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10 oAnno Inserto mensile di informazione e comunicazione del mondo giovanile a “Luce e Vita” n.22 del 27 maggio 2012 Piazza Giovene 4 -70056 Molfetta www.lucevitagiovani.it lev.giovani@gmail.com

86 Myriam. Manuale d’amore

Partenze

La meglio gioventú

di gianluca de candia...............2

di francesca messere...............3

di manlio minervini...................4

Santa Coerenza

La linea sottile

o finta Don’t clean up this blood

di maria teresa mirante...........5

di mariella cuocci......................7

di annarita marrano..................8

Cittadina italiana? no, del mondo

carmela zaza

Dora vive in Italia dal 1997. E’ arrivata qui dall’Albania a seguito della crisi finanziaria che in quell’anno mise in ginocchio il suo paese da poco uscito dall’isolamento della dittatura comunista durata più di cinquant’anni. Aveva diciassette anni quando é arrivata in Puglia con il suo giovane marito e hanno cominciato subito a darsi da fare per cercare un lavoro grazie anche all’aiuto di amici e conoscenti che erano qui dal 1991. Hanno fatto i lavori più umili: hanno coltivato la terra e fatto le pulizie. E sempre a testa alta perché il lavoro dava loro il pane per vivere e mettere su una famiglia. Oggi Dora ha due

bambine e vive a Terlizzi ed è una giovane donna forte ed energica. Ci racconta le vicende della sua vita con il sorriso e in modo fiero ma anche con tanta rabbia. E’ arrabbiata soprattutto con le leggi italiane che in tanti anni ne hanno dette e fatte di tutti i colori sugli emigrati. E’ arrabbiata perché vive in Italia da quindici anni e non può votare anche se molte delle leggi che i politici fanno le subisce sulla sua pelle. E’ arrabbiata perché non è una cittadina italiana anche se con il suo lavoro contribuisce al nostro PIL [...] continua a pag 2


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cittadina italiana? no del mondo continua da pag. 1 come tutti gli altri che invece lo sono (lavoratori e disoccupati). E anche se lei si sente ancora albanese a tutti gli effetti, è arrabbiata perché le sue bambine che parlano italiano meglio di lei, frequentano la scuola e la parrocchia del paese, hanno amici italiani, preferiscono i cibi italiani al bakllavà e al burek, vogliono andare al camposcuola in estate piuttosto che tornare in Albania dai nonni e dagli zii… Ebbene, le sue bambine non sono italiane per la nostra legge. E mentre in Argentina, Venezuela, Stati Uniti, Australia, Germania o Belgio, ci sono tanti bambini e ragazzi e giovani che sono italiani per nascita ma che non intendono affatto venire a vivere nel nostro paese e non sono interessati alle nostre leggi e alla nostra politica, le sue bambine da grandi dovranno rinnovare il permesso di soggiorno e sottostare a leggi assurde sotto molti aspetti pur di continuare la vita nel paese in cui sono nate e che amano. Dora si batte dunque per il riconoscimento dello ius soli, cioè affinché in Italia si acquisti la cittadinanza per il fatto di essere nato sul territorio italiano che si contrappone quindi allo ius sanguinis che trasmette la cittadinanza per sangue perché, se è vero che questo principio è stato adottato in Italia (paese con una forte emigrazione) per tutelare i diritti dei discendenti degli emigrati, è anche vero

che la storia è cambiata e il nostro paese è diventato oramai paese di immigrazione. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle richieste di uguaglianza di tutti gli emigrati che contribuiscono alla nostra crescita demografica ed economica senza dar nulla in cambio, continuando nell’immobilismo che ci caratterizza. Dora non è sola nella sua battaglia. In occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia è cominciata la campagna “Italia sono anche io” per la raccolta di firme necessarie a

presentare due proposte di legge per l’introduzione del principio dello ius soli e nel marzo scorso si è conclusa brillantemente. Certo, ci sono mille altri problemi adesso: la crisi economica, la disoccupazione, il debito pubblico, l’IMU, la corruzione e l’evasione fiscale, ma forse potremmo risolverli (meglio) con l’aiuto di tutti quelli che vivono in Italia e che li condividono con noi. Il nostro paese è il mondo e la cittadinanza l’umanità intera(William Lloyd Garrison).

myriam. manuale d’amore gianluca de candia È la storia di una quattordicenne, Myriam. Una ragazza bellissima. Occhi nerissimi – come quelli di una zingara – che parlano di dolcezza e dolore insieme. Leggerissima, in ogni sua parola in ogni suo gesto. Non ha conosciuto il peso dell’orgoglio, quell’insostenibile velo che appesantisce tutto. Un’amante del canto, dei colori, della musica – come quel giorno in cui elevò il Magnificat. Il mese di maggio è, nella tradizione della Chiesa, un mese dedicato alla giovane Madre di Gesù, forse perché non c’è stagione più bella della primavera per ricordarla. Eppure noi giovani, forse, abbiamo ereditato una immagine sbiadita di questa ragazza straordinaria, come quelle immaginette stampate in bianco e nero o con colori impossibili, che troviamo nei vecchi libri delle nostre nonne. Maria invece non si lascia fissare così. Basta

leggere il vangelo di Luca, per vederla innamorata, delusa, dubbiosa e decisa e poi muoversi, danzare, cantare, correre, e seguire Gesù, sempre. Davvero la sua vita è un “manuale d’amore”, fatto non per gli smidollati ma per chi ha grinta e un pizzico di audacia, perché vale qui quello che dice Stendhal: «l’amore è un fiore delizioso, ma bisogna avere il coraggio di andarlo a cogliere sull’orlo di un abisso spaventoso». L’invito allora è quello di provare a rivolgersi a Maria con confidenza, come ad una amica, sorella e madre, che sa dirci quali passi compiere nel cammino del vero amore. E se volete un ingresso privilegiato a questa contemporaneità di Maria, insuperato resta il libro Maria, donna dei nostri giorni di don Tonino Bello (puoi consultarlo nella biblioteca on-line, digitando: piccoli grandi libri). Un invito a riscoprire la bellezza di Dio, mediante lei, la Madre.


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Di...sperare antonello tamborra È crisi di amore. È crisi di Dio. Stiamo sperimentando lo smarrimento dal nostro “faro”: Dio. Siamo troppo presi dal fare quadrare i nostri conti, le nostre tasche, i nostri sentimenti  imbrattando  il nostro animo con la ragioneria del nostro  tornaconto e con le filosofie del consumismo e del piacere, ma non ci rendiamo conto che ciò che manca davvero non è il lavoro, non è il denaro, non è l’affetto di un amico,  ma la possibilità di poter realizzare i nostri sogni. I sogni che ci permettono di raggiungere mete impossibili e traguardi impensabili.  Abbiamo  appiattito la speranza  riducendola ad un discorso  da sacrestia e   la lasciamo rimbalzare solo dai pulpiti delle chiese.   Mi rivolgo ai giovani “indignati”: non assopiamo la speranza! Essa è il motore della vita, è la strada per sovvertire la crisi, è la flessione dell’asta che ci permette di saltare al di là della barra. La speranza è

Gesù Cristo. Non lo annebbiamo nei meandri delle nostre agende. Claudio Baglioni in una nota canzone recitava un verso stupendo che è l’emblema di questo tempo intriso di incertezze e titubanze: “tra sparare oppure sparire scelgo ancora di sperare”.  L’anelito, allora, non è disperare, ma di sperare.   In cosa? Nel futuro, nell’amore, nell’ amicizia, nella famiglia, nell’ardore di chi non è stanco di gridare che questa vita non è bella se non vissuta per cose semplici. Riapriamo il Vangelo. Il consumismo ha segnato la grande crisi di questi anni, ha testimoniato che l’economia  senza amore è morte. Siamo Testimoni  di gesti folli dei nostri padri che si tolgono la vita per disperazione, di  attentati contro le Istituzioni, di giovani che cercano lavoro, di famiglie che si arrendono nella disperazione.   BASTA! Correggiamo il tiro e ritorniamo al

PARTENZE francesca messere

E

mi ritrovo a salutare altri due amici in partenza per terre lontane. Dovrei essere molto contenta per loro. Ed infatti lo sono. Però non sarei sufficientemente onesta se non dicessi che in un cantuccio del mio cuore provo come una sorta di dolore. In questi anni credo di aver visto tanti miei compaesani partire dapprima per motivi di studio poi, per motivi di lavoro. A volte, sono tornati nella loro terra natia. Altre volte hanno preso il largo verso paesi sempre più lontani. Insomma, dovrei essere abituata a questi “arrivederci” ma, la verità è che non ci si abitua mai. Quando ero una piccola bambina con il caschetto castano e mille belle parole con cui travolgere la compagnia, ricordo che attendevo con ansia le vacanze perché non si andava a scuola e potevo restare a giocare e a mangiare i dolcetti tipici della festività. Con il trascorrere inesorabile del tempo, oltre ad aver scoperto che Babbo Natale non esiste e, che se sei studente universitario a volte Natale, Pasqua, 25 aprile e Primo Maggio non esistono, ho cominciato a rivalutare l’attesa di queste occasioni. Di fatto la mia attesa per i regali sotto l’albero o la sorpresa nell’uovo è stata sostituita con l’attesa per il ritorno dei miei amici. Così mi ritrovo a passare da un caffè a una birra, abbracciando persone che prima facevano parte della mia quotidianità, ascoltando le loro storie, scambiandoci confidenze e ritrovando quella complicità che ci contraddistingueva. Sono momenti, oserei dire, quasi magici che fanno dimenticare tutte quelle sere che nel segreto della mia stanza contemplo la solitudine in cui mi ritrovo. E poi arriva di nuovo quel giorno dei saluti e così

faccio ripartire il conto alla rovescia in attesa del nuovo incontro. E’ vero che con tutti i mezzi di cui disponiamo: skype, facebook, twitter, mail ed sms, non è difficile mantenere i contatti, però, è anche vero che mi manca vivere le mie giornate insieme a loro. Ma come in tutte le cose bisogna vedere il lato positivo e così ho preso un bel planisfero e ho segnato con una stellina rossa tutti i posti dove ho un amico e ho cominciato a fargli visita: diciamo che è una buona scusa per girare il mondo. Chissà anche io un giorno sarò lontana e sarò io a dover lasciare gli altri con un “arrivederci”. A tutti quanti noi auguro un buon cammino in attesa che le nostre strade ogni tanto si rincontrino.

Padre il quale ci ricorda in un brano biblico: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.   Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”(Deuteronomio 8, 2-3).   Perché avere paura anche nelle difficoltà, allora? Non disperiamoci perché il Signore è con noi che con fede percorriamo la strada della speranza,  strada questa utile per annientare qualsiasi crisi personale, relazionale ed economica. E allora… non togliamo mai all’uomo la speranza!


4 LA MEGLIO GIOVENTÚ manlio minervini

Qualche tempo fa, dando un’occhiata alle liste dei candidati consiglieri per le recenti elezioni comunali, sono rimasto piacevolmente sorpreso nel leggere, nella colonna contenente la data di nascita dei candidati, un nutrita rappresentanza di giovani. Il piacere è aumentato nel notare che tale fenomeno fosse trasversale a tutti gli schieramenti politici, facendo nascere in me la speranza che un ricambio generazionale, ma soprattutto culturale, fosse possibile, a partire anche da un piccolo paese del Meridione. La piacevole sorpresa è repentinamente scomparsa quando lo sguardo si è spostato nella colonna adiacente, man mano che associavo la data di nascita al nominativo del candidato. Il suo posto è stato immediatamente preso, all’interno dei miei pensieri, dalla rassegnata consapevolezza che l’essere giovani non debba necessariamente corrispondere all’essere competente e preparato ad assumere il governo di una città. A livello nazionale, ma anche locale, uno degli slogan più sbandierati è quello della meritocrazia: solo coloro che meritano vanno avanti. Nulla di più giusto, su cui pochi potrebbero obiettare. Quando, però, si tratta di mettere in atto questo principio, gli obiettori sono sempre in maggioranza ed ecco che i giovani candidati, che dovrebbero costituire la classe dirigente presente e futura di un paese, vengono posti in quel ruolo indipendentemente dalla loro preparazione, dalla loro competenza, dal loro carisma e

dalla loro passione per la politica. Questo comportamento può condurre solo ad effetti negativi nell’amministrazione della “cosa pubblica”, che portano, seguendo magari l’esempio di cattivi maestri, a privilegiare l’interesse privato piuttosto che quello generale della comunità. Inoltre, tale condotta induce ad escludere quei ragazzi veramente preparati, che potrebbero dare effettivamente un apporto nuovo ed efficiente alla politica, così bistrattata (con motivazioni non del tutto aleatorie) in questo periodo.

Il coraggio dimostrato da questi giovani candidati nel prestare la loro faccia a quell’idea politica o a quel partito non è sufficiente per assumere delle responsabilità, se questo non è accompagnato anche dal merito. In qualsiasi ambito, ed in particolar modo all’interno delle istituzioni pubbliche, si spera che coloro che ricoprono ruoli decisionali siano il meglio che la società possa offrire: io, da giovane, continuo a serbare ancora il desiderio che ad attuare quel ricambio culturale così atteso sia la meglio gioventù.


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Santa coerenza, prega per noi maria teresa mirante

Sette anni fa con grande sorpresa soprattutto per me stessa, ho accettato l’incarico di educatrice acr nella mia parrocchia. Insieme al mio miglior amico, per anni e nonostante impegni di studio e lavorativi di entrambi, sempre con nuove idee e tanti stimoli, abbiamo guidato un gruppo di ben trenta ragazzi. È stato un percorso colorato e coinvolgente, una strada sempre in salita, con qualche sosta obbligata in cui ci si fermava a riflettere e cercare di migliorare ciò che non andava. A Novembre di quest’anno questi stessi ragazzi, che sono stati per me da anni uno stimolo a mettermi continuamente in discussione come persona prima ancora che come cristiana, sono giunti al traguardo della Cresima. Terminato ufficialmente il loro percorso di iniziazione cristiana, dal giorno seguente questo gruppo di trenta splendide diversità si è ridotto a quasi la metà. Anche io avevo fallito. E la mentalità comune secondo la quale in chiesa i ragazzi li si manda solo per ricevere i sacramenti come si frequenta la scuola d’inglese per ottenere una certificazione B1 o B2, ha schiacciato con la sua pesante verità anche me e le mie solite utopie. Mi sono chiesta spesso in cosa avessi sbagliato, ma anche in cosa avesse sbagliato qualcun altro. Mi sono domandata perché alcuni genitori

decidano di condividere l’educazione dei propri figli con un’istituzione che criticano costantemente. E se i loro figli assistono a queste critiche magari quando tornano a casa dopo un incontro in parrocchia che tu hai tra mille impegni trovato comunque il tempo di preparare come si deve, cosa pensano? E come si spiegano il fatto che i genitori impongano loro di andare a messa la domenica ma non entrino con loro in chiesa a condividere questo momento? È come se un genitore dicesse al figlio di mangiare la verdura perché fa bene e lui a non mangiarla. Beh e poi viene spontaneo chiedersi, allargando un po’ il discorso, perché tanta gente che dice di credere in Gesù Cristo ma non nella chiesa (affermazione di gran moda adesso) vada a sposarsi in chiesa per poi rimetterci piede solo per il battesimo del primo figlio. Si è forse obbligati da qualche legge dello Stato a battezzare i propri figli? Siamo in un paese laico dopotutto, anche questo ci piace dire! Mi chiedo perchè se una giovane sposa sogna di percorrere una bella scalinata col suo abito bianco il giorno del proprio matrimonio non scelga le scale del Comune anziché quelle della Chiesa se non ve ne si è mai sentita parte. E perché ho sentito da tanti criticare aspramente la costruzione di chiese moderne e maestose se poi quando dobbiamo sposarci andiamo

a sceglierci la cornice migliore, magari una bella cattedrale antica anche fuori paese? Forse perché così le foto vengono meglio? Ma tornando a genitori e figli mi chiedo ancora perché un genitore non insegni al proprio figlio che deve fare delle scelte invece di coprire sempre il suo fuggire dal prendere una posizione. È forse la coerenza un valore meno importante di tutti gli altri che ogni giorno cerchiamo di trasmettere ai bambini fin dalla più tenera età? Perché mandiamo i nostri figli in quella stessa chiesa in cui diciamo di non credere? Lo facciamo forse perché anche in questo caso vogliamo rientrare nella massa e non portate il peso del dover spiegare a tutti il perché di una scelta diversa? Beh paradossalmente questo potrebbe essere più educativo per le giovani generazioni! Troppo spesso critichiamo cose di cui in realtà non sappiamo fare a meno! E allora mi viene da dire: Santa Coerenza, se esisti, prega per noi! Quanto alla mia esperienza che ormai volge al termine, un amico una volta mi ha detto che ogni seme non vede mai nascere il suo frutto. Beh, a me piace pensare che nel deserto che è la terra inutile per eccellenza, nascano i fiori migliori. E qualcuno sicuramente potrà goderne.


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parla e lascia l’ eco delle tue parole silvia ayroldi Nessuna fantasia di tragediografo ha mai prodotto nulla di simile. A rileggere, oggi, gli ultimi movimenti, le sue ultime parole, ci si imbatte in un uomo cosciente della propria fine imminente, perfettamente consapevole persino del possibile movente, eppure incapace di tirarsi indietro. Forse speranzoso di potercela fare, forse rassegnato ad una morte che in cuor suo “doveva” al suo amico Giovanni. Il 19 luglio 1992 anche Paolo Borsellino muore nella strage di via D’amelio. La loro fine, orribile e tragica, li ha fusi insieme. Così che oggi, quasi naturalmente, il viaggiatore che si avvicini alla Sicilia sentirà i loro nomi prima

Falcone muore nella strage di Capaci il 23 maggio 1992; quando salta in aria, Paolo Borsellino capisce che non gli resterà troppo tempo. Lo dice chiaro: “Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”.

LUCEeVITA GIOVANI

leggi e commenta su www.lucevitagiovani.it L’inserto è curato da : Vincenzo di Palo, Responsabile. Silvia Ayroldi, Vincenzo Bini, Mauro Capurso, Mariella Cuocci, Gian Paolo de Pinto, Giuseppe Mancini, Annarita Marrano, Fedele Marrano, Francesca Messere, Manlio Minervini, Maria Teresa Mirante, Antonio Tamborra, Giusy Tatulli, Carmela Zaza. Grafica: Gian Paolo de Pinto. Webmaster: Valentina de Leonardis. Collaboratori allestimento: Donato Magarelli, Milena Soriano

ancora di mettere piede nell’Isola. Al momento dell’atterraggio sarà la voce del comandante ad informare che “tra pochi minuti atterreremo all’aeroporto Falcone - Borsellino”. I siciliani onesti amano quei magistrati caduti a meno di due mesi l’uno dall’altro. I mafiosi li rispettano, come li temevano quando erano vivi. Falcone e Borsellino sono considerati dei grandi eroi e non da fumetto, ma eroi veri per aver combattuto e patito per i loro ideali perchè erano fortemente convinti che gli uomini passano, ma gli ideali restano e continueranno a camminare sulle gambe

di altri uomini. E’ per questa convinzione che ogni giorno, anche io, quando faccio una cosa che ritengo giusta sono già felice, a prescindere dal suo risultato, perché ho imparato che essere giusti è bello e rende liberi. Non mi piace chi si nasconde dietro l’indifferenza per nascondere la paura di esporsi. E’ vero, essere sempre al fronte a combattere per se stessi o per gli altri comporta soddisfazione e un senso di pace in coscienza, ma d’altro canto comporta a volte il sacrificio di essere pronti a rimanere un’unica voce discostata dal coro, e talvolta ci si sente inadatti e sbagliati. Ma vivere significa, per me, essere in prima linea, senza tirarsi indietro, senza nascondersi dietro il pensiero di altri; significa alzare la voce per esprimere un pensiero all’occorrenza, significa difendere chiunque si trovi in difficoltà, anche quando non è un amico, significa prendere posizione. Se tutto questo vuol dire anche sentirsi a volte soli, beh non importa perchè chi piega la testa e tace muore ogni giorno, mentre chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola, ma lascia in eterno l’eco delle sue parole tra la gente. Falcone e Borsellino ne sono l’esempio.

Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.

Falcone e Borsellino: due nomi, ma un solo luogo del nostro immaginario collettivo, inscindibili nella memoria.

(G. Falcone)


la linea sottile

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mariella cuocci Non tutti sanno, e io per prima lo ignoravo fino a poco tempo fa, che Molfetta vanta un giovane scrittore, talentuoso e promettente, come Michele de Virgilio, autore di questa bellissima poesia contenuta, insieme a tante altre, nel suo libro “Ho visto uomini cadere”. L’autore, muovendo da una sua esperienza personale, fa riferimento in questa poesia a una realtà a me molto cara che è quella della malattia mentale. Spesso, troppo spesso, si parla dei “malati di mente” con luoghi comuni come se questi fossero tutti uguali e soprattutto come se appartenessero a una categoria ben precisa e distante da noi che li raggruppa e li identifica come “esseri anormali”. Mi sono sempre chiesta, e continuerò a farlo, che cosa sia in fondo la normalità, cosa significhi essere normali ma soprattutto chi e con quali ragioni possa stabilire quel presunto confine, quella linea sottile tra normalità e anormalità. Mi sono sempre chiesta, e continuerò a farlo, se le persone non normali, i cosiddetti pazzi, siano meno persone di me, abbiano meno dignità di me, presunto essere normale. In realtà non c’è nessun confine, nessuna differenza se si parte dal presupposto che siamo tutti esseri umani, tutti ugualmente figli di Dio. Piuttosto la differenza è negli occhi di chi guarda, occhi che spesso sono offuscati da luoghi comuni ed etichette che purtroppo impediscono di vedere realmente, di vedere oltre. E l’oltre è una realtà meravigliosa, anzi tante piccole realtà, tante incredibili storie che tutti dovremmo avere la fortuna di ascoltare

nella vita. Io ho avuto questa fortuna, tempo fa, grazie alla mia esperienza di tirocinio in un Centro Diurno per utenti psichiatrici e ricordo benissimo che dopo le paure e i timori iniziali ho conosciuto delle persone uniche, ciascuno con una sua storia, ciascuno non solo con un presente ma anche con un passato e un futuro da costruire.

Uno degli errori più grandi che si commette spesso è credere che queste persone vivano solo nel presente, anzi sopravvivano come se questa fosse l’unica cosa loro rimasta o concessa. In realtà mi sono resa conto che loro vivono molto più di noi; nonostante un vissuto spesso difficile e doloroso riescono a godere di ogni piccola emozione, di ogni piccola gioia o sorriso che viene loro regalato, come forse solo i bambini ormai oggi sanno fare. Riescono, nonostante tutto, a trovare un senso al loro presente anche sbagliando o commettendo errori, imparando da tutto quello che di bello o di brutto capita, cadendo ma avendo sempre la forza di rialzarsi. Molte volte li ho visti anche impegnarsi per costruirsi un futuro perché, come dice Michele in questa poesia, “lo sanno pure i vermi, troppo facile restare inermi”. Credo che tutti noi abbiamo non solo il diritto ma anche il dovere di vivere una vita piena e degna, sia essa definita normale o folle, con tutto quello che ciò comporta perché, come ci ricorda Hermann Hesse in Siddaharta, “tutto insieme, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita”.


8 don’t clean up this blood annarita marrano Genova, 22 Luglio 2001. Di primo acchito sembra una data qualsiasi della mia lontana adolescenza. Avevo da poco terminato la scuola media ed ero nel pieno di una di quelle estati che ancora oggi rimpiango. Una fase della mia vita si era conclusa ed inconsciamente stavo per cominciarne un’altra, quella del liceo. A tredici anni non hai ancora maturato una coscienza politica e sociale: il tuo problema più importante è riuscire a fuggire il prima possibile per trascorrere un nuovo pomeriggio con le tue migliori amiche. A tredici anni se tuo padre guarda il telegiornale a pranzo, tu sbuffi annoiata. Sono dovuti passare undici anni prima di ricordare quel pranzo dimenticato: le tende da sole abbassate e il caldo asfissiante che ti fa passare la fame. Devo spremere le meningi per ricordare l’immagine sfuocata del corpo di un giovane ragazzo steso per terra e circondato da poliziotti in tenuta antisommossa a Genova. A distanza di undici anni ricordo che quello era il corpo di Carlo Giuliani, una vittima trasformata in martire dai media nei mesi successivi e poi finito nel dimenticatoio. È il simbolo di una manifestazione iniziata con i colori della pace e sfociata nei fumi degli incendi e nei volti insanguinati. La mia mente fa un

viaggio nel tempo in seguito alla visione del film “Diaz”, dal nome della scuola ove per poche ore il rispetto dei diritti umani è stato dimenticato, quasi cancellato. Il misto di emozioni che si susseguono dentro di me durante la visione del film, dalla rabbia al dolore fino alla disperazione, mi porta ad una profonda autocritica della mia disinformazione in merito. Mi sono sempre ritenuta una persona interessata e per questo informata. Da sempre cerco di raccogliere minuziosamente i dettagli di ogni evento per conoscere la verità, discuterla e crearmi una mia opinione, un mio punto di vista. Pertanto, la mia riscoperta impreparazione mi lascia stupefatta, spiazzata. Digito “G8 Genova” su google e subito compare una lista di link. Dalla lettura delle vicende e dal ricordo degli episodi più scioccanti del film, mi rendo conto che ancora oggi in un Paese occidentale e definito “civilizzato” spesso la verità viene filtrata, costruita minuziosamente, volontariamente resa confusa. Se ciò è possibile è perché ci si basa sulla presunzione di sapere sempre dove sta il bene e dove il male, da che parte c’è la ragione e dove il torto. Spesso ci si basa su pregiudizi diventati legge che chi protesta è un sovversivo, chi ha un’opinione è un ribelle, chi sente il bisogno di cambiare il

sistema è un delinquente. Sono proprio questi pregiudizi che ci portano ad accontentarci di ciò che ascoltiamo e vediamo in quella scatola colorata chiamata televisione. Questa fiducia incondizionata per me è mancanza di curiosità, ingenuità, ignoranza. Per cui dopo questo bicchiere di acqua ghiacciata mi risveglio dal mio stato di torpore e prometto a me stessa che mai più lascerò che mi trattino come un burattino. Mai più lascerò che i pregiudizi seppelliscano la verità. Mai più lascerò che la mia disinformazione cancelli via “il sangue” da quelle mura.

Un film di Daniele Vicari. Con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou. Drammatico, durata 120 min. Italia 2012. Fandango

“QUESTO DOLCIFICANTE E’ ASPARTAME? NO, E’ A ZOLLETTE”. giusy tatulli Sposto la mia attenzione in un campo a me molto caro, quello chimico, che non ha solo a che fare con “tutta la materia che ci circonda”, ma che è anche, e purtroppo direi, intrecciato con l’economia. Perché, sebbene sia “meglio un laboratorio povero ma ricco di idee”, la chimica e tutta la scienza senza finanziamenti non progredisce. E questi legami, anche se vengono spiegati negli articoli dei giornali economici, inizi a capirli solo quando metti piede in un laboratorio, seppur solo come tirocinante. Da dove possono giungere queste sovvenzioni? Lo stato dovrebbe essere uno dei maggiori sostenitori; in questo caso si potrebbe essere quasi certi che i progressi e le nuove scoperte siano liberi e per scopi comuni. Ma se i finanziatori sono i grandi imprenditori, non può che nascere un conflitto d’interesse. E’ questo il caso dell’aspartame, un dolcificante artificiale 200 volte più dolce dello zucchero, che troviamo in diversi cibi, bevande e farmaci. Alcuni studi di ricerca hanno dimostrato la sua cancerogenicità dopo lunghi periodi di

assunzione. Ma le aziende che si occupano della produzione di questi prodotti e sono interessati a venderli, pagano per pilotare le ricerche e in alcuni casi per nascondere spiacevoli scoperte. Ad esempio, la Coca-Cola, una delle più grandi multinazionali al mondo, continua a produrre e a pubblicizzare la sua bevanda nonostante siano stati riscontrati diversi contenuti cancerogeni. Purtroppo, come dimostra la risposta del barista a cui è stata rivolta la domanda “ma questo dolcificante è aspartame?”, le nostre conoscenze

sono abbastanza limitate perché siamo poco informati. Inoltre le etichette dei prodotti non sempre vengono in nostro soccorso, perché non sono completamente esplicite sia nei contenuti (il termine “aspartame” viene sostituito da “contiene derivati della fenilalanina”) che nelle quantità. E così continueremo a bere cocacola, a masticare chewing gum e ad assumere farmaci. L’onestà e la limpidezza devono essere i cardini per i produttori. Per la ricerca lo sono.


Luce & Vita n.86