalisi e di tutto quanto riguarda la psiche, altro non è se non fare un lavoro di ricostruzione del passato, è fare gli archeologi della storia individuale dei propri pazienti, con l’intento di ritrovare un filo conduttore, un senso, attraverso il quale capire il presente e progettare il futuro.La domanda che a questo punto sorge, e che è attualmente oggetto di dibattito, è in che misura le terapie analitiche debbano scavare nel passato individuale per riportare alla luce frammenti significativi; in che misura debbano porsi come antidoto all’oblio, facendo del recupero della memoria il fulcro del lavoro analitico; in che misura e fino a che punto il lavoro archeologico sia utile ai fini della ricostruzione personale; infine che ruolo hanno memoria ed oblio nell’economia psichica. Freud amava ricorrere frequentemente alle metafore ed è infatti sua la metafora dell’archeologia, con la quale paragona il lavoro dello psicoanalista a quello dell’archeologo.Amava le metafore perché (per usare sue parole) “questa forma espressiva rappresenta un modo per tracciare la via attraverso l’inconscio dell’ascoltatore”: amava la me-


tafora perché essa, pur senza perdere di vista lo specifico concreto, permette un movimento di presa di distanza che consente di tornare sull’argomento “metaforizzato” più liberi. Più volte Freud nei suoi scritti riprende la metafora dell’archeologia trasformandola via via nel suo significato, cosa questa che rivela come Freud stesso abbia in periodi successivi modificato il proprio pensiero riguardo a cosa sia il processo del ricordare in analisi e quale sia il compito dello psicoanalista.La prima volta compare nel 1896 in “Etiologia dell’isteria” dove Freud descrive il mondo segreto del reperto archeologico e l’attività appassionata dello scavo.“Supponiamo che un esploratore giunga in una regione poco nota, in cui una zona archeologica, con rovine di mura, frammenti di colonne, lapidi dalle iscrizioni confuse e illeggibili, abbia suscitato il suo interesse. Egli potrà accontentarsi di osservare quanto è possibile vedere, recarsi da coloro che abitano la zona, magari semibarbari, per interrogarli su quanto la tradizione ha tramandato loro circa la storia e il significato di quei resti monumentali, annotarsi le risposte ottenute e…ripartire. Egli tuttavia può anche agire in un altro modo; può aver portato con sé zappe, pale e vanghe, può munire di tali strumenti gli abitanti del luogo, rimuovere con loro dalla zona archeologica le rovine ivi giacenti e scoprire, dai resti visibili, altri pezzi sepolti. Se il suo lavoro sarà coronato da successo, i reperti archeologici si spiegheranno da soli: i resti di mura si dimostreranno appartenenti al periplo di un palazzo o di una camera del tesoro; dalle rovine delle colonne sarà possibile ricostruire un tempio, mentre le numerose iscrizioni scoperte, bilingui nei casi più fortunati, riveleranno un alfabeto e una lingua e, una volta decifrate e tradotte, permetteranno di ritrarre un’insperata conoscenza degli avvenimenti del passato, avvenimenti in memoria dei quali quei monumenti erano stati eretti. Nel 1937 in “Costruzioni nell’analisi” sottolinea che in psicoanalisi, a differenza dell’archeologia, non è sufficiente portare alla luce il reperto ed operare la ricostruzione, perché “l’oggetto psicoanalitico

è incomparabilmente più complicato dell’oggetto con cui ha a che fare l’archeologo”: infatti la ricostruzione conclude il lavoro dell’archeologo, mentre è solo una parte di quello dell’analista il quale deve confrontarsi con la reciprocità del rapporto analitico in cui il paziente non è affatto passivo come l’oggetto sul quale indaga l’archeologo. Insomma, il lavoro analitico non è una progressione lineare nella scoperta delle stratificazioni successive verso un “nucleo” di verità. E non è nemmeno vero che sia il mero lavoro di ricostruzione a risolvere il mistero una volta per tutte.Indubbiamente la metafora usata da Freud ha un suo fascino nel connotare lo psicoanalista come “colui che scava nel profondo”, a contatto con quanto di misterioso abita l’inconscio, che scopre e ricostruisce a partire da piccoli frammenti che vengono da lui identificati, tradotti, accostati tra loro per dare un senso a ciò che poteva apparire solo come confusione. Tuttavia questa metafora rischia di porre al centro del lavoro analitico la figura dell’analista e relega il paziente ad un ruolo di oggetto quasi inanimato.In realtà il lavoro analitico è un rapporto tra due persone che collaborano attivamente per far venire alla luce ciò che giace, dimenticato e negato, nelle profondità della psiche.Finalità del lavoro analitico non è il “sapere”, ma “l’essere consapevoli” il che rimanda ad un modello di rapporto dinamico tra il soggetto e l’oggetto del sapere.Il lavoro analitico è un progetto comune nel quale, se mai, l’analista deve costantemente interrogarsi su cosa e quando portare alla luce, per evitare, presi dalla esaltazione dello scavo, di rompere qualche oggetto prezioso, o , peggio, di farsi prendere da una smania che potrebbe tradursi in predazione. Quando si parla di memoria in psicoanalisi, l’associazione immediata è con la rimozione.( ricordo brevemente che il concetto di rimozione è uno dei pilastri portanti della psicoanalisi e sta ad indicare quel fenomeno per cui ricordi, pulsioni, fatti o desideri, vengono allontanati dalla coscienza, e relegati nell’inconscio, perché il loro contenuto


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viene percepito come inaccettabile)In psicoanalisi ciò che è degno di essere ricordato è strettamente collegato con il rimosso. Si potrebbe generalizzare dicendo che la specificità della psicoanalisi è il desiderio di ricordare ciò che si è dimenticato.A questo punto è inevitabile un riferimento al pensiero greco il quale ha esercitato una forte influenza sul pensiero freudiano.Nel caso specifico del rapporto tra memoria ed oblio vorrei ricordare il mito, ripreso anche da Platone, secondo il quale le anime , bevendo alla fontana dell’oblio, dimenticano la vita vissuta e quindi, ritornando sulla terra, tendono a ripetere desideri, errori e colpe. Abbeverandosi invece alla fontana di Mnemosine, esse conservano la memoria di ciò che hanno visto ed udito e possono quindi accedere al mondo delle idee. E’ del tutto evidente il parallelismo tra questo mito e il pensiero che Freud ha elaborato riguardo a ciò che nella pratica clinica viene definito coazione a ripetere : la persona che ha perso (ma sarebbe meglio “rimosso”) il contatto con la propria storia emozionale, che ha “dimenticato” le fantasie più arcaiche sulle quali si è strutturata successivamente la sua personalità, tende a ripetere in modo coatto le stesse modalità relazionali, gli stessi errori, è coattamente preda delle stesse pulsioni.Poiché questa persona non ha memoria dell’origine emozionale dei propri pensieri ed azioni, per quanto creda di evolversi e rinnovarsi, in realtà non fa che riprodurre all’infinito lo stesso “nodo” emotivo, senza mai arrivare a capirne l’essenza, il significato, quindi senza mai riuscire ad entrare in una dimensione trasformativa. Per continuare nel parallelismo col pensiero platonico potremmo dire “senza mai riuscire ad accedere al mondo delle idee”. E’ evidente che nel pensiero freudiano, come in quello greco, c’è una ipervalutazione del ricordare, inteso come “condicio sine qua non” di ogni atto ricostruttivo, e una svalorizzazione dell’oblio inteso come luogo in cui l’individuo perde la sua capacità di capire e di pensare. D’altra parte tutta la cultura occidentale – prevalentemente individualistica - tende a considerare le funzioni soggettive del pensare

e del ricordare (ricordare inteso come pensiero che si articola sulla dimensione del tempo) come il punto massimo della espressione dell’individuo. In Platone con una connotazione sovrastorica e universale che permette l’accesso al mondo delle idee, in Freud come recupero di fatti individuali che solo in un secondo momento si agganciano a vicissitudini collettive e universali.Il percorso analitico è dunque per Freud un percorso a ritroso nel tempo per ritrovare la memoria soggettiva della propria “verità”, ma per far questo bisogna anche accettare di abbandonarsi in qualche modo all’oblio, oblio del quotidiano, oblio degli interessi contingenti e concreti del paziente che lo distolgono da una visione più articolata dei fatti.Una delle regole fondamentali della psicoanalisi , il principio delle libere associazioni, può essere visto anche in questa prospettiva: per avviarsi sulla strada della memoria, l’autentica memoria che ridà significato al presente, bisogna sapersi abbandonare ad una attitudine mentale caratterizzata da una fluttuazione del pensiero che gioca tra attenzione e distacco, tra rigore logico e abbandono alle suggestioni, tra memoria e oblio.Ed è questa un’attitudine mentale che viene richiesta tanto al paziente quanto all’analista. Certo questo è un nodo teorico non piccolo che sembra portare in sé una contraddizione: da una parte Freud identifica l’oblio con manifestazioni patologiche quali la coazione a ripetere e più in generale come la radice della patologia nevrotica, dall’altro indica come metodo fondamentale del trattamento psicoanalitico proprio la capacità a lasciarsi andare a libere associazioni e a rinunciare ad un costante controllo sul proprio pensiero. Da una parte afferma che il trattamento psicoanalitico è sinonimo di recupero della memoria individuale circa la propria storia libidica, dall’altra afferma che per ricostruire la propria storia bisogna adottare un metodo molto più vicino alla perdita di contatto con la realtà (non dimentichiamo che


Falso specchio (1928) dolio su tela, di Magritte


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tra l’altro Freud ha iniziato le proprie ricerche partendo dalla pratica della ipnosi).Come si può vedere in Freud il rapporto tra memoria ed oblio è qualcosa di più di una semplice opposizione, di un contrasto. E’ una tensione concettuale tra due stati della mente che rimandano continuamente non solo alla esperienza individuale della loro natura, ma a strutture di pensiero nelle quali si è riconosciuto o non si è riconosciuto il pensiero occidentale.Freud era probabilmente ossessionato dalla volontà di accedere ad un livello di memoria sempre più profondo, un livello che definitivamente riportasse alla luce l’originaria verità, la verità traumatica che traspare attraverso i miti greci che da Freud vengono ripresi come paradigma di una condizione umana universale.E’ una sorta di discesa agli inferi, il cui prezzo potrebbe essere molto elevato.Giocasta: Ma che cosa t’importa di chi egli parla! Lascia stare vane ciarle che tu non devi nemmeno ricordare.Edipo: No, non sarà mai che io rinunci, ora che ho in mano simili indizi, a far luce sulla mia nascita . Giocasta: Per gli dei! Se appena ti è cara la vita, non cercare questo; basta che sia io a soffrire. Dopo Freud la ricerca della “verità” ha spinto alcuni psicoanalisti verso il recupero della memoria fino ad un passato sempre più lontano nel tempo, verso fasi sempre più precoci della vita psichica, fino a prendere in considerazione addirittura il feto nel ventre materno per conoscerne i primi abbozzi di pensiero ed emozione.In questa spasmodica tensione verso una conoscenza sempre più in dietro nel tempo e sempre più particolareggiata – squisitamente archeologica - si annida forse un’illusione, il credere che la verità sia qualcosa di concreto, una sorta di oggetto nascosto, l’oggetto dell’archeologo per l’appunto, e che il processo di conoscenza altro non sia se non la meticolosa discesa verso questo oggetto, per svelarlo, per strapparlo alla sua nicchia. Quando Freud intraprese le sue ricerche, pareva che la frontiera dell’Edipo fosse già la più remota e inquietante delle possibili frontie-

re della conoscenza psicoanalitica. Poi Freud stesso ha percepito che si poteva andare oltre, ma a quel punto una serie di eventi anche personali, come la morte del padre, hanno bloccato il suo impeto creativo e il suo pensiero si è appunto fermato alla frontiera dell’Edipo sul quale Freud ha continuato a lavorare. Dopo la morte del padre Freud ha elaborato, sempre partendo dal nucleo concettuale edipico, le teorie circa il lutto, la melanconia, nelle quali compare con forza il tema della colpa, tema che ha poi dominato il pensiero freudiano. (“Lutto e melanconia”, 1917)Si potrebbe leggere quest’ arresto del pensiero freudiano sul tema dell’Edipo, e la conseguente elaborazione del tema della colpa, come il segnale che anche Freud, pur nel sua tensione verso la conoscenza, deve ad un certo momento arrestarsi ad un punto oltre il quale non è possibile andare. Che è come affermare che si può arrivare fino ad un certo punto, non oltre; e, soprattutto, se si intraprende il cammino della conoscenza, si deve essere consapevoli che il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto, potrebbe essere quello di non poter più possedere la vita e la sua gioia. Comunque, mai si potrà possedere l’essenza delle cose, quel significato ultimo che sembra continuamente spostarsi in là e che finisce per essere irraggiungibile. Più ci si spinge in dietro nel tempo, più si scava in profondità sempre più oscure, più gli oggetti di cui si è alla ricerca appaiono come ombre, come enigmi inaccessibili, forse anche mostruosi.Dietro al pensato, dietro al percepito, s’incontra una dimensione dell’essere che è quella del nulla.In questo senso le indagini condotte attorno alla vita prenatale sono illuminanti: il feto, paradigma di una condizione estatica della mente che esiste al di là della memoria e al di là del pensiero, obbliga ad interrogarsi su quale significato si voglia dare all’esperienza del vuoto, del non-pensato, del non- ricordato. Effettivamente sembra che la ricerca dell’oggetto ultimo di conoscenza riconduca a confrontarsi con quanto è inconoscibile e indicibile; in altre parole, sembra che la ricostruzione della memoria approdi, alla fine,


ad una dimensione dove è l’oblio ad essere il signore incontrastato. A questo punto la domanda è: questo nucleo originario di oblio, di non-pensato e non–pensabile, è qualcosa di patologico o è semplicemente la rivelazione di un nucleo estatico che rappresenta l’essenza dell’essere, al di là della conoscenza e del sapere? Le costruzioni psichiche che hanno le loro radici in questa dimensione proto-mentale, sono espressione di nuclei psicotici, o invece la conquista del vuoto mentale è il preludio all’incontro con e nella relazione?In altri termini il problema è se la conoscenza psicoanalitica debba procedere lungo la strada dello scavo rigoroso - l’archeologia, per l’appunto - o se invece non possa concedersi di procedere per alternanza fra tensione e rilassamento, rinunciando al bisogno di possedere a tutti i costi una verità che non è poi detto che stia dove la stiamo cercando. L’alternanza o la simultaneità di tensione e rilassamento può essere concepita anche come alternanza o simultaneità tra memoria e oblio.Se vogliamo a lungo mantenere la tensione conoscitiva, se vogliamo che la ricerca della verità non si trasformi in una ossessione faticosa quanto vana, se vogliamo che la memoria non si svuoti del suo contenuto emozionale e non diventi un simulacro di se stessa, dobbiamo anche avere la capacità di abbandonarci al rilassamento, la capacità di dimenticare, di affidarci all’oblio. E di affidarci al sogno il quale certamente va interpretato, ma che, in ogni modo, svolge il suo ruolo risanatore anche al di là di ogni interpretazione.Vorrei a questo punto citare gli studi che Davide Lopez da tempo sta conducendo sul rapporto tra preconscio e conscio. Secondo Freud il preconscio era la traccia mnestica di ciò che una volta era stato cosciente e che, attraverso il lavoro analitico, sarebbe nuovamente potuto diventare cosciente, una volta abbattute le barriere difensive che lo mantenevano tale. Freud ne dava una visione restrittiva e anche svalutativa, dal momento che nella sua teoria l’approdo del percorso era l’ampliamento del conscio e la finalità ultima

dell’analisi doveva essere il trasferire nel conscio tutto quanto era precedentemente inconscio o preconscio. Lopez dice:“Se riusciamo a lasciare da parte l’ossessione della conoscenza e l’illusione di poter giungere al nucleo vero di verità, se al contrario ci poniamo in una condizione mentale che comprende anche passività e ricettività, noi ci troveremo inattesamente di fronte a questo frutto, che offre spontaneamente il suo succoso nettare a colui o colei che con mano delicata e amorevole, con lentezza, quasi indugiando, si avvicina ad esso.

“Il comportamento della memoria durante il sogno è senza dubbio di enorme importanza per ogni teoria della memoria in generale. Esso c’insegna che nulla di ciò che una volta abbiamo posseduto intellettualmente può andare del tutto perduto.”


2.1

Analisi Scientifica


2.1.1

Introduzione

Abbiamo visto come i filosofi abbiano riflettuto sulla memoria per almeno 2000 anni, sebbene il passo importante che ha dato inizio ad un reale studio scientifico sulla memoria si ebbe nel 1876 per opera di uno studioso tedesco, Hermann Ebbinghaus che decise di applicare il metodo sperimentale, da poco sviluppato per lo studio della percezione, allo studio della memoria umana. Ebbinghaus non si occupò della complessità degli aspetti della memoria che caratterizzano le esperienze della vita quotidiana, ma si dedicò allo studio dei meccanismi dell’apprendimento e dell’oblio di materiale artificioso. Si occupò della facilitazione del ricordo attraverso la ripetizione delle informazioni da memorizzare; per i suoi esperimenti utilizzò liste di sillabe, prive di significato, di sua invenzione, ed infine sintetizzò i dati sperimentali su due assi cartesiani: nell’asse orizzontale le ore di ritenzione, e nell’asse verticale la percentuale di sillabe ricordate. Identificò, così, la curva dell’oblio, delineando un calo della prestazione mnestica superiore all’aumentare del tempo della ritenzione. Del tutto analoga ma speculare, si configura la curva della ritenzione: all’aumentare delle ripetizioni aumenta la qualità della ritenzione fino ad un livello tale per cui successive ripetizioni non implicano miglioramenti significativi della prestazione. Ebbinghaus studiò inoltre il numero delle ripetizioni sul tempo richiesto per il ri-apprendimento: più sono numerose nella fase di apprendimento, tanto più è breve la fase di ri-apprendimento, dopo un periodo di ritenzione. Gli studi di Ebbinghaus hanno avuto l’utilità di tradurre in un setting sperimentale le ricerche sulla memoria, essi però, si applicano a stimoli senza senso, artificiali, e delineano un meccanismo di memorizzazione di tipo passivo. Gli psicologi sperimentali come Ebbinghaus sono rimasti molto legati al bisogno di ricondurre tutto al metodo, perdendo però di vista se le teorie da loro create fossero veramente

applicabili all’esperienza quodiana. L’interesse per la memoria studiata sul campo, ha continuato a fiorire nei primi anni del ‘900 in Gran Bretagna, nei lavori di Bartlett. Professore di psicologia sperimentale all’Università di Cambridge, esaminò l’influenza dei fattori sociali nella memoria in un ambiente sperimentale mediante l’utilizzo di materiali “significanti” per studiare gli effetti dell’esperienza passata sull’assimilazione e nella psicologia gestaltista in Germania, che poneva il focus dell’indagine sui processi cognitivi come risultato di un’interazione e un’organizzazione globale di varie componenti. Nel Nord America, dove le influenze del comportamentismo erano molto più forti che in Europa, l’approccio di Ebbinghaus, con la sua enfasi sulla semplificazione e il controllo sperimentale ha dominato lo studio della memoria fino agli anni sessanta, quando l’approccio cognitivista cominciò rapidamente a prendere il sopravvento. Esiste però una tradizione di ricerche sulla memoria, nel contesto di vita quotidiana, che si è sviluppata a partire da Francis Galton, personaggio polivalente, fu infatti esploratore, antropologo e patrocinatore dell’eugenetica, condusse i primi studi sulla memoria autobiografica (AM). Francis Galton. Un grande studioso di memoria Sir Francis Galton (1822-1911) fu il primo a compiere degli studi ed esperimenti sulla memoria autobiografica. Un giorno, durante una passeggiata a Londra, si stupì osservando che gli oggetti che incontrava suscitavano in lui associazioni tra le più variegate. Non solo: lo colpì la constatazione che le associazioni spesso gli riportavano alla memoria cose alle quali non aveva più pensato da parecchio tempo.


Decise di ripetere l’esperimento con calma. Riportò su un foglio di carta un elenco 75 parole (vettura, abbazia, pomeriggio, eccetera), che guardava una alla volta, annotando con cura tutte le associazioni che la lettura di questa parola evocava. Ripetè l’esperimento, con lo stesso elenco, più volte, a distanza di un mese e in circostanze diverse. Formò in totale 505 associazioni, in 660 secondi: cinquanta associazioni al minuto, “con una lentezza miserabile” a suo avviso (lui la comparava con la velocità naturale del pensiero). Con il tempo e le ripetizioni, si rese conto che alcune associazioni tendevano a riprodursi e che la maggioranza (quasi quattro su dieci) risaliva alla sua gioventù, mentre solo il 15% era riferita ad avvenimenti recenti. Inoltre, erano soprattutto le vecchie associazioni a provocare la ripetizione: l’educazione e l’istruzione erano dominanti nelle associazioni. In generale, un quarto delle associazioni giovanili entrava in scena quattro volte e ricorreva quindi tre volte. Benché questi studi lo appassionassero, Galton decise di non pubblicare l’esito di questi esperimenti. Scrisse che le associazioni “mettono a nudo le fondamenta dei pensieri di una persona con una tale, mirabile nitidezza, rivelano in maniera così viva e fedele la sua anatomia mentale da farle preferire di tenerle per sé”. Gli studiosi che, quasi un secolo dopo, si occuparono di memoria autobiografica riconobbero la validità del metodo di Galton, tanto che - in un famoso articolo pubblicato nel 1974 sul Bulletin of the Psychonomic Society – gli psicologi Crovitz e Schiffman decisero di chiamare “Galton cuing technique” la tecnica di accesso sperimentale alla memoria autobiografica.


2.1.2

Alberto Oliverio L’ Arte di ricordare - La Memoria e i suoi segreti

É un medico e biologo italiano, studioso di psicobiologia. Si interessa, in particolare, dei rapporti che intercorrono tra lo sviluppo e il funzionamento cerebrale e i fattori genetici e dei processi di apprendimento e memoria.

COSA È LA MEMORIA? Una definizione generale può essere quella secondo cui la memoria è la capacità del nostro cervello di registrare esperienze che lasciano una traccia più o meno duratura. Mettere in pratica alcuni semplici principi che sono importanti per prestare attenzione, comprendere il significato di un’esperienza, organizzarla e rielaborarla in modo razionale, cosicchè un apprendimento sia una specie di mattone che può essere utilizzato per costruire qualsiasi tipo di edificio. La memoria a breve termine, o memoria di lavoro, è una sorta di lista della spesa che viene dimenticata non appena ne abbiamo fatto uso. La memoria a breve termine ha una capacità di circa sei-sette elementi di informazione e questi possono essere le cose più diverse, dai diversi articoli di una lista della spesa alle singole cifre che costituiscono il numero di telefono di un conoscente esso viene così “passato” a un diverso “magazzino”, quello della memoria a lungo termine, cui affidiamo ricordi quali un episodio della nostra vita, il viso di una persona nota, l’apprendimento di concetti. In questo modo le memorie a breve termine vengono consolidate in memorie permanenti, memorie in cui le esperienze vengono codificate in modo duraturo. COSA È IL PROCESSO DI CODIFICAZIONE? I due sistemi, la memoria di lavoro e la memoria a lungo termine, fanno capo a differenti circuiti e strutture cerebrali. Una persona che subisce non ha difficoltà di memoria breve -ad esempio può trattenere in memoria per qualche secondo un numero telefonicoma non è in grado di trasformare le memorie di lavoro in memorie durature, cioè di “consolidarle”. Le persone che sono colpite da lesioni di alcune parti della corteccia dei lobi parietali del cervello possono formare memorie durature ma sono incapaci di trattenere un’informazione, come un numero o una serie di lettere, nella memoria di lavoro e di ripeterla subito dopo, hanno cioè dei problemi del “loop fonologico”.


SE UNA PERSONA VIENE DISTRATTA DA ALTRI STIMOLI SI DIMENTICA QUELLO CHE TENTAVA DI TENERE A MENTE: COME MAI? in genere, se non si tratta di un’esperienza significativa, essa non si trasforma in memoria a lungo termine INTERFERENZA E AMNESIA SONO LA STESSA COSA? Alcuni tipi di amnesia dipendono in effetti da fenomeni di interferenza. Numerose situazioni interferiscono con la fissazione delle memorie in modo drastico in quanto “cancellano” quelle esperienze che stavano passando da una forma labile ad una più stabile LA MEMORIA EPISODICA È QUINDI ASSOCIATA A SIGNIFICATI, A INTERPRETAZIONI DELLA REALTÀ? Gran parte della nostra vita si basa su memorie di tipo semantico, memorie costruite nel tempo, mattone dopo mattone, per edificare un edificio di conoscenze in cui ci è ben difficile o totalmente impossibile rintracciare le origini delle singole esperienze e ricordi. MEMORIA AUTOBIOGRAFICA La vita è fatta di età e di periodi, veri e propri contenitori che si riferiscono a periodi ed attività fondamentali come gli anni di scuola, i primi amori, le vacanze, gli anni in una particolare abitazione ecc. E’ possibile rivedere alla moviola la propria vita attraverso due diversi sistemi di memoria, quello cronologico (gli anni trascorsi) e quello connotativo (gli anni coi nonni, del liceo, ecc.), cose, attività (quando ero boy-scout, quando ero militare ecc....). Per rendervi conto di come vari il sistema di riferimento autobiografico, prendete un foglio e scrivetevi una riga sull’evento che più vi ha colpito: più ci si allontana nel tempo, più è difficile evocare ricordi. Potrete notare che i ricordi sono organizzati per fasi, o fasce di eventi, contenitori da cui possiamo ripescare notizie anche dettagliate che si riferiscono al passato.

CI SONO PERÒ MEMORIE PIÙ FREDDE E MEMORIE PIÙ CALDE. Indubbiamente alcune memorie ci vedono osservatori distaccati e altre attori fortemente implicati. Queste due dimensioni della memoria, che riguardano rispettivamente la registrazione e l’interpretazione emotiva dei ricordi, fanno parte di due diversi aspetti del ricordo, il punto di vista dell’osservatore o dell’attore. Per averne una immediata dimostrazione sarà sufficiente cercare di rievocare due differenti ricordi. Le memorie più antiche ci vedono prevalentemente attori, è il caso delle memorie infantili o adolescenziali, mentre quelle più recenti ci vedono nella veste di osservatori, anche quando il ricordo ha una dimensione emotiva. QUINDI I RICORDI VENGONO CODIFICATI IN UNA FORMA CHE CI VEDE ATTORI E IN UN’ALTRA CHE CI VEDE OSSERVATORI? MA C’È UN QUALCHE INTERSCAMBIO TRA QUESTE DUE DIMENSIONI? Le emozioni che hanno accompagnato quel particolare momento della vostra vita ricompaiono ora, anche se attutite e trasformate, nella rievocazione del ricordo. Ma se vi si chiedesse di rievocare quel fatto o momento emozionante dal punto di vista dell’osservatore, la situazione cambierebbe e il ricordo sarebbe meno coinvolgente e più “freddo”. La memoria, perciò, ha diverse dimensioni e chi ricorda, nello scegliere la prospettiva della rievocazione, determina anche il livello di connotazione emotiva delle proprie memorie che non sono soltanto rievocate o ricostruite ma costruite in modo diverso a seconda delle necessità, delle interpretazioni, degli stati emotivi. QUALI EPISODI DELLA PROPRIA VITA VENGONO RICORDATI DI PIÙ? Ovviamente gli episodi più significativi e in grado di suscitare emozioni. Tuttavia ognuno di noi privilegia le memorie più recenti in quanto quelle più antiche vanno incontro a un maggiore oblio.


Alberto Oliverio

L’ Arte di ricordare - La Memoria e i suoi segreti

CHE DIFFERENZA ESISTE TRA LE ESPERIENZE VISIVE E LE MEMORIE VISIVE? TRA LA REALTÀ E L’IMMAGINE CON CUI QUESTA VIENE RAFFIGURATA E RICORDATA? La memoria dei sensi ha la meglio sulla capacità della mente di arrivare a riconoscere e contestualizzare il ricordo. LA NOSTRA MEMORIA DIPENDE PIÙ DALLA MEMORIA VISIVA O DA QUELLA VERBALE? La maggior parte delle persone (circa il 60%) sono dotate di una buona memoria visiva, le altre (circa il 40%) di una miglior memoria verbale. La nostra capacità di rievocare esperienze del passato non si basa soltanto sulle immagini visive: così, si può ricordare qualcosa, ad esempio di aver letto un articolo di giornale. L’intensità di un ricordo -in assenza di immagini che ne facilitino la fissazione- dipende dall’attenzione che abbiamo prestato a quella particolare esperienza. Secondo un detto americano “A man must get a thing, before he can forget it” (Bisogna possedere qualcosa prima di poterla dimenticare). Questo detto, basato su un intraducibile gioco di parole tra get (possedere, acquisire e quindi avere in memoria) e forget (dimenticare). PERCHÉ LA MEMORIA CHE ERA “SULLA PUNTA DELLA LINGUA” CI VIENE IMPROVVISAMENTE ALLA MENTE? informazioni necessaria per ricostituire quel ricordo. produrre un ricordo totale. PER OGNI MEMORIA ESISTONO ALLORA SPECIFICI SUGGERIMENTI? OGNI RICORDO VIENE RICHIAMATODA UNA “BATTUTA D’ENTRATA” SENZA DI CUI ESSO NON SAREBBE ACCESSIBILE? Una memoria non viene registrata e classificata dalla mente nella sua

integrità ma scomposta nei suoi diversi elementi, ognuno dei quali richiede un complesso lavoro che implica la formazione di categorie, generalizzazioni, paragoni con simili ricordi, connotazioni emotive. La mente, insomma, appare ben diversa da un computer o da una macchina fotografica, può incamerare dettagli ma selezionarne solo alcuni nel suo lavoro di ricostruzione. Spesso non si tratta nemmeno di dettagli verosimili, dei pezzi di un puzzle che, messi insieme, consentono di ricostruire la vera immagine o il vero ricordo, ma di indizi che possono essere utili per il “lavoro” della memoria.

NEL CERVELLO ESISTE UNA SEDE DELLA MEMORIA? I ricordi più “antichi” (vale a dire quelli che sono stati trasformati in memorie a lungo termine) sono distribuiti nei circuiti nervosi della corteccia, che è una specie di deposito dei ricordi selezionati e codificati da una specie di “archivista”, la cosiddetta regione temporale media (ippocampo, amigdala e corteccia temporale) che codifica le esperienze, le scompone in categorie, le connota sulla base del loro significato e le distribuisce nelle varie regioni del cervello, corteccia cerebrale in primo luogo. l’archivista dispone di una mappa e possiede la chiave per andare a ricercare nei posti “giusti” le diverse parti e componenti dei ricordi, per ricostituire da un insieme di tesserine il puzzle della memoria. Le associazioni tra memorie e contesto sono fondamentali: se andiamo in camera da letto per prendere un oggetto e siamo distratti da qualcosa possiamo dimenticare il motivo per cui ci eravamo recati in camera, ma se ritorniamo al punto di partenza ci potrà balzare alla mente l’oggetto della nostra amnesia, proprio in quanto abbiamo pensato alla spazzola in quel luogo particolare, in un contesto specifico. CIÒ SIGNIFICA CHE LA NOSTRA MEMORIA -O LA NOSTRA MENTE- È UNA SPECIE DI CASSETTIERA IN CUI VENGONO RICORDATI RICORDI DI UN TIPO O


DELL’ALTRO, ALCUNE SITUAZIONI O STIMOLI FANNO VENIRE IN MENTE RICORDI LONTANI. E’ SUFFICIENTE UNO STIMOLO OPPURE SI TRATTA DI CONDIZIONI ECCEZIONALI E IN GENERE SONO NECESSARI DIVERSI STIMOLI? A volte è sufficiente un solo stimolo, come un particolare profumo o tono di voce per innescare una memoria, a volte gli stimoli devono essere più numerosi, sia che si tratti di stimoli esterni che di stimoli prodotti dalla nostra stessa mente, alla ricerca di un ricordo. Pochi stimoli sono sufficienti per innescare memorie forti o recenti, col tempo, invece, sono necessari diversi stimoli per riprodurre una memoria: ma numero degli stimoli in grado di innescare una memoria diminuisce man mano che il tempo trascorre, così che il ricordo diventa sempre più sfocato. memorie autobiografiche. Linton è andata a rileggersi quei ricordi ed ha visto che, inizialmente, i ricordi sono vivi e non sono necessari molti suggerimenti per rievocarli, ma man mano che il tempo trascorre e i ricordi si affievoliscono, il numero di suggerimenti in grado di far ritornare alla mente quell’esperienza si assottiglia sempre più. C’è bisogno di uno stimolo che combaci in modo quasi perfetto con la memoria di un tempo perché un antico ricordo venga recuperato. All’inizio, ogni chiave è buona per aprire la serratura del ricordo, col tempo la chiave è sempre più specifica. LE MEMORIE AUTOBIOGRAFICHE SONO STABILI OPPURE SOGGETTE A QUALCHE “REVISIONE”? Come i singoli ricordi dipendono dalla ricostruzione di un puzzle composto da diversi frammenti, ad esempio percezioni visive, uditive, olfattive, criteri semantici ecc., così le memorie della nostra vita dipendono dal mettere insieme frammenti disparati. Ognuno di noi si racconta storie sul proprio passato e man mano ristruttura il significato dei singoli ricordi, cosicché la realtà delle memorie diventa progressivamente meno importante rispetto alla sua ricostruzione che

implica distorsioni, abbellimenti, omissioni, trasformazioni.

A VOLTE SI HA L’IMPRESSIONE DI AVER GIÀ VISTO UNA SCENA O UN LUOGO IN CUI NON SIAMO MIA STATI OPPURE DI AVER GIÀ VISSUTO UNA PARTICOLARE ESPERIENZA, DA COSA DIPENDE QUESTA SENSAZIONE INQUIETANTE CHE FA PENSARE ALL’ESISTENZA DI UNA REALTÀ PARANORMALE? “déjà vu” secondo la psiconalisi si tratta di una sensazione è legata al desiderio che qualcosa si compia o si ripeta. Il déjà vu non sarebbe altro che il desiderio di ripetere un’ esperienza del passato ma in un modo più soddisfacente. CI SONO SITUAZIONI CHE ALL’ IMPROVVISO CI RIPORTANO INDIETRO NEL TEMPO, PROPRIO COME SE SI TRATTASSE DI FLASHBACK CINEMATOGRAFICI Mentre i ricordi - flash hanno solitamente una dimensione fortemente individuale: essi fanno parte del “linguaggio della mente” in quanto un qualche stimolo può richiamare all’improvviso il passato in modo estremamente vivo, portando con sè le stesse emozioni provate un tempo. Questa, com’è noto, induce una serie di allucinazioni e immagini visive proprio perchè stimola, tra l’altro, la corteccia occipitale, responsabile delle percezioni e dei ricordi visivi. Ma cosè che fa sì che un’emozione colpisca la mente e attivi un ricordo, si tratti di un flashback emotivo di una memoria “normale”? La risposta è che le emozioni “attivano” il cervello. Questa attivazione implica anche che alcune memorie, legate a situazioni emotive, restino ben incise nella nostra mente.


2.1.3

É possibile cancellare? Cristina Alberini

È una biologa interessata a esplorare i meccanismi della memoria e la loro integrazione nelle complesse manifestazioni comportamentali.

CHE COS’È LA MEMORIA? La memoria è una funzione che utilizziamo per immagazzinare i ricordi e trattenerli. La memoria è di due tipi: a seconda della durate si parla di memoria a breve e lungo termine. Quelle a breve termine durano da pochi secondi ad alcuni minuti, mentre le memorie a lungo termine possono durare giorni, mesi, anni o un intera vita. Tutti noi abbiamo esperienza di memorie che durano un intera vita, solitamente associate ad emozioni molto importanti: queste memorie a lungo termine, infatti, si formano proprio perché associate a forti emozioni positive o negative. Un’altra cosa che tutti abbiamo sperimentato è che ricordiamo più facilmente le emozioni negative. Ciò è biologicamente importante perché ci permette di prevenire e di evitare situazioni simili a quelle passate che hanno causato sensazioni negative. Memorie negative possono portare anche a patologie. Pensiamo a eventi come l’11 settembre, agli incidenti o alle aggressioni e i conflitti: esistono delle situazioni traumatiche che possono generare quello che si chiama stress post traumatico (in inglese Post-Traumatic Stress Disorder o PTSD). Per esempio, nelle popolazioni di militari di rientro da zone di guerra si calcola che circa il 15% soffra di PTSD. A seconda della popolazione considerata, quindi, la percentuale di persone colpite può essere anche molto elevata. Allo stesso tempo però non esistono trattamenti a lungo termine, solo trattamenti che funzionano a breve: capire come i ricordi traumatici si formano, perché sono così forti, ricorrenti e intrusivi e come si possono diminuire i meccanismi di formazione della memoria a lungo termine è quindi importante per poter pensare a nuovi tipi di terapie. Una serie di studi abbastanza recenti ha portato alla luce un meccanismo della memoria che si chiama «riconsolidamento», un meccanismo che serve a stabilizzare le memorie dopo che vengono ricordate. Le memorie, una volta ricordate, possono tornare ad essere


fragili per un certo periodo di tempo, e se in questo lasso di tempo si effettuano interventi di tipo farmacologico o comportamentale il consolidamento e la ristabilizzazione si possono interrompere, con una riduzione dell’intensità delle memorie stesse. In caso di memorie traumatiche questa è proprio l’applicazione che si vorrebbe vedere da un punto di vista terapeutico. TUTTI VORREMMO POTENZIARE LA NOSTRA MEMORIA, MA È UNA COSA POSSIBILE? Certo, ci sono studi recenti che ci fanno ben sperare. Per ora sono studi su modelli animali, ma siamo abbastanza fiduciosi di riuscire presto a provare queste tecniche anche su modelli umani. Sul modello animale abbiamo visto che tra le proteine che vengono regolate nel cervello dopo un apprendimento c’è il fattore di crescita chiamato IGF-II, importante nei processi di sviluppo, di differenziamento e di crescita cellulare. Si è visto che viene prodotto nel cervello dopo l’apprendimento e, se si riesce a bloccarne la produzione, si può distruggere la formazione di nuovi ricordi. Sulla base di questi studi abbiamo pensato di somministrare il fattore IGF-II nel cervello di questi animali e vedere se ci fosse un effetto sulla ritenzione. Abbiamo, così, scoperto è che se aggiungiamo questo fattore dopo l’apprendimento, in una finestra temporale molto ristretta, vediamo un sostanzioso e significativo aumento della memoria. Sorprendente è che tale aumento di memoria viene mantenuto nel tempo: non solo c’è un effetto di ritenzione di ricordi, ma anche un effetto sulla loro persistenza. Se somministriamo questo fattore subito dopo l’apprendimento e andiamo a vedere la ritenzione dopo diverse settimane (quando in un animale di controllo la memoria sta già diminuendo) i ricordi negli animali trattati rimangono a un livello molto più alto. Questi sono dati su memorie normali, fisiologiche, ma la compren-

sione di questi meccanismi potrebbe portare alla diminuzione di perdita di memoria in condizioni cliniche o patologiche, come nell’invecchiamento o negli stadi pre-Alzheimer. SAREBBE POSSIBILE DA UNA PARTE PREVENIRE LA PERDITA DI MEMORIA E DALL’ ALTRA CANCELLARE I RICORDI CHE NON VOGLIAMO PIÙ AVERE? Queste sono due applicazioni che stiamo studiando dal punto di vista fisiologico. Quello che cerchiamo di capire è come funzionano i meccanismi tramite i quali le memorie a lungo termine vengono formate nel processo che si chiama di consolidamento. I nuovi fatti appresi sono inizialmente in uno stato labile: una serie di interferenze possono bloccare i meccanismi di consolidamento che li porterebbero a diventare memoria a lungo termine. Se riuscissimo a capire quali sono questi meccanismi e a potenziarli, avremmo la chiave per aumentare il consolidamento dei ricordi e la loro persistenza. Questo, nei casi clinici di perdita della memoria, vorrebbe dire diminuire l’effetto della malattia. In alcune patologie, nell’invecchiamento o nei casi di pre-alzheimer sono proprio questi meccanismi di consolidamento a essere intaccati e disorganizzati. Se riuscissimo ad individuarli e ristabilirli avremmo la possibilità di combattere la perdita di memoria. Poi c’è l’altra faccia della medaglia: la possibilità di diminuire le memorie troppo forti, quelle causate da traumi. Disordini come il disturbo da tress post-traumatico sono condizioni molto debilitanti, che possono far scaturire patologie ancora più importanti come depressioni, aggressività, fino ad arrivare a indurre il suicidio. Stati come questo sono accompagnati da memorie molto forti, intrusive e ricorrenti: i soggetti di solito non riescono più a dormire, sono accompagnati dalle memorie del trauma in modo continuo. Diminuire le memorie vorrebbe dire trovare una via per


é possibile cancellare? Cristina Alberini

contrastare il disordine da stress post traumatico per il quale non c’è ancora un trattamento risolutivo. Spesso non si tratta di cancellare il ricordo, ma semplicemente di ridurne l’intensità e, quindi, il carico emotivo.

all’associazione con l’emotività, con le emozioni e con il livello di emozioni portato da una certa memoria e non tanto al contenuto della memoria: questo sarebbe l’ideale per non alterare i ricordi ma cambiare solo l’associazione di questi traumi con l’emozione.

LA PILLOLA DI CUI SI SENTE OGNI TANTO PARLARE SUI GIORNALI E CHE NASCE UN PO’ DAL FILM SE MI LASCI TI CANCELLO ESISTE? O MEGLIO, CI SONO GIÀ DELLE MOLECOLE CANDIDATE A DIVENTARE LA PILLOLA PER CANCELLARE I RICORDI? Sì: esistono sostanze che sono usate nei trial clinici. Una di queste è il propanolol, un antagonista dei recettori beta adrenergici, che però non ha per ora dato i risultati sperati nei casi di stress post traumatico, ma che in alcuni casi funziona nei modelli animali. L’utilizzo del propanolol nella fase di ricordo delle memorie porta proprio a una diminuzione delle memorie stesse. Il propanolol è stato il primo ad essere usato nei trial clinici anche se i risultati non ono ancora come quelli sperati. Un’altra molecola che può essere usata perché già approvata per l’uso umano è l’Ru486, meglio conosciuta anche come pillola del giorno dopo. Nel modello animale questa molecola funziona molto bene ed è forse più efficace del Propanolol nella diminuzione delle memorie. Non sono sicura che per l’Ru486 siamo già in fase clinica ma di sicuro siamo ormai vicini.

Infatti, durante la VII conferenza “The future of science” la neuroscienziata Cristina Alberini, dell’università di New York, ha presentato i dati relativi ad una sperimentazione al momento eseguita solo sui topi. Si tratta dell’individuazione del meccanismo che sta alla base del fissaggio dei ricordi. L’applicazione clinica più immediata potrebbe riguardare il rafforzamento della memoria nel caso di malattie degenerative o la cancellazione di traumi che inibiscono il vivere del soggetto (come nel caso dei reduci di guerra). E’ chiaro che al momento non è possibile cancellare del tutto un ricordo, si può solo intervenire sugli ormoni quali il cortisolo e l’adrenalina rilasciati in seguito a ricordi negativi e alla paura.Queste due sostanze possono essere diminuite nel caso di cancellazione del trauma e aumentate in caso di demenza. Ricercatori del Mount Sinai School of Medicine hanno identificato una terapia che può migliorare la memoria e impedire la perdita di memoria a lungo termine. Guidato da Cristina Alberini, professoressa di neuroscienze al Mount Sinai School of Medicine, il team di ricerca ha valutato come una proteina chiamata insulin-like growth factor II (IGF-II, un fattore di crescita), prodotta da un gene espresso durante lo sviluppo del cervello che diminuisce con l’invecchiamento, vada ad agire sulla memoria e nella sua conservazione.

Non c’è dubbio che ci sono dei problemi etici che devono essere affrontati perché proprio l’utilizzo di questi farmaci non vada ad alterare le memorie in casi «normali» ma vengano utilizzati solo nei casi di patologie, dove la patologia è così importante da intaccare la vita normale di una persona. Dove è giustificato diminuire l’intensità di alcuni ricordi si spera di diminuire il legame con l’emotività e non tanto la memoria per se stessa. Ci sono infatti dei dati per l’uomo che dimostrano che questi tipi di intervento possono essere mirati

IGF-II è abbondante nel cervello adulto in diversi settori, tra cui l’ippocampo e la corteccia, che sono zone importanti per la formazione della memoria. I ricercatori hanno iniettato nell’ippocampo di ratti la proteina e hanno scoperto che l’IGF-II ha migliorato signi-


ratti la proteina e hanno scoperto che l’IGF-II ha migliorato significativamente la memoria a lungo termine. Il team ha anche trovato che i livelli di IGF-II sono aumentati dopo l’apprendimento, e che quando tale aumento è stato bloccato i ricordi a lungo termine non potevano formarsi. “Le implicazioni di questi dati sono di vasta portata e ci danno nuovi indizi su come indagare la perdita di memoria nelle persone con disturbi cognitivi, come quelli affetti da Alzheimer, ictus o demenza.” Prima di questo studio, poco o niente si sapeva del ruolo della proteina IGF-II nel funzionamento del cervello adulto. I ricercatori hanno testato l’impatto di iniezione di IGF-II nei ratti in seguito a “apprendimento da inibizione”, in cui i ratti imparano a evitare spiacevoli esperienze. E i ricercatori hanno scoperto che, rispetto ai gruppi di controllo, i ratti a cui veniva iniettata la IGF-II avevano una ritenzione di memoria molto più forte. Inoltre, i ratti hanno mantenuto una memoria elevata dell’apprendimento per diverse settimane, mentre il gruppo di controllo ha mostrato una diminuzione di memoria nello stesso periodo di tempo. In collaborazione con Robert Blitzer, Professore Associato di Farmacologia al Mount Sinai, il team di ricerca ha anche valutato l’impatto di IGF-II a livello cellulare. E ha scoperto che l’IGF-II ha avuto un impatto sul potenziamento a lungo termine (LTP). L’LTP è un tipo di plasticità sinaptica, o il cambiamento nella forza dei punti di contatto tra cellule nervose, che si crede essere critica per la formazione della memoria a lungo termine. Il dott. Blitzer e il suo team hanno scoperto che l’IGF-II ha promosso una stabile plasticità sinaptica, rafforzando la trasmissione del segnale tra le cellule nervose e il suo mantenimento per un periodo di tempo più lungo. Ma siamo sicuri che un progresso del genere possa essere gestito

onestamente dall’umanità? L’essere umano dispone di una cosa chiamata libero arbitrio. Attraverso le esperienze negative e positive è in grado di crescere e di valutare cosa, secondo il suo personale giudizio, è buono o no.Applicando all’essere umano X una “cura” di questo genere, si annullerebbe del tutto o in parte la sua facoltà di scelta. Anche nel caso più utile come la dipendenza da droghe o un trauma di portata enormemente negativo qualsiasi distinzione tra bene e male verrebbe eliminata, così come la maturazione di un sentimento che porterebbe l’uomo X a scegliere e crescere. Nel caso della dipendenza, la forza di volontà e il sentimento di vittoria conseguenti ad una disintossicazione sparirebbero, nel caso di un trauma “subito” e difficile da superare si finirebbe per considerare il raggiungimento di una serenità come una tappa obbligata e non come un risultato personale.


2.1.4

Ecco come funziona È l’ippocampo a memorizzare la successione temporale degli eventi passati, mentre la corteccia peririnale si occupa di dare un’identità alle memorie. Insieme, queste due aree cerebrali ci permettono di ricordare cosa è successo e quando è successo. Uno studio su Science. Cosa ho comprato prima, la frutta o il pane? Chi è arrivato per primo, Luca o Mario? Cosa ho mangiato prima del dolce?

Yuji Naya e Wendy Suzuki del NYU Center for Neural Science, in Usa, hanno svelato il mistero conducendo un esperimento i cui risultati sono descritti in un articolo pubblicato su Science. I ricercatori hanno messo alla prova alcune scimmie con un compito di memoria in cui dovevano ricordare quale fra due oggetti, presentati in sequenza, veniva loro mostrato per primo. Mentre svolgevano il test, alle scimmie veniva monitorata l’attività dei neuroni del lobo temporale mediale. Si è così scoperto che, all’interno del MTL, sono due le aree a dividersi i compiti: l’ ippocampo e la corteccia peririnale. L’ippocampo, già noto per il suo ruolo nei processi mnemonici, si occupa di scandire la successione temporale degli eventi, calcolando qual è l’intervallo temporale tra un episodio e l’altro e stimando quanto tempo dovrà passare prima che si manifesti il prossimo. La corteccia peririnale, invece, sembra integrare le informazioni sul cosa e quando segnalando quale episodio è accaduto prima e quale dopo. “ Il Santo Graal delle neuroscienze è capire esattamente in che modo il nostro cervello registra e memorizza eventi importanti – ha spiegato Suzuki – si tratta di ricordi ricchi di eventi temporalmente contestualizzati.

Quando richiamiamo alla mente fatti ed episodi, non basta averne un ricordo generico. È importante ricordare cosa è successo e quando è successo. In altre parole, bisogna che il nostro cervello segni il tempo ai ricordi, distribuendoli coerentemente nell’arco temporale. Sino a oggi, i ricercatori non avevano idea di quali fossero le aree cerebrali deputate a questa funzione. O meglio, sapevano che il cosiddetto lobo temporale mediale (MTL) si occupa di memoria declarativa, cioè la memoria di fatti, eventi o episodi. Ma ignoravano quale regioni, all’interno di questa area, coordinassero la rappresentazione del cosa e quando.

Già sapevamo che il lobo temporale mediale svolgeva un ruolo di primo piano in questo tipo di elaborazione, ma ciò che abbiamo scoperto con il nostro studio sono esattamente le regioni responsabili della memoria degli eventi e del loro ordine temporale”. La scoperta, oltre a gettare nuova luce sui processi cerebrali, aiuta a conoscere meglio (e quindi a curare in modo più efficace) patologie come l’ Alzheimer, che sappiamo interferire con la funzionalità del MTL..

Lo studio è stato finanziato dai National Institutes of Health.


2.1.5 Vediamo nel dettaglio di cosa si occupano questi amministratori del cervello. Il primo polo è il precuneo: la sua funzione non è stata ancora ben compresa, per ora l’ipotesi è che agisca come un centro per l’integrazione delle informazioni di alto grado, ovvero quelle ritenute degne di nota da tutte le altre regioni del cervello. Il secondo centro è la corteccia frontale superiore, nota per pianificare le azioni in risposta agli stimoli ambientali e decidere dove focalizzare l’attenzione. Il terzo è la corteccia parietale superiore, connessa con la corteccia visiva; il suo compito è di registrare la posizione degli oggetti. L’ ippocampo è il quarto polo, sede della memoria (dove i ricordi vengono processati, conservati e consolidati). Come quinto nucleo troviamo il talamo con le sue svariate funzioni, tra cui quella di occuparsi dei processi visivi. Infine, abbiamo il putamen, che coordina i movimenti. C’è, però, il rovescio della medaglia: la stretta interconnessione rende il sistema più vulnerabile; basta che una sola di queste aree-chiave venga danneggiata per rischiare di mandare in tilt tutta l’architettura. Per comprendere cosa potrebbe accadere se si aprisse una falla nel sistema, Van den Heuvel e Sporns hanno modificato i dati per simulare un danno a una delle sei coppie di centri. Il risultato è che se una regione va in black out, trascina con sé tutte le altre. Malattie che coinvolgono le connessioni cerebrali, come la schizofrenia, potrebbero essere il risultato di questa debolezza interna al sistema.

Dodici aree strettamente interconnesse che presiedono a ogni funzione cerebrale. Sarebbero il centro di comando del nostro organo cerebrale e il cervello fosse un’azienda, al tavolo del consiglio d’amministrazione siederebbero solo in 12. Questi decisori sono aree cerebrali che si distinguono da tutte le altre, estremamente interconnesse, che ricevono le informazioni solo quando sono già state elaborate e filtrate

Chi comanda

dalle regioni sottoposte, e che si occupano di valutarle nel loro insieme, per poi prendere le decisioni sul da farsi. Ai piani alti di questo organigramma troviamo la corteccia frontale superiore, la corteccia parietale superiore, l’ ippocampo, il talamo, il putamen (nella parte inferiore del cervello) e il precuneo (nella parte posteriore), ciascuno presente, in realtà, in doppia copia: una nell’emisfero di destra, l’altra in quello di sinistra, per un totale di 12 aree identiche e speculari a due a due.

A individuarle sono stati Martijn van den Heuvel dello University Medical Center di Utrecht, nei Paesi Bassi, e Olaf Sporns dell’ Indiana University, dopo aver eseguito particolari scansioni cerebrali di 21 volontari in stato di riposo, per 30 minuti. Lo studio, pubblicato su Journal of Neuroscience, fa parte di un progetto più ampio, che intende mappare tutte le connessioni del cervello umano. La tecnica utilizzata per la risonanza magnetica si chiama diffusion tensor imaging. I ricercatori se ne sono serviti per capire cosa succede in 82 aree del cervello, ed ecco quello che hanno trovato: quelle sei paia di aree hanno il doppio delle connessioni di qualsiasi altra e i collegamenti sono sia interni sia esterni. Sembrano mancare, piuttosto, i link con i neuroni sensoriali: significa che tutte le informazioni in entrata sono già passate per altri centri di elaborazione, selezionate e pre-confezionate.


2.1.6

Memoria Spaziale

La sua funzione a pacchetti

Il cervello sarebbe come un navigatore: bisogna solo pazientare qualche momento prima che trovi la mappa richiesta A tutti sarà capitato di sentirsi disorientati al mattino quando si viene svegliati da un rumore improvviso, come una telefonata. Spesso non si ricorda di aver dormito in un hotel o sul divano di un amico, anziché nel nostro letto, e ci si sente per qualche attimo persi. È come se il cervello avesse bisogno di una manciata di secondi prima di riattivarsi e raccogliere tutte le informazioni ambientali, permettendoci così di orientarci di nuovo nella realtà. Questo perché quando cambiano repentinamente alcune caratteristiche dello spazio circostante, l’ ippocampo, cioè l’area del cervello determinante per la memoria spaziale, ha bisogno di qualche millesimo di secondo per attivare la mappa neurale corrispondente al nuovo ambiente. A scoprirlo è stato un team internazionale di ricercatori, tra cui il neuroscienziato Alessandro Treves della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste, in uno studio pubblicato sulla rivista Nature.

spazio circostante e a ciascun ambiente corrisponde una mappa diversa, costituita da insiemi distinti di cellule. Ma se il cambiamento è istantaneo la percezione sensoriale del nuovo ambiente contrasta con la memoria e le due diverse mappe cognitive, corrispondenti al vecchio e al nuovo contesto, entrano in competizione fra loro: nell’ip pocampo si osservano cioè salti da una mappa all’altra e viceversa, a intervalli temporali brevissimi. Il risultato? È come se venissimo teletrasportati da un ambiente a un altro. Per un attimo infatti regna l’ incertezza e la realtà circostante sembra incomprensibile, fino a quando il cervello riesce a riprendere il controllo della situazione e in modo stabile si attiva la rappresentazione corrispondente al nuovo set ambientale. “ Il cervello non si lascia confondere”, hanno spiegato gli autori dello studio. “ I diversi luoghi dei ricordi – hanno continuato – non si mescolano mai, anche se si percepisce il contrario. Questo perché i processi avvengono solo nella nostra testa. Quando il cervello è alla ricerca di una mappa di dove ci si trova è talmente veloce che non si nota il cambiamento effettivo tra le diverse mappe. Quando invece ci si sente confusi è perché nel cervello sono in competizione due diverse memorie. O fose anche più di due”. Lo studio quindi dimostra che la memoria spaziale è divisa in tanti singoli pacchetti. Ogni pacchetto di memoria viene mantenuto attivo più o meno per 125 millisecondi, il che significa che il cervello può passare tra diversi pacchetti all’incirca otto volte in un secondo. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno sviluppato una procedura sperimentale, applicata sui topolini, che ha permesso di visualizzare il processo attraverso il quale si attiva l’ippocampo in seguito a cambiamenti repentini delle caratteristiche che contraddistinguono l’ambiente in cui ci troviamo.

Il meccanismo è piuttosto semplice. Nell’ippocampo le cosiddette cellule di posizione elaborano una rappresentazione mentale dello


2.1.7 Una proteina per potenziare la memoria. Inibendo l’attività di una molecola, i topi imparano più in fretta e ricordano più a lungo. È sorprendente scoprire quanto sia eterogenea la funzionalità delle molecole presenti nel nostro corpo. Parlando di proteine, per esempio, numerosi studi hanno dimostrato che la stessa molecola proteica può svolgere ruoli anche molto differenti a seconda del tessuto o dell’ organo in cui si trova. L’ultimo esempio viene da uno studio pubblicato su Cell in cui si parla di memoria. Per ora lo studio è stato condotto solo sui topi, ma già si pensa a possibili, future applicazioni umane a scopo terapeutico.

Proteina in più?

Tra questi un test in cui i topi dovevano utilizzare indizi di natura visiva per scovare una piattaforma nascosta in una piscina circolare. Ebbene, i soggetti normali hanno avuto bisogno di ripetere il test molte volte e per molti giorni prima di memorizzare la posizione della piattaforma nascosta, mentre i topi senza PKR hanno imparato a risolvere il compito dopo solamente una sessione di test. Cercando le spiegazioni molecolari di questo processo, i ricercatori hanno scoperto che l’inibizione della PKR causa un incremento di attività degli interferoni di classe gamma, un altro tipo di molecole coinvolte nella risposta immunitaria.

La PKR (Protein kinase-R) è una proteina coinvolta nella risposta immunitaria del nostro organismo. Quando un virus infetta le cellule, la PKR blocca la sintesi delle proteine inibendo il processo di replicazione virale. In effetti, il numero e l’attività di questa proteina aumentano sensibilmente durante un’infezione. Ma Costa-Mattioli e la sua équipe di ricerca si sono accorti che la funzionalità di PKR era alterata anche nei pazienti affetti da disturbi cognitivi. Ecco perché hanno deciso di andare più a fondo indagando sul ruolo che questa proteina svolge nel cervello dei mammiferi. “ Per quanto ne sapevamo, la PKR era solo una molecola coinvolta nella risposta alle infezioni virali – ha spiegato Costa-Mattioli – la sua funzione nel cervello era totalmente sconosciuta”. Ecco perché i ricercatori sono rimasti molto sorpresi nello scoprire che la proteina ha un ruolo di primo piano nel potenziamento della memoria. “ Inibendo geneticamente la sintesi di PKR nei topi – ha spiegato il ricercatore – siamo riusciti ad aumentare l’eccitabilità dei neuroni e migliorare i processi di apprendimento e consolidamento della memoria in numerosi test comportamentali”. In altre parole, i ricercatori hanno silenziato il gene responsabile della sintesi della proteina e testato i topi geneticamente modificati in compiti di memoria.

“ Questi risultati sono totalmente inaspettati – confessa Costa-Mattioli – perché dimostrano che due molecole normalmente coinvolte nella risposta alle infezioni virali giocano anche un ruolo determinante in quei processi cerebrali che conducono alla formazione della memoria a lungo termine nel cervello adulto, ovviamente bisogna ancora confermare sugli umani i risultati ottenuti nei topi e, nel caso, dimostrare che l’inibizione della PKR non provochi alcun effetto collaterale dannoso, bisognerà condurre altre ricerche per trasformare questi risultati in applicazioni terapeutiche – ammette Costa-Mattioli – ma saremmo molto contenti se il nostro studio aiutasse a raggiungere l’obiettivo. Ciò che ci rende unici sono i ricordi, e questa proteina potrebbe aiutare a mantenerli e a formarne di nuovi”.


2.1.8

I motori di ricerca La Rete sta creando una memoria collettiva in versione hi-tech. Non è più importante l’informazione in sé, ma come ritrovarla.. Perché sforzarsi di memorizzare il compleanno di un amico, quando c’è Facebook? Per le persone, Internet non è più solo un’ enorme enciclopedia, ma una vera e propria memoria esterna a cui si può accedere velocemente tutte le volte che lo si desidera. E a cui ormai ci si affida in maniera automatica, risparmiando spazio nella propria, di memoria. Non abbiamo più bisogno di ricordare: l’accesso a qualsiasi informazione è garantito dalla rassicurante st-ringa di uno dei tanti motori di ricerca. Significa che il Web ci sta rendendo più stupidi? Non proprio. Betsy Sparrow, del Dipartimento di Psicologia della Columbia University di New York, studia questo fenomeno psicosociale – chiamato effetto Google – da circa quattro anni e crede che, stia semplicemente spostando la nostra attenzione: dal dato in sé, al luogo in cui poterlo recuperare.

erano scritte. Si trattava, in pratica, di un test di Stroop modificato, il risultato era scontato: di fronte alla parole legate alla rete, la mancanza di prontezza è stata più che evidente. Nel secondo test la ricercatrice ha posto ai volontari 40 domande, e ha mostrato loro le risposte sul computer. A metà del gruppo, però, aveva detto precedentemente che il computer le avrebbe salvate, e all’altra metà aveva detto che non sarebbero state memorizzate. Poi ha sottoposto agli studenti i questionari con le medesime domande, senza permettere ai primi di rivedere le risposte. Chi ha eseguito meglio il compito? La seconda metà, quella che sapeva fin da subito di non avere altre possibilità di accedere alle informazioni. Eccoci al terzo e al quarto esperimento. Sempre domande, la cui soluzione veniva fornita immediatamente da Sparrow. Questa volta, gli studenti potevano prenderne nota. Alcuni dovevano poi salvare le risposte in una tra 6 cartelle sul pc, altri dovevano cancellarle. Di nuovo, i secondi sono stati i più bravi a ricordare le informazioni, ma i primi hanno mostrato una eccezionale memoria del luogo in cui i diversi file erano stati archiviati. Questo indicherebbe che la nostra strategia di apprendimento sta cambiando, tendiamo a ricordare come ritrovare l’informazione piuttosto che l’informazione in sé.

Per comprendere esattamente come l’uso dilagante della rete stia cambiando il nostro modo di memorizzare, Sparrow ha ideato 4 diversi esperimenti e ha chiamato a raccolta un centinaio di studenti della sua università. Il primo esperimento mirava a stabilire se le persone pensano a Internet come prima fonte di informazioni. 106 studenti sono stati messi davanti a uno schermo (senza connessione alla Rete) in cui comparivano molte parole - tra cui alcune legate al Web, come Google e Yahoo! - ed è stato chiesto loro di dire ad alta voce il colore in cui

In realtà, come riportano gli autori, l’affidarsi a una memoria collettiva non è una grande novità. La stessa idea di partenza di Sparrow si rifà a una teoria di circa 30 anni fa, elaborata da Daniel Wegner, secondo cui le persone si spartiscono la fatica del ricordare. Questa memoria transattiva la possiamo vedere in atto nelle interazioni fra amici, tra colleghi o tra marito e moglie, dove tipicamente il primo ricorda i luoghi e i parenti lontani, e la seconda le ricorrenze. Nell’era di Internet, questa memoria transattivaè semplicemente distribuita in tutto il mondo, e si trova online.


2.1.9 Il migliore fattore predittivo delle capacità di memoria rievocativa - il tipo di memoria che serve a rivivere con precisione gli eventi passati sono le dimensioni relative della parte anteriore e di quella posteriore dell’ippocampo, ma non quelle complessive. Lo ha stabilito una nuova ricerca che ha usato tecniche di imaging cerebrale per studiare questa struttura cerebrale in un gruppo di soggetti adulti sani, appurando inoltre che il legame tra ippocampo posteriore e capacità rievocativa dipende dai collegamenti con altre parti del cervello che si stabiliscono tra il momento in cui i ricordi sono fissati e quello in cui vengono recuperati (red). L’ippocampo è un’importante struttura per la memoria rievocativa, il tipo di memoria che utilizziamo per rivivere in modo preciso gli eventi passati. Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista “Neuron” rivela come sia possibile prevedere la capacità rievocativa del soggetto sulla base delle dimensioni caratteristiche dell’ippocampo. Nell’ippocampo si distinguono anatomicamente una porzione anteriore e una posteriore. Sebbene alcune ricerche abbiano collegato le dimensioni limitate di questa struttura con una capacità rievocativa peggiore nei pazienti più anziani e in quelli colpiti da disturbi neuropsicologici, tale correlazione non è mai stata supportata da dati empirici riguardanti adulti in salute e in giovane età. “Esiste un certo grado di evidenza del fatto che l’acquisizione di una memoria spaziale molto efficiente è correlata con un ampliamento della porzione posteriore dell’ippocampo e a una riduzione di quella anteriore”, ha spiegato Jordan Poppenk, che ha condotto lo studio presso il Baycrest’s Rotman Research Institute. “Questo sembra suggerire che il principale fattore di previsione delle differenze individuali nella capacità rievocativa potrebbero non essere le dimensioni complessive dell’ippocampo ma i contributi separati di segmenti posteriori e anteriori dell’ippocampo”. Poppenk ha analizzato insieme al collega Morris Moscovitch le scan-

Rievocare il passato sioni ottenute con tecniche di risonanza magnetica ad alta risoluzione su un gruppo di volontari adulti sani che hanno partecipato a una serie di test di memoria rievocativa. Le migliori prestazioni sono apparse correlate a un ippocampo posteriore di maggiori dimensioni e a un ippocampo anteriore di dimensioni più limitate. Le dimensioni complessive non sono invece risultate correlate ai risultati dei test. Il legame tra l’ippocampo posteriore e la capacità rievocativa, secondo quando appurato nella ricerca, dipende in realtà dai collegamenti con altre parti del cervello che si stabiliscono tra il momento in cui i ricordi sono fissati e quello in cui vengono recuperati, in particolar modo con quelle regioni che sono coinvolte nella percezione, per costituire la base dell’esperienza di rievocazione.

“Le nostre conclusioni spiegano inoltre l’incapacità che si è presentata negli studi condotti finora nel correlare le dimensioni complessive dell’ippocampo con la memoria; abbiamo anche provato l’esistenza di connessioni funzionali, probabilmente collegate al consolidamento dei ricordi, tra l’ippocampo posteriore e altre parti del cervello che possono supportare il miglioramento della memoria rievocativa”.


2.1.10

Proust aveva ragione? Se dimenticare è un processo involontario, anche ricordare può esserlo: spesso un ricordo affiora senza che si faccia niente di consapevole per suscitarlo. Come Proust con le sue madeleines? Ecco, non proprio. Da decenni gli studiosi di neuroscienze leggono il capolavoro di Proust,

evidente da giustificare definizioni come “momento proustiano” o “memoria proustiana”. In psicologia si parla anche di “memoria involontaria”, e fu lo stesso Proust, in un’intervista del 1913, a coniare quest’espressione: “La mia opera è dominata dalla distinzione fra la memoria involontaria e la memoria volontaria.”

Alla ricerca del tempo perduto, con occhio specialistico, e traggono conclusioni sull’esperienza che doveva essere alle spalle di un autore tanto sottile nel trattare la psiche umana. Per molti versi, Proust avrebbe tracciato – in un contesto, certo, esclusivamente letterario – una strada che la scienza avrebbe poi percorso. Questa almeno è la tesi di Jonah Lehrer, autore di Proust era un neuroscienziato, secondo cui vari studi moderni sulla memoria non fanno altro che confermare teorie che già Proust aveva in qualche modo messo in pratica nel suo romanzo. E con Lehrer, vari altri studiosi sono d’accordo nel ritenere che lo scrittore diede un vero e proprio contributo alle neuroscienze.

Ma questa distinzione, così esplicita e netta per l’autore, inizia a vacillare. Emily Troscianko, ricercatrice al St John’s College di Oxford, in un articolo apparso recentemente su Memory Studies, argomenta che, sulla base della ricerca attuale, la scena delle madeleines non è un buon esempio di memoria involontaria. L’autrice, studiosa di lingue, indaga il “realismo cognitivo” in letteratura: con quest’espressione si intende la coerenza di un testo narrativo con le esperienze cognitive reali.

Più precisamente, la madeleine di Proust sarebbe legata a un concetto specifico: una circostanza casuale che fa riemergere improvvisamente un ricordo rimasto a lungo sepolto. Un legame talmente

Per alcuni versi, concede Troscianko, la scena proustiana è verosimile. Le memorie involontarie infatti sono tipiche di eventi vissuti ripetutamente nel passato, possono essere facilmente scatenate da un odore, e avvengono in momenti di stanchezza o di bassa concentrazione – tutte condizioni che si verificano nella ricostruzione di Proust. Il primo punto su cui Troscianko confuta lo scrittore francese è l’idea che gli odori abbiano un potere evocativo maggiore di tutti gli altri stimoli: “Per me, la memoria volontaria, che è soprattutto una memoria dell’intelligenza e degli occhi, ci offre del passato soltanto facce prive di verità”, spiegava Proust nel 1913, “ma basta che un odore, un sapore ritrovati in circostanze del tutto diverse, ridestino in noi, senza che lo vogliamo, il passato, e subito sentiamo quanto tale passato fosse diverso da quello che credevamo di ricordarci e che la nostra memoria volontaria dipingeva, come i cattivi pittori, con colori senza verità”. E in effetti, dato che il gusto e l’olfatto non passano attraverso il talamo ma sono elaborati direttamente nell’amigdala, è vero che gli


odori provocano suggestioni particolarmente emotive. Ma esperimenti recenti hanno accertato che stimoli astratti come parole o pensieri sono più efficaci. Le memorie suscitate dall’olfatto, inoltre, sono sì molto intense, ma non dettagliate come quelle descritte da Proust. La seconda discrepanza, la più importante, riguarda il tempo necessario perché le reminiscenze vengano a galla. Una memoria involontaria è un riproporsi immediato del ricordo, senza bisogno di alcuno sforzo consapevole. Mentre Proust, con la sua madeleine, si impegna a decifrare i ricordi – secondo Troscianko – per molti secondi, se non alcuni minuti. Insomma, la memoria involontaria più famosa della letteratura non sarebbe affatto involontaria. Naturalmente un secolo fa Proust, per quanto colto e informato, non poteva essere al corrente delle ricerche di oggi, e in fondo poco importa se il suo romanzo sia scientificamente inoppugnabile oppure no. Quel che è interessante è che il lettore trova perfettamente credibile il meccanismo di rievocazione descritto da Proust: il processo mentale che narra risulta verosimile a noi come a lui. Gli “errori” di Proust sarebbero quindi da imputare a quella che Troscianko chiama folk psychology, cioè l’insieme delle aspettative che il profano si crea in materia di psicologia sulla base della propria esperienza quotidiana.


2.2

La Memoria e il Cervello


2.2.1

Introduzione

Il pianeta cervello sembra non offrirsi facilmente alla esplorazione di neurofisiologi, genetisti, biologi, psicologi e psichiatri. Datano soltanto agli anni ’50 i più seri tentativi di localizzare la sede della memoria. Ma è proprio Karl Lashley, dopo aver dedicato la sua vita alla neurofisiologia della memoria, ad ammettere: “Riesaminando il problema della localizzazione dei ricordi, talvolta ho l’impressione che si debba per forza concludere che l’apprendimento non è in alcun modo possibile. Eppure contrariamente a ogni previsione, l’apprendimento avviene”. A questa deludente conclusione fa eco quella, altrettanto sconcertante, dello psicologo statunitense Edwin G.Boring che si chiede: “Dove e come il cervello immagazzina i propri ricordi? Questo è il grande mistero. Come può sussistere, senza essere in qualche modo riprodotto, qualcosa di appreso che, mentre aspetta, viene modificato dagli apprendimenti successivi? Al momento giusto, ciò che è stato appreso ricompare un po’ modificato. Come funziona la memoria? Dov’erano nel frattempo le nozioni apprese?”. Nell’ippocampo sostengono alcuni, cioè in quella struttura profonda del cervello, situata nella parte medio-basale del lobo temporale. Altri studiosi, al contrario, non essendo stata individuata un’altra zona con compiti specifici, ritengono che la sede della memoria sia diffusa in tutta la corteccia celebrale. Ma vale la pena di accennare qui un’altra teoria ricca di implicazioni pratiche sempre su apprendimento e memoria. Secondo il premio Nobel (1981) Roger Sperry, i due emisferi celebrali hanno un funzionamento differenziato: il sinistro è specializzato

nelle funzioni razionali, attivate dallo stato di veglia (ragionamenti, astrazioni, analisi, parole, ecc.); quello destro invece a quelle di carattere emotivo (intuizioni, percezioni mimiche, musicali, visivo-spaziali, immagini, fantasie, ecc.) corrispondenti allo stato di dormiveglia, di ipnosi, di relax totale, quello stato in cui il cervello rivela nell’elettroencefalogramma le cosiddette onde alfa (frequenza da 7 a 12 cicli al secondo). “Ciò che emerge… è che sembrano esistere” precisa Sperry “due modalità di pensiero, una verbale e una non verbale, rappresentate rispettivamente dall’emisfero sinistro e da quello destro, in maniera piuttosto autonoma, e che il nostro sistema educativo, così come la scienza in generale, tende a trascurare la forma non verbale di intelligenza”. Memorizzare velocemente con la visualizzazione concetti astratti (vedi come usare la visualizzazione), pensare per immagini, conoscere una cosa percependola con i 5 sensi anziché limitarsi a “pensarla” sono tanti modi per attivare l’utilizzo dell’emisfero destro, quello più aperto a soluzioni originali e creative. .


2.2.2

Come un puzzle

Ciò che caratterizza l’uomo è la memoria. La rievocazione di un ricordo richiede l’ intervento della mente. In genere poi, quest’ultima, la mente, ritrova meno di quanto in realtà non venga ricostruito dall individuo stesso. Non esistono, infatti, ricordi perfettamente identici alla relatà passata. L’ uomo è paragonabile a quegli archeologi che ricostruiscono una città antica: da qualche pietra ne fanno una casa; da colonne spezzate, un tempio. l immaginazione ricrea il quadro, ma senza il contesto affettivo o emozionale. Eppure accade che, nello spazio di un fuggevole istante, la vista di un colore, la fragranza di un profumo, ci restituiscano l’ impressione, la sensazione del passato. Non esistono ricordi perfettamente identici alla relatà passata, la maggior parte della memoria si fonda sull’immaginazione. Tagli verosimili, dei pezzi di un puzzle che, messi insieme, consentono di ricostruire la vera immagine o il vero ricordo, indizi che possono essere utili per il “lavoro” della memoria. Tra i diversi aspetti dell immaginazione, e quindi della memoria, vi sono l’ affettività, la sofferenza e l amore che si manifestano esclusivamente nella vita quotidiana. è la memoria ad unificare la personalità. Il compito della memoria è anche quello di riportare nel presente ciò che rimane del nostro passato, che apparirebbe altrimenti come un grande vuoto: “la memoria ha per scopo di ingannare l’assenza ed è proprio questa lotta che la caratterizza.” Una memoria non viene registrata e classificata dalla mente nella sua integrità ma scomposta nei suoi diversi elementi, ognuno dei quali richiede un complesso lavoro che implica la formazione di categorie, generalizzazioni, paragoni con simili ricordi, connotazioni emotive.


2.2.3

La memoria è una funzione trasversale, costituita da componenti e fasi diverse: acquisizione di informazioni, processazione di nozioni, accumulo, immagazzinamento, reiterazione e richiamo di ricordi. Naturalmente la memoria richiede un continuo immagazzinamento di informazioni (input), associato ad una continua eliminazione delle informazioni superflue (output). Gli elementi informativi importanti per la persona vengono immagazzinati per periodi più o meno lunghi (da pochi minuti - per es. un numero di telefono, a tutta la vita - ad es. i nomi delle persone care). Si parla così di apprendimento per connotare il processo di immagazzinamento delle informazioni, che è condizionato dall’attenzione (cioè la predisposizione particolare a ricevere gli stimoli esterni, sulla base dell’interesse per quella determinata informazione), dalla ripetizione e dal rinforzo delle nozioni apprese, oltre che dai connotati emozionali e motivazionali associati (premio o punizione). L’apprendimento richiede una ripetizione delle informazioni da ritenere, con un rinforzo che fa sì che quanto appreso rimanga immagazzinato (‘imparare a memoria’). L’apprendimento ci consente di acquisire nuove informazioni prelevandole dalla realtà; con la memoria, invece, intrappoliamo e/o ripeschiamo nei meandri della mente informazioni già acquisite. Il ricordare e l’apprendere sono due attività che si intrecciano l’una con l’altra e che influiscono radicalmente su quella parte del nostro comportamento che viene continuamente plasmata e modificata dalle informazioni prelevate dalla realtà esterna e assimilate dal nostro cervello. Generalmente si pensa che l’apprendimento consista nell’acquisizione di un’informazione a cui segue un determinato comportamento. Ma non è sempre così: a volte, le nuove informazioni assimilate dal nostro cervello possono provocare una variazione parziale o totale di

L’ Apprendimento

c omportamenti precedentemente acquisiti (ad esempio la pronuncia di una parola). A chi non è capitato di cambiare un comportamento abitudinario? Si pensi a quante volte siamo stati costretti a modificare le nostre abitudini per il sopraggiungere di un imprevisto: pensate al tragitto che percorrete quotidianamente per andare a scuola, quindi chiedetevi che cosa fareste se un tratto di quel tragitto fosse impraticabile per lavori; sicuramente trovereste una via alternativa a quella solita. Questo avviene grazie a un cervello plastico in grado di adattare e modificare il nostro comportamento in funzione delle condizioni in cui ci troviamo. Generalizzando, possiamo affermare che apprendere significa stabilire legami e collegamenti tra un evento e una determinata conseguenza. In realtà, bisogna tener presente che tale affermazione è soggetta a molteplici interpretazioni che dipendono sia dalle numerose sfumature che si possono attribuire ai concetti di “evento” e di “conseguenza”, sia dagli svariati punti di vista da cui possiamo valutare le diverse forme di apprendimento. .


2.2.4

Struttura

In neuroscienza e in psicologia, la memoria è la capacità del cervello di conservare informazioni. Le fasi principali nell’elaborazione della memoria sono: • La codifica, l’elaborazione delle informazioni ricevute. • L’immagazzinamento, la creazione di registrazioni permanenti delle informazioni codificate. • Il richiamo, il recupero delle informazioni immagazzinate, in risposta a qualche sollecitazione. Si possono classificare i tipi di memoria in base ad almeno due criteri: • La persistenza del ricordo. • Il tipo di informazioni memorizzate La Memoria si divide in: Memoria a Breve Termine, Memoria a Medio Termine e Memoria a Lungo Termine. MBT: Parte di memoria che si ritiene capace di conservare una piccola quantità di informazioni chiamata SPAN per una durata di 20 secondi circa. MMT: Parte di memoria dove viene conservata l’informazione mantenuta durante un certo periodo di tempo. MLT: Parte di memoria che ha una durata variabile da qualche minuto a decenni. Capace di conservare una quantità enorme, anche se non infinita, di informazioni.


2.2.5

L’ Architettura Cognitiva della Memoria

La ricerca tende ad ammettere l’esistenza di sistemi di memoria differenziati che si sarebbero sviluppati per rispondere a scopi e bisogni diversi, anche se, nella maggior parte dei comportamenti, più sistemi sono impegnati contemporaneamente; tuttavia, pur essendo chiaro che esistono diverse forme di memoria, sostenute da differenti strutture cerebrali, non mancano orientamenti teorici che preferiscono intendere la memoria come un insieme unitario e organizzato di funzioni e processi che possono essere attivati in parallelo, ma che non necessitano di un modello a sistemi plurimi. Comunque, la maggior parte degli studi, avvalorata dai risultati di un notevole lavoro sperimentale, ipotizza modelli di struttura della memoria che prevedono l’esistenza di più sistemi indipendenti. Una definizione di sistema appropriata alla memoria e che ha potuto imporsi, grazie anche al contributo delle neuroscienze, afferma che un sistema deve poter essere definito non solo in termini di funzioni cognitive e comportamentali, ma anche in termini di strutture e meccanismi cerebrali, tipo di informazione elaborata (percettiva, simbolica, motoria ecc.) e differenze nelle caratteristiche evolutive filogenetiche e ontogenetiche. Inoltre, per essere identificati, i sistemi devono mostrare la possibilità di un funzionamento autonomo attraverso l’individuazione delle cosiddette doppie dissociazioni; di queste si ha prova quando un deficit nelle prestazioni cognitive relative a un sistema non preclude il funzionamento di un altro sistema e viceversa. In considerazione del fatto che molte strutture neuroanatomiche sono al servizio di più sistemi di memoria e che più sistemi di memoria lavorano in parallelo, lo sforzo scientifico è quello di individuare in che misura i differenti sistemi di m. ipotizzati contribuiscano all’esecuzione delle varie condotte mnestiche. Nell’ambito della psicologia cognitiva, il primo modello a più com-

ponenti a essere formalizzato, a partire dal quale si sono

sviluppate altre e più complesse ipotesi di architettura della memoria, è stato il cosiddetto modello modale (nel senso di vicino alla moda statistica, perché rappresenta la sintesi delle caratteristiche comuni a modelli precedenti). Esso prevede la distinzione di tre ‘magazzini’: • Un registro sensoriale, la cui funzione è quella di trattenere l’informazione percettiva per un tempo brevissimo dopo la sua scomparsa (da 250 ms a 2 s, in relazione alla modalità sensoriale) e di permettere eventuali elaborazioni successive; • Un magazzino a breve termine, a capacità limitata (762 unità di informazione), nel quale l’informazione è trattenuta, per un tempo molto breve (pochi s), in uno stato di accessibilità, per permetterne il passaggio alla memoria a lungo termine e/o l’utilizzo per svolgere altri compiti cognitivi; • Un magazzino a lungo termine, che genericamente si assume come luogo dove la conoscenza si organizza in modo permanente, di cui tuttavia non è possibile definire né la capacità, né il tempo di conservazione delle informazioni. A partire da questo primo modello sono state sviluppate formalizzazioni più complesse dei sistemi di memoria, che sono riuscite a rispondere sempre meglio ai requisiti richiesti dalla definizione stessa di sistema. In tali formalizzazioni, il registro sensoriale non compare più come sistema di memoria, dacché si preferisce considerare la funzione di trattenimento dell’informazione sensoriale come propria dei processi percettivi. La memoria a breve termine è stata riconcettualizzata come memoria di lavoro (working memory), laddove la memoria a lungo termine è stata suddivisa in quattro sistemi: di rappresentazione percettiva; procedurale; semantico; episodico. .


I processi mnestici

2.2.6

Giro del Cingolo

Giro del Cingolo

Corpo Calloso

Giro del Cingolo

Corpo Calloso

Fornice

Corpo Calloso

Fornice

Mamillare

Fornice

Corpo Mamillare

Corpo Mamillare

Ippocampo

Ippocampo

Talamo

Amigdala

1

Vista (3) Tatto (3)

ntale (1)

Area Prefrontale (1)

Udito (3)

Ippocampo (2)

Lobo Parietale

Lobo Temporale

Talamo

Amigdala

2

Vista (3) Tatto (3) Area Prefrontale (1)

Udito (3)

Acquisizione e codificazione: Ricezione dello stimolo e traduzione in rappresentazione archiviabile nella memoria. Processo di apprendimento ed etichettatura legato alle categorie preesistenti. Ippocampo (2)

Lobo Parietale

3

Udito (3)

Ippocampo (2)

Lobo Parietale

Lobo Occipitale

Lobo Frontale

Lobo Temporale

Vista (3) Tatto (3)

Ritenzione ed immagazzinamento: Stabilizzazione dell’ informazione nelle aree cerebrali della memoria e ritenzione del ricordo per un determinato periodo di tempo.

Il funzionamento della memoria fa riferimento a un insieme complesso di processi in cui sono coinvolte anche altre funzioni cognitive come l’attenzione, la percezione e tutte quelle abilità che hanno a che fare con l’intelligenza generale.

Lobo Occipitale Lobo Frontale

rontale

Ippocampo

Talamo

Amigdala

Lobo Temporale

I processi specificamente mnestici sono la codifica delle informazioni, l’immagazzinamento, il consolidamento e il ricordo. Le informazioni entrano nel sistema cognitivo attraverso processi di codifica che possono avvenire sotto il controllo strategico (quindi secondo una pianificazione cosciente dell’apprendimento), oppure in modo automatico, tramite meccanismi inconsci. L’organizzazione delle tracce mnestiche, che può essere suggerita dalla natura delle informazioni da apprendere o può essere imposta dal soggetto, è il fattore che maggiormente incide sulla possibilità di ricordare le informazioni medesime. I processi di codifica possono utilizzare diversi codici, che vanno intesi come formati in cui la mente immagazzina l’informazione (visivo, acustico, verbale, tattile, semantico ecc.). A conclusione del processo di codifica, l’informazione è archiviata nella forma di una traccia mnestica. L’espressione o rappresentazione mnestica è riferita a un

Recupero: Riemersione a livello cosciente dell’ informazione archiviata, mediante richiamo o riconoscimento.

costrutto ipotetico, che serve a spiegare le relazioni che si instaurano tra una serie di richieste fatte al sistema cognitivo e le sue risposte. Lobo Occipitale

La psicologia cognitiva e le neuroscienze hanno lavorato su questo tema in modo separato; mentre la prima si è soprattutto occupata degli attributi delle rappresentazioni, le seconde si sono focalizzate sui meccanismi cellulari sottostanti la formazione della memoria e la localizzazione cerebrale di strutture deputate a specifici tipi di apprendimento (memoria di facce, memoria di nomi, memoria spaziale ecc.). Un tentativo interessante di gettare un ponte tra i due approcci è stato compiuto in ambito psicologico dal connessionismo. All’interno di questo modello, le rappresentazioni sono distribuite in un ampio numero di elementi (neuroni) e la conoscenza inerente a tali rappresentazioni in memoria è incorporata non solo negli elementi, ma anche nelle connessioni tra di essi. L’apprendimento implica cambiamenti nella forza di tali connessioni e le rappresentazioni in m. costituiscono un pattern di connessioni dotato di un particolare ‘peso’ all’interno di un più vasto insieme di elementi. Il destino che le tracce mnestiche subiranno in termini di permanen-


za e accessibilità al ricordo dipende dal processo di consolidamento, che si presume continui anche dopo che la traccia è stata immagazzinata. Si ritiene che gli eventi che accadono dopo la memorizzazione di un’informazione possano contribuire al proseguimento del consolidamento in memoria dei medesimi, o al contrario inibire questo processo creando un’interferenza retroattiva. L’informazione sarebbe dapprima codificata nelle strutture del lobo temporale, principalmente nell’ippocampo (che è danneggiato o asportato nel caso delle amnesie organiche); successivamente, la medesima informazione o parte di essa si stabilizzerebbe in un circuito cerebrale fuori dall’ippocampo, presumibilmente nella neocorteccia. Questo processo di fissazione in altri circuiti avverrebbe in un’estensione di tempo che dipende dalla qualità degli eventi da memorizzare e degli eventi che accadono dopo la prima codifica, a seconda che fungano direttamente o indirettamente da ripasso o che, al contrario, interferiscano per similarità di contenuto. Secondo la teoria della consolidazione, la traccia mnestica non viene immagazzinata in modo stabile dopo uno stimolo, ma sarebbe necessario un intervallo di tempo perché la traccia sia ‘consolidata’, cioè immagazzinata in forma durevole. Per il passaggio dalla memoria a breve termine alla memoria a lungo termine si richiede un cambiamento della struttura dei circuiti nervosi con la sintesi di nuove proteine e la creazione di nuove connessioni sinaptiche tra i neuroni. Il passaggio dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine è graduale e dipende dalla frequenza e dalla intensità con le quali gli stimoli che devono essere ricordati vengono presentati. È anche importante il collegamento fra stimoli diversi. Un fatto, anche se insignificante, si ricorda maggiormente se è avvenuto in collegamento con un evento emozionalmente rilevante. Questi dati comportamentali hanno una loro base cellulare. Si è

osservato che nell’ippocampo stimoli ripetuti di una certa intensità o stimoli leggeri associati a stimoli intensi producono modificazioni cellulari nei circuiti nervosi che permangono per lungo tempo. La rievocazione di un’informazione della memoria a lungo termine può mancare perché non ci sono sufficienti legami per metterli a fuoco. Questa teoria spiega anche perché taluni ricordi appaiono rimossi: tali ricordi sono inaccessibili perché la loro presenza sarebbe inaccettabile per il soggetto a causa dell’ansia o dei sentimenti di colpa che potrebbero attivare . Non sono perciò scomparsi, ma il subconscio evita che le associazioni necessarie si formino (oblio). Gli individui colpiti da amnesia non dimenticano tutto, solo degli elementi personali. Ciò avviene spesso per un trauma emotivo al quale l’amnesia permette di sfuggire. Spesso poi parte di tali ricordi riaffiora quando vengono evocati dalle giuste associazioni.


2.2.7

Come ricordiamo Il Cervello e la Memoria

Noi la chiamiamo “materia grigia”. Sono 100 mila miliardi di fibre, 10 mila miliardi di contatti (sinapsi), 10 miliardi di neuroni (cellule nervose). In questo chilo e mezzo di corteccia celebrale (una buccia di rivestimento dei due emisferi) sono racchiusi i prodigi del pensiero,delle parole, dei ricordi, delle idee e dei sentimenti. Tutte le nostre esperienze per poter essere ricordate, devono essere codificate, cioè “registrate” nel nostro cervello. Il risultato di questo processo di codifica è la traccia di memoria o engramma. T RACCE DI MEMORIE O ENGRAMMI Gli engrammi sono cambiamenti permanenti o transitori nel nostro cervello che derivano dalla codifica di un’esperienza. Il nostro cervello registra le nostre esperienze rafforzando i collegamenti o sinapsi tra gruppi di neuroni o cellule nervose. Un tipico evento da memorizzare contiene diverse componenti visioni, parole, suoni, movimenti, che devono essere analizzate e codificate. Aree cerebrali diverse, presenti sui lobi parietale, occipitale e temporale, analizzano e codificano tutti queste diverse caratteristiche. Di conseguenza neuroni presenti su aree cerebrali anche molto distanti tra loro sviluppano un forte legame.

Ogni nostro ricordo è, dunque, diviso in tante tessere, le quali sono sparse sulla superficie posteriore dei nostri due emisferi cerebrali. Una volta codificate le nuove informazioni devono, però, anche essere associate alla nostra conoscenza precedente, solo così noi ne possiamo comprendere appieno il significato. Il primo compito, codificare la nuova informazione, viene è svolto dall’ ippocampo e da altre strutture del lobo temporale. Lobo Parietale

Lobo Frontale

Lobo Temporale

Lobo Occipitale

Mentre il secondo , mettere in relazione la nuova conoscenza con quella precedente è eseguito dalla corteccia prefrontale sinistra. IL recupero dell’informazione memorizzata. Le nostre tracce di memoria hanno, però,bisogno di un certo periodo di tempo per diventare stabili e consolidarsi. Fino a quel momento la nostra capacità di ricordare un evento dipende dall’ippocampo, che quindi svolge un doppio compito(codifica e recupero), e dalla corteccia prefrontale destra. Giro del Cingolo

Tatto

Corpo Calloso

Vista Area Prefrontale

Fornice

Ippocampo

Udito

Corpo Mamillare Amigdala

Ippocampo Talamo


2.2.8

Fisiologia Della Memoria

Stimoli

Le più recenti ricerche hanno stabilito che le informazioni vengono immagazzinate in tre depositi differenti da cui vengono richiamate. La memoria sensitiva trattiene per pochi attimi le informazioni che provengono dagli organi di senso, scartandone il 75%. Del rimanente 25% solo meno dell’ 1% viene selezionato nell’area del linguaggio e immagazzinato nella memoria primaria, (memoria a breve termine), il deposito più limitato dell’encefalo. L’encefalo è in grado di astrarre impressioni figurate, verbalizzare quanto appreso e associarlo con informazioni precedenti. Maggiori sono le possibili associazioni e più è facile che quanto appreso sia ricordato per tempi più lunghi.

Memoria Sensitiva

25%

Le informazioni sono trattenute nella memoria primaria per un periodo variabile tra pochi secondi e alcuni minuti. La trasmissione di un’informazione della memoria primaria a quella secondaria è un processo delicato. Chi decide quale nozione deve essere ricordata e quale dimenticata?. L’ippocampo è una formazione nervosa situata sul margine inferiore dei ventricoli laterali , sopra il cervelletto . Esso gestisce le emozioni, i sentimenti e perciò anche la nostra percezione della realtà. Poiché l’ippocampo si occupa della funzione di selezionare le informazioni da trasferire nella memoria secondaria, ne deriva che l’apprendimento e l’oblio sono notevolmente influenzate dalle emozioni positive e negative. Se si prova disgusto per una materia, la possibilità di apprenderla è scarsa. Un apprendimento di base positivo (apprendimento giocoso) stimola il ritmo di trasferimento nella memoria secondaria, al contrario un atteggiamento negativo rende più difficile l’apprendimento. Un atteggiamento positivo può nascere spontaneamente, ma può essere notevolmente incrementato stimolando la motivazione, anche l’auto-motivazione.

75% non memorizzati

Visualizzazione dell’ 1%

Memoria Primaria

Ippocampo

Cuscinetto di ripristino

MBT Memoria a breve Termine

Oblio Informazioni codificatecon successo

MLT Memoria a lungo Termine


2.3

Tipi di Memoria


2.3.1

Introduzione

Le funzioni mnestiche sono differenziate a seconda del loro contenuto e delle loro caratteristiche temporali. È pertanto preferibile parlare di memorie al plurale. I processi di elaborazione dell’informazione si applicano a qualsiasi tipologia di segnale, a formare memorie differenziate: grafiche, tattili, acustiche, visive, semantiche, verbali, ecc. La memorizzazione è più efficace allorquando utilizza doppia tipologia di segnale (ad es. uditivo+visivo). Le aree cerebrali deputate alle funzioni di rilevazione, identificazione ed immagazzinamento dei ricordi si avvalgono della competenza di aree corticali specifiche per tipologia di segnale (area occipitale per le informazioni visive, centri del linguaggio per le informazioni verbali, e così via) interconnesse attraverso reti neuronali per la processazione delle nozioni ed aree deputate particolarmente alla fissazione dei ricordi (strutture ippocampali) (vedi anche anatomia del cervello). Ogni informazione che riceviamo dall’ambiente esterno transita nelle strutture della memoria, ma in maniera limitata: si parla di memoria sensoriale, di durata effimera, che viene eliminata se non necessaria (il processo di eliminazione degli input sensoriali inutilizzati è massimo durante il sonno notturno). I dati più rilevanti vengono invece trattenuti per un periodo di tempo maggiore, ma con capacità più limitata, e si identificano nella memoria a breve termine o memoria di lavoro - una specie di taccuino mentale sul quale vengono annotate le informazioni da veicolare (ad esempio i dati che fanno parte di un discorso che proponiamo al nostro interlocutore). La capacità di ritenzione illimitata è definita come memoria a lungo termine, per cui siamo capaci di ricordare i dati più importanti per un periodo molto lungo, anche per tutta la vita (come ad esempio le informazioni che riguardano i momenti più salienti della nostra

La capacità di ritenzione illimitata è definita come memoria a lungo termine, per cui siamo capaci di ricordare i dati più importanti per un periodo molto lungo, anche per tutta la vita (come ad esempio le informazioni che riguardano i momenti più salienti della nostra vita). La transizione dalla memoria sensoriale alla memoria a breve termine dipende dall’attenzione, mentre il passaggio dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine è maggiormente efficace a seconda dell’organizzazione mnemonica del soggetto. La memoria episodica riguarda gli avvenimenti specifici legati alla nostra vita, ed ha in genere una connotazione spazio-temporale (ad es. la memoria autobiografica relativa agli eventi della nostra vita). La memoria semantica riguarda invece informazioni legate alla comprensione del linguaggio, ai significati delle parole e dei concetti, e si applica alle conoscenze generali sul mondo. Entrambe sono considerate memorie esplicite dato che si manifestano per ricordi coscienti, intenzionali e deliberati. Nella memoria implicita, incosciente, l’informazione non si manifesta per ricordo, ma influenza un comportamento senza che il soggetto ne sia cosciente. La memoria procedurale consiste nel ricordare una sequenza di informazioni utili per compiere azioni automaticamente o semi-automaticamente, come prepararsi un caffè con la caffettiera, guidare l’auto, ecc.; la memoria da condizionamento consiste nell’associare per condizionamento una risposta riflessa ad uno stimolo neutro. .


2.3.2

Autobiografica

Il metodo più usato per esaminare le capacità di richiamo dellla memoria autobiografica è il diario. La memoria autobiografica raccoglie e integra tutte le esperienze riferite a noi stessi concatenando gli eventi e gli episodi della nostra storia in un’ insieme coerente di conoscenze che consentono la costruzione e l’integrazione del sé e della propria identità personale. Essa organizza quell’insieme di conoscenze dichiarative riguardanti i fatti e gli episodi della vita personale secondo schemi e percorsi di significato, impliciti o espliciti, consapevoli o inconsci, con lo scopo di preservare una continuità e una coerenza del sé e dell’identità. La personalità può subire modificazioni nel tempo insieme alle contingenze di vita e alla molteplicità di ruoli man mano ricoperti nella sfera pubblica e privata: la memoria autobiografica fa sì che tutte queste diverse esperienze vengano unificate dalla consapevolezza di essere riferite a sé stessi e dotate di significati coerenti rispetto a quello che è il nucleo centrale della nostra personalità. Per i motivi accennati sopra, l’organizzazione dei ricordi nella memoria autobiografica non segue linearmente e fedelmente l’asse cronologico degli avvenimenti, questo non è affatto un difetto ma una risorsa fondamentale per la coesione della nostra esperienza personale. Sul piano temporale alcuni episodi, anche lontani nel tempo, possono venir ricordati con molta più vividezza di fatti accaduti magari di recente che non hanno lasciato apparentemente tracce significative nella nostra memoria. I ricordi infatti non sono semplici archiviazioni di fatti accaduti, ma vengono rielaborati, integrati nelle conoscenze preesistenti su di noi, sul mondo e sulle relazioni e ulteriormente

rimaneggiati col passare del tempo. Può darsi che nel corso degli anni cambi il modo con cui rievochiamo determinati eventi del passato che, alla luce dell’attuale presente, possono apparirci con una coloritura differente rispetto a prima. La nostra memoria autobiografica è allora poco attendibile? In realtà siamo ineludibilmente attivi costruttori di significati di ciò che ci accade alla luce delle conoscenze pregresse, dei vissuti e dei sistemi sociali di significato a cui facciamo riferimento. Un famoso quadro di René Magritte dice provocatoriamente: “questa non è una pipa”… la sua rappresentazione, come i ricordi che suscita in chi la guarda, sono tanto diversi fra loro quanto diversi da una pipa “reale” … Strutturalmente è organizzata gerarchicamente in tre livelli: i periodi di vita, definiti da situazioni generali in atto, ad esempio il periodo del liceo o universitario; gli eventi particolari di qualche periodo di giorni o mesi, come una vacanza; poi ci sono le immagini, le sensazioni e i dettagli di eventi generali.


2.3.3

Sensoriale Quando parliamo di memoria sensoriale ci riferiamo ai processi percettivi. Mediante questo tipo di memoria ci formiamo il ricordo delle informazioni che ci giungono attraverso i sensi quindi si parla di ricordo di percezioni. Non si tratta strettamente di una funzione mnemonica ne di una funzione della percezione, ma di un processo di selezione e registrazione con il quale le percezioni fanno il loro ingresso nel sistema mnemonico. La registrazione è come una valvola che determina quali ricordi vengono immagazzinati. Le componenti affettive e attentive hanno un ruolo determinante nel processo di registrazione. La memoria sensoriale è la nostra abilità di trattenere l’imput di un’informazione sensoriale nel momento in cui questa stimola uno dei nostri sensi. Corrisponde approssimativamente al momento in cui si viene a contatto con un item, è il momento della percezione dello stimolo. Si parla dunque di memoria sensoriale quando si è in presenza di un processo in grado di memorizzare informazioni sensoriali (uditive, visive, tattili, olfattive, gustative) per la durata di pochi secondi o millisecondi. È possibile dimostrare empiricamente l’esistenza di magazzini di memoria sensoriale come: l’after images (visiva); la visual persistence (visiva); la memoria iconica (visiva); la memoria ecoica (uditiva). Alcune delle informazioni contenute nella memoria sensoriale, possono passare, opportunamente codificate, nella memoria a breve termine, che può conservarle fino a pochi minuti. Alcune delle informazioni contenute nella memoria a breve termine, possono passare nella memoria a lungo termine, che può

conservarle per giorni oppure tutta la vita. Per esempio, se ascoltiamo un numero a caso di sette cifre in una lingua a noi completamente incomprensibile, siamo in grado di ripeterlo solo immediatamente dopo averlo ascoltato (memoria sensoriale). Se, invece, il numero è pronunciato nella nostra lingua, i suoni vengono codificati in simboli che è possibile ricordare per alcune decine di secondi (memoria a breve termine). D’altra parte, conosciamo il nostro numero di telefono perché l’abbiamo ripetuto numerose volte (memoria a lungo termine). è un magazzino di elevata capienza e bassa permanenza. Vi persistono il tempo necessario a fornire al soggetto un orientamento nello spazio, una panoramica completa e immediata dell’ambiente, questa infatti è la funzione della memoria sensoriale.

.


2.3.4

Prospettica La memoria prospettica fa riferimento ai processi e alle abilità implicate nel ricordo di intenzioni che devono essere realizzate nel futuro. Con il termine memoria prospettica si intende il ricordarsi di portare a termine quelle intenzioni che, per diverse ragioni, non possono essere realizzate nel momento stesso in cui vengono formulate, ma devono essere rimandate ad un momento successivo. Si tratta di una abilità che tutti noi utilizziamo quotidianamente; ricordarsi di partecipare ad una riunione, di comprare le batterie per la sveglia, di seguire una trasmissione televisiva alle nove di sera sono tutti esempi di compiti di memoria prospettica. Questa rappresenta un fenomeno multidimensionale, perché gli eventi mentali che entrano in gioco sono qualitativamente diversi: cognitivi, emotivi e motivazionali. In termini generali nel processo prospettico si distinguono almeno cinque fasi: 1) formazione dell’intenzione; 2) intervallo di ritenzione; 3) intervallo di prestazione; 4) esecuzione dell’azione intenzionale; 5) valutazione del risultato. 1) Fa riferimento alla codifica del contenuto dell’azione futura (il cosa), dell’intenzione (la decisione di fare qualcosa) e del contesto di recupero (il quando, cioè il momento giusto per eseguire l’azione). Ad esempio supponiamo che la nostra azione sia quella di voler chiamare l’amico Marco alle ore 18. Nel nostro esempio questa fase corrisponde al momento in cui decidiamo che alle 18 chiameremo Marco. 2) Fa riferimento all’intervallo tra il momento della codifica dell’intenzione e l’inizio dell’intervallo potenziale di prestazione; questi

tenzione e l’inizio dell’intervallo potenziale di prestazione; questi intervalli possono variare notevolmente, sia nella durata sia nel contenuto. Durante l’intervallo di tempo che separa la formulazione dell’intenzione dalla sua esecuzione, generalmente il soggetto è coinvolto in altre attività che assorbono le risorse cognitive di chi deve realizzare l’intenzione precedentemente pianificata. Questa fase comprende tutte le attività che noi svolgiamo tra il momento in cui decidiamo di chiamare Marco e il momento in cui recuperiamo la nostra intenzione. 3) Si riferisce all’intervallo di prestazione, cioè al periodo di tempo durante il quale l’intenzione deve essere recuperata. 4) Riguarda la realizzazione dell’intenzione, che si ha solo se si inizia ad eseguire l’azione. L’esecuzione dell’azione intenzionale implica non solo che il soggetto ricordi che qualcosa deve essere fatto in un determinato momento e in cosa consiste questo qualcosa, ma che decida di eseguire l’azione. Nel nostro esempio questa fase consiste nell’effettiva esecuzione della telefonata a Marco. 5) Infine si valuta il risultato confrontando il contenuto retrospettivo.

.


2.3.5

Rievocazione e Riconoscimento Rievocare qualcosa, significa richiamare alla mente, recuperare qualcosa che è stato appreso e immagazzinato. Riconoscere qualcosa, è la capacità di identificare un determinato elemento scegliendolo tra alcuni. La rievocazione, cioè la richiesta a un soggetto da parte dello sperimentatore di ripetere il materiale (generalmente una lista di parole) memorizzato, può essere libera (“Ripeti le parole così come ti vengono in mente”), seriale (“Ripeti le parole nell’ordine esatto in cui ti sono state presentate”) o guidata (lo sperimentatore fornisce al soggetto indizi utili per aiutarlo nella rievocazione “tra le parole che hai memorizzato erano presenti nomi di frutti?”). Naturalmente la rievocazione seriale, che è quella che pone maggiori vincoli al soggetto, è anche la più difficoltosa. A sua volta la rievocazione in sé presenta maggiori difficoltà del riconoscimento, della richiesta, cioè, di riconoscere all’interno di una lista di stimoli quelli che appartenevano a una lista precedente, quella che il soggetto era stato istruito a memorizzare. Questa è probabilmente una delle ragioni per cui tanti studenti ritengono le prove a domande aperte più complesse di quelle con domande a scelta multipla: nel primo caso viene richiesta una rievocazione libera, nel secondo caso un riconoscimento. Il riconoscimento può essere: continuo, a scelta binaria, a scelta multipla. La rievocazione di solito è più difficile del riconoscimento, anche se questa situazione può essere invertita da effetti di contesto, sia semantico che ambientale. Nella rievocazione intervengono processi di interpretazione e di recupero di indizi sulla base di conoscenze generali.


2.3.6

Breve Termine La memoria a breve termine (MBT), anche chiamata memoria primaria o attiva, è quella parte di memoria che si ritiene capace di conservare una piccola quantità di informazioni chiamata span (tra i 5 e i 9 elementi) per una durata di 20 secondi circa. Le memorie a breve termine sono legate al fatto che un’esperienza viene mantenuta in un circuito formato da varie cellule cerebrali (neuroni) e dai loro prolungamenti, sotto forma di una blanda attività elettrica che continua a percorrere questo circuito diverse volte finché questa attività non stimola la formazione di contatti stabili tra cellula e cellula e in alcuni casi la produzione di sottili prolungamenti che “chiudono il circuito” in una catena di neuroni. Attualmente, al posto di memoria a breve termine gli psicologi cognitivi preferiscono parlare di “working memory” (WM) o memoria di lavoro. Questo modello prevede un sistema attenzionale (l’esecutivo centrale) che supervisiona due sistemi sussidiari: il ciclo fonologico, che mantiene disponibili le informazioni uditive, e il taccuino visuo-spaziale, impegnato invece nella rappresentazione dello spazio. La MBT uditivo-verbale si identifica con il ciclo fonologico (o ciclo articolatorio) del modello della working memory, ed è composta da un magazzino fonologico a breve termine e da un circuito di ripasso articolatorio. Uno stimolo acquisito per via uditiva entra direttamente nel magazzino fonologico, dove rimane per un paio di secondi a meno che non venga utilizzato il ripasso articolatorio, che permette di prolungare il tempo di ritenzione dello stimolo. Uno stimolo verbale acquisito per via visiva (es. leggere una parola) passa necessariamente dal ripasso articolatorio prima di entrare nel magazzino fonologico.

Se viene impedito l’uso del ripasso articolatorio, impegnando il soggetto in un secondo compito articolatorio (per es. pronunciare una sillaba ripetutamente), lo stimolo presentato uditivamente viene a degradarsi, mentre lo stimolo presentato visivamente non viene ricodificato in termini fonologici. Inoltre, se gli stimoli uditivi sono fonologicamente simili la prestazione peggiora, perché è più difficile discriminare fra due elementi codificati in maniera analoga. Anche la maggiore lunghezza delle parole influenza negativamente la prestazione, perché il ripasso articolatorio impiega più tempo per stimoli più lunghi. Un danno selettivo alla MBT uditivo-verbale causa difficoltà per esempio nel comprendere frasi complesse, nel ricordare un numero di telefono, o nel calcolare il resto quando si paga il conto. .


2.3.7

Lungo Termine Tutti noi abbiamo esperienza di memorie che durano un intera vita, solitamente associate ad emozioni molto importanti: queste memorie a lungo termine, infatti, si formano proprio perché associate a forti emozioni positive o negative. La memoria a lungo termine è un magazzino in cui la conoscenza si organizza in modo permanente e duraturo, di cui tuttavia non è attualmente nota né la capacità (che pare sia quasi illimitata), né il tempo di conservazione delle informazioni. Nei sistemi della memoria a lungo termine è possibile operare una distinzione tra i cosiddetti sistemi di memoria implicita (sistema di rappresentazione percettiva e sistema procedurale), cioè quei sistemi la cui informazione è immagazzinata e recuperata in modo non consapevole, e quelli di memoria esplicita (sistema semantico e sistema episodico), in cui vi è consapevolezza almeno nel momento del ricordo. Il sistema di rappresentazione percettiva è ancora in una fase di specificazione teorica poiché a suo sostegno ci sono pochi studi sperimentali e clinici. Esso riguarda la rappresentazione e conservazione in memoria delle caratteristiche percettive degli oggetti (incluse le parole) a livello presemantico, vale a dire a un livello che non implica l’accesso al loro significato. Le sue operazioni sono disconnesse dalla coscienza e i suoi prodotti non forniscono la base per il riconoscimento o la consapevolezza di esperienze precedenti. Si sviluppa precocemente ed è preservato a lungo nel corso della vita. Le regioni cerebrali coinvolte nell’attività di questo sistema sono prevalentemente quelle occipitali e temporali inferiori. Il sistema procedurale è invece deputato all’immagazzina-

mento delle abilità motorie (per es., andare in bicicletta) e delle modalità di esecuzione di attività cognitive e comportamentali (per es., eseguire semplici operazioni di calcolo o andare al ristorante). È caratterizzato da apprendimenti graduali che si automatizzano e mantengono una certa stabilità nel tempo. I gangli della base e il cervelletto sembrano essere le regioni cerebrali maggiormente implicate nel suo funzionamento, mentre non sembrano interessate le strutture ippocampali necessarie per gli altri sistemi a lungo termine. Numerosi sono i modelli di rappresentazione delle conoscenze in questo sistema, da quelli classici a rete (concetti, prototipi, reti semantiche) a quelli che fanno riferimento a organizzazioni proposizionali e schematiche.


2.3.8

Procedurale La memoria procedurale (detta anche implicita) è l’insieme di conoscenze implicite che si apprendono automaticamente o in parallelo con altri processi. Si riferisce all’acquisizione di abilità percettive e motorie che il soggetto mette in atto correttamente e automaticamente. La memoria procedurale consiste nella memoria per esperienze motorie e cognitive, come ad esempio i movimenti necessari per determinati sport o per suonare degli strumenti e la memoria per numerosi altri eventi quotidiani che vengono compiuti automaticamente senza che essi raggiungano il livello di coscienza. La memoria procedurale, oltre alle abilità motorie, comprende abilità percettive (per esempio riconoscere i volti, le espressioni del viso e il modo di camminare delle persone) e cognitive (per esempio, una persona che conosce bene la sua città, sa percorrere in modo automatico il tragitto, anche se complesso, per tornare a casa). L’acquisizione di una abilità richiede all’inizio la memoria semantica e quella episodica, ma con l’autonomizzazione del processo l’abilità acquisita dipende solo dalla memoria procedurale. Esperimenti di neuropsicologia condotti su pazienti con lesioni cerebrali in aree implicate nei processi mnemonici confermano l’esistenza di una memoria procedurale. Ad esempio nel disegno allo specchio, il soggetto apprende a disegnare una figura guardando la sua mano allo specchio, ma non ricorda il training attuato precedentemente. Il sistema procedurale è caratterizzato da apprendimenti graduali che si automatizzano e mantengono una certa stabilità nel tempo. I gangli della base e il cervelletto sembrano essere le regioni cere-

brali maggiormente implicate nel suo funzionamento, mentre non sembrano interessate le strutture ippocampali necessarie per gli altri sistemi a lungo termine. La memoria implicita consiste in quella forma di memoria a cui non possiamo accedere consapevolmente. Non siamo in grado di raccontare a qualcun altro un’esperienza sensoriale o motoria che viene immagazzinata in questa forma di memoria. Per esempio una forma di memoria implicita è quella che viene conservata nel neocerebello nel momento in cui si impara a scrivere o si impara ad eseguire un movimento sofisticato. Al momento di eseguire nuovamente quel movimento non dovremo ripetere tutto l’iter che ci ha portato ad impararlo per poi finalmente eseguirlo, ma automaticamente andiamo a reclutare quei circuiti neuronali, corticali e cerebellari, che ci consentono di eseguire quel determinato movimento.


2.3.9

Semantica Il sistema semantico contiene tutta la conoscenza generale del mondo: linguaggio, concetti, algoritmi, informazioni enciclopediche, conoscenza generale di sé. I suoi contenuti rispondono a criteri di verità o falsità e generalmente, per operare, impegna risorse dell’attenzione. Numerosi sono i modelli di rappresentazione delle conoscenze in questo sistema, da quelli classici a rete a quelli che fanno riferimento a organizzazioni proposizionali e schematiche. Le reti semantiche consistono in reti di elementi interconnessi. Gli elementi interconnessi vengono definiti nodi, e rappresentano i concetti; mentre le connessioni fra i nodi sono le relazioni che connettono i concetti l’uno all’altro. Uno schema semantico è una struttura complessa che può essere paragonata ad una biblio- teca vuota, il tipo e il numero di libri che possiamo catalogare dipende dal tipo e dalla grandezza della nostra biblioteca. Tutti i modelli, comunque, prevedono un effetto di ‘propagazione dell’attivazione’, vale a dire che ogni qualvolta viene attivata un’informazione si attivano altre conoscenze a essa connesse; questo effetto di diffusione dell’attivazione delle tracce mnestiche è essenziale per spiegare il processo della rievocazione. Le aree cerebrali implicate nel funzionamento del sistema semantico sono i lobi temporali mediali, soprattutto le strutture ippocampali e il lobo frontale sinistro. Se guardiamo la foto di un elefante, in base alla nostra esperienza, noi associamo quell’ immagine ad altre forme di conoscenza che possediamo (l’elefante è un essere vivente, un mammifero, vegetariano, è forte, può aiutare l’uomo in lavori pesanti ecc). Quante più nozioni possediamo, tanto meglio codifichiamo quella immagine. Noi ricostruiamo le conoscenze semantiche attraverso

una serie di associazioni che si succedono nel tempo e la capacità di richiamare alla memoria le nostre conoscenze dipende dalla buona organizzazione strutturale delle informazioni che abbiamo immagazzinato. Oggi sappiamo che i diversi aspetti di un oggetto, per esempio le diverse caratteristiche dell’ elefante, sono conservate separatamente in zone corticali diverse. La nostra percezione delle cose sottoforma di un insieme di informazioni unitarie, ordinate e ben armonizzate tra loro è il risultato di una serie di processi integrativi che riguardano rappresentazioni diverse, localizzate in sedi corticali distinte, ciascuna delle quali rappresenta solo degli aspetti del concetto che abbiamo richiamato alla mente. Perciò non esiste un unico magazzino della memoria semantica: le nozioni semantiche vengono conservate in maniera diffusa nel neocortex ed una lesione di un’ area corticale particolare può determinare la perdita di certe informazioni specifiche portando ad una frammentazione delle nostre cognizioni.


2.3.10

Episodica La memoria episodica assicura l’identità e la continuità del Sé, conservando la storia personale del soggetto. È quel sistema di memoria che ci permette di ricordare gli eventi nel contesto nel quale sono accaduti. Utilizziamo questo sistema di memoria per rispondere a domande quali: “cosa abbiamo mangiato a colazione?” o “qual è l’ultima volta che siamo andati al cinema?”. Uno dei fattori maggiormente noti sulla memoria episodica, riguardano il cambiamento nel tempo che subisce il ricordo di un evento. I motivi di questo cambiamento sono riconducibili sia ad una modificazione dei processi di richiamo, che ad una modificazione del contenuto dell’engramma. Queste modificazioni sono alla base di un fenomeno noto nel campo psicologico come “false memorie,cioè la possibilità di definire un evento nuovo, (interpolato), come già noto. Ciò che determina il falso riconoscimento è il grado di similarità tra l’evento interpolato e l’evento nuovo, più questo fattore è elevato e più aumenta la probabilità di un riconoscimento erroneo o falso. Il sistema episodico conserva le conoscenze relative a eventi esperiti personalmente, quindi legati al tempo soggettivo di apprendimento, e possiede pertanto un valore di verità personale. Anch’esso richiede generalmente risorse dell’attenzione ed è suscettibile di trasformazioni, ricostruzioni e perdita di informazioni. Nella teorizzazione di E. Tulving le conoscenze episodiche sono codificate nella forma di ‘engrammi’, che devono essere intesi come insiemi di caratteristiche dell’evento codificato di cui fanno parte anche elementi del contesto ambientale, cognitivo ed emozionale presenti al momento dell’esperienza. Le aree neuroanatomiche interessate sono sempre le regioni temporali mediali, in particolare le strutture ippocampali, il talamo, il giro del cingolo e i lobi frontali.


2.3.11

Emozionale La memoria emozionale ci consente di ricostruire un passato individuale: è infatti l’insieme di tutti i fatti che ci ricordiamo che hanno fatto parte del nostro vivere quotidiano in passato. Qualsiasi immagine che è in grado di scatenare una reazione emotiva, senza che il soggetto ne abbia consapevolezza, viene trasferito alla memoria emotiva. Da degli studi risulta che ad essere ricordati meglio sono gli eventi meno frequenti e quelli piu carichi emotivamente. Inoltre mentre i piu giovani ricordano in modo migliore eventi carichi emotivamente, i vecchi ricordano meglio gli eventi di cui parlano piu frequentemente. Il rapporto tra gli stati emotivi e la memoria è un tema di ricerca centrale sia per chi studia le emozioni sia per chi studia i processi cognitivi. In generale si attribuisce alla memoria una qualità intellettuale, in gran parte sotto il controllo della coscienza e/o della volontà, la cui rilevanza pratica è innegabile. Gli stati affetivi e in particolare le emozioni sono caratterizzati nel sentire comune da un sentimento di scarsa razionalità. Comunemente i ricordi e i sentimenti sono fortemente legati e il concetto di rimozione è entrato nella nostra cultura col significato di dimenticare ciò che è sgradevole o può creare dei conflitti. L’esperienza e soprattutto l’aspettativa di ricordare meglio persone o avvenimenti che sono emotivamente rilevanti è molto diffusa. In altre parole si crede e dunque prevede che ci sia una correlazione fra coinvolgimento affettivo e memoria. L’amigdala, centro del sistema limbico del cervello che elabora gli stimoli provenienti dall’interno del corpo e dall’esterno, è specializzata nelle questioni emozionali. Se viene asportata dal cervello, si verifica una incapacità nel valutare

il significato emozionale degli eventi e di conseguenza si crea una “cecità affettiva”. Dalla nostra memoria emotiva è dipesa la nostra sopravvivenza di specie: è quella che ci permette le reazioni istintive di fronte al pericolo, che ci comanda di ritirare la mano di fronte al fuoco ancor prima di esserci resi conto che ci stiamo scottando. Al contempo queste aree cerebrali sono coinvolte nell’elaborazione degli avvenimenti esterni, per cui ogni stimolo è vissuto soggettivamente secondo l’esperienza precedentemente memorizzata. Così un bambino cresciuto in situazioni rassicuranti, di fronte a situazioni potenzialmente pericolose reagisce elevando il suo livello di attenzione al fine di processare gli stimoli sensoriali e vagliare se esiste una condizione di sicurezza. Al contrario un bambino vissuto in condizioni meno fortunate è condizionato ad aspettarsi con certezza il pericolo.


2.4

PersonalitĂ


2.4.1

Introduzione

Il concetto di personalità è esprimibile attraverso la nota definizione coniata da G.W. Allport per cui essa è “l’organizzazione dinamica entro l’individuo di quei sistemi psicofisici che determinano il suo specifico adattamento al proprio ambiente” . Secondo la teoria di Allport, che ebbe una forte influenza sulle ricerche a metà del 20° sec., la psicologia non avrebbe dovuto studiare “i fattori che formano la personalità, ma piuttosto la personalità in sé come struttura in evoluzione” . Le variabili esterne a questa dimensione soggettiva, di origine culturale e sociale o anche biologica, potevano essere d’interesse per l’indagine psicologica solo in quanto interiorizzate dall’individuo nella rappresentazione in divenire che questi fa di sé stesso nell’arco della propria vita. Sebbene la definizione di Allport sia genericamente valida, è cambiata invece totalmente l’impostazione attraverso la quale viene concepita e studiata la personalità. • Da una parte vi è la suddetta prospettiva individuale, per la quale ogni persona sa di essere un insieme integrato di sensazioni, emozioni e pensieri, di avere una propria storia psicologica, una propria identità e in quanto tale di essere diversa sul piano psicologico dalle altre persone. • Dall’altra vi è la prospettiva degli altri che osservano, valutano e giudicano il comportamento di una persona e sulla base di questo comportamento fanno inferenze sulle sue emozioni e sui suoi pensieri: si fanno un’idea a loro volta della p. di un individuo. Queste due rappresentazioni, quella propria e quella degli altri, solo in parte coincidono; spesso sono in conflitto e comunque costituiscono una interazione dinamica sui cui si fonda lo sviluppo della

personalità. Secondo una classica intuizione di G.H. Mead proposta negli anni Trenta e ripresa e approfondita da studiosi contemporanei, tra cui R. Harré, ciò che ci rappresentiamo di noi stessi, il nostro Sé, è allo stesso tempo individuale e sociale: nasce dalla integrazione di ciò che noi pensiamo di noi stessi e di ciò che gli altri pensano di noi. Da questa integrazione deriva anche ciò che vogliamo che appaia agli altri in modo da influenzare l’opinione, chiamata carattere da E. Goffman, sulla nostra personalità. Nel corso del 20° sec. la ricerca psicologica sulla personalità è stata caratterizzata dallo sviluppo di teorie tra loro contrastanti: teorie psicodinamiche (principalmente la psicoanalisi), comportamentistiche, cognitivistiche, umanistiche, biologiche, culturalistiche. Ciascuna prospettiva ha centrato il proprio concetto di personalità su alcuni aspetti specifici (la pulsione, la cognizione, il patrimonio genetico individuale e così via), dando luogo a una frammentazione degli studi empirici oltre che a una inconciliabilità sul piano teorico. Questa situazione è esemplificata nel manuale di C.S. Hall e G. Lindzey, più volte ristampato e aggiornato, ma sempre caratterizzato dalla stessa impostazione eclettica per cui le varie teorie venivano illustrate, l’una sullo stesso piano dell’altra, senza alcun tentativo di integrazione concettuale e metodologica. Agli inizi del 21° sec. è stata riproposta l’esigenza di una unificazione delle varie teorie fondata sulla condivisione di alcuni concetti comuni. Secondo Mayer la personalità “è il sistema organizzato, in sviluppo all’interno dell’individuo, che rappresenta l’azione collettiva dei suoi sottosistemi motivazionali, emozionali, cognitivi, di pianificazione sociale e altri di carattere psicologico”


Questa organizzazione viene espressa e spiegata in termini psicologici sia dall’individuo che la possiede sia da chi la interpreta. Sebbene siano importanti i dati relativi ai fondamenti biologici della personalità o al contesto socioculturale in cui questa si sviluppa, la metodologia di indagine è specificamente psicologica. I test oggettivi, i questionari di autovalutazione, le interviste e i colloqui restano gli strumenti più idonei per determinare le caratteristiche della personalità di un individuo. L’altro aspetto riguarda il tipo e il numero di sottosistemi da cui sarebbe composta la personalità (l’esempio classico è la divisione proposta da Freud in tre sottosistemi: Es, Io, Super-Io). Per Mayer i sottosistemi della personalità sono essenzialmente quattro: • il sottosistema energia, in cui sono compresi i processi delle motivazioni e delle emozioni; • il sottosistema conoscenza, in cui sono sviluppate e conservate le rappresentazioni di sé stesso e delle proprie relazioni con il mondo esterno; • il sottosistema attore sociale, relativo alle competenze sociali e alle modalità di esprimere all’esterno il proprio sé (per es., attraverso l’espressione delle emozioni); • il sottosistema coscienza, che assolve alla funzione di supervisore esecutivo dei sottosistemi precedenti. Inoltre qualsiasi teoria che concepisca la personalità come un insieme di sottosistemi deve essere in grado anche di inglobare le relative descrizioni veicolate dai termini che si usano nella vita quotidiana. Per la popolazione italiana è disponibile il Big five questionnaire, che permette di descrivere e valutare cinque dimensioni fondamentali:

energia, amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva e apertura mentale. Il modello dei cinque fattori ha avuto una larga diffusione negli anni Ottanta e Novanta del 20° sec., rappresentando un punto di incontro tra le teorie prodotte dalla ricerca psicologica che sostengono l’esistenza di dimensioni, fattori o tratti fondamentali costitutivi della p. e le teorie implicite che guidano le persone nella descrizione e valutazione della personalità altrui. Un’area di ricerca in crescente espansione riguarda le basi genetiche e cerebrali della personalità. Varie ricerche hanno cercato di determinare se vi sono geni regolatori della personalità, arrivando attualmente alla conclusione che non vi sia un solo gene che controlli il fenotipo della personalità, ma un complesso di geni. Altri studi sono stati dedicati alla ereditabilità delle dimensioni della personalità. Si ritiene che l’ereditabilità, per es, di ciascuno dei Big five sia intorno al 50%. Sebbene venga riconosciuto da quasi tutti gli psicologi che la personalità ha un fondamento genetico, si insiste anche sulla sua dipendenza da variabili ambientali. Più che di una modificazione ambientale della personalità si tratterebbe di una modulazione connessa all’interazione tra la personalità e i processi cognitivi di una persona.

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2.4.2

Che cos’è ?

Il termine personalità deriva dal latino persona, cioè “maschera”. Oggi indica e rappresenta non tanto la persona in quanto portatrice di una maschera, quanto la persona con le sue più profonde caratteristiche. È una modalità strutturata di pensiero determinata da diversi fattori, quali i sentimenti, comportamenti, stile di adattamento alla realtà, fattori temperamentali, dello sviluppo, dell’educazione, socioculturali. Lo sviluppo psicobiologico, il contesto socio affettivo e culturale concorrono a formare una serie di tratti stabili nel tempo: modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali. McCrae e Costa identificano 5 tratti di personalità sulla base della tradizione fattoriale nello studio della personalità e dell’ipotesi della sedimentazione linguistica di Cattell che, sulla base dei pionieristici studi di Allport, identificava nella lingua parlata un serbatoio di descrittori della personalità: 1) L’estroversione, intesa come grado di attivazione, fiducia ed entusiasmo nelle condotte che si adottano e nella loro scelta. 2) La gradevolezza, intesa come quantità e qualità delle relazioni interpersonali positive che la persona intraprende, orientate al prendersi cura ed accogliere l’altro. 3) La coscienziosità, intesa come precisione, affidabilità, accuratezza metodologica che l’individuo è orientato ad offrire attraverso la sua condotta, nonché la volontà di avere successo e la sua perseveranza. 4) Il nevroticismo, intesa come grado di resistenza a stress di tipo emotivo (resilienza), quali ad esempio l’ansietà, l’instabilità, l’irritabilità. 5) L’apertura all’esperienza, intesa come disposizione a ricercare

stimoli culturali e di pensiero esterni al proprio contesto ordinario, nonché la ricerca di un contatto con un orientamento valoriale diverso da quello di riferimento. la personalità è ciò che ci distingue. È ciò che ci rende unici e diversi da chiunque altro, ma è anche quello che possiamo avere in comune con altri. È qualcosa che permette di distinguerci da qualcuno e di riconoscersi per affinità con qualcun altro. Quello che può essere interessante mettere in risalto è che la personalità caratterizza il tipo di adattamento e lo stile di vita di una persona. Cioè il fatto che tu sia in un modo piuttosto che un altro cambia l’esperienza che farai del mondo, sia interno che esterno. Ma da cosa dipende come sono fatto? Da cosa dipende avere una personalità di un certo tipo o di un altro? La personalità è qualcosa che non dipende da un unico fattore. Questo deve essere chiaro a tutti. Non è unicamente determinata dalla genetica. Non è unicamente determinata da come ci hanno cresciuto. Non è unicamente determinata dall’esperienza. Piuttosto è la somma di questi tre fattori: fattori temperamentali (genetica), sviluppo (come ci hanno cresciuto) ed esperienza sociale. Ogni persona umana ha sin dalla nascita un fondamento biologico: il patrimonio organico innato che ciascuno riceve attraverso la trasmissione ereditaria (costituzione ereditaria), da cui derivano le forme e proporzioni del corpo (costituzione morfologica) e le modalità di funzioni vitali (circolatoria, respiratoria, digestiva, ecc.) dipendenti dal sistema nervoso e endocrino (costituzione fisiologica). Il complesso di questi elementi determina una iniziale struttura psichica o temperamento. Perché “iniziale”? Perché al condizionamento dei fattori ereditari


si deve aggiungere quello dovuto ai fattori ambientali, che interessa tutta la vita del soggetto. La personalità è frutto di questi condizionamenti e della reazione a questi condizionamenti. Con la parola temperamento s’intende la risposta psichica naturale al corredo organico ereditario: essa esprime impulsi, tendenze istintive, disposizioni, necessità, stati affettivi, ecc. Il carattere invece è frutto dell’iniziativa del soggetto sotto l’influsso dell’ambiente. Nel bambino il carattere non si distingue ancora dal temperamento, la decisione non si distingue dall’impulso, i processi di inibizione sono poco sviluppati, gli schemi mentali sono troppo semplici, ecc. La personalità non solo unifica gli aspetti biologici del temperamento e quelli psichici del carattere, influenzati dall’ambiente, ma crea anche valori, modelli di comportamento, forme di organizzazione sociale in grado di modificare l’ambiente e la stessa personalità.

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2.5

Il mobile e i suoi stili


2.5.1

« Arredare è rendere agevole l’uso dello spazio; dotare lo spazio di attrezzature, strumenti, utensili necessari allo svolgimento delle attività umane e al soddisfacimento dei bisogni. Bisogni non solo primari, legati all’uso e alla risposta funzionale dei luoghi, ma che includono anche le necessità psicologiche, rappresentative e di identificazione con l’ambiente costruito. Secondo la definizione del vocabolario “arredo” significa “guarnimento, suppellettile” ed è proprio nella radice del termine “guarnire” che, se nella sua accezione di “guarnizione” c’è l’aspetto meno nobile di tale concetto - ornamento fatto con fiocchi, trine e fregi - nel senso di “guarnimento” invece contiene il principio di “fornire di cose necessarie, attrezzare”. Lo spazio architettonico e e le attrezzature arredative sono quindi disponibili alla fruizione e il loro effetto va oltre il momento pratico del semplice appagamento di esigenze elementari in quanto l’arredamento determina una dimensione estetica del vivere quotidiano attraverso la forma stessa dell’abitare. »

L’ arredo

La storia dell’arredamento si sviluppa di pari passo con la storia vera dell’uomo, come si può riscontrare dalla storia dell’arte o dei costumi di un popolo. È l’uomo a creare il suo ambiente e l’arredamento ed il mobilio appartengono direttamente alla sua coscienza ed a quel patrimonio spirituale che si è venuto gradatamente formando nel corso dei secoli. L’arredamento in sé non è però considerato una vera e propria forma d’arte, ma piuttosto un insieme di arti differenti e di tecniche in un vasto campo che va da quelle maggiormente impegnative (come architettura, pittura, scultura) a quelle che richiedono un impegno più relativo e sono soprattutto una questione di gusto (ceramiche e mobili). Il mobile è un contenitore per suppellettili, abiti, biancheria, documenti o altri oggetti. I mobili (o mobilia nel suo insieme) sono parte fondamentale dell’arredamento dell’abitazione o di locali adibiti ad altra attività umana (come un ufficio). Il termine mobile pone in evidenza la possibilità di spostare, trasferire e ricollocare tali oggetti in altre parti degli edifici o in altre abitazioni (trasloco).Le primitive funzioni erano volte a proteggere e conservare i cibi dall’attacco degli insetti e dagli animali (anche domestici), a contenere gli abiti non indossati con particolare riferimento a quelli tessili, a svolgere più agevolmente le operazioni familiari o artigianali divenute più frequenti con il progredire delle tecniche. Il mobile inizia ad apparire stabilmente nell’uso comune soltanto al termine della vita nomade e con la costruzione di abitazioni solide in legno, mattoni o pietra. La storia del mobile la si può definire in modo preciso a partire solo dal XV secolo quando si affermano alcune uniformità di orientamenti stilistici che assumono di volta in volta connotati estetici riferibili al periodo od al potente del momento.


2.5.2

Rinascimento

Lo stile rinascimento nasce nel XV secolo a Firenze, esso trova ispirazione nell’ antichità classica, rifiutando le concezioni mediovali. Partendo dall’ Italia esso si diffonderà anche nel resto d’Europa soppiantando pian piano lo stile Gotico. Rifiorisce anche il gusto per l’arredamento con i mobili che acquistano una nuova importanza spaziale in armonia con l’architettura della casa: eleganti, mai eccessivamente sfarzosi, risentono di quella ricerca di benessere e di comodità che caratterizza l’epoca. Questo nuovo gusto è ancora visibile nei palazzi cittadini e negli antichi castelli medioevali fuori città dove gli artisti di maggior fama decorarono pavimenti, soffitti, mobili ed argenteria. Soprattutto la ceramica vive un grande sviluppo. L’arte del mobilio, con caratteristiche proprie da regione a regione, continua ad essere influenzata dall’architettura che persegue la ricerca dell’armonia di linee e proporzioni: gli ambienti sono decorati con colonne, pilastri, fregi, modanature e medaglioni mentre armadi, cassettoni e credenze assumono l’aspetto di piccole edicole sormontate da frontoni e nicchie. Il mobile, dunque, diventa un’opera d’arte nonostante sia sempre un oggetto di uso quotidiano. In Germania fu a tal punto pieno di sovrastrutture decorative da perdere a volte gran parte del suo carattere originale. Per quanto riguarda i materiali costruttivi, nel rinascimento si preferisce il legno di quercia e di noce o di ebano utilizzando chiodi ed incrostazioni d’oro, d’avorio e di madreperla per le decorazioni.

In Italia si crearono anche nuovi mobili quali i cofani nuziali, le cassapanche ed i baldacchini a forma di colonne per i letti. Di quell’epoca sono anche i sécrétaires, le credenze e le sedie imbottite. Molto diffuso è l’inginocchiatoio che si trova non solo negli edifici destinati al culto ma anche nelle case private. Compaiono le prime specchiere che avranno grande fortuna nei secoli successivi, fra le quali, sono da segnalare, quelle fiorentine, veneziane e genovesi. Il tavolo non è più un mobile smontabile ma è solido, con un piano robusto e ben levigato e con gambe tornite. Tra le varie forme di tavolo bisogna ricordare il fratino tipico dei refettori: due gambe semplici o tornite a forma di colonna che reggono una tavola e sono poi inchiodate e fissate con spine a due capi del tavolo. Nell’arte del mobilio dell’epoca si distingue anche la Francia dove, a partire dal XV secolo, lo stile dei mobili prende il nome del sovrano regnante (Luigi XIV, XV,...). Le decorazioni francesi in particolare sono caratterizzate da un miscuglio di foglie, animali e motivi architettonici.


2.5.3

Barocco

Lo stile Barocco nasce nel tardo Rinascimento in Italia, proponeva motivi nuovissimi in architettura che influenzarono anche l’arte del mobile, dell’arredamento e della decorazione interna. In questi, comunque, il passaggio fu graduale perché alcuni mobili continuarono a mantenere qualcosa di medioevale. L’arricchimento progressivo della forma e delle strutture si manifesta all’inizio attraverso certi elementi che solo in seguito diverranno parte integrante del mobile. Se ne ritrovano le prime tracce alla fine della Rinascenza, ben visibili nel cosiddetto armadio di Rubens. Negli anni successivi gli stessi motivi ornamentali furono sempre più visibili nelle sedie, negli armadi e nei tavoli propriamente barocchi grazie all’adozione di colonne a chiocciola e decorazioni con conchiglie e foglie d’acanto. In sintesi, la caratteristica pregnante dei mobili e delle varie decorazioni dell’epoca è data dal movimento di masse architettoniche: • predilezione per le linee curve e sinuose • sfoggio di dorature e di materiali pregiati, come pietre o metalli. Un identico gusto si ritrova anche nelle argenterie, nelle posaterie e nei soprammobili. Gli ebanisti iniziano ad unire i motivi decorativi agli elementi di costruzione. In alternativa alla ben affermate tecnica dell’incisione e della scultura si comincia ad usare anche quella dell’impiallacciatura (innesto sulla superficie dei mobili di sottili tasselli di legno pregiato o anche squame di tartaruga). Oltre il noce molto diffusi sono i legni esteri. Una delle ragioni dello sviluppo dell’arredamento del tempo fu lo sviluppo delle corti reali e principesche che chiedevano mobili capaci

di decorare i grandi saloni creando ambienti gradevoli. Nei grandi saloni vengono inserite le cosolles dai piani di marmo più o meno pregiato o riccamente colorato, le immense specchiere, le poltrone, le sedie, i divani, i tavoli,... tutti indistintamente di grandi proporzioni. Spesso sui piani dei tavoli si usò la decorazione a finto legno o marmo fra i vari intarsi o pitture. L’oro, in questo stile, è molto presente. L’arredamento barocco da Roma, dove ottenne fin dall’alba del ‘600 un grande successo, si diffuse nelle altre regioni italiane: nel Piemonte, nel napoletano e specialmente a Venezia dove il nuovo gusto assume caratteristiche proprie. Il barocco romano giunse anche in Francia dove si sviluppò con forme proprie di levità e di grazia divenendo noto come stile Luigi XIV dal nome del Re Sole, il sovrano dell’epoca. Questa trasformazione deriva dalle modificazioni che allora subì la Francia: nel clima assolutistico imposto dal Luigi XIV tutto il mondo vedeva il suo centro nella persona del re che era sulla vetta della scala sociale. Di conseguenza tra le varie rigorose etichette di corte vigeva anche quella che prescriveva per ogni persona il tipo di sedia per sedere davanti al re, stabilendo anche l’altezza dello schienale. Lo stile Luigi XIV dominò su tutti gli altri stili e dalla Francia e si diffuse in tutta Europa eccetto che in Spagna dove forte era l’influenza napoletana e si continuava a preferire il Barocco italiano reinterpretandolo con grandi appesantimenti.


2.5.4

Roccocò

Lo stile Roccocò nasce tra il XVII ed il XVIII secolo dove si nota un ammorbidimento della forma rigida dello stile Luigi XIV. La grandiosità della linea si perde nel capriccioso e nell’arbitrario. Questa volta non fu l’Italia a far espandere nel mondo il nuovo gusto perché esso si sviluppò soprattutto per merito di Cuvillier nella Germania meridionale e di Meissonnier in Francia. Il Rococò si afferma facilmente in tutta Europa ed in Inghilterra acquista originali sfumature divenendo noto come stile chippendale, dal nome del grande mobiliere Thomas Chippendale. In Italia, fra le forme ancora esistenti di barocco, predomina quello veneziano. Per l’arredamento dei mobili predominano le lacche (sostanza naturale e colorata usata per rivestimenti protettivi e decorativi), ma si va oltre le cineserie; le lacche veneziane assumono sfumature proprie e si sviluppano in due sensi: lacche figurate e lacche floreali. Assumono anche grande importanza i vetri, gli specchi, le ceramiche e le stoffe. Anche nel Rococò il mobile non è un’opera d’arte isolata, ma è concepito per far parte di un ambiente spaziale in cui tutto si armonizza anche con le decorazioni murali e con gli specchi. Si cerca di creare un ambiente intimo e raccolto dove un arredamento proporzionato, ridotto e fine divenga soprattutto il regno della donna. Tutto perde la sua forma monumentale e grandiosa per assumerne una nuova che ammorbidisce, arrotonda ed ingentilisce. Generalmente monumentale e di nuova creazione è il trumeau, composto di bei legni incisi, intarsiati e con pregevoli specchi che si presenta come un mobile diviso in due corpi: in quello basso trovano

posto i cassetti, a metà vi è una ribalta sormontata da un’alzata. La comodità è sempre più cercata, così nascono vari tipi di sedie, poltrone, ottomane e sofà, tavoli tondi e leggeri, armadi bassi e comode angoliere. I motivi ornamentali vengono soprattutto ripresi dall’Oriente e fra lacche e cineserie varie predomina la conchiglia da cui il nome di stile rocaille. In contrasto con il Rococò francese, quello inglese inventato da Thomas Chippendale si ispira a motivi orientali con una nota di semplicità e praticità ignote dall’altro lato della Manica. Tra le tradizioni artigianali italiane eccelle l’arte di Giuseppe Maggiolini che ci ha dato lo stile da lui detto maggiolino, famoso per l’intarsio paziente, pregevolissimo e vario. Occorre ricordare, sempre per quanto riguarda il Rococò, anche la comparsa del tavolo-scrittoio e delle sale di musica con l’affermarsi della moda dei concerti. In quelle sale anche antichi strumenti, come il clavicembalo, erano rifiniti con lo stesso stile riservato dei mobili.


2.5.5

Impero

Lo stile impero è una corrente del Neoclassicismo che interessò l’architettura, l’arredamento, le arti decorative e le arti visive del XIX secolo. Fu questo uno stile che ebbe dominio indiscusso nell’arte francese ed europea durante il primo quarto del secolo, protagonista assoluto ne fu l’ultimo dei grandi sovrani mecenati, quel piccolo corso che nel 1804 in Notre Dame conobbe la propria apoteosi imponendo alla Chiesa l’inconorazione a Imperatore, un riconoscimento che per certi versi era stato concesso così incondizionatamente al solo Carlo Magno, mille anni prima. Napoleone seppe riconoscere all’arte la funzione primaria di veicolo di diffusione della propria fortuna politica e a buon ragione si può affermare che i più grandi artisti della sua epoca furono al suo servizio, che con un imponente programma di commissioni pubbliche favorì la ripresa delle attività artigianali. Protagonisti indiscussi della civiltà dell’arredo napoleonico furono due architetti, Charles Percier e Pierre Fontane, che seppero mirabilmente combinare le esigenze di fasto e grandiosità, espressi con elementi simbolici e allegorici, con la ricerca di grazia, intimità e leggerezza ben ravvisabile in ogni interno riconducibile alla loro attività, interventi che abbracciarono ogni minuto particolare delle arti decorative, dal mobile al bronzo, dalla porcellana agli argenti. Con l’Impero, nel mobile giunge a definitivo compimento la rigorosa ricerca filologica delle forme e delle decorazioni classiche; in questa fase storica sono ben riconoscibili due diverse tendenze: una eroica, grandiosa e solenne, l’altra contenuta, discreta, privata. L insieme determina arredi dall’eleganza sobria e misurata, pur nel fasto programmatico che si addice alla corte imperiale.

Il mobile di stile impero si presenta solido e maestoso, e vanta proporzioni sempre armoniose e sapientemente equilibrate, la metrica spaziale è sempre lineare e presenta veste lignaria di norma in radica o massello di mogano, con superfici di norma spoglie da altre essenze lignee. L’ ornato è demandato all’inclusione di forniture bronzee dorate o in ottonella rifinita a sbalzo. In questo periodo i sedili di moda presentano la caratteristica unione della gamba anteriore con il supporto del bracciolo, a volte risolto a intaglio scultoreo in forma di cigno, leone alato, sfinge, cariatide o erma, anche la versione a gondola già nota in epoca Direttorio conosce ampi consensi. Torna di moda la poltrona-trono, con esigenze di parata, riccamente ornata da intagli e rifinita a foglia d oro. Tra i sofà furoreggia la méridienne e torna in auge lo sgabello a X, anche in ragione del fatto che l’usanza a corte impone l’uso delle poltrone per etichetta riservato alla sola coppia imperiale o alla madre del Bonaparte. Le consoles continuano a godere di immutata fortuna, ma si prediligono forme strette e allungate, e nel contempo si impone al pubblico la nuova tipologia a mezzaluna.

Nell’ arredamento quindi prevalgono i temi derivati dal passato. Al gusto dell’equilibrio e delle proporzioni si aggiunsero decorazioni con motivi greci, romani, egiziani ed inoltre colonne, fregi, pilastri.


2.5

Secrètaire


2.5.1

Che cos’ è?

Secrétaire ‹sëkretèer› s. m., fr. (propr. «segretario»). – Tipo di mobile in uso spec. nei secoli 18° e 19°, che consta di un corpo inferiore a cassetti o sportelli, e di un corpo superiore costituito da un piano ribaltabile (calatoio), per lo più usato come piano per scrivere, e da una serie di nicchie e cassetti intorno a un motivo a edicola; viene indicata con lo stesso nome anche una piccola scrivania a gambe alte e sottili, formata da un solo corpo apribile a ribalta.

secrétaire, mobile composto, caratteristico specialmente dello stile Luigi XVI, è insieme scrittoio, stipo e ripostiglio. . I secrètaire sono mobili che combinano la duplice funzione di scrittoi e di casseforti nelle quali nascondere i documenti più riservati e piccoli oggetti preziosi. Tra i più famosi e diffusi, i mobili contenitori con ampi e numerosi cassetti per riporre biancheria e ogni genere di oggetti. Essi hanno cassetti di diverse dimensioni, sportelloa doppia anta, ripiano estraibile da vano chiuso, una tapparella scorrevole a scomparsa su struttura curva. Mobile francese, a forma di stipo, per la scrittura. Generalmente è costituito da un corpo inferiore con due battenti, che celano una serie di piccoli cassetti, e da un corpo superiore con facciata ribaltabile che si trasforma in piano per scrivere, rivelando all’interno una serie di nicchie e cassettini.


2.5.2

Combi - Center Joe Colombo - 1963

“ Nel passato lo spazio era statico... il nostro secolo è caratterizzato invece dal dinamismo... c’è una quarta dimensione, il tempo.” Il Combi-Center, formato dalla sovrapposizione di contenitori cilindrici di altezze differenti, è un innovativo e scultoreo mobile a torre su ruote. Questo sistema di elementi curvati diversamente attrezzati e componibili, realizzati in legno e alluminio satinato, forma mobili contenitori “da centro” con diverse possibilità di configurazione. Le combinazioni possibili dei cilindri sono molteplici e danno vita a blocchi polifunzionali collocabili in maniera sempre differente e personalizzabile nello spazio abitativo. Colombo infatti lo ha definito “ un mobile a torre con dimensioni e forme tali da offrire una dinamica a tutto lo spazio dell’abitazione... è un contenitore concentrato, ossia da programmare, in quanto non può contenere tutto, ma deve contenere ciò che serve a portata di mano nel raggio di un azione”. La prima versione in produzione prevedeva elementi rotanti in modo eccentrico l’uno sull’ altro. Alla XIII Triennale del 1964, dove gli è stata assegnata una medaglia d’ argento, Combi-Center è stato presentato in diverse versioni come mobile contenitore per hobbistica. Alla XIII Triennale è stato poi utilizzato come libreria nella sezione editoriale. La nuova versione della torre, spostabile su ruote, proposte da Bernini e ancora in produzione, è costituita da un contenitore alto con cassetti ed elementi aperti e chiusi, ma è stata prodotta anche come carrello porta TV e videoregistratore, porta computer e stampante, particolarmente adatto all’home-office (queste due torri entrambe dotate di passacavi).


2.5.3

Carteggio Aldo Rossi - 1987

Concepito per l’archiviazione di documenti, lettere o carte, da cui prende il nome. Mobile secretaire sevizievole e discreto, Carteggio ha nove cassetti di diverse dimensioni, sportello a doppia anta, ripiano estraibile protetto da una tapparella scorrevole a scomparsa su struttura curva, pomoli appena percepiti. Il secrétaire di antica memoria si reinventa per trasformarsi in un moderno contenitore dalle linee semplici. Nell’ aspirazione a raggiungere la perfezione, lo studio di un recente passato capace di proporre soluzioni “povere” si traduce per Aldo Rossi in arredi confortevoli e domestici, che costituiscono la risposta al principio ricercato dell’estetica abbinata all’uso. Aldo Rossi sapeva una cosa o due riguardo il design. Oltre ad essere un architetto influente, ha anche trasformato il suo talento per l’insegnamento, il disegno e la progettazione d’interni. Nel 1987 ha collaborato con Molteni & C per assecondare il suo amore per la creatività e l’artigianato. Il risultato è stato la sua snella Carteggio. La costruzione ed i meccanismi si basano su tecniche tradizionali adattate per la produzione industriale, ma la vera bellezza di Carteggio è nei dettagli, dai pomelli alla serratura predisposta. Disponibile in verde e noce americano o rovere grigio, semplicemente non c’è alcun modo più elegante per organizzare le tue cose.


Spunti Progettuali


3.0.0

Chest of Drawers Tejo Remy

Chi trova un cassetto, trova una cassettiera. Da vecchi cassetti recuperati ed assemblati, nascono mobili componibili, a proprio gusto e senso dell’ordine. Per gli amanti del disordine creativo. Simile al cumulo di bagagli e bauli trasportati sul tetto di un’auto in partenza, la Chest of Drawers ispira al viaggio continuo, alla “non fissa” dimora. Una cassettiera che pare itinerante. Un mobile che nasce da una creatività casuale, quella fatta di materiali di recupero, che solo il caso fortuito e la fortuna permettono di incontrare. Tanti cassetti diversi, accatastati, tenuti insieme a casaccio da una cinghia di iuta. Disordine apparente che a poco a poco prende forma in quella che magicamente diviene un’estrosa cassettiera. Come attraverso molteplici bocche, ciascuna cassettiera racconta storie uniche, fatte di segreti nascosti, di sogni messi da parte. Messi nel cassetto.


3.0.1

Matrioska

Sasa Mitrovic

La designer Sasa Mitrovic di TwentyTree ha creato Matrioshka in collaborazione con S.C.S. plus & Ergomade. Il sistema di arredi consiste indelle unità di stoccaggio che possono stare una dentro l’altra, come le bambole russe chiamate appunto matrioshka. Le parole della designer: “Un set di contenitori in legno dalle dimensioni decrescenti posti uno dentro l’altro. E’ una metafora per caratteri simili.E’ il mistero di non sapere cosa si trova dietro lo sportello. E’ una dialettica di oggetti contenenti sè stessi e la tua identità. E prima di tutto, è un gioco.”


3.0.2

Pillow Robert Bronwasser

Arredo da parete soffice e colorato che offre alla casa i all’ufficio decorazione e funzionalità. Il guardaroba della serie Pillow di Cascando è stato premiato come vincitore dell’Interior Innovation Award 2013. L’Interior Innovation Award organizzato dall’ IMM di Colonia e il Design Council Tedesco, è uno dei premi più prestigiosi del settore arredamento in tutto il mondo e propone le più interessanti innovazioni nel settore.


3.0.3

Synapse Alexandra Denton

Un pezzo d’arredamento che trova ispirazione dal cervello e dal ruolo fondamentale che egli compie nella memorizzazione delle informazioni, nella raccolta dei ricordi e nel modellare tra loro forme e connessioni. Un armadio progettato dalla designer svedese Alexandra Denton, una struttura dal design essenziale composta da elementi tubolari in legno e metallo che definiscono la silhouette esterna, lasciando visibile l’interno, caratterizzato da tre contenitori cubici di diverse dimensioni collegati e resi stabili da corde. Una soluzione che, attraverso un simbolismo, un oggetto rituale concreto e quotidiano come un armadio, da vita ad una semplificazione che tenta di interpretare il mistero che avvolge uno degli organi piÚ complessi e stupefacenti.


3.0.4

Travel Towers Maarten de Ceulaer

Marcel de ceulaer La Leather Collection di Maarten de Ceulaer per Nifular è una collezione di artistici, scultorei elementi di arredo che riflettono la grande passione del designer: viaggiare ed esplorare il mondo. Nella flessibile Cassettiera di Valigie, ogni cassetto può essere posizionato in qualsiasi direzione, cosÏ che la cassettiera possa essere posta a ridosso di un muro o al centro di una stanza e i cassetti possano aprirsi da tutti i lati.


3.0.5

Display Away Cabinet Stine Knudsen Aas

Una luce LED si riflette attraverso la minimalistica credenza rendendo un effetto ombra degli oggetti posti all’interno, mentre la designer norvegese Stine Knudsen aas presenta “Display Away” per dare agli oggetti comuni, di tutti i giorni, un valore aggiunto. Inserendo un’esperienza senza pretendere nulla dall’utente, gli oggetti possono essere spostati qua e la per creare immagini personalizzate. Gli angoli curvi delle mensole le separano dal guscio esterno, creando una leggerezza fluttuante.


3.0.6

Assemblage Seletti

Liberamente assemblabile, facilmente smontabile, estremamente contenuta nell’ingombro. Frutto di un’ampia sperimentazione sul tema della componibilità , il sistema prevede 10 moduli in legno naturale che danno origine a infinite composizioni. Assemblage viene fornita con morsetti in metallo e speciali cinghie che rendono stabile la struttura desiderata. Senza sforzo è possibile modificare a piacere la disposizione della libreria, che quando è smontata si presenta come un semplice parallelepipedo pratico da trasportare, con il vantaggio di un ingombro ridottissimo.


3.0.7

WWW Viktor Matic

Questa libreria è stata realizzata da Viktor Matic, giovanissimo designer Italo-croato, formatosi a Bolzano e che ora lavora tra l’Italia e Londra. La sua libreria “WWW” è composta da un telaio dove sono allacciati ad un morsetto dei cavi. Inutile dirvi che sono i cavi le vere mensole della libreria, che si possono postare con estrema libertà dando forma a infinite composizioni all’interno dello spazio preposto. Una idea concettuale perché rivoluziona l’uso di un oggetto.


3.0.8

Grand

Gustafsson e Karlsson

Grand è un iniziativa di mobili di fascia alta realizzato dal designer Mathieu Gustafsson e ebanista Niklas Karlsson. L'ambizione di Grand è creare mobili senza compromettere l’ artigianato, il design e i materiali - il design contemporaneo con la classica lavorazione artigianale di alta gamma.Nel loro processo di progettazione, ogni materiale viene scelto per le sue qualità estetiche e funzionali. Assicurano che usano il materiale giusto al posto giusto, indipendentemente da parametri come i prezzi o le tendenze attuali. "Nel creare il nostro marchio non volevamo competere a prezzi bassi, piuttostoabbiamo voluto contribuire in espressione artistica e di qualità ".


4.0

Bibliografia


Bibliografia

• Alberto Oliverio, L’arte di ricordare, Rizzoli, 1998. • Jean-Yves Tadiè, Il senso della memoria, Edizioni Dedalo, 2000. • Alberto Oliverio, La vita nascosta del cervello, Giunti, 2001. • Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Enaudi. • Antonio Damasio, L’errore di Cartesio, Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, 1995. • Antonio Damasio, Emozione e coscienza, Adelphi, 2000. • Antonio Damasio, Alla ricerca di Spinoza, Emozioni, sentimenti e cervello, Adelphi, 2003. • Antonio Damasio, Il sè viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente, Adelphi, 2012. • Oliver Sacks, L’ uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi, 1986. • Thomas Troward, Il potere della mente, BIS edizioni, 2011. • Francesco Bertossa, Lo sguardo senza occhio, Alboversorio, 2005. • J. A. Fodor, Mente modulare, il mulino, 1999. • Albero Oliverio, Memoria e oblio, Rubettino, 2003. • Marisa Marsala, La memoria nei contesti di vita, Angeli, 2005.


Bibliografia

• Alessandro Treves, Come funziona la Memoria, Mondadori, 1999. • Cesare Comodini, Vizi e virtù della memoria, Giunti, 2010. • Nicholas Petes, Dizionario della memoria e del ricordo, Mondadori, 2005. • Thomas Maldonado, Memoria e conoscenza, Feltrinelli, 1993. • Joseph LeDoux, Il cervello emotivo,Dalai Editore, 2003. • Piccirilli Massimo, Dal cervello alla mente, Morlacchi, 2006. • Carmela Morabito, Modelli della mente e modelli del cervello, Angeli, 1998. • Aurelio Musi, Memoria cervello e storia, Guida, 2008. • Juan Carlos Lopez, Il telaio della memoria, Dedalo, 2004. • Alberto Oliberio, Cervello, Bollati Boringhieri, 2012. • Jacques-Michel Robert, Come funziona, Dedalo, 2008. • Sennett Richard, L’uomo artigiano, Ed. Feltrinelli, 2008 • Norman D. A., La caffettiera del masochista – Psicopatologia degli oggetti quotidiani, Ed. Giunti, 1997 • Bryson Bill, Breve storia della vitra privata, Guanda, 2011 • La Cecla Franco, Non è cosa, Eleuthera, 2007


Bibliografia

• Daniel C. Dennett, La Mente e le Menti, Bur, 2006. • Fred Alan Wolf, Lo Yoga della Mente, Macro Edizioni, 2007. • Laura Gipponi, Il tesoro della mente, Auraoffice, 2013. • Acarya Ananda, I segreti della Mente, Ananda Marga, 2’011. • Rubin Manning, Lawrence C. Katz, Fitness della Mente, Red Edizioni, 2012. • Swami Sivananda Saraswati, La Mente, Vidyananda, 2009. • Jonathan K. Foster, Memoria, Codice Edizioni, 2012. • Manilla Vannucci, Quando la memoria ci inganna, Carocci,2008. • Sara Bottiroli, Elen Cavallini, 101 Modi per allenare la memoria, Newton & Compton Editori, 2011. • Tony Judt, Lo chalet della memoria, Laterza Edizioni, 2009. • Menis Yousry, Memorie passate, vita presente, My life, 2013. • Daniel L. Schacter, Alla ricerca della memoria, Einaudi, 2007. • William Walker Atkinson, Il segreto della memoria, Venexia, 2004. • Ferald Huther, Il cervello compassionevole, Castelvecchi, 2003. • Michael O’shea, Il cervello, Codice Edizioni, 2012.


Bibliografia

• Norman Doldge, Il cervello infinito, Ponte alle grazie, 2007. • Susan Hart, Cervello, attaccamento e personalità, Astrolabio Ubaldini Edizioni, 2011. • Antonia Carosella e Francesco Bottaccioli, Meditazione Psiche e Cervello, Tecniche nuove Edizioni, 2003. • Lisa Di Blas, Che cos’è la personalità, Carocci, 2003. • Igor Sibaldi, Il libro della personalità, Frassinelli, 2009. • Liz Greence, Howard Sasportas, Lo sviluppo della Personalità, Astrolabio Ubaldini, 2009. • Carl Alfred Meier, La personalità, Edizioni Mediterranee, 2013. • Jean Spinetta, Volto e personalità, Edizioni Mediterranee, 2005. • Giovanni D’Ambrosio, Joe Colombo, Feltrinelli, 2008. • Henry Miller, Ricordati di ricordare, Minimux Fax, 2012. • Joshua Foer, L’arte di ricordare tutto, Tea libri, 2011. • Linda Joy Myers, Il potere dei ricordi, Punto d’incontro, 2011. • Norman D. A., Emotional Design, Apogeo, 2004.


5.0

Sitografia


Sitografia

•http://www.ted.com/talks/jill_bolte_taylor_s_powerful_stroke_of_insight.html?quote=267 • http://www.moebiusonline.eu/fuorionda/h_m.shtml • http://it.wikipedia.org/wiki/Memoria •http://www.fb-health.com/it/Cos%E2%80%99%C3%A8+e+com e+funziona+la+memoria/ • http://www.benessere.com/psicologia/arg00/memoria.htm • http://www.homolaicus.com/uomo-donna/psicologia/memoria.htm • http://www.psicosocial.it/la-memoria-in-psicologia/ •http://www.ibs.it/code/9788843045310/vannucci-manila/quando-memoria-inganna.html •http://www.sapere.it/sapere/strumenti/studiafacile/psicologia-pedagogia/Psicologia/La-psicologia-cognitiva/La-memoria.html • http://it.wikipedia.org/wiki/Cervello • http://lettere2.unive.it/nicole/Cervello.html • http://lettere2.unive.it/nicole/Cervello.html • http://natgeotv.com/it/cosa-ti-dice-il-cervello •http://www.greenreport.it/news/scienze-e-ricerca/il-cervello-inprovetta/


Sitografia

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Sitografia

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Sitografia

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Sitografia

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6.0

Filmografia


Filmografia

• Memento, 2000 USA , Regia di Christofer Nolan. • La Memoria del cuore, 2012 USA, Regia di Michael Sucsy. • 50 volte il primo bacio, 2004 USA, Regia di Peter Segal. • The Butterfly Effect, 2004 USA, Regia di Eric Bress, J. Mackye Gruber. • Stearling Up, 2005 USA, Regia di Ruth Platt. • L’Uomo senza sonno, 2004 USA, Regia di Brad Anderson. • Strade Perdute, 1996 USA, Regia di David Lynch. • Mulholland Drive, 2001 USA, Regia di David Lynch. • Se mi lasci ti cancello, 2004 USA, Regia di Michel Gondry. • l’Esercito delle 12 scimmie, 1995 USA, Regia di Tearry Gilliam. • Il Labirinto del fauno, 2006 USA, Regia di Guillermo Del Toro. • The Jacket, 2005 USA, Regia di John Maybury. • Vanilla Sky, 2001 USA, Regia di Cameron Crowe. • L’ Arte del sogno, 2006 Italia, Regia di Michel Gondry. • Eyes Wide Shut, 1999 USA, Regia di Stanley Kubrick. • De ja Vù, 2006 USA, Regia di Tony Scott.


Filmografia

• Beautiful Mind. 2001 USA, Regia di Ron Howard. • Apri gli occhi, 1997 Italia, Regia di Alejandro Amenàbar. • Identità, 2003 USA, Regia di James Mangold. • La donna dai tre volti, 1957 USA, Regia di Nunnally Johnson. • Stay - nel labirinto della mente, 2005 USA, Regia di Marc Forster. • Un uomo qualunque, 2007 USA, Regia di Frank Cappello. • Shining, 1980 USA, Regia di Stanley Kubrick. • Follia, 2005 USA, Regia di David Mackenzie. • The proof - La prova, 2005 USA, Regia di John Madden. • Rain man, 1988 USA, Regia di Barry Levinson. • Ragazze interrotte, 1999 USA, Regia di James Mangold. • Qualcuno volò sul nido del cuculo, 1975 USA, Regia di Milos Forman. • Il mio piccolo genio, 1991 USA, Regia di Jodie Foster. • Strange days, 1995 USA, Regia di Kathryn Bigelow. • Into the wild, 2007 USA, Regia di Sean Penn. • Fight Club, 1999 USA, Regia di David Fincher.


Filmografia

• Shutter Island, 2010 USA, Regia di Martin Scorsese. • Inception, 2010 USA, Regia di Christopher Nolan. • The Experiment, 2001 Germania, Regia di Oliver Hirschbiegel. • Next, 1997 USA, Regia di Lee Tamahori. • The Others, 2001 USA, Regia di Alejandro Amenàbar. • The departed, 2006 USA, Regia di Martin Scorsese. • Cypher, 2002 USA, Regia di Vincenzo Natali. • The fall, 2006 USA, Regia di Tarsem Singh. • Nirvana, 1997 Italia, Regia di Gabriele Salvatores. • Mr. nobody, 2009 USA, Regia di Jaco Van Dormael. • Oldboy, 2005 USA, Regia di Chan-wook Park. • Rosemary baby, 1968 USA, Regia di Roman Polanski. • Essere John Malkovich, 1999 USA, Regia di Spike Jonze. • The Number 23, 2007 USA, Regia di Joel Schumacher. • Equilibrium, 2002 USA, Regia di Kurt Wimmer. • The fountain, 2006 USA, Regia di Darren Aronofsky. • Limitless, 2011 USA, Regia di Neil Burger.


Filmografia

• Contact, 1997 USA, Regia di Robert Zemeckis. • Prendimi l’anima, 2003 USA, Regia di Roberto Faenza. • The Woodsman, 2004 USA, Regia di Nicole Kassel.


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